Nessuno basta a se stesso.
Anche l’uomo più potente della terra
ha bisogno degli altri,
senza di loro é nessuno
di Gennaro Matino
Ci hanno insegnato a farcela da soli. A non chiedere. A non dipendere. A chiamare libertà il non avere bisogno di nessuno. Tu basti a te stesso. Poi arriva una malattia, una guerra, un figlio che non torna, un vicino che bussa. E la frase su cui avevamo costruito il mondo si spezza: tu non basti a te stesso. È una notizia capace di rovinare il sonno a chi comanda. Perché se nessuno basta a se stesso, il mio destino entra nei conti di qualcun altro. E quello di qualcun altro entra nei miei.
Non posso dichiararmi estraneo alla fame che vedo, alla solitudine che incontro, alla violenza che pago perché resti lontana dai miei occhi. La nostra epoca ha fatto dell’autosufficienza una religione senza altari. Devi saperti vendere, curare, difendere, aggiornare. Devi essere imprenditore della tua vita, possibilmente sorridendo. Se cadi, avrai sbagliato strategia. Se non ce la fai, non ti sei impegnato abbastanza. Così una società che toglie appigli può perfino rimproverare chi precipita di non aver imparato a volare. E intanto, dietro ogni persona che proclama di essersi fatta da sola, c’è una folla che non compare nella fotografia: chi l’ha cresciuta, istruita, curata; chi ha pulito la strada percorsa per arrivare al lavoro; chi ha raccolto ciò che trova sul tavolo. Dire “ce l’ho fatta da solo” è facile quando il lavoro degli altri è stato reso invisibile.
A volte basta domandarsi chi ha tenuto in piedi la propria giornata per accorgersi che la risposta non è mai “io”. A Napoli conosciamo la differenza fra una porta aperta e una porta socchiusa. Un pianerottolo può diventare una piccola patria; può diventare anche il luogo dove si sente piangere qualcuno e si alza il volume della televisione. Non è il folklore dell’aiutarsi a vicenda a salvarci. Una mano tesa è preziosa, ma non può sostituire una scuola che funzioni, una casa accessibile, cure che arrivino in tempo. La generosità privata, quando deve coprire ogni giorno i vuoti della politica, finisce per diventare la prova del suo fallimento.
“Nessuno basta a se stesso” riguarda anche chi sembra avere tutto. Il potente che non ascolta confonde il silenzio intorno a sé con il consenso. L’uomo ricco può pagare perché gli venga risparmiata ogni attesa, non perché qualcuno gli dica la verità. Una nazione può alzare muri, riempire arsenali, promettere ai suoi cittadini di essere finalmente al sicuro da sola. Poi scopre che il grano, l’acqua, il clima, la pace non riconoscono i suoi confini. La terra presenta il conto a tutti, senza chiedere il passaporto. C’è un equivoco da sciogliere: avere bisogno degli altri non significa consegnarsi al loro potere. La dipendenza imposta umilia; l’interdipendenza riconosciuta obbliga a distribuire il potere.
È per questo che la democrazia è faticosa. Costringe a sedersi allo stesso tavolo con chi non abbiamo scelto, a sopportare una voce che interrompe la nostra, a difendere diritti che forse non useremo mai. Quando qualcuno promette di liberarci da questa fatica, di decidere da solo e in fretta, ci vende come forza ciò che spesso è soltanto incapacità di convivere. Eppure siamo diventati bravissimi a mettere distanza tra noi e le conseguenze dei nostri gesti. Un clic ordina, qualcuno corre. Un prezzo scende, qualcuno guadagna meno. Una bomba parte, il video si interrompe prima che si veda chi resta sotto le macerie. Lontano abbastanza perché non ci si senta responsabili; vicino abbastanza perché tutto funzioni a nostro vantaggio.
È questa la soglia morale del nostro tempo: il punto in cui l’altro smette di essere una funzione della mia comodità e torna a essere una persona. Non chiedo di voler bene a tutti. Sarebbe una formula troppo facile, e forse disonesta. Chiedo qualcosa di più difficile: accettare che anche la persona che non conosco abbia voce nel mondo in cui vivo. Che il bambino nato dalla parte sbagliata di un confine non sia un imprevisto amministrativo. Che l’anziano solo non sia un problema da delegare alla domenica di un volontario. Che il lavoratore invisibile non sparisca insieme al pacco che mi lascia davanti alla porta.
L’autonomia vera comincia quando smettiamo di vergognarci del bisogno e di approfittare di quello altrui. Quando sappiamo chiedere aiuto senza sentirci sconfitti e offrirlo senza trasformarlo in un debito. Quando capiamo che una vita riuscita non è una fortezza ben rifornita, ma una tavola alla quale qualcuno può ancora aggiungere una sedia. Nessuno basta a se stesso. Neppure noi che scriviamo, leggiamo e poi chiudiamo il giornale convinti di aver fatto la nostra parte.
La frase comincia a dire la verità solo quando cambia ciò che accade dopo: una telefonata, un voto, una scelta di lavoro, una porta che finalmente si apre. La soglia è lì. Dall’altra parte non c’è un mondo senza paura. C’è qualcuno che aspetta. E forse sta aspettando proprio noi.
(Fonte: “la Repubblica – Napoli" 4 ottobre 2026)
