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lunedì 16 marzo 2026

PAPA LEONE XVI: Guariti dall’amore di Cristo, siamo chiamati a vivere un cristianesimo “dagli occhi aperti”. Angelus del 15 marzo 2026 (Testo e video)

Guariti dall’amore di Cristo, 
siamo chiamati a vivere un cristianesimo
 “dagli occhi aperti”. 
Leone XVI

Angelus del 15 marzo 2026



Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Il Vangelo di questa quarta domenica di Quaresima ci racconta la guarigione di un uomo cieco dalla nascita (cfr Gv 9,1-41). Attraverso la simbologia di questo episodio, l’evangelista Giovanni ci parla del mistero della salvezza: mentre eravamo nell’oscurità, mentre l’umanità camminava nelle tenebre (cfr Is 9,1), Dio ha inviato il suo Figlio come luce del mondo, per aprire gli occhi dei ciechi e illuminare la nostra vita.

I profeti avevano annunciato che il Messia avrebbe aperto gli occhi dei ciechi (cfr Is 29,18; 35,5; Sal 146,8). Gesù stesso accredita la propria missione mostrando che «i ciechi riacquistano la vista» (Mt 11,4); e si presenta dicendo: «Io sono la luce del mondo» (Gv 8,12). In effetti, possiamo dire che noi tutti siamo “ciechi dalla nascita”, perché da soli non riusciamo a vedere in profondità il mistero della vita. Perciò Dio si è fatto carne in Gesù, perché il fango della nostra umanità, impastato con il respiro della sua grazia, potesse ricevere una nuova luce, capace di farci vedere finalmente noi stessi, gli altri e Dio nella verità.

Colpisce il fatto che lungo i secoli si sia diffusa l’opinione, presente ancora oggi, secondo cui la fede sarebbe una specie di “salto nel buio”, una rinuncia a pensare, cosicché avere fede significherebbe credere “ciecamente”. Il Vangelo ci dice invece che a contatto con Cristo gli occhi si aprono, al punto che le autorità religiose chiedono con insistenza al cieco guarito: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?» (Gv 9,10); e ancora: «Come ti ha aperto gli occhi?» (v. 26).

Fratelli e sorelle, anche noi, guariti dall’amore di Cristo, siamo chiamati a vivere un cristianesimo “dagli occhi aperti”. La fede non è un atto cieco, un abdicare alla ragione, una sistemazione in qualche certezza religiosa che ci fa distogliere lo sguardo dal mondo. Al contrario, la fede ci aiuta a guardare «dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere» (Enc. Lumen fidei, 18) e, perciò, ci chiede di “aprire gli occhi”, come faceva Lui, soprattutto sulle sofferenze degli altri e sulle ferite del mondo.

Oggi, in particolare, a fronte delle tante domande del cuore umano e delle drammatiche situazioni di ingiustizia, di violenza e di sofferenza che segnano il nostro tempo, c’è bisogno di una fede sveglia, attenta e profetica, che apra gli occhi sulle oscurità del mondo e vi porti la luce del Vangelo attraverso un impegno di pace, di giustizia e di solidarietà.

Chiediamo alla Vergine Maria che interceda per noi, perché la luce di Cristo apra gli occhi del nostro cuore e possiamo dare testimonianza di Lui con semplicità e coraggio.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

Da due settimane i popoli del Medio Oriente soffrono l’atroce violenza della guerra. Migliaia di persone innocenti sono state uccise e moltissime altre costrette ad abbandonare le proprie case. Rinnovo la mia vicinanza orante a tutti coloro che hanno perso i propri cari negli attacchi che hanno colpito scuole, ospedali e centri abitati.

È motivo di grande preoccupazione la situazione in Libano. Auspico cammini di dialogo che possano sostenere le Autorità del Paese nell’implementare soluzioni durature alla grave crisi in corso, per il bene comune di tutti i libanesi.

A nome dei cristiani del Medio Oriente e di tutte le donne e gli uomini di buona volontà, mi rivolgo ai responsabili di questo conflitto: cessate il fuoco! Si riaprano percorsi di dialogo! La violenza non potrà mai portare alla giustizia, alla stabilità e alla pace che i popoli attendono.

Do il benvenuto a tutti voi, presenti oggi in Piazza San Pietro!

Saluto i fedeli venuti da Valencia e Barcelona in Spagna, come pure quelli di Palermo.

Con gioia accolgo alcuni gruppi di ragazzi che si preparano a ricevere il Sacramento della Confermazione: di Berceto, diocesi di Parma; di Tuto, diocesi di Firenze; di Torre Maina e Gorzano, diocesi di Modena-Nonantola. Saluto inoltre i giovani della parrocchia di San Gregorio Magno in Roma e i ragazzi di Capriano del Colle e Azzano Mella, diocesi di Brescia.

A tutti auguro una buona domenica.

GUARDA IL VIDEO
Angelus integrale

domenica 15 marzo 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - IV DOMENICA DI QUARESIMA anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli



IV DOMENICA DI QUARESIMA anno A

15 Marzo 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Gesù, il Cristo, è l’Inviato del Padre, perché ogni uomo e donna possa trovare in Lui quella luce vera, che dia senso e intelligenza alla nostra avventura umana. Con fiducia innalziamo a Dio nostro Padre le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Donaci la tua luce,  o Padre


Lettore

- Manda il tuo Santo Spirito sulla tua Chiesa, o Padre. Lui, che scruta le profondità del cuore, fa’ che aiuti ogni singola comunità cristiana a scoprire ed a comprendere quanto di oscuro e di pesante si nasconda nella sua vita concreta, affinché si apra alla luce del tuo Figlio Gesù, per diventare comunità di discepoli somiglianti a Lui e fedeli al suo Vangelo. Preghiamo.

- Padre Santo, tenebre fitte avvolgono la storia di oggi. Dovunque violenza, distruzione, negazione della vita, rifiuto della tua Parola e del tuo Cristo. Dona a papa Leone e a quanti guidano le varie chiese presenti nei vari continenti, una parola franca e profetica, per portare a tutti la luce del Vangelo. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Padre, la nostra diocesi di Messina con i suoi vescovi Giovanni e Cesare. Accompagna con la forza del tuo Spirito e con la luce del Vangelo le varie comunità parrocchiali e religiose. Fa’ che il loro radunarsi insieme per celebrare l’eucarestia diventi occasione di crescita nella statura del tuo Figlio Gesù e nella comunione fraterna. Preghiamo.

- Guarda, o Padre, con tenerezza e vicinanza i tuoi figli e le tue figlie, provati dalla malattia o dalla malvagità umana. Dona a tutti noi, che sperimentiamo il tuo amore di Padre, di saperci chinare su quanti hanno bisogno di aiuto e di consolazione. Preghiamo.

- Davanti a te, o Padre misericordioso, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo delle vittime delle guerre – frutto della cecità dei governanti – in atto in Palestina, in Libano, in Iran, in Ucraina, in Sudan e in altri Paesi del mondo. Dona a tutti di contemplare la luce del tuo Volto di Padre buono e compassionevole. Preghiamo.


Per chi presiede

Accogli, o Dio, le nostre intercessioni, affinché, rinnovati e illuminati dalla luce del tuo Santo Spirito, possiamo assomigliare sempre di più al tuo Figlio Gesù e crescere secondo la sua statura in umanità, sapienza e grazia. Per Cristo nostro Signore.

AMEN.



"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 19 - 2025/2026 - IV DOMENICA DI QUARESIMA anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

IV DOMENICA DI QUARESIMA - anno A

Vangelo:
Gv 9,1-41

Continua con questa pagina di Vangelo l'itinerario battesimale iniziato con il brano della Samaritana al pozzo (Gv 4,5-42). Si tratta di un cammino di illuminazione nella fede che non ha mai fine, un cammino che ci fa capaci di scoprire la nostra condizione di cecità, sempre bisognosi di guarigione. La pericope comincia con un cieco che alla fine vede e termina con dei presunti vedenti che, in realtà, sono i veri ciechi. Nel mezzo troviamo tutto il processo di illuminazione di colui che è nato cieco. L'evangelista mette in risalto in modo particolare la progressiva conoscenza che il cieco ha di Gesù: all'inizio come «quell'uomo», poi sempre con maggior chiarezza e in profondità: «è un profeta»«viene da Dio», è il «Figlio dell'uomo», e finalmente è il «Signore» che adesso può vedere e adorare. E' il cammino che ogni credente in Gesù è chiamato a percorrere, cammino faticoso che verrà a costare un prezzo altissimo: il rifiuto del mondo. L'ostilità e il rifiuto subiti dal cieco nato sono gli stessi che ha dovuto subire Gesù e che anche la Chiesa è chiamata a sostenere se vorrà rimanere fedele al suo Signore. In ogni tempo vi è un cieco che acquista la capacità di vedere e mostra ai sedicenti vedenti la loro cecità perché anche loro possano aprire gli occhi. Chi, infatti, viene alla luce dovrà sostenere la feroce opposizione di quanti dimorano nelle tenebre, i quali avvertono il dilagare della luce che in alcun modo possono arrestare. E' il dramma doloroso di ogni uomo in cui si compie il faticoso passaggio dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, da quel sistema di omologazione che tutti rende ciechi alla vera e piena libertà, per essere finalmente se stessi. Solo ora l'ex cieco, gettato fuori dalle tenebre di coloro che lo vogliono immerso nella cecità, può incontrare il volto di Colui che gli ha donato la vista e la vita.


sabato 14 marzo 2026

CAREZZE DI LUCE “Gesù unisce il Dio della vita e il Dio della dottrina, e lo fa mettendo al centro l’uomo. La gloria di Dio è un uomo con la luce negli occhi e nel cuore.” - IV DOMENICA DI QUARESIMA ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

CAREZZE DI LUCE


Gesù unisce il Dio della vita e il Dio della dottrina, 
e lo fa mettendo al centro l’uomo. 
La gloria di Dio è un uomo con la luce negli occhi e nel cuore. 


In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa "Inviato". Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c'era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell'uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gv 9,1-41

  
CAREZZE DI LUCE
 
Gesù unisce il Dio della vita e il Dio della dottrina, e lo fa mettendo al centro l’uomo. La gloria di Dio è un uomo con la luce negli occhi e nel cuore.

Gesù sta uscendo dal tempio e vede un uomo cieco dalla nascita, un disabile che, per legge, non può entrarvi. Vede l’invisibile. E si ferma, senza essere chiamato, senza essere pregato. Amici e nemici si perdono a cercare colpe in quell’uomo, tutti insieme a sbagliarsi su Dio. Gesù non ci sta, fugge da quella logica: né lui né i suoi genitori hanno peccato. Il male non viene da Dio. E allora, da dove? Una domanda alla quale né la bibbia nè Gesù stesso danno risposte.

Gesù non vede in quell’uomo nato cieco un punto di arrivo, ma un punto di partenza, di nascita. E senza che il cieco gli chieda niente stende un petalo di fango e saliva su quelle palpebre che coprono il nulla.

Ecco il mio Gesù: è Dio che si sporca le mani con l’uomo, ed è al tempo stesso un uomo che viene contaminato di cielo, contagiato di luce.

Vai a lavarti alla piscina di Siloe… Il cieco si affida al suo bastone e alla parola di uno sconosciuto. Si affida quando il miracolo non c’è ancora, quando c’è solo buio intorno.

Andò alla piscina e tornò che ci vedeva. Non si appoggia più al suo bastone; non siederà più a terra a invocare pietà, ma ritto in piedi cammina con la faccia nel sole, finalmente libero. Finalmente uomo nuovo. Infatti la gente ora non lo riconosce più. È lui, dicono alcuni. No, non è lui. E accade così davvero: uno incontra il Signore e cambia dentro. Si aprono finestre di luce.

Per la seconda volta Gesù guarisce di sabato. E invece del canto di gioia entra nel Vangelo un’infinita tristezza. Perfino i genitori del cieco sembrano vili. Ai farisei non interessa la vita ritornata in quegli occhi, ma la “sana” dottrina. E avviano un processo per eresia. Per difendere la dottrina negano l’evidenza. Ma che religione è questa che non guarda al bene dell’uomo ma solo a se stessa e alle sue regole?

I farisei vorrebbero che il cieco tornasse cieco, per avere ragione loro. Ma il cieco è diventato libero, è diventato forte, tiene testa ai sapienti: io non so di teologia, io sto con la vita, coi fatti: ora ci vedo!

Gesù unisce il Dio della vita e il Dio della dottrina, e lo fa mettendo al centro l’uomo. La gloria di Dio è un uomo con la luce negli occhi e nel cuore.

Per i farisei Gesù, “non viene da Dio, perché non osserva il sabato”; per loro venire da Dio dipende dall’osservanza della legge; per Gesù venire da Dio, dipende da come abiti la terra, se lo fai come Dio che ti prende là dove sei, rotto come sei, e si fa mano viva che aggiusta, che tocca gli occhi e li illumina, che fa ripartire la vita.

Gesù è venuto a portare non il perdono dei peccati, ma molto di più, a portare se stesso. “Io sono la luce del mondo”: luce che accarezza, bellezza che risana, sguardo che consola, forza che fa ripartire la vita.


Card. Zuppi: non ci stanchiamo di dire che la guerra è inutile (Testo e video)

Non ci stanchiamo di dire
che la guerra è inutile
Card. Matteo Zuppi




Il 13 marzo, in occasione della Giornata di preghiera e digiuno promossa dalla Conferenza Episcopale Italiana, il Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, ha celebrato i Vespri nella Collegiata di San Biagio di Cento (Ferrara). Pubblichiamo di seguito l’omelia.

Papa Leone ha chiesto di «fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile». Per questo preghiamo e invochiamo perché la sua richiesta accorata venga accolta. Una spirale diviene un meccanismo di cause e di effetti che nessuno riesce a controllare anche se può fare credere di esserne in grado. La spirale rivela che la guerra ha solo una terribile logica, geometrica, che una volta liberata condiziona anche chi l’ha innescata, costringendolo a fare quello che forse non vorrebbe. È sempre una sconfitta quando la logica della forza pretende di sostituirsi alla paziente arte della diplomazia, da palombari che scandagliano le cause e cercano le trame di dialogo e relazione profonde. La diplomazia è tutt’atro che prendere tempo, dilazionare, non risolvere i problemi. Non è illusione, anzi è lucida comprensione che, se ascoltata, può permettere di fermare la terribile illusione della forza. Scrisse Papa Francesco nella Spes non Confundit: «L’esigenza della pace interpella tutti e impone di perseguire progetti concreti. Non venga a mancare l’impegno della diplomazia per costruire con coraggio e creatività spazi di trattativa finalizzati a una pace duratura» (n.8). È la guerra che crea solo altri problemi ben più gravi dei precedenti. Si arriva a uccidere quelli che sono gli interlocutori con cui si deve o si dovrà negoziare, tradimento infame di qualsiasi regola del dialogo e del rispetto! Come si può credere dopo alla volontà di confronto?

Per risolvere i conflitti bisogna andare e lezione dalla storia, per capirne le cause antiche e recenti, che spesso si sono modificate ma che occorre affrontare perché sia davvero una pace giusta. Ad esempio, la non applicazione degli accordi di Minsk II è motivo importante nel conflitto in Ucraina, come la non applicazione della Risoluzione 1701 in Libano è una delle cause per la non-soluzione della contesa tra Hezbollah e Israele. Senza trattativa si produrranno soltanto una serie infinita di guerre con la spietata logica di abbattere il nemico. Ma chi è nemico? Chi lo definisce tale? Migliaia di persone sono state eliminate, civili che non hanno niente a che vedere con il conflitto, certamente diventati a loro insaputa e senza nessuna responsabilità un obiettivo, qualcuno li definisce spietatamente “obiettivi spazzatura”. L’intelligenza artificiale fa il resto. Si inseriscono centinaia di obiettivi nel sistema e si aspetta di vedere chi si può uccidere e quando. Si eliminano così intere famiglie, colpendo senza sapere o con la presunzione di sapere e di averne diritto. Chi ha diritto? E poi cosa fare dopo, a guerra finita? Non dovrebbe essere questo il rigoroso fine? Possiamo accettare che le persone siano danni collaterali? Dove sono finite le scintille di pace che dovrebbero evitare questi abomini? Non ci stanchiamo di dire che la guerra è inutile. È sempre una sconfitta per tutti. Anche chi vince è uno sconfitto. Chi può credere di vincere o distruggere completamente l’altro? Solo un accordo potrà mettere la situazione in equilibrio. Chi pensa che la guerra sia un ordine non conosce la storia e ha perso la memoria. Cosa resta dopo una guerra? La distruzione, danni ambientali, odi, povertà che preparano quella successiva.

La guerra non è mai uno strumento della politica perché la guerra è una macchina di morte che impone una sua propria logica. Tutte le guerre sono guerra tra civili: fratelli che uccidono fratelli perché in guerra la vita umana perde ogni valore. Il suo veleno non finisce mai, segna e inquina la vita per sempre, nel corpo e nella psiche. Ogni guerra lascia l’aria contaminata da un’epidemia di inimicizia. Ecco perché pregare e digiunare, perché crediamo che tutto può cambiare e da credenti l’impossibile possa realizzarsi.

«Risplenda la tua lampada sopra il nostro cammino, la tua mano ci guidi alla meta pasquale». E la Pasqua è anche la pace piena che Gesù ci affida. Lo abbiamo ascoltato dall’autore della lettera agli Ebrei: «Non ci perdiamo d’animo». Nella Fratelli tutti Papa Francesco ci ricorda quante occasioni abbiamo perduto e delle quali chiedere perdono, ma anche imparare per non farlo più: «Non si colsero pienamente le occasioni offerte dalla fine della guerra fredda, per la mancanza di una visione del futuro e di una consapevolezza condivisa circa il nostro destino comune. Invece si cedette alla ricerca di interessi particolari senza farsi carico del bene comune universale. Così si è fatto di nuovo strada l’ingannevole fantasma della guerra. Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male» (nn.260-261). In questi «tempi bui» vogliamo che brilli la luce di uomini e donne che scelgono di essere artigiani di pace cominciando a disarmare il loro cuore convinti che solo così si può disarmare il mondo dal pregiudizio, dall’odio, dalla vendetta. Dipende da noi.

Nel messaggio per la Quaresima Papa Leone lo ha chiesto in maniera diretta e molto concreta ricordando il senso del digiuno e della sua dimensione comunitaria: «Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore». Ora si arriva all’elogio del tribalismo, alla spinta verso la frammentazione e la divisione sociale accompagnata da un disprezzo verso le istituzioni internazionali e verso la debolezza dell’Europa che, troppo sbilanciata a tutelare i diritti dei più vulnerabili, non sarebbe capace di garantire sicurezza. E guai a quanti per convenienza, opportunismo, ignoranza, calcolo seminano odio, pregiudizi, eccitando l’idea del nemico invece di cercare quello che unisce! Saggiamente un grande europeo recentemente scomparso affermava che «l’Europa può essere utile non solo ai nostri cittadini e paesi, ma può aiutare il mondo intero ad avere regole per una convivenza civile e pacifica». Ma deve avere l’anima per poterlo fare!

Lo spirito religioso può consentire di lavorare per l’unità. Quei cristiani, che coraggiosamente costruirono l’architettura dell’Europa e che lo fecero da cristiani per tutti e insieme a tutti, ispirino altri a cercare con audacia soluzioni per imparare a rendere la pace possibile, a costruire ponti quando ancora c’è il vuoto e muri da oltrepassare, a preparare tavoli di dialogo per studiare garanzie e diritti e doveri convincenti e garantiti, a farlo con visione e responsabilità. Che le religioni tutte si impegnino in questo, perché Pace è il nome di Dio. Insegna la sapienza ebraica espressa dal rabbino Shimon Gamliel che «quando vedeva due persone che si odiavano andava da uno dei due e gli diceva: “perché odi quel tale, che è venuto a casa mia e si è prostrato davanti a me e mi ha detto: mi sono comportato male con quel tale, vai a calmarlo nei miei confronti”: e poi andava dal secondo e gli diceva la stessa cosa che aveva detto al primo e in questo modo metteva pace amore e amicizia tra una persona e l’altra».

«Tutte le bugie sono proibite, ma si può mentire per mettere pace tra una persona e l’altra», dicono i rabbini, spiegando come una giustizia rigorosa fosse incompatibile con la pace e sostenendo la necessità del compromesso come mezzo per temperare la giustizia con la pace. Cerchiamo la pace, anche e soprattutto quando non c’è e sembra impossibile. Non si vive senza. Non rendiamo la pace una tregua. Sant’Agostino dice che «sono degni di maggiore gloria quanti invece di uccidere gli uomini con la spada uccidono la guerra con le parole e ottengono e conservano la pace attraverso la pace piuttosto che fare ricorso alla guerra» (Ep. 229,2). Solo insieme se ne esce. Troviamo i meccanismi capaci di garantire questa interdipendenza che sfugga alla terribile e distruttiva logica della forza.

I nazionalismi, nelle varie edizioni, e i totalitarismi che rovinano le appartenenze siano superati dalla visione di pensarsi insieme e non contro gli altri. E Dio, che ci ricorda che la guerra è un omicidio perché uccide l’uomo, suicidio perché uccide quel corpo cui l’uccisore fa parte e deicidio perché uccide l’immagine e la sua stessa somiglianza, ci aiuti a sentirci parte della stessa famiglia umana e a combattere la vergogna e il disonore di un fratello che alza le mani contro suo fratello. Il giudizio di Dio ci ispiri a dominare l’istinto o il calcolo, le convenienze, e ci aiuti a essere operatori di pace a cominciare da noi stessi, ovunque e dove si scavano le trincee della violenza e dell’odio. Tanti operatori di pace aiuteranno l’architettura per una casa comune di fratelli tutti.

13 Marzo 2026

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Papa Leone e Chiesa italiana invocano la pace. 
Giornata di preghiera e digiuno

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Padre Pasolini: fraternità non è un ideale

Enzo Bianchi: Sotto le ceneri ardono le braci

Enzo Bianchi
Sotto le ceneri ardono le braci

Se la vita spirituale conosce nel corso della vita fatiche e fallimenti, l’invocazione dello Spirito Santo rianima ogni volta l’antico sacro fuoco


Famiglia Cristiana - 8 Marzo 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

È inverno e qui ai piedi delle Alpi fa freddo. Per questo ogni giorno nella mia cella solitaria resta acceso il camino che non solo riscalda ma rallegra e rende più leggera la solitudine. Alla sera prima di andare a dormire copro le braci con la cenere, ma al mattino presto quando mi alzo è sufficiente che rimuova le ceneri e soffi sulle braci che si sono conservate tutta la notte perché il fuoco divampi e le fiamme illuminino la cella.

Ciò che si ripete ogni giorno mi fa pensare sovente anche a ciò che avviene nella nostra vita di fede cristiana, nella nostra vita spirituale. A volte, ma in certe stagioni della vita sovente, siamo assaliti da un torpore, da una sonnolenza: la fede si fa debole, sembra non essere più capace di sostenerci ed essere vitale e diventiamo atoni, non più sensibili alle realtà spirituali. I padri della chiesa dicevano che il nostro cammino verso il Regno è come il cammino dei pellegrini verso Gerusalemme: si passano colline con le loro cime e poi si attraversano valli profonde e a volte oscure. Sì, la nostra vita cristiana non è una salita sempre vittoriosa ma conosce anche sconfitte, ansie, fallimenti. Ma se invochiamo con fiducia e insistenza il Signore lui ci manda il suo Spirito che come soffio toglie la cenere che impedisce al fuoco di ardere, quel fuoco che Cristo ha messo in noi nel battesimo.

E il fuoco dell’adesione al Signore, della speranza in lui e dell’amore per lui divampa e le ceneri scompaiono. Coraggio cristiano, cristiana!
(fonte: Blog dell'autore)



venerdì 13 marzo 2026

Il fattore religione e la deriva Maga di Anna Foa

Il fattore religione 
e la deriva Maga 
di Anna Foa


Si discute in questi giorni su chi ha deciso di attaccare l’Iran, Trump o Netanyahu, su chi ha spinto l’altro verso il conflitto. La fotografia, pubblicata anche sulla Stampa di venerdì, di Trump che nello Studio Ovale prega per la vittoria sull’Iran circondato dai leaders evangelici, come è noto i suoi principali sostenitori, che gli impongono le mani, è particolarmente significativa e inquietante. La foto infatti, non a caso diffusa dalla Casa Bianca, tende non solo a sottolineare il ruolo prevalente di Trump, ma anche a caratterizzare questa guerra come una guerra religiosa. In una delle sue ultime dichiarazioni sugli sviluppi della guerra, interrogato se prevedesse un cambio del regime iraniano, Trump ha risposto che non era quello l’obiettivo, e ha negato di avere obiezioni al mantenimento di una leadership religiosa in Iran, aggiungendo anche di conoscere nel mondo molti leader religiosi del tutto degni di guidare un paese. L’importante era che non svolgessero politiche contrarie agli Stati Uniti o ad Israele. D’altronde, è recentissima la dichiarazione del capo del Pentagono Hegseth che gli Stati Uniti stanno difendendo la civiltà occidentale cristiana.

Il fatto che la guerra abbia smesso di avere come suo obiettivo un cambio di regime potrà probabilmente ampliare il fronte dei suoi oppositori, di quanti di loro almeno erano trattenuti dall’opporsi senza esitazioni alla guerra dal desiderio di veder crollare il sanguinario regime iraniano.

Ma l’ipotesi che gli Stati Uniti siano stati trascinati ad attaccare l’Iran da Netanyahu affiorava già due giorni dopo l’inizio delle operazioni militari in una affermazione di Mark Rubio, subito smentita da Trump, che ha dichiarato che semmai era stato lui a trascinare Netanyahu in guerra. È però una tesi emersa già nelle settimane precedenti lo scoppio delle ostilità, in cui molti analisti prospettavano la possibilità di un attacco preventivo della sola Israele. Una tesi condivisa da una larga parte dei democratici, ma non solo. Infatti anche Steve Bannon, già grande sostenitore di Trump e negli ultimi anni allontanatosi dalle sue posizioni su una linea populistica estrema, ha preso le distanze dalla scelta trumpiana della guerra, richiamandosi alle posizioni isolazioniste su cui Trump ha ottenuto il secondo mandato. Insomma il MAGA è spaccato al suo interno, ed una delle linee di frattura è l’antisemitismo dei suoi estremisti di ultra destra. Così Bannon, seguace di Julius Evola, ma così anche Tucker Carlson, già collaboratore di primo piano di Fox News, razzista, sostenitore della tesi della sostituzione etnica, suprematista bianco. E anche antisemita e contrario al sostegno politico e militare ad Israele. Così i seguaci di Charlie Kirk, l’estremista trumpiano assassinato nel settembre 2025.

Il fatto che i più radicali tra gli estremisti del MAGA siano anche antisemiti li pone in conflitto col mondo dei sostenitori evangelici di Trump, di quei sionisti cristiani che vedono nel presidente uno strumento divino per avvicinare l’Apocalisse finale. Un ritorno di Cristo in terra che però prevede necessariamente anche la conversione finale di tutti gli ebrei al cristianesimo. Conseguenza che non piace certo ai loro alleati in Israele, ma che è stata opportunamente messa da parte in attesa dell’avvento del Messia, o per i sionisti cristiani dell’Apocalisse finale.

Il paradosso di questo clima è che Trump ha finora usato e sembra proprio che continuerà a farlo la scusa dell’antisemitismo per attaccare non i veri antisemiti alla Bannon ma gli oppositori del governo Netanyahu, cioè sia quell’ampia parte del mondo ebraico americano che manifesta contro la politica di Netanyahu sia in generale docenti e studenti delle Università. Quello che è certo, è che l’attribuzione ad Israele del ruolo decisivo nell’entrata in guerra degli Stati Uniti non potrà che sollevare una vasta ondata di antisemitismo a destra, fra gli isolazionisti e i sostenitori dell’America first. Mentre fra gli attivisti filopalestinesi e in generale nel mondo della sinistra diventerà più difficile distinguere fra il governo di Netanyahu e gli israeliani, e fra loro e gli ebrei.

(Fonte.  “La Stampa”  - 9 marzo 2026)

giovedì 12 marzo 2026

Uccideremo anche lui - Riflessione di Tonio Dell' Olio

Uccideremo anche lui 
Riflessione di Tonio Dell'Olio


La riflessione di Raniero La Valle, intitolata “Promessa di uccidere”, si apre con parole che gelano il sangue: “Uccideremo anche lui”. È l’annuncio con cui Israele saluta il nome del possibile successore di Khamenei. Poco dopo arriva la conferma di Donald Trump: “Non durerà a lungo”. Per La Valle queste frasi condensano una stagione storica in cui la guerra diventa linguaggio politico esplicito, un progetto dichiarato di eliminazione del nemico che passa “di padre in figlio”, nel nome del “regime change”.

Nel suo sguardo profetico, il Medio Oriente appare come una terra attraversata da popoli in fuga “con il piede straniero sopra il cuore”. Là dove la promessa biblica annunciava “latte e miele”, oggi scorre sangue. Anche le religioni vengono trascinate nel conflitto: l’ebraismo è “mistificato e oltraggiato” dall’uso politico che ne fa il potere; l’evangelismo americano viene dileggiato da riti di potere celebrati alla Casa Bianca; l’islam è provocato a riprendere “la spada del Profeta”. Intanto la guerra viene esibita come spettacolo, quasi un videogioco “disgustoso” che banalizza la sofferenza degli innocenti. Davanti a questo abisso, scrive La Valle, resta soprattutto il dolore e l’umiliazione di appartenere a un mondo che non insorge quanto dovrebbe. Ancora più amaro appare il silenzio dell’Italia, incapace di pronunciare parole all’altezza della tragedia e di difendere con forza diritto e giustizia sulla scena internazionale.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 11.03.2026)


Promessa di uccidere
di Raniero La Valle

Cari amici,

“Uccideremo anche lui”, ha detto Israele: mai programma di governo è stato espresso in modo più succinto e brutale. “Non durerà a lungo”, ha confermato Trump. Così Israele e la Casa Bianca hanno salutato il nome del successore di Khamenei, come a dire che la macelleria da Premio Nobel installata in Iran continuerà a lavorare a pieno regime (il “regime change”, come viene chiamato) passando di padre in figlio fino a estirpare l’ultimo nemico.

Dai fiumi di Babilonia fino al mare, dal Libano a Gaza, popoli interi sono straziati e in fuga, “con il piede straniero sopra il cuore”; nella terra dove secondo le promesse messianiche doveva scorrere latte e miele, il vino è tramutato in sangue e questo discende a torrenti da tutte le croci; le religioni sono gettate nell’agone: l’ebraismo, questo istinto di Dio messo nel cuore dell’umanità, è mistificato e oltraggiato dall’uso che ne fa il governo di Tel Aviv; l’imposizione delle mani sul satrapo di Dio nella cerimonia blasfema della Casa Bianca dileggia l’evangelismo americano e rovescia in farsa i riti di iniziazione di tutte le liturgie; l’Islam è provocato a riprendere in mano la spada del Profeta e a scatenare la violenza.

La guerra, questa costante serissima e tragica che ha percorso tutta la storia, mentre infierisce sugli innocenti è ridotta a spettacolo hollywoodiano; come ha deprecato l’arcivescovo di Chicago, è mostrata dalla “White House” come un video-gioco “disgustoso” e sprezzante della sofferenza umana, per di più gestita da una Intelligenza non più umana.

E tutto ciò accade dopo il buco nero che si è aperto sotto la superfice rispettabile dell’America e dell’Occidente, che è il caso Epstein, che spiega più cose di quante ne nasconda.

Dopo tanto riflettere e combattere come abbiamo fatto su guerra e pace, su diritto e politica, ci sembra ora quasi che non sia più tempo di analisi, ma solo di partecipazione e dolore, mentre resta l’umiliazione di essere coinvolti in un mondo che non insorge, che non protesta quanto dovrebbe.

Un’umiliazione ancora maggiore in Italia, che non ha trovato nel suo governo parole che fossero all’altezza della gravità dell’ora, che rivelassero l’averne coscienza; il politicismo del dire e non dire, del farsi complici e insieme notai della fine del diritto, di parlare e nascondersi, di vantarsi dell’ovvietà che l’Italia non entra nella guerra, ha tolto ogni dignità alla figura dell’Italia sulla scena internazionale. Anche l’espediente polemico usato nel tentativo di coprire l’amico americano non ha retto: evocare l’impresa di Putin in Ucraina per legittimare la negazione trumpiana del diritto non ha alcun senso: non perché c’era stato il caso Dreyfus in Francia Hitler poteva massacrare sei milioni di Ebrei, e a voler risalire indietro nelle aggressioni, a giustificazione delle attuali, si può arrivare fino ad Atene e Sparta. Il mito della Meloni statista e presente sulla scena internazionale è caduto alla prova del confronto con i crimini congiunti di Netanyahu e Trump; una carriera politica giunge alla fine non a causa della irrilevanza attribuita all’Italia nella crisi, come l’opposizione ripete, ma sulla incapacità di chi governa l’Italia di esprimerne al meglio lo sdegno per le sofferenze arrecate agli altri popoli e la volontà di rivendicare giustizia e diritto. Per questo la Meloni perderà il referendum.

Nel sito pubblichiamo un articolo sui rischi per Trump della guerra contro l’Iran e un appello della figlia di Gheddafi a non dimenticare l’uccisione del padre.

Con i più cordiali saluti.

mercoledì 11 marzo 2026

Medio Oriente in fiamme. “Nell’era dell’IA tutto è percepito come un videogioco e viene meno l’empatia”

Medio Oriente in fiamme.
 “Nell’era dell’IA tutto è percepito
 come un videogioco
 e viene meno l’empatia”
Intervista a Adriano Fabris
di Gigliola Alfaro

Secondo il filosofo Adriano Fabris, la comunicazione digitale e i social stanno cambiando la percezione della guerra in Medio Oriente. Tra storytelling, immagini virali e intelligenza artificiale, il rischio è che bombardamenti e vittime vengano percepiti come una fiction o un videogioco, alimentando indifferenza, perdita di empatia e disimpegno civile


La guerra, che sta infiammando il Medio Oriente, con la massiccia operazione militare lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con centinaia di bombardamenti su basi militari, difese aeree, missili e centri di potere del regime, e la risposta iraniana con missili e droni contro Israele e basi Usa nel Golfo, ampliando il conflitto regionale e colpendo diversi Paesi della zona, come viene percepita dalla gente? Da un lato, ci sono moltissimi video, reel sui social, immagini e mappe, che dettagliano quello che sta avvenendo. Dall’altro, però, c’è il rischio che tutto sia considerato quasi alla stregua di un grande videogioco, senza realizzare che dietro quelle immagini ci sono morti, feriti e tanta sofferenza. Ne parliamo con Adriano Fabris, professore di Filosofia morale e di Etica della Comunicazione all’Università di Pisa.

Professore, c’è il rischio che le immagini di esplosioni, bombe, mappe ci appaiano come videogiochi piuttosto che come armi distruttive che portano morte?
Il rischio c’è. Cerchiamo di comprenderne perché. Innanzitutto, dobbiamo capire come è cambiata negli ultimi tempi la comunicazione e di conseguenza anche l’informazione giornalistica. Da un modello di informazione che riportava i fatti, ciò che realmente avveniva nelle varie parti del mondo, e che poi magari li interpretava, li contestualizzava, attraverso commenti, siamo passati a una comunicazione che anzitutto racconta, che fa quello che si chiama storytelling. Questo è sempre naturalmente avvenuto, però lo facevano soprattutto le ideologie, quei regimi che volevano raccontare il mondo in un certo modo e che magari poi venivano smentiti dalla realtà dei fatti.Adesso questo modo di comunicare come storytelling, come racconto che prende il sopravvento sulla realtà delle cose, tende completamente a sostituire l’informazione dei fatti.Questo è lo sfondo comunicativo che abbiamo di fronte.

Perché è avvenuto questo?
Il motivo sta negli sviluppi tecnologici, i social prima, l’intelligenza artificiale poi. La tendenza dell’intelligenza artificiale è quella di imitare la realtà, di riprodurla, ma addirittura, più ancora, di creare immagini alternative, immagini diverse sulla base di quello che a me serve, di quello che io voglio raccontare nel mio storytelling, immagini che poi si sostituiscono alla realtà. Lo storytelling si impone perché ha questo potere enorme dovuto alle tecnologie.Se Jean Baudrillard, qualche decennio fa, diceva che la televisione è in grado di far scomparire la realtà attraverso le sue immagini, adesso siamo ancora oltre. Oggi la realtà può essere ricreata grazie alle tecnologie dell’intelligenza artificiale.All’interno di questo, determinati regimi, determinati leader politici ormai non si curano della realtà e raccontano le loro storie e versioni dei fatti, indipendentemente da quanto effettivamente accade. Questo è quello che avviene dalla parte dei mittenti, cioè di coloro che propongono l’informazione.

E noi che vediamo queste “storie”?
Noi riceventi ormai siamo abituati ad una realtà che è ricreata, quella delle nostre bolle comunicative, quella che si è ormai trasformata in una fiction. E pertanto senza problemi e senza accorgerci che stiamo veramente facendo qualcosa di estremamente ingiusto, scorretto, eticamente riprovevole, scambiamo l’affondamento della fregata iraniana da parte di un sottomarino americano con 180 persone a bordo, la maggior parte affogati nell’Oceano indiano, per un videogioco.

In uno scenario di questo tipo, c’è il rischio che prevalgano una neutralizzazione emotiva, l’indifferenza, l’incapacità di compassione, cioè tutto quello che ci rende umani?
Direi non solo di sì, ma allargherei il discorso perché il passaggio che precede questa neutralizzazione emotiva è il fatto che la realtà non la considero più e quindi non considero più vere le cose, neanche quelle che io vedo con i miei occhi. Le considero appunto una rappresentazione, l’immagine prende il posto della realtà vera ma l’immagine è qualcosa che io costruisco, manipolo, trasformo: quindi non prendo più sul serio l’immagine, c’è un disinteresse, un’indifferenza anzitutto nei confronti di quello che vedo.

La conseguenza di tutto questo è il distacco, la non partecipazione emotiva, il venir meno della empatia, proprio perché l’empatia è basata sul credere vero quello che io ho di fronte, se non lo credo più vero non scatta neppure questo sentimento, questo modo di atteggiarmi.
E poi nel momento in cui invece scattasse arrivano coloro che dicono che l’empatia è un peccato, che l’empatia non deve essere assolutamente provata.


Anche il linguaggio ha il suo peso. Trump e Netanyahu usano parole molto forti: guerrieri, eroi, radere al suolo, massacrare…
È un linguaggio antico perché certamente rientra nella retorica della guerra, tutti i regimi bellicisti usano determinate parole chiave, una certa retorica per motivare l’opinione pubblica a sostenere le loro decisioni. Questo c’è sempre stato e rientra nei discorsi ideologici. In Europa dopo le tragedie del secolo scorso, credevamo di esserne ormai immuni, di capire il meccanismo di queste ideologie e, invece, a quanto pare hanno ancora una loro attrattiva. Ogni ideologia bellica si basa sul fatto che la realtà della guerra, la crudeltà, i morti, i disastri che essa provoca vengono in qualche modo devitalizzati, disinnescati nella nostra emotività. Ma adesso, grazie ai meccanismi di cui parlavo prima, quando noi vediamo le macerie di Gaza o una bomba che fa esplodere una nave nella nuova guerra, a ora di cena mentre guardiamo il Tg, tutto questo ci sembra una rappresentazione, un’immagine, un film come quello che vediamo prima o dopo il telegiornale.

La differenza tra fiction e informazione, tra immaginazione e realtà, è ormai appiattita proprio perché si ritrova tutto quanto sullo schermo piatto del nostro televisore.
C’è una condizione però – ci tengo a dirlo – perché questo possa accadere.

Ci dica…
Abbiamo perso il gusto della verità, abbiamo detto addio alla possibilità che qualcosa di vero possa essere detto, sperimentato, almeno al livello di quello che crediamo e pensiamo.

E tutto questo è particolarmente non solo pericoloso ma anche assolutamente sbagliato perché poi se io considero semplicemente un’immagine quello che invece è un reale pericolo, accade che io mi faccio davvero molto male. La perdita del gusto per la verità e del sentimento di realtà ha queste conseguenze che sono dirompenti per la mentalità comune e per noi stessi.

L’incoerenza e le contraddizioni sugli obiettivi di questa guerra da parte di Trump e Netanyahu rendono ancora più nebulosa la comunicazione e difficile la comprensione di quello che sta avvenendo per l’opinione pubblica?
Questo certamente. C’è da dire che non si riesce a capire quali sono gli obiettivi dichiarati da raggiungere attraverso questa decisione terribile di muovere guerra, una decisione che tra l’altro può portare, e sta portando, a catena a tutta una serie di effetti imprevedibili. In generale, la comunicazione in questa guerra, quella che in molti casi si sta vedendo da parte dei giornalisti, è purtroppo la stessa che accade sempre quando si muovono determinati regimi, cioè in molti casi noi assistiamo al fatto che gli operatori della comunicazione cercano di giustificare, si muovono sulla scia di quello che viene dichiarato da coloro che detengono il potere, giustificando anche le incoerenze e le incertezze che evidentemente ci sono. Per quanto riguarda il pubblico, come dicevo prima, si è perso il gusto per la verità e quindi non si crede più nell’informazione, la si considera alla stregua di una fiction, siamo ormai arrivati alla diffidenza e al disincanto anche rispetto a quello che passa sui giornali, sui teleschermi, sui social, su Internet; quindi quasi troviamo conferma a questa convinzione nella incoerenza, nella scarsa chiarezza, per cui non ci interessa e non crediamo più a nulla di quello che ci viene detto. Non è un caso che tutto questo poi come conseguenza abbia il disimpegno e quindi il disinteresse delle persone, il rinchiudersi sempre di più nella propria bolla, il non andare a votare, il non partecipare alle decisioni per il bene comune.

(Fonte: Agensir - 10 marzo 2026)

Da Epstein alla guerra, il potere senza più limiti di Tommaso Montanari

Da Epstein alla guerra, 
il potere senza più limiti 
di Tommaso Montanari


Senza limiti. Lo smisurato, illimitato, impunito genocidio di Gaza ha aperto la porta a una guerra senza limiti: morali, giuridici, umanitari. Senza limiti politici, senza limiti di tempo (può durare “forever”), e senza limiti di luogo (nessuno è al sicuro). È questo ciò che colpisce e travolge della situazione in cui il criminale lucido Netanyahu e il criminale appannato Trump hanno precipitato il mondo con la servile, succube complicità dei governi europei, incluso quello più grottesco – il nostro –, e con la sola, luminosa, eccezione di quello spagnolo.

La guerra senza limiti è la conseguenza diretta della definitiva rottura del già precarissimo equilibrio dei poteri interni alle democrazie occidentali. Negli ultimi tempi una inarrestabile legge di proporzionalità inversa ha visto il potere di pochissimi super ricchi farsi senza limiti e il potere dei cittadini venire costretto entro limiti sempre più angusti: l’estrema diseguaglianza economica ci ha riportato a un sistema di caste che ordina, dall’alto verso il basso, chi può fare di tutto giù giù fino a chi non può fare nulla, nemmeno manifestare in piazza. Così, questa guerra è una “Epstein War” non solo nel movente occasionale (oscurare il coinvolgimento di Trump nell’abisso di fango e sangue degli Epstein files), ma ancor di più nell’antropologia del potere.

Quando Trump (in una intervista al New York Times del gennaio di quest’anno) ha dichiarato che il suo unico limite è la sua stessa moralità, stava applicando al governo del mondo lo stesso metro con cui si era regolato in tutta la sua vita di imprenditore malavitoso e frequentatore del mondo di Epstein. Un mondo di isole, palazzi, aerei privati in cui la legge non vigeva e in cui i ricchi e i potenti potevano fare letteralmente di tutto: senza limiti. Non c’è alcuna soluzione di continuità tra la violenza privata sui corpi delle donne irretite da Epstein e le bombe sui corpi delle bambine iraniane: il filo che lega questi scempi è l’assoluto arbitrio di chi non riconosce alcun limite esterno. Non c’è soluzione di continuità tra i “pieni poteri” del maschio, bianco e ricco nelle alcove di Epstein, quello del presidente degli Stati Uniti dentro il suo Paese (Minneapolis) e quello degli Stati Uniti nel mondo (Venezuela, Iran).

In tutti i casi, un potere che considera se stesso “assoluto” non riconosce alcun limite: all’interno non contano la Costituzione, gli Stati federati, i sindaci, i governatori, le università, all’esterno non contano il diritto internazionale, gli altri Stati, gli organismi sovranazionali. In questo assetto non esistono freni: né sul piano simbolico (si può far presiedere il consiglio di Sicurezza dell’Onu a Melania Trump, sbeffeggiando contemporaneamente il genere femminile e le Nazioni Unite, proprio come Caligola umiliava il Senato facendo senatore il proprio cavallo), né su quello sostanziale (si può immaginare e creare un anti-Onu a conduzione privata, l’osceno Board of Peace). Non esistono argini al potere del capo: mentre ogni altro potere interno (parlamenti, magistrature, giornali, università…) o esterno (consessi sovranazionali, corti internazionali, ong…) viene limitato, svuotato, represso.

Agitando il feticcio di una sovranità popolare anch’essa senza limiti, di fatto si priva il popolo sovrano di ogni vero potere: un progetto funzionale a fare la guerra, perché una legge ferrea stabilisce che “il potere di aprire e far cessare le ostilità è esclusivamente nelle mani di coloro che non combattono” (Simone Weil). Dovremmo aprire gli occhi sulla relazione che c’è tra lo smontaggio degli equilibri delle democrazie (marginalizzazione dei parlamenti, sottomissione delle magistrature ai governi, repressione securitaria) e questo terribile amore per la guerra.

Di recente, il filosofo del diritto Tommaso Greco ha ricordato (in Critica della ragione bellica, Laterza 2025) come per il Kant del trattato sulla Pace perpetua il mantenimento della pace dipenda in primo luogo dagli ordinamenti interni degli Stati: che proprio a questo fine devono essere “repubblicani”, cioè garantire che siano i rappresentanti dei cittadini a decidere “se la guerra può o non può essere fatta”.

Una richiesta che certo non avviene laddove i capi di Stato sono i “proprietari”, dice Kant, dello Stato stesso. Il fatto che il capo incontri il limite del Parlamento, della legge e di una magistratura libera rende meno probabile la guerra: perché rende più probabile che quello Stato sia disposto a riconoscere il limite degli altri Stati, e che ci si doti, insieme, di un sistema sovrastatale di regole e istituzioni. Esattamente tutto ciò che ora stiamo distruggendo a rotta di collo: perché abbiamo dimenticato che ciò che limita il potere limita anche la guerra. La guerra, che ora divampa: senza limiti.

(Fonte: “il Fatto Quotidiano” - 8 marzo 2026)

martedì 10 marzo 2026

Card. Matteo Zuppi: L'esempio e il martirio di p. Al-Rahi è seme di amore e riconciliazione in un tempo di odio e divisione, segno di fraternità lì dove prevale la logica del più forte.

Card. Matteo Zuppi: L'esempio e il martirio di p. Pierre Al-Rahi 
è seme di amore e riconciliazione in un tempo di odio e divisione, segno di fraternità lì dove prevale la logica del più forte. 

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Medio Oriente. 
Il dolore per la morte di padre Al-Rahi, ucciso dalla guerra in Libano


Pubblichiamo il messaggio di cordoglio per la morte di padre Pierre Al-Rahi, parroco a Qlayaa, nel Sud del Libano, inviato dal Cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, a Sua Beatitudine il Cardinale Béchara Boutros Raï, Patriarca di Antiochia dei Maroniti.

Ho appreso con grande tristezza della morte di padre Pierre Al-Rahi, parroco a Qlayaa, nel Sud del Libano, e cappellano regionale della Caritas locale, rimasto ucciso a seguito di un attacco nell’area. Esprimo il profondo cordoglio e la vicinanza della Chiesa in Italia a Lei e alla comunità cristiana, ferita da questo ulteriore dolore causato dalla violenza cinica e insensata di un conflitto che sparge sangue e distruzione. Ancora una volta il dramma della guerra ha colpito la vostra popolazione e ancora una volta ci troviamo a piangere vittime innocenti, di ogni fede. 

Preghiamo per il caro padre Pierre che non ha voluto abbandonare la sua terra, restando accanto alla sua gente e testimoniando fino all’ultimo l’amore per chi gli era stato affidato, per tutti i cristiani che sono rimasti nel Paese. Il suo esempio, il suo martirio, è seme di amore e riconciliazione in un tempo di odio e divisione, segno di fraternità lì dove prevale la logica del più forte. Per questo, rinnoviamo il nostro impegno a rafforzare i vincoli di solidarietà e prossimità che già uniscono le nostre Chiese.

Mentre affidiamo alle braccia misericordiose del Padre il nostro fratello, non ci stanchiamo di chiedere al Principe della Pace che si fermino le violenze in Medio Oriente e in tutti gli angoli della terra deturpati dalla devastazione e dalla morte. La guerra non è la risposta e non è mai la soluzione, è una sconfitta per tutti: per questo, uniamo la nostra voce a quella di Papa Leone XIV che ha chiesto che “cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi, e si apra uno spazio di dialogo, nel quale si possa sentire la voce dei popoli”.

La sofferenza delle persone che stanno vivendo sulla propria pelle il dramma del conflitto è un grido che non può e non deve lasciarci indifferenti. Venerdì 13 marzo, in occasione della Giornata di preghiera e digiuno promossa dalla CEI, ricorderemo padre Pierre e tutte le comunità cristiane perché, nello scenario buio dell’odio e della violenza, continuino a essere luce di unione, amore e fraternità. Insieme pregheremo perché si avvii “presto un cammino di pace stabile e duratura” e perché “le vittime dei bombardamenti, i profughi, i feriti e le famiglie nel lutto trovino conforto nella solidarietà della comunità cristiana e nella speranza che viene da Dio”.
(fonte: CEI 09/03/2026)

Verso un Iran libero e democratico? di Giuseppe Savagnone

Verso un Iran libero e democratico? 
di Giuseppe Savagnone



Il diavolo e l’acquasanta
Il quotidiano cattolico «Avvenire» del 5 marzo ha aperto con un titolo in prima pagina che riportava le parole del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin: «Le guerre preventive incendiano il mondo». Chiaro riferimento alla motivazione ufficiale dell’attacco all’Iran, definito «preventivo» dal governo israeliano e giustificato dal presidente americano Trump con un’argomentazione analoga: «Se non avessimo attaccato noi, lo avrebbero fatto loro».

È proprio questa la logica che Parolin respinge con decisione nel suo intervento: «Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva’” secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme», ha detto ai media vaticani. «È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato».

Parole che ribadiscono e specificano il messaggio continuamente ripetuto da papa Leone nei suoi appelli, in cui sembra smascherato in anticipo il pretesto di questo attacco all’Iran: «Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace».

Già, perché l’«attacco preventivo» ha naturalmente come obiettivo il raggiungimento di una pace “vera”, che si può ottenere solo eliminando ogni minaccia. E che l’Iran sia una minaccia per la pace è certo. Ma, dice il papa, non si persegue la pace facendo la guerra.

È la smentita della filosofia imposta da Trump all’Europa – quando l’ha costretta ad aumentare al 5% del Pil le spese militari – e oggi ormai sposata senza riserve da tutte le nazioni del Vecchio Continente, ad eccezione della Spagna, l’unica ad avere resistito con fermezza alle pressioni del presidente americano per il riarmo. Il motto ripetuto da tutti i governi, a cominciare dal nostro, è «si vis pacem para bellum», “se vuoi la pace prepara la guerra”.

Il contrario di ciò che la Chiesa cattolica, per bocca dei suoi pontefici, ripete ormai da decenni: «Se vuoi la pace prepara la pace», perché essa non può essere il frutto della paura, ma deve maturare attraverso un lungo, paziente processo in cui non ci si limita a temersi, ma si impara ad accettarsi a vicenda.

Curiosamente, l’unica voce che, a livello internazionale, in questo momento corrisponde pienamente a questa posizione alternativa della Chiesa, è quella del premier socialista spagnolo Pedro Sánchez. Un anticlericale, noto per le sue posizioni di rottura aperta nei confronti dell’etica cristiana in bioetica, detestato dalla destra cattolica spagnola e, secondo gli ultimi esiti elettorali parziali, prossimo a soccombere, anche per scandali che hanno coinvolto i suoi più stretti collaboratori.

Ebbene, proprio Sánchez, allo scoppio di questa crisi, ha rivolto agli spagnoli un discorso che, anche in Italia, ha molto colpito molti commentatori, che l’hanno su più testate giornalistiche ripreso con ammirazione (qualcuno lo ha definito “storico”).

«La posizione della Spagna», ha detto il premier – «in questo momento è chiara e forte, è la stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza: in primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale che ci protegge tutti – soprattutto i più indifesi, la popolazione civile – e, in secondo luogo, no all’idea che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo attraverso il conflitto, attraverso le bombe».

Tutto ciò non comporta, ha spiegato, alcuna complicità con il perverso regime iraniano: «La questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah; nessuno lo è. Certamente il popolo spagnolo non lo è e, ovviamente, non lo è nemmeno il governo spagnolo. La questione, invece, è se siamo o meno dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace». Perché «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità».

I danni collaterali
Questa inedita convergenza tra un politico laicista e i vertici della chiesa cattolica sul rifiuto della logica delle armi – che porta inevitabilmente a usarle per la guerra – è tanto più rilevante in quanto si pone in alternativa alla linea seguita non solo dagli Stati Uniti, tradizionale capofila nella difesa dei valori dell’Occidente, che in questo caso sono addirittura i principali “signori della guerra”, ma anche dell’Unione europea e della stragrande maggioranza dei paesi che ne fanno parte.

Dopo avere ossessivamente ripetuto, durante i due anni di guerra a Gaza, che il discrimine tra la parte giusta e la parte sbagliata sta nella netta differenza tra aggressore e aggredito, per giustificare così gli spaventosi massacri di innocenti compiuti da Israele «per difendersi», i governi occidentali e l’opinione pubblica che li sostiene improvvisamente hanno scoperto che ci sono aggressioni che sono giustificate e che dunque non mettono dalla parte del torto chi le fa. Nessuno ha condannato l’attacco, a lungo preparato e preannunciato, degli Stati Uniti e di Israele all’Iran.

Il massimo della presa di distanze, per quanto riguarda l’Italia, è stata l’ammissione – fatta in parlamento quasi di passaggio e senza alcun tono di denunzia, dal ministro Crosetto – che l’iniziativa di USA e Israele «è stata al di fuori delle regole del diritto internazionale».

Anche se poi il mantra aggressore-aggredito è riapparso quando si è trattato, invece, di deprecare e sanzionare il lancio di missili dell’Iran sui paesi arabi del medio Oriente, alleati dell’Occidente.

Ma per il resto, ha prevalso l’esultanza per l’uccisione, da tempo prevista e calcolata, del capo dello Stato iraniano Khamenei e per la prevedibile prossima fine del regime degli ayatollah. È come se bombardando a tappeto Teheran giorno e notte, gli aerei e i missili americani e israeliani avessero avuto come bersaglio solo i “cattivi”. Dei civili innocenti uccisi neppure una parola. È l’applicazione a questa campagna militare della filosofia praticata da Israele a Gaza: per colpire i terroristi si deve provocare, come inevitabile danno collaterale, la morte di coloro che gli fanno da “scudo umano”. Ospedali, scuole, moschee, ovunque ci sia il sospetto che il nemico si annidi, sono in quest’ottica un legittimo bersaglio.

Ma l’entusiasmo per la fine della tirannide degli ayatollah ha coperto tutto. Così la nostra presidente del Consiglio, ha dichiarato, all’inizio della guerra: «Il nostro pensiero va alle donne e alle ragazze iraniane, per loro nutro una profonda ammirazione». Non ha detto nulla, invece, sulla notizia spaventosa che già circolava, di ben 160 (centosessanta!) bambine tra i sei e gli undici anni morte nel bombardamento del loro collegio.

Forse perché Israele si era premurato di smentire, affermando che in quella zona del paese non c’erano stati bombardamenti. Solo che questa, ancora una volta, come in tanti altri casi durante la guerra di Gaza, era una menzogna. Gli accertamenti fatti da alcuni grandi giornali occidentali sulla base delle rilevazioni satellitari hanno dimostrato che il collegio in questione era collocato nelle vicinanze di una base militare iraniana, che era stata attaccata. Le bambine erano “danni collaterali”.

Ritornano le parole del primo ministro spagnolo: «La questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah; nessuno lo è». Ma «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità», a una violenza con altre violenze. Come ha detto papa Leone, proprio riferendosi al presente conflitto, «la violenza non è mai la strada giusta». Non lo è sul piano umano: «Lo vediamo» ha detto il pontefice, «nella tragedia a Gaza per esempio, dove tanti bambini sono morti, sono rimasti senza genitori, senza scuola, senza dove vivere. Allora dobbiamo cercare la risposta: essere promotori di pace, con il dialogo, imparare a rispettarci gli uni gli altri, rifiutare la violenza».

La memoria cancellata
Ma anche se ci si limita a guardare gli effetti politici appare chiaro il totale fallimento di tutte le guerre intraprese negli ultimi decenni dall’Occidente nei confronti dell’Oriente sventolando la bandiera dei diritti umani e della democrazia.

A cominciare dall’invasione dell’Afghanistan, nel 2001, da parte del presidente americano George Bush jr, dopo l’attentato alle torri gemelle, per distruggere il potere dei talebani, alla cui ombra si riparava il terrorismo spietato di Al Quaeda. La guerra andò bene e, occupata Kabul, fu instaurato un governo moderato, sostenuto non solo dalle truppe americane, ma anche da quelle di vari paesi della NATO. Trionfo della democrazia, a prima vista. Ma il risultato è stata una guerriglia durata vent’anni, che alla fine ha costretto l’Occidente a una fuga ignominiosa, abbandonando i sostenitori del governo democratico alla vendetta dei talebani, che il 15 agosto 2021 entrarono trionfalmente a Kabul.

In questa stesso arco di tempo, nel 2003, ci fu l’attacco all’Iraq, sempre opera di George Bush jr, giustificato con la necessità di deporre un sanguinario dittatore, Saddan Hussein, e di impedirgli di usare le sue armi di distruzione di massa contro l’Occidente.

La campagna militare fu un trionfo, e Bush potè annunciare solennemente, dopo appena un mese: «Missione compiuta!». Le armi di distruzione di massa, in realtà, non furono mai trovate. Ma Saddam fu catturato e giustiziato. Solo che, invece della democrazia, scoppiò il caos, in cui trovò spazio l’Isis, immensamente più pericolosa di Saddam, e l’area è ancora oggi un esempio drammatico di destabilizzazione.

Nel 2011 l’Occidente si coalizzò per far cadere il dittatore libico Muammar Gheddafi, che poi fu ucciso in circostanze poco chiare mentre fuggiva. Anche allora esultanza dei media che titolarono «Libia libera». Ma, anche questa volta, dopo quindici anni dalla “liberazione”, siamo davanti a un paese diviso e dominato da forze politico-militari che con la promessa democrazia non hanno nulla a che fare. E non sono pochi quelli che ancora rimpiangono il tiranno defunto.

Nel suo discorso Sánchez, proprio riferendosi a questa storia, ha richiamato la necessità di non dimenticare gli errori passati. «É ancora presto», ha detto, «per sapere se la guerra in Iran avrà conseguenze simili a quelle dell’Iraq, se servirà a provocare la caduta del terribile regime degli Ayatollah o a stabilizzare la regione» ma, ha aggiunto, «quello che sappiamo è che da questa non nascerà un ordine internazionale più giusto e non ne deriveranno salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano».

Una previsione tanto più ragionevole se si pensa che comunque, i precedenti tentativi falliti di esportare la democrazia in Oriente avevano avuto la copertura di organismi internazionali o di alleanze a più voci, mentre questa volta i paesi europei non sono stati consultati e in alcuni casi, come quello dell’Italia, neppure avvertiti.

E i protagonisti solitari di questa “liberazione” sono un personaggio come Netanyahu, condannato dalla Corte Penale Internazionale per «crimini contro l’umanità» e denunciato da molti suoi stessi connazionali per avere appena commesso un genocidio, e uno come Trump, reduce dall’avere costretto con la sua schiacciante forza militare il Venezuela a cedergli la sua principale risorsa, il petrolio, e a sottomettersi da ora in poi alla sua volontà, senza neppur tentare di avviare un vero processo democratico.

Come ha detto il cardinale Parolin: «Alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza». Ma è questa la via della democrazia?

(Fonte: Rubrica i "CHIAROSCURI" del 06.03.2026)