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domenica 18 febbraio 2018

Riflessioni su “Don Lorenzo Milani, Lettera ad una professoressa” a cura di p. Felice Scalia, SJ

Riflessioni su “Don Lorenzo Milani, Lettera ad una professoressa” 
a cura di p. Felice Scalia, SJ


Relazione tenuta il 29 novembre 2017
nell'ambito dei 
Mercoledì dell Spiritualità 2017
DON LORENZO MILANI 
CAPACITÀ DI PAROLA 
COME CAMMINO DI UMANIZZAZIONE 
promossi dalla 
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)



" ... ritengo che dalla Lettera ad una professoressa si possano ricavare spunti decisivi per orientare la propria visione del mondo e quindi le linee direttrice di una educazione a scuola.

Sono convinto che a don Milani dobbiamo molto, anche per valutare la “buona scuola”, quella della farsa dei crediti formativi, della selezione non più di classe ma altrettanto spietata tra vincenti e perdenti. Ci stimola alla riflessione, alla contestualizzazione storica di fenomeni che appaiono immutabili e ci precludono di guardare oltre.

Don Milani è morto a 44 anni il 26 giugno del 1967, un mese dopo l’uscita del volume, alla fine di una lunga e dolorosissima malattia. Poco prima di morire disse: «Fra cinquant’anni mi capiranno». Sperava di essere capito dalla società ed anche, soprattutto, dalla chiesa. Papa Francesco ha dichiarato di averlo capito. Ha compiuto una profezia. Resta che capisca il suo messaggio la società. Ciascuno di noi.

Se vogliamo riprendere in mano Lettera a una professoressa, dobbiamo collocarla nel tempo, e poi rileggerla partendo dalla nostra esperienza. «Si tratta – come ha osservato un attento critico del Priore – di fare ricorso alla propria esperienza leggendo la sua, avvicinarsi a essa con le risposte e le domande che già ci incombono dentro, decisi a confrontare con lui le nostre ragioni più autentiche e profonde, quelle che cerchiamo in lui. Tali ragioni non sono né idee né consegne intransigenti, ma crivelli, filtri per l’azione, punti di vista e, in definitiva, libere opzioni»
...


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Relazione integrale



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Riflessioni su “Don Lorenzo Milani, Esperienze pastorali” a cura di Egidio Palumbo, carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

- Riflessioni su “Don Lorenzo Milani, Lettere ai cappellani militari e ai giudici” a cura di p. Gregorio Battaglia (VIDEO INTEGRALE)

sabato 3 febbraio 2018

Riflessioni su “Don Lorenzo Milani, Lettere ai cappellani militari e ai giudici” a cura di p. Gregorio Battaglia (VIDEO INTEGRALE)

Riflessioni su “Don Lorenzo Milani, 
Lettere ai cappellani militari e ai giudici” 
a cura di p. Gregorio Battaglia, ocarm
(VIDEO INTEGRALE)




Relazione tenuta il 22 novembre 2017
nell'ambito dei 
Mercoledì dell Spiritualità 2017
DON LORENZO MILANI 
CAPACITÀ DI PAROLA 
COME CAMMINO DI UMANIZZAZIONE 
promossi dalla 
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)



Il contesto

Un gruppo di preti della Toscana, ex-cappellani militari, al termine di un loro incontro emisero un comunicato, dove esprimevano “riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d’Italia” e allo stesso tempo il loro pensiero andava a tutti i soldati “di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria”. Il comunicato si chiudeva con un riferimento molto duro a tutte quelle persone, che si trovavano in carcere a motivo della loro obiezione di coscienza: «Considerano un insulto alla Patria ed ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà».

Di fronte a questo giudizio così netto, che non ammetteva nessuna considerazione del gesto compiuto da questi giovani obiettori e che, per di più, veniva considerato come un tradimento del comandamento dell’amore, don Milani non solo ebbe un fremito di disgusto, ma ritenne opportuno di dover fare chiarezza per amore della verità del Vangelo e per rispetto dei tanti giovani, che si trovavano a fare esperienza del servizio militare. Si sentì direttamente interessato sia in quanto prete, sia nel suo ruolo di maestro, a cui stava a cuore la formazione integrale dei giovani.

Dal giorno della pubblicazione del comunicato sul giornale La Nazione a quello dell’elaborazione della lettera e del suo invio passarono ben dieci giorni, in cui don Milani ebbe modo di riflettere e di scegliere, insieme ai suoi ragazzi, le parole che meglio potessero esprimere il vero nodo del problema. Essi ritennero che in questo caso non si trattava di difendere la bontà dell’obiezione di coscienza, quanto piuttosto di mettere a fuoco lo scopo a cui dovrebbe mirare ogni percorso formativo.

Questi preti ex-cappellani erano fortemente convinti che un cristiano non poteva venir meno all’obbligo di amare e servire la Patria, che doveva considerarsi il massimo dell’ideale civile di un paese. Nel loro modo di pensare non li sfiorava nemmeno l’idea che sotto il concetto di difesa della Patria si potessero nascondere ben altri interessi ed altre finalità non ben dichiarate.

La reazione di don Milani e dei suoi ragazzi si focalizzò sull’identità, che dovrebbe assumere un cittadino italiano alla luce della nuova Costituzione italiana. Essa, in effetti, si apre con l’esplicito riferimento alla “sovranità del popolo”, per cui ogni cittadino, in quanto parte di esso, porta con sé la sua dignità di sovrano. E questa dignità mal sopporta la sottomissione cieca a leggi ed ordini, che ledono la giustizia o il bene degli altri o delle altre Patrie.

Con questa lettera agli ex-cappellani essi avevano in animo di mettere in chiaro quale ideale di cittadinanza venisse fuori dai principi della Costituzione italiana. Per loro la cosa più importante è che ognuno prenda coscienza della grande responsabilità che è connessa al fatto di essere chiamati ad esercitare una propria sovranità. Questa coraggiosa assunzione di responsabilità impedisce di fatto che nessuno possa vivere all’ombra di una virtù come l’obbedienza, spesso proposta come il massimo dell’eroismo cristiano e civile, se tutto questo va a tradursi di fatto nella supina accettazione del volere dell’altro e nel disimpegno verso ogni forma di ingiustizia. 

La lettera agli ex-cappellani spostando di fatto il dibattito dall’obiezione di coscienza alla qualità del cittadino e del cristiano, mette a fuoco l’incongruenza di un’obbedienza cieca vissuta senza alcun discernimento. Agire in questo modo sarebbe uno svilire la propria dignità, per dare via libera a quella che Hannah Arendt chiamava: “la banalità del male”. Don Milani parlando di questa lettera ebbe a dire: «Io non ho difeso sicuramente nelle due lettere l’obiezione di coscienza: ho difeso quegli obiettori che sono dentro e che mi piacerebbe che sortissero. Ma l’obiezione di coscienza, cioè quello di rifiutarsi di mettere la divisa in tempo di pace, noi non l’abbiamo difeso di certo. (…) Mentre sarebbe fondamentale che tutti i soldati avessero la coscienza di giudicare gli ordini che ricevono, farebbe saltare tutti gli eserciti!».
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Don Milani crede molto nella capacità di ogni persona umana di poter giungere ad una statura di maturità intellettuale e morale, che lo renda capace di saper discernere tra ciò che è di fatto codificazione dell’ingiustizia e ciò che facilita la possibilità di inclusone dei più deboli e dei poveri. Ogni ragazzo che si prepara alla vita deve maturare sulla via della legalità, in quanto espressione del rispetto dei diritti e della vita degli altri, ma allo stesso tempo deve essere pronto ad opporre una propria “obiezione di coscienza”, quando si rende conto che la legge non è giusta, perché «sanzionano il sopruso del forte».
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In don Milani l’amore per la nonviolenza è un tutt’uno con la scelta di lottare con tutte le proprie forze contro ogni ingiustizia e contro ogni meccanismo che consacra l’esclusione del povero. E’ una lotta, che se da una parte suscita il conflitto, dall’altra costituisce per l’altro una grande opportunità per dare una svolta alla propria vita. Così chiosa don Milani: «Ecco l’unica cosa decente che ci resta da fare: stare in alto (cioè in grazia di Dio), mirare in alto (per noi e per gli altri) e sfottere crudelmente non chi è in basso, ma chi mira in basso. Rinfacciargli ogni giorno la sua vuotezza, la sua miseria, la sua inutilità, la sua incoerenza».


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venerdì 5 gennaio 2018

Riflessioni su “Don Lorenzo Milani, Esperienze pastorali” a cura di Egidio Palumbo, carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

Riflessioni su “Don Lorenzo Milani, 
Esperienze pastorali”
a cura di Egidio Palumbo,
carmelitano 
(VIDEO INTEGRALE)


Relazione tenuta il 15 novembre 2017
nell'ambito dei
Mercoledì dell Spiritualità 2017
DON LORENZO MILANI
CAPACITÀ DI PAROLA
COME CAMMINO DI UMANIZZAZIONE
promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)



1. La vicenda editoriale
Esperienze pastorali è il primo e unico libro firmato da Don Milani. La redazione, iniziata probabilmente intorno al 1948, durò sette anni di lavoro, scanditi da fasi alterne di scrittura e di riscrittura, di rifiuto e di abbandono della scrittura, di studio, di ricerca e di confronto con gli amici. Certamente intenso fu il lavoro di collaborazione con gli allievi della Scuola popolare di S. Donato, con quelli della scuola serale di Barbiana e con persone esterne alla scuola, perlopiù casalinghe e lavoratori. Altrettanto intenso e proficuo fu il confronto con gli amici per la revisione del dattiloscritto, soprattutto con don Raffaele Bensi, p. Davide Turoldo, il magistrato Giampaolo Meucci, Giorgio La Pira. Questa lunga fase editoriale è motivata dal fatto che per Don Milani scrivere è come “partorire”: «non uso mandare in giro i miei feti prima del 9° mese» (lettera del 3/2/1954 a G. Meucci). 

Finalmente arrivò il tempo della consegna definitiva del dattiloscritto a Vittorio Zani, direttore della Libreria Editrice Fiorentina, il quale si era offerto di pubblicarlo. La pubblicazione avvenne nel maggio del 1958: un volume di 477 pagine al prezzo di 1.500 lire, nonostante Don Milani avesse imposto all’editore un prezzo basso e accessibile.

Il libro suscitò grande interesse e nel contempo reazioni di condanna. Infatti, moltissime furono le copie vendute, molte le recensioni a favore e non poche quelle a sfavore, pareri sfavorevoli nella curia vescovile di Firenze, fino ad arrivare alla condanna da parte del S. Uffizio in Vaticano che il 10 dicembre ne ordinò il ritiro dal commercio, la proibizione di ogni ristampa e traduzione. È la sconfessione dell’azione pastorale di Don Milani. Tuttavia, il provvedimento del S. Uffizio, come spesso accade, suscitò un’attenzione ancora più grande e una pubblicità ancora più vasta, portando a ulteriori recensioni, dibattiti, difese, polemiche e attacchi; e nonostante il divieto, il libro continuò a circolare e ad essere letto con maggiore interesse.

... lo scritto Esperienze pastorali può essere recepito come una testimonianza profetica esemplare di come è possibile ascoltare il grido di salvezza che sale dal mondo dei poveri, discernere le attese di redenzione presenti nella complessità della storia alla luce del Vangelo e dell’intelligenza umana informata e formata, e poi, a motivo del Vangelo e per amore dei poveri e stando dalla loro parte, lasciarsi coinvolgere per umanizzare un po’ questo mondo, per dare parola e dignità a coloro a cui viene tolta la voce, calpestata la dignità, rubato il futuro. Leggere Esperienze pastorali, a mio avviso, è come ascoltare un profeta ed apprendere da lui “l’arte di cambiare il mondo”, non per fare un monumento a se stessi, ma per amore di Dio e dei poveri, per amore di quel Dio che parla attraverso il gemito della storia e il grido dei poveri (Rm 8,22-24). Che la sua sia «opera d’arte e di amore», Don Milani né è consapevole (cf. Lettera a don Piero): è il suo modo di analizzare la realtà e di favorirne il cambiamento. 
... appare evidente che per Don Milani l’azione pastorale deve tener conto della conoscenza approfondita del territorio dove è inserita la parrocchia e ogni comunità cristiana, una conoscenza che sovente gli veniva dall’incontro personale, dal contatto diretto con la realtà. E la riflessione che ne seguiva, va detto con chiarezza, per Don Milani non aveva valenza sociologica o pedagogica, bensì profetica e di adesione incondizionata alla radicalità del vangelo. Per questo non temeva di assumere il linguaggio spesso duro e tagliente, e volte anche ironico, dei profeti (Is 50,7), dell’apostolo Paolo (2Cor 10,10; Gal 5,12) e dello stesso Gesù (Gv 6,90), anche a costo di sembrare scontroso e graffiante, poiché quel linguaggio scaturiva in lui dalla passione per Dio, per il povero e per una Chiesa povera e non servile ai poteri di questo mondo, scaturiva dalla assidua ricerca di voler dare un Senso vero e autentico alla vita cristiana in questo mondo, dal voler comunicare ai suoi giovani quei valori veri ed essenziali che educano “all’arte sapienziale del vivere bene”, cioè ad avere capacità di parola, di pensiero e di riflessione, e quindi ad essere sempre consapevoli e responsabili della propria vita e della vita degli altri. In una parola: ad essere umani e cristiani.
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sabato 25 novembre 2017

Riflessioni su “Don Lorenzo Milani, Lettere alla mamma” a cura di Aurelio Antista, carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

Riflessioni su “Don Lorenzo Milani, Lettere alla mamma” 
a cura di Aurelio Antista, 
carmelitano 
(VIDEO INTEGRALE)




Relazione tenuta l' 8 novembre 2017
nell'ambito dei 
Mercoledì dell Spiritualità 2017
DON LORENZO MILANI 
CAPACITÀ DI PAROLA 
COME CAMMINO DI UMANIZZAZIONE 
promossi dalla 
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)




1. “La mia liberalissima Mamma”

“Tanti hanno scritto della durezza, dell’ironia, della spietatezza di mio figlio, uomo e prete, e per un verso hanno ragione… Voglio che Lorenzo sia conosciuto meglio. Che si dica anche della sua allegrezza. E’ per questo che non escludo, prima o poi, di pubblicare anch’io una scelta delle sue lettere”. Chi parla così è Alice Weiss, la madre di don Lorenzo Milani, Priore di Barbina, di cui quest’anno ricordiamo il 50° della morte.

Alice faceva quella promessa in un’intervista del 1970 a Nazzareno Fabbretti e, dopo tre anni (febbraio 1973), pubblicava 175 lettere del figlio a lei indirizzate. Da queste traspare con estrema limpidezza l’affetto tenerissimo che Lorenzo nutriva per la madre. Essa era per lui amica e confidente, luogo di rifugio e polo dialogico cui rivelava le cose più intime, le gioie e le preoccupazioni, i progetti e le iniziative pastorali. Arrivava a farle pazientemente copia dei documenti importanti che scriveva o riceveva. Le chiedeva sempre il parere, anche se poi faceva a modo suo. Lei rispettava le opinioni del figlio (“la mia liberalissima mamma” la definisce in una lettera). Naturalmente, se qualcosa non gli tornava Lorenzo non se ne stava zitto, ma con la madre si limitava ad usare un tono dolce e rispettoso, a differenza di quanto faceva con gli altri.

Il tutto è confermato da Alice nell’intervista citata: “Con me Lorenzo fu sempre tenero, affettuoso, devoto. Devoto, ecco la parola: la sua per me era una vera devozione. Non mi ha mai preso in giro, nemmeno affettuosamente, non ha mai giocato con me con quei sarcasmi che tanti altri, a loro spese, hanno conosciuto di lui”.
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      Quale è stato il segreto della vita di don Milani? La madre, nell’intervista a Nazzareno Fabbretti, ci aiuta a individuare quel segreto: “Mi preme che si conosca il prete… quel sacerdote unico che Lorenzo è stato… Mi preme che si sappia la verità, che si renda onore alla Chiesa anche per quello che lui è stato nella Chiesa; e che anche la Chiesa renda onore a lui… Quella Chiesa che lo ha fatto tanto soffrire ma che gli ha dato il sacerdozio, e la forza di quella fede che resta per me il mistero più profondo di mio figlio… Se non si comprenderà il sacerdote che Lorenzo è stato difficilmente si potrà capire di lui anche il resto”. Lorenzo Milani è, innanzitutto, sacerdote di Gesù Cristo, questo il forte convincimento della madre. Proprio lei, ebrea non credente, è sicura che ogni aspetto dell’essere e del fare di suo figlio: la passione che metteva in ogni cosa, l’amore incondizionato per i suoi ragazzi, il confronto a volte violento con la gerarchia della Chiesa (“la mia famiglia”, la chiamava), e perfino le sue famose invettive, avevano una radice comune: il suo sacerdozio che lo rendeva ministro e testimone di Cristo, l’uomo-per-gli-altri, colui che si è fatto tutto-a-tutti e si è speso totalmente per la salvezza ditegli uomini. Così è stato Cristo. Così ha cercato di essere lui, il prete Lorenzo Milani.

La conferma più autorevole della fondatezza di questa “lettura ermeneutica” della figura di don Milani ce l’ha offerta recentemente Papa Francesco che il 20 giugno scorso si è fatto pellegrino a Barbiana. “Sono venuto a Barbiana – ha detto quel giorno il Papa – per rendere omaggio alla memoria di un sacerdote che ha testimoniato come nel dono di sé si incontrano i fratelli nelle loro necessità e li si serve, perché sia difesa e promossa la loro dignità di persone con la stessa donazione di sé che Gesù ci ha mostrato, fino alla croce… La dimensione sacerdotale è la radice di tutto quello che ha fatto. Tutto nasce dal suo essere prete”. 

Il Papa ha citato anche la madre di Lorenzo: “Diceva sua madre Alice: ‘Mio figlio era in cerca dell’Assoluto. Lo ha trovato nella religione e nella vocazione sacerdotale’… Questo prete ‘trasparente e duro come un diamante’ – ha concluso Papa Francesco – continua a trasmettere la luce di Dio sul cammino della Chiesa”.



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- Esperienza mistica e storia di p. Alberto Neglia, carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

- Don Lorenzo Milani: profilo biografico a cura di Gregorio Battaglia, carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

sabato 18 novembre 2017

Don Lorenzo Milani: profilo biografico a cura di Gregorio Battaglia, carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

Don Lorenzo Milani: 
profilo biografico 
a cura di Gregorio Battaglia, 
carmelitano 
(VIDEO INTEGRALE)



Relazione tenuta il 25 ottobre 2017
nell'ambito dei 
Mercoledì dell Spiritualità 2017
DON LORENZO MILANI 
CAPACITÀ DI PAROLA 
COME CAMMINO DI UMANIZZAZIONE 
promossi dalla 
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)


Il nome completo di Don Milani è: Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti. Il secondo cognome è legato al privilegio che ricevette il bisnonno paterno di poter trasmettere ai suoi nipoti, figli dell’unica figlia, il suo cognome. E tutto questo come riconoscimento da parte del Regno di Italia dei suoi innegabili meriti scientifici come filologo.
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decise di impiantare in parrocchia una scuola serale aperta a tutti i giovani lavoratori senza discriminazioni politiche o partitiche. Con questa scuola e non soltanto con essa egli si tirò addosso l’aperta ostilità di alcuni parrocchiani, ma soprattutto quella dei parroci vicini. A creare il massimo dell’attrito tra lui e i suoi confratelli e poi con la stessa Curia fiorentina fu l’atteggiamento da lui tenuto nelle elezioni comunali del 1958. Don Lorenzo venne ripreso per aver preso troppo alla lettera le direttive diocesane, che prescrivevano di far votare quei candidati che sapevano difendere i diritti di Dio, della Chiesa e della Famiglia cristiana. Nella lista dove era presente il partito democristiano l’esponente di spicco era un noto massone, per cui Don Lorenzo sconsigliò di votare per quella lista. In quell’occasione per non alimentare inutili polemiche preferì allontanarsi dal territorio con la scusa di un impegno in Germania.

Priore di Barbiana
Alla morte dell’anziano parroco di San Donato don Lorenzo, invece di subentrargli nell’incarico, venne spedito a Barbiana nel comune di Vicchio del Mugello. Si trattava di una parrocchia che stava per essere accorpata con un’altra, ma che fu tenuta in vita per farne l’esilio di Don Milani.

Ben consapevole che quella decisione era in realtà un esilio, egli accettò in spirito di obbedienza la nuova assegnazione. Per meglio significare lo stato d’animo che lo muoveva in quel momento egli si fece accompagnare da un amico sacerdote dal sindaco di Vicchio per poter comprare la tomba per la sua sepoltura. Egli intendeva legarsi a quella piccola realtà di montagna non come uno di passaggio, ma come uno di loro. La sua attività pastorale fu quella certamente di assicurare i sacramenti a quella porzione di Popolo di Dio, ma si caratterizzò principalmente per il suo impegno per la scuola, come strumento fondamentale per portare quella realtà a prendere coscienza della propria dignità e della propria capacità di parola.
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Relazione integrale 





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sabato 11 novembre 2017

Esperienza mistica e storia di p. Alberto Neglia, carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

Esperienza mistica e storia 
di p. Alberto Neglia, carmelitano

Il mistico vede profeticamente l’unità della storia, discerne il kairòs di Dio, annuncia il perdono di Dio e contempla tutto il creato, tutte le creature nell’abbraccio amoroso di Dio. Provocato dalla presenza di Dio che lo coinvolge in una avventura di amore, il mistico diventa, a sua volta, provocazione profetica nella storia.


relazione tenuta il 18 ottobre 2017
nell'ambito dei 
Mercoledì dell Spiritualità  2017
DON LORENZO MILANI 
CAPACITÀ DI PAROLA 
COME CAMMINO DI UMANIZZAZIONE 
promossi dalla 
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)





Non è facile definire cosa sia la mistica, nell’immaginario comune, mistico è uno che chiude gli occhi, prega e se ne sta raccolto con il suo Dio. Ma, contrariamente a questo sentire, il mistico, nella tradizione giudaico-cristiana, è uno che ha gli occhi ben aperti sulla vita, sulla storia. Egli, abitato, posseduto da Dio, da lui, si lascia aprire gli occhi e si appassiona alla vita con lo stesso pathos di Dio

Il termine “mistico”, in verità, non si trova mai nella Bibbia, vi si trova però la realtà. Nell’A.T. è continuo e forte il senso dell’infinita trascendenza di Dio e nello stesso tempo della sua presenza nella storia del popolo. A partire da Gen 3,8, la vista di Dio è insopportabile per la pupilla dell’uomo (cf. anche Es 3,5.6). Però Abramo, Elia, Mosè e i grandi profeti hanno accesso all’intimità personale con Dio.

Nel dato biblico, quindi, pur non trovando la parola “mistica”, abbiamo la chiara affermazione di rapporti di amore tra Dio e il suo popolo e di intensa partecipazione dell’uomo alla vita di Dio.
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La mistica non è un lusso
Questo incontro non è riservato ad alcuni credenti solamente, ma ad esso tutti sono invitati, per cui va respinta la distinzione che divide la via ascetica, come via normale di tutti i cristiani, dalla via mistica, come speciale appannaggio di alcuni privilegiati eletti, a cui gli altri potrebbero rinunciare in spirito di umiltà. 

Se la mistica è evento di incontro, di relazione, questo incontro rappresenta un momento interno di ogni viva fede in Dio: è lo sviluppo di ciò che accade nel fiducioso sì della fede. 

Se la mistica è evento di relazione, l’incontro personale è sempre tanto un dono quanto la realizzazione della propria libertà. Gli amanti sperimentano il loro amore tanto come dono quanto come un atto compiuto liberamente dal proprio centro. 

Lo stesso accade fra Dio e l’uomo nell’esperienza mistica: l’operare divino non fa cessare l’agire umano, ma chiama l’uomo nella sua libertà. Dio, è chiaro, non è un qualcuno qualunque che incontra l’uomo, ma il Padre misericordioso che abbraccia ogni cosa, che ha in mano tutto quello che succede, senza, tuttavia, che ciò intacchi la libertà umana: questo paradosso (onnipotenza - libertà) è il paradosso di Dio e dell’ uomo, che giunge al culmine nella mistica. 

Anche quando Dio assale letteralmente l’uomo, senza preparazione, quando lo visita, ciò non contraddice la libertà del mistico, ma lo pone dentro di essa. 

Il mistico è uno che si lascia illuminare dal volto di Dio, allora, viene come ridisegnato sulla misura e sulle qualità dello Spirito del Signore Gesù e viene educato ad uscire da sé per andare verso l'altro, verso i lontani, verso quelli che nessuno ama. Egli diventa epifania del patire di Dio assieme ai suoi figli.
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