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martedì 2 aprile 2019

ESORTAZIONE APOSTOLICA POST-SINODALE “Christus vivit” - Il Papa ai giovani: Cristo è vivo e vi vuole vivi!

L'esortazione dopo il Sinodo. Il Papa ai giovani: 
Cristo è vivo e vi vuole vivi

“Christus vivit” è un documento che invita a prendere sul serio la gioventù, vivendola come “una gioia, un canto di speranza e una beatitudine"


Cristo è vivo e vuole “ciascun giovane cristiano vivo”: l’Esortazione apostolica “Christus vivit” è un documento che invita a prendere sul serio la gioventù, vivendola come “una gioia, un canto di speranza e una beatitudine”.

Facendo tesoro dell’intero cammino sinodale papa Francesco, nella sua esortazione, si rivolge “con affetto” a tutti “i giovani cristiani” per richiamare “alcune convinzioni della nostra fede e, nello stesso tempo, incoraggia a crescere nella santità e nell’impegno per la propria vocazione”. Un messaggio inviato allo stesso tempo, però, “a tutto il Popolo di Dio”, nella convinzione che “la riflessione sui giovani e per i giovani interpella e stimola tutti noi”. Perché anche “un’istituzione antica come la Chiesa può rinnovarsi e tornare a essere giovane”, ma per far questo bisogna chiedere al Signore “che liberi la Chiesa da coloro che vogliono invecchiarla, fissarla sul passato, frenarla, renderla immobile”. Ma allo stesso va liberata anche “da un’altra tentazione: credere che è giovane perché cede a tutto ciò che il mondo le offre, credere che si rinnova perché nasconde il suo messaggio e si mimetizza con gli altri. No. È giovane quando è se stessa, quando riceve la forza sempre nuova della Parola di Dio, dell’Eucaristia, della presenza di Cristo e della forza del suo Spirito ogni giorno. È giovane quando è capace di ritornare continuamente alla sua fonte”.


E nei nove capitoli del documento (diviso in 299 paragrafi) il cammino porta proprio alla scoperta dell’unica fonte in grado da un lato di dare credibilità all’azione pastorale della Chiesa accanto alle nuove generazioni e dall’altro di offrire una speranza concreta ai giovani stessi. L’intero testo riflette questa duplice attenzione, passando da paragrafi formulati come “riflessioni generali” a passaggi scritti usando la seconda persona singolare, rivolgendosi, quindi, a ogni singolo giovane potenziale destinatario della lettera.

Papa Francesco con i giovani cagliaritani durante la sua visita in Sardegna nel settembre 2013 (Ap)

Nei primi due capitoli (“Cosa dice la Parla di Dio sui giovani” e “Gesù Cristo sempre giovane”) il Pontefice getta le basi teologiche e bibliche alla riflessione attorno al rapporto tra Chiesa e nuove generazioni, ricordando in particolare numerose figure di giovani le cui vicende sono narrate nell’Antico Testamento, descrivendo la gioventù di Cristo, colui che dà inizio all’esperienza di fede e che deve rimanere al centro di ogni percorso di crescita umana. Una parte del capitolo è dedicata alla figura di Maria e al suo essere diventata “influencer” grazie al suo sì convinto senza “vederemo come va”. Poi una carrellata di giovani santi che lungo i secoli “sono stati preziosi riflessi di Cristo giovane che risplendono per stimolarci e farci uscire dalla sonnolenza”: san Sebastiano, san Francesco d’Assisi, santa Giovanna d’Arco, il beato Andrew Phu Yen, santa Kateri Tekakwitha, san Domenico Savio, santa Teresa di Gesù Bambino, il beato Ceferino Namuncurà, il beato Isidoro Bakanja, il beato Pier Giorgio Frassati, il beato Marcel Callo e la beata Chiara Badano.Sul loro esempio il Papa chiede alla Chiesa di “lasciarsi rinnovare”, affrontando anche i temi più spinosi e controversi come gli scandali sessuali ed economici, diventando così più credibile e più incisiva anche nel dare seguito ad esempio alle “legittime rivendicazioni delle donne che chiedono maggiore giustizia e uguaglianza”.

Il terzo capitolo “Voi siete l’adesso di Dio”, riprende un’espressione usata da Bergoglio alla Gmg di Panama e traccia un ritratto delle nuove generazioni di oggi che cerca, pur nella sintesi, di offrire uno sguardo sulle numerose condizioni in cui i giovani si trovano a vivere oggi nelle diverse parti del mondo. Con un’attenzione particolare a quelli che vivono situazioni di disagio, sofferenza, incertezza, instabilità, paura, persecuzione, esposizione al “ricatto” di chi offre aiuti economici in cambio di lasciarsi “colonizzare” da ideologie pericolose e da una “cultura dello scarto”. Nonostante ciò, ricorda il Papa, non vanno dimenticate le tantissime energie positive che i giovani hanno da offrire, lasciando di fatto la porta aperta a una relazione autentica e profonda con Dio. Francesco indica poi tre particolari temi su cui il Sinodo si è soffermato in modo particolare e che richiedono maggiore attenzione: l’ambiente digitale, i migranti come “paradigma del nostro tempo” e la richiesta di “porre fine a ogni forma di abuso”. Tutti temi delicati all’interno dei quali il Papa chiede anche ai giovani di aiutare la Chiesa a rinnovarsi e a purificarsi.Ogni ostacolo, ogni difficoltà, però “ha una via d’uscita”, nota Francesco, che indica l’esempio di Carlo Acutis come icona di una gioventù in grado di “uscire dall’isolamento” e di sfruttare le potenzialità offerte dal mondo odierno per esprimere i propri sogni, la propria vocazione.

Al quarto capitolo è affidato “Il grande annuncio per tutti i giovani”: un annuncio fatto di tre messaggi fondamentali: “Dio ti ama”, “Cristo di salva” e “Egli vive!”. Per questo il Papa chiede ai giovani di puntare in alto non aver paura di cercare amore, intensità e passione nella propria vita.

Il quinto capitolo, “Percorsi di gioventù”, è un grande appello a vivere il tempo che porta all’età adulta come un “dono”, senza accontentarsi di stare “al balcone” o “sul divano”, ma sapendo rischiare senza paura di sbagliare. Tutto questo vivendo a pieno l’esperienza dell’amicizia e della fraternità, aprendosi alla comunità e all’impegno nella società. Perché “innamorati di Cristo, i giovani sono chiamati a testimoniare il Vangelo ovunque con la propria vita”.

Al sesto capitolo, “Giovani con radici”, si trova uno dei temi più cari del pensiero di papa Francesco: il rapporto tra generazioni e la capacità di ascoltare gli anziani. “Al mondo non è mai servita né servirà mai la rottura tra generazioni – scrive il Papa –. Sono i canti di sirena di un futuro senza radici, senza radicamento. È la menzogna che vuol farti credere che solo ciò che è nuovo è buono e bello. L’esistenza delle relazioni intergenerazionali implica che nelle comunità si possieda una memoria collettiva, poiché ogni generazione riprende gli insegnamenti dei predecessori, lasciando così un’eredità ai successori”. Da queste radici, nota il Papa, nascono le basi per dare corpo ai sogni. Un appello a camminare insieme che riguarda anche la Chiesa intera.

Il settimo capitolo è dedicato alla pastorale giovanile, chiamata oggi più che mai a essere “sinodale” e a seguire due grandi linee d’azione: “Una è la ricerca, l’invito, la chiamata cheattiri nuovi giovani verso l’esperienza del Signore. L’altra è la crescita, lo sviluppo di un percorso di maturazione di chi ha già vissuto quell’esperienza”. Un cammino il cui linguaggio primario dev’essere quello della vicinanza e dell’accoglienza, senza dimenticare, però, che “qualsiasi progetto formativo, qualsiasi percorso di crescita per i giovani, deve certamente includere una formazione dottrinale e morale”. Un’attenzione particolare va, poi, anche alla scuola e ai diversi “ambiti di sviluppo pastorale”: dalle iniziative di preghiera, alle esperienze di servizio, dalle espressioni artistiche alla pratica sportiva, fino all’attenzione all’ambiente. Sono tutte “possibilità che si aprono all’evangelizzazione dei giovani”. Così la pastorale giovanile, secondo il Pontefice, sarà davvero “popolare”, aperta, ampia e capace di incontrare chi ha esperienze diverse. Obiettivi che hanno bisogno di un accompagnamento serio ed esperto da parte degli adulti per permettere ai giovani di essere a loro volta missionari, ma anche future guide.

L’ottavo capitolo, “La vocazione” si sofferma sul tema della chiamata, soffermandosi sui diversi ambiti in cui essa si può esprimere: l’amore e la famiglia, il lavoro, la consacrazione.

Infine il nono capitolo tratta del “Discernimento”, mettendo in primo piano “la formazione della coscienza, che permette che il discernimento cresca in termini di profondità e di fedeltà a Dio”. Questa formazione, scrive il Papa, “implica il lasciarsi trasformare da Cristo e allo stesso tempo una pratica abituale del bene”. Un cammino da compiere anche grazie a delle guide, cui sono chieste tra particolari sensibilità: l’attenzione alla persona, la capacità di discernere, l’ascolto degli impulsi profondi che proiettano in avanti. Tre dimensioni che il Papa sintetizza nell’esperienza iconica vissuta dai discepoli di Emmaus.

Papa Francesco conclude rivolgendosi ai giovani e usando un’immagine evangelica: Giovanni che corre avanti, arriva prima al sepolcro vuoto di Cristo ma attende Pietro per entrare. “Lo Spirito Santo vi spinga in questa corsa in avanti – conclude il Pontefice –. La Chiesa ha bisogno del vostro slancio, delle vostre intuizioni, della vostra fede. Ne abbiamo bisogno! E quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti, abbiate la pazienza di aspettarci.
(fonte: Avvenire, articolo di Matteo Liut )


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martedì 4 dicembre 2018

Ora il Sinodo inizia nelle Chiese locali di Enzo Bianchi

Ora il Sinodo inizia nelle Chiese locali
di Enzo Bianchi 
in “Vita Pastorale” del dicembre 2018 

Il Sinodo appena celebrato sarà ricordato soprattutto per come è stato vissuto: dal 3 al 28 ottobre oltre duecentocinquanta vescovi provenienti da tutto il mondo si sono ascoltati, ma hanno anche ascoltato i giovani che hanno saputo prendere la parola e farsi ascoltare. 
È stata un'assemblea che ha messo in movimento quella sinodalità tanto invocata dal Papa per tutta la Chiesa. 

Invitato da Francesco a partecipare ai lavori, sono stato presente e attivo secondo le mie competenze e il mio ruolo di "auditor". Confesso che, trattandosi della mia terza partecipazione a un Sinodo (dopo quello sulla parola di Dio nel 2009 e sull'evangelizzazione nel 2012), ho potuto misurare la novità di questa terza assise, le sue qualità profetiche ma anche le debolezze. 
L'immagine che resta impressa è quella di una Chiesa che non vuole né arretrare né sentirsi paralizzata nel presente, ma che vuole camminare nella consapevolezza di essere un corpo plurale oggi più che mai. Un corpo le cui membra vivono in aree culturali e situazioni socio-politiche diverse, fino al punto da poter dire che le realtà vissute dai cristiani di alcune culture non sono "contemporanee" a quelle dei loro fratelli e sorelle di altre parti del mondo. 

Per molti aspetti il Sinodo, terminato a Roma, inizia veramente e concretamente nelle Chiese locali e sarà proprio là che si potrà misurare se si è trattato di un evento di svolta o di una semplice messa a fuoco della situazione dei giovani nel mondo. C'è chi ha scritto che questo Sinodo è stato inutile. In verità, un simile giudizio non solo è ingiusto e troppo semplicistico, ma si conforma a quello di quanti non riescono a discernere mai nel presente ciò che prepara faticosamente il futuro. 

Innanzitutto, questo Sinodo voluto da papa Francesco è stato da lui seguito ogni giorno. All'inizio dei lavori ha chiesto ai padri di parlare con libertà, con parresia, di esprimersi senza temere i possibili conflitti, di intervenire con sincerità e attenzione verso la verità da vivere nella carità, in modo da creare un confronto, un dialogo in cui apparisse il grande primato dell'ascolto. 
Dopo quell'esortazione iniziale, il Papa ha sempre ascoltato tutto in silenzio, intervenendo solo due o tre volte con brevi espressioni che si inserivano nella trama della discussione in corso. Inoltre, le pause di silenzio volute da Francesco ogni cinque interventi in aula, sono state vissute da tutti come un benefico tempo di meditazione delle parole ascoltate. 

A differenza dei Sinodi precedenti, in questo c'è stato un ordo nella discussione: gli interventi si succedevano su punti precisi dell'Instrumentum laboris, favorendo così una più adeguata focalizzazione sui singoli temi via via in discussione. Proprio dagli interventi dei padri è emersa con evidenza la diversità, la pluralità e la complessità delle situazioni giovanili. Si è presa coscienza di un'evidenza sovente sottaciuta: un giovane di Berlino o di Milano è altra cosa rispetto a un coetaneo di Kinshasa o Manila. Non sono diversi solo i giovani, ma ancor più i loro mondi: vi sono giovani che fuggono dalle guerre, altri che soffrono la miseria e la fame, altri che sono perseguitati perché cristiani, altri ancora che migrano di terra in terra mentre i loro coetanei del ricco Occidente vivono un'altra povertà, non economica ma umana, e patiscono una forte indifferenza nei confronti della religione e dunque di Dio. 
Le prime parole decisive che sanno dire gli uni sono pane, pace, speranza di vita; gli altri parlano innanzitutto di senso, significato del vivere... 
I padri sinodali, che avevano ascoltato i giovani nelle loro Chiese, si sono fatti loro porta-parola. 

Da tutto questo, quale risposta è emersa? Il documento finale? Non solo, direi, e non soprattutto. Questo documento, consegnato al Papa perché possa decidere un'eventuale Esortazione postsinodale, risente di alcuni limiti: la mancanza di teologi e biblisti tra gli esperti del Sinodo, il prevalere di un'attenzione pedagogica e propedeutica al tema dei giovani, una certa timidezza là dove si attendeva non più apertura né tanto meno un cambio della dottrina, ma una "rivelazione" nel senso biblico di una presentazione capace di "alzare il velo" nell'annuncio cristiano. Mi riferisco soprattutto alla sessualità, all'affettività, alle storie d'amore. C'è stata, forse, paura? Sì, perché si era prodotto uno schieramento di tradizionalisti che mostravano di esser pronti ad attaccare il documento finale del Sinodo come non coerente con la tradizione cattolica. E, dopo l'offensiva contro Amoris molti padri hanno preferito tacere, sperando che nelle diverse Chiese locali si percorressero quei sentieri che al Sinodo non erano percorribili. 
La martellante campagna "pretofobica", che investe un intero corpo ecclesiale a causa dei delitti di una piccola minoranza, di fatto ha inibito una certa audacia e una libertà nell'indagare su temi decisivi perle nuove generazioni. Si poteva dire molto di più e meglio ai giovani sul problema della sessualità, anche se era già stato trattato con profonda sensibilità pastorale inAmoris laetitia. 

Quanto al tema della presenza della donna nella Chiesa — una "parte mancante" —, significativamente, è stato messo a fuoco con forza solo da alcuni vescovi nord-europei. E che, comunque, è una tematica rispetto alla quale la Chiesa si trova in una impasse. Si continuano a fare auguri perché le donne siano presenti non solo nella diaconia ecclesiale — dove sono in numero prevalente — ma anche nei percorsi decisionali a ogni livello: Chiesa universale, diocesi, parrocchia... Però, non si aprono procedure per la reale fattibilità di questa presenza. Si è anche chiesto che nei prossimi Sinodi le religiose possano avere diritto di voto come già hanno i loro confratelli non presbiteri. Bisognerebbe studiare le modalità affinché anche dei fedeli laici di ambo i sessi, qualificati e chiamati in Sinodo, possano intervenire con un voto. 

Tuttavia, per ora, l'assise è un Sinodo di vescovi: occorrerebbe una nuova comprensione dell'organismo sinodale. Proprio per questo ritengo sia importante la terza parte del documento finale, dedicata alla sinodalità o al discernimento sinodale. Significativamente, le proposizioni di questa parte hanno avuto un elevato numero di voti contrari, forse perché "la forma sinodale della Chiesa qui proposta" ha sorpreso molti padri. 

Ma questo Sinodo è stato soprattutto un evento vissuto sinodalmente. E lo spirito che l'ha animato richiederà di dare inizio a un processo da dilatarsi nelle Chiese locali. «Chiesa e Sinodo sono sinonimi», ricorda Francesco. E la sinodalità è la forma dinamica della Chiesa. Tutte le membra del popolo di Dio devono essere coinvolte in questa corresponsabilità. Certo, sotto la guida dei pastori e nell'ascolto dei dottori (teologi) e dei profeti, ma tutti devono poter partecipare da protagonisti alla vita e alla missione ecclesiale. Da parte mia, ho cercato di ricordare che, in questa indifferenza verso Dio e la Chiesa, propria dell'Occidente, c'è la possibilità di intrigare gli uomini e le donne di oggi attraverso l'annuncio di Gesù Cristo, l'uomo-Dio, che ci ha insegnato a vivere in questo mondo. Qui, però, neanche il documento finale ha saputo chiamare a responsabilità gli adulti cristiani: sono loro, siamo noi i primi responsabili delle generazioni incredule che si affacciano oggi alla vita.



martedì 6 novembre 2018

Documento finale del Sinodo 2018: prima spigolatura su liturgia e donna di Andrea Grillo


Documento finale del Sinodo 2018:
prima spigolatura su liturgia e donna
di Andrea Grillo

Pubblicato il 28 ottobre 2018 nel blog: Come se non


L’ampio Documento finale, che chiude questa fase sinodale, si presenta ovviamente come una grande sintesi dei lavori, scandita da una cadenza in tre parti, modellate sull’episodio evangelico dei “due di Emmaus”. Vorrei qui esaminarne il contenuto limitatamente a due temi, non così centrali, ma assai significativi. Mi sembra che, all’esame di due argomenti così diversi - come quello della “liturgia” e quello della “donna” – emergano dal testo alcune obiettive tensioni, che si aprono tra il momento dell’ascolto e il momento della “ripresa finale”. L’ascolto invoca una assunzione di responsabilità e di autorità, che la ripresa sembra da un lato confermare e dall’altro escludere. Vorrei suffragare questa impressione con alcuni dati testuali, e lo farò riferendomi ai due temi su cui mi sento di poter fare qualche osservazione meno improvvisata.

Giovani, liturgia e senso del mistero

Dedicati alla liturgia troviamo, oltre ad altri fuggevoli riferimenti, due numeri: il 51 e il 134. Il primo è nella “prima parte”, dedicata all’ascolto; mentre il secondo è nella “terza parte”. Colpisce molto che il primo numero sia sostanzialmente lineare e ben strutturato, mentre il secondo appare contorto, faticoso e attraversato da tensioni irrisolte.

Il n. 51 (dal titolo Il desiderio di una liturgia viva) esordisce con la affermazione di una domanda di “liturgia fresca, autentica e gioiosa” che viene dai giovani, e che è domanda sia di preghiera sia di sacramenti – confermando indirettamente una certa fatica, forse non solo dei giovani, a concepire il sacramento anche come preghiera. E si sottolineano tre diversi atteggiamenti nei giovani circa la liturgia. Da un lato vi è chi riconosce in essa una mediazione fondamentale della propria identità di fede. Vi è chi invece vede la messa domenicale “più come precetto morale che come felice incontro con il Signore Risorto e con la comunità”. Infine si dice, in generale, che la iniziazione ai sacramenti fa fatica ad introdurre in profondità, “ad entrare nella ricchezza misterica dei suoi simboli e dei suoi riti”.

Come risponde il n. 134 a queste belle provocazioni? Con parole che sono certamente il frutto di un comprensibile compromesso, ma che restano largamente al di sotto del tenore delle domande. Sotto il titolo La centralità della liturgia (ed è curioso che si usi “centro” e non “culmine e fonte”) si riprende il ruolo della celebrazione eucaristica in rapporto alla fede e alla Chiesa, si ribadisce l’importanza di celebrazioni belle e di nobile semplicità, si sostiene la valorizzazione della ministerialità, ma quando si arriva agli auspici, il testo appare confuso e senza orientamento. Vi si dicono tre cose:

- la partecipazione attiva sia favorita, “ma tenendo vivo lo stupore per il Mistero”. Qui vi è una netta involuzione rispetto al n. 51. L’ascolto sembra più chiaro della risposta. Quando mai lo stupore per il Mistero è diverso dalla partecipazione attiva? Forse che il Sinodo, con tutta la sua autorità, si è limitato ad utilizzare un concetto meramente funzionale di “actuosa participatio” e non quello inteso da Sacrosanctum Concilium? Se per il Concilio Vaticano II la “partecipazione attiva” è la via “misterica” per avere intelligenza dell’eucaristia, possono forse i nostri Vescovi consigliare ai giovani di “coltivare la partecipazione, ma anche il Mistero”? Qui si introduce una confusione piuttosto grave, quando invece il n. 51 parlava in modo molto pertinente ed elegante di “ricchezza misterica dei suoi simboli e dei suoi riti”. Là si teneva giustamente insieme quello che qui tende ad essere opposto.

- Avendo introdotto questa cesura tra “mistero” e “partecipazione”, ne risulta per conseguenza che arte e musica non debbano essere “per sé”, ma siano parte delle “azioni di Cristo e della Chiesa”. Anche qui, senza poter negare le possibili cadute autoreferenziali del musicale e dell’artistico, occorreva dire meglio, e con maggiore coraggio, che il “mistero” non è solo “altro” dalla musica e dall’arte, ma che queste ne sono “mediazione originaria”. Altrimenti sarà ancora facile accedere al mistero di Cristo e della Chiesa indipendentemente da musica e arte…

- Infine, come ultima conseguenza di questa “spaccatura” introdotta dalla risposta, ma assente nella domanda, era inevitabile che si arrivasse a questo: se si disgiunge il Mistero dalla partecipazione attiva, si può trovare altamente raccomandabile investire con i giovani sulla “adorazione eucaristica”, che assume, in questo modo di pensare la liturgia, una funzione addirittura prioritaria, come sintonia immediata, contemplativa e silenziosa con il Mistero, essendo questo distinto fin dall’inizio dalla partecipazione attiva. Qui, a mio avviso, le risposte episcopali appaiono restare piuttosto al di sotto delle domande dei giovani. Questo deve essere considerato, in qualche modo, un risultato molto significativo del Sinodo.

La donna: per giustizia, ma con rispetto

Veniamo alla donna. Anche in questo caso, se leggo bene, mi sembra che i riferimenti della prima e della terza parte siano vistosamente diversi. I numeri che affrontano la questione femminile sono il n. 13, il n. 55 e il n.148. Anche in questo caso i primi due numeri appaiono ben congeniati e assai omogenei, mentre il terzo è attraversato da una tensione assai forte, quasi come se non riuscisse a gestire a proprio agio la domanda scaturita dall’ascolto. Li presento per ordine.

Il n. 13, intitolato Uomini e donne (che viene significativamente dopo il n. 12 che ha il titolo Esclusione ed emarginazione) usa toni forti e recisi. Inizia dalla “differenza tra uomo e donna”, che può generare “forme di dominio, esclusione e discriminazione da cui tutte le società e la Chiesa stessa hanno bisogno di liberarsi”. L’uguaglianza di uomo e donna davanti a Dio fa sì che “ogni dominazione e discriminazione basata sul sesso offende la dignità umana”. La differenza tra uomo e donna è “irriducibile a stereotipi”.

Il n. 55 si intitola Le donne nella Chiesa e presenta le aspettative dei giovani: anzitutto occorre “riconoscimento e valorizzazione delle donne nella società e nella Chiesa”. Si costata la fatica ad attribuire autorità a donne, a dar loro spazio nei processi decisionali. La assenza di voce e di sguardo da parte delle donne impoverisce il dibattito e il cammino della Chiesa. E il numero si chiude con queste parole: “Il Sinodo raccomanda di rendere tutti più consapevoli dell’urgenza di un ineludibile cambiamento, anche a partire da una riflessione antropologica e teologica sulla reciprocità tra uomini e donne”.

Infine, il testo del n. 134, dal titolo Le donne nella Chiesa sinodale. Si inizia da un paragone forzato: la Chiesa sinodale “non potrà fare a meno” (una circonlocuzione per non dire “deve”) di riflettere su condizione e ruolo della donna “al proprio interno e di conseguenza anche nella società”. Curiosa inversione del “segno dei tempi” di Giovanni XXIII in Pacem in terris, dove è la società a mostrare alla Chiesa una novità inaggirabile. Tuttavia questo limite di approccio non impedisce di riconoscere apertamente la necessità di una “coraggiosa conversione culturale e di cambiamento nella pratica pastorale quotidiana”. Ciò implica un doveroso coinvolgimento della donna negli organi istituzionali, anche con funzioni di direzione, e quindi anche nei processi decisionali, ma con una delimitazione che viene precisata in modo molto netto, dicendo “nel rispetto del ruolo del ministero ordinato”. Sorge naturale una serie di questioni brucianti: Può il “rispetto per la donna” essere compatibile con questo “rispetto del ministero ordinato”? Se “rispetto” implica una strutturale esteriorità della donna al ministero ordinato, dove sta il coraggio di una “conversione pastorale”? A chi delegano i Vescovi l’ineludibile cambiamento”? Si può invocare il “coraggio” per garantire che tutto resti esattamente come prima? Quale ruolo viene riconosciuto al discernimento antropologico e teologico sulla reciprocità tra maschile e femminile invocato al n. 55?

Il testo si chiude con una importante sottolineatura del “dovere di giustizia” che la Chiesa deve riconoscere alle donne, sia sulla base della prassi di Gesù verso le donne, sia sulla base di figure femminili autorevoli del testo biblico, della storia della salvezza e della storia della Chiesa.

Un sinodo che si spoglia della autorità?

Il Sinodo, nel suo Documento finale, sembra lavorare su una ipotesi di “non autoreferenzialità” piuttosto originale. Si spoglia di autorità e la rimanda, direttamente, sotto di sé e sopra di sé. Da un lato sembra “mettere in bocca ai giovani” una serie di istanze che diventano obiettive priorità ecclesiali. D’altra parte rimanda ad altre istanze (superiori? posteriori? escatologiche?) una parola autorevole che assuma la novità in modo progettuale e che esca dall’imbarazzante “elenco di buoni propositi”.

Come ho cercato di far notare – con tutto il beneficio dell’inventario di una lettura inevitabilmente rapida ed acerba – su questi due temi per certi versi agli antipodi – come il classicissimo tema liturgico e il nuovissimo tema della “donna nella Chiesa” – il procedimento appare simile: da un lato un ascolto franco e diretto delle questioni, che ne permette una preziosa documentazione ufficiale; ma poi una elaborazione stanca, farraginosa, ingolfata delle questioni, che non approda, di per sé, ad alcun progetto, se non alla conferma di quel che c’è e all’auspicio, chiaro ma assolutamente non determinato, verso una prospettiva diversa. In conclusione mi chiedo: la “non autoreferenzialità” può essere soltanto “puro rimando ad altro”?

Forse su altri temi si leggeranno testi molto più chiari e più decisi. Ma l’impressione è che, molto più di quanto è accaduto tre anni fa nel Sinodo sulla famiglia, ogni spazio di reale determinazione sia stato affidato, contemporaneamente, al popolo di Dio (giovane e meno giovane che sia) e al Vescovo di Roma (che sa bene di dover restare giovane ex officio).


lunedì 29 ottobre 2018

«Ascoltare, farsi prossimi, testimoniare sono i tre passi fondamentali per il cammino della fede .... Vorrei dire ai giovani, a nome di tutti noi adulti: scusateci se spesso non vi abbiamo dato ascolto; se, anziché aprirvi il cuore, vi abbiamo riempito le orecchie ... La fede è questione di incontro, non di teoria...» Papa Francesco omelia a conclusione del Sinodo (foto, testo e video)


SANTA MESSA PER LA CONCLUSIONE
DELLA XV ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI
Basilica Vaticana
Domenica, 28 ottobre 2018


È iniziata con la processione dei giovani uditori, seguiti dai padri sinodali, la Messa di chiusura del Sinodo, presieduta dal Papa nella basilica di San Pietro.
Un Sinodo che, dal 3 ottobre, in 26 giorni, tappa dopo tappa, ha messo al centro il mondo dei giovani, la fede e il discernimento vocazionale.
Non maestri di tutti o esperti del sacro ma “portatori di vita nuova”, cioè “testimoni dell’amore di Dio che salva”: questo sono chiamati ad essere i cristiani. Lo ricorda Papa Francesco e le sue forti parole risuonano nella Basilica vaticana, davanti a circa 7mila fedeli. 
Tutta l’omelia si snoda sui tre passi che scandiscono il “cammino della fede” e parte dal Vangelo della Liturgia di oggi. Come Bartimeo, il cieco di Gerico che dopo essere stato guarito da Gesù diventa discepolo, così “anche noi abbiamo camminato insieme, abbiamo fatto ‘sinodo’”, dice infatti Francesco.











 


OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

L’episodio che abbiamo ascoltato è l’ultimo che l’evangelista Marco narra del ministero itinerante di Gesù, il quale poco dopo entrerà a Gerusalemme per morire e risorgere. Bartimeo è così l’ultimo a seguire Gesù lungo la via: da mendicante ai bordi della strada a Gerico, diventa discepolo che va insieme agli altri verso Gerusalemme. Anche noi abbiamo camminato insieme, abbiamo “fatto sinodo” e ora questo Vangelo suggella tre passi fondamentali per il cammino della fede.

Anzitutto guardiamo a Bartimeo: il suo nome significa “figlio di Timeo”. E il testo lo specifica: «il figlio di Timeo, Bartimeo» (Mc10,46). Ma, mentre il Vangelo lo ribadisce, emerge un paradosso: il padre è assente. Bartimeo giace solo lungo la strada, fuori casa e senza padre: non è amato, ma abbandonato. È cieco e non ha chi lo ascolti; e quando voleva parlare lo facevano tacere. Gesù ascolta il suo grido. E quando lo incontra lo lascia parlare. Non era difficile intuire che cosa avrebbe chiesto Bartimeo: è evidente che un cieco voglia avere o riavere la vista. Ma Gesù non è sbrigativo, dà tempo all’ascolto. Ecco il primo passo per aiutare il cammino della fede: ascoltare. È l’apostolato dell’orecchio: ascoltare, prima di parlare.

Al contrario, molti di quelli che stavano con Gesù rimproveravano Bartimeo perché tacesse (cfr v. 48). Per questi discepoli il bisognoso era un disturbo sul cammino, un imprevisto nel programma prestabilito. Preferivano i loro tempi a quelli del Maestro, le loro parole all’ascolto degli altri: seguivano Gesù, ma avevano in mente i loro progetti. È un rischio da cui guardarsi sempre. Per Gesù, invece, il grido di chi chiede aiuto non è un disturbo che intralcia il cammino, ma una domanda vitale. Quant’è importante per noi ascoltare la vita! I figli del Padre celeste prestano ascolto ai fratelli: non alle chiacchiere inutili, ma ai bisogni del prossimo. Ascoltare con amore, con pazienza, come fa Dio con noi, con le nostre preghiere spesso ripetitive. Dio non si stanca mai, gioisce sempre quando lo cerchiamo. Chiediamo anche noi la grazia di un cuore docile all’ascolto. Vorrei dire ai giovani, a nome di tutti noi adulti: scusateci se spesso non vi abbiamo dato ascolto; se, anziché aprirvi il cuore, vi abbiamo riempito le orecchie. Come Chiesa di Gesù desideriamo metterci in vostro ascolto con amore, certi di due cose: che la vostra vita è preziosa per Dio, perché Dio è giovane e ama i giovani; e che la vostra vita è preziosa anche per noi, anzi necessaria per andare avanti.

Dopo l’ascolto, un secondo passo per accompagnare il cammino di fede: farsi prossimi. Guardiamo Gesù, che non delega qualcuno della «molta folla» che lo seguiva, ma incontra Bartimeo di persona. Gli dice: «Che cosa vuoi che io faccia per te?» (v. 51). Che cosa vuoi: Gesù si immedesima in Bartimeo, non prescinde dalle sue attese; che io faccia: fare, non solo parlare; per te: non secondo idee prefissate per chiunque, ma per te, nella tua situazione. Ecco come fa Dio, coinvolgendosi in prima persona con un amore di predilezione per ciascuno. Nel suo modo di fare già passa il suo messaggio: così la fede germoglia nella vita.

La fede passa per la vita. Quando la fede si concentra puramente sulle formulazioni dottrinali, rischia di parlare solo alla testa, senza toccare il cuore. E quando si concentra solo sul fare, rischia di diventare moralismo e di ridursi al sociale. La fede invece è vita: è vivere l’amore di Dio che ci ha cambiato l’esistenza. Non possiamo essere dottrinalisti o attivisti; siamo chiamati a portare avanti l’opera di Dio al modo di Dio, nella prossimità: stretti a Lui, in comunione tra noi, vicini ai fratelli. Prossimità: ecco il segreto per trasmettere il cuore della fede, non qualche aspetto secondario.

Farsi prossimi è portare la novità di Dio nella vita del fratello, è l’antidoto contro la tentazione delle ricette pronte. Chiediamoci se siamo cristiani capaci di diventare prossimi, di uscire dai nostri circoli per abbracciare quelli che “non sono dei nostri” e che Dio ardentemente cerca. C’è sempre quella tentazione che ricorre tante volte nella Scrittura: lavarsi le mani. È quello che fa la folla nel Vangelo di oggi, è quello che fece Caino con Abele, è quello che farà Pilato con Gesù: lavarsi le mani. Noi invece vogliamo imitare Gesù, e come lui sporcarci le mani. Egli, la via (cfr Gv 14,6), per Bartimeo si è fermato lungo la strada; Egli, la luce del mondo (cfr Gv 9,5), si è chinato su un cieco. Riconosciamo che il Signore si è sporcato le mani per ciascuno di noi, e guardando la croce ripartiamo da lì, dal ricordarci che Dio si è fatto mio prossimo nel peccato e nella morte. Si è fatto mio prossimo: tutto comincia da lì. E quando per amore suo anche noi ci facciamo prossimi diventiamo portatori di vita nuova: non maestri di tutti, non esperti del sacro, ma testimoni dell’amore che salva.

Testimoniare è il terzo passo. Guardiamo i discepoli che chiamano Bartimeo: non vanno da lui, che mendicava, con un’acquietante monetina o a dispensare consigli; vanno nel nome di Gesù. Infatti gli rivolgono solo tre parole, tutte di Gesù: «Coraggio! Alzati. Ti chiama» (v. 49). Solo Gesù nel resto del Vangelo dice coraggio!, perché solo Lui risuscita il cuore. Solo Gesù nel Vangelo dice alzati, per risanare lo spirito e il corpo. Solo Gesù chiama, cambiando la vita di chi lo segue, rimettendo in piedi chi è a terra, portando la luce di Dio nelle tenebre della vita. Tanti figli, tanti giovani, come Bartimeo cercano una luce nella vita. Cercano amore vero. E come Bartimeo, nonostante la molta gente, invoca solo Gesù, così anch’essi invocano vita, ma spesso trovano solo promesse fasulle e pochi che si interessano davvero a loro.

Non è cristiano aspettare che i fratelli in ricerca bussino alle nostre porte; dovremo andare da loro, non portando noi stessi, ma Gesù. Egli ci manda, come quei discepoli, a incoraggiare e rialzare nel suo nome. Ci manda a dire ad ognuno: “Dio ti chiede di lasciarti amare da Lui”. Quante volte, invece di questo liberante messaggio di salvezza, abbiamo portato noi stessi, le nostre “ricette”, le nostre “etichette” nella Chiesa! Quante volte, anziché fare nostre le parole del Signore, abbiamo spacciato per parola sua le nostre idee! Quante volte la gente sente più il peso delle nostre istituzioni che la presenza amica di Gesù! Allora passiamo per una ONG, per una organizzazione parastatale, non per la comunità dei salvati che vivono la gioia del Signore.

Ascoltare, farsi prossimi, testimoniare. Il cammino di fede nel Vangelo termina in modo bello e sorprendente, con Gesù che dice: «Va’, la tua fede ti ha salvato» (v. 52). Eppure Bartimeo non ha fatto professioni di fede, non ha compiuto alcuna opera; ha solo chiesto pietà. Sentirsi bisognosi di salvezza è l’inizio della fede. È la via diretta per incontrare Gesù. La fede che ha salvato Bartimeo non stava nelle sue idee chiare su Dio, ma nel cercarlo, nel volerlo incontrare. La fede è questione di incontro, non di teoria. Nell’incontro Gesù passa, nell’incontro palpita il cuore della Chiesa. Allora non le nostre prediche, ma la testimonianza della nostra vita sarà efficace.

E a tutti voi che avete partecipato a questo “camminare insieme”, dico grazie per la vostra testimonianza. Abbiamo lavorato in comunione e con franchezza, col desiderio di servire Dio e il suo popolo. Il Signore benedica i nostri passi, perché possiamo ascoltare i giovani, farci prossimi e testimoniare loro la gioia della nostra vita: Gesù.

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domenica 28 ottobre 2018

I Padri sinodali scrivono una lettera ai giovani di tutto il mondo "Le nostre debolezze non vi scoraggino ... La Chiesa e il mondo hanno urgente bisogno del vostro entusiasmo ... Siete il presente, siate il futuro più luminoso."


I Padri sinodali scrivono una lettera ai giovani di tutto il mondo

Speranza, fiducia e consolazione sono le parole chiave di questa Lettera che nasce, come si legge, dalla volontà di ascoltare la voce del “Cristo eternamente giovane”. 
“Le nostre debolezze non vi scoraggino. La Chiesa e il mondo hanno urgente bisogno del vostro entusiasmo. Siete il presente, siate il futuro più luminoso.”


Pubblichiamo il testo integrale della Lettera dei padri sinodali ai giovani di tutto il mondo

XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi

Lettera dei padri sinodali ai giovani

A voi, giovani del mondo, ci rivolgiamo noi padri sinodali, con una parola di speranza, di fiducia, di consolazione. In questi giorni ci siamo riuniti per ascoltare la voce di Gesù, «il Cristo eternamente giovane», e riconoscere in Lui le vostre molte voci, le vostre grida di esultanza, i lamenti, i silenzi.

Sappiamo delle vostre ricerche interiori, delle gioie e delle speranze, dei dolori e delle angosce che costituiscono la vostra inquietudine. Desideriamo che adesso ascoltiate una parola da noi: vogliamo essere collaboratori della vostra gioia affinché le vostre attese si trasformino in ideali. Siamo certi che sarete pronti a impegnarvi con la vostra voglia di vivere, perché i vostri sogni prendano corpo nella vostra esistenza e nella storia umana.

Le nostre debolezze non vi scoraggino, le fragilità e i peccati non siano ostacolo alla vostra fiducia. La Chiesa vi è madre, non vi abbandona, è pronta ad accompagnarvi su strade nuove, sui sentieri di altura ove il vento dello Spirito soffia più forte, spazzando via le nebbie dell’indifferenza, della superficialità, dello scoraggiamento.

Quando il mondo, che Dio ha tanto amato da donargli il suo Figlio Gesù, è ripiegato sulle cose, sul successo immediato, sul piacere e schiaccia i più deboli, voi aiutatelo a rialzarsi e a rivolgere lo sguardo verso l’amore, la bellezza, la verità, la giustizia.

Per un mese abbiamo camminato insieme con alcuni di voi e molti altri legati a noi con la preghiera e l’affetto. Desideriamo continuare ora il cammino in ogni parte della terra ove il Signore Gesù ci invia come discepoli missionari.

La Chiesa e il mondo hanno urgente bisogno del vostro entusiasmo. Fatevi compagni di strada dei più fragili, dei poveri, dei feriti dalla vita.

Siete il presente, siate il futuro più luminoso.

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"Grazie a tutti ... il Sinodo non è un Parlamento e non è un documento. Siamo noi i destinatari … la nostra Madre è Santa, ma noi figli siamo peccatori ... ma la Madre non si tocca." Papa Francesco discorso alla chiusura del sinodo. (testo e video)


Chiusura dei lavori della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi
sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”
Aula del Sinodo
Sabato, 27 ottobre 2018


Prima del Papa, sono intervenuti in Aula i cardinali Louis Raphael Sako, patriarca di Babilonia dei caldei e presidente delegato dell’assise, e Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi. Sako ha sottolineato che il documento sinodale «sarà un punto di riferimento per una nuova pastorale nelle nostre diverse diocesi». «Santo Padre, Lei non è solo, noi tutti che rappresentiamo i vescovi cattolici nel mondo – ha detto il patriarca – siamo con Lei e siamo uniti a Lei in una comunione integrale. Siamo uniti a Lei nella preghiera e nella Speranza. Ricordi che milioni di fedeli pregano per Lei ogni giorno. E tanti uomini e donne di buona volontà ammirano le sue parole e i suoi gesti per un mondo di fraternità universale, giustizia e pace». «Dunque – ha aggiunto il Patriarca caldeo – non c’è niente da temere. Un proverbio arabo dice: "L’albero fruttuoso viene colpito con le pietre". Vada avanti con coraggio e fiducia . La barca di Pietro non è come le altre barche, la barca di Pietro nonostante le onde, rimane solida, perché c’è Gesù in essa e non la lascerà mai». Il cardinale Sako ha poi lanciato «un appello a non dimenticare i cristiani dell’Oriente: se è vuoto di cristiani il cristianesimo rimarrà senza radici. Abbiamo bisogno del vostro sostegno, solidarietà e amicizia fino a quando la tempesta passa».

Il cardinale Lorenzo Baldisseri da parte sua ha sottolineato che quella del Sinodo «è stata un’esperienza di profonda comunione ecclesiale vissuta con l’adesione della fede e l’affetto del cuore da parte di ciascuno di noi, venuto da ogni parte della terra». «In questo Sinodo, – ha ribadito il porporato – l’intero Popolo di Dio ci ha sostenuti con la preghiera e ha accompagnato i pastori riuniti con Lei, Santo Padre, con gesti di solidarietà e di simpatia». E fin dal primo annuncio del Sinodo, «i giovani di tutto il mondo si sono messi in movimento per sentirsi vicini ai Pastori, chiedendo di essere ascoltati». «In questa grande preparazione – ha osservato infine Baldisseri – abbiamo sperimentato momenti alti, come al Pre-Sinodo; come lo scambio e la reciprocità avvenuti con i molti contatti via Web, che si sono estesi ai giorni della stessa celebrazione assembleare».


DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AL TERMINE DELL'ASSEMBLEA SINODALE

Anch’io devo dire grazie, a tutti. Al Cardinale Baldisseri, a Mons. Fabene, ai Presidenti delegati, al Relatore, ai Segretari speciali – ho detto che avevano “lasciato la pelle” nel documento preparatorio; adesso credo che lascino a noi le ossa, perché hanno perso tutto! –; grazie agli esperti: abbiamo visto come si passa da un testo martire a una commissione martire, quella di redazione, che ha fatto questo con tanto sforzo e tanta penitenza. Grazie. Grazie a tutti voi, agli uditori e fra gli uditori specialmente i giovani, che ci hanno portato la loro musica qui in Aula – ”musica” è la parola diplomatica per dire chiasso, ma è così… Grazie.

Due cosine che mi stanno a cuore. 
Primo: ribadire una volta in più che il Sinodo non è un Parlamento. E’ uno spazio protetto perché lo Spirito Santo possa agire. Per questo, le informazioni che si danno sono generali e non sono le cose più particolari, i nomi, il modo di dire le cose, con cui lo Spirito Santo lavora in noi. E questo è stato uno spazio protetto. Non dimentichiamolo, questo: è stato lo Spirito a lavorare, qui. 
Seconda cosa, che il risultato del Sinodo non è un documento, l’ho detto all’inizio. Siamo pieni di documenti. Io non so se questo documento al di fuori avrà qualche effetto, non lo so. Ma so di certo che deve averlo in noi, deve lavorare in noi. Noi abbiamo fatto il documento, la commissione; noi l’abbiamo studiato, l’abbiamo approvato. Adesso lo Spirito dà a noi il documento perché lavori nel nostro cuore. Siamo noi i destinatari del documento, non la gente di fuori. Che questo documento lavori; e bisogna fare preghiera con il documento, studiarlo, chiedere luce… È per noi, il documento, principalmente. Sì, aiuterà tanti altri, ma i primi destinatari siamo noi: è lo Spirito che ha fatto tutto questo, e torna a noi. Non bisogna dimenticarlo, per favore.

E una terza cosa: penso a nostra Madre, la Santa Madre Chiesa. Gli ultimi tre numeri sulla santità [nel documento] fanno vedere cosa è la Chiesa: la nostra Madre è Santa, ma noi figli siamo peccatori. Siamo peccatori tutti. Non dimentichiamo quell’espressione dei Padri, la “casta meretrix”, la Chiesa santa, la Madre santa con figli peccatori. E a causa dei nostri peccati, sempre il Grande Accusatore ne approfitta, come dice il primo capitolo di Giobbe: gira, gira per la Terra cercando chi accusare. In questo momento ci sta accusando fortemente, e questa accusa diventa anche persecuzione; può dirlo il Presidente di oggi [il Patriarca Sako]: il suo popolo [la Chiesa in Iraq] è perseguitato e così tanti altri dell’Oriente o di altre parti. E diventa anche un altro tipo di persecuzione: accuse continue per sporcare la Chiesa. Ma la Chiesa non va sporcata; i figli sì, siamo sporchi tutti, ma la Madre no. E per questo è il momento di difendere la Madre; e la Madre la si difende dal Grande Accusatore con la preghiera e la penitenza. Per questo ho chiesto, in questo mese che finisce tra pochi giorni, di pregare il Rosario, pregare San Michele Arcangelo, pregare la Madonna perché copra sempre la Madre Chiesa. Continuiamo a farlo. È un momento difficile, perché l’Accusatore attaccando noi attacca la Madre, ma la Madre non si tocca. Questo volevo dirlo di cuore alla fine del Sinodo.

E adesso, lo Spirito Santo regala questo documento a tutti noi, anche a me, per riflettere su ciò che vuole dire a noi. Grazie tante a tutti, grazie a tutti!

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martedì 9 ottobre 2018

«Siate giovani in cammino, che guardano gli orizzonti, non lo specchio. Se sei cristiano, prendi le Beatitudini e mettile in pratica. Il vero potere è servire. Il populismo si vince con l’abbraccio. Voi, giovani non avete prezzo!» Papa Francesco, Incontro con i giovani 6/10/2018 (foto, testo e video)


NOI PER. Unici, solidali creativi
INCONTRO DEI GIOVANI CON IL SANTO PADRE E I PADRI SINODALI
Aula Paolo VI
Sabato, 6 ottobre 2018


"Le risposte alle vostre domande le daranno i padri sinodali. Perché se io dessi le risposte qui, annullerei il Sinodo. La risposta deve venire da tutti: dalla nostra discussione. Soprattutto devono essere risposte fatte senza paura".

Così papa Francesco ha partecipato all'incontro con i giovani e i padri sinodali che si era è aperto tra l'entusiasmo incontenibile dei presenti, gli applausi e la commozione e che si inserisce nell'ambito della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema "I giovani, la fede e il discernimento vocazionale" (3-28 ottobre 2018).


Da una sedia posizionata nel corridoio dell’Aula Paolo VI, in prima fila in mezzo ai giovani e ai padri sinodali, Papa Francesco assiste per oltre un’ora ai canti, i balletti, le testimonianze, i filmati e gli sketch, una vera e propria kermesse attraverso la quale i ragazzi e le ragazze di tutta Italia, dell’Europa e anche del mondo, vogliono ringraziare il Papa per aver dedicato a loro la grande assise dei vescovi.

Tra video racconti e le note al pianoforte di Giovanni Caccamo, le battute dell’attore romano Giovanni Scifoni e la breve esibizione di un prete ballerino ecuadoriano, Bergoglio ascolta i frammenti di vita di alcuni ragazzi dai 20 ai 30 anni: storie quasi tutte di sofferenza e di rinascita grazie alla fede, di chi era schiavo delle droghe o del sesso ricercato nelle chat o nella pornografia, di chi era vittima di bullismo o di un cancro, di chi ha avuto un’infanzia difficile, chi ha festeggiato il suo diciottesimo compleanno nella cella di un carcere o vive oggi in un campo profughi ai confini della Siria, come rifugiato o volontario. 

Gli stessi ragazzi - uno con il gesso al braccio su cui il Papa pone la sua firma - gli consegnano poi simbolicamente in una busta bianca le loro domande su come affrontare le sfide della società, della politica, della Chiesa in attesa di una risposta dal Sinodo. Francesco, che ha ascoltato con attenzione e prende la parola solo al termine del “festival”, rispondendo interamente a braccio cestinando il discorso scritto.




 




Alcuni interventi proposti da TG2000

Giovane iracheno: “Se non mi fossi convertito Isis mi avrebbe decapitato”
“Mi chiamo Aziz e vengo dall’Iraq. Fino ai 18 anni vivevo una vita normale ma un giorno tutto è crollato. L’Isis è arrivato nella mia città che si è abbandonato a loro. Abbiamo dovuto abbandonare la città. Siamo stati messi davanti una scelta convertirci o essere decapitati. Sembrava come un film. Ho deciso di affidarmi completamente a Gesù. Sono stato salvato d a Gesù e sono riuscito a perdonare l’Isis”.


Le domande dei giovani carcerati di Casal del Marmo a Papa Francesco
Alcuni giovani carcerati di Casal del Marmo rivolgono a Papa Francesco alcune domande nell’ambito del Sinodo dei giovani. “Vogliamo ringraziare Papa Francesco perché non si scorda mai di noi”. Il progetto è promosso da Liberi nell’arte Unione cattolica stampa italiana del Molise e dal Ministero della Giustizia.


Claudio: “Dio mi ha salvato dalla dipendenza da droga e alcol”.
“Spesso da piccolo ho subìto atti di bullismo. Dentro di me nasceva un messaggio ‘tu non vali e non sei degno d’amore’. A 18 anni ho cominciato a conoscere il mondo della droga, dell’alcol e della trasgressione. In quel momento quel bambino ferito ha iniziato a gridare. La mia famiglia ha tentato in tutti i modi di aiutarti ma a 23 anni sono andato a vivere per strada. Ero arrabbiato contro Dio. Sono arrivato ad essere una larva umana, era un inferno. Quando era tutto perduto il Signore mi ha mandato un sacerdote che mi ha acceso una luce. A quel punto scelsi la vita e sono entrato in comunità. Oggi sono un uomo libero senza aver bisogno di bere. Dio mi ama così come sono. Oggi coltivo la passione per la pizza. Voglio farmi una famiglia e metto Dio al primo posto”.


Un giovane sacerdote di nome don Alexander con la passione della chimica e del ballo fa ballare l’Aula Paolo VI “Dio non toglie i sogni”
“Dio non toglie i sogni, quello che hai te lo porta al 1000 x 100”. 



DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Qui ci sono le domande scritte… Le risposte le daranno i Padri sinodali. Perché se io dessi le risposte qui, annullerei il Sinodo! Le risposte devono venire da tutti, dalla nostra riflessione, dalla nostra discussione e, soprattutto, devono essere risposte fatte senza paura.

Io mi limiterò soltanto – rispetto a tutte queste domande – a dire qualche cosa che possa servire, qualche principio.

A voi, giovani, che avete parlato, che avete dato la vostra testimonianza, che avete fatto una strada, dico: questa è la prima risposta. Fate la vostra strada. Siate giovani in cammino, che guardano gli orizzonti, non lo specchio. Sempre guardando avanti, in cammino, e non seduti sul divano. Tante volte mi viene da dire questo: un giovane, un ragazzo, una ragazza, che sta sul divano, finisce in pensione a 24 anni: è brutto, questo! E poi, voi lo avete detto bene: che mi fa trovare me stesso non è lo specchio, il guardare come sono. Trovare me stesso è nel fare, nell’andare alla ricerca del bene, della verità, della bellezza. Lì troverò me stesso.

Poi, in questa strada, un’altra parola che mi ha colpito è l’ultima. E’ stata forte quell’ultima, ma è vera… Chi l’ha fatta?... Tu. È stata forte: la coerenza. La coerenza di vita. Faccio un cammino, ma con coerenza di vita. E quando voi vedete una Chiesa incoerente, una Chiesa che ti legge le Beatitudini e poi cade nel clericalismo più principesco e scandaloso, io capisco, io capisco... Se sei cristiano, prendi le Beatitudini e mettile in pratica. E se sei un uomo o una donna che hai dato la vita, l’hai consacrata; se sei un prete – anche un prete che balla [si riferisce a una testimonianza] –, se sei un prete e vuoi vivere come cristiano, segui la strada delle Beatitudini. Non la strada della mondanità, la strada del clericalismo, che è una delle perversioni più brutte della Chiesa. Coerenza di vita. Ma anche voi [si rivolge ai giovani], dovete essere coerenti nella vostra strada e domandarvi: “Io sono coerente nella mia vita?”. Questo è un secondo principio.

C’è poi il problema delle diseguaglianze. Si perde il vero senso del potere – questo vale per la domanda sulla politica –, si perde quello che Gesù ci ha detto, che il potere è il servizio: il vero potere è servire. Altrimenti è egoismo, è abbassare l’altro, non lasciarlo crescere, è dominare, fare schiavi, non gente matura. Il potere è per far crescere la gente, per farsi servitori della gente. Questo è il principio: sia per la politica, sia per la coerenza delle vostre domande.

Poi, altre domande… Vi dirò una cosa. Per favore, voi, giovani, ragazzi e ragazze, voi non avete prezzo! Non siete merce all’asta! Per favore, non lasciatevi comprare, non lasciatevi sedurre, non lasciatevi schiavizzare dalle colonizzazioni ideologiche che ci mettono idee nella testa e alla fine diventiamo schiavi, dipendenti, falliti nella vita. Voi non avete prezzo: questo dovete ripetervelo sempre: io non sono all’asta, non ho prezzo. Io sono libero, sono libera! Innamoratevi di questa libertà, che è quella che offre Gesù.

Poi ci sono due cose – e vorrei finire con questo – tra le idee che voi avete detto e alle quali i Padri sinodali risponderanno dialogando con le vostre domande. La prima è sull’uso del web. È vero: l’interconnessione con il digitale è immediata, è efficace, è rapida. Ma se tu ti abitui a questo, finirai – e questo che dirò è reale – finirai come una famiglia dove, a tavola, a pranzo o a cena, ognuno sta con il telefonino e parla con altre persone, o fra loro stessi comunicano col telefonino, senza un rapporto concreto, reale, senza concretezza. Ogni strada che voi farete, per essere affidabile, dev’essere concreta, come le esperienze, tante esperienze che voi avete detto qui. Nessuna delle testimonianze che voi avete dato oggi era “liquida”: tutte erano concrete. La concretezza. La concretezza è la garanzia per andare avanti. Se i media, se l’uso del web ti porta fuori dalla concretezza, ti rende “liquido”, taglialo. Taglialo. Perché se non c’è concretezza non ci sarà futuro per voi. Questo è sicuro, è una regola della strada e del cammino.

E poi, questa concretezza anche nell’accoglienza. Tanti dei vostri esempi, che avete fatto oggi, sono sull’accoglienza. Michel ha fatta questa domanda: “Come vincere la mentalità sempre più diffusa che vede nello straniero, nel diverso, nel migrante, un pericolo, il male, il nemico da cacciare?”. Questa è la mentalità dello sfruttamento della gente, di fare schiavi i più deboli. È chiudere non solo le porte, è chiudere le mani. E oggi sono un po’ di moda i populismi, che non hanno niente a che vedere con ciò che è popolare. Popolare è la cultura del popolo, la cultura di ognuno dei vostri popoli che si esprime nell’arte, si esprime nella cultura, si esprime nella scienza del popolo, si esprime nella festa! Ogni popolo fa festa a suo modo. Questo è popolare. Ma il populismo è il contrario: è la chiusura di questo su un modello. Siamo chiusi, siamo noi soli. E quando siamo chiusi non si può andare avanti. State attenti. È la mentalità che ha detto Michel: “Come vincere la mentalità sempre più diffusa che vede nello straniero, nel diverso, nel migrante un pericolo, il male, il pericolo da cacciare?”. Si vince con l’abbraccio, con l’accoglienza, con il dialogo, con l’amore, che è la parola che apre tutte le porte.

E alla fine – ho parlato di concretezza – ognuno di voi vuole fare la strada nella vita, concreta, una strada che porti dei frutti. Grazie a te [Giovanni Caccamo] per la foto con tuo nonno: è stata forse, quella fotografia, il più bel messaggio di questa serata. Parlate con i vecchi, parlate con i nonni: loro sono le radici, le radici della vostra concretezza, le radici del vostro crescere, fiorire e portare frutto. Ricordate: se l’albero è solo, non darà frutto. Tutto quello che l’albero ha di fiorito, viene da quello che è sotterrato. Questa espressione è di un poeta, non è mia. Ma è la verità. Attaccatevi alle radici, ma non rimanete lì. Prendete le radici e portatele avanti per dare frutto, e anche voi diventerete radici per gli altri. Non dimenticatevi della fotografia, quella con il nonno. Parlate con i nonni, parlate con i vecchi e questo vi farà felici.

Grazie tante! Questi sono orientamenti. Le risposte, a loro! [indica i Padri sinodali] Grazie, grazie!

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