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lunedì 20 aprile 2026

Tonio Dell'Olio: Don Tonino Bello a 33 anni dalla sua Pasqua

Tonio Dell'Olio
 
Don Tonino Bello a 33 anni dalla sua Pasqua
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  20 aprile 2026

13 dicembre ‘92: a destra don Tonino Bello, 
a sinistra don Albino Bizzotto dei “Beati i costruttori di pace”, di ritorno da Sarajevo

Quando una profezia è autentica non smette di parlare. E parla al cuore e parla al mondo. Non con l’enfasi del banditore ma piuttosto col tono fermo della denuncia e con la certezza di difendere i diritti calpestati dei poveri o l’ingiuria contro la verità.

Per questo don Tonino Bello, di cui oggi ricordiamo i 33 anni dalla morte, ci sembra cammini con noi come Gesù con i discepoli di Emmaus. In questa stagione del mondo in cui il tanfo di morte sembra prevalere persino sui profumi della primavera, le sue parole sono balsamo e ispirano un pontefice (costruttore di ponti) che non fa sconti nell’annuncio della pace. 

Don Tonino non addolcisce il conflitto: lo attraversa. Non benedice gli equilibri armati: li smaschera. Ci ricorda che la pace non è tregua tra interessi ma giustizia che restituisce dignità, che disarma i cuori prima ancora degli arsenali. 

La sua “convivialità delle differenze” non è un’utopia ingenua, ma un metodo esigente: riconoscere l’altro, rinunciare al dominio, scegliere la via lunga del dialogo. E mentre le guerre tornano a essere linguaggio ordinario, la sua voce resta scandalosa e necessaria: invita a sporcarsi le mani con la nonviolenza, a stare dalla parte delle vittime, a dire no a ogni logica di scarto. 

È una profezia che inquieta perché obbliga a prendere posizione. E proprio per questo continua a indicare futuro.


venerdì 12 dicembre 2025

33 anni fa la marcia dei 500 di don Tonino Bello a Sarajevo. Don Sacco: “Scegliere di non essere spettatori è possibile anche oggi”

33 anni fa la marcia dei 500 di don Tonino Bello a Sarajevo. Don Sacco: “Scegliere di non essere spettatori è possibile anche oggi”

Ricorre oggi, 12 dicembre, il 33° anniversario della Marcia per la pace di Sarajevo, guidata da don Tonino Bello, uno degli episodi più significativi e simbolici della sua testimonianza di vescovo e di uomo di pace. Durante l’assedio più lungo della storia contemporanea, quando la città era stretta dal fuoco dei cecchini e dalla paura, don Tonino, allora presidente di Pax Christi, decise di non limitarsi a lanciare appelli da lontano ma volle entrare dentro la città assediata. In 500 marciarono dentro Sarajevo sfidando i tiri dei cecchini. Tra loro anche don Renato Sacco, consigliere nazionale di Pax Christi, che al Sir rievoca quei giorni.

(Foto R. Sacco)

Ricorre oggi, 12 dicembre, il 33° anniversario della Marcia per la pace di Sarajevo, guidata da don Tonino Bello, uno degli episodi più significativi e simbolici della sua testimonianza di vescovo e di uomo di pace. Durante l’assedio più lungo della storia contemporanea, quando la città era stretta dal fuoco dei cecchini e dalla paura, don Tonino, allora presidente di Pax Christi, decise di non limitarsi a lanciare appelli da lontano ma volle entrare dentro la città assediata. Riuscì a organizzare una delegazione di circa 500 pacifisti italiani, fra laici, religiosi, giovani, esponenti di associazioni e semplici cittadini.

Foto Calvarese/SIR
Giunti nei pressi della città a bordo di pullman, i partecipanti completarono l’ultimo tratto a piedi, entrando a Sarajevo sotto la neve e il rischio dei colpi dei cecchini. Portavano con sé solo una grande bandiera arcobaleno della pace, nessuna protezione, nessun altro “scudo” se non la nonviolenza. L’intento era chiaro: rompere l’indifferenza internazionale, mostrare solidarietà concreta alla popolazione bosniaca, e affermare che la pace è possibile solo “stando in mezzo al dolore”, come diceva don Tonino. Quel gesto divenne così un segno di fraternità, un atto di disobbedienza civile e morale che mise in luce la forza della nonviolenza cristiana. Don Tonino, già gravemente malato, parlò ai sarajevesi dicendo: “Voi non siete soli. Condividiamo il vostro calvario”. A ricordare quei giorni è oggi don Renato Sacco, consigliere nazionale di Pax Christi, che di quella marcia fu testimone oculare e partecipante attivo.

Don Renato, qual è il ricordo più vivido di quel 12 dicembre?

I ricordi sono tanti. Dai rappresentanti delle varie religioni monoteiste incontrati, agli abbracci e ai disegni dei bambini. Ma, soprattutto, il tè caldo che ci hanno distribuito. Da mesi sotto le bombe e in condizioni di mancanza d’acqua hanno preparato un tè per 500.

Questi sono i segni del Vangelo, non storie astratte ma testimonianze di speranza viva, incontri concreti, corpi vicini per scaldarsi. La fede non è questione di spiritualismo. Tanti ci hanno criticati ma altrettanti ci hanno supportati, sia materialmente sia con la preghiera.

Mettere fisicamente il proprio corpo senz’armi in mezzo a una guerra, difficile immaginarlo oggi…

Don Tonino Bello che, insieme a noi, va nella capitale bosniaca a dire che la guerra è una follia è la grande attualità di quell’avvenimento insieme al suo improvvisato discorso sulla non violenza. “Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati!” aveva detto. Tradurre in pratica il ‘No’ alla guerra, dentro di essa e durante, è l’unica strada da percorrere per tutti i conflitti odierni.

Scegliere di non essere spettatori è possibile anche oggi.

Anche la guerra più assurda può essere fermata. Il fatto non casuale che quel giorno non sia caduta nessuna granata dimostra che si può sempre discutere e trattare e che la logica per arrestare una guerra non può essere la quantità di morti. In questi 33 anni abbiamo avuto la conferma che la strada della guerra è il suicidio dell’umanità ed è, purtroppo, la logica sempre più attuale scelta dai potenti in un’ottica di interessi e guadagno. Sempre e solo la logica delle armi e la cultura della guerra: nella guerra si entra e si spara, talvolta anche per divertimento. Davanti ai nostri zaini con dentro solo tonno e formaggio, persino i leader religiosi ci domandavano dove fossero le armi.

La vostra risposta?

La nostra risposta? Dire con il nostro corpo che eravamo lì per non lasciare sole le persone e per metterle al centro. Che meriti avevamo noi, in più di loro, per non essere toccati dalla guerra? La Marcia è stata un segno di interposizione che va mantenuto e coltivato. Il cardinale Martini diceva che intercedere non significa chiedere al Signore di intervenire ma metterci noi in gioco in prima persona. È questa l’eredità e la strada concreta della pace e della non violenza. Spendere il nostro tempo al servizio, non militare ma del prossimo. Di fronte al mondo di guerra in cui oggi siamo immersi tutti, chiederci non cosa possiamo guadagnarci ma come possiamo essere autori di passi concreti di pace.
“La guerra è come un treno – mi diceva una persona di Sarajevo anni dopo – quando parte non riesci né a fermarlo né a scendere”. Ecco, io vorrei fare di tutto invece per fermare questo treno sempre più veloce.

Che accadeva al vostro passaggio?

Le persone, nonostante la paura, scendevano in strada e si univano a voi. Prevaleva quindi il coraggio e la volontà di agire. Per loro era un sogno vederci. Ci aspettavano ma, come noi, non avevano scommesso sul nostro arrivo. Scendevano, tra cecchini e granate, magari solo per stringerci la mano e comunicavamo con lo sguardo. È la prova che siamo chiamati a realizzare i sogni, anche quando sembrano irrealizzabili.

Don Tonino Bello (Foto R. Sacco)
Dobbiamo chiedere più coraggio alle nostre comunità e indicare loro una meta più grande.

C’era la consapevolezza di entrare, con quel gesto, nella Storia?

No, noi facevamo quel che andava fatto, valutando insieme giorno per giorno ma con molta serenità e senza presunzioni. Il 10 era la giornata dei Diritti umani e lo scopo era celebrarli; il 12 un altro giorno. Abbiamo semplicemente messo un seme che un giorno fiorirà.

Quel 12 dicembre non va mitizzato ma preso per quello che è. Gente che ha scelto di mettersi in gioco, come don Tonino che, malato terminale di cancro, reggeva la bandiera della pace. “Sarei venuto anche con le flebo nel braccio” aveva detto. Al tempo l’hanno riempito di critiche e cercato di fermare, oggi è in corso la causa di beatificazione.
(fonte: Sir, articolo di Elena Iervoglini 12/12/2025)

mercoledì 29 ottobre 2025

Papa Leone XIV invoca Maria e don Tonino Bello: “Beati gli operatori di pace”

“Una Chiesa umile, radicata nell’amore e testimone di unità”.
Papa Leone XIV invoca Maria e don Tonino Bello:
“Beati gli operatori di pace” 


Papa Leone XIV ha concluso la sua omelia della messa in occasione del Giubileo delle Équipe sinodali invocando, in San Pietro, l’intercessione della Vergine Maria con le parole del Servo di Dio mons. Tonino Bello, storico presidente di Pax Christi che ha “rotto” l’assedio di Sarajevo guidando fino a lì — nonostante fosse già molto provato dal tumore che poi lo ha ucciso — una marcia della pace l’11 dicembre 1992, composta da 500 pacifisti, che riuscì a entrare nella città attraverso una delle poche brecce nel blocco militare durato quasi quattro anni. La marcia, organizzata dall’associazione “Beati costruttori di pace”, fu un gesto simbolico e un’azione di forte impatto mediatico per portare solidarietà e pace in una realtà devastata dalla guerra.

“Santa Maria, donna conviviale — ha pregato Papa Prevost con le parole di don Tonino — alimenta nelle nostre Chiese lo spasimo di comunione. (…) Aiutale a superare le divisioni interne. Intervieni quando nel loro grembo serpeggia il demone della discordia. Spegni i focolai delle fazioni. Ricomponi le reciproche contese. Stempera le loro rivalità. Fermale quando decidono di mettersi in proprio, trascurando la convergenza su progetti comuni.”
“Ci conceda il Signore questa grazia: essere radicati nell’amore di Dio per vivere in comunione tra di noi. Ed essere, come Chiesa, testimoni di unità e di amore”, ha concluso il Pontefice.

“Prosegue incessante la nostra preghiera per la pace, particolarmente mediante la recita comunitaria del Santo Rosario”, ha poi confidato Leone XIV all’Angelus. “Contemplando i misteri di Cristo insieme alla Vergine Maria, facciamo nostra la sofferenza e la speranza dei bambini, delle madri, dei padri, degli anziani vittime della guerra. E da queste intercessioni del cuore nascono tanti gesti di carità evangelica, di vicinanza concreta, di solidarietà. A tutti coloro che ogni giorno, con fiduciosa perseveranza, portano avanti questo impegno, ripeto: ‘Beati gli operatori di pace!’”.

“Dobbiamo sognare e costruire una Chiesa umile. Una Chiesa che non sta dritta in piedi come il fariseo, trionfante e gonfia di sé stessa, ma si abbassa per lavare i piedi dell’umanità; una Chiesa che non giudica come fa il fariseo col pubblicano, ma si fa luogo ospitale per tutti e per ciascuno; una Chiesa che non si chiude in sé stessa, ma resta in ascolto di Dio per poter allo stesso modo ascoltare tutti.”
È la Chiesa di Papa Prevost. “Impegniamoci a costruire una Chiesa tutta sinodale, tutta ministeriale, tutta attratta da Cristo e perciò protesa al servizio del mondo”, ammonisce Leone nella messa conclusiva del Giubileo delle Équipe sinodali.

“Gesù ci dà un messaggio potente: non è ostentando i propri meriti che ci si salva, né nascondendo i propri errori, ma presentandosi onestamente, così come siamo, davanti a Dio, a se stessi e agli altri, chiedendo perdono e affidandosi alla grazia del Signore.”
Così Papa Leone XIV, introducendo la recita dell’Angelus e commentando il brano del Vangelo di oggi sulla parabola del fariseo e del pubblicano che pregano nel Tempio. Il Pontefice ha quindi esortato a non aver “paura di riconoscere i nostri errori, di metterli a nudo assumendocene la responsabilità e affidandoli alla misericordia di Dio”.
“Potrà così crescere, in noi e attorno a noi, il suo Regno, che non appartiene ai superbi ma agli umili, e che si coltiva, nella preghiera e nella vita, attraverso l’onestà, il perdono e la gratitudine.”
“Chiediamo a Maria, modello di santità, che ci aiuti a crescere in queste virtù.”

I governi siano “attenti al grido dei poveri”, “siano docili strumenti della cura di Dio verso i deboli, gli oppressi e i diseredati”. È il testo di una preghiera dei fedeli, letta in arabo, durante la messa presieduta da Papa Leone XIV nella Basilica di San Pietro, in occasione del Giubileo delle Équipe sinodali.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 26/10/2025)


venerdì 5 settembre 2025

Tonio Dell'Olio Il coraggio di testimoniare

Tonio Dell'Olio
 
Il coraggio di testimoniare

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  5 SETTEMBRE 2025


“Mai tante persone hanno corso consapevolmente tanti rischi per una cosa tanto piccola: il desiderio di testimoniare. Forse è assurdo, ma è con queste assurdità che abbiamo recuperato la nostra dignità di esseri umani”.

La citazione è dello scrittore Roger Stéphane che ricordava così la resistenza francese a cui aveva partecipato. Con quelle parole Giovanni De Mauro chiude il suo editoriale sull’ultimo numero di Internazionale dopo aver riflettuto sul senso della missione di Global sumud flottilla. 

Il ragionamento è chiaro: al momento attuale non pare ci siano le condizioni per le quali le imbarcazioni che sono partite da vari porti del Mediterraneo possano attraccare a Gaza e distribuire il carico degli aiuti umanitari. Allora perché partire? 
Alla fine la risposta è chiara. Vale la pena correre qualche rischio e sfidare l’opposizione israeliana per “recuperare la nostra dignità di esseri umani”. 

Nel dicembre 1992 con don Tonino Bello in 500 ci mettemmo in viaggio verso Sarajevo assediata dall’esercito serbo e riuscimmo a raggiungerla restando lì solo 24 ore. Non avevamo nemmeno tanti aiuti da distribuire ma solo portammo i nostri corpi. E la gente diceva: è segno che il mondo non si è scordato di noi. 
Riaprire gli occhi sulla speranza è un aiuto umanitario fondamentale.


martedì 10 dicembre 2024

Renato Sacco: Sarajevo 10 dicembre 1992, gli eserciti di domani…

Sarajevo 10 dicembre 1992,
gli eserciti di domani…

Scritto da Renato Sacco 

Pubblicato su Mosaico di Pace il 10 Dicembre 2024

@Osservatorio Balcani

“Sono felice che l'idea della marcia di pace a Sarajevo si realizzi… Non porteremo con noi nessun'arma se non quella della nostra caparbia, indistruttibile, santissima convinzione che la pace difficilmente può nascere come esito dell'azione di eserciti agguerriti...”

Così scriveva d. Tonino Bello, poche settimane prima della marcia dei 500 a Sarajevo, dal 7 al 13 dicembre 1992. Avevamo scelto di andare, disarmati, a Sarajevo sotto assedio da nove mesi, per celebrare con quelle persone la giornata del 10 dicembre: Dichiarazione universale dei Diritti umani (1948).

Quanti diritti calpestati e violati anche oggi. Addirittura parlare di diritti umani in alcuni casi viene mal tollerato. ‘Ci sono cose più importanti dei diritti umani…’

“Questa è la realizzazione di un sogno, di una grande utopia che abbiamo portato tutti quanti nel cuore probabilmente sospettando la sua non realizzazione”, dirà poi don Tonino a Sarajevo, la mattina del 12 dicembre 1992 nel cinema Radnik “…io vorrei che tutti quanti, tornando nelle nostre comunità, potessimo stimolare le nostre comunità, noi credenti soprattutto, stimolare i nostri Vescovi ad essere più audaci, a puntare di più sulla Parola del Vangelo. Perché, vedete, questa esperienza è stata una specie di ONU rovesciata: non l'ONU dei potenti è arrivata qui a Sarajevo ma l'ONU della base, dei poveri. …Allora io penso che queste forme di utopia, di sogno dobbiamo promuoverle, altrimenti le nostre comunità che cosa sono? Sono soltanto le notaie dello status quo e non le sentinelle profetiche che annunciano cieli nuovi, terra nuova, aria nuova, mondi nuovi, tempi nuovi… Quanta fatica si fa in Italia…, ma abbiamo fatto fatica anche qui, anche con i rappresentanti religiosi… perché è difficile questa idea della difesa nonviolenta… Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati!”.

Ecco, ricordare quell’esperienza a Sarajevo serve per guardare avanti.
Non tanto per chiedersi cosa direbbe oggi don Tonino Bello o don Luigi Bettazzi, anche lui tra i 500.
Ricordare quell’esperienza è occasione per ribadire oggi che la scelta delle armi non porta alla pace. Quante persone, alcune orgogliose giustamente della loro scelta di obiezione di coscienza al servizio militare, rivendicano ancora oggi – dopo oltre due anni e mezzo - l’importanza fondamentale di inviare armi al governo dell’Ucraina, dopo averne vendute in quantità esagerate a tutti coloro che nel mondo stanno facendo guerre.
Le armi hanno il loro fascino e se si parla di difesa il pensiero va subito alle armi.
Sì, è davvero faticoso oggi mettere sul tavolo una riflessione la nonviolenza (ti accusano di volere solo agitare margherite..). E infatti nelle scuole ci vanno i militari per educare alla guerra.
È davvero faticoso parlare di convivialità delle differenze… (ti accusano di volere fare entrare in Italia tutta l’Africa.. e il Governo ha progettato la deportazione in Albania) “A vedere quella gente di estrazione etnica così diversa, seduta alla stessa mensa, ho pensato a quella definizione di pace che riporto spesso nelle mie conversazioni: convivialità delle differenze.” Scrive don Tonino di ritorno da Sarajevo.

È davvero faticoso, anche nella chiesa, poter parlare di difesa nonviolenta… E ricordare quelle parole di don Tonino così profeticamente attuali “Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati!”.


domenica 1 dicembre 2024

AVVENTO - Don Tonino Bello e il Vangelo dell’antipaura. (testo integrale e video)

AVVENTO
Don Tonino Bello e il Vangelo dell’antipaura.

Pubblichiamo il video e il testo integrale di questa bellissima omelia pronunciata da Don Tonino Bello nella basilica della Madonna dei Martiri a Molfetta nella prima domenica d'Avvento il 27 Novembre 1988.  Nonostante sia passato tanto tempo e il contesto sia ovviamente cambiato, le parole di don Tonino risultano davvero profetiche, infatti sono in ogni tempo di estrema attualità quindi valide anche in questi nostri tempi dominati dalle sempre più numerose paure che ci assillano ...

Guarda il video dell'omelia di Don Tonino Bello

Carissimi fedeli,
potrebbe sembrare a prima vista che il Vangelo faccia da cassa di risonanza per le nostre paure. Per cui ci vien quasi la voglia di dire: «Basta, Signore! Adesso ti ci metti anche tu. Perché mai aumenti la nostra angoscia parlandoci di stelle che precipitano, di soli che si spengono, di lune che non danno più luce? Perché mai amplifichi i nostri incubi collettivi, dal momento che oggi ci dici testualmente nel Vangelo che gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra?» (cfr. Lc 21,25-26).

Gli uomini moriranno per la paura!
Come se già non bastassero le nostre paure. Ma ne abbiamo già tante, per conto nostro! Oh, no! Non la paura del buio, del lampo, del tuono, dei terremoti, delle tempeste. Lo sappiamo, oggi le paure hanno traslocato. Si sono cioè trasferite dalla fascia cosmica, per così dire, alla fascia antropologica. Non si articolano più attorno al cuore della natura: si articolano attorno al cuore dell’uomo. Oggi, cioè, non si ha più paura della carestia provocata dall’avarizia della terra, ma si ha paura, angoscia della carestia provocata dall’avarizia e dell'egoismo dell’uomo.

È dal cuore umano che nasce e si sviluppa la nube tossica delle paure contemporanee.
Paura dell’AIDS. Paura della droga. Paura di Cernobil. Paura dell’Enichem. Paura del grano radioattivo. Paura delle scorie tossiche. Paura dello squilibrio dell’ecosistema. Paura delle manipolazioni genetiche.

Paura del proprio simile. Paura del vicino di casa. Paura di chi mette in crisi le nostre polizze di assicurazione. Di chi mette in discussione, cioè, i nostri consolidati sistemi di tranquillità, se non di egemonia. Paura dello zingaro. Paura dell’altro. Paura del diverso. Paura dei Marocchini. Paura dei Terzomondiali. Paura di questi protagonisti delle invasioni moderne, che se non chiamiamo barbariche è soltanto perché ci coglie il sospetto che questo aggettivo debba spettare a noi cosiddetti popoli civili, che, dopo duemila anni di cristianesimo, siamo ancora veramente incapaci di accoglienze evangeliche.

Paura di uscire di casa. Paura della violenza. Paura del terrorismo. Paura della guerra. Paura dell’olocausto nucleare. Paura di questa apocalisse a rate che ci viene somministrata dalla produzione crescente delle armi e dal loro squallido commercio, clandestino e palese.

Paura di non farcela. Paura di non essere accettati. Paura di non essere più capaci di uscire da certi pantani nei quali ci siamo infognati. Paura che sia inutile impegnarsi. Paura che, tanto, il mondo non possiamo cambiarlo noi. Paura che ormai i giochi siano fatti. Paura di non trovare lavoro.

Quante paure!

Ebbene, di fronte a questo quadro così allucinante di paure umane, che cosa ci dice oggi il Signore? Intinge anche Lui il pennello nel barattolo nero dello scoraggiamento per aiutarci a dipingere questa nuova, tragica tela di Guernica?

Certamente no. No, non è così.

Anzi il Vangelo di oggi è proprio il Vangelo dell’antipaura. Sì, perché il Signore rivolge a noi lo stesso invito che l’angelo rivolse alla Vergine dell’attesa e dell'Avvento: «Non temere, Maria».

«Non temere, non aver paura Chiesa!»

Paura ha la stessa radice di pavimento. Viene dal latino pavére; significa: battere il terreno per allivellarlo. Anche terrore ha la stessa radice di terra.

Paura, quindi, è la conseguenza dell’essere battuto, calpestato, allivellato, appiattito.

Ora, che cosa mi dice il Signore di fronte a queste paure? Rimani lì steso sul pavimento? Rimani atterrito, atterrato? No! Mi dice la stessa cosa che ha detto a Maria: «Non aver paura, non temere!». 

E adopera due verbi bellissimi: Alzatevi e Levàte il capo.

Sono i due verbi dell’antipaura. Sono i due verbi dell’Avvento. Sono le due luci che ci devono accompagnare nel nostro cammino che ci prepara al Natale. Alzatevi e Levàte il capo.

Àlzarsi significa credere che il Signore è venuto già duemila anni fa, proprio per aiutarci a vincere la rassegnazione.

Alzarsi significa riconoscere che se le nostre braccia si sono fatte troppo corte per abbracciare tutta intera la speranza del mondo, il Signore ci presta le sue.

Alzarsi significa abbandonare il pavimento della cattiveria, della violenza, dell’ambiguità, perché il peccato invecchia la terra, significa, insomma, allargare lo spessore della propria fede.

Ma alzarsi significa anche allargare lo spessore della speranza, puntando lo sguardo verso il futuro, da dove Egli un giorno verrà nella gloria per portare a compimento la sua opera di salvezza.

E allora non ci sarà più pianto, né lutto, e tutte le lacrime saranno asciugate dal volto degli uomini. Tanto Cristo un giorno tornerà, festa per tutti gli amici, che paura dobbiamo avere? 

Questo significa "alzarsi", e che significa "levare il capo"?

Levare il capo significa fare un colpo di testa. Reagire, muoversi. Essere convinti che il Signore viene ogni giorno, ogni momento nel qui e nell’ora della storia, viene come ospite velato. Quindi saperlo riconoscere: nei poveri, negli umili, nei sofferenti.

Significa in definitiva: allargare lo spessore della carità. 


Ecco il senso di questo Avvento che ci viene espresso dall’augurio fortissimo che san Paolo ci ha rivolto: «Il Signore vi faccia crescere nell’amore vicendevole e verso tutti» (1 Ts 3,12). 

Verso tutti, senza esclusione di nessuno! Bellissimo quello che sta facendo la Caritas romana, che, sfidando tante paure e tante preoccupazioni, tanti luoghi comuni, ha aperto delle case di accoglienza per i malati di aids .... 

Verso tutti. Magnifico il lavoro di tanti gruppi e associazioni che si mettono accanto ai malati cronici, agli handicappati, agli anziani, ai malati terminali, ai dimessi dagli ospedali psichiatrici, dalle carceri.

Verso tutti. Splendido ciò che fanno tante comunità cristiane a favore dei Terzomondiali, che offrono loro non soltanto un letto ma anche la buona notte, e soprattutto incalzano le autorità perché i provvedimenti di legge siano meno disumani ed ambigui delle norme vigenti.

Verso tutti. Incredibile quello che oggi stanno facendo tanti movimenti di volontariato per promuovere una maggiore giustizia sulla terra, per combattere quelle che il Papa ha chiamato coraggiosamente le strutture di peccato, per difendere i diritti umani dei popoli palestinesi che vivono in situazioni subumane nei campi di concentramento, per difendere i diritti umani di tanti popoli segregati dalle leggi di segregazione razziale nel Sudafrica, per aiutare i popoli che soffrono la fame nell'Eritrea, nel Sudan in questi giorni, che devastazioni, per diffondere una nuova coscienza di pace, per smilitarizzare non solo le coscienze, ma anche i territori.

Coraggio. Alzatevi e levate il capo. Muovetevi. Fate qualcosa, il mondo cambierà. Anzi, sta cambiando. Non li vedete i segni dei tempi? Gli alberi mettono già le prime foglie. E sul nostro cielo il rosso di sera non si è ancora scolorito.

Mi viene da pensare che anche il cielo oggi cominci l’Avvento, il periodo dell’attesa.

Qui sulla terra è l’uomo che attende il ritorno del Signore. Lassù nel cielo è il Signore che attende il ritorno dell’uomo. Ritorno che si potrà realizzare con la preghiera, con la vita di povertà, di giustizia, di limpidezza, di purezza, di amore, con la testimonianza evangelica e con una forte passione di solidarietà.

Mentre per questo cammino di ritorno ci affidiamo alla Madonna dei Martiri, alla Vergine dell’attesa, alla Madre della Speranza, cerchiamo di mettere in pratica quel che ci dice sant’Agostino: «Aiuta coloro con i quali cammini, per poter raggiungere Colui col quale desideri rimanere».

Se è così, già fin d’ora: Buon Natale!


sabato 20 aprile 2024

20 aprile 1993 Dies Natalis del Venerabile Don Tonino Bello - LA PACE OSTINATA DI DON TONINO BELLO

20 aprile 1993 Dies Natalis di Don Tonino Bello


"Perché si muoia io non lo so. Sono però convinto che il senso della morte come quello della vita, dell'amicizia, della giustizia e quello supremo di Dio non si trovano in fondo ai nostri ragionamenti, ma sempre in fondo al nostro impegno" Don Tonino Bello

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Don Renato Sacco*
LA PACE OSTINATA DI DON TONINO BELLO

L'anniversario della morte del vescovo di Molfetta è l'occasione per portare avanti la sua missione, soprattutto oggi che, ancora una volta, come scriveva «c'è nell'aria odore di zolfo» 


«Perché, vedete, questa esperienza è stata una specie di ONU rovesciata: non l'ONU dei potenti è arrivata qui a Sarajevo ma l'ONU della base, dei poveri (...). Allora io penso che queste forme di utopia, di sogno dobbiamo promuoverle, altrimenti le nostre comunità che cosa sono? Sono soltanto le notaie dello status quo e non le sentinelle profetiche che annunciano cieli nuovi, terra nuova, aria nuova, mondi nuovi, tempi nuovi (...). Quanta fatica si fa in Italia, ma abbiamo fatto fatica anche qui, anche con i rappresentanti religiosi, perché è difficile questa idea della difesa nonviolenta. Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati!” (don Tonino Bello, Sarajevo, 12 dicembre 1992).

Molti si chiedono: cosa direbbe oggi don Tonino Bello, morto il 20 aprile 1993, di fronte a quanto sta succedendo oggi, di fronte a questo mondo dilaniato da guerre e ingiustizie sempre più inquietanti. Credo che invece di porci questa domanda, dovremmo chiederci: cosa ha fatto e detto don Tonino nella sua vita? Quali le sue scelte? Quali le testimonianze che oggi noi siamo chiamati a raccogliere? Più che chiederci cosa farebbe lui, dobbiamo chiederci cosa dovremmo fare noi! 
Molto belle e toccanti le parole di Tonio Dell’Olio - che di don Tonino fu amico e collaboratore – nell’editoriale di Mosaico di pace di questo mese di aprile: «Il mondo è in ginocchio. E non sempre per pregare. La nostalgia della tua presenza non è rimpianto romantico ma sete, semplicemente sete di senso per comprendere come è stato possibile piegarsi al simulacro della guerra piuttosto che ridurlo in polvere come fece Mosè con il vitello d’oro». E parlando della modifica alla legge 185/90 sul commercio delle armi, una legge che vide don Tonino impegnato in prima persona come presidente di Pax Christi, Tonio aggiunge: «Vedessi oggi come stanno operando nell’ombra tra imprenditori e rappresentanti delle istituzioni per allargare le maglie di quelle norme! E questo è niente di fronte alla proposta di imputare alla spesa per la Difesa più del 2% del Pil!».

Sì, ricordare don Tonino non è fare memoria di un ‘santino’, ma rivivere oggi con passione le sue scelte. «È possibile cambiare il mondo col gesto semplice dei disarmati? – scriveva don Tonino al ritorno dalla marcia a Sarajevo, dicembre ’92 - È davvero possibile che, quando le istituzioni non si muovono, il popolo si possa organizzare per conto suo e collocare spine nel fianco a chi gestisce il potere? Fino a quando questa cultura della nonviolenza rimarrà subalterna? (…) E qual è il tasso delle nostre colpe di esportatori di armi in questa delirante barbarie che si consuma sul popolo della Bosnia? Sono troppo stanco per rispondere stasera. Per ora mi lascio cullare da una incontenibile speranza: le cose cambieranno, se i poveri lo vogliono».

Ma c’è un altro discorso, appassionato e profondo, oltre che molto attuale, pronunciato da don Tonino. È quello all’Arena di Verona, con Beati i costruttori di pace, il 30 aprile 1989. Ci può davvero illuminare anche in vista dell’appuntamento Arena di pace, a Verona il prossimo 18 maggio, con la presenza di papa Francesco. «Perché il popolo della pace non è un popolo di rassegnati. È un popolo pasquale, che sta in piedi, come quello dell'Apocalisse: ‘Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello’. Davanti al ‘trono’ di Dio. Non davanti alle poltrone dei tiranni, o davanti agli idoli di metallo. E davanti all'Agnello. Simbolo di tutti gli oppressi dai poteri mondani. Di tutte le vittime della terra. Di tutti i discriminati dal razzismo. Di tutti i violentati nei più elementari diritti umani. A questo popolo invisibile della pace, dall'Arena di Verona, giunga la nostra solidarietà».

E ancora, sempre all’Arena: «Coraggio! Non dobbiamo tacere, braccati dal timore che venga chiamata "orizzontalismo" la nostra ribellione contro le iniquità che schiacciano i poveri. Gesù Cristo, che scruta i cuori e che non ci stanchiamo di implorare, sa che il nostro amore per gli ultimi coincide con l'amore per Lui. Se non abbiamo la forza di dire che le armi non solo non si devono vendere ma neppure costruire, che la politica dei blocchi è iniqua, che la remissione dei debiti del Terzo Mondo è appena un acconto sulla restituzione del nostro debito ai due terzi del mondo, che la logica del disarmo unilaterale non è poi così disomogenea con quella del Vangelo, che la non violenza attiva è criterio di prassi cristiana, che certe forme di obiezione sono segno di un amore più grande per la città terrena… se non abbiamo la forza di dire tutto questo, rimarremo lucignoli fumiganti invece che essere ceri pasquali».

Sì, in piedi costruttori di pace perché, come scriveva nella lettera ad Abramo nel ‘91, anche oggi «nell’aria c’è odore di zolfo».

* d. Renato Sacco, consigliere nazionale di Pax Christi
(fonte: Famiglia Cristiana 19/04/2024)

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  • Leggi il testo integrale dell'editoriale di Tonio Dell'Olio in Mosaico di pace del mese di aprile: Caro don Tonino
  • La documentazione video dell'intervento di don Tonino all’Arena di Verona, con Beati i costruttori di pace, il 30 aprile 1989.
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Impossibile scegliere tra gli innumerevoli post da noi dedicati nel corso degli anni a Don Tonino, perciò ne segnaliamo solo quelli del precedente anniversario della sua morte:

domenica 25 febbraio 2024

Don Tonino Bello «ALZATEVI E NON TEMETE»

Don Tonino Bello
ALZATEVI E NON TEMETE


Oggi è la festa della Trasfigurazione, la festa della luce, la festa della Pasqua.

Oggi Gesù ci dice «forza discepoli, venite con me, andiamo sul monte, andiamo lì sopra dove è più facile ascoltare la voce di Dio». È una giornata molto bella che spezza la Quaresima con questa, come dire, scia luminosa che fa piovere come un fiotto di speranza per tutti quanti noi dal momento che la Trasfigurazione ha un sapore molto importante.

Sappiamo noi che cosa vuol dire? Potremmo trovare tanti significati. Se voi prendete cento commenti della Scrittura trovate cento spiegazioni diverse ...


Fratelli, è bellissima la pagina difficile, che noi leggiamo anche nel cuore dell'estate, il 6 di agosto, e possiamo dire che è una pagina difficile per queste molteplicità. Comunque una cosa è certa: il suo orientamento pasquale, il suo sapore pasquale che dice tante cose anche per noi e che forse potremmo condensare in quei due verbi di una suggestione unica che vengono espressi quando gli Apostoli cadono con il volto prono a terra. È allora che Gesù si avvicina loro e dice: «Alzatevi e non temete». Due verbi che sono chiaramente pasquali. «Alzatevi»: alzarsi è lo stesso verbo che in greco cerca di mitigare la resurrezione: risorgete, alzatevi, in piedi! Ci sono alcuni francesi che in esegetica traducono «beati voi poveri» con «in piedi, poveri!» Altri traducono: «in cammino, alzatevi, che aspettate!».

Vedete quanta fame nel mondo, vedete quanta sete di giustizia, quante implorazioni, quante braccia levate. Io non so se sono i miei dormiveglia di febbricitante che a volte mi fanno immaginare questa selva di braccia mirate in alto in attesa di liberazioni che sembra non vengano da nessuna parte. Invece Gesù è venuto a liberarci e chiama anche noi, vuole coinvolgere anche noi.

Alzatevi, che state aspettando? Non vi accorgete che il mondo muore, che il mondo soffre? «Alzatevi» significa anche questo. Lasciate la siesta, l'assopimento delle vostre contemplazioni a volte narcisistico, il vostro riduttivismo spirituale, la coltivazione della vostra vita interiore senza slanci, senza sbocchi al di fuori, senza spinte. «Alzatevi», dice prima di tutto a noi. «Alzatevi, muovetevi, uscite dagli standard, uscite dalle vostre pigrizie, cambiate vita» perché è facile che pure noi, persone consacrate, con tutti i propositi, i progetti, si viva in termini non profondamente cristiani, non in sintonia con Gesù Cristo e allora Gesù ci dice: «Alzatevi, praticate il Vangelo», quello semplice e non l'altro. «Avete inteso amate il vostro prossimo, odiate il vostro nemico, ma io vi dico amate i vostri nemici perché se amate soltanto coloro che vi amano che merito è? Amate i vostri nemici...».

E noi facciamo tanta fatica. amiamo semmai i nemici che ci hanno offeso per telefono, però i nemici della nostra corporazione, i nemici del nostro sindacato, i nemici del nostro clan, i nemici della nostra associazione, i nemici della nostra chiesa, non siamo disposti a perdonarli. Come credenti dovremmo essere propositori di realtà nuove. Ma noi non lo siamo; stiamo ancora a disquisire. «Amate». Ma se son nemici della tua nazione li devi odiare, perché se sei costretto a sparare, se sali su un F16 per andare a bombardare, potresti morire.

Quante contraddizioni stiamo vivendo oggi come le abbiamo vissute al tempo della guerra del Golfo. Sembravano assurdità queste cose dette dal Vangelo e oggi le stanno riscoprendo i laici, che dalle nostre miniere stanno saccheggiando i temi della nonviolenza, della pace, della giustizia...

C'è bisogno invece che ci si alzi. È Pasqua, è resurrezione; oggi Gesù risorge e se risorge deve dirci qualcosa, deve pur farci un po' di luce.

Vorrei dirvi questo «Alzatevi» con forza perché col vostro impegno, con la vostra parola, voi che siete immersi anche nella vita professionale, col vostro esempio, al di là di queste cadenze pure di operosità dolorosa, abbiate ad accogliere anche l'altro l'invito di Gesù: «Non temete». Abbiamo infatti bisogno di sentircelo dire perché noi tremiamo come foglie sotto il freno della paura nel timore di non farcela.

A volte, nonostante la nostra fede, abbiamo paura se siamo nel giusto, paura se non abbiano ragione gli altri; paura, se nello sforzo di aiutare la nostra Chiesa a pulirsi il volto dalle macchie e dalle rughe, pensiamo alle volte di essere in atto di darle dei graffi; paura di non essere compresi; paura di vederci soli nei momenti difficili ...

Non temete, dice Gesù, non temete di apparire ingenui, o stolti, o folli agli occhi del mondo. È agli occhi di Dio che dovete comparire ...


«Alzatevi non temete» questa è la vita; questo ci dice oggi il Signore nella festa della Trasfigurazione. Se ascoltiamo l'invito del Signore saremo trasfigurati noi e tutti coloro che ci incontreranno saranno felici di aver fatto la nostra conoscenza, che è poi la conoscenza del Signore perché noi siamo dei tramiti con Lui che è la fonte, il centro, è l'alba, è l'attesa, è il principio, è la fine, è il punto di riferimento di tutto, è lo zenit, è l'asse di convergenza di tutta l'esistenza, è un pozzo di luce tanto che bisogna chiudere gli occhi per non calcificarli dentro. Bene: pozzo di luce. La luce della Trasfigurazione che mi auguro possa aiutare la vostra anima a consolidare la voglia di andare avanti nel nome di Dio.


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domenica 11 giugno 2023

"Sono credibili le nostre Eucaristie? ... Credo che la festa del Corpo e Sangue di Cristo esiga la nostra conversione." Il Corpus Domini di Don Tonino Bello

"Sono credibili le nostre Eucaristie? ... 
Credo che la festa del Corpo e Sangue di Cristo esiga la nostra conversione." 

Il Corpus Domini di Don Tonino Bello


Non riesco a liberarmi dal fascino di una splendida riflessione di Garaudy a proposito dell’Eucaristia: «Cristo è nel pane. Ma lo si riconosce nello spezzare il pane». Sicché oggi, festa del Corpo e del Sangue del Signore, mi dibatto in una incertezza paralizzante.
Parlerò dell’Eucaristia come vertice dell’amore di Dio che si è fatto nostro cibo? Dirò della presenza di Cristo che ci ha amati a tal punto da mettere la sua tenda in mezzo a noi? Spiegherò alla gente che partecipare al pane consacrato significa anticipare la gioia del banchetto eterno del cielo? Mi sforzerò di far comprendere che l’Eucaristia è il memoriale (che parola difficile, ma pure importante!) della morte e della risurrezione del Signore? Illustrerò il rapporto di reciproca causalità tra Chiesa ed Eucaristia, spiegando con dotte parole che se è vero che la Chiesa costruisce l’Eucaristia è anche vero che l’Eucaristia costruisce la Chiesa?

Non c’è che dire: sarebbero suggestioni bellissime, e istruttive anche, e capaci forse di accrescere le nostre tenerezze per il Santissimo Sacramento, verso il quale la disaffezione di tanti cristiani si manifesta oggi in modo preoccupante. Ma ecco che mi sovrasta un’altra ondata di interrogativi.
Perché non dire chiaro e tondo che non ci può essere festa del «Corpus Domini» finché un uomo dorme nel porto sotto il «tabernacolo» di una barca rovesciata, o un altro passa la notte con i figli in un vagone ferroviario? Perché aver paura di violentare il perbenismo borghese di tanti cristiani, magari disposti a gettare fiori sulla processione eucaristica dalle loro case sfitte, ma non pronti a capire il dramma degli sfrattati? Perché preoccuparsi di banalizzare il mistero eucaristico se si dice che non può onorare il Sacramento chi presta il denaro a tassi da strozzino; chi esige quattro milioni a fondo perduto prima di affittare una casa a un povero Cristo; chi insidia con i ricatti subdoli l’onestà di una famiglia?

Perché non gridare ai quattro venti che la nostra credibilità di cristiani non ce la giochiamo in base alle genuflessioni davanti all’ostensorio, ma in base all’attenzione che sapremo porre al «corpo e al sangue» dei giovani drogati che, qui da noi, non trovano un luogo di accoglienza e di riscatto?

...

Purtroppo, l’opulenza appariscente delle nostre città ci fa scorgere facilmente il corpo di Cristo nell’Eucaristia dei nostri altari. Ma ci impedisce di scorgere il corpo di Cristo nei tabernacoli scomodi della miseria, del bisogno, della sofferenza, della solitudine. Per questo le nostre eucaristie sono eccentriche. Miei cari fratelli, perdonatemi se il discorso ha preso questa piega. Ma credo che la festa del Corpo e Sangue di Cristo esiga la nostra conversione. Non l’altisonanza delle nostre parole. Né il fasto vuoto delle nostre liturgie.



domenica 7 maggio 2023

Don Tonino Bello MARIA, donna senza retorica

Don Tonino Bello
MARIA,
donna senza retorica 


Lo so bene: non è un’invocazione da mettere nelle litanie lauretane. Ma se dovessimo riformulare le nostre preghiere a Maria in termini più umani il primo appellativo da darle dovrebbe essere questo: donna senza retorica. 

Donna vera, prima di tutto. Come Antonella, la ragazza di Beppe, che ancora non può sposarsi perché disoccupata e anche lui è senza lavoro. Come Angela, la parrucchiera della città vecchia che vive felice con suo marito. Come Isabella, la vedova di Leo che il mese scorso è morto in un naufragio lasciandola con tre figli sulle spalle. Come Rosanna, la suora stimmatina che lavora tra i tossicodipendenti della Casa di accoglienza di Ruvo. 

Donna vera, perché acqua e sapone. Perché senza trucchi spirituali. Perché, pur benedetta tra tutte le donne, passerebbe irriconoscibile in mezzo a loro se non fosse per quell'abbigliamento che Dio ha voluto confezionarle su misura: «vestita di sole e coronata di stelle». 

Donna vera, ma, soprattutto, donna di poche parole. Non perché timida, come Rossella che tace sempre per paura di sbagliare. Non perché irresoluta, come Daniela che si arrende sistematicamente ai soprusi del marito, al punto che tronca ogni discussione dandogli sempre ragione. Non perché arida di sentimenti o incapace di esprimerli, come Lella, che pure di sentimenti ne ha da vendere, ma non sa mai da dove cominciare e rimane sempre zitta. 

Donna di poche parole, perché, afferrata dalla Parola, ne ha così vissuta la lancinante essenzialità, da saper distinguere senza molta fatica il genuino tra mille surrogati, il panno forte nella sporta degli straccivendoli, la voce autentica in una libreria di apocrifi, il quadro d'autore nel cumulo delle contraffazioni. 
Nessun linguaggio umano deve essere stato così pregnante come quello di Maria. Fatto di monosillabi, veloci come un "sì". O di sussurri, brevi come un fiat. O di abbandoni, totali come un amen. O di riverberi biblici, ricuciti dal filo di una sapienza antica, alimentata da fecondi silenzi. 

Icona dell'antiretorica, non posa per nessuno. Neppure per il suo Dio. Tanto meno per i predicatori, che l'hanno spesso usata per gli sfoghi della loro prolissità.
Proprio perché in lei non c'è nulla di declamatorio, ma tutto è preghiera, vogliamo farci accompagnare da lei lungo i tornanti della nostra povera vita, in un digiuno che sia, soprattutto, di parole.

Santa Maria, donna senza retorica, prega per noi inguaribilmente malati di magniloquenza.
Abili nell'usare la parola per nascondere i pensieri più che per rivelarli, abbiamo perso il gusto della semplicità.
Convinti che per affermarsi nella vita bisogna saper parlare anche quando non si ha nulla da dire, siamo diventati prolissi e incontinenti.
Esperti nel tessere ragnatele di vocaboli sui crateri del "non senso", precipitiamo spesso nelle trappole nere dell'assurdo come mosche nel calamaio.
Incapaci di andare alla sostanza delle cose, ci siamo creati un'anima barocca che adopera i vocaboli come fossero stucchi, e aggiriamo i problemi con le volute delle nostre furbizie letterarie.

Santa Maria, donna senza retorica, prega per noi peccatori, sulle cui labbra la parola si sfarina in un turbine di suoni senza senso. Si sfalda in mille squame di accenti disperati. Si fa voce, ma senza farsi mai carne. Ci riempie la bocca, ma lascia vuoto il grembo. Ci dà l'illusione della comunione, ma non raggiunge neppure la dignità del soliloquio. E anche dopo che ne abbiamo pronunciate tante, perfino con eleganza e a getto continuo, ci lascia nella pena di una indicibile aridità: come i mascheroni di certe fontane che non danno più acqua e sul cui volto è rimasta soltanto la contrazione del ghigno.

Santa Maria, donna senza retorica, la cui sovrumana grandezza è sospesa al rapidissimo fremito di un fiat, prega per noi peccatori, perennemente esposti, tra convalescenze e ricadute, all'intossicazione di parole.
Proteggi le nostre labbra da gonfiori inutili. Fa' che le nostre voci, ridotte all'essenziale, partano sempre dai recinti del mistero e rechino il profumo del silenzio.

Rendici come te, sacramento della trasparenza. 
E aiutaci, finalmente, perché nella brevità di un "sì" detto a Dio ci sia dolce naufragare: come in un mare sterminato.

(fonte: Tonino Bello, "MARIA Donna dei nostri giorni" Ed. San Paolo)


mercoledì 26 aprile 2023

Ora o mai più

Trent'anni fa la scomparsa di don Tonino Bello
Ora o mai più
 
di Sergio Magarelli


Trent’anni. Sì, trent’anni. Tanto, tantissimo tempo è trascorso da quel primo pomeriggio del 20 aprile 1993. Un’infinità di giorni lasciati alle spalle senza ascoltare la sua voce armoniosa, senza ubriacarci della sua travolgente parola e, soprattutto, senza lasciarci trasportare dalla sua credibile e instancabile testimonianza umana, sacerdotale e apostolica. Ma in che modo abbiamo saputo investire, come comunità ecclesiale e comunità civile, quei “talenti” che don Tonino Bello ci ha lasciato in eredità prima di partire per il suo ultimo viaggio? Già, i talenti, simili a quelli che ci richiamano alla famosa parabola dell’evangelista Matteo, dove per trasposizione anche noi possiamo considerarci ereditieri di quei beni che il Vescovo ha voluto affidarci. E oggi, finalmente, dopo tre decenni si presenta a noi la possibilità seria e concreta di una verifica, una propizia occasione per esaminare e capire se siamo stati, come nella citata parabola, “servi buoni e fedeli” oppure “servi malvagi e infingardi”.

La città di Molfetta e la sua Chiesa diocesana hanno ricevuto dal Venerabile don Tonino Bello – più di ogni altra comunità o istituzione al mondo – un grandissimo e prezioso patrimonio etico, religioso e dottrinale. Un bene inestimabile che, diciamocelo francamente, non abbiamo saputo fin qui registrare correttamente sui libri contabili a “partita doppia” della nostra testimonianza di vita, alla quale abbiamo saputo soltanto affiancare una “doppia vita”. Alla voce “dare” siamo ancora oggi nettamente in passivo, e difficilmente arriveremo a pareggiare quelle “entrate” cui il Venerabile con tanta generosità ha dispensato attraverso la sua profezia. In tutti questi anni, inutile negarlo, siamo stati molto bravi soltanto a celebrare puntualmente tutti i suoi anniversari, e per farlo abbiamo invitato vescovi, cardinali e, addirittura, il Papa. Ci mobilitiamo e ci illudiamo di riabilitarci, nel nome di don Tonino Bello, soltanto quando ci fa comodo sfoderare qualche sua parola ad effetto; o quando vogliamo ricordarlo ripetutamente a ogni Santo Natale con i suoi “Auguri scomodi” o per qualche sua iniziativa che fu a sostegno delle persone più fragili, più bisognose, dei poveri, degli ultimi; o con l’organizzazione di conferenze o convegni. Ma alla fine, in poche parole, noi, sì, tutti noi insieme, laici e sacerdoti, religiosi e vescovi, che cosa abbiamo fatto di concreto in questo trentennio attraverso il nostro impegno per rendere la nostra città più vivibile “a misura d’uomo” e la nostra chiesa locale più credibile come “ministra della felicità della gente”? Quali e dove sono i presunti obiettivi e risultati raggiunti, sia nell’ambito ecclesiale sia in quello civile, attraverso queste ripetute celebrazioni? Se celebrare la santità di don Tonino significa per la nostra Chiesa locale battere i piedi per ottenere in Cattedrale le sue spoglie mortali, o per le autorità civili piantare una sua grande croce pettorale nel bel mezzo della villa comunale, allora possiamo concludere che in tutti questi anni non soltanto non abbiamo saputo fruttare i talenti del Venerabile don Tonino, ma che di lui non abbiamo ancora capito un bel cazzo di niente (i lettori ci perdonino questa enfasi verbale).

È arrivato il momento, ora o mai più, di abbandonare definitivamente l’esaltazione effimera del personaggio. Non servirebbe di certo allo stesso don Tonino – di cui non ha avuto bisogno né in vita tantomeno adesso – perché si configurerebbe un’offesa se non proprio alla sua memoria, ma sicuramente alla schiera dei suoi preferiti, gli ultimi. Ultimi di cui siamo tutt’oggi circondati e facciamo ancora fatica a riconoscerli per adoperarci a loro servizio, nelle nostre comunità parrocchiali dove il più delle volte si arranca una pastorale di contenimento e in tutti gli ambiti dove la politica non è ancora in grado di metterli al centro di ogni visione.

A distanza di trent’anni, c’è soltanto un modo per onorare e celebrare la sua memoria, ed è quello di iniziare seriamente a vivere la sua santità, e quel modo ancora una volta ce lo suggerisce il Venerabile: «I Santi ci concedano di trasferire le loro virtù dalla cripta delle buone intenzioni sulle barricate della vita di ogni giorno».

Ecco, noi abbiamo soltanto le buone intenzioni, quello che ci manca è il coraggio di iniziare a praticare seriamente nella nostra Chiesa e nella nostra Città le sue virtù.
Ora o mai più.
(fonte: L'altra Molfetta 20/04/2023)


sabato 22 aprile 2023

30° anniversario della morte del Venerabile Antonio Bello: omelia del Card. Zuppi (testo integrale e video)


30° anniversario della morte del Venerabile Antonio Bello:
omelia del Card. Zuppi

Cattedrale di Molfetta, 20 aprile 2023

Sento tanta emozione e gioia nel presiedere l’Eucarestia in questa Cattedrale. I luoghi aiutano a comprendere la storia e le persone. La presenza permette e spiega il remoto. Queste mura antiche ci trasmettono ancora la voce del venerabile don Tonino Bello, non scontata e per nulla “paludata”, nutrita dalla Parola di Dio tanto che ciascuno sentiva quelle parole indirizzate quasi intimamente alla propria coscienza. Trenta anni. Come non commuoverci a ripensare al suo volto scavato e sofferente eppure luminoso e trasfigurato dall’amore in occasione del suo viaggio a Sarajevo, seme di pace e per certi versi suo testamento di amore? Ma anche come non provare la sua inquietudine che lo portava a non accettare l’inedia ma a seminare comunque pace, pensando che trenta anni dopo viviamo oggi scenari ancora peggiori nella drammatica guerra che si combatte in Ucraina e negli altri pezzi che tutti ci commuovono e impongono una scelta? Don Tonino lo faceva “avendo in corpo l’occhio del povero” ovvero delle vittime. Cambia tutto se guardiamo il mondo e noi stessi con questo occhio, che è quello di Cristo. “La pace più che un vocabolo è un vocabolario”, diceva, ricordando che il fiume della pace si nutre di affluenti e sfocia in estuari che hanno nomi impegnativi e profondi come disarmo, economia di giustizia, salvaguardia del creato, legalità e democrazia, diritti umani, nonviolenza, partecipazione, rispetto delle persone, beni comuni. 

Non nascondo che provo anche la necessità di chiedere perdono a don Tonino. Lo so. Lui per primo si schernirebbe e si metterebbe lui per primo a farlo per sé. Perdono perché abbiamo frainteso la sua voce evangelica, esigente come è il Vangelo che chiede amore vero e non surrogati; che coinvolge tutto non quello che avanza o finché mi va; amore sporco della vita e anche del nostro peccato, ma amore senza furbizie, calcoli, ecclesiasticismi, strumentalità, ideologie. Don Tonino: tu non avevi paura di essere strumentalizzato perché libero come chi è pieno di Cristo, tanto che chi ci provava a farlo finiva per seguirti. Caro Tonino, qualche volta la tua voce l’abbiamo accolta con fastidio o sufficienza, con paternalistica commiserazione come se fossero tue intemperanze, esagerazioni utili per qualche azione dimostrativa ma non scelte che coinvolgevano la Chiesa, di campo, di prospettiva, che coinvolgevano tutti e tutta la comunità. Tutti salvavamo il buon cuore ma spesso bollandolo di ingenuità o troppo di parte. Non facevi sconti e ricordavi che l’amore per Dio e per il nostro fratello più piccolo sono la stessa cosa e che se manca uno manca anche l’altro. Un’ultima richiesta di perdono, come si deve fare tra uomini veri come tu ci hai insegnato ad essere: quando imitiamo la tua parola senza viverla, la svuotiamo rendendola verbalismi compiaciuti, mentre per te era fare parlare la vita e in questa scorgere il volto di Cristo, quello che cercavi con profonda sete d’amore davanti al tabernacolo e nell’eucarestia e che riconoscevi nel volto dei tuoi, suoi, nostri piccoli. Ci hai messo in guardia da introdurre il grembiule nell’armadio dei ‘paramenti sacri’, per comprendere che “stola e grembiule sono il diritto e il rovescio di un unico simbolo sacerdotale”. Non componevi frasi ad effetto ma descrivevi la poesia di amore della vita da mistico che penetrava la realtà, divorato dall’amore per Dio e per il tuo prossimo che volevi fosse anche il nostro. Davi fastidio e purtroppo il problema diventava la tua voce e non il nostro fastidio! Ecco perché ti chiedo perdono.

Abbiamo ascoltato Pietro che con chiarezza evangelica proclama: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini” (cfr. At 5,29). Chi obbedisce a Dio è libero dalla mentalità comune, dal vero pensiero unico che è l’individualismo tale da non obbedire che solo al proprio io. Chi piega le ginocchia per pregare le piega per servire e mai per ripiegarsi su se stesso! Chi obbedisce a Dio in realtà ama gli uomini con la passione della misericordia di andare a cercare l’ultima pecora perduta e di correre incontro al figlio che torna. Non obbedisce a Dio il fratello maggiore! Chi obbedisce a Dio sta alla larga, come ammoniva don Tonino dal Potere, dal Prestigio e dai Prodigi. Tre parole chiave, il contrario di quelle che hanno guidato la sua vita: Preghiera, Poveri e Pace.

Pietro annuncia il cuore del messaggio cristiano: Gesù umiliato e ucciso (abbassato) sulla croce è stato risuscitato (innalzato) da Dio. In lui c’è salvezza! Lui è la salvezza! È pieno di Spirito, donato da Dio a quelli che gli obbediscono. «Tutta la Chiesa, quindi, grondante di Crisma, è un popolo di Profeti. Di annunciatori. Di evangelisti. Di scaricatori di speranze. Di portatori di lieti annunci. Di custodi di una parola esplosiva, che non può essere “trattata”, controllata, disinnescata, addormentata dalle astuzie umane. La Chiesa è un popolo di profeti, non di pavidi, di ritualisti, di reazionari, di preoccupati che la Parola possa rivoltarsi come un boomerang anche contro chi la pronuncia» (Scritti, vol. II, p. 26-27). Era la sua personale parresia, come disse, «stile di chi, in piedi, a faccia alta pur senza protervia, parla apertamente e con piena libertà di linguaggio del suo incontro con Dio, alla cui Parola si sente ormai irrevocabilmente consacrato» (Scritti, vol. II, p. 160). È possibile solo a chi obbedisce a Dio e per questo ama gli uomini con la libertà dell’amore. Diceva: «Senza peli sulla lingua, cioè. Senza smorzare le finali, per amore di quieto vivere. Senza mettere la sordina alla forza prorompente della verità. Senza decurtare la Parola, per non recare dispiacere a qualcuno.» (Scritti, vol. V, p. 131). E in un’altra occasione, proprio riferendosi a Pietro che parla insieme agli Undici, afferma: «Questa è la parresia: alzarsi in pedi, avere il coraggio di parlare, insieme con gli altri, non come battitori liberi […]. Il coraggio consiste soprattutto nel coinvolgere gli altri a parlare» (Scritti, IV, p. 65). La parresia è tutt’altra cosa che gonfiare le parole con la retorica, è il contrario del dichiarazionismo o del protagonismo. È intimamente legata alla comunione. Don Tonino aveva il gusto della comunione. Per lui le parole “camminare” e “insieme” erano inseparabili e rendevano ragione l’una all’altra: non c’era altro modo di camminare se non insieme e non c’era altro motivo di stare insieme se non per camminare. La Chiesa non è fatta per essere stanziale, per chiudersi nell’auto contemplazione, ma per camminare nelle strade degli uomini. Se restiamo stanziali finiamo inevitabilmente per discutere su chi è più grande e il servizio diventa considerazione personale e non dare considerazione al prossimo! “La Chiesa non è un’agenzia di beneficenza, una Organizzazione non Governativa (Ong), ma il Corpo di Cristo, un soggetto che è costituito, nelle sue membra, dai poveri, potremmo dire in gran parte – poveri che non sono da intendere solo in senso materiale, ma anche morale e spirituale – e li aiuta a entrare nel mistero di Cristo”

Don Tonino ha prefigurato una chiesa sinodale tant’è che la sua prima lettera pastorale fu il frutto di una scrittura collettiva in cui tutte le presenze della comunità furono invitate a ripensarsi e a riscriversi: “Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi”. Uscire non perché hai tutte le sicurezze, ma solo perché hai Cristo e perché, come spiegò Paolo VI del Concilio, l’antica storia del Samaritano è il paradigma della spiritualità che porta a guardare con simpatia immensa i bisogni umani. L’antica storia del Samaritano (cfr. Lc 10,25-37) è stata il paradigma della spiritualità di don Tonino Bello. 

È stato un cultore dell’uomo, senza alcun riduzionismo antropologico, perché era un uomo, un vescovo, tutto centrato su Gesù Cristo e sul suo vangelo. È la grande lezione di don Tonino, che non ha smesso di affidarsi allo spirito di Dio. Don Tonino ha sempre invitato ad avere uno sguardo “dal cielo”, quello che permette di chiamare “fratello” quello che per gli altri era solo Massimo, un ladro; a definire “basilica minore” Giuseppe che per tutti era l’ubriaco; a chiedere perdono al fratello marocchino, rappresentante di tutti gli immigrati che il nostro perbenismo non riesce ad accogliere. 

Questa sera il ritornello del Salmo responsoriale ci ha fatto pregare così: «Ascolta, Signore, il grido del povero». Sembra il rovescio della medaglia del motto episcopale di don Tonino: «Ascoltino i poveri e si rallegrino». Teneva lo sguardo fisso su Gesù, lì dove Dio e l’uomo si sono incontrati nell’orizzonte della salvezza. 

Grazie don Tonino, fratello vescovo: benedici ancora una volta questa Chiesa che ti ha avuto come pastore intelligente e guida appassionata e che tu hai amato fino alla fine. E benedici, ti preghiamo, ogni seme di bene, ogni anelito di pace, ogni scheggia di speranza nascosti nel cuore di ciascuno di noi, in questo tempo di tanta oscurità donaci di essere scintille di amore e di luce, che trasfigurano le ferite. 

Nella domenica prima di morire, dettando il suo testamento spirituale, diceva: «È il giorno del Signore. Ed è bellissimo». Grazie perché hai vissuto e ci continui ad insegnare a vivere questa bellezza, tutta umana e tutta di Dio che senza misura ci dona lo Spirito e dà in mano ogni cosa a chi lo cerca.
(fonte: Diocesi di Molfetta 21/04/2023)

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