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martedì 8 settembre 2026

Israele e Palestina: salvarsi insieme di Tonio Dell'Olio

Israele e Palestina: 
salvarsi insieme 
di Tonio Dell'Olio



Sono segni timidi, quasi impercettibili nel fragore delle armi e nel dilagare dell’odio. Eppure meritano attenzione perché indicano l’unica direzione umanamente possibile e tollerabile: la convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi, riconosciuta e strutturata anche sul piano sociale e politico.


Anna Foa, su La Stampa del 6 settembre, racconta della candidatura dell’ebreo Yoav Segalovitz, già deputato del partito centrista Yesh Atid e dichiaratamente sionista, nella Lista Araba Unita guidata da Mansour Abbas. Non è soltanto un accordo elettorale. È il tentativo concreto di oltrepassare appartenenze e divisioni consolidate per affermare che arabi ed ebrei possono condividere responsabilità, diritti e progetti politici. Non sappiamo se questo gesto riuscirà ad arginare l’occupazione, la violenza dei coloni e l’espulsione dei palestinesi dalla Cisgiordania, né se riporterà al centro dell’agenda la nascita di uno Stato palestinese. Ma sappiamo che nessuna vittoria militare potrà garantire sicurezza e futuro. La pace non nascerà dalla cancellazione dell’altro, ma dal suo riconoscimento. Un ebreo nella lista araba è una crepa nel muro dell’inimicizia. Piccola, certamente, ma lascia filtrare una luce: palestinesi ed israeliani non potranno salvarsi gli uni contro gli altri. Potranno salvarsi soltanto insieme.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 07.09.2026)


lunedì 7 settembre 2026

Il segreto di don Oreste - Il ricordo di don Oreste Benzi, il sacerdote dalla tonaca lisa vicino agli ultimi


Il segreto di don Oreste

Il 7 settembre don Oreste Benzi compirebbe 101 anni

A firmare questo ricordo del sacerdote romagnolo è monsignor Francesco Lambiasi, vescovo emerito di Rimini: una pagina scritta con il cuore di chi ha condiviso cammini, progetti e preghiere con il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII.


Foto di Daniele Serafini

Mi trovavo alla Madonna delle Vette, la mitica struttura sognata e realizzata da don Oreste per campi scuola e vacanze di fraternità dell’APG23 di Alba di Canazei. Ero lì da qualche giorno e ci sarei restato fino a domenica 6 settembre, vigilia di compleanno del DON (7.9.1925). 
Stavo pregando da solo nella dolce, deliziosa chiesina di Alba e, dopo averne respirato la nuda semplicità, avevo appena cominciato a riversare nel tenerissimo cuore del mio «altissimo, onnipotente e bon Signore» la piena impetuosa dei sentimenti di commossa gratitudine e di incontenibile gioia per trovarmi con un centinaio tra sorelle e fratelli dell’Associazione a «gustare com’è bello, come dà gioia che i fratelli – ma in un papiro che in sogno ho trovato a Qumràn, si aggiunge: “e le sorelle”! – vivano insieme». 
Ero sul punto di ringraziare il Signore per potere far riposare la mente e la penna almeno per questi pochi giorni, quando mi è giunta trafelata la cortese, ma pressante richiesta della gentile, cara Sorella Chiara Bonetto: «Ci occorre un tuo articolo sul DON, in occasione del suo imminente compleanno». 
E come si fa a dire di no, visto che non me la sono mai sentita di sottrarmi a domande di – o su – don Oreste? Dunque, dato che mancavano pochissimi giorni, armiamoci, preghiamo e proviamo…

Parto dalla domanda che continua a martellarmi la mente – da quando ho cominciato a conoscerlo e da quando lui ha intrapreso il santo viaggio con nostra Sorella morte corporale (2.11.2007). 
La domanda cruciale è quella di sempre: ma chi era veramente il DON? Un generoso, irrefrenabile operatore sociale? Un esperto, appassionato educatore? Un geniale, travolgente comunicatore? Un pastore zelante e intraprendente? Un giornalista sportivo come Candido Cannavò lo ha pennellato come il «pretaccio che aveva scalato la collina della felicità»? Mentre Papa Ratzinger alla sua morte lo ha scolpito come «l’infaticabile apostolo della carità». Se tentiamo di misurare l’altezza e la profondità, la lunghezza e la larghezza della sua opera, rimaniamo senza fiato anche solo a sillabarne per sommi capi la prodigiosa fecondità.
L’APG23 è presente e operante in 41 Paesi del mondo, con un totale di 537 sedi, di cui 377 nella sola Italia. Gli associati sono la bellezza di 2.222 membri.


Il DON, un autentico mistico

Già, ma chi è il mistico? Nell’immaginario collettivo, quando si pensa a un mistico, ci si immagina un tipo dotato di doni straordinari, come apparizioni, estasi, levitazioni, locuzioni, bilocazioni, ecc. Mentre per mistico dobbiamo semplicemente intendere un cristiano che, per l’azione dello Spirito Santo, vive l’esperienza di Dio in modo pieno, struggente, esuberante. Il mistico non solo crede in Dio, ma lo vede davvero. Vede Dio in tutte le cose, e tutte le cose le vede in Dio. L’esperienza mistica è una esperienza soprannaturale, vissuta non come impegno tassativo o dovere sfiancante, non come un indiscutibile merito o una conquista personale. L’esperienza mistica non è una sfida da vincere o un inderogabile compito da svolgere, ma come un dono da accogliere con gratitudine e da vivere con schietta umiltà, con pura, piena gratuità.
Dobbiamo soprattutto alla postulatrice della causa vaticana su don Oreste, la dott. Elisabetta Casadei, l’avere intelligentemente intuito e diligentemente documentato la presenza di questo dono soprannaturale nel cammino spirituale del DON. Come ha dimostrato nel suo prezioso volume La mistica della tonaca lisa, don Oreste non era affatto esente da difetti e immune da limiti, carenze e fragilità. Non è stato affatto un santo tra i pannolini. Insomma il DON non è nato santo bell’e fatto. Piuttosto è passato dal vivere per Gesù, quasi come un suo devoto facchino, infagottato nella immancabile tonaca lisa, al vivere con Gesù come un amico fedele e generoso, fino al vivere in Gesù, in una spessa relazione trasformante, al punto di poter dire con san Paolo: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).
L’interpretazione mistica della persona e del cammino del DON fa fatalmente scattare l’ineludibile domanda: ma se è vero che il mistico vive una esperienza intensa e profonda di Cristo e quindi non può non sperimentare una relazione di ardente, ininterrotta preghiera con il suo Signore, e se d’altra parte il DON aveva una vita tanto convulsa e spossante, a reale rischio di burnout, allora quand’è che il DON pregava? Però, cosi formulata, la domanda risulta del tutto mal posta, e pertanto va rovesciata: ci si deve chiedere non tanto quand’è che il DON pregava, ma piuttosto quand’è che NON pregava, se viveva e operava ad altissima tensione?

Il DON, testimone di vita mistica

Don Oreste non è stato né un professionista né un “tecnico” della vita spirituale. È stato, piuttosto, un innamorato di Gesù, di Dio. Spesso diceva «Dio non ha bisogno di facchini, ma di innamorati». E ripeteva a raffica: «Il prete o è un mistico o non è un prete». Un tratto che identifica il DON come testimone di esperienza di ardente unione con Dio va individuato nel fatto che non era per niente un narcisista. Non si metteva mai in bella copia o in vetrina. Non era un tipo autocentrato, ripiegato su se stesso. Anzi era radicalmente decentrato da sé. Parlava pochissimo della propria preghiera più intima. L’esperienza personale la oggettivava sempre col pudore che non lo faceva mai salire in cattedra o montare sul piedistallo. È stato un cristiano e un prete “estatico”, secondo l’etimologia di ek-stasi (=uscire fuori-di-sé). Ma non nel senso di persona “alienata”, bensì di anima slanciata e proiettata in Dio. Sappiamo che spesso veniva colto in flagrante preghiera. Don Elio lo ha sentito più volte pregare ad alta voce. Bene, quando la preghiera arriva a questo slancio, allora diventa segno di un tangibile sbilanciamento in Dio. In altre parole l’orante è talmente innamorato del Signore che, se non arriva necessariamente a una levitazione del corpo (livello psico-somatico), esperimenta però una effusione o immersione totale in Dio (livello spirituale-pneumatico).

Maestro dell’unione mistica con Dio

Il Don, un vero maestro. Certo, non un cattedratico né un teologo, ma maestro in quanto testimone e testimone in quanto maestro. Mi spiego, con l’aiuto di due sue lezioni tenute nel 1991-1992. Il titolo, relativo ai membri dell’APG23, recita testualmente: «Fanno dell’unione con Dio una dimensione di vita». Nella lezione del 6 dicembre ’91 parte da una domanda preliminare: è possibile esistere con tutto se stessi in un altro? E risponde: sì, è possibile rimanere se stessi, ma non più come prima, bensì in una unione talmente stretta e intima che fonde la vita di due originalità in una unità totale e radicale. E cita l’immagine del Curato d’Ars, il quale diceva che la preghiera ci fa arrivare ad una unione con Dio, che equivale ad una piena fusione, come due pezzi di cera che, per il calore, si fondono in uno e formano un’unica candela. Con una puntualizzazione: l’unione tra Dio e la creatura porta a una reale fusione, ma senza confusione. Conclude il DON: «Esistere in Dio significa essere trasferiti in Lui e raggiungere quell’Amato che il nostro cuore cerca. Esistere in Dio amandolo, esistere in Dio sentendosi amati. Ma è perché ci si sente amati che si esiste in Dio amandolo. La prima esperienza dell’unione mistica con Dio è sentirsi profondamente amati».
Da questa esperienza si ricavano due leggi fondamentali. La prima si potrebbe chiamare della «verticalità discendente». Don Oreste ha combattuto accanitamente l’orizzontalismo, che riduce il cristianesimo a filantropia. Prima dell’amore nostro verso Dio, viene l’amore di Dio verso di noi. È perché siamo amati che siamo chiamati ad amare: «Noi amiamo perché Dio ci ha amati per primo» (1Gv 4,19). La seconda legge della vita mistica si può formulare così: «l’indicativo – siamo amati – precede e fonda l’imperativo – siamo chiamati ad amare –». Noi siamo amati, dunque non possiamo non riamare. Questa legge è indispensabile per evitare le secche riarse o le paludi acquitrinose di un doverismo asfissiante o del “pelagianesimo” morale.
Per un opportuno approfondimento di questi pensieri, devo rinviare al bel libro postumo: L’unione mistica con Cristo (editore SEMPRE, 2013), dove sono raccolte le meditazioni tenute in una settimana di “deserto”, di cui merita di essere fissata almeno questa conclusione: «Gesù non ha detto che aspetterà la fine della nostra vita terrena per manifestarsi a noi. Ha detto che il suo manifestarsi è continuo… Noi siamo fatti per una unione misteriosa, ma reale, con Dio: oggi non domani».

Il Don, sapiente educatore

Help! S.O.S!! Aiuto!!! Mi sta per finire il tempo e lo spazio gentilmente concessomi dall’ineffabile Chiara Bonetto. Dovrei – e sinceramente vorrei – parlare ancora del DON, come esperto e saggio educatore, ma mi limito a un invito e ad una ultima citazione.
L’invito è a percorrere – e per chi già lo conosce, a ripercorrere – il corridoio del primo piano della Madonna delle Vette, tutto “affrescato” dalle splendide foto del nostro Riccardo Ghinelli. in cui «Tutte le immagini portano scritto: più in là», per dirla con i versi squillanti di E. Montale. Sono immagini dei primissimi tempi di questo albergo, dove si può contemplare un giovanissimo DON che sta sperimentando il suo metodo con i Pre-Jù, dal titolo: «Un incontro simpatico con Cristo». Ci vedo anche una marea di giovani-giovani che spingono carrozzine di disabili. Ci scorgo un giovanissimo don Romano Migani, alla testa di una cordata che sembra attrezzata per la scalata del K2. O un futuro mons. Aldo Amati, affiancato da un DON, che sembra dirgli: «Aldino, sempre più in là». O un sedicenne Luciano Chicchi, con la faccia tosta da primo gestore del primo campo-scuola con una nidiata di Pre-Jù.
Ma poi mi sento calamitato da un poster con una frase delle più magiche del DON: «La luce che c’è in queste vette aiuterà i ragazzi a scoprire Colui che riempirà la loro vita».

Anche queste parole sembrano dirmi: «Più in là…». E se avessi tempo e spazio per spingermi “più in là”, ci troverei un DON che di notte va in giro per le strade di Rimini a liberare tante nostre sorelle dalla tratta della prostituzione. Ci incontrerei il Don profeta della “società del gratuito” e della “condivisione diretta”, Ci troverei il Don, che, di ritorno da un viaggio transcontinentale ha fatto le ore piccole nella sua incantevole chiesa della Grotta Rossa, e don Elio lo ha trovato sfinito e addormentato sui banchi la mattina presto, prima delle Lodi. Infine, andando ancora più in là, vedo il nostro indimenticabile DON abbracciato dal suo e nostro dolcissimo Signore che lo invita: «Vieni, servo buono e fedele; entra nella gioia del tuo Signore».
(fonte: SempreNews 07/09/2026)

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Il ricordo di don Oreste Benzi,
il sacerdote dalla tonaca lisa vicino agli ultimi

Ripercorriamo il cammino di don Oreste Benzi al fianco degli ultimi nel giorno dell’anniversario della sua nascita, avvenuta il 7 settembre 1925


Foto Vatican News

In occasione dell’anniversario della sua nascita, ricordiamo don Oreste Benzi, il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII. Una vita interamente consacrata all’incontro con gli ultimi, dagli adolescenti alle persone con disabilità, dai detenuti ai tossicodipendenti, fino alle donne vittime della tratta. Con uno stile diretto, instancabile e profondamente radicato nel Vangelo, don Oreste ha trasformato l’accoglienza in una concreta scelta di vita, dando origine alle case-famiglia e a una comunità oggi presente in numerosi Paesi. La sua testimonianza continua a interrogare la Chiesa e la società sul valore della dignità di ogni persona.

Il ricordo

Oggi ricordiamo la nascita di don Oreste Benzi, venuto al mondo il 7 settembre 1925. Vide la luce a Sant’Andrea in Casale, minuscola frazione del comune di San Clemente, nella campagna riminese, all’interno di una famiglia contadina di umili condizioni, sesto tra nove fratelli. A soli 12 anni fece il suo ingresso in seminario e il 29 giugno 1949 fu ordinato sacerdote. Fin dai primi tempi del suo ministero si dedicò con grande slancio ai giovani, in particolare ai ragazzi nella delicata fase della preadolescenza, con l’obiettivo di farli avvicinare a Cristo in modo naturale e coinvolgente. Ricoprì dapprima il ruolo di vice-assistente e successivamente, nel 1952, quello di assistente della Gioventù Cattolica di Rimini; dal 1954 assunse anche l’incarico di direttore spirituale nel seminario riminese per i ragazzi dai 12 ai 17 anni.

Le azioni

Nel 1961, tra le suggestive vette dolomitiche, diede vita a una casa di vacanze ad Alba di Canazei, in provincia di Trento, pensata per favorire un’esperienza autentica di incontro con Dio. Fu proprio in quella struttura, chiamata “Casa Madonna delle Vette“, che nel settembre 1968 si tenne la prima esperienza di convivenza condivisa tra giovani e persone con disabilità fisiche e psichiche, all’epoca definite con il termine “spastici”: nacque così l’idea che dove si trovava la comunità, dovessero trovarsi anche loro. Fu l’origine della Comunità Papa Giovanni XXIII, che alcuni anni più tardi, nel luglio 1973, avrebbe trovato piena espressione con l’apertura della prima casa-famiglia a Coriano, in provincia di Rimini — la vocazione specifica che lo Spirito aveva affidato a don Oreste e ai primi membri dell’associazione. Sempre nel 1968 divenne parroco della neonata parrocchia della Resurrezione, situata nella periferia riminese, dove insieme ad altri tre sacerdoti diede avvio a un’esperienza pastorale innovativa.

La dimensione familiare

La dimensione familiare, del resto, caratterizzò l’intera sua instancabile attività, che si estese progressivamente a nuovi ambiti: nei primi anni Ottanta promosse l’affido familiare per garantire una famiglia a chi ne era privo, aprì la prima comunità terapeutica per persone tossicodipendenti e si impegnò a favore dei detenuti, fino al 1986, anno in cui inaugurò con grande gioia la prima casa-famiglia in territorio missionario, in Zambia. Protagonista di numerose battaglie per la tutela della dignità umana, alcune delle quali controverse — come quella condotta a fianco delle comunità rom e sinte — divenne una figura pubblica di rilievo, soprattutto a partire dai primi anni Novanta, quando avviò il suo impegno per la liberazione delle donne vittime della tratta e costrette alla prostituzione. Profondamente legato alla Chiesa, accolse con gioia il riconoscimento pontificio definitivo concesso alla Comunità nel marzo 2004 da Papa Giovanni Paolo II. Nonostante l’età avanzata, continuò a percorrere instancabilmente migliaia di chilometri, sempre con la sua caratteristica tonaca lisa, fino alla notte del 2 novembre 2007, quando concluse il suo cammino terreno per aprirsi all’eternità di Dio.

Il centenario

Un anno fa Rimini si fermava per tre giorni a festeggiare il centenario di don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII. “Le Giornate di don Oreste”, dal 5 al 7 settembre 2025, si aprirono sulla spiaggia libera del porto di Rimini, trasformata per l’occasione in una chiesa a cielo aperto — lo stesso luogo (il litorale di Rimini) in cui, negli anni Settanta, don Oreste aveva cominciato a bussare alle porte degli stabilimenti balneari che rifiutavano di accogliere persone con disabilità. “Dove noi, anche loro”, il suo motto di allora. A celebrare quella Messa sulla sabbia l’anno scorso fu il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana, che parlò della testimonianza di Don Benzi come di “un’esperienza unica di fede”, coerente con l’idea di una Chiesa viva, vicina agli ultimi che era stata proprio di don Oreste.

Un’eredità che continua a vivere

Infine, il 22 agosto di quest’anno, durante la visita pastorale a Rimini, Papa Leone XIV ha ricordato don Oreste davanti a migliaia di fedeli riuniti presso il porto, pronunciando parole ormai entrate nella memoria collettiva: «Nella Chiesa, ad ogni livello, l’autorità è servizio. Lo ha testimoniato molto bene, tra voi, il Servo di Dio don Oreste Benzi». Oggi, l’eredità e l’insegnamento di don Oreste rivivono in 40 Paesi del mondo grazie all’instancabile opera di accoglienza e fraternità accanto agli ultimi. Grazie don Oreste!
(fonte: In Terris 07/09/2026)

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Vedi anche il post:



Don Mimmo Battaglia: Convertite la guerra in pace, non chiamate danni collaterali le madri che scavano tra le macerie per salvare i figli

Il cardinale e arcivescovo di Napoli Domenico Battaglia lancia un appello contro la guerra: "Spegnete i cannoni e mettete la vita umana al centro"

Convertite la guerra in pace, 
non chiamate danni collaterali le madri
che scavano tra le macerie per salvare i figli

Grandissimo intervento del Cardinale e Arcivescovo di Napoli: Domenico Battaglia.
Altro che la "madre cristiana" dei miei stivali!

Cardinale Napoli - ph A. de Cristofaro

"E voi che sprofondate nelle poltrone rosse dei parlamenti, abbandonate dossier e grafici: attraversate, anche solo per un’ora, i corridoi spenti di un ospedale bombardato; odorate il gasolio dell’ultimo generatore; ascoltate il bip solitario di un respiratore sospeso tra vita e silenzio, e poi sussurrate – se ci riuscite – la locuzione «obiettivi strategici».

Il Vangelo – per chi crede e per chi non crede – è uno specchio impietoso: riflette ciò che è umano, denuncia ciò che è disumano.

Se un progetto schiaccia l’innocente, è disumano.
Se una legge non protegge il debole, è disumana.
Se un profitto cresce sul dolore di chi non ha voce, è disumano.

E se non volete farlo per Dio, fatelo almeno per quel poco di umano che ancora ci tiene in piedi.

Quando i cieli si riempiono di missili, guardate i bambini che contano i buchi nel soffitto invece delle stelle. Guardate il soldato ventenne spedito a morire per uno slogan. Guardate i chirurghi che operano al buio in un ospedale sventrato. Il Vangelo non accetta i vostri comunicati “tecnici”. Scrosta ogni vernice di patria o interesse e ci lascia davanti all’unica realtà: carne ferita, vite spezzate.

Non chiamate «danni collaterali» le madri che scavano tra le macerie.
Non chiamate «interferenze strategiche» i ragazzi cui avete rubato il futuro.
Non chiamate «operazioni speciali» i crateri lasciati dai droni.

Togliete pure il nome di Dio se vi spaventa; chiamatelo coscienza, onestà, vergogna. Ma ascoltatelo: la guerra è l’unico affare in cui investiamo la nostra umanità per ricavarne cenere. Ogni proiettile è già previsto nei fogli di calcolo di chi guadagna sulle macerie. L’umano muore due volte: quando esplode la bomba e quando il suo valore viene tradotto in utile.

Finché una bomba varrà più di un abbraccio, saremo smarriti. Finché le armi detteranno l’agenda, la pace sembrerà follia. Perciò, spegnete i cannoni. Fate tacere i titoli di borsa che crescono sul dolore. Restituite al silenzio l’alba di un giorno che non macchi di sangue le strade.

Tutto il resto – confini, strategie, bandiere gonfiate dalla propaganda – è nebbia destinata a svanire. Rimarrà solo una domanda:
«Ho salvato o ho ucciso l’umanità che mi era stata affidata?».
Che la risposta non sia un’altra sirena nella notte.

Convertite i piani di battaglia in piani di semina, i discorsi di potenza in discorsi di cura. Sedete accanto alle madri che frugano tra le macerie per salvare un peluche: scoprirete che la strategia suprema è impedire a un bambino di perdere l’infanzia. Portate l’odore delle pietre bruciate nei vostri palazzi: impregni i tappeti, ricordi a ogni passo che nessuno si salva da solo e che l’unica rotta sicura è riportare ogni uomo a casa integro nel corpo e nel cuore.

A noi, popolo che legge, spetta il dovere di non arrenderci. La pace germoglia in salotto – un divano che si allunga; in cucina – una pentola che raddoppia; in strada – una mano che si tende. Gesti umili, ostinati: “tu vali” sussurrato a chi il mondo scarta. Il seme di senape è minimo, ma diventa albero. Così il Vangelo: duro come pietra, tenero come il primo vagito. Chiede scelta netta: costruttori di vita o complici del male. Terze vie non esistono".

Cardinale e Arcivescovo metropolita di Napoli, Mons. Domenico Battaglia
(fonte: IL GIORNALE D'ITALIA 30/08/2026)

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Per completezza dell'informazione in realtà abbiamo rintracciato nel sito della Chiesa di Napoli riportato, in data 08/07/2025, l'intervento sulla pace di don Mimmo Battaglia pubblicato sul quotidiano Avvenire "SE NON PER DIO, FATELO PER CIÒ CHE D’UMANO RESTA NELL’ UMANITÀ…" con una versione più estesa da cui riteniamo sia stato tratto il brano che però stiamo ugualmente proponendo in questo post perché purtroppo ancora tristemente attuale.

Per chi volesse leggere integralmente l'articolo succitato, volentieri ne riproponiamo qui il link.


ANGELUS 06/09/2026 - Leone XIV: lamento e maldicenza paralizzano, il Vangelo educa alla libertà

ANGELUS

Piazza San Pietro 
Domenica, 6 settembre 2026

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Leone XIV: lamento e maldicenza paralizzano,
il Vangelo educa alla libertà

All’Angelus in piazza San Pietro, il Papa, commentando le Letture di oggi, 6 settembre, esorta a praticare “l’amore vicendevole” e incoraggia le comunità cristiane ad “affrontare la realtà” per trasformare i problemi in “passaggi di crescita”. Infine l'invito al dialogo: "Parlando con sincerità e trovando un accordo, si possono disarmare conflitti"


Quell’”amore vicendevole” che Cristo ha insegnato alle prime comunità cristiane non è utopia, ma una possibilità esistenziale percorribile anche oggi. Commentando le Letture di questa domenica, 6 settembre, il Papa approfondisce nella catechesi prima della preghiera dell’Angelus in piazza San Pietro, quei “criteri fondamentali di pensiero e di azione” che la Parola di Dio ci consegna. San Paolo, nella sua Lettera ai Romani, ricapitola ogni comandamento in uno soltanto - “Amerai il tuo prossimo come te stesso” – invitando a non essere debitori di nulla, fuorché dell’amore fraterno.

Gesù ci ha insegnato a invocare e a praticare la remissione dei debiti. C’è però un patrimonio che ci dobbiamo l’un l’altro, senza restarne imprigionati: è il debito di un amore vicendevole. Tutta l’attenzione, la cura e il bene che abbiamo ricevuto ci rendono più liberi e capaci di responsabilità.

Gruppi di fedeli partecipano alla preghiera dell'Angelus a piazza San Pietro. (@Vatican Media)

Correzione fraterna e condivisione

Due, argomenta il Pontefice, sono le vie proposte da Cristo per praticare reciprocamente questo sentimento. Il primo è “diventare capaci di correzione fraterna”, un’arte, “troppo spesso dimenticata”, che richiede “franchezza” e delicatezza.

Parlarsi sinceramente – dapprima a tu per tu, poi se necessario fra due o tre persone, infine, quando occorre, con l’intera comunità – significa affrontare la realtà e trasformare problemi e conflitti in passaggi di crescita.

Atteggiamenti da preferire al “lamento” e alla “maldicenza”, semi da cui non può germogliare nulla di buono e che “paralizzano molte situazioni”. Opzioni che il Vangelo esclude, educando piuttosto alla “carità” e alla “libertà”.

C’è poi un secondo modo di amare fraternamente, che per Gesù trasforma persino la preghiera: mettersi d’accordo. Non soltanto quando c’è un conflitto, ma per chiedere a Dio qualche dono.

Piazza San Pietro durante la preghiera dell'Angelus con Papa Leone XIV. (@Vatican Media)

Crescere nell'unità attraverso la preghiera e il perdono

Nel racconto evangelico di Marco, Gesù insegna ai suoi discepoli ad accordarsi per chiedere, nella preghiera, “qualunque cosa”, perché il Padre gliela concederà. È un invito ad avere desideri, dolori, e speranze comuni e a condividerli nella preghiera: un’esperienza che fa “crescere nell’unità”.

Senza fede, ognuno potrebbe sentirsi solo e sospettare degli altri, vedendoli come estranei e nemici. Per grazia, siamo invece fratelli e sorelle che possono andare d’accordo: incontrandosi, perdonandosi e ascoltandosi nel Signore.

Quello del “debito gioioso dell’amore fraterno” è un insegnamento che tutti noi dobbiamo apprendere: un auspicio che il Vescovo di Roma affida all’intercessione di Maria, capace di condividere con la cugina Elisabetta “la gioia e la fatica della gravidanza”.

Dopo la preghiera dell'Angelus, salutando i fedeli, il Papa ha affidato a Dio la buona ripresa delle attività di tutti, dopo le ferie.

Mentre gradualmente riprendiamo le ordinarie attività dopo la pausa estiva, chiediamo al Signore di accompagnarci e di sostenerci con la sua luce.
(fonte: Vatican News, articolo di Daniele Piccini 06/09/2026)

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PAPA LEONE XIV

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

La Parola di Dio proclamata nella liturgia di questa domenica ci offre alcuni criteri fondamentali di pensiero e di azione. Leggiamo dalla Lettera ai Romani che ogni comandamento «si ricapitola in questa parola: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”» (Rm 13,9). San Paolo insiste su questo punto con un’immagine molto forte, presente anche nel “Padre nostro”. Scrive, infatti: «Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole» (v. 8).

Gesù ci ha insegnato a invocare e a praticare la remissione dei debiti. C’è però un patrimonio che ci dobbiamo l’un l’altro, senza restarne imprigionati: è il debito di un amore vicendevole. Tutta l’attenzione, la cura e il bene che abbiamo ricevuto ci rendono più liberi e capaci di responsabilità.

Nel Vangelo di questa domenica, Gesù suggerisce a ogni comunità cristiana almeno due modi di esercitare l’amore vicendevole. Il primo è diventare capaci di correzione fraterna. È un’arte delicata e troppo spesso dimenticata, che chiede franchezza e gradualità. Parlarsi sinceramente – dapprima a tu per tu, poi se necessario fra due o tre persone, infine, quando occorre, con l’intera comunità – significa affrontare la realtà e trasformare problemi e conflitti in passaggi di crescita. Il lamento e la maldicenza sono più facili, ma non generano nulla e paralizzano molte situazioni. Il Vangelo, invece, ci educa alla libertà, nella carità.

C’è poi un secondo modo di amare fraternamente, che per Gesù trasforma persino la preghiera: mettersi d’accordo. Non soltanto quando c’è un conflitto, ma per chiedere a Dio qualche dono. Dice il Signore: «Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà» (Mt 18,19). Questa promessa suggerisce che possiamo avere desideri comuni, dolori comuni, speranze comuni e attraverso la preghiera crescere nell’unità. Senza fede, ognuno potrebbe sentirsi solo e sospettare degli altri, vedendoli come estranei e nemici. Per grazia, siamo invece fratelli e sorelle che possono andare d’accordo: incontrandosi, perdonandosi e ascoltandosi nel Signore.

Chiediamo a Maria, che dopo l’annuncio dell’angelo raggiunse in fretta la cugina Elisabetta, per condividere la gioia e la fatica della gravidanza, di insegnare anche a noi il debito gioioso dell’amore fraterno.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

con animo addolorato ho seguito le notizie dei violenti attacchi che hanno colpito di recente diverse città e infrastrutture civili in Ucraina, provocando la morte di persone innocenti. Il mio cuore si unisce alla sofferenza della popolazione, che da anni vive nell’angoscia e nella paura. Rivolgo un nuovo appello a mettere fine alla violenza, a fermare la distruzione, ad aprire i cuori al dialogo e alla pace! Auspico che gli sforzi intrapresi in questi giorni per riprendere i negoziati portino frutti concreti e aprano lo spazio alla diplomazia.

Eleviamo la nostra preghiera al Signore, affinché prevalga la concordia in tutti i conflitti del mondo.

Do il benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini provenienti da vari Paesi. Grazie di essere qui!

In particolare saluto la Comunità del Seminario Interdiocesano “Studienhaus Sankt Lambert” di Lantershofen in Germania.

Accolgo con gioia il pellegrinaggio della Parrocchia di Sant’Ulderico Vescovo in Musestre (Treviso); come pure il Coro diocesano della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, accompagnato dal Vescovo.

Mentre gradualmente riprendiamo le ordinarie attività dopo la pausa estiva, chiediamo al Signore di accompagnarci e di sostenerci con la sua luce.

Auguro a tutti una buona domenica!



domenica 6 settembre 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
6 settembre 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, noi, che siamo radunati insieme nel nome di Gesù, formiamo la sua Chiesa, il suo Corpo. La sua presenza in mezzo a noi ci permette di rivolgerci al Padre con fiducia, dicendo insieme:


R/   Ascoltaci, o Dio, nostro Padre e Madre

 

Lettore


- Innestati con il battesimo in Cristo Gesù, tuo Figlio, Tu Padre santo ci guardi come tuoi figli e figlie, e vuoi che impariamo a vivere come fratelli e sorelle che si prendono cura gli uni degli altri. Fa’ che la tua Chiesa diventi sempre più il luogo dove si fa esperienza di vera fraternità e sororità, dove ognuno è accolto con i suoi doni, ma anche con la sua fragilità. Preghiamo.

 - Ti preghiamo e ti affidiamo, o Padre, le nostre famiglie, le nostre comunità parrocchiali e religiose, dove non sempre regna la pace, il dialogo, la comprensione della debolezza altrui. Aiutaci a non scoraggiarci davanti alle stonature o alle sbandate degli altri, ma la presenza del tuo Santo Spirito ci dia la sapienza e la capacità di dire una parola che edifichi, doni fiducia e sostenga l’altro. Preghiamo.

 - Affidiamo a Te, o Padre, il nostro desiderio ed il nostro impegno per la pace. Ricordati dei molti conflitti armati presenti nel mondo e che causano tante morti e tanto dolore. Ti affidiamo in modo particolare il continuo sterminio del popolo palestinese da parte del governo israeliano. Ti preghiamo, inoltre, per la guerra senza fine tra Russia ed Ucraina e tra Stati Uniti e Iran: dona ai rispettivi governi il coraggio del dialogo e della pace. Preghiamo.

 - Guarda con benevolenza, o Padre, ai bambini, ai ragazzi ed ai giovani, che ritornano o iniziano un percorso scolastico. Dona sapienza e grande senso di responsabilità a tutti gli insegnanti ed educatori, perché le persone loro affidate siano messe nelle condizioni di crescere in umanità, sapienza e cultura. Preghiamo.

 - Ci ricordiamo, o Padre fonte dell’amore, dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime della persecuzione religiosa e politica, e della tortura. Accogli tutti davanti al tuo volto di Luce. Preghiamo.



Per chi presiede

O Padre, che ascolti benigno le suppliche di coloro che, riuniti nel nome del tuo Figlio, si rivolgono a te con animo sincero, donaci di avere un cuore aperto al tuo volere, perché possiamo essere servi fedeli del tuo progetto d’amore sul mondo. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

AMEN.



"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 44 - 2025/2026 - XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

La correzione fraterna rappresenta la più alta espressione della Misericordia del Padre che si fa carne nella vita personale e comunitaria dei discepoli di Gesù. Non si tratta di un giudizio di condanna, ma di un segno di un amore grande che desidera guadagnare il fratello alla salvezza osando ogni possibile via, perché egli possa rendersi conto del suo errore e ravvedersi, ristabilendo la fraternità ferita dal suo peccato. Correggere vuol dire amare il fratello, fare Verità nella sua vita nella più grande Carità, vuol dire insistere senza stancarsi mai «in modo opportuno e non opportuno» (2Tm 4,2), anche quando il fratello «fa finta di non sentire» (Mt 18,17) e la sua vita somiglia più a quella di un pagano. Trattare qualcuno come fosse un pagano e un peccatore non significa escluderlo dalla vita. Egli è, invece, da amare ancor più perché possa essere riguadagnato alla vita, inserendolo nel cuore stesso dell'evangelizzazione. La Chiesa tutta, non solo Pietro, sa di avere ricevuto la stessa responsabilità del Maestro (Mt 16,19), quella cioè di condurre tutti alla salvezza, comportandosi allo stesso modo di Gesù, perdonando e amando come lei stessa è amata e perdonata: sempre e comunque.


sabato 5 settembre 2026

GUADAGNATI UN FRATELLO! - "Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo. Investire in fraternità è l’unica politica economica che produce vera crescita." - XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

GUADAGNATI UN FRATELLO!


Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo.
Investire in fraternità è l’unica politica economica
che produce vera crescita.



In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». Mt 18,15-20
  

GUADAGNATI UN FRATELLO!
 
Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo. Investire in fraternità è l’unica politica economica che produce vera crescita.

Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono con loro.

Il suo Nome è giustizia, pace, mitezza, limpido cuore. Il nome di Gesù è: fratello e amico! Nel mio nome vuol dire: quando due persone vivono un legame secondo Vangelo, allora Dio è lì. Quando due si guardano con bontà e verità lì c’è Dio. Quando un uomo e una donna, un genitore e un figlio o due amici si ascoltano con amore vigile, lì c’è Dio. Quando hai fame e sete di giustizia e di pace, per te e per gli altri, lì c’è Dio. Solo allora reale e spirituale coincidono.

E se tuo fratello commetterà una colpa contro di te, vai e ammoniscilo. Lo scandalo del perdono è che è la vittima a doversi convertire per prima. «Il perdono è la de-creazione del male» (R. Panikkar), perché rattoppa il tessuto continuamente lacerato delle nostre relazioni.

Ma cosa mi autorizza a intervenire nella vita dell’altro? La ragione è tutta in una parola: Se tuo fratello… Solo se senti l’altro come fratello, se sai la sua speranza e la sua gioia, solo se hai assaggiato l’amaro delle sue lacrime, sei autorizzato a intervenire. Altrimenti sarebbe solo aggressione.

Chi ci ama ci sa riprendere, chi non ci ama sa solo ferire o adulare. Dopo aver così interrogato il cuore, tu va’ e parla, fai il primo passo, sii tu a riallacciare la relazione. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello.

Verbo stupendo: guadagnare un fratello. C’è gente che guadagna stima o potere o denaro, e poi c’è gente che guadagna fratelli. Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo. Investire in fraternità è l’unica politica economica che produce vera crescita.

E, alla fine, una frase da capire bene: Se non ascolta neppure i testimoni, quel fratello sia per te come il pagano. Sia un escluso, uno scarto, un rifiuto? No. Con lui farai come Gesù, che siede a tavola con i pubblicani e i peccatori e discute di pane e briciole con la donna pagana; ricomincerai anche tu, con paziente fiducia, ad annunciare la bella notizia della tenerezza di Dio chino su ciascuno dei suoi figli.

A Dio che gli chiede dove è Abele, Caino risponde: Sono forse io il custode di mio fratello? La replica è chiara: Sì, tu sei il custode. Neppure Abele è esentato: alla fine Dio chiederà proprio ad Abele e alle vittime: Tu cosa hai fatto di tuo fratello Caino? Ti sei riconciliato? Ti sei preso cura di lui?

Allora tutto quello che legherete o scioglierete sulla terra lo sarà anche in cielo. Non si tratta del potere giuridico dell’assoluzione, ma del mandato fondamentale di tessere strutture di riconciliazione.

Ciò che avete riunito e riconciliato attorno a voi, tutti i legami buoni che avete creato li ritroverete nel cielo. Ciò che avete liberato attorno a voi come energia di vita nuova, di audacia, di sorrisi, non sarà più cancellato, è storia del tempo e dell’eternità. Ciò che libererete avrà libertà per sempre, ciò che unirete sarà in comunione per sempre.


«Mi ami?»: l’ultimo viaggio di Enzo Bianchi - Il ricordo di Riccardi e don Luigi Ciotti - «Solo il Vangelo»: così l’ultimo saluto a Enzo Bianchi - L'ultima volontà di Enzo: «Grazie alla vita»

«Mi ami?»: l’ultimo viaggio di Enzo Bianchi

A Castel Boglione l’ultimo saluto al fondatore di Bose. La Messa da Requiem, il Vangelo di Pietro, la ferita della comunità e le parole sulla riconciliazione


Una chiesa gremita e tanta gente rimasta sul sagrato. Castel Boglione, il paese del Monferrato dove Enzo Bianchi era nato nel 1943 e dove ha voluto essere sepolto, ha accolto così l’ultimo viaggio del fondatore della Comunità di Bose. Una liturgia sobria, secondo le indicazioni che lui stesso aveva lasciato: la Messa da Requiem in latino e in gregoriano, al centro soltanto il Vangelo, niente celebrazioni della sua persona e, aveva raccomandato, niente applausi (si sarebbe “rivoltato nella tomba”). Uno, spontaneo e ormai impossibile da trattenere, è arrivato soltanto alla fine.

A presiedere le esequie padre Valerio Lazzarini, della comunità di Cellole di San Gimignano, comunità legata a Casa della Madia fondata da Enzo Bianchi dopo la separazione, molto dolorosa per tutti, da Bose. Numerosi i sacerdoti concelebranti, presenti vescovi e rappresentanti di diverse Chiese cristiane, quasi a rendere visibile quell’ecumenismo al quale Bianchi aveva dedicato tanta parte della propria vita. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha fatto giungere un messaggio.

Il Vangelo, scelto dallo stesso Bianchi, è quello delle tre domande rivolte da Gesù a Pietro: «Mi ami?» (Giovanni 21,15-19). Una pagina nella quale Enzo sentiva una particolare affinità con l’apostolo: Pietro è costituito roccia dal Signore e tuttavia continua a sperimentare la propria fragilità. È l’uomo che cade e che lo sguardo di Cristo fa rinascere. «Oggi ricomincio»: era questa, ha ricordato padre Valerio, una delle convinzioni più profonde del fondatore di Bose. Il cristiano, e tanto più il monaco, è colui che ricomincia sempre.

«Non vedremo più il suo volto», ha detto nell’omelia. Ma il dolore di chi ha conosciuto e amato Enzo può diventare quella «radiosa tristezza» cara alla tradizione cristiana orientale, ha proseguito: una tristezza attraversata dalla luce e dalla speranza. «Enzo ha fortemente creduto in un Dio capace di aprire strade nuove e di far scorrere acqua nel deserto. Anche la nascita di Bose fu frutto di questo coraggio: mettere insieme uomini e donne, provenienti da diverse confessioni cristiane, e fare di una comunità monastica un luogo di incontro significò percorrere un sentiero allora quasi inesplorato».

Ma le parole più personali sono arrivate al termine della celebrazione, quando Goffredo Boselli, priore della Casa della Madia, dove Bianchi aveva trascorso gli ultimi anni, si è rivolto direttamente a lui: «Caro Enzo». Ha ricordato una convinzione che il fondatore di Bose ripeteva spesso: nelle esequie il vero celebrante è il morto. È lui che celebra il proprio esodo, la propria Pasqua verso il Padre.


Boselli ha ripercorso una vita «incredibilmente piena» di idee, incontri e persone, vissuta con tutte le forze. Una vita sostenuta da una fede «salda, rocciosa» e soprattutto dalla centralità del Vangelo. La Parola «ruminata» ogni giorno era diventata il criterio con il quale Bianchi leggeva la Chiesa, anche nei suoi aspetti meno buoni, e la società talvolta con accenti profetici e scomodi. Accanto alla compassione c’era in lui anche la capacità dell’indignazione. E c’era l’amore per la terra, per il cibo e per la tavola: cucinare per gli altri e condividere il pasto erano per lui gesti quasi sacri.

Poi Bose. «L’opera della tua vita», l’ha definita Boselli. Un tentativo di rifondazione del monachesimo laicale nello spirito del Concilio, nutrito dalla passione per Pacomio e Basilio e lontano da ogni clericalismo. Un luogo nel quale credenti e non credenti, cattolici, ortodossi e protestanti potessero incontrarsi avendo come comune passione l’umano e il Vangelo.

Ma Bose è stata anche la ferita più profonda. Boselli non l’ha taciuta. Ha parlato dell’allontanamento dalla comunità, del senso di ingiustizia provato da Bianchi, dell’abbandono e delle infedeltà sperimentate. «Qui l’amore si è fatto condanna per te», ha detto. Parole dure, insieme all’immagine di una Chiesa sperimentata in quei momenti come «matrigna».

Eppure proprio l’ultima parola è stata affidata alla riconciliazione. Bianchi, è stato ricordato, aveva fatto il primo passo perché quella ferita potesse essere sanata. Il tempo della sua vita non è bastato. Ora, ha detto Boselli rivolgendosi anche ai monaci di Bose presenti in chiesa, «sta a noi portarla a termine».


Enzo Bianchi è morto, è stato ricordato, «come muore un cristiano»: serenamente, consapevole del compimento che si avvicinava. La sua ultima omelia era stata nel giorno della Trasfigurazione, il 6 agosto scorso. Ed è morto nel tempo della vendemmia e proprio dall’uva Boselli ha tratto l’ultima immagine: come l’acino viene schiacciato perché possa dare il vino, anche la sofferenza può misteriosamente diventare feconda.

«Lascia a noi della Madia il tuo mantello, il tuo spirito», è stata l’invocazione finale. E poi l’ultimo augurio al fratello amato: sedersi finalmente alla mensa del Regno con quel Signore cercato per tutta la vita. Una vita bella, è stato detto. «Una bella avventura».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Stefano Stimamiglio, 04/09/2026)


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Il ricordo di Riccardi e don Luigi Ciotti



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«Solo il Vangelo»: così l’ultimo saluto a Enzo Bianchi

... Una grande folla ha gremito la chiesa e il piazzale antistante. C’erano rappresentanti di diverse Chiese cristiane, segno della viva vocazione ecumenica di fratel Enzo, e alcuni arcivescovi e vescovi italiani. Anche il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, si è reso presente attraverso un messaggio letto pubblicamente. Decine di sacerdoti hanno concelebrato il rito, presieduto da fratel Valerio Lazzarini, della comunità di Cellole di San Gimignano. «Il dolore che sperimentiamo – ha detto Lazzarini – è attraversato dalla luce: viviamo un momento di “radiosa tristezza”, perché Enzo è migrato nella terra di Dio».
Martedì sera, invece, la veglia di preghiera si era tenuta nella chiesa della Casa della Madia, ad Albiano d’Ivrea, dove Bianchi ha vissuto in fraternità l’ultimo tratto della sua vita. ...


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L'ultima volontà di Enzo:
«Grazie alla vita»

Questo video è stato postato il 3 settembre nel blog di Enzo Bianchi:
" ... Ho lasciato nel testamento che l'ultimo pezzo prima di arrivare al cimitero mi si canti durante il corteo la canzone della Parra Grazie alla vita che mi ha dato tanto; il mio funerale finisca così, ma è anche il cuore della mia vecchiaia. Grazie a tutti..."


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Vito Mancuso ANDARE OLTRE

Vito Mancuso

ANDARE OLTRE
 

Io credo alla vita al di là della morte, credo all’immortalità dell’anima: ho delle esperienze — come, penso, tutti i credenti — che mi hanno portato a sentire che la vita ha una domanda dentro, ha un’esigenza, una spinta che chiama alla prosecuzione. Un andare oltre della mente, del cuore, dell’interiorità. Bergson lo ha chiamato élan vital, lo «slancio vitale» che secondo lui è all’origine dell’evoluzione e fa tendere ogni specie vivente verso una diversificazione e prosecuzione infinita. L’idea che la nostra interiorità non abbia un prosieguo mi pare contraria alla legge evolutiva come finora si è sviluppata.

Come sarà questo oltre a cui tendiamo, questa dimensione che attende lo spirito? Se sarà slegato da tutto ciò che è mortale, temporaneo e spazialmente connotato, potremo allora immaginarlo come un’illimitata energia di pura intelligenza, senza alcuna traduzione nella massa corporea; così come gli atomi della luce, i fotoni, sono energia senza massa. 
La luce non è materiale, eppure c’è. Infatti di Dio si dice appunto che non è corporeo, eppure esiste: si dice che Dio è luce, luce intelligente. 
Il Nuovo Testamento ci dice che la luce che è Dio ancora «splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (Giovanni 1,4-5) e poi aggiunge che Dio stesso "è luce" (Giovanni 1,5). 

Dunque io credo che nell’aldilà avrò un corpo di luce, di spirito.
[#VitoMancuso #LiberidiVivere #IlMargine]
(fonte: Bacheca FB dell'autore 02/09/2026)


venerdì 4 settembre 2026

Martini: Parola, dialogo e abitare le frontiere

Martini: Parola, dialogo e abitare le frontiere

Intervista al cardinale Gianfranco Ravasi a cura di Daniele Rocchetti


Sono passati quattordici anni dalla morte del card. Carlo Maria Martini. Quattordici anni nei quali la sua figura, anziché appannarsi, sembra aver acquistato una singolare capacità di interpellare ancora il presente.

Ma, ricordarlo oggi, non significa indulgere alla nostalgia, né sottrarlo al tempo nel quale visse. Significa, piuttosto, chiedersi che cosa del suo modo di pensare, di leggere la Bibbia e di stare nel mondo continui a parlarci.

A farlo, in questa intervista, è il cardinale Gianfranco Ravasi, che di Martini fu allievo al Pontificio Istituto Biblico e ne ha condiviso, da biblista e da protagonista della vita culturale della Chiesa, molte delle domande decisive. Il suo è dunque uno sguardo insieme personale e intellettuale: quello di chi ha conosciuto il Martini professore, rigoroso studioso della Scrittura, ma anche l’uomo capace di trasformare la Parola in dialogo e il dialogo in apertura verso l’altro.

Nelle parole di Ravasi emergono così tre tratti che possono ancora definire l’eredità di Martini: la Parola, il dialogo, la capacità di abitare le frontiere. Non un’eredità da custodire nel ricordo, ma una domanda rivolta al futuro.


– Che ricordo personale conserva del cardinale Martini al di là del ruolo e della notorietà che ha avuto?

Il mio primo incontro diretto fu all’esame di Critica Testuale, quando, tra il 1966 e il 1969, ero studente al Pontificio Istituto Biblico di Roma. Era una materia delicata e complessa: lo studio della Parola così come ci è stata trasmessa, con le sue varianti e, talvolta, le sue incertezze. La Bibbia, e soprattutto il Nuovo Testamento, ci è stata trasmessa attraverso una quantità enorme di testimonianze, molto più ampia, per esempio, di quella attraverso cui ci sono giunti Platone o Aristotele.

Martini teneva le lezioni ed era chiarissimo, come sempre. Parlava in latino, un latino didascalico ma corretto. All’esame ci fece portare dieci esempi di critica testuale, cioè parole o frasi che potevano presentare dei dubbi. Ricordo una cosa curiosa: quando venne a Milano, nel dicembre del 1979, ci rivedemmo e mi disse, con assoluta precisione, quale testo avevo scelto per quell’esame di critica testuale.

– Carlo Maria Martini fu a lungo docente di critica testuale biblica.

Divenne uno dei massimi specialisti a livello internazionale e fu chiamato a far parte del ristretto gruppo di studiosi impegnati nella preparazione del Greek New Testament, rigorosa edizione critica del testo greco del Nuovo Testamento.

Fu proprio nell’esercizio di questa disciplina che maturò in lui non soltanto un profondo amore per la Parola di Dio, ma anche una particolare attenzione alle parole concrete nelle quali essa si esprime: parole da sottoporre al rigore filologico, ma anche da riscoprire nella loro ricchezza di significato. Oggi sono davvero pochi coloro che possono ancora ricordare Martini come professore.

In seguito, è diventato rettore del Biblico, poi della Gregoriana, e di quel Martini docente siamo rimasti in pochissimi a conservare un ricordo diretto. Era solenne anche mentre insegnava. Quella era la sua cifra: una particolare compostezza, che si manifestava nella postura e nel modo di parlare. Le sue erano parole sempre scandite, sempre cesellate. Ed è significativo che proprio questo sia rimasto un tratto costante lungo tutta la sua vita: Martini è stato sempre, in un certo senso, l’uomo della Parola.

***

– Lei ha definito Martini “lo scriba del Regno di Dio”, un’immagine nella quale egli stesso si riconosceva. Che cosa c’era di particolare nel suo modo di leggere e raccontare la Bibbia?

Il suo modo di leggere la Bibbia per poi raccontarla nasceva, paradossalmente, dall’incontro di due atteggiamenti che potrebbero sembrare quasi antitetici, ma che Martini ha saputo far convivere.

Da una parte, c’era la fedeltà rigorosa alla parola. La critica testuale significa fermarsi talvolta alla sillaba, quasi alla cellula germinale di una frase. Richiede una vera e propria ingegneria esegetica, che Martini possedeva in modo straordinario. Basta pensare alla sua tesi di dottorato in Sacra Scrittura sulla recensionalità del Codice B, il celebre Codice Vaticano, uno dei più antichi e autorevoli testimoni greci del testo biblico. Era uno studio di grande sofisticazione, fondato sul continuo confronto e sulla verifica delle diverse testimonianze del testo.

Dall’altra parte, ed è questo il paradosso, già allora Martini aveva sviluppato un altro modo di accostarsi alla Scrittura. Lo si vede, per esempio, nei corsi biblici che teneva presso la Comunità di Sant’Egidio e nelle molte occasioni in cui si dedicava alla divulgazione biblica. Era una lettura simbolica, spirituale, esistenziale della Bibbia, destinata a diventare sempre più importante nella sua esperienza di pastore. Ecco perché il cardinale Martini è stato davvero l’uomo della Parola: tanto nella fedeltà rigorosa alla parola del testo quanto nella capacità di lasciarne emergere la ricchezza simbolica, spirituale ed esistenziale.

– Martini ha dato vita a Milano alla “Cattedra dei non credenti”, mentre lei ha avuto la felice intuizione di avviare e guidare per molti anni il “Cortile dei Gentili”. Mi pare che siano due modi diversi per ragionare sul confronto tra fede e modernità. Crede che ci sia un metodo di ascolto, uno “stile” di stare dentro il mondo di Martini da cui ancora oggi possiamo imparare?

La parola fondamentale a proposito di lui è “dialogo”: era quello l’elemento capitale per Martini. C’è però una cosa che differenzia la “Cattedra dei non credenti” dal “Cortile dei Gentili”, pur essendo esperienze parallele.

La “Cattedra dei non credenti” nasceva dalla convinzione che il non credente avesse qualcosa da dire a noi credenti. Per questo saliva in cattedra, teneva la lezione lui, il non credente, e poi Martini faceva un commento, seguito da un po’ di dibattito. Questo è l’elemento fondamentale che ci lascia, in un tempo come il nostro in cui non si ascolta più l’altro, anzi, si tende a bollare chi sta fuori dal proprio perimetro prima ancora che abbia finito di parlare. Lui aveva introdotto una vera capacità di ascolto.

Il “Cortile dei Gentili” è invece un confronto alla pari: credente e non credente argomentano sullo stesso tema, e lo spettatore deve capire quale dei due convince di più, chi ha l’argomentazione più solida. Per questo è difficile: oggi si fa fatica a trovare il vero credente e il vero ateo. Ci troviamo di fronte al dominio dell’indifferenza, a questa nebbia generica.

***

– Sono passati quarantasei anni dall’ingresso del card. Martini a Milano. Nel frattempo la città è cambiata e pure il mondo…

Sì, e non poco. Tante cose che oggi si pongono con urgenza, al suo tempo semplicemente non si ponevano ancora, o si ponevano in forma molto diversa. Penso alle migrazioni, alle forme di fondamentalismo che si sono sviluppate nel frattempo e, naturalmente, alla tecnologia e all’intelligenza artificiale.

Ma il problema più profondo è forse la crescente difficoltà di costruire il dialogo, che era la sua parola d’ordine, e lo è anche per me. Oggi è più difficile entrare in profondità nelle questioni e confrontarsi realmente con l’altro. Eppure credo che Martini, con la sua intelligenza, sarebbe stato capace di affrontare questo mondo meglio di tanti pastori di oggi.

– Dunque, per comprendere davvero Martini occorre collocarlo nel suo tempo.

Certamente. È un’operazione dalla quale non possiamo sottrarci. Martini apparteneva a un’altra epoca. E questo non significa assolutamente sminuirlo. Ha dato alla Chiesa e alla cultura alcune cose che rimangono permanenti. La prima è la Parola, come dicevamo; la seconda è il dialogo; la terza è la capacità di abitare le frontiere, di essere un uomo di frontiera, capace di guardare anche dall’altra parte. È per questo che oggi avrebbe avuto qualche difficoltà di fronte alla logica dello scontro. Sarebbe andato comunque oltre, anche in quegli ambienti nei quali magari non c’è alcun desiderio di incontrare o di conoscere l’altro. Lui sarebbe andato anche lì.

La nostalgia di Martini nasce anche dalla sua capacità di interloquire in modo credibile con l’intera comunità milanese: con la cultura e l’industria, con la giustizia e con le periferie. Aveva la visione di una Chiesa capace di essere presente nel proprio tempo. Il suo sguardo era rivolto al futuro: radicato nella realtà, ma capace di intuire le tensioni che stavano emergendo.

– Cardinale Ravasi, lo stile di Martini ricorda molto anche il suo: radicato dentro un’identità, ma capace di uno sguardo oltre, di uno sguardo altro.

Sì. E credo che questo sia proprio il frutto di una frequentazione profonda con la Parola. È la Parola che aiuta ad avere questo sguardo: non uno sguardo di nostalgia o di rimpianto, ma uno sguardo sempre proteso in avanti. Alla base c’è il fatto che la Bibbia sia, per sua natura, un libro messianico. Che cosa significa? Che è proteso verso il futuro. L’unica eccezione, in questo senso, è Qoèlet; ma tutti gli altri libri hanno sempre uno sguardo profetico, uno sguardo rivolto all’oltre.

Ma questo sguardo verso il futuro non significa affatto sottrarsi al presente. Al contrario: la Bibbia è profondamente immersa nella storia, nella concretezza dell’esistenza umana. Basta guardare le pagine della Bibbia per accorgersene: sono piene di questioni politiche, militari, di conflitti, di rapporti con le istituzioni. Gesù stesso si impegna continuamente dentro la realtà, anche frequentando quella che potremmo chiamare la “cattiva compagnia”: pubblicani, prostitute, peccatori. A un certo momento entra persino in dialogo con i Greci. La Bibbia stessa ci offre un principio fondamentale sul rapporto tra fede e politica, tra fede e società, tra fede e mondo.

Martini, proprio per la sua formazione e per la sua docenza di critica testuale, ha sempre avuto anche questo respiro. Mi ricordo che una volta gli avevo citato una frase di Kafka che mi piace moltissimo: Der fliegende Pfeil ruht, “La freccia che vola riposa”. Credo che questa possa essere una definizione, un po’ libera e creativa, dell’opera del card. Martini: un uomo profondamente radicato nella propria identità e, nello stesso tempo, sempre in movimento, sempre proteso verso l’altro e verso il futuro. E, soprattutto, un uomo che amava dialogare.

*Pubblicato su l’Eco di Bergamo (31 agosto 2026).
(fonte: Settimana News 03/09/2026)

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