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giovedì 5 febbraio 2026

Don Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli: VORREI UNA PACE


VORREI UNA PACE

Le parole di Don Mimmo Battaglia al Premio "Pellegrini di Pace" consegnato allo scrittore David Grossman


“David, benvenuto.

Benvenuto a Napoli, che è una città strana: ti abbraccia e, mentre ti abbraccia, ti chiede dove ti fa male. Ti offre un caffè e, insieme, ti mostra le mani: mani che hanno lavorato, mani che hanno pregato, mani che hanno perso qualcuno. Napoli è così: non sa parlare senza mettere dentro la carne.

E allora io, stasera, non voglio fare un discorso. Voglio fare una domanda. Anzi: una richiesta. Una richiesta semplice, quasi infantile. Di quelle che ti escono senza diplomazia, senza strategia, senza “vediamo”, senza “forse”. Una richiesta che assomiglia a una preghiera e a una testardaggine.

Vorrei una pace.

Non “la pace” come parola grande, lucida, scolpita nei documenti.
Vorrei una pace che si possa toccare.
Una pace con le ginocchia sbucciate, come i bambini che giocano nei vicoli.
Una pace che sa di pane e di sale, che si impasta ogni giorno, che non arriva già pronta.

Vorrei una pace che non sia una tregua stanca.
Vorrei una pace che non sia solo un intervallo tra due colpi.
Vorrei una pace che non abbia bisogno di spiegarsi troppo, perché la riconosci dal rumore: quando arriva la pace, cambia il suono del mondo.

David, tu vieni da una città che ha il nome di una promessa e di una ferita. E noi, qui, in questa città di mare, sappiamo bene che le promesse e le ferite viaggiano sulle stesse strade. Anche le nostre strade, a Napoli, sono piene di promesse e di ferite. Non c’è contraddizione: è la stessa cosa. È la stessa vita.

E forse è per questo che oggi, mentre le guerre si prendono la scena come cattive attrici che non sanno uscire dal palco, io sento il bisogno di dire una cosa molto piccola, ma molto seria:

Vorrei una pace che non mi faccia vergognare di essere umano.

Perché oggi, diciamolo, a volte ci vergogniamo.
Ci vergogniamo di quello che guardiamo e non riusciamo a fermare.
Ci vergogniamo di quanto ci abituiamo.
Ci vergogniamo del modo in cui scorriamo le notizie con il pollice, come se fossero meteore e non persone.

E non è colpa del pollice. È colpa della stanchezza dell’anima.

C’è un punto, sapete, in cui il male diventa “normale”.
È il punto più pericoloso.
Non è quando esplode una bomba: quello è orrore, e lo riconosci.
Il punto più pericoloso è quando l’orrore diventa una rubrica. Quando lo chiami “scenario”. Quando lo sistemi in una categoria.

E allora io stasera vorrei fare una cosa diversa: vorrei chiamare le cose con il nome che hanno nel cuore di chi le subisce.

In Terra Santa — dove ogni pietra sa pregare, e ogni strada sa piangere — ci sono famiglie che non riescono più a distinguere il giorno dalla notte: perché la notte non finisce, e il giorno non comincia. Ci sono bambini che imparano prima il linguaggio del rifugio che quello del gioco. Ci sono madri che contano: contano minuti, contano medicine, contano assenze. E intanto la terra, che dovrebbe essere un giardino, diventa un campo di macerie. Un luogo dove perfino il silenzio ha paura.

In Ucraina, nel cuore dell’Europa, c’è una guerra che è diventata lunga, e proprio per questo rischia di diventare “abitudine”. Ma non c’è niente di abituale in una casa sventrata. Non c’è niente di normale in un inverno senza riscaldamento, in un ospedale che trema, in un padre che saluta un figlio sapendo che potrebbe essere l’ultima volta. Non c’è niente di “strategico” nel pianto di chi scappa.

E poi ci sono le guerre che non entrano quasi mai nei nostri salotti. Quelle che non fanno il giro dei talk-show. Quelle che non hanno il titolo giusto per restare in prima pagina.

Ci sono terre dove la violenza è come polvere: ti entra dappertutto. Nel Sahel, in Sudan, nell’est del Congo, nello Yemen, in Myanmar, ad Haiti… luoghi dove la vita è presa in ostaggio dalla fame, dalle armi, dal caos, dalle bande, dagli interessi che cambiano nome ma non cambiano voracità. E noi, spesso, non sappiamo nemmeno pronunciarli bene, questi nomi. Eppure sono nomi scritti sulla pelle di milioni di persone.

Allora io mi chiedo: che cosa ci sta succedendo?

Ci sta succedendo che abbiamo imparato a convivere con l’inaccettabile.

E sapete qual è la bugia più grande che ci raccontiamo?
Che la pace è “complicata”.

Sì, certo: la pace è difficile.

Ma non è “complicata” nel senso in cui lo diciamo per rimandare.
Non è complicata come un modulo da compilare.
Non è complicata come un algoritmo.

La pace è difficile perché è esigente.
Perché ti chiede di cambiare postura.
Perché ti chiede di toglierti dal centro.
Perché ti chiede di guardare l’altro non come un problema, ma come un volto.

E qui, io lo dico da uomo di Chiesa, da pastore: noi possiamo pregare quanto vogliamo — e dobbiamo pregare — ma se la preghiera non ci cambia le mani, diventa un rito senza carne. Una bella cornice senza quadro.

Gesù non ha detto: “Beati quelli che parlano di pace.”
Ha detto: “Beati gli operatori di pace.”
Operai. Artigiani. Gente che si sporca.

Vorrei una pace che abbia il coraggio di essere concreta.

Una pace che comincia quando smettiamo di chiamare “inevitabile” ciò che è frutto di scelte.
Una pace che comincia quando smettiamo di dire “non posso farci niente” e iniziamo a dire “io da qui posso fare qualcosa”.

Perché la pace non è un sentimento.
È un lavoro.

E come tutti i lavori veri, costa.
Costa orgoglio.
Costa vendetta.
Costa la tentazione di avere ragione.

La pace costa persino una cosa che amiamo molto: le nostre semplificazioni.

Noi siamo diventati bravissimi a ridurre il mondo a una partita tra buoni e cattivi. Così ci sentiamo al sicuro. Così possiamo tifare. Così possiamo dormire. Ma la realtà — quella vera — non si lascia ridurre senza gridare.

La pace, invece, ti obbliga a stare nella complessità senza diventare cinico. Ti obbliga a guardare il dolore senza trasformarlo in spettacolo. Ti obbliga a non smettere di credere che ogni vita è sacra, anche quando la propaganda ti sussurra il contrario.

David, tu sai che le parole possono salvare e possono uccidere.

Le parole sono strane: non hanno sangue, eppure feriscono. Non hanno mani, eppure spingono. Non hanno piedi, eppure mettono in marcia gli eserciti o fermano un bambino che scappa.

Io vorrei una pace che cominci da qui: dal modo in cui parliamo.

Vorrei una pace che disinneschi le parole che incendiano.
Vorrei una pace che restituisca dignità ai nomi.
Vorrei una pace che non trasformi le persone in numeri, e i numeri in alibi.

C’è un momento, in ogni guerra, in cui qualcuno decide che l’altro non è più “una persona”, ma “un bersaglio”. E quando fai questo, hai già perso l’anima, anche se vinci la battaglia.

Ecco perché io stasera sono felice che qui ci sia uno scrittore. Perché uno scrittore — quando è vero — è uno che resiste a questa trasformazione. Resiste al linguaggio che disumanizza. Resiste alla pigrizia delle frasi fatte. Resiste al sonno della coscienza.

Uno scrittore, quando è fedele alla propria vocazione, è un custode del volto. Un guardiano del dettaglio umano. Un testimone che dice: “Non vi permetto di dimenticare che qui c’era una madre. Che qui c’era un figlio. Che qui c’era una casa.”

Napoli e Gerusalemme — lasciatemi dire questo — hanno in comune una cosa: sono città che non stanno mai “zitte” davvero. Sono città che discutono con Dio. Città che litigano con la storia. Città che si portano addosso secoli come cicatrici e come gioielli.

E poi c’è il mare.
Questo mare, il Mediterraneo.

Noi lo chiamiamo mare “in mezzo alle terre”, come se fosse solo geografia. Ma il Mediterraneo è una memoria liquida. È una strada antica. È un tavolo apparecchiato per popoli diversi. E quando il Mediterraneo diventa un confine di morte, quando diventa una fossa comune, capite che non è solo un problema di migrazioni. È una ferita spirituale.

Perché vuol dire che abbiamo trasformato una strada in una barriera.
Che abbiamo trasformato l’incontro in paura.
Che abbiamo trasformato la fraternità in sospetto.

Vorrei una pace che ricominci da questo mare: che lo restituisca alla sua vocazione di ponte, non di muro.

E adesso vi racconto una piccola cosa. Una cosa da vicolo. Da città.

Qualche tempo fa ho visto un ragazzino, in un cortile, che giocava con una barchetta di plastica in una pozzanghera. Era una pozzanghera sporca, di quelle che ti fanno dire: “Ma come si fa?” E lui niente: aveva preso quella pozzanghera e ci aveva messo dentro un mare. Aveva messo dentro un viaggio. Aveva messo dentro una speranza.

E mi sono detto: la pace, forse, comincia così.
Con qualcuno che non accetta che l’unica acqua possibile sia quella sporca.
Con qualcuno che inventa il mare dove gli altri vedono solo fango.

La pace è immaginazione.

Non immaginazione come fuga dalla realtà, ma immaginazione come capacità di vedere un’alternativa. Di vedere un dopo. Di vedere un “diverso”.

Se non riusciamo più a immaginare la pace, non la costruiremo mai.
Se la pace non abita la nostra mente, non abiterà le nostre città.

Ma attenzione: immaginare non basta.

Vorrei una pace che abbia anche coraggio.

Perché la pace ha bisogno di persone coraggiose. Non di persone perfette: di persone coraggiose.

Coraggio di dire “basta” quando conviene dire “vediamo”.
Coraggio di chiamare il male con il suo nome, anche quando il male è travestito da necessità.
Coraggio di proteggere i civili, sempre, ovunque, senza eccezioni emotive.
Coraggio di difendere i bambini, che non sono “futuro”: sono presente, sono carne di Dio oggi.

Vorrei una pace che abbia il coraggio di chiamare per nome anche le grandi responsabilità. E allora lo dico senza giri di parole: vorrei una pace che interroghi gli Stati Uniti d’America.

Perché quando si è la potenza più influente del pianeta, quando si decide il flusso delle armi, il linguaggio delle alleanze, il tempo della guerra e quello della tregua, non si è spettatori.

Si è parte in causa. E non basta dire: difendiamo la sicurezza. Non basta dire: è complicato.

Non basta dire: non c’erano alternative.

Le alternative cominciano sempre dai bambini.

Io vorrei una pace che dica chiaramente che nessuna alleanza, nessuna strategia globale, nessun interesse geopolitico può valere la vita di un bambino.

Nessuno.

Perché oggi, sotto le bombe, ci sono bambini che non sanno più che suono ha il silenzio.

Bambini che non distinguono il giorno dalla notte.

Bambini che imparano a riconoscere i droni prima delle stelle.

Bambini che non giocano più a nascondino, ma a sopravvivere.

E ogni bambino ferito, mutilato, sepolto sotto le macerie non è un errore di calcolo.

È una scelta che qualcuno, da qualche parte, ha accettato come prezzo.

Io vorrei una pace che abbia il coraggio di dire che questo prezzo è moralmente inaccettabile.

Sempre. Ovunque.

Vorrei una pace che abbia il coraggio di chiedere ai potenti: “Che cosa state facendo delle vite?”

E vorrei una pace che chieda anche a noi, qui, seduti: “Che cosa stai facendo del tuo sguardo? Lo stai tenendo aperto o lo stai chiudendo?”

C’è un’altra cosa che mi sta a cuore, e che sento molto “nostra”, molto da Chiesa, molto da pastori e da popolo:

Vorrei una pace che sappia piangere.

Sembra strano, lo so. Ma il pianto è una lingua.
E quando un popolo non sa più piangere, diventa pericoloso.
Quando una coscienza non sa più piangere, si indurisce.

Noi abbiamo bisogno di lacrime che non siano teatro, ma compassione.
Abbiamo bisogno di lacrime che ci impediscano di parlare di guerra come se fosse un argomento.

Vorrei una pace che nasca da occhi che non hanno paura di vedere.

E sapete perché? Perché la compassione è una forza politica, oltre che spirituale. La compassione ti obbliga a fare spazio. Ti obbliga a riconoscere un diritto nell’altro. Ti impedisce di essere indifferente.

Indifferenza: ecco la parola che mi fa più paura.
Perché l’indifferenza è il fertilizzante di tutte le guerre.

Vorrei una pace che sia anche giustizia.

Perché la pace senza giustizia è un trucco. È un silenzio imposto. È una coperta tirata sopra la ferita senza disinfettarla.

Giustizia vuol dire tante cose. Vuol dire verità. Vuol dire responsabilità. Vuol dire che chi ha subito non viene dimenticato. Vuol dire che le case non restano macerie per decenni mentre il mondo si distrae. Vuol dire che i corridoi umanitari non sono un’elemosina, ma un dovere. Vuol dire che la dignità non è negoziabile.

E giustizia vuol dire anche una cosa che ci riguarda: il commercio delle armi. La fame di profitto. Le economie che si alimentano di conflitto. Le parole “interesse nazionale” che, a volte, diventano una scusa elegante per dire: “Non mi importa.”

Vorrei una pace che abbia il coraggio di guardare in faccia anche queste complicità.

E poi vorrei una pace che abbia una spiritualità.

Non nel senso di “religiosità”, ma nel senso profondo: una pace che sappia che l’essere umano non è solo un corpo da spostare e una mente da convincere. È un mistero. È un abisso di desiderio. È una sete di senso.

Le guerre non distruggono solo edifici. Distruggono la fiducia. Distruggono il tempo. Distruggono l’idea che domani possa essere meglio.

La pace, allora, deve ricostruire anche questo: deve ricostruire la fiducia. Deve ricostruire il tempo.

E come si ricostruisce la fiducia? Con gesti ripetuti. Con fedeltà. Con cura. Con ascolto. Con la pazienza di chi non vuole vincere, ma guarire.

Qualcuno potrebbe dire: “Cardinale, sono parole belle. Ma poi?”

E io vi rispondo: poi c’è una cosa che possiamo fare tutti, subito. Possiamo scegliere da che parte stare con la nostra vita.

Non sto parlando di schieramenti ideologici. Sto parlando di una scelta più radicale: la scelta di non disumanizzare mai. La scelta di non godere mai del dolore altrui. La scelta di non trasformare la tragedia in propaganda. La scelta di non fare della paura una religione.

Possiamo educare i nostri figli — e rieducare noi stessi — a riconoscere l’altro come fratello. Non perché siamo ingenui, ma perché sappiamo che senza fraternità l’umanità si estingue, anche se biologicamente sopravvive.

E possiamo sostenere, con la voce e con le mani, chi costruisce ponti: chi cura, chi accoglie, chi media, chi rischia la vita per salvare altri, chi manda aiuti, chi difende il diritto internazionale, chi protegge i civili, chi apre scuole, chi ricuce comunità.

La pace è fatta anche di queste cose umili. E le cose umili, quando si sommano, diventano storia.

David, stasera noi ti consegniamo un riconoscimento che si chiama “Pellegrini di pace”. E io lo sento come un nome giusto, perché la pace non è una poltrona: è una strada. La pace è cammino. La pace è pellegrinaggio.

E in un pellegrinaggio succedono due cose: ti stanchi e ti incontri.

La pace ti stanca, sì. Ti stanca perché ti costringe a non mollare.
Ma ti fa incontrare: ti fa uscire dall’ego. Ti fa uscire dalla tribù. Ti fa uscire dalla vendetta.

E allora capite perché io ripeto, come un ritornello, come una supplica, come una testardaggine:

Vorrei una pace.

Vorrei una pace per quella terra dove ogni pietra ricorda una preghiera e oggi ricorda anche un pianto.
Vorrei una pace per l’Ucraina, perché nessun popolo sia condannato a vivere in un’attesa di sirene.
Vorrei una pace per i conflitti dimenticati, perché nessun dolore resti senza testimoni.
Vorrei una pace per il Mediterraneo, perché torni ad essere culla e non bara.
Vorrei una pace per Napoli, perché anche qui, nelle nostre guerre quotidiane — la povertà, l’ingiustizia, la solitudine — impariamo a non ferirci.

Vorrei una pace, e la vorrei adesso. Non perché sia facile. Ma perché è necessaria.

E permettetemi di finire così, con una parola che non è mia, ma che mi porto addosso come un sigillo.

Quando Gesù risorto appare ai suoi amici, quelli che l’avevano tradito e abbandonato, non fa un processo. Non fa un discorso. Non fa la contabilità delle colpe. Dice una cosa sola:

“Pace a voi.”

E quella pace non è un premio.
È un inizio.

Allora io stasera, davanti a David Grossman, davanti a questa città, davanti al dolore del mondo, vorrei fare lo stesso gesto: non un discorso, ma un inizio.

Pace a voi, che avete paura. Pace a voi, che siete stanchi. Pace a voi, che avete perso qualcuno.
Pace a voi, che non riuscite più a sperare come prima.

E pace a tutti quelli che, in questo momento, non possono essere qui perché sono sotto le bombe, sotto il fango, sotto il ricatto delle armi, sotto la fame.

Che la nostra voce li raggiunga. Che la nostra indifferenza non li raggiunga mai.

E che ciascuno di noi — stasera — torni a casa con una decisione piccola e ferma, come una barchetta in una pozzanghera: non smettere di immaginare il mare.

Vorrei una pace.
E, con l’aiuto di Dio, con la responsabilità degli uomini, con la dignità dei popoli: la costruiremo.
(fonte: Chiesa di Napoli)


UDIENZA GENERALE 04/02/2026 Leone XIV: Annunciare la Parola di Dio con un linguaggio capace di incarnarsi nella storia

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 4 febbraio 2026

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All’udienza generale Leone XIV prosegue le catechesi sulla «Dei Verbum»
invitando a evitare letture fondamentaliste o spiritualiste della Scrittura

Annunciare la Parola di Dio con un linguaggio capace
di incarnarsi nella storia


L’accorato appello a scongiurare la corsa al riarmo nucleare

Annunciare la Parola di Dio «con un linguaggio capace di incarnarsi nella storia e di raggiungere i cuori»: il compito cui la Chiesa è chiamata «in ogni epoca» è stato ricordato da Leone XIV all’udienza generale di stamani, proseguendo in Aula Paolo VI il ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II.

Il Pontefice è tornato a soffermarsi sulla Costituzione dogmatica Dei Verbum, riflettendo in particolare sul tema: “La Sacra Scrittura: Parola di Dio in parole umane”.

Ai pellegrini presenti e a quanti erano collegati attraverso i media, il vescovo di Roma ha ricordato due rischi specifici: da un lato, interpretare i testi sacri in modo avulso «dall’ambiente storico in cui essi sono maturati e dalle forme letterarie utilizzate» può comportare «letture fondamentaliste o spiritualiste». Dall’altro, trascurare l’origine divina della Scrittura finisce per intenderla come «un mero insegnamento umano», un testo tecnico o ormai superato.

Di qui, l’invito a guardare invece al Vangelo come a «uno spazio privilegiato d’incontro in cui Dio continua a parlare agli uomini e alle donne di ogni tempo».

Al termine della catechesi, il Papa ha lanciato un accorato appello a scongiurare «una nuova corsa agli armamenti che minaccia la pace tra le nazioni», invitando a non fare scadere il Trattato New Start contro la proliferazione delle armi nucleari.
(fonte: L'Osservatore Romano 04/02/2026)

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LEONE XIV

Catechesi. I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Dei Verbum. 
4. La Sacra Scrittura: Parola di Dio in parole umane


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

La Costituzione conciliare Dei Verbum, sulla quale stiamo riflettendo in queste settimane, indica nella Sacra Scrittura, letta nella Tradizione viva della Chiesa, uno spazio privilegiato d’incontro in cui Dio continua a parlare agli uomini e alle donne di ogni tempo, affinché, ascoltandolo, possano conoscerlo e amarlo. I testi biblici, tuttavia, non sono stati scritti in un linguaggio celeste o sovrumano. Come ci insegna anche la realtà quotidiana, infatti, due persone che parlano lingue differenti non s’intendono fra loro, non possono entrare in dialogo, non riescono a stabilire una relazione. In alcuni casi, farsi comprendere dall’altro è un primo atto di amore. Per questo Dio sceglie di parlare servendosi di linguaggi umani e, così, diversi autori, ispirati dallo Spirito Santo, hanno redatto i testi della Sacra Scrittura. Come ricorda il documento conciliare, «le parole di Dio, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al parlare dell’uomo, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell’umana natura, si fece simile all’uomo» (DV, 13). Pertanto, non solo nei suoi contenuti, ma anche nel linguaggio, la Scrittura rivela la condiscendenza misericordiosa di Dio verso gli uomini e il suo desiderio di farsi loro vicino.

Nel corso della storia della Chiesa, si è studiata la relazione che intercorre tra l’Autore divino e gli autori umani dei testi sacri. Per diversi secoli, molti teologi si sono preoccupati di difendere l’ispirazione divina della Sacra Scrittura, quasi considerando gli autori umani solo come strumenti passivi dello Spirito Santo. In tempi più recenti, la riflessione ha rivalutato il contributo degli agiografi nella stesura dei testi sacri, al punto che il documento conciliare parla di Dio come «autore» principale della Sacra Scrittura, ma chiama anche gli agiografi «veri autori» dei libri sacri (cfr DV, 11). Come osservava un acuto esegeta del secolo scorso, «abbassare l’operazione umana a quella di un semplice amanuense non è glorificare l’operazione divina». [1] Dio non mortifica mai l’essere umano e le sue potenzialità!

Se dunque la Scrittura è parola di Dio in parole umane, qualsiasi approccio ad essa che trascuri o neghi una di queste due dimensioni risulta parziale. Ne consegue che una corretta interpretazione dei testi sacri non può prescindere dall’ambiente storico in cui essi sono maturati e dalle forme letterarie utilizzate; anzi, la rinuncia allo studio delle parole umane di cui Dio si è servito rischia di sfociare in letture fondamentaliste o spiritualiste della Scrittura, che ne tradiscono il significato. Questo principio vale anche per l’annuncio della Parola di Dio: se esso perde contatto con la realtà, con le speranze e le sofferenze degli uomini, se utilizza un linguaggio incomprensibile, poco comunicativo o anacronistico, esso risulta inefficace. In ogni epoca la Chiesa è chiamata a riproporre la Parola di Dio con un linguaggio capace di incarnarsi nella storia e di raggiungere i cuori. Come ricordava Papa Francesco, «ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo, spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale». [2]

Altrettanto riduttiva, d’altra parte, è una lettura della Scrittura che ne trascuri l’origine divina, e finisca per intenderla come un mero insegnamento umano, come qualcosa da studiare semplicemente dal punto di vista tecnico oppure come «un testo solo del passato». [3] Piuttosto, soprattutto quando proclamata nel contesto della liturgia, la Scrittura intende parlare ai credenti di oggi, toccare la loro vita presente con le sue problematiche, illuminare i passi da compiere e le decisioni da assumere. Questo diventa possibile soltanto quando il credente legge e interpreta i testi sacri sotto la guida dello stesso Spirito che li ha ispirati (cfr DV, 12).

In tal senso, la Scrittura serve ad alimentare la vita e la carità dei credenti, come ricorda Sant’Agostino: «Chiunque crede di aver capito le divine Scritture […], se mediante tale comprensione non riesce a innalzare l’edificio di questa duplice carità, di Dio e del prossimo, non le ha ancora capite». [4] L’origine divina della Scrittura ricorda anche che il Vangelo, affidato alla testimonianza dei battezzati, pur abbracciando tutte le dimensioni della vita e della realtà, le trascende: esso non si può ridurre a mero messaggio filantropico o sociale, ma è l’annuncio gioioso della vita piena ed eterna, che Dio ci ha donato in Gesù.

Cari fratelli e sorelle, ringraziamo il Signore perché, nella sua bontà, non fa mancare alla nostra vita il nutrimento essenziale della sua Parola e preghiamo affinché le nostre parole, e ancor di più la nostra vita, non oscurino l’amore di Dio che in esse è narrato.
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[1] L. Alonso Schökel, La parola ispirata. La Bibbia alla luce della scienza del linguaggio, Brescia 1987, 70.
[2] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 11.
[3] Benedetto XVI, Esort. ap. post-sin. Verbum Domini (30 settembre 2010), 35.
[4] S. Agostino, De doctrina christiana I, 36, 40.
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Saluti

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APPELLO

Esorto tutti a sostenere con la preghiera i nostri fratelli e sorelle dell’Ucraina duramente provati dalle conseguenze dei bombardamenti che hanno ripreso a colpire anche le infrastrutture energetiche. Esprimo la mia gratitudine per le iniziative di solidarietà promosse nelle diocesi cattoliche della Polonia e di altri Paesi, che si adoperano per aiutare la popolazione a resistere in questo tempo di grande freddo.

Domani giunge a scadenza il Trattato New START sottoscritto nel 2010 dai presidenti degli Stati Uniti e della Federazione Russa, che ha rappresentato un passo significativo nel contenere la proliferazione delle armi nucleari. Nel rinnovare l’incoraggiamento ad ogni sforzo costruttivo in favore del disarmo e della fiducia reciproca rivolgo un pressante invito a non lasciare cadere questo strumento senza cercare di garantirgli un seguito concreto ed efficace. La situazione attuale esige di fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le nazioni. E’ quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti.

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare saluto ...

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Celebreremo domani la memoria di sant’Agata, martirizzata a Catania. Agata significa «buona». Sorgente di ogni bontà è Dio, nostro sommo bene. Auguro a ciascuno di voi di essere «buoni», cioè fedeli testimoni dell’amore del Padre celeste, che ci colma di tanti doni e ci chiama a partecipare alla sua stessa gioia. A tutti la mia benedizione!


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mercoledì 4 febbraio 2026

Giuseppe Savagnone: Ma il problema della scuola italiana sono i docenti di sinistra?

Giuseppe Savagnone 
Ma il problema della scuola italiana
sono i docenti di sinistra?
 

Un questionario sulla scuola

Ha suscitato vivaci polemiche l’iniziativa di Azione Studentesca, l’organizzazione giovanile legata a Fratelli d’Italia, che, attraverso un QR Code contenuto in manifesti e volantini, ha sottoposto a studentesse e studenti di diverse città italiane una serie di domande, con lo scopo di fornire un «rapporto nazionale sulla situazione della scuola italiana».

Fra i vari punti del questionario ce n’era uno, che ha dato origine alle proteste, dedicato alla «Politicizzazione delle aule». In esso si chiedeva: «Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni?». In caso di risposta positiva, la domanda successiva era: «Descrivere uno dei casi più eclatanti».

Dopo l’iniziativa di Azione Studentesca, la segretaria generale della Flc Cgil, Gianna Fracassi ha scritto al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara che essa «configura una forma di schedatura o stesura di una lista di proscrizione basata su presunte o reali opinioni politiche e rappresenta una grave violazione dei principi democratici che fondano il sistema educativo pubblico, oltre a costituire un attacco all’autonomia e alla libertà della comunità educante».

In risposta, il ministero ha fatto sapere di aver avviato accertamenti, il cui esito, però, non giustifica le accuse: «Da quanto risulta al momento si tratta di un’iniziativa autonoma promossa da alcuni studenti, che avrebbero effettuato una sorta di sondaggio anonimo», ha affermato la sottosegretaria all’Istruzione, Paola Frassinetti. E questa è anche la posizione di Riccardo Ponzio, presidente di Azione studentesca: «Ma quali liste di proscrizione o schedature, il questionario è anonimo e non chiediamo nomi».

Ma, in senso contrario, anche l’Associazione nazionale presidi è intervenuta, dichiarando una forte preoccupazione. «La libertà di insegnamento, nel quadro dei valori costituzionali – ricorda il presidente dell’associazione Antonello Giannelli – rappresenta un pilastro irrinunciabile del sistema educativo. Questa iniziativa di Azione studentesca è inaccettabile perché lesiva dei principi fondamentali della democrazia».

E ha avuto una diffusione virale su internet un video, in cui un docente di Pordenone sottolinea il senso inquisitorio del questionario, e che si conclude con la sua auto-denuncia: «Sono un docente di sinistra, schedatemi pure».

La replica dei giornali di destra

Alle accuse hanno risposto unanimi i giornali di destra parlando di «bufala» («Il Giornale») della sinistra, che, «a ben guardare, sembra proprio la prova» di «una verità che alcuni preferirebbero tenere nascosta: che in molte aule italiane la libertà di pensiero non è un diritto di tutti, ma un privilegio riservato a chi la pensa “giusto”» («Il Tempo»).

Su questa linea, ma assai più articolato, l’editoriale di Mario Sechi su «Libero». un intervento di particolare peso, non solo perché Sechi è il direttore del quotidiano, ma anche perché è stato per un certo tempo portavoce della presidente del Consiglio e le sue posizioni, perciò, sono sicuramente vicine a quelle di Giorgia Meloni.

L’autore inserisce la polemica sul questionario di Azione Studentesca in una narrazione più ampia, di cui vale la pena riportare per esteso i passaggi: «L’egemonia culturale della sinistra nella pop è finita. La grande rivoluzione fu quella della Tv commerciale di Silvio Berlusconi che introdusse nell’immaginario gli elementi dello show americano, del cabaret, dello sport come fenomeno di costume. Ai compagni sono rimasti i santuari della presunta editoria colta (che non vende) e il fortino dell’università e della scuola di ogni ordine e grado, ad eccezione delle elementari che ancora resistono (…). Salvo le maestre, il resto della truppa (con qualche eroica singolarità) è arruolato nella legione dei post-marxisti che al ’68 devono il posto, la carriera, l’influenza sula formazione degli italiani di domani».

Già i libri di testo, secondo Sechi, esprimono questa faziosità. «Ma se saliamo in cattedra, il quadro è ancora più tragicomico, perché il pre-giudizio tracima verso i banchi senza che alcuno alzi il dito e obietti: “Caro professore, la sua opinione, pur meritevole di attenzione, è priva di equilibrio e di autorevolezza, i valori liberali ai quali la scuola dovrebbe ispirarsi nella sua autonomia, lei li sta tradendo”».

Da qui «i cortei pro-Pal di ragazzi che farneticano “la Palestina libera dal fiume al mare”, Greta Thunberg elevata sull’altare dell’’ignoranza (…) i rettori farsi complici di frange violente che predicano l’antisemitismo».

La conclusione del direttore di «Libero» è la stessa che abbiamo visto su «Il Tempo»: «La reazione scomposta del Pd a un innocuo ma dirompente sondaggio di Azione Studentesca è la prova della cattiva coscienza dell’etablishment sgrammaticato».

A proposito di egemonia della sinistra: il caso della TV

Il ragionamento di Mario Sechi, esplicitando in modo più articolato le ragioni della destra sull’episodio, è quella che si presta – forse più dell’episodio in se stesso – a qualche considerazione critica. A partire dall’affermazione che l’avvento della TV commerciale di Berlusconi, avrebbe segnato la fine dall’«egemonia culturale della sinistra», legata alla stagione televisiva precedente. Di quest’ultima io stesso posso dire qualcosa perché vi ho assistito in prima persona e la ricordo benissimo.

È stato grazie ad essa che il grande pubblico ha potuto conoscere splendide opere teatrali, come i drammi di Pirandello e di Cechov, o riduzioni di capolavori della grande letteratura mondiale, come «Il mulino del Po», di Bacchelli e «L’idiota» di Dostoevskij, sempre trasmessi in prima serata. Ed è stato grazie ad essa che la conoscenza media della lingua italiana si è diffusa anche a larghe frange di popolazione prima legata quasi esclusivamente al proprio dialetto. Non per nulla la definizione tecnica che ne è stata data è quella di «TV pedagogica». Peraltro, era una TV che sapeva anche divertire – famosi alcuni spettacoli di varietà come «Domenica è sempre domenica» o «Un due tre» – , ma senza mai scadere nella volgarità.

La TV commerciale introdotta da Berlusconi, essendo privata e reggendosi sui profitti derivanti dalla pubblicità, ha dovuto imporsi puntando non su ciò che poteva giovare alla crescita culturale e morale della gente, ma sui suoi gusti immediati. Certo, essa ha infranto una serie di tabù, ma per far questo ha dovuto adottare come motto quello che, secondo Karl Popper, nel suo libro «Cattiva maestra televisione», rende pericolosissimo questo mezzo di comunicazione: «Dare al pubblico quello che il pubblico desidera».

È stato così che si è innescato un circuito perverso tra il progressivo scadimento dei programmi – che ha portato alla esclusione dalla prima serata di tutto ciò che fosse in qualche modo impegnativo – e un progressivo imbarbarimento dei gusti degli spettatori. E questo non ha segnato la fine dell’egemonia della sinistra – che non c’era mai stata – , ma il progressivo declino del senso intimo del pudore, non quello dei corpi, ma quello dell’anima, che spettacoli come «Il Grande Fratello» o le trasmissioni di Maria De Filippi hanno aiutato molto a oscurare.

I «compagni» controllano la scuola?

Non mi sarei soffermato su questo primo passaggio dell’editoriale dei Mario Sechi se non fosse molto significativo dell’idea che il direttore di «Libero» ha della cultura. A questo punto si capisce che, dal suo punto di vista, la scuola – ancora, sia pure a fatica, fedele al progetto di una educazione intellettuale e civile – sia sfuggita alla “liberazione” portata dalle TV di Berlusconi e sia rimasta «il fortino» dei «compagni».

Ma chi sono questi «compagni»? Diretta erede del vocabolario intimidatorio del “cavaliere”, la destra continua, come lui, a chiamare “comunisti” – un termine che evoca il totalitarismo sovietico (da decenni scomparso e sostituito dal regime attuale, tutt’altro che “di sinistra”) e una minaccia incombente per la libertà e la proprietà privata – i rappresentanti di una opposizione che del marxismo, in realtà, non conserva la più lontana traccia.

La “compagna” Schlein si è formata nella cultura “liberal” americana e ha posizioni che se mai ricordano il vecchio partito radicale, centrato sulla rivendicazione dei diritti individuali, quelli che Marx bollava come «robinsonate», perché volti a garantire la realizzazione egoistica del singolo nella sua isola felice. Da dove anche la perdita di rapporto tra il PD e i tradizionali sostenitori del vecchio partito comunista, operai, indigenti, emarginati. Il “compagno” Conte è un populista, le cui posizioni in campo sociale sono prive di una reale base filosofica, sicuramente lontane della visione marxista.

Ma il punto più problematico dell’analisi di Sechi è che essa sembra provenire da una persona che non ha idea di come funzioni realmente la relazione tra insegnanti e alunni dentro un’aula scolastica. Prima che ingiusta verso i docenti, questa analisi lo è nei confronti degli studenti, dipinti come succubi impotenti di fronte ad una dittatura culturale dei loro insegnanti, incapaci perfino di alzare il dito e di muovere una timida obiezione.

Ho insegnato per quarantun anni nei licei e posso assicurare, a chi non lo sapesse, che gli alunni in ogni scuola fanno sentire alta la loro voce, per dialogare ma anche, se inascoltati, per contestare i docenti, o addirittura i dirigenti scolastici. Senza dire che ormai i loro punti di riferimento sono più i social che la scuola, e immaginarli plagiati dai loro insegnanti è, questo sì, «tragicomico».

Quanto poi ai docenti, perché non dovrebbero essere di sinistra o di destra o di qualunque altra tendenza intellettuale e politica? Un insegnante non è il ripetitore meccanico di nozioni neutre – questo lo può fare anche meglio una intelligenza artificiale – , ma è chiamato a interpretare il significato dei dati della sua disciplina per la vita reale e questo richiede, da parte sua una visione del mondo e della società. Non esiste, né a scuola né altrove, “uno sguardo da nessun luogo”.

L’oggettività a cui la scuola deve educare non è la negazione delle diversità di vedute, che implicherebbe l’uniformità di un pensiero unico, ma il dialogo incessante tra persone impegnate in una ricerca comune a partire dai rispettivi punti di vista e, proprio in nome di questa ricerca, capaci di rimetterli continuamente in discussione.

Ciò che sta indebolendo la funzione educativa della scuola non è l’eccesso di ideologie, ma la carenza di idee e di valori, in un clima culturale che rende difficile – in primo luogo a chi dovrebbe educare i più giovani a maturare le une e gli altri – avere ancora delle convinzioni.

È assolutamente appropriata, a questo proposito, la riflessione di Massimo Gramellini, sul «Corriere della sera», quando ricorda con profonda stima e affetto una sua maestra delle elementari, convinta comunista, e un suo professore di Storia, di destra. «La pensavano diversamente su tutto, scrive Gramellini, tranne che sull’essenziale: il valore della cultura e la passione con cui trasmetterla (…) Erano di parte? Certo. Ma erano bravi e sensibili».

E conclude: «Il problema della scuola non sono gli insegnanti schierati, ma gli insegnanti disamorati. Non quelli che credono ancora qualcosa, ma quelli che – anche a causa della scarsa considerazione di cui godono – non credono più in niente».
(fonte: I Chiaroscuri 30/01/2026)


La democrazia sotto assedio di Mauro Magatti

La democrazia sotto assedio 
di Mauro Magatti


All’indomani del 1989 la democrazia liberale è apparsa come la forma politica destinata ad affermarsi su scala planetaria. L’idea della «fine della storia» esprimeva questa fiducia: pur tra conflitti e ritardi, il mondo si sarebbe progressivamente allineato a un modello fondato su elezioni libere, diritti individuali, Stato di diritto.

Oggi, a distanza di poco più di trent’anni, lo scenario appare capovolto.
La democrazia si percepisce non più come destino, ma come eccezione sotto assedio. Non solo è sfidata dall’esterno da regimi autoritari sempre più assertivi, ma sembra erodersi dall’interno, perdendo presa, legittimità, capacità di orientare il futuro. Dove il calo nei tassi di partecipazione al voto (nelle recenti regionali italiane è sceso sotto il 45%) è l’indicatore più evidente della crisi.

Che cosa sta succedendo? Tutta la monumentale opera di Jürgen Habermas, il più importante filosofo tedesco degli ultimi decenni, insiste su un punto: al di là delle regole giuridiche e della divisione dei poteri, la democrazia si è storicamente sviluppata come portato di lungo periodo dell’invenzione della stampa. È stata infatti la diffusione dei giornali, dei pamphlet, dei libri che ha reso possibile la nascita della sfera pubblica: uno spazio intermedio tra Stato e società in cui cittadini formalmente uguali potevano informarsi, discutere, formarsi un’opinione.

D’altronde l’istituzione simbolo della democrazia — il Parlamento — è il luogo in cui si parla, si argomenta, si cerca un accordo attraverso la parola. La legittimità democratica non deriva solo dal voto, ma dal fatto che le decisioni sono il risultato di un processo discorsivo, in cui ragioni diverse si confrontano pubblicamente.

Questa architettura comunicativa è sopravvissuta, pur con qualche fatica, all’epoca televisiva. Ma oggi essa è profondamente scossa dal digitale. Nel nuovo ambiente tecnologico, la capacità della parola di costruire consenso si va progressivamente indebolendo. I social media hanno segnato una prima rottura: la sfera pubblica si è frammentata in una molteplicità di micro-spazi, spesso chiusi, polarizzati, dominati da logiche emotive più che argomentative. 
L’attenzione è diventata una risorsa scarsa, contesa da messaggi brevi, semplificati, aggressivi. In questo contesto, la parola non serve più tanto a convincere quanto a mobilitare, a rafforzare identità già date, a suscitare reazioni immediate.

Adesso, con l’intelligenza artificiale, siamo entrati in una fase nuova.
Il problema non riguarda più solo la qualità del dibattito pubblico, ma il modo in cui produciamo, validiamo e condividiamo la conoscenza. Quando testi, immagini, argomentazioni possono essere generati automaticamente, in quantità illimitata e con un alto grado di verosimiglianza, diventa sempre più difficile distinguere tra informazione e manipolazione, tra sapere fondato e simulazione. Più radicalmente, la parola perde il suo legame con un soggetto responsabile e con un’esperienza condivisa del mondo. Il rischio non è solo la disinformazione, ma una più generale erosione della fiducia cognitiva, condizione necessaria per la deliberazione democratica.

Siamo in un tempo in cui la profezia di Leibniz «verrà un tempo in cui, invece di discutere, diremo: calcoliamo» — sembra davvero a portata di mano. Anche se gli esiti sono diversi da quelli attesi. Secondo il filosofo tedesco, il progresso avrebbe un giorno permesso di risolvere le controversie riducendole a problemi di calcolo. In effetti, l’eccesso di opinioni, narrazioni, emozioni che rende la discussione sempre più sterile viene oggi ricomposto affidando le decisioni a modelli, algoritmi, sistemi di ottimizzazione che promettono efficienza e neutralità. Non si discute più perché discutere appare inutile o troppo costoso; si «calcola» perché il calcolo sembra l’unico modo per risolvere le controversie e governare la complessità.

Così, la vittoria dell’algoritmo convive con il crescente caos comunicativo che svuota ogni giorno di più la stessa democrazia. Creare un consenso minimamente stabile è sempre più difficile.

Di fronte a tutto questo è necessario porsi la domanda: può la democrazia sopravvivere al tempo della comunicazione digitale? Al di là delle minacce esterne — autoritarismi, conflitti geopolitici, pressioni economiche — è questa la prima sfida da vincere. Non possiamo più dare per scontate le condizioni simboliche e comunicative su cui si regge la democrazia: un linguaggio condiviso, un minimo consenso sui fatti, la disponibilità ad ascoltare ragioni diverse. Ma senza una parola che abbia il potere di legare, di orientare, di generare senso comune, le istituzioni democratiche diventano gusci formali, esposti alla sfiducia e alla disaffezione.

Non sono questioni di poco conto. In gioco c’è il nostro modello politico e la capacità delle nostre società di continuare a governarsi attraverso la parola, anziché finire in balia del rumore, del calcolo o dell’odio.

(Fonte:  “Corriere della Sera” - 29 gennaio 2026)


martedì 3 febbraio 2026

La scuola non è un’isola

La scuola non è un’isola

Ai fatti violenti compiuti da giovani si risponde chiamando sempre in causa la scuola, come se essa non fosse dentro un contesto sociale e comunicativo di continua aggressività; e mentre il governo sceglie di reprimere, in realtà taglia sulla necessaria prevenzione.


A leggere non pochi ‘articoli’ usciti via via sulla terribile vicenda accaduta in una scuola di La Spezia — con la morte di Youssef Abanoud, ucciso in classe da un compagno —, insieme ad altri episodi simili di aggressività giovanile di cui la ‘cronaca’ non perde una notizia, viene lo sconforto. Non solo per il fatto in sé, certamente gravissimo, certamente segno di una situazione giovanile complessa, ma per tutta la retorica che ne segue; perché poi agli eventi drammatici si unisce la solita squallida trafila di speculazioni, politiche e comunicative, per raccattare qualche misero punti di consenso, per animare le discussioni da bar o da serale di Rete4… ed emerge, in modo più o meno subdolo, che, insomma, la colpa è della scuola e degli insegnanti che non hanno fatto, non hanno agito per tempo, etc… Come se, ad esempio, stando a quanto pare sia successo nei mesi scorsi a La Spezia grazie a un insegnante, mettere in cerchio degli adolescenti per far esprimere delle emozioni profonde, anche contraddittorie o ‘di morte’, comporterebbe subito l’avviso dell’autorità giudiziaria. Non vedendo, invece, l’utilità di un simile esercizio, che cerca di esternalizzare, dare spazio anche a pulsioni negative: e oggi, sinceramente, chi lo fa con i ragazzi e le ragazze?
Perché, in fondo, che siano comportamenti aggressivi o auto-aggressivi, in crescita tra gli adolescenti, c’è sempre del disagio da accogliere, comprendere, gestire; c’è sempre un percorso educativo che da una parte chiede e chiama alla responsabilità seria dei propri gesti, ma poi domanda anche ascolto.

E la scuola? Questa scuola che ‘non farebbe abbastanza’, questa scuola — leggi insegnanti, in buona sostanza ­— che si arrabatta in mille educazioni, mille burocrazie, fondi e bandi, programmi e progetti, in strutture ed edifici che, spesso, già stanno dicendo ai ragazzi quanto lo Stato (la comunità) crede in quello che essi fanno: ossia poco o niente…

Il punto è che si continua a pensare alla scuola come a un’isola, non figlia e sorella della società in cui essa è, in cui tutti siamo: ma se la scena mondiale è dominata da quattro anziani ‘bulli’ che fanno della violenza e dell’aggressività il loro distintivo e la loro bussola, che legittimano la forza e la menzogna come strumenti di dominio; se l’economia è regno della competitività sfrenata, dove conta l’accumulo e il debole perisca; se la comunicazione è un semplice prendere atto o, troppo sovente, un solleticare l’immagine tossica del dominatore, facendo leva sugli istinti più bassi e più emotivi del pubblico, da impaurire, da spaventare, per invocare ‘legge e ordine’; se la demografia ci dice di una società sempre più vecchia, sempre più nostalgica… e ugualmente violenta (perché l’aggressività non è certo solo dei ragazzi)…
E se, soprattutto, ogni azione violenta non fa altro che produrre una semplice idea di repressione per accontentare il pubblico che beve da tv, giornali e social le continue narrazioni di mostri, evitando ogni analisi, ogni richiamo alla realtà… bene, se tutto questo accade, crediamo davvero che la barchetta sgangherata della scuola possa attraversare indenne la tempesta, con il suo carico di umanità fragile, disorientata, in formazione? Che la scuola salvi, guarisca, rammendi, essa sola, essa unica?

I giovani, la scuola, tutti assorbono questo clima velenoso di violenza. Una scuola che è stata piegata (e piagata) nel corso degli anni da logiche che sono solo economiche e non certo educative. E ci si stupisce di quanto accade?
Il tempo pieno, l’aumento delle ore di presenza a scuola, soprattutto negli anni delicatissimi della preadolescenza, non aumenta, anzi; le ore di scienze motorie sono le medesime da decenni; i percorsi artistici e creativi sono lasciati alla buona volontà di qualche insegnante generoso, senza una vera ideazione globale; le biblioteche scolastiche sono aperte a macchia di leopardo; le classi pollaio, che per il ministro non inficiano il clima educativo, sono non raramente la norma, soprattutto in quartieri e in istituti dove il disagio richiederebbe ben altre presenze di adulti; gli sportelli psicologici, quando ci sono, hanno la disponibilità di una manciata di ore; pochi i percorsi per i genitori, e spesso così facoltativi che ci va chi non ne ha veramente bisogno: e come raggiungere allora le famiglie, prima che esploda la cronaca? Senza parlare del far west del mondo digitale, che si fatica a regolare per non toccare interessi molto corposi.

Ora, si parla di mettere in certi casi i metal detector nelle scuole e simili azioni di matrice più poliziesca che educativa; l’ottica, pur nell’aumento dei reati, è insomma quella della repressione, che senza una seria prevenzione è semplicemente propaganda pseudo-rassicurante.
Invece, tanto per stare ai numeri, l’attuale governo ha portato il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, che nasce nel 2016 con una dotazione di 100 milioni, a 3 milioni; il Fondo politiche giovanili è stato dimezzato; il Fondo per l’infanzia e l’adolescenza ha perso il 10%; i comuni devono far fronte a bisogni crescenti con bilanci più magri (fonte Dataroom, Corriere della sera); la quota di PIL spesa in istruzione è scesa al 3.9%, dando all’Italia l’invidiabile posto di terz’ultimo paese in UE dopo Romania e Irlanda, contro una media UE del 4.7% (fonte Openpolis).

Di cosa, dunque, stiamo parlando?

E ma la famiglia… ma la scuola, signora mia, i giovani di oggi, i professori…
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Sergio Di Benedetto 02/02/2026)

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Vedi anche il post precedente:


La denuncia dell’Ong: «Centinaia di migranti dispersi tra Tunisia e Lampedusa nei giorni del ciclone Harry»

La denuncia dell’Ong: «Centinaia di migranti dispersi 
tra Tunisia e Lampedusa nei giorni del ciclone Harry»

Almeno otto imbarcazioni partite da Sfax sono scomparse nel nulla durante le bufere di fine gennaio. Mediterranea Saving Humans lancia l'allarme sulla più grande tragedia degli ultimi anni, denunciando il silenzio dei governi di Italia e Malta

Moltissime le imbarcazioni partite dalle coste nordafricane in contemporanea all'emergere del ciclone Harry.
ANSA/CECILIA FERRARA

Negli ultimi giorni sono emersi nuovi elementi e nuove voci raccolte dai Refugees in Libia e Tunisia che segnalano come la situazione dei dispersi nel Mar Mediterraneo sia estremamente critica. Dura la denuncia da parte del presidente di Mediterranea Saving Humans, Laura Marmorale: «Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito». Sono almeno 380 le persone che risultano disperse nel mediterraneo dal 24 gennaio. 

L’allerta raggruppa una serie di imbarcazioni, otto, partite separatamente dalle sponde di Sfax, costa orientale della Tunisia. La loro partenza verso l’Europa è avvenuta in contemporanea allo scoppiare dell’emergenza legata al ciclone Harry, che ha reso le condizioni del mare impraticabili per una traversata di questo tipo: onde di oltre 7 metri e raffiche di vento che raramente si sono registrate nel Mediterraneo.
Le testimonianze di Refugees forniscono una panoramica completa dell’emergenza vissuta in questo periodo. Dal 15 gennaio sono aumentate pressioni da parte dei militari tunisini negli accampamenti degli uliveti intorno alla città di Sfax e, di conseguenza, è stata allentata la stretta dei controlli sulle spiagge. 

Questo ha aperto le porte dei vari convogli a inseguire il sogno del vecchio continente.
Ma il tratto di costa che va da Sfax a Mahdia è diventato un perimetro di sogni infranti. 

Si stima che un singolo trafficante, noto come Mohamed “Mauritania”, abbia coordinato la partenza di cinque convogli, ciascuno con a bordo oltre 50 persone. I numeri della tragedia si snodano lungo i chilometri della costa: tra il km 19 e quello 21 sono salpate dieci imbarcazioni, altre sette dal km 30. Di queste solo una ha raggiunto Lampedusa. A bordo c’era il sopravvissuto Ramadan Konte.
Delle altre imbarcazioni non resta traccia, se non nelle denunce di chi resta. Mentre decine di corpi vengono recuperati dalle autorità maltesi e dalle navi civili, la portata di quanto accaduto sembra superare di gran lunga le scarne versioni ufficiali. 

In questo vuoto di comunicazione e soccorsi, il Mediterraneo centrale si conferma la rotta della morte, dove il silenzio delle istituzioni italiane e maltesi risuona più forte del rumore delle onde che hanno inghiottito centinaia di vite.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Paolo Fischiardi 02/02/2026)

lunedì 2 febbraio 2026

2 febbraio Festa di famiglia!

2 febbraio
Festa di famiglia!


Il compleanno non è un giorno come gli altri, è un giorno che tutti ricordiamo perché è un giorno che segna l'inizio di una storia, e come tale andrebbe sempre festeggiato perché è l'avvio di una vita nuova che inevitabilmente coinvolge anche altre vite e altre storie... a cominciare da quella della famiglia per poi allargarsi aprendosi ad altre realtà, ed è un giorno in cui di solito con il passare degli anni diventa un'occasione per riflettere sul presente, sul passato e per fare progetti per il futuro...

Anche i social tengono conto dell'importanza di questo giorno e ci ricordano puntualmente i compleanni degli "amici".
Proprio perché apprezziamo questa attenzione, anche noi di Quelli della Via vogliamo raccoglierne l'esempio e comunicare a tutti che oggi è una data importante per noi, e ci piace condividerne il ricordo con chi ci segue.

"Quelli della Via" è come una famiglia, il cui "capostipite" è "TEMPO PERSO", infatti è con questo piccolo sito che nel Maggio del 2002 è cominciata la nostra vita nel web, abbiamo pensato molto al nome e, anche dopo tanti anni, siamo ancora soddisfatti della scelta perché pensiamo che ci rappresenti, e, visto che poteva essere frainteso, fin da subito abbiamo voluto spiegarne il senso; la HOME era quasi un manifesto in cui si evidenziava quello che sarebbe stato il nostro percorso ed alcune figure di riferimento. 
Ecco un piccolo e apparentemente insignificante, ma per noi importante, esempio dello stile scelto: 
AVVISO AI NAVIGANTI in questo sito non ci sarà un contatore delle visite non ci importano i numeri ci interessano le Persone per questo, se vuoi, potrai lasciare UNA TRACCIA, LA TUA, inviandoci un pensiero, un'idea, un consiglio, oppure scrivici quello che ti senti di comunicarci, nello stile della massima libertà, da uomini e donne veramente responsabili tempo-perso@libero.it

TEMPO PERSO non è rimasto solo e il 2 febbraio 2010 è "nato" il blog "PIETRE VIVE".

Ecco la data importante per noi che oggi vogliamo festeggiare con tutti coloro che ci seguono e in qualche modo sono diventati la "famiglia allargata" di Quelli della Via che dal 20 agosto 2010 comprende anche la Pagina/Community in facebook Quelli della Via  (che in questo momento risulta avere 14.698 Follower, e per noi non sono numeri, ma persone che ci hanno dato la loro fiducia).

Con questo post abbiamo voluto celebrare il "compleanno di Pietre Vive", ripercorrendo  insieme a chi si sente parte di questa "famiglia", alcune tappe del nostro passato per poterne apprezzare il presente e ritrovare una rinnovata energia per affrontare il futuro. 

Per concludere di seguito segnaliamo il link al primo post pubblicato che è come il primo passo di un neonato, incerto, ma fondamentale; da quello infatti ne sono seguiti tanti altri, fino ad oggi 16.136!