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domenica 16 agosto 2026

SOLENNITÀ DELL'ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA - ANGELUS Papa Leone XIV: in Maria, "la pienezza di vita che attende anche noi"

SOLENNITÀ DELL'ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

ANGELUS

Piazza della Libertà (Castel Gandolfo)
Sabato, 15 agosto 2026

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Papa Leone XIV: in Maria, "la pienezza di vita
che attende anche noi"

L'Angelus a Castel Gandolfo dopo la celebrazione per la solennità dell'Assunta

Papa Leone XIV all'Angelus

Piazza della Libertà a Castel Gandolfo. La piccola piazzetta è gremita di fedeli. Il sole, il caldo, non fermano certamente la gente che attende le parole dell'Angelus di papa Leone XIV che ha da poco lasciato la parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova. Un Angelus che sembra davvero il prosieguo dell'omelia da poco pronunciata alla piccola comunità parrocchiale e al mondo.

L'Assunzione - sottolinea il pontefice prima della recita della preghiera mariana - è una festa di grande importanza, “sia per la teologia cattolica, sia per la pietà popolare” e “per contemplare questo mistero della fede, possiamo riferirci ai due modelli iconografici con cui nei secoli gli artisti lo hanno raffigurato”. Ancora una volta, papa Leone XIV, dopo l'omelia per la solennità nella Pontificia Parrocchia di San Tommaso da Villanova in Castel Gandolfo, fa riferimento all'arte pittorica per spiegare la solennità di oggi.

Ci indica così due raffigurazioni di Maria colta nel momento dell'Assunzione al Cielo. La prima, la più antica, è quella detta “della dormizione” in cui la Vergine “appare coricata su un catafalco, addormentata nella morte; intorno ci sono gli Apostoli che la venerano commossi in preghiera; al centro, in piedi, sta Gesù risorto, che tiene in braccio l'anima di Maria, come una bambina appena nata”. Cosa vuol dirci questa particolare raffigurazione della Vergine? Papa Leone XIV spiega questa immagine mettendo in risalto “la verità centrale: è Cristo morto e risorto che ci conduce alla meta alla quale da sempre siamo destinati, la vita eterna”. L'iconografia, più recente, “sviluppatasi in seguito in occidente, ci mostra invece la Vergine Maria a figura intera, nel cielo, avvolta di luce, spesso circondata da angeli e santi” spiega papa Leone XIV. In questa raffigurazione vi è al centro il corpo della Madonna, “glorificato” (così sottolinea il pontefice): in questo caso è il libro dell'Apocalisse ad essere fonte d'ispirazione per gli artisti. E' rappresentata, infatti, la “donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle”.

Poi, la seconda iconografia: alcuni artisti hanno fuso nelle loro opere i due schemi presentati, rappresentando in alto la Vergine e in basso la sua tomba vuota, “spesso piena di fiori multicolori, e gli Apostoli con lo sguardo rivolto a lei, in cielo”. E allora papa Leone XIV spiega: “Questo secondo modello evidenzia la verità che Maria è stata assunta in anima e corpo, cioè nell'integrità della sua persona”. Un corpo e sangue donato “al Verbo incarnato”, seguendolo “fino all'unione perfetta nel sacrificio d'amore”. Papa Leone XIV, sottolinea che questa iconografia “ci permette di contemplare il nostro destino ultimo”: e cioè - come afferma il pontefice - “la pienezza di vita, che oggi ammiriamo con gioia in Maria”. Una pienezza che attende “anche noi, alla fine dei tempi”.

E dopo la recita della preghiera mariana, aggiunge un pensiero: " Maria Santissima, assunta nella gloria del Cielo, è per tutto il popolo di Dio segno di speranza e di consolazione. Per questo oggi desidero invocare la sua materna intercessione a nome di quelle comunità che hanno particolarmente bisogno di essere consolata e di continuare a sperare". Rivolge, dunque, il pensiero "ai fratelli e alle sorelle della Terra Santa, che è per eccellenza anche la Terra di Maria. Penso al popolo ucraino e al popolo russo, entrambi legati da filiali devozionealla Santa Madre di Dio. Penso ai cristiani che sofferenza o addirittura persecuzione". E aggiunge:"Continuo a pregare in questi giorni per le popolazioni colombiane che soffrono a causa del terremoto. Mi unisco a queste comunità e a tutte quelle che vivono in contesti difficilie insieme con loro invoco "Santa Maria prega per noi"".
(fonte: ACI Stampa, articolo di Antonio Tarallo 15/08/2026)


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PAPA LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle,

oggi celebriamo la solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. Una festa di grande importanza, sia per la teologia cattolica, sia per la pietà popolare; infatti è una ricorrenza molto sentita in tante comunità, specialmente dove la cattedrale o la chiesa parrocchiale è intitolata alla Madonna Assunta.

Per contemplare questo mistero della fede, possiamo riferirci ai due modelli iconografici con cui nei secoli gli artisti lo hanno raffigurato.

Il primo, il più antico, che è stato l’unico per quasi un millennio, è quello della “dormizione” della Madre di Dio: ella appare coricata su un catafalco, addormentata nella morte; intorno ci sono gli Apostoli che la venerano commossi in preghiera; al centro, in piedi, sta Gesù risorto, che tiene in braccio l’anima di Maria, come una bambina appena nata. È venuto a prenderla per portarla con sé nella gloria di Dio, “in cielo”, come diciamo simbolicamente. Infatti, il Signore ha realizzato per sua Madre quello che ha promesso per tutti i suoi amici: «Quando sarò andato – al Padre – e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me» (Gv 14,3).

Questo primo modello mette in risalto la verità centrale: è Cristo morto e risorto che ci conduce alla meta alla quale da sempre siamo destinati, la vita eterna. È ciò che generazioni e generazioni di fedeli hanno contemplato pregando davanti alle icone della Dormizione, e che si può ammirare a Roma, nel grande mosaico dell’abside della Basilica di Santa Maria Maggiore.

L’iconografia più recente, sviluppatasi in seguito in occidente, ci mostra invece la Vergine Maria a figura intera, nel cielo, avvolta di luce, spesso circondata da angeli e santi. Qui al centro sta il corpo glorificato della Madonna, in consonanza con quanto si legge nel Libro dell’Apocalisse: «Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle» (Ap 12,1).

Alcuni artisti hanno messo insieme i due schemi, rappresentando in alto la Vergine gloriosa e in basso la sua tomba vuota, spesso piena di fiori multicolori, e gli Apostoli con lo sguardo rivolto a lei, in cielo.

Questo secondo modello evidenzia la verità che Maria è stata assunta in anima e corpo, cioè nell’integrità della sua persona. Quella donna che sulla terra ha dato corpo e sangue al Verbo incarnato e lo ha seguito fino all’unione perfetta nel sacrificio d’amore, da Lui è stata attratta per sempre nella gloria.

Così anche questa iconografia ci permette di contemplare il nostro destino ultimo. La pienezza di vita, che oggi ammiriamo con gioia in Maria, attende anche noi, alla fine dei tempi, quando, come dice San Paolo, Cristo Risorto «trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3,21), vestendo ciò che è corruttibile di incorruttibilità e ciò che è mortale di immortalità (cfr 1Cor 15,54). Allora, con la nostra carne trasformata dall’amore del Redentore, vivremo in eterno, nella festa senza fine.

Lodiamo il Signore, che ha fatto grandi cose nella sua e nostra Santissima Madre!

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

Maria Santissima, assunta nella gloria del cielo, è per tutto il popolo di Dio segno di speranza e di consolazione. Per questo oggi desidero invocare la sua materna intercessione a nome di quelle comunità che hanno particolarmente bisogno di essere consolate e di continuare a sperare. Penso ai fratelli e alle sorelle della Terra Santa, che è per eccellenza anche la Terra di Maria. Penso al popolo ucraino e al popolo russo, entrambi legati da filiale devozione alla Santa Madre di Dio. Penso ai cristiani che soffrono discriminazione o addirittura persecuzione.

Continuo a pregare in questi giorni per le popolazioni colombiane che soffrono a causa del terremoto.

Mi unisco a queste comunità e a tutte quelle che vivono in contesti difficili, e insieme con loro invoco: “Santa Maria, prega per noi!”.

Rivolgo il mio saluto a tutti voi, fedeli di Castel Gandolfo e pellegrini venuti dall’Italia e altri Paesi. Grazie della vostra presenza, grazie della vostra preghiera!

Auguro a tutti di poter vivere un tempo di riposo, per ritemprare il corpo e lo spirito, anche con qualche buona lettura e a contatto con la natura.

Buona festa per oggi e arrivederci a domani!



CUCCIOLI E BRICIOLE - "Nel Regno di Dio, non ci sono figli e non... ma solo fame e creature da saziare. La coscienza umile che tutti siamo uguali... Per Dio la sofferenza di un uomo conta più della sua religione." - XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

CUCCIOLI E BRICIOLE


Nel Regno di Dio, non ci sono figli e non... 
ma solo fame e creature da saziare.
La coscienza umile che tutti siamo uguali... 
Per Dio la sofferenza di un uomo conta più della sua religione.


In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita. Mt 15,21-28
  
DOMENICA DELLE MANI MOLTIPLICATE
 
Nel Regno di Dio, non ci sono figli e non, uomini e cani. Ma solo fame e creature da saziare. La coscienza umile che tutti siamo uguali... Per Dio la sofferenza di un uomo conta più della sua religione.

La donna delle briciole, madre intelligente e indomita che non si arrende ai silenzi di Gesù, è uno dei personaggi più simpatici del Vangelo. E Gesù, esce trasformato dall’incontro con lei. Quello che ci cambia nella vita non sono le idee, sono gli incontri.

Una donna di un’altra religione “converte” Gesù, gli fa cambiare strada.

Gesù ha un progetto: Sono venuto solo per le pecore perdute di Israele, e quella donna glielo fa cambiare: No, tu appartieni al dolore dei figli, tu sei pastore di tutto il dolore del mondo.

La donna nel racconto parla tre volte. La prima parola è la più antica di tutte le preghiere cristiane: Kyrie eleison. Abbi pietà. Pietà del mio dolore, di questa mia bimba malata. E Gesù non le rivolse neppure una parola.

Ma la madre segue il gruppo continuando a gridare, coinvolge anche gli apostoli, e alla risposta di Gesù, molto netta: “Io sono venuto solo per quelli della mia gente”, la donna sbarra il passo al rabbi straniero, e grida quella che è la seconda più evangelica preghiera: Aiutami.

La reazione del maestro è ancora più ruvida di prima: Non si toglie il pane ai figli per gettarlo ai cani. E qui arriva la risposta geniale della donna, la sua terza parola: È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni.

È la svolta del racconto. Questa immagine illumina Gesù. Nel Regno di Dio, non ci sono figli e non, uomini e cani. Ma solo fame e creature da saziare. La coscienza umile che tutti siamo uguali, e al contempo l’affermazione di essere là a cercare solo briciole di pane perduto, è ciò che commuove Gesù. Donna, grande è la tua fede! Lei che non conosce la Bibbia e che prega gli idoli di Canaan e di Fenicia, per Gesù è donna di grande fede. La sua grande fede sta nel credere che per Dio la sofferenza di un uomo conta più della sua religione. Lei non conosce la fede dei catechismi, ma possiede quella delle madri.

Grande è la tua fede! Allora grande è ancora la fede sulla terra, dentro e fuori la Chiesa, perché grande è il numero delle madri che non sanno il Credo ma sanno il cuore di Dio. Usano altri nomi per invocare Dio, ma ne conoscono il cuore. Per lui non ci sono figli e cagnolini, dove c’è dolore, lì c’è tutta la pietà di Dio. Può sembrare una briciola, può sembrare poca cosa la compassione di Dio, ma le briciole di Dio sono grandi come Dio stesso.

Tutto questo diventa consolazione: perché nel giorno in cui avremo poca fede, nel giorno in cui saremo sopraffatti dal dolore, in quel momento Dio si farà vicino, come pane per i figli, come briciole per ogni cucciolo d’uomo.

Sogno qualcuno che prenda i piccoli da sotto la tavola e li tiri su, li metta come lampade sopra il lucerniere perché anch’essi hanno occhi di luce, perché ci sia più luce sulla tavola del pane di tutti, più luce sul futuro del mondo.


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
16 Agosto 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, il battesimo ci ha legati strettamente a Cristo Gesù e noi che eravamo i lontani siamo diventati familiari di Dio, partecipi della stessa figliolanza di Israele. Grati e riconoscenti per questo dono, eleviamo con fiducia al Padre le nostre preghiere ed insieme diciamo:


R/   Dio nostro Padre, ascoltaci

 

Lettore


- O Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Gesù Cristo, rendi grande la fede della tua Chiesa e dei suoi pastori, perché possa essere in mezzo ai popoli segno visibile della tua presenza di gratuità, della tua misericordia senza limiti e della tua fedeltà senza rigorismi. Preghiamo.

- O Dio della Pace, rivolgi il tuo sguardo su questo nostro mondo sempre di più lacerato da guerre, dalla violenza e dall’odio. Disperdi i superbi nei pensieri dei loro cuori e dona a tutti i popoli la forza di convertirsi a pensieri di pace e di cooperazione. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Dio nostra consolazione, tutte le comunità cristiane che si trovano a vivere momenti di grande prova sia per la guerra, sia per il dilagare dell’odio e della violenza. Custodiscile nel tuo amore e rendile capaci di testimoniare la speranza, che Tu ha deposto nel loro cuore. Preghiamo.

- Abbi pietà, o Dio Signore del mondo, del nostro Paese, di coloro che ci governano e di tutti noi. Abbi pietà delle nostre chiusure, del nostro cinismo, delle nostre indifferenze e delle nostre menzogne specialmente riguardo al dramma degli immigrati e di quello che resta del popolo palestinese. La tua Parola, o Padre, possa scardinare il nostro cuore indurito per camminare più speditamente sulla strada del tuo Figlio Gesù, che è strada di verità, di trasparenza e di compassione. Preghiamo.

- Davanti a te, o Dio della Vita, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo ancora delle vittime della guerra in Ucraina e del continuo sterminio del popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania, come pure delle vittime della violenza nelle nostre famiglie e tra i nostri giovani. Fa’ che tutti possano partecipare alla gioia della Gerusalemme celeste. Preghiamo.



Per chi presiede

Padre Santo, tu che ascolti ogni persona, benedici noi tuoi figli adottivi, fai risplendere il tuo volto nella nostra vita ed esaudisci le nostre suppliche, perché il mondo conosca la tua misericordia e la tua bontà. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 41 - 2025/2026 - XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

All'incredulità degli abitanti di Nazareth (13,58), alla fede piccola di Pietro e dei discepoli (8,26 ; 14,31) e alla mormorazione di scribi e farisei (15,1), Gesù risponde con la guarigione della figlia della donna cananea, una pagana. Non è l'appartenenza o la non appartenenza al popolo di Israele, ma la fede che permette a Dio di intervenire nella vita di coloro che gridano a Lui, al di là di ogni barriera religiosa e culturale. Il dialogo fra Gesù e la donna verte sul «pane dei figli» e a chi esso è dovuto. Per Gesù il dono della vita è per coloro che ne hanno bisogno e lo domandano con fede e umiltà, non per chi pensa di impadronirsene per supposti meriti personali o per diritto di nascita o di sangue. Solo coloro che ripongono la loro fiducia nel Figlio dell'Uomo possono ricevere il «pane dei figli», fossero anche dei "cagnolini", come gli ebrei, con disprezzo, chiamavano i pagani. Proprio a costoro (a noi che proveniamo dal paganesimo) sarà dato il «pane dei figli», non certo per meriti (chi può vantarne?), ma per la fede in Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell'Uomo, anche se questa fede è piccola quanto un granellino di senapa.

sabato 15 agosto 2026

SOLENNITÀ DELL'ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA - Leone XIV: come per Maria, è la vera carità che ci trasforma e ci porta vicini a Dio

SANTA MESSA
NELLA SOLENNITÀ DELL'ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

Parrocchia San Tommaso da Villanova in Castel Gandolfo
Sabato, 15 agosto 2026


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Leone XIV: come per Maria,
è la vera carità che ci trasforma e ci porta vicini a Dio

Nella Messa celebrata nella parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova, a Castel Gandolfo, per la solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, Leone XIV sottolinea che possiamo incontrare la bellezza dell’Assunta anche negli occhi dei genitori che rientrano a casa dai figli, dai nonni che si curano dei nipoti, nell’impegno controcorrente dei giovani e nell’opera di uomini e donne che portano “un po’ di Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo”


La vera bellezza, quella che molti artisti hanno raffigurato in Maria “assunta alla gloria celeste in anima e corpo”, come “una giovane bellissima che si eleva fisicamente da terra verso la volta celeste”, possiamo incontrarla “là dove c’è vera carità”: negli “occhi di un papà e di una mamma che tornano a casa dopo una giornata di lavoro” felici di stare con i figli, o nei volti dei nonni, che nonostante gli acciacchi “si riaccendono di energie inaspettate nel prendersi cura dei nipotini”, oppure ancora nell’impegno dei giovani che “si sforzano di crescere puliti e onesti”.


[ Photo Embed: Il Papa all'inizio della Messa nella parrocchia pontificia di San Tommaso di Villanova] (@Vatican Media)

Il volto bellissimo dell'Assunta

Così Papa Leone XIV parla del “volto bellissimo dell’Assunta” nell’omelia della Messa presieduta nella parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova, a Castel Gandolfo, dove dalla serata di mercoledì sta trascorrendo un secondo periodo di riposo. Duemila i fedeli presenti, in gran parte raccolti in piazza della Libertà, davanti alla chiesa, sin dalle prime ore del mattino per attendere l'arrivo del Pontefice e ascoltare le sue parole grazie a un maxischermo e all'amplificazione predisposta nell'area antistante la piccola chiesa, e gli altri, circa 250, tra i banchi della seicentesca collegiata riempita già dal mattino.

L'amore è l'ornamento più bello dell'uomo

Dobbiamo imparare a leggere “la bellezza divina di cui siamo avvolti”, spiega il Papa “nel volto tenero di un bambino come nelle rughe di un anziano, nella vivacità di un giovane come nella compostezza di un adulto, negli ornamenti della festa come negli abiti e negli strumenti del lavoro.” Riconoscendo in ciascuna di queste realtà “dei piccoli squarci di cielo”.

“È l’amore l’ornamento più bello dell’uomo: l’amore che trasfigura, trasforma, nobilita, porta in alto; che rende leggeri, liberi, vicini a Dio, pur attraverso le vicende alterne della vita”

"Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi"

Leone XIV spiega che gli artisti, nel raffigurare l’Assunta, si sono ispirati a quanto descritto dal brano dell’Apocalisse, ascoltato nella prima Lettura: “Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi”. Questo significa che “nel cuore di Maria si incontrano il cielo e la terra, il tempo e l’eternità”. E una giovane bellissima, ma questo contrasta, sottolinea, “con l’esperienza di ciò che produce in noi il passare degli anni”. Con l’età, infatti, la pelle “mostra i segni della vecchiaia” e i capelli “diventano grigi e poi bianchi”. Cosa abbiamo in comune, si domanda allora il Pontefice, “con la giovane meravigliosa che troviamo dipinta sulle pale dei nostri Altari?”

La vera bellezza è la purezza dell'anima

Papa Leone invita a guardare a due segni: “il corpo incorrotto della Madre di Dio e il suo cuore immacolato”. È la purezza dell’anima, infatti, che in Maria, come in noi, “per grazia di Dio illumina e trasfigura tutta la persona, portandola alla gloria del Cielo”.

La glorificazione di Maria in anima e corpo ci insegna che la nostra vera bellezza non consiste nel nascondere i segni del tempo che passa, ma nel mostrare impressi anche nella nostra carne i segni dell’amore che non ha fine.

Rivedere i canoni estetici, legati al consumismo

Questo, prosegue il Papa, ci invita “a rivedere molti dei canoni estetici, prevalentemente di stampo edonistico e consumistico”, imposti dal mondo, che rischiano “di imprigionarci in pesanti condizionamenti, facendoci sprecare energie preziose in ciò che non conta davvero e non dura per sempre”.

Nell’esperienza comune, si possono incontrare persone dal volto marcato dagli anni e dalle sofferenze, eppure capaci di irradiare serenità, benevolenza e pace attorno a sé; come se ne possono osservare altre, magari esteriormente attraenti, ma dure e fredde nell’intimo.

Ancora un momento dell'omelia (@Vatican Media)

Nella "piccola dimensione" di Maria anche noi incontriamo Dio

Ed è facile, commenta il Vescovo di Roma, capire dove sta la vera bellezza e dove invece c’è ancora bisogno di conversione, di perdono e di guarigione. Quindi spiega che il miracolo che Maria “ha vissuto nel suo cuore innocente” e che l’ha portata alla gloria del Cielo, “è un toccarsi di estremi”, come testimoniano le parole ispirate del Magnificat, ascoltate nel Vangelo di Luca. Con le quali ci mostra infine, “nella sua condizione di ‘umile serva’, la ‘piccola dimensione’, come diceva san Paolo VI, anche noi possiamo incontrare il Signore”. Un servizio come l’opera “di tanti uomini e donne che quotidianamente, con fede e dedizione, contribuiscono a portare un po’ di Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo”.

Il volto dell'Assunta in chi condivide la fede con noi

Papa Leone XIV sottolinea quindi che “il volto bellissimo dell’Assunta è unico, eppure ci è ben noto… .

E’ quello delle persone che ci stanno accanto, anche in questo momento, dei fratelli e delle sorelle con cui condividiamo, nella fede, l’offerta quotidiana della nostra vita.

All'offertorio, il Papa benedice una famiglia (@Vatican Media)

Guardando a Maria, seguiamo la luce del Risorto

E’ per questo, spiega, che “nella donna dell’Apocalisse la Comunità dei credenti vede sé stessa, e il Concilio Vaticano II descrive Maria come «l’immagine e l’inizio della Chiesa”. Infine il Papa ricorda che sant’Agostino, “parlando della risurrezione di Cristo, invitava i cristiani del suo tempo a farne la bussola e il punto di riferimento della loro esistenza”, esortandoli a cambiare rotta e a seguire la luce, levandosi “dallo stesso posto da cui è risorto lui”.

Facciamo nostro il suo invito. Seguiamo la luce del Risorto, cambiando rotta, se necessario. Facciamolo, in particolare, oggi, guardando Maria, che Dio ha coronato di gloria in anima e corpo, e che ci ha donato come Madre, guida, compagna di viaggio e protettrice sulla via del Cielo.

Hanno concelebrato con Leone XIV il vescovo di Albano Vincenzo Viva, l'arcivescovo Petar Rajic, prefetto della Casa Pontificia, il parroco don Tadeusz Rozmus, insieme al rettor maggiore dei Salesiani don Fabio Attard, al procuratore generale dei Salesiani don Pierfausto Frisoli e ad alcuni ospiti invitati.
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 15/08/2026)


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OMELIA DI LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle,

con grande gioia anche quest’anno celebro con voi la Solennità dell’Assunzione.

Il Magistero della Chiesa ci insegna che «Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo» (Pio XII, Cost. Ap. Munificentissimus Deus, 1° novembre 1950) e ci indica, in questo Mistero, il compimento della pienezza di grazia che Dio le ha donato nella sua Concezione Immacolata (cfr ibid.).

Per questo, molte opere d’arte la raffigurano, al termine della sua vita terrena, come una giovane bellissima che si eleva fisicamente da terra verso la volta celeste. Esse si ispirano alla scena descritta nel brano dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato nella prima Lettura: «Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi» (cfr Ap 12,1), a significare che nel cuore di Maria si incontrano il cielo e la terra, il tempo e l’eternità.

Questa immagine, in apparenza, contrasta con l’esperienza di ciò che produce in noi il passare degli anni. Con l’età, infatti, il nostro corpo non si fa più agile, ma più pesante; la pelle non diventa più fresca, ma mostra i segni della vecchiaia; i capelli non prendono colore e lucentezza, ma diventano grigi e poi bianchi. Allora, cosa abbiamo in comune con la giovane meravigliosa che troviamo dipinta sulle pale dei nostri Altari?

Per comprenderlo dobbiamo tenere uniti i due segni a cui abbiamo accennato: il corpo incorrotto della Madre di Dio e il suo cuore immacolato. È la purezza dell’anima, infatti, che in Maria – come in noi – per grazia di Dio illumina e trasfigura tutta la persona, portandola alla gloria del Cielo.

La glorificazione di Maria in anima e corpo ci insegna che la nostra vera bellezza non consiste nel nascondere i segni del tempo che passa, ma nel mostrare impressi anche nella nostra carne i segni dell’amore che non ha fine (cfr 1Cor 13,8).

Ci invita, così, a rivedere molti dei canoni estetici, prevalentemente di stampo edonistico e consumistico, che il mondo ci impone, e che rischiano di imprigionarci in pesanti condizionamenti, facendoci sprecare energie preziose in ciò che non conta davvero e non dura per sempre. Nell’esperienza comune, si possono incontrare persone dal volto marcato dagli anni e dalle sofferenze, eppure capaci di irradiare serenità, benevolenza e pace attorno a sé; come se ne possono osservare altre, magari esteriormente attraenti, ma dure e fredde nell’intimo. Ed è facile capire dove sta la vera bellezza e dove invece c’è ancora bisogno di conversione, di perdono e di guarigione.

Se vogliamo veramente scoprire e coltivare la bellezza divina di cui siamo avvolti e per la quale siamo fatti, e diffonderla intorno a noi, dobbiamo imparare a leggerla nel volto tenero di un bambino come nelle rughe di un anziano, nella vivacità di un giovane come nella compostezza di un adulto, negli ornamenti della festa come negli abiti e negli strumenti del lavoro. Dobbiamo ascoltare le storie d’amore uniche che ciascuna di queste realtà ci racconta, riconoscendovi dei piccoli squarci di cielo.

È l’amore l’ornamento più bello dell’uomo: l’amore che trasfigura, trasforma, nobilita, porta in alto; che rende leggeri, liberi, vicini a Dio, pur attraverso le vicende alterne della vita.

San Paolo VI, meditando sul mistero dell’Assunzione della Vergine, diceva che per comprenderne il significato «bisogna rendere superlativi e assoluti i termini da noi usati nel linguaggio terreno […], per figurarci in piccola dimensione l’eterno» (Omelia, 15 agosto 1969). E a proposito di questo incontro, nella Madre di Dio, di infinito e finito, Papa Francesco scriveva: «Maria è colei che sa trasformare una grotta per animali nella casa di Gesù, con alcune povere fasce e una montagna di tenerezza» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 286).

Il miracolo che Maria, la fanciulla di Nazareth, ha vissuto nel suo cuore innocente, e che l’ha portata alla gloria del Cielo, è un toccarsi di estremi, come Lei stessa testimonia nelle parole ispirate del Magnificat, che abbiamo ascoltato nel Vangelo (cfr Lc 1,46-55). In questo cantico, attraverso le espressioni umili della sua fede, la Madre del cielo ci parla in modo semplice di misteri grandiosi: di Dio che in Lei si fa uomo per salvare gli uomini, dell’Eterno che in Lei si manifesta nel tempo per riaprire anche a noi la via dell’eternità, mostrandoci al tempo stesso, nella sua condizione di “umile serva”, la “piccola dimensione” in cui, come diceva San Paolo VI, anche noi possiamo incontrare il Signore.

La sublimità del Mistero che celebriamo, allora, non dobbiamo cercarla lontano. Possiamo incontrarla là dove c’è vera carità: negli occhi di un papà e di una mamma che tornano a casa dopo una giornata di lavoro, stanchi, ma felici di stare coi loro bambini; nei volti di nonni e nonne che, nonostante gli acciacchi dell’età, si riaccendono di energie inaspettate nel prendersi cura dei nipotini; o ancora nell’impegno di giovani che si sforzano di crescere puliti e onesti, pronti anche ad andare controcorrente rispetto a “quello che fanno tutti”; infine nell’opera di tanti uomini e donne che quotidianamente, con fede e dedizione, contribuiscono a portare un po’ di Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo.

Carissimi, il volto bellissimo dell’Assunta è unico, supera ogni possibile rappresentazione, eppure, al tempo stesso, ci è noto: è quello delle persone che ci stanno accanto, anche in questo momento, dei fratelli e delle sorelle con cui condividiamo, nella fede, l’offerta quotidiana della nostra vita. Per questo, nella donna dell’Apocalisse la Comunità dei credenti vede sé stessa, e il Concilio Vaticano II descrive Maria come «l’immagine e l’inizio della Chiesa, […] segno di sicura speranza e di consolazione» (Cost. dogm. Lumen gentium, 68). Nella sua umanità santa, per grazia di Dio, c’è anche la nostra, ci siamo anche noi, chiamati a vivere la sua stessa pienezza di vita e a condividere la sua stessa gloria.

Sant’Agostino, parlando della risurrezione di Cristo, invitava i cristiani del suo tempo a farne la bussola e il punto di riferimento della loro esistenza. Diceva: «Cristo risorse per non morire mai più […]. Cambia rotta, segui la luce! Inizia a levarti dallo stesso posto da cui è risorto lui» (Enarratio in Psalmos 126, 7).

Facciamo nostro il suo invito. Seguiamo la luce del Risorto, cambiando rotta, se necessario. Facciamolo, in particolare, oggi, guardando Maria, che Dio ha coronato di gloria in anima e corpo, e che ci ha donato come Madre, guida, compagna di viaggio e protettrice sulla via del Cielo.

Guarda il video integrale


ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA - Scelte di vita! - Commento al Vangelo di don Giovanni Berti.


ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA IN CIELO


Dal Vangelo di Luca 1,39-56
 
... Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote… 

Commento di don Giovanni Berti
 
Scelte di vita!

Maria non è mai morta… Ma non parlo della morte del corpo, anche se la spiritualità mariana nei secoli ha fatto fatica ad accettarla. Si parlava di “dormizione” e di una sorta di preservazione dalla morte fisica per colei che aveva dato alla luce l’autore della vita, Dio. Si pensava fosse persino blasfemo dire che Maria fosse morta come tutti gli esseri umani, come Gesù stesso. Eppure Maria è morta fisicamente, come ogni creatura. Ma la sua esistenza è stata così piena di vita e di scelte di amore da anticipare in lei ciò che attende tutti noi dopo la morte: la comunione eterna in Dio.

Maria ha gli occhi del cuore così pieni di vita che, nella sua piccola esistenza e in un periodo buio della storia, ha visto Dio all’opera dentro e attorno a lei.
Nel Magnificat, che proclamiamo in questa solennità, la Madre di Gesù guarda con speranza alla storia dell’umanità e alla propria vita. Ci dice che non siamo destinati alla morte o alla dissoluzione eterna. Siamo destinati alla vita, anche dentro la fragilità del corpo e i limiti dell’esistenza. Facendo scelte di amore, di compassione, di servizio e di perdono, facciamo sì che, anche se moriamo, non moriamo più in eterno.

Alla vigilia dell’Assunta la Chiesa ricorda San Massimiliano Kolbe, un grande innamorato di Maria che ad Auschwitz ha donato la sua vita per salvarne un’altra. È morto di stenti nella cella della fame, ma con quella scelta ha trasformato un luogo di tenebra in una straordinaria testimonianza di vita eterna, oltre la morte fisica.
Come Maria, che pur vivendo la morte del corpo non è morta nello spirito, oggi lei è eternamente accanto al suo Figlio Gesù: per noi, con noi.
(fonte: bacheca facebook dell'autore)

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Vedi anche i post precedenti:

Enzo Bianchi - La Vergine Maria Terra del cielo

Enzo Bianchi
La Vergine Maria Terra del cielo


Ferragosto, giro di boa dell’estate, di un tempo di vacanza in bilico costante tra riposo e sovraesposizione del corpo, distensione e stordimento dello spirito, apertura e confusione della mente. E al cuore di questo “tempo per l’uomo” nella sua interezza, la festa forse più popolare tra quelle in onore della Vergine Maria: l’Assunzione. Paradosso incomprensibile? Contraddizione di una società ormai da molti bollata come secolarizzata? Mondi paralleli che si incrociano in una festività che è comune per il giorno ma non per i motivi? Penso piuttosto a una feconda provocazione.

Fin dai primissimi secoli del cristianesimo, infatti, la Chiesa ha percepito che in Maria – colei che aveva generato il Risorto e, a nome della creazione intera, aveva accolto il Dio fattosi uomo – era prefigurato non solo il cammino ma anche la meta che attende ogni vivente: l’assunzione dell’umano, di tutto l’umano, nel divino. Sì, Maria è icona e personalità corporativa del popolo dei credenti perché è la Figlia di Sion, l’Israele santo da cui è nato il Messia, ed è anche la Chiesa, la comunità cristiana che genera figli al Signore sotto la croce. Per questo il Veggente dell’Apocalisse l’ha contemplata come donna vestita di sole, coronata dalle dodici stelle delle tribù di Israele, partoriente il Messia (cf. Ap 12,1-2), ma anche come madre della discendenza di Gesù, la Chiesa (cf. Ap 12,17). Così, la prima creatura a entrare “anima e corpo” – cioè con tutta se stessa – nello spazio e nel tempo del Creatore non poteva essere che colei che aveva acconsentito a che il divino irrompesse nell’umano: spazio vitale donato dalla terra al cielo, la Vergine-Madre diviene germe e primizia di una creazione trasfigurata. Maria è creduta dalla Chiesa essere ormai al di là della morte e del giudizio, in quella dimensione altra dell’esistenza che non riusciamo a chiamare se non “cielo”.

E in questo termine non c’è contrapposizione ma, piuttosto, abbraccio con la terra: chi può infatti dire, guardando dentro e attorno a sé oppure scrutando l’orizzonte lontano, dove ha fine la terra e dove inizia il cielo? E’ terra solo la zolla dissodata e la roccia impervia o non lo è anche la crosta che indurisce il nostro cuore? Ed è cielo solo la volta stellata e non il soffio vitale che ci abita? Così Maria, assunta in Dio, resta infinitamente umana, Madre per sempre, rivolta verso la terra, attenta alle sofferenze degli uomini e delle donne di tutti i tempi e di tutti i luoghi, presente al loro pellegrinare sovente incerto. Sì, per l’Oriente come per l’Occidente cristiano – al di là di formulazioni differenti – la Dormizione-Assunzione di Maria è un segno delle “realtà ultime”, di ciò che deve accadere in un futuro non tanto cronologico quanto di “senso”, un segno della pienezza cui i nostri limiti anelano: in lei intuiamo la glorificazione che attende il cosmo intero alla fine dei tempi, quando “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 12,28) e in tutto. E’ la porzione di umanità già redenta, figura di quella “terra promessa” cui siamo chiamati, lembo di terra trapiantato in cielo. Un inno della Chiesa ortodossa serba canta Maria come “terra del cielo”, terra, adamah da cui noi come lei siamo tratti (cf. Gen 2,7), ma terra redenta, cristica, trasfigurata grazie alle energie dello Spirito santo, terra ormai in Dio per sempre, anticipazione del nostro comune destino.

Questa “speranza per tutti” è quella che la liturgia ha sempre cercato di cantare in questa festa, facendo uso del linguaggio e delle immagini di cui disponeva: forse oggi alcune espressioni liturgiche e alcune rappresentazioni iconografiche ci paiono inadeguate, ma l’anelito che volevano esprimere rimane lo stesso anche ai nostri giorni e anche nel frastuono del Ferragosto. Noi amiamo questa nostra terra, eppure essa ci sta stretta; ci preoccupiamo del nostro corpo, eppure sentiamo di essere più grandi della nostra fisicità; lottiamo nel tempo e contro il tempo, eppure percepiamo che la nostra verità supera il tempo; godiamo dell’amicizia e dell’amore, eppure ne avvertiamo i limiti e ne temiamo la caducità. Forse è proprio di questa possibilità di “pensare in grande” – che è dilatazione di orizzonti e non di brame, grandezza d’animo e non di pretese – che è pegno per noi un’umile donna di Nazaret, divenuta, per dono di Dio, Madre del Signore, terra del cielo. Allora questo corpo trasportato verso la Luce fonte e meta di ogni luce non riguarda più la devozione di alcuni fedeli, ma la sorte ultima del creato intero assunto dall’Increato: è la carne stessa della terra che, trasfigurata, diviene eucaristia, ringraziamento, abbraccio con il cielo.

Sì, nella memoria di Maria assunta in cielo i cristiani, in questo tempo di vacanze, sono invitati a trasformare in ringraziamento, in eucaristia, in rendimento di grazie al Creatore e al Salvatore la creazione che contemplano e che dovrebbero custodire con amore e cura.
(fonte: blog dell'autore)

venerdì 14 agosto 2026

La gloria di Maria nella disumanità di oggi di Gilberto Borghi

La gloria di Maria 
nella disumanità di oggi 
di Gilberto Borghi

La festa di domani non è una fuga dall’attualità per consolarci con la gloria che ci attende, ma ci obbliga a guardare più profondamente il nostro tempo.


C’è qualcosa di sorprendente nella liturgia di domani. Celebriamo Maria nella gloria del cielo, e tuttavia la prima lettura ci presenta una donna che non è semplicemente nel cielo: è una donna che soffre, che fugge, che attraversa il deserto, che viene perseguitata. È gloriosa e perseguitata. È coronata e in fuga. È promessa alla vittoria e contemporaneamente esposta alla minaccia del drago.

Questa immagine contiene forse una delle chiavi più profonde per comprendere l’Assunzione. Maria è già nella gloria, ma la Chiesa, di cui lei è icona, cammina nella storia e non è ancora nella gloria. Maria è già là dove noi speriamo di arrivare. E proprio perché lei è già nella pienezza, noi comprendiamo meglio che cosa significa essere ancora in cammino. La festa di domani non è una fuga dall’attualità per consolarci con la gloria che ci attende, ma ci obbliga a guardare più profondamente il nostro tempo.

Questa è la condizione cristiana: vivere tra un già e un non ancora. Cristo è risorto; la morte non è l’ultima parola; lo Spirito è stato donato; la vita eterna, in qualche modo, già iniziata in noi: questo è il «già». Ma l’uomo è ancora fragile. A Gaza, in Ucraina, e in altre circa 100 regioni del mondo, la morte, la distruzione e il dolore sembrano dominare. E noi, qui, viviamo dentro ad un sistema culturale e di mercato che ci costringe a urlare: “restiamo umani!”. La Chiesa è ancora alle prese con peccati e disumanità pesanti. Noi viviamo spesso nell’ansia di fondo, nella paura di uscire di casa, di essere “fregati” da chi ci dovrebbe amare. Questo è il «non ancora».

Non dobbiamo eliminare una delle due immagini per conservare l’altra. La donna è contemporaneamente segno della gloria e figura del travaglio. E la fatica del credente e della Chiesa sta proprio nel tenere assieme questi due lati della fede. A volte vorremmo che la fede eliminasse immediatamente l’incompiutezza della nostra esistenza. Vorremmo che, se Dio ci ha salvati, la nostra vita fosse ormai libera da ogni contraddizione, da ogni fragilità, da ogni oscurità.

E quando qualcuno cerca di forzare i tempi e di anticipare la soluzione del male attraverso strategie umane e con l’appoggio dei poteri del mondo, compie forse il peggiore servizio possibile al Vangelo. Perché il Vangelo non ci promette questo. Ci promette qualcosa di più profondo: che Dio ci accompagna nel tempo dell’incompiutezza. Il deserto dell’Apocalisse non è il luogo dell’abbandono. È il luogo che Dio ha preparato alla donna perché fosse nutrita.

Il deserto, allora, non è la prova che Dio è assente. Anche il deserto della disumanità, anche quello della violenza senza senso, della guerra come stato endemico che favorisce il mercato. È il luogo della sua presenza nella forma della promessa, della protezione e del nutrimento. Questa è forse una delle cose più difficili da accettare nella vita cristiana: quando non capiamo più il senso della presenza di Dio nella storia, immaginiamo che essa sia sfuggita alla sue mani. Ma se non capiamo la realtà non è essa ad essere sbagliata, ma la nostra postura con cui la guardiamo. Dio può essere realmente presente anche quando la sua salvezza non è ancora pienamente visibile, anche nel deserto della disumanità. Noi vorremmo la gloria; Dio ci dà il cammino verso la gloria. Noi vorremmo il compimento; Dio ci dona la promessa. Noi vorremmo vedere; Dio ci chiede di sperare.

Ecco il senso del Magnificat. Maria dice: «L’anima mia magnifica il Signore». Ma Maria canta la salvezza mentre la storia non è ancora compiuta. Non ha ancora visto tutto ciò che Dio farà. Non ha ancora davanti agli occhi la Pasqua. Non ha ancora visto la risurrezione del Figlio. Eppure canta. Il Magnificat è dunque il canto di una salvezza già iniziata ma non ancora compiuta. Lei canta anche ciò che ancora deve accadere: “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”. Il suo canto è memoria, presenza e profezia nello stesso momento. Per questo il Magnificat è il canto della speranza.

La speranza cristiana non consiste nel dire: «Un giorno forse Dio ci salverà». È qualcosa di molto più forte. È dire: Dio ha già cominciato a salvarci, e proprio per questo possiamo attendere ciò che ancora non vediamo. Per questo l’Assunzione non ci allontana dalla terra: ci insegna a viverla. E come? Il Vangelo di oggi non ci presenta Maria ferma nella contemplazione della propria grandezza. Appena ricevuta la promessa, Maria «si alzò e andò in fretta» verso Elisabetta. È straordinario: la donna che Dio ha destinato alla gloria attraversa la storia mettendosi in cammino verso un’altra persona. Questa è la logica cristiana dell’attesa.

Chi ha fede in quale sarà il proprio destino ultimo non fugge dal presente, non lo teme, non cerca di cambiarlo con la propria impazienza o per sfuggire alle proprie paure: lo abita con maggiore intensità, appoggiato alla certezza della fede, nella relazione di amore con i fratelli. Maria sa che Dio sta compiendo qualcosa di immenso in lei, ma questa consapevolezza non la sottrae alla concretezza della storia. Così dovrebbe essere anche la nostra speranza. 
La speranza cristiana non è evasione dal mondo. 
È la capacità di vivere il presente senza pretendere che il presente sia già il compimento.

(Fonte: VinoNuovo)


ICONA DEL NOSTRO FUTURO - "La gioia, come la pace, come l'amore, si vivono appieno solo condividendoli; con il corpo, con gli occhi e le mani, con la voce e le parole." ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

ICONA DEL NOSTRO FUTURO


La gioia, come la pace, come l'amore, 
si vivono appieno solo condividendoli; 
con il corpo, con gli occhi e le mani, con la voce e le parole. 


In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. (...). Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua. Lc 1, 39-56
  
ICONA DEL NOSTRO FUTURO
 
La gioia, come la pace, come l'amore, si vivono appieno solo condividendoli; con il corpo, con gli occhi e le mani, con la voce e le parole. 

Il Vangelo presenta la sola scena in cui le uniche protagoniste sono due donne. Maria, Elisabetta e nessun'altra presenza, che non sia quella del mistero di Dio pulsante nel loro grembo. Nel Nuovo Testamento profetizzano per prime le madri, e così accade nel mondo: ogni madre che dà alla luce il figlio, pronuncia una profezia.

La festa dell'Assunta (la Pasqua d’estate, secondo le chiese orientali, frutto della Grande Pasqua di primavera), ci rassicura sull'esito buono della storia: la terra non finirà stritolata dal drago della violenza; la Bellezza e la generatività della Donna sono più forti di ogni drago rosso, di ogni malattia, violenza, depressione, solitudine, sconforto. Un’impennata di senso su tutto ciò che accade.

“Vidi una donna vestita di sole, che era incinta”: immagine bellissima della Chiesa, di Maria, di me, piccola ombra sul mondo. Saremo tutti come quella Donna: vestiti di luce, portatori di vita, in lotta contro tutto ciò che uccide. Contro il grande drago che non vincerà, perché il mondo è gravido, non di morte ma di vita, e porta un altro mondo nel grembo.

L'Assunzione di Maria al cielo in anima e corpo è l'icona del nostro futuro, del destino che ci attende. Questa festa intona il canto del corpo, annunciando che il Creatore non spreca le sue meraviglie: anche il corpo è santo e avrà, trasfigurato, lo stesso destino dell'anima. Perché l'uomo è uno.

Questo corpo così fragile e caro, così dolente e gioioso, nido d'amore e talvolta tana di violenza, sarà, un giorno, trasparenza di cristallo, sacramento dell'incontro perfetto.

Vergine, anello d'oro del tempo e dell'eterno, tu porti la nostra carne in paradiso e Dio nella nostra carne (D. M. Turoldo).

Anello d'oro, dove il tempo e l'eternità si innestano l'uno nell'altra. Sconfinamento: carne di donna in paradiso, carne di Dio sulla terra.

Il vangelo racconta che "Maria si mise in viaggio, in fretta, verso la montagna "Donna dell'amore che ha sempre fretta, che non sopporta ritardi; corre, portata dal futuro che già preme in lei.

Donna in viaggio, in esodo sulle tracce dell’esodo di Dio verso la terra.

In viaggio da casa a casa, lascia Nazaret e va: da Elisabetta, dagli sposi di Cana, a Cafarnao, alla camera alta a Gerusalemme, quasi che la sua casa si fosse moltiplicata seguendo il crescere del cuore di madre.

Donna in viaggio, nella gioia e nella trepidazione. Gioia che con Elisabetta si fa abbraccio e danza dei grembi: “Benedetta tu…” Prima parola che incarna la promessa di Dio quando, in principio, “li benedisse” (Gn 1,28). Benedizione è, o dovrebbe essere, la prima parola di ogni dialogo tra persone: Dio mi benedice con la tua presenza, possa Egli benedire te con la mia presenza.

Il corpo di Maria si fa salmo: l'anima canta! Lo spirito danza!

Perché la gioia, come la pace, come l'amore, si vivono appieno solo condividendoli; con il corpo, con gli occhi e le mani, con la voce e le parole.

Maria è la sorella che è andata avanti, danzando. E il suo destino è il nostro:

“Poiché il tuo corpo è fra le stelle

Spera, Maria, la nostra carne oscura...” (E. Bono).


Madonne e santi neri: il volto plurale del sacro di Mariangela Di Marco

Madonne e santi neri:
il volto plurale del sacro
di Mariangela Di Marco



Dalle Madonne nere ai santi (migranti) dalla pelle scura: un viaggio tra devozioni popolari, storia religiosa e scambi culturali che attraversano il Mediterraneo. Un patrimonio spirituale che racconta intrecci, migrazioni e forme di pluralismo spesso dimenticate.

Con una narrazione securitaria dell’immigrazione, la paura dell’“uomo nero” ha toccato apici spaventosi. Ma la profonda venerazione di santi e madonne dall’incarnato scuro, presenti in Italia e in diversi Paesi europei, ci ricorda un’altro tipo di storia e di percezione.

MADONNE NERE
Considerate le più enigmatiche tra le innumerevoli rappresentazioni di Maria da Nazareth, le Madonne nere costituiscono una delle principali mete di pellegrinaggio in tutta Europa, dove se ne contano ben 772 secondo i dati della Chiesa cattolica che, da decenni, interroga studiosi di teologia e storia delle religioni sulle origini di queste sculture sacre dal volto bruno. In Italia sono 155, al secondo posto dopo la Francia che ne conserva 428.

Nere. Come il colore dell’iniziazione alla vita, il buio del ventre materno e della terra fangosa da cui si genera l’esistenza e nell’oscurità si prepara all’incontro con la luce della nascita. È una delle teorie sulla loro origine che le vedono come il frutto del sincretismo tra Cristianesimo e Paganesimo, quella Magna Mater che assume forme diverse, moltiplicandosi e incarnandosi in varie divinità che mettono in risalto i diversi aspetti del Femminino sacro: fecondità, fertilità, sessualità. E legandosi ai culti ctoni, sotterranei, svolti in caverne, dove le energie della terra si fanno più forti, come spiega la studiosa Petra Van Cronenburg in Madonne nere. Il mistero di un culto (Edizioni Arkeios, 2024).

Nere. Come Iside, la dea egiziana il cui culto si diffuse in tutto il Mediterraneo seguendo l’espansione dei Tolomei, la dinastia macedone d’Egitto, con Alessandria come centro mediterraneo economico e militare. È un’altra delle teorie secondo cui deriverebbero le diverse Madonne nere. Iside fu patrona dei navigatori e per questo il suo culto si diffuse in tutta la vasta area del Mare Nostrum, al punto che dal II secolo a.C., molto ben prima dell’avvento dell’era cristiana, si era imposto in Italia, Nord Africa, Spagna e Gallia, a seguito dei contatti commerciali con i mercanti alessandrini. A suffragare questa tesi, contribuisce la definizione Vierges Égyptiennes – Vergini Egiziane – che le contrassegna nelle fonti medievali e che ne ha accentuato il simbolismo, principalmente esoterico.

NIGRA SUM, SED FORMOSA
Volti bruni che avevano – e che continuano ad avere – una straordinaria devozione popolare, ma che vennero letti dalla storiografia artistica «come un segno di arretratezza» e quindi connotati, a partire dal Cinquecento, in modo negativo per “mancanza di attenzione cromatica di impronta naturalistica”, come riportano gli Atti del Convegno internazionale Nigra Sum del Centro di documentazione dei Sacri Monti Calvari e Complessi devozionali europei.

Ma proprio quell’annerimento, che costituiva un dato formale negativo, divenne invece per l’immaginario popolare, e non solo, un tratto nobilitante: giungevano probabilmente dall’Oriente, culla del Cristianesimo – altra teoria sulle loro origini – e per questo matrice di una rappresentazione sacra che, proprio in quanto orientale (limitatamente al colore della pelle), garantiva una maggiore autorevolezza di culto. Spesso per Oriente si intendeva l’Impero Bizantino che nel Mediterraneo ha lasciato una vasta eredità culturale.

Nigra sum, sed formosa – sono nera, ma bella – recita, in barba alle opinioni artistiche, il verso latino del Cantico dei Cantici (1,5) che accompagna una delle più famose Brune italiane, quella di Tindari, in provincia di Messina. Accanto all’imponente basilica, a picco sul mare che la custodisce, sorgeva un hospitium, un luogo di ristoro fondato dai monaci benedettini nel 1142 per i numerosi pellegrini che si recavano verso le mete più sacre della cristianità: Roma, Gerusalemme, ma soprattutto Santiago de Compostela. Una tappa fondamentale nell’itinerarium peregrinorum per i fedeli siciliani che si accingevano a salpare per giorni alla volta della Spagna, apice di questo percorso catartico.

Le navi dirette a Santiago che solcavano il Mediterraneo venivano, infatti, convogliate verso il porto di Barcellona, da cui si ripartiva in direzione Nord, passando per Montserrat, alle porte della capitale catalana. Ad accoglierli vi era la Moreneta, probabilmente la Madonna nera ispanica più conosciuta, ritenuta il modello scultoreo da cui deriva quello di Tindari. «A partire dal XIV secolo – scrive il ricercatore Giuseppe Fazio ne La Madonna di Tindari e le Vergini nere medievali (L’Erma Edizioni, 2012) – il culto verso la Madonna di Montserrat vide una grande diffusione in tutta Europa, specialmente nel bacino del Mediterraneo». Nella sola Palermo, ad esempio, nel corso dei secoli si sono succedute quattro chiese e otto cappelle dedicate alla Madonna montserratina. Stesso discorso per Puglia, Abruzzo, Campania e Umbria.

Dalla Moreneta spagnola alla Morenetta, “la piccola scura”, come viene chiamata la Madonna nera di Loreto, in provincia di Ancona, custodita nella Santa casa di Maria di Nazareth, una delle più importanti reliquie per il Cattolicesimo dove, secondo la tradizione, la Madre di Cristo nacque, crebbe e ricevette l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele. Secondo diversi studi, la statua venne trasportata in Italia dai crociati espulsi dalla Palestina durante l’invasione dei mamelucchi nel 1291. Con lei, anche la dimora dove risiede tutt’oggi, avvolta da uno dei più grandi capolavori scultorei dell’arte rinascimentale eseguiti dall’architetto Donato Bramante. Il suo culto è vivo anche in molte altre chiese di tutto il mondo che conservano una riproduzione fedele dal volto bruno. Molte di queste si possono incontrare lungo i sentieri dell’alta valle Brembana, ad esempio, a Scaletto di Valtorta, a Isola di Fondra, lungo la mulattiera per Foppa, nel centro storico di Branzi, a Foppolo in frazione di Tegge, a Cugno di Santa Brigida

LA DIFFUSIONE DEL CULTO
La venerazione di Madonne dalla pelle scura ebbe il suo culmine durante il XII secolo, dopo che il padre della Chiesa e ispiratore dei cavalieri templari Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) ne introdusse il culto. Secondo la tradizione cattolica, fu Sant’Eusebio di Vercelli (III-IV secolo), primo vescovo del Piemonte, tornato dall’esilio in Cappadocia nel 362

d.C., a portare in Italia le prime statue brune. Una di queste è tuttora venerata nel santuario di Oropa, il più importante tempio mariano delle Alpi, situato nel comune di Biella. Storia di una montagna sacralizzata, di eremitaggi, di gente che si è arrampicata fin quassù per pregare.

Quello delle Madonne nere è un culto che risulta intenso all’epoca delle Crociate, sia perché diversi crociati portarono in patria icone orientali, sia per l’azione di alcuni ordini religiosi – carmelitani e francescani attivi anche in Terrasanta e in Siria – o cavallereschi, come i Templari, che disponevano di proprie chiese nelle principali città europee, soprattutto in Francia, dove appunto si può ritrovare il maggior numero di Madonne Brune.

Sull’Appennino del Sud Italia, dal Cilento al Pollino fino all’Aspromonte, le Madonne vanno e vengono dalle montagne. Vi salgono a maggio per passarvi l’estate. A settembre, ai primi venti dell’autunno, ridiscendono a valle per passare gli inverni nelle chiese, accanto alla loro gente. Così è per la Madonna nera di Viggiano, patrona delle genti di Lucania. Il suo volto dai lineamenti morbidi e la grazia con cui sembra comporsi, la rendono una delle più armoniose sculture di questo tipo, secondo una opinione molto diffusa tra studiosi e gente comune. Fu nascosta dalla popolazione dell’antica Grumentum, città della Val d’Agri, quando venne assalita dai corsari saraceni. Venne poi ritrovata da pastori – secondo un topos diffuso in molte narrazioni – in quello che oggi è il santuario in vetta al Monte Sacro, dove i pellegrini vi ruotano attorno per tre volte, molti a piedi nudi, i palmi delle mani rivolti verso il cielo. Carlo Levi scriveva in Cristo si è fermato a Eboli: «In tutte le case, a capo del letto, attaccata al muro con quattro chiodi, la Madonna di Viggiano assiste, con i grandi occhi senza sguardo nel viso nero, a tutti gli atti della vita».

È una delle Madonne nere raffigurata seduta su un trono a sedile, a rappresentare la Chiesa intera e a diventare sede per l’incarnazione della Divina Sapienza. Il ricercatore inglese Robert Graves osserva come le Madonne nere, dalla Sicilia alla Provenza, venissero così chiamate in onore di un’antichissima tradizione, secondo cui la Sapienza era raffigurata dal colore scuro. E così, nella misteriosa venerazione della Vergine nera, dove si sovrappongono ipotesi e devozioni, possiamo ancora una volta rintracciare un punto d’incontro delle tradizioni misteriche delle tre più grandi religioni rivelate della Terra: Cristianesimo, Islam ed Ebraismo. «Come a dire un glorioso esempio del sublime, straordinario paradosso dell’unità del divino, sebbene percepita sotto spoglie apparenti diversissime».

SANTI NERI E MIGRANTI
Madonne, ma anche santi dalle tonalità brune, come San Nicola, uno dei santi più venerati dal Cristianesimo cattolico e ortodosso, patrono della città pugliese di Bari e originario di Myra, in Turchia. Tra il X e il XIII secolo non è facile trovare santi che possano reggere il confronto con lui in quanto a universalità e vivacità di culto. Ritenuto dalla tradizione protettore dei bambini e delle bambine, il suo culto venne importato dagli olandesi a New York, rendendolo protettore anche della Grande Mela. Chiamato Sinterklaas, il suo nome si contrasse in Santa Claus trasformandosi, nel XX secolo, nella più grande icona vestita di rosso del consumismo occidentale. Naturalmente cambiando il colore della pelle.

Di migrazione parla anche la storia di San Benedetto il Moro (1526-1589), il primo santo africano che, insieme a Santa Rosalia, protegge la città di Palermo: nacque, infatti, da una famiglia ridotta in schiavitù e portata in Sicilia dall’Africa. Per le sue doti taumaturgiche, Benedetto ricevette dal popolo siciliano un culto straordinario ben più di 200 anni prima che fosse proclamato santo: avverrà nel 1807 e sarà il santo protagonista di uno dei processi di canonizzazione più lunghi della Chiesa cattolica.

Volti bruni che hanno attraversato la Storia, l’iconoclastia, l’arianesimo. Culti che dimostrano che abbiamo delle radici di cui troppo spesso ci dimentichiamo, che arrivano da lontano e si intrecciano a ciò che li accoglie. Perché, scrive lo storico delle religioni belga Julien Ries: «Il pluralismo, sacro al Mediterraneo, diviene sacro se il Mediterraneo è davvero sacro nel suo intimo, innato pluralismo»

(Fonte: Confronti)