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martedì 10 dicembre 2024

Renato Sacco: Sarajevo 10 dicembre 1992, gli eserciti di domani…

Sarajevo 10 dicembre 1992,
gli eserciti di domani…

Scritto da Renato Sacco 

Pubblicato su Mosaico di Pace il 10 Dicembre 2024

@Osservatorio Balcani

“Sono felice che l'idea della marcia di pace a Sarajevo si realizzi… Non porteremo con noi nessun'arma se non quella della nostra caparbia, indistruttibile, santissima convinzione che la pace difficilmente può nascere come esito dell'azione di eserciti agguerriti...”

Così scriveva d. Tonino Bello, poche settimane prima della marcia dei 500 a Sarajevo, dal 7 al 13 dicembre 1992. Avevamo scelto di andare, disarmati, a Sarajevo sotto assedio da nove mesi, per celebrare con quelle persone la giornata del 10 dicembre: Dichiarazione universale dei Diritti umani (1948).

Quanti diritti calpestati e violati anche oggi. Addirittura parlare di diritti umani in alcuni casi viene mal tollerato. ‘Ci sono cose più importanti dei diritti umani…’

“Questa è la realizzazione di un sogno, di una grande utopia che abbiamo portato tutti quanti nel cuore probabilmente sospettando la sua non realizzazione”, dirà poi don Tonino a Sarajevo, la mattina del 12 dicembre 1992 nel cinema Radnik “…io vorrei che tutti quanti, tornando nelle nostre comunità, potessimo stimolare le nostre comunità, noi credenti soprattutto, stimolare i nostri Vescovi ad essere più audaci, a puntare di più sulla Parola del Vangelo. Perché, vedete, questa esperienza è stata una specie di ONU rovesciata: non l'ONU dei potenti è arrivata qui a Sarajevo ma l'ONU della base, dei poveri. …Allora io penso che queste forme di utopia, di sogno dobbiamo promuoverle, altrimenti le nostre comunità che cosa sono? Sono soltanto le notaie dello status quo e non le sentinelle profetiche che annunciano cieli nuovi, terra nuova, aria nuova, mondi nuovi, tempi nuovi… Quanta fatica si fa in Italia…, ma abbiamo fatto fatica anche qui, anche con i rappresentanti religiosi… perché è difficile questa idea della difesa nonviolenta… Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati!”.

Ecco, ricordare quell’esperienza a Sarajevo serve per guardare avanti.
Non tanto per chiedersi cosa direbbe oggi don Tonino Bello o don Luigi Bettazzi, anche lui tra i 500.
Ricordare quell’esperienza è occasione per ribadire oggi che la scelta delle armi non porta alla pace. Quante persone, alcune orgogliose giustamente della loro scelta di obiezione di coscienza al servizio militare, rivendicano ancora oggi – dopo oltre due anni e mezzo - l’importanza fondamentale di inviare armi al governo dell’Ucraina, dopo averne vendute in quantità esagerate a tutti coloro che nel mondo stanno facendo guerre.
Le armi hanno il loro fascino e se si parla di difesa il pensiero va subito alle armi.
Sì, è davvero faticoso oggi mettere sul tavolo una riflessione la nonviolenza (ti accusano di volere solo agitare margherite..). E infatti nelle scuole ci vanno i militari per educare alla guerra.
È davvero faticoso parlare di convivialità delle differenze… (ti accusano di volere fare entrare in Italia tutta l’Africa.. e il Governo ha progettato la deportazione in Albania) “A vedere quella gente di estrazione etnica così diversa, seduta alla stessa mensa, ho pensato a quella definizione di pace che riporto spesso nelle mie conversazioni: convivialità delle differenze.” Scrive don Tonino di ritorno da Sarajevo.

È davvero faticoso, anche nella chiesa, poter parlare di difesa nonviolenta… E ricordare quelle parole di don Tonino così profeticamente attuali “Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati!”.


martedì 26 novembre 2024

Auguri a mons. Luigi Bettazzi: «Uomo innamorato di Dio, vescovo credibile, testimone del Concilio, profeta della pace e della giustizia.» Il ricordo di Don Ciotti e del Gruppo Abele

Auguri a mons. Luigi Bettazzi 
«Uomo innamorato di Dio, vescovo credibile, testimone del Concilio, profeta della pace e della giustizia.»
(26 novembre 1923 – 16 luglio 2023)


La ricerca di verità, oltre le convenienze

Il nostro saluto a Luigi Bettazzi, Vescovo emerito di Ivrea e a lungo Presidente di Pax Christi, scomparso il 16 luglio 2023. La sua voce profetica ha spesso illuminato anche il nostro cammino

L’amicizia del Gruppo Abele con Luigi Bettazzi arriva da lontano. Un’amicizia fondata sul suo stretto legame personale con Luigi Ciotti, ma anche su una comune lettura del mondo e dei suoi problemi, in particolare rispetto al tema della pace da costruire attraverso la giustizia.
La sua è stata fino all’ultimo una voce lucida, profetica, rispettosa della verità e mai delle convenienze. Come da sempre siamo stati abituati ad ascoltarla.

Ricordiamo i suoi interventi ai primi corsi dell’Università della Strada, quando aveva sede sulla collina di Murisengo proprio accanto alla comunità di Cascina Abele. E poi tanti altri momenti di condivisione, anche su temi scomodi. Perché Luigi Bettazzi non si sottraeva mai al dialogo ed era capace di tenere sempre al centro della riflessione la persona e i suoi bisogni, non la dottrina con le sue rigidità. Fu così ad esempio quando nacque Davide e Gionata, l’associazione creata per interrogare la Chiesa sul rapporto fra omosessualità e fede: un percorso non semplice, che insieme a noi scelse di accompagnare.
Ricordiamo la sua presenza accanto a un altro grande amico, don Tonino Bello, che gli successe alla guida di Pax Christi con altrettanta profondità e autorevolezza, purtroppo per un tempo breve.

Oggi salutiamo Monsignor Bettazzi rievocando le sue preziose parole in occasione dell’ultimo incontro in cui ci ha fatto dono della sua saggezza, un corso di Casacomune del maggio 2019 presso la Certosa 1515 di Avigliana.

(…) Rispetto all’insieme del mondo, io sono ottimista. Se il buon Dio alla fine lo ha fatto, credo ne valesse la pena. Impegnarci è sempre positivo: magari ci sembrerà di fare poco, che valga poco, ma col tempo qualcosa succederà. Se siamo al mondo è per contribuire a lasciarlo migliore di quando siamo nati.”
(fonte: Gruppo Abele)

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Don Ciotti ricorda Luigi Bettazzi: «Uomo di pace e di giustizia»


Parlare e ricordare nella sua città un personaggio dello spessore storico, morale, intellettuale come monsignor Luigi Bettazzi non è semplice. Il religioso, per 33 anni (dal 26 novembre 1966 al 20 febbraio 1999) vescovo di Ivrea, scomparso lo scorso luglio, è infatti nel dna degli eporediesi, nel loro cuore e nel loro animo. Una sola frase, parola, aggettivo banale o fuori luogo o un’affermazione mal interpretata potrebbero indebolire o banalizzarne lo sforzo descrittivo. Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, sotto scorta per le sue battaglie contro la mafia, intervistato dal giornalista Lodovico Poletto (nato in Canavese, dove conserva profonde radici familiari e professionali), è riuscito a tratteggiare il “mito” di Bettazzi, aggiungendo e non togliendo brillantezza alla figura e alla storia di una personalità prestigiosa, amata, quasi venerata a Ivrea.

«È stato un uomo innamorato di Dio e della giustizia, un vescovo credibile» è stato il passaggio finale di don Ciotti, accompagnato dagli applausi della sala.

«Noi oggi siamo qui a parlarne col piglio degli storici, ma lui era proiettato nel futuro» ha catturato così l’attenzione del pubblico don Ciotti, che di Bettazzi era amico fraterno e con lui ha sostenuto battaglie per la giustizia sociale e civile.

E poi via con un album di ricordi che andrebbe trascritto in un libro. O meglio, in un saggio «perché Bettazzi - ha confidato don Ciotti - era un brillante pensatore, un fine teologo, un intellettuale che aveva l’ardore di andare controcorrente: aveva il coraggio di avere coraggio». Così ha ripercorso anni e anni di battaglie per la pace, quella vera, «quella che la diplomazia non cerca più, frenata dagli interessi di parte», stigmatizza il fondatore di Libera.

«Bettazzi, e lo dico con forza, è stato profeta della pace e della giustizia. Lo è stato con le sue parole, con il suo esempio, con i suoi scritti. Sempre lucido. Sempre pungente» ha detto don Ciotti. «Era il paladino dei poveri in una Chiesa povera, e questo gli ha attirato non poche antipatie».

«Un vescovo rosso, un prete comunista. Così lo avevano definito», lo ha provocato Lodovico Poletto.

«Un sacerdote che stava sempre e comunque dalla parte degli operai, ma che sapeva parlare, e lo sapeva fare bene, anche con gli imprenditori, i finanzieri, gli industriali» ha ricordato don Ciotti. «Era un uomo libero che amava navigare in mare aperto. Lo ha fatto sino alla soglia del secolo di vita. Per i suoi cento anni eravamo pronti ad arrivare a Ivrea e festeggiarli con lui. Si è spento quattro mesi prima». E don Ciotti, sceso dal palco, tra gli applausi, ha guardato verso il grande schermo dove era proiettata una bellissima immagine di lui con Bettazzi. In mezzo alla gente.
(fonte: La Sentinella del Canavese, articolo di Mauro Giubellini 15 Novembre 2024)

martedì 16 luglio 2024

A UN ANNO DALLA MORTE DI MONS. LUIGI BETTAZZI - Il ricordo di Tonio Dell’Olio - Bettazzi: un padre del Concilio e un costruttore di pace

Tonio Dell’Olio
da Vita Pastorale

Bettazzi a un anno dalla morte:
un padre del Concilio e un costruttore di pace

Sosteneva che prima di proporre un nuovo Concilio, bisognava attrezzarsi ad applicare il secondo


Non è soltanto per un moto affettivo che molti di coloro che hanno frequentato in vita monsignor Bettazzi non si rassegnavano al fatto che potesse lasciarci. Era piuttosto per quella sua naturale apertura al domani che non lo faceva mai camminare retrovolto. Il vescovo Luigi era prodigo sì di aneddoti, citazioni e ricordi, ma mai dal sapore nostalgico e tipico di chi si abbandona alla memoria dei bei tempi andati. La memoria in lui aveva semmai la funzione di illuminare il presente come un faro o di fornire linfa dalle radici ai nuovi rami che ostentano le gemme del futuro. 

Bettazzi: il coraggio di osare

E quest’attitudine l’ha accompagnato sempre. Nell’ultima telefonata mi chiedeva se fossi stato disponibile a proporre al quindicinale Rocca di pubblicare una sua riflessione sullo status dell’embrione e semmai ad aprire una riflessione a più voci «sul tema dell’aborto». E lo chiedeva con la sapienza evangelica di chi ha il coraggio di osare, di sporgersi oltre i confini. E, soprattutto, di porre domande senza presumere certezze incrollabili e verità non negoziabili.

Un padre del Concilio. Anzi l’ultimo padre del Concilio che è finito per diventarne figlio, ovvero interprete autentico, attento allo spirito che aveva attraversato quella stagione feconda della Chiesa e non semplice scrupoloso osservante della lettera.

Da padre a figlio del Concilio

Per queste ragioni riteneva che, prima di proporre un nuovo Concilio, bisognava attrezzarsi ad applicare il secondo, ovvero ad accogliere lo spirito di un Concilio non dogmatico ma pastorale, aperto al nuovo e pronto a dialogare col mondo, senza usare la propria tradizione e il proprio patrimonio di fede come una clava ma piuttosto come una chiave per spalancare le porte verso i “lontani”. È per questo che scrive a Berlinguer prima e a Zaccagnini dopo, che non esita a dichiarare la propria disponibilità a sostituirsi ad Aldo Moro nelle mani dei terroristi e che dialoga con i rappresentanti del Vietnam e dei governi che hanno un conflitto in corso.

A don Tonino Bello lo legava una dolce amicizia fraterna e una stima profondissima; non esitava a segnalare in lui i tratti della profezia, al punto da affermare che «lui è il profeta e io piuttosto il patriarca». Sapeva che non era così e che, per quel profeta, costituiva un punto di riferimento saldo soprattutto per la riflessione sulla pace e la nonviolenza evangelica. Certo, avevano linguaggi e tratti molto diversi, perché diverso era anche il tratto di strada che li aveva condotti all’impegno in prima linea a favore della pace; diversa era anche la provenienza geografica che li aveva forgiati. Ma pochi sanno che le loro strade s’erano incrociate già a Bologna, quando don Tonino frequentava gli studi di teologia risiedendo all’Onarmo, il seminario che preparava i presbiteri cappellani del lavoro e Bettazzi insegnava filosofia.

La sua storia intrecciata con Pax Christi

In Pax Christi quelle due diversità si complementarono fornendo un servizio appassionato all’impegno dei cristiani per la pace. Tant’è che non esitarono a condividere l’azione di pace a Sarajevo del dicembre 1992 e a denunciare a testa alta il paradosso tragico della guerra. Di quella, come della prima guerra del Golfo. Quando le menzogne che le scatenarono vennero a galla, davano loro ragione, ma erano costate la vita a migliaia di persone e avevano finito per avvelenare i pozzi per chissà quanti altri anni ancora.

Conservo l’immagine viva e tenerissima, come una reliquia, degli ultimi giorni e degli ultimi istanti di vita di don Tonino con Bettazzi chino sul letto che gli sussurrava all’orecchio le litanie mariane tratte dagli scritti di don Tonino: «Maria donna del piano superiore, ora pro nobis; Donna che ben conosce la danza, donna del primo passo, donna dell’ultima ora, ora pro nobis». A quella sintonia tanto intima e profonda lo portava la comunione che nasce da una comune fede mai accomodante e sempre attenta al richiamo evangelico, ma c’era anche un ancoraggio alla nonviolenza evangelica alla quale sembrava avessero emesso voto sacramentale.

In giro per il mondo

A unirli c’era anche l’incomprensione di tanti, anche confratelli vescovi, che sorridevano davanti a un preteso “fondamentalismo della pace” e all’“ingenuità di chi si presta a strumentalizzazioni politiche”. Insomma “vescovi rossi”. Non mancarono per loro i richiami d’autorità, ma proseguirono sereni e determinati a guidare il popolo della pace.

Bettazzi è famoso per la sua giovialità e condiva i suoi interventi con ironia intelligente e un invidiabile repertorio di barzellette. Una vivacità che lo rendeva unico. E anche tanto umano! Se mi chiamassero a testimoniare a suo favore, per prima cosa direi che, come Cristo, è stato innanzitutto uomo fino in fondo. Avendo avuto la grazia di condividere con lui ore e ore di viaggio in Vietnam, Australia, Israele-Palestina, El Salvador, Bosnia… so che anche nelle situazioni più improbabili non rinunciava mai alla celebrazione eucaristica quotidiana. La profonda spiritualità che l’animava e che era ispirata a Charles De Foucauld, ravvivava in lui il saper stare al mondo, osando sempre ardite incursioni nel futuro. Ed è proprio questo a farcelo sentire ancora vivo e presente.
(fonte: ADG notizie 11/07/2024)

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Vedi anche alcuni dei post precedenti:

A UN ANNO DALLA MORTE DI MONS. LUIGI BETTAZZI - Il ricordo di “Una Chiesa a più voci” - Quel che resta di un sogno (postfazione di mons. Giovanni Richiuti al libro di Alberto Chiara "Luigi Bettazzi, un vescovo alla sinistra di Dio")

A UN ANNO DALLA MORTE DI MONS. LUIGI BETTAZZI

Come amici e simpatizzanti di “Una Chiesa a più voci” e a nome di quanti lo hanno conosciuto e seguito quale Pastore, facciamo memoria del carissimo Mons. Luigi Bettazzi che, in questi giorni, un anno fa, ci insegnava come si può serenamente e consapevolmente affrontare la malattia e la morte che giunse prima dell’alba del 16 luglio, memoria della Madonna del Carmelo.


«Il 16 luglio 2023 monsignor Luigi Bettazzi ha abbracciato quel Dio in cui ha creduto anima e corpo, senza mai chiuderlo in chiesa, tra candele che si consumano e profumo d’incenso, ma facendolo camminare sulle strade polverose dei diritti, della giustizia, della pace. A un anno dalla sua morte proviamo a scriverne la biografia. Una sfida. Appassionato pastore d’anime, scrittore insonne, don Luigi ha collezionato incontri d’ogni genere e scritto migliaia di pagine. Nei capitoli che seguono offriamo il tanto che abbiamo scoperto da Treviso a Bologna, da Ivrea a Molfetta, sostando a lungo nel Castello di Albiano, sua ultima dimora, graffiata dal tempo e dunque dimessa, nonostante il nome altisonante». Così Alberto Chiara introduce alla lettura di questa biografia, che è una continua riscoperta non solo dell’uomo, sacerdote e pastore Luigi Bettazzi, ma anche delle sue relazioni, in un mondo che, a distanza di un anno dalla sua scomparsa, rivela la sua storia e le sue parole ancora più importanti e profetiche: l’impegno per una Chiesa attenta alla contemporaneità e per una pace che è continuamente offesa, fanno di Bettazzi una voce che, oggi soprattutto, non deve tacere ed essere dimenticata.

Di seguito la postfazione di mons. Giovanni Richiuti, Presidente di Pax Christi:

Quel che resta di un sogno

Caro don Luigi, fratello vescovo,

a un anno di distanza dal nostro ultimo saluto terreno, mi permetto di ricorrere a un genere letterario che usavi spesso, la lettera aperta, per ragionare con te su ciò che resta di un sogno, il tuo: un sogno colorato di fede, amore e libertà, come recitava il sottotitolo di uno tra i tuoi libri più recenti.

Partiamo dal fondo o, meglio, dal “principio” e esattamente da quelle parole del profeta Gioele: “… i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni…” (Gl 3,1). Alla fine, l’hai spuntata perché tu non hai mai smesso di avere visioni e di far sogni. Infatti la “guerra giusta” non c’è più. O meglio: i conflitti continuano a insanguinare la terra., semmai si sono tragicamente moltiplicati (il 7 ottobre 2023 s’è nuovamente incendiato il Medio Oriente) ma non si può più premere il grilletto arruolando Dio nelle proprie. Visioni e sogni sono diventati realtà. Il magistero ha cancellato ogni possibile giustificazione.

Hai fatto in tempo a leggere l’enciclica Fratelli tutti, del 3 ottobre 2020. Preso atto come «la guerra non sia un fantasma del passato, ma sia diventata una minaccia costante» (256), a nome della Chiesa papa Francesco, anche lui sognatore e visionario, ha affermato con decisione che «non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!» (258)

Se non eri ancora nato quando, il 1° agosto 1917, Benedetto XV definì la Prima guerra mondiale un’«inutile strage», eri già seminarista allorché Pio XII, il 24 agosto 1939, cercò inutilmente di far ragionare le Cancellerie: «Nulla è perduto con la pace, tutto può essere perduto con la guerra». E ti mancavano quattro mesi a diventare vescovo ausiliare di Bologna quando l’11 aprile 1963 un altro sognatore e visionario, Giovanni XXIII, inviava “alla Chiesa e alle donne e agli uomini di buona volontà” la Pacem in terris: «in questo nostro tempo che si gloria per l’energia atomica, è irrazionale (“alienum est a ratione”) pensare che la guerra possa ancora essere il mezzo per riparare i diritti violati». C’eri infine anche tu lì, in San Pietro, il 7 dicembre 1965, vigilia della chiusura del Vaticano II, tra quanti approvarono la Costituzione Gaudium et spes che dichiara perentoria: «…questo Sacrosanto Concilio, facendo proprie le condanne della guerra totale, già pronunciate dai recenti Sommi Pontefici, dichiara: Ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione deve essere condannato» (80).

Ci hai lasciato in eredità la tenacia con cui hai contributo a far maturare nella Chiesa una coscienza nuova, che ci sintetizzavi con la Gaudium et spes: «La pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi al solo rendere stabile l’equilibrio delle forze contrastanti, nè è effetto di una dispotica dominazione, ma essa viene con tutta esattezza definita opera della giustizia>> e con la Popolorum progressio, del 26 marzo 1967: «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace».

Sai, ricordavamo te e queste citazioni il 20 e il 21 aprile 2024, a Ciampino (Roma), durante l’annuale Assemblea Nazionale di Pax Christi Italia svoltasi senza averti fisicamente con noi. La passione per la pace e per la nonviolenza, una passione da coltivare anche a costo di finire isolati dai potenti, ma capiti e incoraggiati da piccoli, umili ed emarginati: ecco quello che resta del tuo sogno, ci siamo detti. Una passione oggi più necessaria che mai in un tempo, per la Chiesa e il mondo, che sembra aver perso la capacità di “avere visioni e far sogni” preferendo un realismo disperato e drammatico. Una passione da affinare, come ci hai insegnato tu, non inginocchiandoci davanti a nessuno se non di fronte al Crocifisso. Ci hai dimostrato che è possibile trasformare quelle citazioni in pensieri, parole e opere perché hai vivificato quelle parole con la Parola, quella con la “P” maiuscola perché Parola di Dio.

Purtroppo «nell’aria c’è odore di zolfo»: i giorni tragici che stiamo vivendo ci fanno rivivere quanto già scriveva nel 1991 don Tonino Bello, tuo successore come presidente di Pax Christi Italia. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il massacro di ebrei avvenuto il 7 ottobre 2023, la risposta spietata e genocida con l’occupazione della Striscia di Gaza, senza dimenticare Afghanistan, Yemen, Myanmar, Siria, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Somalia e tanti altri calvari ancora. Il primo anniversario della tua morte si celebra con un pianeta in fiamme.

E con arsenali sempre più pieni. Lo sai che nel 2023 la spesa militare mondiale ha raggiunto il record storico di 2.443 miliardi di dollari[1] con una crescita del 6.8% (circa 200 miliardi di dollari) rispetto al 2022? Il solo incremento sfiora il totale dall’aiuto pubblico allo sviluppo mondiale, stimato, sempre nel 2023, a meno di 224 miliardi di dollari[2]. La (triste) classifica rimane pressoché inalterata se confrontata con quella dell’anno precedente. Gli Usa sono al primo posto seguiti da Cina, Russia, India, Arabia Saudita, Regno Unito e Germania. All’ottavo posto risulta l’Ucraina (era undicesima nel 2022). Al nono c’è la Francia. Al decimo compare il Giappone. L’Italia figura in dodicesima posizione. Stabile. Ma la cosa non ci conforta. Perché leggiamo che la voglia matta di riempire hangar, magazzini e moli ha contagiato anche Roma. I mass media ci dicono che il nostro Paese intende acquistare tra i 100 e i 200 carri armati Leopard 2, con un costo superiore ai 4 miliardi di euro[3], e che il 2024 dovrebbe essere l’anno in cui viene consegnata ufficialmente la portaeromobili Trieste[4], la terza nave del genere dopo la Garibaldi e la Cavour. Sono soltanto due esempi.

La situazione attuale, insomma, è sempre più drammatica, con scelte “muscolari”, che non paiono ispirate all’articolo 11 della Costituzione, vera e prima “eccellenza” del nostro paese: «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo»). Ed è in corso, caro fratello vescovo Luigi, un dibattito tra tanti esegeti di questo articolo 11 tendente a rendere insignificanti queste parole dei padri e delle madri costituenti. A Ciampino, al termine dei lavori della nostra assemblea nazionale, abbiamo individuato quattro temi che richiedono vigilanza e mobilitazione[5]: 1) La follia del riarmo con la prospettiva di arrivare in Italia al 2/% del Pil per le spese militari; 2) il tentativo in atto da parte dei mercanti di morte di affossare definitivamente la legge 185/90 sul commercio delle armi, nata restrittiva, ma, di strappo in strappo, diventata sempre più opaca e aggirabile; 3) la non adesione dell’Italia al Trattato per la messa al bando delle armi nucleari; 4) l’idea, furbescamente ventilata, di una legione straniera all’italiana, per concedere la cittadinanza ai migranti che si arruolano e sono disposti a combattere per l’Italia

Avremmo bisogno di un’Onu lucida, tempestiva e coesa; invece è paralizzata dai veti incrociati. Avremmo bisogno di un’Europa davvero unita, fedele all’ispirazione dialogica, altruista e pacifica dei suoi padri fondatori: Robert Schuman, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Jean Monnet, Joseph Beck, Paul-Henri Spaak, Altiero Spinelli. Invece abbiamo un’Europa che ha deciso di indossare la divisa e imbracciare il fucile. Il 5 marzo 2024 la Commissione Ue ha pubblicato il Programma per l’industria della difesa europea[6]. In quel piano ci sono diversi obiettivi: aumentare le spese per la sicurezza, mettere in comune le risorse degli Stati nazionali, ricostruire l’industria bellica, espandere un sistema di commesse unificate superando la frammentazione nazionale degli acquisti di materiale. Altro che quanto ebbe a dire a questo proposito + don Tonino Bello: “…le armi non si producono, non si vendono e non si comprano!”.

Di recente, un acuto analista, Federico Rampini, ha riassunto lucidamente il pensiero di chi ritiene tuttora valido l’antico motto latino «si vis pacem, para bellum», se vuoi la pace prepara la guerra. «I buchi nei dispositivi di sicurezza europei sono enormi già oggi» ha osservato Rampini sul Corriere della sera[7] del 21 marzo 2024, «diventerebbero insostenibili nell’ipotesi di un ritiro dell’America dalla Nato, o comunque di un minore impegno degli Stati Uniti. Mentre Putin è riuscito nel suo obiettivo di trasformare la Russia in un’“economia di guerra” e dirottare risorse verso le produzioni di armi, l’Europa per aiutare l’Ucraina ha svuotato i propri arsenali e la produzione non regge il passo. Quello scenario evocato sopra, di una Nato senza americani costretta a fronteggiare un attacco russo alla Polonia o alla Lituania, richiederebbe 400 miliardi di euro di investimenti nella difesa secondo la stima dell’International Institute for Strategic Studies (è lo stesso think tank ad avere calcolato i vent’anni di tempo necessari, ai ritmi attuali)». E tu continuavi a ripetere che la NATO non aveva più ragioni di esistere in una prospettiva di percorrere strade diverse per sperare in un futuro in cui finalmente veniva a realizzarsi il sogno del profeta Isaia: “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci”… (Is 2,4).

La legislatura nata dal voto dell’8 e 9 giugno 2024 sarà una legislatura in cui l’Europa rischia di giocarsi l’anima e non solo l’architettura politico-istituzionale o la stabilità socio-economica. Davvero impossibile sognare una “convivialità delle differenze”? Le differenze sono ostacoli e non motivi di reciproco arricchimento? Davvero i contenziosi vanno risolti facendo tuonare i cannoni? Davvero la pace non va osata? Davvero la nonviolenza è moneta fuori corso? Domande alle quali tu avresti ancora una volta dato risposte scomode ma rassicuranti e nel quale la tua voce, ancorchè inascoltata, come quella di tutti i profeti, avrebbe fatto fiorire il deserto.

Anche in questo 2024 papa Francesco non fa che ripeterci che la guerra è follia, che senza giustizia non c'è pace, che bisogna promuovere la legalità e il bene comune. Con questo spirito Jorge Mario Bergoglio ha voluto inserire una tappa all’Arena di pace, nel viaggio a Verona previsto sabato 18 maggio 2024. Guardando quella gente preparare l’incontro, ascoltando impegni, testimonianze e progetti, ho capito che il tuo sogno è ancora un sogno condiviso e che la Chiesa, in compagnia delle donne e degli uomini di buona volontà, sarà capace di ascoltare l’invito, sempre vivo e attuale, partito dal cuore e dalla bocca di + don Tonino: “In piedi, costruttori di pace!”

Grazie, don Luigi! 

+ Giovanni Richiuti
Presidente di Pax Christi e vescovo emerito di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti

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[1] https://www.sipri.org/sites/default/files/2024-04/2404_fs_milex_2023.pdf
[2] https://retepacedisarmo.org/2024/il-mondo-aumenta-le-spese-militari-e-il-pericolo-di-guerra-2-443-miliardi-di-dollari-nel-2023-serve-disarmo-per-salvare-persone-e-pianeta/
[3] https://www.repubblica.it/esteri/2023/07/13/news/leopard_2_esercito_italiano-407595957/
[4] https://www.marina.difesa.it/media-cultura/Notiziario-online/Pagine/20231016_Allestimento_LHD_Vieste_Arsenale_Triestino.aspx
[5] https://www.paxchristi.it/?p=25335
[6] https://commission.europa.eu/news/first-ever-european-defence-industrial-strategy-enhance-europes-readiness-and-security-2024-03-05_it
[7] https://www.corriere.it/oriente-occidente-federico-rampini/24_marzo_21/europa-disarmata-2dbc3d9e-e78f-11ee-a95a-09971739e78f.shtml?refresh_ce
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Così lo immaginiamo e riconoscenti facciamo memoria dell’Amico Luigi, eternamente impegnato a rallegrare gli innumerevoli personaggi famosi o umili e poveri che nel corso della sua lunga vita ha saputo ascoltare, confortare, incoraggiare e accogliere, e che ora sono con Lui commensali del Padre con cui ha sempre coltivato un rapporto filiale.

Siamo stati onorati e ci riteniamo fortunati per aver potuto averlo come ospite narrante delle 4 Costituzioni di quel Concilio Vaticano II, di cui andava fiero e di cui era rimasto l’ultimo testimone e l’unica voce vivente. Con noi ha banchettato, con noi ha celebrato l’Eucarestia, con noi ha condiviso serate-dibattito sui temi più diversi, con noi e per Lui ha suonato e cantato la giovane Federica Zanardo, entrambi appassionati di pianoforte, per festeggiarne i compleanni. Infinitamente grazie, sempre vivo tra noi.
(fonte: Una Chiesa a più voci 14-07-2024)

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Un libro per ricordare monsignor Bettazzi, costruttore di pace

A un anno dalla morte il giornalista Alberto Chiara pubblica il libro "Luigi Bettazzi, un vescovo alla sinistra di Dio"

Profetico e ironico, sempre accanto ai poveri e costruttore di pace. E ancora scrittore instancabile e promotore di giustizia sociale. Sono le caratteristiche di Lugi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e ultimo padre conciliare, che emergono nel libro del giornalista Alberto Chiara. ...


venerdì 18 agosto 2023

Ricordo di monsignor Luigi Bettazzi a un mese dalla morte Il sorriso della speranza sfida per la politica


Ricordo di monsignor Luigi Bettazzi a un mese dalla morte

Il sorriso della speranza
sfida per la politica


di Claudio Sardo
L'Osservatore Romano 17 agosto 2023


I primi commossi ricordi di monsignor Luigi Bettazzi — morto il 16 luglio scorso a quasi 100 anni — si sono giustamente concentrati sulla passione e sulla coerenza con cui ha testimoniato il Vangelo, sulla fedeltà al Concilio del quale era stato partecipe per poi divenirne coraggioso interprete, sulla sete di pace e di giustizia che è rimasta il motore incessante della sua vita. Per questo ha cercato continuamente il dialogo e nel dialogo la verità che Dio ha iscritto nell’anima di ogni persona, soprattutto dei più piccoli, di chi più è nel bisogno. Il suo orizzonte non era certo limitato allo spazio politico. Guardava oltre, alle speranze dell’umanità, alla Chiesa in cammino nella storia, al legame che non si può nascondere tra spiritualità e riscatto dei poveri. Tuttavia la radicalità evangelica e la profezia di monsignor Bettazzi hanno incrociato anche la politica, eccome, e riflettere sui segni rimasti impressi può essere utile ora che viviamo tempi di grandi mutamenti e anche di spaesamenti.

Scrisse lettere a leader di partito, a uomini delle istituzioni, a grandi capi azienda. Si fece interprete di istanze da altri taciute. Suscitò scandalo tra i benpensanti. Bettazzi usava toni garbati, ma i contenuti erano forti. Non vedeva nemici, tuttavia non nascondeva critiche e dissensi. Il dialogo non doveva servire ad attenuare le diversità ma a essere sinceri, autentici, e a ricercare i passi per camminare insieme.

Lo scambio più famoso è certamente quello con Enrico Berlinguer, tra il 1976 e il 1977, anche per l’impegnativa risposta che il segretario del Pci diede allora al vescovo di Ivrea: un partito non teista, non ateista, non anti-teista; in uno Stato anch’esso non teista, non ateista, non anti-teista. Questo il profilo di laicità che Berlinguer volle disegnare, sollecitato dalle contestazioni di monsignor Bettazzi per l’“assolutezza” del materialismo dialettico e le forme oppressive, anti-religiose, del “comunismo reale”. Peraltro, la laicità necessaria in un sistema pluralista e democratico aveva bisogno di definire una nuova cordialità, una positiva collaborazione con il sentimento religioso, e la sua vocazione trascendente. Berlinguer ribadì che la coscienza religiosa non era riducibile al privato ma anzi poteva dare un contributo importante al cambiamento sociale (anche in senso “socialista”, scrisse). Bettazzi si trovò così a registrare non solo un superamento della vulgata marxista sulla religione “oppio dei popoli” ma anche un arricchimento del concetto di laicità che — come si è visto in seguito — non è affatto scontato nel mondo contemporaneo. Laicità non è scomparsa della fede dallo spazio pubblico ma libertà anche della religione e suo riconoscimento come fonte di conoscenza, come forza propulsiva, come generatrice di idee e di prassi, ovviamente in contesti democratici e pluralisti.

Certo, monsignor Bettazzi non si fermava alle parole e alle buone intenzioni. Era nel concreto che misurava i propositi. Perché è nel concreto che i poveri soffrono, che le ingiustizie si compiono, che la volontà di potenza sfregia la pace. A Benigno Zaccagnini, appena divenne segretario della Dc, scrisse che la coerenza cristiana del suo partito sarebbe stata giudicata dall’azione effettiva per l’equità sociale e per l’uguaglianza. Da presidente di Pax Christi denunciò il commercio delle armi, sfidando il potere della gigantesca industria bellica, e neppure le bombe lo fermarono quando si trovò — insieme a don Tonino Bello e a un gruppo di volontari — a marciare a Sarajevo, nel pieno della guerra dei Balcani, per chiedere lo stop allo sterminio, alla distruzione, all’odio etnico.

Forzare il realismo politico. È una sfida umana che può trarre spinta dalla spiritualità evangelica. Bettazzi ha provato a tradurre spes contra spem, non si è curato dei tanti scettici. Tuttavia non ha mai nascosto che l’azione politica, per quanto ben riuscita, conterrà sempre un’insufficienza, provocherà sempre un non pieno appagamento. Proprio in questa imperfezione c’è una grandezza che un giovanissimo Aldo Moro seppe descrivere con parole toccanti: «Forse il destino dell’uomo non è di realizzare pienamente la giustizia, ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete. Ma è sempre un grande destino».

Il sogno di monsignor Luigi Bettazzi era riproporre la fraternità, anello debole del trinomio rivoluzionario francese, come valore e come progetto. Era stato nominato vescovo nell’anno (il 1963) in cui Giovanni XXIII distingueva l’errore dall’errante, i movimenti storici dalle ideologie che li avevano originati. Il nuovo umanesimo era il suo cantiere “politico” aperto. Con il sorriso esprimeva fiducia, speranza. Perché c’è una trascendenza, un desiderio dell’oltre, che soffia in tutte le coscienze umane. Non servono dunque fortezze per difendersi. La Chiesa in uscita è forse l’espressione di Papa Francesco più congeniale alla vita di Bettazzi. Se la spiritualità del Vangelo irrigasse, un po’ di più, il terreno dell’umanità in cerca di giustizia, anche la politica concreta non potrebbe restare insensibile.

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mercoledì 19 luglio 2023

È tornato alla casa del Padre Mons. Luigi Bettazzi (cronaca, testi e video)

È tornato alla casa del Padre
Mons. Luigi Bettazzi


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Folla in duomo per l'addio a Bettazzi. Il funerale aperto dal messaggio di Papa Francesco


IVREA - Una folla dentro e fuori il Duomo per l'estremo saluto a monsignor Luigi Bettazzi, il vescovo emerito di Ivrea scomparso domenica a 99 anni. C'erano cardinali e vescovi da tutta Italia, padre Enzo Bianchi e don Ciotti, decine e decine di sindaci. E poi c'era tanta, tanta gente. Il «suo» popolo: cattolico e non solo, che l'ha amato e seguito in tutti questi anni. Sulla bara nessun fiore, solo la bandiera con i colori della Pace.

Il funerale, celebrato dal cardinale Arrigo Miglio, già vescovo della diocesi eporediese dopo Bettazzi, si è aperto con un messaggio di papa Francesco che ha voluto ricordare il vescovo emerito: «Grande appassionato del Vangelo che si è distinto per la vicinanza ai poveri diventando segno profetico di giustizia e di pace in tempi particolari della storia della chiesa, nonché uomo di dialogo e punto di riferimento per numerosi esponenti della vita pubblica e politica italiana»". Bergoglio ha espresso la sua «spirituale vicinanza ai familiari e a quanti piangono la scomparsa del presule così tanto amato e apprezzato da coloro che ha incontrato nel suo lungo e fecondo ministero». «Grato al Signore per questo intrepido testimone del concilio», si legge nel telegramma a firma del segretario di Stato Vaticano, cardinale Pietro Parolin.

«Non possiamo che ringraziare umanamente tutti i presenti - ha detto uno dei nipoti, a nome di tutta la famiglia - il vostro numero oggi qui testimonia tutto quello che Luigi ha seminato anche per la sua simpatia umana». Parole condivise dal sindaco di Ivrea, Matteo Chiantore: «Bettazzi ha attraversato il mondo con le sue domande critiche, a volte scomode. Con la sua capacità di dialogare e costruire ponti di pace. Come Olivetti è stato capace di navigare in mari aperti, in percorsi non indicati. Un uomo libero. Grazie monsignor Bettazzi per essere entrato dentro la nostra città: sei stato la nostra guida».

Tra gli interventi in Duomo anche quello del vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, Giovanni Ricchiuti, attuale presidente di Pax Christi Italia. «Le tue scelte coraggiose hanno illuminato il nostro cammino - ha detto il vescovo rivolgendosi idealmente a Bettazzi - come non ricordare la tua scelta di essere dalla parte delle minoranze, degli scartati e dei poveri, nello spirito del concilio che hai sempre testimoniato in prima persona". Ricchiuti ha sottolineato l'impegno di Bettazzi come «fedeltà alla parola di Dio che talvolta, anche all'interno della chiesa, ti è stata rimproverata. Noi vogliamo chiederti anche perdono per quei momenti».

E ancora: «Oggi tutti parlano di te, ma lascia che te lo dica: guarda che sei morto. Pensano che tu possa dare meno fastidio di quanto invece davi da vivo - ha aggiunto il presidente di Pax Christi Italia interrotto da uno scrosciante applauso - quante volte le tue posizioni, anche recenti, contro la guerra, le spese militari e il riarmo sono state criticate o quantomeno ignorate. Ci hai indicato la passione per la pace e per la non violenza, una passione che spesso ti ha messo in una posizione di isolamento che tu hai vissuto sempre con il sorriso sulle labbra. Il modo migliore per ricordarti è continuare sulla strada tracciata dalla tua stessa fantasia creativa e generatrice: saper osare e sognare la pace».
(fonte: Quotidiano Canavese 18/07/2023)

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Guarda il video del saluto di Mons. Ricchiuti
(Presidente di Pax Christi)


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Saluto del Vescovo Edoardo all’inizio della Celebrazione esequiale 

Questo momento di dolore e di serena preghiera unisce la Diocesi di Ivrea a tante e tante persone.

Ringrazio tutti i presenti: insieme alle Autorità Civili e Militari, gli Eccellentissimi Arcivescovi e Vescovi venuti da varie Diocesi del Piemonte e da fuori della nostra Regione. Porto la commossa partecipazione spirituale di coloro che non hanno potuto essere presenti: tra questi Sua Eminenza il Cardinale Matteo Zuppi, Sua Eminenza il Cardinale Tarcisio Bertone e Sua Eccellenza l’Arcivescovo di Torino, nostro Metropolita.

Ringrazio per la loro presenza gli Eminentissimi Cardinali Giuseppe Bertello e Arrigo Miglio, il quale presiede questa celebrazione.

Ringrazio davvero tutti, di cuore.

Il Signore ha chiamato a Sé monsignor Luigi Bettazzi quando già avevamo abbozzato i festeggiamenti per il suo 60° di Episcopato (al santuario di Prascundù il 27 agosto) e il 100° compleanno (in Cattedrale il 26 novembre). Ci uniremo a lui che ringrazierà il Signore in altro santuario.

Monsignor Bettazzi.

Molto meglio di me – che l’ho conosciuto di persona solo al mio arrivo ad Ivrea, quando egli da tredici anni ormai era Vescovo emerito – altri hanno sottolineato in questi giorni, e ancora sottolineeranno, importanti aspetti del vivere, del pensare, dell’agire di monsignor Luigi. Convinto che non si tratta di un elemento marginale, io mi soffermo sulla sua bella umanità, da tutti riconosciuta come grande valore aggiunto.

Fin da subito si è instaurato tra noi un rapporto sincero, preziosa realtà, oggi in particolare; e, basato sulla sincerità del rapporto, un reciproco rispetto che mi ha fatto percepire in monsignor Bettazzi un padre.

La sua età era quella della mia cara mamma: “la mia coscritta” diceva monsignor Luigi ogni volta che la incontrava… “Come sta la mia coscritta? Salutamela!” mi diceva ogni volta…

Erano persone – sia lui che lei – di forte tempra, di robusta volontà, di salde convinzioni: uomini e donne che non si perdevano in quisquiglie perché capaci di sguardi profondi sulla realtà e animati da forte speranza, umana e teologale.

Da una ricca umanità si è confortati, vivificati. Da una povera umanità, anche in presenza di altre doti cospicue di mente e di ingegno, si rimane mortificati.

Al caro monsignor Luigi il mio grazie, anche a nome della sua “coscritta” che da poco lo ha preceduto là dove tutti siamo incamminati: dove tutto è chiaro e dove conta l’essenziale che si è cercato lungo i passi del cammino terreno; là dove risplende quel Volto verso cui puntiamo lo sguardo, desiderosi di vederlo non solo attraverso i veli del mistero…

Ho sotto gli occhi il testamento spirituale di monsignor Luigi: quattro fitte pagine vergate a mano in cui, facendo scorrere, fin dagli inizi, la sua lunga vita, ringrazia Dio Padre e Figlio e Spirito Santo, le persone, le istituzioni e le tante realtà significative che hanno arricchito il suo cammino di uomo e di cristiano; e conclude con un’umile richiesta di perdono, a tanti rivolta.

Carissimo monsignor Luigi, “In paradisum deducant te angeli”!
(fonte: Diocesi di Ivrea !8/07/2023)

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Guarda il video integrale


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Luigi Bettazzi segno profetico di giustizia e di pace - Il ricordo di Papa Francesco, Raniero La Valle, Card. Matteo Zuppi, Don Renato Sacco e don Fabio Corazzina


Luigi Bettazzi
segno profetico di giustizia e di pace


Un «grande appassionato del Vangelo che si è distinto per la vicinanza ai poveri, diventando segno profetico di giustizia e di pace in tempi particolari della storia della Chiesa». Papa Francesco ricorda così il vescovo emerito di Ivrea, monsignor Luigi Bettazzi, morto a 99 anni domenica scorsa, 16 luglio. In occasione delle esequie, che si celebrano nel pomeriggio di martedì 18, nel duomo della diocesi piemontese, il Pontefice ha inviato all’oratoriano Aldo Cerrato, attuale ordinario di Ivrea, un telegramma a firma del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, attraverso cui «desidera far pervenire l’espressione» della propria «spirituale vicinanza ai familiari e a quanti piangono la scomparsa del presule, così tanto amato e apprezzato da coloro che ha incontrato nel suo lungo e fecondo ministero».

Definendo il vescovo Bettazzi «uomo di dialogo e punto di riferimento per numerosi esponenti della vita pubblica e politica» italiana, il Pontefice esprime gratitudine «al Signore per questo intrepido testimone del Concilio» Vaticano II e implora per lui «il premio eterno promesso ai servi fedeli», impartendo alla comunità diocesana di Ivrea e a quella di Bologna «che lo vide stimato presbitero e poi vescovo ausiliare», la benedizione apostolica «estensibile ai presenti al rito esequiale».
(fonte: L'Osservatore Romano 18/07/2023)


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Raniero La Valle
LA CHIESA DI BETTAZZI 

Il bello di una lunga vita è che molti, in tempi e in luoghi diversi, ne godono i frutti, quando quella vita è ricca di valori civili, di ispirazioni religiose e traboccante di amore. Così è stato della vita di Luigi Bettazzi, che è stato davvero un vescovo della Chiesa di tutti, e della Chiesa dei poveri, e soprattutto dei pacifici e degli assetati di giustizia. E così egli ha seminato e lasciato ricordi straordinari in tanti e in molte occasioni per quasi 100 anni.

C’è chi lo ricorda, giovane e anche bello, fraterno e accogliente, maestro ed amico, come Assistente ecclesiastico della FUCI, la Federazione degli universitari cattolici italiani, famosa per aver formato personalità straordinarie e preziosi protagonisti della prima Italia repubblicana, a cominciare da Moro.

C’è chi lo ricorda come vescovo ausiliare di Bologna in quel tempo magico che visse la Chiesa bolognese, la Chiesa del cardinale Lercaro, di don Dossetti, dell’ “Avvenire d’Italia”, del Centro di studi religiosi di Pino Alberigo e Paolo Prodi. A quel titolo fu tra i più giovani vescovi del Vaticano II: e lì parlò per la pace, ed ebbe il coraggio di levarsi in san Pietro per chiedere ai Padri conciliari, contro ogni prudenza ecclesiastica, di procedere alla canonizzazione conciliare di papa Giovanni XXIII, e farlo santo per acclamazione, senza miracoli e senza processi canonici, perché un papa così ancora non si era mai visto, e proprio quel Concilio ne era il lascito più prezioso per la Chiesa e per il mondo.

Finito il Concilio mons. Bettazzi fu ancora accanto a Lercaro, prima che l’arcivescovo bolognese fosse deposto per aver rivendicato la profezia della Chiesa, piuttosto che la neutralità, contro la guerra del Vietnam.

E poi fu vescovo di Ivrea, dove fu mandato per i suoi meriti, ma anche per lasciare il posto a Bologna al cardinale Poma incaricato di normalizzare la Chiesa italiana dopo gli ardimenti del Concilio.

E chi, tra i compagni che furono con lui e con don Albino Bizzotto in quella sorta di staffetta per la pace che fu fatta nel 1992 per rompere l’assedio di Sarajevo durante la guerra jugoslava, non lo ricorda a proclamare che era possibile la pace tra serbi e bosniaci, , musulmani e cristiani, cattolici e ortodossi?

È stato un vescovo dei poveri e dei pacifici, degli intellettuali e dei piccoli, presidente di Pax Christi e militante di base quando c’era da lottare e testimoniare per la pace: e l’ultima volta lo ricordiamo a dire, rispondendo all’appello di Michele Santoro, che non è contro l’aggressione chi alla violenza oppone un’altra violenza, e che dalla guerra di Ucraina si doveva uscire con la diplomazia e mettendosi in mezzo ai contendenti per farli riconciliare nella pace.
(fonte: blog dell'autore 17/07/2023)

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Card. Matteo Zuppi
Grazie don Luigi perché non hai smesso di sognare 
non ti sei stancato di farci vivere la primavera del Concilio. 

Pubblichiamo di seguito il messaggio che il Presidente della CEI, Card. Matteo Zuppi, ha inviato al Vescovo di Ivrea, Mons. Edoardo Aldo Cerrato, in occasione delle esequie di Mons. Luigi Bettazzi, scomparso il 16 luglio.


Mi dispiace non potere essere presente. Non mi è possibile solo a causa di un impegno per la pace. Sono sicuro che Mons. Bettazzi, assetato di pace e giustizia e di convinta non violenza, mi avrebbe raccomandato di fare tutto “l’impossibile”. 
Ci aveva abituato alla sua presenza, solare, determinata, libera, evangelica, sempre in cammino, entusiasmante, piena di vita. Pur conoscendo bene il galateo ecclesiastico – educato com’era alla scuola di Nasalli Rocca e Lercaro – non ha mai smesso di portare con libertà il Vangelo ovunque, perché per tutti Gesù è venuto. E si è raccomandato piuttosto di andare a cercare, non di starcene fermi ad aspettare. È stato un Vescovo del Concilio Vaticano II. 
Non è mai entrato, né prima né dopo, nella folta schiera dei profeti di sventura, coloro che “non senza offesa” al successore di Pietro preferivano e preferiscono continuare ad usare le armi del rigore credendole indispensabili per difendere la verità e evocando improbabili periodi passati senza imparare dalla storia. 
Era libero perché amava Dio e la Chiesa. Cercava il dialogo non perché ambiguo, facile, ma proprio perché convinto della propria identità, senza ossessioni difensive che vedono il nemico dove non c’è e non lo riconoscono dove, invece, si annida. Ascoltava per rispondere e non parlare sopra. Comunicava la gioia di essere cristiano e annunciava la chiamata a tutti ad esserlo. Amabile, instancabile, gentile ma per niente affettato, scomodo, ironico, colto senza mai essere supponente, parlava della Chiesa e dei poveri perché la Chiesa è di tutti, ma specialmente dei poveri e perché “le ansie e gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. «La rivoluzione copernicana contenuta nella Gaudium et spes (non l’umanità per la Chiesa, ma la Chiesa per l’umanità) e quella della Lumen gentium (non i fedeli per la gerarchia, ma la gerarchia per i fedeli) stentano ad affermarsi», ripeteva.
Lui non ha smesso di sognare. «Il mio “sogno” è che ogni cristiano si renda conto della sua vocazione “missionaria”. «La gioia più grande? Essere prete», aggiungeva. 
Ebbe il premio Unesco per l’educazione alla pace, perché non si devono subire i violenti e perché la tendenza alla violenza è comune e porta a imbracciare l’arma mentre la non violenza interpone la diplomazia. 
Fin dagli anni Sessanta ha scommesso sui laici, «non secondo i propri interessi, ma secondo l’interesse dell’intero cosmo per contribuire non solo a mantenerlo in essere…ma anche a svilupparlo nell’interesse comune». Sì, ha chiesto a tutti noi, tutti, opportune et inopportune, di «essere discepolo che dà gioia», convinto che «il regno di Dio è l’umanità come Dio la vuole». 
Grazie don Luigi, benedizione con la tua lunga vita, perché non hai smesso di sognare e non ti sei stancato di farci vivere la primavera del Concilio. Grazie e continua a pregare per noi e con noi. In pace e con il sorriso.

Card. Matteo Zuppi
Arcivescovo di Bologna
Presidente della Cei
(fonte: CEI 18/07/2023)

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E’ un ricordo affettuoso e ricco di testimonianza quello che don Renato Sacco (coordinatore nazionale di Pax Chisti) e don Fabio Corazzina oggi a Ivrea per presenziare ai funerali di Monsignor Bettazzi. 
I due sacerdoti raccontano il cammino fatto insieme al Vescovo Emerito e dei valori condivisi.



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lunedì 17 luglio 2023

Grazie, fratello vescovo Luigi - Addio a monsignor Bettazzi - Un’intervista su marce della pace e il tema della guerra al Concilio


Grazie, fratello vescovo Luigi

Mons Luigi Bettazzi è tornato alla casa del Padre dove vive in pienezza l’agognata Pace.

Partecipo questa notizia con grande tristezza (ci stavamo preparando alla festa dei suoi 100 anni) ma con un grande GRAZIE al Signore per avercelo donato compagno e guida instancabile, gioioso, infaticabile sui “sentieri di Isaia”.
Grazie, fratello vescovo Luigi, adesso che sei “diversamente vivente” continua a camminare con noi!!!
Siamo certi che sei entrato nella gioia del tuo Signore!!!

Mons. Giovanni Ricchiuti
Presidente di Pax Christi Italia
(fonte: Pax Christi 16 Luglio 2023)

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Addio a monsignor Bettazzi,
morto a 99 anni il vescovo emerito di Ivrea:
martedì lutto cittadino

Spirato alle 4,22 del mattino di domenica. Camera ardente in duomo a Ivrea da lunedì 17 luglio dalle 9 alle 19. Funerali martedì 18 luglio. Sarà sepolto in duomo.


Il vescovo emerito di Ivrea, monsignor Luigi Bettazzi è morto alle 4.22 del mattino di domenica. Negli ultimi momenti della sua vita ha ricevuto l’eucarestia, l’unzione degli infermi e la benedizione papale ed è stato lucido fino alla fine. Era nato a Treviso il 26 novembre 1923, aveva quindi 99 anni. I funerali saranno celebrati martedì 18 luglio alle 15,30 in duomo, rosario lunedì 17 alle 20,30, sempre in duomo. La camera ardente sarà allestita sempre in duomo da lunedì 17 luglio a partire dalle 9 e sarà aperta fino alle 19. Per martedì 18, giorno del funerale, l’amministrazione comunale di Ivrea ha proclamato il lutto cittadino, la bandiera sarà esposta a mezz’asta. “Ultimo testimone del Concilio Vaticano II, monsignor Bettazzi nei suoi lunghi anni di episcopato a Ivrea, e negli anni più recenti di presenza vigile e partecipe presso il Castello di Albiano, ha contribuito in modo significativo a costruire nella nostra comunità la cultura della pace e della giustizia, dell’apertura agli ultimi, agli esclusi, agli stranieri, incarnando una visione di Chiesa aperta al mondo e schierata con i più deboli. L’amministrazione, a nome di tutta la città, lo ringrazia per la sua testimonianza coraggiosa e coerente e si impegna a tenere vivi i suoi ideali e la sua visione”-

Il peggioramento

Le condizioni di monsignor Bettazzi si erano aggravate negli ultimi giorni. Il vescovo di Ivrea, Edoardo Cerrato, sabato aveva invitato alla preghiera con un semplice messaggio: “Accompagniamo monsignor Bettazzi che si sta avviando lucidamente al tramonto terreno. La nostra preghiera lo sostenga”. Un invito alla preghiera era arrivato anche dai sacerdoti e dalle molte persone da sempre a lui vicine.

L’ultima uscita pubblica di monsignor Bettazzi risale alla fine del giugno scorso quando, in occasione della festa di San Giovanni, è stato ospite della parrocchia di Vico, dove ha celebrato la messa, ha partecipato al pranzo ed ha assistito al concerto conclusivo della patronale. Le sue condizioni di salute hanno iniziato a peggiorare nei giorni successivi. Monsignor Bettazzi è stato costretto a letto, dove è stato assistito giorno e notte e dove ogni mattina ha ricevuto la visita di uno dei sacerdoti diocesani che concelebrano con lui la messa, che egli ha voluto continuare a celebrare dal suo letto come ha sempre fatto per oltre 73 anni, da quando in quel lontano 4 agosto 1946 fu ordinato presbitero, nella cappella del Rosario della basilica patriarcale di San Domenico a Bologna, dal cardinale Giovanni Battista Nasalli Rocca di Corneliano. In occasione della messa solenne di San Savino, in occasione della festa per il patrono di Ivrea, il vescovo Cerrato e i sacerdoti avevano invitato a ricordare monsignor Bettazzi nelle preghiere.

Vescovo di Ivrea per 33 anni

Nato a Treviso, si diceva, da adolescente Luigi Bettazzi si era trasferito con la famiglia a Bologna, città di origine della madre. Ordinato sacerdote nel 1946, il 10 agosto 1963 fu eletto vescovo titolare di Tagaste e nonimato ausiliario di Bologna. Quindi il passaggio a Ivrea. Monsignor Bettazzi è stato per 33 anni vescovo di Ivrea, dal 1966 al 1999, prima di trasferirsi nel castello vescovile di Albiano, dove risiedeva. Per la precisione fu nominato vescovo di Ivrea il 26 novembre 1966 e fece il suo ingresso ufficiale il 15 gennaio 1967. Monsignor Bettazzi era l’ultimo vescovo in vita tra i partecipanti al Concilio Ecumenico Vaticano II, molto amato ed apprezzato, non solo per la sua missione pastorale, ma anche per le sue riflessioni pubbliche fatte negli anni sui grandi temi dell’attualità, lavoro, politica e pace. Al tema della pace, ancora oggi di strettissima attualità, monsignor Bettazzi ha dedicato gran parte della missione sacerdotale fino ad essere nominato nel 1968 presidente nazionale di Pax Christi, il movimento cattolico internazionale per la pace, e diventarne poi nel 1978 presidente internazionale, fino ad arrivare nel 1985 a vincere per i suoi meriti il Premio Internazionale dell'Unesco per l'Educazione alla Pace. Autore di numerose pubblicazioni, è stato un punto di riferimento.
(fonte: La Sentinella del Canavese ALBIANO D’IVREA 16 Luglio 2023)

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Bettazzi: un’intervista su marce della pace 
e il tema della guerra al Concilio
 
Monsignor Bettazzi a Torino nel 2008 (Foto di wikipedia)

Così alcuni media hanno ricordato mons. Luigi Bettazzi: Accanto agli studenti della Fuci, la vicinanza ai lavoratori dell’Olivetti, della Lancia e del cotonificio Vallesusa, lo scambio epistolare con il segretario del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer, sostenne l’obiezione di coscienza quando ancora si rischiava il carcere, partecipò alla marcia pacifista a Sarajevo, favorevole al disegno di legge sui 'diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi' comprese le coppie omosessuali, ha partecipato a tutte le Marce della pace fino agli ultimi mesi di vita.”

E’ morto il 16 luglio a 99 ani di età, è stato voce di pace e testimone del rinnovamento conciliare, e il più giovane dei Vescovi italiani, voluto nel 1963, come Ausiliare dal Cardinale Giacomo Lercaro, Arcivescovo di Bologna, e Padre conciliare fino alla conclusione.

Nominato Vescovo di Ivrea nel 1966 è stato anche presidente nazionale, e poi internazionale, di Pax Christi.
Il Concilio e la pace sono stati sempre l’impegno di tutto il suo servizio alla Chiesa e alla società. Ha conservato con Bologna, dove abitano i suoi famigliari, uno stretto rapporto di affetto e di condivisione, intensificatosi negli ultimi anni.

Bettazzi, nato a Treviso nel 1923, avrebbe compiuto 100 anni il prossimo 26 novembre. Il 4 ottobre 1946 fu ordinato sacerdote a Bologna, poi nominato ausiliare di Bologna e il 4 ottobre 1963 ordinato vescovo. Dal 1966 al 1999 fu Vescovo di Ivrea. Partecipò al Concilio Vaticano II, accanto al cardinale Giacomo Lercaro, per tre sessioni dal 29 settembre 1963. All’interno di Pax Christi fu presidente nazionale dal 1968 al 1985 e internazionale dal 1978 al 1985.

Profondo rimase il suo legame con Bologna. Nel 2016 ricevette dal Comune di Bologna la cittadinanza onoraria. Una delle sue ultime visite, il 14 dicembre dello scorso anno, fu per una serata di dialogo con il Card. Zuppi al Museo Olinto Marella su “Profezia e liberazione: l’eredità del Concilio Vaticano II”.
Mons. Bettazzi, il Padre conciliare italiano vissuto più a lungo, è stato promotore di pace e di dialogo con tutti.

Vi riproponiamo il testo e il video di una breve intervista da noi realizzata con lui sull’esperienza delle marce della pace e del dibattito in Concilio sulla guerra, in cui vi sono notizie per molti poco note.

“La Marcia di Capodanno fu voluta dai giovani di Pax Christi i quali volevano che l’anno cominciasse non soltanto con lo spumante e il panettone, ma che cominciasse in preghiera, con una marcia di riflessione antecedente.

Il Papa Paolo VI nel 1968 aveva lanciato la Giornata mondiale per la pace e l’anno successivo il 31 dicembre noi facemmo la Marcia, e quindi abbiamo un anno in meno delle Giornate mondiali. Nacque proprio per sensibilizzare, noi di Pax Christi per primi, e poi per sensibilizzare al tema della pace le città che via via abbiamo girato.

Cominciammo con l’obiezione di coscienza, che allora era una cosa di cui non si parlava, siamo andati nelle zone in cui c’era stato il terremoto, in Sicilia poi in Friuli, a Sarno dove c’era stata l’alluvione, si cercava di alternare Sud e Nord, cercando delle città che ci accogliessero, andavo a chiedere ai vescovi, qualcuno non era tanto dell’idea, ma quando nel 1981 diventai il Presidente di Giustizia e Pace, la Commissione della CEI, ci si mise d’accordo, da allora potemmo andare anche nelle grandi città, si andò a Roma, a Palermo, a Firenze, perché allora la CEI dava il valore, anche se poi toccava a Pax Christi fare la parte organizzativa.

Credo che abbiamo seminato, e in molte città hanno poi continuato a fare nel tempo iniziative locali. La Marcia della Pace si è diffusa come un tema significativo, noi come Pax Christi avevamo già le Routes in giro per il mondo.

Credo che le Marce siano state utili per seminare, abbiamo parlato di armi, di disarmo, di costruire meno armi, oppure di solidarietà in situazioni particolari, credo che sia stato efficace.

Avevamo pensato nel 1975 di venire a Bologna, per onorare il cardinal Lercaro, ma poi andammo a Torino.
Si andava a Brescia o a Varese dove facevano delle armi, il vescovo locale ci diceva di tener conto che tanti lavoravano in quelle aziende, ma si cercava di seminare le idee della pace, di diminuire la distruzione delle guerre, credo che per la grazia del Signore siano state iniziative utili non solo per Pax Christi ma anche per le città in cui le marce di sono svolte, qualche volta per il 1° dell’anno, non avendo altre notizie più importanti, la mettevano nelle televisioni e la cosa serviva a richiamare anche concretamente il cammino della pace.”

A Bologna in questi giorni si è ricordato Lercaro e Dossetti. Lei in quegli anni era vescovo ausiliare di Lercaro: quali ragionamenti facevate ai tempi del Concilio sulla pace?

Nel Concilio c’era un movimento che, partendo dal Vangelo, voleva che si dichiarasse che un cristiano non può far la guerra.

Per questo don Dossetti non condivideva tanto che nella Gaudium et Spes si fosse partiti dalla teologia, la guerra giusta, la guerra di difesa; ricordo che alcuni vescovi americani, mentre gli USA stavano facendo la guerra in Vietnam, dicevano che era una guerra di difesa della civiltà cristiana.

Però nel Concilio, nella Gaudium et Spes, si riuscì a condannare la guerra totale, quella che coinvolge le città e le popolazioni civili, dicendo che è contro Dio e contro la stessa umanità. Non se ne sarà forse tenuto molto conto, ma è un passo in avanti .

Paolo VI ha parlato della pace come sviluppo dei popoli, Giovanni Paolo II ha parlato della pace come solidarietà, Papa Benedetto XVI nella Caritas in veritate comincia ad auspicare la nonviolenza attiva, Papa Francesco parla di nonviolenza attiva e creativa per la giornata della pace 2017.

Anche il movimento ecumenico cristiano a Ginevra ha fatto una riunione mondiale sul cammino della nonviolenza, che non vuol dire rassegnarsi ma metter in atto tutte le possibilità diplomatiche, di embarghi e altro, prima di arrivare alla guerra.

Purtroppo la guerra invece rende molto – pensiamo alla vendita delle armi – e quindi si preferisce portare le situazioni fino all’estremo, fino allo scoppio delle guerre, mentre la guerra non risolve niente, lo stiamo vedendo in Africa, nel Medio Oriente.

Occorre arrivare ad una nonviolenza attiva e creativa; credo che sia questo il grande messaggio che ci dà Papa Francesco con questa giornata mondiale della pace.

A Bologna, che nel Medioevo è arrivata ad abolire per prima la schiavitù dei servi della gleba, che ha attuato il diritto delle soluzioni pacifiche, credo sia bello si parli della nonviolenza attiva e creativa.

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(fonte: Pressenza Redazione Bologna 17.07.23)