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venerdì 23 ottobre 2026

Un plotone d’esecuzione non è giustizia di Gennaro Matino

Un plotone d’esecuzione 
non è giustizia 
di Gennaro Matino


La diretta è stata cancellata. L’esecuzione no. Dopo le proteste internazionali e le critiche negli stessi Stati Uniti, Trump ha rinunciato a trasmettere la morte di Nidal Hasan, condannato per la strage di Fort Hood. Resta la fucilazione, prevista per il 3 dicembre. È un passo che conta: una protesta può ancora fermare qualcosa. Ma fermiamoci anche noi, prima del sollievo. Abbiamo salvato un uomo dallo spettacolo della sua morte. Non dalla morte. E basta spegnere una telecamera per rimettere a posto la coscienza? Possiamo rifiutare lo spettacolo e sentirci sollevati, lasciando che l’uccisione prosegua al riparo dal nostro sguardo. Ci disturba vederlo morire. Ma alla domanda se debba morire abbiamo già una risposta pronta: se lo merita.

Bastano tre parole. Hanno la rapidità di una sentenza e il vantaggio di non chiedere più pensieri. Le pronunciamo e ci sentiamo assolti: se chi soffre merita di soffrire, la nostra soddisfazione può travestirsi da giustizia. Possiamo guardare senza vergogna. Possiamo perfino applaudire.

Hasan ha ucciso tredici persone. Tredici vite strappate, famiglie spezzate, assenze che nessuna sentenza potrà colmare. Bisogna partire da loro, dalla gravità del crimine, dal dovere di proteggere la società e di accertare le responsabilità. Il dolore delle vittime merita ascolto, cura, memoria. Chi ha perduto una persona amata ha diritto anche alla propria rabbia. Ma uno Stato ha una responsabilità diversa: dare alla giustizia una misura che resista alla vendetta. Non può chiedere al dolore di scrivere le sue leggi, né adoperarlo per allestire uno spettacolo. La pena di morte cancella una vita per affermare che una vita non doveva essere cancellata. La diretta avrebbe aggiunto un’altra ferita: convocare gli spettatori, incorporare il loro sguardo nel castigo. Il potere che uccide voleva essere visto mentre uccideva. Averlo fermato è necessario. Ma una società capace di concepire un simile appuntamento deve interrogarsi sul confine che stava per attraversare. E su quello che continua ad attraversare anche a telecamere spente. Possiamo liquidare tutto come una barbarie lontana, chiudere la notizia, riprendere la giornata. Eppure quel “se lo merita” ha cittadinanza anche nelle nostre case.

Accompagna il video di un ragazzo pestato, l’umiliazione di una donna, la caduta pubblica di qualcuno che ieri invidiavamo. Circola nelle chat, si accomoda sotto le fotografie, diventa battuta. Non tutto ha la stessa gravità: una fucilazione, una gogna restano cose profondamente diverse. Ma dobbiamo interrogarci sul piacere che possiamo provare davanti alla sofferenza altrui, quando ci siamo convinti che chi la subisce abbia perduto il diritto al nostro rispetto. Un ragazzo viene colpito e qualcuno continua a riprendere. Una persona piange e qualcuno cerca l’inquadratura migliore. Un errore diventa un’identità: hai sbagliato, dunque sei il tuo sbaglio, per sempre. Intorno si forma una folla che non ha bisogno di conoscersi. Le basta un bersaglio. Ciascuno aggiunge poco, una parola, una risata, una condivisione. Alla fine l’umiliazione è enorme e nessuno sente di averla prodotta. Abbiamo distribuito la crudeltà in dosi abbastanza piccole da poterci dichiarare innocenti. Le immagini possono essere necessarie.

Documentare una violenza può spezzare il silenzio, smentire una menzogna, aiutare una vittima a ottenere giustizia. Ci sono fotografie che hanno costretto il mondo a vedere ciò che avrebbe preferito ignorare. Ma uno sguardo può cercare la verità oppure consumare una persona. 
La differenza sta nella responsabilità che assumiamo davanti a ciò che vediamo. Che cosa faremo di quel dolore? Qualcuno sarà protetto, soccorso, ascoltato? O avremo soltanto qualcosa da inoltrare? È qui che l’etica della soglia diventa esigente. Ci domanda di fermarci proprio quando avremmo la forza, il consenso, magari l’autorizzazione per andare oltre. Di riconoscere un limite anche davanti a chi ogni limite lo ha violato. La dignità del colpevole è difficile da sostenere perché non ci restituisce gratitudine e può urtare il nostro bisogno di una conclusione. Eppure, se dipendesse dalla simpatia, dall’innocenza, dall’appartenenza, sarebbe un premio. Un diritto esiste finché protegge anche qualcuno che non vorremmo proteggere. Questo limite non cancella la pena. Le dà un confine umano. Non dimentica le vittime.

Impedisce che in loro nome si produca altro male. 
La civiltà vive anche di questa fatica: custodire ciò che la violenza vorrebbe farci abbandonare. Difendere la vita mentre qualcuno ci persuade che eliminarne una renderà più sicure tutte le altre. 
Forse la soglia più urgente passa oggi attraverso il nostro sguardo. 
Attraverso il momento in cui scegliamo se una sofferenza ci chiama o ci intrattiene. 
Quella diretta è stata fermata. Ora resta una vita da salvare.
E resta da interrompere, ogni giorno, il piccolo spettacolo dell’umiliazione cui prestiamo così facilmente la voce. Se lo merita. Prima di ripeterlo, fermiamoci. 
La dignità è una soglia: se vale soltanto per chi ci somiglia, l’abbiamo già attraversata.

(Fonte:  “la Repubblica” – Napoli – del 18 ottobre 2026)