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sabato 7 gennaio 2023

Epifania Papa Francesco: «Qual è il luogo in cui possiamo trovare e incontrare il nostro Signore?» Omelia 06/01/2023 (testo e video)

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di San Pietro
Venerdì, 6 gennaio 2023


Come una stella che sorge (cfr Nm 24,17), Gesù viene a illuminare tutti i popoli e a rischiarare le notti dell’umanità. Con i Magi, alzando lo sguardo al cielo, anche noi oggi ci domandiamo: «Dov’è colui che è nato?» (Mt 2,2). Qual è, cioè, il luogo in cui possiamo trovare e incontrare il nostro Signore?

Dall’esperienza dei Magi, comprendiamo che il primo “luogo” in cui Egli ama essere cercato è l’inquietudine delle domande. L’affascinante avventura di questi sapienti d’Oriente ci insegna che la fede non nasce dai nostri meriti o da ragionamenti teorici, ma è dono di Dio. La sua grazia ci aiuta a destarci dall’apatia e a fare spazio alle domande importanti della vita, domande che ci fanno uscire dalla presunzione di essere a posto e ci aprono a ciò che ci supera. Nei Magi all’inizio c’è questo: l’inquietudine di chi si interroga. Abitati da una struggente nostalgia di infinito, essi scrutano il cielo e si lasciano stupire dal fulgore di una stella, rappresentando così la tensione al trascendente che anima il cammino delle civiltà e l’incessante ricerca del nostro cuore. Quella stella, infatti, lascia nel loro cuore proprio una domanda: Dov’è colui che è nato?

Fratelli e sorelle, il cammino della fede inizia quando, con la grazia di Dio, facciamo spazio all’inquietudine che ci tiene desti; quando ci lasciamo interrogare, quando non ci accontentiamo della tranquillità delle nostre abitudini, ma ci mettiamo in gioco nelle sfide di ogni giorno; quando smettiamo di conservarci in uno spazio neutrale e decidiamo di abitare gli spazi scomodi della vita, fatti di relazioni con gli altri, di sorprese, di imprevisti, di progetti da portare avanti, di sogni da realizzare, di paure da affrontare, di sofferenze che scavano nella carne. In questi momenti si levano dal nostro cuore quelle domande insopprimibili, che ci aprono alla ricerca di Dio: dov’è per me la felicità? Dov’è la vita piena a cui aspiro? Dov’è quell’amore che non passa, che non tramonta, che non si spezza neanche dinanzi alle fragilità, ai fallimenti e ai tradimenti? Quali sono le opportunità nascoste dentro le mie crisi e le mie sofferenze?

Ma succede che ogni giorno il clima che respiriamo offre dei “tranquillanti dell’anima”, dei surrogati per sedare, per sedare la nostra inquietudine e spegnere queste domande: dai prodotti del consumismo alle seduzioni del piacere, dai dibattiti spettacolarizzati fino all’idolatria del benessere; tutto sembra dirci: non pensare troppo, lascia fare, goditi la vita! Spesso cerchiamo di sistemare il cuore nella cassaforte della comodità – sistemare il cuore nella cassaforte della comodità –, ma se i Magi avessero fatto così non avrebbero mai incontrato il Signore. Sedare il cuore, sedare l’anima affinché non ci sia più l’inquietudine: questo è il pericolo. Dio, invece, abita le nostre domande inquiete; in esse noi «lo cerchiamo così come la notte cerca l’aurora… Egli è nel silenzio che ci turba davanti alla morte e alla fine di ogni grandezza umana; Egli è nel bisogno di giustizia e di amore che ci portiamo dentro; Egli è il Mistero santo che viene incontro alla nostalgia del Totalmente Altro, nostalgia di perfetta e consumata giustizia, di riconciliazione, di pace» (C.M. Martini, Incontro al Signore Risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo 2012, 66). Questo, dunque, è il primo luogo: l’inquietudine delle domande. Non avere paura di entrare in questa inquietudine delle domande: sono proprio le strade che ci portano a Gesù.

Il secondo luogo in cui possiamo incontrare il Signore è il rischio del cammino. Gli interrogativi, anche quelli spirituali, possono infatti indurre frustrazioni e desolazioni se non ci mettono in cammino, se non indirizzano il nostro movimento interiore verso il volto di Dio e la bellezza della sua Parola. Il peregrinare dei Magi, «il loro pellegrinaggio esteriore – ha detto Benedetto XVI – era espressione del loro essere interiormente in cammino, dell’interiore pellegrinaggio del loro cuore» (Omelia per l’Epifania, 6 gennaio 2013). I Magi, infatti, non si fermano a guardare il cielo e a contemplare la luce della stella, ma si avventurano in un viaggio rischioso che non prevede in anticipo strade sicure e mappe definite. Vogliono scoprire chi è il Re dei Giudei, dov’è nato, dove possono trovarlo. Per questo chiedono a Erode, il quale a sua volta convoca i capi del popolo e gli scribi che interrogano le Scritture. I Magi sono in cammino: la maggior parte dei verbi che descrivono le loro azioni sono verbi di movimento.

Così è anche per la nostra fede: senza un cammino continuo e un dialogo costante con il Signore, senza ascolto della Parola, senza perseveranza, non può crescere. Non basta qualche idea su Dio e qualche preghiera che acquieta la coscienza; occorre farsi discepoli alla sequela di Gesù e del suo Vangelo, parlare con Lui di tutto nella preghiera, cercarlo nelle situazioni quotidiane e nel volto dei fratelli. Da Abramo che si mise in viaggio per una terra ignota fino ai Magi che si muovono dietro la stella, la fede è un cammino, la fede è un pellegrinaggio, la fede è una storia di partenze e di ripartenze. Non lo dimentichiamo mai: la fede è un cammino, un pellegrinaggio, una storia di partenze e ripartenze. Ricordiamoci questo: la fede non cresce se rimane statica; non possiamo rinchiuderla in qualche devozione personale o confinarla nelle mura delle chiese, ma occorre portarla fuori, viverla in costante cammino verso Dio e verso i fratelli. Chiediamoci oggi: sto camminando verso il Signore della vita, perché diventi il Signore della mia vita? Gesù, chi sei per me? Dove mi chiami ad andare, cosa chiedi alla mia vita? Quali scelte mi inviti a fare per gli altri?

Infine, dopo l’inquietudine delle domande e il rischio del cammino, il terzo luogo in cui incontrare il Signore è lo stupore dell’adorazione. Al termine di un lungo percorso e di una faticosa ricerca, i Magi entrarono nella casa, «videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (v. 11). Questo è il punto decisivo: le nostre inquietudini, le nostre domande, i cammini spirituali e le pratiche della fede devono convergere nell’adorazione del Signore. Lì trovano il loro centro sorgivo perché tutto nasce da lì, perché è il Signore che suscita in noi il sentire, l’agire e l’operare. Tutto nasce e tutto culmina lì, perché il fine di ogni cosa non è raggiungere un traguardo personale e ricevere gloria per se stessi, ma incontrare Dio e lasciarsi abbracciare dal suo amore, che dà fondamento alla nostra speranza, che ci libera dal male, che ci apre all’amore verso gli altri, che ci rende persone capaci di costruire un mondo più giusto e più fraterno. A nulla serve attivarci pastoralmente se non mettiamo Gesù al centro, adorandolo. Lo stupore dell’adorazione. Lì impariamo a stare davanti a Dio non tanto per chiedere o fare qualcosa, ma solo per sostare in silenzio e abbandonarci al suo amore, per lasciarci afferrare e rigenerare dalla sua misericordia. E noi preghiamo tante volte, chiediamo cose, riflettiamo… ma, di solito, ci manca la preghiera di adorazione. Abbiamo perso il senso di adorare, perché abbiamo perso l’inquietudine delle domande e abbiamo perso il coraggio di andare avanti nei rischi del cammino. Oggi il Signore ci invita a fare come i Magi: come i Magi, prostriamoci, arrendiamoci a Dio nello stupore dell’adorazione. Adoriamo Dio e non il nostro io; adoriamo Dio e non i falsi idoli che ci seducono col fascino del prestigio e del potere, con il fascino delle false notizie; adoriamo Dio per non inchinarci davanti alle cose che passano e alle logiche seducenti ma vuote del male.

Fratelli, sorelle, apriamo il cuore all’inquietudine, chiediamo il coraggio per andare avanti nel cammino e finiamo nell’adorazione! Non abbiamo paura, è il percorso dei Magi, è il percorso di tutti i santi della storia: ricevere le inquietudini, mettersi in cammino e adorare. Fratelli e sorelle, non lasciamo che si spenga in noi l’inquietudine delle domande; non arrestiamo il nostro cammino cedendo all’apatia o alla comodità; e, incontrando il Signore, arrendiamoci allo stupore dell’adorazione. Allora scopriremo che una luce illumina anche le notti più scure: è Gesù, è la stella radiosa del mattino, il sole di giustizia, il fulgore misericordioso di Dio, che ama ogni uomo e ogni popolo della terra.

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mercoledì 29 aprile 2020

«La concretezza è quello che mi fa sentire peccatore sul serio e non “peccatore nell’aria”... la concretezza ti porta all’umiltà... Chiediamo al Signore la grazia della semplicità» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
29 aprile 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Il Papa prega per l’Europa, perché sia unita e fraterna

Nella Messa a Santa Marta, Francesco, ricordando la festa odierna di Santa Caterina da Siena, Patrona d’Europa, prega per l'unità dell'Europa e dell’Unione Europea, perché tutti insieme possiamo andare avanti come fratelli. Nell’omelia, invita a chiedere al Signore la grazia della semplicità e dell'umiltà per confessare i propri peccati concreti e così trovare il perdono di Dio


Francesco ha presieduto la Messa a Casa Santa Marta nel giorno in cui la Chiesa celebra la festa di Santa Caterina da Siena, vergine, dottore della Chiesa, patrona d’Italia e d’Europa. Nell’introduzione ha rivolto il suo pensiero all’Europa, come ha fatto altre volte in questi giorni caratterizzati dalla pandemia del Covid-19:

Oggi è Santa Caterina da Siena, Dottore della Chiesa, Patrona d’Europa. Preghiamo per l’Europa, per l’unità dell’Europa, per l’unità dell’Unione Europea: perché tutti insieme possiamo andare avanti come fratelli.


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Nell’omelia, il Papa ha commentato la prima Lettera di san Giovanni (1 Gv 1,5-2,2) in cui l’apostolo afferma che Dio è luce e se diciamo di essere in comunione con lui siamo anche in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù ci purifica da ogni peccato. E ammonisce: chi dice di essere senza peccato, inganna se stesso, ma se confessa il suo peccato, Dio lo perdona e lo purifica da ogni iniquità. L’apostolo - osserva Francesco - chiama alla concretezza, alla verità: dice che non possiamo camminare nella luce ed essere nelle tenebre. Peggio è camminare nel grigio, perché ti fa credere che cammini nella luce e questo ti tranquillizza. Il grigio è molto traditore. Il contrario è la concretezza di riconoscere i propri peccati. La verità è concreta, le bugie sono eteree: per questo bisogna confessare i peccati non in modo astratto, ma in modo concreto. Come dice il Vangelo odierno (Mt 11,25-30) in cui Gesù rende lode al Padre perché ha nascosto il Vangelo ai sapienti e ai dotti e lo ha rivelato ai piccoli. I piccoli - sottolinea il Papa - confessano i peccati in modo semplice, dicono cose concrete perché hanno la semplicità che Dio dona loro. Anche noi dobbiamo essere semplici e concreti e confessare con umiltà e vergogna i nostri peccati concreti. La concretezza ci porta all'umiltà. E il Signore ci perdona: bisogna dare il nome ai peccati. Se siamo astratti nel confessarli, siamo generici, finiamo nelle tenebre. E' importante - afferma il Papa - avere la libertà di dire al Signore le cose come sono, avere la saggezza della concretezza, perché il diavolo vuole che noi viviamo nel grigio, né bianco né nero. Al Signore non piacciono i tiepidi. È semplice la vita spirituale, ma noi la complichiamo con le sfumature. Chiediamo al Signore - conclude Francesco - la grazia della semplicità, la trasparenza, la grazia della libertà di dire le cose come stanno e di conoscere bene chi siamo davanti a Dio. 

Di seguito il testo dell'omelia:


Nella prima Lettera di San Giovanni apostolo ci sono tanti contrasti: fra luce e tenebre, tra bugia e verità, tra peccato e innocenza (cfr 1Gv 1,5-7). Ma sempre l’apostolo richiama alla concretezza, alla verità, e ci dice che non possiamo essere in comunione con Gesù e camminare nelle tenebre, perché Lui è luce. O una cosa o l’altra: il grigio è peggio ancora, perché il grigio ti fa credere che tu cammini nella luce, perché non sei nelle tenebre e questo ti tranquillizza. È molto traditore, il grigio. O una cosa o l’altra.

L’apostolo continua: «Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è con noi» (1Gv 1,8), perché tutti abbiamo peccato, tutti siamo peccatori. E qui c’è una cosa che ci può ingannare: dicendo “tutti siamo peccatori”, come chi dice “buongiorno”, “buona giornata”, una cosa abituale, anche una cosa sociale, non abbiamo una vera coscienza del peccato. No: io sono peccatore per questo, questo, questo. La concretezza. La concretezza della verità: la verità è sempre concreta; le bugie sono eteree, sono come l’aria, tu non puoi prenderla. La verità è concreta. E tu non puoi andare a confessare i tuoi peccati in modo astratto: “Sì, io … sì, una volta ho perso la pazienza, un’altra …”, e cose astratte. “Sono peccatore”. La concretezza: “Io ho fatto questo. Io ho pensato questo. Io ho detto questo”. La concretezza è quello che mi fa sentire peccatore sul serio e non “peccatore nell’aria”.

Gesù dice nel Vangelo: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). La concretezza dei piccoli. È bello ascoltare i piccoli quando vengono a confessarsi: non dicono cose strane, “sull’aria”; dicono cose concrete, e alle volte troppo concrete perché hanno quella semplicità che dà Dio ai piccoli. Ricordo sempre un bambino che una volta è venuto a dirmi che era triste perché aveva litigato con la zia … Ma poi è andato avanti. Io ho detto: “Ma cosa hai fatto?” – “Eh, io ero a casa, volevo andare a giocare a calcio – un bambino, eh? – ma la zia, mamma non c’era, dice: «No, tu non esci: tu prima devi fare i compiti». Parola va, parola viene, e alla fine l’ho mandata a quel paese”. Era un bambino di grande cultura geografica … Mi ha detto anche il nome del paese al quale aveva mandato la zia! Sono così: semplici, concreti.

Anche noi dobbiamo essere semplici, concreti: la concretezza ti porta all’umiltà, perché l’umiltà è concreta. “Siamo tutti peccatori” è una cosa astratta. No: “Io sono peccatore per questo, questo e questo”, e questo mi porta alla vergogna di guardare a Gesù: “Perdonami”. Il vero atteggiamento del peccatore. «Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi» (1Gv 1,8). È un modo di dire che siamo senza peccato è questo atteggiamento astratto: “Sì, siamo peccatori, sì, ho perso la pazienza una volta …”, ma “tutto nell’aria. Non mi accorgo della realtà dei miei peccati. “Ma, lei sa, tutti, tutti facciamo queste cose, mi spiace, mi spiace … mi dà dolore, non voglio farlo più, non voglio dirlo più, non voglio pensarlo più”. È importante che dentro di noi diamo nomi ai peccati nostri. La concretezza. Perché se ci “manteniamo nell’aria”, finiremo nelle tenebre. Diventiamo come i piccoli, che dicono quello che sentono, quello che pensano: ancora non hanno imparato l’arte di dire le cose un po’ incartate perché si capiscano ma non si dicano. Questa è un’arte dei grandi, che tante volte non ci fa bene.

Ieri ho ricevuto una lettera di un ragazzo da Caravaggio. Si chiama Andrea. E mi raccontava cose sue: le lettere dei ragazzi, dei bambini sono bellissime, per la concretezza. E mi diceva che aveva sentito la Messa per televisione e che doveva “rimproverarmi” una cosa: che io dico “la pace sia con voi”, “e tu non puoi dire questo perché con la pandemia noi non possiamo toccarci”. Non vede che voi [qui in chiesa] fate un inchino con la testa e non vi toccate. Ma ha la libertà di dire le cose come sono.

Anche noi, con il Signore, dobbiamo avere la libertà di dire le cose come sono: “Signore, io sono nel peccato: aiutami”. Come Pietro dopo la prima pesca miracolosa: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore» (Lc 5,8). Avere questa saggezza della concretezza. Perché il diavolo vuole che noi viviamo nel tepore, tiepidi, nel grigio: né buoni né cattivi, né bianco né nero: grigio. Una vita che non piace al Signore. Al Signore non piacciono i tiepidi. Concretezza. Per non essere bugiardi. «Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci» (1Gv 1,9). Ci perdona quando noi siamo concreti. È tanto semplice la vita spirituale, tanto semplice; ma noi la facciamo complicata con queste sfumature, e alla fine non arriviamo mai …

Chiediamo al Signore la grazia della semplicità e che Lui ci dia questa grazia che dà ai semplici, ai bambini, ai ragazzi che dicono quello che sentono, che non nascondono quello che sentono. Anche se è una cosa sbagliata, ma lo dicono. Anche con Lui, dire le cose: la trasparenza. E non vivere una vita che non è una cosa né l’altra. La grazia della libertà per dire queste cose e anche la grazia di conoscere bene chi siamo noi davanti a Dio.


Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale. Di seguito la preghiera recitata dal Papa:

Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che mi abbia mai a separare da Te.

Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antifona mariana “Regina caeli”, cantata nel tempo pasquale:

Regína caeli laetáre, allelúia.
Quia quem merúisti portáre, allelúia.
Resurréxit, sicut dixit, allelúia.
Ora pro nobis Deum, allelúia. 

(Regina dei cieli, rallegrati, alleluia.
Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia,
è risorto, come aveva promesso, alleluia.
Prega il Signore per noi, alleluia).
(fonte: Vatican News 29/04/2020)

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sabato 21 marzo 2020

IV Domenica di Quaresima – A L’incontro di Gesù con il cieco nato a cura della Fraternità Carmelitana di Barcellona P.G.

IV Domenica di Quaresima – A 
L’incontro di Gesù con il cieco nato 
a cura della Fraternità Carmelitana
di Barcellona P.G.


1. Ascolto orante del vangelo di Giovanni (9,1-41)
Con la consapevolezza che nel battesimo (o iniziazione cristiana) siamo stati inseriti in Cristo e resi realmente e ontologicamente partecipi della sua missione profetica, sacerdotale e regale – missione che ci ha resi capaci come Gesù di ascoltare, comprendere, vivere ed annunciare la Parola di Dio (missione profetica), di pregare, di intercedere, di celebrare il Vangelo e di donare la vita (missione sacerdotale), di servire il prossimo e non di essere serviti (missione regale) – e con la consapevolezza che ogni famiglia cristiana è stata costituita nel sacramento del matrimonio come chiesa domestica, apriamo oggi con fiducia il vangelo di Giovanni al cap. 9.
Facciamo una breve pausa di silenzio, chiedendo allo Spirito che ci apra alla comprensione di questo scritto che contiene la Parola di Dio per noi oggi.
Adesso leggiamo attentamente e con calma la pagina del cap. 9 dal verso 1 fino al verso 41.

1. Anche questa pagina del vangelo di Giovanni apre davanti a noi il percorso di un itinerario battesimale, sorprendente e per nulla scontato.
È scritto che Gesù vede «un uomo cieco fin dalla nascita». È Gesù che continua il suo cammino alla ricerca dei perduti. Egli non si distrae, ma guarda attentamente e in profondità ogni persona che incontra e ogni situazione che si presenta. Il suo sguardo è certamente rivolto al Padre, ma nello stesso tempo è rivolto anche all’umanità. Non è uno sguardo “strabico”, perché egli ha imparato – ascoltando la parola del Padre – a guardare il mondo e l’umanità con gli occhi di Dio, con lo sguardo contemplativo di Dio, sguardo attento, premuroso perché amante, sguardo che non si ferma all’apparenza ma scruta il cuore, le profondità della coscienza della persona umana, le sue intenzioni più profonde e anche i suoi angoli oscuri (si legga la prima lettura di questa domenica: 1Sam 16,1-13; anche Gv 2,24-25; Mc 10,21; Eb 4,12-13).
Quest’uomo “cieco fin dalla nascita” come lo vede Gesù e come lo vedono i suoi discepoli e gli altri?
I suoi discepoli lo vedono semplicemente come un peccatore, poiché si sono omologati a quella certa visione di fede, presente lungo i secoli e anche al tempo di Gesù, che affermava ad ogni sventura o dramma umano la corrispondenza di un peccato e quindi un castigo da parte di Dio: “se sei cieco o povero o malato… certamente hai commesso un peccato e Dio ti ha punito”. Anche al giorno d’oggi ci sono cristiani insipienti che hanno questa stessa visione di fede (vedi a proposito del coronavirus), la quale esprime una visione blasfema di Dio, di un dio considerato più alla maniera di Zeus e meno con la più genuina e sana fede ebraico-cristiana trasmessa dalla Bibbia.
Ora, proprio in consonanza con la più genuina fede biblica, che afferma la presenza di Dio misericordioso e compassionevole, amante della vita, che non vuole la morte del peccatore ma che egli viva e ricominci a sperare (si legga ad esempio Ezechiele 33,11), Gesù prende le distanze da questa visione di “Dio castigatore”, e afferma chiaramente che se quest’uomo è cieco fin dalla nascita non lo è perché ha peccato lui o i suoi genitori, ma perché «in lui siano manifestate le opere di Dio» (Gv 9,3): vale a dire, la presenza paterna e materna di Dio che nella sventura non ti castiga, ma si pone accanto a te, soffre con te, si prende cura di te, ti dona il coraggio e la forza di superare la tua situazione o quanto meno di viverla con maturità umana e di fede. Ecco: Gesù vede in quest’uomo, non un peccatore da castigare, ma un uomo che ha bisogno (infatti è un mendicante: Gv 9,8) di una presenza amica e fraterna che gli stia accanto, e lo sostenga e lo consoli nella sventura.

2. Ma lo sguardo di Gesù va ancora più in profondità: vede in quest’uomo l’umanità accecata dalle sue stesse logiche e visioni della vita e modi di agire spesso insipienti; vede una umanità cieca che ha la “vista corta”, lo sguardo ricurvo su se stessa: uno sguardo autoreferenziale, egoistico. È una umanità che cammina al buio e senza punti veri di riferimento, se non quelli dettati dal primato del proprio io e dalla morte del prossimo.
E allora Gesù, Luce del mondo, che irradia dalla sua esistenza la luce di Dio (Gv 8,12; 9,5), come sempre, prende l’iniziativa e compie l’opera di Dio (Gv 9,6-7): con la polvere impastata con la sua saliva fa del fango e lo sparge – come fosse l’olio del crisma che i cristiani usano nel battesimo – sugli occhi dell’uomo, accecando così la cecità dell’uomo. E poi lo invia a immergersi nelle acque della piscina detta dell’“Inviato”. Anche qui abbiamo un riferimento esplicito al fonte battesimale e al battesimo: l’Inviato è Gesù, egli è l’Inviato del Padre (così spesso lui si presenta: Gv 8,27-29; 10,29-30; 17,1-3). In Lui il cieco nato deve immergersi (= battesimo) per morire alla sua “cecità” insipiente a cui è stato educato e per rinascere come uomo nuovo e con una vista “nuova”, ovvero con un modo di vedere la vita, il mondo, Dio, Gesù, gli altri e se stesso in un modo diverso. Quest’uomo, che è cifra simbolica della nostra umanità, ha ricevuto in questa esperienza battesimale il dono di vedere con gli stessi occhi e lo stesso sguardo di Gesù, che è poi lo stesso sguardo di Dio. Ecco l’opera di Dio che ha compiuto Gesù.
Ciò che è avvenuto in quest’uomo desta lo stupore dei vicini, i quali hanno qualche difficoltà a riconoscerlo. Qualcuno dice: «gli assomiglia». Ma assomiglia ancora a se stesso? No, ora assomiglia a Gesù. Infatti risponde: «Io sono» (così è scritto nel testo greco: Gv 9,9), allo stesso modo con cui spesso risponde Gesù (Gv 8,12.28.58; 18,5.8) per indicare la sua comunione profonda con il Padre, la presenza del Padre in lui.
Quest’uomo, dunque, sta diventando somigliante a Gesù, sta crescendo nella statura di Cristo, sta diventando conforme a lui (Rm 8,29), sta assimilando il suo stile di vita, il suo agire, il suo modo di vedere il mondo e le persone umane diversamente, cioè con gli occhi di Gesù.

Ecco: Gesù gli ha aperto gli orizzonti della vita ed egli – come ogni cristiano che ha ricevuto il battesimo – è diventato realmente un Altro Cristo (ricordiamoci che Cristo non è il cognome di Gesù, ma indica la qualità messianica del suo essere ed agire: si legga Lc 4,16-22). 


3. E come Gesù, anche quest’uomo è sottomesso ad un interrogatorio, quasi ad un processo, da parte di alcuni farisei (non tutti i farisei erano così) e dei Giudei, i quali voglio sapere che cosa è avvenuto. In realtà sono costoro i veri ciechi, anche se presumono di vedere: hanno una concezione legalista di Dio, sono credenti tradizionalisti attaccati alle loro tradizioni e lontani dalla Parola di Dio, e perciò spiano ogni gesto e movimento e ogni parola di Gesù per condannarlo e con lui coloro che lo seguono. E poiché sono ciechi, non sanno ascoltare attentamente nemmeno la testimonianza di quest’uomo. Anzi «lo cacciano fuori» (Gv 9,34), che equivale alla scomunica.
Invece quest’uomo, pur sottoposto all’interrogatorio, non si scoraggia, ma l’affronta con coraggio profetico, e, paradossalmente, più l’interrogatorio è stressante, più lui cresce, non nel rancore, ma in umanità e nella fede, cresce come Gesù in età, grazie e sapienza (Lc 2,52). Infatti, prima dice che Gesù è un uomo (Gv 9,11), poi lo riconosce come profeta (Gv 9,17), poi come uno che onora Dio e fa la sua volontà (Gv 9,31), fino a quando, accolto da Gesù, colui che è il Pastore Buono/Bello (Gv 10), lo riconosce e lo adora come Signore della storia (Gv 9,38). Mentre quei farisei, credenti tradizionalisti, insipienti e ricurvi su di sé, sono giudicati loro i veri ciechi, bisognosi di essere accecati da Gesù nella loro cecità, per imparare a vedere con gli occhi di Dio. Ma questo dipende da loro…

4. A motivo del coronavirus, viviamo tempi bui e di grande incertezza. Preghiamo, allora, chiedendo al Signore che apra anche i nostri occhi, allarghi i nostri orizzonti, affinché impariamo a guardare questo nostro mondo con i suoi occhi e a riscoprire l’umano fraterno e solidale che è in ognuno di noi.
Andiamo, allora, nella Bibbia al Libro dei Salmi e preghiamo con il Salmo 23, il salmo di Dio Pastore, che è il salmo responsoriale della liturgia di questa domenica.


2. Intercessioni
Con il mistero della sua Incarnazione Cristo Gesù si è fatto guida dell’umanità che cammina nelle tenebre dell’odio e della disumanità per dischiudere a tutti la via della vita attraverso la sua Pasqua di morte e di resurrezione. Confidenti in Lui esprimiamo le nostre preghiere ed insieme diciamo:

Sii Tu la nostra luce e la nostra forza, Signore.

- Tu, Signore Gesù, sei colui che scruta gli affetti ed i pensieri degli uomini: guarda con misericordia al cuore della tua Chiesa, del tuo popolo, perché ritorni ad abbracciare la luce del tuo Vangelo così da poter guardare il mondo e l’umanità di oggi con i tuoi stessi occhi. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore Gesù, questo nostro mondo così provato da questa improvvisa pandemia. Aiuta governanti e gente comune a poter dare un senso a tutto ciò che sta accadendo. Fa’ che non venga meno la luce della tua Parola ad un mondo sempre più refrattario a prendersi cura della vita e della salute del pianeta. Preghiamo.

- Ti preghiamo, Signore Gesù, per il nostro Paese, che sta affrontando un momento veramente drammatico. Ti affidiamo in modo particolare le città di Bergamo e di Brescia con il loro carico di malati e di morti. Sii vicino ad ognuno di noi con il tuo Santo Spirito perché illumini e diriga le nostre menti ed il nostro cuore verso comportamenti sapienti che proteggano la vita. Preghiamo.

- Ti vogliamo rivolgere, Signore Gesù, un ringraziamento ed una preghiera particolare per tutto il personale medico e paramedico, che con grande generosità stanno affrontando un’emergenza difficile da prevedere con l’incalzare di questi numeri. I loro gesti di gratuità e di abnegazione possano costituire dei semi gettati su un terreno arido, perché la pioggia di primavera li faccia fecondare e fruttificare. Preghiamo.

- Ti vogliamo affidare, o Signore Gesù, i malati dal coronavirus: dona a tutti il tuo sostegno, la tua forza e la tua sapienza. Ti vogliamo affidare anche, assieme ai morti per il coronavirus, i nostri amici e parenti defunti (pausa di silenzio): dona a tutti di contemplare la luce del tuo Volto. Preghiamo.

- Pregare il Padre Nostro

- Concludere con la seguente preghiera:
Accogli, o Signore Gesù, le nostre intercessioni, affinché, rinnovati e illuminati dalla luce del tuo Spirito, possiamo assomigliare sempre di più a Te e come Te crescere in età, sapienza e grazia, perché Tu sei nostro Fratello e Pastore, benedetto nei secoli dei secoli. AMEN.


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mercoledì 17 luglio 2019

Ecco tuo padre, ecco tuo figlio · Facce belle della Chiesa · La storia di Massimo

Ecco tuo padre, ecco tuo figlio
Facce belle della Chiesa

Massimo, volontario della Caritas di Roma tra i malati di Aids a Villa Glori

Massimo è un uomo buono. Di quelli che li vedi e subito dici «è un uomo buono». E che si arrabbiano se glielo dici.

È naturalmente padre. Non so come fosse da giovane, ma sono pronto a scommettere che già da adolescente avesse sviluppato quel mix di autorevolezza e tenerezza che è l’icona della figura del padre. Come ogni buon padre ha impresso su di sè il sigillo della giustizia. Quella praticata e quella trasmessa.

Massimo è sposato con Anna, donna mite dal viso luminoso. Hanno tre figli, due ragazze e un ragazzo, Giovanni. Giovanni è la copia del padre: si assomigliano fisicamente ma soprattutto caratterialmente, stesso imprinting. E quando padre e figlio sono uguali un po’ di baruffa c’e’ sempre; i diversi tendono a complementarsi, gli uguali a competere. Comunque piccoli scontri che rientrano nell’ordinario di ogni buona famiglia.

Massimo è un piccolo imprenditore che con qualche sforzo riesce a garantire una vita dignitosa alla famiglia. Ma, come si diceva, ha uno spiccato senso della giustizia, e questo non è proprio un vantaggio competitivo nel mondo duro, a tratti cannibalesco del business. È anche un uomo pieno di energia, che insieme al senso di giustizia, lo porta a iniziare un percorso di volontariato.

Incontra don Luigi Di Liegro, che lo attira con sé in quello straordinario esperimento di solidarietà che sarà la casa famiglia della Caritas diocesana per malati di aids a Villa Glori, una collinetta di verde dentro i Parioli, il quartiere chic di Roma. In quel tempo l’aids è una peste che colpisce soprattutto giovani tossicodipendenti, non ci sono ancora i farmaci retrovirali: di aids si muore rapidamente e spesso è una morte atroce.

Villa Glori ne vengono in tanti e in tanti ne volano in cielo. «Ho perso il conto, ma credo di aver fatto almeno 800 funerali», racconta padre Angelo Vitale il prete di strada che, reclutato da Di Liegro, per vent’anni ne è stato il cappellano.

Massimo si appassiona alla realtà, e allo stile coraggioso di don Luigi, e appena il lavoro glielo consente corre a Villa Glori a svolgere il suo volontariato. Che non è tanto un volontariato del fare, quanto dell’essere: bisogna stare vicini, ascoltare, tenere la mano a queste vite spezzate. Per Massimo la motivazione è semplice: vede i suoi ragazzi crescere sani e belli dentro e fuori, e sente come il bisogno di pagare un riscatto in favore di quei ragazzi che non hanno avuto la buona sorte dei suoi figli.

Intanto le cose sul lavoro cominciano ad andare male, le nuove tecnologie richiedono cospicui investimenti, la competizione si fa feroce, e a un certo punto Massimo deve arrendersi e chiudere l’attività per non essere sommerso dai debiti. È un momento nero per lui e la sua famiglia. Ma anche in questo nuovo contesto Massimo non smette di andare a Villa Glori, anzi ora ha più tempo, e frequentare quel mondo di disgrazie lo aiuta a relativizzare la sua.

È don Luigi Di Liegro a trasformare la “negatività” in “opportunità”, e propone a Massimo di trasformare il suo prezioso volontariato in vero e proprio lavoro, e gli affida poi la responsabilità della gestione della struttura Caritas di Villa Glori. È una struttura fortemente voluta da don Luigi, malgrado le vivaci opposizioni degli abitanti del quartiere. Ventisette ragazzi vi alloggiano, ricevendo assistenza, cure e soprattutto amore «Qui dentro ci sono le storie più disparate — racconta Massimo — ma tutte hanno in comune una sola cosa: non sono stati, o non hanno percepito di essere amati».

E Massimo ne riversa tanto di amore su quei ragazzi. Dio lo ha voluto padre, e lui per questi ragazzi non è il direttore della casa, ma il padre. Tutti si rapportano a lui come a un padre, che molti di loro non hanno mai avuto. Fa tenerezza vedere questi uomini maturi fuori, ma bambini dentro, spaventosi fuori e paurosi dentro, mettersi in fila la mattina per avere da Massimo una pacca sulla spalla, una parola d’incoraggiamento, una ragione per vivere, per non arrendersi.

Così Massimo si ritrova padre di trenta figli, di cui ventisette un po’ difficili che hanno bisogno di più attenzioni degli altri tre. E i risultati si vedono, non solo perché i nuovi farmaci cronicizzano la malattia, e allungano la vita. Ma anche perché in quelle due casette di legno sulla collina dei Parioli le vite si riscattano, si trasfigurano. Il Tabor diviene un po’ l’icona di quella collina: a tutti è data la possibilità di cambiare, trasfigurare.

Sono anni eroici per la casa famiglia di Villa Glori e anche per la vita di Massimo, anch’essa trasfigurata. Non ci sono orari, non ci sono limiti, è un’immersione totale in quella realtà che ha il solo svantaggio di penalizzare un po’ il dialogo e l’accompagnamento degli “altri” tre figli proprio negli anni in cui divengono adulti. E Massimo un po’ questa cosa la soffre e gli suscita un latente senso di colpa. La scomparsa prematura di don Luigi rende il senso di responsabilità degli operatori della Caritas necessariamente più presente. Per Massimo è la perdita anche di un amico, di un punto di riferimento certo della sua vita.

Poi c’è però un altro capovolgimento di scena. Terribilmente drammatico. Giovanni, il figlio amato, col quale si cerca e spesso non si trova, un giorno si ammala. Il verdetto non lascia scampo. Ed è un percorso durissimo, per lui e per chi gli sta intorno. Alla fine Giovanni si arrende e vola via.

Per lui una liberazione, per Massimo e Anna l’inizio di una nuova e pesante tribolazione. Il dolore è terribile. Niente, non ci riescono. Non riescono proprio a uscirne fuori. Hanno voglia gli psicologi a parlare di elaborazione del lutto. Ma che ne sanno loro… Non c’è ora, che quel nome, quel viso, quella voce, siano davanti agli occhi di Massimo. Paradossalmente ora trascorre molto piu’ tempo con Giovanni che prima, quando prevaleva quel discorrere spesso frettoloso, distratto, freddo, se non addirittura ostile. E questo è il problema centrale, la ragione della mancata metabolizzazione del dolore di Massimo: il senso di colpa. Avrei dovuto fare di più, avremmo dovuto parlare di più, non avremmo dovuto avere tanti pudori, non l’ho aiutato abbastanza. È un dilemma insormontabile, di livello pari al dolore che arreca. L’unico terapeuta che funziona è la fede. Quella di Massimo è solida, robusta, ma la sua preghiera non funziona: «Signore fammi incontrare Giovanni presto, il prima possibile». No, non va bene così.

Poi ha un’intuizione che almeno allevia un po’ il dramma: un anno sabbatico speso insieme ad Anna in un’altra casa famiglia per mamme malate di aids, questa volta non ai Parioli, ma in Mozambico, a Mafuiane. Quella che viene chiamata “Villa Glori 2”, perché comunque da Roma è nata, e viene sostenuta. E lì Massimo si scopre di nuovo padre, questa volta di tanti bimbetti africani dai grandi occhi bianchi. È una bella esperienza, che mette da parte per qualche mese non il ricordo di Giovanni, ma almeno il dolore più acuto. Non è però questa l’esperienza che risolve, perché al fondo rimane sempre quel maledetto senso di colpa, quella domanda assillante; sono stato un buon padre per Giovanni? Avrei potuto aiutarlo di più? Fino a pochi giorni fa… 19 marzo 2019. San Giuseppe. Festa del papà. «Torno a casa un po’ più tardi stasera. Anzi a dirla tutta non mi va proprio di stare a casa stasera. Sono nero, arrabbiato, la festa del papà mi sembra un insulto che il mondo felice mi rivolge. Beato san Giuseppe, che non ha fatto in tempo a vedere il figlio morire in croce. E povera la mia dolce Anna che prega mattina e sera quell’icona di Maria addolorata sotto la croce , e dice “solo lei mi può capire…”. Giro dentro questa casa come un leone in gabbia… Vado nel ripostiglio e trovo una scatola. Ora che ci ripenso, non so perché sono andato in ripostiglio e perché ho aperto quella scatola. In effetti non stavo cercando nulla. Apro la scatola e ho un tuffo al cuore… tremo come una foglia. C’è una lettera. La calligrafia la riconosco subito. È la sua. Quella ormai tremolante degli ultimi tempi. Ma io quella lettera non l’ho mai letta. Non me l’ha mai data. Forse non ha fatto in tempo… Leggo: “Caro Papà, lo so che ti sembra strano ma sono io, Giovanni, a scrivere questa lettera. Tu ogni volta che questa famiglia andava incontro a qualche guaio ti sei fatto sempre ricadere la colpa addosso, ma forse non ti sei accorto di tutto quello che di buono hai fatto, potrei elencartelo ma ci vorrebbe un diario intero... Ma ti sei mai fermato a pensare a quello che hai costruito? Nonostante tutto hai sempre creduto ai tuoi ideali… dall’affidamento di Daniel, quindi 6 in famiglia, al volontariato, fino a oggi che sei diventato una pedina fondamentale per la Caritas diocesana di Roma. Tutto questo perché? Perché sei un fallito? O perché hai una forza dentro da poter fare andare d’accordo il mondo intero! Caro papà te lo dico con tutto il cuore, qui se c’è un vincitore quello sei tu”».

Sembra una favola. Ecco tuo figlio.



lunedì 10 giugno 2019

Atto di affidamento di Quelli della Via a Maria Madre della Chiesa

Atto di affidamento di Quelli della Via
a Maria Madre della Chiesa

In questo periodo storico così buio e complesso nel giorno dedicato a Maria Madre della Chiesa noi di Quelli della Via* sentiamo il desiderio di affidarci pubblicamente alla Sua materna protezione.

Sappiamo di essere, come affermava Madre Teresa, solo una piccola goccia in uno sconfinato oceano, conosciamo bene i nostri limiti e le nostre scarse forze, ma sentiamo anche la nostra grande responsabilità nei confronti dei tanti che ci seguono, e, proprio per queste ragioni, avvertiamo forte la necessità del Suo sostegno come Madre premurosa. 

A Maria Santissima venerata oggi con il titolo di Madre della Chiesa chiediamo aiuto per continuare a svolgere serenamente il nostro servizio, che si svolge in totale gratuità e che si fa sempre più faticoso, in questo periodo in cui il rispetto per l'opinione altrui è sempre più raro, e cominciano a pesare gli insulti ed anche le minacce ricevute...

A Lei chiediamo di sostenere le nostre deboli forze per continuare a cercare di essere sempre dalla parte dei più deboli, di essere voce dei senzavoce, di continuare a denunciare ingiustizie e pericoli di derive pericolose... 


*Come dice il nome che abbiamo scelto, siamo credenti e seguaci di Gesù, ma in quanto tali rispettosi di tutti gli uomini di qualunque fede religiosa e anche di coloro che si dichiarano atei.