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giovedì 27 agosto 2026

La lettera del patriarca Pizzaballa per il nuovo anno scolastico In Terra Santa il ritorno a scuola non è più scontato


La lettera del patriarca Pizzaballa
 per il nuovo anno scolastico

In Terra Santa
il ritorno a scuola
non è più scontato



Gerusalemme - «Ci sono bambini le cui aule non esistono più e comunità nelle quali la gioia di un nuovo anno scolastico è oscurata dalla morte, dallo sfollamento e dalla distruzione. Anche questi bambini fanno parte della nostra comunità». Così si legge nel messaggio diffuso dall’Assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa in occasione dell’inizio del nuovo anno scolastico, firmato dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme del latini, e presidente dell’Assemblea.

Con il mese di agosto che volge al termine, nelle scuole si preparano le aule e gli insegnanti si apprestano ad accogliere nuovamente gli studenti. Ma, scrive il cardinale, non è possibile celebrare questo nuovo inizio «senza ricordare che, in alcune parti della Terra Santa, il ritorno a scuola non può più essere dato per scontato». Da qui l’auspicio che l’apertura dell’anno scolastico possa diventare segno di speranza anche per quanti non possono tornare tra i banchi: la promessa che «la distruzione non avrà l’ultima parola» e che anche loro, un giorno, potranno ritrovare «l’apprendimento e la vita ordinaria». Nel messaggio, pubblicato oggi, mercoledì 26 agosto, Pizzaballa ricorda quindi il ruolo delle scuole cristiane, definite «molto più che istituzioni educative»: sono uno dei pilastri della presenza cristiana in Terra Santa e, allo stesso tempo, luoghi nei quali vengono accolti studenti e famiglie appartenenti a diverse tradizioni religiose, educando alla convivenza e all’accettazione dell’altro.

Un’apertura, sottolinea il patriarca, che non significa tuttavia rinunciare alla propria identità. Il carattere cristiano delle scuole deve trovare espressione nei valori, nei simboli, nelle tradizioni e nell’attività educativa quotidiana. Preservarlo, soprattutto davanti alle numerose pressioni alle quali sono sottoposti gli istituti, richiede «pazienza, fermezza e coraggio» e rappresenta una responsabilità condivisa da dirigenti, insegnanti e dall’intera comunità ecclesiale. Particolare attenzione viene riservata alla formazione religiosa degli studenti. Non basta, si legge nel messaggio, che uno studente cristiano sappia recitare le preghiere o nominare i sacramenti senza comprenderne il significato: l’educazione religiosa deve condurre a una conoscenza «viva e personale» della fede. Essere cristiani di Terra Santa, prosegue Pizzaballa, non è soltanto «una questione di identificazione geografica», significa invece sviluppare un rapporto profondo con la terra del Vangelo e conoscere i misteri della fede anche attraverso i luoghi nei quali si sono svolti. Per questo le visite ai luoghi santi dovrebbero diventare parte integrante della formazione religiosa. Laddove distanze, confini e restrizioni rendano impossibile raggiungerli fisicamente, spetta alle scuole trovare altre modalità — attraverso la Scrittura, lo studio e gli strumenti visivi — per avvicinare gli studenti al patrimonio spirituale della Terra Santa. Il messaggio si conclude con un ringraziamento agli educatori e alle famiglie e con una preghiera per tutti i bambini della regione, «specialmente quelli privati della sicurezza e dell’istruzione». Perché le scuole, auspica Pizzaballa, possano continuare a essere «luoghi di fede, conoscenza, incontro e speranza».

Leggi il testo integrale

Ai nostri amati studenti,

Agli stimati genitori,

Ai sacerdoti e ai religiosi che prestano servizio nelle nostre scuole della Chiesa,

Ai presidi, agli insegnanti e agli educatori,

Ai Segretariati Generali delle Scuole Cristiane in Terra Santa,



Il Signore vi dia la pace!

Siamo alle porte di un nuovo anno scolastico. Ancora una volta, le nostre scuole in Terra Santa aprono le loro porte per accogliere decine di migliaia di studenti, cristiani e non, che siedono fianco a fianco sugli stessi banchi, uniti dall'amore per l'apprendimento e animati dalla speranza nel futuro. Ognuno di loro è un dono prezioso di Dio, una fiducia sacra affidata alle nostre cure.

Eppure, con profondo dolore, questa gioia non si estende ai nostri bambini di Gaza, che per il terzo anno consecutivo sono privati del loro diritto all'istruzione a causa della guerra. Le loro scuole sono state distrutte, le loro aule sono state chiuse. Li portiamo nelle nostre preghiere, implorando che la pace prevalga presto affinché possano tornare sui loro banchi e reclamare la loro infanzia.

L'apertura dell'anno scolastico non è un momento passeggero, ma un tempo di grazia, un rinnovamento della nostra missione educativa. Nella nostra visione, la scuola non è solo muri e libri, ma una casa dove la conoscenza e la fede abitano insieme: dove la mente è illuminata dalla luce della verità, il cuore cresce nell'amore per Dio e per gli altri, e l'anima è ancorata nella speranza. In un tale ambiente, il carattere dello studente viene plasmato da valori e virtù e preparato a servire la società nello spirito della fede, della speranza e dell'amore.

I nostri alunni di prima elementare intraprendono per la prima volta il loro viaggio di apprendimento; che il loro anno sia coronato dalla gioia, ricco di scoperte e fecondo di amicizia e crescita. I nostri alunni di seconda media sono alla soglia della conclusione degli anni scolastici e si preparano a entrare in un nuovo capitolo della vita, chiamati alla perseveranza, alla maturità e alla serietà. Tra questi inizi e queste fine c'è il percorso scolastico di ogni studente, che non si misura solo con i voti, ma con i valori forgiati nel carattere, la resilienza e la diligenza coltivate, la speranza e l'apertura nutrite nel cuore.

I nostri alunni di prima elementare intraprendono per la prima volta il loro cammino di apprendimento; che il loro anno sia coronato dalla gioia, ricco di scoperte e fecondo di amicizia e crescita. I nostri alunni di dodicesima sono alla soglia della conclusione degli anni scolastici e si preparano a entrare in un nuovo capitolo della vita, chiamati alla perseveranza, alla maturità e alla serietà. Tra questi inizi e queste fine c'è il percorso scolastico di ogni studente, che non si misura solo con i voti, ma con i valori forgiati nel carattere, la resilienza e la diligenza coltivate, la speranza e l'apertura nutrite nel cuore.

Le nostre scuole sono chiamate a rimanere case di apprendimento, di incontro e di dialogo, campi che seminano la pace, salvaguardano la dignità e aprono a ogni studente le porte del futuro, indipendentemente dalla provenienza. Gli splendidi risultati ottenuti dai nostri studenti in vari campi, i valori autentici che incarnano e le personalità creative che rivelano sono una testimonianza vivente della fecondità di questa missione educativa e un motivo di orgoglio e gratitudine per tutti noi.

A nome dell'Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa, esprimo la profonda gratitudine della Chiesa a tutti coloro che prestano servizio nelle nostre scuole: ai consacrati che accompagnano la missione con spirito di cura; agli insegnanti che piantano i semi della conoscenza e della virtù nelle menti e nei cuori dei nostri bambini; ai presidi che guidano con discernimento e fedeltà; a tutto il personale che lavora per assicurare che le nostre scuole rimangano vibranti di vita. La vostra dedizione quotidiana, i sacrifici silenziosi e l'impegno costante in questa missione sono una testimonianza vivente del fatto che l'educazione nelle scuole della Chiesa non è solo una professione, ma un ministero sacro svolto con amore, pazienza e speranza.

Estendo anche le benedizioni e l'incoraggiamento alle famiglie dei nostri studenti, che sono il primo fondamento dell'educazione - la scuola primaria dove si forma la fede, si coltivano i valori e i bambini imparano il significato della responsabilità e del rispetto. Il ruolo dei genitori non si limita a seguire le lezioni o a controllare i successi accademici, ma si estende a piantare l'amore nel cuore, a dare un esempio vivente di pazienza e generosità e ad accompagnare il cammino dei figli con consapevolezza e tenerezza. L'educazione è una responsabilità condivisa tra casa e scuola, fondata sulla fiducia reciproca e sulla collaborazione continua.

A tutti i nostri studenti dico: fate di quest'anno un'opportunità per crescere nella conoscenza e nella fede, per forgiare il vostro carattere nella perseveranza e nell'impegno.

Che lo Spirito Santo illumini le vostre menti e i vostri cuori e che la Beata Vergine Maria, sede della Sapienza, vi protegga durante questo anno.

Con la paterna benedizione a tutti voi e con i migliori auguri per un nuovo anno scolastico benedetto.

Gerusalemme, 28 agosto 2025, festa di sant'Agostino, vescovo e dottore della Chiesa.

+ Pierbattista Card. Pizzaballa

Patriarca di Gerusalemme per i latini



Presidente dell'ACOHL

mercoledì 26 agosto 2026

I custodi silenziosi della storia di Gennaro Matino


I custodi silenziosi 
della storia 
di Gennaro Matino



Ogni sera, quando il sole comincia lentamente a piegare verso l’orizzonte, c’è qualcuno che esce in giardino con un annaffiatoio. Lo fa quasi senza pensarci. Bagna la terra con pazienza, raccoglie una foglia caduta, rialza un ramo piegato dal vento, osserva una pianta che fatica a rifiorire. Nessuno applaude quel gesto. Nessuno lo fotografa. Eppure, se quel giardino continuerà a fiorire, sarà soprattutto grazie a quelle mani che hanno avuto cura di ciò che sembrava troppo piccolo per meritare attenzione. Forse la vita assomiglia molto più a un annaffiatoio che a un palcoscenico. I fiori non crescono dove qualcuno li guarda. Crescono dove qualcuno, ogni giorno, se ne prende cura. 
Nelle ultime settimane abbiamo provato ad allargare il desiderio, a ritrovare il coraggio della sosta, a guardare il mondo con occhi meno distratti. Oggi il cammino ci conduce a una domanda diversa. Che cosa facciamo di ciò che abbiamo finalmente imparato a vedere? Perché vedere, da solo, non basta. Perché vedere è un fatto degli occhi. Guardare è una scelta del cuore. Osservare è concedere tempo a ciò che potrebbe cambiarci. Viviamo in un tempo che ammira chi conquista. Celebriamo chi arriva per primo, chi accumula, chi occupa la scena, chi conquista spazio, consenso, successo. 
Molto meno ci accorgiamo di chi, nel silenzio, continua semplicemente a tenere acceso un lume. Una madre che veglia il figlio durante la notte.
 Un insegnante che non rinuncia all’alunno più difficile. 
Un medico che resta qualche minuto in più accanto al letto di un malato. 
Un volontario che torna ogni settimana nello stesso luogo senza aspettarsi riconoscimenti. 
Un vicino che continua a salutare chi ha smesso perfino di rispondere. 
Sono gesti piccoli. Così piccoli da sembrare irrilevanti. Eppure la storia ricomincia quasi sempre da lì. Ci siamo abituati a credere che il mondo cambi soltanto attraverso i grandi eventi. Le rivoluzioni, le elezioni, le guerre, le scoperte, le crisi. È vero. Ma esiste una storia più silenziosa che non compare nei titoli dei giornali. È la storia di chi ogni giorno impedisce alle cose preziose di andare perdute. Di chi ricuce invece di strappare. Di chi ripara invece di sostituire. Di chi resta quando sarebbe molto più facile andarsene. C’è un nome che tiene insieme tutti questi gesti. 
Si chiama custodia. Non è possedere. Non è trattenere. Non è difendere per paura
Custodire significa amare qualcosa abbastanza da non permettere che venga consumato dall’indifferenza. Custodire un paesaggio senza sfruttarlo. Custodire una relazione senza possederla. Custodire una parola senza svuotarla. Custodire una memoria senza trasformarla in nostalgia. Custodire una coscienza senza venderla alla convenienza. Ci sono cose che chiedono forza. Altre chiedono intelligenza. Le più importanti chiedono cura. Una promessa. Un bambino. Un anziano. Un’amicizia. La fiducia. La pace. Nulla di tutto questo sopravvive da solo. Ogni cosa preziosa continua a vivere perché qualcuno, quasi sempre nell’ombra, decide ogni giorno di non lasciarla morire. Le cose più fragili non fanno rumore. Restano sulla soglia. Aspettano. Come un seme affidato alla terra. Come una lampada lasciata accesa nella notte. Come una porta che continua a restare socchiusa nell’attesa di un ritorno. Anche la vita è così. Non ci domanda anzitutto di essere straordinari. Ci domanda di essere fedeli. Forse è questo il dono più vero dell’estate. Dopo avere riallargato i desideri, imparato a sostare e ritrovato lo stupore, possiamo finalmente accorgerci di ciò che la vita ci affida. Una pianta dimenticata sul balcone. Una telefonata rimandata troppo a lungo. Un libro lasciato a metà. Un’amicizia che aspetta un passo. Una parola che chiede di essere mantenuta. 
Le grandi rivoluzioni cominciano quasi sempre da attenzioni minuscole che nessuno considera abbastanza importanti. Quando, un giorno, ripenseremo alla nostra vita, forse la domanda decisiva non sarà: “Che cosa hai costruito? Sarà un’altra. “Che cosa hai custodito perché altri potessero continuare a sperare?”. Perché il futuro non appartiene a chi avrà posseduto di più. Apparterrà sempre a chi avrà avuto cura di ciò che tutti gli altri consideravano troppo fragile per essere salvato.

(Fonte: La Repubblica - Napoli  del 23.08.2026)



martedì 25 agosto 2026

“Caro” Vannacci, San Paolo non era un “camerata”, ma un uomo attento ai poveri e agli esclusi


“Caro” Vannacci, San Paolo non era un “camerata”,
ma un uomo attento ai poveri e agli esclusi

Citare frasi dell’apostolo (Chi non lavora neppure mangi) fuori dal loro contesto per sostenere la propria tesi politica è inappropriato e fuorviante. La Bibbia racconta invece di un seguace di Cristo impegnato a favore di chi è in difficoltà. Il generale scherzi con i fanti, ma lasci stare i santi...

L'eurodeputato Roberto Vannacci durante la conferenza stampa di Futuro Nazionale "Immigrazione e Crisi Energetica". ANSA

Ora anche san Paolo si trova arruolato nell’“armamentario” concettuale del generale Vannacci. E addirittura con il titolo di «camerata». Ossia “commilitone”, l’appellativo – per chi conosce un po’ la storia – con cui si designavano gli iscritti al partito fascista tra di loro. E con una citazione – «Chi non lavora neppure mangi» – tratta da una lettera dell’Apostolo (Seconda ai Tessalonicesi 3,10), trasportata di peso da un contesto di 2.000 anni fa, che nulla ha a che fare con la questione (la proposte di modifica ai sussidi per i migranti previsti oggi in Italia) affrontata dal generale nella conferenza stampa di presentazione delle proposte di Futuro Nazionale su energia e immigrazione lo scorso 6 agosto.

In questione non è qui la manifestazione delle idee (sempre passibili di discussione e contraddittorio) ma il “tirare per la giacchetta” un santo – e non proprio uno qualsiasi – a proposito di questioni molto distanti tra di loro. San Paolo è un teologo, un grande pensatore cristiano, non certo un politico (e men che meno l’adepto di un partito, qualsiasi esso sia!). Citare una sua frase, in un evidente anacronismo e fuori contesto, per puntellare un’idea politica è per lo meno problematico, oltre che non rendere giustizia a san Paolo. Una lettura della Bibbia decontestualizzata dalla storia, senza alcuna mediazione culturale, la piega a contesti e messaggi che non le appartengono.

Nel passo richiamato san Paolo invita sì a lavorare per mantenersi, a «guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità», ma la motivazione dell’esortazione viene da una situazione totalmente diversa: «L’attesa della venuta imminente del Signore crea un clima di emergenza e disimpegno da parte di alcuni, che abbandonano il lavoro e si fanno mantenere dalla comunità (cristiana, ndr)». È un’indicazione, quella dell’Apostolo, che non riguarda la politica ma la vita della comunità cristiana e che si spiega con l’attesa “entusiastica” di alcuni convinti che il ritorno di Cristo fosse vicino e che, per questo, rimanevano “oziosi” senza far nulla.

Se proprio vogliamo cercare una traccia di “pensiero sociale” di san Paolo, dovremmo guardare piuttosto al suo impegno per raccogliere fondi (la famosa “colletta”) per i poveri della comunità di Gerusalemme, accettando la richiesta degli apostoli: «(Pietro, Giacomo e Giovanni) ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare» (Galati 2,10). A tale impresa – e per esortare i suoi fedeli di Corinto a essere generosi nelle offerte – dedica ben due capitoli della Seconda lettera ai Corinzi (8 e 9). L’attenzione ai poveri, agli svantaggiati e agli “esclusi” è ben presente all’Apostolo come alle altre autorità cristiane.

La statua di San Paolo nella Basilica di San Paolo fuori le mura. (Getty Images)

Trasportare questo pensiero nella discussione sui sussidi ai migranti nei primi anni di permanenza è evidentemente una forzatura. La Bibbia non può – e non deve – essere letta in questo modo. Per dirla in sintesi con le parole di 11 sacerdoti, rappresentanti della Fondazione Interesse Uomo, che hanno protestato contro il generale, esprimendo «profondo dissenso e sconcerto, «san Paolo non è un camerata. E le Sacre Scritture non si prestano a essere ridotte a un manifesto politico». Quanto all’Apostolo, scrivono ancora, «associare la figura di San Paolo a un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte, per di più nel programma di una fazione politica, è una grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede». Quanto alla citazione («Chi non vuol lavorare, neppure mangi»), continuano, «è stata «totalmente decontestualizzata e trasformata in uno slogan economico per un manifesto d’esclusione sociale.

Diceva la saggezza del detto popolare: «Scherza coi fanti e lascia stare i santi». Per arruolare fanti nel proprio schieramento, (ex-)generali o no, meglio rivolgersi altrove.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di don Vincenzo Vitale 20/08/2026)


APPELLO - Salviamo la classe prima di Neve Shalom Wahat al-Salam


Salviamo la classe prima di Neve Shalom Wahat al-Salam

Il Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam lancia un appello per salvare la classe prima di quest’anno, che il Ministero dell’Istruzione israeliano rifiuta di approvare. Dopo 42 anni, questo modello di scuola che forma insieme bambini arabi ed ebrei è a rischio.

Condividiamo il messaggio di Samah Salaime, portavoce del Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam, un villaggio cooperativo, fondato nel 1972, tra Gerusalemme e Tel Aviv, nel quale vivono insieme ebrei e palestinesi, di cittadinanza israeliana. Un esempio di convivenza basato sull’accettazione, il rispetto reciproco e la cooperazione. A cominciare proprio dalla scuola. Di seguito l’appello e alcune informazione su come si può sostenere la battaglia per la sopravvivenza della scuola anche dall’Italia


Cari amici e sostenitori,

vi scrivo per aggiornarvi su una battaglia urgente che stiamo affrontando a Wahat al-Salam–Neve Shalom.

A soli dieci giorni dall’inizio dell’anno scolastico, il Ministero dell’Istruzione continua a rifiutare di approvare l’apertura della classe prima nella nostra scuola primaria bilingue e binazionale.

Da 42 anni la nostra scuola forma insieme bambini arabi ed ebrei. È uno dei modelli più antichi e importanti di istruzione bilingue e binazionale di Israele – un luogo in cui i bambini non si limitano a imparare la convivenza, ma la vivono ogni giorno. Non possiamo accettare una decisione amministrativa che minaccia questa continuità educativa e, in definitiva, il futuro di un’istituzione così unica.

Questa campagna è stata avviata dal Consiglio direttivo dell’Associazione per l’Educazione, recentemente eletto al Villaggio, come sua prima missione di rilievo. Credo sia importante riconoscere la loro determinazione nel riunire la scuola, i genitori, la comunità e l’Associazione attorno a un obiettivo chiaro: garantire l’apertura della prima elementare quest’anno e proteggere il futuro della nostra scuola bilingue e binazionale. Abbiamo formato un team per la campagna e avviato un intenso impegno su diversi fronti.

Ci siamo avvalsi di consulenti legali e di professionisti delle relazioni pubbliche e dei media, e stiamo lavorando attraverso i canali politici, legali, pubblici e mediatici. Nell’ambito di questo sforzo collettivo, ho anche mobilitato i miei consolidati contatti con membri della Knesset, giornalisti e piattaforme mediatiche per portare la questione all’attenzione dell’opinione pubblica del Paese e della politica e per costruire sostegno alla nostra campagna.

Ci siamo adoperati anche per offrire al Ministero soluzioni pratiche e flessibili. Abbiamo proposto l’apertura di una classe prima indipendente di dimensioni ridotte, nonché la creazione di una struttura integrata arabo-ebraica multietà, che unisca la prima e la seconda elementare. Abbiamo anche chiarito che, se necessario, i costi aggiuntivi potrebbero essere coperti dall’Associazione per l’Educazione e dal Villaggio, anziché dal Ministero dell’Istruzione. In altre parole, non stiamo semplicemente chiedendo al Ministero di fare un’eccezione: stiamo offrendo soluzioni praticabili e siamo pronti ad assumerci la responsabilità economica per la loro realizzazione.

Finora, tuttavia, il Ministero ha respinto le alternative presentate. Per noi è sempre più difficile comprendere questa decisione come puramente amministrativa o finanziaria. Quando esistono soluzioni, quando la comunità è disposta a farsi carico dell’onere finanziario e quando il quadro educativo esiste con successo da oltre quarant’anni, il continuo rifiuto solleva inevitabilmente preoccupazioni più ampie.

Stiamo cercando di affrontare la questione con attenzione e responsabilità, ma non possiamo ignorare il contesto più ampio in cui operano oggi le organizzazioni che promuovono una società condivisa, la partnership arabo-ebraica e l’educazione alla pace. Ci preoccupa il fatto che questa lotta possa riguardare qualcosa di più del semplice numero di bambini iscritti a una classe di prima elementare: tocca lo spazio concesso alle istituzioni che promuovono una società condivisa e l’educazione alla pace nell’attuale clima politico.

È proprio per questo che riteniamo così importante difendere la scuola ora. Anche i genitori degli alunni, arabi ed ebrei, si sono mobilitati. 101 genitori e membri della comunità scolastica hanno firmato una lettera urgente indirizzata al Ministro dell’Istruzione, chiedendo di intervenire immediatamente e garantire che la prima elementare possa aprire quest’anno. La lettera chiarisce che una temporanea crisi di iscrizioni non deve interrompere la continuità educativa di una scuola che da decenni promuove un’istruzione condivisa arabo-ebraica.

Ci attendono circa dieci giorni cruciali: dieci giorni di sensibilizzazione, campagne pubbliche, pressione politica e determinazione. Dietro il linguaggio amministrativo e i numeri ci sono bambini e famiglie. Una giovane madre del villaggio, il cui figlio di sei anni, Matin, è nato e cresciuto qui ed è entusiasta di iniziare la prima elementare, ha scritto:

“Quando ho chiesto cosa avrei dovuto fare con mio figlio, mi è stato risposto: ‘Vai alle iscrizioni. Ci sono tantissime scuole.’ Ma Matin non è semplicemente un bambino in cerca di ‘una scuola’. È nato in una comunità. È cresciuto qui, in un luogo che non è solo dove viviamo, ma una scelta di vita condivisa. Si dice che ci voglia un intero villaggio per crescere un bambino. Per me, questo non è uno slogan. Questa è la nostra vita. Matin appartiene già a questa comunità. È radicato qui nel Villaggio, in due lingue e in un modo di vivere. Non rinuncerò a tutto questo. I nostri figli meritano un’istruzione bilingue e binazionale. Ogni bambino in questo Paese merita l’opportunità di conoscere chi vive accanto a lui, di parlare la sua lingua, di rispettarlo e di imparare a convivere”.

Le sue parole colgono perfettamente ciò che è in gioco. Non si tratta semplicemente di una lotta per aprire una classe di prima elementare. Si tratta di decidere se, in un momento in cui le nostre società si stanno dividendo sempre di più, le istituzioni che hanno impiegato decenni per costruire una realtà diversa saranno protette e rafforzate.

Wahat al-Salam-Neve Shalom è stato fondato sulla convinzione che arabi ed ebrei possano condividere la responsabilità di un futuro diverso. La nostra scuola è forse la più chiara espressione di questa convinzione: bambini, insegnanti e famiglie vivono ogni giorno in un unico spazio educativo condiviso, condividendo due lingue, due culture. La lotta per l’ammissione alla prima elementare a Wahat al-Salam–Neve Shalom dovrebbe quindi preoccupare tutti noi che crediamo che un futuro diverso sia ancora possibile.

Nei prossimi dieci giorni, faremo tutto il possibile per cambiare questa decisione. Ci auguriamo che ci sosterrete, che seguirete la campagna, che condividerete il nostro messaggio con i vostri contatti e che ci aiuterete a proteggere questo straordinario progetto educativo.

Con i più cordiali saluti,
Samah Salaime

(Foto di Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam)

Cosa il Villaggio ci chiede di fare e cosa stiamo facendo come Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam (it@nswas.info):
  • diffondere la notizia di questa campagna all’interno dell’opinione pubblica, attivando media e contatti utili a fare pressione
  • condividere sui social
  • donare a sostegno delle spese legali e non che il Villaggio sta affrontando
(fonte: Mondo e Missione 24.08.26)

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Vedi anche i nostri post precedenti:

sabato 22 agosto 2026

L’Ave Maria dietro le sbarre

L’Ave Maria dietro le sbarre

Una poesia nata nella sezione femminile del carcere di Lecce trasforma l’Ave Maria in grido di rabbia, pentimento e richiesta di libertà. Tra versi, sovraffollamento e nuove misure alternative alla detenzione, emerge una domanda essenziale: la pena può punire senza cancellare la persona e la sua possibilità di cambiare davvero?

(Foto SIR/IA)

“Ave Maria piena di rabbia”. Potrebbe essere il titolo dell’ultimo film di Tarantino. Invece è la poesia scritta da una donna reclusa nella sezione femminile del carcere di Lecce, premiata domenica scorsa a Santa Caterina di Nardò con il premio “Afrodite”. Tre parole bastano a incrinare una formula recitata da secoli: dove ci si aspetta la grazia, arriva la rabbia. Non è una profanazione. È una preghiera.

I versi non spiegano, elencano. Il sole che sorge sulla sezione femminile, i rimpianti senza fine, il blindo che si chiude, l’insonnia, “c’è chi prende le gocce e non si vergogna”, la “sezione psichiatria” che non aveva “mai pensato in vita mia”. E un finale che rovescia tutto: “Ave Maria piena di rabbia, mi son pentita, aprite sta gabbia”. Il pentimento non viene esibito come merito. Apre una richiesta, non chiude un conto.

C’è, in quel gesto, qualcosa che richiama “La Terra Santa” di Alda Merini. Non per qualità o consapevolezza letteraria, che sarebbe improprio mettere sullo stesso piano, ma per il procedimento: portare il vocabolario del sacro dentro il luogo della reclusione e costringerlo a misurarsi con il dolore psichico, la chiusura, il desiderio di salvezza. Merini sovrappose il manicomio alla terra promessa. Qui l’Ave Maria viene piegata alla misura di una cella. Con il registro popolare, “Le Mantellate” di Strehler e Carpi, incisa da Ornella Vanoni nel 1959, aveva fatto qualcosa di simile: una campana che suona a tutte le ore e la constatazione che “Cristo nun ce sta dentr’a ’ste mura”. Sessantasette anni dopo, da una cella di Lecce, qualcuno chiama comunque.

Leone XIV, il 10 giugno scorso nel centro penitenziario “Brians 1” di Barcellona, ha detto ai detenuti che “essere umani ed essere cristiani non consiste nel non sbagliare, ma nel crescere nella capacità di convertirsi, pentirsi, emendarsi e, soprattutto, di riconciliarsi e perdonare”. Non è un’assoluzione a buon mercato: il pentimento è un processo, non un certificato. In quei versi la conversione non cancella ciò che è accaduto e non pretende di farlo. Domanda che l’errore non coincida per sempre con la persona che lo ha commesso. Anche Francesco, rileggendo Giobbe, aveva riconosciuto dignità alla preghiera che protesta: Dio accoglie perfino una parola pronunciata nella rabbia contro di lui, mentre respinge la religiosità che pretende di spiegare il dolore con il cuore freddo. “La protesta è un modo di preghiera”, disse. Meglio la rabbia che si rivolge a Dio del moralismo che parla di Dio senza ascoltare chi soffre.

È entrata in vigore in questi giorni la legge 5 agosto 2026, n. 140, che apre ai condannati tossicodipendenti e alcoldipendenti con pena, anche residua, fino a otto anni una detenzione domiciliare da scontare, se il programma di recupero è residenziale, in comunità terapeutica. I giornali la chiamano “svuota-carceri”: è un’etichetta, non una categoria giuridica. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha parlato di almeno diecimila persone che potrebbero uscire. Le risorse coprono per il 2026 circa cinquecento posti, e le linee guida attuative sono attese entro centoventi giorni. Intanto i detenuti sono 64.741 su 46.343 posti realmente disponibili, con un affollamento del 139,7%. A Lecce quasi 1.500 reclusi per 780 posti. Trentotto i suicidi nei primi sette mesi dell’anno. Quasi un detenuto su due assume sedativi o ipnotici.

La statistica e il verso dicono la stessa cosa. Solo che uno dei due nomina la vergogna.

Nessuno pensi che una poesia risolva tutto questo. Non aggiunge un posto letto, non finanzia una comunità, non scrive un decreto. Fa un’altra cosa, e non è poco: restituisce un soggetto là dove il sistema conta presenze. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. È una norma, non un auspicio.

I versi premiati saranno incisi sulla ceramica e collocati sul lungomare di Santa Caterina. Usciranno dal carcere prima di chi li ha scritti. Chi li leggerà, camminando davanti al mare, dovrà decidere se sono la voce di una colpevole o la preghiera di una persona. La Costituzione ha già risposto: sono la stessa cosa.
(fonte: SIR, articolo di Riccardo Benotti 22/08/2026)




giovedì 20 agosto 2026

Anna Foa: «Quei numeri sulla pelle dei prigionieri palestinesi uno schiaffo alla Memoria della Shoah»

Anna Foa:
«Quei numeri sulla pelle dei prigionieri palestinesi
uno schiaffo alla Memoria della Shoah»

Intervista alla storica ebrea Anna Foa, che condanna le immagini in cui si vedono palestinesi fermati in Cisgiordania che vengono marchiati con dei numeri dall’esercito israeliano: «Per me un grande dolore vedere queste fotografie. Il richiamo alla pratica nazista nei campi di sterminio è evidente. Come se volessero dire: “ora abbiamo noi il marchio dalla parte del manico”»


Le immagini di alcuni palestinesi fermati in Cisgiordania con un numero impresso sulla fronte con un pennarello hanno richiamato alla memoria l’orrore dei campi di sterminio, quando ancora prima di essere mandati a morire, gli ebrei venivano spogliati della loro identità e ridotti a numeri tatuati sul braccio. Numeri che sono rimasti sulla pelle dei sopravvissuti come testimonianza di un orrore a cui l’intera umanità non avrebbe più voluto assistere. E invece, qualcosa di simile torna ad accadere, e per mano di coloro che quella memoria più di tutti avrebbero dovuto tenerla viva, non certo per farla diventare una vendetta della storia.

Ne abbiamo parlato con Anna Foa, storica dell’ebraismo, che con il recente saggio Il suicidio di Israele ha preso le distanze in modo inequivocabile dalle azioni del governo israeliano.

Anna Foa, autrice di "Il suicidio di Israele", vincitore del Premio Strega Saggistica 2025. (ANSA)

«È un grande dolore assistere a scene come queste, soprattutto per gli ebrei come me, la cui storia comprende anche la Shoah. Certo, non è la stessa cosa del tatuaggio sul braccio, perché qui è scritto con un pennarello, ma la disumanizzazione resta, e il richiamo alla pratica nazista nei campi di sterminio è evidente. Come se nascesse dalla volontà di invertire proprio quello che era successo e dire, come a dire: ora abbiamo noi il marchio dalla parte del nemico. Ed è ancora più grave perché non è stata messa in atto dai coloni, ma dall’esercito, quindi un’istituzione ufficiale del governo».

Il numero tatuato sul braccio di uno dei sopravvissuti di Auschwitz-Birkenau (ANSA)

E non è neanche la prima volta. Nell’aprile scorso una cosa simile era stata fatta ad alcune donne palestinesi a cui era stato concesso di rientrare a Jenin dopo un’evacuazione, per recuperare alcuni effetti personali.

«Un episodio che era stato negato, perché considerato non corrispondente ai canoni dell’esercito israeliano, ma ora accade di nuovo e non può essere un caso, o semplicemente una situazione di comodo. Anche perché documentato dalle foto. Quindi, in un certo senso, ostentata, rivendicata come qualcosa di cui andare fieri, e questo è, a mio avviso, spaventoso. Dietro questo semplice gesto c’è tutto quello a cui stiamo assistendo da tempo: la volontà apertamente dichiarata di voler ammazzare i palestinesi, cacciare i palestinesi, disumanizzare i palestinesi, uccidere anche i neonati. Andando contro la stessa etica ebraica della storia, oltre naturalmente contro il diritto internazionale e la giustizia. Si è superato ogni limite».

Il ministro della sicurezza nazionale di Isreale Ben Gvir (ANSA)

D’altronde, lo stesso ministro della Sicurezza israeliano Ben Gvir, in una delle sue ultime dichiarazioni pubbliche, ha detto “Ritengo che a Gaza si debbano effettuare omicidi mirati, eliminando 30-40 persone ogni notte. Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere, non dovrebbero vivere, non sono nemmeno persone...”

«La cosa che mi colpisce in questo tipo di esternazione è che magari molti altri la pensano come lui, ma nessuno aveva mai osato dirlo per paura dell’isolamento, delle reazioni del mondo. Ora invece si osa dire cose del genere, si osa dire: “Io sono un assassino e voglio uccidere ogni giorno 40 persone, innocenti o meno che siano, non mi importa, ogni giorno”. Ben Gvir però non è semplicemente un matto, è il frutto di un’ideologia costruita nel tempo, è il frutto dell’incapacità anche del mondo ebraico di voler essere assolutamente maggioranza. E ci porta indietro nel tempo: quando gli ebrei della diaspora hanno cominciato ad allontanarsi dalla percezione di essere una minoranza per voler diventare maggioranza? Come hanno sviluppato l’incapacità di pensare che esiste un mondo intorno a loro? Che cosa è successo? Ci sono stati dei momenti in cui la storia di Israele poteva andare in un modo diverso, e spero che in futuro ci sia una nuova possibilità di uscita da questa deriva terribile».

Eppure chi condanna le azioni del governo Netanyahu viene accusato di antisemitismo.

«Io dico: meno male che il mondo giudica, se non giudicasse sarebbe ancora peggio, significherebbe la totale indifferenza. Poi, purtroppo, ci sono derive antisemite. Mi ha colpito un commento sui social: “Il baffetto aveva avuto ragione”, ma senza arrivare a questi estremi molte persone non riescono a capire, perché confesso che è davvero difficile anche per me. Io, da due anni e mezzo, quando parlo e scrivo, combatto proprio contro questo rinchiudersi nei recenti e tacciare ogni critica con antisemitismo. Io stessa vengo accusata di essere una rinnegata».

Alcuni bambini palestinesi nel campo profughi di Khan Yunis, a sud di gaza (EPA)

Anche tra molti gli ebrei laici, o comunque moderati, la reazione sempre più spesso e quella di negare lo sterminio in atto.

«Sì, c’è una volontà di negazione, la tipica reazione che le persone hanno di fronte a qualcosa che ti supera, che ti sovrasta, che non riesci a capire, che non riesci ad accettare, che ti fa paura. Per me, però, è inconcepibile che il mondo ebraico della diaspora, quello italiano in particolare, non si renda conto che, negando l’evidenza, alimenta i rigurgiti che diventano sì, davvero antisemiti. Col rischio che, a un certo punto, ci troveremo in un mondo in cui quel signore che ha scritto “Il baffetto aveva ragione” non sarà più solo un fenomeno isolato. Quando invece si arriverà a capire che quello che sta accadendo nei territori supera ogni limite di ragionevolezza e rinnega la stessa storia della Memoria, allora forse cambierà anche questo rigurgito antisemita e il mondo comincerà a riflettere e ad attribuire le colpe a chi le ha veramente, e non a tutti gli ebrei indistintamente, così come Netanyahu attribuisce la colpa di Hamas a tutti i Palestinesi».

A ottobre ci saranno le nuove elezioni. Questa escalation di violenza rafforzerà l’estrema destra?

«Dalle analisi che appaiono sui giornali israeliani non sembra che l’estrema destra possa uscire rafforzata. Salvo nuove provocazioni molto forti, io spero proprio che si arrivi, con una campagna elettorale accesa ma comunque dentro i limiti della normalità, a delle elezioni che rovescino Netanyahu. Dopodiché resterà da vedere chi vincerà davvero le elezioni e quali saranno le sue possibilità. Caduto Netanyahu, cadranno anche questi rigurgiti di estremismo e di fanatismo ebraico che vediamo all’opera anche nell’azione dell’esercito, condizionato dalla forte presenza di religiosi estremisti al suo interno e con un orientamento che spinge ad aberrazioni come il marchiare delle persone con dei numeri».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Fulvia Degl'Innocenti 19/08/2026)


mercoledì 19 agosto 2026

Le migrazioni e il patrimonio culturale cristiano dell’Europa di Giuseppe Savagnone

Le migrazioni e
il patrimonio culturale cristiano
dell’Europa
di Giuseppe Savagnone



Il modello Danimarca
È di questi giorni la notizia che cinque Paesi dell’Ue – Danimarca, Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia – sono ormai arrivati a un accordo per la creazione di un centro per i rimpatri in Uganda. I ministri competenti si incontreranno a Copenaghen il 4 settembre per valutare i progressi raggiunti, con l’obiettivo di arrivare entro il 2027 a una struttura capace di accogliere migranti trasferiti dall’Europa.

Non è un caso che, in contemporanea, la premier danese Mette Frederiksen, intervenuta al Folketing (il parlamento) durante il dibattito urgente sulla crisi di Ceuta, abbia indicato, tra le opzioni a disposizione del governo, anche la chiusura completa delle frontiere.

Come non è un caso che la riunione dei ministri dei cinque Paesi sia prevista a Copenaghen. Uno degli effetti della crisi di Ceuta è la scoperta – da parte di chi (come il sottoscritto) ne era totalmente all’oscuro – del ruolo fondamentale della Danimarca nel sostenere la linea dura verso i migranti. Forse perché abbiamo molte volte visto additare Giorgia Meloni come la battistrada della “conversione” dei Paesi europei in questa direzione, col famoso “modello Albania”, non avevamo mai prestato attenzione al fatto che, già prima della nostra premier e con ancora maggiore decisione, un’altra donna, anch’ella leader del proprio partito e poi presidente del Consiglio del suo Paese, era diventata un punto di riferimento per diversi governi europei sempre più preoccupati dai fenomeni migratori.

Forse a distrarre l’attenzione è stato il fatto che la Danimarca è un piccolo Paese, con meno di sei milioni di abitanti, e che, in questo caso, il partito è quello social-democratico, da cui non ci si aspetterebbe un ruolo di primo piano in questa battaglia. E in effetti, in Danimarca, tale partito ricopre un simile ruolo da quando, nel 2015, Frederiksen ne è diventata la guida. Da allora il partito ha assunto una posizione molto severa su immigrazione e controllo delle frontiere, anche per contenere l’avanzata del Dansk Folkeparti, il partito di estrema destra danese.

La Frederiksen prima e dopo l’elezione a premier
Anche prima di andare al potere, vincendo le elezioni del 2019, Frederiksen ha sostenuto gran parte delle misure restrittive proposte dal governo di centro-destra, comprese la legge del 2016 – che autorizzava la polizia a confiscare contanti e beni di valore ai richiedenti asilo, in cambio dell’accoglienza, per coprire i costi del loro sostentamento –, e quella del 2018, con cui si introduceva un regime speciale per i cosiddetti “ghetti”.

Con questo termine si indicavano dei quartieri con oltre il 50% di residenti immigrati o discendenti da «paesi non occidentali», nei quali grazie a questa normativa, per alcuni reati venivano previste pene due volte più severe che altrove e dove i bambini, da un anno in su, erano obbligati a frequentare l’asilo per 25 ore settimanali di educazione ai «valori danesi». Inoltre, i genitori che avessero mandato i loro figli nei rispettivi paesi d’origine per lunghi periodi rischiavano di essere espulsi o incarcerati.

I socialdemocratici non si erano neppure opposti – anche se non l’avevano appoggiata – a una proposta di legge, poi arenatasi per gli eccessivi costi, in cui si prevedeva di confinare gli stranieri «indesiderati» (per i quali però non ci fossero motivi giuridici di espulsione) sull’isola di Lindholm, a circa tre chilometri e mezzo dalla costa, grande meno di un chilometro quadrato e un tempo utilizzata come laboratorio per malattie infettive animali. Obiettivo esplicito era di rendere la loro vita così impossibile da costringerli ad abbandonare il Paese.

Quando poi, nel 2019, era andata al governo, Mette Frederiksen aveva assunto direttamente il comando delle operazioni per bloccare l’immigrazione irregolare, ma non solo quella. A esprimere perfettamente la sua “filosofia” era una formula fatta girare in quel periodo: «Non venite in Danimarca. Siamo cattivi. Andate invece in Germania o in Svezia». Risultato: nel 2020 hanno lasciato la Danimarca più rifugiati di quanti ne siano arrivati.

L’apice di questa politica è rappresentato da una legge del 2021 che prevede che la domanda di asilo dei migranti venga presentata in un Paese terzo e non in territorio danese. Nessun migrante cioè dovrebbe mettere piede in Danimarca. E, anche in caso di accettazione della domanda, lo straniero deve restare nel Paese terzo.

La legge non ha avuto finora effetti pratici perché occorreva individuare i Paesi terzi dove i migranti potessero essere accolti. Essa, però, è stata subito vista come particolarmente lesiva del diritto internazionale, sia dall’Agenzia ONU per i rifugiati sia dalla Commissione europea, perché esclude la possibilità di entrare in Danimarca per il migrante anche in caso di riconoscimento del diritto di asilo. Come del resto aveva dichiarato il deputato della maggioranza Rasmus Stoklund: «L’obiettivo è scoraggiare l’immigrazione fino ad azzerare il numero dei rifugiati».

Ora l’accordo con Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia sembra avere individuato il Paese terzo nell’Uganda. Ma è chiaro, a questo punto, che lo stesso “modello Albania” di cui tanto si è parlato, e che è nato dall’accordo siglato tra Roma e Tirana nel novembre 2023, non fa altro che riprodurre la legge danese del 2021, anche se, rispetto a essa, individua un luogo concreto in cui essere attuato.

Le ragioni
In entrambi i casi, si tiene a spiegare che queste misure non nascono da un’irrazionale xenofobia. Nel messaggio congiunto – quasi un “manifesto” – inviato all’Europa da Meloni e Frederiksen, se ne spiegano le ragioni: «Per troppo tempo», scrivono, «soprattutto le persone comuni hanno pagato un prezzo troppo alto a causa di un’immigrazione incontrollata. È nostro dovere continuare a impegnarci con determinazione per offrire risposte concrete ai cittadini, specialmente i più esposti, e garantire maggiore sicurezza e tutela per le nostre comunità». Infatti, si dice nel messaggio, «nessuno può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. È particolarmente grave quando migranti illegali, privi del diritto di rimanere nelle nostre Nazioni, commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali».

Da qui la linea stabilita in comune e proposta a tutti gli altri Paesi: «Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa».

Si spiega, in questa logica, centrata sulla difesa degli interessi dei propri cittadini – «specialmente i più esposti» – l’apparente contraddizione della linea della premier danese, leader di un partito socialdemocratico e sostenitrice di una politica anti-immigrazione. «Per me», ha scritto anni fa in un suo libro Frederiksen, «è sempre più chiaro come il prezzo di una globalizzazione senza regole, dell’immigrazione di massa e della libertà di movimento dei lavoratori venga pagato dalle classi più povere». Una posizione che Meloni, pur non condividendo l’ideologia socialista della sua collega, sicuramente condivide, magari allargandola a tutte le classi sociali.

Ma non è soltanto una questione di interessi nazionali a livello socio-economico. E neppure di garanzia della sicurezza e dell’ordine pubblico. Perciò non basta che chi arriva rispetti le regole formali dei Paesi di accoglienza: deve rispettarne i valori. «Il rispetto delle nostre leggi», scrivono le due premier, «deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei». E si riferiscono esplicitamente alle “radici cristiane” dell’Europa: «Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo». Perciò, aggiungono, «ci aspettiamo che chi arriva nei nostri Paesi e sceglie di fare dell’Europa la propria casa, rispetti i nostri valori e non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo».

È chiaro che Meloni e Frederiksen condividono la preoccupazione del governo americano, espressa dal vicepresidente J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, di un «allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America». Un allontanamento dovuto, come ha ribadito più volte Trump, all’accoglienza indiscriminata nei propri confini di stranieri.

La minaccia degli stranieri e la difesa dei valori cristiani
Due semplici considerazioni. La prima riguarda la minaccia che, sulla stessa linea di Trump, le due premier denunciano nel messaggio, quella di «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa». Quella a cui si è assistito a Ceuta.

Ma, sulla necessità di combatterla, tutti, a cominciare da Sánchez, sono pienamente d’accordo e il Consiglio, il 4 agosto, ha testimoniato unanimemente che la reazione del governo spagnolo per contrastarla è stata «rapida ed efficace».

Ma allora perché il ministro degli Esteri Tajani, facendo eco alla posizione della nostra premier, lo ha invece attaccato, e non per l’accaduto, ma per la sua generale politica migratoria? «Le immagini che arrivano da Ceuta» – ha scritto il ministro – «dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, a oltre 500mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di essere umani».

Qui, strumentalizzando l’emozione collettiva di fronte al dramma dell’exclave spagnola, si cerca di screditare come «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa» una linea politica, confortata pienamente dai risultati, che vuole valorizzare l’accoglienza – niente affatto indiscriminata, ma sottoposta a precisi criteri – sia come un fondamentale valore umano, sia come un fattore di prosperità.

E la decisione unilaterale dell’Italia di sospendere per un mese il trattato di Schengen nei confronti della Spagna, come anche la minaccia del governo danese di chiudere del tutto le proprie frontiere, appaiono come una presa di distanza dall’impegno, che tutti i Paesi dell’Unione hanno assunto, di dare la priorità ai confini europei rispetto a quelli nazionali.

Come del resto è accaduto nei confronti dell’Italia, che dal 2021 al 2026 ha registrato, secondo «Frontex», il doppio degli arrivi di migranti rispetto alla Spagna, senza che nessuno degli Stati confinanti le chiudesse le proprie frontiere in nome della propria sicurezza, privilegiando la comune solidarietà europea. È il sovranismo, non l’attacco dall’esterno, la vera grande minaccia a Schengen, una minaccia risorgente, dopo l’improvvida misura italiana e la voce grossa fatta dal governo danese.

La seconda considerazione riguarda il «patrimonio culturale cristiano» di cui Meloni e Frederiksen si dicono orgogliose e che sono intenzionate a difendere. Ora, non c’è dubbio che una politica migratoria non può prescindere da un insieme molto complesso di fattori e di condizionamenti e che la sua aderenza al messaggio evangelico di fraternità universale dev’essere valutata tenendo conto di questi aspetti concreti. Si potrà anche criticare Sánchez per un eccesso di apertura, con la sua scelta di regolarizzare mezzo milione di immigrati (che comunque erano in Spagna da almeno nove mesi).

Ma non si possono chiudere gli occhi sul fatto che gli eventuali eccessi della politica di Sánchez si collocano all’interno di una visione – peraltro esplicitamente rivendicata dal leader spagnolo – che valorizza l’umana fraternità al di là degli angusti confini nazionali, in sintonia oggettiva con il messaggio evangelico.

Mentre, al contrario, tutte le ragioni, anche eventualmente fondate, portate negli Stati Uniti da Trump per la deportazione degli immigrati e in Europa da Meloni e da Frederiksen per progettare un’operazione analoga, non possono bastare a giustificare un atteggiamento e uno stile di fondo, prima ancora che singole misure, che sembrano considerare gli esseri umani estranei alla propria cerchia politico-culturale non come persone, ma come una minaccia da fronteggiare. 
Che è il tradimento più grave dell’anima cristiana dell’Europa e dell’Occidente

(Fonte: Tuttavia - 14 agosto 2026)

martedì 18 agosto 2026

I bambini e la guerra: la strage degli innocenti a Gaza e in Cisgiordania. Vergogniamoci della deumanizzazione della violenza istituzionalizzata. L’attualità dell’appello di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani”


I bambini e la guerra:
la strage degli innocenti a Gaza e in Cisgiordania. Vergogniamoci della deumanizzazione della violenza istituzionalizzata.
L’attualità dell’appello di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani” 


Di fronte alla tragedia di Gaza e alla violenza che continua a colpire i bambini in Cisgiordania, la guerra non può più essere letta soltanto attraverso le categorie della strategia militare, della geopolitica o della sicurezza. Dietro ogni cifra ci sono vite spezzate, famiglie distrutte, infanzie cancellate. Secondo UNICEF, nella Striscia di Gaza almeno 21.289 bambini erano stati segnalati come uccisi al 3 febbraio 2026 e 44.500 feriti, oltre 11.000 dei quali con lesioni destinate a cambiare per sempre la loro vita. (UNICEF) E la violenza non si è fermata con il cessate il fuoco: UNICEF ha riferito che dall’ottobre 2025, fino al giugno 2026, 265 bambini palestinesi sono stati uccisi a Gaza, in media uno al giorno. (UNICEF)

È dentro questa realtà che acquistano un significato ancora più drammatico le parole di Andrea Iacomini, portavoce dell’UNICEF per l’Italia, davanti ai nuovi dati sulla Cisgiordania.

I dati dell’UNICEF

“Numeri agghiaccianti”. Così Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef per l’Italia, commenta i nuovi dati diffusi dall’Unicef sulla condizione dei bambini in Cisgiordania. “Questa mattina apprendiamo con immenso dolore che in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, tra gennaio 2024 e la fine di luglio di quest’anno l’Onu ha verificato l’uccisione di 174 bambini palestinesi. Parliamo di oltre un minore a settimana, cui vanno tristemente aggiunti più di 1.500 bambini feriti”, afferma Iacomini.

Nello stesso periodo, ricorda, “3 bambini israeliani sono stati uccisi e 15 feriti”. Il portavoce di Unicef Italia collega questi dati a quelli provenienti da Gaza, dove nei giorni scorsi era stata resa nota la morte di circa 300 bambini dopo il cessate il fuoco, “uno al giorno”.

“Quanto ancora dovrà durare tutto questo scempio nei confronti dei bambini?”, si chiede. “Muoiono bambini continuamente nei conflitti senza alcuna pietà. È un dato che si fa ogni giorno più crudele e che accompagna questi anni bui della storia”.

Iacomini esprime quindi il proprio sostegno all’appello lanciato da Avvenire per il conferimento del Premio Nobel per la pace ai bambini di Gaza. “Aderisco con convinzione all’appello”, dichiara, proponendo però di allargarne il significato simbolico: “Ritengo che il premio debba andare a tutti, nessuno escluso, i bambini vittime dei conflitti nel mondo, che oggi sono oltre 500 milioni”.

Da qui l’auspicio che la mobilitazione continui a crescere. “Mi auguro che l’appello continui ad avere la giusta visibilità e attenzione da parte dei media e che coinvolga sempre più persone della società civile, dello sport, della cultura, dello spettacolo e della musica”, conclude Iacomini. “Non si può restare più in silenzio: gli esseri umani non possono assuefarsi alle bombe e ai bambini morti”.

Queste parole obbligano a tornare alla domanda più difficile: come è possibile che una società capace di riconoscere nei bambini il simbolo stesso della vulnerabilità e del futuro riesca, contemporaneamente, ad accettarne la morte come conseguenza inevitabile della guerra?

Di fronte alla tragedia della violenza bellica e all’annientamento sistematico della vita umana, la prima reazione dell’essere umano consapevole dovrebbe essere un senso di profonda e radicale incomprensione. Come è possibile rivolgere una forza letale contro chi, in tutto e per tutto, riflette la nostra stessa immagine, i nostri desideri e le nostre identiche vulnerabilità? Come si articola la catena decisionale che permette a un individuo di ordinare l’uccisione di un altro, e come si struttura la psiche di chi accetta di eseguire quell’ordine?

Questo interrogativo travalica la semplice reazione emotiva e si pone al centro dell’etica, della sociologia e delle scienze politiche. L’esistenza della guerra e degli apparati industriali destinati alla distruzione rappresenta una delle più clamorose contraddizioni della civiltà contemporanea: una gigantesca allocazione di risorse mentali, tecnologiche ed economiche finalizzata a sopprimere l’elemento primario su cui si fonda ogni valore, ovvero l’esistenza stessa.

Per comprendere come l’inconcepibile diventi prassi quotidiana, occorre analizzare i meccanismi della deresponsabilizzazione morale. Negli esperimenti classici della psicologia sociale, prima fra tutti la celebre indagine di Stanley Milgram sull’obbedienza all’autorità, è emerso come la presenza di una gerarchia rigida possa trasformare l’agente morale in un mero esecutore. Quando l’ordine promana da una fonte percepita come legittima, l’individuo tende a trasferire una parte decisiva del peso etico dell’azione al superiore.

E nessuno si sente responsabile della strage degli innocenti

Si crea così una paradossale sospensione della responsabilità: chi comanda non compie materialmente l’atto violento, mentre chi lo esegue può percepirsi come un semplice ingranaggio, privo di autonomia decisionale. La responsabilità morale si frammenta lungo la catena burocratica fino quasi a dissolversi, consentendo a ciascun attore di svolgere la propria funzione senza confrontarsi direttamente con l’angoscia e la gravità dell’atto letale.

A questa dinamica psicologica si affianca la complessa architettura del complesso militare-industriale. Chi progetta, fabbrica, finanzia e commercializza armamenti opera all’interno di una cornice concettuale che tende a separare la produzione dal suo impiego finale. L’ingegnere che ottimizza l’efficienza di un’arma, il manager di un’azienda bellica, il decisore politico che finanzia programmi militari possono razionalizzare il proprio operato attraverso categorie come progresso tecnologico, sicurezza nazionale, deterrenza e stabilità economica.

La produzione di strumenti di morte viene così rivestita di un valore difensivo. Si costruiscono armi sostenendo che servano a prevenire il conflitto, in una spirale nella quale il potenziale distruttivo viene paradossalmente convertito in una promessa di pace. Questa scissione cognitiva permette agli attori economici e istituzionali di allontanare dalla propria coscienza l’esito finale della filiera, trasformando la sofferenza umana in una variabile d’impresa, una voce di bilancio o un indicatore di efficienza.

Ma esiste un ulteriore passaggio, forse ancora più inquietante: la deumanizzazione.

L’essere umano possiede una forte inibizione nel fare del male a un altro individuo, un freno empatico fondato sul riconoscimento dell’altro come simile a sé. Per superare questa barriera, la propaganda, l’addestramento e la comunicazione bellica possono intervenire sulla percezione dell’avversario. L’altro cessa di essere una persona dotata di una storia, di un volto, di relazioni e di affetti e viene trasformato in una categoria astratta, in un simbolo ideologico o in una minaccia impersonale.

La distanza psicologica viene ulteriormente amplificata dalla distanza fisica garantita dalle moderne tecnologie militari. Il bersaglio può essere individuato attraverso uno schermo, un’immagine satellitare, una coordinata. La persona scompare e rimane il target. La famiglia scompare e rimane un’obiettivo. Il bambino scompare e rimane una cifra.

È proprio contro questa trasformazione della persona in numero che le parole di Iacomini assumono un valore politico e morale. “Un bambino al giorno” non è soltanto una statistica. È il tentativo, disperato ma necessario, di restituire un volto a ciò che la macchina della guerra tende a rendere invisibile.

Una narrazione falsata della guerra

Quando l’avversario viene ridotto a un bersaglio numerico, l’atto dell’uccidere rischia di essere spogliato della sua natura umana e morale e ricondotto alla categoria della necessità strategica o del dovere civico. Ma una società che si abitua a questo linguaggio rischia di perdere progressivamente la capacità di provare scandalo.

La sopravvivenza delle organizzazioni belliche nell’era moderna si regge infine anche su una narrazione utilitaristica del cosiddetto “male minore”. Le istituzioni statali giustificano il mantenimento degli eserciti e l’uso della forza come strumenti indispensabili per proteggere la sovranità, la libertà o la continuità economica di una comunità. La guerra viene presentata come una tragica fatalità, un elemento strutturale e ineludibile delle relazioni internazionali.

Ma accettare questa rappresentazione significa rinunciare alla possibilità stessa di immaginare alternative.

L’irrazionalità emerge soprattutto quando si osserva l’enorme quantità di intelligenza, ricchezza, ricerca scientifica e lavoro umano destinata alla preparazione della distruzione. Risorse che potrebbero essere orientate alla salute, all’istruzione, alla prevenzione delle catastrofi, alla cooperazione internazionale, alla tutela dell’ambiente e alla costruzione di società più giuste vengono invece inserite in una logica fondata sulla capacità di colpire e di distruggere.

La guerra non distrugge soltanto corpi e infrastrutture. Distrugge anche il futuro. UNICEF segnala che a Gaza quasi un milione di bambini sono stati esposti a esperienze traumatiche di guerra e hanno perso genitori, familiari, case, scuole e luoghi di gioco. (UNICEF) Nel 2026 l’organizzazione ha inoltre documentato livelli estremamente gravi di insicurezza idrica: circa l’82% delle famiglie risulta in condizioni di insicurezza rispetto all’acqua e fino al 70% non riesce ad accedere a sei litri per persona al giorno. (UNICEF)

Sono numeri che raccontano una distruzione che va oltre il momento dell’esplosione. Un bambino che sopravvive a un bombardamento può portarne le conseguenze per tutta la vita. Una scuola distrutta non è soltanto un edificio abbattuto: è una possibilità di futuro cancellata. Un ospedale danneggiato non è soltanto cemento e apparecchiature perdute: è una possibilità di cura sottratta a una generazione.

Il Nobel per i bambini di Gaza

Accettare la guerra come normalità significa dunque accettare una progressiva erosione dell’idea stessa di umanità. Significa permettere che l’eccezionale diventi ordinario, che l’orrore diventi routine, che la morte di un bambino venga trasformata in una cifra destinata a essere rapidamente sostituita da quella del giorno successivo.

La vera sfida morale della modernità consiste allora nel rompere questa assuefazione. Non basta indignarsi davanti alle immagini dei bambini uccisi. Occorre interrogare le strutture politiche, economiche, culturali e psicologiche che rendono possibile la loro morte.

Per questo l’appello a riconoscere simbolicamente nei bambini di Gaza e, più in generale, nei bambini vittime di tutte le guerre, un soggetto della pace assume un significato che va oltre il premio o la celebrazione. È una richiesta di inversione dello sguardo: mettere il bambino, e non l’arma, al centro della sicurezza; la vita, e non la deterrenza, al centro della politica; la cooperazione, e non la competizione militare, al centro dell’economia.

La conclusione non può essere soltanto morale. Deve diventare operativa. Significa rafforzare il diritto internazionale e i meccanismi di protezione dell’infanzia, garantire accesso umanitario e cure mediche, sostenere la ricostruzione di scuole e servizi essenziali, documentare sistematicamente le violazioni contro i minori e perseguire le responsabilità quando vengono commessi crimini. Significa inoltre mettere in discussione la normalizzazione della spesa militare e delle filiere industriali della guerra, orientando una parte crescente delle risorse verso prevenzione dei conflitti, diplomazia, cooperazione, educazione alla pace e giustizia sociale.

Significa, soprattutto, non permettere che i bambini diventino numeri.

Perché ogni volta che diciamo “un bambino al giorno”, dobbiamo ricordare che quel numero ha un nome, una madre, un padre, una storia, una voce e un futuro che non tornerà. E ogni volta che una società decide di non vedere, la deumanizzazione ha già compiuto una parte della sua opera.

La risposta alla violenza istituzionalizzata non può essere l’assuefazione. Deve essere la costruzione paziente e concreta di un sistema nel quale nessun essere umano, e prima ancora nessun bambino, possa essere considerato un danno collaterale accettabile.

Restiamo umani

È forse qui che torna, con tutta la sua forza e la sua attualità, l’invito di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani”. Non uno slogan, ma una scelta etica e politica. Restare umani significa rifiutare la logica che trasforma le persone in bersagli, i bambini in numeri, le città in obiettivi e la morte in una voce inevitabile della contabilità della guerra. Significa non abituarsi all’orrore, non accettare l’indifferenza come forma di normalità, non permettere che la sofferenza dell’altro venga resa invisibile dalla distanza geografica, ideologica o mediatica.

Arrigoni aveva fatto di quelle due parole una testimonianza concreta, vissuta accanto alla popolazione palestinese e dentro la realtà di Gaza. Oggi, davanti ai bambini uccisi, feriti, affamati e privati del futuro, “Restiamo umani” torna a essere una responsabilità collettiva. Perché restare umani significa riconoscere nell’altro la nostra stessa fragilità e, soprattutto, impedire che la violenza riesca a cancellare la capacità di provare compassione, indignazione e solidarietà.

È da qui che deve ripartire una cultura della pace: dalla difesa della vita, dalla tutela dei bambini, dal rifiuto della deumanizzazione e dalla convinzione che nessuna ragione politica, militare o economica possa trasformare la morte di un essere umano in qualcosa di normale. Restiamo umani, dunque, perché è proprio quando l’umanità sembra smarrirsi che abbiamo il dovere più grande di riaffermarla.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Laura Tussi 16/08/2026)


venerdì 14 agosto 2026

La gloria di Maria nella disumanità di oggi di Gilberto Borghi

La gloria di Maria 
nella disumanità di oggi 
di Gilberto Borghi

La festa di domani non è una fuga dall’attualità per consolarci con la gloria che ci attende, ma ci obbliga a guardare più profondamente il nostro tempo.


C’è qualcosa di sorprendente nella liturgia di domani. Celebriamo Maria nella gloria del cielo, e tuttavia la prima lettura ci presenta una donna che non è semplicemente nel cielo: è una donna che soffre, che fugge, che attraversa il deserto, che viene perseguitata. È gloriosa e perseguitata. È coronata e in fuga. È promessa alla vittoria e contemporaneamente esposta alla minaccia del drago.

Questa immagine contiene forse una delle chiavi più profonde per comprendere l’Assunzione. Maria è già nella gloria, ma la Chiesa, di cui lei è icona, cammina nella storia e non è ancora nella gloria. Maria è già là dove noi speriamo di arrivare. E proprio perché lei è già nella pienezza, noi comprendiamo meglio che cosa significa essere ancora in cammino. La festa di domani non è una fuga dall’attualità per consolarci con la gloria che ci attende, ma ci obbliga a guardare più profondamente il nostro tempo.

Questa è la condizione cristiana: vivere tra un già e un non ancora. Cristo è risorto; la morte non è l’ultima parola; lo Spirito è stato donato; la vita eterna, in qualche modo, già iniziata in noi: questo è il «già». Ma l’uomo è ancora fragile. A Gaza, in Ucraina, e in altre circa 100 regioni del mondo, la morte, la distruzione e il dolore sembrano dominare. E noi, qui, viviamo dentro ad un sistema culturale e di mercato che ci costringe a urlare: “restiamo umani!”. La Chiesa è ancora alle prese con peccati e disumanità pesanti. Noi viviamo spesso nell’ansia di fondo, nella paura di uscire di casa, di essere “fregati” da chi ci dovrebbe amare. Questo è il «non ancora».

Non dobbiamo eliminare una delle due immagini per conservare l’altra. La donna è contemporaneamente segno della gloria e figura del travaglio. E la fatica del credente e della Chiesa sta proprio nel tenere assieme questi due lati della fede. A volte vorremmo che la fede eliminasse immediatamente l’incompiutezza della nostra esistenza. Vorremmo che, se Dio ci ha salvati, la nostra vita fosse ormai libera da ogni contraddizione, da ogni fragilità, da ogni oscurità.

E quando qualcuno cerca di forzare i tempi e di anticipare la soluzione del male attraverso strategie umane e con l’appoggio dei poteri del mondo, compie forse il peggiore servizio possibile al Vangelo. Perché il Vangelo non ci promette questo. Ci promette qualcosa di più profondo: che Dio ci accompagna nel tempo dell’incompiutezza. Il deserto dell’Apocalisse non è il luogo dell’abbandono. È il luogo che Dio ha preparato alla donna perché fosse nutrita.

Il deserto, allora, non è la prova che Dio è assente. Anche il deserto della disumanità, anche quello della violenza senza senso, della guerra come stato endemico che favorisce il mercato. È il luogo della sua presenza nella forma della promessa, della protezione e del nutrimento. Questa è forse una delle cose più difficili da accettare nella vita cristiana: quando non capiamo più il senso della presenza di Dio nella storia, immaginiamo che essa sia sfuggita alla sue mani. Ma se non capiamo la realtà non è essa ad essere sbagliata, ma la nostra postura con cui la guardiamo. Dio può essere realmente presente anche quando la sua salvezza non è ancora pienamente visibile, anche nel deserto della disumanità. Noi vorremmo la gloria; Dio ci dà il cammino verso la gloria. Noi vorremmo il compimento; Dio ci dona la promessa. Noi vorremmo vedere; Dio ci chiede di sperare.

Ecco il senso del Magnificat. Maria dice: «L’anima mia magnifica il Signore». Ma Maria canta la salvezza mentre la storia non è ancora compiuta. Non ha ancora visto tutto ciò che Dio farà. Non ha ancora davanti agli occhi la Pasqua. Non ha ancora visto la risurrezione del Figlio. Eppure canta. Il Magnificat è dunque il canto di una salvezza già iniziata ma non ancora compiuta. Lei canta anche ciò che ancora deve accadere: “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”. Il suo canto è memoria, presenza e profezia nello stesso momento. Per questo il Magnificat è il canto della speranza.

La speranza cristiana non consiste nel dire: «Un giorno forse Dio ci salverà». È qualcosa di molto più forte. È dire: Dio ha già cominciato a salvarci, e proprio per questo possiamo attendere ciò che ancora non vediamo. Per questo l’Assunzione non ci allontana dalla terra: ci insegna a viverla. E come? Il Vangelo di oggi non ci presenta Maria ferma nella contemplazione della propria grandezza. Appena ricevuta la promessa, Maria «si alzò e andò in fretta» verso Elisabetta. È straordinario: la donna che Dio ha destinato alla gloria attraversa la storia mettendosi in cammino verso un’altra persona. Questa è la logica cristiana dell’attesa.

Chi ha fede in quale sarà il proprio destino ultimo non fugge dal presente, non lo teme, non cerca di cambiarlo con la propria impazienza o per sfuggire alle proprie paure: lo abita con maggiore intensità, appoggiato alla certezza della fede, nella relazione di amore con i fratelli. Maria sa che Dio sta compiendo qualcosa di immenso in lei, ma questa consapevolezza non la sottrae alla concretezza della storia. Così dovrebbe essere anche la nostra speranza. 
La speranza cristiana non è evasione dal mondo. 
È la capacità di vivere il presente senza pretendere che il presente sia già il compimento.

(Fonte: VinoNuovo)