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sabato 7 dicembre 2024

L’empatia, la tenerezza e la misericordia sono i rimedi per le ferite del mondo


Rileggendo l’enciclica “Dilexit nos”
A colloquio con Antonio Ducay, docente di Teologia sistematica

L’empatia, la tenerezza e la misericordia 
sono i rimedi per le ferite del mondo


Dilexit nos è «una terapia per i mali del mondo attuale, un mondo che sopravvive tra guerre, squilibri socio-economici, consumismo e uso antiumano della tecnologia». Il Papa spiega che «il cuore dell’uomo può essere retto solo quando è guarito dall’amore di Cristo» e «l’enciclica cerca di avvicinare tutti a questo Cuore, dove possiamo sperimentare l’amore che guarisce e rafforza». Lo afferma il professor Antonio Ducay, della Pontificia Università della Santa Croce, in questa intervista con «L’Osservatore Romano», in cui offre alcune chiavi di lettura per la nuova enciclica.

Dopo due encicliche di taglio sociale, Papa Francesco propone un’enciclica pastorale. Cosa pensa che Dilexit nos offra alla Chiesa e al mondo?

Dilexit nos è molto più di un’enciclica pastorale; è una terapia per un tempo ferito. Oggi, i media e le reti sociali ci mostrano drammi e disastri in ogni angolo del pianeta, avvicinandoci a problemi che, il più delle volte, non possiamo risolvere. Questa valanga di dolore lontano, che non possiamo toccare, genera distanza emozionale e una certa indifferenza. L’enciclica ci invita a non permettere che il nostro cuore s’inaridisca in questa «abitudine al dolore altrui». Papa Francesco, di fatto, illustra come il mondo perde il suo «cuore» proprio ignorando le sofferenze umane; parla delle anziane che hanno perso tutto nella guerra, anche i propri cari. È straziante vederle e ascoltare il loro lamento e, tuttavia, quel dolore resta spesso senza risposta. Personalmente credo che siamo diventati immuni, o preferiamo distogliere lo sguardo per evitare questa sofferenza inutile. A tale proposito, Francesco ci ricorda che l’amore di Cristo è «l’unico capace di dare un cuore a questa terra». Il suo messaggio è un appello a ripristinare il calore umano: il Cuore di Gesù c’insegna a essere una «Chiesa ospedale da campo» dove l’empatia, la tenerezza e la misericordia sono i rimedi per le ferite del mondo.

Il Pontefice spiega che la devozione al Cuore di Cristo non è il culto a un organo separato dalla Persona di Gesù, che cosa intende dire?

Papa Francesco ci ricorda che la devozione al Sacro Cuore non è un culto a un organo isolato, ma a Cristo nella sua totalità. Si allude a quelle immagini che rappresentano soltanto il cuore, circondato di spine o fiamme, le quali, sebbene simboleggino il suo amore, possono far perdere il senso pieno di questa devozione. Il cuore di Gesù, di fatto, è il centro intimo della sua persona, il simbolo della sua immensa carità. Perciò, le immagini che rappresentano l’intera figura di Cristo con il cuore in evidenza mostrano meglio che questo amore non è un simbolo astratto, ma l’espressione della sua missione salvifica. Il cuore di Cristo è stato in realtà il motore di tutta la sua vita e del suo ministero qui sulla terra: il luogo del suo amore per il Padre, di cui ha reso partecipe l’umanità, e che lo ha portato a donarsi per noi. Ed è anche il motore della sua intercessione per noi dal suo trono di gloria in cielo. L’immagine del Sacro Cuore ci rimanda allora all’incarnazione e alla vita di Gesù: il suo umile passaggio per Nazaret, la sua predicazione, le sue guarigioni e, soprattutto, la sua passione, morte e risurrezione. In questa immagine troviamo il suo amore fatto presenza viva e tangibile nella storia.

«Vedendo come si susseguono nuove guerre, con la complicità, la tolleranza o l’indifferenza di altri Paesi o con mere lotte di potere intorno a interessi di parte — scrive il Papa —, viene da pensare che la società mondiale stia perdendo il cuore». Che importanza ha per il mondo di oggi parlare di amore divino del cuore di Gesù Cristo?

Quando si perde il senso di Dio e del suo amore per gli uomini, si perde anche il fondamento ultimo della dignità umana. Senza questa base trascendente, i rapporti umani tendono a disintegrarsi e degenerano in meri rapporti di convenienza, semplici strumenti d’interessi di alcune persone o gruppi, dove non c’è quasi spazio per le considerazioni morali. Ciò porta a quello che Dostoevskij dice in I fratelli Karamazov: senza Dio, «tutto è permesso». Sebbene possa essere interpretato in molti modi, alla fine il suo messaggio evidenzia una verità fondamentale: senza un punto di riferimento ultimo, come l’amore divino, si apre la porta a una mentalità senza coscienza né compassione, che è capace di giustificare qualsiasi atto. Allora la persona diventa disumana, si snatura la capacità di amare. L’enciclica evoca un’altra opera di Dostoevskij, I demoni, dove un personaggio vive chiuso in sé stesso, incapace di «avere cuore» per relazionarsi sinceramente con gli altri. Francesco, seguendo Romano Guardini, ricorda che «solo il cuore sa accogliere e dare una patria». Ed è così: senza un cuore capace di uscire da sé stesso, non riusciamo a riconoscere in profondità il prossimo, a capire il suo mondo, e diventiamo persone distanti, indifferenti. Il Cuore di Cristo, invece, si presenta come l’esempio di un amore che accoglie, accompagna nelle luci e nelle ombre della vita e non indietreggia di fronte al sacrificio che tante volte l’amore comporta. La Chiesa vede in questo amore la manifestazione dell’amore di Dio, un amore che rafforza il cuore umano, lo rinnova e gli permette di amare veramente. Così il messaggio dell’enciclica acquista forza per il mondo di oggi: solo se torneremo a questo amore di Cristo, potremo consolidare rapporti di autentica fratellanza e solidarietà, capaci di resistere agli interessi egoistici e di ridare alla società un vero «cuore».

Riguardo all’intelligenza artificiale, il Papa assicura che i piccoli dettagli del cuore non potranno mai stare tra gli algoritmi. E «nell’era dell’intelligenza artificiale, non possiamo dimenticare che per salvare l’umano sono necessari la poesia e l’amore». Come possiamo viverlo concretamente?

L’intelligenza artificiale è uno strumento potente, capace di replicare certi modelli di ragionamento umano, ma non è una persona. L’enciclica sottolinea che proprio e naturale dell’essere umano non è tanto la capacità dell’intelligenza bensì l’atteggiamento attento e disponibile del cuore che è capace di creare un vero incontro con il prossimo. L’amore non è fatto normalmente di grandi prodezze, ma di piccoli dettagli, di gesti semplici che, benché modesti in apparenza, costituiscono la vera trama della vita. Per vivere tutto ciò in modo concreto è fondamentale essere attenti ai bisogni di quanti ci circondano. La vita è intessuta di momenti che sembrano ripetitivi e comuni, ma in realtà hanno un valore immenso quando li dedichiamo all’altro. Una carezza a un bambino, un gesto amorevole verso un anziano, un consiglio sincero a un amico o un compito svolto con cura suscitano gioia e benessere, sebbene raramente assurgano a titoli dei mass media. Questi gesti quotidiani, nel loro insieme, arricchiscono la società e sono riflesso dell’amore di Dio per gli uomini. Senza di essi, il contesto si impoverisce e i rapporti diventano più freddi e distanti. In un mondo sempre più digitalizzato, questi atti semplici e umani sono l’antidoto contro la perdita dell’umano.

Il Pontefice inoltre propone l’esperienza spirituale di grandi santi come santa Margherita Maria Alacoque, san Charles de Foucauld e santa Teresa di Gesù Bambino, sant’Ignazio di Loyola; come può la vita dei santi essere d’aiuto nella devozione al Sacro Cuore?

L’enciclica sottolinea la profonda devozione di questi santi al Cuore di Gesù. Attraverso le loro esperienze, hanno saputo comunicare il loro incontro con l’amore di Dio per il popolo. Santa Margherita Maria Alacoque, san Charles de Foucauld, santa Teresa di Gesù Bambino, sant’Ignazio di Loyola e molti altri, sono state anime che hanno compreso la grandezza dell’amore di Cristo e, con cuore generoso, hanno risposto a quell’amore. Questa devozione, attraverso di loro, è diventata un cammino concreto perché il popolo cristiano sperimenti la tenerezza e la vicinanza di Dio. In realtà, tutti i santi hanno incarnato questo amore. Pensiamo a figure come madre Teresa di Calcutta, Giovanni Bosco o Massimiliano Kolbe, che hanno portato la carità a livelli inimmaginabili. Sono stati capaci di un amore estremo perché erano pieni dell’amore del Cuore di Gesù. Nella loro vita possiamo vedere come, in un mondo spesso indurito e secolare, sia possibile irradiare l’amore di Dio con una dedizione radicale ed essere segno di credibilità per il mondo. La loro vita e la loro testimonianza ci ricordano che l’amore d Dio continua a essere vivo e operante nella storia e che, attraverso il Cuore di Gesù, ogni cristiano può raggiungere quella salvezza che Dio ci offre.

«Consolati per consolare». La contemplazione del Cuore di Cristo invita anche, dice il Papa, ad approfondire la dimensione comunitaria, sociale e missionaria di ogni autentica devozione al cuore di Cristo. Ossia, questa devozione ci deve aiutare a muoverci, ad assistere chi ne ha bisogno?

Nelle ultime sezioni dell’enciclica, il Papa riflette su aspetti chiave che hanno segnato la devozione al Sacro Cuore e su come viverla nel nostro tempo. Guardando al passato, propone un «aggiornamento» o attualizzazione di due elementi tradizionali: la consolazione e la riparazione. L’immagine del Cuore di Gesù, pieno di amore ma circondato da spine, evoca la sua passione e la sua sofferenza di fronte al rifiuto e ai peccati dell’umanità. Questo simbolo ha portato i fedeli a consolare quel Cuore ferito e a offrire amore per riparare le offese che Gesù ha subito nella sua passione. L’enciclica sottolinea che, sebbene la passione di Cristo sia un evento che si situa nel passato, la resurrezione del Signore fa sì che trascenda il tempo e diventi, misteriosamente, una realtà contemporanea nella vita di ognuno. Perciò, anche oggi è possibile consolare Cristo e offrirgli una riparazione per le offese subite. L’enciclica propone che tale riparazione si eserciti mediante l’impegno di comunicare l’amore di Cristo al mondo. Così, questa visione conferisce alla devozione al Sacro Cuore una dimensione missionaria: «Un cuore umano che fa spazio all’amore di Cristo attraverso la fiducia totale» diventa un canale del suo amore per tutti. In definitiva, il Papa invita a una devozione che non si limiti all’ambito personale o introspettivo, ma che spinga a condividere l’amore di Cristo in modo concreto, mossi a consolare e a guarire, a rendere presente quel Cuore nella vita e nelle necessità degli altri.

Quali chiavi di lettura darebbe per comprendere Dilexit nos?

Credo che Dilexit nos nasca, in primo luogo, dalla devozione personale di Papa Francesco. Lui stesso ha raccontato che sua nonna gli ha insegnato a pregare «Gesù, fa’ che il mio cuore somigli al tuo». Inoltre gli anni di formazione come gesuita avranno consolidato questa devozione, alla quale ha fatto spesso riferimento nel corso del suo pontificato. A questo si aggiunge il suo amore per tutto ciò che è radicato nel popolo, e poche devozioni sono tanto profondamente radicate come quella al Sacro Cuore. Tutto questo fa parte delle radici dell’enciclica. Ma c’è qualcosa di ancora più profondo che anima questo documento. L’enciclica lascia intravedere che il Papa crede fermamente nei benefici che porterebbe al nostro tempo, una sana «antropologia del cuore». Nelle prime pagine spiega che cosa s’intende con «cuore» e perché dovrebbe occupare un posto centrale nella vita di ogni persona. Nella cultura occidentale moderna, il primato è stato attribuito ad altri elementi: la razionalità nella scienza, la volontà nelle decisioni personali, le emozioni nei rapporti e nell’intrattenimento, e la salute nel benessere fisico. Tuttavia nessuno di questi elementi crea una civiltà dell’amore. Credo che Francesco c’inviti a riscoprire il cuore, come spazio d’incontro e di accoglienza, per trasformarlo nel vero motore di questa civiltà dell’amore. Perciò, come ho detto prima, Dilexit nos è, anzitutto, una terapia per i mali del mondo attuale, «un mondo che sopravvive tra guerre, squilibri socio-economici, consumismo e uso antiumano della tecnologia». Francesco sa bene che il cuore dell’uomo può essere retto solo quando è guarito dall’amore di Cristo, e l’enciclica cerca di avvicinare tutti a questo Cuore, dove possiamo sperimentare l’amore che guarisce e rafforza, capace di costruire quella civiltà fraterna promossa anche in Fratelli tutti. Ad ogni modo, questo nuovo impulso alla devozione al Sacro Cuore non è possibile senza un certo rinnovamento. La devozione deve essere presentata in forma adeguata e fondata sulla rivelazione: è qualcosa che sta molto a cuore al Papa in questa enciclica. Ci offre il fondamento biblico ed ecclesiale di tale devozione, illuminando quegli aspetti che potrebbero essere più difficili da capire per la mentalità attuale. In definitiva, come ha detto l’arcivescovo Bruno Forte in occasione della presentazione, Dilexit nos può essere vista come un compendio di quello che il Papa vuole comunicare a ogni fratello e a ogni sorella in umanità: che Dio li ama e che questo amore risplende soprattutto nella vita di Gesù di Nazaret. Guardare e seguire Cristo è abbracciare l’amore per sempre e imparare a diventare dono per gli altri.

(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Rocío Lancho García 30/11/2024)


venerdì 22 novembre 2024

Rileggendo la «Dilexit nos» L’amore «nucleare» in un cuore cristiano

Rileggendo la «Dilexit nos»

L’amore «nucleare» in un cuore cristiano


La storia ci racconta di come, nel corso della Grande Guerra, le potenze dell’Intesa tentarono di consacrare i propri eserciti al Sacro Cuore di Gesù. Un’immagine del Sacro Cuore fu portata ostensivamente al petto, tra gli anni 1915 e 1917, allacciata alle divise dei soldati e impressa sulle bandiere nazionali.

A oltre un secolo di distanza, mentre nuove dinamiche geopolitiche rimandano il mondo alla deriva, la quarta enciclica di Francesco invita a tornare alla fonte delle alleanze. Sull’onda di Fratelli tutti, la quarta enciclica pontificia Dilexit nos ripone l’essenza del Sacro Cuore, simbolo antico dell’amore cristiano, nelle aspirazioni — attribuisco a questa parola un valore religioso — collettive e raggiungibili nelle relazioni umane.

Il tema dell’«incontro con l’altro» è il vero colpo di scena del dramma antropologico esplorato nell’enciclica, la quale si ricollega a episodi che hanno fatto epoca. Tra questi svetta l’arroccarsi di alcune filosofie dominanti sull’assioma «penso quindi sono», implicato nel riferimento alle idee «chiare e distinte» (§. 10). Francesco descrive il processo di «frammentazione» dell’Essere, dalla chiusura nel «proprio io» fino alla scomparsa dell’altro dall’orizzonte umano (§. 17). In conclusione, indica nell’amore di Dio il vettore per ricondurre l’umanità nell’orbita della «vicinanza», dell’Essere identificato nel «tu», della «connessione» e dell’«apertura», in sintesi della «comunione» (§§. 10-14, 18, 25), nella quale lanciare un altro modo di essere in grado di compiere ciò che è stato definito, con espressione significativa, il «miracolo sociale» (§. 28).

Questo miracolo è visto avverarsi in un luogo «interiore», «intimo», «profondo», «sostanziale», «centrale» e nucleare, in quanto si verifica nel «nucleo», in ciò che ha carattere unitario. Con questa gamma di frequenze semantiche del lessico cristiano dell’amore, trasmesse nell’enciclica, l’idea cristiana di nucleo si tramanda nell’esperienza di una «comunione» del nostro cuore, rivelata nelle sembianze di un «piccolo atomo» accolto nella fornace ardente del costato di Gesù, stando alle parole autobiografiche di santa Margherita Maria Alacoque.

Osservo — superando le reticenze dello storico ad adottare un approccio intuitivo — l’antinomia che c’è tra questi modi amorevoli o quelli bellici di pensare un nucleo. La riscontro non già semplicemente tra due teorie filosofiche del nucleo ma tra due concezioni dell’unità nella vita.

L’eterogeneità di cuore e stragi diventa irrisolvibile quando le tecnologie militari hanno compromesso la materia, quasi non avesse alcuna pertinenza con lo spirito; nel momento in cui, disintegrando l’atomo come elemento e valore costituente, inventano la «fissione» nucleare e, con essa, la distruzione di massa.

La Dilexit nos ci ricorda che le «fenditure» del costato di colui che hanno «trafitto» (§. 104), caratteristiche dell’iconografia devozionale, sono prive di implicazioni annientatrici. Assumono invece i significati spirituali dell’«ingresso al segreto del cuore» (§. 104), della «sacra apertura» da cui poter effondere i Sacramenti (§§. 108 e 149). Sono «segni della totale donazione di sé» (§. 151). Concedono consapevolezza dei nostri peccati riflessi in un Cuore «continuamente ferito» (§. 153) e accendono il «desiderio di consolare» (§. 158). Esse, allora, compiono il «miracolo della [...] buona tristezza che porta alla dolcezza» (§. 159) che intenerisce i rapporti sociali.

Il segno visibile della ferita, raffigurata nell’arte sacra del Cuore di Gesù, suscita un desiderio di «riparazione». Non induce alla rottura del nucleo, alla scissione di quanto vi è di nucleare. Implica invece il bisogno di sanare la «struttura» stessa del «peccato sociale» insito nell’«aggressione diretta al prossimo» (§. 183). Ciò suggerisce di «guarire le relazioni» umane, ristabilendo un «legame nella carità fraterna» (§. 189). La «compunzione» entra così a far parte dei valori sociali virtuosi giacché genera solidarietà che propizia compassione, misericordia e riconciliazione (§. 190).

Come spiegato da Giovanni Paolo II e, con lui da Francesco, si inizia a costruire «sulle rovine accumulate dall’odio e dalla violenza [...] una nuova civiltà» definita «civiltà dell’amore» (§§. 181-182).

L’avvento dell’era atomica vede il concetto di nucleo improntarsi al processo di scomposizione, applicato alla fisica e insieme alla politica internazionale. La tecnologia è trascinata agli estremi di un pensiero che perverte il nucleo fino a culminare nella produzione di ordigni custodi di un atomo di morte. È quanto vi possa essere di più alieno alla spiritualità cristiana. All’opposto, i cristiani venerano l’idea di un nucleo sotto forma di cuore, in ciò che infonde di indivisibile e di unificante, e ad esso ricorrono per risanare le relazioni umane. Assistiamo a uno scontro di civiltà, tra coloro che isolano il nucleo, ridotto a un bersaglio da colpire, con intenzioni genocide, e coloro che, in comunione, custodiscono l’unità nei loro cuori come un atomo di fuoco, stando ad alcune espressioni connotative della mistica del Sacro Cuore.

L’amore cristiano non è totalitario ma «infinito» (§§. 60, 67, 79, 196). Totale è la guerra nucleare e il suo tentativo autodistruttivo di mettere fine agli opposti. Il cuore di Gesù non impone limiti, non pone condizioni, non dà ultimatum. È un amore pazzo, un cuore in fiamme, per come viene figurato; un fuoco che scalda ma non annienta. Ci insegna ad armonizzare ogni storia «frammentata in mille pezzi», a ripararla affidandosi al cuore, sul modello di Maria, madre di Dio, che «vedeva anche ciò che non capiva ancora» tenendolo in vita, conservandolo «vivo nell’attesa» (§. 19). Nel cuore «qualcosa [...] nasce dall’inconoscibile» (§. 24), scaturisce dalla «fiducia» (vocabolo ripetuto 28 volte nell’enciclica) «che chiama all’incontro» (§. 54), non al conflitto, persino all’«adorazione» (§. 51).
(fonte: L'Osservatore Romano articolo di Pino Esposito 14/11/2024)

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giovedì 7 novembre 2024

Andrea Monda L’amore paradossale e liberante del cuore di Gesù


Dilexit nos
Andrea Monda 

L’amore paradossale
e liberante del cuore di Gesù


«Nel 1943, l’anno della campagna nordafricana e del disastro finale dell’esercito italiano, Pio XII pubblicò due encicliche intitolate “Il Corpo mistico di Gesù Cristo” e “Gli studi biblici”. Esse dovettero sembrare al popolo italiano ben lontane dalle proprie preoccupazioni immediate, ma quelle preoccupazioni erano passeggere, mentre i temi delle due encicliche dureranno finché vivranno gli uomini».

Sono passati 80 anni da quando lo scrittore inglese Graham Greene rifletteva sulle scelte di Pio XII in un saggio intitolato correttamente Il paradosso del Papa, ma la situazione non è cambiata. Al paradosso del Papa, che è quello del Vangelo, il mondo non era e non è ancora pronto. Effettivamente comparando le due situazioni si può osservare che oggi, proprio come allora, siamo in un tempo di guerra e di guerra mondiale, che il Papa ha pubblicato un’enciclica la Dilexit nos, «sull’amore umano e divino del cuore di Gesù Cristo» e infine che anche questo testo come quelli di Papa Pacelli potrebbe sembrare ben lontano dalle preoccupazioni immediate delle persone del popolo. La conferma di questa lontananza può riscontrarsi nella scarsa attenzione data dai media alla quarta enciclica di Papa Francesco che nella conclusione della Dilexit nos cita le precedenti e sottolinea che «Ciò che questo documento esprime ci permette di scoprire che quanto è scritto nelle Encicliche sociali Laudato si’ e Fratelli tutti non è estraneo al nostro incontro con l’amore di Gesù Cristo, perché, abbeverandoci a questo amore, diventiamo capaci di tessere legami fraterni, di riconoscere la dignità di ogni essere umano e di prenderci cura insieme della nostra casa comune. (217)». Non si tratta quindi di un testo marginale, “laterale” ma che si colloca alla sorgente, al centro propulsore del pontificato di Bergoglio.

Il Papa mette al centro della nostra attenzione il cuore proprio perché esso è il centro dell’essere umano: «Il nucleo di ogni essere umano, il suo centro più intimo, non è il nucleo dell’anima ma dell’intera persona nella sua identità unica, che è di anima e corpo. Tutto è unificato nel cuore» (21) e «Il cuore è anche capace di unificare e armonizzare la propria storia personale, che sembra frammentata in mille pezzi, ma dove tutto può avere un senso» (19) e oggi, questo centro sembra frantumato, evaporato: «Ora, il problema della società liquida è attuale, ma la svalutazione del centro intimo dell’uomo – il cuore – viene da più lontano» (10), e più avanti «L’anti-cuore è una società sempre più dominata dal narcisismo e dall’autoreferenzialità» (17), infine «Per questo motivo, vedendo come si susseguono nuove guerre, con la complicità, la tolleranza o l’indifferenza di altri Paesi, o con mere lotte di potere intorno a interessi di parte, viene da pensare che la società mondiale stia perdendo il cuore»(22). È necessario quindi ritornare proprio lì, al cuore, solo così si può “riavvolgere il nastro” e offrire al mondo ferito la possibilità di una nuova ripartenza. È importante però non cadere nella tentazione di derubricare questo testo nella categoria polverosa del “devozionale”: «A volte siamo tentati di considerare questo mistero d’amore come un fatto ammirevole del passato, come una bella spiritualità di altri tempi» (149) perché «la Passione di Cristo non è un mero fatto del passato: ad essa possiamo partecipare per la fede. Meditare il dono di sé di Cristo sulla croce è, per la pietà dei fedeli, qualcosa di più grande di un semplice ricordo» (154). L’enciclica del Papa non guarda al passato, alle “preoccupazioni passeggere” ma al futuro, non tocca temi o prassi antiquate ma anzi ci libera proprio dai vuoti retaggi del passato perché, conclude il Papa, del ritorno alla contemplazione dell’amore che sgorga dal cuore di Cristo «Ne ha bisogno anche la Chiesa, per non sostituire l’amore di Cristo con strutture caduche, ossessioni di altri tempi, adorazione della propria mentalità, fanatismi di ogni genere che finiscono per prendere il posto dell’amore gratuito di Dio che libera, vivifica, fa gioire il cuore e nutre le comunità. Dalla ferita del costato di Cristo continua a sgorgare quel fiume che non si esaurisce mai, che non passa, che si offre sempre di nuovo a chi vuole amare. Solo il suo amore renderà possibile una nuova umanità» (219).
(fonte: L'Osservatore Romano 04 novembre 2024)


martedì 5 novembre 2024

Un’enciclica dall’ordinario allo straordinario, la “Dilexit nos”


Un’enciclica dall’ordinario allo straordinario, la “Dilexit nos”
 
Si può parlare di intelligenza artificiale e amore citando il panzerotto, una delle tipicità baresi che spopola tra i vicoli del centro storico?

Papa Francesco (Foto ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Forse per averne assaggiati alcuni quando è venuto in visita a Bari o perché è uno dei prodotti che richiama ad un’epoca in cui le mamme e le nonne, grazie alla loro manualità, erano artefici di quel nostalgico focolare domestico, tra tradizione e sapori, papa Francesco cita l’arte di impastare il panzerotto, la tipica massa fritta ripiena di mozzarella e pomodoro, all’interno della quarta enciclica dal titolo Dilexit nos recentemente pubblicata. «Ciò che nessun algoritmo potrà mai albergare sarà, ad esempio, quel momento dell’infanzia che si ricorda con tenerezza e che, malgrado il passare degli anni, continua a succedere in ogni angolo del pianeta. Penso all’uso della forchetta per sigillare i bordi di quei panzerotti fatti in casa con le nostre mamme o nonne». La metafora descritta dal Pontefice al punto 20 dell’enciclica è utilizzata per rafforzare il tema attorno a cui ruota il testo, ossia l’amore umano e divino del cuore di Gesù Cristo.

La lettera ha, nei cinque capitoli, il cuore come elemento per ritrovare la tenerezza, per ridare sostanza alle relazioni umane e fraterne, per trovare passione e verità nella vita sociale, comunitaria, familiare, affettiva. Le parole di papa Francesco indicano un ritorno al cuore, a rimettere al centro il cuore, a riscoprire il “tatto” e la carnalità in un contesto invaso da algoritmi, astrattismo, individualismo, da tecnologia prepotente che influisce sui rapporti umani.

Parla di cuore e amore come ingredienti che riempiono la vita, dando il senso alle azioni e agli obiettivi a differenza di un contesto sociale asettico di emozioni, in crisi di valori. In fondo, il cuore rende unica la persona, anche se l’omologazione, la standardizzazione vorrebbero soppiantare la profondità custodita nell’animo. In modo semplicemente umano papa Francesco utilizza la metafora del panzerotto che al suo interno conserva il ripieno, il cuore, che quando si apre, dà gusto e sapore.

Bergoglio pare abbia giocato con tali rimandi simbolici culinari citando sin dalle prime righe della Dilexit nos le frittelle conosciute in tutta Italia che comunque sono affini all’impasto e alla lavorazione dei panzerotti, ma con una differenza: «Per carnevale, quando eravamo bambini, la nonna ci faceva delle frittelle, ed era una pasta molto sottile quella che faceva. Poi la buttava nell’olio e quella pasta si gonfiava, si gonfiava… E quando noi incominciavamo a mangiarla, era vuota. Quelle frittelle in dialetto si chiamavano “bugie”. Ed era proprio la nonna che ci spiegava il motivo: “Queste frittelle sono come le bugie, sembrano grandi, ma non hanno niente dentro, non c’è niente di vero, non c’è niente di sostanza”». Utilizza il richiamo alle tradizioni spontanee e realmente sperimentate da intere generazione per far comprendere l’urgenza di non disperdersi nei flussi artificiali che rischiano di privare la vita di un sapore.

Probabilmente l’individualismo e l’apparenza chiudono un senso di vuoto che aleggia nella qualità di vita di tante persone generando pericolosi traumi che a lungo andare fanno ammalare il cuore. Con Dilexit nos papa Francesco ricorda il valore della devozione al Sacro Cuore di Gesù inteso come cardine di tutto il Vangelo; cita i santi che attorno al Sacro Cuore hanno dato la loro vocazione come Santa Margherita Maria Alacoque, suora francese del XVII secolo.

Proprio nel cuore di Cristo è racchiuso il senso di misericordia e di amore descritto nel Vangelo, quella pienezza che fa rima con tenerezza, altra caratteristica di questo pontificato: «Potrei citare migliaia di piccoli dettagli che compongono le biografie di tutti: far sbocciare sorrisi con una battuta, tracciare un disegno al controluce di una finestra, giocare la prima partita di calcio con un pallone di pezza, conservare dei vermetti in una scatola di scarpe, seccare un fiore tra le pagine di un libro, prendersi cura di un uccellino caduto dal nido, esprimere un desiderio sfogliando una margherita. Tutti questi piccoli dettagli, l’ordinario-straordinario, non potranno mai stare tra gli algoritmi. Perché la forchetta, le battute, la finestra, la palla, la scatola di scarpe, il libro, l’uccellino, il fiore… si appoggiano sulla tenerezza che si conserva nei ricordi del cuore».
(Fonte: Città Nuova, articolo di Luigi Laguaragnella 28/10/2024)

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giovedì 24 ottobre 2024

"DILEXIT NOS" - IV Enciclica di Papa Francesco - Gesù dona il suo Cuore al mondo che sembra l'abbia smarrito (Testo integrale - Conferenza stampa di presentazione con mons. Bruno Forte e Sor. Antonella Fraccaro)


LETTERA ENCICLICA
DILEXIT NOS
DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
SULL’AMORE UMANO E DIVINO DEL CUORE DI GESÙ CRISTO


1. «Ci ha amati», dice San Paolo riferendosi a Cristo (Rm 8,37), per farci scoprire che da questo amore nulla «potrà mai separarci» (Rm 8,39). Paolo lo affermava con certezza perché Cristo stesso aveva assicurato ai suoi discepoli: «Io ho amato voi» (Gv 15,9.12). Ci ha anche detto: «Vi ho chiamato amici» (Gv 15,15). Il suo cuore aperto ci precede e ci aspetta senza condizioni, senza pretendere alcun requisito previo per poterci amare e per offrirci la sua amicizia: Egli ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4,10). Grazie a Gesù «abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi» (1 Gv 4,16). I.



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24.10.2024 Conferenza Stampa di presentazione di
“Dilexit nos - Lettera Enciclica sull’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo”


Alle ore 12.00 di oggi, presso la Sala Stampa della Santa Sede, in Via della Conciliazione 54, ha avuto luogo la Conferenza Stampa di presentazione di “Dilexit nos - Lettera Enciclica sull’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo”.

Sono intervenuti: S.E. Mons. Bruno Forte, Teologo, Arcivescovo di Chieti-Vasto (Italia); Sorella Antonella Fraccaro, Responsabile Generale delle Discepole del Vangelo.

Ne riportiamo di seguito gli interventi:

Intervento di S.E. Mons. Bruno Forte

La Lettera Enciclica Dilexit nos, Sull’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo, pubblicata il 24 ottobre 2024, nasce dall’esperienza spirituale di Papa Francesco, che avverte il dramma delle enormi sofferenze prodotte dalle guerre e dalle tante violenze in corso e vuol farsi vicino a chi soffre proponendo il messaggio dell’amore divino che viene a salvarci. L’Enciclica proprio così offre la chiave di lettura dell’intero magistero di questo Papa, come ci fa capire lui stesso: “Ciò che questo documento esprime permette di scoprire che quanto è scritto nelle Encicliche sociali Laudato si’ e Fratelli tutti non è estraneo al nostro incontro con l’amore di Gesù Cristo, perché, abbeverandoci a questo amore, diventiamo capaci di tessere legami fraterni, di riconoscere la dignità di ogni essere umano e di prenderci cura insieme della nostra casa comune” (n. 217).

Lungi dall’essere un magistero “schiacciato” sul sociale, come a volte è stato maldestramente inteso, il messaggio che questo Papa ha dato e dà alla Chiesa e all’intera famiglia umana nasce da un’unica sorgente, presentata qui nella maniera più esplicita: Cristo Signore e il Suo amore per tutta l’umanità. È la verità per cui Jorge Mario Bergoglio ha giocato tutta la Sua vita e continua a spenderla con passione nel Suo ministero di Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa universale. In questa luce risulta particolarmente toccante il fatto che egli espliciti come fonte di molte delle idee esposte alcuni scritti inediti di un Testimone della fede recentemente scomparso, che egli stesso aveva accolto nella Compagnia di Gesù: “Buona parte delle riflessioni di questo primo capitolo - è detto nella prima nota al testo - si sono lasciate ispirare da scritti inediti del padre Diego Fares S.J. Il Signore lo abbia nella Sua santa gloria” (nota 1 al n. 2).

Per cogliere la portata del messaggio proposto in questo testo pongo tre domande: che cosa di così importante vuol dirci il Vescovo di Roma dedicando al Sacro Cuore un documento della rilevanza di un’Enciclica? Perché lo fa proprio adesso? Quale scopo si propone?

a) L’importanza del cuore: al primo posto l’amore
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b) Ritornare al Cuore di Cristo, sintesi del Vangelo
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c) Il frutto della devozione al Sacro Cuore: amore per amore
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Si comprende da quanto detto come l’Enciclica possa essere considerata una sorta di compendio di quello che Papa Francesco ha voluto e vuole dire a ogni fratello o sorella in umanità: Dio ti ama e te lo ha mostrato nella maniera più luminosa nella vicenda di Gesù di Nazareth; guardando a Lui saprai di essere amato/a da sempre e per sempre e potrai riconoscere i doni, di cui il Padre ha voluto arricchirti; seguendo Lui potrai discernere la via per spenderli con amore lì dove nel Suo Spirito Egli vorrà condurti.

L’invito finale è a chiederlo al Signore. Le parole con cui Papa Francesco chiude l’Enciclica ci aiutano a farlo: “Prego il Signore Gesù che dal suo Cuore santo scorrano per tutti noi fiumi di acqua viva per guarire le ferite che ci infliggiamo, per rafforzare la nostra capacità di amare e servire, per spingerci a imparare a camminare insieme verso un mondo giusto, solidale e fraterno. Questo fino a quando celebreremo felicemente uniti il banchetto del Regno celeste. Lì ci sarà Cristo risorto, che armonizzerà tutte le nostre differenze con la luce che sgorga incessantemente dal suo Cuore aperto. Che sia sempre benedetto!” (n. 220).

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Intervento di Sorella Antonella Fraccaro

Romani 8,37-39
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Indice dell’Enciclica:
  1. L’importanza del cuore
  2. Gesti e parole d’amore
  3. Questo è il cuore che ha tanto amato
  4. L’amore che dà da bere
  5. Amore per amore

1. «Io sono il mio cuore»: la decisività del nostro cuore

In continuità con le Encicliche sociali, Laudato si’e Fratelli tutti, questa enciclica celebra la grandezza del «nostro incontro con l’amore di Gesù Cristo» (DN 217). Riferendoci al cuore di Gesù, che è la sede dell’amore di Dio, troviamo anche noi il centro dell’amore. Il cuore di Gesù ci porta al centro della nostra persona e ci conduce ad amare con tutto noi stessi, coinvolgendo pensieri, sentimenti, azioni. Ci rende capaci di «tessere legami fraterni, di riconoscere la dignità di ogni essere umano e di prenderci cura insieme della nostra casa comune» (DN 217).

Con questa consapevolezza, Papa Francesco ci accompagna ad approfondire il valore del nostro cuore (cfr. DN 27).

Dilexit Nos dà voce, anzitutto, ad alcune questioni che emergono in noi in questo tempo:
Come raggiungere veramente l’altro, così com’è, senza essere personalmente vincolati da noi stessi nella relazione con lui o con lei?
Come fare verità su noi stessi, in un contesto che pilota molto le nostre scelte?
Quale amore per la nostra vita e quale amore da parte nostra per la vita degli altri?
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2. Il Cuore di Gesù rinnova il nostro cuore
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3. Il Sacro Cuore nella storia della Chiesa
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4. Il Cuore di Gesù consola e chiede pentimento
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5. Come diventare missionari dell’Amore?
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Il Giubileo, che è alle porte, in cui sosteremo sul pellegrinaggio e sulla speranza – pellegrini di speranza – ci aiuti a camminare con fiducia, insieme, nella speranza. Possiamo farlo dato che, come dice Paolo, «la speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).Camminiamo insieme con la forza della speranza, che il Cuore di Gesù ci dona ogni giorno nella nostra fraterna quotidianità.

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martedì 22 ottobre 2024

Il 24 ottobre la pubblicazione della quarta enciclica di Papa Francesco "Dilexit nos"

Il 24 ottobre la pubblicazione della quarta enciclica di Papa Francesco "Dilexit nos"

Dilexit nos, la quarta enciclica di Francesco per “un mondo che sembra aver perso il cuore”
Il prossimo giovedì 24 ottobre viene pubblicato il documento del Papa sulla devozione al Cuore di Gesù. Il Pontefice l’aveva annunciato in un’udienza generale dello scorso giugno, il testo raccoglierà le riflessioni di testi magisteriali precedenti. La pubblicazione nell’anno delle celebrazioni per il 350° anniversario della prima manifestazione del Sacro Cuore di Gesù del 1673


È la quarta enciclica del pontificato di Jorge Mario Bergoglio e il Papa la pubblica in uno dei momenti più drammatici per il genere umano. Guerre corrosive, squilibri sociali ed economici, consumismo sfrenato, nuove tecnologie che rischiano di snaturare l’essenza stessa dell’uomo, segnano l’epoca moderna e il Pontefice chiede allora, attraverso il documento dal titolo Dilexit nos (Ci ha amati), di cambiare sguardo, prospettiva, obiettivi, e recuperare ciò che è più importante e necessario: il cuore.

L’annuncio del Papa

“Lettera enciclica sull’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo” è il sottotitolo del documento - di cui oggi (lunedì 21/10/2024) la Sala Stampa vaticana ha comunicato la data di pubblicazione: il 24 ottobre –interamente dedicato al culto del Sacro Cuore di Gesù. Era stato Francesco stesso ad annunciarne l’uscita in autunno nell’udienza generale in Piazza San Pietro del 5 giugno (mese tradizionalmente dedicato al Sacro Cuore di Gesù), condividendo il desiderio che il testo possa far meditare sugli aspetti “dell’amore del Signore che possano illuminare il cammino del rinnovamento ecclesiale; ma anche che dicano qualcosa di significativo a un mondo che sembra aver perso il cuore”. Sempre il Papa spiegava che il documento raccoglierà “le preziose riflessioni di testi magisteriali precedenti e di una lunga storia che risale alle Sacre Scritture, per riproporre oggi, a tutta la Chiesa, questo culto carico di bellezza spirituale”.

Le apparizioni nel 1673

L’enciclica viene pubblicata mentre sono in corso – dal 27 dicembre 2023 al 27 giugno 2025 - le celebrazioni per il 350° anniversario della prima manifestazione del Sacro Cuore di Gesù a Santa Margherita Maria Alacoque, nel 1673. Tre secoli e mezzo fa, il 27 dicembre, Gesù apparve alla giovane suora visitandina francese di soli 26 anni per affidarle la missione decisiva di diffondere nel mondo l’amore di Gesù per gli uomini, specialmente i peccatori. Le apparizioni nel convento di Paray-le-Monial, in Borgogna, continuarono per 17 anni con il Cuore di Gesù che si manifestava su un trono di fiamme circondato da una corona di spine, simbolo delle ferite inferte dai peccati degli uomini. Cristo chiese a suor Margherita che il venerdì dopo il Corpus Domini - quindi otto giorni dopo - fosse dedicato alla Festa del Sacro Cuore di Gesù. Una missione non facile per la religiosa che trovò incomprensioni anche in consorelle e superiori e venne considerata alla stregua di una visionaria. Mai scoraggiatasi, spese tutta la sua vita perché il mondo conoscesse l’amore di Cristo.

La diffusione del culto

La festa del Sacro Cuore nacque alle porte dell’Illuminismo. Come ha scritto su La Civiltà Cattolica, padre Enrico Cattaneo, professore emerito di Patristica, “la spiritualità del Cuore di Cristo è stata un argine contro la diffusa mentalità razionalistica, che alimentava la cultura atea e anticlericale”. Un acceso dibattito, anche all’interno della Chiesa stessa, sorse intorno a tale devozione fino a quando, nel 1856, Pio IX decise che la festa del Sacro Cuore di Gesù fosse estesa a tutta la Chiesa. Nel XIX secolo il culto si diffuse dunque a macchia d’olio con consacrazioni, nascita di congregazioni maschili e femminili, istituzioni di università, oratori, cappelle.

La Haurietis acquas di Pio XII

È del 1956, poi, la Haurietis acquas di Pio XII, scritta in un momento in cui la devozione al Cuore di Gesù viveva una crisi. L’enciclica di Papa Pacelli voleva ravvivare il culto e invitare la Chiesa a meglio comprenderne e attuarne le varie forme di devozione, di “massima utilità” per le necessità della Chiesa ma anche “vessillo di salvezza” per il mondo moderno. Benedetto XVI, in una lettera per il 50.mo anniversario della Haurietis aquas, sottolineava infatti: “Questo mistero dell’amore di Dio per noi non costituisce soltanto il contenuto del culto e della devozione al Cuore di Gesù: esso è, allo stesso modo, il contenuto di ogni vera spiritualità e devozione cristiana. È quindi importante sottolineare che il fondamento di questa devozione è antico come il cristianesimo stesso”.

La devozione di Francesco

Papa Francesco ha sempre mostrato un profondo legame con il Sacro Cuore, correlandolo alla missione stessa dei sacerdoti. Nel 2016 la chiusura del Giubileo dei Sacerdoti avvenne proprio nella Solennità del Cuore di Gesù e nell’omelia della Messa il Pontefice chiese ai preti del mondo venuti a Roma di orientare il loro cuore, come il Buon Pastore, verso la pecorella smarrita, verso chi è più distante, spostando l’epicentro del cuore fuori da se stessi. Sempre nell’ambito del Giubileo, nella prima delle Meditazioni sulla misericordia, il Papa raccomandò a vescovi e sacerdoti di rileggere la Haurietis acquas, perché “il cuore di Cristo è il centro della misericordia. Questo è proprio della misericordia, che si sporca le mani, tocca, si mette in gioco, vuole coinvolgersi con l’altro… si impegna con una persona, con la sua ferita”.

Quarta enciclica del pontificato

Dilexit nos, come detto, è la quarta enciclica di Francesco dopo Lumen fidei (29 giugno 2013), scritta a “quattro mani” con Benedetto XVI; Laudato si’ (24 maggio 2015) sulla crisi dell’ambiente e la necessità della cura del Creato; Fratelli tutti (3 ottobre 2020), summa di appelli e messaggi del Papa argentino sull’urgenza della fraternità e dall’amicizia sociale in un mondo frammentato allora dalla pandemia di Covid-19, oggi da guerre fratricide e conflitti condotti anche in nome di Dio.

Dilexit nos sarà presentata nella Sala Stampa vaticana il 24 ottobre da monsignor Bruno Forte, teologo, arcivescovo di Chieti-Vasto, e da sorella Antonella Fraccaro, responsabile generale delle Discepole del Vangelo.

La Conferenza Stampa verrà trasmessa in diretta streaming in lingua originale sul canale Youtube di Vatican News, collegandosi al sito https://www.youtube.com/c/VaticanNews

(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 21/10/2024)