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sabato 23 maggio 2026

Rapporto Istat 2026: meno figli, giovani via e oltre 2 milioni di famiglie in povertà assoluta


Rapporto Istat 2026: meno figli, giovani via e oltre 2 milioni di famiglie in povertà assoluta

(Foto di Quirinale.it)

Nel nostro Paese le disuguaglianze economiche rimangono marcate, più di un quinto della popolazione dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà o con grande difficoltà e circa un quarto ha difficoltà ad affrontare spese impreviste con le proprie risorse. Poco meno della metà della popolazione non à stata in grado di risparmiare nell’ultimo anno. Quasi 11 milioni di individui (pari al 18,6% della popolazione) si trovano in una condizione di rischio di povertà, che resta drammaticamente stabile ai massimi storici, mentre oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di oltre 5,7 milioni di persone, sono in povertà assoluta. E la povertà assoluta continua a interessare soprattutto le famiglie numerose, quelle con i minori, gli stranieri e i residenti nel Mezzogiorno.

E’ quanto certifica uno dei Capitoli (il 2° Capitolo relativo a “Popolazione e società”) del Rapporto annuale 2026 dell’ISTAT, giunto alla sua trentaquattresima edizione, che offre un quadro informativo integrato sulle sfide che l’Italia è chiamata ad affrontare in ambito economico, demografico e sociale. Un Capitolo che delinea un Paese attraversato da profondi cambiamenti demografici, da persistenti disuguaglianze territoriali e sociali e da un mercato del lavoro che fatica a valorizzare appieno il capitale umano, soprattutto quello giovane e femminile. Una situazione che pone sfide rilevanti per la sostenibilità economica e sociale e che richiede politiche integrate in grado di sostenere la natalità, l’occupazione e l’accesso equo ai servizi. L’Istat specifica che si diffondono forme specifiche di disagio, come la povertà energetica, che riflette l’aumento dei costi e la fragilità dei redditi e conferma che un fattore di protezione decisivo sono senz’altro i livelli di istruzione più elevati che si associano a condizioni di vita migliori e a un minore rischio di disagio economico. Il Rapporto, nel considerare la continua diminuzione del numero medio di figli e la costante posticipazione della genitorialità (che determina uno squilibrio demografico, per fortuna attenuato da una dinamica migratoria positiva, con ingressi dall’estero superiori alle uscite, che contribuisce alla tenuta demografica e al ricambio generazionale), si sofferma sulle intenzioni di fecondità, che rappresentano un indicatore cruciale per comprendere i progetti familiari degli individui.

“Più della metà delle persone ritiene, si legge nel Rapporto Istat 2026, che la propria situazione finanziaria peggiorerebbe con l’arrivo di un figlio nei tre anni successivi (52,6 per cento). Le donne manifestano timori riguardo alle proprie opportunità lavorative più spesso degli uomini (49,9 contro 24,0 per cento). In modo speculare, questi ultimi prevedono un peggioramento delle opportunità lavorative della partner in misura doppia rispetto alle donne (34,7 contro 15,0 per cento). Le preoccupazioni legate al lavoro, all’autonomia personale e alla realizzazione di altri obiettivi di vita possono arrivare a scoraggiare i progetti riproduttivi. A conferma di questi timori, infatti, chi non intende avere figli mostra aspettative di peggioramento associate all’avere un figlio più elevate rispetto a chi invece desidera averne, soprattutto per quanto riguarda aspetti come le opportunità di lavoro (42,6 per cento contro il 33,6 per cento tra chi intende averne), la vicinanza con il partner (14,2 per cento contro 4,0 per cento) e la possibilità di realizzare altri obiettivi nella vita (32,8 per cento contro 24,3 per cento)”.

E’ in atto una trasformazione dei valori e delle priorità individuali, associata alla presenza di barriere strutturali: precarietà lavorativa, difficoltà abitative, carenza di servizi per l’infanzia, squilibri nei carichi di cura, incertezza economica e instabilità delle relazioni. Anche l’impegno di cura verso i propri genitori, in un Paese fatto sempre più di anziani, frena le prospettive genitoriali, ben più di quello verso i propri figli. Più di una persona su dieci, tra coloro che non intendono avere figli, è così impegnata nel curare i genitori anziani, da rinunciare a un progetto di genitorialità (11,5 per cento: 12,9 tra gli uomini e 10,4 tra le donne). L’impatto della cura dei genitori anziani si manifesta in modo consistente dai 35 anni (12,0 per cento tra i 35 e i 44 anni) e la prospettiva di prendersi cura contemporaneamente della generazione precedente e di quella successiva fa sì che 763 mila persone rinuncino a progetti di fecondità. Comprendere perché molte intenzioni non si traducano in scelte concrete è, dunque, un passaggio chiave per promuovere condizioni più favorevoli alla realizzazione dei desideri riproduttivi e, più in generale, per sostenere la vitalità demografica del Paese. Anche il 3° Capitolo del Rapporto, relativo a “Capitale umano e sociale” conferma che le disuguaglianze sociali limitano il pieno sviluppo del capitale umano, ampliano i divari economici e alimentano forme di esclusione che indeboliscono la coesione e la vitalità del tessuto sociale.

Qui il Rapporto ISTAT 2026
 (fonte: Pressenza, articolo di Giovanni Caprio 22.05.26)



giovedì 26 febbraio 2026

Giuseppe Savagnone: Il caso Rogoredo e il decreto sicurezza

Giuseppe Savagnone

Il caso Rogoredo e il decreto sicurezza

Foto di Max Fleischmann su Unsplash

Un evidente caso di legittima difesa

Sulle prime pagine dei quotidiani è esplosa come una bomba la notizia della svolta nelle indagini di Rogoredo, con le polemiche a cui ha dato immediatamente luogo. La riportava, in prima pagina, il «Corriere della Sera» del 24 febbraio: «Arrestato agente killer. Scudo penale, è scontro». Ne dava una precisa interpretazione «Il Fatto quotidiano»: «Rogoredo: boomerang per il governo e per il Sì». Su una lunghezza d’onda del tutto diversa, il titolo di «Libero»: «La sinistra manganella la polizia» e, nell’occhiello, si leggeva: «Processo alle forze dell’ordine».

Può essere utile, per capire cosa davvero è successo, cominciare dal 26 gennaio scorso, quando – stando ai resoconti di tutti i giornali – in un parco di Rogoredo, un quartiere della periferia di Milano, un gruppo di poliziotti che pattugliava l’area si era imbattuto in un ragazzo marocchino, Abderrahim Mansouri, di 28 anni, ben conosciuto come pusher, il quale, al loro arrivo, aveva brandito una pistola, costringendo uno di essi, l’assistente capo di polizia Carmelo Centurrino, a estrarre a sua volta la propria arma e a sparargli, uccidendolo.

Caso evidente di legittima difesa. Una sola ombra: quella di Mansouri era una pistola giocattolo, evidentemente inoffensiva. Ma tutti convenivano che il poliziotto non poteva saperlo, tanto più che era sera e c’era buio. Anche se restava irrisolto l’interrogativo sulle motivazioni che avevano spinto il giovane pusher a una simulazione che gli era costata la vita.

Malgrado questo quadro, a termine di legge il poliziotto veniva iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario e si avviavano le indagini di rito. Suscitando però il finimondo negli ambienti della destra al governo. In particolare il vice-premier Matteo Salvini, da sempre sostenitore della necessità di lasciare le mani più libere alle forze dell’ordine per reprimente la criminalità, aveva commentato, a caldo: «Io sto col poliziotto, senza se e senza ma». Per poi esprimere il suo sdegno nei confronti della magistratura e preannunziare misure, da parte del governo, per prevenire in futuro quella che appariva ai suoi occhi un’assurdità : «Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Tutto sbagliato! Nel nuovo pacchetto sicurezza abbiamo previsto una norma che eviti che gli agenti vengano automaticamente indagati dopo essersi difesi. Io sto col poliziotto».

La polemica era continuata anche nei giorni seguenti, con ulteriori attacchi del vice-premier a «quel pubblico ministero» – il magistrato Giovanni Tarzia – che per dovere d’ufficio aveva avviato un’inchiesta «veramente ingenerosa, gratuita, eccessiva», aprendo un «fascicolo odioso», come se «quell’agente avesse sparato per uccidere». «Più legittima di fesa di così», aveva fatto notare. E, su questa lunghezza d’onda, la Lega aveva perfino promosso una raccolta firme di solidarietà per l’agente di polizia indagato, a cui è stata consegnata perfino una medaglia.

In questa rovente polemica nei confronti della magistratura, il quotidiano «Il Giornale», molto vicino al governo, aveva aggiunto, nel suo titolo di prima pagina, un riferimento ai disordini di Torino, traendone le conclusioni in vista del prossimo referendum: «Uno dei fermati di Torino è già fuori, mentre un poliziotto è indagato per omicidio per essersi difeso. È vergognoso. Votiamo Sì al referendum».

Pochi giorni dopo, il 5 febbraio, il governo varava il decreto sicurezza, con cui si prevedeva, «per i cittadini e anche per le Forze di polizia», l’esenzione dal l’iscrizione nel registro degli indagati «quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere)». Una versione allargata dello “scudo penale”, inizialmente pensato, in realtà solo per le forze dell’ordine ed esteso a tutte le categorie solo per un intervento del Quirinale, che aveva fatto presente che altrimenti si sarebbe violato il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Ma era evidente e dichiarato il riferimento al caso di Rogoredo, che ha continuato ad essere il simbolo delle ragioni sempre ribadite dalla destra per la stretta sull’ordine pubblico e per una maggiore libertà d’azione dei suoi tutori. Significativo che la premier, a inizio Olimpiadi, abbia voluto visitare proprio la stazione di polizia di Rogoredo, per ringraziare del prezioso lavoro che vi si svolgeva a favore della comunità.

Il colpo di scena

Poi, ventiquattro giorni dopo i fatti, il colpo di scena. Le indagini della Procura e della polizia hanno fatto emergere elementi che incriminano, senza possibile dubbio, Centurrino. Quello decisivo è che gli esami fatti dalla Scientifica sulla pistola giocattolo hanno rivelato tracce del DNA del poliziotto e non del suo preteso possessore. E il cadavere di quest’ultimo presenta un foro di proiettile non in fronte, come dovrebbe essere se avesse affrontato gli agenti, ma alla tempia, evidenziando che il ragazzo è stato ucciso mentre fuggiva.

Non solo: i colleghi di Centurrino hanno ammesso di non aver mai visto, in realtà, l’arma, né in mano al marocchino né per terra, dopo la sua uccisione, e di avere invece, su richiesta del poliziotto, ritirato dal commissariato una «valigetta nera» che probabilmente la conteneva.

Così, secondo la ricostruzione della procura di Milano – firmata da Giovanni Tarzia, il magistrato detestato da Salvini – Cinturrino aprì il fuoco contro Mansouri «coscientemente e volontariamente (…) in assenza di qualsivoglia causa di giustificazione» mentre il ragazzo «cercava una via di fuga», dopo aver «minacciato i poliziotti» con una pietra «da una distanza incompatibile con la concreta possibilità di colpirli». E la pistola giocattolo sarebbe stata posta accanto al morto dallo stesso assassino, per accreditare la sua messinscena. Alla quale si deve anche il ritardo della chiamata dei soccorsi che ha ridotto le possibilità di salvare la vita alla vittima.

Sono venuti fuori, inoltre, aspetti inquietanti della personalità di Cinturrino, che pare fosse conosciuto col nome di «Luca» dai pusher del quartiere, a cui chiedeva mazzette in denaro e in droga se volevano spacciare senza problemi. In questo contesto andrà cercata anche la spiegazione dell’assassinio di Mansouri.

Si capisce, a questo punto, l’editoriale di Annalisa Cuzzocrea sul «Corriere»: «Accade talvolta che la realtà si incarichi di smentire la propaganda (…). I fatti di Rogoredo si sono trasformati da assist per le riforme del governo Meloni in prova della loro pericolosità».

Così come si capisce il commento di Marco Iasevoli su «Avvenire»: «Sul caso-Rogoredo il Governo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il vicepremier Matteo Salvini, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e l’intero stato maggiore di FdI, Lega e Forza Italia sono costretti, in queste ore, alla capriola più vistosa dell’intera legislatura». Perché, dopo aver cavalcato davanti all’opinione pubblica questa vicenda invocando a gran voce l’introduzione dello “scudo penale” per i poliziotti e rivolgendo alla magistratura «l’accusa di aprire fascicoli contro chi la legge la difende, argomento che calzava bene con la campagna in vista del referendum del 22-23 marzo», si sono trovati totalmente spiazzati.

Meloni ha sfogato sul poliziotto corrotto e assassino quella che ha chiamato la sua «profonda rabbia», accusandolo di «tradimento nei confronti della nazione» e invocando, da quella stessa magistratura che aveva scusato di essere ideologizzata e inaffidabile, una condanna esemplare.

La stampa di destra se l’è cavata alla meno peggio concentrandosi sul pericolo di strumentalizzare l’accaduto per demonizzare la polizia, sottolineando che, come ha scritto su «Libero» il direttore Mario Sechi, che «a qualsiasi latitudine la sicurezza dei cittadini viene prima di tutto»

Sul fronte opposto, la segretaria del PD Elly Schlein ha esortato il governo a rivedere quella parte del nuovo decreto sicurezza che elimina l’obbligo di iscrizione automatica al registro degli indagati per chi compie atti di violenza in casi particolari, come «legittima difesa» e «adempimento di un dovere», introducendo così una norma di «impunità preventiva» per le forze dell’ordine. Che non è, secondo lei, la vera priorità a sostegno delle forze dell’ordine, bisognose piuttosto di maggiori risorse e di un incremento del personale.

Qualche considerazione

Al di là delle schermaglie tra i partiti, mi sembra significativa la riflessione di Mattia Feltri su «La Stampa» a proposito di questa norma, la si chiami o no “scudo penale”: «Ritengo profondamente sbagliata la logica che ispira la legge: se c’è bisogno di un po’ di scrupoli e di trasparenza in più, non in meno, è proprio quando a sparare sono poliziotti e carabinieri, perché a loro è stato concesso per legge, e dunque per volontà popolare, l’uso esclusivo di una forza per cui si può arrivare a uccidere».

Intanto, proprio la sera del 24 febbraio, con la firma del presidente della Repubblica, è entrato in vigore il decreto sicurezza. In una intervista fatta sul «Corriere della Sera» del 25 febbraio al capo della polizia, il prefetto Pisani, l’intervistatore gli ha chiesto: se fosse stato già allora vigente «il cosiddetto “scudo penale” per chi commette ipotetici reati con “evidente causa di giustificazione”», esso «avrebbe impedito l’accertamento dei fatti di Rogoredo?» la risposta del prefetto è stata decisa: «Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente».

Una risposta che però, non sembra corrispondere a ciò che l’opinione pubblica percepì in quei giorni. Tutti avevano considerato evidente la dinamica dei fatti e avrebbero sottoscritto le parole di Salvini: «Più legittima difesa di così»… Non si spiegherebbe altrimenti l’esasperazione del leader leghista e di tutta maggioranza nei confronti dell’iscrizione di Centurrino nel registro degli indagati. È difficile, perciò, immaginare che, in presenza di una norma legislativa che la escludeva nei casi di evidente legittima difesa, le indagini sull’operato del poliziotto avrebbero potuto essere condotte.

Come sarà difficile, in futuro, accertare la verità ora che le nuove regole creano una presunzione di legittimità per comportamenti violenti messi in atto «per legittima difesa» o «adempimento di un dovere» da parte delle forze dell’ordine (perché è ad esse che, evidentemente, questa clausola si attaglia più che a qualunque altra categoria di cittadini) .

E ai magistrati che ci proveranno sarà facile contestare un accanimento ideologico al di là dei limiti previsti dalla legge, specialmente se a giudicarli sarà – come prevede la riforma della giustizia – un’Alta Corte disciplinare presieduta non più dal presidente della Repubblica, ma da un membro “laico” eletto, in seno all’Alta Corte stessa, tra i giudici nominati dal Presidente della Repubblica o estratti a sorte dall’elenco compilato dal Parlamento in seduta comune. Non per nulla, nella sua protesta conto il pm che indagava sul caso Rogoredo, tutta la destra ha più volte invocato il Sì al referendum, che avrebbe bloccato in futuro magistrati come lui. Ora dipende dagli italiani decidere se vogliono che sia così.
(fonte:: Tuttavia 25/02/2026)

giovedì 29 gennaio 2026

Un appello umanista in tempi di crisi


Un appello umanista in tempi di crisi
 
Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco


Con una potente dichiarazione che esorta alla difesa dei diritti umani, alla democratizzazione reale e alla nonviolenza attiva come metodo di azione e stile di vita, si è conclusa domenica (25) la Quarta Assemblea del Forum Umanista Mondiale.

Durante la seconda giornata della Quarta Assemblea del Forum Umanista Mondiale, gli attivisti hanno lavorato al consolidamento delle proposte e alla pianificazione di azioni concrete in diciassette aree tematiche, con l’impegno di amplificare e articolare le voci delle maggioranze che chiedono e desiderano una trasformazione globale radicale.

La diagnosi elaborata durante la prima giornata è stata chiara e incisiva. Esiste un divario crescente tra le aspirazioni dei popoli e le decisioni dei leader politici ed economici. L’incoerenza della leadership, i deficit democratici, la disuguaglianza, la crisi climatica, l’autoritarismo e la disinformazione stanno intensificando l’instabilità globale.

Come ha affermato con estrema chiarezza uno dei partecipanti: «Il sistema ci sta uccidendo». E non era una frase retorica. La fame e la miseria, la corsa sfrenata agli armamenti, il razzismo e la discriminazione, la violenza contro le donne e i bambini, l’espansione della criminalità e del crimine organizzato, la proliferazione dell’incitamento all’odio, le catastrofi ambientali, tra gli altri indicatori, mostrano la brutale inefficacia del sistema e dei suoi promotori nel fornire una vita migliore alle persone nella società attuale.

Ciononostante, l’analisi collettiva ha sottolineato che le iniziative della società civile e delle associazioni umaniste in tutto il mondo dimostrano alternative costruttive e offrono motivi di speranza. Sta emergendo un mondo nuovo e sono questi i segnali che devono essere resi visibili e rafforzati.

La posizione e l’atteggiamento del Forum Umanista Mondiale di fronte all’attuale crisi globale

I partecipanti al convegno hanno sottolineato l’importanza di affermare i diritti umani come base per approfondire le relazioni umane, come garanzia di sopravvivenza e orizzonte rivoluzionario per politiche pubbliche che assicurino in modo equo ed efficace la qualità della vita per tutte le persone.

Insieme a ciò, hanno valutato la necessità di modificare i modelli oggi prevalenti, residui dell’ascesa della borghesia dei secoli precedenti, a favore di un’organizzazione politica decentralizzata in cui la democrazia e il pluralismo siano reali e provengano dalla base sociale stessa, includendo sistemi di governance inclusivi, trasparenti e responsabili.

Hanno posto al centro delle deliberazioni l’urgenza di affrontare sfide globali urgenti, come il cambiamento climatico attraverso misure immediate e la responsabilità ambientale a lungo termine, e di lasciarsi alle spalle le disuguaglianze, la repressione, i conflitti e le catastrofi attraverso la solidarietà e la cooperazione globale.

Nulla deve ostacolare il raggiungimento della pace, con riferimento alla mentalità distruttiva evidenziata oggi dalla crescita degli arsenali bellici e dall’aggressività manifesta della potenza in declino. Tuttavia, per raggiungere una pace vera e duratura, sarà necessario che i popoli adottino la non violenza come stile di vita quotidiano.

Un’altra delle priorità sottolineate da questa Quarta Assemblea è lo sforzo di emancipare i gruppi emarginati, dando priorità alle donne, alle minoranze e alle comunità LGBTQ+. Allo stesso tempo, in un’ottica di processo più ampio, è stata sottolineata l’importanza di porre un forte accento sull’istruzione come strumento di emancipazione, giustizia e trasformazione.

L’umanesimo, presente con nomi e modalità diverse in culture diverse in epoche diverse, è per sua natura inclusivo e universale, e il suo significato deve superare ogni divisione identitaria, basandosi sulla dignità umana condivisa.

Inoltre, è stato sottolineato che l’umanesimo non un semplice ideale astratto, ma una pratica di vita che promuove l’istruzione, la solidarietà e l’azione comunitaria.

Azione strategica

Oggi è necessario rinnovare le forme organizzative e le modalità di azione collettiva. Un’azione globale coordinata richiede l’articolazione con molteplici organizzazioni e l’adattamento al vertiginoso progresso tecnologico. Tuttavia, la chiave sta nel promuovere l’approccio comunitario dalla base sociale e valorizzare i giovani come principali agenti di cambiamento. È fondamentale creare spazi accoglienti che generino fiducia, affetto, inclusione e speranza.

Per gli umanisti, le alleanze, il lavoro in rete e la collaborazione reciproca con altre organizzazioni sono aspetti molto importanti, ma ciò non significa diluire le proprie proposte. Al contrario, il momento richiede immagini traccianti, innovative ed esempi dimostrativi che aiutino a superare l’indecisione e lo sconforto. Costruire l’utopia partendo da un “noi” è oggi la strada da seguire.

La forza dei popoli e delle civiltà è sempre scaturita dai loro miti fondatori. Miti che si trovano nel profondo della coscienza umana. Pertanto, le migliori aspirazioni si realizzeranno se gli attivisti riusciranno a connettersi con questa fonte e, da lì, a raggiungere le comunità con un mito sociale rinnovato.

Dal dialogo all’azione

Tra le principali azioni proposte in questa Quarta Assemblea vi è in primo luogo la partecipazione e la generazione di azioni a livello sociale, sostenendo e lavorando con i settori discriminati e generando soluzioni in tutti i campi “dal basso”, dal particolare e dal locale al generale.

Allo stesso modo, la costruzione di reti di comunità e alleanze nonviolente, insieme allo sviluppo di alleanze per l’accesso all’istruzione e l’azione a favore della cura del pianeta e il sostegno a nuovi modelli di democrazia, sono tra le priorità concordate.

Rifiutare la militarizzazione, promuovere la decolonizzazione e contribuire attivamente alla Settimana della Nonviolenza e alla 4ª Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza sono altre delle prossime linee guida d’azione. Allo stesso modo, promuovere iniziative di solidarietà internazionale e aderire alla convocazione di un’Assemblea Mondiale dei Cittadini nel quadro di una riorganizzazione democratica delle Nazioni Unite, sono state altre delle azioni menzionate in questa Assemblea.

Infine, continuare a rafforzare il tessuto interno del Forum Umanista Mondiale attraverso l’ampliamento e la costituzione di nuovi tavoli tematici, insieme ad aumentare la visibilità del Forum attraverso i media e i social network, sono priorità affinché questo ambito ampliasse il suo carattere di riferimento nell’ambito sociale.

La Quarta Assemblea si è conclusa con un’emozionante dichiarazione che riportiamo integralmente di seguito.

Un appello umanista in tempi di crisi

Viviamo in un mondo in cui le speranze dei popoli sono sempre più ignorate da chi detiene il potere. Le disuguaglianze si aggravano, la democrazia si indebolisce, il pianeta è minacciato e la paura viene spesso utilizzata per dividerci. Tuttavia, ovunque le persone si organizzano, si prendono cura, resistono e creano nuove possibilità.

Il Forum Umanista Mondiale difende un umanesimo che include tutti e tutte. Al di là delle identità, dei confini e delle credenze, affermiamo la dignità di ogni essere umano. L’umanesimo non è una filosofia astratta: è ciò che viviamo, ciò che costruiamo insieme e il modo in cui ci trattiamo.

Crediamo nella nonviolenza attiva come stile di vita e forza di trasformazione. Difendiamo i diritti umani come fondamento della libertà, della giustizia e della sopravvivenza. Scommettiamo su una democrazia capace di ascoltare, un’istruzione che responsabilizza e la scienza e il pensiero critico come guide per le nostre decisioni.

Proteggere il pianeta non è facoltativo: è essenziale per la nostra sopravvivenza. L’azione per il clima, la cura della natura e la solidarietà con coloro che soffrono maggiormente le crisi sono imperativi morali. Rifiutiamo la militarizzazione e l’autoritarismo e scegliamo la cooperazione, l’empatia e il coraggio.

Il cambiamento inizia vicino a casa: nelle nostre comunità, negli spazi condivisi, nelle piccole azioni collettive che crescono fino a diventare movimenti. I giovani non sono il futuro: sono il presente. Insieme, dalla base, possiamo passare dalla necessità alla libertà, dall’isolamento a un “noi” condiviso.

Un altro mondo non solo è possibile: sta già emergendo.

Il Forum Umanista Mondiale invita tutte le persone che credono nel potere dell’umanità a costruirlo collettivamente.
(fonte: Pressenza IPA 26.01.26)

martedì 20 gennaio 2026

Disuguaglianza, la legge del più ricco


La concentrazione estrema della ricchezza 
frena la lotta alla povertà e mina la democrazia globale. 
Il rapporto di Oxfam al Forum di Davos

Disuguaglianza, la legge del più ricco


Nel 2025 la ricchezza dei miliardari ha raggiunto un livello senza precedenti nella storia recente. Secondo il nuovo rapporto di Oxfam, presentato oggi in apertura del World Economic Forum di Davos, i miliardari nel mondo sono ormai oltre 3.000 e detengono un patrimonio complessivo pari a 18.300 miliardi di dollari. Una crescita del 16% in termini reali rispetto all’anno precedente e a un ritmo tre volte superiore alla media degli ultimi cinque anni.

«Il rapporto fotografa ancora una volta i vincitori e i vinti dell’economia globale», spiega Misha Maslennikov, ricercatore e analista di politiche pubbliche per Oxfam-Italia. «Siamo di fronte a un ammontare esorbitante di ricchezza, cresciuto dell’81% rispetto al 2020, che equivale a circa otto volte il Pil di un Paese come l’Italia». Una cifra quasi equivalente alla ricchezza totale detenuta dalla metà più povera dell’umanità ossia 4,1 miliardi di persone, mentre la povertà estrema è di nuovo in aumento in Africa.

Una ricchezza che, sottolinea Oxfam, sarebbe sufficiente a eliminare la povertà estrema nel mondo ben 26 volte. Eppure, alla crescita vertiginosa dei patrimoni dei super-ricchi non corrisponde alcun progresso nella riduzione della povertà globale: «Il tasso di riduzione della povertà resta sostanzialmente invariato da sei anni», osserva Maslennikov. «Se la crescita economica non diventerà inclusiva e meglio redistribuita, rischiamo di mancare l’obiettivo di eliminare la povertà estrema entro il 2030 e di ritrovarci, nel 2050, con ancora un terzo della popolazione mondiale — quasi 3 miliardi di persone — in condizioni di povertà».

Secondo Oxfam, l’accumulo estremo di ricchezza non è un fenomeno neutro, ma alimenta un circolo vizioso che rafforza anche la concentrazione del potere politico. «Nel rapporto mettiamo in evidenza un legame strutturale tra concentrazione di ricchezza e concentrazione di potere», afferma Maslennikov. «Gli individui più ricchi utilizzano il proprio potere economico per orientare le politiche pubbliche a proprio vantaggio, anziché nell’interesse collettivo».

Questa dinamica, prosegue Oxfam, rappresenta un fallimento dei sistemi democratici: le disuguaglianze estreme erodono il patto civico, lacerano il tessuto sociale e alimentano sfiducia e frammentazione. In molti Paesi si rafforza una frattura territoriale tra “luoghi che contano” e “luoghi che non contano”, aree lasciate indietro dove lo sviluppo ristagna e cresce il consenso verso proposte politiche populiste o estremiste, che promettono cambiamenti radicali ma finiscono per consolidare lo status quo.

Oxfam segnala inoltre l’impatto delle disuguaglianze sui sistemi di informazione. «Il controllo dei media è uno dei canali principali attraverso cui il potere economico esercita un’influenza sproporzionata sul dibattito pubblico», spiega Maslennikov. «Sette dei più grandi gruppi mediatici mondiali sono oggi controllati da miliardari, contribuendo a screditare alternative più egualitarie e a legittimare moralmente le disuguaglianze».

Un altro nodo centrale è il debito dei Paesi più poveri. Per Oxfam si tratta di una vera e propria “tegola” che limita lo spazio fiscale necessario per investire in istruzione, sanità e welfare. «Troppi Paesi oggi spendono più per il servizio del debito che per la salute e l’educazione dei propri cittadini», denuncia Maslennikov, evidenziando come ciò accentui ulteriormente le disuguaglianze globali.

Di fronte a questo scenario, Oxfam chiede un cambio di paradigma: ristrutturazione e cancellazione del debito dei Paesi più poveri, un fisco più equo a livello globale e l’introduzione di uno standard internazionale di tassazione dell’estrema ricchezza.

All’Italia, Oxfam chiede di assumere un ruolo più attivo: aumentare le risorse destinate alla cooperazione internazionale fino allo 0,7% del reddito nazionale lordo, sostenere una tassazione globale dei super-ricchi e promuovere l’istituzione di un panel internazionale sulla disuguaglianza, sul modello dell’Ipcc per il clima, capace di valutare con rigore scientifico l’impatto delle politiche pubbliche sulle disparità.

«La via d’uscita dal baratro della disuguaglianza esiste», conclude Oxfam, «ma richiede volontà politica, cooperazione internazionale e la scelta di rimettere uguaglianza, diritti e democrazia al centro delle decisioni economiche globali». 
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Stefano Leszczynski 19/01/2026)


sabato 13 settembre 2025

Vignarca (Rete Pace e Disarmo): “Il baratro non è più una metafora: è una possibilità concreta”

Droni in Polonia
Vignarca (Rete Pace e Disarmo):
“Il baratro non è più una metafora: è una possibilità concreta”

Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo, esprime forte preoccupazione per i “venti di guerra” che spirano in Europa, soprattutto a seguito dell’attacco con droni russi in Polonia e il dispiegamento di 80 mila uomini deciso dalla Polonia sui confini orientali del Paese.

(Foto ANSA/SIR)

“Sì, è vero: stiamo andando verso un baratro. Non so se siamo già sull’orlo o se ci separa ancora una certa distanza, ma il problema è che ci stiamo avvicinando. Dal mio punto di vista, non è tanto importante sapere quanto siamo vicini al punto di non ritorno, quanto piuttosto acquisire consapevolezza della direzione che stiamo prendendo. E purtroppo, quella direzione è chiara”. Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo, esprime forte preoccupazione per i “venti di guerra” che spirano in Europa, soprattutto a seguito dell’attacco con droni russi in Polonia e il dispiegamento di 80 mila uomini deciso dalla Polonia sui confini orientali del Paese. “Noi, come mondo della pace, del disarmo e della nonviolenza, lo diciamo da tempo”, aggiunge Vignarca. “Non solo negli ultimi tre anni, in cui tutto è diventato più evidente dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ma da molto prima. Conosciamo purtroppo molto bene le dinamiche di militarizzazione e l’aumento costante delle spese militari.

Oggi tendiamo a dimenticarlo, ma tutto questo non fa che preparare il terreno per molte altre violazioni: bombardamenti su paesi sovrani, violazioni del diritto internazionale, uccisioni che non cambiano nulla”.

Il card. Pietro Parolin, parlando ai giornalisti, non ha nascosto la sua preoccupazione per “il rischio di una guerra di più largo raggio”.
Il cardinale Parolin rappresenta un’istituzione, la Chiesa cattolica, che da tempo – con lui, con Papa Francesco e anche con Papa Leone – ammonisce contro la militarizzazione, l’aumento delle spese militari, gli interessi dell’industria bellica e il pericolo nucleare. Quindi, quando Parolin parla di un baratro che si avvicina, non fa altro che ribadire ciò che è sempre stato detto.

Il presidente Sergio Mattarella parlando in Slovenia ha paragonato l’attuale livello di tensione a quella che precedette la Prima Guerra Mondiale.
La politica non può oggi fingere di scoprire l’esistenza di questo pericolo. Ci sono somiglianze tra quello che viviamo oggi e quello che abbiamo vissuto nel passato. Ma i pacifisti lo stanno denunciando da tempo. È ora di ascoltare chi da tempo lancia l’allarme.

Perché il baratro non è più una metafora: è una possibilità concreta.

Perché si fa fatica ad ascoltare questi moniti?

Mi viene un’analogia storica significativa. Più di cent’anni fa, Benedetto XV affermava: “Tutto è perduto con la guerra”. E lo stesso hanno detto Papa Francesco e Papa Leone: con la guerra si perde tutto. È necessario cambiare mentalità, cambiare prospettiva, cambiare approccio. La guerra e le armi non sono la soluzione. Al contrario, aggravano il problema, lo rendono più complesso.

Dove si sta sbagliando?
Da almeno tre o quattro anni ripetiamo che anche i conflitti più estremi — pur avendo responsabilità chiare, come nel caso di Putin — sono il sintomo di un mondo che ha perso la capacità di governarsi. L’ordine mondiale non esiste più, lo squilibrio è sempre più evidente. Lo abbiamo visto anche di recente, al Vertice di Pechino, dove molti Paesi hanno detto chiaramente: “Non vogliamo più essere trattati come quelli di serie B”. Finché non affrontiamo questo nodo, finché non recuperiamo lo spirito di Helsinki (dove proprio 50 anni fa vennero firmati gli accordi finali della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa capaci di mettere in crisi la prospettiva bloccata della “guerra fredda”) non potremo costruire un futuro diverso. E’ urgente tornare a sedersi attorno a un tavolo per decidere insieme come vogliamo gestire il mondo.

L’alternativa altrimenti qual è?
I conflitti continueranno a moltiplicarsi. Anche perché ci sono interessi che li alimentano: quelli dell’industria militare e dei fondi finanziari che la controllano. Questi attori hanno bisogno che la bolla della guerra continui, che la spesa militare cresca, che la militarizzazione si espanda. Perché così le aziende aumentano il loro valore in borsa, e con esse crescono i patrimoni e le ricchezze di chi le possiede.

Come salvarsi?
La prima condizione è riconoscere ciò che sta accadendo, comprendere le dinamiche profonde che alimentano i conflitti e smettere di affrontare le guerre e la militarizzazione con la logica semplicistica dell’invasore e dell’invaso, dell’aggressore e dell’aggredito, dei buoni e dei cattivi. Non funziona così. La realtà è molto più complessa, intrecciata, e coinvolge responsabilità diverse, distribuite in modi e gradi differenti. Non esiste chi ha sbagliato tutto e chi ha fatto tutto bene. Questo è l’errore: aderire a una visione binaria. Cedere alla banalizzazione. Ed è proprio su questa semplificazione che la guerra trova terreno fertile. Distruggere è facile. Costruire è difficile, richiede tempo, fatica, compromessi. È un percorso incerto che chiede pazienza, umiltà, capacità di ascolto. È per questo che Papa Francesco, e prima di lui Don Tonino Bello, hanno parlato di “artigiani della pace”. La pace non si produce in serie. È un lavoro lento, fatto di gesti concreti, di riconoscimento delle ferite altrui, anche quando quelle ferite sono conseguenza di azioni nostre.

Serve il coraggio di concedere, di comprendere, di dialogare.

Cosa serve invece per essere un buon leader politico oggi?
Serve testa e tranquillità. Serve testa per non lasciarsi trascinare dalla retorica bellica che giova solo ai signori della guerra e a chi trae vantaggio dai conflitti. E serve tranquillità perché, quando ci si avvicina al baratro, bisogna capire perché ci si sta andando. Bisogna chiedersi se, in qualche modo, abbiamo sbagliato anche noi. E solo con calma si può premere il freno, aprire la portiera e salvarsi. E’ chiaro che le scelte giuste non sono quelle che ci hanno portato fin qui: l’aumento insensato della spesa militare, la fiducia cieca nelle armi come soluzione magica ai conflitti, il silenziamento di chi, da tempo, aveva già visto il baratro avvicinarsi.

Ora che è sotto gli occhi di tutti, non possiamo più ignorarlo.
(fonte: Sir, articolo di M. Chiara Biagioni 12/09/2025)


venerdì 20 giugno 2025

Un mondo in fuga: il grido ignorato della Giornata Mondiale del Rifugiato

Un mondo in fuga:
il grido ignorato della Giornata Mondiale del Rifugiato

(Foto di Unsplash di Salah Darwish)

Nel 2024 si è toccato un nuovo record: più di 123 milioni di persone costrette ad abbandonare la propria casa. Conflitti vecchi e nuovi, dal Sudan a Gaza, alimentano una crisi umanitaria che i Paesi poveri sopportano quasi da soli.

Oggi si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato, ma come ogni anno non c’è nulla da festeggiare. Al contrario: mai come in questi mesi i numeri parlano una lingua drammatica e inascoltata. Secondo l’ultimo rapporto dell’UNHCR, sono oltre 123 milioni le persone costrette a fuggire dalle proprie case nel mondo, spinte da guerre, persecuzioni, crisi climatiche e instabilità economica. Di queste, almeno 42,7 milioni sono rifugiati nel senso più stretto del termine: persone che hanno attraversato un confine nazionale per cercare protezione altrove.

La cifra è in aumento costante: rispetto al 2023, si contano circa 7 milioni di nuovi sfollati forzati. Un incremento che non accenna a rallentare, anzi. Le guerre si moltiplicano, si intensificano, si cronicizzano. Secondo il Peace Research Institute di Oslo, nel 2024 si sono registrati 61 conflitti attivi nel mondo, un record assoluto. Undici di questi hanno superato la soglia delle mille vittime annue, il limite che ne sancisce formalmente lo status di “guerra”.

Dall’Ucraina a Gaza, la geografia del dolore

Tre sono le aree che più hanno contribuito all’impennata di rifugiati nel corso dell’ultimo anno: Ucraina, Striscia di Gaza e l’intera fascia che va dall’Iran al Libano, oggi al centro di una tensione crescente tra Israele, Hezbollah e altri attori regionali.

In Ucraina, dopo oltre tre anni di guerra, si contano più di 8 milioni di sfollati interni e almeno 5 milioni di rifugiati in Europa, ospitati soprattutto da Polonia, Germania e Repubblica Ceca. La guerra in corso, lungi dal concludersi, continua a generare nuovi esodi.

In Palestina, e in particolare nella Striscia di Gaza, i numeri sono ancora più drammatici. Le operazioni militari israeliane hanno provocato decine di migliaia di morti e un vero e proprio esodo interno, mentre le popolazioni rifugiate nei campi del Libano vivono in condizioni al limite della sopravvivenza. Il 94% delle vittime in questi teatri è rappresentato da civili.

E poi c’è l’Iran, dove il conflitto con Israele sta generando un clima di instabilità e nuove fughe, anche se per il momento i dati restano parziali e difficili da verificare.

Foto Unsplash di Julie Ricard

Il Sudan, tragedia silenziosa dell’Africa

Ma la crisi più grave si consuma nel silenzio quasi totale dei riflettori internazionali. In Sudan, una guerra civile devastante tra l’esercito regolare e le Rapid Support Forces, scoppiata nell’aprile 2023, ha già costretto 12,3 milioni di persone ad abbandonare le proprie case. Di queste, quasi 9 milioni sono sfollati interni, mentre oltre 3,5 milioni sono fuggiti nei Paesi vicini: Ciad, Egitto, Etiopia, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana. Si tratta del più grande esodo africano degli ultimi vent’anni.

Molti di questi rifugiati trovano accoglienza in Uganda, un Paese che da anni si distingue per la generosità del suo sistema di asilo, pur tra enormi difficoltà economiche. Oggi, più di 1,8 milioni di persone trovano riparo nel Paese, ma i fondi scarseggiano: le razioni alimentari sono state ridotte per almeno un milione di loro. Il Programma Alimentare Mondiale, colpito da tagli di bilancio e scarsa cooperazione internazionale, fatica a garantire anche i servizi essenziali.

Chi accoglie davvero

Uno degli aspetti più inquietanti di questa crisi globale è la distribuzione profondamente diseguale dell’accoglienza. Oltre il 73% dei rifugiati si trova in Paesi a basso o medio reddito, per lo più confinanti con le aree di conflitto. Le nazioni che ospitano il maggior numero di rifugiati sono la Turchia (circa 3,6 milioni), l’Iran (3,4 milioni), la Colombia (2,5 milioni), la Germania (2,1 milioni) e il Pakistan (1,7 milioni).

Nonostante le dichiarazioni di solidarietà, l’Occidente continua ad accogliere una percentuale minima del totale. I meccanismi di reinsediamento internazionale sono deboli e lenti: nel 2024, solo 188.800 rifugiati sono stati effettivamente reinsediati in un nuovo Paese terzo. Numeri irrisori se confrontati con l’ampiezza del fenomeno.

Un appello all’umanità

La Giornata Mondiale del Rifugiato dovrebbe essere, prima di tutto, un giorno di responsabilità. Il diritto d’asilo non è un favore né un’opzione politica: è un diritto umano fondamentale. Ma in un’epoca in cui la parola “rifugiato” viene spesso strumentalizzata, deformata, politicizzata, è necessario tornare al significato più semplice e universale: quello di una persona che fugge per salvare la propria vita.

Dietro ogni numero, ogni statistica, c’è un volto, una storia, un’infanzia spezzata. Un mondo che fugge non è un mondo sicuro per nessuno. Serve una risposta globale, condivisa e solidale. Non basta più celebrare una giornata: bisogna ascoltarla.

Foto da Unsplash di Salah Darwish
 (fonte: Pressenza, articolo di Ernesto Kieffer Heraldo 20.06.25)


martedì 10 giugno 2025

I divari di apprendimento degli studenti italiani


I divari di apprendimento degli studenti italiani

Anche l’anno scolastico 2024-2025 è ormai archiviato. Quello che però non riusciamo proprio ad archiviare è il persistente divario di apprendimento dei nostri studenti. Oltre due anni di scuola in meno: a tanto corrisponde in media il divario di apprendimento in matematica tra uno studente della secondaria di II grado del Sud e uno del Nord-Est. Da più di vent’anni rilevati e confermati dall’Invalsi, ma anche dall’indagine internazionale Ocse-Pisa, i divari di apprendimento degli studenti sono una criticità grave della scuola italiana, con pochi eguali in Europa, un fenomeno che penalizza l’equità del nostro sistema d’istruzione. Già presenti, ma ancora contenuti, nella scuola primaria, i divari di apprendimento crescono nella scuola media e si amplificano nella secondaria di II grado, dove la scuola non è più la stessa per tutti, ma si divide in indirizzi (licei, tecnici, professionali).

(Foto di ANCI)

Nella forma più nota e visibile al dibattito pubblico, i divari di apprendimento si manifestano come divari territoriali, fra le macro-aree del Paese e fra le regioni, in prevalenza secondo il gradiente Nord-Sud. Limitarsi alla pure importante dimensione “territoriale” dei divari, sarebbe tuttavia un errore di prospettiva. Per allargare lo sguardo e così cogliere la complessità del fenomeno, ipotizzando al tempo stesso possibili azioni di contrasto ai livelli più opportuni, è infatti necessario chiedersi: quali sono i principali fattori – individuali e familiari degli studenti, nei contesti territoriali, ma anche fra le scuole e dentro le scuole – che spiegano i divari di apprendimento in Italia? E quale possibilità hanno le scuole di fare una differenza per migliorare i risultati dei propri studenti e diminuire i divari?

A queste domande ha cercato di rispondere un’indagine sulle differenze di apprendimento nei territori e tra le scuole, promossa da Fondazione Agnelli e Fondazione Rocca, alla quale ha contribuito anche un gruppo di ricerca dell’Università La Sapienza di Roma, che si è concentrata – con analisi quantitative e qualitative – sui divari di apprendimento nella scuola secondaria di II grado, in particolare, nella classe seconda (cioè, dopo dieci anni di scuola), partendo dai dati Invalsi 2022-23, integrandoli con dati e informazioni da Ocse-Pisa 2022 sulle competenze dei quindicenni. I risultati confermano la molteplicità e l’entità dei divari di apprendimento nel Paese, sottolineando i diversi livelli a cui si manifestano e si intrecciano. Le analisi indicano che – insieme alle caratteristiche individuali e di retroterra familiare degli studenti e alle specificità socioeconomiche e culturali del contesto territoriale – i divari di apprendimento sono dovuti in misura importante anche a differenze “fra le scuole” e “dentro le scuole”. E a questi livelli devono trovare spiegazione e – per quanto possibile – rimedio. Una risposta sembra essere nell’organizzazione che ogni scuola si dà sulla base dei – sia pur ridotti – spazi di autonomia.

In particolare, la ricerca evidenza come i divari territoriali di apprendimento seguano in prevalenza il gradiente Nord-Sud: ad esempio, la distanza fra la macro-area con i risultati migliori (NORD EST: Veneto, Trentino AA, Friuli VV, Emilia-Romagna) e quella con i risultati peggiori (SUD E ISOLE: Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna) è di 24 punti in Matematica. Che cosa ci dice questa differenza? “È come, si legge nel Rapporto, se in matematica gli studenti del Sud e Isole avessero fatto oltre 2 anni di scuola in meno”. Ed è sempre nelle regioni del Meridione che troviamo la maggiore percentuale di studenti al di sotto del livello 3, che Invalsi definisce come soglia minima di competenze adeguate raggiunte in Italiano e Matematica in ogni grado scolastico: più del 60% degli studenti di Campania, Calabria e Sicilia non ha competenze adeguate in Italiano. In Matematica si aggiunge anche la Sardegna.

Anche il contesto socio-economico e culturale regionale appare però un elemento da considerare ai fini dei divari: la relazione fra contesto regionale e risultati Invalsi è forte e ancora orientata lungo il gradiente Nord-Sud (a indici regionali più bassi/alti corrispondono punteggi medi regionali più bassi/alti). Tuttavia, emergono anche casi di regioni “disallineate”, che pur con un indice simile ad altre hanno risultati Invalsi in Matematica decisamente più alti (Puglia vs Campania) o più bassi (Sardegna vs Abruzzo). E ciò può dipendere da differenze fra le scuole e all’interno delle scuole. “In Italia, si sottolinea nel Rapporto, la varianza (le differenze) nei punteggi Invalsi nella classe seconda della scuola secondaria di II grado è distribuita, ad esempio, in matematica: per il 52% è data da differenze nelle caratteristiche degli studenti, per il 19% da differenze tra classi, per il 23% tra scuole e per il 7% tra regioni (indice economico-culturale). Quindi, le differenze negli esiti di apprendimento non dipendono solo dalle caratteristiche degli studenti, ma dalle classi, dalle scuole e dal contesto socio-economico e culturale delle regioni nelle quali si trovano”.

Qui la ricerca sui divari scolastici 
(fonte: Pressenza, articolo di Giovanni Caprio 10.06.25)


lunedì 19 maggio 2025

Giuseppe Savagnone: Leone XIV e gli sviluppi estremi del capitalismo

Giuseppe Savagnone
Leone XIV e gli sviluppi estremi del capitalismo

Foto di Max Böhme su Unsplash

Un nome che richiama una storia

Troppo pochi, fino ad ora, sono gli elementi per fare una valutazione di ciò che sarà questo pontificato, e l’esperienza dell’assordante battage mediatico di ipotesi infondate, di false previsioni, di fake news che ha preceduto l’elezione del nuovo papa dovrebbe metterci in guardia dalla pretesa di indovinare che cosa farà e dirà Leone XIV.

Per limitarci a parlare di ciò che effettivamente ha fatto e detto, possiamo cominciare dal nome che si è scelto e dalla spiegazione che ne ha dato. Parlando ai cardinali, Prevost lo ha collegato al fatto che l’ultimo papa a portarlo – Leone XIII – si era trovato a fronteggiare una svolta epocale com’era la rivoluzione industriale, col conseguente avvento del capitalismo.

Oggi, ha osservato, la Chiesa è chiamata a «rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro».

Vale la pena di ricordare brevemente la pagina di storia a cui il papa si riferiva. Alla fine del Settecento e nel corso dell’Ottocento l’irrompere delle macchine aveva capovolto il rapporto tra i lavoratori e i loro strumenti, riducendo i primi a meri inservienti dei secondi.

Ne era conseguita la riduzione degli operai ad ingranaggi del sistema industriale e il loro sistematico sfruttamento da parte del capitalista, interessato ad avere il massimo profitto mantenendo bassi i salari. Da qui condizioni di vita miserevoli delle masse, a fronte dell’arricchimento sfrenato di una minoranza.

Inevitabile lo svilupparsi di una protesta che aveva trovato la propria più efficace espressione teorica e pratica nel socialismo di Karl Marx e Friedrich Engels. In tutto questo il ruolo della Chiesa – salvo qualche isolata eccezione – era stato piuttosto quello di pilastro portante del sistema borghese che non di voce profetica alternativa ad esso.

E in effetti il marxismo – col suo dichiarato ateismo e il suo attacco alla religione, col suo implicito o esplicito materialismo, con la sua proposta di una radicale abolizione della proprietà dei mezzi di produzione e la conseguente mortificazione degli spazi di autonomia e di creatività dei singoli – non favoriva certo l’adesione dei credenti.

Si deve a papa Leone XIII lo sforzo di valorizzare le esigenze di giustizia e di umanità che stavano dietro queste teorie estreme e di riscoprire nella tradizione cristiana gli elementi per proporre una visione alternativa al marxismo e al tempo stesso fortemente critica nei confronti del capitalismo liberale.

Nacque così, nel 1891, la prima enciclica sociale della Chiesa, la «Rerum Novarum», che, contro il collettivismo socialista, rivendicava il valore della proprietà come garanzia dell’autonomia della persona rispetto alla collettività, ma – sulla scia di quanto insegnavano già i padri della Chiesa – ne vedeva il significato non nell’interesse privato, ma nella sua funzione sociale.

Centrale in questa prospettiva è l’idea che la terra e i beni di questo mondo sono dati da Dio a tutti e che chi ne ha il possesso non solo deve utilizzarli al servizio del bene comune, ma è rigorosamente tenuto a condividerli con chi si trova in una estrema necessità.

Sulle orme di Leone XIII

E su questa linea si sono pronunziati unanimemente, dopo Leone XIII, tutti i papi, senza tacere le conseguenze potenzialmente rivoluzionarie di questa concezione, che molti esponenti del giornalismo e della politica di destra oggi denunzierebbero indignati come un cedimento inaccettabile al “comunismo”.

Emblematici due passaggi di un’enciclica del Paolo VI, la Populorum progressio, del 1967, dove, citando un autorevole padre della Chiesa, il papa scriveva: «“Non è del tuo avere, afferma sant’Ambrogio, che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché è quel che è dato in comune per l’uso di tutti, ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi”. È come dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario» (n.23)

Applicando questi princìpi al nuovo orizzonte planetario, nel testo si dice anche: «Una cosa va ribadita di nuovo: il superfluo dei paesi ricchi deve servire ai paesi poveri. La regola che valeva un tempo in favore dei più vicini deve essere applicata oggi alla totalità dei bisognosi del mondo» (n.49).

In un’enciclica pubblicata in occasione del centenario dalla Rerum Novarum, il 1 maggio 1991, e intitolata perciò Centesimus annus, Giovanni Paolo II, ne rivendicava la piena attualità: «Si può ancora oggi, come al tempo della Rerum Novarum parlare di uno sfruttamento inumano. Nonostante i grandi mutamenti avvenuti nelle società più avanzate, le carenze umane del capitalismo, col conseguente dominio delle cose sugli uomini, sono tutt’altro che scomparse» (n.33).

E precisava: «È inaccettabile l’affermazione che la sconfitta del cosiddetto “socialismo reale” lasci il capitalismo come unico modello di organizzazione economica» (n.35).

Trump e la fase estrema del capitalismo

Questa l’eredità che il nome scelto da papa Leone XIV inevitabilmente evoca. Per non cadere nel gioco perverso delle previsioni, diciamo subito che non possiamo sapere se e in che modo egli la valorizzerà.

Quel che è certo, è che mai come in questo momento storico appare appropriato e urgente il richiamo a questa visione alternativa. Perché davvero, come ha colto bene il nuovo pontefice, oggi gli ultimi sviluppi del capitalismo «comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro». E nessuno meglio di lui, che ha trascorso venti anni in uno dei paesi più poveri del Sudamerica, è in grado di cogliere la dimensione planetaria di queste sfide.

L’emblema degli sviluppi estremi di cui parliamo è la linea del nuovo presidente degli Stati Uniti. Una delle prime decisioni del nuovo inquilino della Casa Bianca, dopo il suo insediamento, è stata quella di sospendere tutti i programmi di assistenza all’estero.

E in effetti, poco dopo, il governo americano ha tagliato il 92% dei fondi destinati all’UsAid (Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale) – 58 miliardi di dollari – in massima parte destinati programmi alimentari salvavita, una misura che il Programma alimentale mondiale (PAM) ha definito «una condanna a morte» per milioni di persone affamate. Non meno gravi gli effetti sul piano sanitario, visto che quel denaro serviva a curare molte persone malate.

È una svolta. Da un capitalismo “misericordioso”, che si sforzava di compensare le forme esplicite o implicite di sfruttamento dei più deboli con forme di assistenza, si sta passando ora, con il nuovo inquilino della Casa Bianca, a quello che, in nome dello slogan «America first», “Prima l’America”, considera gli interessi – innanzi tutto economici – degli Stati Uniti il principale criterio delle scelte anche politiche.

In questa logica è stato possibile che il presidente dello Stato a cui si sono rivolte, come a un punto di riferimento, tutte le democrazie occidentali, abbia potuto annunciare tranquillamente il suo piano di deportare dalla loro terra due milioni e mezzo di palestinesi, per costruire sulle macerie un resort turistico: «Penso che lo trasformeremo in un posto internazionale, bellissimo». «Sarà la rivière del Medio Oriente».

Nella stessa logica, mentre a Gaza quotidianamente decine di donne e bambini vengono uccisi dall’esercito israeliano col pretesto di colpire i terroristi di Hamas, ma col motivo reale – e ormai dichiarato ufficialmente da Netanyahu – di costringerli ad andarsene («liberamente», si precisa), Trump ha fatto in questi giorni un viaggio in Medio Oriente, insieme alla sua corte di magnati miliardari, con l’esplicito intento di concludere affari vantaggiosi, per cifre astronomiche, con sultani ed emiri arabi.

Facendo coincidere, secondo tutti gli osservatori, due dimensioni che strutturalmente erano e avrebbero dovuto rimanere distinte, quella della politica e quella dell’economia, dove la prima appare ormai totalmente asservita alla seconda.

Il capitalismo era già prima di Trump agli antipodi della concezione sociale proposta nella Rerum Novarum, ma ora precipita in un parossismo che ne estremizza la disumanità, rinunziando anche al pudore che prima velava le sue logiche. Si dirà che in questo modo è più sincero.

Ma chi si vergogna di quello che fa rivela di avere una coscienza per cui continua ad accettare che ci siano criteri etici, anche se li viola. Quello che colpisce nel tycoon americano è l’apparente scomparsa, appunto, della coscienza.

Sulle orme di Trump

Peraltro la sua linea, che fino a pochi anni fa sarebbe stata considerata insopportabilmente cinica, viene oggi salutata come “realistica” da molti. Emblematico il caso del nostro governo, che non perde occasione per confermare la sua stima e la sua fiducia nei confronti di Trump, e la cui premier si è detta recentemente «orgogliosa» di aver un «rapporto privilegiato» con lui.

Del resto, pur se in modalità diverse, la logica del capitalismo progredisce sempre più anche nel nostro paese. Un esempio significativo – centrale nell’insegnamento sociale della Chiesa – è quello della retribuzione del lavoro.

Nella Rerum Novarum si insiste sulla necessità che al lavoratore venga garantito un salario adeguato. «Se costui, costretto dalla necessità o per timore di peggio, accetta patti più duri i quali, perché imposti dal proprietario o dall’imprenditore, volenti o nolenti debbono essere accettati, è chiaro che subisce una violenza, contro la quale la giustizia protesta» (n.34). E si sottolinea che «è stretto dovere dello Stato prendersi la dovuta cura del benessere degli operai (…) osservando con inviolabile imparzialità la giustizia cosiddetta distributiva» (n. 27).

Nel suo discorso del 1 maggio, il presidente della Repubblica, Mattarella (espressione del mondo cattolico precedente la Seconda Repubblica), citando rapporti ufficiali dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo e dell’Istat, ha denunciato con forza e chiarezza: «I salari reali troppo bassi sono una grande questione, le famiglie sono in difficoltà: a marzo 2025 sono dell’8% inferiori rispetto a quelli di gennaio 2021».

L’Italia non è un paese povero. Secondo le statistiche più aggiornate, i miliardari italiani sono 74, cifra che colloca il nostro Paese al settimo posto al mondo. Ma ci sono anche 457 mila milionari, e la ricchezza finanziaria italiana è in crescita costante.

Il nostro sistema produttivo funziona discretamente. Sono i salari a diminuire. Non quelli nominali, che anzi crescono, ma quelli reali, calcolati in rapporto all’inflazione. E, se si guarda a un lasso di tempo più lungo di quello di cui parlava Mattarella, le statistiche dicono che il nostro paese registra il peggiore risultato rispetto all’intero gruppo del G20: dal 2008 a oggi, i salari reali sono diminuiti dell’8,7%, un dato che pone l’Italia in fondo alla classifica globale.

È evidente che si verifica uno scarto tra il mantenimento o l’aumento dei profitti dei datori di lavoro e i loro dipendenti. Col conseguente impoverimento di questi ultimi.

«Di questo», secondo Leone XIII, «è stretto dovere dello Stato prendersi la dovuta cura». Quanto siamo lontani da questa preoccupazione lo dice il fatto che, il fenomeno non viene neppure riconosciuto. Ventiquattrore dopo la denunzia del presidente della Repubblica, la nostra premier in un video – il mezzo di comunicazione da lei preferito – ha detto l’esatto contrario: «I salari reali crescono in controtendenza rispetto al passato».

Anche in Italia, dunque, il processo per cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri sembra non trovare freni da parte delle autorità politiche.

Il capitalismo si avvia a forme estreme, che forse rendono necessario un nuovo deciso intervento della Chiesa, come ai tempi di Leone XIII. Non sappiamo se il nuovo papa lo farà. Ma il nome che si è scelto e la sua esperienza passata, a cavallo tra in Nord ricco e il Sud povero dell’America, ci permette di sperarlo.
(fonte: Tuttavia 15/05/2025)



lunedì 3 febbraio 2025

Ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri

Ricchi sempre più ricchi,
poveri sempre più poveri


Nel 2024, l’1% più ricco della popolazione possedeva il 45% della ricchezza mondiale, mentre continua ad aumentare il numero dei poveri e di quelli che si impoveriscono. Ingiustizie e squilibri – anche italiani – nel nuovo rapporto di Oxfam

Ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri. L’ultimo rapporto di Oxfam, presentato come sempre in occasione del World Economic Forum di Davos, conferma un trend inquietante che non fa che accentuarsi di anno in anno, ovvero di un allargamento della forbice tra un’esigua minoranza di ricchi ricchissimi e una grande maggioranza della popolazione mondiale che è povera o si sta impoverendo. Il titolo del rapporto sottolinea un’altra grave anomalia: “Disuguaglianze: povertà ingiusta e ricchezza immeritata”. Secondo Oxfam, infatti, nel 2024 il 44% della popolazione globale ha vissuto con meno di 6,85 dollari al giorno. Al contempo, l’1% più ricco possedeva quasi la stessa proporzione della ricchezza del pianeta (45%).

Lo scenario è particolarmente critico: nell’ultimo anno la ricchezza dei super ricchi è cresciuta di 2 mila miliardi di dollari, a una velocità praticamente raddoppiata rispetto al 2023. In base ai dati raccolti, tale ricchezza non deriva da particolari meriti dei miliardari: per un terzo, circa, si tratta di una questione ereditaria. Molti degli uomini più ricchi al mondo appartengono infatti a famiglie già molto ricche: un privilegio che ha garantito loro un posto ai vertici. D’altra parte, il numero delle persone che si trovano sotto la soglia di 6,85 dollari al giorno è oggi lo stesso del 1990: non si sono registrati miglioramenti.

Il divario tra ricchi e poveri non riguarda solo gruppi di individui, ma anche specifiche zone del pianeta. Il Nord globale, più ricco, continua a sfruttare materie prime, territori e manodopera a basso costo del Sud globale, secondo logiche neocoloniali che contribuiscono ad accrescere le disparità. Molti Paesi in via di sviluppo, inoltre, sono costretti a investire ingenti risorse per rimborsare il debito estero, impedendo di migliorare servizi essenziali come l’istruzione e la sanità.

Secondo il Direttore generale di Oxfam Italia, Roberto Barbieri, «la precarizzazione economica e la marginalizzazione culturale di ampie fasce della popolazione favoriscono proposte politiche che creano artificiose contrapposizioni tra emarginati e si prodigano nell’imprenditoria della paura. Proposte politiche che si vanno radicando negli Stati Uniti, con la rielezione di Donald Trump, e nel vecchio continente volte a soddisfare obiettivi di identità più che raggiungere effettivi risultati economico-sociali a vantaggio dei propri sostenitori più vulnerabili. […] Così, l’obiettivo di un’economia più inclusiva e una società più dinamica ed equa si allontana».

I dati raccolti da Oxfam sull’Italia mostrano a loro volta squilibri simili a quelli registrati nel resto del mondo: a metà del 2024, il 10% più ricco dei nuclei familiari (titolare di quasi 3/5 della ricchezza netta del Paese) possedeva oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera delle famiglie, che nel 2024 deteneva solo il 7,4% della ricchezza nazionale. Anche in Italia una larga maggioranza dei miliardari (63%) ha patrimoni per via ereditarietà (oggi hanno un patrimonio di 272,5 miliardi di euro). Questo processo di accrescimento delle disuguaglianze va avanti da almeno 14 anni, secondo Oxfam. L’aumento della povertà delle classi sociali più fragili e l’accentramento della ricchezza nelle mani di pochi rende sempre più difficile, per chi è in svantaggio, uscire da questa condizione. Lo testimonia anche un dato drammatico: 2,2 milioni di famiglie italiane, infatti, si trovano in una condizione di povertà assoluta. Benché dopo la pandemia di Covid-19 l’occupazione in Italia abbia visto un aumento piuttosto significativo, sono tuttora molto forti gli squilibri territoriali, di età e di genere. Giovani e le donne continuano a essere i più svantaggiati. Al contempo, i salari non hanno subito alcuna modifica, rendendo difficile affrontare l’inflazione (che ha di fatto ridotto il salario lordo reale del 10% circa).

Mikhail Malsennikov, Policy advisor su giustizia economica, ha dichiarato che «una chiara politica industriale, orientata alla creazione di buona occupazione, resta del tutto assente, accompagnata da un immobilismo sul rafforzamento della contrattazione collettiva e sulla revisione del sistema di fissazione dei salari, nonché dall’affossamento del salario minimo legale come tutela dei lavoratori più fragili e meno protetti […]». A preoccupare è anche il disegno di legge sull’autonomia differenziata, che potrebbe acuire ulteriormente le differenze territoriali.

Sia in Italia che a livello internazionale, secondo Oxfam «l’acuirsi dei divari economici e sociali sono il risultato di scelte politiche, che vanno caratterizzandosi più per il riconoscimento e la premialità di contesti ed individui che sono già avvantaggiati, che per una lotta determinata contro meccanismi iniqui ed inefficienti che accentuano le divergenze nelle traiettorie di benessere dei cittadini».
(fonte: Mondo e Missione, articolo di Rebecca Molteni 25/01/2025)

venerdì 3 gennaio 2025

Giorgio Bernardelli: Debito dei Paesi poveri, questione di giustizia

Giorgio Bernardelli
Debito dei Paesi poveri, questione di giustizia


Venticinque anni dopo la campagna del Duemila, Papa Francesco rilancia l’appello del Giubileo a condonare i prestiti a chi non può restituirli. La denuncia dell’Onu: «Il Sud del mondo ha pagato il conto più salato delle crisi» «Un invito accorato desidero rivolgerlo alle nazioni più benestanti, perché riconoscano la gravità di tante decisioni prese e stabiliscano di condonare i debiti di Paesi che mai potrebbero ripagarli. Prima che di magnanimità, è una questione di giustizia». Nell’appello alla speranza che Papa Francesco lancia al mondo con l’Anno Santo del 2025 appena iniziato, queste parole della bolla di indizione Spes non confundit tornano a porre con forza il tema del debito pubblico dei Paesi più poveri. E lo riprende anche il messaggio di quest’anno del pontefice per la Giornata mondiale della pace, intitolato “Rimetti a noi i nostri debiti: concedici la tua pace”. Si tratta di un tema non nuovo per un Giubileo: già nel Duemila, Giovanni Paolo II aveva chiesto di fare propria quest’idea dalla radice biblica nel momento del passaggio da un millennio all’altro. Così 25 anni fa la remissione del debito diventò un tema importante anche per la società civile. Nel nostro Paese prese il volto di una campagna (sostenuta dalla Conferenza episcopale italiana) che portò alla cancellazione del debito bilaterale che due Paesi africani, la Zambia e la Guinea Conakry, avevano contratto con l’Italia e non erano più in grado di ripagare. Altri gesti – anche finanziariamente molto significativi – avvennero contemporaneamente in diversi Paesi. Perché ora Francesco sente il bisogno di rilanciare questo tema? Perché – soprattutto negli ultimi anni, per effetto della crisi globale innescata dalla pandemia e aggravata dalle ripercussioni del conflitto in Ucraina – in tanti Paesi dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia la questione del debito pubblico è riesplosa in maniera molto dura. «Ci troviamo di fronte a una crisi che genera miseria e angoscia, privando milioni di persone della possibilità di un futuro dignitoso – dice Papa Francesco, dando loro voce -. Nessun governo può esigere moralmente che il suo popolo soffra di privazioni incompatibili con la dignità umana». Qualcuno potrebbe domandarsi: ma se sono Pae­si poveri perché si indebitano? Ogni economia per finanziare i propri investimenti si fonda sul credito. Non a caso il Paese con la quota più alta di debito pubblico sono gli Stati Uniti, cioè la prima economia al mondo, seguiti (ma a molta distanza) dalla Cina. Tanto per dare le proporzioni: secondo alcuni dati rielaborati dall’Unctad – l’agenzia dell’Onu per il commercio e lo sviluppo – a fine 2023 il debito pubblico ha raggiunto a livello globale la cifra (record) di circa 97 mila miliardi di dollari. Di questi, però, oltre 33 mila miliardi di dollari sono debito Usa. L’intero debito pubblico italiano supera i 3 mila miliardi di dollari. Quello di tutti i Paesi dell’Africa considerati nel loro insieme supera di poco i 2 mila miliardi di dollari. Ma se in termini assoluti è relativamente piccolo, allora, perché il debito nei Paesi più poveri crea tanti problemi? Perché le condizioni per contrarlo non sono uguali per tutti. Proprio come accade a chi chiede un prestito in banca, anche i Paesi non sono trattati allo stesso modo dagli altri Stati, dagli organismi multilaterali (come il Fondo monetario internazionale, Fmi) o dai privati, i tre grandi soggetti che erogano crediti. Più un’economia è fragile e più i tassi di interesse da ripagare si alzano. A uno Stato africano la stessa cifra chiesta in prestito costa oggi 10 o 12 volte di più rispetto a quanto pagano la Germania o gli Stati Uniti. E proprio su questo divario la situazione negli ultimi anni si sta facendo sempre più insostenibile: i Paesi africani, per gli interessi sul loro debito, pagano attualmente 163 miliardi di dollari l’anno, contro i 61 che pagavano nel 2010. Si tratta di una zavorra sulle possibilità di sviluppo. Lo spiega bene proprio l’Unctad in un interessante rapporto intitolato “Un mondo di debito”, pubblicato alcuni mesi fa. Analizzando le vicende degli ultimi anni, emerge con chiarezza che il conto delle ripetute crisi che dalla pandemia in poi tutti abbiamo vissuto è stato pagato in maniera molto più salata dai Paesi poveri. «Quella del debito è una crisi nascosta – spiega Giovanni Valensisi, economista italiano dell’Unctad che è tra i curatori del rapporto -. Nel quadro complessivo le cifre che coinvolgono i Paesi in via di sviluppo sembrerebbero piccole. Ma se si guarda a che cosa provocano nelle loro società, l’impatto è enorme». Oltre 3,3 miliardi di persone in Africa, America Latina e in Asia, per esempio, oggi vivono in Paesi che sono costretti a spendere più soldi per ripagare gli interessi sui debiti da loro contratti che per finanziare la sanità o l’istruzione. Nella metà dei Paesi in via di sviluppo, oltre il 6,3% di tutte le entrate generate dalle esportazioni sono destinate a ripagare i creditori. Una “tassa” iniqua sui Paesi poveri: l’Unctad ricorda che quando nel 1953 fu stipulato l’Accordo di Londra sul debito di guerra della Germania si stabilì che gli interessi pagati dai tedeschi non dovessero eccedere il 5% delle entrate generate dalle esportazioni, per non minarne la ripresa. Oggi però, per decine di Paesi del Sud del mondo, questo principio elementare di un’economia attenta al futuro non viene fatto valere. Ma durante la pandemia non erano stati previsti aiuti sul debito per i Paesi poveri? «Nel 2020 – risponde Valensisi – i Pae­si del G20 avevano congelato per due anni alle nazioni in via di sviluppo il pagamento degli interessi sul loro debito. Quella pausa, però, è finita proprio quando con la guerra in Ucraina la situazione si era fatta addirittura peggiore, perché le politiche monetarie adottate dagli stessi Paesi economicamente più forti per contenere l’inflazione avevano fatto schizzare alle stelle tutti i tassi di interesse». A quel punto non sono arrivati nuovi interventi. E in un contesto in cui il 61% del debito dei Paesi in via di sviluppo, ormai, non è più prestato da Stati o creditori multilaterali, ma da privati (banche o investitori che acquistano particolari strumenti finanziari), c’è stato addirittura un effetto contrario: «Il problema è la volatilità di queste fonti di finanziamento – commenta l’economista dell’Unctad -. Appena nei Paesi più sviluppati i rendimenti dei titoli pubblici sono saliti, le scelte dei risparmiatori sono cambiate, abbandonando gli altri mercati. Così nel 2022 – proprio nel momento in cui avrebbero avuto più bisogno di risorse- i Paesi economicamente più fragili si sono ritrovati a dover versare in interessi a banche e investitori privati più soldi di quelli che ricevevano in nuovi prestiti». C’è l’osservazione di questi meccanismi perversi, dunque, dietro l’appello di Papa Francesco a riportare sotto i riflettori il tema del debito in occasione di questo Giubileo. Con la consapevolezza, però, che oggi condonarne quote importanti è un’operazione più complessa rispetto a 25 anni fa. Perché il più ampio coinvolgimento di investitori privati moltiplica gli interlocutori con i quali occorrerà negoziare questo atto di giustizia. È il motivo per cui il Pontefice ha esortato anche a compiere un passo in più: immaginare «una nuova architettura finanziaria internazionale, che sia audace e creativa». Per far sì che il peso delle crisi di domani non finisca di nuovo per scaricarsi sulle spalle dei poveri. Sul tavolo alcune idee esistono: «Un primo passo – spiega Valensisi – sarebbe affrontare il tema della rappresentatività: coinvolgere davvero e in maniera significativa i Paesi in via di sviluppo ai tavoli in cui vengono prese le decisioni. Ma si ragiona anche su meccanismi per affrontare il problema dei costi eccessivi del debito: un’ipotesi è potenziare le Banche multilaterali e regionali di sviluppo, sia in termini di capitalizzazione e di conseguente capacità di prestito, sia facendo in modo che siano loro ad ammortizzare parte dei rischi, emettendo una quota dei prestiti in valute locali. Soprattutto, però, occorre far crescere una sensibilità finanziaria nell’erogare crediti che privilegino nei Paesi poveri progetti che creano sviluppo a lungo termine». Esempi di un percorso possibile. Perché – come nell’idea biblica del Giubileo – si possa ripartire davvero tutti insieme.
(fonte: Mondo e Missione 02/01/2025)