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mercoledì 27 maggio 2026

Mons. Corrado Lorefice eletto Presidente della Commissione per le migrazioni e di Migrantes. Auguri a don Corrado per questo nuovo importante servizio nella Chiesa Italiana

Mons. Corrado Lorefice eletto Presidente della Commissione per le migrazioni e di Migrantes.
Auguri a don Corrado 
per questo nuovo importante servizio nella Chiesa Italiana.


Mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, è stato eletto dall’82ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, che era chiamata a scegliere i presidenti delle 12 Commissioni episcopali che faranno parte del Consiglio permanente per il prossimo quinquennio, Presidente della Commissione episcopale per le migrazioni (Cemi). Di conseguenza, secondo lo Statuto della Fondazione, sarà anche il presidente della Migrantes.

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Nel febbraio scorso, quando con Mediterranea Saving Humans abbiamo scoperto che le persone disperse in mare nei giorni del ciclone Harry erano probabilmente più di 1.000 e davanti al dolore dei loro familiari e amici riuniti impotenti, insieme a Luca Casarini e ad altre persone che camminano con noi abbiamo avuto questa ispirazione: andare in mare con la barca a vela e lì celebrare l’Eucarestia, memoriale perenne della Pasqua di Cristo. La Pasqua di Cristo é il fulcro della storia, in cui tutto culmina. Nella Sua Pasqua, Cristo ci dona l’amore che tutto assume, tutto riscatta e tutto salva. Quell’amore che opera nella storia attraverso tutte le persone di buona volontà, scardina le ingiustizie, costruisce solidarietà e fraternità. É con quell’amore che portiamo avanti la nostra missione.

La S. Messa che abbiamo celebrato in mare é stata davvero in comunione con tutte le Chiese del Mediterraneo, sia sul piano spirituale sia su quello dei tanti messaggi ricevuti. In particolare, l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice ci ha mandato un messaggio impregnato di Vangelo e di profezia, che é stato reso pubblico dalla Arcidiocesi di Palermo. 

In seguito a quell’episodio, sui social si è scatenata una bufera di odio contro di lui, magari con qualche regia e qualche strumento tecnologico.
Lorefice, che come i giusti del Vangelo non si fa intimidire, ha ricevuto una solidarietà enorme da tutti: Santa Sede, ordini religiosi, associazioni, movimenti…. é difficile quantificare l’ondata di solidarietà che è arrivata.

Ieri, poi i vescovi italiani riuniti in assemblea generale hanno eletto proprio lui come nuovo Presidente della Commissione per le migrazioni e di Migrantes.
É molto significativo, perché quello che fa don Corrado è seguire Gesù con coraggio e passione. Si conferma così che la Chiesa é unita intorno al Vangelo, intorno a Cristo. “In illo uno unum”, come recita il motto di Papa Leone XIV.
(fonte: bacheca fb di don Mattia Ferrari 27/05/2026)


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UNA GIOIA GRANDE PER LA CHIESA
E PER IL MONDO DELLA MOBILITÀ UMANA


Con il cuore ricolmo di gioia e gratitudine, l'Ufficio Diocesano Migrantes esprime le più vive congratulazioni a Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo, per la sua nomina a Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni (CEMi) della CEI e della Fondazione Migrantes.
Per tutti noi che operiamo quotidianamente nella pastorale delle migrazioni, questa scelta non è solo un motivo di immenso orgoglio, ma rappresenta un vero e proprio faro di speranza e una spinta profetica a fare sempre di più e meglio.
Mons. Lorefice è da sempre una voce limpida, coraggiosa e profondamente evangelica nel panorama italiano. Una guida che non parla di flussi o di cifre, ma di volti, di storie e di carne fraterna. La sua attenzione profetica verso gli ultimi e il mondo della mobilità umana è incarnata nelle sue stesse parole, che oggi risuonano come un mandato per tutti noi:
"L'accoglienza non è un'opzione o un'emergenza da gestire, ma la dimensione costitutiva del cristiano e dell'essere umani. Sulle rotte dei migranti si gioca la nostra stessa umanità: o ci salviamo insieme, riconoscendoci fratelli, o naufraghiamo tutti nel mare dell'indifferenza."
Sotto la sua guida illuminata, la Fondazione Migrantes nazionale saprà tracciare percorsi di autentica inclusione, giustizia e prossimità.
A Mons. Corrado assicuriamo sin da ora la nostra preghiera, la nostra totale comunione e il massimo impegno sul territorio diocesano e regionale, pronti a camminare insieme a lui a servizio dei fratelli e delle sorelle migranti.
Buon cammino e buon ministero, Don Corrado!
(fonte: bacheca fb di Ufficio Migrantes Messina 27/05/2026)


Sono 103 anni dalla nascita di Don Milani, il suo messaggio è ancora vivo e attuale

Sono 103 anni dalla nascita di Don Milani,
il suo messaggio è ancora vivo e attuale



Don Milani, quel “peccato” imperdonabile: aver amato i ragazzi più di Dio

Il ventisette maggio non è mai una data qualunque per chi vive la scuola come una missione e non come un semplice mestiere. Oggi, lo scorrere del calendario ci impone una sosta riflessiva, un ritorno necessario e quasi terapeutico alle radici della nostra coscienza pedagogica.
Centotré anni fa nasceva don Lorenzo Milani, un uomo che ha scardinato le certezze granitiche di un sistema scolastico selettivo, classista e profondamente ingiusto, restituendo alla parola “educare” il suo significato più autentico e rivoluzionario: trarre fuori, emancipare, dare dignità a chi ne era stato privato.

Don Milani non è un santino da venerare nelle ricorrenze istituzionali, ma una presenza viva, uno specchio scomodo in cui specchiarsi. Il suo sguardo, attraverso le foto d’epoca in bianco e nero che spesso popolano le pareti dei nostri studi o i ripiani delle nostre scrivanie, continua a interrogarci da quell’esilio forzato di Barbiana, dove il nulla geografico e sociale si trasformò nel tutto pedagogico. La pedagogia di don Milani non è nata nelle aule universitarie, tra dotti dibattiti accademici, ed è forse proprio per questo che possiede ancora oggi una forza d’urto e una freschezza intellettuale totalmente intatte. È una pedagogia dell’aderenza totale alla realtà, dove il messaggio del Vangelo e i principi della Costituzione italiana si fondevano nell’urgenza quotidiana di dare la parola ai poveri, ai figli dei contadini, ai respinti. Sapeva con incrollabile certezza che il possesso della parola e la padronanza della lingua fossero gli unici strumenti in grado di aprire ogni porta, consapevole che il deficit linguistico rappresentasse il vero, insormontabile spartiacque sociale.

La scuola di Barbiana, con il suo celebre e severo motto “I care” – mi importa, mi sta a cuore, mi assumo la responsabilità –, si poneva in antitesi drammatica e militante con la scuola formalistica del tempo, quella che il Priore paragonava crudelmente a un ospedale che si limita a curare i sani e respinge i malati cronici. In un’epoca come la nostra, drammaticamente schiacciata dall’ansia della performance a tutti i costi, dalle griglie di valutazione standardizzate e da una burocrazia asfissiante che troppo spesso soffoca l’entusiasmo e la vocazione dei docenti, il richiamo che giunge da Barbiana risuona come un severo, accorato monito.

Che senso ha una scuola che si limita a certificare asetticamente le competenze di chi è già avvantaggiato per censo, patrimonio culturale e provenienza familiare? Il rigore pedagogico milaniano ci ricorda che l’uguaglianza non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel dare di più a chi ha avuto di meno dalla vita. È l’atto di responsabilità suprema del maestro che non accetta di perdere nessuno lungo la strada, che considera ogni bocciatura come un fallimento personale e collettivo, una ferita inferta alla democrazia. C’è un passaggio, di una bellezza disarmante e quasi dostoevskijana, che riassume l’intera parabola umana, intellettuale e spirituale del Priore: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”. In questa straordinaria e provocatoria affermazione si condensa l’essenza stessa dell’educazione. Non siamo di fronte a una professione di fede mancata o a un momento di debolezza spirituale, ma all’adempimento più alto, radicale e coerente del mandato evangelico e civile.

Don Milani ha amato i suoi ragazzi di un amore carnale, totale, totalizzante, fino a consumarsi la salute e le forze in quella scuola di montagna aperta 365 giorni all’anno. Per lui, amare quelle creature concrete, vederle crescere, vederle finalmente capaci di difendersi, di argomentare e di pensare con la propria testa, era l’unico modo possibile di amare Dio e di servire lo Stato. Il trascendente si faceva immanente nella concretezza di un’aula spoglia e fredda, attorno a un tavolo di legno costruito dagli stessi alunni, davanti a un astrolabio autocostruito o a una vecchia mappa geografica appesa al muro. Oggi la “tecnica” della scuola non può e non deve ridursi a un mero insieme di procedure didattiche digitalizzate, a griglie Excel o a freddi algoritmi di apprendimento personalizzato. La vera tecnica, l’arte pedagogica suprema che don Milani ci ha lasciato in eredità, è la capacità di stabilire una relazione asimmetrica ma profondamente rispettosa, dove il maestro si fa carico, in prima persona, del destino umano e civile dell’allievo. I suoi insegnamenti non sono fossili del Novecento da studiare nei manuali di storia della pedagogia, ma bussole indispensabili per orientarsi nel caos e nelle derive della modernità liquida. Guardare oggi a quella figura significa ritrovare il coraggio dell’anticonformismo, la forza di denunciare le nuove povertà educative e le inedite marginalità, l’audacia di rimettere lo studente in carne e ossa, e non i programmi ministeriali o le scadenze burocratiche, al centro esatto del processo educativo.

Centotré anni dopo la sua nascita, la lezione più grande del Priore resta un invito alla fedeltà: fedeltà agli ultimi della terra, fedeltà alla cultura come unico strumento di reale liberazione, e soprattutto, quell’amore viscerale per i ragazzi che, lassù a Barbiana, ha cancellato ogni sottigliezza dottrinale per farsi carne, scuola e futuro.
(fonte: La tecnica della scuola, articolo di Monica Piolanti 27/05/2026)

martedì 26 maggio 2026

Il cardinale Zuppi: “La guerra è follia, serve un clima costituente per il Paese”


Il cardinale Zuppi:
“La guerra è follia, serve un clima costituente per il Paese”


Dalla guerra alle riforme istituzionali, dalla crisi educativa alla missione della Chiesa italiana. È un discorso ampio e fortemente politico, nel senso più alto del termine, quello pronunciato dal cardinale Matteo Zuppi aprendo l’Assemblea generale della Cei in Vaticano. Un intervento attraversato dal richiamo costante alla pace e alla responsabilità collettiva, nel solco dell’enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV, definita dal presidente della Cei “un dono prezioso, un faro di luce nel buio di pensiero e di violenza che talvolta avvertiamo intorno a noi”.

La guerra e il riarmo

“La costruzione di un mondo in stato di belligeranza permanente è un male”, ha affermato Zuppi, denunciando il progressivo indebolimento del diritto internazionale e la diffusione di una “cultura violenta della potenza”. Per il cardinale, “la violenza sembra tornata a essere il linguaggio normale della politica internazionale”, mentre il riarmo viene presentato “come un destino inevitabile”.

Il presidente della Cei ha richiamato i dati sull’aumento globale delle spese militari e ha rilanciato con forza l’appello di Papa Leone XIV: “Fermatevi. È il tempo della pace. Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte”. “Ci uniamo, con tutte le nostre energie – ha scandito il cardinale di Bologna – al Papa e ai miliardi che scelgono la pace. Facciamo sentire la nostra voce, gridando che è tempo di fare la pace. La spesa militare mondiale ha raggiunto la punta più alta nel 2025 con 2.887 miliardi di dollari: un aumento di quasi il 3%. È destinata a crescere di molto nel 2026. L’Europa è il Continente che ha conosciuto il maggiore investimento in armi con un incremento medio rispetto al 2024 del 14%. Tutti gli anni del Pontificato di Francesco sono stati segnati da una costante denuncia della pericolosità dell’investimento nelle armi, che diventa una premessa per la guerra”.

Citando l’enciclica Magnifica humanitas pubblicata oggi, Zuppi ha poi ribadito che “non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile” e che “è errata la convinzione che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile per la sicurezza”. Da qui l’invito a “disarmare” prima di tutto i cuori e a investire in diplomazia, cooperazione e mediazione. “Il dialogo non è mai debolezza”, ha osservato. “La sicurezza si costruisce pensandosi insieme, gli uni per gli altri, non contro o senza gli altri”. “ Noi cristiani siamo il popolo della pace”, ha insistito il cardinale, invitando le comunità ecclesiali a promuovere educazione alla nonviolenza, cultura dell’incontro e accoglienza. In questo quadro ha ricordato anche il progetto della rete Caritas che ospiterà in estate centinaia di bambini ucraini in Italia.

Le riforme e il “clima costituente”

Accanto allo scenario internazionale, Zuppi ha dedicato ampio spazio alla situazione politica italiana, segnata secondo lui da “polarizzazione” e “contrapposizioni permanenti”. Il presidente della Cei ha richiamato il dibattito sulle riforme istituzionali, a partire dalla legge elettorale, chiedendo “uno spirito costituente” capace di coinvolgere “il più possibile le forze politiche e la società civile”.

“Il confronto democratico rappresenta un grande valore, ma troppo spesso si dissolve e lascia spazio a uno scontro che prescinde dai contenuti”, ha detto. Per questo, ha aggiunto, “esiste un bene comune da ricercare insieme” e le riforme che riguardano “l’architettura fondamentale della vita del Paese” non possono essere affrontate con logiche di parte o di breve periodo.

Zuppi ha citato l’adagio di Giovanni XXIII, “cercare ciò che unisce e mettere da parte ciò che divide”, definendolo ancora oggi attuale. “La Chiesa non si sottrae a questa responsabilità come popolo di Dio”, ha spiegato, proponendosi come “seme di speranza e di unità” nel dibattito pubblico.

Il cardinale ha affrontato anche il tema della giustizia, chiedendo un confronto “serio e non ideologico” sul sistema giudiziario e sul carcere. “Una giustizia credibile ha bisogno di tempi ragionevoli, decisioni prevedibili, norme chiare, istituzioni rispettate e persone responsabili”, ha affermato. E ancora: “La giustizia non può rinunciare alla possibilità di un futuro per chi ha sbagliato”.

I giovani, i migranti e la crisi educativa

Tra i passaggi più intensi dell’intervento, il ricordo di Sako Bakari, il bracciante maliano ucciso a Taranto il 9 maggio scorso, definito “vittima di una violenza gratuita che lascia attoniti”. Secondo Zuppi, dietro episodi come questo “c’è una povertà educativa profonda”.

“Quando mancano relazioni significative, punti di riferimento, senso del limite, quando non si riceve amore disinteressato e non si riesce a dare un senso alla propria vita, si cerca forza nel gruppo, nel dominio sull’altro, nell’umiliazione del più debole”, ha detto il presidente della Cei.

Il cardinale ha denunciato anche il ruolo di un linguaggio pubblico che alimenta “sospetto e disprezzo verso chi è straniero o vulnerabile”, creando così “un terreno ancora più fertile” per la violenza. “Gli stranieri non sono ospiti provvisori della nostra umanità. Sono persone, famiglie, volti, storie”, ha scandito.

Rivolgendosi ai giovani, Zuppi ha osservato che “il problema oggi non è soltanto cosa fanno, ma cosa sognano – o non riescono più a sognare”. Per questo ha invitato a evitare che “odio generi altro odio”, indicando nella comunità, nelle relazioni e nell’educazione le risposte decisive al disagio sociale.

La Chiesa italiana e la sfida della comunità

Nel suo intervento il presidente della Cei ha insistito più volte sul ruolo della Chiesa come luogo di comunità in “un Paese di solitudini”. “Costruire comunità non è un’operazione di marketing pastorale. È la forma stessa della fede”, ha affermato, parlando delle fragilità che attraversano il Paese: anziani soli, giovani senza prospettive, famiglie schiacciate dalla precarietà, poveri invisibili.

“La Chiesa non alza né pianta bandiere di conquista”, ha spiegato, mettendo in guardia dal “fondamentalismo della verità”, cioè dalla tentazione di trasformare le proprie convinzioni in strumenti di imposizione. “La verità non è un territorio da difendere ma un bene da condividere”.

Da qui il richiamo alla sinodalità come stile permanente della vita ecclesiale. “Siamo popolo e non la somma di singoli interessi”, ha detto Zuppi, annunciando anche un percorso di revisione dello statuto e dei processi decisionali della Cei per rafforzare collegialità e corresponsabilità.

Infine il riferimento alle grandi questioni sociali, dalla casa alla crisi climatica. Il Piano Casa del Governo è stato definito “un passo significativo”, mentre sul cambiamento climatico Zuppi ha ricordato che “colpisce soprattutto chi ha meno strumenti per difendersi”. La Chiesa, ha concluso, deve continuare a essere “anima della ricostruzione morale e umana del Paese”, senza chiudersi “a difesa di un recinto” ma tornando “a parlare al cuore con parole comprensibili e vite credibili”.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 25/05/2026)

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Il testo integrale dell'Introduzione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, alla 82ª Assemblea Generale (Roma, 25-28 maggio 2026): 


Vedi anche il nostro post precedente: 


Tonio Dell'Olio: La Magnifica humanitas della pace - Laura Tussi: “Restiamo umani”: Papa Leone XIV e l’eredità morale di Vittorio Arrigoni

Tonio Dell'Olio
 
La Magnifica humanitas della pace
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  26 maggio 2026

Sul rifiuto della guerra e sulla scelta radicale della pace, l’enciclica Magnifica humanitas — che Vittorio Arrigoni avrebbe tradotto con il suo “restiamo umani” — non lascia spazio ad ambiguità. Papa Leone XIV smonta una per una le giustificazioni culturali, politiche e morali con cui il mondo continua a considerare la guerra come un destino inevitabile.

Per il Pontefice, la pace non è il sogno fragile di qualche idealista, ma una responsabilità concreta affidata ai popoli, alla politica e ai credenti. Per questo denuncia con parole severissime “la preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale” e attacca “le scelte di riarmo” che stanno trascinando il mondo dentro “la cultura violenta della potenza”. 

La guerra, scrive Leone XIV, non nasce improvvisamente sui campi di battaglia: viene preparata molto prima, “attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura”. Così la pace finisce per essere considerata soltanto “un intervallo precario tra conflitti”. 

È necessario “superare la teoria della guerra giusta”, perché oggi l’umanità possiede strumenti infinitamente più umani e più efficaci: “il dialogo, la diplomazia, il perdono”. 

Alla faccia del cinismo di chi considera il ricorso alla violenza come inevitabile, il Papa rilancia una convinzione disarmante: “La pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità”. 

E infine un appello che suona insieme come una denuncia e una profezia: “La guerra non è mai inevitabile, le armi possono e devono tacere”, perché gli altri non sono nemici da abbattere, ma esseri umani da riconoscere.

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Vedi anche il post precedente:

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“Restiamo umani”: Papa Leone XIV
e l’eredità morale di Vittorio Arrigoni


Quando Papa Leone XIV, nella sua enciclica Magnifica humanitas, invita il mondo a “restare umani” di fronte alla guerra tecnologica, all’intelligenza artificiale militarizzata e alla disumanizzazione globale, il richiamo corre inevitabilmente alla figura di Vittorio Arrigoni, il volontario italiano ucciso a Gaza nel 2011 mentre cercava di testimoniare la sofferenza del popolo palestinese.

“Restiamo umani” non era per Arrigoni uno slogan astratto. Era una scelta di vita, una presa di posizione morale dentro il dolore della storia. Chiudeva così ogni suo reportage da Gaza, trasformando quelle parole in una sorta di consegna etica universale: non abituarsi mai all’ingiustizia, non considerare normale la guerra, non lasciare che la violenza cancelli il volto concreto delle persone. 

Nato in Brianza nel 1975, Arrigoni — “Vik” per amici e compagni di viaggio — aveva scelto di vivere nella Striscia di Gaza come attivista dell’International Solidarity Movement. Non era soltanto un giornalista o un osservatore internazionale: era uno “scudo umano”, come ricordano molte testimonianze raccolte anche da FarodiRoma. Accompagnava pescatori e contadini palestinesi nelle aree più esposte agli attacchi, documentava i bombardamenti, rompeva il silenzio mediatico sull’assedio della Striscia. Durante l’operazione “Piombo Fuso” tra il 2008 e il 2009 raccontò giorno per giorno la devastazione di Gaza nel libro Gaza. Restiamo umani, diventato poi anche un film-documento e un simbolo internazionale del pacifismo contemporaneo. (Pressenza)

Il 14 aprile 2011 Arrigoni venne sequestrato a Gaza da un gruppo jihadista salafita. Il suo corpo fu ritrovato il giorno successivo. Aveva 36 anni. Ma la sua morte non ha spento il messaggio che aveva lasciato. Anzi, col tempo quel “Restiamo umani” è diventato un richiamo morale sempre più attuale in un mondo attraversato da nuove guerre, nazionalismi, odio identitario e tecnologie capaci di rendere il conflitto sempre più impersonale.

È proprio qui che il riferimento implicito di Papa Leone XIV assume una forza particolare. Nell’enciclica il Pontefice denuncia una civiltà in cui “la potenza tecnica” rischia di sostituire la coscienza morale, e afferma con nettezza: “Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”. Un’affermazione che sembra dialogare idealmente con l’eredità di Arrigoni: la necessità di custodire l’umanità anche dentro la violenza estrema.

Per il Papa, infatti, il vero rischio del nostro tempo è la disumanizzazione: ridurre le persone a dati, bersagli, numeri, flussi migratori, utenti o danni collaterali. È la stessa deriva che Arrigoni aveva denunciato raccontando i bambini di Gaza, gli ospedali bombardati, i pescatori colpiti mentre cercavano semplicemente di sopravvivere.

Oggi, mentre il Medio Oriente continua a bruciare e la guerra torna a essere considerata da molti una soluzione “normale”, la figura di Arrigoni appare ancora più scomoda e necessaria. Non apparteneva ai potenti, non parlava il linguaggio della geopolitica o degli interessi strategici. Parlava il linguaggio delle vittime civili, degli ultimi, degli invisibili.

Mi sembra proprio questo il punto più profondo dell’enciclica di Leone XIV: senza empatia, senza limite morale, senza riconoscimento dell’altro come fratello, nessuna tecnologia e nessun progresso potranno salvare la civiltà.

“Restiamo umani”, allora, non è soltanto il titolo di un libro o il ricordo di un attivista assassinato. È una domanda rivolta a tutti noi. In un tempo dominato da guerre ibride, propaganda digitale e odio globale, quelle parole continuano a chiedere se siamo ancora capaci di riconoscere nell’altro un essere umano.

Ed è forse per questo che Vittorio Arrigoni, a quindici anni dalla sua morte, continua a essere uno degli eroi morali più limpidi del nostro tempo.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Laura Tussi 25/05/2026)

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Per saperne di più su Vittorio Arrigoni guarda anche:

Papa Leone XIV presenta la sua prima enciclica Magnifica humanitas

Papa Leone XIV presenta la sua prima enciclica
Magnifica humanitas


Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale


Un appello affinché «brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati» siano davvero beni «universalmente destinati a tutti» e non restino «concentrati nelle mani di pochi». La prima enciclica di Leone XIV — Magnifica humanitas «sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale» — è un documento traboccante di speranza sulla bellezza dell’umanità «abitata da Dio».

Firmata lo scorso 15 maggio, nel 135° anniversario della Rerum novarum del predecessore da cui ha preso il nome, il Pontefice vi riflette sulla Dottrina sociale della Chiesa alla luce della sfida rappresentata dalle nuove tecnologie, esortando a promuovere verità, dignità del lavoro, giustizia sociale e pace.

Pubblicata e presentata oggi, lunedì 25, Magnifica humanitas è suddivisa in cinque capitoli, più un’introduzione e una conclusione, e parte da un assunto: la tecnologia non è «di per sé un male», ma non è neanche «neutrale». Di qui, l’esortazione a «costruire nel bene» e a «rimanere umani», seguendo la logica della corresponsabilità coraggiosa, della sussidiarietà, della comunione.

E proprio il verbo costruire è stato uno dei tre usati da Leone XIV durante la presentazione dell’enciclica svoltasi nell’Aula del Sinodo. Gli altri due sono stati «ascoltare» e «disarmare». Riguardo al primo, ha spiegato di aver «ascoltato scienziati e ingegneri... leader politici... genitori e insegnanti».

Riguardo al secondo, ha rimarcato che l’intelligenza artificiale «esige di essere “disarmata”, liberata dalle logiche che la trasformano in uno strumento di dominazione, esclusione o morte».

Alla presentazione sono intervenuti anche i cardinali Parolin, Czerny e Fernández e tre esperti della materia.
(fonte: L'Osservatore Romano 25/05/2025)

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Per approfondire leggi anche:

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Vedi anche il post precedente:



lunedì 25 maggio 2026

Flotilla, la determinazione di Giuseppina, bloccata in Libia a 79 anni: «Non c’è età per lottare contro le ingiustizie»


Flotilla, la determinazione di Giuseppina,
bloccata in Libia a 79 anni:
«Non c’è età per lottare contro le ingiustizie»

La testimonianza di Giuseppina Branca, attivista della spedizione fermata nei pressi di Sirte: «Manca spesso l’acqua ma stiamo bene, il nostro obiettivo è che lascino passare il convoglio umanitario»

Gli attivisti della spedizione via terra Global Sumud Flotilla bloccati in Libia

«Siamo accampati nella zona neutra tra la Libia ovest e la Libia est in un posto spartano, una stazione di benzina. Manca sovente l'acqua ma emotivamente stiamo bene, c’è un clima di grande solidarietà e determinazione». È con un certo sollievo che riusciamo a metterci in contatto con Giuseppina Branca, la militante più anziana della spedizione via terra della Global Sumud Flotilla, bloccata in Libia la scorza settimana. La carovana – 25 le delegazioni da tutto il mondo, fra cui appunto l’italiana di 13 componenti – in marcia verso la Palestina per consegnare «case mobili, 15 ambulanze e altri aiuti umanitari», si trova ora bloccata a circa 9 chilometri dal valico di Sirte.

Giuseppina Branca, 79 anni
Una situazione instabile, molto faticosa, ma gli attivisti non mollano. Giuseppina in testa: è una donna determinata, che ha scelto da che parte stare e rimane fedele alla causa di un mondo più giusto. E a quanti fossero preoccupati per lei, Giuseppina risponde: «Non c'è età per lottare contro le ingiustizie. Il nostro obiettivo che lascino passare il convoglio umanitario. Paure non ne abbiamo». La sua è una testimonianza straordinaria, fatta di coraggio e tenacia.

Verbanese, infermiera in pensione, Giuseppina si è sempre spesa in missioni umanitarie in giro per il mondo. Già lo scorso anno aveva preso parte alla missione della Flottilla, mossa dagli stessi ideali che la guidano ancora oggi: «Partecipo a questa missione perché mi sembra normale muoversi contro i crimini che sta facendo il governo di Israele».
Settimana scorsa, nella notte fra giovedì e venerdì, «c’è stata una lunghissima riunione in cui si è deciso di rimanere ancora, di ritentare ancora, sottolineando quanto sia importante riuscire a far passare questi mezzi. Sono stanchi ma determinati», riferisce la portavoce per l’Italia della Global Sumud Flotilla, Maria Elena D’Elia.

Mentre la carovana è ancora accampata, il comitato direttivo della Global Sumoud Flotillia sta cercando di far pressione, a livello diplomatico, per sbloccare la situazione. Il contingente umanitario è professionalizzato, ne fanno parte anche ingegneri, personale sanitario, educatori, ecocostruttori e medici pronti a portare aiuto alla popolazione stremata: sarebbe indispensabile arrivasse presto a destinazione.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Laura Bellomi 25/05/2026)


La solennità di Pentecoste 2026 di Leone XIV: “Lo Spirito del Risorto ci salvi dal male della guerra” - “Lo Spirito apre le porte di Dio, della Chiesa e dei nostri cuori”

La solennità di Pentecoste 2026 di Leone XIV 

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Leone XIV: Pentecoste, 
“Lo Spirito del Risorto ci salvi dal male della guerra”

(Foto Vatican Media/SIR)

“Lo Spirito del Risorto ci salvi dal male della guerra, che viene vinta non da una superpotenza, ma dall’Onnipotenza dell’amore”. Lo ha detto Papa Leone XIV nell’omelia della santa messa nella solennità di Pentecoste, presieduta domenica mattina nella Basilica di San Pietro. Soffermandosi su tre aspetti dello Spirito del Risorto, il Papa ha anzitutto sottolineato che “lo Spirito del Risorto è lo Spirito della pace”: una pace “che viene dal perdono e ci porta al perdono”, che inizia con il perdono donato da Gesù stesso, “che è stato da noi tradito, condannato, crocifisso”. Leone XIV ha ricordato le parole del Risorto agli Apostoli — “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati” (Gv 20,23) — come affidamento di “un’opera divina”. Il secondo aspetto indicato dal Pontefice è la missione: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (Gv 20,21). Lo Spirito Santo è “la vivente carità di Cristo che ci pervade, ci sprona, ci sostiene nella missione”. Leone XIV ha ricordato che la prima opera dello Spirito in noi è la fede con la quale professiamo “Gesù è Signore!”, e che tutta la Chiesa è protagonista del Vangelo: “non solo custode”. Il Papa ha quindi concluso con un appello accorato: “Preghiamo che lo Spirito del Risorto liberi l’umanità dalla miseria” e “ci guarisca dalla piaga del peccato, per la redenzione annunciata a tutti i popoli nel nome di Gesù”.
(fonte: Sir 24/05/2026)

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SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

CAPPELLA PAPALE
Basilica di San Pietro
Domenica, 24 maggio 2026

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV
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Cari fratelli e sorelle,

il Tempo di Pasqua raggiunge oggi, solennità di Pentecoste, il suo compimento. Per evidenziare l’unità di quest’evento di salvezza, il Vangelo ci porta nuovamente al “primo giorno della settimana” (cfr Gv 20,19), cioè a quel giorno nuovo nel quale Gesù risorto appare ai discepoli mostrando loro «le mani e il fianco» (v. 20). Il Signore rivela il suo corpo glorioso, precisamente le sue piaghe, le ferite della crocifissione. Questi segni della passione, più eloquenti di qualsiasi discorso, sono trasfigurati: Colui che era morto vive per sempre.

Al vedere il Signore, anche i discepoli tornano a vivere: si erano sepolti nel cenacolo pieni di paura, ma Gesù vi entra nonostante le porte chiuse e li riempie di gioia. Egli passa attraverso la nostra morte, apre il sepolcro e lo spalanca dove per noi non c’era più via d’uscita. Al suo gesto, Cristo unisce la parola: «Pace a voi» (v. 19); e subito dopo alita sui discepoli lo Spirito Santo. Il Risorto è pieno di vita: dopo aver mostrato quella del corpo, come vero uomo, dona quella di Dio, come Figlio amato dal Padre, fatto per noi fratello e Redentore. Nello stesso cenacolo dove ha istituito l’alleanza nuova ed eterna, Gesù effonde lo Spirito: il luogo della cena e del tradimento si trasforma e, da sepolcro degli Apostoli, diventa per tutta la Chiesa grembo di risurrezione. Perciò la Pentecoste è festa pasquale e festa del corpo di Cristo, che per grazia siamo noi.

Celebrando questo mistero, vorrei soffermarmi su tre aspetti.

Anzitutto, lo Spirito del Risorto è lo Spirito della pace. Infatti, nella sua Pasqua Cristo fa pace tra Dio e l’umanità, e lo Spirito Santo la infonde nei cuori e la diffonde nel mondo. Questa pace viene dal perdono e ci porta al perdono: inizia col perdono donato da Gesù stesso, che è stato da noi tradito, condannato, crocifisso. Sorprendendoci con il suo amore, proprio Lui, il risorto, dice: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,23). Con queste parole Gesù ci affida un’opera divina, perché solo Dio può perdonare i peccati (cfr Mc 2,7). Tale autorità viene donata nel segno di una riconciliazione universale: il Signore effonde lo Spirito della pace da un capo all’altro della storia, perché non esclude nessuno Colui che ha redento tutti dalla morte. Lo Spirito Santo, infatti, è Signore e dà la vita sin dall’inizio della creazione, quando aleggiava sulle acque (cfr Gen 1,2), e ora, al suo riscatto, cambia la storia del mondo: davvero la Pentecoste si compie come festa del Patto nuovo, cioè dell’alleanza tra Dio e tutti i popoli della terra. Mentre il fragore dal cielo, il vento e le lingue di fuoco nel cenacolo ricordano gli antichi segni del Sinai (cfr At 2,2-3; Es 19,16-19), la santa legge di Dio viene scritta nei cuori, incisa dallo Spirito con caratteri d’amore nella carne di Cristo e nel suo corpo, che è la Chiesa.

Questa legge è il codice della pace: è il duplice comandamento dell’amore, che lo Spirito ci ricorda a ogni battito del cuore. Col nostro cuore possiamo perciò invocare: “Veni Sancte Spiritus”, perché Egli ci è già stato donato. Possiamo desiderarlo, perché ci è già stato promesso. Possiamo accoglierlo, perché Lui stesso è ospite dolce dell’anima.

Un secondo aspetto: lo Spirito del Risorto è lo Spirito della missione: «Come il Padre ha mandato me», dice il Signore, «anche io mando voi» (Gv 20,21). Veniamo così coinvolti nella missione di Gesù: quella di Colui che esce da Dio e a Dio ritorna con la potenza dello Spirito, che procede dal Padre e dal Figlio, con loro è adorato e glorificato, unico Dio. Lo Spirito Santo è la vivente carità di Cristo che ci pervade, ci sprona, ci sostiene nella missione (cfr 2Cor 5,14). Mentre dà agli Apostoli il potere di esprimersi nella varietà delle lingue (cfr At 2,4), lo stesso Spirito insegna all’umanità la parola della salvezza. Ora che gli Apostoli hanno ricevuto il Soffio del Risorto dentro di sé, quest’annuncio viene dalla loro bocca, ha la voce di Pietro e di quanti sono con lui. Proprio nel giorno di Pentecoste gli Apostoli iniziano ad annunciare Gesù, crocifisso e risorto: le «grandi opere di Dio» (At 2,11) si riassumono tutte nella redenzione, che inizia con la fede. Infatti, la prima opera dello Spirito Santo in noi è la fede con la quale professiamo: «Gesù è Signore!» (1Cor 12,3). Questa fede vive e si esprime in ogni buona azione, in ogni atto di misericordia e di virtù. L’opera di Dio, dunque, siamo noi, che veniamo qui oggi da tutte le parti del mondo, invitati alla mensa del Signore, radunati nell’ascolto della sua parola e inviati a testimoniarla ovunque.

Carissimi, davvero noi siamo partecipi del Vangelo: tutta la Chiesa ne è protagonista, non solo custode. Con la forza dello Spirito, il nostro annuncio diventa colmo di gioia e di speranza, perché noi, proprio noi siamo la novità del mondo, la luce e il sale della terra (cfr Mt 5,13-14). Non certo per nostro merito, né per privilegio, ma per la parola del Signore, che santifica il peccatore, risana il lebbroso, fa di chi lo ha rinnegato un apostolo. Da una parte – lo vediamo bene –, ci sono cambiamenti che non rinnovano il mondo, ma lo invecchiano tra errori e violenze. Dall’altra parte, invece, lo Spirito Santo illumina le menti e suscita nei cuori nuove energie di vita. È così che trasfigura la storia aprendola alla salvezza, cioè al dono che l’unico Signore condivide con tutti. La missione della Chiesa attesta tale condivisione, trasformando la confusione del mondo in comunione con Dio e tra di noi.

Questa missione inizia dicendo la verità di Dio e dell’uomo, perché lo Spirito del Risorto è lo «Spirito della verità» (Gv 14,17). Il Signore stesso ce l’ha promesso, chiedendo unità per la sua Chiesa, un’unità fondata sull’amore di Dio, sorgente del nostro amore. Lo Spirito, che ha parlato per mezzo dei profeti, promuove sempre l’unità nella verità, perché suscita in noi comprensione, concordia e coerenza di vita. Come insegna Sant’Agostino, «lo Spirito Santo volle che questo fosse il segno della sua presenza» (Discorso 269,1): il dono di lingue che si capiscono nell’unica fede. Il Paraclito ci difende allora da tutto ciò che ostacola questa intesa: dalle faziosità, dalle ipocrisie, dalle mode che annebbiano la luce del Vangelo. La verità che Dio ci dona resta così parola liberante per tutti i popoli, messaggio che trasforma dall’interno ogni cultura.

Lo Spirito del Risorto, infatti, non viene effuso una volta e poi basta, ma costantemente. Come l’Eucaristia è la presenza viva di Cristo, che sempre ci nutre, così lo Spirito Santo imprime in noi il suo carattere nel Battesimo, che ci fa cristiani; nella Cresima, che ci rende testimoni; nell’Ordine, che costituisce ministri e pastori per il popolo di Dio. In ogni Sacramento Egli è dator munerum, sorgente di santità che moltiplica doni e carismi nella preghiera, nelle opere di misericordia, nello studio della parola di Dio. Come insegna l’Apostolo: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune» (1Cor 12,7). Proprio perciò siamo Chiesa, unico corpo che vive di Dio e serve il mondo. Grazie allo Spirito possiamo portare a tutti la pace vera, la verità che salva, cioè lo stesso Cristo Signore.

Carissimi, con cuore ardente, preghiamo oggi che lo Spirito del Risorto ci salvi dal male della guerra, che viene vinta non da una superpotenza, ma dall’Onnipotenza dell’amore. Preghiamo affinché liberi l’umanità dalla miseria, che viene riscattata non da una ricchezza incalcolabile, ma da un dono inesauribile. Preghiamolo di guarirci dalla piaga del peccato, per la redenzione annunciata a tutti i popoli nel nome di Gesù. È questa la grazia che infonde coraggio agli Apostoli: lo infonda anche a noi, oggi e sempre, per intercessione di Maria, Madre della Chiesa.

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Leone XIV: Regina Caeli,
“Lo Spirito apre le porte di Dio, della Chiesa e dei nostri cuori”

(Foto Vatican Media/SIR)

“Lo Spirito apre le porte della Chiesa perché sia accogliente e ospitale verso tutti, anche verso chi ha chiuso le porte a Dio, agli altri, alla speranza, alla gioia di vivere”. Lo ha sottolineato Papa Leone XIV recitando il Regina Caeli in piazza San Pietro, nella solennità di Pentecoste. Il Papa ha invitato i fedeli a soffermarsi su “un’immagine dello Spirito che ci viene consegnata dalla liturgia”: lo Spirito che apre le porte. Leone XIV ha indicato tre porte che lo Spirito spalanca. La prima è “quella di Dio stesso”: lo Spirito ci dona “la vera fede, ci fa comprendere il senso delle Scritture” e “ci permette di partecipare alla sua stessa vita”. La seconda è quella del cenacolo, cioè della Chiesa: senza il fuoco dello Spirito, ha avvertito il Pontefice, la Chiesa “rimane prigioniera della paura, timorosa davanti alle sfide del mondo, chiusa in sé stessa e quindi anche incapace di entrare in dialogo con i tempi che cambiano”. La terza è quella dei cuori: lo Spirito “ci aiuta a vincere le resistenze, gli egoismi, le diffidenze e i pregiudizi”, rendendoci “capaci di vivere come figli di Dio e fratelli tra noi”. Leone XIV ha concluso con un appello: “Dobbiamo invocare lo Spirito Santo, perché apra tutte le porte che ancora rimangono chiuse” e faccia “crescere un mondo fraterno, in cui regni la pace fra tutti i popoli”.
(fonte: Sir 24/05/2026)

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REGINA CAELI

Piazza San Pietro
Domenica, 24 maggio 2026

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Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

In questa Solennità della Pentecoste siamo chiamati a contemplare il dono dello Spirito Santo, effuso in abbondanza sulla Chiesa nascente e, oggi, nuovamente donato ai suoi membri, come luce e forza che li accompagna in ogni situazione della vita.

Possiamo soffermarci su un’immagine dello Spirito che ci viene consegnata dalla liturgia di oggi: lo Spirito apre le porte. Il Vangelo infatti ci dice che «erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei» (Gv 20,19) e, al tempo stesso, il Libro degli Atti degli Apostoli ci racconta che lo Spirito arrivò come un vento impetuoso (cfr At 2,2), che aprì quelle porte, spinse i discepoli ad uscire e ad annunciare la Buona Notizia di Cristo risorto.

Possiamo chiederci anche oggi: quali porte apre lo Spirito Santo?

La prima porta è quella di Dio stesso, nel senso che ci apre l’accesso al mistero di Dio, così come si è rivelato in Gesù Cristo. Con il dono del suo Spirito, Dio ci dona la vera fede, ci fa comprendere il senso delle Scritture, si fa conoscere come vicino e ci permette di partecipare alla sua stessa vita. Lo Spirito Santo ci aiuta a fare un’esperienza personale di Dio, a incontrarlo in Gesù e non solo nell’osservanza di una legge, a riconoscerlo in noi e a scoprire i segni della sua presenza nella vita quotidiana.

La seconda porta è quella del cenacolo, cioè della Chiesa. Senza il fuoco dello Spirito, la Chiesa rimane prigioniera della paura, timorosa davanti alle sfide del mondo, chiusa in sé stessa e quindi anche incapace di entrare in dialogo con i tempi che cambiano. Lo Spirito apre le porte della Chiesa perché sia accogliente e ospitale verso tutti, anche verso chi ha chiuso le porte a Dio, agli altri, alla speranza, alla gioia di vivere. Come ricordava Papa Francesco, siamo chiamati ad essere «una Chiesa che benedice e incoraggia […] una Chiesa dalle porte aperte a tutti» (Omelia nella Messa di apertura dell’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, 4 ottobre 2023).

Infine, lo Spirito Santo apre le porte dei nostri cuori, aiutandoci a vincere le resistenze, gli egoismi, le diffidenze e i pregiudizi, e rendendoci capaci di vivere come figli di Dio e fratelli tra noi. Dove c’è lo Spirito del Signore nasce la fraternità tra le persone, i gruppi, i popoli della Terra, e tutti parlano l’unica lingua dell’amore, che unisce e armonizza le diversità.

Fratelli e sorelle, anche ai nostri giorni, specialmente in questo giorno di Pentecoste, dobbiamo invocare lo Spirito Santo, perché apra tutte le porte che ancora rimangono chiuse. Abbiamo bisogno di riscoprire Dio come Padre che ci ama, di edificare una Chiesa dove tutti si sentano a casa e di far crescere un mondo fraterno, in cui regni la pace fra tutti i popoli.

Come i primi discepoli, confidiamo nell’intercessione della Vergine Maria, Dimora dello Spirito Santo e Madre della Chiesa.

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Dopo il Regina Caeli

Cari fratelli e sorelle,

ricorre oggi la Giornata di Preghiera per la Chiesa in Cina, nella memoria liturgica della Beata Vergine Maria Aiuto dei Cristiani, venerata con grandissima devozione nel santuario di Sheshan, a Shanghai. Uniamo la nostra preghiera a quella dei Cattolici cinesi, come segno del nostro affetto per loro e della loro comunione con la Chiesa universale e con il Successore di Pietro. L’intercessione della Regina del Cielo ottenga alla comunità credente in Cina la grazia dell’unità e doni a tutti la forza di testimoniare il Vangelo nelle fatiche quotidiane, per essere seme di speranza e di pace. In particolare, invoco la pace eterna per le vittime dell’incidente avvenuto nei giorni scorsi in una miniera nel nord della Cina.

A Maria Santissima, Aiuto dei Cristiani, affidiamo anche le comunità cristiane della Terra Santa, del Libano e di tutto il Medio Oriente, che soffrono a causa della guerra.

Ed ora rivolgo il mio saluto a tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini di diversi Paesi!

In particolare, saluto il gruppo di persone con disabilità provenienti dalla Polonia; come pure i pellegrini venuti in bicicletta da Kelmis, in Belgio, complimenti!

A tutti auguro una buona domenica di Pentecoste.

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In memoria di Carlo Petrini - Luigi Ciotti: Parlava la stessa lingua di papa Francesco - Addio a Carlin Petrini, fondatore di Slow food - Un lungo applauso per salutare Carlin Petrini

In memoria di Carlo Petrini.


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Parlava la stessa lingua di papa Francesco 
di Luigi Ciotti


Carlo Petrini è stato un caro amico e come amico ci mancherà, prima di tutto: a me, a Libera, al Gruppo Abele, a Casacomune.

Ma ci mancherà anche l’instancabile organizzatore, e l’uomo di cultura capace di elaborare una visione originale sul ruolo dell’alimentazione, molto prima che questo diventasse un argomento «di moda».

Persino nel mondo di oggi, in cui molta parte delle nostre attività è mediata dalle tecnologia, nutrirsi è rimasto un gesto che ci mette in relazione diretta e necessaria con la natura. Per questo Carlo aveva capito quanto fosse rilevante il cosa e il come mangiamo. Nell’attenzione verso il cibo, verso la sua qualità e la qualità del rapporto che lega produttori, consumatori e ambiente, ha sintetizzato una visione dell’ecologia integrale come cornice di vita e di senso necessaria per gli esseri umani.

È in questo comune sentire che ha messo radici l’affinità, poi diventata stretta amicizia, con Papa Francesco. Non a caso gli fu chiesto di elaborare una Guida alla lettura dell’enciclica Laudato Sì, proprio a lui che non era credente, ma credeva profondamente nella missione che aveva scelto, e restava animato dalla fiducia incrollabile di riuscire a convincere e coinvolgere tanti altri.

«È la gioia di poter credere in un cambiamento rivoluzionario, e in una nuova umanità», scriveva Carlo nel commento al testo del Papa, riconoscendosi in particolare nel suo richiamo «a coltivare e custodire», ripreso dalla Genesi, come «un rimando a qualcosa di antico e di ancestrale, che ci chiede sin dall’inizio dei giorni di vivere con equilibrio la nostra natura più profonda di esseri umani», ma anche come «un impegno rivoluzionario per il futuro».

«Rivoluzione» era una parola che ritornava spesso nei suoi discorsi, e che in gioventù aveva forse inteso in un senso più letterale, come lo stravolgimento dell’ordine costituito là dove era diventato un ordine oppressivo, fondato sullo sfruttamento dei deboli. Ma era poi maturata in una visione giocata sulla prossimità, la gradualità e l’educazione. Un’aspirazione a cambiare il mondo una zolla di terra dopo l’altra, un contadino, una tavola, un mercato alla volta.

Da qui era nato anche il sogno dell’Università del Gusto, che aveva scelto di aprire a Pollenzo, per radicarla in una terra fertile e conosciuta. E il suo capolavoro: il progetto Terra Madre.

Quante cose ci ha insegnato Carlo Petrini! Praticandole, non predicandole. Perché era un uomo di poche risposte e molte domande. E di coerenza assoluta fra parole e azioni.

Nel promuovere la sacralità del cibo ha sempre difeso la sacralità della vita. La libertà e dignità della vita, in tutte le sue forme e contro tutti gli abusi, a partire da quelli del capitalismo predatorio che ci ha insegnato a riconoscere dietro le maschere accattivanti.

Anche se non aveva un riferimento religioso, ho sempre pensato che questo suo amore per i frutti del creato, per il cibo come nutrimento non solo del corpo, ma dell’anima e dei rapporti fra le persone, avesse in sé qualcosa di intrinsecamente spirituale. Esiste un’energia profonda, una «spiritualità laica», che spinge ogni persona umana a farsi custode della dignità altrui e cosi manifestare la sua «bellezza».

La sua voce e quella di Papa Francesco si sono intrecciate più volte per ribadire che la difesa della biodiversità e la lotta contro lo scarto non sono semplici opzioni, ma imperativi morali per la sopravvivenza della specie umana. E che si può lavorare insieme, credenti e non, per resistere alle tante forme di barbarie della società dell’iper-mercato.

Mi porto dietro le ultime parole che mi ha sussurrato pochi giorni fa, quando sono andato a salutarlo. «Luigi, io l’ho detto a Papa Francesco che non ero credente, ma lui mi ha risposto che comunque avrebbe pregato sempre per me. E allora io ti chiedo: prega anche tu per me, perché lo so che sto morendo». L’ho fatto naturalmente. Pregherò per lui e per chi raccoglie la sua eredità, il suo potente messaggio. E cioè che ogni gesto quotidiano — dalla scelta di ciò che mangiamo al modo in cui trattiamo chi produce il nostro cibo — diventa un atto di resistenza e di costruzione collettiva. È attraverso questa dedizione ostinata, fatta di riflessione intellettuale e concretezza contadina, che è possibile seminare giustizia in un mondo che sembra aver smarrito il senso del limite e il valore fondamentale della cura.

(Fonte:  “La Stampa” - 23 maggio 2026)

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Addio a Carlin Petrini, fondatore di Slow food

Si è spento nel Cuneese Carlo Petrini, aveva 76 anni. Fondatore di Slow Food e Terra Madre, è stato anche co-fondatore delle Comunità Laudato Sì ispirate all'enciclica di Papa Francesco. Servizio di Amelia Cartìa

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Un lungo applauso per salutare Carlin Petrini

Don Luigi Ciotti: "Sono venuti tutti". Moni Ovadia: "Ha fatto una rivoluzione straordinaria"

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Vedi anche il post:


Enzo Bianchi: Chiamati a resistere al potere del maligno

Enzo Bianchi
Chiamati a resistere al potere del maligno

Il mondo resta ferito dal male, ma Dio è sempre presente: e sono i credenti a renderlo visibile, portando segni concreti di speranza ai fratelli


Famiglia Cristiana - 17 Maggio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

“Ma il Signore è tra di noi, sì o no?”. Domanda antica. Se la faceva già il popolo di Israele che era uscito dalla schiavitù dell’Egitto e sempre, in ogni generazione, i credenti sono soggetti a questa tentazione: “Il Signore è tra di noi, sì o no?”. Perché il Signore resta invisibile, perché il Signore sembra tacere, perché il Signore non interviene nel nostro mondo segnato da violenze, ingiustizie, guerre, povertà… Le vittime continuano a gridare verso Dio, gli uomini di pace tentano di realizzare la volontà di pace del Signore, ma tutto sembra inutile. A guerra succede guerra, a ingiustizia segue ingiustizia e resta difficile guardare a questo assetto del mondo con speranza. Ha ragione l’apostolo Giovanni che così conclude la sua Prima lettera: “Questo mondo è tutto sotto il dominio del Maligno!”. Non è pessimismo, non è inimicizia verso il mondo ma una visione realista che diventa invocazione: “Vieni signore Gesù! Vieni, come promette tutta la profezia, a ristabilire la giustizia, a portare la pace ai tuoi poveri, a dare la terra ai miti. Vieni Signore Gesù!”.

E noi cristiani di fronte a questo assetto del mondo siamo chiamati alla resistenza! Resistenza al Maligno, al Padrone di questo mondo, anche con un giudizio storico chiaro e coraggioso come quello dei profeti.

E ricordiamoci: non bastano le parole, occorrono azioni, comportamenti, segni eloquenti che infondano speranza alle vittime della terra. Se sarà così, se i credenti si faranno presenti, nessuno dubiterà: “Dio è in mezzo a noi ed è operante attraverso i credenti in lui!”.
(fonte: blog dell'autore)

domenica 24 maggio 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - DOMENICA DI PENTECOSTE anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


DOMENICA DI PENTECOSTE anno A

24 Maggio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, nella Pasqua del Signore abbiamo celebrato anche la nostra morte ed il dono della vita nuova, che è il dono della vita del Figlio Gesù. Oggi, festa di Pentecoste, con il dono dello Spirito Santo siamo confermati nella nostra identità di figli dell’unico Padre. A Lui con fiducia insieme invochiamo il dono dello Spirito:

R/   Vieni Santo Spirito e dimora in noi

Lettore

- Dio nostro Padre, riversa su tutta la Chiesa lo Spirito di amore, che tutto rinnova e che abilita la Chiesa a stare nel mondo testimoniando la bellezza del Vangelo del tuo Figlio Gesù. Come un giorno nel Cenacolo, così anche oggi il tuo soffio e quello del tuo Figlio spingano la Chiesa ad uscire dalle proprie paure e dalle proprie rigidità per annunziare a tutti che solo l’amore salva il mondo dall’abisso dell’autodistruzione. Preghiamo.

- Benedici, o Padre, e conserva nella fede e nella speranza tutte le comunità cristiane disperse nei vari angoli della terra. Fa’ che ognuna di esse possa ritrovare la gioia dell’incontro con il tuo Figlio e con la tua Parola, consegnata nelle pagine della Sacra Scrittura. L’ascolto della tua Parola e la forza dello Spirito Santo le rendano veri luoghi di perdono e di riconciliazione. Preghiamo.

- Ti rendiamo grazie, o Padre, perché in un tempo in cui la logica imperante è quella della violenza e dell’odio, ci hai donato un giovane, Davide Cavallo, che pur avendo tutte le ragioni per odiare i ragazzi che lo avevano assalito e accoltellato, paralizzandolo, egli ha voluto rompere questa spirale di violenza con un abbraccio, invitandoli ad avere pietà di loro stessi e a non considerarsi dei perduti. Preghiamo.

- Se tutta la terra, o Padre, è gravida dello Spirito di amore del tuo Figlio Gesù, fa’ che questa gestazione porti alla nascita di un mondo più umano, meno preoccupato di raggiungere grandi traguardi tecnologici e più attento al mistero e alla grandezza di ogni persona umana. Fa’ che si realizzi il sogno del profeta Isaia, che vedeva le spade cambiate in aratri e che tutti i popoli possano comprendere che la vera sicurezza non sta nella corsa agli armamenti, ma nella disponibilità al dialogo ed alla riconciliazione. Preghiamo.

- Davanti al Figlio Gesù, che dalla Croce ci dona il Soffio del suo Spirito, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle numerose vittime della violenza giovanile nei quartieri delle nostre città e delle numerose vittime sul lavoro. Su tutti scenda la pace e la consolazione dello Spirito Santo. Preghiamo.


Per chi presiede

Compi per noi, o Dio nostro Padre, la promessa del tuo Figlio Gesù: invia il Consolatore, il Fuoco dello Spirito che purifica e rinnova la tua Chiesa, e accende fra tutti gli uomini desideri e progetti di amore, di giustizia e di pace. Per Cristo nostro Signore.

AMEN.