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lunedì 12 ottobre 2026

Santi, influencer e il testimone che si fa da parte - Ma chi è stato Carlo Acutis?

Edoardo Mattei *

Santi, influencer e il testimone che si fa da parte


Il 7 settembre 2025, in piazza San Pietro, Leone XIV ha proclamato santo Carlo Acutis, insieme a Pier Giorgio Frassati. È passato poco più di un anno e le etichette con cui il ragazzo milanese è entrato nell’immaginario collettivo sono rimaste le stesse: «santo dei millennial», «patrono di Internet», per alcuni perfino «influencer di Dio». Nessuna di queste formule ha valore ufficiale e il patronato della rete non gli è mai stato attribuito dalla Santa Sede. Eppure, è con queste parole che milioni di persone lo conoscono, lo cercano e lo condividono.

Ma chi è stato Carlo Acutis? Un influencer, un missionario del digitale o un modello da imitare? Che cosa accade alla sua figura quando entra nel circuito delle piattaforme che, a quanto si dice, avrebbe santificato?

Santi influencer

Un aiuto per rispondere viene da un libro uscito quest’estate, Santi influencer, di Maria Silvia Vaccarezza, docente di filosofia morale a Genova[1]. In un’intervista ad «Avvenire» l’autrice ne ha riassunto la tesi: il posto che un tempo occupavano il santo, l’eroe e il saggio oggi è abitato da figure nuove[2]. Ne distingue tre tipi.

Ci sono gli influencer che sposano cause etiche di tanto in tanto e ne ricavano una buona reputazione; quelli che hanno costruito tutta la propria immagine pubblica su una postura morale e che proprio per questo, quando cadono, cadono più rovinosamente e quelli che uniscono visibilità e militanza. In ogni caso il seguito, osserva Vaccarezza, dipende poco dalla bontà degli argomenti e molto dall’impressione di autenticità e dalla vicinanza in ambienti che premiano le emozioni forti e sopra tutte l’indignazione.

Alla base c’è un’idea antica che oggi gode di nuova vita: il bene si impara guardando qualcuno che lo vive, ancora prima di saper spiegare perché quella persona ci sembri ammirevole. L’ammirazione, se è ben orientata, fa da bussola. Da qui la frase più felice dell’intervista: «il predicatore digitale ottiene consenso; l’esemplare ottiene cambiamento».

Carlo Acutis non rientra in nessuno dei tre tipi. Il suo sito sui miracoli eucaristici, il lavoro per cui è ricordato come pioniere del digitale, non parlava di lui. Non costruiva un personaggio, non raccontava le sue giornate, non cercava un pubblico. Papa Francesco, nell’esortazione Christus vivit, lo aveva indicato proprio per questo: un ragazzo che conosceva bene la tecnologia senza cadere nella trappola dell’autopromozione, capace di usare la rete per annunciare il Vangelo senza diventare la copia di qualcun altro.

Del resto, la sua esemplarità non è stata verificata online. L’hanno testimoniata, dopo la sua morte, i genitori, gli amici, gli insegnanti, i poveri che aiutava e poi il processo canonico: persone che lo avevano frequentato a lungo, in situazioni diverse e potevano dire se ciò che diceva corrispondeva a ciò che faceva. La rete ha fatto conoscere una santità che era maturata altrove.

Si può essere esemplari obbedendo alla piattaforma?

La vicenda di Acutis pone domande che riguarda tutti. Adattarsi ai linguaggi di una piattaforma, che sia un video breve o una scansione regolare dei post, è una pura questione di forma: modifica il modo in cui ci esprimiamo, ma non tocca le ragioni profonde per cui lo facciamo.

Tutt’altra cosa è lasciare che siano le metriche a dettare l’agenda: pubblicare un contenuto non perché sia vero o importante, ma soltanto perché produce numeri e visualizzazioni. In questo secondo caso, essere un esempio diventa impossibile e la tradizione cristiana lo sa da secoli.

Tommaso d’Aquino annoverava la vanagloria, il desiderio di essere ammirati, tra i vizi capitali e ne elencava le conseguenze: disobbedienza, vanteria, ipocrisia, litigiosità, ostinazione, discordia, smania di novità. Basta scorrere una qualsiasi polemica sui social per ritrovarle quasi tutte. Il Vangelo, d’altronde, metteva già in guardia dal fare il bene «per essere ammirati» (Mt 6,1). Le piattaforme hanno trasformato quella tentazione in un sistema.

Il meccanismo è semplice, perciò insidioso. Chi pubblica impara presto che cosa funziona: il gesto di carità ripreso con lo smartphone raccoglie più approvazione di una riflessione scritta, la presa di posizione indignata più di un ragionamento paziente. Ogni like è una piccola ricompensa e le ricompense, ripetute, orientano le scelte successive. Senza che nessuno lo decida, ciò che si mostra finisce per coincidere con ciò che la piattaforma ha premiato. A quel punto, guardando lo schermo, non si riesce più a distinguere chi compie un gesto buono e poi lo condivide, da chi lo compie per condividerlo. Il confine si confonde anche dall’interno: chi pubblica da anni non sempre sa più dire se agisce per il bene o per l’approvazione che il bene gli procura.

C’è poi un problema di tempi. L’ammirazione che educa ha bisogno di calma, di confronto, di tempo per verificare se una persona è davvero come appare. La rete offre frammenti di vita, episodi scelti da un algoritmo che impediscono di vedere la stessa persona in contesti diversi, scorrono così in fretta da rendere la riflessione un lusso. Un segnale che merita fiducia spesso costa fatica e sui social mostrarsi virtuosi costa pochissimo: basta un post, un hashtag, una foto o un reel di 15 secondi. Ciò che costa davvero, la fedeltà di ogni giorno, la coerenza negli anni, il bene fatto quando nessuno guarda, è ciò che la rete non riesce a mostrare.

Questo non significa che in rete non passi nulla di esemplare. Vi passa un esempio parziale: un gesto di coraggio, una spiegazione competente o una testimonianza in un momento preciso che vale per quello che è senza pretendere di raccontare tutta una persona. Vi passa un esempio maturato altrove, nelle relazioni in carne e ossa, sotto lo sguardo di chi ha potuto verificarlo nel tempo e solo dopo portato online.

Quello di Carlo Acutis è di questo secondo tipo: la rete lo ha fatto conoscere a milioni di persone, ma a garantirlo sono stati quelli che lo avevano conosciuto.

Chi indica e ciò che è indicato

Per capire chi sia davvero Carlo Acutis, più che alla figura dell’influencer conviene guardare a Giovanni Battista. Giovanni non propone uno stile di vita da copiare e non raccoglie seguaci per sé. Sta sulla soglia, conosce il deserto meglio di chiunque, sa riconoscere chi arriva con una sete vera e chi cerca soltanto una conferma. Più di tutto riconosce e indica: «Ecco l’Agnello di Dio» (Gv 1,36).

Due dei suoi discepoli lo sentono e seguono Gesù. La sua riuscita coincide con il suo farsi da parte: «Egli deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30). Una figura così sfugge alla logica del modello, perché il suo compito è spostare lo sguardo su qualcun altro. Il suo gesto, però, funziona solo se chi indica è credibile. I due discepoli seguono Gesù perché a indicarlo è Giovanni, con la vita che conduce: le folle andavano nel deserto per vedere quell’uomo e gli chiedevano che cosa dovessero fare (Mt 11,7-9; Lc 3,10-14).

Il sito di Acutis funzionava allo stesso modo: un dito puntato verso l’Eucaristia, che lui chiamava la sua «autostrada per il cielo», reso credibile dal ragazzo che lo aveva costruito.

La piattaforma, però, non sa registrare proprio questo gesto. Le piattaforme non hanno metriche per misurare l’umiltà: non esiste un tasto per contare quante persone, grazie a un post, abbiano staccato gli occhi dallo schermo per guardare altrove. Il sistema non ammette la presenza di chi si fa da parte. Ogni contenuto si traduce inevitabilmente in visualizzazioni per il profilo che lo ha creato: così i numeri continuano a premiare il testimone, mai ciò che viene testimoniato.

Acutis ne è l’esempio più evidente. Il suo volto sulle bandiere in piazza San Pietro, i video devozionali, le magliette e le immaginette, le pagine che portano il suo nome producono visualizzazioni e seguaci e tutto va a lui. Gli algoritmi imparano che i contenuti su Acutis funzionano e ne propongono altri. L’Eucaristia, che il ragazzo indicava con la sua vita e con il suo sito, resta sullo sfondo.

Sarebbe ingiusto accusare qualcuno. La devozione di chi condivide è in gran parte sincera, e il Concilio ricorda che ogni autentico amore per i santi conduce a Cristo e in lui trova compimento. Il problema sta nell’ambiente che trasforma ciò che lo attraversa secondo le proprie regole: prende il dito, lo scambia per la luna e finisce per eclissarla.

Che cosa chiede il seguace

L’altra metà del problema riguarda il seguace. Vaccarezza descrive un patto implicito e poco onesto: affidiamo al nostro modello la coerenza che noi non pratichiamo, questa delega diventa un debito, il debito diventa rancore (i benefici sono graditi finché si possono ricambiare; quando li superano di molto, al posto della gratitudine arriva l’odio) e quando il modello cade proviamo quasi sollievo, perché la sua caduta dimostra che nessuno poteva farcela. La descrizione coglie nel segno, ma tiene insieme tre dinamiche che conviene distinguere.

La prima è la proiezione ed è quella che costruisce il modello. Freud la osservava nelle folle: chi segue un capo mette lui al posto del proprio ideale e ama in lui la perfezione che vorrebbe per sé. Il Vangelo conosce bene questa dinamica. Il popolo si domandava se Giovanni fosse il Cristo (Lc 3,15), e da Gerusalemme gli mandano sacerdoti e leviti a chiedergli: «Tu, chi sei?» (Gv 1,19). Quel «non sono io il Cristo» risponde a una proiezione già in atto: Giovanni non l’aveva cercata, eppure si era prodotta.

La seconda è la delega vera e propria: lasciare che qualcun altro faccia al posto nostro ciò che toccherebbe a noi. Ne abbiamo esempi quotidiani nelle risate registrate delle sitcom, che ridono per noi, o nei mulini da preghiera tibetani, che continuano a pregare mentre chi li ha messi in moto pensa ad altro. Allo stesso modo si può affidare a un altro il compito di essere buono e sentirsene dispensati. È la versione impoverita di qualcosa che la tradizione cristiana conosce bene: la comunione dei santi, l’intercessione, il bene degli uni che sostiene gli altri. La differenza sta nell’effetto: la comunione dei santi coinvolge e attira, la delega esonera.

La terza dinamica spiega meglio delle altre il rancore. Con un personaggio visto ogni giorno sullo schermo si crea un’intimità a senso unico: abbiamo l’impressione di conoscerlo, mentre lui ignora la nostra esistenza. Nel mondo dei social questa relazione ha anche un valore economico, perché l’attenzione è la merce che la piattaforma vende e di cui l’influencer vive. Chi lo segue ha pagato con il proprio tempo, e si sente in credito. La richiesta di coerenza diventa allora una pretesa e la caduta viene vissuta come un contratto non rispettato.

C’è un aspetto di questa pretesa che la rende incompatibile con il Vangelo. La rete conserva tutto e permette di ritrovare tutto: un post di dieci anni fa può riemergere in qualsiasi momento, uno screenshot sopravvive a ogni cancellazione. La coerenza richiesta diventa così retroattiva e una coerenza del genere esclude la conversione che per definizione presuppone un passato non virtuoso. Con questo metro Paolo, che aveva perseguitato i cristiani, non sarebbe mai diventato apostolo. È una pretesa che non lascia spazio al pentimento rivolta a chi, come Giovanni, predicava proprio il cambiamento di vita.

La vicenda ha anche un precedente antico. Nell’Africa del IV secolo i donatisti sostenevano che i sacramenti celebrati da vescovi che durante la persecuzione avessero abiurato non avessero valore: la verità del gesto dipendeva dalla purezza di chi lo compiva. Agostino rispose che nel sacramento è Cristo ad agire e che l’indegnità del ministro non lo annulla.

Il moralismo della rete ripete lo stesso schema: quando cade il messaggero, si butta via il messaggio. La credibilità di un testimone dipende certo dalla sua vita, ma non la verità che indica. Per questo che la figura del Battista protegge ciò che annuncia: chi indica oltre sé non trascina nella propria caduta ciò verso cui ha puntato il dito.

Una domanda per la Chiesa

A un anno dalla canonizzazione, il modo più serio di onorare Carlo Acutis è rifiutare le etichette che ne fanno un influencer di successo.

Il digitale ha bisogno di persone capaci di stare sulla soglia: abbastanza radicate nella dignità del proprio battesimo da non cercare nella visibilità una conferma di sé, abbastanza esperte delle logiche delle piattaforme da non farsene usare, pronte a rifiutare il ruolo di idolo, a restituire la responsabilità a chi vorrebbe scaricarla su di loro, a non trasformare l’attenzione ricevuta in un credito.

Oggi, invece, chi si occupa di comunicazione nelle nostre comunità viene trattato per lo più come un tecnico a cui consegnare le credenziali della pagina parrocchiale, e lasciato solo davanti alla prima polemica. Una Chiesa che riconoscesse in questo servizio una vocazione, con una formazione che tenga insieme vita spirituale e competenza, con un accompagnamento capace di porre le domande giuste e con comunità vere in cui discernere insieme, farebbe per queste persone ciò che nessun algoritmo farà mai. Finché non accadrà, continueremo a guardare il dito (la persona) e non la luna (Cristo).

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[1] M.S. Vaccarezza, Santi influencer. L’etica ai tempi dei social, Fandango, Roma 2026.
[2] A. Lavazza, M.S. Vaccarezza, «Quante trappole nella morale digitale», in Avvenire, 21 agosto 2026.

* Edoardo Mattei è docente di Sociologia della Tecnologia presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum)

ANGELUS 11/10/2026 - Leone XIV: la gioia che annunciamo non è artificiale, siamo portatori di vita

ANGELUS

Piazza San Pietro 
Domenica, 11 ottobre 2026

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Leone XIV: la gioia che annunciamo non è artificiale,
siamo portatori di vita

All’Angelus in Piazza San Pietro, il Papa esorta ciascun fedele a essere protagonista della festa del Signore, anche quando il bene offerto viene frainteso o respinto. Quando accade qualcosa di buono, infatti, “si accende una luce che porta a coinvolgere gli altri nella propria felicità”

Leone XIV saluta i fedeli in Piazza San Pietro (VATICAN MEDIA)

La tendenza ostinata del bene, che "tende per sua natura a diffondersi", accende una fiamma viva, tutt’altro che artificiale, che nessun fraintendimento o rifiuto può soffocare. Papa Leone XIV invita a custodirla e a non restare in disparte nella festa del Signore, esortando i fedeli riuniti in Piazza San Pietro per l’Angelus di questa domenica, 11 ottobre, a farsi "portatori di vita".

La diffusione della bontà

La festa di nozze organizzata da un re per suo figlio, al centro del Vangelo odierno, è anche il punto di partenza della riflessione del Pontefice. Il matrimonio rappresenta per antonomasia un momento speciale, che viene spontaneo condividere con gli altri, offrendo un banchetto e invitando numerose persone a prendervi parte. "Bonum dicitur diffusivum sui", "il bene tende per sua natura a diffondersi": così affermava san Tommaso d’Aquino.

Anche l’immagine del nostro racconto ci parla, in un contesto particolare di vita vissuta, di questa realtà. Quando accade qualcosa di buono, si accende una luce che porta a coinvolgere gli altri nella propria felicità

I fedeli in Piazza San Pietro per l'Angelus (VATICAN MEDIA)

La gioia di un matrimonio

Di fronte a un’offerta così generosa, tuttavia, gli invitati si tirano indietro, troppo occupati dalle proprie faccende, fino ad arrivare persino a uccidere i messaggeri incaricati di portare il lieto annuncio.

Non sempre il bene che offriamo è compreso, riconosciuto, apprezzato, anzi a volte è frainteso e respinto. Ma ciò non deve scoraggiarci

Il re, infatti, non annulla il banchetto, ma estende l’invito ad altre persone, affinché la gioia delle nozze possa comunque essere condivisa e diventare un dono per tutti.

Essere protagonisti

La domanda che il Papa pone ai fedeli è: "Chi rappresentano i protagonisti di questa storia?". Secondo l’interpretazione di san Girolamo, il re rappresenta il Padre celeste, lo sposo Gesù e la sposa la Chiesa.

Tra i protagonisti, allora, ci siamo anche noi, scelti dal Signore per condividere con Lui la nostra esistenza e per essere assieme a Lui portatori di vita. La festa di nozze è la nostra, e la sala del banchetto sono le nostre chiese, le nostre case, i posti in cui viviamo, e in cui ogni giorno il Figlio del Re, Gesù Cristo, torna a dichiararci il suo amore e attende il nostro “sì”

Felicità concreta

In quei luoghi, aggiunge Leone XIV, ciascuno può incontrare il Signore, rivestito dell’abito bianco del Battesimo, come la sposa, e ornato "con i gioielli delle opere buone, che ci avvicinano a Dio e tra noi".

La gioia che annunciamo, allora, non è artificiale, ma profonda, concreta, reale, bella come i volti delle persone che incontriamo, vera come il lavoro, i sorrisi, le lacrime, le strette di mano, i gesti di bene delle nostre giornate. Ed è un dono di Dio, per la salvezza del mondo
(fonte: Vatican News, articolo di Edoardo Giribaldi  11/10/2026)

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PAPA LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi, nel Vangelo, Gesù parla della festa di nozze preparata da un re per suo figlio (cfr Mt 22,1-14).

Il matrimonio di un figlio è un momento speciale per ogni famiglia, e questo padre felice vuole condividere con tutti la sua gioia. Offre un banchetto e invita tante persone. San Tommaso d’Aquino dice, in proposito, che il bene tende per sua natura a diffondersi: «Bonum dicitur diffusivum sui» (Summa theologiae, I, q. 5 a. 4, ad 2), e anche l’immagine del nostro racconto ci parla, in un contesto particolare di vita vissuta, di questa realtà. Quando accade qualcosa di buono, si accende una luce che porta a coinvolgere gli altri nella propria felicità.

Di fronte a un’offerta così bella, però, gli invitati, invece di unirsi alla festa, si tirano indietro e preferiscono continuare a occuparsi dei loro affari. Alcuni, anzi, infastiditi, insultano e addirittura uccidono i messaggeri del re. Anche questo purtroppo, succede: non sempre il bene che offriamo è compreso, riconosciuto, apprezzato, anzi a volte è frainteso e respinto. Ma ciò non deve scoraggiarci. Il re, davanti al rifiuto, non annulla le nozze e non cancella i festeggiamenti, anzi, estende il suo appello a un numero ancora più grande di persone, inviando i suoi servi a chiamarle per le strade, perché la gioia degli sposi sia un dono per tutti.

A questo punto, ci domandiamo: chi rappresentano i protagonisti di questa storia? San Girolamo identifica il re con il Padre dei Cieli, lo sposo con Gesù e la sposa con la Chiesa (cfr Commento a Matteo, Libro III, cap. 22). Tra i protagonisti, allora, ci siamo anche noi, scelti dal Signore per condividere con Lui la nostra esistenza e per essere assieme a Lui portatori di vita. La festa di nozze è la nostra, e la sala del banchetto sono le nostre chiese, le nostre case, i posti in cui viviamo, e in cui ogni giorno il Figlio del Re, Gesù Cristo, torna a dichiararci il suo amore e attende il nostro “sì”. Lì noi lo incontriamo, vestiti, come la sposa, con l’abito bianco del Battesimo e ornati con i gioielli delle opere buone, che ci avvicinano a Dio e tra noi.

La gioia che annunciamo, allora, non è artificiale, ma profonda, concreta, reale, bella come i volti delle persone che incontriamo, vera come il lavoro, i sorrisi, le lacrime, le strette di mano, i gesti di bene delle nostre giornate. Ed è un dono di Dio, per la salvezza del mondo.

Chiediamo dunque a Maria, Madre del Signore, che ci aiuti a crescere in questa gioia e ad annunciarla sempre e ovunque, anche là dove non è compresa, con generosità, con coraggio e con fede.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri, a Mantova, è stata beatificata Suor Maria Ignazia Isacchi, fondatrice della Congregazione delle Suore Orsoline del Sacro Cuore di Gesù. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, si prodigò con carità coraggiosa per i bisognosi e disagiati. Il suo esempio ravvivi in tutti noi il desiderio di essere nel mondo testimoni di amore evangelico verso tutti.

La guerra nella martoriata Ucraina continua a causare sofferenze anche ben oltre i suoi confini, soprattutto nei Paesi più poveri, dove tante persone dipendono dalle importazioni di cereali. Rivolgo un accorato appello alle parti in conflitto affinché consentano il trasporto sicuro dei cereali nel Mar Nero. Il pane quotidiano di milioni di persone non può essere ostaggio della guerra.

Oggi in Italia ricorre la Giornata per le Vittime degli incidenti sul lavoro. Saluto l’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro e incoraggio gli sforzi per la prevenzione.

Rivolgo il mio caloroso benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini!

Saluto i membri della Hermandad del Señor de los Milagros a Roma e quanti hanno partecipato alla processione con la venerata Icona del Crocifisso. Grazie della vostra preghiera per la Visita pastorale che compirò in Perù.

Accolgo con gioia i fedeli dell’Eparchia Greco Cattolica di Mukacevo in Ucraina, accompagnati dal loro Vescovo; la Asociación de fieles Hakuna; las “Antiguas Alumnas Jesús Maria España”; il Coro e la Scuola corale della Cattedrale di Haarlem, nei Paesi Bassi; e i fedeli provenienti da Vienna.

Saluto i giovani della vicaria di Chiaravalle, in diocesi di Senigallia; i soci dell’AIDO provinciale di Belluno; il gruppo “Ars Enotria” di Cosenza; e la squadra di calcio femminile dell’Ospedale di Biella.

Carissimi, di recente, durante alcuni controlli, i medici mi hanno trovato un nodulo circoscritto al polmone. È stato individuato in una fase molto iniziale e ben localizzato. I medici ritengono opportuno intervenire e allora, seguendo i loro consigli, ho deciso di operarmi per toglierlo. L’intervento è già programmato nei prossimi giorni. Vi ringrazio per la vostra vicinanza spirituale e mi affido alla vostra preghiera.

Grazie e buona domenica!

Guarda il video



domenica 11 ottobre 2026

“CURARE LE FERITE” L’eredità spirituale e pastorale di papa Francesco - MERCOLEDÌ DELLA SPIRITUALITÀ - 2026 della FRATERNITÀ CARMELITANA DI BARCELLONA P.G. (ME) - DAL 14 OTTOBRE AL 25 NOVEMBRE


Fraternità Carmelitana di Barcellona P.G. (ME)

Mercoledì della Spiritualità - 2026

Di presenza nella sala del convento e online
dal 14 ottobre al 25 novembre
dalle h. 20.00 alle h. 21.00


“CURARE LE FERITE”
L’eredità spirituale e pastorale di papa Francesco



«Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la chiesa come uno ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere ad un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto» (Papa Francesco).


Mercoledì 14 ottobre
Evangelii Gaudium: il primato del vangelo per una Chiesa popolo di Dio “in uscita” (Gregorio Battaglia).

Mercoledì 21 ottobre
La sinodalità: una Chiesa popolo di Dio in cammino, tra speranza e realtà (Cettina Militello).

Mercoledì 28 ottobre
Laudato Si’: prendersi cura dell’ambiente, ascoltando gli impoveriti della terra (Maurilio Assenza).

Mercoledì 4 Novembre
Fratelli tutti: la fraternità radicale che riunisce tutta la famiglia umana (Nunzio Bombaci).

Mercoledì 11 Novembre
Gaudete et exsultate: il vissuto spirituale del popolo di Dio in cammino nella storia (Alberto Neglia).

Mercoledì 18 Novembre
Amoris Letitia: il primato della tenerezza-misericordia evangelica (Vittorio Rocca).

Mercoledì 25 Novembre
Al servizio “dell’unità della fede nella carità”. Da papa Francesco a papa Leone XIV (Egidio Palumbo).


Per la diretta online cliccare:


oppure




Per informazioni: Chiesa del Carmine – Tel. 0909762800.


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
11 ottobre 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Dio nel suo grande amore per tutta l’umanità ha voluto consacrare con essa in Cristo Gesù un rapporto di Alleanza sponsale, una relazione di reciproca appartenenza. Consapevoli di tale vincolo sponsale con il Figlio Gesù, innalziamo a Lui le nostre preghiere ed insieme diciamo: 

R/   Tu sei la nostra speranza, Signore

 

Lettore


- Signore Gesù, Tu hai voluto legare a Te la Chiesa tua Sposa, perché essa fosse nel mondo un prolungamento della tua umanità. Rivestila del tuo Santo Spirito, perché essa, con il suo stile di vita povero ed accogliente, possa annunziare a tutti la comune chiamata al banchetto del tuo Regno, dove veniamo nutriti dal cibo della tua Parola e formati alla solidarietà e alla condivisione, per crescere in umanità e nella fede e abitare questo mondo come figli e figlie, fratelli e sorelle. Preghiamo. 

- Ti affidiamo, Signore Gesù, tutte le comunità cristiane radunate nel tuo Nome. L’ascolto della tua Parola e la comune partecipazione al banchetto del tuo Corpo donato per amore facciano crescere in tutti la consapevolezza di essere coinvolti in un rapporto sponsale con Te e con Te amare l’umanità del nostro tempo favorendo la giustizia e la pace. Preghiamo. 

- La tua mano, Signore Gesù, protegga ed accompagni tutti quegli uomini e donne e quei bambini e bambine, che in varie parti del mondo sono privati del diritto alla libertà, alla vita, alla salute e all’istruzione. Preghiamo. 

- Ti preghiamo, Signore Gesù, anche per noi. Calma le nostre ansie, aiutaci a fare un chiaro discernimento sul nostro stile di vita, rendici più sensibili al rispetto del bene comune e dei beni comuni. Ti affidiamo anche familiari ed amici che sono provati dalla malattia o che si trovano a vivere momenti di vera difficoltà. Preghiamo. 

- Davanti a te, Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime della violenza nelle famiglie, dei minori violentati e uccisi, delle vittime sul lavoro nelle aziende e nei cantieri, come pure delle vittime del caporalato. Dona a tutti di stare davanti al tuo Volto e di sperimentare il tuo amore fedele ed eterno.  Preghiamo.


Per chi presiede

Signore Gesù, che ci hai chiamati e raccolti nella Chiesa, tua Sposa, accogli la nostra preghiera, sostienici nelle prove della vita e rafforza la nostra fede e la nostra speranza in Te, che vivi e regni nei secoli dei secoli.

AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 49 - 2025/2026 - XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

La parabola è uno sviluppo del brano del Vangelo di Domenica scorsa (Mt 21,33-43) ed ha il compito di rammentare ai lettori che ciò che è stato fatto da Israele può essere fatto anche dalla comunità di Gesù. La Storia della Salvezza non è solo una finestra sul passato, ma è soprattutto uno specchio che riflette ciò che accade in chi sta leggendo. Il brano è un forte e deciso richiamo alla responsabilità, perché «essere parte del popolo di Dio non era, non è e non sarà mai un talismano per la salvezza» (cit.). Non basta dire: «Abbiamo Abramo per padre» o gridare: «Signore, Signore!» per essere salvati. E' necessario, invece, riconoscersi peccatori omicidi come i nostri padri, prendere coscienza di essere come il fico sterile, coperto solo di belle foglie, ma incapace di portare frutti. Aver risposto alla chiamata del Signore non ci garantisce la salvezza; veniamo salvati solo se decidiamo di camminare dietro Gesù non solo a parole, ma «con i fatti e nella fedeltà». La veste nuziale è quella di coloro che, sapendosi infinitamente amati, e per questo perdonati, a loro volta sempre amano e perdonano, la veste di coloro che amano i fratelli e l'Altro con lo stesso identico amore. E' la veste dell'Agapetòs, il Figlio amato perché obbediente al Padre fino alla morte per amore. E' la veste di nozze che ci viene donata sotto la croce (Mt 27,35), l'abito che riveste del Figlio le nostre nudità e ci fa degni di partecipare, senza vergogna, al banchetto eterno.   


sabato 10 ottobre 2026

PADRE DELLA GIOIA - "Noi pensiamo Dio lontano, separato, assiso sul suo trono, e invece è dentro la sala della vita, è qui con noi." - XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

PADRE DELLA GIOIA


Noi pensiamo Dio lontano, separato, assiso sul suo trono,
e invece è dentro la sala della vita, è qui con noi.


In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. (...) Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». Mt 22,1-14
  

PADRE DELLA GIOIA
 
Noi pensiamo Dio lontano, separato, assiso sul suo trono, e invece è dentro la sala della vita, è qui con noi.

C’è, nella città, una grande festa di nozze: si sposa il figlio del re, l’erede al trono. Eppure nessuno sembra interessato. È la storia di Gesù e del suo rapporto difficile con Gerusalemme, la città amata che uccide i profeti.

Succede che gli invitati, presi dai loro affari, dalle liturgie laiche e feroci del guadagno, non hanno tempo da perdere per le persone, per gli incontri, per la gioia e gli affetti. L’idolo della quantità ha chiesto in sacrificio la qualità della vita. Dice il Vangelo: non se ne curarono. Dio non è interessante, non è attraente.

La parabola avanza e racconta cose molto dure: Presero i servi e li uccisero. A questo segue la reazione violenta del re: si passa da una festa ad una strage dentro una città in fiamme. Dalle danze nuziali a un invitato legato mani e piedi e buttato fuori.

Allora disse ai suoi servi: andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Se cuori e case e villaggi si chiudono, il Signore apre incontri altrove, e invia di nuovo i suoi servi.

L’ordine del re è illogico: Tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze. Tutti, senza badare a meriti, razza, moralità. È bello questo re che, quando è rifiutato, anziché abbassare le attese, le innalza: Chiamate tutti!

Lui allarga, gioca al rilancio, va più lontano; e dai molti invitati passa a tutti invitati, dalle persone importanti passa agli ultimi della fila: Fateli entrare tutti, addirittura prima i cattivi e poi i buoni. Scandalo per il fariseo che è in me.

La sala si riempie di esclusi. Aveva detto infatti: Cercate ai crocicchi delle strade, là dove ha fine la vita: cercate quelli arrivati al termine della strada, che non ce la fanno più, i lasciati soli.

E il re entrò nella sala. Noi pensiamo Dio lontano, separato, assiso sul suo trono, e invece è dentro la sala della vita, è qui con noi. Qui seduto alla mia destra, nei giorni delle danze e in quelli delle lacrime.

Aveva mandato a cercare gli straccioni, i senza tetto, i male in arnese e si meraviglia che uno non abbia l’abito nuziale? L’abito di cui parla il re non è il simbolo di una vita immacolata, infatti la sala è piena di brave persone e di cattivi soggetti mescolati insieme. Quell’abito di festa è la metafora della fede. L’invitato si è sbagliato su Dio, lo pensava un Dio incolore, incapace di far festa. «Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare perché poi ti sbagli su tutto, sulla storia, sulla vita e sulla morte, sull’uomo e il suo destino» (D. M. Turoldo). L’invitato senza abito da festa è un uomo triste: non ha capito che credere è una festa, è acquisire bellezza del vivere, che è una scala di luce posata sul cuore e lungo la quale scende un Dio esperto di gioia che porta in dono giorni amorosi e contagiosi.

Un Dio cui piace sconfinare, pascolare nella terra dell’uomo, e non nel solito paradiso. Un Dio che gode nello stare insieme agli uomini.

Padre della gioia.


Smarrimento

Smarrimento
 

E’ stato detto – mi pare che a dirlo sia stato Jacques Maritain - che i credenti di tutte le epoche hanno affermato che la loro epoca era sempre la peggiore di tutte. A guardare indietro si ha la sensazione che, molte volte, avevano ragione a pensarla così. Oggi però sembra che non siano soltanto i credenti a pensare così, ma che tutti, ma proprio tutti, sono d’accordo nel pensare che la nostra epoca è la peggiore. E anche stavolta pare che ci siano buone ragioni a riprova.

Oggi forse alle molte ragioni oggettive si aggiungono le molte informazioni che ci assicurano che è proprio così. L’informazione, appunto. I grandi drammi, infatti, ci arrivano quotidianamente a casa perché un’ondata continua di notizie ci assale. Impossibile tirarsi fuori. Così la guerra in Medio Oriente e quella in Ucraina è come si l’avessimo sotto le finestre di casa. E’ impossibile stare tranquilli. Il mondo globalizzato è anche un mondo rimpicciolito e ravvicinato.

Noi, gente di questo inizio di nuovo millennio, ci ritroviamo, dunque, senza molta memoria di quello che è stato e disponiamo di poca speranza per quello che sarà. Passato e futuro non ci consolano perché non sono tali da rappresentare un’alternativa a quello che ci passa sotto gli occhi e a quello che ci entra nelle orecchie.

La fede stessa rischia di imbastardirsi. Invece di essere la ragione forte per buttarci dentro nella storia che viviamo, diventa, talvolta, il pretesto per tirarcene fuori.

Attraversiamo tempi di grande smarrimento.
(fonte: La Barca e il mare, articolo di Alberto Carrara 07/10/2026)



venerdì 9 ottobre 2026

Divieto di stendere i panni in un comune francese: “Non siamo a Napoli”. Maurizio De Giovanni: “Qui sono un inno alla vita, all’amicizia, all’unione”

Divieto di stendere i panni in un comune francese:
“Non siamo a Napoli”. 
 
Maurizio De Giovanni:
“Qui sono un inno alla vita, all’amicizia, all’unione”

Un sindaco di un piccolo paesino d’oltralpe per spiegare l’ordinanza che vieta di stendere il bucato fuori ai balconi tira in ballo il capoluogo partenopeo. Lo scrittore napoletano Maurizio De Giovanni, famoso per il commissario Ricciardi e i “bastardi di Pizzofalcone”, ricorda al Sir la bellezza e la complessità della città

(Foto ANSA/SIR)

Thizy les Bourgs è un piccolo centro del Rodano francese, nella regione Auvergne-Rhône-Alpes. Poco meno di seimila abitanti, dal 2013 riunisce cinque ex comuni, Thizy, Bourg-de-Thizy, Mardore, Marnand e La Chapelle-de-Mardore, e conserva ancora l’aspetto di un piccolo mosaico di borghi. A settembre Rémi Berthoux, sindaco di Thizy les Bourgs, eletto a marzo scorso a capo di una coalizione di estrema destra, firma un’ordinanza in cui stabilisce il divieto di stendere “biancheria e qualsiasi altro oggetto” su balconi, finestre e facciate degli immobili quando siano visibili dalle vie pubbliche. Gli stendini sui balconi restano invece ammessi, purché non superino l’altezza della ringhiera. L’ordinanza interviene anche su vasi e altri oggetti sistemati sui balconi quando sporgono oltre il parapetto e risultano visibili dall’esterno. Le violazioni possono essere accertate dalla polizia e dagli agenti autorizzati. Per il Comune la presenza di bucato e oggetti sulle facciate comprometterebbe “pulizia e immagine degli immobili”. Fin qui, una scelta che rientra nell’amministrazione di un comune. Solo che, qualche tempo dopo, viene fatto un post su Facebook sulla pagina del comune per pubblicizzare la scelta: “No, non siamo a Napoli!”. E ancora: “Anche a Thizy-les-Bourgs ciascuno può contribuire, nel proprio piccolo, al prestigio e all’immagine del nostro Comune”. 

Non si è fatta attendere la risposta, a mezzo social, di Carlo Puca, assessore all’Immagine della Città di Napoli: “Caro sindaco Berthoux, ha ragione: a Thizy-les-Bourgs non siete a Napoli. E glielo dico con sincero dispiacere, perché si perde parecchio. Capiamo la volontà di decoro urbano, ci mancherebbe. Ogni amministratore ha il diritto di regolare il proprio territorio. Ma per giustificare un divieto non serviva usare Napoli come termine di paragone negativo, come sinonimo di ciò che ‘non si deve essere’. È una battuta facile, che banalizza una città complessa riducendola a cartolina folkloristica o, peggio, a controesempio. Napoli non è un’etichetta da brandire per marcare le distanze. È una metropoli di oltre due millenni di storia, di arte, musica, cucina, filosofia, e sì, anche di lenzuola stese al sole. Cose che, tra l’altro, asciugano benissimo e a costo ambientale zero”. 

Sulla vicenda abbiamo sentito lo scrittore napoletano Maurizio De Giovanni.

Secondo lei, che necessità c’era di tirare in ballo Napoli?

(Foto: ANSA/SIR)
Dovremmo chiederlo a questo signore, che mi risulta peraltro appartenere a una parte politica nota per la sua illuminata e progressista visione del mondo… Quello che voglio dire a questo signore è che non conosco la città da lui è amministrata, non so quanti milioni di turisti abbia e sicuramente saranno molti di più di quelli che vengono a Napoli a confrontarsi con la cultura millenaria della città.
Io credo che Napoli si colloca in uno spazio culturale che annovera forse 7-8 capitali nel mondo, non di più. Festeggiamo i 2.500 anni di storia documentata, ma probabilmente sono molti di più.

Cosa rappresentano a Napoli i panni stesi?

I panni stesi sono una connessione, uniscono due famiglie che si trovano in due palazzi diversi e se i portoni sono sfalsati anche in due indirizzi diversi, due strade diverse, eppure sono unite dalla comune gestione dei famosi panni stesi, che

sono una bandiera, sono uno striscione, un inno alla vita, all’amicizia, all’unione.

Napoli ha moltissime realtà che parlano di unione, di solidarietà e di accoglienza. Unione, solidarietà e accoglienza sono tre elementi che purtroppo scarseggiano molto a livello mondiale, quindi direi che ancora una volta Napoli si propone come un laboratorio di civiltà per il resto del pianeta. Io invito personalmente il sindaco della cittadina francese, se gradisce, a venire a Napoli qualche giorno e gli facciamo capire che Napoli è un modello da imitare, non da sfuggire.

Questa Napoli da cartolina rappresentata dal sindaco francese, in realtà, non fotografa la vera anima della città…

Napoli non è una, Napoli è una molteplicità, 
Napoli è un sostantivo plurale, questo va capito una volta per tutte.

Napoli è l’area più densamente popolata del continente, in Europa non c’è un luogo più densamente popolato di Napoli, sono 3 milioni e mezzo di persone che abitano la città metropolitana, senza soluzione di continuità, non c’è un pezzo di campagna, lei può girare per un luogo dove abitano 3 milioni e mezzo di persone senza mai uscire dall’area urbana, è una grande capitale del sud del mondo, è come Istanbul, come Atene, come Rio, come Buenos Aires, non è possibile interpretare Napoli da un unico punto di vista, nessuno può dire ti faccio vedere la vera Napoli, anzi tutti lo possono dire: qualsiasi Napoli ti facciano vedere è un luogo dove tu trovi tutte le luci e tutte le ombre possibili, quindi pensare di ridurla a un paradigma, pensare di ridurla a un’unica declinazione è folle, è facilissimo dimostrare il contrario, per quanto bella o brutta lei mi definisca la città, io le faccio vedere il suo opposto in mezz’ora, questo è il bello, per chi viene a vedere da fuori, questo è il bello di Napoli, tanto che io trovo piatta e noiosa qualsiasi altra città. Indubbiamente, ci sono in ogni città tante bellezze, tante bruttezze, ma tutte insieme, così come a Napoli da nessuna parte.

I mille colori di cui parlava Pino Daniele…

Direi di più: oltre ai mille colori ci sono 10.000 sfumature per ogni colore, quindi non c’è dubbio, in tutto, dall’arte all’architettura, dall’archeologia all’enogastronomia, non c’è luogo che abbia tante diversità.

Bisognerebbe far capire al sindaco francese che la diversità è una ricchezza, che la disuguaglianza è un guaio.
(fonte: Sir, articolo di Gigliola Alfaro 09/10/2026)


Alessandro D'Avenia: L’autunno è un metodo

Alessandro D'Avenia
L’autunno è un metodo
Corriere della Sera, 28 settembre 2026


In autunno è più facile vedere Dio che abita nei paradossi: frutti maturi e rami spogli, chi dà la vita la ritrova.

Nel racconto biblico della creazione non si narra come le cose sono state fatte un tempo, ma il rapporto che la Vita ha con le cose in ogni tempo. Non l’inizio del mondo ma il suo perenne iniziare: la Vita si dà sempre di nuovo (il riposo del settimo giorno è custodia non distacco) e tutto è con-creato (i sei giorni), cioè collegato. Della Vita godiamo multiformi quotidiane epifanie nella vita, ma niente di ciò che è vivo è la Vita stessa. Lei è invisibile, inesauribile, eterna.

In autunno però mostra di più il suo gioco, proprio perché fine e inizio coincidono. Il verde assorbito nei frutti maturi lascia spazio ai colori caldi del nostro destino: riposa e rinasci. Siamo vivi, ma non siamo la Vita. Possiamo trasmetterla o distruggerla, gli unici due modi di starci dentro, per compimento e rinascita o per esaurimento e aridità: la vita in te e attorno a te aumenta o si spegne?

Van Gogh nel settembre del 1888 scriveva al fratello che in quel periodo i colori non gli bastavano: «Non te lo dirò mai abbastanza, sono estasiato estasiato estasiato da ciò che vedo. Tutto questo dà aspirazioni d’autunno, un entusiasmo che fa passare il tempo senza accorgersene».

Ecco la ricreazione autunnale: cogli frutti maturi e ritirati, concentrati e riposa nella Vita, radicati nel silenzio e rinasci. Torna creatura e sarai ricreato perché finire è iniziare. L’autunno non è un sentimento, è il metodo della Vita nella vita.
(fonte: sito dell'autore)

Nessuno basta a se stesso. Anche l’uomo più potente della terra ha bisogno degli altri, senza di loro é nessuno di Gennaro Matino

Nessuno basta a se stesso. 
Anche l’uomo più potente della terra
 ha bisogno degli altri, 
senza di loro é nessuno 
di Gennaro Matino


Ci hanno insegnato a farcela da soli. A non chiedere. A non dipendere. A chiamare libertà il non avere bisogno di nessuno. Tu basti a te stesso. Poi arriva una malattia, una guerra, un figlio che non torna, un vicino che bussa. E la frase su cui avevamo costruito il mondo si spezza: tu non basti a te stesso. È una notizia capace di rovinare il sonno a chi comanda. Perché se nessuno basta a se stesso, il mio destino entra nei conti di qualcun altro. E quello di qualcun altro entra nei miei.

Non posso dichiararmi estraneo alla fame che vedo, alla solitudine che incontro, alla violenza che pago perché resti lontana dai miei occhi. La nostra epoca ha fatto dell’autosufficienza una religione senza altari. Devi saperti vendere, curare, difendere, aggiornare. Devi essere imprenditore della tua vita, possibilmente sorridendo. Se cadi, avrai sbagliato strategia. Se non ce la fai, non ti sei impegnato abbastanza. Così una società che toglie appigli può perfino rimproverare chi precipita di non aver imparato a volare. E intanto, dietro ogni persona che proclama di essersi fatta da sola, c’è una folla che non compare nella fotografia: chi l’ha cresciuta, istruita, curata; chi ha pulito la strada percorsa per arrivare al lavoro; chi ha raccolto ciò che trova sul tavolo. Dire “ce l’ho fatta da solo” è facile quando il lavoro degli altri è stato reso invisibile.

A volte basta domandarsi chi ha tenuto in piedi la propria giornata per accorgersi che la risposta non è mai “io”. A Napoli conosciamo la differenza fra una porta aperta e una porta socchiusa. Un pianerottolo può diventare una piccola patria; può diventare anche il luogo dove si sente piangere qualcuno e si alza il volume della televisione. Non è il folklore dell’aiutarsi a vicenda a salvarci. Una mano tesa è preziosa, ma non può sostituire una scuola che funzioni, una casa accessibile, cure che arrivino in tempo. La generosità privata, quando deve coprire ogni giorno i vuoti della politica, finisce per diventare la prova del suo fallimento.

“Nessuno basta a se stesso” riguarda anche chi sembra avere tutto. Il potente che non ascolta confonde il silenzio intorno a sé con il consenso. L’uomo ricco può pagare perché gli venga risparmiata ogni attesa, non perché qualcuno gli dica la verità. Una nazione può alzare muri, riempire arsenali, promettere ai suoi cittadini di essere finalmente al sicuro da sola. Poi scopre che il grano, l’acqua, il clima, la pace non riconoscono i suoi confini. La terra presenta il conto a tutti, senza chiedere il passaporto. C’è un equivoco da sciogliere: avere bisogno degli altri non significa consegnarsi al loro potere. La dipendenza imposta umilia; l’interdipendenza riconosciuta obbliga a distribuire il potere.

È per questo che la democrazia è faticosa. Costringe a sedersi allo stesso tavolo con chi non abbiamo scelto, a sopportare una voce che interrompe la nostra, a difendere diritti che forse non useremo mai. Quando qualcuno promette di liberarci da questa fatica, di decidere da solo e in fretta, ci vende come forza ciò che spesso è soltanto incapacità di convivere. Eppure siamo diventati bravissimi a mettere distanza tra noi e le conseguenze dei nostri gesti. Un clic ordina, qualcuno corre. Un prezzo scende, qualcuno guadagna meno. Una bomba parte, il video si interrompe prima che si veda chi resta sotto le macerie. Lontano abbastanza perché non ci si senta responsabili; vicino abbastanza perché tutto funzioni a nostro vantaggio.

È questa la soglia morale del nostro tempo: il punto in cui l’altro smette di essere una funzione della mia comodità e torna a essere una persona. Non chiedo di voler bene a tutti. Sarebbe una formula troppo facile, e forse disonesta. Chiedo qualcosa di più difficile: accettare che anche la persona che non conosco abbia voce nel mondo in cui vivo. Che il bambino nato dalla parte sbagliata di un confine non sia un imprevisto amministrativo. Che l’anziano solo non sia un problema da delegare alla domenica di un volontario. Che il lavoratore invisibile non sparisca insieme al pacco che mi lascia davanti alla porta.

L’autonomia vera comincia quando smettiamo di vergognarci del bisogno e di approfittare di quello altrui. Quando sappiamo chiedere aiuto senza sentirci sconfitti e offrirlo senza trasformarlo in un debito. Quando capiamo che una vita riuscita non è una fortezza ben rifornita, ma una tavola alla quale qualcuno può ancora aggiungere una sedia. Nessuno basta a se stesso. Neppure noi che scriviamo, leggiamo e poi chiudiamo il giornale convinti di aver fatto la nostra parte.
La frase comincia a dire la verità solo quando cambia ciò che accade dopo: una telefonata, un voto, una scelta di lavoro, una porta che finalmente si apre. La soglia è lì. Dall’altra parte non c’è un mondo senza paura. C’è qualcuno che aspetta. E forse sta aspettando proprio noi.

(Fonte: “la Repubblica – Napoli" 4 ottobre 2026)

giovedì 8 ottobre 2026

“Scelgo di non odiare”, le parole di pace e perdono di padre Maccalli

“Scelgo di non odiare”,
le parole di pace e perdono di padre Maccalli

Il terzo libro del missionario della Società Missioni Africane è “un’enciclica dal basso a favore della pace e da cui ripartire – scrive – per uscire dal vicolo cieco della guerra”. Ai media vaticani padre Gigi racconta il peso dell’esperienza che lo ha marchiato a fuoco e del perdono offerto, unica strada per “una pace disarmata e disarmante” come invoca sempre Papa Leone. “Questo libro è il mio squarcio di cielo, a seguito di una sventura che mi ha spogliato e mi ha provato"

La copertina del libro: "Scelgo di non odiare"

Guarire il cuore dalla tentazione della violenza, amare i nemici anche se questa “è una parola amara al pari di una medicina”, ribadire che la guerra è incompatibile con il Vangelo, restare sempre umani. A prima vista potrebbero sembrare solo una lista di temi anche slegati tra loro e invece sono incarnati nella vita e nella storia di padre Pier Luigi Maccalli, il missionario della Società Missioni Africane, che tante volte Radio Vaticana ha raccontato. Proprio l’emittente pontificia ha avuto uno spazio, o meglio ha offerto un momento di respiro, nel lungo sequestro del missionario, durato due anni, dal 2018 al 2020 iniziato in Niger e conclusosi in Mali. Attraverso una piccola radio data dai rapitori e nel pieno del deserto del Sahel, padre Gigi aveva ascoltato la Messa di Pentecoste celebrata da Papa Francesco. Una carezza, un appiglio, il segno che Dio gli parlava anche se tante volte lo aveva sentito lontano e distante.

“Ho visto l’abisso del male”

Il rientro in Italia ha segnato anche l’inizio di un’avventura letteraria. Il silenzio, le prevaricazioni, le catene hanno portato il missionario a ripensare durante la prigionia alla sua vocazione e alla sua testimonianza di fede. Ne è nato un primo libro “Catene di libertà” a cui è seguito “Liberate la pace”. Da quest’ultima pubblicazione è stato realizzato, proprio con Radio Vaticana – Vatican News, un podcast dal titolo: “La pace in ostaggio”. A giugno è andato alle stampe “Scelgo di non odiare”, pubblicato da EMI, Editrice Missionaria Italiana. Padre Gigi Maccalli è tornato negli studi di Palazzo Pio per rilanciare ancora una volta parole di pace e di perdono.

Qual è la genesi di questo nuovo libro e perché tanta passione per la pace?

Il libro che ho scritto ha un contesto immediato ma ne ha un secondo forse più personale. 
Il contesto più immediato sono state le immagini di guerra e le parole armate ascoltate nei tanti notiziari televisivi e radiofonici che mi hanno spinto a scrivere questo libro, perché la maggior parte dei commenti che ascolto sulle guerre in corso sono intonati al riarmo, alla risposta armata, all'aumento della spesa militare. In me è nato come un bisogno di dire: "No! C'è un'altra strada". Questo libro è un grido di dissenso, un no deciso a tutte le guerre e al tempo stesso una proposta alternativa a sostegno della pace in sintonia con l'unica voce discordante in questo concerto di guerrafondai: quella di Papa Leone che predica la pace e la pace disarmata. 
C’è poi un contesto più personale. Ho visto da dentro, il volto cattivo e disumano della guerra. Sono stato prigioniero per oltre due anni, trattenuto come ostaggio, incatenato da miliziani jihadisti in una guerra tutt’ora in corso nel Sahel africano e come vittima innocente desidero parlare e dare voce alle tante vittime di guerra per dire: no alle armi, no alla violenza. Io scelgo la pace e la pace è possibile, ma non come la dà il mondo con bombe e strage di innocenti. A distanza di sei anni da quel rapimento, posso dire che ho raggiunto la consapevolezza che le sventure servono ad evitarci il peggio. Sono parole che trovo in una scrittrice francese, Christiane Singer: il peggio è aver passato tutta la vita rimanendo alla superficie delle cose, non essere stati scaraventati in un'altra dimensione. C’è anche una bella immagine e riguarda l'autunno che, spogliando gli alberi dalle loro foglie, lascia vedere il cielo. Questo libro è il mio squarcio di cielo a seguito di una sventura che mi ha spogliato, mi ha provato, mi ha riprogettato in profondità, oltre quella superficialità e quella superficie nella quale noi spesso viviamo e nella quale ci fermiamo. Questo libro è il frutto di questo sguardo verso un cielo diverso, altro.

Hai detto due no imprescindibili: non uccidere, non rispondere al malvagio con la violenza. Sei un uomo di fede, ma questo può essere valido anche per chi non crede?

Sì, io ho perdonato chi mi ha incatenato, chi mi ha rubato due anni di libertà e ho sentito e provato in me una grande pace. Ma questa pace non è acquisita una volta per sempre, va gestita, va governata, anche con dei no. Ci sono due no fondamentali che fanno argine al fluire di questo fiume che è l'umanità. Io la immagino così l’umanità come un grande fiume che ha bisogno di argini per poter scorrere pacificata. Il primo argine è non uccidere, il secondo argine non rispondere al malvagio con la violenza. Il quinto comandamento è la regola d'oro che è presente anche in tante tradizioni religiose non cristiane. Tra queste due sponde scorre il fiume di un'umanità pacificata, ma quando uno di questi argini si rompe, il fiume deborda in disumanità e fa disastri. L'essenziale dimenticato che questo libro vuole richiamare sono questi due versetti del discorso della montagna di Gesù. In Matteo 5,39 avete sentito dire: “Occhio per occhio, dente per dente, ma io vi dico, non opponetevi al malvagio”. E poi il 5,44: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”. Questi due no fondamentali hanno ispirato in me un metodo che propongo anche in questo libro, è “il metodo del doppio rifiuto”: dire no alle parole e agli atteggiamenti negativi, non odiare, non usare violenza, non picchiare. Rompere questi argini è rischiare un'esondazione pericolosa, è un'azione di disumanità.

C’è una parte del tuo libro in cui parli della pedagogia della pace, dell’importanza anche per i bambini più piccoli di non giocare con le armi, che non abbiano la possibilità di relazionarsi con la violenza, ma di contrastare quel linguaggio bellico spesso sinonimo di grandezza. Un fronte su cui lavorare…

L'ultimo capitolo è proprio improntato all’educazione alla pace, che deve cominciare fin da piccoli. Io lancio questa provocazione: disarmare i giocattoli dei nostri bambini. Io stesso ho giocato facendo la guerra, giocando a guardia e ladri e così via, ma educare fin da piccoli ad una logica del rispetto dell'altro, della persona, penso sia molto importante. Disarmare le nostre parole, disarmare i nostri atteggiamenti, disarmare anche l'educazione che deve spingere sempre verso il rispetto di ogni persona. E nelle scuole oggi credo sia importante fare un discorso di educazione alla pace e alla non-violenza.

Padre Pier Luigi Maccalli negli studi di Radio Vaticana - Vatican News (@VaticanNews)

C'è in questo libro la richiesta di una moratoria per la guerra come crimine inammissibile. È una richiesta che coinvolge anche i liturgisti.

Sì, io propongo in maniera forte di abolire tutte le guerre. Lo dico non per fare un raffronto sul passato, ma lo dico in rapporto alle guerre di oggi, che sono dominate dalle tecnologie. L'Intelligenza artificiale adesso gestisce azioni e interventi che causano delle stragi ancora più forti. E non c'è bunker, non c'è luogo di difesa possibile, perché le bombe specie quelle atomiche distruggono tutto. La stessa terra, l'aria, l'acqua saranno inquinate e non permetteranno la sopravvivenza anche di un ipotetico superstite in una guerra. Io sono convinto che un giorno le guerre saranno abolite. È una profezia che non è mia, l'hanno fatta tanti altri, mi ispiro in tal senso a don Primo Mazzolari, profeta di pace. Guardo la storia e vedo che la schiavitù è stata abolita anche se ci sono voluti secoli perché questa acquisizione diventasse patrimonio di tutta l'umanità. Credo sia importante pensare di arrivare un giorno ad abolire tutte le guerre che non sono altro che un crimine contro l'umanità, ma tutto questo va preparato. Il mio libro può essere uno spunto. La provocazione che lancio anche ai miei confratelli liturgisti è quello di disarmare la preghiera. È vero, nella Bibbia ci sono passaggi molto forti, molto violenti, che vanno contestualizzati. È un linguaggio che va compreso nel suo ambiente storico ma dico anche che, con l'avvento di Gesù, ci è stato rivelato il volto di Dio Padre misericordioso. La preghiera deve essere espressione di un Dio che ci ama, che è solo amore. Io penso che disarmare certe espressioni intonate al Dio degli eserciti, al Dio onnipotente che sistema tutto e tutti, siano un avanzare in una relazione nuova che Gesù ci ha rivelato. Dio è onnipotente nell'amore. Gesù è la rivoluzione della tenerezza e della non violenza. Sinceramente lo dico a partire da me stesso. Ho avuto le catene ai piedi, hanno usato espressioni di insulti, di disprezzo nei miei confronti. Non auguro a nessuno di vivere ciò che ho vissuto. Non lo auguro nemmeno a mio peggior nemico. Perché dovrei ora pregare un Salmo che inneggia le catene, che inneggia la vendetta? Sto chiedendo che le parole siano purificate, che siano espressioni di un cuore che ama, un cuore che perdona, un cuore che non arriva alla violenza.

Tutto questo prepara il terreno alla teologia per la pace, che “indica la dimensione attraverso la quale scandagliare tutto il mistero di Dio, di Cristo e della Chiesa, finalizzato all'annuncio del Regno di Dio, che ha nello shalom messianico il suo cuore”...

Sì, una teologia per la pace vuol dire mettere al centro il Regno di Dio, verso cui camminiamo tutti, anche in comunione con le diverse confessioni religiose. E qui il centro è Cristo e il suo annuncio centrato sul Regno di Dio che lui propone con parabole e con gesti. La teologia per la pace non ha confini da difendere, ma ha un orizzonte verso cui camminare tutti insieme. Qui, penso, possiamo trovare un elemento forte di ecumenismo, di impegno che ci deve accomunare anche con le diverse confessioni religiose.

Hai scritto: “Pace e dialogo sono i due piedi su cui cammina il mio impegno missionario”...

Sì, io sono un testimone, sono un missionario che crede nella Magnifica humanitas, in questa umanità magnifica che Dio ha creato, che Dio ha voluto e che ama. Credo che oggi siamo chiamati, come umanità, a un cambio di passo, a un cambio di parole disarmate, a costruire ponti di fraternità, a scegliere di non odiare. Il dialogo e la pace sono le grandi sfide alle quali siamo chiamati nell'attualità e nella missione oggi.

C’è un proverbio africano che citi in “Scelgo di non odiare” e che recita: “Quando gli elefanti combattono è sempre l'erba a rimanere calpestata”.

Ho ammirato come missionario in Africa la cultura del proverbio che viene sempre a sigillo di una palabra, di una discussione anche animata, quasi a dare una parola di saggezza come soluzione finale. E questo proverbio dice bene quanto le guerre dei potenti distruggono e fanno soffrire la gente semplice, i piccoli, i fragili, i vecchi come i bambini. Dopo ogni guerra ci troviamo senza futuro e senza memoria. Con la guerra tutto si distrugge. Prendere a cuore questa saggezza che viene dai proverbi ci può aiutare a intravedere questa nuova strada che è fatta di pace, di perdono e di non violenza.

“Ho visto l'abisso del male nel cuore della guerra e mi dissocio da ogni politica di riarmo. Io scelgo la non violenza e l'amore del nemico per accendere la sua pace”. Parli di non violenza, non violenza attiva, sottolinei più volte l’importanza di amare del nemico. Il nemico – scrivi - è colui che richiede l'ascolto anche da parte di chi subisce la violenza. È una rivoluzione veramente molto impegnativa, però è l'unica strada...

Sì, e la prendo da Gesù, dal discorso della montagna. Io penso che i capitoli 5, 6, 7 andrebbero messi proprio al centro di una riflessione sulla non violenza attiva e sulla pace. È “La profezia della non violenza”, il secondo capitolo, un ampio commentario di questo senso profondo delle parole di Gesù che propone di porgere l'altra guancia, che non è remissività, non è passività, ma è un richiamo a un plus di umanità, al rispetto della dignità umana. È una proposta anche all'aggressore per svegliarsi da questo sonno di violenza nel quale è caduto; uscire da questa logica di azione-reazione perché Gesù propone una terza via, la non violenza attiva, che ha ispirato tante persone, da Martin Luther King, a Gandhi, a Mandela, tanti non violenti. Noi come cristiani dobbiamo essere i primi portatori di questo messaggio, perché il cristiano è per vocazione un non violento. E abbiamo tanti modi di dire e di fare per esprimere il nostro dissenso attraverso l'obiezione di coscienza, il boicottaggio, le azioni creative e simboliche di sostegno anche a chi ha subito un sopruso, ma anche come proposta all'aggressore di conversione. In fondo, la non violenza propone di invitare il nemico a diventare amico. Mi piace citare il Salmo 85: “Giustizia e pace si baceranno”. La pace è un abbraccio con questo nemico diventato amico. La proposta di Gesù è rivoluzionaria, è nel cassetto di tutti i cristiani, dimenticata. È da riscoprire, ridarle forza e metterla al centro della nostra riflessione e del nostro impegno.

Padre Gigi, com'è la tua vita a sei anni dal rilascio, un tempo nel quale hai avuto modo di rielaborare tutta la tua esperienza, di ripensare anche la tua missionarietà. Sei tornato in Africa: com'è stato anche tornare in quelle terre che senti come casa tua?

Sì, ho avuto la gioia di ritornare nel settembre del 2024 in Niger, a Niamey, proprio il 17 settembre, quasi a chiudere una parentesi. Tutto infatti era cominciato quel 17 settembre 2018. Poter tornare su quella terra, poter abbracciare tante persone che con me hanno sofferto questo rapimento, è stato un momento di grande gioia misto a tristezza, a lacrime, perché abbracciare queste persone che hanno un volto, hanno una carne, una storia condivisa, è stato per me bello perché sono libero. Ho detto loro “grazie” ma al tempo stesso oggi sono triste perché loro sono ancora in una situazione di grande insicurezza. Mi hanno detto: “Il Signore ha liberato te, libererà anche noi”. È stato uno scambio di profonda umanità, di aiuto reciproco, non dimenticherò e io spero un giorno di poter ritornare anche al villaggio. Questo mio desiderio lo metto nelle mani del Signore e glielo affido come intenzione, come desiderio, perché un giorno possa celebrare con loro il mio “grazie” per quanto mi hanno dato e per quanto hanno sostenuto la speranza in una mia liberazione.

Senti il mal d'Africa stando qui?

Mi sento oggi impegnato a testimoniare, a dare parole di pace, di perdono, perché vedo un gran bisogno anche nella nostra società. Penso che ciò che ho ricevuto dalla missione, dall'Africa, oggi sia mio impegno poterlo condividere con le comunità cristiane qui in Italia. La missione è ovunque. Questo mal d'Africa non è semplicemente qualcosa che mi porta nostalgia ma mi sprona ad essere oggi testimone di una fede che ha bisogno di incarnarsi, di rinnovarsi anche nelle nostre comunità. Rifare il vocabolario della fede, mettere al centro la pace, mettere al centro il dialogo, il rispetto dalle persone è un compito importante per le scuole, per la società e per le nostre comunità cristiane.
(fonte: Vatican News, articolo di Benedetta Capelli 07/10/2026)

Padre Pier Luigi Maccalli racconta il suo libro "Scelgo di non odiare"


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Per approfondire vedi anche il nostro post (all'interno i link a quelli precedenti):