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domenica 5 luglio 2026

La breve ma intensa e significativa visita pastorale di Leone XIV a Lampedusa sulle orme di quella di Papa Francesco

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE A LAMPEDUSA

Campo sportivo "Arena" in Località Salina
Sabato, 4 luglio 2026

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Da Lampedusa, lembo del vecchio continente nel Mediterraneo, l’accorato appello di Leone XIV

Il rispetto della dignità dei migranti
responsabilità epocale per l’Europa


E agli abitanti dell’isola, tra cui diversi sopravvissuti ai naufragi, dice:
«Il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia»

«Da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee». Per questo motivo Leone XIV si è recato sabato 4 luglio in visita pastorale a Lampedusa, sulle orme del predecessore Francesco, che scelse l’isola siciliana come meta del primo viaggio del suo pontificato.

Papa Prevost lo ha spiegato nella messa celebrata al campo sportivo alla presenza di quattromila fedeli, evidenziando come su questi temi il vecchio continente possieda «un potenziale unico, che deriva dalla sua storia e dalla sua cultura» ma anche «una pari responsabilità». L’Europa, ha detto, «è in grado di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare». Il tutto «vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona». Si tratta, ha chiarito, di «un compito delle istituzioni pubbliche, ma anche di tutta la società civile e della Chiesa», ha aggiunto con la forte denuncia che «i morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese sia di decisioni mancate».

Iniziata con una toccante sosta di preghiera al cimitero dell’isola, la visita di Leone XIV è proseguita poi alla Porta d’Europa dove è stato accolto da alcuni migranti, e al Molo Favaloro, da oggi intitolato a Papa Bergoglio. Infine la celebrazione della messa sotto lo sguardo della Madonna di Porto Salvo, la cui immagine era presente sull’altare. Dopo il rito Leone XIV è tornato all’aeroporto dell’isola per salire sul velivolo che alle 14.04 è atterrato a Roma-Ciampino. Da lì il rientro in Vaticano.
(fonte: L'Osservatore Romano 04/07/2026)

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In un minuto la visita di Leone XIV a Lampedusa

Il racconto con le immagini esclusive di Vatican Media della mattinata del Papa sull'isola pelagia


Una visita caratterizzata da gesti significativi e dalla celebrazione della Messa nel Campo sportivo “Arena” di Lampedusa. E' durata alcune ore la permanenza di Papa Leone sull'isola del Mediterraneo e sulle orme di Papa Francesco che scelse questo luogo, l'8 luglio 2013, come primo posto da visitare fuori dal Vaticano. Giunto intorno alle 9, il Pontefice ha prima reso omaggio alle vittime del mare nel cimitero di Lampedusa e poi ha attraversato la Porta d'Europa. A seguire la benedizione di una targa che decreta il cambio di nome del molo dell'isola, dedicato ora a Papa Francesco. Infine la Messa e il ritorno in Vaticano.
(fonte: Vatican News 04/07/2026)


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Pere approfondire vedi anche:


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
5 Luglio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, ringraziamo il Padre, Signore del cielo e della terra, che in Cristo Gesù ci ha rivelato il mistero del suo Regno, il suo disegno, cioè, di radunare nell’umanità risorta di Gesù tutte le genti. Uniti a Lui, nostro Fratello e Signore, innalziamo al Padre le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Si compia , o Padre, la tua volontà

Lettore

- Dona, o Padre, alla tua Chiesa una viva coscienza di essere il tuo popolo santo, chiamato ad essere, in mezzo all’umanità, strumento e sacramento del tuo disegno di fraternità universale. Il tuo Santo Spirito la tenga strettamente unita a Cristo Gesù, il Figlio del tuo compiacimento, per imparare da Lui la mitezza, l’apertura all’altro e la semplicità. Preghiamo.

- Tu, o Dio, sei il Padre dei poveri, degli afflitti, degli scartati, dei torturati e di quanti sono ridotti in schiavitù. Questo nostro mondo fondato sul potere delle armi e del denaro produce disuguaglianze e miseria. Abbatti i potenti ed i sapienti nei pensieri del loro cuore, perché il grido di giustizia e di solidarietà che sale dai piccoli e che oggi risuona potente nei gesti e nelle parole di papa Leone a Lampedusa, possa trovare orecchie che sappiano ascoltare e braccia che sappiano accogliere. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Padre, tutte le famiglie e tutte quelle persone che fanno fatica a ripartire e che si ritrovano in gravi difficoltà economiche. Ricordati di chi nel silenzio e nell’assenza dei servizi sociali si ritrova a servire un malato grave o una persona disabile difficile da gestire. Preghiamo.

- Ti preghiamo, o Padre, per noi e per le nostre case. Guida Tu i nostri passi, perché alla scuola di Gesù, tuo Figlio e nostro fratello, impariamo a crescere in umanità ed a saper costruire rapporti, che promuovano la vita, perché improntati sulla giustizia e sulla misericordia. Preghiamo.

- Davanti a te, o Padre misericordioso, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo dei migranti cinicamente fatti morire nel Mar Mediterraneo, ci ricordiamo delle vittime della violenza nelle famiglie e tra i giovani. Dona a tutti di contemplare il tuo Volto di luce. Preghiamo.


Per chi presiede

Radunati attorno alla tua mensa, o Padre, abbiamo invocato la tua misericordia. Fa’ che, rimanendo uniti a Cristo, il mite e l’umile di cuore, possiamo portare frutti di amore e di bontà. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

AMEN.



"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 35 - 2025/2026 - XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

I sapienti e gli intelligenti secondo la mentalità del mondo vanno in cerca di un dio sapiente, forte e potente. Sono coloro che sanno bene come vanno le cose della vita e come bisogna districarsi in esse. Ai piccoli, agli infanti, a coloro che non hanno voce in capitolo e ai quali è precluso persino l'uso della parola (népioi = senza parola) è, invece, rivelato il mistero d'amore del Padre che è suo Figlio Gesù, fratello nostro, giogo soave che non schiaccia, non umilia e non condanna, ma risana il cuore di ogni creatura umana donando a tutti vita e gioia. In Gesù, Shabbat definitivo e pienezza della creazione, scopriamo la vera Sapienza di Dio nella debolezza e nella fragilità della sua umanità. Una Sapienza che i sapienti di questo mondo rifiutano e irridono, perché ai loro occhi è «scandalo e follia», precludendosi, così, l'accesso alla pienezza della vita. Il dono della conoscenza di Dio, invece, è riservato ai piccoli, a coloro che sono consapevoli di non valere niente, che però sono coscienti che questo niente risulta essere il solo luogo dove ogni carne può accogliere l'infinita ricchezza di Colui che è tutto.


sabato 4 luglio 2026

LE COLONNE NASCOSTE DEL MONDO - Un piccolo, un bambino capisce subito se gli vuoi bene o no... E' questo il segreto semplice della vita. I piccoli, i peccatori, gli ultimi della fila hanno capito la rivoluzione della tenerezza di Dio. - XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

LE COLONNE NASCOSTE DEL MONDO


Un piccolo, un bambino capisce subito se gli vuoi bene o no... 
E' questo il segreto semplice della vita. 
I piccoli, i peccatori, gli ultimi della fila hanno capito 
la rivoluzione della tenerezza di Dio.


In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero». Mt 11,25-30
  
LE COLONNE NASCOSTE DEL MONDO
 
Un piccolo, un bambino capisce subito se gli vuoi bene o no... E' questo il segreto semplice della vita. I piccoli, i peccatori, gli ultimi della fila hanno capito la rivoluzione della tenerezza di Dio.


Ti ringrazio Padre perché hai rivelato queste cose ai piccoli.

Gesù adesso vede che la preferenza di Dio per i piccoli non è finita: addita i bambini come modello dei credenti. I poveri sono le colonne segrete della storia, i piccoli sono le colonne nascoste del mondo. Prendersi cura di loro, come fa Dio, vuol dire prendersi cura del mondo intero. L’economia della piccolezza esce diretta del cuore di Dio: beati voi poveri, disarmati, affamati, perseguitati…

Che cosa era successo? Gesù vive un brutto momento: aveva sperato che tutti, ma soprattutto i più attenti, scribi sacerdoti farisei, i primi della classe, avrebbero capito il suo messaggio. Invece succede esattamente il contrario. Giovanni Battista è arrestato, Gesù è contestato al tempio, i villaggi attorno al lago, dopo il primo entusiasmo si sono allontanati. Ed ecco che in quell’aria di sconfitta, si apre davanti a Gesù un capovolgimento improvviso: il posto che sembrava rimasto vuoto, lo riempiono i piccoli: pescatori, poveri, malati, i poco di buono, vedove, bambini, pubblicani. Ti ringrazio, Padre, perché hai parlato a loro, e loro ti hanno capito.

Gesù non se l’aspettava. Un piccolo, un bambino capisce subito se gli vuoi bene o no. In fondo è questo il segreto semplice della vita. Non ce n’è un altro, più profondo. I piccoli, i peccatori, gli ultimi della fila hanno capito la rivoluzione della tenerezza di Dio.

Ma poi Gesù fa un ulteriore passo avanti. Venite a me, voi che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Non è difficile Dio: sta al fianco di chi non ce la fa, porta quel pane d’amore di cui ha bisogno ogni cuore stanco. Venite, vi darò ristoro. E non già vi darò un catechismo o una morale, ma il conforto del vivere. Se il Vangelo che predico non è di conforto a chi ascolta, non è Cristo quello che io annuncio: nominare Cristo deve equivalere a confortare la vita, altrimenti le mie parole sono la tomba della risposta di Dio e della domanda dell’uomo.

Imparate da me, cioè imparate dal mio cuore, dove è custodito l’alfabeto della vita. Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero. Cosa sta dicendo Gesù a noi che abbiamo fatto di tutto per scuoterceli di dosso i gioghi? Il mio giogo, dice Gesù. Un giogo che rimane suo, non ce lo butta addosso.

La parola coniuge significa, nella sua radice, “con lo stesso giogo”. Coniuge è il marito, la moglie, colui che cammina al tuo fianco e al tuo passo, aggiogato allo stesso sogno. E Gesù è il nostro Cireneo, aggiogato alla mia croce, al mio sogno. Un liberatore venuto a rendere leggera e fresca la religione, a toglierci di dosso pesi e perciò amato dai piccoli e dagli oppressi della terra. Gesù, il senza potere, libero come il vento, leggero come la luce, fonte di libere vite.


Leone XIV abbraccia Lampedusa: come Francesco vi accompagno e vi sostengo

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE A LAMPEDUSA

Campo sportivo "Arena" in Località Salina
Sabato, 4 luglio 2026

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Leone XIV abbraccia Lampedusa:
come Francesco vi accompagno e vi sostengo

Il Papa nel campo sportivo "Arena" saluta la comunità dell'isola riunita per la Messa. Prima della celebrazione e dopo il saluto del sindaco, alcune parole per ricordare Papa Francesco e assicurare "che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia". Poi l'invito a rendere "il mondo di oggi e di domani sia più umano per tutti"

Il Papa benedice la stele con cui il noto Molo Favarolo di Lampedusa viene rinominato "Molo Papa Francesco"

I lampedusani la voce del Papa la ascoltano dopo circa un'ora dal suo arrivo, quando nel campo sportivo Arena della località Saline, Leone XIV spezza il silenzio che ha permeato la prima parte della visita e prende parola per ringraziare tutta la comunità per la calorosa accoglienza. Il primo pensiero è per Papa Francesco, il Pontefice che nel 2013 rese questo ruolo epicentro della tragedia migratoria e altare della solidarietà: “Il fatto che abbiate voluto intitolare il Molo Favaloro a Papa Francesco è segno del legame che il mio predecessore ha stabilito con la vostra comunità e con i fratelli e le sorelle migranti”

Il Papa vi è stato vicino in questo tempo per voi molto impegnativo. E oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia.

L'abbraccio del Papa alla comunità

Applausi fragorosi si elevano per il Pontefice da questa distesa di sedie e transenne, di cappellini bianchi e gialli, da dove sventolano bandierine con l'immagine scelta per la visita o le braccia che cantano l'immancabile Jesus Christ you are my life o intonano cori di "Si vede, si sente, Leone è qui presente". Il sole picchia forte, viene spruzzata acqua sui fedeli e ogni tanto una folata di vento o qualche nuvolone permette di respirare e aprire gli occhi. Circa 4 mila i fedeli presenti, tra cui il medico ed eurodeputato Pietro Bartolo e il cantante Claudio Baglioni, citato pure dal sindaco Filippo Mannino nel suo indirizzo di saluto.

Papa Leone tra i fedeli lampedusani (@Vatican Media)

"Qui per celebrare l'Eucarestia"

Il Papa attraversa la folla in jeep scoperta e benedice bambini e doni. Dal palco dalla impalcatura semplice dove è sistemata la statua della Madonna di Porto Salvo, patrona di Lampedusa, saluta i fedeli di Lampedusa e Linosa. Non è venuto a fare discorsi, Papa Leone. Lo dice lui stesso nel suo breve saluto: “Sono venuto a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi”. “Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione”, afferma.

Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, per tutti.

Un messaggio che dalla estrema punta dell'Europa, risuona quieto ma fragoroso in ogni angolo del Vecchio Continente.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio)


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Saluto di Papa Leone XIV


Signor Sindaco,
Grazie, grazie!
Signor Sindaco,
Eccellenza, distinte Autorità,
cari fratelli e sorelle!


Ringrazio il Signor Sindaco per il saluto che mi ha rivolto a nome del Comune di Lampedusa e Linosa, e ringrazio tutti voi per la vostra accoglienza!


Il fatto che abbiate voluto intitolare il Molo Favaloro a Papa Francesco è segno del legame che il mio Predecessore ha stabilito con la vostra comunità e con i fratelli e le sorelle migranti: il Papa vi è stato vicino in questo tempo per voi molto impegnativo. E oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia.


Non sono venuto per fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione. Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, più umano per tutti.


Grazie!

ENZO BIANCHI: I lefebvriani rifiutano l’ultimo Concilio, gli altri però li accettano

I lefebvriani rifiutano l’ultimo Concilio, 
gli altri però li accettano
di Enzo Bianchi


(Pubblicato su il "Fatto Quotidiano" .- 02-06.2026)

Ieri, significativamente nella festa del Preziosissimo Sangue, si è consumato il doloroso scisma tanto temuto: la Fraternità San Pio X, fondata da monsignor Lefebvre, ha consacrato senza il mandato del Papa quattro nuovi vescovi incorrendo nella scomunica prevista dalla tradizione e dal diritto canonico. Leone XIV alla vigilia di questo evento ha indirizzato una lettera al capo della Fraternità, don Pagliarani, chiedendogli umilmente e fraternamente di “non lacerare la tunica inconsutile di Cristo, peccato di estrema gravità!”. Leone XIV si dichiara “disposto con tutta la chiesa a un percorso di dialogo e di intesa” riconoscendo ciò che sta a cuore alla fraternità come la liturgia, l'impegno nella formazione sacerdotale e il desiderio di fedeltà alla tradizione.

Ma nonostante questo appello, in sintonia con gli atteggiamenti di misericordia tenuti da Benedetto XVI e da Papa Francesco, oggi la rete della pesca ecclesiale si è spezzata, la tunica è stata strappata ...

Sappiamo bene che il cristianesimo fin dai suoi inizi ha conosciuto divisioni e contrapposizioni, come testimoniano gli scritti del Nuovo Testamento, e sappiamo che dovremmo parlare di cristianesimi al plurale e non di un cristianesimo, ma resta vero che nella chiesa cattolica questo scisma è una novità! Non è come quello causato e non voluto da Lutero, che cercò di salvare la grazia del Vangelo contro la mercificazione e l'autogiustificazione umane, ma è un rifiuto dello sviluppo della dottrina cattolica, sviluppo garantito da un Concilio ecumenico e dai papi Giovanni XXIII e Paolo VI.

Bisogna avere il coraggio di dirlo: i lefebvriani non hanno intrapreso una loro strada fino allo scisma solo a causa della liturgia rinnovata dalla riforma conciliare, ma di fatto reclamano e dichiarano che la fede cattolica è quella professata, predicata, fatta catechesi per il popolo fino al Concilio! Si abbia il coraggio di dirlo invece di nutrire un orgoglio cattolico romano che pretende che la fede sia sempre la stessa. No, non è vero! Certo, il Credo è sempre lo stesso, niceno-costantinopolitano, ma la dottrina consegnata ai fedeli cambia ed è cambiata. Io ne sono testimone perché sono giunto con una limpida, chiara e sincera fede tridentina a vent'anni nell'ora del Concilio e ho dovuto operare una conversione: la mia fede oggi non è più quella della mia giovinezza. Ecco, i lefebvriani si sono arrestati a quel punto: non accettano paradossalmente l'evoluzione ultima mentre hanno accettato le evoluzioni precedenti che hanno portato a radicali innovazioni dottrinali come l'infallibilità pontificia sancita dal Concilio Vaticano I!

Ora, l'abbiamo visto ieri, c'è una significativa porzione di chiesa che se ne è andata: è tutta scomunicata o sono scomunicati solo i vescovi? E chi riceve da loro i sacramenti è scomunicato? Non è facile rispondere. Ieri alla consacrazione erano presenti migliaia di fedeli, centinaia di presbiteri, di suore, domenicani e cappuccini... La liturgia era un pontificale in concorrenza con i pontificali romani, i canti gregoriani più belli e più adatti alla liturgia cattolica dei canti postconciliari delle nostre chiese e l'atmosfera certamente un invito alla preghiera!

Leone XIV dovrà anche con questi scomunicati mantenere un atteggiamento di misericordia: sono sempre nostri fratelli anche se scismatici e non vanno assolutamente demonizzati né disprezzati. Nell'omelia Pagliarani diceva: “Noi amiamo il Papa, noi ubbidiamo al Papa, ma vogliamo allontanarlo dai falsi pastori, dalle false religioni, dal dialogo con i cristiani fuori dalla chiesa”. Ma proprio questo dall'Ecclesiam suam di Paolo VI non è più possibile: il Papa non rinnega Cristo dialogando con uomini di altre religioni, né lavorando per la pace con uomini non cristiani o non credenti... Il successore di Pietro ormai può solo dire in obbedienza a Gesù: “Noi siamo tutti, tutti fratelli!”. Purtroppo proprio questo è negato da questa porzione di chiesa!

(Fonte blog dell'autore)

venerdì 3 luglio 2026

Per curare le ferite del Venezuela di Tonio Dell'Olio

Per curare le ferite del Venezuela 
di Tonio Dell'Olio


Di per sé il Venezuela non avrebbe bisogno di tendere la mano e chiedere aiuti per curare le ferite dolorose e profonde del terremoto. Gli basterebbe poter disporre delle proprie cospicue risorse congelate dagli Usa negli Usa.

Parliamo innanzitutto di CITGO, la raffineria statunitense controllata dalla compagnia petrolifera venezuelana PDVSA, da anni al centro di sequestri, contenziosi giudiziari e procedure di vendita per soddisfare i creditori del Venezuela. A questi si aggiungono miliardi di dollari di attività finanziarie immobilizzate nell'ambito del regime sanzionatorio insieme a riserve, depositi bancari e altre disponibilità riconducibili allo Stato venezuelano. Diverse stime parlano di oltre 30 miliardi di dollari tra attività bloccate e accesso negato a finanziamenti internazionali. Ci sarebbero anche i 700 milioni di dollari che nell’agosto 2025 gli Usa hanno dichiarato di aver sequestrato all’ex presidente Nicolàs Maduro! Un'iniziativa di questo tipo da parte degli Stati Uniti potrebbe aprire una stagione diversa nelle relazioni tra i due Stati, favorendo soluzioni che restituiscano al Venezuela risorse indispensabili per acquistare medicinali, ricostruire infrastrutture e rilanciare un'economia allo stremo. Restituire ai venezuelani ciò che appartiene ai venezuelani sarebbe un atto di giustizia prima che di solidarietà. Toc toc – dice la particella di cloro che bussa alla Casa Bianca – c’è nessuno?

(Fonte: Mosaico dei giorni - 02.07.2026)

giovedì 2 luglio 2026

Il 4 luglio papa Leone sarà a Lampedusa. L’omaggio ai migranti morti in mare - Mons. Lorefice: “La Sicilia sia una zattera capace di custodire il cuore umano del Mediterraneo”


Il 4 luglio papa Leone sarà a Lampedusa.
L’omaggio ai migranti morti in mare

Secondo i dati dell’Oim oltre 1200 persone sono morte nel Mediterraneo nei primi mesi del 2026. Il molo dell’isola sarà intitolato a papa Francesco

Sulla costa di Lampedusa l’opera “Porta d’Europa”, di Mimmo Paladino, installata nel 2008
 in memoria dei migranti deceduti e dispersi in mare nel tentativo di raggiungere la terra. 
ANSA/CIRO FUSCO

Il 4 luglio papa Leone sarà a Lampedusa. Non negli Stati Uniti. Il pontefice visiterà la piccola isola agrigentina, estremo lembo meridionale d’Italia, situata più a sud della Tunisia.

In quella stessa data, gli Stati Uniti celebreranno i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza, firmata a Philadelphia avvenuta nel 1776: è la data che si considera quella della nascita della nazione americana. Donald Trump aveva invitato negli Usa il primo pontefice americano (anzi pan-americano) della storia.

Ma il pontefice nato e cresciuto a Chicago ha rifiutato l’invito. Rifiuto, probabilmente, ribadito anche al vicepresidente statunitense James David Vance che lo scorso 19 maggio si è recato in visita in Vaticano. Vance è cattolico (si è convertito e battezzato nel 2019) studiando i testi di Sant’Agostino e dandone un’interpretazione originale.

Papa Leone non andrà negli States, almeno nel 2026. E in quella stessa data, emblematicamente, sarà invece a Lampedusa. Certamente una coincidenza ma che in qualche modo non è passata inosservata. Leone avrebbe potuto recarsi a Lampedusa una settimana prima o dopo. Ma la data prescelta è quella del Freedom 250. Mentre il suo Paese di nascita celebra l’importante anniversario, papa Leone sarà nell’isola, terra di frontiera, simbolo di accoglienza e solidarietà, per rendere omaggio ai migranti morti in mare.

Papa Leone sulle orme di Francesco, che per il suo primo viaggio pastorale dopo l’elezione a pontefice scelse proprio Lampedusa. In tutti è ancora vivo il ricordo dell’8 luglio 2013, dell’omaggio alla Porta d’Europa, della messa celebrata su un altare allestito su un’imbarcazione naufragata, delle parole vibranti del nuovo papa.

Leone XIV atterrerà a Lampedusa alle 9, dopo la partenza da Ciampino alle 7.15. La visita durerà per tutta la mattina e ripartirà alle 13.15. Il papa visiterà i luoghi simbolo dell’isola. La prima tappa è al cimitero, con l’omaggio ai migranti defunti. Poi il papa si recherà alla Porta d’Europa, il monumento ai migranti morti in mare nella parte meridionale dell’isola, opera d’arte di Domenico Paladino. Al Molo Favaloro dove il papa benedirà la targa che intitolerà ufficialmente il molo a papa Francesco. Qui potrà salutare personalmente alcuni migranti e rivolgerà un saluto personale ad alcuni migranti presenti.

Alle 10.30 è prevista la celebrazione della Santa Messa. Accanto all’altare ci sarà l’effige della Madonna di Porto Salvo, protettrice dell’isola e dei naviganti. Leone XIV saluterà poi i rappresentanti delle istituzioni (è stata annunciata la presenza del presidente della Regione, Renato Schifani), i volontari impegnati nell’accoglienza e i bambini ammalati. A fine mattina il decollo da Lampedusa verso Ciampino.

Leone XIV ha voluto dare continuità al messaggio di papa Francesco in un momento in cui i riflettori sono sempre accesi sul Mediterraneo che, solo nei primi sei mesi del 2026, ha visto morire più di 1200 persone. Lo scorso anno erano state 700. I dati sono stati diffusi nei giorni scorsi dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim).

«Esistono mostri che si aggirano in questi mari», ha detto appena 20 giorni fa durante la visita alle Canarie. Era l’11 giugno e il pontefice stava concludendo la visita in Spagna toccando anche le otto isole dell’arcipelago dell’Atlantico. Il pontefice aveva reso omaggio ai migranti, inchinandosi emblematicamente davanti a loro. «Non siete numeri – disse Leone nel suo discorso – né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare».

Ora, il papa che nel suo primo anno di pontificato ha già toccato molti Paesi, nelle diverse latitudini, sarà a Lampedusa. Ad accoglierlo ci saranno l’arcivescovo di Agrigento Alessandro Damiano, il presidente della Regione, Renato Schifani, il sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino. Ci saranno i 6500 lampedusani, tutti concentrati nell’unico comune e nelle strutture turistiche lungo la costa, oltre che nell’isola di Linosa (500 abitanti). Ci saranno anche i turisti, presenti in gran numero nell’isola.

Lampedusa per un giorno sarà al centro della storia per raccontare a tutti il dramma dei migranti e la storia di un’isola che parla il linguaggio dell’accoglienza. In passato non sono mancati (e non mancano ancora oggi) manifestazioni di protesta e di intolleranza razziale. Ma l’isola ha un’identità e un secondo nome: si chiama “accoglienza”. Porta aperta dell’Europa che tra mille difficoltà e incertezze continua a ricevere i flussi migratori dal Nord Africa e non solo.
(Fonte: Città Nuova, articolo di Francesca Cabibbo 01/07/2026)

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Papa a Lampedusa. 
Mons. Lorefice: “La Sicilia sia una zattera 
capace di custodire il cuore umano del Mediterraneo”

Il viaggio di Papa Leone XIV a Lampedusa richiama il Vangelo e il diritto alla mobilità. Mons. Lorefice invita a superare l’emergenza, riconoscere la dignità dei migranti e ritrovare il senso comunitario per evitare nuove tragedie nel Mediterraneo

Agorà Spazio Migrante(S)

Sabato 4 luglio, Papa Leone XIV sbarcherà a Lampedusa. Un viaggio carico di profezia che tocca il cuore ferito del Mediterraneo, a poco meno di un mese da quello compiuto dal Pontefice alle Canarie. Per comprendere la portata di questo appuntamento noi giovani della redazione di “Agorà” abbiamo incontrato mons. Corrado Lorefice. Nominato lo scorso 26 maggio Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI l’arcivescovo di Palermo invita a superare la logica dell’emergenza per riscoprire il diritto alla mobilità, la fedeltà al Vangelo e il valore civile della nostra Costituzione.

Eccellenza, la sua recente elezione a Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI e della Fondazione Migrantes le affida una responsabilità nazionale. Come vive questo incarico in vista dell’imminente visita di Papa Leone a Lampedusa?

Mons. Corrado Lorefice
“Questa nomina significa che le Chiese italiane affidano alla Migrantes un compito essenziale: tenere aperto, nel cuore delle nostre comunità, il Vangelo di Gesù. Oggi più che mai dobbiamo riconoscere nelle persone in mobilità — e nelle sfide culturali e politiche che questo tempo comporta — un vero ‘segno dei tempi’, un luogo teologico della presenza del Signore che chiede accoglienza. La massima responsabilità delle nostre Chiese è far sì che sulla mobilità si pensi e si agisca a partire dal Vangelo. Possiamo così aiutare le istituzioni, a partire dal governo nazionale, a non perdere mai di vista che parliamo di esseri umani con attese, storie e relazioni, custodendo l’umanità in un momento di grande rischio di disumanizzazione”.

Lei ha detto che le stragi nel Mediterraneo non sono fatalità, ma il frutto di scelte precise e di precise politiche di accoglienza…

“Sì, perché non possiamo parlare semplicemente di tragedia. Non è una fatalità se oggi i confini vengono presidiati seguendo la sola logica dell’emergenza e dell’invasione. Se la presenza del migrante viene letta solo così, e non come un dato costitutivo del nostro tempo nella casa comune, ci viene precluso l’approccio umano. Ogni uomo ha diritto alla mobilità, a maggior ragione se scappa da una povertà che ne limita la dignità o da guerre che creano morte e distruzione. Dobbiamo superare la categoria dell’emergenza per guardare il fenomeno nella sua reale dimensione. Solo così eviteremo i drammi in mare. C’è una responsabilità precisa se non si presidiano le rotte, se si fanno respingimenti o se le leggi europee e italiane non si fondano sul diritto alla dignità della persona. I naufragi silenti ci restituiscono comunque sulle coste i corpi di giovani e bambini. Abbiamo il dovere morale almeno di onorare questi defunti”.

Dopo la strage del 2013 si disse “mai più”, ma la storia è andata diversamente…

“Questo accade quanto più viene meno il senso comunitario. È la crisi che vive l’Europa, dove si esasperano i nazionalismi a discapito della comunità, nonostante l’Unione sia nata proprio perché non accadesse mai più quanto vissuto nel Novecento con due guerre mondiali. Ogni conflitto nasce quando si smarrisce la certezza che nessuno può considerare l’altro come un nemico o un invasore. Papa Francesco ci ha ricordato che il mondo è una casa e un giardino da custodire, che deve accogliere fratelli e non nemici. Senza questo senso comunitario, ogni ‘mai più’ diventa mera retorica. In questi anni abbiamo visto il Mediterraneo trasformarsi in un grande cimitero. Non è più il “lago di Tiberiade” a cui si ispirava la visione di Giorgio La Pira: le sue sponde non sono state capaci di darci la gioia dell’incontro. Più portiamo avanti l’esasperazione identitaria, più cresceranno i nazionalismi e si innalzeranno muri, perdendo la consapevolezza della bellezza di ogni volto umano e del diritto alla mobilità”.

Cosa unisce il magistero sul tema delle migrazioni di Francesco e Leone XIV?

“Papa Leone ha avuto una grande intuizione. Da araldo del Vangelo, colui che custodisce la memoria della Casa Comune, ha offerto una bellissima interpretazione a partire dal lago di Galilea, dove Gesù chiamò Pietro come ‘pescatore di uomini’. È l’immagine che descrive l’identità della Chiesa, e il Papa lo ha ricordato alle Canarie. Il successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi che toccano il cuore del Vangelo: la Chiesa non può ignorare queste acque e il clamore di chi grida nella notte. Ringrazio Papa Leone per aver voluto fortemente essere a Lampedusa il 4 luglio. I suoi discorsi alle Canarie — e accadrà lo stesso a Lampedusa — ricordano molto il primo viaggio di Papa Francesco, le cui domande (‘Adamo dove sei?’, ‘Dov’è tuo fratello?’, ‘Chi ha pianto per loro?’) furono la chiave ermeneutica del suo pontificato. Le parole di Papa Leone, già anticipate nella Magnifica Humanitas, saranno fondamentali per comprendere il Magistero di Leone XIV, e Lampedusa diventerà un topos, un luogo preciso che come Chiese dobbiamo saper abitare”.

Lei ha spesso paragonato la Sicilia a una “zattera” nel Mediterraneo. Quale parola consegna alle comunità cristiane in vista del 4 luglio?

“La nostra collocazione geografica e questo momento storico sono una chiamata precisa del Vangelo. Dobbiamo essere fedeli all’immagine della zattera: pur con le nostre fragilità sociali ed economiche, questa terra è da sempre un approdo. Un legno che galleggia non rifiuterà mai una mano che si vi vuole aggrappare. Siciliani e abitanti delle Canarie hanno il compito di aiutare il mondo a custodire un cuore umano, ripartendo dal diritto alla vita, alla mobilità e alla dignità. Inoltre, la Sicilia è parte dell’Italia, e voglio ricordare che abbiamo una Costituzione donataci da visioni diverse ma unita sui principi fondamentali. Di fronte a questa urgenza antropologica, la Costituzione deve restare la nostra bussola, in particolare con gli articoli 3 e 11. La Sicilia è una zattera che può aiutare l’intera nazione a rimanere aperta a tutti, riconoscendo ogni cultura e religione. È una terra da cui deve continuare a partire il messaggio della pace, proprio in un Mediterraneo ferito dalla distruzione e dal delirio di onnipotenza dei potenti della Terra”.
(fonte: SIR 30/06/2026)

mercoledì 1 luglio 2026

CARD. PIZZABALLA: "Gaza è un disastro, bimbi aggrediti dai topi. Non lasciamo sola la Terra Santa" (Testo e video)

"Gaza è un disastro, bimbi aggrediti dai topi.
Non lasciamo sola la Terra Santa"
Card. Pizzaballa


Il cardinale Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha ricevuto il 29 giugno, a Bergamo, il premio Limes per il Dialogo e la Pace. Il racconto della sua ultima visita nella Striscia, il 22 e il 23 giugno scorsi: "Si viaggia su strade fortuite, in mezzo alle tende, alle fognature. E qui vive la gente. Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori. E una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che mordono. Soprattutto i bambini"


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Servizio TG2000


Guglielmo Gallone - Bergamo
«C'è bisogno di empatia con chi non la pensa come noi»: è questo uno dei messaggi più forti che il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, lancia dal palco del Teatro Sociale di Bergamo, dove lunedì 29 giugno gli è stato consegnato il Premio per il dialogo e la pace dalla rivista italiana di geopolitica Limes. È un messaggio forte anzitutto perché racchiude il senso del pensiero geopolitico, cioè mettersi nei panni dell’altro, ma soprattutto perché arriva dopo una serie di racconti e testimonianze che sembravano rendere quasi impossibile proprio quell'esercizio di immedesimazione.

"Gaza è un disastro"
«Gaza è un disastro», sottolinea il cardinale nel suo dialogo con il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, e raccontando la sua visita nella Striscia, fatta proprio la settimana scorsa, il 22 e 23 giugno, con Teofilo III, patriarca greco ortodosso di Gerusalemme: «Le città sono rase al suolo, livellate, azzerate. Rafah non esiste più. Ciò che a me colpisce di più è il fatto di viaggiare su strade fortuite, in mezzo alle tende, alle fognature. Qui vive la gente di Gaza. Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori. E una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che mordono. Mordono soprattutto i bambini e Gaza è piena di bambini, si vedono ovunque ma, anziché andare a scuola, giocano,
sporchi, accanto alle fogne». Una situazione che non accenna ad alcun miglioramento neppure dopo il cessate-il-fuoco perché, prosegue Pizzaballa, «se un po’ di cibo ad oggi riesce ad entrare, tutto il resto è ancora proibito. I prodotti dual use non possono entrare. E con dual use si intendono persino i banchi di scuola, le matite, i quaderni, il vetro con cui si fanno le finestre. Noi vogliamo riaprire le scuole, ma manca quasi tutto. Si cerca di rimediare riciclando pezzi qua e là. Quel che serve subito, mi hanno detto gli operatori sanitari, è il personale preparato a gestire i traumi psicologici dei bambini e delle mamme. Sarà una questione di cui prendersi cura con la dovuta sensibilità. Lo dirò in modo poco diplomatico, ma io provo una grande pena, non riesco a comprendere». E intanto arrivano le immagini di un attacco aereo israeliano che ha distrutto decine di tende in cui vivevano famiglie palestinesi sfollate, in un'area densamente popolata della Striscia. Donne, bambini e persino persone con disabilità, sono state costrette a trascorrere la notte all'aperto. Otto i morti nella zona centrale e meridionale di Gaza. Due invece le vittime a nord di Khan Yunis, sempre raggiunte da un drone.

La situazione nei territori occupati
Altrettanto drammatica è la situazione in Cisgiordania nello Stato di Palestina, dove, spiega ancora il Patriarca, «non vige la legge e, se c'è, non è fatta per i palestinesi. Ai coloni israeliani viene permesso tutto. Fanno check-point ovunque, tagliano gli alberi, non ti fanno coltivare la terra, aggressioni, furti, insulti sono diventate scene quotidiane». E che si ripetono anche per il fatto di essere totalmente impunite: «Spesso chiamiamo l’esercito israeliano (Idf) affinché intervenga per placare i coloni, ma quando arrivano sono già andati via, come se qualcuno li avesse avvisati per tempo, e così l’Idf finisce per prendersela con noi».

Lo sforzo per il dialogo e la pace
La descrizione di Gaza ridotta a un cumulo di macerie, dei bambini che giocano tra le fogne e vengono morsi dai topi, così come delle aggressioni dei coloni in Cisgiordania, non impedisce però a Pizzaballa di riflettere sull’importanza del dialogo. Una necessità ancor più forte oggi, perché «il 7 ottobre è molto presente nell'animo ebraico e israeliano. Da quel giorno sono cadute le ultime remore». Il cardinale riconosce che oggi Israele «è un insieme di cose» dove «c’è di tutto ma dove, devo dire con dolore, i più duri sono i militari religiosi. Con loro è molto difficile avere un rapporto chiaro e sereno. Le componenti più estreme della popolazione ebraica non sono ancora una maggioranza, ma hanno una crescita di consenso e stanno diventando sempre più rilevanti sul piano politico, con conseguenze però divisive sulla stessa società israeliana».

Come cambia Israele
Lucio Caracciolo, a questo proposito, ricorda il concetto della divisione in tribù della società israeliana, avanzato in particolare dall’ex presidente di Israele, Reuven Rivlin, nel 2015 per descrivere una società frammentata in quattro gruppi demografici distinti che vivono in parallelo, con sistemi educativi separati e stili di vita differenti: i sionisti laici, gli ebrei nazionalisti religiosi, gli ultraortodossi e gli arabi israeliani. Questa divisione, annessa alle statistiche secondo cui gli haredim (gli ebrei ultraordotossi che non riconoscono lo Stato di Israele) stanno crescendo, «sta alimentando una situazione di incertezza nella società israeliana, parallelamente al fatto che Israele continua a sentirsi accerchiato dai Paesi arabi. È anche questo a determinare le scelte di Israele», osserva Pizzaballa. E così sta cambiando anche Gerusalemme, «nella demografia, nella geografia, ma soprattutto nei confini interni e psicologici degli abitanti. Sta mutando la maniera in cui la città è sentita. Fino a poco tempo fa la città vecchia di Gerusalemme era prevalentemente abitata da arabi: adesso è normale vedere ebrei, anche religiosi, ovunque. La popolazione araba cresce di meno e la componente cristiana sta scendendo. Il motivo per cui stanno crescendo gli scontri è legato anche a questo: al fatto che ci si incontra di più e più facilmente. Noi stiamo ormai vivendo in bolle separate. In questi anni la comunità araba di Gerusalemme ha partecipato poco ai fenomeni politici di Gaza e Cisgiordania non per mancanza di solidarietà, bensì per via del controllo ferreo dei militari, ma anche per proteggere quel poco che resta del carattere di Gerusalemme. Il cuore è tutto lì».

"Noi apparteniamo a questa terra"
Ed è proprio al cuore che Pizzaballa torna, dopo un'analisi lucida delle dinamiche politiche, demografiche e militari che attraversano la Terra Santa. «Veniamo da anni di linguaggio, di narrativa violenta ed escludente, da un pensiero sottovalutato divenuto un po' alla volta molto presente», osserva, in linea con Papa Leone XIV che, proprio nella “crisi della parola”, ha identificato una delle radici più profonde dei conflitti attuali. Perciò, l’appello del Patriarca di Gerusalemme dei Latini è rivolto anzitutto all’opinione pubblica e al mondo dell'informazione: «L'informazione che cerca di far capire è importante. Parlatene e non seguite le mode. I giornali ne parlano un po' poi smettono. Quel territorio ci appartiene, anzi: noi apparteniamo a quella terra. Gli israeliani ci dicono: “Perché non parlate anche del Sud Sudan?”. Semplice. Perché noi non abbiamo una relazione col Sud Sudan così come la abbiamo con questa terra. Non dobbiamo isolare, c'è bisogno di empatia, di comprendere, dialogare, senza erigere nuove barriere. Dovete cercare di farci uscire da quel pozzo e non lasciarci dentro». Un auspicio che la calorosa accoglienza bergamasca ha fatto diventare eredità e che da Gerusalemme, con l’impegno e il ruolo del cardinale Pizzaballa, si apre al mondo.

(Fonte: VaticaNews - 30.06.2026)

#Obbedienza e libertà - Il breviario di Gianfranco Ravasi

#Obbedienza e libertà 
Il breviario di Gianfranco Ravasi




L’obbedienza senza libertà è schiavitù, la libertà senza obbedienza è arbitrio.

Chi non ricorda il celebre «Obbedisco» che Garibaldi comunicò al generale Lamarmora che gli ordinava di ritirarsi dal Tirolo nel 1866? In realtà, l’obbedienza per essere una virtù deve accompagnarsi con la minor enfasi e recriminazione possibile. Il teologo Dietrich Bonhoeffer, ucciso dai nazisti nel 1945 a soli 44 anni, ci offre nel motto che abbiamo proposto una regola aurea che merita meditazione e soprattutto esercizio, non solo nella vita religiosa ma anche in quella sociale. L’obbedienza autentica deve sbocciare da una scelta libera, che può essere anche sofferta. Altrimenti è schiavitù. L’obbedienza ignaziana perinde ac cadaver, pur con una formulazione così forte e passibile di equivoco, va proprio nella stessa linea: una volta che tu hai scelto liberamente di aderire a un percorso, devi avere il coraggio della totalità e della radicalità, naturalmente sempre in ordine a quella scelta iniziale della coscienza.

Appare, allora, evidente anche il risvolto del detto di Bonhoeffer: una conclamata libertà che non ammette confini, che non conosce il rispetto dell’altro e dei valori è semplicemente arbitrio e anarchia. Spesso si bercia contro alcuni divieti e norme non per tutelare i sacrosanti diritti della libertà, ma solo per poter fare i propri comodi senza nessun ritegno o vincolo. Uno studioso dei comportamenti storici come Michel Foucault (1926-1984) nel suo saggio Follia, l’assenza di opera non esitava a scrivere che «non esiste una sola cultura al mondo in cui sia permesso di fare tutto».

Certo, l’equilibrio tra le due parti dell’asserto di Bonhoeffer è delicato: schiavitù e arbitrio sono sempre in agguato. Ma la persona matura ne è sempre consapevole e sa che obbedienza e libertà devono coesistere per una vera armonia sociale.
(Fonte: “Il Sole 24 Ore” .- 28 giugno 2026)

martedì 30 giugno 2026

Tonio Dell'Olio: L’importanza di farsi i fatti degli altri

Tonio Dell'Olio
 
L’importanza di farsi i fatti degli altri
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  30 giugno 2026


È accaduto a Moglia (Mantova). Un bambino di appena sette mesi è rimasto per ore accanto alla nonna cinquantanovenne chiamata a custodirlo perché i genitori lavoravano, ma che era morta nella notte per un arresto cardiaco. A salvarlo dalla disidratazione completa non sono state telecamere o sofisticati sistemi di allarme, ma i vicini di casa. Hanno sentito quel pianto insistente, hanno capito che qualcosa non andava e hanno deciso di intervenire.

Hanno fatto ciò che troppo spesso ci viene sconsigliato: si sono fatti i fatti degli altri. Hanno risalito la corrente della cultura che alimenta egolatria e indifferentismo, trasformando le città in luoghi affollati ma disabitati da relazioni. Eppure la convivenza civile nasce proprio dal contrario: dal buon vicinato, dall'attenzione discreta, dal senso di comunità, dalla capacità di accorgersi di chi manca, di una finestra che resta chiusa, di un pianto fuori dall'ordinario, di un silenzio che interroga. 

Non è invadenza, è responsabilità. Non è curiosità, è prossimità. 

Forse dovremmo rivalutare il coraggio di "farci i fatti degli altri", quando questo significa custodire la vita. È il modo più semplice e autentico per ricostruire comunità nelle quali nessuno resti invisibile. Perché una società si misura non da quanto si restringe o si scolora nell'individualismo come un capo lavato male, ma da quanto sa prendersi cura delle persone che vivono accanto.

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Leone XIV: "Ci doni il Signore, per l’intercessione dei Santi Pietro e Paolo, di apprezzare sempre più la cattolicità della Chiesa, di riconoscerne il valore a servizio dell’incontro fraterno tra le persone e i popoli, di evitare ciò che logora o lede la comunione, di perseverare nel cammino ecumenico e nel dialogo attento e franco con tutti." Angelus 29/06/2026 (testo e video)



SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

LEONE XIV
 
ANGELUS
Piazza San Pietro
Lunedì, 29 giugno 2026


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Celebriamo oggi la solennità dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di Roma. Questa festa richiama il legame originario che unisce in comunione di fede e di carità la Chiesa che è in Roma con tutte le altre Chiese del mondo.

La testimonianza di questi due Apostoli è quasi un sigillo del Nuovo Testamento. Il sangue da loro versato in questa città rivela fin dove arriva l’amore di Dio che il Signore Gesù ci ha donato. Sì, è per la loro parola e il loro martirio che il Vangelo di Cristo si è, per così dire, radicato a Roma, manifestando proprio qui, nella capitale dell’impero, la sua capacità di rinnovamento: una nuova conoscenza di Dio e dell’infinita dignità di ogni essere umano, una nuova esperienza della forza, non come dominio, ma come servizio alla vita.

Anche oggi il Signore, morto e risorto per amore, si fa presente nei suoi testimoni, raggiunge i centri e le periferie, le capitali e le regioni più remote con le voci, i volti, le scelte coraggiose di chi ha risposto al suo invito: “Seguimi!”. Così, questo giorno di festa ci coinvolge nella missione di Pietro e Paolo, cioè nella missione di Gesù stesso. Dio si fida di noi, che siamo dei peccatori perdonati da Lui, di noi che non siamo perfetti, affinché brilli nelle nostre storie la sua grazia, si riveli la sua forza che cambia il male in bene.

Carissimi, forse Pietro e Paolo non avrebbero potuto essere più diversi l’uno dall’altro. Diversi per provenienza, per formazione, per carattere; non soltanto prima, ma anche dopo essere stati chiamati, e il loro unico Signore non li ha uniformati. Il Vangelo è compreso e annunciato da ognuno di loro con uno specifico accento; e lo Spirito Santo, ispirando gli autori biblici, ha voluto che non fossero nascoste le loro divergenze, che in effetti ci vengono narrate come una buona notizia. Nel collegio degli Apostoli, Pietro e Paolo non furono però avversari. Al contrario, divennero quasi il simbolo di molte altre diversità che l’unico Spirito compone in unità. Così, i Patroni della Chiesa di Roma hanno vissuto il travaglio della comunione, l’hanno conosciuta, servita e annunciata come sacramento della vita divina. La loro testimonianza ha contribuito in modo determinante a far sì che la presenza cristiana nella storia sia tesa non al dominio, ma al servizio, all’unità e alla riconciliazione.

Ci doni il Signore, per l’intercessione dei Santi Pietro e Paolo, di apprezzare sempre più la cattolicità della Chiesa, di riconoscerne il valore a servizio dell’incontro fraterno tra le persone e i popoli, di evitare ciò che logora o lede la comunione, di perseverare nel cammino ecumenico e nel dialogo attento e franco con tutti.

Maria, Regina degli Apostoli, protegga sempre il Popolo di Dio, a Roma e nel mondo intero.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Oggi si celebra la Giornata dell’Obolo di San Pietro. Ringrazio di cuore quanti con il loro dono sostengono il mio ministero di Successore di Pietro. Continuiamo a camminare insieme nella fede e nella comunione.

Nella festa dei nostri Santi Patroni, rivolgo i miei auguri ai romani e a tutti coloro che vivono in questa città. Un pensiero, accompagnato dalla preghiera, rivolgo specialmente ai malati, alle persone sole, ai carcerati. Ringrazio i parroci e tutti i sacerdoti, le religiose e i religiosi che lavorano a Roma, perché con la loro presenza e il loro servizio quotidiano mantengono vivo il suo grande cuore cristiano.

Saluto i volontari delle Pro Loco d’Italia che hanno realizzato l’Infiorata in Via della Conciliazione e Piazza Pio XII. Grazie e complimenti! Come pure ringrazio quanti organizzano la “Girandola di Castel Sant’Angelo”, che quest’anno sarà dedicata a San Francesco e al suo Cantico delle creature. Sono lieto inoltre di accogliere due Confraternite: quella spagnola di Nuestra Señora del Carmen del Camino de Zamora, e quella degli Agonizzanti, di Artena.

Saluto le persone senza fissa dimora che oggi sono in Piazza San Pietro per distribuire “L’Osservatore di strada”, supplemento de “L’Osservatore Romano”. Grazie e auguri a chi porta avanti questo giornale!

E buona festa a tutti!