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martedì 18 febbraio 2020

Curiali in Amazzonia. Perché no? di Tonio Dell'Olio - Fratello Francesco Lettera aperta al Papa di José Ignacio González Faus sj


Curiali in Amazzonia. Perché no?
di Tonio Dell'Olio

Tutte le testate giornalistiche, tutte indistintamente, hanno commentato l'uscita dell'Esortazione post-sinodale Querida Amazonìa con la questione del celibato dei preti che, rispetto al dramma e alla posta in gioco della situazione amazzonica, è davvero marginale. Un peccato, un'occasione perduta, quanto meno una mancanza di rispetto verso le persone che vivono situazioni drammatiche in quell'immenso continente verde e mendicano l'attenzione del mondo. 
Ora, siccome nei giorni scorsi mi sono ritrovato a parlare e scrivere di Querida Amazonia, posso finalmente affrontare anche il tema della legge del celibato che non è legge divina mentre lo è l'eucarestia consegnata alla comunità cristiana e della quale nessuno dovrebbe essere privato. Facendo mia la proposta di José Ignacio González Faus, un anziano (87 anni) gesuita spagnolo che ha scritto una lettera aperta al Papa: 
“Nella tua curia romana, fratello Francesco, ci sono legioni di presbiteri che vivono nel celibato e non hanno praticamente alcun lavoro ministeriale. Molti di loro sono anche vescovi senza chiesa, contro l’esplicito divieto del concilio di Caledonia (già nel 451). Si tenta di eludere questo divieto assegnando loro una chiesa inesistente. Il che sembra una vera ipocrisia, che già Benedetto XVI voleva eliminare, ma la curia non lo ha permesso. Ebbene, sarebbe così assurdo inviare tutti questi preti celibi della Curia nelle regioni perdute del Brasile, del Perù, del Ciad o di Tehuantepec, in modo che quei cristiani possano vedere adempiuto il loro diritto di celebrare l’Eucaristia? La curia romana potrebbe essere occupata da fedeli laici (anche “viri probati”), sposati e padri di famiglia. Perché nessuna legge ecclesiastica richiede il celibato per essere un impiegato, indipendentemente da quanto sia importante o sacro quest’ufficio. Sarebbero eccellenti “burocrati cristiani” (secondo l’espressione rassegnata e umoristica di un fratello nostro gesuita, che ha trascorso tutta la sua vita come segretario degli uni e degli altri)”.

**************

Riportiamo integralmente il testo della lettera aperta a Papa Francesco del gesuita José Ignacio González Faus pubblicata sul blog dell’autore in Religion Digital
Traduzione italiana di Lorenzo Tommaselli.



Fratello Francesco
di José Ignacio González Faus



Fratello Francesco,

non so nemmeno se leggerai questa lettera. Lo stile epistolare è diventato per me un genere letterario: perché immaginare un interlocutore mi aiuta ad esprimermi.

In ogni caso, vorrei commentare un po’ la tua recente decisione sull’ordinazione presbiterale degli uomini sposati, in merito al sinodo dell’Amazzonia. Più che un rifiuto, è una non-decisione: non hai aperto la porta ma non l’hai neanche chiusa a chiave. Suppongo che per timore di uno scisma in questa Chiesa dove c’è un settore che non si stanca di metterti i bastoni tra le ruote e che questa volta si è visto aiutato da tutto questo clamore mediatico che dava l’impressione che fosse l’unica cosa che contava nella tematica dell’Amazzonia.

Vorrei cercare di capirti

E anche da tutti coloro a cui già Engels faceva riferimento in una famosa lettera sul nascente socialismo, in cui diceva che, non appena appare una nuova impresa, tutte le persone frustrate si rifugiano in essa per usarla a proprio vantaggio e non a favore dei destinatari di questa impresa.

Per tutti questi motivi, cerco di capirti. Posso anche presumere di aver scritto alcune pagine in lode del celibato, riconoscendo anche l’enorme pericolo dell’essere scapolo e concludendo che solo uno che umilmente osa confessare che il suo celibato gli ha insegnato ad amare, potrà dare una buona testimonianza sul celibato. A partire da questa posizione personale, con alcune riflessioni vorrei portare un contributo, con l’aspirazione – così strana oggi – che non valgono per l’autorità della persona che le dice (che in questo caso è nulla) ma per la verità di quello che dicono.

C’è una frase del Vangelo che credo di portare incisa nell’anima e sono quelle dure parole di Gesù: “Ipocriti! Infrangete la volontà di Dio per aggrapparvi alle tradizioni dei vostri progenitori” (Mc 7, 6-8). Quando ero giovane, e mi piaceva provocare di più, scrissi che queste parole dovevano essere scritte sulla facciata di San Pietro in Vaticano, invece di “Tu sei Pietro e su questa pietra costruirò la mia Chiesa…”

Il pane per tutti

Ebbene, quando rileggo queste parole di Gesù, due cose mi sembrano ovvie: è volontà di Dio che tutti i cristiani (anche quelli dell’Amazzonia) possano celebrare l’Eucaristia. Quel compito, “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19), si applica a tutti i cristiani, siano essi korubos, pirikpuras o romani. Invece, la legge del celibato non è un comandamento divino, ma una tradizione umana: assolutamente venerabile per quanto si voglia, ma tradizione umana.

Penso anche al consiglio che ti ha dato un vescovo brasiliano quando ti è stato affidato il ministero di Pietro: “non dimenticare i poveri”. E ora vale l’argomento che è stato prodotto a partire da posizioni più conservatrici: ricordarsi dei poveri non è solo ricordarsi dei loro diritti umani calpestati, ma anche del fatto che possano ricevere Cristo. Se la norma del celibato è diversa nel mondo dei poveri rispetto a quella del nostro mondo ricco, non sembrerà un’applicazione del celebre discorso del vescovo Bossuet sull’eminente dignità dei poveri nella Chiesa?

Preti per il ministero, non per altro

In esso il famoso oratore diceva: “nel mondo i primi sono i ricchi, nella Chiesa i primi sono i poveri; nel mondo i favori e i privilegi sono per i ricchi, mentre nella Chiesa di Gesù Cristo le grazie e le benedizioni sono per i poveri”… Siamo molto lontani da questo, purtroppo. Ma almeno non sarebbe male che un gesto molto forte ce lo ricordasse.

E se no, su un piano leggermente più bizzarro e gioviale, c’è un’altra soluzione perché quei poveri non siano privati dell’Eucaristia. Nella tua Curia romana, fratello Francesco, ci sono legioni di presbiteri che vivono nel celibato e non hanno praticamente alcun lavoro ministeriale.

Molti di loro sono anche vescovi senza chiesa, contro l’esplicito divieto del concilio di Caledonia (già nel 451). Si tenta di eludere questo divieto assegnando loro una chiesa inesistente. Il che sembra una vera ipocrisia, che già Benedetto XVI voleva eliminare, ma la curia non lo ha permesso.

Ebbene, sarebbe così assurdo inviare tutti questi preti celibi della Curia nelle regioni perdute del Brasile, del Perù, del Ciad o di Tehuantepec, in modo che quei cristiani possano vedere adempiuto il loro diritto di celebrare l’Eucaristia? La Curia romana potrebbe essere occupata da fedeli laici (anche “viri probati”), sposati e padri di famiglia.

Una burocrazia vaticana laicale

Perché nessuna legge ecclesiastica richiede il celibato per essere un impiegato, indipendentemente da quanto sia importante o sacro quest’ufficio. Sarebbero eccellenti “burocrati cristiani” (secondo l’espressione rassegnata e umoristica di un fratello nostro gesuita, che ha trascorso tutta la sua vita come segretario degli uni e degli altri).

Tutto ciò sembra una stupidaggine? Forse sì. Ma forse dove ci sono problemi estremi, bisogna cercare soluzioni estreme e dove le cose sono mal distribuite, bisogna cercare di distribuirle bene. In ogni caso, potrebbe essere un’ottima occasione perché uomini come il cardinale Sarah o il cardinale Müller possano dimostrare il significato ministeriale del celibato.

E tornando seri: tutti crediamo di stare cercando qui la volontà di Dio. Perché non mettere tutta la Chiesa in uno stato di preghiera per chiedere quello che dice Sant’Ignazio: “che conosciamo ed adempiamo la sua santa volontà?”. Quando chiediamo questo nella preghiera, è ampiamente dimostrato che questa richiesta è sicuramente ascoltata.

Un abbraccio molto fraterno e riverente, per quanto virtuale.


Vedi anche i post precedenti:


lunedì 17 febbraio 2020

UNA LETTERA D’AMORE - Esortazione Apostolica "Querida Amazonia" le considerazioni di Raniero La Valle


UNA LETTERA D’AMORE
di Raniero La Valle

C’è delusione per l’esortazione postsinodale” del papa a conclusione del Sinodo per l’Amazzonia. Ci si aspettava un’apertura sul ministero sacerdotale di uomini sposati e anche sull’accesso delle donne al sacro ordine del diaconato, che invece non c’è stata nonostante che il documento finale votato dal Sinodo dei vescovi al n. 111 proponesse l’ordinazione di uomini sposati “idonei e riconosciuti dalla comunità” e al n. 102 riconoscesse la ministerialità che Gesù ha riservato alle donne”.
Sarebbe sbagliato però ridurre l’attenzione a questi due soli punti quando lo scritto del papa “Querida Amazonia”, Cara Amazzonia, è di una ricchezza straordinaria ed esprime un’intensità di coinvolgimento e di amore per una terra e per i poveri che la abitano quale nessun papa aveva mai manifestato finora. Si tratta di un testo intriso di poesia, e si sa che la poesia apre spazi che vanno ben oltre le parole, il che è un buon criterio ermeneutico per intendere anche ciò che nel testo non viene detto. Non si era mai visto un papa che in un documento magisteriale facesse propria una poesia così: “Del fiume fà il tuo sangue… Poi piantati, germoglia e cresci, che la tua radice si aggrappi alla terra perpetuamente e alla fine sii canoa, scialuppa, zattera, suolo, giara, stalla e uomo” (da “Llamado” del peruviano Javier Yglesias).

Bisogna dire piuttosto che la rinuncia del papa ad affrettare la riforma della Chiesa su questi due temi cruciali certamente risponde alla preoccupazione di non dare pretesti a uno scisma nella Chiesa, dopo l’intimidazione del libro del cardinale Sarah avallata da un ex papa che secondo la dottrina romana era stato infallibile fino al 28 febbraio dell’anno scorso e da un cardinale che senza essere infallibile era stato presidente dei vescovi della Chiesa italiana dal 1991 al 2007. Certamente si trattava di una situazione nuova: non era mai successo che un papa infallibile ieri interferisse sulle decisioni di un papa infallibile oggi; è una cosa che poteva succedere solo dopo il 1870, e infatti oggi è accaduta, perciò ci vorrebbe ora una bella norma canonica a regolare la statuto degli ex papi. 

In ogni caso Francesco ha scelto con saggezza, sotto ricatto, scontentando i fedeli, ma pago di aver attivato un processo, che è molto più che occupare uno spazio. E il papa è stato ben attento a lasciarlo aperto proprio attraverso la scelta che ha fatto con la sua Esortazione. Questa infatti non sostituisce e perciò non cancella il documento finale del Sinodo dove quelle aperture erano contenute. Infatti scrive il papa nella sua Esortazione apostolica di non voler “ripetere e sostituire” le conclusioni del Sinodo, ma esprimerne le risonanze provocate in lui, e insieme “presentare ufficialmente” quel documento finale “a cui hanno collaborato tante persone che conoscono meglio di me e della Curia romana la problematica dell’Amazzonia”, che è come dire: state a sentire loro.

A corroborare questa lettura è venuta la dichiarazione del cardinale Czerny, segretario speciale del Sinodo per l’Amazzonia, nella conferenza stampa in Vaticano di presentazione dello scritto del papa. Egli ha detto che si tratta di “una lettera d’amore”. Ė un documento del magistero, appartiene al magistero ordinario del successore di Pietro. Il documento finale del Sinodo è invece costituito da proposte che i Padri hanno votato ed hanno affidato al Santo Padre. Ebbene, il papa ha autorizzato la sua pubblicazione con i voti espressi, lo ha presentato ufficialmente e ha incoraggiato a leggerlo per intero. Ciò vuol dire, ha concluso il cardinale, che esso, al di là dell’autorità magisteriale formale, assume “una certa autorità morale e ignorarla sarebbe una mancanza di obbedienza alla legittima autorità del Santo Padre, mentre – ha aggiunto sornione - trovare difficili alcuni punti non sarebbe considerata una mancanza di fede”. Che è come dire che se il card. Sarah trova difficile il far preti uomini sposati, non per questo si deve pensare che manchi di fede. Il segretario speciale del Sinodo ha concluso che “le lezioni” che vengono dal documento sinodale e dall’Esortazione “Querida Amazonia” sono da applicare oltre l’Amazzonia, “esse toccano tutta la Chiesa e tutto il mondo anche se in modo non uniforme”.
Mai un Sinodo dei Vescovi, tanto meno un Sinodo locale, aveva avuto un simile riconoscimento della sua autorità e della sua autonomia. Questo vuol dire che la partita non è chiusa, e quando nell’Esortazione del papa si trova scritto che i popoli amazzonici hanno bisogno della celebrazione dell’eucarestia, ed è urgente fare in modo che non siano privati di essa come del sacramento del perdono, è chiaro che la strada resta aperta al sacerdozio senza celibato. Non a caso il papa precisa che la sola cosa che distingue il sacerdozio cattolico è l’ordine sacro, e non è certo, come alcuni pensano, il potere, il fatto di essere la massima autorità della comunità”; allo stesso modo, si potrebbe continuare, a distinguerlo non è il celibato.

E quanto alle donne, è sorprendente la motivazione edificante e femminista data dal papa del non cooptarle all’ordine sacro: sarebbe riduzionista, sarebbe un pensarle solo in modo funzionale se si ritenesse che la Chiesa, per godere del loro carisma, le debba ordinare, quando “senza le donne essa crolla”, sono loro che anche in Amazzonia hanno tenuto in piedi la Chiesa, e tutto ora bisogna fare tranne che clericalizzarle. C'è qui l’eco di una discussione, aperta anche tra le donne.
La lettera del papa può apparire perciò non come un momento di ripiegamento nel conflitto aperto nella Chiesa, ma come uno straordinario atto di governo.

Venerdì prossimo, 21 febbraio alle 11 prenderà avvio a Roma, alla Biblioteca Vallicelliana, in via della Chiesa Nuova 18, la Scuola “Costituente Terra”, che si propone di far crescere il pensiero dell’unità della famiglia umana, come soggetto politico e di storia, e di promuovere l’adozione di una Costituzione della Terra. Ė una scuola ma pure un’antiscuola, perché si tratta anche di dismettere culture obsolete e di disimparare arti perverse, a cominciare dall’arte della guerra. L’evento prevede una presentazione della Scuola e una relazione del prof. Luigi Ferraioli sul perché di un costituzionalismo mondiale. Tutti sono invitati a intervenire.
(fonte: Blog 14/02/2020))

domenica 16 febbraio 2020

L’Esortazione sull’Amazzonia spiazza gli opposti clericalismi - Esortazione Apostolica "Querida Amazonia" le considerazioni di Giuseppe Savagnone

Esortazione Apostolica
"Querida Amazonia"
le considerazioni di Giuseppe Savagnone



L’Esortazione sull’Amazzonia
spiazza gli opposti clericalismi

Tutti aspettavano…

Ancora una volta papa Francesco spiazza tutti e si conferma un pontefice che guarda lontano. Attendevano tutti con febbrile impazienza questa Esortazione apostolica. I “conservatori” con angoscia, per l’incombere di quella che a loro dire sarebbe stata la fine della figura del presbitero, decretata dall’eventuale «abolizione del celibato»; i “progressisti”, con speranza altrettanto febbrile, per la rimozione di quello che a loro avviso costituisce un’assurda eredità del passato e un fattore decisivo della crisi delle vocazioni e degli scandali di pedofilia e di corruzione del clero.

Dell’Amazzonia, diciamolo pure, non interessava niente a nessuno. Meno che meno, di ciò che, attraverso la realtà dell’Amazzonia, tutta la Chiesa deve riscoprire riguardo alla sua identità e al suo ruolo nel mondo contemporaneo.

I sogni del papa

E invece il papa ha parlato, nel suo documento, proprio di questo. Non sono il celibato dei preti o il sacerdozio delle donne il vero problema. La Chiesa non riesce più a parlare alle persone. Non riesce più a rispettare la grande legge dell’incarnazione, che pure dovrebbe costituire il suo DNA: «La predicazione deve incarnarsi, la spiritualità deve incarnarsi, le strutture della Chiesa devono incarnarsi» (Querida Amazonia, n.6)

Da qui i quattro “sogni” che il papa ha voluto comunicare «al popolo di Dio e a tutti gli uomini di buona volontà», che sono i destinatari del documento.

«Un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi».

«Un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana».

«Un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna».

«Comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici» (n.7).

L’ultima espressione è la chiave di lettura delle altre tre, in cui al posto di «un’Amazzonia» sarebbe possibile leggere «una Chiesa». Ma forse, ancora più ampiamente, «un’umanità».

Il sogno sociale

Il primo sogno del papa è sociale. In tempi bui, che vedono ovunque trionfare nel mondo lo spietato cinismo dei più forti, la passività e a volte la complicità delle persone “oneste”, la paradossale collaborazione di tante vittime, accecate dalla propaganda, con i loro manipolatori, la voce di Francesco si leva alta e forte per denunziare un neocolonialismo che si fa scudo delle leggi dell’economia per trasformare la globalizzazione in una operazione a vantaggio dei ricchi e a danno dei poveri.

Bergoglio ricorda che «spesso erano i sacerdoti coloro che proteggevano gli indigeni da assalitori e profittatori» e sottolinea che «nel momento presente la Chiesa non può essere meno impegnata, ed è chiamata ad ascoltare le grida dei popoli amazzonici» (nn.18-19).

Il sogno culturale

Il neocolonialismo si manifesta anche come cancellazione delle culture più deboli e riduzione della terra all’unica cultura dei dominatori. «La visione consumistica dell’essere umano, favorita dagli ingranaggi dell’attuale economia globalizzata, tende a rendere omogenee le culture e a indebolire l’immensa varietà culturale, che è un tesoro dell’umanità» (n.33).

Il sogno ecologico.

«La cura delle persone e la cura degli ecosistemi sono inseparabili» (n.42). A una cultura dello sfruttamento illimitato bisogna sostituire quella della contemplazione. «Risvegliamo il senso estetico e contemplativo che Dio ha posto in noi e che a volte lasciamo si atrofizzi» (56).

Il sogno ecclesiale

E, alla fine – ma in realtà era all’inizio – un sogno ecclesiale. «La Chiesa è chiamata a camminare con i popoli dell’Amazzonia» (n.61), ma l’Amazzonia è la cifra, il simbolo di un dramma planetario. Ciò non svuota minimamente lo spessore dei drammi e delle sofferenze vissute dalle popolazioni di quel territorio, anzi ne valorizza la portata universalmente umana.

La scarsità dei preti in Amazzonia non dipende solo dal celibato

Ma il punto su cui papa Francesco era più atteso era il problema della scarsità dei preti in Amazzonia. Era a questo che si riferiva la richiesta dei padri sinodali di permettere l’ordinazione di uomini sposati. La riposta dell’Esortazione è articolata, ma non per questo meno incisiva.

Innanzi tutto il papa fa presente che la carenza denunziata non riguarda tutto il continente sudamericano, il quale anzi “esporta” presbiteri in gran numero, ma nelle regioni dove regna il benessere e la vita è più facile: «Colpisce il fatto che in alcuni Paesi del bacino amazzonico vi sono più missionari per l’Europa o per gli Stati Uniti che per aiutare i propri Vicariati dell’Amazzonia» (nota 132). Da qui l’invito, rivolto ai vescovi, «a essere più generosi, orientando coloro che mostrano una vocazione missionaria affinché scelgano l’Amazzonia» (n.90).

La comunità, non solo i preti!

In secondo luogo, l’Esortazione osserva che «non si tratta solo di favorire una maggiore presenza di ministri ordinati che possano celebrare l’Eucaristia. Questo sarebbe un obiettivo molto limitato se non cercassimo anche di suscitare una nuova vita nelle comunità» (n.93).

È tutta la comunità cristiana che deve essere in grado di animare la vita della Chiesa. Certo, «c’è necessità di sacerdoti, ma ciò non esclude che ordinariamente i diaconi permanenti – che dovrebbero essere molti di più in Amazzonia –, le religiose e i laici stessi assumano responsabilità importanti per la crescita delle comunità e che maturino nell’esercizio di tali funzioni grazie ad un adeguato accompagnamento» (n.92).

In particolare, c’è urgenza che vi siano «responsabili laici maturi e dotati di autorità» (n.94). Un inveterato clericalismo ci ha abituato a credere che tutti i problemi si risolvano solo con la presenza dei presbiteri. Francesco sa bene che il sacerdote ordinato è indispensabile per alcuni sacramenti, in particolare per l’eucaristia (cfr. nn.87-89). Ma, in un mondo dove le vocazioni sacerdotali sono sempre di meno, chiede ai cristiani – e non solo a quelli dell’Amazzonia! – di entrare in un nuovo ordine di idee, dove i presbiteri hanno delle loro funzioni peculiari, ma all’interno di una più ampia responsabilizzazione di tutta la comunità.

Il problema dell’ordinazione delle donne

Da qui anche la risposta implicita a coloro che da tempo insistono per l’ordinazione delle donne. Bisogna, scrive il papa, «evitare di ridurre la nostra comprensione della Chiesa a strutture funzionali». In altri termini, a strutture di potere. «Tale riduzionismo ci porterebbe a pensare che si accorderebbe alle donne uno status e una partecipazione maggiore nella Chiesa solo se si desse loro accesso all’Ordine sacro. Ma in realtà questa visione limiterebbe le prospettive, ci orienterebbe a clericalizzare le donne, diminuirebbe il grande valore di quanto esse hanno già dato e sottilmente provocherebbe un impoverimento del loro indispensabile contributo»

È necessario entrare in una prospettiva diversa. «In una Chiesa sinodale le donne, che di fatto svolgono un ruolo centrale nelle comunità amazzoniche, dovrebbero poter accedere a funzioni e anche a servizi ecclesiali che non richiedano l’Ordine sacro e permettano di esprimere meglio il posto loro proprio (…). Questo fa anche sì che le donne abbiano un’incidenza reale ed effettiva nell’organizzazione, nelle decisioni più importanti e nella guida delle comunità, ma senza smettere di farlo con lo stile proprio della loro impronta femminile» (n.103).

Opposti clericalismi

È clericalismo arroccarsi nel falso dogma del celibato ecclesiastico. Ma lo è pure pensare che tutti i problemi della Chiesa si risolvano abolendolo, per aumentare il numero degli eccelsiasici. È clericalismo difendere il tradizionale potere degli uomini dentro la Chiesa e la riduzione delle donne a ruoli subordinati. Ma lo è anche pensare che l’unico modo di riscattare le donne da questa assurda situazione sia di aprire loro le porte della “casta” dominante.

La sconfitta del clericalismo passa, piuttosto, dall’abolizione della logica che ha spesso trasformato dei “servitori” – come lo fu Gesù – in una “casta”. Puntare sull’ordinazione femminile per dare anche a loro potere significa estendere ad un’altra categoria di persone un ruolo viziato proprio dalla mentalità del potere, lasciando “fuori” chi non vi viene assunto.

Non i preti, ma il popolo di Dio

Paragonata agli intrighi e alle sterili polemiche che l’hanno preceduta, l’Esortazione di Francesco sembra parlare un altro linguaggio. Qualcuno già accusa il papa di essersi “tirato indietro”. Qualcun altro si illuderà di averlo condizionato e fermato con le proprie minacce di scisma. Ma forse egli è solo rimasto fedele al Concilio e alla sua profezia di una Chiesa capace di incarnare il vangelo nella storia e che finalmente sia popolo di Dio e non gerarchia ecclesiastica.

sabato 15 febbraio 2020

Esortazione Apostolica "Querida Amazonia" le considerazioni di Andrea Grillo e Filippo Di Giacomo


Esortazione Apostolica "Querida Amazonia" 
le considerazioni di Andrea Grillo e Filippo Di Giacomo



Il sogno della foresta amazzonica 
e l’insonnia della foresta curiale. 
Papa Francesco tra profezia e vigilanza in 
“Querida Amazonia”
di Andrea Grillo


Il testo della Esortazione Apostolica “Querida Amazonia” (= QA), pubblicato oggi 12 febbraio 2020, si caratterizza per un primo tratto originale. Ossia la sua “posizione” rispetto al testo conclusivo del Sinodo straordinario, ossia Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale (= ANC). In effetti, la scelta di promuovere direttamente il testo conclusivo del Sinodo, nella sua articolazione, come “documento di riferimento” – così come si afferma esplicitamente ai nn. 2-3 di QA – crea una sorta di rimando esplicito – quasi un combinato disposto – della Esortazione rispetto al Sinodo nella sua integralità. Addirittura, la scelta forte di non citare mai il testo conclusivo, ma di assumerlo come autorevole nella sua interezza, viene così espressa: “non intendo né sostituirlo, né ripeterlo” (QA 2).

Mi pare che questa premessa sia decisiva per leggere correttamente il testo e come tale lo qualifica decisamente, in analogia con quanto Francesco ha fatto in Amoris Laetitia. In modo ancora più esplicito di quanto avvenuto 4 anni fa, in questo caso una “riserva di autorità” è lasciata al testo sinodale. Francesco, di suo, traduce i nodi di quel testo in 4 sogni: un sogno sociale, un sogno culturale, un sogno ecologico e un sogno ecclesiale. La Amazzonia ci fa sognare. E fa sognare anche Roma. Ma Roma soffre anche di insonnia. E anche il papa che “dorme bene”, e che sa riconfigurare il sogno ecclesiale in modo tanto efficace, talvolta può trovarsi a soffrire di insonnia, quasi a rimanere con gli occhi sbarrati. Proviamo a vedere come e perché.

Il grande sogno possibile

Un grande sogno che è destinato a realizzarsi. Questa mi pare la bella notizia che QA ci presenta con la forza di una prosa spesso alta, ispirata, forte. Non vorrei che si sottovalutasse la chiave “onirica” con cui il testo è stato scritto. Non è solo retorica. O, meglio, è alta retorica magisteriale. Fare della “tradizione ecclesiale” un luogo di elaborazione di sogni, ossia di rappresentazione dei desideri dell’uomo e delle donne e dei disegni misteriosi del Dio di Gesù Cristo, questo mi pare un bell’esercizio del magistero, di cui la Chiesa ha urgente bisogno. Così, la rilettura di ANC che Francesco propone in QA si struttura come “articolazione di 4 sogni”. Tali sogni investono quattro livelli della vita dell’Amazzonia, di cui la Chiesa può e deve prendersi cura. Tale prospettiva viene formulata, con stile potente, in QA 6-7:

“La predicazione deve incarnarsi, la spiritualità deve incarnarsi, le strutture della Chiesa devono incarnarsi. Per questo mi permetto umilmente, in questa breve Esortazione, di formulare quattro grandi sogni che l’Amazzonia mi ispira.

7. Sogno un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi, dove la loro voce sia ascoltata e la loro dignità sia promossa.

Sogno un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana.

Sogno un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste.

Sogno comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici”.

Ognuno di questi “sogni” struttura un capitolo del testo, di cui schizzo in breve il contenuto:

a) Un sogno sociale (8-27)

La promozione della giustizia sociale di una “vita buona” in Amazzonia è compito primario, in cui “cura del creato” e “attenzione agli ultimi” si intrecciano profondamente. Una Chiesa capace di indignarsi e di far sentire coralmente la propria voce profetica assume uno stile di ascolto e di dialogo, in cui gli ultimi possano diventare protagonisti e la vita buona sia davvero accessibile a tutti.

b) Un sogno culturale (28-40)

La Amazzonia è un “tesoro di culture” che devono essere valorizzate. Questa parte del testo è intrecciata di poesie. Leggiamone una, al n. 31

«Del fiume fa’ il tuo sangue […].
Poi piantati,
germoglia e cresci
che la tua radice
si aggrappi alla terra
perpetuamente
e alla fine
sii canoa,
scialuppa, zattera,
suolo, giara,
stalla e uomo».

La custodia delle radici, l’incontro interculturale, la cura per il dialogo e per le identità diventa uno stile di relazione nel quale la Chiesa può scoprire e rileggere ancor meglio il mistero che la costituisce. Questo impone di assumere la prospettiva “dei diritti dei popoli e delle culture”, in rapporto delicatissimo con le condizioni dell’ambiente in cui tali culture si sono sviluppate e possono essere salvaguardate.

c) Un sogno ecologico (41-60)

Anche il registro del “sogno ecologico” è profezia e poesia. Ecco uno dei testi proposto al n.47

«Quelli che credevano che il fiume fosse una corda per giocare si sbagliavano.
Il fiume è una vena sottile sulla faccia della terra. […]
Il fiume è una fune a cui si aggrappano animali e alberi.
Se tirano troppo forte, il fiume potrebbe esplodere.
Potrebbe esplodere e lavarci la faccia con l’acqua e con il sangue»

L’approccio alla “custodia della casa comune” si nutre di una tradizione spirituale e relazionale che deve recuperare uno sguardo contemplativo e estatico nei confronti della natura e del creato. Fa proprio il grido dei popoli per il degrado dell’ambiente e lo rilancia profeticamente, impegnando in esso la Chiesa tutta.

d) Un sogno ecclesiale (61-110)

L’ultimo livello del sogno è quello più direttamente destinato alle comunità cristiane. Ed è anche il più complesso. E’ un sogno che, potremmo dire, in parte scaturisce “da un sonno agitato”. In effetti questo quarto sogno si divide in due parti. La prima (61-84) è dedicata al tema della inculturazione, mentre la seconda (85-110) si occupa di ministerialità, di eucaristia, di ecumenismo. Nella prima si riesce ancora a sognare in senso proprio. Nella seconda la veglia talora si impone inesorabilmente, e rende difficile il sogno. Nella prima parte, in effetti, sul tema della inculturazione, leggiamo parole forti, profetiche, di grande coraggio. Il lavoro di inculturazione può così riconoscere che “È possibile recepire in qualche modo un simbolo indigeno senza necessariamente qualificarlo come idolatrico. Un mito carico di senso spirituale può essere valorizzato e non sempre considerato un errore pagano” (QA 79). E ancora: “Questo ci consente di raccogliere nella liturgia molti elementi propri dell’esperienza degli indigeni nel loro intimo contatto con la natura e stimolare espressioni native in canti, danze, riti, gesti e simboli. Già il Concilio Vaticano II aveva richiesto questo sforzo di inculturazione della liturgia nei popoli indigeni,[119] ma sono trascorsi più di cinquant’anni e abbiamo fatto pochi progressi in questa direzione” (QA 82). Questo slancio, profetico e poetico, arriva fino ad una soglia, che nel testo è il n. 85, con il quale inizia la sezione dal titolo “Inculturazione della ministerialità”. In quel punto troviamo l’ultimo lampo di quello slancio che ha attraversato i 3/4 del testo. Vi si legge:

“L’inculturazione deve anche svilupparsi e riflettersi in un modo incarnato di attuare l’organizzazione ecclesiale e la ministerialità. Se si incultura la spiritualità, se si incultura la santità, se si incultura il Vangelo stesso, come fare a meno di pensare a una inculturazione del modo in cui si strutturano e si vivono i ministeri ecclesiali? La pastorale della Chiesa ha in Amazzonia una presenza precaria, dovuta in parte all’immensa estensione territoriale con molti luoghi di difficile accesso, alla grande diversità culturale, ai gravi problemi sociali, come pure alla scelta di alcuni popoli di isolarsi. Questo non può lasciarci indifferenti ed esige dalla Chiesa una risposta specifica e coraggiosa” (QA 85).

Ma qui “al pensier mancò la possa”: la poesia cede il posto alla mera descrizione normativa, e la profezia fa spazio ad una vigilanza preoccupata. Nel concreto il discorso sulle comunità “prive di eucaristia” non riesce a immaginare se non risposte mediate dal linguaggio elaborato nell’Europa del 500. Non si riesce a sognare. Il punto più lontano dal tono e dalla libertà del sogno è la mancanza di immaginazione con cui si parla della donna (99-105): come a dire: de mulieribus ne somnium quidem!

Il piccolo sogno impossibile

Il registro verbale, come ho cercato di far vedere, mostra la differenza tra il modo di riflettere sui primi tre “sogni” e il linguaggio più rigido che compare nel modo di pensare la struttura ministeriale e sacramentale della Chiesa. Nessuna poesia, poche immagini, poco slancio. Qui il testo mostra apertamente la fatica di concepire un sogno in questo ambito. Anzi, sembra quasi restare segnato da un tratto di insonnia, da una impossibilità di uscire dalle rappresentazioni più classiche e più abituali, che si impongono in una “veglia da cui non si può scappare”. Dov’è la inquietudine, dove la incompletezza, dove la immaginazione? Sembra di poter riconoscere, anche in Amazzonia, solo il prete in nigris, frutto del Seminario tridentino, destinato a “fare l’eucaristia” e ad “assolvere dal peccato”. Un “Curato d’Ars” col biglietto per Manaus. Mera fattualità del passato acquisito: un abitante della foresta curiale, un estraneo alla foresta amazzonica. Così, in questo passaggio finale del testo, la foresta curiale sembra prevalere sulla foresta amazzonica, che appare ridotta a variabile secondaria, quasi irrilevante.

Ma qui, io credo, vi sono ragioni più profonde. Perché è la mancanza di desiderio che non fa sognare. E il desiderio non si può creare “ex officio”. Quando manca il desiderio, allora diventa facile leggere tutte le novità solo “in negativo”. Senza desiderio di altro, ci si tiene quel che c’è. Se le comunità desiderano l’eucaristia non è perché neghino di dover essere presiedute, ma perché pensano che la presidenza possa essere concepita e sognata con schemi diversi dal Concilio Lateranense IV o dal Concilio di Trento. Se le donne vogliono accedere al ministero ordinato, non è per seguire le mode, o per inseguire il potere, ma perché sognano che venga riconosciuta obiettivamente quella bella autorità che già hanno ampiamente dimostrata. Senza che per questo si possa pensare che “accedere all’ordine sacro” sia sinonimo – chissà perché solo per loro – di “cedimento al clericalismo”. Quando un uso nuovo del sacramento viene subito identificato con l’abuso è perché il desiderio non è coltivato, il sogno è diventato impossibile e lo Spirito non riesce più a prendere la parola.

In una foresta, quella della Amazzonia, è consentito sognare. In un’altra foresta, la Curia romana, sembra essere vietato. Un uomo che ha l’arte del sonno, come Francesco, può sognare anche a Roma. Ma qualche volta il suo sonno è turbato. La onestà del pastore e dell’uomo sa bene questa cosa e la dice così: “Voglio presentare ufficialmente quel Documento (ANC), che ci offre le conclusioni del Sinodo e a cui hanno collaborato tante persone che conoscono meglio di me e della Curia romana la problematica dell’Amazzonia, perché ci vivono, ci soffrono e la amano con passione. Ho preferito non citare tale Documento in questa Esortazione, perché invito a leggerlo integralmente” (QA 3).

Per sognare su questi temi istituzionali, sulla base di quanto esposto profeticamente e poeticamente nei primi 3 sogni e mezzo, occorre riferirsi necessariamente a quanti vivono, soffrono e amano con passione in Amazzonia. Loro sanno sognare anche su questi argomenti. Perché il loro desiderio è vivo, sa discernere la Parola e così sa alimentare il sogno. Con tutta la poesia e la profezia necessaria.

Brevi conclusioni

Tra le due foreste il cammino di Francesco è dunque decisamente orientato, ma cauto. Resta limpida, nel suo testo, la indicazione che il “sogno ecclesiale” ha bisogno di estendersi alla integralità della esperienza. La forza del desiderio, illuminato dalla Parola, si fa sogno e si esprime con una forza mai udita nei primi 85 numeri. Ma ad ogni generazione è dato di sognare, e di rielaborare, solo una parte di ciò che vive. Così il grande sogno della società, della cultura e della ecologia, quando varca la soglia istituzionale, rischia di spegnersi. E sembra sperimentare, al posto del sogno, una insonnia agitata e una incertezza preoccupata.

Forse ad un figlio del Concilio, e figlio di prima generazione, come è Francesco, non si può chiedere di più. Anche se parziale, il sogno profetico dei primi 3 capitoli e mezzo sa riscattare la insonnia vigilante che nelle ultime pagine affatica il testo. La sintesi sul “sogno sociale”, sul “sogno culturale”, sul “sogno ecologico”, ma anche quella sul “sogno ecclesiale di inculturazione”, rimane un testo prezioso, con molte aperture di grande valore, che potranno produrre frutti grandi e preziosi. La scarsa “capacità onirica” per ciò che riguarda la struttura ministeriale della istituzione è segno di una resistenza obiettiva, direi corporea prima che mentale. Il corpo non sogna perché manca del desiderio. Perciò il testo di QA sul prete e sulla donna sembra non avere un desiderio, che voglia esprimersi in un sogno, e sembra che Dio stesso, a questo riguardo, non abbia più niente da dire e non debba mandare sogni agli uomini. Ma il testo finale di ANC, che non è sostituito, ma valorizzato nella sua integralità da parte di QA, ci permette, o meglio ci impone, di sognare ancora, anche a proposito di questi temi. E non è affatto detto che i sogni, con la forza del desiderio da riaccendere e con il mistero della Parola di Dio da ascoltare e da discernere, non siano proprio ciò di cui abbiamo più bisogno, anche oggi, soprattutto oggi.

(Pubblicato il 12 febbraio 2020 nel blog: Come se non)

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Pubblicato il documento con il quale Papa Francesco trae le conclusioni dopo il sinodo dell'ottobre scorso dedicato all'Amazzonia. L'esortazione apostolica "Querida Amazonia - Diletta Amazzonia" affronta argomenti delicati: dall'ecologia alla difesa degli indigeni, dalla colonizzazione culturale al rispetto della religiosità locale. Ma c'era grande attesa per le risposte di Bergoglio sul tema del celibato dei sacerdoti e sul ruolo delle donne nei contesti in cui c'è carenza di preti. Un punto che ha causato intense fibrillazioni in Vaticano, tanto che nel dibattito è stato coinvolto il pontefice emerito Benedetto XVI paventando contrapposizioni tra i due papi. L'analisi in studio insieme a Filippo Di Giacomo, giornalista e canonista.

Guarda il video

venerdì 14 febbraio 2020

Esortazione Apostolica "Querida Amazonia" le considerazioni di Luis Badilla, Tonio Dell'Olio, Salvatore Cernuzio

Esortazione Apostolica "Querida Amazonia" 
le considerazioni di Luis Badilla, Tonio Dell'Olio, Salvatore Cernuzio 



Guarda il video con l'intervento di Luis Badilla direttore de Il Sismografo



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(a cura Redazione "Il sismografo")

Sembra che ci sia in atto una discreta ma collaudata operazione per depotenziare e declassare alcune delle riflessioni e parole del Papa nella sua Esortazione post sinodale "Querida Amazonía". E come accade sempre in questi casi, non nuovi né rari, intervengono gli "interpreti" che danno versioni ufficiali, autorevoli e autorizzate. Sta accadendo con i primi quattro punti dell’Esortazione, ma anche altri, e che sono fondamentali per capire e leggere l’intero testo nel modo corretto. Siccome, fino a prova contraria, ciò che conta è quello che ha scritto il Papa e che porta la sua firma, vogliamo rilanciare quanto Francesco dice nell'apertura dell'Esortazione a proposito del suo documento conclusivo e il documento finale dell'Assemblea sinodale.

“1. L’amata Amazzonia si mostra di fronte al mondo con tutto il suo splendore, il suo dramma, il suo mistero. Dio ci ha donato la grazia di averla presente in maniera speciale nel Sinodo che ha avuto luogo a Roma tra il 6 e il 27 ottobre e che si è concluso con un testo intitolato Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale.

Il senso di questa Esortazione
2. Ho ascoltato gli interventi durante il Sinodo e ho letto con interesse i contributi dei circoli minori. Con questa Esortazione desidero esprimere le risonanze che ha provocato in me questo percorso di dialogo e discernimento. Non svilupperò qui tutte le questioni abbondantemente esposte nel Documento conclusivo. Non intendo né sostituirlo né ripeterlo. Desidero solo offrire un breve quadro di riflessione che incarni nella realtà amazzonica una sintesi di alcune grandi preoccupazioni che ho già manifestato nei miei documenti precedenti, affinché possa aiutare e orientare verso un’armoniosa, creativa e fruttuosa ricezione dell’intero cammino sinodale.

3. Nello stesso tempo voglio presentare ufficialmente quel Documento, che ci offre le conclusioni del Sinodo e a cui hanno collaborato tante persone che conoscono meglio di me e della Curia romana la problematica dell’Amazzonia, perché ci vivono, ci soffrono e la amano con passione. Ho preferito non citare tale Documento in questa Esortazione, perché invito a leggerlo integralmente.

4. Dio voglia che tutta la Chiesa si lasci arricchire e interpellare da questo lavoro, che i pastori, i consacrati, le consacrate e i fedeli laici dell’Amazzonia si impegnino nella sua applicazione e che possa ispirare in qualche modo tutte le persone di buona volontà.”

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L'Amazzonia casa nostra
 di Tonio Dell'Olio

“E ora torniamo alle cose di casa nostra” - dice il solerte giornalista radiofonico dopo aver parlato dell'Esortazione post-sinodale “Querida Amazzonia”. Probabilmente lo dice senza rendersi conto che le questioni amazzoniche sono di casa nostra molto più di tante altre. Ci riguardano da vicino come l'aria che respiriamo e l'acqua che beviamo e il sole che ci riscalda o ci surriscalda. L'Amazzonia è “casa nostra” perché l'aria non ha mai consentito i confini che la terra ha dovuto accettare come ferite e cicatrici di guerre. Ed è un peccato che, nei commenti dei quotidiani del giorno dopo, la riflessione sull'ambiente e sulle persone che abitano quel continente, sui drammi che si consumano sulla pelle di popolazioni che vivono all'ombra della foresta da mille e mille anni, sulla natura sventrata dagli interessi delle multinazionali del legno e delle miniere, sia stata banalizzata con la questione sulla legge del celibato dei preti. Un vero peccato lo sguardo strabico che punta a giudicare l'intero pontificato di Francesco da quella che viene presentata come una sconfitta “della sua linea”. Come se essere riusciti a portare la discussione sull'Amazzonia a Roma, nel cuore dell'occidente e del nord, e aver pubblicato un documento vaticano col titolo in spagnolo, non fossero piuttosto i simboli di una svolta epocale tanto per il mondo intero che per la chiesa universale ultramillenaria. Pertanto la miopia non è solo geografica (spaziale) ma anche storica (temporale). Urge intervento di chirurgia refrattiva o almeno cambiare gli occhiali.

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Amazzonia, il Vaticano: “Non era un sinodo sul celibato. L’esortazione del Papa è magistero, il documento finale no”
di Salvatore Cernuzio

Chiarito che il Papa con la sua esortazione post-sinodale “Querida Amazonia” pubblicata oggi non ha aperto alcuno spiraglio all’ipotesi dei preti sposati, chiarito anche che «il Sinodo sull’Amazzonia non era un Sinodo per discutere sul celibato dei preti, nonostante il tema abbia avuto un certo peso», come ribadito con garbo dal portavoce vaticano Matteo Bruni nella conferenza stampa di presentazione del documento, ad animare il dibattito è ora un’altra questione. Ovvero il punto 3 dell’esortazione papale, in cui Francesco presenta «ufficialmente» il documento finale del Sinodo, spiegando di aver «preferito non citare tale Documento in questa Esortazione» ma invitando «a leggerlo integralmente».

La domanda, sollevata in una Sala Stampa vaticana affollata come nel giorno della rinuncia di Ratzinger, è se dunque il Documento finale rientri nel Magistero papale ordinario. E lì, di conseguenza, venga implicitamente incorporata la proposta dei preti sposati contenuta al paragrafo III (che aveva ricevuto la maggioranza dei voti favorevoli e 41 “non placet”) che chiedeva di «ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, che abbiano un diaconato permanente fecondo». Questo per permettere alle comunità indigene residenti in zone sperdute della foresta - che un prete lo vedono al massimo una volta al mese, viste le distanze che variano dalle 8 ore agli 8 giorni - di accedere ai sacramenti. 

Un dubbio avvalorato anche dal fatto che nella sua Episcopalis Communio, la costituzione sul Sinodo dei Vescovi del 2018, Francesco afferma all’articolo 18 che «se approvato espressamente dal Romano Pontefice, il Documento finale partecipa del Magistero ordinario del Successore di Pietro». 

Quella dei preti sposati (o meglio, trattandosi di diaconi, degli “sposi pretati”) si può considerare quindi una discussione ancora aperta? Per qualcuno si tratta di questioni di lana caprina. Un chiarimento sembra invece urgente per l’ala più progressista della Chiesa che, lamentando un venir meno del concetto stesso di sinodalità, sperano in un ripensamento nel prossimo futuro del tema, magari con un Sinodo ad hoc. Come pure per le frange tradizionaliste (comunque mai soddisfatte di una decisione del Pontefice regnante) che attendono il pretesto per rilanciare campagne allarmiste.

A smorzare gli animi di entrambe le parti ci ha pensato sempre il portavoce Bruni affermando durante la conferenza stampa: «Documento finale no magistero, esortazione è magistero». «Il Sinodo era una risposta a esigenze pastorali di evangelizzazione», ha aggiunto, «il Papa, nell’esortazione, le ha recepite e al numero 90 ha risposto con tre parole: preghiera, generosità, formazione».

Da parte sua il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi, interpellato sulla questione, è ritornato sull’articolo 18 dell’Episcopalis Communio soffermandosi in particolare sulla locuzione «se approvato espressamente…»: «Il testo è molto chiaro - ha detto -. Quella del Santo Padre, nell’esortazione apostolica, è stata una presentazione, non un’approvazione del testo finale. Non c’è una parola canonica chiara come dispone l’Episcopalis Communio che parla di approvazione espressa e non indiretta. L’esortazione ha valore magisteriale, il documento tutt’al più una valenza morale». 

Quanto all’assenza completa in “Querida Amazonia” di cenni sull’ordinazione sacerdotale di uomini sposati proposta dai Padri sinodali, Baldisseri ha fatto notare che Papa Francesco «non ha detto una parola su nessun numero del documento finale. Ha detto semplicemente: “Non lo cito”». Allo stesso modo, non si è parlato di «rito amazzonico», altra proposta emersa nei Circoli minori, bensì «di leadership dei laici». Dunque «il Papa ha allargato l’orizzonte, mi pare che abbia risposto sui passi da fare e sono quelli di esortare i vescovi alle vocazioni, di chiedere ai vescovi generosità perché inviino missionari in Amazzonia. Il Papa ha insistito inoltre sulla formazione sacerdotale prima, durante e dopo, adatta o adattata alla regione. Ha considerato i vari punti in un processo sinodale». Processo, appunto, «perché il tempo è superiore allo spazio, come dice il Pontefice», ha sottolineato il porporato, «il che vuole dire che il campo è aperto e la Chiesa è in cammino».

Parole riprese dal cardinale Micheal Czerny, il gesuita cecoslovacco sottosegretario della Sezione “Migranti e Rifugiati” del Dicastero per lo Sviluppo umano integrale. A lui il compito di sciogliere i nodi, veri e presunti, dell’esortazione che ha definito «un documento di riconciliazione». «Credo che il modo migliore per comprendere il Sinodo è vedere tutto nell’ottica di un processo, un viaggio. Si parla per questo di Sinodo… - ha commentato -. Siamo arrivati ad un punto importante ma ci sono ancora tanti chilometri da percorrere. Le domande sono in evoluzione, continueranno ad essere oggetto di dibattito e discernimento e arriveremo a decisioni fatte a livello di Diocesi e Conferenze episcopali. Se si guarda ad una chiusura, mi spiace, ma non è così».

Già questa mattina Czerny in una intervista a Vatican News chiariva che, sulla possibilità di ordinare uomini sposati, «Francesco è rimasto fedele a quanto aveva detto già prima del Sinodo. La possibilità di ordinare uomini sposati può essere discussa dalla Chiesa. Ed esiste già, per esempio nelle Chiese orientali. Questa discussione va avanti da molti secoli, e il Sinodo l’ha liberamente affrontata, non in forma isolata, ma nell’intero contesto della vita eucaristica e ministeriale della Chiesa. Il Papa afferma nell’Esortazione che il tema non è numerico, e che favorire una maggiore presenza di sacerdoti non sarebbe sufficiente».

In ogni caso, focalizzandosi solo su un unico punto - e su questo si sono ritrovati d’accordo tutti i relatori - si rischia di perdere il focus dell’intera esortazione e dello stesso Sinodo sull’Amazzonia, ovvero il grande amore del Papa per questa ampia porzione di mondo dal quale dipendono gli ecosistemi globali. Amore reso evidente già dal titolo del documento, “Querida Amazonia. Cara Amazzonia”, a mo’ di intestazione di una lettera, che il Pontefice ha firmato a San Giovanni in Laterano, come avviene per i documenti ai quali riconosce un contenuto particolarmente pastorale, e che ha voluto simbolicamente pubblicare oggi 12 febbraio, quindicesimo anniversario del martirio di suor Dorothy Stang, la missionaria brasiliana di origine statunitense, della congregazione delle Suore di Nostra Signora di Namur, uccisa per le sue battaglie a favore dei contadini dell’Amazzonia brasiliana. «È bello ricordarla con la presentazione dell’esortazione, contiene parole che sarebbero state care anche a lei», ha detto Matteo Bruni con una punta di commozione. 

Commossi erano anche i due rappresentanti amazzonici al banco dei relatori, padre Adelson Araújo dos Santos, teologo e docente di Spiritualità alla Gregoriana, originario di Manaus, e suor Augusta de Oliveira, vicaria generale delle Serve di Maria Riparatrici, che hanno condiviso la loro emozione nel veder trasparire dalle quaranta pagine del testo la passione e la preoccupazione del Successore di Pietro per l’Amazzonia, terra ferita e violentata dai continui soprusi subiti dai suoi territori e dai suoi abitanti. «Il Papa ama questi popoli», ha affermato padre Araújo, e per loro esprime «quattro sogni: culturale, sociale, ecologico ed ecclesiale». Suor Oliveira ha invece voluto ringraziare il Papa «per il suo coraggio e la sua azione profetica»

Di coraggio ha parlato anche Carlos Nobre, lo scienziato brasiliano tra i maggiori climatologi al mondo, vincitore del Premio Nobel nel 2007, che ha seguito tutti i lavori dell’assemblea sinodale di ottobre: «A nome della comunità scientifica appoggio le proposte socio-ecologiche della esortazione» che è «figlia della Laudato si’», ha detto. Per poi aggiungere: ««Sono convinto che l’importante appello di Papa Francesco incoraggerà la Chiesa cattolica a svolgere il suo importante ruolo profetico in Amazzonia e oltre. Grazie, Papa Francesco, per questa esaltante esortazione».


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giovedì 13 febbraio 2020

Pubblicata l'Esortazione Apostolica "Querida Amazonia" - Presentazione del testo dell'Osservatore Romano e commento di Antonio Spadaro

Querida Amazonia

· Presentata l’esortazione apostolica che raccoglie i frutti dell’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi celebrata dal 6 al 27 ottobre dello scorso anno ·


È stata presentata nella mattina di mercoledì 12 febbraio l’esortazione apostolica di Papa Francesco Querida Amazonia, che raccoglie i frutti dell’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi celebrato in Vaticano dal 6 al 27 ottobre dello scorso anno sul tema «Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale».

Illustrato durante un incontro con i giornalisti nella Sala stampa della Santa Sede — alla presenza, tra gli altri, dei cardinali Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi, e Czerny, che dell’assise sinodale è stato segretario speciale — il testo è articolato in 111 paragrafi suddivisi in quattro capitoli, corrispondenti ai «quattro grandi sogni» che hanno ispirato il Pontefice dopo l’intenso «percorso di dialogo e di discernimento» sperimentato con il Sinodo.

Con il primo sogno, marcatamente «sociale», Francesco immagina «un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi, dove la loro voce sia ascoltata e la loro dignità sia promossa». Con il secondo auspica «un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la ricchezza umana». Il terzo punta direttamente sull’aspetto «ecologico», invitando a valorizzare e a tutelare una regione che «custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste». Il quarto infine si concentra sugli aspetti più squisitamente ecclesiali, esortando a promuovere «comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici».

Pur riguardando una realtà multinazionale ma circoscritta, il documento papale non ha un orizzonte delimitato; si indirizza piuttosto «al popolo di Dio e a tutte le persone di buona volontà», rivolgendo idealmente il suo sguardo alle urgenze e alle speranze della comunità cristiana e dell’intera umanità. Con un linguaggio intriso di lirismo e tuttavia radicato in una visione lucida e concreta della realtà, l’esortazione chiama in particolare la Chiesa a «incarnarsi in maniera originale in ciascun luogo del mondo» e la stimola a proporre vie sempre «più ampie e coraggiose» di evangelizzazione e di carità fraterna.

Leggi il testo integrale dell'Esortazione Apostolica "Querida Amazonia"

(fonte: L'Osservatore Romano 12/02/2020)


COMMENTO ALLA ESORTAZIONE APOSTOLICA 
DI PAPA FRANCESCO 
“QUERIDA AMAZONIA”
   
di Antonio Spadaro

Splendore, dramma, mistero: sono le tre parole con le quali papa Francesco offre al popolo di Dio e a tutte le persone di buona volontà Querida Amazonia (Amata Amazzonia), la sua Esortazione apostolica post-sinodale relativa al Sinodo speciale per l’Amazzonia che si è svolto a Roma dal 6 al 27 ottobre 2019.

Celebrando l’evento nel cuore della cattolicità, a Roma, la Chiesa si è messa in ricerca della profezia, spostando il proprio baricentro dall’area euro-atlantica e puntando direttamente verso una terra dove si stanno concentrando gigantesche contraddizioni di carattere politico, economico ed ecologico.

Francesco è alla ricerca di soluzioni che considerino i diritti dei popoli originari, che difendano la ricchezza culturale e la bellezza naturale della terra. E cerca di sostenere le comunità cristiane con soluzioni pastorali idonee. A questo riguardo il motore interno dell’Esortazione – lo anticipiamo subito – è nel decimo paragrafo del quarto capitolo, che ha per titolo «Ampliare orizzonti al di là dei conflitti». Considerando la complessità delle questioni, il Papa chiede di andare al di là delle contraddizioni. Quando ci sono polarità e conflitto bisogna trovare soluzioni nuove, uscire dall’impasse cercando altre vie migliori, forse non immaginate prima. Ma questo trascendere la dialettica è pure uno dei criteri fondamentali dell’azione del Pontefice. È bene sempre tenerlo a mente. 
...

In Amazzonia la Chiesa fa esperienza di un popolo che chiaramente non coincide con uno Stato nazionale, e che anzi è un insieme di popoli, perseguitati e minacciati da tante forme di violenza. Sono popoli portatori di un’enorme ricchezza di lingue, culture, riti e tradizioni ancestrali.

Per la redazione dell’Instrumentum laboris la Chiesa si era posta in profondo ascolto di vescovi e laici provenienti da città e culture diverse, nonché appartenenti a numerosi gruppi di vari settori ecclesiali insieme ad accademici e organizzazioni della società civile. Con il «Documento finale» si era fatto il punto del dibattito sinodale ricco del discernimento proprio che si è vissuto nell’Assemblea. Adesso l’Esortazione apostolica accompagna e guida la ricezione di quelle conclusioni perché esse arricchiscano, sfidino e ispirino non solamente la Chiesa in Amazzonia ma la Chiesa universale.



martedì 22 ottobre 2019

CHIESA POVERA PER I POVERI, IL NUOVO PATTO DELLE CATACOMBE

CHIESA POVERA PER I POVERI, IL NUOVO PATTO DELLE CATACOMBE


Stesso luogo, stesso spirito. Numerosi vescovi, a Roma per il Sinodo sull'Amazzonia, hanno rinnovato l’impegno sottoscritto il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio Vaticano II: chiedere a Dio la grazia di «essere fedeli allo spirito di Gesù» al servizio degli ultimi


La Chiesa ha rinnovato, nello stesso luogo e con il medesimo spirito, l'impegno sottoscritto il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio Vaticano II. È quello il giorno in cui quarantadue padri conciliari celebrarono Messa nelle Catacombe di Domitilla, a Roma, per chiedere a Dio la grazia di «essere fedeli allo spirito di Gesù» al servizio dei poveri. Dopo 54 anni, domenica 20 ottobre l'eredità dei padri conciliari, come riferisce vaticannews.va, è stata raccolta da un gruppo di partecipanti al Sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica. Padri sinodali e diversi laici hanno partecipato alla celebrazione e sottoscritto un documento intitolato: “Patto delle catacombe per la casa comune. Per una Chiesa dal volto amazzonico, povera e serva, profetica e samaritana”.

A presiedere la Messa, il cardinale Claudio Hummes, relatore generale al Sinodo per l'Amazzonia. Nell’omelia, Hummes ha ricordato che le Catacombe erano antichi cimiteri dove i cristiani seppellivano i loro martiri: «Questa - ha detto - è veramente terra santa». Questo luogo, ha aggiunto, ci ricorda i primi tempi della Chiesa: tempi difficili, segnati da persecuzioni ma anche da molta fede. La Chiesa, ha sottolineato il cardinale Hummes, «deve sempre ritornare alle proprie radici che sono qui e a Gerusalemme». Il Sinodo, ha poi affermato il porporato, è un frutto del Concilio Vaticano II. Si cercano nuove vie per svolgere la missione di proclamare la Parola. I grandi mali del mondo, ha poi sottolineato, sono dovuti al denaro che alimenta corruzione, conflitti, menzogne. La Chiesa, ha concluso il cardinale Hummes, deve essere sempre "orante".

Nel documento firmato, i partecipanti al Sinodo sull’Amazzonia ricordano che condividono la gioia di vivere in mezzo a numerose popolazioni indigene, ad abitanti delle rive dei fiumi, a migranti e a comunità delle periferie. Con loro, hanno sperimentato «la forza del Vangelo che opera nei più piccoli». «L’incontro con questi popoli - si legge nel documento - ci interpella e ci invita ad una vita più semplice di condivisione e gratuità». I firmatari del documento si impegnano a «rinnovare l’opzione preferenziale per i poveri», ad abbandonare «ogni tipo di mentalità e di atteggiamento coloniale», ad annunciare «la novità liberatrice del Vangelo di Gesù Cristo».

Altri impegni indicati nel “Patto delle catacombe per la casa comune" sono quelli di «camminare ecumenicamente con altre comunità cristiane» e di «assumere davanti all’ondata del consumismo uno stile di vita gioiosamente sobrio». I padri firmatari si impegnano anche a riconoscere «i ministeri ecclesiali già esistenti nelle comunità» e a cercare «nuovi percorsi di azione pastorale». «Consapevoli delle nostre fragilità, della nostra povertà e piccolezza di fronte a sfide così grandi e gravi - si legge infine nel documento - ci affidiamo alla preghiera della Chiesa». 

La giornata ieri, dunque, è stata legata a quella del 16 novembre del 1965 e al “Patto delle catacombe”, che contiene un’esortazione rivolta ai “fratelli nell’episcopato” per condurre una “vita di povertà”, per essere una Chiesa “serva e povera”, conforme allo spirito proposto da Papa Giovanni XXIII. I firmatari si impegnano inoltre a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. L'impegno è anche quello di condividere, "nella carità pastorale", la vita con i fratelli in Cristo perché il "ministero costituisca un vero servizio". Due mesi prima della firma del "Patto per una Chiesa serva e povera", Papa Paolo VI si era recato nelle Catacombe di Domitilla e aveva affermato: «Qui il cristianesimo affondò le sue radici nella povertà, nell’ostracismo dei poteri costituiti, nella sofferenza d’ingiuste e sanguinose persecuzioni; qui la Chiesa fu spoglia d’ogni umano potere, fu povera, fu umile, fu pia, fu oppressa, fu eroica. Qui il primato dello spirito, di cui ci parla il Vangelo, ebbe la sua oscura, quasi misteriosa, ma invitta affermazione, la sua testimonianza incomparabile, il suo martirio».

L’impegno assunto dai padri conciliari nel 1965 è stato anche uno dei primi auspici espressi da Papa Francesco subito dopo l’elezione al soglio di Pietro. È il 16 marzo del 2013; ricevendo i rappresentanti dei media, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre afferma: «Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!». In una lettera inviata nel 2016 a don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, il Pontefice invoca un ritorno alle radici: «In un mondo lacerato dalla logica del profitto che produce nuove povertà e genera la cultura dello scarto, non desisto dall’invocare la grazia di una Chiesa povera e per i poveri. Non è un programma liberale, ma un programma radicale perché significa un ritorno alle radici. Il riandare alle origini non è ripiegamento sul passato ma è forza per un inizio coraggioso rivolto al domani. È la rivoluzione della tenerezza e dell’amore».




Messa nelle Catacombe Domitilla presieduta dal cardinale Claudio Hummes
Guarda il video di Vatican News

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Vedi anche il post (all'interno altri link a quelli precedenti):