Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



Visualizzazione post con etichetta "SINODO FAMIGLIA 2015". Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta "SINODO FAMIGLIA 2015". Mostra tutti i post

sabato 22 agosto 2020

La “Gloriosa” Regina

La “Gloriosa” Regina


Nella festa mariana

Regina non è un titolo onorifico, con cui Dio ha voluto rallegrare Maria e con cui noi possiamo chiamarla lietamente. È invece il nome che indica una condizione di vita, peraltro eterna, in cui la Vergine Madre è stata posta dal Dio trinitario. Diversamente dalla regalità umana, quella di Maria non può neppure essere rinchiusa dentro lo spazio, pur bello e ampio delle devozioni a lei dedicate; essa trova il suo luogo di nascita e la sua forte fondazione nella rivelazione della Scrittura.

La regalità di Maria è una reale condivisione della signoria-regalità di Dio. In modo più appropriato, essa è la condivisione della regalità di Cristo che, perciò, la caratterizza in maniera essenziale. Tutto questo si inscrive dentro un disegno salvifico a più arcate, la più ampia delle quali va dal manifestarsi regale di Dio nel primo Patto — («Il Signore regna!» [Es 15-189]) — al suo compimento in Gesù Cristo (cfr. Ap 12, 10). Dentro questa amplissima arcatura rivelativa, si incontra Maria felicemente implicata nella regalità del Figlio, «Sole di giustizia», al quale dà la veste della sua umanità e intronizza il neonato Re-Messia (Incarnazione) e come Virgo-regia apre la via alla sconfitta del Nemico della famiglia umana nell’evento di Pasqua.

Quale Madre messianica, Maria sta sotto la Croce assistendo alla morte del Re-Messia (Rex Iudeorum) e condividendola regalmente. L’evento pasquale vede Gesù di Nazaret vivere i due momenti opposti di morte-risurrezione, di Uomo che viene ucciso come servo (i romani riserbavano la Croce agli schiavi) e che risorge come Re glorioso ad opera del Padre. Interpretando con occhio credente la presenza di Maria dentro il complesso evento pasquale di Gesù, possiamo vedere che anche la sua vicenda si distende lungo la “costante” biblica dell’umiliazione/glorificazione (cfr. S. De Fiores e N. Zamberlan, Voce Regina, in Mariologia, a cura di S. De Fiores, V. Ferari Schiefer, S.M. Perrella, San Paolo, Cinisello Balsamo - Milano, 2009, p. 2610).

Maria Regina e la Trinità

La «regalità» di Maria va compresa in riferimento all’unità di Dio, ma va anche vista nell’appropriazione o specificazione delle tre divine Persone. Questo legame, evidentemente, rende possibile e dà significato alla regalità di Maria.

“Maria Regina e il Padre”. Nella Scrittura primo-testamentaria l’attribuzione della regalità a Dio deve intendersi come regalità rivolta al Padre, che ha creato e governa il cielo e la terra. Così si esprimono soprattutto i Salmi: Dio è «Re grande su tutta la terra» (43, 3; 84, 4; 95, 3; 98, 6; 145, 2). Anche i Profeti attestano la sua monarchia su Israele, in particolare: «Re d’Israele è il Signore in mezzo a te» (Sof 3, 15; cfr. Is 6, 5; Ger 8, 19; Zc 14, 9.17; Mal 1, 14). Anche Gesù nelle parabole del Regno rappresenta il Padre come un Re (cfr. Mt 18, 23ss). Ogni altra attribuzione regale va intesa come scaturente da quella del Padre: anche quella di Maria proviene dal Padre che la rende Regina perché creatura al massimo degna di sé, perché Madre del suo Figlio incarnato e perché sua compagna nell’opera redentrice e salvifica.

“Maria Regina e il Figlio”. Il titolo di Re è anche per Gesù: il Messia atteso dagli ebrei sarà discendente del re Davide (cfr. 2 Sam 7); sarà un re «umile e mansueto» (Zc 9, 9-10); è chiamato «Principe della pace» (Is 9, 6) e, come rivelerà l’angelo a Maria nell’Annunciazione, «regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe» (Lc 1, 32). Lei, dunque, è la Madre del Messia Re. Così, nel suo ingresso a Gerusalemme Gesù si presenterà come Re dimesso (cfr. Gv 12, 15). La regalità, infine, è la sua causa mortis, anche se egli nel processo davanti a Pilato precisò che egli era re, ma non di questo mondo: Egli è, infatti, «Re dei re e Signore dei signori» (Ap 19, 16). Ora Maria lega la sua persona di Madre a tutta la vicenda martiriale e gloriosa di Gesù, il Messia Re.

“Maria Regina e lo Spirito”. Anche l’opera dello Spirito, infine, si riferisce alla regalità: il profeta Isaia, infatti, vede nello Spirito l’artefice della regalità del Messia (cfr. Is 11, 1-2) e nell’Annunciazione l’Angelo rivela a Maria: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra» (Lc 1, 35). A quel Figlio che nascerà dall’opera dello Spirito in Maria «il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33). Ma, soprattutto, è la globale plasmazione, anche d’indole regale, che lo Spirito opera sulla persona di Maria.

Maria Regina perché...

Rivelazione biblica, senso di fede del popolo di Dio, docenza magisteriale dei pastori, pensiero credente dei teologi concordano nel dire che la regalità di Maria è motivata dal fatto che la “logica dei misteri” fonda sempre motivazioni di fede: ebbene, la libera signoria del Dio trinitario che decide in ordine alla salvezza in piena autonomia, la sorprendente rivelazione biblica nel far conoscere gli arcani disegni divini, le ragioni teologiche che poggiano sulla fede della Chiesa portano a dire che la regalità di Maria è verità che dispone di un’ampia motivazione. Ci attestiamo a considerarne almeno tre, fra le maggiori.

“Maria è Regina perché Madre”. La maternità divina di Maria, come insegna Pio XII, è «l’argomento principale, su cui si fonda la dignità regale di Maria, già evidente nei testi della tradizione antica e nella sacra liturgia» (Enc. Ad coeli Reginam [11.10.1954], III). Condotta in Cielo, Maria ha vissuto per sé, e nei modi adatti a lei, ciò che è stato per Gesù suo Figlio quanto, con l’Ascensione, egli ha sperimentato con l’«ingresso nella sua gloria» (At 1, 9: Fil 2, 9; 1 Tm 3, 16).

Entrata anche lei nella Casa del Padre, è stata resa (non dichiarata) Regina dal Figlio glorificato che le ha cinto il capo con una corona di dodici stelle, le tremule e vive luci della Chiesa: così, in lei, quale Madre messianica, ha vibrato la gloria del Messia e del popolo messianico. Così lei è divenuta la Regina-Madre in riferimento a Cristo e, di conseguenza, meritando i titoli di “Madre della Chiesa”, di “Madre dei discepoli”, di “Madre del genere umano”. La Gloriosa, insomma, con la sua maternità regale è rivolta verso tutti e ognuno, essendo l’unica Eva (come ci insegna a dire sant’Efrem siro), ossia quale vera «madre di tutti i viventi» (Gn 3, 20), poiché la prima Eva non lo è mai stata non avendo ascoltato la parola di Dio che, pertanto, non ha potuto fermentare in lei e renderla feconda.

“Maria è Regina perché discepola”. Essere Discepola di Cristo su questa terra è stato per Maria un avvio alla regalità celeste. Non un solo aspetto della sua discepolarità, ma l’intera sua condizione discepolare profetizza la sua glorificazione regale. Di fatto, l’essere discepolare è la forma completa della sua esistenza di Figlia di Sion, di resto santo d’Israele, di Vergine che si avvia col suo Sì alla vita di Madre messianica, della sua maternità dolorosa e, infine, della sua maternità gloriosa.

La condizione discepolare di Maria è intessuta dei santi fili, lievi e forti, che realizzano la splendida tela della sua vita. «Dando il suo assenso al disegno divino, progredendo nel suo cammino di fede, ascoltando e custodendo la Parola di Dio, rimanendo fedelmente unita al Figlio sino alla Croce, perseverando con la Chiesa nella preghiera, intensificando il suo amore verso Dio, meritò in modo eminente la “corona di giustizia” (cfr. 2 Tm 4, 8), la “corona della vita” (cfr. Gc 1, 12; Ap 2, 10), la “Corona della gloria” (cfr. 1 Pt 5, 4) promessa ai fedeli discepoli di Cristo» (Conferenza episcopale italiana, Rito dell’incoronazione della Beata Vergine Maria, Città del Vaticano 1982, 5).

“Maria è Regina perché serva”. Pensare la regalità di Maria come un allontanamento dalla sua vita umile, dalla sua condizione di serva del Signore, per immaginare una contraddizione tra la vita di sorella, di discepola e di servizio, rispetto all’esistenza gloriosa, regale di Maria in Cielo, è un pensar male di lei dal punto di vista teologico, in contraddizione inaccettabile con l’idea di gloria e di regalità che la Scrittura insegna e la Chiesa interpreta. In terra, Maria «vive umilmente nel mondo dei poveri... Ella è la più umile serva al tempo stesso che la più alta regina: la più umile serva perché è la più alta regina» (R. Laurentin, La Vergine Maria. Mariologia post-conciliare, Paoline, Roma 19703, pp. 225-226). In Maria, sua serva fedele, Dio manifesta le preferenze che ha per il piccolo, il povero, l’ultimo, l’abbandonato in questo mondo per fare brillare la sua gloria con cui investe la persona della Madre di Gesù.

Inoltre, glorificazione di Maria si pone in fedele continuità con quanto Dio ha vissuto con Israele: come per gli Israeliti la glorificazione consiste nella loro vocazione a servire Dio, così il regno della Vergine Madre è regno di servizio anche in Cielo lodando Dio e intercedendo per gli uomini. Maria, dunque, è Regina perché serva: diventa Madre del Re messianico perché si dichiara ed è stata «la serva del Signore» (Lc 1, 38, 48). Come si vede, meditando sulla regalità di Maria, siamo entrati sotto l’arco di uno splendido chiasmo: Maria è Regina perché serva (la regalità è un premio); ma anche, come abbiamo sentito or ora da un’espressione di René Laurentin, Maria è serva perché Regina (per servire occorre regalità, altrimenti si auto-offende chi serve e si offende chi riceve l’atto di servizio). Maria ha attuato pienamente l’apparente paradosso del «servire è regnare».

Che cosa fa la Gloriosa in Cielo?

Il Dio «giusto e misericordioso che disperde i superbi e innalza gli umili» ha «coronato di gloria e di onore il Cristo» (Eb 2, 9), chiamandolo alla sua destra; lo stesso Padre «giusto e misericordioso» ha esaltato l’umile Vergine di Nazaret accanto al Figlio. La regalità di Maria culmina nella incoronazione gloriosa. La corona di gloria che lei riceve è anzitutto simbolo della sua santità e che condivide, in modo inarrivabilmente alto, con tutti i santi; è simbolo, inoltre, della ricompensa divina a lei riserbata per la lotta condotta contro il male (cfr. 2 Tes 2, 19; 1 Cor 9, 25); la sua corona di gloria è profezia e preludio dell’incoronazione dei fedeli, poiché essa è premio o conclusione della fedeltà a Cristo (cfr. 2 Tm 4, 7-8).

Maria in Cielo è la Regina Madre alla destra del Figlio. È anche la Sposa del Re Messia nel giorno delle sue nozze gloriose che succedono alle nozze martiriali che lei ha celebrato col Figlio sul Calvario, quando il sangue di lui è stato il sigillo di quel patto nuziale. L’Assunzione non è l’ultima data della esistenza mariana, ma la premessa della sua glorificazione piena ed eterna. Con l’Assunzione, entrando Maria in Cielo, viene operata una molteplice restituzione, che è anche la trama della glorificazione di Maria: «Fu restituito al Re il suo trono, il paradiso all’albero della vita, l’aureola luminosa al sole, l’albero al frutto, la Madre al Figlio» (N. Cabasilas, In dormitionem Deiparae, 3,12).

Maria in Cielo realizza alla perfezione la vocazione per cui è stata creata, che comprendeva d’essere la Madre messianica e di partecipare a tutto l’evento Cristo. Con larghe esemplificazioni Maria in Cielo realizza un’esistenza dicibile con i tre verbi che il beato Antonio Rosmini Serbati ha fatto scrivere sulla sua tomba a Stresa: «Adorare, tacere e godere». Maria adora il Dio trinitario con la profonda santità di cui dispone; tace, vivendo la più profonda intimità con Dio col trasporto contemplativo del silenzio; gode, con tutta l’anima, della compagnia del Figlio.

Maria in Cielo è pura «lode della gloria» (cfr. Ef 1, 14) e Lassù inneggia a Dio anche a nome di tutta la creazione e, in particolare, della Chiesa, per la quale intercede incessantemente presso il Figlio, mentre la prepara a vivere il suo stesso destino di Gloria. Perciò, la Chiesa contempla la Gloriosa quale immagine e pegno di quello che un giorno accadrà a lei in termini di glorificazione, quando finirà di radunarsi intorno al trono dell’Altissimo.

Gesù ha incoronato sua Madre per sempre

Già in altre epoche c’è chi ha avuto da obiettare, con motivazioni diverse, sull’attribuzione a Maria del titolo di Regina (ad esempio, Lutero, Erasmo) e anche alla fine del Novecento è tornata questa critica, con motivazioni, più che deboli, teologicamente illogiche, come quella che troviamo in un libro scritto da cinque donne spagnole, di cui quattro laiche e una religiosa: Isabel, Esperanza, Mercedes, María e Demetria. Il testo è intitolato: María, mujer mediterránea (Bilbao 1999). Le parole introduttorie di Isabel lamentano che la figura di Maria sia stata costruita da uomini che ne hanno reso irriconoscibile la vera figura, cosicché Isabel scrive: «Nel caso di Maria, la sua vita autentica ci obbliga ad abbandonare le sete e le corone per seguirla nei cammini polverosi e poveri della sua nativa Galilea. Ci obbliga a incallire le sue mani e a disegnare rughe sul suo volto terso e giovanile. Ci obbliga a coprire la sua tunica immacolata con un grembiule. Ci obbliga a immaginarla mentre trasporta acqua dal pozzo, impasta il pane, allatta, aggiunge rammendi al panno sciupato, frega il suolo... Tutte faccende che hanno fatto le donne per secoli» (pp. 13-14).

Bene si fa a ricordare la dimensione terrena di Maria (la mariologia del Novecento ha camminato in questa direzione), ma non possiamo dimenticare che Maria non finisca in terra e non sia esemplare solo per il suo impegno di Donna: c’è un progetto divino che la vede coinvolta nella “storia della salvezza” che sfocia oltre la storia stessa, ossia nella Gloria del Cielo. Non è possibile dimenticare che Maria compia un itinerario che va dal servizio alla corona di gloria, anzi che venga da Gesù glorificata proprio perché è serva, non considerando neppure che chi seguirà la serva del Signore avrà come lei la corona di gloria promessa a tutti i servi fedeli del Signore.

Togliere la corona dal capo della Gloriosa? E perché? In ultima istanza, questo significherebbe privarla di un elemento significativo della sua partecipazione alla Gloria del Figlio risorto e, in più, sottrarrebbe ai fedeli un simbolo eloquente del futuro felice che il Padre riserva ai fedeli discepoli del Figlio. Bene ha risposto S. De Fiores alla Isabel ricordata sopra, pur cercando di capire le ragioni del suo dire: «Non ci sentiamo tuttavia di togliere la corona dalla fronte della Madre di Dio, perché nel piano della sapienza divina essa fa parte, come necessaria conseguenza, di una vita di servizio del Signore nell’umile condizione della donna alle soglie del Nuovo Testamento. In particolare, in lei, serva innalzata a madre del Signore e proclamata beata da tutte le generazioni, scopriamo il cammino del credente dalla kénosi alla gloria» (Incoronata: Nuovissimo Dizionario. Maria, Dehoniane, Bologna 2006, p. 882).

In chiusura, su questo tema mal compreso e maltrattato, va osservato che il vero problema di fondo è come fare teologia. Questa la si pensa e la si scrive attivando tutte le risorse che servono, non una in meno: la base scritturistica, la voce dei padri della Chiesa, la molteplice tradizione della Chiesa (liturgia, storia del dogma, quando è disponibile: una buona agiografia), docenza magisteriale, storia della teologia, dialogo con la cultura del tempo e altro. Provare a far teologia con un solo materiale (ad esempio, nel nostro caso, la dimensione antropologico-sociale di Maria) non si riesce a costruire una casa, ma al massimo un cippo rivendicativo e propagandistico.

La teologia è sinfonica come la verità di fede che vuole servire (cfr. Hans Urs von Balthasar). E in più, non si può smontare, vivisezionare l’unitaria esperienza cristiano-ecclesiale né spezzare insipientemente i fili che intessono la “logica dei misteri” e neppure quegli altri fili preziosi che tengono uniti i termini degli ossimori cristiani, ad esempio di quelli mariani: verginità-maternità, immacolatezza-redenzione, creaturalità-maternità divina e servizio-regalità. È un torto teologico che si fa a Maria proprio nel momento in cui si promette di “dir bene” di lei, quale dev’essere sempre, per codice irrinunciabile, il... pensare la fede della Chiesa, ossia la Teologia e, perciò, anche la Teologia mariana.
di Michele Giulio Masciarelli*
(fonte: L'Osservatore Romano 21/08/2020)

Michele Giulio Masciarelli* Sacerdote dell’Arcidiocesi di Chieti-Vasto, insegna Introduzione al mistero di Cristo e Teologia dom­matica presso l’Istituto Teologico Abruzzese-Molisano (Chieti), del quale è stato Preside, ed Escatologia presso la Pontificia Facoltà «Marianum» (Roma). 


domenica 28 maggio 2017

28 maggio 51a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. “Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo”


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA 51ma GIORNATA MONDIALE
DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

«Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5).
Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo

L’accesso ai mezzi di comunicazione, grazie allo sviluppo tecnologico, è tale che moltissimi soggetti hanno la possibilità di condividere istantaneamente le notizie e diffonderle in modo capillare. Queste notizie possono essere belle o brutte, vere o false. Già i nostri antichi padri nella fede parlavano della mente umana come di una macina da mulino che, mossa dall’acqua, non può essere fermata. Chi è incaricato del mulino, però, ha la possibilità di decidere se macinarvi grano o zizzania. La mente dell’uomo è sempre in azione e non può cessare di “macinare” ciò che riceve, ma sta a noi decidere quale materiale fornire (cfr Cassiano il Romano, Lettera a Leonzio Igumeno).

Vorrei che questo messaggio potesse raggiungere e incoraggiare tutti coloro che, sia nell’ambito professionale sia nelle relazioni personali, ogni giorno “macinano” tante informazioni per offrire un pane fragrante e buono a coloro che si alimentano dei frutti della loro comunicazione. Vorrei esortare tutti ad una comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisca una cultura dell’incontro, grazie alla quale si possa imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia.

Credo ci sia bisogno di spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura, frutto dell’abitudine a fissare l’attenzione sulle “cattive notizie” (guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane). Certo, non si tratta di promuovere una disinformazione in cui sarebbe ignorato il dramma della sofferenza, né di scadere in un ottimismo ingenuo che non si lascia toccare dallo scandalo del male. Vorrei, al contrario, che tutti cercassimo di oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra, gettandoci nell’apatia, ingenerando paure o l’impressione che al male non si possa porre limite. Del resto, in un sistema comunicativo dove vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia, e dove il dramma del dolore e il mistero del male vengono facilmente spettacolarizzati, si può essere tentati di anestetizzare la coscienza o di scivolare nella disperazione.

Vorrei dunque offrire un contributo alla ricerca di uno stile comunicativo aperto e creativo, che non sia mai disposto a concedere al male un ruolo da protagonista, ma cerchi di mettere in luce le possibili soluzioni, ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia. Vorrei invitare tutti a offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo narrazioni contrassegnate dalla logica della “buona notizia”.

....






LA BUONA NOTIZIA 
FA GERMOGLIARE VITA NUOVA

“Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo” è il tema della 51a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Ecco perché questi due concetti sono tanto importanti nell’epoca delle false notizie e della post verità

«Vorrei esortare tutti a una comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisca una cultura dell’incontro, grazie alla quale si possa imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia», scrive Papa Francesco nel suo messaggio per la 51a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, esplicitando il tema “Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo”.

La fiducia viene proposta come lente di un’ottica che consenta di valutare in positivo i risvolti del quotidiano e di arginare le ondate impetuose con le quali la strategia del terrore vuole imporre nuove forme di ritiro sociale.

Immerso da vari mesi all’interno di una ricerca esplorativa sulla comunicazione delle comunità cristiane locali ho rilevato, però, come la fiducia possa andare ben oltre l’angolo visuale dal quale si incornicia il quotidiano. Ricalcando il modello dei funnel che tanto appassionano gli ambienti del web marketing ho tentato di collocare all’interno di una griglia i passaggi che strutturano i processi di coinvolgimento sperimentati a livello parrocchiale e ho colto come la fiducia non sia solamente uno dei possibili contenuti da veicolare ma la passerella relazionale che consente al messaggio di transitare ed essere accolto dal ricevente.

Senza fiducia anche la miglior forma rischia di scivolare sul mantello impermeabile che ciascuno si confeziona a propria misura per non essere inzuppato dall’eccesso di informazioni. La fiducia consente l’osmosi, lascia filtrare, permette che l’utente – se lo desidera ‒ possa impregnarsi.

Il resto del modello è chiaro: se l’attivatore costituito dalla fiducia reciproca (e sottolineo questo aspetto biunivoco del concedere credito) ha iniziato il suo processo di fluidificazione, l’operazione di coinvolgimento può assumere anche aspetti più evangelici: dalla fraternità al dono oblativo.

Il secondo termine messo a tema da papa Francesco, la speranza, fa emergere come la logica della buona notizia, con la “b” minuscola o maiuscola, possa infrangere alcuni limiti provocati dalle nostre euristiche percettive. Penso che a molti sia già noto come le nostre ricerche digitali siano costantemente viziate e costrette all’interno di bolle di filtraggio, un concetto introdotto dall’autore Eli Pariser per spiegare come i colossi della comunicazione digitale non ci stiano offrendo un’informazione sempre più flessa verso i nostri comportamenti e preferenze.

Questa anomalia alimenta, nella generazione dei processi di apprendimento, ulteriori membrane di confine che oserei definire bolle noetiche, ovvero serbatoi di informazione punteggiati da false notizie, post verità, euristiche percettive, bias. Non è semplice prendere consapevolezza di questi limiti come non risulta immediato percepire l’odore dell’aria viziata che rischia di compromettere una buona resa nell’elaborare il pensiero e reagire.

La libertà generata dalla Buona Notizia, l’ottica del Vangelo, è come un seme depositato all’interno di una bolla noetica. Si radica nell’esperienza e può infrangere la costrizione di una membrana impercettibile per dare vita ad un virgulto di speranza. Fa «germogliare la vita nuova come la pianta cresce dal seme caduto», come ben sottolinea il messaggio del Santo Padre.

Il mistero della festa dell’Ascensione racconta sottrazione, cambio di presenza: da fisica a virtuale. Da virtus, intrisa di quella forza e potenza lo Spirito anima da dentro.

* don Marco Sanavio è direttore dell'Ufficio comunicazioni sociali della diocesi di Padova


lunedì 26 ottobre 2015

Papa Francesco omelia nella Santa Messa per la conclusione della XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (25 ottobre 2015)



Alle ore 10 di oggi, XXX domenica del Tempo Ordinario, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco celebra la Santa Messa in occasione della chiusura della XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema: “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”. Concelebrano con il Santo Padre Cardinali, Patriarchi, Arcivescovi Maggiori, Arcivescovi, Vescovi e Presbiteri membri del Sinodo. 

Omelia del Santo Padre

Tutte e tre le Letture di questa domenica ci presentano la compassione di Dio, la sua paternità, che si rivela definitivamente in Gesù.

Il profeta Geremia, in pieno disastro nazionale, mentre il popolo è deportato dai nemici, annuncia che «il Signore ha salvato il suo popolo, il resto d’Israele» (31,7). E perché lo ha fatto? Perché Lui è Padre (cfr v. 9); e come Padre si prende cura dei suoi figli, li accompagna nel cammino, sostiene «il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente» (31,8). La sua paternità apre loro una via accessibile, una via di consolazione dopo tante lacrime e tante amarezze. Se il popolo resta fedele, se persevera a cercare Dio anche in terra straniera, Dio cambierà la sua prigionia in libertà, la sua solitudine in comunione: ciò che oggi il popolo semina nelle lacrime, domani lo raccoglierà nella gioia (cfr Sal 125,6).

Con il Salmo abbiamo manifestato anche noi la gioia che è frutto della salvezza del Signore: «La nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia» (v. 2). Il credente è una persona che ha sperimentato l’azione salvifica di Dio nella propria vita. E noi, Pastori, abbiamo sperimentato che cosa significhi seminare con fatica, a volte nelle lacrime, e gioire per la grazia di un raccolto che sempre va oltre le nostre forze e le nostre capacità.

Il brano della Lettera agli Ebrei ci ha presentato la compassione di Gesù. Anche Lui “si è rivestito di debolezza” (cfr 5,2), per sentire compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore. Gesù è il sommo sacerdote grande, santo, innocente, ma al tempo stesso è il sommo sacerdote che ha preso parte alle nostre debolezze ed è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato (cfr 4,15). Per questo è il mediatore della nuova e definitiva alleanza che ci dà la salvezza.

Il Vangelo odierno ci collega direttamente alla prima Lettura: come il popolo d’Israele è stato liberato grazie alla paternità di Dio, così Bartimeo è stato liberato grazie alla compassione di Gesù. Gesù è appena uscito da Gerico. Nonostante abbia appena iniziato il cammino più importante, quello verso Gerusalemme, si ferma ancora per rispondere al grido di Bartimeo. Si lascia toccare dalla sua richiesta, si fa coinvolgere dalla sua situazione. Non si accontenta di fargli l’elemosina, ma vuole incontrarlo di persona. Non gli dà né indicazioni né risposte, ma pone una domanda: «Che cosa vuoi che io faccia per te?» (Mc 10,51). Potrebbe sembrare una richiesta inutile: che cosa potrebbe desiderare un cieco se non la vista? Eppure, con questo interrogativo fatto “a tu per tu”, diretto ma rispettoso, Gesù mostra di voler ascoltare le nostre necessità. Desidera con ciascuno di noi un colloquio fatto di vita, di situazioni reali, che nulla escluda davanti a Dio. Dopo la guarigione il Signore dice a quell’uomo: «La tua fede ti ha salvato» (v. 52). È bello vedere come Cristo ammira la fede di Bartimeo, fidandosi di lui. Lui crede in noi, più di quanto noi crediamo in noi stessi.

C’è un particolare interessante. Gesù chiede ai suoi discepoli di andare a chiamare Bartimeo. Essi si rivolgono al cieco usando due espressioni, che solo Gesù utilizza nel resto del Vangelo. In primo luogo gli dicono: “Coraggio!”, con una parola che letteralmente significa “abbi fiducia, fatti animo!”. In effetti, solo l’incontro con Gesù dà all’uomo la forza per affrontare le situazioni più gravi. La seconda espressione è “Alzati!”, come Gesù aveva detto a tanti malati, prendendoli per mano e risanandoli. I suoi non fanno altro che ripetere le parole incoraggianti e liberatorie di Gesù, conducendo direttamente a Lui, senza prediche. A questo sono chiamati i discepoli di Gesù, anche oggi, specialmente oggi: a porre l’uomo a contatto con la Misericordia compassionevole che salva. Quando il grido dell’umanità diventa, come in Bartimeo, ancora più forte, non c’è altra risposta che fare nostre le parole di Gesù e soprattutto imitare il suo cuore. Le situazioni di miseria e di conflitto sono per Dio occasioni di misericordia. Oggi è tempo di misericordia!

Ci sono però alcune tentazioni per chi segue Gesù. Il Vangelo di oggi ne evidenzia almeno due. Nessuno dei discepoli si ferma, come fa Gesù. Continuano a camminare, vanno avanti come se nulla fosse. Se Bartimeo è cieco, essi sono sordi: il suo problema non è il loro problema. Può essere il nostro rischio: di fronte ai continui problemi, meglio andare avanti, senza lasciarci disturbare. In questo modo, come quei discepoli, stiamo con Gesù, ma non pensiamo come Gesù. Si sta nel suo gruppo, ma si smarrisce l’apertura del cuore, si perdono la meraviglia, la gratitudine e l’entusiasmo e si rischia di diventare “abitudinari della grazia”. Possiamo parlare di Lui e lavorare per Lui, ma vivere lontani dal suo cuore, che è proteso verso chi è ferito. Questa è la tentazione: una “spiritualità del miraggio”: possiamo camminare attraverso i deserti dell’umanità senza vedere quello che realmente c’è, bensì quello che vorremmo vedere noi; siamo capaci di costruire visioni del mondo, ma non accettiamo quello che il Signore ci mette davanti agli occhi. Una fede che non sa radicarsi nella vita della gente rimane arida e, anziché oasi, crea altri deserti.

C’è una seconda tentazione, quella di cadere in una “fede da tabella”. Possiamo camminare con il popolo di Dio, ma abbiamo già la nostra tabella di marcia, dove tutto rientra: sappiamo dove andare e quanto tempo metterci; tutti devono rispettare i nostri ritmi e ogni inconveniente ci disturba. Rischiamo di diventare come quei “molti” del Vangelo che perdono la pazienza e rimproverano Bartimeo. Poco prima avevano rimproverato i bambini (cfr 10,13), ora il mendicante cieco: chi dà fastidio o non è all’altezza è da escludere. Gesù invece vuole includere, soprattutto chi è tenuto ai margini e grida a Lui. Costoro, come Bartimeo, hanno fede, perché sapersi bisognosi di salvezza è il miglior modo per incontrare Gesù.

E alla fine Bartimeo si mette a seguire Gesù lungo la strada (cfr v. 52). Non solo riacquista la vista, ma si unisce alla comunità di coloro che camminano con Gesù. Carissimi Fratelli sinodali, noi abbiamo camminato insieme. Vi ringrazio per la strada che abbiamo condiviso con lo sguardo rivolto al Signore e ai fratelli, nella ricerca dei sentieri che il Vangelo indica al nostro tempo per annunciare il mistero di amore della famiglia. Proseguiamo il cammino che il Signore desidera. Chiediamo a Lui uno sguardo guarito e salvato, che sa diffondere luce, perché ricorda lo splendore che lo ha illuminato. Senza farci mai offuscare dal pessimismo e dal peccato, cerchiamo e vediamo la gloria di Dio, che risplende nell’uomo vivente.

Guarda il video dell'omelia

Guarda il video integrale


domenica 25 ottobre 2015

CHIUDE IL SINODO SULLA FAMIGLIA (24 ottobre 2015) La Chiesa é viva e non usa “moduli preconfezionati”, ma attinge alla fonte inesauribile della sua fede acqua viva per dissetare i cuori inariditi. Papa Francesco

CHIUDE IL SINODO SULLA FAMIGLIA  (24 ottobre 2015) 


La Chiesa è viva e non usa “moduli preconfezionati”, 
ma attinge alla fonte inesauribile 
della sua fede acqua viva 
per dissetare i cuori inariditi. 
Papa Francesco






Care Beatitudini, Eminenze, Eccellenze, cari fratelli e sorelle,

vorrei innanzitutto ringraziare il Signore che ha guidato il nostro cammino sinodale in questi anni con lo Spirito Santo, che non fa mai mancare alla Chiesa il suo sostegno.
...
che cosa significherà per la Chiesa concludere questo Sinodo dedicato alla famiglia?

Certamente non significa aver concluso tutti i temi inerenti la famiglia, ma aver cercato di illuminarli con la luce del Vangelo, della tradizione e della storia bimillenaria della Chiesa, infondendo in essi la gioia della speranza senza cadere nella facile ripetizione di ciò che è indiscutibile o già detto.

Sicuramente non significa aver trovato soluzioni esaurienti a tutte le difficoltà e ai dubbi che sfidano e minacciano la famiglia, ma aver messo tali difficoltà e dubbi sotto la luce della Fede, averli esaminati attentamente, averli affrontati senza paura e senza nascondere la testa sotto la sabbia.

Significa aver sollecitato tutti a comprendere l’importanza dell’istituzione della famiglia e del Matrimonio tra uomo e donna, fondato sull’unità e sull’indissolubilità, e ad apprezzarla come base fondamentale della società e della vita umana.

Significa aver ascoltato e fatto ascoltare le voci delle famiglie e dei pastori della Chiesa che sono venuti a Roma portando sulle loro spalle i pesi e le speranze, le ricchezze e le sfide delle famiglie di ogni parte del mondo.

Significa aver dato prova della vivacità della Chiesa Cattolica, che non ha paura di scuotere le coscienze anestetizzate o di sporcarsi le mani discutendo animatamente e francamente sulla famiglia.

Significa aver cercato di guardare e di leggere la realtà, anzi le realtà, di oggi con gli occhi di Dio, per accendere e illuminare con la fiamma della fede i cuori degli uomini, in un momento storico di scoraggiamento e di crisi sociale, economica, morale e di prevalente negatività.

Significa aver testimoniato a tutti che il Vangelo rimane per la Chiesa la fonte viva di eterna novità, contro chi vuole “indottrinarlo” in pietre morte da scagliare contro gli altri.

Significa anche aver spogliato i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite.

Significa aver affermato che la Chiesa è Chiesa dei poveri in spirito e dei peccatori in ricerca del perdono e non solo dei giusti e dei santi, anzi dei giusti e dei santi quando si sentono poveri e peccatori.

Significa aver cercato di aprire gli orizzonti per superare ogni ermeneutica cospirativa o chiusura di prospettive, per difendere e per diffondere la libertà dei figli di Dio, per trasmettere la bellezza della Novità cristiana, qualche volta coperta dalla ruggine di un linguaggio arcaico o semplicemente non comprensibile.

Nel cammino di questo Sinodo le opinioni diverse che si sono espresse liberamente – e purtroppo talvolta con metodi non del tutto benevoli – hanno certamente arricchito e animato il dialogo, offrendo un’immagine viva di una Chiesa che non usa “moduli preconfezionati”, ma che attinge dalla fonte inesauribile della sua fede acqua viva per dissetare i cuori inariditi.

E – aldilà delle questioni dogmatiche ben definite dal Magistero della Chiesa – abbiamo visto anche che quanto sembra normale per un vescovo di un continente, può risultare strano, quasi come uno scandalo - quasi! – per il vescovo di un altro continente; ciò che viene considerato violazione di un diritto in una società, può essere precetto ovvio e intangibile in un’altra; ciò che per alcuni è libertà di coscienza, per altri può essere solo confusione. In realtà, le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale – come ho detto, le questioni dogmatiche ben definite dal Magistero della Chiesa – ogni principio generale ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato. Il Sinodo del 1985, che celebrava il 20° anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, ha parlato dell’inculturazione come dell’«intima trasformazione degli autentici valori culturali mediante l’integrazione nel cristianesimo, e il radicamento del cristianesimo nelle varie culture umane». L’inculturazione non indebolisce i valori veri, ma dimostra la loro vera forza e la loro autenticità, poiché essi si adattano senza mutarsi, anzi essi trasformano pacificamente e gradualmente le varie culture.

Abbiamo visto, anche attraverso la ricchezza della nostra diversità, che la sfida che abbiamo davanti è sempre la stessa: annunciare il Vangelo all’uomo di oggi, difendendo la famiglia da tutti gli attacchi ideologici e individualistici.

E, senza mai cadere nel pericolo del relativismo oppure di demonizzare gli altri, abbiamo cercato di abbracciare pienamente e coraggiosamente la bontà e la misericordia di Dio che supera i nostri calcoli umani e che non desidera altro che «TUTTI GLI UOMINI SIANO SALVATI» (1 Tm 2,4), per inserire e per vivere questo Sinodo nel contesto dell’Anno Straordinario della Misericordia che la Chiesa è chiamata a vivere.
...



Leggi tutto:


GUARDA IL VIDEO
Il discorso integrale




RELAZIONE FINALE VIDEO

INTRODUZIONE

1. Noi Padri, riuniti in Sinodo intorno a Papa Francesco, Lo ringraziamo per averci convocato a riflettere con Lui, e sotto la Sua guida, sulla vocazione e la missione della famiglia oggi. A Lui offriamo il frutto del nostro lavoro con umiltà, nella consapevolezza dei limiti che esso presenta. Possiamo tuttavia affermare che abbiamo costantemente tenuto presenti le famiglie del mondo, con le loro gioie e speranze, con le loro tristezze e angosce. I discepoli di Cristo sanno che «nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il Regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia» (GS, 1). Ringraziamo il Signore per la generosa fedeltà con cui tante famiglie cristiane rispondono alla loro vocazione e missione, anche dinanzi a ostacoli, incomprensioni e sofferenze. A queste famiglie va l’incoraggiamento di tutta la Chiesa che unita al suo Signore e sorretta dall’azione dello Spirito, sa di avere una parola di verità e di speranza da rivolgere a tutti gli uomini. Lo ha ricordato Papa Francesco nella celebrazione con cui si è aperta l’ultima tappa di questo cammino sinodale dedicato alla famiglia: «Dio non ha creato l’essere umano per vivere in tristezza o per stare solo, ma per la felicità, per condividere il suo cammino con un’altra persona che gli sia complementare […]. È lo stesso disegno che Gesù […] riassume con queste parole: “Dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne” (Mc 10,6-8; cf.Gen 1,27; 2,24)». Dio «unisce i cuori di un uomo e una donna che si amano e li unisce nell’unità e nell’indissolubilità. Ciò significa che l’obiettivo della vita coniugale non è solamente vivere insieme per sempre, ma amarsi per sempre! Gesù ristabilisce così l’ordine originario ed originante. […] solo alla luce della follia della gratuità dell’amore pasquale di Gesù apparirà comprensibile la follia della gratuità di un amore coniugale unico e usque ad mortem» (Omelia della Messa di apertura del Sinodo, 4 ottobre 2015).

2. Grembo di gioie e di prove, la famiglia è la prima e fondamentale “scuola di umanità” (cf. GS, 52). Nonostante i segnali di crisi dell’istituto familiare, nei vari contesti, il desiderio di famiglia resta vivo nelle giovani generazioni. La Chiesa, esperta in umanità e fedele alla sua missione, annuncia con convinzione profonda il “Vangelo della famiglia”: ricevuto con la Rivelazione di Gesù Cristo e ininterrottamente insegnato dai Padri, dai Maestri della spiritualità e dal Magistero della Chiesa. La famiglia assume per il cammino della Chiesa un’importanza speciale: «Tanto era l’amore che [Dio] ha incominciato a camminare con l’umanità, ha incominciato a camminare con il suo popolo, finché giunse il momento maturo e diede il segno più grande del suo amore: il suo Figlio. E suo Figlio dove lo ha mandato? In un palazzo? In una città? A fare un’impresa? L’ha mandato in una famiglia. Dio è entrato nel mondo in una famiglia. E ha potuto farlo perché quella famiglia era una famiglia che aveva il cuore aperto all’amore, aveva le porta aperte» (Francesco, Discorso alla Festa delle Famiglie, Philadelphia, 27 settembre 2015). Le famiglie di oggi sono inviate come “discepoli missionari” (cf. EG, 120). In questo senso è necessario che la famiglia si riscopra come soggetto imprescindibile per l’evangelizzazione.

3. Sulla realtà della famiglia, il Papa ha chiamato a riflettere il Sinodo dei Vescovi. «Già il convenire in unum attorno al Vescovo di Roma è evento di grazia, nel quale la collegialità episcopale si manifesta in un cammino di discernimento spirituale e pastorale» (Francesco, Discorso in occasione della Veglia di preghiera in preparazione al Sinodo Straordinario sulla famiglia, 4 ottobre 2014). Nell’arco di due anni si sono svolte l’Assemblea Generale Straordinaria (2014) e l’Assemblea Generale Ordinaria (2015), che hanno assunto il compito di ascolto dei segni di Dio e della storia degli uomini, nella fedeltà al Vangelo. Il frutto del primo appuntamento sinodale, al quale il Popolo di Dio ha dato il suo importante contributo, è confluito nella Relatio Synodi. Il nostro dialogo e la nostra riflessione sono stati ispirati da un triplice atteggiamento. L’ascolto della realtà della famiglia oggi, nella prospettiva della fede, con la complessità delle sue luci e delle sue ombre. Lo sguardo sul Cristo, per ripensare con rinnovata freschezza ed entusiasmo la rivelazione, trasmessa nella fede della Chiesa. Il confronto nello Spirito Santo, per discernere le vie con cui rinnovare la Chiesa e la società nel loro impegno per la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna. L’annuncio cristiano che riguarda la famiglia è davvero una buona notizia. La famiglia, oltre che sollecitata a rispondere alle problematiche odierne, è soprattutto chiamata da Dio a prendere sempre nuova coscienza della propria identità missionaria. L’Assemblea sinodale è stata arricchita dalla presenza di coppie e di famiglie all’interno di un dibattito che le riguarda direttamente. Conservando il prezioso frutto dell’Assemblea precedente, dedicato alle sfide sulla famiglia, abbiamo rivolto lo sguardo alla sua vocazione e missione nella Chiesa e nel mondo contemporaneo.

I PARTE
LA CHIESA IN ASCOLTO DELLA FAMIGLIA

4. Il mistero della creazione della vita sulla terra ci riempie di incanto e stupore. La famiglia basata sul matrimonio dell’uomo e della donna è il luogo magnifico e insostituibile dell’amore personale che trasmette la vita. L’amore non si riduce all’illusione del momento, l’amore non è fine a se stesso, l’amore cerca l’affidabilità di un “tu” personale. Nella promessa reciproca di amore, nella buona e nella cattiva sorte, l’amore vuole continuità di vita, fino alla morte. Il desiderio fondamentale di formare la rete amorevole, solida ed intergenerazionale della famiglia si presenta significativamente costante, al di là dei confini culturali e religiosi e dei cambiamenti sociali. Nella libertà del “sì” scambiato dall’uomo e dalla donna per tutta la vita, si fa presente e si sperimenta l’amore di Dio. Per la fede cattolica il matrimonio è segno sacro in cui diventa efficace l’amore di Dio per la sua Chiesa. La famiglia cristiana pertanto è parte della Chiesa vissuta: una “Chiesa domestica”.

La coppia e la vita nel matrimonio non sono realtà astratte, rimangono imperfette e vulnerabili. Per questo è sempre necessaria la volontà di convertirsi, di perdonare e di ricominciare. Nella nostra responsabilità, come Pastori, ci preoccupiamo per la vita delle famiglie. Desideriamo prestare ascolto alla loro realtà di vita e alle loro sfide, ed accompagnarli con lo sguardo amorevole del Vangelo. Desideriamo dare loro forza ed aiutarle a cogliere la loro missione oggi. Desideriamo accompagnarle con cuore grande anche nelle loro preoccupazioni, dando loro coraggio e speranza a partire dalla misericordia di Dio.
...
Leggi tutto:


lunedì 19 ottobre 2015

"La misericordia viene prima della giustizia" di Enzo Bianchi


Papa Francesco al sinodo

La misericordia viene prima della giustizia
di Enzo Bianchi

Il sinodo si sta davvero mostrando come un cammino fatto insieme, un processo creativo che fa crescere la convergenza su alcuni temi cruciali per la vita dei cristiani e per la presenza della chiesa nella compagnia degli uomini.

Dall'ascolto degli interventi in assemblea e dalla ricerca dei circum minores emerge innanzitutto un'immagine di chiesa universale, a dimensione del pianeta, una chiesa che, come quella della Pentecoste a Gerusalemme parla le diverse lingue degli uomini e, in queste lingue diverse, cerca di innestare il vangelo di Gesù Cristo. Se è vero che dai tempi di papa Giovanni le genti della terra hanno iniziato a essere riconosciute e presenti anche nelle istituzioni della chiesa - il cardinale Rugambwa, creato da Giovanni XXIII nel 1960, fu il primo cardinale africano - resta altrettanto vero che le chiese extra-europee, soprattutto le africane e le asiatiche, emergono adesso con un loro volto preciso: non sono più chiese rette da missionari europei, ma hanno autentica consistenza di chiesa anche a livello di formazione del clero e del laicato e contribuiscono a loro volta in maniera significativa alla trasmissione della tradizione cattolica.

Sovente tuttavia, anche per il loro radicamento nella realtà dei loro Paesi, non sono contemporanee ad altre chiese dell'emisfero nord-occidentale e le loro culture, così diverse dalle nostre, evidenziano altri problemi, altre urgenze, altre situazioni sociali... La chiesa cattolica è veramente una comunione plurale, non solo per i riti, ma per le differenze derivanti in modo libero e forte dalla cultura.

Forse anche per il magistero papale siamo negli ultimi tempi di un'espressione teologica destinata in modo indifferenziato a tutte le culture della terra. In futuro sarà quasi impossibile che il linguaggio di un'enciclica di respiro universale come la Deus caritas est - tra le più belle mai scritte da un papa - sia percepito efficacemente da “tutti i cattolici”: le chiese asiatiche o africane, per esempio, ne avrebbero una ricezione condizionata dalle loro categorie culturali e quindi necessiterebbero di una “traduzione” non solo linguistica per rendere possibili risposte pastorali adeguate alle loro urgenze.

Comprendiamo allora perché alcuni padri africani denunciano l'ottica occidentale prevalente nell'lnstrumentum laboris e negli interventi in assemblea.

Le preoccupazioni pastorali dell'Africa centrale e meridionale sono altre: là il matrimonio non è in situazione critica mentre sono cogenti problemi come la poligamia, l'oppressione della donna, le pratiche che ne offendono la dignità... I matrimoni interreligiosi tra cristiani e musulmani, poi, sono luoghi di facile frattura oppure opportunità di incontro, di dialogo, di esempio della libertà di coscienza e di professione religiosa? Si pensi anche all'apporto che queste chiese potrebbero dare attraverso il loro modo di concepire la “famiglia” con la presenza ancora decisiva e autorevole degli anziani che offrono il loro contributo di sapienza ed esperienza... Al sinodo vi può così essere uno scambio non solo di vedute o di testimonianze, ma di autentici doni che una chiesa può fare all'altra.

In numerosi ambiti la chiesa cattolica fa la difficile ma ricca esperienza vissuta già da una ventina d'anni dalla comunione anglicana: trovare e percorrere cammini pastorali diversi in diverse regioni del mondo nell'unica confessione di fede. Si tratta di imparare a vivere una nuova sinfonia ecclesiale, non solo tra centro (la Santa Sede) e periferie ai confini del mondo, ma tra le chiese stesse. Sarà compito del successore di Pietro servire questa comunione plurale, vegliare su questa consonanza nella diversità, mantenendo l'unità della fede e garantendo le legittime diversità nella liturgia, nella disciplina, nella teologia, nella spiritualità.. L'uniformità ecclesiale latina è finita ma occorre più che mai salvaguardare l'unità della fede in una comunione che include e non esclude. E si dovrà pensare a organismi ecclesiali a livello regionale e non più nazionale, aiutando maggiormente l'elaborazione di progetti e presenze cristiane nel mondo che superino visioni insufficienti, a volte troppo chiuse o miopi, che talora affliggono le conferenze episcopali nazionali.

D'altronde questa era la prassi del primo millennio, con sinodi regionali e le chiese organizzate nei cinque patriarcati. In ogni caso, ciò che più ha occupato i padri e acceso gli animi sono le disposizioni pastorali da assumere nei confronti dei divorziati risposati, cioè coloro che portano in se stessi la ferita della rottura o della fine del matrimonio celebrato e sancito davanti a Dio nella chiesa. Tutti i padri sinodali sono convinti che il matrimonio cristiano è indissolubile, che questa indissolubilità è un fine sempre da perseguire anche con fatica, ma anche che si tratta di un valore di ordine rivelativo e profetico, perché mostra la fedeltà di Dio nell'alleanza con il suo popolo e con l'umanità intera.

Ciò che viene discusso riguarda il “come” la chiesa possa avere una parola e operare con un atteggiamento secondo il vangelo per le famiglie concrete di oggi: situazioni di divorzio, persone risposate civilmente, madri abbandonate, giovani donne incinte lasciate sole, famiglie monoparentali... é divenuto di dominio pubblico l'episodio di un bambino che nel giorno della sua prima comunione ha spezzato l'ostia ricevuta per darne una metà al padre che, divorziato risposato, non avrebbe potuto riceverla. Alcuni vescovi, udendo il racconto, si sono commossi, ma questa situazione non è un'eccezione: divisioni intrafamiliari come questa sono vissute ordinariamente da coniugi cristiani che partecipano alla messa senza tuttavia poter comunicare, entrambi facenti parte del corpo di Cristo ma impediti a manifestare sacramentalmente questa loro verità. Si pensi anche a coniugi cristiani di diversa confessione, anche loro uniti nell'amore sigillato in una celebrazione ecclesiale, uniti nella vita di fede, nell'educazione cristiana dei loro figli e poi divisi al momento di partecipare al cibo eucaristico che nutre la loro vita cristiana ...

Da più parti si prospetta così una possibilità di accesso ai sacramenti da parte di coniugi divorziati risposati, ma ad alcune precise condizioni: che la richiesta dei sacramenti parta dalla loro coscienza cristiana, che siano convinti di doversi assumere la responsabilità della rottura del vincolo matrimoniale come contraddizione alla volontà di Dio - salvo il caso del coniuge abbandonato-, che abbiano adempiuto ogni giustizia nei confronti del coniuge precedente e dei figli nati dalla prima unione, che vivano ecclesialmente la sequela di Cristo, che siano disponibili a un cammino penitenziale sotto il discernimento e la custodia del vescovo. Non si tratta dunque di negare l'indissolubilità del matrimonio cristiano, anche perché queste disposizioni non riguarderebbero indiscriminatamente tutti i divorziati risposati cristiani bensì solo alcuni casi sapientemente vagliati e seguiti non da ufficio burocratici diocesani ma dal vescovo, personalmente o attraverso incaricati competenti, esperti in umanità, obbedienti al vangelo e refrattari a logiche mondane o a richieste che non si configurano come frutto di una coscienza illuminata dal Vangelo.

Questa possibilità sta nello spazio della misericordia che la chiesa deve sempre mettere in atto verso i suoi figli e verso gli uomini tutti, in conformità al suo Signore Gesù Cristo. Misericordia non svenduta ma a caro prezzo: il prezzo del dono della vita che Cristo ha fatto per noi. Nessuna contrapposizione allora tra misericordia, giustizia e verità perché in Dio, che è il legislatore, la misericordia viene prima della giustizia e quest'ultima non è mai punitiva, mai retributiva, mai meritocratica: è una giustizia non bendata perché guarda il volto di ciascuno e discerne la sofferenza, il desiderio dell'amore e, solo successivamente, il peccato. In un'omelia a Santa Marta papa Francesco ha ricordato che noi cristiani non solo siamo scandalizzati dalla misericordia, ma siamo incapaci di accogliere la “gratuità della salvezza”. Preferiamo ascoltare maestri che, come dottori della legge, dichiarano salvati quelli che sono osservanti, giusti incalliti che dichiarano dannati quelli che non osservano o non sanno osservare le prescrizioni dettate dalle tradizione degli uomini e non dal Dio legislatore. Esperti della legge che, nonostante Gesù e Paolo, sono ancora presenti nella chiesa. 
(Fonte: La Stampa, 18 ottobre 2015)


lunedì 12 ottobre 2015

La ricchezza di una chiesa a più voci di Enzo Bianchi

Paolo Veronese, Festa a casa di Levi, 1573, Gallerie dell'Accademia, Venezia
La ricchezza 
di una chiesa 
a più voci
di Enzo Bianchi


Il sinodo è ormai evento ecclesiale da una settimana: già si sono ascoltate voci singole dei padri sinodali, hanno avuto inizio i confronti, i dialoghi più serrati nei diversi gruppi linguistici che vedono la presenza di vescovi accomunati dalla lingua di scambio ma a volte di estrazione, formazione ed esperienze pastorali molto diverse tra loro. È possibile, per esempio, che in gruppo linguistico italiano confluiscano vescovi dell’est Europa, di giovani chiese minoritarie di altri continenti o membri della curia romana… Degli interventi si sa poco perché, volendo garantire a ogni padre piena libertà di espressione, si è preferito non pubblicarli sull’Osservatore romano, come avvenuto in occasione di altri sinodi. Questa misura sapiente non va contro la trasparenza, permette invece che ciascuno faccia sentire la propria voce con parresia senza essere subito catalogato dai mass media come appartenente a uno “schieramento” piuttosto che a un altro, con conseguente pre-giudizio sull’opinione espressa.

Ma proprio perché non ci è ancora consentito misurare e interpretare l’andamento degli interventi possiamo fare ulteriori considerazioni sul sinodo, necessarie per comprenderlo come evento ecclesiale. Questo sinodo, voluto e indetto da papa Francesco, ormai appare come una continuazione del concilio terminato cinquant’anni fa: non ne ha la stessa autorità e rimane per ora un organo solo consultivo che però procede come un concilio, cum Petro e sub Petro, cioè con il successore di Pietro e sotto la sua guida. È un sinodo che si è dato un tempo ampio, due anni, ha cercato di innescare e garantire un cammino sinodale nelle chiese locali attraverso questionari sottoposti ai vescovi affinché consultassero il popolo di Dio, evento questo mai verificatosi in precedenza. Le risposte sono confluite a Roma, anche se in modo diseguale perché alcune chiese, come quella italiana, non vi hanno investito energie ed iniziative, a eccezione di qualche rara diocesi.

Grazie a questo lavoro preparatorio il sinodo, a differenza dei precedenti, è sentito e seguito non solo dai fedeli e ma anche dal mondo non ecclesiale sebbene sovente si mostri incapace di comprendere quale sia veramente la tematica su cui si confrontano i vescovi. Papa Francesco non solo chiede una “chiesa in uscita”, non solo richiama tutti – nella Evangelii gaudium 46 e in molteplici omelie e interventi – a edificare una chiesa con le porte aperte, ma vuole ad intra una chiesa munita di un istinto della fede (sensus fidei) che la possa rendere eloquente nel mondo. Incontro e dialogo sono due parole ricorrenti in papa Francesco che ben esprimono la dinamica sinodale.

...

Va però anche rilevato che la lunga preparazione di questo sinodo ha favorito molte polarizzazioni e c’è chi vi si è predisposto come se si trattasse di andare in battaglia. Non c’è da scandalizzarsi: i conflitti, come ci insegnano le vicende della chiesa nascente narrate nel Nuovo Testamento, possono essere un aiuto all’approfondimento della fede e all’evangelizzazione, se non degenerano in divisioni, partiti, lobbies o persino scismi. Per questo papa Francesco è intervenuto a sorpresa nell’aula sinodale avvertendo i padri: nessuna logica di lobby, nessuna “ermeneutica cospirativa”, nessuna presunzione di dover salvare la chiesa da pericoli e tradimenti. Il sinodo non è acefalo: è un evento posto sotto la guida dello Spirito santo, radunato attorno all’egemonia del vangelo, presieduto dal papa servitore della comunione. Cedere alla tentazione della polarizzazione, ricorrere a strategie o minacce, usare toni perentori, affermazioni senza repliche impedisce allo Spirito santo di agire e appiattisce su prassi politiche mondane.

“Il sinodo non è un ghetto”, ha affermato il vescovo Celli, e un prelato canadese ha ammonito a “non essere una setta”. Ogni logica che legge ovunque cospirazioni, che si nutre di paura non aiuta il “fare strada insieme” (syn-odos) ma alimenta la diffidenza reciproca e il giudizio espresso con linguaggio bellicoso nei confronti dell’altra “parte”: allora anche problematiche che appartengono solo alla disciplina vengono lette come questioni di fede, verità eterne per cui vale la pena combattere.

Infine, una domanda: perché questo sinodo solleva molte contestazioni? Non è successo per i due sinodi ai quali ho partecipato come esperto nominato da Benedetto XVI. Credo di poter dire che non è solo il tema ad accendere gli animi, quanto piuttosto la scoperta avvenuta sotto papa Francesco che la chiesa cattolica non è più monolitica, che non parla più a una sola voce, che diventano legittime differenze nell’esprimere l’unica fede. Potremmo dire che papa Francesco ha dato voce alle chiese locali. Molta polemica, anche da noi in Italia, è condotta da forze non sempre costituite da cristiani con vita ecclesiale, bensì da non cristiani che temono di non avere più davanti a loro la chiesa di sempre, a volte grande nemica, a volte adorata come istituzione mondana che dà identità culturale all’occidente.

Sì, molti temono che le differenze che emergono al sinodo siano poi vissute di diritto nelle chiese, causando sconcerto tra i fedeli, aprendo a nuove presenze finora estranee. In un mondo che manca di idee forti, che soffre mutamenti, alcuni vogliono una chiesa che viva al contrario, una controcultura, fosse anche di élites e non più di popolo: meglio allora l’identità forte e precisa, meglio l’uniformità che dà tanta sicurezza, meglio affidarsi all’autorità, che non dover esercitare la libertà e fare la fatica di scegliere come aderire al vangelo e vivere nel mondo .

Papa Francesco ha invece imboccato un’altra via, autentica realizzazione del Vaticano II: ciò che papa Giovanni chiamava “aggiornamento” e Paolo VI “dialogo”, è da lui assunto con convinzione e diventa anche “cammino sinodale”, compiuto da papa, vescovi e tutto il popolo di Dio.



mercoledì 7 ottobre 2015

Quelle famiglie «imperfette» di cui parlare al Sinodo di Laura Badaracchi

Quelle famiglie «imperfette» 
di cui parlare al Sinodo

di Laura Badaracchi






Domenica 4 ottobre è iniziato il Sinodo dei vescovi sulla famiglia, tra polemiche e divisioni intra-ecclesiali. Dispiace che il numero di donne uditrici sia basso, così come quello dei laici e delle famiglie. Dispiace che in una Chiesa collegiale e sinodale voluta da papa Francesco la voce di chi vive sulla propria pelle le dinamiche familiari (come padre, madre, figlio, figlia, nonno, nonna, nipote) sia marginale e periferica.

Al netto di ogni critica e retorica sulla famiglia, e delle polemiche/strumentalizzazioni che hanno accompagnato la preparazione del Sinodo (comunione eucaristica ai divorziati risposati sì o no, unioni o nozze gay sì o no), provo a elencare alcune semplici considerazioni che possono essere valide per ogni credente e comunità cristiana, chiamati a vivere quella misericordia che il Giubileo alle porte ci richiama a incarnare.

Accogliere la vita nascente significa pure non licenziare una badante o baby-sitter o colf quando annuncia di essere incinta. Scrivo non per sentito dire: è successo che coppie e famiglie cattoliche abbiano messo alla porta la propria dipendente (straniera nella maggioranza dei casi) quando la stessa ha comunicato di aspettare un bambino. La donna in "dolce" attesa ha quindi perso il lavoro e in molti casi anche l'alloggio. Di qui la sofferta decisione di abortire o la ricerca di una casa-famiglia che le desse un tetto e l'opportunità di far nascere il figlio, aiutandola a reinserirsi nella società. Ma bisogna chiedersi come fa una mamma single a lavorare per mantenersi e badare contemporaneamente al suo bambino: le occorre un asilo nido gratuito a cui affidarlo nell'orario di lavoro. Ci deve pensare il welfare: giusto. Ma torno a chi mette alla porta una donna incinta perché lo è, professandosi cattolico praticante.

Famiglie sono pure quelle composte da un ex prete sposato o da una ex suora sposata. Magari additati dalla comunità religiosa o parrocchiale a cui appartenevano. Ci sono anche suore che mettono al mondo un figlio e vengono "ripudiate" all'istante dalle consorelle (lo dicono le cronache) o novizie e professe semplici (non di voti perpetui) che comprendono come quella non sia la loro strada. Idem seminaristi o giovani sacerdoti. Se la loro vocazione è quella matrimoniale e si sono sbagliati, l'hanno capito tardi (non vengono messi in conto errori di discernimento da parte dei superiori o delle superiore, che magari pensano ad arricchire le fila della propria istituzione e non al bene della persona, anzitutto), amen: vadano per la loro strada. Senza uno straccio di curriculum, di contributi pensionistici versati, di lavoro anche precario. Si arrangiassero, se hanno deciso di formare una famiglia cristiana e di seguire Cristo in un'altra vocazione. Una volta usciti dall'istituto religioso o dal seminario o sospesi dal sacerdozio, la comunità di cui hanno fatto parte in molti casi arretra, si chiude o fa muro, per non rischiare che la balzana idea di sposarsi venga a qualcun altro dei "fedelissimi".

Un'ultima casistica di famiglie invisibili: quella delle adolescenti minorenni che si accorgono di aspettare un bambino. Spesso il padre si spaventa e le lascia. Succede pure che le ragazze vogliano avere il figlio e che si aspettino un appoggio dai loro genitori, cattolici praticanti. La "vergogna" o l'imbarazzo o non so cos'altro spingono alcuni di loro a mettere alla porta la figlia, con un ultimatum: o abortisci, oppure in questa casa non ci rimani. Sono drammi e situazioni complesse, difficili. Ma segnali ...

Leggi tutto:
Quelle famiglie «imperfette» di cui parlare al Sinodo


Guarda anche i post già pubblicati sul sinodo: