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giovedì 9 aprile 2026

“L’ALBA DI UNA PACE VERA” Gli auguri per la Pasqua del Cardinale don Mimmo Battaglia


“L’ALBA DI UNA PACE VERA”

Gli auguri per la Pasqua del Cardinale don Mimmo Battaglia



Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
per imparare che la vita è più forte della morte.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
per credere che la concordia e la riconciliazione
possono germogliare anche nei campi
ora occupati dalla guerra.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
per custodire la speranza quando il cuore si stanca.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
per trasformare le nostre ferite
in sorgenti di compassione.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
per non smettere di scommettere sulla bontà
quando il mondo sembra invece premiare la durezza.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
per rialzarci ogni volta che la vita ci fa cadere
e che i pezzi della nostra storia
sembrano andare in frantumi.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
perché le nostre tombe interiori
diventino grembi di vita nuova
e dalle notti bellicose e terribili
di questo mondo nel caos
possa nascere l’alba di una nuova giustizia
e di una pace vera.
Per tutti. Per sempre.
Amen.


L’opera “Pulcinella in croce” di Lello Esposito pone al centro Pulcinella crocifisso: immagine di Napoli e dell’umanità ferita, ma ancora viva e aperta alla speranza. Al cuore della composizione emergono due grandi mani spalancate all’accoglienza: sono le mani di chi, pur attraversato dal dolore, non smette di accogliere la vita e di protendersi verso gli altri. Ai quattro angoli, quattro simboli rafforzano il messaggio: • la figura avvolta dalle fiamme richiama il purgatorio, cioè la sofferenza vissuta già sulla terra; • il cuore rosso pulsante rappresenta la salvezza possibile attraverso l’amore e la solidarietà; • il teschio indica la morte, realtà inevitabile della condizione umana; • l’uovo, simbolo pasquale, annuncia la rinascita e la vita nuova. Nel loro insieme, questi elementi esprimono il cuore del messaggio cristiano della Pasqua: dentro la sofferenza resta sempre aperta la possibilità della speranza e la vita ha l’ultima parola sulla morte. 
L’opera è esposta presso Casa Bartimeo, segno concreto di carità e inclusione della Chiesa di Napoli.


venerdì 27 marzo 2026

Avviato l’iter canonico per il riconoscimento del martirio di Don Peppe Diana - Don Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli: Don Peppe, la beatitudine dell’irrequietezza


Mons. Angelo Spinillo ha dato l'atteso annuncio a Casal di Principe nel giorno del 32° anniversario dell'uccisione del sacerdote

Don Peppe Diana, la Diocesi di Aversa avvia l’iter canonico per il riconoscimento del martirio

Aversa, 19 marzo 2026

Un passo storico per la Chiesa aversana e per l’intero territorio campano. Questa mattina, durante la solenne celebrazione eucaristica tenutasi presso la Parrocchia di San Nicola di Bari a Casal di Principe in occasione del 32° anniversario dell’omicidio di don Peppe Diana, il Vescovo di Aversa, Mons. Angelo Spinillo, ha annunciato ufficialmente l’avvio del cammino che porterà all’apertura dell’inchiesta diocesana per il riconoscimento del martirio del sacerdote.

L’obiettivo dell’iter canonico è il riconoscimento del martirio in odium fidei. Come sottolineato durante l’annuncio, la figura di don Peppe Diana non deve essere relegata esclusivamente a quella di “eroe sociale”. Il suo impegno, la sua consapevolezza del pericolo e la sua ferma opposizione alla prevaricazione della camorra sono stati la diretta espressione della sua profonda vocazione sacerdotale. Don Diana è stato protagonista del riscatto del suo territorio proprio in virtù del suo essere ministro di Dio, compiendo un autentico atto di fede che lo ha portato fino al sacrificio supremo: una visione del martirio in piena sintonia con il magistero di Papa Francesco.

A differenza dei passati tentativi, che si erano limitati a raccogliere materiale attraverso una commissione storica, l’attuale inchiesta diocesana rappresenta un vero e proprio atto pubblico e ufficiale della Chiesa. L’avvio di questo cammino, infatti, si articola in alcuni passaggi precisi: lo scorso settembre, la Conferenza Episcopale Campana ha concesso il parere favorevole (Nulla Osta) sull’opportunità di avviare l’inchiesta sul martirio e sulla fama di martirio del sacerdote. In seguito, la Diocesi ha inoltrato formale richiesta al Dicastero delle Cause dei Santi.

Si resta ora in attesa del via libera definitivo da Roma prima della pubblicazione dell’Editto ufficiale. Verrà poi nominato un tribunale che – accompagnato dal Postulatore della causa, dott. Paolo Vilotta – procederà ad ascoltare le testimonianze viventi e ad acquisire le fonti documentali sulle virtù, la vita e il percorso di fede di don Peppe.

Attori della causa sono congiuntamente la Diocesi di Aversa e l’Associazione dei familiari e amici di don Peppe Diana. Questo percorso risponde a un’esigenza profonda dell’intera comunità, che da anni assiste a una continua crescita della “fama di santità” di don Peppe e che chiede a gran voce che questo iter giunga a compimento. Un legame speciale confermato anche dal Vescovo Spinillo, che proprio sulla tomba di don Diana volle recarsi all’inizio del suo mandato episcopale ad Aversa.

Oggi, quel seme caduto nella terra continua a germogliare, tracciando una via luminosa di fede, legalità e speranza.
(fonte: Diocesi di Aversa 19/03/2026)

********************

In occasione dell'avvio ufficiale del percorso per la beatificazione di don Peppe Diana pubblichiamo di seguito la bella e sempre attuale riflessione di don Mimmo Battaglia nel 28° anniversario del suo martirio. 

Don Peppe, la beatitudine dell’irrequietezza

Intervento dell’Arcivescovo di Napoli a Casal di Principe al Convegno in ricordo di don Peppe Diana



Don Peppe, la beatitudine dell’irrequietezza

“Quando ero ragazzo una suora diceva di me che io ero molto irrequieto ma attento e diligente… Solo ora capisco cosa voleva dire irrequieto: ricerca del perché della mia fede…. L’ansia di Dio mi attanagliava”.

Sono le parole con le quali don Peppe Diana raccontava se stesso alla fine del suo percorso di formazione in Seminario, e che Mons. Spinillo, vescovo di Aversa, tre anni fa ha riportato nella sua Lettera pastorale in occasione del venticinquesimo anniversario dell’omicidio.

Certo, sarei troppo riduttivo se dicessi che don Peppe sta tutto in queste parole, nello stesso tempo però penso sia altrettanto riduttivo affermare che uno come lui stia solo nel suo martirio.

Io penso che queste due dimensioni – l’irrequietezza e il martirio – siano inesorabilmente intrecciate fra di loro, l’una non può stare senza l’altra, l’una trova compimento nell’altra. Penso che se non ci fosse stata quella irrequietezza non ci sarebbe stato il martirio, e che il martirio è solo la tappa finale e la logica conseguenza dell’irrequietezza di don Peppe.

Mi piace pensare, infatti, che “irrequietezza” se etimologicamente significa “non trovare quiete”, in fondo non può non significare anche “non accettare la quiete”: non accettarla quando vedi che sei circondato dalle ingiustizie, non accettarla quando quiete è sinonimo di uno status quo che sta bene a tutti ma danneggia solo e sempre i più deboli, non accettarla quando quiete significa fare finta di nulla, non ascoltare il grido degli oppressi, chiudere gli occhi sulle fatiche di chi vive ai margini, e girarsi dall’altra parte.

Ecco perché penso che per don Peppe essere irrequieto significava semplicemente vivere il Vangelo e dire con tutto se stesso che Vangelo e quieto vivere sono agli antipodi, soprattutto in terre di frontiera e laddove la dignità umana è calpestata tutti i giorni.

Ora, forse, capisco cosa voleva dire quando affermava: “a me non importa sapere chi è Dio, a me importa sapere da che parte sta”. E lui lo aveva capito.

E così ha fatto la sua scelta, che si coniugava poi con le sue attività di tutti i giorni: darsi da fare per accogliere gli extracomunitari, come questi fratelli e queste sorelle venivano chiamati a quei tempi, condividere le ansie e le fatiche di quel pianeta giovanile per il quale aveva un’ascendenza particolare e che andavano dai ragazzi delle scuole agli inseparabili scout ma anche a quelli più in difficoltà e ai margini, raccogliere le confidenze di chi era vessato dalla prepotenza criminale, indignarsi dinanzi ai morti ammazzati – e in quegli anni se ne contavano tutti i giorni –, non nascondere la propria impotenza dinanzi alle giovani vittime senza riuscire a trovare le parole giuste per consolare il dolore di chi restava, partecipare senza mai un attimo di respiro ai tanti dibattiti nelle scuole, alle marce, alle manifestazioni sulla legalità e contro la camorra.

Un impegno quotidiano e instancabile che affondava le proprie radici proprio in quella sete di giustizia, in quella fame di diritti, in quella inquietudine esistenziale che don Peppe aveva pensato bene di sintetizzare in tre semplici parole: “ansia di Dio”!

Come si può non dire, allora, che il suo omicidio, la spogliazione cioè della sua vita per opera di mani criminali, sia stata solo il porto di approdo di un’altra spogliazione, quella quotidiana, esuberante, certo, fatta di una molteplicità di attività, ma spesso e il più delle volte silenziosa, anonima e nascosta! E come si può non convincersi che mentre i più chiamano martirio solo la tappa finale, e cioè quel conto salato che una volontà assassina ti presenterà per il tuo esserti schierato e per le tue scelte coraggiose, proprio quelle stesse scelte e quegli stessi percorsi finché sono rimasti nell’ombra, per te che li vivi, e per te soltanto, significano invece spesso “bocconi amari”, “incomprensioni”, “solitudini”, “ingratitudine”!

È quel coacervo di sentimenti che quel grande uomo di Dio che fu padre David Turoldo esprimeva con queste parole: “se vuoi liberare i poveri, non avrai una notte sicura e il giorno sarà come notte. Se ti metti dalla parte dei poveri ogni pezzo di pane può essere veleno”.

Io non lo so se don Peppe leggeva Turoldo e se pregava con le sue poesie, mi piace però immaginarlo nei momenti più difficili, seduto in fondo alla sua chiesa di San Nicola, dinanzi al suo tabernacolo, e abbandonarsi al suo Signore proprio con queste parole. E mi piace pensare che sarà stato proprio in uno di quei momenti che avrà appuntato su un pezzo di carta quella frase che poi ritroveremo nel famoso Documento di Natale del 1991: “coscienti che il nostro aiuto è nel nome del Signore, come credenti in Gesù Cristo il quale al finir della notte si ritirava sul monte a pregare, riaffermiamo il valore anticipatorio della preghiera che è la fonte della nostra speranza”.

Don Peppe, dunque, sul Golgota non ci è arrivato all’improvviso e neanche sbagliando strada; era quella la strada, l’aveva scelta lui giorno dopo giorno, curva dopo curva, percorrendola e inerpicandosi lungo i ripidi tornanti di quell’altro martirio, di quell’altra spogliazione, quella della quotidianità, laddove spariscono le sicurezze, per dirla con Turoldo, dove tutto è spesso incomprensibile, dove il giorno diventa notte e non poche volte ti tocca sorseggiare veleno goccia dopo goccia.

Come si fa a non pensare alle chiacchiere, al malessere e alle incomprensioni che pure avranno caratterizzato la sua vita di tutti i giorni e che derivavano dal suo prodigarsi per i migranti, dalle sue battaglie per la legalità, dalla sua esuberanza di giovane prete appassionato ed entusiasta? E non si può certo dimenticare il veleno sparso addirittura proprio mentre il suo sangue era ancora caldo sul pavimento della sua chiesa, con l’obiettivo non solo di macchiarne la memoria ma anche perché un’intera comunità non facesse mai più memoria.

E allora, io ne sono convinto: è lì, è in quell’irrequietezza che non gli permetteva sonni tranquilli solo al pensiero di quanto gli accadeva intorno, e che non lo faceva sentire in pace “finché non sorge come aurora la giustizia”, come dice Isaia, è in quella sua permanente “ansia di Dio” che lo attanagliava fino a togliergli il respiro, è lì che affonda le proprie radici il martirio di don Peppe Diana.

Oscar Romero, vescovo “irrequieto” dinanzi alle ingiustizie che subiva il suo popolo, vescovo che di martirio se ne intende, ucciso anche lui in chiesa, e che come ricorderete il giorno stesso del 19 marzo 1994 fu paragonato a don Peppe in quel manifesto con cui la Parrocchia di San Nicola decise di ribellarsi immediatamente alla violenza della camorra, affermava: “noi siamo disponibili, quando giungerà la nostra ora, a dire al Signore: Signore, io ero disposto a dare la vita per te e l’ho data. Perché dare la vita non significa soltanto essere uccisi. Dare la vita, avere lo spirito del martirio, è dare nel silenzio, nella preghiera, nel compimento onesto del dovere; è dare la vita a poco a poco, nel silenzio della vita quotidiana, come la dà la madre che senza timore, con la semplicità del martirio materno, dà alla luce, allatta, fa crescere e accudisce con affetto suo figlio”.

Don Peppe ha fatto proprio questo: ha dato la sua vita “poco a poco”, nella quotidianità, “nel compimento onesto del proprio dovere”, ed è quindi caduto per sempre sotto i colpi del killer semplicemente perché ha vissuto una beatitudine che seppure non è scritta nei Vangeli, a pensarci bene attraversa tutte le altre beatitudini facendo da architrave a tutte: la beatitudine dell’irrequietezza, e cioè dell’opposizione al male, della non accettazione della quiete complice, del rifiuto delle ingiustizie.

Tutti i martiri hanno vissuto questa beatitudine, ecco perché sono martiri: perché non hanno accettato quella quiete che tutto copre, tutto asseconda, su tutto tace, nulla vede, che si gira dall’altra parte, mette la testa sotto la sabbia. Chi non accetta questa quiete è come Mosè che nella quiete del deserto si sente interpellato da un roveto che arde senza mai consumarsi, e non importa se il roveto è fuori o è dentro di lui, ma non ce la fa proprio a far finta di niente, deve avvicinarsi, una risposta la deve pure dare. Chi non accetta questa quiete si sente inviato come Mosè a liberare il proprio popolo, ad affrontare i faraoni di turno, ieri come oggi, e dinanzi ad essi non riesce a stare in silenzio, chiama i problemi per nome, la camorra la chiama camorra e non esita a definirla “dittatura” e “terrorismo”. Come fece don Peppe.

Non nasce proprio da questa beatitudine, condivisa e vissuta insieme con gli altri parroci della Forania di Casale di Principe, quella lettera profetica di trent’anni fa: “Per amore del mio popolo non tacerò”? Non è il non accettare ogni forma di violenza che spoglia le persone di ogni dignità e ruba il futuro di tanti, questo amore che ti obbliga a non tacere? E quel sentirsi senza fiato dinanzi alla violenza che deturpa il volto di un’intera comunità non è forse quell’“ansia di Dio che ti attanaglia”, a cui faceva riferimento proprio don Peppe?

Ricordare oggi don Peppe Diana e ricordare quel grido profetico del Natale del 1991 penso significhi prima di tutto ereditare quell’ansia e farsi attanagliare da quella stessa preoccupazione che portò lui e gli altri preti a scrivere quel memorabile Documento.

“Siamo preoccupati”, iniziava così, in questo modo scarno e franco. Preoccupazione è segno di attenzione e di condivisione, è l’opposto di indifferenza e di superficialità, ma soprattutto è segno di non accettazione delle cose che non vanno e quindi di partecipazione alle fatiche e alle sofferenze di chi ti sta intorno, che dunque metti in cima ai tuoi pensieri. Appunto, etimologicamente, li metti “prima di ogni altra occupazione”. Un percorso di liberazione inizia sempre da qui, dalla capacità di dare priorità alle situazioni alle quali nessuno da retta, dalla capacità di guardare la realtà in profondità, di avere occhi per tutti e per ciascuno, e soprattutto per i più oppressi e i più deboli, e di farsi interpellare dalle domande scomode e spesso senza risposte.

Se non ti preoccupi non potrai mai renderti conto del dolore che ti cammina affianco, semplicemente perché non lo vedi, e così non potrai mai sperimentare la tua impotenza dinanzi a quelle lacrime, a quel sangue, a quella violenza.

Ed invece mai come oggi noi abbiamo bisogno di una Chiesa che si “preoccupi” perché questa è l’unica condizione che ci permette di scorgere il dolore e di guardarlo in faccia, e non importa se dinanzi ad esso sperimentiamo la nostra impotenza, come scrivevano quei preti in quel Documento, ma è proprio l’impotenza che ci rende davvero e fino in fondo compagni di strada di tanta umanità dolente e sofferente.

“Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra”.

Non è così anche oggi? Le nostre meravigliose comunità non sono attraversate anche oggi spesso da una violenza senza spiegazioni e senza senso? E non assistiamo anche noi purtroppo impotenti alle manifestazioni cruenti di una camorra sempre più negazione di ogni dignità umana?

Io quella dichiarazione di impotenza di quel Documento non la leggo come una forma di resa dinanzi agli artigli del mostro, ma piuttosto come l’ennesima denuncia di un non senso al quale mai nessuno potrà restituire una risposta. Perché risposta non c’è e perché la violenza, e la violenza camorrista non ha e non ha mai avuto un senso!

Però ci vedo una chiamata alla responsabilità.

“Come battezzati in Cristo, – scrivevano i parroci – come Pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere segno di contraddizione”. È questa la sfida, e da questa sfida in modo particolare come Chiesa, “come battezzati in Cristo”, non possiamo tirarci indietro.

In questo tragico teatro del non senso che è la violenza e la cultura camorrista siamo chiamati a porci come “segno di contraddizione”, “irrequieti” direbbe don Peppe.

E lasciatemi aggiungere: “fuori luogo” quando nel luogo in cui viviamo tendono a prevalere “corruzione, lungaggini e favoritismi”, “fuori luogo” quando nel luogo in cui ci muoviamo assistiamo continuamente a “schiere di giovani emarginati” e “laboratori di violenza” a cielo aperto; insomma, perennemente in contraddizione rispetto alla quiete a cui tende la camorra cercando di diventare – come si denunciava nel Documento – “componente endemica nella società campana”.

Parole profetiche, che già trent’anni fa ci dicevano che è proprio questo il pericolo da cui guardarsi, soprattutto oggi: una camorra che da pandemia si trasforma in endemia finendo col farsi accettare come componente normale della nostra società!

Una chiamata alla responsabilità oggi per tutta la Chiesa, dunque.

Ma se responsabilità significa sentirsi “attanagliati dall’ansia di Dio” come diceva don Peppe – e non può che significare questo – allora vale anche per noi Chiesa campana oggi, quello che quei nostri confratelli coraggiosamente scrivevano nel 1991, e cioè sentirci chiamati a “un’azione più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una ministerialità di liberazione, di promozione umana e di servizio”.

Insomma, una Chiesa “ospedale di campo”, direbbe Papa Francesco.

Don Peppe non ha avuto la fortuna di conoscerlo ma sono certo che nel marzo del 2013 all’indomani della Messa Crismale celebrata dal neo eletto Papa a San Giovanni in Laterano avrebbe tappezzato la sua chiesa e l’intero suo quartiere di migliaia e migliaia di manifestini per far arrivare a tutti le parole di Bergoglio durante quell’omelia: “bisogna uscire a sperimentare la nostra azione, il suo potere e la sua efficacia redentrice: nelle periferie dove c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni”.

Io non so cosa si dissero in quei giorni quei preti coraggiosi quando si convocarono per scrivere quel Documento, ma sono convinto che oggi in queste parole di Papa Francesco avrebbero trovato la consacrazione definitiva al manifesto che stavano per scrivere.

E nello stesso tempo sono convinto che se quel documento fosse stato redatto oggi, quando quei preti scrivevano che “Dio ci chiama ad essere profeti”, e poi rivolgendosi ai propri confratelli li invitavano a “parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa”, non avrebbero esitato neanche un attimo ad aggiungere le parole ancora di Papa Francesco pronunciate alla solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo del 2020: “oggi abbiamo bisogno di profezia, ma di profezia vera: non di parolai che promettono l’impossibile, ma di testimonianze che il Vangelo è possibile. Servono vite che manifestano il miracolo dell’amore di Dio. Non potenza, ma coerenza. Non parole, ma preghiera. Non proclami, ma servizio. Tu vuoi una Chiesa profetica? Incomincia a servire e stai zitto. Non teoria, ma testimonianza”.

Oggi, come Chiesa della Campania non possiamo non sentire rivolte a noi queste forti parole così come non possiamo non sentire rivolto a noi l’Appello con il quale si chiudeva il Documento del 1991: “alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili”.

Non è consistito forse in questa incessante opera di coscientizzazione il lavoro quotidiano di don Peppe Diana?

Io penso che per noi – e non solo come Chiesa ma come comunità civile nella sua interezza – ricordare e fare memoria di questo prete martire deve significare sentirci sempre inadeguati dinanzi a qualunque contesto ci privi di speranza e ruba il sorriso ai nostri figli; deve significare non accettare mai quel quieto vivere che spesso è frutto di omertà, superficialità, semplificazioni, indifferenza; deve significare continuare a scrivere la storia sullo spartito delle Beatitudini ma deve soprattutto significare sentire rivolte a noi quelle stesse parole che di certo don Peppe nel suo dialogo intimo con il Padreterno sentiva ogni giorno risuonare nel profondo del proprio animo: “beato te irrequieto, perché Dio è dalla tua parte”.

† don Mimmo Battaglia

(fonte: Chiesa di Napoli 16/03/2022)


lunedì 9 marzo 2026

“LETTERA AI MERCANTI DELLA MORTE” Don Mimmo Battaglia scrive ai responsabili della nuova spirale di violenza che avvolge l'umanità

“LETTERA AI MERCANTI DELLA MORTE”

Don Mimmo Battaglia scrive ai responsabili della nuova spirale di violenza che avvolge l'umanità



“Ai mercanti della morte,
a voi che fate affari con il sangue degli uomini,
a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli,
a voi che chiamate “strategia” ciò che il Vangelo chiama scandalo,
rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita.

Vi scrivo da questa terra che trema.
Trema sotto i passi dei poveri,
sotto il pianto dei bambini,
sotto il silenzio degli innocenti,
sotto il rumore feroce delle armi che avete costruito, venduto, benedetto dal vostro cinismo.
Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino.
Quel linguaggio antico e terribile che domanda:
“Sono forse io il custode di mio fratello?”
E invece sì, lo siamo.
Lo siamo tutti.
E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla
ferita del fratello.

Ci sono notti, in questo tempo, in cui l’umanità sembra smarrirsi.
Notti lunghe, dove il cielo non consola e la terra restituisce soltanto macerie.
Eppure proprio lì, nel cuore della notte, il Vangelo continua a ostinarsi.
Continua a dire che nessun uomo è nato per essere bersaglio.
Che nessun bambino ha il destino della polvere.
Che nessuna madre deve imparare a riconoscere il figlio da un brandello di stoffa.
Che la pace non è una debolezza da deridere, ma la forma più alta della forza.
Voi fate il contrario del pane.
Il pane si spezza per sfamare.
Le armi spezzano i corpi per affamare il futuro.
Il pane mette gli uomini a tavola.
Le armi scavano fosse, svuotano case, allungano tavole senza commensali.
Il pane ha il profumo delle mani.
Le armi hanno l’odore freddo dei bilanci.
E ditemi: come fate?
Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta?
Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato?
Come fate a chiamare “mercato” ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile:
peccato?

Non vi parlo da giudice.
Non ho tribunali da aprire.
Vi parlo da uomo e da pastore.
Da credente ferito dalla ferocia dei tempi.
Da vescovo che sente nelle viscere il grido di Cristo ancora crocifisso nei popoli umiliati, nelle città
devastate, nei corpi senza nome che il mare restituisce e la guerra nasconde.
Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe.
Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore.
Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli.
Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una
lingua per raccontare il dolore.

E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce come passarono un giorno i soldati, spartendovi le vesti del condannato.
Solo che oggi non tirate a sorte una tunica:
tirate a sorte interi popoli.
Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati.
E intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, chiamate sicurezza la minaccia permanente.
Ma non c’è sicurezza dove si semina morte.
Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto.
Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti.
E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile.


Il Vangelo, invece, non tratta.
Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione.
Il Vangelo non si abitua ai morti.
Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il commento stanco di un notiziario.
Il Vangelo mette un bambino al centro.
Sempre.
E quando un bambino è al centro, tutte le vostre ragioni crollano.
Crollano le dottrine militari, le alleanze opportunistiche, le giustificazioni geopolitiche, i linguaggi tecnici con cui nascondete la vergogna.
Perché davanti a un bambino ucciso non esiste più destra o sinistra, oriente o occidente, amico o nemico:
esiste solo l’abisso.
Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi.
Vi chiedo di convertirvi.
Sì, convertirvi.
Parola antica, parola scandalosa, parola necessaria.
Convertirsi significa smettere di pensare che tutto abbia un prezzo.
Significa riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana.
Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia.
Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini.


Abbiate un sussulto.
Uno solo, ma vero.
Lasciate che vi raggiunga il pianto che avete tenuto fuori dalle vostre stanze.
Lasciate entrare il nome dei morti nei vostri consigli di amministrazione.
Lasciate che una madre vi venga a disturbare i conti.
Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete.
Perché non c’è pace senza disarmo del cuore,
e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto.
La guerra non comincia quando cade la prima bomba.
Comincia molto prima:
quando il fratello diventa un ostacolo,
quando il povero diventa irrilevante,
quando la compassione viene giudicata ingenua,
quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla.
Eppure io non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione.
Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada.
Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate.
Anche per voi c’è una possibilità di riscatto.
Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua.
Ma dovete scendere.
Scendere dai piedistalli del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene progettata senza odore e senza volto.


Dovete tornare uomini.
Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari: uomini.
Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità.
Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione.
In cui il ferro non diventerà proiettile ma aratro,
in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa ma a custodire la vita,
in cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere.
Sogno il giorno in cui la parola “profitto” non farà più rima con “funerale”.
E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità.
Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi.
L’unica vera follia è pensare che si possa continuare a incendiare il mondo senza bruciare con esso.
L’unico realismo possibile, ormai, è la pace.
Per questo vi affido una domanda che non vi lascerà in pace, spero:
quanto sangue vi basta?
Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con
merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio?
Fermatevi.
Prima che sia troppo tardi per i popoli.
Prima che sia troppo tardi per voi.
Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte,
che non umilia ma chiama per nome.
Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire:
“Beati gli operatori di pace.”


Non i calcolatori di guerra.
Non i garanti dell’equilibrio armato.
Non i venditori di paura.
Gli operatori di pace.
Il mondo ha bisogno di mani che rialzino, non di mani che armino.
Ha bisogno di coscienze sveglie, non di profitti ciechi.
Ha bisogno di profeti, non di mercanti.
E noi, Chiesa del Vangelo, non taceremo.
Non per ideologia, ma per fedeltà.
Non per ingenuità, ma per obbedienza a Cristo.
Non perché ignoriamo la complessità della storia, ma perché conosciamo il valore infinito di ogni vita.
A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica:
restituite il futuro.
Restituite il respiro.
Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra.
Restituitevi alla vostra umanità.
La pace vi giudicherà.
Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi.
Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani.”

† don Mimmo Card. Battaglia
(fonte: Chiesa di Napoli 08/03/2026)

giovedì 5 marzo 2026

“UNA CAREZZA E UNA LACRIMA” Messaggio di Don Mimmo Battaglia per il piccolo Domenico

UNA CAREZZA E UNA LACRIMA” 
Messaggio di Don Mimmo Battaglia
per il piccolo Domenico



     “I bambini piccoli dormono con i pugni chiusi. Come se stringessero qualcosa di prezioso che nessuno deve portar loro via. Domenico aveva due anni. Ha stretto così la vita, con quella stessa ostinazione tenace e silenziosa, per due mesi interi, circondato dall’amore dei suoi genitori. Poi i pugni si sono aperti. E Domenico è andato.
         Quei pugni chiusi sono un Vangelo che nessun discorso riesce a scrivere. Dicono che la vita – ogni vita,anche la più piccola, anche quella che il mondo fatica a guardare negli occhi – vale la pena di essere difesa fino in fondo. Non è una scelta ideologica: è qualcosa di più antico, di più profondo, che viene da prima di noi, da Qualcuno che ci ha voluti a sua immagine, ha benedetto ogni esistenza con la carezza che si riserva ai figli amati, desiderati, nella cui somiglianza ci si rispecchia. Secondo me Domenico sapeva di assomigliare a Dio, con quel sapere muto e assoluto dei bambini. Lo hanno saputo anche i suoi genitori, che non hanno mai smesso di lottare accanto a lui. Lo ha saputo il personale della terapia intensiva: ognigesto, una preghiera silenziosa; ogni presenza al capezzale, un atto d’amore verso una vita piccola e sacra.
           Eppure c’è un momento – e chi ha attraversato certe stanze di ospedale lo riconosce, lo porta dentro di sé anche quando non riesce a nominarlo – in cui l’amore cambia forma. In cui custodire la vita non significa più prolungarla a ogni costo, ma accompagnarla con un’altra qualità di cura: più silenziosa, più intima, più simile al tenere per mano che al combattere. È il momento in cui i genitori del piccolo Domenico hanno compreso che non andava più trattenuto, ma accompagnato.
              Non una resa, non un abbandono, ma una decisione maturata nel silenzio, tra lacrime e lucidità. A volte tra notizie contrastanti ed emozioni confuse. La scelta di accogliere ciò che stava accadendo, senza più forzare il tempo, senza pretendere risposte diverse da quelle che la realtà stava consegnando. Restare accanto non per trattenere, ma per accompagnare: con lucidità, con tenerezza, con un amore capace di affidarsi.
          Patrizia, sua madre, lo diceva con una semplicità disarmante: in quella casa verso cui stava andando, suo figlio aveva un nuovo compito, diventare un angelo. È un linguaggio che nasce dalla fede, certo, ma anche dal bisogno profondo di dare un senso a un passaggio così grande, di continuare a sentirlo dentro una storia che non finisce, ma cambia forma.
             Riconoscere quel momento non è una sconfitta. È forse il gesto d’amore più difficile e più vero che esista: quello che si fa piccolo, che si consegna, che rinuncia a sé stesso per il bene dell’altro, anche quando l’altro è così piccolo da non potertelo chiedere a parole.
           Nelle ultime due settimane sono tornato più volte in ospedale. Camminavo lungo quei corridoi con le mani vuote, niente, se non la mia presenza. A volte è l’unica cosa che si può offrire. E forse è anche la più necessaria. Ho stretto quelle mani segnate dall’attesa. Ho pregato con loro nel silenzio: con quella preghiera che non chiede spiegazioni, che non negozia, che semplicemente si consegna.
C’è qualcosa che porto nell’anima e stento a descrivere. Ogni volta che accarezzavo la sua manina,
           Domenico, anche nel silenzio del coma, versava una lacrima. Una sola. Trattenuta a fatica, come un segreto che il corpo non riesce a custodire. Come se quella carezza raggiungesse un luogo che nessun farmaco sa addormentare davvero: quel centro ultimo dove la persona, tutta intera, non smette mai di amare e di essere amata. Era la sua voce. Era il suo “ci sono”. E in quella lacrima c’era più presenza che in mille parole dette ad alta voce. C’era una soglia attraversata, un filo sottilissimo tra due mondi che non si spezza, ma vibra. Io lo sentivo. Non con le orecchie, ma con qualcosa di più antico: con quella parte di noi che riconosce l’altro anche quando l’altro non può rispondere.
          Una carezza e una lacrima: un alfabeto fatto di pelle, di silenzi, di attesa, di acqua pura. Non sapevo se mi sentisse. Non sapevo dove fosse la sua coscienza in quel mare immobile. Ma sapevo che qualcosa arrivava. Perché il corpo non mente quando l’anima viene toccata. Una lacrima sola. Mai un pianto. Mai uno scatto. Solo quel segno leggero, come un “sì” sussurrato. E allora ho compreso che l’amore non ha bisogno di condizioni favorevoli per esistere. Non ha bisogno di risposte articolate, di occhi aperti, di parole coerenti. L’amore resta anche quando tutto sembra sospeso.
Resta come brace sotto la cenere. Resta come un battito ostinato.
           Forse la medicina misura i parametri, i riflessi, le reazioni. Ma c’è un luogo che non si lascia monitorare: quello in cui la persona è ancora relazione, ancora legame, ancora storia. Lì, Domenico non era un corpo in coma. Era un figlio. Il figlio di Patrizia e Antonio. Era mio, nostro figlio. E io, accarezzando quella manina, sentivo che non stavo solo consolando lui. Stavo imparando qualcosa sull’essere umano. Che c’è un nucleo inviolabile che non si spegne facilmente. Che la coscienza forse si assottiglia, ma la relazione resta come un’impronta indelebile.
           Quella lacrima mi ha insegnato più di molti libri. Mi ha insegnato che la persona non coincide mai del tutto con la sua condizione clinica. Che anche nell’ombra più fitta c’è un varco. Un passaggio minuscolo attraverso cui l’amore continua a circolare.
           Ed è in quella stanza che ho percepito come certe parole del Vangelo tornano a pesare come pietre. La compassione, non la parola, ma la realtà viva che porta dentro: patire con, farsi carico del dolore dell’altro senza cercarne l’uscita, senza proteggersi. Ho pregato per Domenico. L’ho fatto nell’unico modo in cui si riesce a pregare davanti a certi misteri: col silenzio, con la presenza, con quella fede nuda che non argomenta e non pretende, ma si consegna. Perché la preghiera non è convincere Dio a stare dalla nostra parte. È scoprire, con stupore, che ci stava già, prima ancora che aprissimo la bocca, prima ancora che trovassimo le parole. Pregare era custodire Domenico dentro quella luce, non perché la luce potesse cambiare il decorso di una tragedia, ma perché nessuna vita, nemmeno quella che la medicina non riesce a salvare, rimane fuori dall’abbraccio di Dio.
               Viviamo in un tempo che ha paura del limite. Lo combatte, lo nega, lo aggira con accanimento. Come se ammettere che c’è qualcosa di fronte a cui non possiamo nulla fosse una sconfitta. Ma il limite non è ilcontrario della vita: ne è la forma. La misura sacra entro cui ogni cosa riceve un nome, un volto, un peso.E imparare ad abitarlo – senza rassegnarsi, senza arrendersi, ma anche senza la pretesa di essere noi l’ultima parola su tutto – è forse il gesto più umano e più cristiano che esista.
         Eppure la morte di un bambino è un abisso. Non c’è altra parola. Non c’è teologia che la addomestichi, non c’è spiegazione che la renda accettabile, non c’è discorso che chiuda quella ferita. La morte innocente, quella che urla verso il cielo come il grido di Giobbe, come il pianto di tutte le madri del mondo, è il punto in cui la fede smette di essere un sistema e diventa o un abbandono o una resa.
Io scelgo l’abbandono. Non la resa. L’abbandono fiducioso di chi sa che al centro del Vangelo c’è un Dio che al dolore del mondo non ha risposto con una spiegazione, ma con una presenza: un Figlio sceso fino al grido del Venerdì Santo, per dirci che anche nell’abisso, soprattutto nell’abisso, c’è Qualcuno che ci aspetta con le mani aperte.
              Oggi gli diciamo addio. Due anni: pochi, al conto del mondo. Ma interi, pienissimi. Ha ricevuto amore, tanto amore. Lo ha restituito, come sanno fare soltanto i bambini: semplicemente essendo lì, semplicemente esistendo. La sua vita breve non era una vita incompiuta: era intera. E adesso è Oltre, in quella pienezza che noi intravediamo solo di sbieco, solo per lampi, nei momenti rari in cui la realtà si fa così sottile da lasciar passare qualcosa dall’altra parte.
         I bambini piccoli dormono con i pugni chiusi. È un gesto antico, istintivo, come se volessero trattenere il mondo, come se temessero che qualcosa possa sfuggire. Domenico adesso ha le mani aperte. Non stringe più nulla. Non trattiene. Non difende. Le sue dita sono distese come chi ha smesso di opporsi e ha scelto, senza parole, di affidare. E da quelle mani aperte c’è qualcosa che ci è stato consegnato: una lacrima. Una sola. Non un grido. Non una richiesta. Una lacrima come eredità.
           Allora la domanda resta sospesa tra noi, più esigente di qualunque risposta: sappiamo custodire ciò che ci è stato affidato? Sappiamo custodire i più fragili, quando non possono difendersi, quando non possono spiegarsi, quando l’unico linguaggio che resta è una vibrazione impercettibile? Le mani aperte di Domenico non chiedono spiegazioni. Chiedono coscienza, delicatezza, un amore capace di non voltarsi dall’altra parte.
            Forse i bambini chiudono i pugni perché la vita è ancora tutta da afferrare. Forse le mani aperte, invece, sono il segno di chi ha già consegnato tutto. Saremo capaci di accogliere la consegna di Domenico senza lasciarla cadere? Perché in quella consegna, in quella lacrima c’è un mandato. C’è la responsabilità di diventare custodi. E se sapremo farlo – con tenerezza, con rispetto, con fedeltà – allora quella lacrima non sarà stata solo un segno. Ma il sogno del piccolo Domenico: quello di un mondo capace di custodire i bambini, di accompagnare il dolore, di ritrovare senso anche nei momenti più bui. Senza aver bisogno di molte parole.
             Affidandosi a un alfabeto silenzioso. Quello di una carezza e di una lacrima.”

+ don Mimmo Card. Battaglia
Arcivescovo Metropolita di Napoli
(Fonte: sito della diocesi)

giovedì 5 febbraio 2026

Don Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli: VORREI UNA PACE


VORREI UNA PACE

Le parole di Don Mimmo Battaglia al Premio "Pellegrini di Pace" consegnato allo scrittore David Grossman


“David, benvenuto.

Benvenuto a Napoli, che è una città strana: ti abbraccia e, mentre ti abbraccia, ti chiede dove ti fa male. Ti offre un caffè e, insieme, ti mostra le mani: mani che hanno lavorato, mani che hanno pregato, mani che hanno perso qualcuno. Napoli è così: non sa parlare senza mettere dentro la carne.

E allora io, stasera, non voglio fare un discorso. Voglio fare una domanda. Anzi: una richiesta. Una richiesta semplice, quasi infantile. Di quelle che ti escono senza diplomazia, senza strategia, senza “vediamo”, senza “forse”. Una richiesta che assomiglia a una preghiera e a una testardaggine.

Vorrei una pace.

Non “la pace” come parola grande, lucida, scolpita nei documenti.
Vorrei una pace che si possa toccare.
Una pace con le ginocchia sbucciate, come i bambini che giocano nei vicoli.
Una pace che sa di pane e di sale, che si impasta ogni giorno, che non arriva già pronta.

Vorrei una pace che non sia una tregua stanca.
Vorrei una pace che non sia solo un intervallo tra due colpi.
Vorrei una pace che non abbia bisogno di spiegarsi troppo, perché la riconosci dal rumore: quando arriva la pace, cambia il suono del mondo.

David, tu vieni da una città che ha il nome di una promessa e di una ferita. E noi, qui, in questa città di mare, sappiamo bene che le promesse e le ferite viaggiano sulle stesse strade. Anche le nostre strade, a Napoli, sono piene di promesse e di ferite. Non c’è contraddizione: è la stessa cosa. È la stessa vita.

E forse è per questo che oggi, mentre le guerre si prendono la scena come cattive attrici che non sanno uscire dal palco, io sento il bisogno di dire una cosa molto piccola, ma molto seria:

Vorrei una pace che non mi faccia vergognare di essere umano.

Perché oggi, diciamolo, a volte ci vergogniamo.
Ci vergogniamo di quello che guardiamo e non riusciamo a fermare.
Ci vergogniamo di quanto ci abituiamo.
Ci vergogniamo del modo in cui scorriamo le notizie con il pollice, come se fossero meteore e non persone.

E non è colpa del pollice. È colpa della stanchezza dell’anima.

C’è un punto, sapete, in cui il male diventa “normale”.
È il punto più pericoloso.
Non è quando esplode una bomba: quello è orrore, e lo riconosci.
Il punto più pericoloso è quando l’orrore diventa una rubrica. Quando lo chiami “scenario”. Quando lo sistemi in una categoria.

E allora io stasera vorrei fare una cosa diversa: vorrei chiamare le cose con il nome che hanno nel cuore di chi le subisce.

In Terra Santa — dove ogni pietra sa pregare, e ogni strada sa piangere — ci sono famiglie che non riescono più a distinguere il giorno dalla notte: perché la notte non finisce, e il giorno non comincia. Ci sono bambini che imparano prima il linguaggio del rifugio che quello del gioco. Ci sono madri che contano: contano minuti, contano medicine, contano assenze. E intanto la terra, che dovrebbe essere un giardino, diventa un campo di macerie. Un luogo dove perfino il silenzio ha paura.

In Ucraina, nel cuore dell’Europa, c’è una guerra che è diventata lunga, e proprio per questo rischia di diventare “abitudine”. Ma non c’è niente di abituale in una casa sventrata. Non c’è niente di normale in un inverno senza riscaldamento, in un ospedale che trema, in un padre che saluta un figlio sapendo che potrebbe essere l’ultima volta. Non c’è niente di “strategico” nel pianto di chi scappa.

E poi ci sono le guerre che non entrano quasi mai nei nostri salotti. Quelle che non fanno il giro dei talk-show. Quelle che non hanno il titolo giusto per restare in prima pagina.

Ci sono terre dove la violenza è come polvere: ti entra dappertutto. Nel Sahel, in Sudan, nell’est del Congo, nello Yemen, in Myanmar, ad Haiti… luoghi dove la vita è presa in ostaggio dalla fame, dalle armi, dal caos, dalle bande, dagli interessi che cambiano nome ma non cambiano voracità. E noi, spesso, non sappiamo nemmeno pronunciarli bene, questi nomi. Eppure sono nomi scritti sulla pelle di milioni di persone.

Allora io mi chiedo: che cosa ci sta succedendo?

Ci sta succedendo che abbiamo imparato a convivere con l’inaccettabile.

E sapete qual è la bugia più grande che ci raccontiamo?
Che la pace è “complicata”.

Sì, certo: la pace è difficile.

Ma non è “complicata” nel senso in cui lo diciamo per rimandare.
Non è complicata come un modulo da compilare.
Non è complicata come un algoritmo.

La pace è difficile perché è esigente.
Perché ti chiede di cambiare postura.
Perché ti chiede di toglierti dal centro.
Perché ti chiede di guardare l’altro non come un problema, ma come un volto.

E qui, io lo dico da uomo di Chiesa, da pastore: noi possiamo pregare quanto vogliamo — e dobbiamo pregare — ma se la preghiera non ci cambia le mani, diventa un rito senza carne. Una bella cornice senza quadro.

Gesù non ha detto: “Beati quelli che parlano di pace.”
Ha detto: “Beati gli operatori di pace.”
Operai. Artigiani. Gente che si sporca.

Vorrei una pace che abbia il coraggio di essere concreta.

Una pace che comincia quando smettiamo di chiamare “inevitabile” ciò che è frutto di scelte.
Una pace che comincia quando smettiamo di dire “non posso farci niente” e iniziamo a dire “io da qui posso fare qualcosa”.

Perché la pace non è un sentimento.
È un lavoro.

E come tutti i lavori veri, costa.
Costa orgoglio.
Costa vendetta.
Costa la tentazione di avere ragione.

La pace costa persino una cosa che amiamo molto: le nostre semplificazioni.

Noi siamo diventati bravissimi a ridurre il mondo a una partita tra buoni e cattivi. Così ci sentiamo al sicuro. Così possiamo tifare. Così possiamo dormire. Ma la realtà — quella vera — non si lascia ridurre senza gridare.

La pace, invece, ti obbliga a stare nella complessità senza diventare cinico. Ti obbliga a guardare il dolore senza trasformarlo in spettacolo. Ti obbliga a non smettere di credere che ogni vita è sacra, anche quando la propaganda ti sussurra il contrario.

David, tu sai che le parole possono salvare e possono uccidere.

Le parole sono strane: non hanno sangue, eppure feriscono. Non hanno mani, eppure spingono. Non hanno piedi, eppure mettono in marcia gli eserciti o fermano un bambino che scappa.

Io vorrei una pace che cominci da qui: dal modo in cui parliamo.

Vorrei una pace che disinneschi le parole che incendiano.
Vorrei una pace che restituisca dignità ai nomi.
Vorrei una pace che non trasformi le persone in numeri, e i numeri in alibi.

C’è un momento, in ogni guerra, in cui qualcuno decide che l’altro non è più “una persona”, ma “un bersaglio”. E quando fai questo, hai già perso l’anima, anche se vinci la battaglia.

Ecco perché io stasera sono felice che qui ci sia uno scrittore. Perché uno scrittore — quando è vero — è uno che resiste a questa trasformazione. Resiste al linguaggio che disumanizza. Resiste alla pigrizia delle frasi fatte. Resiste al sonno della coscienza.

Uno scrittore, quando è fedele alla propria vocazione, è un custode del volto. Un guardiano del dettaglio umano. Un testimone che dice: “Non vi permetto di dimenticare che qui c’era una madre. Che qui c’era un figlio. Che qui c’era una casa.”

Napoli e Gerusalemme — lasciatemi dire questo — hanno in comune una cosa: sono città che non stanno mai “zitte” davvero. Sono città che discutono con Dio. Città che litigano con la storia. Città che si portano addosso secoli come cicatrici e come gioielli.

E poi c’è il mare.
Questo mare, il Mediterraneo.

Noi lo chiamiamo mare “in mezzo alle terre”, come se fosse solo geografia. Ma il Mediterraneo è una memoria liquida. È una strada antica. È un tavolo apparecchiato per popoli diversi. E quando il Mediterraneo diventa un confine di morte, quando diventa una fossa comune, capite che non è solo un problema di migrazioni. È una ferita spirituale.

Perché vuol dire che abbiamo trasformato una strada in una barriera.
Che abbiamo trasformato l’incontro in paura.
Che abbiamo trasformato la fraternità in sospetto.

Vorrei una pace che ricominci da questo mare: che lo restituisca alla sua vocazione di ponte, non di muro.

E adesso vi racconto una piccola cosa. Una cosa da vicolo. Da città.

Qualche tempo fa ho visto un ragazzino, in un cortile, che giocava con una barchetta di plastica in una pozzanghera. Era una pozzanghera sporca, di quelle che ti fanno dire: “Ma come si fa?” E lui niente: aveva preso quella pozzanghera e ci aveva messo dentro un mare. Aveva messo dentro un viaggio. Aveva messo dentro una speranza.

E mi sono detto: la pace, forse, comincia così.
Con qualcuno che non accetta che l’unica acqua possibile sia quella sporca.
Con qualcuno che inventa il mare dove gli altri vedono solo fango.

La pace è immaginazione.

Non immaginazione come fuga dalla realtà, ma immaginazione come capacità di vedere un’alternativa. Di vedere un dopo. Di vedere un “diverso”.

Se non riusciamo più a immaginare la pace, non la costruiremo mai.
Se la pace non abita la nostra mente, non abiterà le nostre città.

Ma attenzione: immaginare non basta.

Vorrei una pace che abbia anche coraggio.

Perché la pace ha bisogno di persone coraggiose. Non di persone perfette: di persone coraggiose.

Coraggio di dire “basta” quando conviene dire “vediamo”.
Coraggio di chiamare il male con il suo nome, anche quando il male è travestito da necessità.
Coraggio di proteggere i civili, sempre, ovunque, senza eccezioni emotive.
Coraggio di difendere i bambini, che non sono “futuro”: sono presente, sono carne di Dio oggi.

Vorrei una pace che abbia il coraggio di chiamare per nome anche le grandi responsabilità. E allora lo dico senza giri di parole: vorrei una pace che interroghi gli Stati Uniti d’America.

Perché quando si è la potenza più influente del pianeta, quando si decide il flusso delle armi, il linguaggio delle alleanze, il tempo della guerra e quello della tregua, non si è spettatori.

Si è parte in causa. E non basta dire: difendiamo la sicurezza. Non basta dire: è complicato.

Non basta dire: non c’erano alternative.

Le alternative cominciano sempre dai bambini.

Io vorrei una pace che dica chiaramente che nessuna alleanza, nessuna strategia globale, nessun interesse geopolitico può valere la vita di un bambino.

Nessuno.

Perché oggi, sotto le bombe, ci sono bambini che non sanno più che suono ha il silenzio.

Bambini che non distinguono il giorno dalla notte.

Bambini che imparano a riconoscere i droni prima delle stelle.

Bambini che non giocano più a nascondino, ma a sopravvivere.

E ogni bambino ferito, mutilato, sepolto sotto le macerie non è un errore di calcolo.

È una scelta che qualcuno, da qualche parte, ha accettato come prezzo.

Io vorrei una pace che abbia il coraggio di dire che questo prezzo è moralmente inaccettabile.

Sempre. Ovunque.

Vorrei una pace che abbia il coraggio di chiedere ai potenti: “Che cosa state facendo delle vite?”

E vorrei una pace che chieda anche a noi, qui, seduti: “Che cosa stai facendo del tuo sguardo? Lo stai tenendo aperto o lo stai chiudendo?”

C’è un’altra cosa che mi sta a cuore, e che sento molto “nostra”, molto da Chiesa, molto da pastori e da popolo:

Vorrei una pace che sappia piangere.

Sembra strano, lo so. Ma il pianto è una lingua.
E quando un popolo non sa più piangere, diventa pericoloso.
Quando una coscienza non sa più piangere, si indurisce.

Noi abbiamo bisogno di lacrime che non siano teatro, ma compassione.
Abbiamo bisogno di lacrime che ci impediscano di parlare di guerra come se fosse un argomento.

Vorrei una pace che nasca da occhi che non hanno paura di vedere.

E sapete perché? Perché la compassione è una forza politica, oltre che spirituale. La compassione ti obbliga a fare spazio. Ti obbliga a riconoscere un diritto nell’altro. Ti impedisce di essere indifferente.

Indifferenza: ecco la parola che mi fa più paura.
Perché l’indifferenza è il fertilizzante di tutte le guerre.

Vorrei una pace che sia anche giustizia.

Perché la pace senza giustizia è un trucco. È un silenzio imposto. È una coperta tirata sopra la ferita senza disinfettarla.

Giustizia vuol dire tante cose. Vuol dire verità. Vuol dire responsabilità. Vuol dire che chi ha subito non viene dimenticato. Vuol dire che le case non restano macerie per decenni mentre il mondo si distrae. Vuol dire che i corridoi umanitari non sono un’elemosina, ma un dovere. Vuol dire che la dignità non è negoziabile.

E giustizia vuol dire anche una cosa che ci riguarda: il commercio delle armi. La fame di profitto. Le economie che si alimentano di conflitto. Le parole “interesse nazionale” che, a volte, diventano una scusa elegante per dire: “Non mi importa.”

Vorrei una pace che abbia il coraggio di guardare in faccia anche queste complicità.

E poi vorrei una pace che abbia una spiritualità.

Non nel senso di “religiosità”, ma nel senso profondo: una pace che sappia che l’essere umano non è solo un corpo da spostare e una mente da convincere. È un mistero. È un abisso di desiderio. È una sete di senso.

Le guerre non distruggono solo edifici. Distruggono la fiducia. Distruggono il tempo. Distruggono l’idea che domani possa essere meglio.

La pace, allora, deve ricostruire anche questo: deve ricostruire la fiducia. Deve ricostruire il tempo.

E come si ricostruisce la fiducia? Con gesti ripetuti. Con fedeltà. Con cura. Con ascolto. Con la pazienza di chi non vuole vincere, ma guarire.

Qualcuno potrebbe dire: “Cardinale, sono parole belle. Ma poi?”

E io vi rispondo: poi c’è una cosa che possiamo fare tutti, subito. Possiamo scegliere da che parte stare con la nostra vita.

Non sto parlando di schieramenti ideologici. Sto parlando di una scelta più radicale: la scelta di non disumanizzare mai. La scelta di non godere mai del dolore altrui. La scelta di non trasformare la tragedia in propaganda. La scelta di non fare della paura una religione.

Possiamo educare i nostri figli — e rieducare noi stessi — a riconoscere l’altro come fratello. Non perché siamo ingenui, ma perché sappiamo che senza fraternità l’umanità si estingue, anche se biologicamente sopravvive.

E possiamo sostenere, con la voce e con le mani, chi costruisce ponti: chi cura, chi accoglie, chi media, chi rischia la vita per salvare altri, chi manda aiuti, chi difende il diritto internazionale, chi protegge i civili, chi apre scuole, chi ricuce comunità.

La pace è fatta anche di queste cose umili. E le cose umili, quando si sommano, diventano storia.

David, stasera noi ti consegniamo un riconoscimento che si chiama “Pellegrini di pace”. E io lo sento come un nome giusto, perché la pace non è una poltrona: è una strada. La pace è cammino. La pace è pellegrinaggio.

E in un pellegrinaggio succedono due cose: ti stanchi e ti incontri.

La pace ti stanca, sì. Ti stanca perché ti costringe a non mollare.
Ma ti fa incontrare: ti fa uscire dall’ego. Ti fa uscire dalla tribù. Ti fa uscire dalla vendetta.

E allora capite perché io ripeto, come un ritornello, come una supplica, come una testardaggine:

Vorrei una pace.

Vorrei una pace per quella terra dove ogni pietra ricorda una preghiera e oggi ricorda anche un pianto.
Vorrei una pace per l’Ucraina, perché nessun popolo sia condannato a vivere in un’attesa di sirene.
Vorrei una pace per i conflitti dimenticati, perché nessun dolore resti senza testimoni.
Vorrei una pace per il Mediterraneo, perché torni ad essere culla e non bara.
Vorrei una pace per Napoli, perché anche qui, nelle nostre guerre quotidiane — la povertà, l’ingiustizia, la solitudine — impariamo a non ferirci.

Vorrei una pace, e la vorrei adesso. Non perché sia facile. Ma perché è necessaria.

E permettetemi di finire così, con una parola che non è mia, ma che mi porto addosso come un sigillo.

Quando Gesù risorto appare ai suoi amici, quelli che l’avevano tradito e abbandonato, non fa un processo. Non fa un discorso. Non fa la contabilità delle colpe. Dice una cosa sola:

“Pace a voi.”

E quella pace non è un premio.
È un inizio.

Allora io stasera, davanti a David Grossman, davanti a questa città, davanti al dolore del mondo, vorrei fare lo stesso gesto: non un discorso, ma un inizio.

Pace a voi, che avete paura. Pace a voi, che siete stanchi. Pace a voi, che avete perso qualcuno.
Pace a voi, che non riuscite più a sperare come prima.

E pace a tutti quelli che, in questo momento, non possono essere qui perché sono sotto le bombe, sotto il fango, sotto il ricatto delle armi, sotto la fame.

Che la nostra voce li raggiunga. Che la nostra indifferenza non li raggiunga mai.

E che ciascuno di noi — stasera — torni a casa con una decisione piccola e ferma, come una barchetta in una pozzanghera: non smettere di immaginare il mare.

Vorrei una pace.
E, con l’aiuto di Dio, con la responsabilità degli uomini, con la dignità dei popoli: la costruiremo.
(fonte: Chiesa di Napoli)