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giovedì 27 agosto 2026

La lettera del patriarca Pizzaballa per il nuovo anno scolastico In Terra Santa il ritorno a scuola non è più scontato


La lettera del patriarca Pizzaballa
 per il nuovo anno scolastico

In Terra Santa
il ritorno a scuola
non è più scontato



Gerusalemme - «Ci sono bambini le cui aule non esistono più e comunità nelle quali la gioia di un nuovo anno scolastico è oscurata dalla morte, dallo sfollamento e dalla distruzione. Anche questi bambini fanno parte della nostra comunità». Così si legge nel messaggio diffuso dall’Assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa in occasione dell’inizio del nuovo anno scolastico, firmato dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme del latini, e presidente dell’Assemblea.

Con il mese di agosto che volge al termine, nelle scuole si preparano le aule e gli insegnanti si apprestano ad accogliere nuovamente gli studenti. Ma, scrive il cardinale, non è possibile celebrare questo nuovo inizio «senza ricordare che, in alcune parti della Terra Santa, il ritorno a scuola non può più essere dato per scontato». Da qui l’auspicio che l’apertura dell’anno scolastico possa diventare segno di speranza anche per quanti non possono tornare tra i banchi: la promessa che «la distruzione non avrà l’ultima parola» e che anche loro, un giorno, potranno ritrovare «l’apprendimento e la vita ordinaria». Nel messaggio, pubblicato oggi, mercoledì 26 agosto, Pizzaballa ricorda quindi il ruolo delle scuole cristiane, definite «molto più che istituzioni educative»: sono uno dei pilastri della presenza cristiana in Terra Santa e, allo stesso tempo, luoghi nei quali vengono accolti studenti e famiglie appartenenti a diverse tradizioni religiose, educando alla convivenza e all’accettazione dell’altro.

Un’apertura, sottolinea il patriarca, che non significa tuttavia rinunciare alla propria identità. Il carattere cristiano delle scuole deve trovare espressione nei valori, nei simboli, nelle tradizioni e nell’attività educativa quotidiana. Preservarlo, soprattutto davanti alle numerose pressioni alle quali sono sottoposti gli istituti, richiede «pazienza, fermezza e coraggio» e rappresenta una responsabilità condivisa da dirigenti, insegnanti e dall’intera comunità ecclesiale. Particolare attenzione viene riservata alla formazione religiosa degli studenti. Non basta, si legge nel messaggio, che uno studente cristiano sappia recitare le preghiere o nominare i sacramenti senza comprenderne il significato: l’educazione religiosa deve condurre a una conoscenza «viva e personale» della fede. Essere cristiani di Terra Santa, prosegue Pizzaballa, non è soltanto «una questione di identificazione geografica», significa invece sviluppare un rapporto profondo con la terra del Vangelo e conoscere i misteri della fede anche attraverso i luoghi nei quali si sono svolti. Per questo le visite ai luoghi santi dovrebbero diventare parte integrante della formazione religiosa. Laddove distanze, confini e restrizioni rendano impossibile raggiungerli fisicamente, spetta alle scuole trovare altre modalità — attraverso la Scrittura, lo studio e gli strumenti visivi — per avvicinare gli studenti al patrimonio spirituale della Terra Santa. Il messaggio si conclude con un ringraziamento agli educatori e alle famiglie e con una preghiera per tutti i bambini della regione, «specialmente quelli privati della sicurezza e dell’istruzione». Perché le scuole, auspica Pizzaballa, possano continuare a essere «luoghi di fede, conoscenza, incontro e speranza».

Leggi il testo integrale

Ai nostri amati studenti,

Agli stimati genitori,

Ai sacerdoti e ai religiosi che prestano servizio nelle nostre scuole della Chiesa,

Ai presidi, agli insegnanti e agli educatori,

Ai Segretariati Generali delle Scuole Cristiane in Terra Santa,



Il Signore vi dia la pace!

Siamo alle porte di un nuovo anno scolastico. Ancora una volta, le nostre scuole in Terra Santa aprono le loro porte per accogliere decine di migliaia di studenti, cristiani e non, che siedono fianco a fianco sugli stessi banchi, uniti dall'amore per l'apprendimento e animati dalla speranza nel futuro. Ognuno di loro è un dono prezioso di Dio, una fiducia sacra affidata alle nostre cure.

Eppure, con profondo dolore, questa gioia non si estende ai nostri bambini di Gaza, che per il terzo anno consecutivo sono privati del loro diritto all'istruzione a causa della guerra. Le loro scuole sono state distrutte, le loro aule sono state chiuse. Li portiamo nelle nostre preghiere, implorando che la pace prevalga presto affinché possano tornare sui loro banchi e reclamare la loro infanzia.

L'apertura dell'anno scolastico non è un momento passeggero, ma un tempo di grazia, un rinnovamento della nostra missione educativa. Nella nostra visione, la scuola non è solo muri e libri, ma una casa dove la conoscenza e la fede abitano insieme: dove la mente è illuminata dalla luce della verità, il cuore cresce nell'amore per Dio e per gli altri, e l'anima è ancorata nella speranza. In un tale ambiente, il carattere dello studente viene plasmato da valori e virtù e preparato a servire la società nello spirito della fede, della speranza e dell'amore.

I nostri alunni di prima elementare intraprendono per la prima volta il loro viaggio di apprendimento; che il loro anno sia coronato dalla gioia, ricco di scoperte e fecondo di amicizia e crescita. I nostri alunni di seconda media sono alla soglia della conclusione degli anni scolastici e si preparano a entrare in un nuovo capitolo della vita, chiamati alla perseveranza, alla maturità e alla serietà. Tra questi inizi e queste fine c'è il percorso scolastico di ogni studente, che non si misura solo con i voti, ma con i valori forgiati nel carattere, la resilienza e la diligenza coltivate, la speranza e l'apertura nutrite nel cuore.

I nostri alunni di prima elementare intraprendono per la prima volta il loro cammino di apprendimento; che il loro anno sia coronato dalla gioia, ricco di scoperte e fecondo di amicizia e crescita. I nostri alunni di dodicesima sono alla soglia della conclusione degli anni scolastici e si preparano a entrare in un nuovo capitolo della vita, chiamati alla perseveranza, alla maturità e alla serietà. Tra questi inizi e queste fine c'è il percorso scolastico di ogni studente, che non si misura solo con i voti, ma con i valori forgiati nel carattere, la resilienza e la diligenza coltivate, la speranza e l'apertura nutrite nel cuore.

Le nostre scuole sono chiamate a rimanere case di apprendimento, di incontro e di dialogo, campi che seminano la pace, salvaguardano la dignità e aprono a ogni studente le porte del futuro, indipendentemente dalla provenienza. Gli splendidi risultati ottenuti dai nostri studenti in vari campi, i valori autentici che incarnano e le personalità creative che rivelano sono una testimonianza vivente della fecondità di questa missione educativa e un motivo di orgoglio e gratitudine per tutti noi.

A nome dell'Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa, esprimo la profonda gratitudine della Chiesa a tutti coloro che prestano servizio nelle nostre scuole: ai consacrati che accompagnano la missione con spirito di cura; agli insegnanti che piantano i semi della conoscenza e della virtù nelle menti e nei cuori dei nostri bambini; ai presidi che guidano con discernimento e fedeltà; a tutto il personale che lavora per assicurare che le nostre scuole rimangano vibranti di vita. La vostra dedizione quotidiana, i sacrifici silenziosi e l'impegno costante in questa missione sono una testimonianza vivente del fatto che l'educazione nelle scuole della Chiesa non è solo una professione, ma un ministero sacro svolto con amore, pazienza e speranza.

Estendo anche le benedizioni e l'incoraggiamento alle famiglie dei nostri studenti, che sono il primo fondamento dell'educazione - la scuola primaria dove si forma la fede, si coltivano i valori e i bambini imparano il significato della responsabilità e del rispetto. Il ruolo dei genitori non si limita a seguire le lezioni o a controllare i successi accademici, ma si estende a piantare l'amore nel cuore, a dare un esempio vivente di pazienza e generosità e ad accompagnare il cammino dei figli con consapevolezza e tenerezza. L'educazione è una responsabilità condivisa tra casa e scuola, fondata sulla fiducia reciproca e sulla collaborazione continua.

A tutti i nostri studenti dico: fate di quest'anno un'opportunità per crescere nella conoscenza e nella fede, per forgiare il vostro carattere nella perseveranza e nell'impegno.

Che lo Spirito Santo illumini le vostre menti e i vostri cuori e che la Beata Vergine Maria, sede della Sapienza, vi protegga durante questo anno.

Con la paterna benedizione a tutti voi e con i migliori auguri per un nuovo anno scolastico benedetto.

Gerusalemme, 28 agosto 2025, festa di sant'Agostino, vescovo e dottore della Chiesa.

+ Pierbattista Card. Pizzaballa

Patriarca di Gerusalemme per i latini



Presidente dell'ACOHL

martedì 25 agosto 2026

APPELLO - Salviamo la classe prima di Neve Shalom Wahat al-Salam


Salviamo la classe prima di Neve Shalom Wahat al-Salam

Il Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam lancia un appello per salvare la classe prima di quest’anno, che il Ministero dell’Istruzione israeliano rifiuta di approvare. Dopo 42 anni, questo modello di scuola che forma insieme bambini arabi ed ebrei è a rischio.

Condividiamo il messaggio di Samah Salaime, portavoce del Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam, un villaggio cooperativo, fondato nel 1972, tra Gerusalemme e Tel Aviv, nel quale vivono insieme ebrei e palestinesi, di cittadinanza israeliana. Un esempio di convivenza basato sull’accettazione, il rispetto reciproco e la cooperazione. A cominciare proprio dalla scuola. Di seguito l’appello e alcune informazione su come si può sostenere la battaglia per la sopravvivenza della scuola anche dall’Italia


Cari amici e sostenitori,

vi scrivo per aggiornarvi su una battaglia urgente che stiamo affrontando a Wahat al-Salam–Neve Shalom.

A soli dieci giorni dall’inizio dell’anno scolastico, il Ministero dell’Istruzione continua a rifiutare di approvare l’apertura della classe prima nella nostra scuola primaria bilingue e binazionale.

Da 42 anni la nostra scuola forma insieme bambini arabi ed ebrei. È uno dei modelli più antichi e importanti di istruzione bilingue e binazionale di Israele – un luogo in cui i bambini non si limitano a imparare la convivenza, ma la vivono ogni giorno. Non possiamo accettare una decisione amministrativa che minaccia questa continuità educativa e, in definitiva, il futuro di un’istituzione così unica.

Questa campagna è stata avviata dal Consiglio direttivo dell’Associazione per l’Educazione, recentemente eletto al Villaggio, come sua prima missione di rilievo. Credo sia importante riconoscere la loro determinazione nel riunire la scuola, i genitori, la comunità e l’Associazione attorno a un obiettivo chiaro: garantire l’apertura della prima elementare quest’anno e proteggere il futuro della nostra scuola bilingue e binazionale. Abbiamo formato un team per la campagna e avviato un intenso impegno su diversi fronti.

Ci siamo avvalsi di consulenti legali e di professionisti delle relazioni pubbliche e dei media, e stiamo lavorando attraverso i canali politici, legali, pubblici e mediatici. Nell’ambito di questo sforzo collettivo, ho anche mobilitato i miei consolidati contatti con membri della Knesset, giornalisti e piattaforme mediatiche per portare la questione all’attenzione dell’opinione pubblica del Paese e della politica e per costruire sostegno alla nostra campagna.

Ci siamo adoperati anche per offrire al Ministero soluzioni pratiche e flessibili. Abbiamo proposto l’apertura di una classe prima indipendente di dimensioni ridotte, nonché la creazione di una struttura integrata arabo-ebraica multietà, che unisca la prima e la seconda elementare. Abbiamo anche chiarito che, se necessario, i costi aggiuntivi potrebbero essere coperti dall’Associazione per l’Educazione e dal Villaggio, anziché dal Ministero dell’Istruzione. In altre parole, non stiamo semplicemente chiedendo al Ministero di fare un’eccezione: stiamo offrendo soluzioni praticabili e siamo pronti ad assumerci la responsabilità economica per la loro realizzazione.

Finora, tuttavia, il Ministero ha respinto le alternative presentate. Per noi è sempre più difficile comprendere questa decisione come puramente amministrativa o finanziaria. Quando esistono soluzioni, quando la comunità è disposta a farsi carico dell’onere finanziario e quando il quadro educativo esiste con successo da oltre quarant’anni, il continuo rifiuto solleva inevitabilmente preoccupazioni più ampie.

Stiamo cercando di affrontare la questione con attenzione e responsabilità, ma non possiamo ignorare il contesto più ampio in cui operano oggi le organizzazioni che promuovono una società condivisa, la partnership arabo-ebraica e l’educazione alla pace. Ci preoccupa il fatto che questa lotta possa riguardare qualcosa di più del semplice numero di bambini iscritti a una classe di prima elementare: tocca lo spazio concesso alle istituzioni che promuovono una società condivisa e l’educazione alla pace nell’attuale clima politico.

È proprio per questo che riteniamo così importante difendere la scuola ora. Anche i genitori degli alunni, arabi ed ebrei, si sono mobilitati. 101 genitori e membri della comunità scolastica hanno firmato una lettera urgente indirizzata al Ministro dell’Istruzione, chiedendo di intervenire immediatamente e garantire che la prima elementare possa aprire quest’anno. La lettera chiarisce che una temporanea crisi di iscrizioni non deve interrompere la continuità educativa di una scuola che da decenni promuove un’istruzione condivisa arabo-ebraica.

Ci attendono circa dieci giorni cruciali: dieci giorni di sensibilizzazione, campagne pubbliche, pressione politica e determinazione. Dietro il linguaggio amministrativo e i numeri ci sono bambini e famiglie. Una giovane madre del villaggio, il cui figlio di sei anni, Matin, è nato e cresciuto qui ed è entusiasta di iniziare la prima elementare, ha scritto:

“Quando ho chiesto cosa avrei dovuto fare con mio figlio, mi è stato risposto: ‘Vai alle iscrizioni. Ci sono tantissime scuole.’ Ma Matin non è semplicemente un bambino in cerca di ‘una scuola’. È nato in una comunità. È cresciuto qui, in un luogo che non è solo dove viviamo, ma una scelta di vita condivisa. Si dice che ci voglia un intero villaggio per crescere un bambino. Per me, questo non è uno slogan. Questa è la nostra vita. Matin appartiene già a questa comunità. È radicato qui nel Villaggio, in due lingue e in un modo di vivere. Non rinuncerò a tutto questo. I nostri figli meritano un’istruzione bilingue e binazionale. Ogni bambino in questo Paese merita l’opportunità di conoscere chi vive accanto a lui, di parlare la sua lingua, di rispettarlo e di imparare a convivere”.

Le sue parole colgono perfettamente ciò che è in gioco. Non si tratta semplicemente di una lotta per aprire una classe di prima elementare. Si tratta di decidere se, in un momento in cui le nostre società si stanno dividendo sempre di più, le istituzioni che hanno impiegato decenni per costruire una realtà diversa saranno protette e rafforzate.

Wahat al-Salam-Neve Shalom è stato fondato sulla convinzione che arabi ed ebrei possano condividere la responsabilità di un futuro diverso. La nostra scuola è forse la più chiara espressione di questa convinzione: bambini, insegnanti e famiglie vivono ogni giorno in un unico spazio educativo condiviso, condividendo due lingue, due culture. La lotta per l’ammissione alla prima elementare a Wahat al-Salam–Neve Shalom dovrebbe quindi preoccupare tutti noi che crediamo che un futuro diverso sia ancora possibile.

Nei prossimi dieci giorni, faremo tutto il possibile per cambiare questa decisione. Ci auguriamo che ci sosterrete, che seguirete la campagna, che condividerete il nostro messaggio con i vostri contatti e che ci aiuterete a proteggere questo straordinario progetto educativo.

Con i più cordiali saluti,
Samah Salaime

(Foto di Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam)

Cosa il Villaggio ci chiede di fare e cosa stiamo facendo come Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam (it@nswas.info):
  • diffondere la notizia di questa campagna all’interno dell’opinione pubblica, attivando media e contatti utili a fare pressione
  • condividere sui social
  • donare a sostegno delle spese legali e non che il Villaggio sta affrontando
(fonte: Mondo e Missione 24.08.26)

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Vedi anche i nostri post precedenti:

martedì 18 agosto 2026

I bambini e la guerra: la strage degli innocenti a Gaza e in Cisgiordania. Vergogniamoci della deumanizzazione della violenza istituzionalizzata. L’attualità dell’appello di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani”


I bambini e la guerra:
la strage degli innocenti a Gaza e in Cisgiordania. Vergogniamoci della deumanizzazione della violenza istituzionalizzata.
L’attualità dell’appello di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani” 


Di fronte alla tragedia di Gaza e alla violenza che continua a colpire i bambini in Cisgiordania, la guerra non può più essere letta soltanto attraverso le categorie della strategia militare, della geopolitica o della sicurezza. Dietro ogni cifra ci sono vite spezzate, famiglie distrutte, infanzie cancellate. Secondo UNICEF, nella Striscia di Gaza almeno 21.289 bambini erano stati segnalati come uccisi al 3 febbraio 2026 e 44.500 feriti, oltre 11.000 dei quali con lesioni destinate a cambiare per sempre la loro vita. (UNICEF) E la violenza non si è fermata con il cessate il fuoco: UNICEF ha riferito che dall’ottobre 2025, fino al giugno 2026, 265 bambini palestinesi sono stati uccisi a Gaza, in media uno al giorno. (UNICEF)

È dentro questa realtà che acquistano un significato ancora più drammatico le parole di Andrea Iacomini, portavoce dell’UNICEF per l’Italia, davanti ai nuovi dati sulla Cisgiordania.

I dati dell’UNICEF

“Numeri agghiaccianti”. Così Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef per l’Italia, commenta i nuovi dati diffusi dall’Unicef sulla condizione dei bambini in Cisgiordania. “Questa mattina apprendiamo con immenso dolore che in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, tra gennaio 2024 e la fine di luglio di quest’anno l’Onu ha verificato l’uccisione di 174 bambini palestinesi. Parliamo di oltre un minore a settimana, cui vanno tristemente aggiunti più di 1.500 bambini feriti”, afferma Iacomini.

Nello stesso periodo, ricorda, “3 bambini israeliani sono stati uccisi e 15 feriti”. Il portavoce di Unicef Italia collega questi dati a quelli provenienti da Gaza, dove nei giorni scorsi era stata resa nota la morte di circa 300 bambini dopo il cessate il fuoco, “uno al giorno”.

“Quanto ancora dovrà durare tutto questo scempio nei confronti dei bambini?”, si chiede. “Muoiono bambini continuamente nei conflitti senza alcuna pietà. È un dato che si fa ogni giorno più crudele e che accompagna questi anni bui della storia”.

Iacomini esprime quindi il proprio sostegno all’appello lanciato da Avvenire per il conferimento del Premio Nobel per la pace ai bambini di Gaza. “Aderisco con convinzione all’appello”, dichiara, proponendo però di allargarne il significato simbolico: “Ritengo che il premio debba andare a tutti, nessuno escluso, i bambini vittime dei conflitti nel mondo, che oggi sono oltre 500 milioni”.

Da qui l’auspicio che la mobilitazione continui a crescere. “Mi auguro che l’appello continui ad avere la giusta visibilità e attenzione da parte dei media e che coinvolga sempre più persone della società civile, dello sport, della cultura, dello spettacolo e della musica”, conclude Iacomini. “Non si può restare più in silenzio: gli esseri umani non possono assuefarsi alle bombe e ai bambini morti”.

Queste parole obbligano a tornare alla domanda più difficile: come è possibile che una società capace di riconoscere nei bambini il simbolo stesso della vulnerabilità e del futuro riesca, contemporaneamente, ad accettarne la morte come conseguenza inevitabile della guerra?

Di fronte alla tragedia della violenza bellica e all’annientamento sistematico della vita umana, la prima reazione dell’essere umano consapevole dovrebbe essere un senso di profonda e radicale incomprensione. Come è possibile rivolgere una forza letale contro chi, in tutto e per tutto, riflette la nostra stessa immagine, i nostri desideri e le nostre identiche vulnerabilità? Come si articola la catena decisionale che permette a un individuo di ordinare l’uccisione di un altro, e come si struttura la psiche di chi accetta di eseguire quell’ordine?

Questo interrogativo travalica la semplice reazione emotiva e si pone al centro dell’etica, della sociologia e delle scienze politiche. L’esistenza della guerra e degli apparati industriali destinati alla distruzione rappresenta una delle più clamorose contraddizioni della civiltà contemporanea: una gigantesca allocazione di risorse mentali, tecnologiche ed economiche finalizzata a sopprimere l’elemento primario su cui si fonda ogni valore, ovvero l’esistenza stessa.

Per comprendere come l’inconcepibile diventi prassi quotidiana, occorre analizzare i meccanismi della deresponsabilizzazione morale. Negli esperimenti classici della psicologia sociale, prima fra tutti la celebre indagine di Stanley Milgram sull’obbedienza all’autorità, è emerso come la presenza di una gerarchia rigida possa trasformare l’agente morale in un mero esecutore. Quando l’ordine promana da una fonte percepita come legittima, l’individuo tende a trasferire una parte decisiva del peso etico dell’azione al superiore.

E nessuno si sente responsabile della strage degli innocenti

Si crea così una paradossale sospensione della responsabilità: chi comanda non compie materialmente l’atto violento, mentre chi lo esegue può percepirsi come un semplice ingranaggio, privo di autonomia decisionale. La responsabilità morale si frammenta lungo la catena burocratica fino quasi a dissolversi, consentendo a ciascun attore di svolgere la propria funzione senza confrontarsi direttamente con l’angoscia e la gravità dell’atto letale.

A questa dinamica psicologica si affianca la complessa architettura del complesso militare-industriale. Chi progetta, fabbrica, finanzia e commercializza armamenti opera all’interno di una cornice concettuale che tende a separare la produzione dal suo impiego finale. L’ingegnere che ottimizza l’efficienza di un’arma, il manager di un’azienda bellica, il decisore politico che finanzia programmi militari possono razionalizzare il proprio operato attraverso categorie come progresso tecnologico, sicurezza nazionale, deterrenza e stabilità economica.

La produzione di strumenti di morte viene così rivestita di un valore difensivo. Si costruiscono armi sostenendo che servano a prevenire il conflitto, in una spirale nella quale il potenziale distruttivo viene paradossalmente convertito in una promessa di pace. Questa scissione cognitiva permette agli attori economici e istituzionali di allontanare dalla propria coscienza l’esito finale della filiera, trasformando la sofferenza umana in una variabile d’impresa, una voce di bilancio o un indicatore di efficienza.

Ma esiste un ulteriore passaggio, forse ancora più inquietante: la deumanizzazione.

L’essere umano possiede una forte inibizione nel fare del male a un altro individuo, un freno empatico fondato sul riconoscimento dell’altro come simile a sé. Per superare questa barriera, la propaganda, l’addestramento e la comunicazione bellica possono intervenire sulla percezione dell’avversario. L’altro cessa di essere una persona dotata di una storia, di un volto, di relazioni e di affetti e viene trasformato in una categoria astratta, in un simbolo ideologico o in una minaccia impersonale.

La distanza psicologica viene ulteriormente amplificata dalla distanza fisica garantita dalle moderne tecnologie militari. Il bersaglio può essere individuato attraverso uno schermo, un’immagine satellitare, una coordinata. La persona scompare e rimane il target. La famiglia scompare e rimane un’obiettivo. Il bambino scompare e rimane una cifra.

È proprio contro questa trasformazione della persona in numero che le parole di Iacomini assumono un valore politico e morale. “Un bambino al giorno” non è soltanto una statistica. È il tentativo, disperato ma necessario, di restituire un volto a ciò che la macchina della guerra tende a rendere invisibile.

Una narrazione falsata della guerra

Quando l’avversario viene ridotto a un bersaglio numerico, l’atto dell’uccidere rischia di essere spogliato della sua natura umana e morale e ricondotto alla categoria della necessità strategica o del dovere civico. Ma una società che si abitua a questo linguaggio rischia di perdere progressivamente la capacità di provare scandalo.

La sopravvivenza delle organizzazioni belliche nell’era moderna si regge infine anche su una narrazione utilitaristica del cosiddetto “male minore”. Le istituzioni statali giustificano il mantenimento degli eserciti e l’uso della forza come strumenti indispensabili per proteggere la sovranità, la libertà o la continuità economica di una comunità. La guerra viene presentata come una tragica fatalità, un elemento strutturale e ineludibile delle relazioni internazionali.

Ma accettare questa rappresentazione significa rinunciare alla possibilità stessa di immaginare alternative.

L’irrazionalità emerge soprattutto quando si osserva l’enorme quantità di intelligenza, ricchezza, ricerca scientifica e lavoro umano destinata alla preparazione della distruzione. Risorse che potrebbero essere orientate alla salute, all’istruzione, alla prevenzione delle catastrofi, alla cooperazione internazionale, alla tutela dell’ambiente e alla costruzione di società più giuste vengono invece inserite in una logica fondata sulla capacità di colpire e di distruggere.

La guerra non distrugge soltanto corpi e infrastrutture. Distrugge anche il futuro. UNICEF segnala che a Gaza quasi un milione di bambini sono stati esposti a esperienze traumatiche di guerra e hanno perso genitori, familiari, case, scuole e luoghi di gioco. (UNICEF) Nel 2026 l’organizzazione ha inoltre documentato livelli estremamente gravi di insicurezza idrica: circa l’82% delle famiglie risulta in condizioni di insicurezza rispetto all’acqua e fino al 70% non riesce ad accedere a sei litri per persona al giorno. (UNICEF)

Sono numeri che raccontano una distruzione che va oltre il momento dell’esplosione. Un bambino che sopravvive a un bombardamento può portarne le conseguenze per tutta la vita. Una scuola distrutta non è soltanto un edificio abbattuto: è una possibilità di futuro cancellata. Un ospedale danneggiato non è soltanto cemento e apparecchiature perdute: è una possibilità di cura sottratta a una generazione.

Il Nobel per i bambini di Gaza

Accettare la guerra come normalità significa dunque accettare una progressiva erosione dell’idea stessa di umanità. Significa permettere che l’eccezionale diventi ordinario, che l’orrore diventi routine, che la morte di un bambino venga trasformata in una cifra destinata a essere rapidamente sostituita da quella del giorno successivo.

La vera sfida morale della modernità consiste allora nel rompere questa assuefazione. Non basta indignarsi davanti alle immagini dei bambini uccisi. Occorre interrogare le strutture politiche, economiche, culturali e psicologiche che rendono possibile la loro morte.

Per questo l’appello a riconoscere simbolicamente nei bambini di Gaza e, più in generale, nei bambini vittime di tutte le guerre, un soggetto della pace assume un significato che va oltre il premio o la celebrazione. È una richiesta di inversione dello sguardo: mettere il bambino, e non l’arma, al centro della sicurezza; la vita, e non la deterrenza, al centro della politica; la cooperazione, e non la competizione militare, al centro dell’economia.

La conclusione non può essere soltanto morale. Deve diventare operativa. Significa rafforzare il diritto internazionale e i meccanismi di protezione dell’infanzia, garantire accesso umanitario e cure mediche, sostenere la ricostruzione di scuole e servizi essenziali, documentare sistematicamente le violazioni contro i minori e perseguire le responsabilità quando vengono commessi crimini. Significa inoltre mettere in discussione la normalizzazione della spesa militare e delle filiere industriali della guerra, orientando una parte crescente delle risorse verso prevenzione dei conflitti, diplomazia, cooperazione, educazione alla pace e giustizia sociale.

Significa, soprattutto, non permettere che i bambini diventino numeri.

Perché ogni volta che diciamo “un bambino al giorno”, dobbiamo ricordare che quel numero ha un nome, una madre, un padre, una storia, una voce e un futuro che non tornerà. E ogni volta che una società decide di non vedere, la deumanizzazione ha già compiuto una parte della sua opera.

La risposta alla violenza istituzionalizzata non può essere l’assuefazione. Deve essere la costruzione paziente e concreta di un sistema nel quale nessun essere umano, e prima ancora nessun bambino, possa essere considerato un danno collaterale accettabile.

Restiamo umani

È forse qui che torna, con tutta la sua forza e la sua attualità, l’invito di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani”. Non uno slogan, ma una scelta etica e politica. Restare umani significa rifiutare la logica che trasforma le persone in bersagli, i bambini in numeri, le città in obiettivi e la morte in una voce inevitabile della contabilità della guerra. Significa non abituarsi all’orrore, non accettare l’indifferenza come forma di normalità, non permettere che la sofferenza dell’altro venga resa invisibile dalla distanza geografica, ideologica o mediatica.

Arrigoni aveva fatto di quelle due parole una testimonianza concreta, vissuta accanto alla popolazione palestinese e dentro la realtà di Gaza. Oggi, davanti ai bambini uccisi, feriti, affamati e privati del futuro, “Restiamo umani” torna a essere una responsabilità collettiva. Perché restare umani significa riconoscere nell’altro la nostra stessa fragilità e, soprattutto, impedire che la violenza riesca a cancellare la capacità di provare compassione, indignazione e solidarietà.

È da qui che deve ripartire una cultura della pace: dalla difesa della vita, dalla tutela dei bambini, dal rifiuto della deumanizzazione e dalla convinzione che nessuna ragione politica, militare o economica possa trasformare la morte di un essere umano in qualcosa di normale. Restiamo umani, dunque, perché è proprio quando l’umanità sembra smarrirsi che abbiamo il dovere più grande di riaffermarla.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Laura Tussi 16/08/2026)


mercoledì 29 luglio 2026

Striscia di Gaza: Padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia di Gaza segnala che la situazione è sempre più disastrosa

Striscia di Gaza: Romanelli (parroco), “siamo al collasso, il diesel costa 13 dollari al litro. Un asino oggi vale 17mila dollari”


Gaza (Foto Romanelli/latin parish)

“Quando si dice che la situazione qui è disastrosa, credetemi: è davvero disastrosa, se non richiedesse addirittura un’aggettivazione ancora più forte”. 
È un quadro di estrema precarietà quello tracciato da padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia di Gaza, in un nuovo videomessaggio diffuso sui social della comunità cattolica della Striscia e ribadito in un’intervista al Sir. 

Il sacerdote racconta come anche la semplice mobilità sia diventata un’impresa quasi impossibile. Dei diversi veicoli di cui disponeva la parrocchia prima della guerra, molti sono ormai inutilizzabili per la mancanza di pezzi di ricambio. “Abbiamo persino preso la batteria di un’auto per farne funzionare un’altra”, spiega. E ora anche l’ultimo mezzo ancora operativo, quello utilizzato dai sacerdoti, “ha rischiato di andare completamente in avaria”. A causare il guasto, precisa il religioso di origine argentina, “sono stati l’olio motore deteriorato e il sistema di alimentazione diesel quasi totalmente ostruito”. “La qualità di ciò che si riesce a trovare è pessima e purtroppo non mancano nemmeno gli inganni”, denuncia Romanelli. Il carburante rappresenta uno dei problemi più gravi: “Un litro di diesel può costare circa 13 dollari”. Ma il prezzo non è l’unica difficoltà. 
Secondo il parroco, nella Striscia si sta producendo un combustibile artigianale ottenuto da plastica e nylon recuperati e poi sottoposti a processi di combustione e distillazione. “Non so bene come avvenga il procedimento – racconta – ma molti mi spiegano che si produce diesel dalla plastica riciclata. Il problema è che si tratta comunque di carburanti di bassissima qualità”, con il rischio di danneggiare generatori e mezzi di trasporto. 

La situazione è talmente critica che padre Romanelli aveva ipotizzato di sostituire le automobili con un carro trainato da un asino: “Ma mi hanno detto che oggi un asino costa circa 50mila shekel, vale a dire tra i 16mila e i 17mila dollari. Prima della guerra costava mille, al massimo duemila shekel, cioè tra 300 e 600 dollari”. 

Il trasporto, sottolinea, è ormai una necessità vitale: “Serve per raggiungere un ospedale, un posto di lavoro, una scuola, oppure per visitare gli ammalati e portare aiuti”. Gaza “non è così piccola da poter fare tutto a piedi”, soprattutto con “moltissime strade completamente distrutte”. 

Tra le poche notizie positive, Romanelli segnala le informazioni diffuse dai media israeliani secondo cui il governo di Netanyahu avrebbe dato un’approvazione iniziale all’ingresso nell’area di Rafah, di una forza internazionale legata al Board of Peace, nella Striscia”. “Sarebbe almeno un primo passo”, osserva. Ma ribadisce che la priorità resta la ricostruzione: “La gente vive con nulla. Servono certamente gli interventi per ricostruire, ma servono anche tutte le cose essenziali per la vita quotidiana”.
(fonte: Sir 28/07/2028)

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venerdì 17 luglio 2026

«Cosa ci fa un prete qua in mezzo?». Il cardinale Pizzaballa, a Firenze per reimmaginare la pace

«Cosa ci fa un prete qua in mezzo?».
Il cardinale Pizzaballa, a Firenze per reimmaginare la pace

«Il dolore non dovrebbe mai essere una competizione, non dovrebbe esserci mai una graduatoria della sofferenza umana. Ogni madre che piange un figlio, ogni padre che aspetta una notizia – abbiamo ascoltato nelle canzoni –, ogni bambino che si addormenta nella paura ci ricorda una verità semplice: la vita umana ha lo stesso valore ovunque». Riportiamo la trascrizione dell’intervento del cardinale di Gerusalemme, patriarca dei latini a Gerusalemme, al termine della manifestazione Re-Imagine Peace, che si è svolta a Firenze con la partecipazione di artisti italiani, israeliani e palestinesi in collaborazione con la Fondazione Giorgio La Pira

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, luglio 2026. ANSA/Gianluigi Basilietti

«Decostruire la disumanizzazione reciproca che si genera durante ogni conflitto». Questo il messaggio centrale, come sottolineato da Vatican News, dell’intervento del Patriarca di Gerusalemme dei Latini, il card. Pierbattista Pizzaballa, al concerto finale di Re-Imagine Peace, domenica sera 12 luglio a Firenze. Di fronte alla tendenza a schierarsi in modo acritico, il cardinale ha indicato la sola via necessaria che è quella dell’ascolto profondo e del riconoscimento della sofferenza altrui.

L’intervento, all’interno di una serata di concerto gratuito, ha concluso il festival, fortemente voluto dall’artista israeliana Noa e organizzato in collaborazione con la Fondazione La Pira, che ha dato voce alla speranza attraverso il linguaggio universale dell’arte e della musica con artisti israeliani, palestinesi e italiani.

Riportiamo la trascrizione integrale dell’intervento del cardinale Pizzaballa:

«Qualcuno si chiederà: “Cosa ci fa un prete qua in mezzo?”. Ma siamo a “Re-image Peace” e dobbiamo usare un po’ della nostra immaginazione e uscire dai nostri confini, perché finché restiamo chiusi nei nostri confini, confiniamo anche la immaginazione e quindi anche la pace. Invece, dobbiamo aprire i confini e le porte.

Grazie a tutti gli organizzatori e gli artisti per questo invito e per il coraggio di dare vita a uno spazio che già dal nome ci propone una sfida meravigliosa: “Re-image Peace”. “Immaginare la pace”, forse è proprio questo il punto: la pace non è soltanto la fine di una guerra, non è soltanto un cessato il fuoco. La pace è anche un esercizio dell’immaginazione, una capacità di vedere nell’altro non un nemico, non una minaccia, non una categoria, ma una persona.

Viviamo un tempo in cui è diventato molto facile scegliere da che parte stare; è molto difficile scegliere di ascoltare. Eppure, io credo che l’ascolto sia uno degli atti più rivoluzionari che abbiamo a disposizione. Ascoltare non significa essere d’accordo, non significa rinunciare alle proprie convinzioni. Significa riconoscere che il dolore dell’altro esiste anche quando non coincide con il nostro. Esiste il dolore delle famiglie israeliane, che hanno vissuto il terrore, la perdita, la paura. Esiste il dolore delle famiglie palestinesi, che hanno conosciuto la morte, la distruzione, l’incertezza quotidiana.

Il dolore non dovrebbe mai essere una competizione, non dovrebbe esserci mai una graduatoria della sofferenza umana. Ogni madre che piange un figlio, ogni padre che aspetta una notizia – abbiamo ascoltato nelle canzoni –, ogni bambino che si addormenta nella paura ci ricorda una verità semplice: la vita umana ha lo stesso valore ovunque. Quando dimentichiamo questa verità, perdiamo qualcosa della nostra umanità.

Per questo credo che oggi sia importante avere il coraggio dell’empatia. L’empatia non è debolezza; al contrario, richiede una forza enorme. Richiede la forza di uscire dalle narrazioni che ci rassicurano. E, credetemi, è molto difficile da noi ai confini delle nostre comunità, nelle nostre certezze. Richiede la disponibilità di guardare il mondo con gli occhi di qualcun altro e forse la pace inizia proprio da qui: inizia nel momento in cui smettiamo di chiederci chi merita la mia compassione e iniziamo a chiederci come posso allargare la mia compassione perché nessuno resti escluso.

Perché la pace non si costruisce dividendo quel mondo tra esseri umani e gli altri che non lo sono. La pace non si costruisce dividendo il mondo in esseri umani degni di attenzione e altri che non lo sono. La pace si costruisce riconoscendo la dignità di ciascuno. Israele, Palestina, ebrei, musulmani, cristiani, credenti e non credenti, nessuna identità dovrebbe essere una condanna, nessuna appartenenza dovrebbe trasformarsi in una gabbia.

Una parola anche a noi religiosi; quando la religione viene utilizzata per giustificare l’odio e la violenza tradisce la sua vocazione più profonda ed è il peccato più grave di questo tempo. Per questo abbiamo bisogno di leader religiosi che, come gli artisti che abbiamo ascoltato, sappiano parlare al cuore delle persone per ricordarci che l’essenza più autentica della fede non divide ma unisce. Ognuno di noi è molto più delle etichette che gli vengono attribuite.

Allora, forse, il contributo che possiamo dare qui, ora, è ricordare che dietro ogni bandiera ci sono delle persone, dietro ogni notizia ci sono volti, dietro ogni statistica ci sono vite che meritano un futuro.

Io non ho una soluzione politica da offrire stasera – e non so nemmeno se esiste –, ma penso che possiamo affermare insieme alcuni principi semplici e potenti: che la vita è sacra, che la violenza non può essere il destino inevitabile di nessun popolo, che la sicurezza degli uni non dovrebbe richiedere la disperazione degli altri, che la giustizia e la pace non sono alternative ma camminano insieme e che la speranza, anche quando sembra fragile, resta una responsabilità perché c’è qualcosa di profondamente umano nel continuare a credere che il domani possa essere migliore dell’oggi.

In un momento storico in cui tante voci alimentano la paura, noi scegliamo di alimentare la fiducia. Dove cresce il sospetto scegliamo il dialogo, dove prevale la disumanizzazione scegliamo il riconoscimento reciproco. Non sarà semplice, non sarà immediato, ma tutte le grandi trasformazioni della storia sono iniziate quando qualcuno ha osato immaginare ciò che sembrava impossibile.

Questa sera, allora, vorrei lasciarvi un augurio: che possiamo imparare a guardarci non come rappresentanti di una causa, ma come esseri umani, che possiamo ascoltare prima di giudicare, che possiamo riconoscere il dolore senza trasformarlo in odio. Se riusciremo a fare solo questo avremo già reimmaginato la pace e il futuro».
(fonte: Città Nuova, articolo di Maurizio Certini 14/07/2026)

giovedì 28 maggio 2026

Tonio Dell'Olio: Rising dreams Sogni verso il cielo - La bandiera-aquilone di Gaza in vetta all’Everest: “Sono i sogni dei bambini della Striscia”

Tonio Dell'Olio
 
Rising dreams - Sogni verso il cielo
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  28 maggio 2026

C’è chi sale sull’Monte Everest per conquistare una vetta. E chi, invece, trasforma quell’impresa estrema in un gesto umano e politico, capace di parlare al mondo. Leonardo Avezzano ha scelto la seconda strada: arrivato sul punto più alto della Terra col progetto “Rising dreams”, ha fatto volare un aquilone con i colori della bandiera palestinese e i sogni dei bambini della Striscia di Gaza.

Un’immagine potente, quasi disarmante, che ha il potere di una preghiera. Perché mentre laggiù il cielo è attraversato dalle bombe, qualcuno ha voluto affidarlo ai desideri, ai disegni, alle speranze di chi continua a vivere sotto assedio. 

Tutt’altro che un gesto simbolico “inutile”, come qualcuno potrebbe pensare. I simboli sono ciò che tiene viva la coscienza del mondo quando la politica tace e l’abitudine rischia di rendere normale l’orrore.
Ogni gesto che rompe l’indifferenza, ogni voce che restituisce un nome alle vittime, ogni scelta che costringe a guardare negli occhi il dolore dei bambini, contribuisce a salvare qualcosa della nostra umanità. 

Da quella cima ghiacciata, a quasi novemila metri di altezza, quell’aquilone ha ricordato il grido dei bambini di Gaza. Anche un’impresa estrema può diventare un atto di pace: un modo per dire che i bambini non sono numeri, ma vite, sogni, futuro.

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La bandiera-aquilone di Gaza in vetta all’Everest:
“Sono i sogni dei bambini della Striscia”

Un aquilone nato tra le macerie di Gaza ha raggiunto la vetta più alta della Terra. Dentro, le parole e i desideri dei bambini palestinesi portati sull’Everest dall’alpinista giordano-palestinese Mostafa Salameh e dal filmmaker italiano Leonardo Avezzano.


Un aquilone realizzato con una bandiera palestinese e ricoperto dai messaggi scritti a mano dai bambini di Gaza è arrivato sulla cima dell’Everest. A portarlo fino a 8849 metri di altezza sono stati l’alpinista giordano-palestinese Mostafa Salameh e il filmmaker italiano Leonardo Avezzano, protagonisti della spedizione “Rising Dreams”.

La salita si è conclusa il 21 maggio alle 10:48 del mattino, quando il “Kite of Dreams” ha raggiunto la vetta più alta del Pianeta. L’obiettivo della spedizione non era soltanto alpinistico, ma simbolico e politico: è stato un gesto per riportare all’attenzione internazionale le condizioni dei bambini di Gaza, nel pieno della guerra, della crisi umanitaria e del blocco che continua a colpire la Striscia.

Secondo quanto comunicato dagli organizzatori, l’aquilone conteneva sogni, pensieri e messaggi scritti dai bambini palestinesi. Un gesto che Salameh ha definito come “un atto di solidarietà, resistenza e speranza”, capace di dimostrare che “anche tra le macerie i sogni continuano a sopravvivere”.

Mostafa Salameh, rifugiato palestinese e alpinista ha guidato il progetto insieme ad Avezzano, che ha documentato l’intero viaggio: dalle strade di Gaza fino alla cima dell’Everest. Il materiale raccolto dovrebbe diventare parte di un racconto audiovisivo dedicato alla spedizione e alle storie dei bambini coinvolti.

Rising Dreams

La campagna, chiamata “Rising Dreams”, ha anche uno scopo di raccolta fondi a sostegno dei bambini di Gaza attraverso la Al Khair Foundation. Gli organizzatori ricordano che oltre 1,1 milioni di bambini nella Striscia vivono oggi in condizioni di fame e assedio, mentre migliaia hanno subito mutilazioni o traumi psicologici legati al conflitto.

Nel comunicato viene inoltre sottolineato il ruolo fondamentale degli sherpa nepalesi che hanno accompagnato la spedizione, definiti “essenziali per ogni salita all’Everest” grazie alla loro esperienza e conoscenza della montagna.

Pochi giorni dopo la vetta, il team di “Rising Dreams” ha partecipato anche a un incontro pubblico a Kathmandu, organizzato da associazioni culturali nepalesi e trasmesso in streaming globale. All’evento si sono collegati in diretta Zoom anche alcuni bambini di Gaza, trasformando il ritorno dalla spedizione in un momento di testimonianza e confronto collettivo.
(fonte: MontagnaTv 26/05/2026)

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Everest, alpinista italiano in vetta
con i sogni dei bambini di Gaza

Un aquilone palestinese sul tetto del mondo contro la guerra

L'alpinista italiano Leonardo Avezzano ha portato fino alla cima dell'Everest un aquilone con i colori della bandiera palestinese e i sogni scritti dai bambini di Gaza. A guidare la spedizione era l'alpinista giordano-palestinese Mostafa Salameh, che però non è riuscito a raggiungere la vetta. L'iniziativa punta a richiamare l'attenzione sulle conseguenze della guerra sui più piccoli. "Si tratta soprattutto di far capire al mondo quello che è accaduto a Gaza - afferma Salameh - Questi sono sogni: tutti i bambini hanno sogni e possono realizzarli se noi li aiutiamo. A Gaza è tutto più difficile. Per questo avevamo bisogno che il mondo intero lo sapesse. E quale modo migliore per farlo se non portare tutto questo sul tetto del mondo". "Questi sogni - prosegue - si realizzeranno. Perché questi bambini sono resilienti, restano sulla loro terra nonostante tutto quello che vedete a Gaza. È tutto distrutto: le loro case, le scuole, le università, gli ospedali, i luoghi di gioco, tutto. Ma loro sono ancora lì". "Hanno sogni che vogliono realizzare. E penso che portare questi sogni sul tetto del mondo significhi dire loro che nulla è impossibile". "La prima cosa che ho pensato di fare, una volta arrivato in vetta, è stata alzare il drappo, alzare l'aquilone e dedicare questo sforzo che abbiamo compiuto ai bambini di Gaza", dice Leonardo Avezzano, alpinista italiano


(fonte: askanews Nepal 26/05/2026)


mercoledì 27 maggio 2026

Leone XIV alza la voce per difendere la Flotilla e chiedere pace per il Medio Oriente: “A Gaza sofferenza insopportabile, la guerra con l’IA calpesta le vite umane”

Leone XIV alza la voce per difendere la Flotilla e chiedere pace per il Medio Oriente:
“A Gaza sofferenza insopportabile,
la guerra con l’IA calpesta le vite umane”

Immagine di Leone XIV con la Sumud Flotilla costruita da IA

Non un generico appello alla pace, ma una denuncia forte contro la spirale di violenza che continua a travolgere il Medio Oriente. Lasciando Castel Gandolfo, Leone XIV è tornato a parlare con parole nette della tragedia che si consuma a Gaza e nei teatri di guerra della regione, chiedendo il rispetto dei diritti umani e condannando una guerra sempre più disumana, combattuta persino attraverso l’intelligenza artificiale.

Il Papa ha parlato davanti a Villa Barberini, rispondendo alle domande dei giornalisti sul fermo degli attivisti della Global Sumud Flotilla, bloccati dall’esercito israeliano mentre tentavano di portare aiuti umanitari nella Striscia. Alcuni di loro hanno denunciato pestaggi e maltrattamenti. Leone XIV non ha nascosto la gravità della situazione: “Si sta provocando sempre più odio”, ha affermato, ribadendo che “la violenza non aiuta”.

Il Pontefice ha quindi chiesto con forza un ritorno ai negoziati e al dialogo, sottolineando che ogni soluzione deve partire dal “rispetto dei diritti umani di tutti”. Ma il cuore del suo intervento è stato il riferimento diretto alla popolazione civile di Gaza, definita un popolo che “sta soffrendo”. Leone XIV ha denunciato il blocco degli aiuti umanitari, osservando che la popolazione continua a non ricevere assistenza sufficiente, mentre crescono proteste, tensioni e disperazione.

L’appello del Papa è rivolto “a tutte le autorità”, chiamate non soltanto a garantire l’arrivo degli aiuti, ma anche ad avviare già da ora un percorso di ricostruzione per una terra devastata dalla guerra.

Ma Leone XIV ha allargato lo sguardo anche oltre Gaza, collegando il dramma mediorientale alla trasformazione tecnologica dei conflitti contemporanei. Interpellato sull’intelligenza artificiale, all’indomani della pubblicazione dell’enciclica Magnifica humanitas, il Papa ha lanciato un monito che suona come uno dei più duri pronunciati finora dalla Santa Sede sul tema delle nuove guerre digitali.

“La guerra si fa oggi con l’IA”, ha detto, citando esplicitamente il Libano e “altri posti del mondo”, dove le tecnologie belliche colpiscono senza guardare alle vite umane. Un conflitto automatizzato, distante, sempre più impersonale, in cui – secondo Leone XIV – le vere vittime restano i civili.

Da qui la richiesta di “un’intelligenza artificiale disarmata”, frutto di un confronto che il Vaticano sta portando avanti anche con le grandi aziende tecnologiche. Il Papa ha ricordato il dialogo aperto dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale con Anthropic, una delle principali società internazionali del settore.

Le parole di Leone XIV arrivano mentre il bilancio delle vittime continua a crescere tra Gaza, Libano e gli altri fronti del Medio Oriente. E segnano un passaggio significativo nel linguaggio della Santa Sede: non soltanto un richiamo spirituale alla pace, ma una critica sempre più esplicita a una guerra che il Papa descrive come disumanizzante, capace di alimentare odio, cancellare diritti e trasformare le persone in bersagli invisibili.
 (fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 26/05/2026)

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lunedì 25 maggio 2026

Flotilla, la determinazione di Giuseppina, bloccata in Libia a 79 anni: «Non c’è età per lottare contro le ingiustizie»


Flotilla, la determinazione di Giuseppina,
bloccata in Libia a 79 anni:
«Non c’è età per lottare contro le ingiustizie»

La testimonianza di Giuseppina Branca, attivista della spedizione fermata nei pressi di Sirte: «Manca spesso l’acqua ma stiamo bene, il nostro obiettivo è che lascino passare il convoglio umanitario»

Gli attivisti della spedizione via terra Global Sumud Flotilla bloccati in Libia

«Siamo accampati nella zona neutra tra la Libia ovest e la Libia est in un posto spartano, una stazione di benzina. Manca sovente l'acqua ma emotivamente stiamo bene, c’è un clima di grande solidarietà e determinazione». È con un certo sollievo che riusciamo a metterci in contatto con Giuseppina Branca, la militante più anziana della spedizione via terra della Global Sumud Flotilla, bloccata in Libia la scorza settimana. La carovana – 25 le delegazioni da tutto il mondo, fra cui appunto l’italiana di 13 componenti – in marcia verso la Palestina per consegnare «case mobili, 15 ambulanze e altri aiuti umanitari», si trova ora bloccata a circa 9 chilometri dal valico di Sirte.

Giuseppina Branca, 79 anni
Una situazione instabile, molto faticosa, ma gli attivisti non mollano. Giuseppina in testa: è una donna determinata, che ha scelto da che parte stare e rimane fedele alla causa di un mondo più giusto. E a quanti fossero preoccupati per lei, Giuseppina risponde: «Non c'è età per lottare contro le ingiustizie. Il nostro obiettivo che lascino passare il convoglio umanitario. Paure non ne abbiamo». La sua è una testimonianza straordinaria, fatta di coraggio e tenacia.

Verbanese, infermiera in pensione, Giuseppina si è sempre spesa in missioni umanitarie in giro per il mondo. Già lo scorso anno aveva preso parte alla missione della Flottilla, mossa dagli stessi ideali che la guidano ancora oggi: «Partecipo a questa missione perché mi sembra normale muoversi contro i crimini che sta facendo il governo di Israele».
Settimana scorsa, nella notte fra giovedì e venerdì, «c’è stata una lunghissima riunione in cui si è deciso di rimanere ancora, di ritentare ancora, sottolineando quanto sia importante riuscire a far passare questi mezzi. Sono stanchi ma determinati», riferisce la portavoce per l’Italia della Global Sumud Flotilla, Maria Elena D’Elia.

Mentre la carovana è ancora accampata, il comitato direttivo della Global Sumoud Flotillia sta cercando di far pressione, a livello diplomatico, per sbloccare la situazione. Il contingente umanitario è professionalizzato, ne fanno parte anche ingegneri, personale sanitario, educatori, ecocostruttori e medici pronti a portare aiuto alla popolazione stremata: sarebbe indispensabile arrivasse presto a destinazione.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Laura Bellomi 25/05/2026)


lunedì 4 maggio 2026

La forza della Flotilla - Dai 2 arrestati segnalazioni di minacce di morte e detenzione prolungata

Tonio Dell'Olio
 
La forza della Flotilla
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  04 maggio 2026

Un atto grave che bisogna avere il coraggio di chiamare col proprio nome: pirateria. 180 persone rapite, 178 rilasciate, 32 maltrattate e ferite, due arrestate: Saif Abukeshek e Thiago Avila. L’intervento delle forze israeliane contro la Global Sumud Flotilla, impegnata in un’azione civile e nonviolenta diretta verso Gaza, rappresenta una violazione del diritto internazionale della navigazione.

Nega la libertà di circolazione in acque internazionali. 
Colpire un’iniziativa disarmata significa oltrepassare un limite giuridico e morale. La Flotilla non è una provocazione, ma un gesto di testimonianza. Intende accendere i riflettori sulle condizioni drammatiche della popolazione palestinese di Gaza, stretta da anni in una crisi umanitaria che interroga la coscienza del mondo. 

Fermarla con la forza non cancella questa realtà, semmai la rende ancora più evidente. 

C’è però un altro elemento che merita di essere difeso e sostenuto: il metodo. La Global Sumud Flotilla incarna una nonviolenza attiva, concreta, capace di esporsi. Non si limita a denunciare, ma mette in gioco i corpi, attraversa i confini, assume il rischio per affermare un diritto e una dignità negata. È una strada esigente, che rifiuta la logica dello scontro e prova a incrinarla dall’interno. 

Condannare quanto accaduto e pretendere il rilascio dei due attivisti trattenuti ora nelle carceri israeliane non è solo un dovere giuridico. È anche un atto politico e umano: significa riconoscere che la nonviolenza non è debolezza, ma forza che costruisce futuro.

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Visita delle avvocate di Adalah a Thiago e Saif:
segnalazioni di minacce di morte e detenzione prolungata

(Foto di https://freedomflotilla.org/)

A seguito di una visita appena conclusasi presso il centro di detenzione di Shikma da parte delle avvocate di Adalah, Hadeel Abu Salih e Lubna Tuma, Adalah lancia l’allarme riguardo agli abusi psicologici e ai maltrattamenti subiti dagli attivisti della Global Sumud Flotilla (GSF) Thiago Ávila e Saif Abukeshek. Entrambi gli attivisti sono giunti al sesto giorno di sciopero della fame (bevono solo acqua) per protestare contro il loro sequestro illegale da parte della marina israeliana in acque internazionali mentre erano impegnati in una missione umanitaria volta a sfidare l’illegale blocco su Gaza.

Thiago Ávila ha riferito di essere stato sottoposto a ripetuti interrogatori della durata massima di otto ore. Gli interrogatori lo hanno minacciato esplicitamente, affermando che sarebbe stato «ucciso» o avrebbe «trascorso 100 anni in carcere». Entrambi gli attivisti sono detenuti in isolamento totale. Le loro celle sono sottoposte a un’illuminazione costante ad alta intensità 24 ore su 24, una pratica nota dell’Israeli Prison Service (IPS) specificamente studiata per indurre privazione del sonno e disorientamento sensoriale. Inoltre, Thiago ha riferito di essere detenuto a temperature estremamente basse. Vengono tenuti bendati in ogni momento ogni volta che vengono spostati fuori dalle loro celle, anche durante le visite mediche. Adalah sottolinea che bendare un paziente durante una visita costituisce una grave violazione degli standard etici medici.

Gran parte dell’interrogatorio si è concentrato sulla Global Sumud Flotilla, una missione umanitaria pacifica, il che conferma che la detenzione costituisce un tentativo di criminalizzare gli aiuti umanitari e la solidarietà.

Le avvocate di Adalah sono in attesa di sapere se domani verrà presentata una richiesta di proroga della detenzione e continuano a chiedere il loro rilascio immediato e incondizionato e la fine di questi procedimenti illegali.

Per gli ultimi aggiornamenti, seguite il canale WhatsApp di Adalah:
(fonte: Pressenza 04/05/2026)

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martedì 28 aprile 2026

La vocazione della Chiesa in Terra Santa in una lettera del patriarca Pizzaballa alla diocesi di Gerusalemme - In tempo di conflitto guarire le ferite con il coraggio del perdono

La vocazione della Chiesa in Terra Santa
in una lettera del patriarca Pizzaballa alla diocesi di Gerusalemme

In tempo di conflitto
guarire le ferite
con il coraggio del perdono


Come vivere da cristiani nella situazione di conflitto che sta affrontando la Terra Santa? È la domanda a cui tenta di rispondere la lettera indirizzata alla diocesi a firma del patriarca di Gerusalemme dei latini, cardinale Pierbattista Pizzaballa, che è stata diffusa lunedì 27 aprile, con il titolo Tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa.

«La vocazione di Gerusalemme — osserva il porporato nel testo — è guarire il mondo dalle sue ferite. Guarire le lacerazioni con mitezza e col coraggio del perdono: è questa la missione sublime di Gerusalemme, dove i cristiani sono sale, luce e lievito all’interno delle società a cui appartengono a pieno titolo». Le parole di Pizzaballa sono contenute nel lungo documento che rappresenta «un’iniziale proposta di riflessione», da maturare «attraverso il confronto», «purché si sia comunque mossi dal sincero desiderio di cercare di comprendere la volontà di Dio su ciascuno di noi». Il testo arriverà anche in libreria da lunedì 11 maggio in un volume, edito da Libreria Editrice Vaticana, in italiano ed è allo studio la possibilità di pubblicazioni in altre lingue.

La Lettera è strutturata in tre parti: nella prima si parte con «la valutazione dell’attuale stato di disordine», per «ancorarsi saldamente alla realtà così com’è, riconoscendo però in essa la presenza operante di Dio»; nella seconda il patriarca condivide «una visione per la comunità, ispirata e ancorata alla Scrittura, con una precisa connessione a Gerusalemme»; nella terza vengono analizzate le implicazioni pastorali di tale riflessioni, da applicare a parrocchie, famiglie, scuole e istituzioni. Pizzaballa sottolinea che la lettera non contiene considerazioni e analisi di carattere prettamente politico: «è “politica” solo in senso più ampio, in quanto concerne il nostro rimanere, come cristiani, nella polis, ovvero nel nostro mondo reale e nella nostra città di Gerusalemme, benché sempre orientati alla vera e definitiva Polis, la Gerusalemme celeste». L’icona biblica intorno alla quale ruota la riflessione del patriarca è, infatti, la città di Gerusalemme, che «sta ad indicare la convivenza, la relazione, civile e religiosa». «Noi — afferma Pizzaballa — siamo la Chiesa di Gerusalemme, e la Città Santa è il cuore non solo geografico, ma anche spirituale della nostra comunità ecclesiale». Una Chiesa dal volto multiforme, «per sua essenza, plurale, dato che Gerusalemme è madre di tutti i popoli», ma che «da molti secoli è immersa prevalentemente in un contesto arabo». Da questo preciso quadro parte lo sguardo sul presente, uno sguardo che «aspira ad abbracciare e includere tutti i suoi abitanti».

Non si può non partire dunque dal 7 ottobre e dalla guerra a Gaza, «eventi spartiacque che, nel peggior modo possibile, hanno chiuso un’epoca e ne hanno aperta un’altra». «Quello che stiamo vivendo — osserva il patriarca — non rappresenta solo un conflitto locale, ma è il sintomo di un cambiamento di paradigma a livello globale». Per decenni la comunità internazionale ha creduto in un ordine internazionale basato su regole, trattati e multilateralismo, mentre oggi tutti «sembrano avere aperto gli occhi sulla loro debolezza». «Assistiamo al ritorno della forza come strumento decisivo per risolvere ogni contesa — aggiunge il porporato —. La guerra è diventata oggetto di un culto idolatra». I civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo, mentre alcune potenze mondiali scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici. «È una guerra che si conduce anche con parole e immagini — rileva il patriarca —. È sempre più difficile distinguere la cronaca dalla propaganda, mentre ci si interroga su quante persone in queste ultime guerre sono morte per «decisione di un algoritmo». La vita quotidiana della diocesi ha subito «le conseguenze di questo caos», come la dissoluzione delle relazioni avvelenate da odio e sfiducia, la frammentazione in enclave e bolle identitarie, amplificate dagli algoritmi dei social, la perdita di senso e il logoramento delle parole «convivenza», «dialogo», «giustizia», «bene comune». Tra i negativi effetti anche la crisi del dialogo interreligioso, «investito da memorie contrapposte e strumentalizzazioni identitarie». «I Luoghi Santi, che dovrebbero essere spazi di preghiera — afferma Pizzaballa —, diventano campi di battaglia identitari e i testi sacri vengono utilizzati per giustificare violenze, occupazione e terrorismo. Questo abuso del nome di Dio è il peccato più grave del nostro tempo».

In questo scenario, la Chiesa locale è chiamata a risposte diverse in realtà eterogenee, a partire da Gaza, dove i cristiani «sono immersi in una condizione di estrema tribolazione, ma la Parrocchia della Santa Famiglia e la Caritas rimangono il Volto di Cristo in mezzo all’orrore». In Palestina si sta decidendo in modo silenzioso e strutturale il futuro del conflitto israelo-palestinese. «Se non si interrompe la deriva delle aggressioni causate dall’occupazione e dall’assenza dello Stato di diritto, si rischia la cristallizzazione di una situazione di occupazione permanente che erode ogni possibilità di una soluzione giusta e condivisa», avverte il patriarca. In Israele «aumentano discriminazione sociale, disuguaglianze economiche e crescente insicurezza, dovuta alla criminalità che rafforza la tentazione di emigrare. La comunità cattolica di espressione ebraica — continua il porporato — in una contesa così polarizzante non si è sempre sentita ascoltata». Dentro questa desolazione, le comunità cristiane «restano un segno tangibile di speranza e di coraggiose esperienze di vitalità e fraternità, grazie anche alla costante vicinanza spirituale e fattiva della Chiesa universale – da Papa Francesco e da Papa Leone XIV fino più piccole e povere diocesi».

La Chiesa di Gerusalemme «ha fatto sentire la sua voce provando a pronunciare una parola di verità anche all’interno di questo disordine, spesso a costo di incomprensioni, ma — si chiede Pizzaballa — è stato sufficiente? Oppure, in questo periodo così duro, abbiamo a tratti privilegiato la prudenza e ricercato la sopravvivenza istituzionale, sacrificando la nostra testimonianza profetica? È una domanda che mi accompagna ogni giorno, a cui non è mai facile rispondere». Viene da interrogarsi inoltre su qual sia la volontà di Dio su Gerusalemme e, per rispondere, «occorre scrutare l’immagine della Città Santa» che Dio offre nelle Scritture. Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici, la sua identità principale è essere il luogo della Rivelazione di Dio, casa di preghiera per tutti i popoli. «Ignorarne questa sua dimensione verticale, il primato di Dio, espresso nella sensibilità delle diverse comunità di fede, ha portato e porterà al fallimento di ogni accordo di convivenza», avverte il patriarca.

È questo un monito cruciale per le istituzioni religiose di Gerusalemme: «Senza lasciarsi illuminare costantemente dalla relazione con Dio, si atrofizzando, diventando fortezze inespugnabili chiuse al mondo». Pizzaballa afferma inoltre che «l’ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà è diventata uno dei criteri principale di relazione tra le comunità religiose di Gerusalemme, generando divisione e violenza», ma invece «occorre il coraggio di costruire nuovi modelli di relazioni dove la comune fede in Dio diventi occasione di incontro e non di esclusione». Serve, in definitiva, «un nuovo modo di vedere alla luce dell’Agnello pasquale», che si concretizzi in «uno stile di vita della “città con le porte aperte” e una memoria purificata», «ripensando le categorie di storia e quindi di colpa, giustizia e perdono». Bisogna poi lavorare per far sì che Gerusalemme sia accessibile a tutti, perché «non appartiene a nessuno in modo esclusivo, ma è patrimonio dell’umanità».

Al livello pastorale, va tenuto a mente innanzitutto il primato della liturgia e della preghiera. Fondamentale è anche il ruolo delle famiglie come laboratori di educazione alla convivenza e al rispetto, dove il passato può essere narrato ai figli con dolore e verità, ma senza trasmettere sentimenti di odio e vendetta. Le scuole cristiane, inoltre, vanno intese come «officine di una umanità nuova, in cui si trasmette la coscienza cristiana e si educa a rileggere la storia con occhi liberi dal rancore». Gli ospedali e le opere sociali — luoghi in cui accoglienza e dialogo sono già realtà vissute — vanno sostenuti. Un ruolo importante spetta anche agli anziani, che sono la memoria viva, ai giovani — la profezia — e a sacerdoti e religiosi, punto di riferimento fedele per la comunità e modelli di convivenza possibile. In riferimento alle relazioni con gli altri cristiani, aggiunge Pizzaballa, «è importante favorire occasioni concrete di conoscenza reciproca e parlare con una voce sola, perché la prima testimonianza è l’unità tra le comunità». Anche il dialogo interreligioso rimane «una necessità vitale». Infine è fondamentale che non si tolleri mai «nessuna complicità con la cultura della violenza», mentre va dato spazio alla fiducia.

«Come è possibile fare tutto questo?». La risposta del patriarca è semplice: «Da soli non possiamo. Ma non siamo soli. Gesù ci aspetta nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità di fede, nei nostri gruppi e movimenti ecclesiali». «Portiamo nel cuore il sogno di Dio per la sua città — conclude Pizzaballa — e lasciamo che quel sogno diventi, passo dopo passo, giorno dopo giorno, la nostra stessa vita».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Beatrice Guarrera 27/04/2026)

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