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sabato 29 agosto 2026

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 43 - 2025/2026 - XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

Possiamo considerare il nostro brano una sintesi sull'identità di Gesù e sul progetto d'amore del Padre sull'umanità, e la deludente risposta di Simon Pietro con la sua incapacità di sognare al di là delle proprie attese. Lo scandalo della croce getta una luce sull'abisso che esiste tra il cuore del Padre e quello dell'uomo, tra il suo volto d'amore e le immagini sataniche che di Lui continuamente produciamo. «Davanti all'infamia della croce anche Pietro, la roccia, diventa pietra di scandalo, diabolico inciampo per il Signore stesso» (cit.). Voler fuggire la morte in ogni modo e con qualsiasi mezzo è il desiderio primo di ogni uomo, ma è anche il principio e il fondamento dei nostri egoismi che, invece di portarci la salvezza, ci conducono alla perdizione. Ascoltiamo la Parola, la "riconosciamo", ma siamo sempre tentati di ridurla a misura umana, proiettando su Dio i nostri desideri. Pietro ha ben compreso che Gesù è il Messia, ma la verità di Gesù e del Padre non è quella che lui intende. La fede nel Padre non è un pacchetto preconfezionato di nozioni da mandare e ripetere a memoria. La fede è un cammino lento, faticoso, progressivo che dura tutta la vita, con la compagnia scomoda e dolorosa della Parola della croce. Attraverso l'incontro con il volto del Crocifisso Risorto siamo chiamati a passare dal peccato che conduce alla morte alla vita di Grazia, dalla durezza del cuore al cuore misericordioso del Padre, da una fede rachitica e infantile a una fede robusta e matura tenendo sempre presente che non siamo noi i maestri da seguire e mettendo i nostri piedi, da bravi discepoli, sulle orme del solo e unico Maestro: Gesù.


LA FISICA DELL’AMORE - "È la fisica dell’amore: se dai ti arricchisci, se trattieni ti impoverisci. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato. L’accento non è sul perdere, ma sul trovare. L’esito finale è “trovare vita”, quella cosa che tutti cercano." - XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

LA FISICA DELL’AMORE


È la fisica dell’amore:
se dai ti arricchisci, se trattieni ti impoverisci. 
Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato. 
L’accento non è sul perdere, ma sul trovare. 
L’esito finale è “trovare vita”, quella cosa che tutti cercano.



In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni». Mt 16,21-27
  

LA FISICA DELL’AMORE
 
È la fisica dell’amore: se dai ti arricchisci, se trattieni ti impoverisci. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato. L’accento non è sul perdere, ma sul trovare. L’esito finale è “trovare vita”, quella cosa che tutti cercano.

Se qualcuno vuole venire dietro a me…

Il sogno di Gesù non è uno sterminato corteo di persone che avanzano incespicando con la loro piccola o grande croce addosso, in una infinita Via Crucis. La croce nel Vangelo indica la follia di Dio, la sua lucida follia d’amore.

Gesù detta condizioni da vertigine. La prima: rinneghi se stesso. Parole pericolose, se capite male. Che non significano mortificare la propria persona, ma piuttosto: non sei tu il centro, esci dal tuo io e sconfina, liberati dal tuo ego.

Seconda condizione: Prenda la sua croce. Una delle frasi più fraintese del Vangelo che sembra subire passivamente le inevitabili croci della vita. Ma Gesù non dice “accetta”, dice “prendi”. Non chiede di subire, sembra l’invito a prendere attivamente ciò che incute così tanto timore. Croce, nel Vangelo, non è una malattia o una disgrazia, è la sintesi dell’intera vita di Gesù: Prendi su di te una vita che assomigli alla mia. La vocazione del discepolo non è subire il martirio, ma vivere una vita da messia, essere nella vita donatore di vita; passare nel mondo facendo del bene, da creatura pacificata e amante. Sostituiamo croce con amore, ed ecco: se qualcuno vuole venire con me, prenda su di sé il giogo dell’amore, tutto l’amore di cui è capace, e mi segua. Ciascuno con l’amore addosso, che però ha il suo prezzo: «Là dove metti il tuo cuore, là troverai anche le tue spine e le tue ferite» (F. Fiorillo).

Terza condizione: E mi segua. Prenda su di sé una vita così e edificheremo una magnifica umanità, quella della triplice cura: di sé, degli altri e del creato.

Seguire Gesù è fare come lui, il coraggioso che tocca i lebbrosi e sfida chi vuole uccidere l’adultera, il tenero che si commuove per due passeri e per la figlioletta di Giairo, il rabbi che amava i banchetti. Seguimi: all’orizzonte si stagliano Gerusalemme e i giorni supremi, ma Gesù li affronta scegliendo di non assomigliare ai potenti del mondo. Potere vero, potere divino, è servire. Lui è venuto a portare la supremazia della tenerezza, e i poteri del mondo saranno impotenti contro di essa.

Chi perderà la propria vita così, la troverà. Ci hanno insegnato a mettere l’accento sul perdere la vita. Ma se l’ascolti bene, senti che l’accento non è sul perdere, ma sul trovare. L’esito finale è “trovare vita”. Quella cosa che tutti cercano, in tutti gli angoli della terra, in tutti i giorni che è dato loro di vivere. Perdere per trovare. È la fisica dell’amore: se dai ti arricchisci, se trattieni ti impoverisci. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato.

Gesù porta una rivoluzione copernicana: non metterò me stesso al centro di un piccolo sistema solare dove tutto ruota attorno a me e in funzione di me. Ma io dentro un universo dove ogni creatura, ogni persona si protende verso infiniti altri. Esistere è co-esistere.


Paolo Crepet: «Si cade sette volte per rialzarsi otto». Perché rischiare e ricominciare ci rende più forti


Paolo Crepet: «Si cade sette volte per rialzarsi otto».
 Perché rischiare e ricominciare ci rende più forti

L’esperto parla agli adulti: proteggere troppo i figli li priva di autonomia. Solo fallendo si impara davvero cosa vuol dire crescere e scegliere la propria strada.


Cadere, sbagliare e avere la forza di ripartire. Per Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, la crescita personale passa anche dalla capacità di affrontare l'incertezza, accettare gli errori e ricominciare. Una riflessione che riguarda soprattutto i giovani e un modello educativo sempre più orientato alla sicurezza, alla comodità e alla ricerca di risultati immediati.

In una società nella quale efficienza e produttività sono diventate valori centrali, secondo la riflessione di Crepet il rischio è che le nuove generazioni cerchino soprattutto certezze e risultati da raggiungere velocemente, rinunciando alla fatica, alla scoperta e alla possibilità di mettersi realmente alla prova.

Il punto di partenza è un'idea precisa: la vita non dovrebbe essere circoscritta a ciò che già conosciamo. «La vita è l'opposto del “chilometro zero”», sostiene Crepet, invitando i ragazzi a misurare la propria esperienza attraverso le persone conosciute, le situazioni vissute, i luoghi visitati, le discussioni affrontate e le novità scoperte.

Alla base deve esserci la volontà di desiderare e progettare qualcosa autonomamente, senza limitarsi a seguire percorsi già stabiliti o le aspettative degli altri.

Il rischio della bonaccia esistenziale
Crepet mette in guardia soprattutto dalla tendenza a rinunciare prima ancora di aver provato
Se la paura della fatica arriva prima dell'esperienza, il pericolo è quella che lo psichiatra definisce «bonaccia esistenziale».

Una condizione negativa per un giovane, perché può trasformarsi nella continua ricerca della propria zona di comfort. Restare dove tutto è conosciuto e prevedibile riduce infatti le occasioni di confrontarsi con l'incertezza, con gli errori e con esperienze nuove.

La riflessione coinvolge direttamente anche il ruolo dei genitori. Secondo Crepet, educare non significa garantire continuamente una via di ritorno priva di conseguenze o eliminare ogni difficoltà dal percorso dei figli. «Compito di un genitore non è quello di tenere sempre abbassato il ponte levatoio di casa nella speranza di veder ricomparire i figli delusi da un tentativo che non è andato bene», osserva lo psichiatra.

Il principio è che nulla debba essere considerato automaticamente acquisito. Tentare, impegnarsi e affrontare le difficoltà diventano esperienze capaci di stimolare creatività, autonomia e progettualità.


Crepet: il valore di sbagliare e ricominciare
Qualunque sia il luogo scelto per vivere o la strada professionale intrapresa, per Crepet conta soprattutto la disponibilità a confrontarsi con qualcosa di nuovo. Più il risultato è incerto, maggiore può essere la soddisfazione derivante dall'averci provato. Da qui una delle frasi più significative della sua riflessione: «La grandezza di una persona non si misura soltanto su ciò che costruisce, ma anche sulla sua capacità di ricominciare».

Tentativi ed errori non rappresentano necessariamente un fallimento, ma possono diventare parte del processo di crescita. Crepet sintetizza il concetto con un'immagine immediata: «La vita insegna che si cade sette volte per rialzarsi otto».


L'invidia e il rischio di smettere di costruire se stessi
Il tema del costruire il proprio percorso si lega anche a un'altra riflessione attribuita a Crepet sull'invidia. Quando una persona smette di investire sulle proprie capacità e concentra l'attenzione sui risultati degli altri, il confronto può trasformarsi in frustrazione.

L'invidia viene così interpretata come il possibile segnale di un vuoto lasciato dalla mancanza di obiettivi, progetti e crescita personale. Da qui l'importanza di tornare a concentrarsi sul proprio percorso, sulle competenze da sviluppare e sui traguardi personali, invece di misurarsi continuamente attraverso ciò che fanno gli altri. Il filo che lega queste riflessioni è quindi quello della crescita personale attraverso l'esperienza: uscire dalla zona di comfort, accettare la possibilità di sbagliare, non vivere l'errore come una condanna e conservare la capacità di ripartire. Nella prospettiva indicata da Crepet, ciò che definisce una persona non è soltanto quanto riesce a costruire, ma anche quante volte trova la forza di ricominciare

(Fonte: Il Messaggero - 22.08.2026)

Enzo Bianchi: Dio non manda il dolore, resta con noi

Enzo Bianchi
Dio non manda il dolore, resta con noi  
 
Alla veglia di Barcellona il Papa corregge un’antica idea: il male non è un disegno divino, ma un’esperienza che Cristo condivide con l’uomo


Famiglia Cristiana - 23 agosto 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Leone XIV ancora una volta stupisce: nella semplicità, senza enfasi, fa dichiarazioni importanti e decisive per la vita cristiana. Così nel buio della veglia con i giovani a Barcellona il Papa ha risposto alle loro domande con una chiarezza e una novità di visione che può turbare molti cristiani ancora prigionieri di vecchi paradigmi spirituali, oggi percepiti come estranei al cristianesimo. Papa Leone ha detto: “Non si spiritualizzi il dolore, non lo si rubrichi in fretta come volontà di Dio, perché in quel modo si feriscono e si colpevolizzano le persone. Dio non vuole la sofferenza, la regge accanto a noi”.

Sono parole che devono raggiungerci: la sofferenza è insensata, non è mai né voluta, né causata da Dio che è il Dio della vita piena. La sofferenza è inerente alla condizione umana: siamo “mortali”, così i greci parlavano degli umani, e in questa nostra fragilità malattie, debolezze e ferite che provengono dalla vita sono sempre al lavoro. I cristiani perciò non devono mai, nella maniera più assoluta, benedire la sofferenza, devono opporle una tenace resistenza, ricorrere a tutti i mezzi umani in loro possesso per alleviarla. Dio non gradisce la nostra sofferenza, Dio gradisce quando nella sofferenza continuiamo ad amare, continuiamo ad accettare di essere amati. Dio è accanto a noi quando soffriamo e ci accompagna nel nostro attraversare le sofferenze nella speranza.

La fede ci dice che anche nelle tenebre oscure della morte vicina e dell’esodo da questo mondo, quando siamo tentati di non avere fede, Gesù Cristo sarà là ad accoglierci a braccia aperte per ricolmare di fede i nostri abissi senza fede, per portarci nel Regno con lui. Basterà, anche se vacillano fede e speranza, mantenere saldo l’amore per lui, il Signore, perché allora basta la carità.
(fonte: blog dell'autore)

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Vedi anche il post:


venerdì 28 agosto 2026

A Gaza il dolore immenso dei bambini ha anche un numero


A Gaza il dolore immenso dei bambini ha anche un numero

Non più solo testimonianze: un campione di 933 bambini della Striscia certifica, secondo criteri clinici, la portata del trauma bellico su un'intera generazione.

Un bambino palestinese reagisce al luogo colpito dai raid israeliani contro alcune case, a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza. REUTERS/Ibraheem Abu Mustafa

Sette bambini su dieci a Gaza hanno visto con i propri occhi un cadavere dilaniato. Quattro su dieci sono stati bersaglio diretto di colpi d'arma da fuoco. Uno su sette è stato tirato fuori vivo dalle macerie di un edificio bombardato. Non sono stime giornalistiche né testimonianze isolate: sono i risultati di uno studio scientifico condotto nel maggio 2025 su 933 bambini gazawi tra i 3 e i 12 anni, pubblicato a gennaio 2026 dalla rivista internazionale Child and Adolescent Psychiatry and Mental Health. Per la prima volta la sofferenza psichica dell'infanzia di Gaza esce dal registro della testimonianza e entra in quello, più severo e più difficile da liquidare, dei dati.

A firmare la ricerca sono quattordici autori: dodici della facoltà di Medicina della Islamic University of Gaza, guidati dal neurologo Belal Aldabbour, una ricercatrice del Gaza Community Mental Health Program e Latefa Ali Dardas, della facoltà di Infermieristica dell'University of Jordan di Amman. Lo studio - "Trauma and mental health burden of Gaza's displaced children during war" - è stato condotto in trentuno rifugi e tendopoli distribuiti in tre dei cinque governatorati della Striscia: Gaza, la regione centrale e Khan Younis.

Le aree settentrionali e Rafah sono rimaste fuori campione perché, nel maggio 2025, l'82% del territorio di Gaza si trovava sotto ordini di evacuazione israeliani e le operazioni di terra ne rendevano impraticabile l'accesso: un dettaglio metodologico che è già, di per sé, una fotografia della guerra.


Un campione, tre strumenti

I ricercatori hanno intervistato in arabo, tramite il dialetto gazawi per favorire la fiducia dei rispondenti, i caregiver di 933 bambini equamente divisi tra maschi e femmine, età media 7,6 anni. Hanno utilizzato tre strumenti clinici validati a livello internazionale: il Child and Adolescent Trauma Screen (CATS) per i sintomi da stress post-traumatico, lo Strengths and Difficulties Questionnaire (SDQ) per il funzionamento psicosociale, e il Primary Care PTSD Screen per misurare il trauma dei genitori stessi.

I risultati restituiscono un quadro di esposizione traumatica che, scrivono gli autori, "supera quella riscontrata nella maggior parte degli altri contesti bellici contemporanei". Il 95,3% dei bambini ha visto la propria casa distrutta, in tutto o in parte: nei campi profughi siriani il dato oscillava tra il 40 e il 60%. Il 98,4% ha sofferto la fame, contro il 30-50% registrato tra i minori coinvolti nei conflitti in Iraq e Libano. In media, ogni bambino del campione ha subito 6,7 sfollamenti forzati fino al periodo dello studio: tra i minori siriani lo sfollamento era avvenuto, in genere, una o due volte. Il 10,3% ha perso il padre, il 2,4% la madre, quasi il 30% un familiare stretto.

Applicando i punteggi soglia del CATS, il 57,8% dei bambini presenta una probabile diagnosi da stress post-traumatico; con l'algoritmo diagnostico più rigoroso del DSM-5, la quota scende al 15,6%. Il primo dato resta comunque nettamente superiore alla prevalenza del 36% stimata da una meta-analisi del 2021 sui bambini palestinesi esposti a violenza politica prima di questa guerra. Sul fronte del funzionamento psicosociale, il 46,3% del campione rientra nella fascia "anormale" del punteggio totale di difficoltà SDQ: il 55,6% mostra problemi nelle relazioni con i coetanei, il 45,9% deficit nel comportamento pro-sociale, il 41,7% problemi di condotta, questi ultimi concentrati soprattutto tra i maschi.


Le fasi di un collasso

Per comprendere questi numeri occorre ricostruire la sequenza che li ha prodotti. L'occupazione israeliana dei territori palestinesi - Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza - risale al 1967. Dal 2007, dopo la presa di potere di Hamas nella Striscia, Israele ha imposto un blocco terrestre, aereo e marittimo tuttora in vigore, che ha eroso l'economia locale e reso la popolazione dipendente dagli aiuti umanitari. Il 7 ottobre 2023 l'attacco di Hamas nel sud di Israele ha aperto la fase più devastante del conflitto: bombardamenti intensivi, assedio, distruzione sistematica delle infrastrutture sanitarie - secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, tutti i 36 ospedali della Striscia hanno subito danni, e a novembre 2023 l'unico ospedale psichiatrico di Gaza è stato raso al suolo.

Organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International hanno accusato Israele di atti riconducibili al crimine di genocidio, mentre la Corte internazionale di giustizia dell'Aja ha aperto un procedimento sul rispetto della Convenzione contro il genocidio nella condotta della guerra: un contenzioso giuridico e politico tuttora aperto, che il governo israeliano respinge, rivendicando il diritto all'autodifesa dopo il 7 ottobre.

Sul terreno, i dati restano comunque univoci: secondo le stime raccolte da UNICEF, tra ottobre 2023 e i primi mesi del 2026 sono stati uccisi oltre 71mila palestinesi, un terzo dei quali bambini, e la Striscia registra oggi il più alto numero di amputazioni pediatriche della storia recente dei conflitti armati.


A un cessate il fuoco parziale, seguito da una tregua di sei settimane a inizio 2025, è succeduta una nuova escalation: tra marzo e maggio 2025 le forze israeliane hanno ripreso le operazioni di terra, provocando circa 600mila nuovi sfollamenti, oltre 200mila soltanto nella seconda metà di maggio. È in questo esatto momento - mentre gran parte della popolazione veniva nuovamente spinta verso tende e ripari di fortuna, con accesso limitatissimo ad acqua, elettricità e servizi igienici - che i ricercatori hanno raccolto i loro dati. Il campione, cioè, non fotografa il picco della devastazione del 2023-2024, ma la sua persistenza cronica un anno e mezzo dopo, quando l'attenzione internazionale aveva già iniziato a spostarsi altrove.

FILE PHOTO: Palestinian children wait to receive food cooked by a charity kitchen amid shortages of food supplies, as the ongoing conflict between Israel and the Palestinian Islamist group Hamas continues, in Rafah, in the southern Gaza Strip, February 5, 2024. REUTERS/Ibraheem Abu Mustafa/File Photo (REUTERS)

Il trauma che si eredita

Il dato forse più inquietante riguarda gli adulti. Il 78,1% dei caregiver coinvolti nello studio è risultato positivo allo screening per un probabile disturbo da stress post-traumatico: l'80% tra i padri, il 90,3% tra i nonni. Nell'analisi statistica, la gravità dei sintomi post-traumatici dei genitori è risultata tra i predittori più forti del PTSD infantile, insieme all'esposizione cumulativa ai traumi e al numero di difficoltà psicosociali rilevate dallo SDQ. Anche l'assenza della madre come caregiver principale e la condizione di genitori non conviventi aumentano significativamente il rischio.

È il meccanismo che in letteratura viene definito trasmissione intergenerazionale del trauma: genitori sopraffatti dal proprio dolore perdono, almeno in parte, la capacità di fare da filtro protettivo per i figli, che restano esposti sia alla violenza diretta sia al deterioramento del clima affettivo domestico. Gli stessi autori dello studio avvertono che, senza interventi mirati, il ciclo rischia di riprodursi: i bambini di oggi diventeranno genitori segnati da un trauma non elaborato, in un contesto - quello di Gaza - dove gli specialisti di salute mentale erano già rarissimi prima della guerra (meno di uno psichiatra ogni 100mila abitanti) e dove il collasso delle strutture sanitarie ha reso quasi inaccessibile qualunque presa in carico strutturata.


Cosa resta, oltre le percentuali

Gli stessi ricercatori riconoscono i limiti del loro lavoro: uno studio trasversale, basato su questionari compilati dai caregiver e non dai bambini stessi, non può certificare la persistenza dei sintomi nel tempo né la loro reale intensità clinica. Ma proprio questo, secondo gli autori, rende le cifre pubblicate una soglia minima, non un tetto massimo. Il divario tra il 57,8% misurato con i punteggi soglia e il 15,6% dell'algoritmo diagnostico più stringente racconta la difficoltà di applicare griglie cliniche nate altrove a un'esperienza infantile che, in molti casi, sfugge persino alle categorie della psichiatria.

Ciò che i numeri non catturano - la paura di dormire al buio, il non fidarsi più degli adulti, l'aver smesso di giocare - resta comunque scritto tra le righe delle tabelle statistiche: nel 45,9% dei bambini con un comportamento pro-sociale ormai compromesso, nel 41,7% con problemi di condotta, nel dato, quasi mai commentato, secondo cui la fascia più colpita da problemi relazionali con i coetanei sfiora il 56%. Sono numeri che non riguardano soltanto il presente della Striscia, ma la sua prossima generazione: quella che dovrà, un giorno, provare a ricostruirla.
(fonte: Famiglia Cristiana 24/08/2026)

UNA CASA MISERA - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

UNA CASA MISERA
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Angusta è la casa della mia anima perché tu possa entrarvi: allargala dunque! 
È in rovina: restaurala! 
Contiene alcune cose che possono offendere la tua vista, lo ammetto e ne sono consapevole:
ma chi potrà purificarla, a chi griderò se non a te: 
Purificami,
Signore!


Il titolo stesso di questa rubrica rimanda al testo ufficiale orante della Chiesa, il Breviario, ora detto “Liturgia delle Ore” a causa della sua scansione nel fluire del giorno. È legittimo perciò introdurre anche una preghiera che abbiamo ritagliato da quel capolavoro che sono le Confessioni di S. Agostino, un genio dell’umanità per tutta la sua imponente produzione teologico-filosofica e letteraria (si è interessato persino di musica). Il 28 agosto, giorno della sua morte avvenuta nel 430 a 75 anni nella città algerina di Ippona di cui era vescovo, il calendario ne commemora la figura, amata da credenti come Petrarca e da tanti agnostici come Camus.
Questa sua invocazione, infatti, è rivolta a Dio – è ciò che accade spesso nelle sue opere anche teoriche che interpellano il Tu divino – ma contiene uno sguardo puntato nell’interiorità della persona umana.
In quella casa intima misera è atteso l’ingresso di un Salvatore. È la certezza che l’Io e Dio in quello spazio angusto e disadorno possano incontrarsi. Anche per il non credente, due sono le dimensioni evocate da Agostino.
Da un lato, c’è la necessità di tornare e sostare in interiore homine, cioè nella profondità della coscienza squarciando il velo dell’esteriorità superficiale, livello a cui ci conduce una vita frenetica e banale. D’altro lato, c’è la ricerca della trascendenza, cioè di un senso ultimo dell’essere e dell’esistere, come confessava il citato ateo Camus: «Io sono Agostino prima della conversione e mi dibatto col problema del male».

(Fonte: Il sole 24 ore - Domenica - 23.08.2026)

giovedì 27 agosto 2026

UDIENZA GENERALE 26/08/2026 Leone XIV: La liturgia è veicolo fondamentale di evangelizzazione

UDIENZA GENERALE

Basilica di San Pietro
Mercoledì, 26 agosto 2026


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All’udienza generale il Papa prosegue le catechesi sui documenti del Vaticano II e offre un’ultima riflessione sulla «Sacrosanctum Concilium»

La liturgia è veicolo
fondamentale
di evangelizzazione

La liturgia è «un fondamentale veicolo di evangelizzazione». Lo detto Leone XIV stamane, all’udienza generale del mercoledì, svoltasi nella basilica Vaticana.

Proseguendo il ciclo di catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II, il Papa ha offerto un’ultima riflessione sulla costituzione Sacrosanctum Concilium ed ha approfondito il tema della riforma liturgica, esortando i fedeli a partecipare ai riti in modo non passivo, né come estranei o «muti spettatori». Le azioni liturgiche, infatti, sono «celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento dell’unità”».

Sottolineando che la riforma liturgica promossa dal Vaticano II si pone «nel solco della tradizione vivente della Chiesa», il Pontefice ha rimarcato che «la sua retta comprensione» permette di rigettare gli abusi che portano ad assolutizzarne i principi basilari.

Nei saluti ai gruppi di pellegrini presenti, il Vescovo di Roma ha poi menzionato i «Voti di Jasna Góra della Nazione Polacca», redatti 70 anni fa dal cardinale Stefan Wyszyński, e ne ha evidenziato l’impegno «per la giustizia e la fraternità». Infine ha ricordato i santi Monica e Agostino, la cui memoria liturgica ricorre rispettivamente il 27 e il 28 agosto.

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Leone XIV


I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 8. Le motivazioni della riforma liturgica


Cari fratelli e sorelle,

in questa ultima catechesi sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium, desidero oggi soffermarmi sulle ragioni per le quali i Padri conciliari vollero promuovere una riforma della liturgia. È illuminante, in tal senso, la terza Lettera dal Concilio che il Cardinale Giovanni Battista Montini, allora Arcivescovo di Milano, inviò il 28 ottobre 1962 ai fedeli della propria Chiesa. La liturgia – scriveva – «è espressione sincera sia del divino che dell’umano. È linguaggio. È veicolo d’insegnamento divino da un lato, è voce di colloquio con Dio. È chiaro che essa non può rinunciare alla sua funzione didattica, e non può non offrire alla fede e alla pietà la possibilità di esprimersi con spontanea intelligibilità». [1] Mosso da queste convinzioni, il futuro Papa San Paolo VI affermava che i fedeli «non possono e non devono più rimanere muti e passivi. La loro materiale presenza non può accordarsi con la loro spirituale assenza». [2]

È evidente la consonanza di queste dichiarazioni con quelle che appariranno al n. 48 della Costituzione conciliare: «La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene mediante i riti e le preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino a offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro». Si coglie in queste parole una rinnovata consapevolezza del valore della liturgia. Attraverso le azioni rituali della Chiesa, mentre si attua il memoriale dell’opera di salvezza, è data la possibilità di vivere la vera relazione con Dio, entrando in contatto con l’evento salvifico. Poiché i gesti, le parole della sacra liturgia sono decisivi per realizzare questa esperienza, la partecipazione dei fedeli non può essere passiva.

La riforma conciliare, nel mettere al centro ciò che costituisce il cuore dell’esperienza ecclesiale, ha voluto far risplendere la liturgia come «la fonte primaria di quel divino scambio nel quale ci viene comunicata la vita di Dio» [3]. Da tale convinzione nacque l’esigenza di rendere maggiormente disponibile a tutti i fedeli la ricchezza dei testi biblici e delle orazioni, e di rendere più lineare l’ordinamento celebrativo rispetto a quello previsto nei libri liturgici allora vigenti.

La liturgia, infatti, essendo una realtà viva, è sempre stata soggetta lungo i secoli a sviluppi e cambiamenti. Il Magistero ne ha adattato le forme alle esigenze delle diverse epoche. Non sorprende allora che anche il Concilio Vaticano II, con il massimo rispetto per il patrimonio della tradizione, e proprio al fine di renderlo maggiormente fruibile, abbia ritenuto necessaria una revisione dei libri liturgici.

L’obiettivo che i Padri avevano a cuore è esplicitato nel n. 21 della Costituzione Sacrosanctum Concilium: «Perché il popolo cristiano ottenga più sicuramente le grazie abbondanti che la sacra liturgia racchiude, la santa madre Chiesa desidera fare un’accurata riforma generale della liturgia. Questa, infatti, consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o addirittura devono variare, qualora si siano introdotti in esse elementi meno rispondenti all’intima natura della liturgia stessa, oppure queste parti siano diventate non più idonee. In tale riforma l’ordinamento dei testi e dei riti dev’essere condotto in modo che le sante realtà che essi significano siano espresse più chiaramente e il popolo cristiano possa capirne più facilmente il senso e possa parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria». Risale all’Enciclica Mediator Dei di Papa Pio XII la distinzione, nella liturgia, tra elementi divini, immutabili, ed elementi umani, che invece «possono subire varie modifiche, approvate dalla sacra Gerarchia assistita dallo Spirito Santo, secondo le esigenze dei tempi, delle cose e delle anime» (Acta Apostolicae Sedis 39, 1947, 541-542).

Del resto, il desiderio di una “riforma generale” non nasceva all’improvviso, ma si era manifestato nell’azione dei Papi succedutisi fin dall’inizio del XX secolo, in sintonia con le istanze del Movimento liturgico. L’affermazione della necessità che i fedeli non assistessero alle celebrazioni «come estranei o muti spettatori» era già stata ripresa dalla Costituzione apostolica Divini Cultus di Papa Pio XI. Inoltre, si possono ricordare gli interventi di Pio XII sull’ordinamento dei riti della Settimana Santa, da lui ricollocati nelle ore corrispondenti agli eventi pasquali, dopo che per secoli erano stati anticipati alle ore mattutine. Non si deve poi dimenticare che San Giovanni XXIII ritenne necessaria una semplificazione delle rubriche del Breviario e del Messale, approvandola con il Motu proprio Rubricarum instructum, del 25 luglio 1960, nel quale rimandava all’annunciato Concilio Ecumenico la proposta dei principi fondamentali per una riforma della liturgia.

La riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II si pone, dunque, nel solco della tradizione vivente della Chiesa. La sua retta comprensione permette anche di rigettare gli abusi che si sono verificati in alcuni settori della Chiesa nella stagione postconciliare, e che purtroppo talora ancor oggi si verificano, assolutizzando o mal comprendendo alcuni dei principi che stavano alla base della riforma stessa.

A questo proposito, vale la pena di ricordare come la Costituzione conciliare affermi che «le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento dell’unità”, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano» (Sacrosanctum Concilium n. 26).

È pertanto responsabilità precipua dei pastori, dei vescovi ma anche di ogni singolo sacerdote, custodire e promuovere una liturgia che, nel rispetto delle norme liturgiche, risplenda per nobile semplicità (cfr n. 34) e manifesti così la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica. Una tale liturgia sarà anche un fondamentale veicolo di evangelizzazione, lo strumento di grazia attraverso il quale, come insegna il Concilio, potremo apprendere ad offrire noi stessi e, per la mediazione di Cristo, saremo perfezionati nell’unità con Dio e tra di noi (cfr n. 48).
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[1] G. B. Montini, «Terza lettera dal Concilio», Rivista Diocesana Milanese 51 (1962) 921-923: 922.
[2] Ibid.
[3] Solenne Chiusura della II Sessione del Concilio, Allocuzione del Santo Padre Paolo VI (4 dicembre 1963).

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Saluti

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* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i Direttori diocesani delle Pontificie Opere Missionarie, i partecipanti all’incontro estivo per Seminaristi, gli Ospiti della Residenza “Regina coelorum” di Santa Marinella e i diversi gruppi parrocchiali.

Saluto, altresì, i cresimati della Diocesi di Chiavari, accompagnati dal loro Vescovo. Cari ragazzi, con la cresima avete ricevuto il dono più bello, lo Spirito Santo: non è un tesoro da tenere nascosto, ma una luce che dovete far risplendere ogni giorno.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Domani e dopo domani la liturgia fa memoria di due grandi Santi, santa Monica e sant’Agostino, uniti in terra da vincoli familiari e in cielo dallo stesso destino di gloria. Il loro esempio susciti in ciascuno una ricerca sincera e appassionata della Verità evangelica, per testimoniarla con gioia nella vita di ogni giorno.

A tutti la mia benedizione!



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La lettera del patriarca Pizzaballa per il nuovo anno scolastico In Terra Santa il ritorno a scuola non è più scontato


La lettera del patriarca Pizzaballa
 per il nuovo anno scolastico

In Terra Santa
il ritorno a scuola
non è più scontato



Gerusalemme - «Ci sono bambini le cui aule non esistono più e comunità nelle quali la gioia di un nuovo anno scolastico è oscurata dalla morte, dallo sfollamento e dalla distruzione. Anche questi bambini fanno parte della nostra comunità». Così si legge nel messaggio diffuso dall’Assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa in occasione dell’inizio del nuovo anno scolastico, firmato dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme del latini, e presidente dell’Assemblea.

Con il mese di agosto che volge al termine, nelle scuole si preparano le aule e gli insegnanti si apprestano ad accogliere nuovamente gli studenti. Ma, scrive il cardinale, non è possibile celebrare questo nuovo inizio «senza ricordare che, in alcune parti della Terra Santa, il ritorno a scuola non può più essere dato per scontato». Da qui l’auspicio che l’apertura dell’anno scolastico possa diventare segno di speranza anche per quanti non possono tornare tra i banchi: la promessa che «la distruzione non avrà l’ultima parola» e che anche loro, un giorno, potranno ritrovare «l’apprendimento e la vita ordinaria». Nel messaggio, pubblicato oggi, mercoledì 26 agosto, Pizzaballa ricorda quindi il ruolo delle scuole cristiane, definite «molto più che istituzioni educative»: sono uno dei pilastri della presenza cristiana in Terra Santa e, allo stesso tempo, luoghi nei quali vengono accolti studenti e famiglie appartenenti a diverse tradizioni religiose, educando alla convivenza e all’accettazione dell’altro.

Un’apertura, sottolinea il patriarca, che non significa tuttavia rinunciare alla propria identità. Il carattere cristiano delle scuole deve trovare espressione nei valori, nei simboli, nelle tradizioni e nell’attività educativa quotidiana. Preservarlo, soprattutto davanti alle numerose pressioni alle quali sono sottoposti gli istituti, richiede «pazienza, fermezza e coraggio» e rappresenta una responsabilità condivisa da dirigenti, insegnanti e dall’intera comunità ecclesiale. Particolare attenzione viene riservata alla formazione religiosa degli studenti. Non basta, si legge nel messaggio, che uno studente cristiano sappia recitare le preghiere o nominare i sacramenti senza comprenderne il significato: l’educazione religiosa deve condurre a una conoscenza «viva e personale» della fede. Essere cristiani di Terra Santa, prosegue Pizzaballa, non è soltanto «una questione di identificazione geografica», significa invece sviluppare un rapporto profondo con la terra del Vangelo e conoscere i misteri della fede anche attraverso i luoghi nei quali si sono svolti. Per questo le visite ai luoghi santi dovrebbero diventare parte integrante della formazione religiosa. Laddove distanze, confini e restrizioni rendano impossibile raggiungerli fisicamente, spetta alle scuole trovare altre modalità — attraverso la Scrittura, lo studio e gli strumenti visivi — per avvicinare gli studenti al patrimonio spirituale della Terra Santa. Il messaggio si conclude con un ringraziamento agli educatori e alle famiglie e con una preghiera per tutti i bambini della regione, «specialmente quelli privati della sicurezza e dell’istruzione». Perché le scuole, auspica Pizzaballa, possano continuare a essere «luoghi di fede, conoscenza, incontro e speranza».

Leggi il testo integrale

Ai nostri amati studenti,

Agli stimati genitori,

Ai sacerdoti e ai religiosi che prestano servizio nelle nostre scuole della Chiesa,

Ai presidi, agli insegnanti e agli educatori,

Ai Segretariati Generali delle Scuole Cristiane in Terra Santa,



Il Signore vi dia la pace!

Siamo alle porte di un nuovo anno scolastico. Ancora una volta, le nostre scuole in Terra Santa aprono le loro porte per accogliere decine di migliaia di studenti, cristiani e non, che siedono fianco a fianco sugli stessi banchi, uniti dall'amore per l'apprendimento e animati dalla speranza nel futuro. Ognuno di loro è un dono prezioso di Dio, una fiducia sacra affidata alle nostre cure.

Eppure, con profondo dolore, questa gioia non si estende ai nostri bambini di Gaza, che per il terzo anno consecutivo sono privati del loro diritto all'istruzione a causa della guerra. Le loro scuole sono state distrutte, le loro aule sono state chiuse. Li portiamo nelle nostre preghiere, implorando che la pace prevalga presto affinché possano tornare sui loro banchi e reclamare la loro infanzia.

L'apertura dell'anno scolastico non è un momento passeggero, ma un tempo di grazia, un rinnovamento della nostra missione educativa. Nella nostra visione, la scuola non è solo muri e libri, ma una casa dove la conoscenza e la fede abitano insieme: dove la mente è illuminata dalla luce della verità, il cuore cresce nell'amore per Dio e per gli altri, e l'anima è ancorata nella speranza. In un tale ambiente, il carattere dello studente viene plasmato da valori e virtù e preparato a servire la società nello spirito della fede, della speranza e dell'amore.

I nostri alunni di prima elementare intraprendono per la prima volta il loro viaggio di apprendimento; che il loro anno sia coronato dalla gioia, ricco di scoperte e fecondo di amicizia e crescita. I nostri alunni di seconda media sono alla soglia della conclusione degli anni scolastici e si preparano a entrare in un nuovo capitolo della vita, chiamati alla perseveranza, alla maturità e alla serietà. Tra questi inizi e queste fine c'è il percorso scolastico di ogni studente, che non si misura solo con i voti, ma con i valori forgiati nel carattere, la resilienza e la diligenza coltivate, la speranza e l'apertura nutrite nel cuore.

I nostri alunni di prima elementare intraprendono per la prima volta il loro cammino di apprendimento; che il loro anno sia coronato dalla gioia, ricco di scoperte e fecondo di amicizia e crescita. I nostri alunni di dodicesima sono alla soglia della conclusione degli anni scolastici e si preparano a entrare in un nuovo capitolo della vita, chiamati alla perseveranza, alla maturità e alla serietà. Tra questi inizi e queste fine c'è il percorso scolastico di ogni studente, che non si misura solo con i voti, ma con i valori forgiati nel carattere, la resilienza e la diligenza coltivate, la speranza e l'apertura nutrite nel cuore.

Le nostre scuole sono chiamate a rimanere case di apprendimento, di incontro e di dialogo, campi che seminano la pace, salvaguardano la dignità e aprono a ogni studente le porte del futuro, indipendentemente dalla provenienza. Gli splendidi risultati ottenuti dai nostri studenti in vari campi, i valori autentici che incarnano e le personalità creative che rivelano sono una testimonianza vivente della fecondità di questa missione educativa e un motivo di orgoglio e gratitudine per tutti noi.

A nome dell'Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa, esprimo la profonda gratitudine della Chiesa a tutti coloro che prestano servizio nelle nostre scuole: ai consacrati che accompagnano la missione con spirito di cura; agli insegnanti che piantano i semi della conoscenza e della virtù nelle menti e nei cuori dei nostri bambini; ai presidi che guidano con discernimento e fedeltà; a tutto il personale che lavora per assicurare che le nostre scuole rimangano vibranti di vita. La vostra dedizione quotidiana, i sacrifici silenziosi e l'impegno costante in questa missione sono una testimonianza vivente del fatto che l'educazione nelle scuole della Chiesa non è solo una professione, ma un ministero sacro svolto con amore, pazienza e speranza.

Estendo anche le benedizioni e l'incoraggiamento alle famiglie dei nostri studenti, che sono il primo fondamento dell'educazione - la scuola primaria dove si forma la fede, si coltivano i valori e i bambini imparano il significato della responsabilità e del rispetto. Il ruolo dei genitori non si limita a seguire le lezioni o a controllare i successi accademici, ma si estende a piantare l'amore nel cuore, a dare un esempio vivente di pazienza e generosità e ad accompagnare il cammino dei figli con consapevolezza e tenerezza. L'educazione è una responsabilità condivisa tra casa e scuola, fondata sulla fiducia reciproca e sulla collaborazione continua.

A tutti i nostri studenti dico: fate di quest'anno un'opportunità per crescere nella conoscenza e nella fede, per forgiare il vostro carattere nella perseveranza e nell'impegno.

Che lo Spirito Santo illumini le vostre menti e i vostri cuori e che la Beata Vergine Maria, sede della Sapienza, vi protegga durante questo anno.

Con la paterna benedizione a tutti voi e con i migliori auguri per un nuovo anno scolastico benedetto.

Gerusalemme, 28 agosto 2025, festa di sant'Agostino, vescovo e dottore della Chiesa.

+ Pierbattista Card. Pizzaballa

Patriarca di Gerusalemme per i latini



Presidente dell'ACOHL

mercoledì 26 agosto 2026

Giovanni Paolo I e l’eredità stringente di un pontificato

Il 26 agosto ricorre la memoria liturgica del beato Papa Albino Luciani
nell’anniversario della sua elezione al Soglio di Pietro nel 1978

Giovanni Paolo I e l’eredità stringente di un pontificato



di Stefania Falasca*

Un dispaccio riservato del Dipartimento di Stato americano aveva subito rilevato la nota caratterizzante di quella elezione: la rapidità. E, in quella rapidità, l’addetto dell’Ambasciata statunitense a Roma non vi leggeva che «la convergente volontà del Collegio dei cardinali di dimostrare unità», un’unità che veniva ribadita anche dallo stesso neoeletto nell’inedita scelta di unire i nomi dei due predecessori: Giovanni Paolo. Unità che certamente intendeva coniugare, nella volontà di slancio, il «balzo innanzi» di un’eredità comune: quella del Concilio Vaticano II.

Con un consenso «che aveva il sapore dell’acclamazione» — secondo l’espressione attribuita al cardinale belga Léon-Joseph Suenens — dopo un Conclave rapidissimo, durato soltanto ventisei ore — il 26 agosto 1978 Albino Luciani - Giovanni Paolo I saliva al Soglio di Pietro, siglando in calce l’essere ministri nella Chiesa con le parole del santo vescovo del VI secolo Avito di Vienne: «Servi, non padroni della Verità». Aveva infatti assimilato già nella sua formazione sacerdotale quella visione, cara ai Padri del primo millennio della Chiesa come mysterium lunae: una Chiesa cioè che non brilla di luce propria, ma di luce riflessa; che non è proprietà degli uomini di Chiesa, ma Christi lumini. «Fulget Ecclesia non suo sed Christi lumine» (splende non di propria luce, ma di quella di Cristo) che, al pari di Paolo VI, aveva ripreso da sant’Ambrogio. Immagine della natura ecclesiale e dell’agire ad essa conveniente che aveva irrigato diffusamente i documenti del Concilio Vaticano II e che era divenuta decisiva e feconda nell’agire pastorale di Albino Luciani, già molto tempo prima di essere elevato al Soglio di Pietro.

Nei giorni successivi l’elezione di quel 26 agosto, anche i cardinali elettori — salva sempre la rigorosa disciplina del segreto — diedero così rilievo alla convergenza raggiunta e alla prospettiva «eminentemente ecclesiale e non politica» che aveva animato la loro azione fino a guidarli a un consenso rapido e, come qualcuno disse, «quasi moralmente plebiscitario». Il Conclave radunato per eleggere il successore di Paolo VI era stato il primo dopo la conclusione del Concilio. Non fu dunque senza significato quella convergenza massiccia dei centoundici elettori, per la maggior parte dei quali si trattava della prima esperienza di Conclave. La scelta era stata espressione di una comune mentalità ecclesiale e l’elezione del patriarca di Venezia Albino Luciani veniva a significare la volontà di progredire nell’attuazione degli orientamenti conciliari. È noto come la prima decisione presa appena eletto sia stata quella di non aprire immediatamente il Conclave invitando i cardinali anziani rimasti fuori ad ascoltare con il resto del collegio il primo messaggio.

Riguardo agli interventi pronunciati, ampia considerazione — trattandosi del testo programmatico del pontificato — merita dunque il primo, il Radiomessaggio Urbi et Orbi, pronunciato domenica 27 agosto 1978 nella Cappella Sistina, l’indomani dell’elezione. La rotta del pontificato si delineava con chiarezza e coerenza nei sei programmatici «vogliamo» del Radiomessaggio pronunciato in latino e nei suoi primi interventi, nei quali a più riprese dichiarava di continuare l’attuazione del Concilio Vaticano II, preservandone l’eredità e impedendo derive interpretative. I sei volumus si aprono pertanto con l’affermazione 1) di «perseguire senza intermissione l’eredità del Concilio Vaticano II», sulla scia tracciata dagli immediati predecessori; 2) conservare intatta nella vita dei sacerdoti e dei fedeli la grande disciplina della Chiesa; 3) la priorità dell’evangelizzazione nella missione ecclesiale; 4) continuare e mantenere sempre vivo l’impegno ecumenico; 5) continuare il dialogo con il mondo contemporaneo avviato da Paolo VI; 6) incoraggiare le iniziative per la pace «affinché possano arginare, all’interno delle Nazioni, la violenza cieca che solo distrugge e semina rovine e lutti».

L’intero spettro delle fonti archivistiche e della loro elaborazione oggi acquisite e disponibili — grazie alla ricerca omnino plena sostenuta per oltre un decennio dalla Causa di canonizzazione di Albino Luciani - Giovanni Paolo I, e della quale si è fatta erede la Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I dal 2020 — hanno aperto una nuova pagina nella storiografia, mostrando come l’analisi storico-archivistica può illuminare la genesi di un progetto di governo pontificio e consenta una riconsegna puntale degli insegnamenti e della memoria di Giovanni Paolo I. Attraverso le Giornate di Studio promosse dalla Fondazione in collaborazione con la Pontificia Università Gregoriana dedicate alle fonti del Magistero di Giovanni Paolo I — la prima il 13 maggio 2022 sulle carte del suo Archivio Privato (APAL), oggi patrimonio della Fondazione, la seconda il 24 novembre 2023 sulla Biblioteca personale e la terza il 12 novembre 2024 sul primo dei «Vogliamo» riguardante la prosecuzione del Concilio Vaticano II, dei quali sono pubblicati gli Atti — la Fondazione ha proseguito l’attività scientifica di studi concentrandosi proprio sui sei volumus del programma di pontificato di Papa Luciani, a ognuno dei quali intende dedicare, negli anni, un convegno di studi.

L’ultimo dei sei volumus: «Vogliamo infine favorire tutte le buone e lodevoli iniziative che possano tutelare e incrementare la pace in questo mondo turbato» sarà il tema che suona attualissimo, considerate le presenti contingenze storiche, del prossimo Convegno internazionale che si svolgerà martedì 13 ottobre 2026 in collaborazione con la Pontificia Università Gregoriana e il Pontificio Comitato di Scienze Storiche, presso l’Aula magna della Pontificia Università Gregoriana.

Il 1° settembre 1978 il presidente sovietico Leonid Brežnev, augurava al nuovo Papa un buon esito dei suoi sforzi per «consolidare la pace e la distensione internazionale e rafforzare l’amicizia e la cooperazione fra i popoli». Giovanni Paolo I svolse un ruolo di forte impatto simbolico e diplomatico proprio in quelle settimane di settembre che videro in fieri l’esito positivo degli Accordi di pace di Camp David, mediati dal presidente statunitense Jimmy Carter.

Pur ribadendo che il Papa e la Santa Sede non possiedono «soluzioni miracolistiche per i grandi problemi mondiali» — ma possono «tuttavia dare qualcosa di molto prezioso: uno spirito che aiuti a sciogliere questi problemi e li collochi nella dimensione essenziale, quella dell’apertura ai valori della carità universale... perché la Chiesa, umile messaggera del Vangelo a tutti i popoli della Terra, possa contribuire a creare un clima di giustizia, fratellanza, solidarietà e di speranza senza la quale il mondo non può vivere» — il sostegno alla costruzione di una pace possibile, imprescindibile dalla propria missione, è stato il filo conduttore dei trentaquattro giorni del pontificato di Luciani. Come documentato a cura della Fondazione nell’edizione critica dei Testi e documenti del Pontificato, Giovanni Paolo I ebbe uno scambio epistolare riservato e diretto con il presidente Carter e un costante contatto con le cancellerie internazionali per favorire il superamento del conflitto arabo-israeliano. Papa Luciani dedicò reiterati messaggi pubblici e l’Angelus del 10 settembre 1978 nel quale, sul terreno della fede, con intento ecumenico e interreligioso, intervenne strategicamente per sbloccare i negoziati chiedendo di pregare insieme per la pace rivolgendosi al presidente Usa Jimmy Carter, al presidente egiziano Anwar Sadat e al primo ministro israeliano Menachem Begin, leader storico del sionismo revisionista della destra nazionalista del partito Herut, poi confluito nel Likud, da cui proviene l’attuale primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

I sei «vogliamo» dell’Urbi et Orbi non costituiscono dunque una semplice dichiarazione d’intenti, ma la sintesi di un percorso maturo e maturato nelle dinamiche ecclesiali non solo degli anni Sessanta-Settanta. Ogni passaggio merita una rilettura in contesto e uno studio approfondito alla luce del pensiero di Giovanni Paolo I, attraverso le fonti oggi disponibili e le carte di un Archivio Privato (APAL) che restituisce — a volte anche nel dettaglio — il quadro completo della vita e del ministero del Pontefice. Pagine ricche di prospettive per la conoscenza tanto di Giovanni Paolo I che di una stagione complessa della Chiesa e del mondo, non ancora approfondita a dovere.

Qui — nella ricorrenza della sua elezione al Soglio di Pietro nel giorno deputato, in quanto beato, alla sua memoria liturgica — basta averli rammentati, non tanto per vagheggiare come sarebbe stata la Chiesa di Giovanni Paolo I, ma per verificare quanto quelle prerogative di interesse storico siano anche tuttora estremamente attuali. La forza che emana dai sei volumus chiama la Chiesa di oggi a riscoprire l’eredità di quel breve pontificato, poiché questa brevità non può essere considerata come un’interruzione della storia, ma un momento, semmai, in cui la storia diventa più visibile. Per quanto infatti i trentaquattro giorni di pontificato siano stati stretti tra due grandi pontificati, è la distanza tra Paolo VI e Giovanni Paolo II che obbliga a tornare su quel pontificato e proprio la sua brevità rappresenta un momento rivelatore, consentendo di osservare in forma concentrata le tensioni del cattolicesimo postconciliare. Esistono tornanti della storia che vedono una concentrazione di eventi in grado di incidere profondamente sul suo corso. Il 1978 — l’anno dei tre Papi e perciò di due Conclavi — è uno di quei tornanti: sondare il pontificato di Papa Luciani come un passaggio decisivo per l’esercizio del ministero petrino, con riflessi enormi sulla vita della Chiesa, aiuta non solo a ricostruire pienamente il profilo di Giovanni Paolo I, ma a comprendere le istanze con le quali la Chiesa era ed è chiamata a misurarsi.

*Postulatrice della causa di canonizzazione di Papa Giovanni Paolo I
(fonte: L'Osservatore Romano 25/08/2026)


I custodi silenziosi della storia di Gennaro Matino


I custodi silenziosi 
della storia 
di Gennaro Matino



Ogni sera, quando il sole comincia lentamente a piegare verso l’orizzonte, c’è qualcuno che esce in giardino con un annaffiatoio. Lo fa quasi senza pensarci. Bagna la terra con pazienza, raccoglie una foglia caduta, rialza un ramo piegato dal vento, osserva una pianta che fatica a rifiorire. Nessuno applaude quel gesto. Nessuno lo fotografa. Eppure, se quel giardino continuerà a fiorire, sarà soprattutto grazie a quelle mani che hanno avuto cura di ciò che sembrava troppo piccolo per meritare attenzione. Forse la vita assomiglia molto più a un annaffiatoio che a un palcoscenico. I fiori non crescono dove qualcuno li guarda. Crescono dove qualcuno, ogni giorno, se ne prende cura. 
Nelle ultime settimane abbiamo provato ad allargare il desiderio, a ritrovare il coraggio della sosta, a guardare il mondo con occhi meno distratti. Oggi il cammino ci conduce a una domanda diversa. Che cosa facciamo di ciò che abbiamo finalmente imparato a vedere? Perché vedere, da solo, non basta. Perché vedere è un fatto degli occhi. Guardare è una scelta del cuore. Osservare è concedere tempo a ciò che potrebbe cambiarci. Viviamo in un tempo che ammira chi conquista. Celebriamo chi arriva per primo, chi accumula, chi occupa la scena, chi conquista spazio, consenso, successo. 
Molto meno ci accorgiamo di chi, nel silenzio, continua semplicemente a tenere acceso un lume. Una madre che veglia il figlio durante la notte.
 Un insegnante che non rinuncia all’alunno più difficile. 
Un medico che resta qualche minuto in più accanto al letto di un malato. 
Un volontario che torna ogni settimana nello stesso luogo senza aspettarsi riconoscimenti. 
Un vicino che continua a salutare chi ha smesso perfino di rispondere. 
Sono gesti piccoli. Così piccoli da sembrare irrilevanti. Eppure la storia ricomincia quasi sempre da lì. Ci siamo abituati a credere che il mondo cambi soltanto attraverso i grandi eventi. Le rivoluzioni, le elezioni, le guerre, le scoperte, le crisi. È vero. Ma esiste una storia più silenziosa che non compare nei titoli dei giornali. È la storia di chi ogni giorno impedisce alle cose preziose di andare perdute. Di chi ricuce invece di strappare. Di chi ripara invece di sostituire. Di chi resta quando sarebbe molto più facile andarsene. C’è un nome che tiene insieme tutti questi gesti. 
Si chiama custodia. Non è possedere. Non è trattenere. Non è difendere per paura
Custodire significa amare qualcosa abbastanza da non permettere che venga consumato dall’indifferenza. Custodire un paesaggio senza sfruttarlo. Custodire una relazione senza possederla. Custodire una parola senza svuotarla. Custodire una memoria senza trasformarla in nostalgia. Custodire una coscienza senza venderla alla convenienza. Ci sono cose che chiedono forza. Altre chiedono intelligenza. Le più importanti chiedono cura. Una promessa. Un bambino. Un anziano. Un’amicizia. La fiducia. La pace. Nulla di tutto questo sopravvive da solo. Ogni cosa preziosa continua a vivere perché qualcuno, quasi sempre nell’ombra, decide ogni giorno di non lasciarla morire. Le cose più fragili non fanno rumore. Restano sulla soglia. Aspettano. Come un seme affidato alla terra. Come una lampada lasciata accesa nella notte. Come una porta che continua a restare socchiusa nell’attesa di un ritorno. Anche la vita è così. Non ci domanda anzitutto di essere straordinari. Ci domanda di essere fedeli. Forse è questo il dono più vero dell’estate. Dopo avere riallargato i desideri, imparato a sostare e ritrovato lo stupore, possiamo finalmente accorgerci di ciò che la vita ci affida. Una pianta dimenticata sul balcone. Una telefonata rimandata troppo a lungo. Un libro lasciato a metà. Un’amicizia che aspetta un passo. Una parola che chiede di essere mantenuta. 
Le grandi rivoluzioni cominciano quasi sempre da attenzioni minuscole che nessuno considera abbastanza importanti. Quando, un giorno, ripenseremo alla nostra vita, forse la domanda decisiva non sarà: “Che cosa hai costruito? Sarà un’altra. “Che cosa hai custodito perché altri potessero continuare a sperare?”. Perché il futuro non appartiene a chi avrà posseduto di più. Apparterrà sempre a chi avrà avuto cura di ciò che tutti gli altri consideravano troppo fragile per essere salvato.

(Fonte: La Repubblica - Napoli  del 23.08.2026)



martedì 25 agosto 2026

“Caro” Vannacci, San Paolo non era un “camerata”, ma un uomo attento ai poveri e agli esclusi


“Caro” Vannacci, San Paolo non era un “camerata”,
ma un uomo attento ai poveri e agli esclusi

Citare frasi dell’apostolo (Chi non lavora neppure mangi) fuori dal loro contesto per sostenere la propria tesi politica è inappropriato e fuorviante. La Bibbia racconta invece di un seguace di Cristo impegnato a favore di chi è in difficoltà. Il generale scherzi con i fanti, ma lasci stare i santi...

L'eurodeputato Roberto Vannacci durante la conferenza stampa di Futuro Nazionale "Immigrazione e Crisi Energetica". ANSA

Ora anche san Paolo si trova arruolato nell’“armamentario” concettuale del generale Vannacci. E addirittura con il titolo di «camerata». Ossia “commilitone”, l’appellativo – per chi conosce un po’ la storia – con cui si designavano gli iscritti al partito fascista tra di loro. E con una citazione – «Chi non lavora neppure mangi» – tratta da una lettera dell’Apostolo (Seconda ai Tessalonicesi 3,10), trasportata di peso da un contesto di 2.000 anni fa, che nulla ha a che fare con la questione (la proposte di modifica ai sussidi per i migranti previsti oggi in Italia) affrontata dal generale nella conferenza stampa di presentazione delle proposte di Futuro Nazionale su energia e immigrazione lo scorso 6 agosto.

In questione non è qui la manifestazione delle idee (sempre passibili di discussione e contraddittorio) ma il “tirare per la giacchetta” un santo – e non proprio uno qualsiasi – a proposito di questioni molto distanti tra di loro. San Paolo è un teologo, un grande pensatore cristiano, non certo un politico (e men che meno l’adepto di un partito, qualsiasi esso sia!). Citare una sua frase, in un evidente anacronismo e fuori contesto, per puntellare un’idea politica è per lo meno problematico, oltre che non rendere giustizia a san Paolo. Una lettura della Bibbia decontestualizzata dalla storia, senza alcuna mediazione culturale, la piega a contesti e messaggi che non le appartengono.

Nel passo richiamato san Paolo invita sì a lavorare per mantenersi, a «guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità», ma la motivazione dell’esortazione viene da una situazione totalmente diversa: «L’attesa della venuta imminente del Signore crea un clima di emergenza e disimpegno da parte di alcuni, che abbandonano il lavoro e si fanno mantenere dalla comunità (cristiana, ndr)». È un’indicazione, quella dell’Apostolo, che non riguarda la politica ma la vita della comunità cristiana e che si spiega con l’attesa “entusiastica” di alcuni convinti che il ritorno di Cristo fosse vicino e che, per questo, rimanevano “oziosi” senza far nulla.

Se proprio vogliamo cercare una traccia di “pensiero sociale” di san Paolo, dovremmo guardare piuttosto al suo impegno per raccogliere fondi (la famosa “colletta”) per i poveri della comunità di Gerusalemme, accettando la richiesta degli apostoli: «(Pietro, Giacomo e Giovanni) ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare» (Galati 2,10). A tale impresa – e per esortare i suoi fedeli di Corinto a essere generosi nelle offerte – dedica ben due capitoli della Seconda lettera ai Corinzi (8 e 9). L’attenzione ai poveri, agli svantaggiati e agli “esclusi” è ben presente all’Apostolo come alle altre autorità cristiane.

La statua di San Paolo nella Basilica di San Paolo fuori le mura. (Getty Images)

Trasportare questo pensiero nella discussione sui sussidi ai migranti nei primi anni di permanenza è evidentemente una forzatura. La Bibbia non può – e non deve – essere letta in questo modo. Per dirla in sintesi con le parole di 11 sacerdoti, rappresentanti della Fondazione Interesse Uomo, che hanno protestato contro il generale, esprimendo «profondo dissenso e sconcerto, «san Paolo non è un camerata. E le Sacre Scritture non si prestano a essere ridotte a un manifesto politico». Quanto all’Apostolo, scrivono ancora, «associare la figura di San Paolo a un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte, per di più nel programma di una fazione politica, è una grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede». Quanto alla citazione («Chi non vuol lavorare, neppure mangi»), continuano, «è stata «totalmente decontestualizzata e trasformata in uno slogan economico per un manifesto d’esclusione sociale.

Diceva la saggezza del detto popolare: «Scherza coi fanti e lascia stare i santi». Per arruolare fanti nel proprio schieramento, (ex-)generali o no, meglio rivolgersi altrove.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di don Vincenzo Vitale 20/08/2026)