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mercoledì 23 settembre 2026

Cento sacerdoti davanti alla Leonardo: “Non possiamo tacere mentre Gaza muore” - I nomi dei bimbi morti e le kefie, a Roma la marcia dei "Preti contro il genocidio"


Cento sacerdoti davanti alla Leonardo:
“Non possiamo tacere mentre Gaza muore”


‌Oggi la rete internazionale “Preti contro il Genocidio” conclude a piazza Monte Grappa una marcia di preghiera e testimonianza. Un sudario con i nomi di oltre trecento bambini uccisi diventa il simbolo di un appello alla coscienza dell’umanità.

Non una manifestazione di partito, ma una processione civile e cristiana. Non slogan di odio, ma preghiere, silenzio e i nomi dei bambini. È con questo spirito che circa cento sacerdoti provenienti da otto Paesi hanno attraversato oggi le vie di Roma per denunciare la tragedia di Gaza, concludendo il loro cammino davanti alla sede della Leonardo in piazza Monte Grappa, uno dei principali gruppi europei dell’industria della difesa.

L’iniziativa è stata promossa dalla rete Preti contro il Genocidio, nata un anno fa e oggi composta da oltre 2.500 sacerdoti, religiosi, vescovi e cardinali di 67 Paesi. Per i promotori, la scelta della sede di Leonardo non è casuale: rappresenta il desiderio di interrogare l’industria degli armamenti e di chiedere che la politica internazionale imbocchi finalmente la strada del disarmo e della pace.

Un sudario con i nomi dei bambini

L’immagine più intensa della giornata è stata il grande sudario bianco portato a mano dai sacerdoti lungo tutto il percorso. Su quel tessuto erano scritti, uno ad uno, i nomi di oltre trecento bambini palestinesi e libanesi uccisi dopo gli annunci dei cessate il fuoco: un gesto volutamente liturgico, quasi una lunga preghiera cucita nella stoffa.

“Un numero si dimentica, un nome no”, hanno spiegato gli organizzizzatori, sottolineando che ogni bambino restituito al proprio nome viene sottratto all’anonimato delle statistiche e riconosciuto nella sua irripetibile dignità umana.

La marcia è partita dalla chiesa di Santo Spirito in Sassia dopo un momento di raccoglimento, ha attraversato via della Conciliazione, ha sostato davanti alle rappresentanze diplomatiche di Palestina e Libano e si è conclusa nel giardino Simonetta Cesaroni, di fronte al quartier generale di Leonardo.

“Davanti all’orrore non possiamo restare neutrali”

Il documento diffuso dalla rete contiene parole di straordinaria durezza morale. I sacerdoti affermano che, davanti a ciò che definiscono il genocidio del popolo palestinese, il silenzio sarebbe incompatibile con il ministero evangelico.

“Davanti all’orrore del genocidio che sta colpendo Gaza e il popolo palestinese, come pastori non possiamo tacere. Dobbiamo richiamare le parole di Papa Francesco: “La guerra è sempre una sconfitta”, e ancor prima quelle di Paolo VI alle Nazioni Unite: “Mai più la guerra! È la pace che deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità”.”

L’appello non si limita alla denuncia delle violenze. I sacerdoti chiedono il pieno rispetto del diritto internazionale, il sostegno alle comunità cristiane di Palestina, indagini indipendenti su tutti i crimini commessi dal 7 ottobre 2023 in poi e una cultura della riconciliazione fondata sull’uguaglianza e sulla giustizia.

La scelta di Leonardo interpella l’Europa

Concludere la manifestazione davanti alla Leonardo significa rivolgere una domanda che va oltre l’Italia. L’azienda è uno dei maggiori protagonisti europei della produzione aerospaziale e militare, e la sua sede romana diventa oggi il luogo simbolico in cui la coscienza religiosa incontra il tema della responsabilità economica e politica.

I sacerdoti non hanno indicato soluzioni semplicistiche, ma hanno voluto ricordare che ogni investimento nelle armi pone inevitabilmente una questione etica quando il mondo continua a essere attraversato da guerre che colpiscono soprattutto i civili e i bambini.

Una Chiesa che cammina con le vittime

La nascita della rete “Preti contro il Genocidio” rappresenta uno dei fenomeni più significativi del cattolicesimo contemporaneo. Sorta spontaneamente nel settembre 2025, senza strutture gerarchiche né appartenenze politiche, essa si definisce una realtà profondamente sinodale: sacerdoti che scelgono di camminare insieme per dare voce alle vittime e richiamare la Chiesa e la comunità internazionale alla responsabilità evangelica.

A piazza Monte Grappa, il corteo ha previsto una preghiera per i bambini di Gaza e del Libano. Nessun trionfalismo, soltanto il silenzio di uomini di Chiesa che hanno affidato alla memoria quei nomi scritti sul sudario, perché – come hanno ricordato – la pace comincia sempre dal riconoscimento del volto dell’altro.

Le voci dei sacerdoti: “Il Vangelo ci impedisce di essere complici del silenzio”

Don Pietro Rossini, tra i promotori della rete internazionale, ha spiegato il senso della mobilitazione: “Davanti all’orrore del genocidio che sta colpendo Gaza e il popolo palestinese, come pastori non possiamo tacere. Il nostro compito non è schierarci con una parte, ma stare dalla parte delle vittime e difendere la sacralità di ogni vita umana. “Il sacerdote ha poi indicato il grande sudario portato in processione, sul quale erano scritti a mano i nomi di trecento bambini palestinesi e libanesi: “Un numero si dimentica, un nome no. Restituire un nome a questi bambini significa restituire loro la dignità che la guerra vorrebbe cancellare. Ogni nome è una preghiera, ogni nome è un’accusa contro l’indifferenza.

Tra i partecipanti anche don Magloire Nkounga Tagne, parroco abruzzese e membro attivo del comitato organizzatore, che ha sottolineato come la testimonianza cristiana non possa fermarsi alle parole: “Siamo venuti da Paesi diversi perché il dolore di Gaza non appartiene a un solo popolo. La fede ci chiede di costruire ponti di fraternità e di chiedere con coraggio che cessino le bombe e prevalga finalmente la giustizia.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 22/09/2026)

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I nomi dei bimbi morti e le kefie,
a Roma la marcia dei "Preti contro il genocidio" 


'Governanti, abbandonate i progetti di morte' Intonando l'invocazione "Donaci la pace oh Signore" ed esponendo un sudario con scritti sopra i nomi di 330 bambini morti a Gaza e in Libano pur dopo le dichirazioni di "cessate il fuoco", ha preso il via a Roma da Borgo Santo Spirito la marcia di un centinaio di membri della Rete "Preti contro il Genocidio". Composto da sacerdoti provenienti dal Sudafrica, dalla Danimarca, dalla Spagna, dall'Italia e da altri Paesi del mondo, il corteo ha preso l'avvio dopo un intenso momento di preghiera in chiesa ed è diretto dopo il passaggio in via della Conciliazione fin sotto la sede di Leonardo. 

I preti sfilano con ramoscelli d'ulivo in mano, qualcuno ha una kefiah a scacchi neri e bianchi al collo, tutti indossano un bagde con i colori della bandiera palestinese. Altri mostrano cartelli con la scritta "Cristo è morto a Gaza". 

Alla testa della simbolica 'processione' due vescovi, monsignor Giovanni Ricchiuti e Monsignor Christian Carlassare. 
"Offriamo questa preghiera - si sente dall'altoparlante che accompagna la marcia - per tutti i bambini morti dopo il cessate il fuoco", "no alla paura, la giustizia illumini i leader delle nazioni perché abbiano il coraggio di abbandonare i progetti di morte". 
(fonte: Stefano Chianese/alanews)

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L’uomo fungo. La frenesia di “avere” rispetto ad “essere” - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

L’uomo fungo.
La frenesia di “avere” 
rispetto ad “essere” 
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Il signor Chermisi non ha mai respirato un fiore, non ha mai guardato una stella, non ha mai voluto bene a nessuno. Fa addizioni tutto il giorno e ripete: «Sono un uomo serio», gonfiandosi di orgoglio. Ma non è un uomo, è un fungo!

Sono convinto che tutti coloro che stanno leggendo queste righe abbiano percorso le pagine del Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944) e quindi possono ricordare il severo apologo citato.

Pur confessando di amare maggiormente altri suoi scritti come Volo di notte, che fu il mio primo incontro con la lingua francese nell’adolescenza, riconosco che la parabola del principe trasmette un messaggio universale.

Nel caso del signor Chermisi si ha quasi l’incarnazione di un motto biblico che colpisce l’idolatria: coloro che la praticano si trasformano interiormente perché «chi confida nelle cose diventa come loro», oggetto tra gli oggetti. Suggestiva è l’immagine della persona «che fa addizioni tutto il giorno». È l’implacabile auri sacra fames, «l’esecranda fame dell’oro», bollata da Virgilio nell’Eneide (III, 57), laddove il metallo pregiato diventa simbolo di ogni altro possesso insaziabile.

La frenesia dell’avere rispetto all’essere è la grande tentazione che si manifesta non solo nel guadagno ma anche nell’egoismo, nel considerare le persone come cose, nel calcolare il valore venale di ogni atto. Così, l’uomo diventa simile a un fungo, una muffa senza sentimenti, emozioni, amore, verità. Difficile è scardinare l’armatura di una simile figura perché si gonfia di orgoglio per i suoi successi e, come dice lo scrittore, ripete a sé stesso: «Sono un uomo serio», onorato, temuto, venerato. Ma lasciamo ancora la parola alla sapienza biblica che ci interpella così: 
«Non temere se vedi un uomo arricchirsi; quando muore non prende nulla con sé!» (Salmo 49, 17-18)

(Fonte: “Il Sole 24 Ore - Domenica” del 20 settembre 2026)


martedì 22 settembre 2026

La scuola non è una frontiera né uno slogan. Le proposte di Meloni dividono i bambini e cancellano la storia educativa italiana


La scuola non è una frontiera né uno slogan.
Le proposte di Meloni dividono i bambini e cancellano la storia educativa italiana 

La scuola italiana rischia di diventare il terreno privilegiato di una politica che sostituisce l’educazione con l’identità e la cultura con il marketing. Gli annunci di Giorgia Meloni – un tetto agli studenti stranieri per classe e la trasformazione di tutti gli istituti superiori in “licei” – non sono semplici riforme amministrative: toccano il cuore della Costituzione e la tradizione pedagogica del nostro Paese.


Il tetto agli stranieri: una pericolosa scorciatoia

Dal palco della festa di Gioventù Nazionale la presidente del Consiglio ha annunciato un imminente provvedimento che introdurrebbe per legge un numero massimo di studenti stranieri in ogni classe, sostenendo che “i bambini italiani non possono sentirsi minoranza”.

È una frase destinata a colpire l’opinione pubblica, ma che pone un problema enorme: la Costituzione non conosce bambini di serie A e bambini di serie B. L’articolo 3 afferma che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza. L’articolo 34 aggiunge che la scuola è aperta a tutti. Non dice “a tutti fino al 30%”. Non dice “a tutti purché non siano troppi”. Dice semplicemente a tutti.

Naturalmente esiste un problema reale: classi con molti alunni che non conoscono l’italiano richiedono più docenti, mediatori culturali e sostegno linguistico. Ma la risposta costituzionale è investire nell’inclusione, non costruire quote basate sulla nazionalità. La difficoltà educativa non si risolve cambiando la composizione anagrafica delle classi, bensì rafforzando la scuola pubblica.

Non a caso già dal 2010 esiste una circolare ministeriale che indica come obiettivo orientativo il 30% di alunni stranieri, prevedendo però numerose deroghe proprio perché la realtà dei territori è molto più complessa di uno slogan. In molte province quella soglia è stata superata migliaia di volte per garantire il diritto allo studio.

La vera domanda è un’altra: davvero vogliamo dire a un bambino nato a Milano da genitori egiziani, o arrivato in Italia a cinque anni, che il suo posto dipende dalla percentuale raggiunta nella sua classe?

Chiamare tutto “liceo” significa svuotare le parole

L’altro annuncio appare meno drammatico, ma è forse ancora più insidioso sul piano culturale. Meloni ha dichiarato di voler attribuire la denominazione di “liceo” anche agli istituti tecnico-professionali, sostenendo che così sarà evidente la pari dignità dei diversi percorsi formativi.

L’intenzione dichiarata – riconoscere pari valore agli studenti – è condivisibile. Il metodo è profondamente sbagliato.

L’Italia possiede una delle tradizioni educative più ricche d’Europa proprio perché ha costruito identità diverse e complementari: il liceo classico, lo scientifico, l’artistico, gli istituti tecnici, i professionali. Ciascuno nasce da una storia, da una cultura del sapere e da una funzione sociale specifica.

Un istituto tecnico non vale meno di un liceo perché non porta quel nome. Al contrario, forma competenze scientifiche, industriali, economiche e tecnologiche decisive per il Paese. Un professionale rappresenta il sapere del lavoro, dell’artigianato, dei servizi, della manifattura. Chiamarli tutti licei non li valorizza: li omologa.

È la logica del marchio applicata all’istruzione. Come se bastasse cambiare l’etichetta per risolvere il problema del prestigio sociale. Ma il prestigio nasce dagli investimenti, dai laboratori, dai docenti, dall’orientamento e dall’occupazione dei diplomati, non da un’operazione lessicale.

Le parole hanno una storia. E quando si cancella il significato delle parole, si impoverisce anche la cultura che esse custodiscono.

La scuola della Repubblica non divide, unisce

Colpisce che entrambe le proposte abbiano un filo conduttore: trasformare la scuola in uno spazio simbolico dove affermare un’identità nazionale anziché una comunità educativa.

La scuola repubblicana è nata dopo il fascismo con un’idea radicalmente diversa. Don Lorenzo Milani ricordava che “sortirne tutti insieme è politica, sortirne da soli è avarizia”. La Costituzione affidò proprio all’istruzione il compito di ridurre le disuguaglianze, non di certificarle.

Oggi le vere emergenze sono altre: dispersione scolastica, edifici insicuri, precariato degli insegnanti, tempo pieno insufficiente, divari territoriali, povertà educativa. Sono questi i muri che andrebbero abbattuti.

Una scuola che conta gli stranieri invece di contare i libri mancanti, e che cambia il nome agli istituti invece di finanziarne i laboratori, rischia di tradire la sua missione fondamentale.

La Repubblica non ha bisogno di classi più omogenee. Ha bisogno di una scuola più giusta, capace di far crescere insieme bambini diversi, perché è proprio lì – e non nei comizi – che si costruisce il futuro dell’Italia.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 21/09/2026)

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La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sul palco di Fenix a Roma: 
"A breve norma per tetto a numero studenti stranieri in classe e divieto di burqa a scuola"

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Tonio Dell'Olio - Un sudario sulle coscienze

Tonio Dell'Olio
 
Un sudario sulle coscienze
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  21 settembre 2026


Sono ormai circa 2.500, in 67 Paesi, i preti che aderiscono alla rete internazionale “Preti contro il genocidio”. Tra loro anche cardinali e vescovi. Il coordinamento, nato quasi spontaneamente dall’appello di suor Giovanna della comunità di Dossetti e cresciuto attraverso il passaparola, fece la sua prima uscita pubblica il 22 settembre dello scorso anno: oltre cento preti a Roma.

Fu importante che una voce sorgesse dal basso nella Chiesa, libera da calcoli diplomatici e capace di definire genocidio lo sterminio di Gaza. Perché, quando la vita viene annientata, l’ambiguità diventa complicità e anche il silenzio finisce per benedire le armi. Martedì 22 settembre, a un anno di distanza, saremo un centinaio di sacerdoti a ritrovarci a Roma. Non sarà una manifestazione, ma una testimonianza che toccherà luoghi simbolici delle responsabilità religiose, politiche ed economiche nel conflitto mediorientale. Alle 15 la preghiera nella chiesa di Santo Spirito in Sassia; poi il cammino lungo via della Conciliazione, piazza Pio XII e Porta Angelica, fino alla sede di Leonardo. Porteremo un sudario con i nomi di trecento bambini palestinesi e libanesi uccisi persino dopo i proclamati cessate il fuoco. Quei nomi attraverseranno Roma come una domanda rivolta alle Chiese, ai governi e all’industria delle armi. Perché la pace disarmata e disarmante comincia quando qualcuno rompe il silenzio e accetta di esporsi.

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lunedì 21 settembre 2026

21 Settembre San Matteo apostolo ed evangelista - Alla scuola di Matteo...

21 Settembre San Matteo apostolo ed evangelista

Alla scuola di Matteo...

di Antonio Savone


Alla scuola di Matteo… è qui che ci lasciamo intrattenere dalla liturgia di questa festa. A questa scuola si apprende, anzitutto, che il Signore Gesù è il dono fatto dal Padre a una umanità che conosce sulla sua pelle i tratti della vulnerabilità e del limite. Non poche volte facciamo fatica a stare a contatto con la nostra personale dimensione di fragilità: ne proviamo vergogna e ribrezzo. Tanto è vero che finiamo per minimizzarla se non addirittura per mimetizzarla. Matteo si presenta per quello che è: peccatore pubblico. Immagino il suo stupore mentre, ancora intento alla sua occupazione, si sente dire: Seguimi! È un uomo consapevole della sua condizione ma non ha paura di manifestarsi così dinanzi a colui che è venuto per sanare chi si riconosce malato. Matteo ci insegna a stare a contatto con la verità di noi stessi senza maschere e con fiducia.

Alla scuola di Matteo, si apprende inoltre che lo sguardo del Signore è quello di un amore senza giudizio e senza pregiudizio, sguardo di vicinanza e di condivisione, sguardo di attenzione e di rispetto, sguardo di stima e di fiducia, sguardo capace di promuovere l’altro. Matteo, infatti, non solo è perdonato ma è addirittura abilitato a diventare per altri il segno della misericordia che gli è stata usata.

Alla scuola di Matteo, poi, si apprende che luoghi e tempi per essere incontrati da Dio non hanno nulla di speciale: non ci sono momenti della nostra quotidianità in cui non possa passare Gesù, se quel giorno Matteo ne ha fatto esperienza proprio mentre stava facendo qualcosa di non pulito e addirittura indegno sia da un punto di vista sociale sia da un punto di vista religioso.

Alla scuola di Matteo, ancora, si apprende la capacità di riconoscere e di cogliere le occasioni. Accorgersi, anzitutto. Cosa avrà avuto di diverso quell’uomo che gli chiedeva di seguirlo? Eppure… Penso alle volte in cui il Signore continua a passare nella mia vita e io non me ne accorgo, forse neppure sono capace di sollevare lo sguardo. Quante occasioni sono da me ritenute irrilevanti o non idonee e forse sono il canale privilegiato attraverso il quale il signore parla alla mia storia! La sollecitudine di Matteo è ciò che deve caratterizzare ogni nostra giornata, anche quelle che ci sembra siano da catalogare sul registro della lontananza dal Signore. Matteo ci invita a metterci in gioco senza se e senza ma.

Alla scuola di Matteo si apprende che l’essenza di una vita religiosa non consiste nel moltiplicare manifestazioni di devozione ma nel diventare misericordiosi come il Padre. L’incontro di Gesù con Matteo ci mette in guardia da un culto vuoto e da un linguaggio ipocrita.

A questa scuola si apprende pure che è necessario prestare attenzione a non cadere preda di quella tentazione secondo la quale è nostro compito dividere il mondo in giusti da una parte e ingiusti dall’altra, convinti di appartenere senz’altro al gruppo dei primi. È necessario anzitutto imparare a guardare se stessi.

Alla scuola di Matteo, infine, si apprende che ciò che rende possibile il vivere in maniera degna della chiamata ricevuta non è chissà quale predisposizione o dote personale. È, piuttosto, la fiducia che deriva dal fatto che il Signore non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. Proprio là dove il nostro limite è più evidente, quella è realtà nella quale il Signore si rende più manifestamente presente.
(fonte: A casa di Cornelio)


Il commosso e commovente grido di don Mimmo Battaglia a san Gennaro: "Fammi questa grazia, Gennaro. Fa’ che quando torneremo qui, tra un anno, l’unico sangue che avremo visto scorrere sia il tuo. Solo il tuo. E forse allora capiremo che il miracolo, finalmente, non è accaduto nell’ampolla. È accaduto nel mondo."

Il commosso e commovente grido 
di don Mimmo Battaglia a san Gennaro: 
"Fammi questa grazia, Gennaro. Fa’ che quando torneremo qui, tra un anno, l’unico sangue che avremo visto scorrere sia il tuo. Solo il tuo. E forse allora capiremo che il miracolo, finalmente, non è accaduto nell’ampolla. È accaduto nel mondo."

Il vescovo di Napoli, cardinale Domenico Battaglia, da tutti chiamato «don Mimmo» ha abituato i fedeli (non solo della sua diocesi, perchè le sue riflessioni hanno spesso una risonanza nazionale) ai suoi discorsi molto belli, sofferti, anche duri ma ricchi di speranza e anche nel giorno della celebrazione del patrono, il 19 settembre, dopo l'annuncio dell'avvenuto prodigio di San Gennaro, non è stato da meno. 
La sua omelia dall'altare del Duomo è una invocazione diretta al Santo martire, una speciale richiesta di grazia per il prossimo anno. 
L'omelia è stata più volte interrotta dalla commozione del vescovo, che è anche l'emozione e le lacrime di tanti in Duomo, viene applaudita diciotto volte, forse è la più applaudita dei dieci anni del suo episcopato.


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Omelia nella Solennità di San Gennaro

“FAMMI QUESTA GRAZIA, GENNARO!”

Doppio monito di don Mimmo Battaglia: 
«La camorra è bestemmia: ruba il futuro ai ragazzi e fa del sangue una moneta!» «Basta bambini sotto le macerie, basta madri senza figli, basta guerre!»

“Sorelle e fratelli,
quest’anno vorrei chiedere a San Gennaro una grazia.
Ma non per oggi. Per l’anno prossimo.

È una grazia strana, lo so. Forse perfino troppo grande.
Ma i santi servono anche a questo: a ricordarci che ci sono preghiere che sarebbe vigliacco non avere il coraggio di pronunciare.

Gennaro, se il tuo sangue deve sciogliersi, si sciolga ancora.
Ma fammi questa grazia: quando torneremo qui, il prossimo anno, fa’ che l’unico sangue di cui dovremo parlare sia il tuo. L’unico sangue versato. L’unico sangue che avremo atteso di vedere scorrere. Il tuo.

Nessun altro. Perché non voglio più venire qui, davanti alla tua ampolla, e dover dire che il tuo sangue assomiglia a quello dei bambini uccisi.

Non voglio più dover dire che il tuo sangue si mescola idealmente a quello delle vittime innocenti.
Non voglio più nominare la Palestina. Non voglio più nominare l’Ucraina.
Non voglio più aggiungere il nome dell’ennesima terra ferita, dell’ennesima città distrutta, dell’ennesima madre che stringe un corpo troppo piccolo tra le braccia.

Non perché voglia dimenticarli. Ma perché voglio che non ce ne sia più bisogno.

Sono stanco di un’umanità che prima produce vittime e poi costruisce monumenti per piangerle.
Sono stanco delle nostre commemorazioni perfette e delle nostre paci impossibili.
Sono stanco di vedere l’uomo diventare bravissimo a contare i morti e terribilmente incapace di smettere di farli.

E davanti a te, Gennaro, oggi non voglio abituarmi. Perché forse il male più grande non è nemmeno la guerra. Il male più grande è abituarsi alla guerra.

È svegliarsi la mattina, accendere un telefono, vedere una città bruciare e continuare a fare colazione.
È ascoltare il numero dei morti e non vedere più i morti. Cinquanta. Cento. Mille.

Come se oltre una certa cifra il dolore smettesse di avere un nome.
Come se un bambino morto cento volte diventasse una statistica.

No. Il sangue non è una statistica. Il sangue ha sempre un nome. Ha una madre. Ha una casa. Ha un odore. Ha qualcuno che quella sera continuerà ad apparecchiare un posto in più, almeno con gli occhi.

Ed è per questo che il Vangelo di oggi mi fa paura.
Gesù dice: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me».

Il mondo. Non questa terra bellissima. Non gli uomini e le donne che Dio ama.
Nel Vangelo di Giovanni il “mondo” è anche un meccanismo.
È quel sistema invisibile che comincia a funzionare ogni volta che un uomo decide che la vita di un altro vale meno della propria.

Il mondo comincia lì. Quando l’altro diventa un ostacolo. Quando l’altro diventa un numero. Quando l’altro diventa un bersaglio. Quando l’altro non è più fratello, ma nemico.
E allora tutto diventa possibile. Diventano possibili le bombe. Le rappresaglie. I massacri. Le fosse. I bambini sotto le macerie. Diventa possibile perfino inventare parole eleganti per non chiamare le cose con il loro nome. Ma una madre che perde un figlio non conosce il linguaggio della geopolitica.
Conosce soltanto una parola. Figlio. E quella parola dovrebbe bastare a fermare il mondo.

Per questo oggi, davanti al sangue di Gennaro, vorrei che da Napoli partisse un grido. Non un comunicato. Non una prudente dichiarazione. Un grido.

Fermatevi.
Fermatevi. Voi che avete in mano le armi. Voi che date gli ordini. Voi che disegnate confini sulle carte mentre altri li segnano con il sangue. Voi che pensate che una vittoria possa ancora chiamarsi vittoria quando bisogna costruirla sopra il corpo di un bambino.

Fermatevi. Perché non esiste bandiera abbastanza grande da coprire la bara di un innocente.

Non esiste ragione di Stato capace di restituire un figlio a sua madre. Non esiste vittoria militare che possa trasformare il sangue di un bambino in qualcosa di giusto. La pace avrà certamente bisogno della politica. Avrà bisogno della diplomazia. Avrà bisogno del diritto.
Ma prima ancora avrà bisogno di una cosa molto più semplice e infinitamente più difficile: riconoscere nell’altro un uomo. Soltanto un uomo. E dovrebbe bastare.

Ma sarebbe troppo facile oggi guardare lontano. Palestina. Ucraina. Le guerre del mondo. Perché il Vangelo non ci permette mai di usare il dolore lontano per non vedere quello che accade sotto casa.

E allora devo parlare a te, Napoli. A te, città mia.

Perché anche tu conosci il sangue. Lo conoscono i tuoi vicoli. Lo conoscono certe madri che hanno imparato a riconoscere il rumore di uno sparo. Lo conoscono i ragazzi a cui qualcuno ha insegnato troppo presto che una pistola può dare più rispetto di un libro. Lo conoscono le famiglie che abbassano gli occhi. I commercianti che hanno paura. Gli uomini e le donne a cui viene chiesto di scegliere tra il coraggio e la sopravvivenza.

La camorra è guerra.

Una guerra senza dichiarazione. Senza divise. Senza trattati di pace. Ma è guerra.
Perché ogni volta che un ragazzo viene arruolato dalla strada abbiamo perso una battaglia.

Ogni volta che un bambino cresce pensando che il denaro facile sia l’unica strada possibile, abbiamo perso una battaglia.
Ogni volta che una madre teme che suo figlio non torni a casa, abbiamo perso una battaglia.
Ogni volta che qualcuno compra il silenzio di un quartiere, abbiamo perso una battaglia.

E permettetemi di dirlo con chiarezza: non c’è nulla di religioso nella camorra. Nulla.

Non basta una medaglia al collo. Non basta un’immagine sacra sul comodino.
Non basta inchinarsi davanti a una statua. Puoi accendere cento candele a San Gennaro: se spegni la vita di tuo fratello, quelle candele non fanno luce.
Puoi portare una Madonna sulle spalle, ma se sulle spalle degli altri hai caricato paura, ricatto e violenza, quella processione non ti assolve. Puoi perfino pronunciare il nome di Dio. Ma Dio non diventa complice perché qualcuno ne pronuncia il nome.

La camorra è bestemmia.

È bestemmia perché prende ciò che Dio ha creato libero e lo rende schiavo. Prende un ragazzo e gli ruba il futuro. Prende un quartiere e gli ruba la fiducia. Prende il bisogno e ne fa mercato. Prende la paura e ne fa potere. Prende il sangue e ne fa moneta.

E allora, Gennaro, anche qui: facci la grazia. Liberaci. Ma non soltanto dai camorristi. Sarebbe troppo comodo. Liberaci dalla mentalità camorristica. Dal favore chiesto invece del diritto. Dalla raccomandazione invece del merito. Dal silenzio quando dovremmo parlare. Dalla convenienza quando dovremmo scegliere. Dall’idea che essere furbi sia meglio che essere giusti. Dal pensare: «Non mi riguarda». Perché è precisamente con milioni di «non mi riguarda» che il male costruisce i suoi regni.

Il martire invece è l’uomo a cui tutto riguarda. Gennaro è qui per questo.

Non perché il suo sangue faccia spettacolo. Ma perché il suo sangue faccia memoria.

Un uomo, un giorno, ha preferito perdere la vita piuttosto che consegnare la propria coscienza al potere. Questo è un martire. Uno che dice al mondo: tu puoi prendere il mio corpo, ma non avrai la mia libertà.

E forse per questo il suo sangue continua ancora a inquietarci. Perché noi veniamo qui per vedere se il sangue si scioglie. Ma forse è Gennaro che viene qui per vedere se ci siamo sciolti noi.

Se si è sciolta la nostra durezza. Se si è sciolta la nostra indifferenza. Se si è sciolta quella terribile crosta che ci permette di sapere tutto e di non sentire più niente.

Quest’anno però, Gennaro, voglio chiederti di più. Non mi basta domandarti di sciogliere i nostri cuori.

Ti chiedo una cosa quasi impossibile. E forse proprio per questo te la chiedo.

Fammi la grazia dell’anno prossimo.

Fa’ che il 19 settembre dell’anno prossimo possiamo entrare in questa Cattedrale senza dover aggiungere un’altra guerra all’elenco. Fa’ che nessuno abbia bombardato una casa.
Che nessuno abbia sparato a un ragazzo. Che nessuno abbia scavato una fossa. Che nessuna madre abbia dovuto riconoscere suo figlio da una scarpa, da una fotografia, da un brandello di vestito.

Fa’ che i potenti abbiano avuto finalmente il coraggio di essere più grandi delle loro armi.
Fa’ che chi vive di guerra abbia scoperto la vergogna.
Fa’ che chi vive di camorra abbia scoperto che esiste una vita diversa.
Fa’ che chi ha paura trovi qualcuno disposto a camminargli accanto.
Fa’ che Napoli non debba più seppellire i suoi ragazzi.
Fa’ che i bambini della Palestina possano tornare semplicemente bambini.
Fa’ che i bambini dell’Ucraina possano imparare il suono della notte senza dover distinguere un tuono da un missile.
Fa’ che in ogni terra la parola domani torni a significare qualcosa.

E permettimi, Gennaro, di consegnarti anche un desiderio. Un desiderio che vorrei trasformare in una promessa. Vorrei che il prossimo anno, quando torneremo qui a celebrare ancora una volta la tua festa, potessimo venire davanti a te non soltanto per chiederti qualcosa, ma per ringraziarti di qualcosa che sarà accaduto nella nostra città. Vorrei poterti dire: grazie, Gennaro, perché Napoli ha finalmente scelto di prendersi cura dei suoi bambini e dei suoi ragazzi. Perché abbiamo imparato a non accorgerci di loro soltanto quando una tragedia esplode, quando un ragazzo muore, quando una periferia diventa il volto di una ferita che avremmo dovuto vedere prima. Grazie perché abbiamo imparato a prenderci cura prima. Prima che una difficoltà diventi abbandono, una fragilità diventi rabbia, la solitudine diventi violenza, un ragazzo smetta di credere di avere un posto nel mondo.

Vorrei ringraziarti perché avremo avuto il coraggio di mettere davvero i più piccoli al centro. Non dei discorsi, ma delle scelte. Della politica, della comunità tutta, della nostra città. Perché Napoli non può essere grande soltanto nelle sue piazze, nei suoi monumenti, nella sua bellezza e nella sua capacità di attirare il mondo. Una città è davvero grande quando sa prendersi cura delle persone che quella bellezza la abitano, soprattutto delle persone più fragili.

E l’anno prossimo vorrei poterti ringraziare anche per un altro miracolo: quello di una città che ha imparato a unire le proprie forze. Perché Napoli ha tante energie, tante persone generose, tante realtà che ogni giorno si spendono. Ma abbiamo bisogno di imparare a camminare insieme. A fare cordata.

Una cordata vera: non una fotografia nella quale tutti stanno insieme per un giorno, ma una responsabilità reciproca. Sapere che se uno scivola, l’altro lo tiene. Che la salita non appartiene al più forte, ma a tutti. Che per andare più in alto bisogna legare la propria vita a quella degli altri.
Tra istituzioni e cittadini. Tra scuola e famiglia. Tra Chiesa e territorio. Tra associazioni e servizi. Tra chi ha responsabilità pubbliche e chi ogni giorno vive nelle periferie. Tra chi possiede competenze e chi porta sulle proprie spalle l’esperienza concreta delle ferite. Una cordata nella quale nessuno pensi di poter fare tutto da solo. E nessuno si senta autorizzato a dire: «Non è affar mio».

E allora, San Gennaro, se il prossimo anno potremo tornare qui e dirti che Napoli ha cominciato davvero a fare questo, io vorrei ringraziarti. Non perché avremo risolto tutto, né perché saremo diventati una città perfetta. Ma perché avremo scelto una direzione: stare dalla parte dei più piccoli, mettere in comune le nostre forze, non lasciare indietro nessuno.

E allora sì, Gennaro. Il prossimo anno torneremo. Apriremo quella cassaforte. Prenderemo l’ampolla.
La solleveremo ancora davanti a questa città. E qualcuno domanderà: «Il sangue si è sciolto?»
E io vorrei poter rispondere: Sì. Si è sciolto. Ed è l’unico. L’unico sangue versato che oggi ricordiamo.

L’unico sangue che abbiamo aspettato. L’unico sangue che scorre davanti ai nostri occhi.
Perché fuori da questa Cattedrale nessun uomo ha versato quello di suo fratello.

Quello sì sarebbe il miracolo. Non soltanto il sangue di un martire che torna liquido. Ma un’umanità che finalmente smette di versare il sangue dei suoi figli. E una città che diventa una cordata di fraternità.

Perciò oggi te lo chiedo. Come figlio di questa città. Come vescovo. Come uomo.
Gennaro, se il tuo sangue vuole sciogliersi, si sciolga ancora. Ma poi basta. Basta sangue.

Basta ragazzi uccisi. Basta bambini sotto le macerie. Basta madri senza figli. Basta uomini convinti che uccidere sia una soluzione. Basta mafie. Basta camorre. Basta guerre.

Fammi questa grazia, Gennaro. Fa’ che quando torneremo qui, tra un anno, l’unico sangue che avremo visto scorrere sia il tuo. Solo il tuo. E forse allora capiremo che il miracolo, finalmente, non è accaduto nell’ampolla. È accaduto nel mondo.

Amen.

Napoli, 19 settembre 2026

+ don Mimmo Battaglia
Cardinale Arcivescovo
(fonte: Chiesa di Napoli)



ANGELUS 20/09/2026 - Leone XIV: "Dio è per tutti non solo per qualcuno”


ANGELUS

Piazza San Pietro 
Domenica, 20 settembre 2026

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Leone XIV:  "Dio è per tutti non solo per qualcuno”



Si apre la finestra dello studio del Palazzo Apostolico. Il papa si affaccia. Gran tripudio di applausi e cori: un popolo fedele che ama il suo pontefice e ama stare con lui la domenica, il giorno del Signore. E' domenica. E' il momento dell'Angelus.

Papa Leone XIV si rivolge così al popolo che gremisce piazza San Pietro: "Nella liturgia di oggi, il Signore, per bocca del profeta Isaia, ci dona un grande motivo di speranza, dicendoci che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri e le sue vie non sono le nostre vie. Sì, i disegni di Dio sono infinitamente più grandi e, diciamo pure, più "umani" rispetto a quelli che noi uomini e donne, segnati dal peccato, possiamo concepire e realizzare". Cattura subito l'attenzione.

Il pontefice, poi, si sofferma sulla nostra resistenza nell'entrare nelle novità che Dio ci riserba. E poi un approfondimento del Vangelo di oggi, sulla parabola dei lavoratori nella vigna del Signore: “chi per una giornata intera, chi soltanto per qualche ora, chi già quasi al tramonto” ricorda papa Leone XIV. Il centro di tutto è nella retribuzione: “Quando il padrone mantiene la parola con i lavoratori della prima ora e li paga come d'accordo, ma vuole che vedano la sua bontà e, davanti ai loro occhi, tratta gli ultimi allo stesso modo”. Questo insegna, secondo il pontefice, semplicemente che “Dio è per tutti, non solo per qualcuno”.

E spiega: "Dio ha vie diverse e pensieri nuovi anche per coloro che si ritengono i primi e ritengono di aver guadagnato ciò che sono, di aver meritato i risultati che hanno raggiunto. Tutti, invece, guadagniamo gioia, intelligenza e futuro quando la legge dell'amore interrompe quella del calcolo, l'esperienza della misericordia allargata quella del merito, il dono della pace sospende le rivalità e avvicina nella gratitudine".

E concludono: "Fratelli e sorelle, è una grazia essere collaboratori di Dio, lavorare nella sua vigna, servire il suo Regno di giustizia e di pace! Non c'è spazio per l'invidia e la divisione là dove irrompe la novità di Dio. Cerchiamo, dunque, il Signore, mentre si fa trovare, invochiamolo, mentre è vicino; abbandoniamo le vie distorte e i pensieri iniqui".

E dopo la preghiera dell'Angelus, papa Leone XIV riprende la parola per esprimere la sua attenzione e preoccupazione per " la crisi umanitaria in atto in alcune zone della Somalia, dove episodi di violenza e fenomeni climatici estremi stanno aggravando le già precarie condizioni di vita della popolazione, in particolare di donne e bambini. Auspico un generoso coinvolgimento della comunità internazionale, aiutando non manchi a questi nostri fratelli e sorelle l'assistenza necessaria".
(fonte: ACI Stampa, articolo di Antonio Tarallo 20/09/2026).

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PAPA LEONE XIV

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Nella liturgia di oggi, il Signore, per bocca del profeta Isaia, ci dona un grande motivo di speranza, dicendoci che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri e le sue vie non sono le nostre vie (cfr Is 55,8). Sì, i disegni di Dio sono infinitamente più grandi e, diciamo pure, più “umani” rispetto a quelli che noi uomini e donne, segnati dal peccato, possiamo concepire e realizzare. Perciò, ecco l’appello quanto mai attuale del profeta: abbandonare le nostre vie distorte e ritornare al Signore, che è misericordia e perdono (vv. 6-7).

Nel Vangelo, le parabole di Gesù descrivono la novità di ciò che Dio ha in serbo per noi, ma in genere manifestano anche la resistenza che siamo pronti a opporre a una giustizia più generosa e a un amore più grande. Oggi, in particolare, ascoltiamo il racconto degli operai chiamati a lavorare nella vigna (cfr Mt 20,1-16), chi per una giornata intera, chi soltanto per qualche ora, chi già quasi al tramonto. Ma il centro della parabola è nel momento della retribuzione, quando il padrone mantiene la parola con i lavoratori della prima ora e li paga come d’accordo, ma vuole che vedano la sua bontà e, davanti ai loro occhi, tratta gli ultimi allo stesso modo.

Un dettaglio, infatti, non deve sfuggirci. Il padrone indica al fattore un preciso ordine da seguire: gli operai andranno pagati «incominciando dagli ultimi fino ai primi» (Mt 20,8). La reazione negativa di chi aveva lavorato tutto il giorno si sarebbe, dunque, potuta evitare facilmente, invece è voluta, perché la rivelazione della bontà di Dio è per tutti, non solo per qualcuno. Dio ha vie diverse e pensieri nuovi anche per coloro che si ritengono i primi e ritengono di essersi guadagnati ciò che sono, di aver meritato i risultati che hanno raggiunto. Tutti, invece, guadagniamo gioia, intelligenza e futuro quando la legge dell’amore interrompe quella del calcolo, l’esperienza della misericordia allarga quella del merito, il dono della pace sospende le rivalità e avvicina nella gratitudine.

Fratelli e sorelle, è una grazia essere collaboratori di Dio, lavorare nella sua vigna, servire il suo Regno di giustizia e di pace! Non c’è spazio per l’invidia e la divisione là dove irrompe la novità di Dio. Cerchiamo, dunque, il Signore, mentre si fa trovare, invochiamolo, mentre è vicino; abbandoniamo la vie distorte e i pensieri iniqui (cfr Is 55,6-7)!

Guardiamo alla nostra Madre Santissima: è creatura come noi, ma è senza macchia, perciò ci aiuta a sperare in Dio e ad affidarci alla sua misericordia, così che le sue vie diventino le nostre vie e i suoi pensieri diventino i nostri pensieri.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

Seguo con grande preoccupazione la crisi umanitaria in atto in alcune zone della Somalia, dove episodi di violenza e fenomeni climatici estremi stanno aggravando le già precarie condizioni di vita della popolazione, in particolare di donne e bambini. Auspico un generoso coinvolgimento della comunità internazionale, affinché non manchi a questi nostri fratelli e sorelle l’assistenza necessaria.

Ed ora rivolgo il mio saluto a tutti voi, romani e pellegrini!

Do il benvenuto al Vescovo e ai fedeli della diocesi di Toruń, in Polonia, che visitano in Italia i luoghi dei miracoli eucaristici; come pure alle famiglie provenienti dalla diocesi di Spiš, in Slovacchia.

Saluto i Padri Gesuiti che iniziano il loro nuovo percorso di studi a Roma; e il gruppo della Parrocchia romana della Sacra Famiglia di Nazareth, con la Polisportiva Centocelle e l’Oratorio “San Giuseppe Manyanet”.

Invio la mia benedizione alla popolazione di Pescantina, presso Verona, che oggi si stringe intorno al Monumento agli Ex Internati, per ricordare quanti sono stati deportati e prigionieri durante la II Guerra Mondiale. Lo faccio per sottolineare che non bisogna dimenticare, ma imparare dalla storia per non ricadere negli errori del passato.

Carissimi, vi ringrazio di essere venuti. Buona domenica a tutti!



domenica 20 settembre 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
20 settembre 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, i pensieri di Dio sono ben distanti dai nostri e le sue logiche a noi sembrano semplici follie. Consapevoli di non saper bene cosa sia opportuno domandare, ci uniamo al Figlio Cristo Gesù ed in Lui con fiducia ci rivolgiamo a Dio Padre, dicendo:


R/   Per amore del tuo Figlio, ascoltaci Padre

 

Lettore


- Tu vuoi, o Padre, che il tuo Regno di amore si realizzi fin d’ora su questa terra. Fa’ che la tua Chiesa, il Popolo che tu hai scelto, diventi sempre più segno e strumento della tua volontà di voler radunare tutti i popoli in un’unica famiglia, dove ognuno sia riconosciuto nella sua dignità di figlio e di figlia. Preghiamo

- Manda, o Padre, un raggio della tua luce in questo nostro mondo sempre più avvolto dalle tenebre dell’odio, del delirio di onnipotenza, del rifiuto di ogni via di dialogo e di riconciliazione. Ispira a popoli e governanti pensieri di pace, affinché escano da logiche di supremazia, di corsa agli armamenti per non cadere nell’abisso del non-senso. Preghiamo. 

- Ti affidiamo, o Padre, questo nostro Paese e quanti hanno responsabilità di governo. Aiutaci a saper affrontare le tante crisi che ci riguardano, senza cadere in inutili contrapposizioni, che servono soltanto a lacerare il nostro fragile tessuto sociale. In modo particolare ti affidiamo i ragazzi tredicenni con le loro solitudini e la loro facile tendenza a spettacolizzare la violenza. Preghiamo

- Non distogliere, o Padre, il tuo sguardo dalle nostre famiglie. Sii vicino a quelle provate dalle malattie o da problemi economici. Fa’ che tutte possano sentire la tua presenza amorosa e, in obbedienza a Cristo Gesù, poter ripetere la preghiera, che Lui stesso ci ha consegnato, la preghiera che ci rende figli e figlie, e fratelli e sorelle. Preghiamo

- Davanti a te, o Padre, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo dei migranti che continuano a morire nel Mar Mediterraneo e nei campi di detenzione e di tortura, delle vittime della violenza nelle famiglie e delle vittime della fame e dell’indigenza. Mostra verso tutti il tuo Volto di Padre Buono e compassionevole.   Preghiamo.



Per chi presiede

Ascolta, o Padre, le nostre preghiere, che rivolgiamo a Te per collaborare con generosità al tuo disegno di liberazione e di salvezza, come operai nella vigna della Chiesa e del mondo. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

AMEN.


Cittadinanza onoraria al cardinale Pizzaballa: “Bologna è parte della mia vita. Porterò questa città sempre con me”


Cittadinanza onoraria al cardinale Pizzaballa:
“Bologna è parte della mia vita.
Porterò questa città sempre con me”

Il patriarca di Gerusalemme durante la cerimonia a Palazzo d’Accursio: “Sono emozionato e onorato. Una cittadinanza rappresenta un legame di cui prendersi cura”


Bologna, 18 settembre 2026 – “Essere qui e ricevere questo riconoscimento è un'emozione particolare. Per me vuol dire tornare in un luogo al quale devo una parte importantissima di ciò che sono”. Così il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, ha commentato e accolto il conferimento della cittadinanza onoraria di Bologna, questa mattina in Consiglio comunale.

Il cardinale: "Bologna era già parte della mia vita”

“Bologna era già parte della mia vita. Oggi voi mi dite che anch'io sono parte della vostra. Ed è questo più di ogni altra cosa che mi onora”. Pizzaballa ha studiato ed è stato ordinato sotto le Due torri. Ma non è solo questo il motivo: l'aula di Palazzo d'Accursio ha votato all'unanimità l'onorificenza perché si riconosce nei valori di pace e dialogo portati avanti dal cardinale. L’ordine del giorno, frutto di un accordo tra maggioranza e minoranza, era stato presentato dalle consigliere Cristina Ceretti (Partito democratico) e Samuela Quercioli (Bologna ci piace) e dalla delegata del Sindaco Rita Monticelli, e sottoscritto dai gruppi consiliari Partito democratico, Coalizione civica, Lepore sindaco, Anche tu conti, Fratelli d’Italia, Lega Salvini premier, Misto, Forza Italia.


Il forte legame con la città delle Due Torri

Una presa di posizione forte, cui è corrisposta questa mattina una altrettanto forte, emozionata presenza di Bologna, sia laica che ecclesiastica, a Palazzo D’Accursio. D’altronde Pizzaballa ha profondi legami con la città, dove ha conseguito la Professione Solenne presso la Chiesa di Sant'Antonio nel 1989 ed è stato ordinato sacerdote nel 1990, nella Cattedrale di San Pietro.

Un riferimento costante, si legge nella motivazione del riconoscimento, non solo per la comunità cristiana, ma per chiunque riconosca nella pace e nel dialogo interculturale e interreligioso una via concreta alla convivenza tra i popoli. Maria Caterina Manca, presidente del Consiglio comunale, lo ha detto subito: “Bologna si riconosce nei suoi valori più profondi. Grazie”.

Il cardinale ringrazia, poi va oltre: “Vorrei che un po' delle sofferenze e della speranza della Terra Santa potesse trovare qui ascolto e casa. E lo farò. Sono un po' in imbarazzo, -non volevo fare l'eroe, o insegnare nulla -. Ma esserci, metterci la faccia. Impegnarsi e fare di tutto per salvare non solo l'umanità, ma anche il desiderio di vita, di pace e di serenità per tutti". Ricevere la cittadinanza onoraria, dunque, per il cardinale “è soprattutto un legame. Essere cittadini significa appartenere a una storia, riconoscere dei legami e accettare che comportino una responsabilità. Una cittadinanza, anche quando è onoraria, non dovrebbe restare soltanto qualcosa che si riceve, dovrebbe diventare un legame di cui prendersi cura. Lo farò”.


Le parole di Pizzaballa: “Quando tornerò a Gerusalemme, questo vostro gesto mi ricorderà che anche una responsabilità difficile può essere condivisa”

Con la cittadinanza onoraria, dunque, "da oggi porterò con me in una forma nuova anche Bologna. E vorrei che un po' di ciò che Bologna mi ha dato continuasse ad accompagnarmi là dove sono chiamato a vivere e a servire. Quando tornerò a Gerusalemme, questo vostro gesto mi ricorderà che anche una responsabilità difficile può essere condivisa, che non tutto deve essere sostenuto da soli".

Bologna, ha concluso il neocittadino onorario nel suo primo discorso da bolognese, "con la sua tradizione conosce bene il valore dell'incontro, della discussione e della partecipazione. E mi ha particolarmente colpito sapere che il Consiglio comunale ha approvato questa cittadinanza non solo all'unanimità, ma anche molto velocemente".

Il sindaco Lepore: “L'unica strada è essere testimoni di pace”

La soddisfazione di Bologna è rappresentata dalle parole dell’emozionato sindaco Matteo Lepore: “La cittadinanza onoraria al cardinale è anche un'assunzione di responsabilità, per noi. Per continuare a essere una città nella quale le differenze non devono diventare divisioni, nella quale la memoria non diventa vendetta e la parola pace non viene pronunciata come una formula di rito, ma come un impegno concreto”.

Bologna, spiega Lepore, "vuole continuare a essere un ponte verso la Terra Santa. Sappiamo che essere coerenti non sarà facile: richiederà un grande dibattito, grande forza di volontà, essere anche controcorrente e prendere posizione. Però crediamo di dover impegnare in questo senso la nostra comunità e le chiediamo di aiutarci. Bologna sa quanto sia importante stare accanto alle vittime, rifiutando la logica della vendetta e della punizione collettiva, chiedendo sempre verità e giustizia. Bologna sa che bisogna coltivare la memoria, superando depistaggi e propaganda che inquinano la democrazia. Ma soprattutto questa città sa che la prima cosa da fare è ergersi al fianco delle vittime e dei diritti umani. La violenza non si può certo confinare da una parte o dall'altra. L'unica strada è essere testimoni di pace”.

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa e il sindaco Matteo Lepore

Una cerimonia sentita e affollata: presente anche il cardinale Matteo Zuppi

Una cerimonia sentita e affollata, quella di questa mattina. Tra i tanti presenti il cardinale Matteo Zuppi, presidente Cei e arcivescovo di Bologna, l'ex premier Romano Prodi, e i rappresentanti delle comunità ebraiche e islamiche di Bologna, Daniele De Paz e Yassine Lafram, a cui Pizzaballa ha stretto la mano al termine della cerimonia. Per la Regione il presidente Michele de Pascale ha delegato la consigliera Simona Lembi, per la quale "Bologna si conferma la città dei diritti civili e della pace, a partire dalla ferma condanna di quanto sta avvenendo in Palestina”.

La cerimonia a Palazzo d'Accursio

“L'uso dell'IA in guerra è un esempio di deumanizzazione dell'altro”

E su questo versante, dopo la consegna della cittadinanza onoraria Pizzaballa si è soffermato su alcuni aspetti dell’odierna situazione internazionale: “L'uso dell'intelligenza artificiale in guerra – ha detto – è un esempio di deumanizzazione dell'altro: è molto più facile delegare a un algoritmo una certa decisione. Purtroppo è un fatto che l'intelligenza artificiale è usata anche nell'operazione bellica. Ed è un fatto che dobbiamo interrogarci sulle responsabilità etiche, sulle procedure, sulle catene di comando”.

Il patriarca di Gerusalemme parla poi delle elezioni in Israele, in programma tra qualche settimana: “Non credo che ci saranno cambiamenti messianici. La situazione è sempre la stessa a Gaza, di paralisi totale. Non si muove nulla dal punto di vista politico e la ricostruzione di fatto non è ancora cominciata”.

Sulla situazione umanitaria, infine, il commento è amaro: “Resta grave come sempre, con un deterioramento continuo in Cisgiordania a causa delle aggressioni da parte dei coloni. Devo dire però che trovo la risposta dentro la società, sia italiana che palestinese, sempre più determinata”. Sul ruolo dell'Italia e dell'Europa, infine: "Assistono. La comunità internazionale è fragile, speriamo che le cose cambino. Dal punto di vista umanitario l'Italia è tra i Paesi più attivi".

“La Chiesa non è neutrale, perché è per la pace che è di tutti"

Il cardinale Zuppi, nel suo discorso a margine della consegna del riconoscimento, aveva citato le parole del cardinale Lercaro: “La Chiesa non è neutrale, perché è per la pace che è di tutti. Con la sua testimonianza, il patriarca di Gerusalemme ci ha coinvolto in questo dolore infinito. Ha parlato per tutte le vittime. Ci ha ricordato la deumanizzazione dell'altro. L'odio ha creato un circolo di vittime contro altre vittime che poi col tempo irrigidisce gli animi e rende sempre più difficile aprire cammini di riconciliazione. Pizzaballa "invita a vivere il rifiuto della violenza, perché non cadiamo nella trappola di usare le parole di odio, di condividere notizie false, di non distinguere la critica dall'insulto”.
(fonte: Il resto del Carlino 18/09/2026)

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Leggi anche il testo integrale del card. Pizzaballa