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sabato 22 febbraio 2020

Amando realizzo me stesso - Commento al Vangelo - VII domenica Tempo Ordinario (A) a cura di P. Ermes Ronchi

Amando realizzo me stesso. 
 Amore mio e tuo non stanno su due binari diversi, 
ma coincidono. 


I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l'altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da' a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.[…] Matteo 5,38-48


per i social

Niente di astratto, ma il quotidiano, 
santità terrestre che profuma di casa. Di cuore. 

La legge “occhio per occhio” era già un progresso enorme rispetto al grido selvaggio di Lamec, figlio di Caino: ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido (Gen 4,23).

Con un altro salto Gesù invita al coraggio del vangelo: tu porgi l’altra guancia.

Tu prendi l’iniziativa, riallaccia tu la relazione, fai il primo passo e perdona, rattoppa coraggiosamente il tessuto della vita, sempre strappato. Ma da disarmato! Mostra che non hai nulla da difendere, e l’altro capirà l’assurdo di esserti nemico.

Ed è così che ti liberi.

Il cristianesimo non è la religione degli umiliati che non reagiscono; non è “la morale dei deboli che nega la gioia di vivere” (Nietzsche). E’ quella di uomini totalmente liberi, padroni delle proprie scelte anche davanti al male, capaci di disinnescare la spirale della vendetta con un gesto che fa saltare i piani, che scombina le regole, ma che rende felici.

Santità, perfezione, sono parole che paiono lontane, per gente che fa un’altra vita, dedita alla preghiera e alla contemplazione. E invece quale concretezza nella Bibbia! Niente di astratto e separato, ma il quotidiano, santità terrestre che profuma di casa. Di cuore.

Mi piace tanto il Dio di Gesù: luminoso, positivo e paterno, che conduce il sole su chi è buono e su chi invece non ce la fa ancora.

Così agirò anch’io, aiuterò a trovare speranza in chi vede buio, testimone che la giustizia è possibile, che si può credere al sole anche quando non splende, all’amore anche quando è nascosto.

C’è un augurio che rivolgo ad ogni bimbo che battezzo, quando il papà accende la candela al cero pasquale: che tu possa incontrare sempre chi sappia risvegliare in te l’aurora. E quante volte l’ho visto accadere!

Così sento che amando realizzo me stesso, che dare agli altri non toglie a me, che nel dono c’è un grande profitto che mi rende la vita piena, ricca, bella, felice. Donare non è in contrasto col mio desiderio di felicità, amore mio e tuo non stanno su due binari diversi, ma coincidono, perché Dio regala gioia a chi produce amore.

Cosa sono allora gli imperativi: amate, pregate, porgete, prestate?

E’ un’eredità di comportamenti, di affetti, di valori, di forza. Porte spalancate su nuove possibilità, solarità di Dio tramandata all’uomo. Energia di chi impara dal Padre che ama per primo, in perdita, senza aspettarsi contraccambio alcuno. Padre. Punto.

Infatti il centro da cui scaturisce tutto sta nelle parole: perché siate figli del Padre vostro, colui che fa sorgere il sole su buoni e cattivi.

Verrà il giorno in cui il nostro cuore, che ha fatto tanta fatica a imparare l’amore, sarà il cuore stesso di Dio, e allora saremo capaci dell’amore perfetto, che rimane in eterno.



per Avvenire

Una serie di situazioni molto concrete: schiaffo, tunica, miglio...



CORONAVIRUS, LA PRIMA COSA DA FARE È NON AVERE PAURA


CORONAVIRUS, LA PRIMA COSA DA FARE È 
NON AVERE PAURA

Il contagio è arrivato al Nord, due morti in Lombardia. Niente panico e seguiamo i consigli del ministero della Salute. Ecco le regole basilari per combattere un nemico che sconfiggeremo.


Seconda vittima italiana del Coronavirus: si tratta di una donna anziana residente a Casalpusterlengo. Secondo quanto si apprende, la signora, ultrasettantenne, era debilitata da una polmonite e sarebbe stata in attesa dei risultati degli esami a cui era stata sottoposta.

La prima vittima è stata Adriano Trevisan, di 78 anni, deceduto all'ospedale di Padova, dove era ricoverato insieme con un'altra persona positiva al virus. Ex titolare di una piccola impresa edile, Trevisan aveva tre figli, una delle quali, Vanessa, era stata sindaco di Vo' Euganeo, di dove sono originari. L'uomo, ricoverato già da una decina di giorni per precedenti patologie, è morto all'ospedale di Schiavonia (Padova). "Non c'è stato neppure il tempo per poterlo trasferire", ha detto il governatore Zaia.

Tre Comuni della Bassa Padana, Castiglione d’Adda, Codogno e Casalpusterlengo, tra Lodi e Piacenza, sono semideserti, come dopo un fallout nucleare. La gente di queste terre, circondate da un cordone sanitario, è stata espressamente invitata a stare in casa e a uscire solo per necessità estreme, evitando i luoghi pubblici. Scuole, uffici, luoghi di lavoro resteranno chissà fino a quando chiusi, in molti casi anche i negozi. Immaginiamo la tribolazione, la pena di questi nostri concittadini. 

L’amara novità di queste ore è che non c’è un collegamento epidemiologico chiaro, anche l’Oms è preoccupata per i legami non più evidenti del contagio. Cosa sappiamo di questo nemico invisibile? Sappiamo che il virus non colpisce i bambini sotto i nove anni, porta a guarigione in più del 98 per cento dei casi e risulta per lo più letale con gli anziani e i soggetti con patologie pregresse, i primi dunque da proteggere. Un nemico subdolo, perché viaggia dentro il sangue di pazienti asintomatici.

Ma la prima cosa di cui non avere paura è la paura. Niente panico. Calma e gesso. Quella del corona virus è una battaglia che la comunità scientifica vincerà. Nel frattempo mettiamo in atto i consigli degli esperti del ministero della Salute e avremo possibilità remote di venire contagiati.

Se pensiamo di averne i sintomi (tosse persistente, febbre, difficoltà respiratorie) chiamiamo il 112 per farci venire a prendere da un’ambulanza o il 1500, il numero del ministero della Sanità adibito a questa emergenza. Laviamoci spesso le mani con acqua e sapone o con soluzioni alcoliche per almeno 20 secondi Se dobbiamo starnutire, facciamolo col fazzoletto e il gomito flesso, o con una mascherina, facciamo attenzione alle pratiche alimentari (evitiamo i cibi crudi e la verdura non lavata) e puliamo oggetti e superfici che sospettiamo possano essere contaminate.

E naturalmente evitiamo quella “caccia all’untore” che serve solo a generare ulteriore panico e alimentare rabbia sociale inutile e stupida, prima ancora che moralmente inaccettabile. Certo molti di noi vivranno giornate difficili, come quelle che stanno vivendo molti esercenti legati alle aziende cinesi, dalla ristorazione ai trasporti aerei. L’economia, soprattutto quella lombarda, ne risentirà e non è certo la stagione migliore, ci mancava anche il corona virus. Ma sapremo far fronte anche a tutto questo: siamo gente tenace, soprattutto nei momenti di difficoltà, che non si dà per vinta.

Per ulteriori informazioni:

Sito nuovo coronavirus
Sito Istituto Superiore di Sanità


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Come si ascolta la terra cantare di Enzo Bianchi

Come si ascolta la terra cantare
di Enzo Bianchi

Francois Lelong, Sole, Artesella, Borgo Valsugana (Trento)
Ho sempre sentito il comandamento “Amerai il prossimo tuo come te stesso” come un imperativo ad amare anche la terra come me stesso. Non si può amare l’altro, il prossimo, senza amare la terra, perché l’altro sta di fronte a me e condivide lo stesso mio spazio, perché ha una vita che dipende dalla vita della terra e anche perché, come me, è terra: venuti dalla terra, torniamo alla terra. Ma che cos’è la terra che amo?

È la terra su cui cammino e vivo; è la mia terra delle colline coperte di vigne del Monferrato; è la terra morenica, boscosa e piena di grandi sassi in cui abito; è la terra del mio orto; è la terra che sa generare la vita e accoglie la morte. Il mio è un amore viscerale, tanto che a volte mi sembra di poter abbracciare la terra e che essa possa ascoltare le mie confessioni di passione per lei. Non è una dea, ma è il dono essenziale che Dio ci ha fatto perché possiamo essere e vivere. La terra mi ha accolto quando sono uscito dal ventre di mia madre, mi ha aiutato a “stare in piedi” a camminare con speranza, mi sta aiutando nell’arte di “lasciare la presa”, di consentire che essa mi accolga, apra le braccia al mio corpo e permetta che io diventi lei stessa.

Ma come si ama la terra? Innanzitutto si tratta di imparare a vederla, ad ascoltarla, a conoscerla, in una vera e propria relazione nella quale, crescendo l’assiduità, cresce anche l’amore. La terra chiede di essere osservata così come si presenta nelle sue variazioni dovute ai ritmi del giorno, della notte e delle stagioni. Nel buio la terra emerge solo con la luce, sia pure poca; allora acquista almeno un profilo, anche se le ombre sembrano avvolgerla. Ma al mattino la terra, accogliendo la luce, si mostra, si veste di molti colori e inizia a cantare. La terra è fatta di cose: un ruscello, un prato che fiorisce, un bosco che della luce sa fare un’ombra, la mia quercia centenaria che è la prima cosa che al mattino guardo con gioia uscendo dalla cella. Dal vedere sgorga poi il celebrare: celebro, dunque canto la terra, o meglio la vita, mia, nostra, di noi umani e della terra insieme. Umani perché venuti dall’humus, e dunque umili per natura. Non essere umili è il grande peccato contro natura!

Secondo la tradizione ebraica e cristiana Dio non ha solo creato con la sua parola e con il suo soffio la terra, ma l’ha affidata ai terrestri: Adam riceve la terra per essere il suo giardiniere; giardiniere, non sfruttatore, che la devasta, la opprime, la fa ammalare. Perché non ci domandiamo cosa abbiamo fatto e continuiamo a fare contro la bellezza e la bontà della terra? Terre avvelenate dai rifiuti, terre cementificate da costruzioni insensate, terre sfruttate...

Fa impressione rileggere le parole di Alano di Lilla, un monaco del XII secolo: “Uomo, ascolta cosa dice contro di te la terra, tua madre: perché fai violenza a me che ti ho partorito dalle mie viscere? Perché mi tormenti e mi sfrutti per farmi rendere il centuplo? Non ti bastano le cose che ti dono, senza che tu me le estorca con la violenza?”.

Pubblicato su: La Repubblica - Altrimenti 17 febbraio 2020


venerdì 21 febbraio 2020

“Papa Francesco come l’ho conosciuto io” di Lucio Brunelli - Il «Papa da toccare» di Simone M. Varisco

In occasione del settimo anniversario dell’elezione di papa Francesco (13 marzo 2013), esce in libreria il 21 febbraio un diario di ricordi basato su colloqui, lettere, telefonate, da cui traspare una straordinaria e delicata storia di amicizia.

Francesco è un Papa molto rappresentato dai media di tutto il mondo, ma paradossalmente poco conosciuto nelle sue intenzioni più profonde. Lucio Brunelli, giornalista, vaticanista di lungo corso, che ha conosciuto Bergoglio più di quindici anni fa e ha continuato a frequentarlo una volta eletto Papa, ci svela in queste pagine un volto più veritiero di questo successore di Pietro chiamato a Roma dalla fine del mondo. Un diario di ricordi basato su colloqui, lettere, telefonate, cui traspare una straordinaria e delicata storia di amicizia, parola, amicizia, che per pudore l’autore non usa mai nei confronti del Pontefice.

Ricco di tanti episodi inediti, che a volte emozionano altre volte strappano il sorriso, il volume presenta un ritratto diverso di Francesco, oltre ogni ideologismo. Entriamo così in punta di piedi nel mondo interiore di Bergoglio-Francesco: la sua preghiera, così scandalosamente tradizionale; le tribolazioni, che non gli fanno perdere la sua pace; le resistenze alle novità del pontificato; gli sbagli, per i quali non esita a chiedere scusa; e soprattutto quella fede in Gesù Cristo che prima di ogni altra cosa, con i limiti di ogni uomo, lo muove e lo sostiene.

Lucio Brunelli, Papa Francesco. Come l’ho conosciuto io, Edizioni San Paolo 2020, pp. 192, euro 16,00

LUCIO BRUNELLI, giornalista, ha raccontato l’attività dei papi come “vaticanista” del Tg2 (1995-2014), diventando poi direttore per l’informazione a Tv2000 e Inblu Radio (2014-2019). Romano, 67 anni, figlio di immigrati marchigiani, si è laureato in Scienze Politiche con una tesi su Giorgio La Pira. Padre di due figli, vedovo, ha iniziato il suo percorso professionale nel mensile internazionale 30Giorni. Ha seguito decine di viaggi apostolici all’estero e realizzato interviste a personalità di spicco, dal cardinale Ratzinger a papa Francesco. Nel 2013 gli è stato conferito il premio Giuseppe De Carli per l’informazione religiosa.


Il «papa da toccare» di Lucio Brunelli in 
“Papa Francesco come l’ho conosciuto io”
di Simone M. Varisco

«Erano tempi in cui si stava affermando una nuova destra politica e religiosa che miscelava liberismo economico, sacralizzazione del capitalismo e (a parole) la difesa di alcuni valori tradizionali. Il presidente peronista Carlos Menem in Argentina rappresentava questa corrente […]. Il neocardinale di Buenos Aires non si era lasciato incantare dalla predicazione strumentale di Menem sui temi morali». Basterebbe questo passaggio per rendere l’idea dell’attualità di un testo nato come un diario di ricordi personali, «un lascito di memoria da predisporre in tempo, prima di perderla, la memoria». Che, invece, diventa un libro, da venerdì in libreria, Papa Francesco come l’ho conosciuto io (San Paolo, 192 pp., 16 euro), scritto da Lucio Brunelli, già vaticanista del Tg2 e direttore news di Tv2000.

Raramente, nel clima di livore che ha contagiato anche parte della Chiesa, si ha l’opportunità di avere fra le mani un volume privo di polemiche e di rivelazioni scandalistiche, costruito piuttosto sulla consapevolezza che «il rapporto che il buon Dio mi ha concesso di vivere con Jorge Mario Bergoglio ha toccato in profondità la mia vita», come scrive Brunelli.

Una prospettiva professionale e umana privilegiata – e per molti versi inedita – su una delle personalità più influenti del nostro tempo, che nel libro è restituita in una mescolanza di ricordi di vita professionale («Curiosamente l’unico vaticanista che in largo anticipo fece il nome di Bergoglio tra i possibili successori di Giovanni Paolo II fu Sandro Magister, che poi divenne la penna più velenosa e ostile a Francesco durante il suo pontificato. […] L’articolo presentava il gesuita argentino in una luce tutta positiva, dipingendolo come un austero uomo di Dio, di sicura dottrina») e di fede («Il rapporto [con Bergoglio] cresceva nel tempo. Abbiamo iniziato una corrispondenza, una volta in via della Scrofa mi sono confessato da lui. Fu un’esperienza indimenticabile. Di verità e di misericordia»). Attraverso il rapporto con papa Francesco, Lucio Brunelli ci introduce, con delicatezza e stile pudicoso (il neologismo è di Francesco) in alcuni dei momenti più intimi della propria vita personale («Gli raccontavo dei miei due figli che avevo dovuto crescere da solo. Avevano 11 e 10 anni quando mia moglie ci lasciò»).

Il volume «non è il bilancio di un pontificato (l’unico bilancio davvero interessante lo farà Dio), tanto meno un’operazione agiografica che farebbe rabbrividire per primo Francesco». Vi trovano spazio pagine di raffinato giornalismo, «mestiere che non smetterò mai di amare». Gli stralci della corrispondenza con padre Bergoglio prima, e papa Francesco poi, non fanno che accrescere la curiosità per quali altre email abbiano preceduto, accompagnato e infine seguiranno la pubblicazione di questo libro. Ma soprattutto il dibattito dentro e fuori il Conclave del 2013, l’elezione di Bergoglio al soglio di Pietro, le Messe a Santa Marta, il primo viaggio apostolico in Italia a Lampedusa, la GMG in Brasile, le interviste per Tv2000 hanno il grande merito di restituire al Santo Padre quell’essere anzitutto un pastore e non un politico, più Papa e meno Pontefice. «Un Papa molto rappresentato dai media di tutto il mondo ma paradossalmente poco conosciuto nelle sue intenzioni più profonde». Un «papa da toccare», secondo la definizione del card. Tauran, tanto quanto Giovanni Paolo II era stato un papa da vedere e Benedetto XVI un papa da leggere. Ma anche e soprattutto un Francesco che è uomo perdonato, non una volta ma ogni giorno, al pari di ciascuno di noi. «Se dovessi dire quale discorso di papa Francesco considero il più bello del pontificato, non avrei dubbi. Bolivia, carcere di Palmasola, 10 luglio 2015: “Chi c’è davanti a voi? Potreste domandarvi. Vorrei rispondere alla domanda con una certezza della mia vita, con una certezza che mi ha segnato per sempre. Quello che sta davanti a voi è un uomo perdonato. Un uomo che è stato ed è salvato dai suoi molti peccati. Ed è così che mi presento. Non ho molto da darvi o offrirvi, ma quello che ho e quello che amo, sì, voglio darvelo, voglio condividerlo: Gesù Cristo, la misericordia del Padre”».

Pagine preziose per comprendere il retroterra e la continuità del pensiero teologico di papa Francesco. «Bergoglio metteva a confronto il pensiero tensionante di Agostino (sempre aperto alle sorprese della grazia) rispetto al pensiero lineal, che potremmo tradurre “lineare”, della teologia scolastica […]. Non era una pura disquisizione teologica, era la domanda su cosa può convincere esistenzialmente l’uomo moderno della verità del cristianesimo: non in prima battuta un ragionamento, ma un’attrattiva, un amore; non delle categorie concettuali ma un piacere e uno stupore».

Un pensiero sul quale e con il quale interloquire, ma che in questi anni di pontificato è troppo spesso finito oscurato dal grido belluino di alcuni ambienti avversari e dalla gazzarra scomposta di sostenitori sempre più presunti. «Pensai a come l’apparato ecclesiastico avrebbe reagito ad un papa “altro” come lui […]. Il presagio che dopo gli osanna iniziali sarebbero venuti i “crucifige”, fomentati dal potere ecclesiastico». Sempre più strattonato da lobby interne ed esterne alla Chiesa e dai peregrini interessi di parte dei cosiddetti riformatori, con risultati paradossalmente convergenti. «L’entusiasmo popolare dei primi anni iniziò ad essere corroso da mugugni e mormorii, insinuazioni e insulti. Il Papa comunista, il Papa islamico, il Papa dell’invasione, il Papa eretico. Vecchi mangiapreti e nuovi inquisitori clericali si trovarono a braccetto. Il fastidio delle élite economiche di fronte a un insegnamento irrimediabilmente altro rispetto alle logiche del “dio denaro” e le esigenze di propaganda delle nuove correnti politiche populiste si saldarono. I social dilatavano le urla».

Impossibile non cogliere alcune anticipazioni del Sinodo amazzonico nelle riflessioni dell’allora card. Bergoglio in vista della Conferenza di Aparecida del maggio 2007. «Sulla chiave di lettura credo, come Lei, che bisogna uscire dalla dialettica con la teologia della liberazione», scrive via mail, in un italiano ancora incerto, il card. Bergoglio a Lucio Brunelli il 16 aprile 2007. «Per me la chiave dovrà essere l’evangelizzazione, il kèrigma oggi nella identità di America Latina. La 5a Conferenza non dovrà pensare il fine con un documento, ma il fine sarà la “missione continentale”, il annuncio di Gesù Cristo. Senza questa missione il tutto sarà soltanto parole, parole, parole».

Con uno stile semplice e genuino, di un’ironia sottile, ma soprattutto forte di una fede cresciuta all’ombra di una riservatezza innata («Sono sempre stato un tipo timido, un po’ introverso»), nel proprio libro Lucio Brunelli restituisce, con invidiabile serenità, un Francesco nel quale si uniscono la preghiera fiduciosa che fa «dormire come un legno» nonostante le preoccupazioni, la devozione a san Giuseppe e a santa Teresa di Lisieux e la lettura delle Lettere della tribolazione, una raccolta diffusa negli ambienti gesuiti e divenuta sempre più di conforto durante gli anni difficili del papato, quando tutti i «mali che avevano già angustiato il pontificato di Benedetto XVI sono tornati di nuovo ad agitare le acque della “barca di Pietro”».

Non manca uno sguardo alla comunicazione, un campo – anzi un orto, per citare una passione dell’autore, ricordata anche nel libro – nel quale Brunelli si muove con sicura esperienza. Un elemento critico, allora come oggi, è individuato nella «moltiplicazione eccessiva degli interventi: omelie, discorsi, messaggi scritti, videomessaggi, interviste… Una inflazione di testi che rischia di svalutare, nel tempo, il valore delle sue parole […]. Con il rischio che, per sfuggire all’effetto saturazione, i media finiscano per selezionare nel grande mare delle parole del Papa solo l’espressione più “di colore” o vadano a forzare un contenuto periferico solo per trovare il titolo più ad effetto». Accanto, il pericolo di una «personalizzazione eccessiva della figura del Papa. Un’operazione mediatica che separa l’immagine del Papa dal corpo della Chiesa. Facendone quasi un leader spirituale o morale a sé stante, un personaggio che paradossalmente potrebbe stare in piedi anche a prescindere dalla fede e dal portato della tradizione cristiana».

Sviluppato attorno all’incontro – con Bergoglio, ma anche con se stesso – nel libro di Brunelli confluiscono brevi scorci di vita di altri protagonisti (Alver Metalli, don José Maria di Paola, ormai noto ovunque come “padre Pepe”), in una coralità che non è solo uno stile letterario, ma un modo di vita e di incarcare la fede cristiana che accomuna Francesco e l’autore. «Confidò più volte la decisione di diradare i viaggi a Roma», scrive Brunelli dell’allora card. Bergoglio. «“Ci ho pregato su, non posso, ne va della mia fede”, mi diceva serissimo, lasciandomi a volte sconcertato per il tono quasi mistico che prendevano le sue riflessioni».

Con una punta di autobiografia, ci sento riecheggiare una delle prime raccomandazioni che mi sono state rivolte dopo il mio parziale trasferimento a Roma per lavoro. “Roma è piena di fede – mi disse un sacerdote – perché tutti quelli che vengono qui ce la lasciano”. A due anni di distanza, la battuta mi appare molto meno divertente e molto più profonda di quanto mi sembrò allora.


Omelia p. Alberto Neglia (VIDEO) - VI domenica di Avvento (A) - 16/02/2020



Omelia p. Alberto Neglia

- VI domenica di Avvento (A) -
16/02/2020

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto



... Il discorso della montagna è il primo grande discorso di Gesù nel Vangelo di Matteo ... in cui Gesù ci sta proponendo quello che Lui vive, non ci sta insegnando qualcosa di diverso dal suo vissuto... Le beatitudini non sono altro che quello che Gesù vive, se noi lo assumiamo e lo facciamo nostro e lo riflettiamo nei nostri atteggiamenti diventiamo noi riflesso della luce di Dio ...

Il dono che Dio si aspetta da ciascuno di noi è un dono di conciliazione, questo è il dono più bello che possiamo presentare a Dio, quando nel nostro cuore, animati, illuminati, accompagnati da Gesù, riusciamo a perdonare, a non avere risentimento... Il dono che si aspetta da noi è quello di saper offrire un gesto di bontà, di amore verso Lui e verso i fratelli, questo è quello che il Signore ci chiede in modo da non usare gli altri, ma di impegnarci a creare rapporti di fraternità e cominciare a costruire in questo nostro mondo il Regno di Dio. Il Signore Gesù ci accompagni.

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«Chi non si è arrabbiato qualche volta? Tutti... Un momento di collera può distruggere tante cose... l’ira è il contrario della mitezza. La mitezza raduna, l’ira separa.» Papa Francesco Udienza Generale 19/02/2020 (foto, testo e video)


UDIENZA GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 19 febbraio 2020
 

C’è anche un gruppo di fedeli del Vietnam ad abbracciare Papa Francesco al suo ingresso nell’Aula Paolo VI per la terza udienza generale di febbraio, settima dall’inizio 2020. Ad attendere il Pontefice circa 7.500 fedeli provenienti da diversi Paesi per ascoltare la catechesi sulla terza Beatitudine: “Beati i miti perché avranno in eredità la terra” (Mt 5,5). Si tratta probabilmente dell’ultima udienza in Aula Paolo VI. Da mercoledì prossimo si potrebbe tornare in piazza San Pietro. All’udienza sono presenti le Suore di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore e diversi gruppi di religiosi. Tra gli arcivescovi, quello di Spoleto-Norcia, mons. Renato Boccardo, che accompagna la delegazione della Fiaccola benedettina. Poi, fedeli provenienti da diverse parti d’Italia, da Gubbio a Torre Annunziata, fino a Gela. Presenti anche diverse associazioni, tra cui “Gli Amici di Simone” di Roma. Il Papa nel suo cammino verso il palco si è intrattenuto con alcuni giovani. Lo hanno salutato anche i fedeli della Comunità di Lugano e altri pellegrini provenienti dalla Repubblica Ceca e dagli Stati Uniti.






















Catechesi sulle Beatitudini: 4. Beati i miti

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nella catechesi di oggi affrontiamo la terza delle otto beatitudini del Vangelo di Matteo: «Beati i miti perché avranno in eredità la terra» (Mt 5,5).

Il termine “mite” qui utilizzato vuol dire letteralmente dolce, mansueto, gentile, privo di violenza. La mitezza si manifesta nei momenti di conflitto, si vede da come si reagisce ad una situazione ostile. Chiunque potrebbe sembrare mite quando tutto è tranquillo, ma come reagisce “sotto pressione”, se viene attaccato, offeso, aggredito?

In un passaggio, San Paolo richiama «la dolcezza e la mansuetudine di Cristo» (2 Cor 10,1). E San Pietro a sua volta ricorda l’atteggiamento di Gesù nella Passione: non rispondeva e non minacciava, perché «si affidava a colui che giudica con giustizia» (1 Pt 2,23). E la mitezza di Gesù si vede fortemente nella sua Passione.

Nella Scrittura la parola “mite” indica anche colui che non ha proprietà terriere; e dunque ci colpisce il fatto che la terza beatitudine dica proprio che i miti “avranno in eredità la terra”.

In realtà, questa beatitudine cita il Salmo 37, che abbiamo ascoltato all’inizio della catechesi. Anche lì si mettono in relazione la mitezza e il possesso della terra. Queste due cose, a pensarci bene, sembrano incompatibili. Infatti il possesso della terra è l’ambito tipico del conflitto: si combatte spesso per un territorio, per ottenere l’egemonia su una certa zona. Nelle guerre il più forte prevale e conquista altre terre.

Ma guardiamo bene il verbo usato per indicare il possesso dei miti: essi non conquistano la terra; non dice “beati i miti perché conquisteranno la terra”. La “ereditano”. Beati i miti perché “erediteranno” la terra. Nelle Scritture il verbo “ereditare” ha un senso ancor più grande. Il Popolo di Dio chiama “eredità” proprio la terra di Israele che è la Terra della Promessa.

Quella terra è una promessa e un dono per il popolo di Dio, e diventa segno di qualcosa di molto più grande di un semplice territorio. C’è una “terra” – permettete il gioco di parole – che è il Cielo, cioè la terra verso cui noi camminiamo: i nuovi cieli e la nuova terra verso cui noi andiamo (cfr Is 65,17; 66,22; 2 Pt 3,13; Ap 21,1).

Allora il mite è colui che “eredita” il più sublime dei territori. Non è un codardo, un “fiacco” che si trova una morale di ripiego per restare fuori dai problemi. Tutt’altro! È una persona che ha ricevuto un’eredità e non la vuole disperdere. Il mite non è un accomodante ma è il discepolo di Cristo che ha imparato a difendere ben altra terra. Lui difende la sua pace, difende il suo rapporto con Dio, difende i suoi doni, i doni di Dio, custodendo la misericordia, la fraternità, la fiducia, la speranza. Perché le persone miti sono persone misericordiose, fraterne, fiduciose e persone con speranza.

Qui dobbiamo accennare al peccato dell’ira, un moto violento di cui tutti conosciamo l’impulso. Chi non si è arrabbiato qualche volta? Tutti. Dobbiamo rovesciare la beatitudine e farci una domanda: quante cose abbiamo distrutto con l’ira? Quante cose abbiamo perso? Un momento di collera può distruggere tante cose; si perde il controllo e non si valuta ciò che veramente è importante, e si può rovinare il rapporto con un fratello, talvolta senza rimedio. Per l’ira, tanti fratelli non si parlano più, si allontanano l’uno dall’altro. E’ il contrario della mitezza. La mitezza raduna, l’ira separa.

La mitezza è conquista di tante cose. La mitezza è capace di vincere il cuore, salvare le amicizie e tanto altro, perché le persone si adirano ma poi si calmano, ci ripensano e tornano sui loro passi, e così si può ricostruire con la mitezza.

La “terra” da conquistare con la mitezza è la salvezza di quel fratello di cui parla lo stesso Vangelo di Matteo: «Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello» (Mt 18,15). Non c’è terra più bella del cuore altrui, non c’è territorio più bello da guadagnare della pace ritrovata con un fratello. E quella è la terra da ereditare con la mitezza!


Guarda il video della catechesi

Saluti:

...

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. In particolare, saluto le religiose e i religiosi; i gruppi parrocchiali; e la delegazione della Fiaccola Benedettina, con l’Arcivescovo di Spoleto-Norcia, Mons. Renato Boccardo e l’Abate di Montecassino, dom Donato Ogliari.

Saluto inoltre il Comando Brigata Aosta, di Messina; la Società Italiana di Odontostomatologia per l’handicap; e il reparto di pediatria dell’Istituto Nazionale dei Tumori, di Milano.

Saluto infine i giovani, gli anziani, gli ammalati e gli sposi novelli. Fidatevi del Signore e sforzatevi di entrare nei suoi disegni, accettando che la sua salvezza possa giungere a noi per vie diverse da quelle che ci aspetteremmo.

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Chi è l’uomo che ha baciato sulla fronte Papa Francesco?


Papa Francesco: chi è l’uomo che lo ha baciato sulla fronte. 
Philippe, l’attore disabile con una grande gioia di vivere

La fotografia ha fatto il giro del mondo. L'uomo, con una disabilità psichica dovuta a una meningite contratta da bambino, vive di elemosina a Lourdes, dove realizza i suoi sketch. Nella sua testimonianza, il racconto di un miracolo dopo il primo pellegrinaggio

foto SIR/Marco Calvarese


Il naso rosso da clown di Philippe dona gioia e sorrisi ai pellegrini che giungono a Lourdes. Cercando il suo nome su Google, il motore di ricerca non segnala alcun profilo Linkedin, ma il sito di un “attore disabile”. Sulla home il suo messaggio di tenerezza: “Lasciati toccare dalla mia gioia di vivere”. Una tenerezza riconosciuta, in tutto il mondo, anche dai tanti media che hanno pubblicato la fotografia del bacio di una persona disabile sulla fronte di Papa Francesco, al termine dell’udienza generale di ieri. Quella persona è proprio Philippe, francese, quasi cinquant’anni, e una storia di fede e sofferenza alle spalle, che ogni giorno combatte con la sua arte e indossando i panni di Bouba, che presenta come l’orso bianco e, soprattutto, “cristiano”.

Chi è l’uomo che ha baciato sulla fronte Papa Francesco. 
Philippe presenta una disabilità psichica dovuta a una meningite contratta da bambino. Vive di elemosina a Lourdes. Il suo volto è impresso nel cuore di moltissimi volontari che svolgono il loro servizio ogni anno nel santuario mariano. Con loro, in passato, ha prestato assistenza ai pellegrini e, in particolare, agli ammalati. Nella sua storia Lourdes è un luogo del cuore. E, per questo motivo, ha scelto di vivere lì gran parte dell’anno. Nel suo racconto, il ricordo della meningite che lo colpì poco dopo la nascita tanto da rimare paralizzato. Un lunghissimo ricovero in ospedale, poi, nel 1978, quando aveva sette anni, la madre lo portò nella cittadina dei Pirenei con un pellegrinaggio della diocesi di Moulin, sua città natale, nella speranza di un miracolo. Lì, secondo la sua testimonianza, per la prima volta si alzò dalla sedia a rotelle, dopo la preghiera alla Vergine Maria. Durante il viaggio di ritorno a casa, pronunciò la sua prima parola: mamma. Da allora, Philippe è migliorato. Tra i 10 e i 12 anni ha frequentato la scuola Notre Dame de Lourdes di Vichy. Da grande è riuscito a realizzare il suo desiderio di diventare attore, lavorando in alcune pièce teatrali. Era il 2012 quando ha dato vita a Bouba, un “orso bianco dei Pirenei”, nato vicino alla grotta di Massabielle. Il suo sogno lo ha condotto a Lisbona, dove si è formato come attore, in una scuola di commedia, tra il 2015 e il 2016, e a Treviso, nel 2018. Poi, la partecipazione a una serie di spettacoli: da Cannes a Lérins, fino a Réunion.

foto SIR/Marco Calvarese
La sequenza delle foto. 
C’è qualcosa di straordinario nella sequenza delle fotografie che hanno ritratto l’incontro tra Philippe e Papa Francesco. Una manifestazione della “teologia della tenerezza” cara a Papa Bergoglio, che sembra quasi chiedere all’attore disabile una benedizione. Al termine dell’udienza di mercoledì scorso, Francesco è andato incontro agli ammalati per portare il suo abbraccio. Lì l’incontro con Philippe. Prima, il bacio sulla fronte del pontefice, poi il segno di croce tracciato con le dita, quindi la preghiera sul petto del Papa e un lungo abbraccio. L’uomo è arrivato a Roma con un gruppo di pellegrini. Ma chi lo conosce giura che anche da solo sarebbe arrivato, in Vaticano, al cospetto del Papa per manifestargli il suo affetto.

L’immaginazione di Philippe. 
“Quando mi annoio, io navigo sulle valanghe”. Parole che Philippe scrive, nei panni di Bouba, quasi come un manifesto programmatico espressione della sua fantasia. Chi lo conosce la ritrova nelle sue pièce per le strade di Lourdes, dove è stato “adottato” dalle persone che vivono lì, e nella sua grande capacità di giocare a scacchi. Una dote e un dono che ha sviluppato, forse come contrappeso per la sua malattia. Qualcuno lo descrive come una persona “molto coraggiosa, nonostante la sua disabilità”. “Fare il clown per le strade di Lourdes gli permette di vincerla ma soprattutto di farsi degli amici”. Altri ne apprezzano la semplicità. Difficile la vita, oggi, per lui solo al mondo, ma amato da tanti amici che provano a offrirgli ciò di cui ha bisogno. E lui non ha mai smesso di crederle. Per guadagnarsi da vivere, ogni giorno si mette a disposizione, anche per partecipare a fiere, feste nelle scuole, con bambini, a incontri di giovani e nelle case di riposo. Offre piccoli sketch e spettacoli di strada. Il suo sguardo è rivolto al futuro. Per la fine del 2020 sta preparando uno spettacolo dal titolo “Chi sono io?”. Alti e genuini anche i suoi sogni: tornare a esibirsi nell’isola di Reunion, dove ha già lavorato per lo spettacolo “”Homme libre”. Infine, una timida confessione: “Sto cercando di migliorare la mia dizione e il mio gioco e avrei bisogno di una stanza nella regione di Parigi. Cerco anche un lavoro per finanziare il mio progetto”.

Guarda il video


Vi proponiamo anche:
Il video di Philippe nei panni di Bouba 
mentre interagisce in strada con una bambina a Lisbona


il 19 febbraio al termine dell'udienza



Che bambini e ragazzi abitino il mondo di Paolo Mottana


Che bambini e ragazzi abitino il mondo
di Paolo Mottana*

Qualsiasi discussione sull’educazione ha bisogno di partire dalla domanda: chi sono oggi i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze. Ma abbiamo anche bisogno di riscoprire come nessuno impara qualcosa di cui non fa esperienza, a cui non partecipa con il corpo, la mente, le emozioni, l’immaginazione. Scrive Paolo Mottana: “Credo sia venuto il momento che la società riaccolga nel suo tessuto vivente bambini e ragazzi, perché, ciascuno secondo le sue capacità, all’interno di quel tessuto vivente impari, ovvero quello della realtà, quello dei quartieri, del territorio… Pensiamo anche a quanto perdiamo in termini di bellezza, di spontaneità, di calore, di sguardo attento e ancora non preso dall’ansia del produrre che solo bambini e ragazzi possono avere e possono aiutarci a ritrovare, se solo li riammettessimo all’interno delle nostre comunità”

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Mi piacerebbe provare ad attirare l’attenzione di chi governa le sorti dei nostri processi educativi su alcuni aspetti che mi stanno particolarmente a cuore e che credo dovrebbero essere al centro di qualsiasi politica più che di innovazione educativa, di considerazione educativa, di attenzione nei confronti dei problemi dell’educazione.

La felicità di bambini e ragazzi

La prima questione, quella centrale, è che credo sia venuta l’ora, quando si parla di educazione, di educazione dei bambini e dei ragazzi, di avere in mente loro, innanzitutto, e non la loro destinazione professionale nel mondo del lavoro. Credo che chiunque si occupi di educazione o si preoccupi di educazione, anche semplicemente come genitore, come fratello, come persona umana di fronte a un cucciolo d’uomo, la prima questione che si dovrebbe porre è come renderlo felice di essere qua. Temo che le politiche educative che da sempre – perché non è certo una novità – sono state apprestate per i nostri cuccioli d’uomo, abbiano a cuore tutto, tranne che la loro felicità. Almeno durante quella stagione. Si preoccupano di un’ipotetica felicità futura, che spesso fanno coincidere con l’idea di essere inseriti all’interno del mondo del lavoro, come se questa – e noi tutti lo sappiamo bene – fosse veramente la realizzazione di se stessi.

Sarebbe bello ogni tanto – anche solo nelle premesse che spesso si sentono utilizzare riguardo ai temi dell’educazione – che si potesse parlare guardando i bambini e i ragazzi, avendoli nella mente, nel cuore, nella pancia, riuscendo in qualche modo a immaginare di essere nei loro panni, come lo siamo stati. Noi eravamo anche più «educastrati» di loro, ma sicuramente in quegli anni abbiamo tutti patito molto. Abbiamo patito nel corpo, nelle emozioni, nell’immaginazione, nella creatività, come continua purtroppo ad accadere anche in una società che si dice progredita. Ma questa è una considerazione puramente generale. Sarebbe bello ogni tanto leggere in un programma politico che la prima preoccupazione è quella di far trascorrere ai nostri cuccioli d’uomo alcuni anni in cui vivano intensamente la loro infanzia, la loro adolescenza, non costretti a rimanere rinchiusi in luoghi che conosciamo bene, che sono tutt’altro che ospitali, non sotto la minaccia di sanzioni, di punizioni e di valutazioni, non condizionati da un sistema normativo che certo loro non hanno scelto, non avendo nemmeno scelto di essere al mondo. Ma questa è una premessa di carattere filosofico generale.

L’apprendimento nasce dall’esperienza

La seconda questione che voglio porre alla vostra attenzione è più inerente e, ai miei occhi almeno, da tanti anni banale, ma che purtroppo ha poco riscontro nelle politiche educative: il fatto che, se vogliamo parlare seriamente di formazione e di apprendimento, forse dovremmo porci il problema di quella cosa che si chiama esperienza. Ora, tutto c’è nelle nostre scuole tranne che esperienza.

Le nostre scuole sono costruite in maniera tale da scindere le diverse parti della persona, sia quella del docente ma, molto peggio, quella del discente, e di far prevalere – in una maniera direi unilaterale – la sua testa, il suo cervello su tutto il resto della sua persona fisica, ma anche di quella psichica. Sappiamo tutti che un’esperienza è qualcosa nella quale siamo coinvolti integralmente. L’esperienza non è quella cosa di cui parlano a volte certi pedagogisti che corrisponde al «learning by doing» (una locuzione che è andata molto di moda in certi anni), non è legata necessariamente al fare; si possono avere meravigliose esperienze anche stando immobili e non facendo nulla, per esempio ascoltando un brano di musica, meditando, oppure semplicemente riposandosi. Esperienza significa essere lì, interamente, in quello che sta accadendo. Mi chiedo come mai tante teste abbiano pensato di educazione e di formazione, ma ancora oggi l’educazione che noi proponiamo a livello pubblico sia così largamente mancante di esperienze e, anzi, facciamo di tutto per evitare che si trasformi in esperienze. Quindi non dobbiamo stupirci che l’apprendimento, che solo dall’esperienza arriva, sia così scarso e fallimentare. Nessuno impara qualcosa di cui non fa esperienza, a cui non partecipa integralmente con il suo corpo, la sua mente, le sue emozioni, le sue intuizioni, la sua immaginazione. Invece costringiamo i nostri bambini e i nostri ragazzi a stare in luoghi dove sono costretti (e già la costrizione è un ottimo elemento per fugare la possibilità di un’autentica esperienza) a fare cose che non li interessa (seconda condizione che nella maggior parte dei casi fuga la possibilità di un’esperienza) e che non li coinvolge partecipativamente (terza condizione che determina la fuga dell’esperienza).

Credo che dovremmo cominciare a immaginare un’educazione e una formazione che metta al centro il concetto di esperienza, e su questo mi piacerebbe poter dare una serie idee (che qui non è possibile approfondire).

Si può apprende in una ciclofficina?
Foto tratta dal gruppo facebook Educazione diffusa monzese

Se il luogo dell’esperienza è il mondo

La terza questione, ma tutte queste questioni ovviamente sono collegate fra di loro, è che credo sia venuto il momento – perdonatemi se uso ancora una volta questa espressione: per me sempre sarebbe dovuto venire questo momento, ma purtroppo non accade – di pensare forse ad accogliere nuovamente nel corpo della vita sociale una parte della popolazione che abbiamo deciso di escludere da essa: i bambini e gli adolescenti. Come sapete, siamo una delle poche popolazioni, da quando esiste questo pianeta, che ha deciso di mettere i bambini e i ragazzi fuori dalla sua comunità. Li abbiamo internati dentro questi luoghi separati dalla vita sociale, che sono le scuole e, di fatto, non viviamo mai insieme a loro. Gli unici privilegiati che lo possono fare sono gli insegnanti e gli educatori. Molto spesso neppure le famiglie condividono molto tempo con i loro figli, perché ovviamente gli uni stanno al lavoro e gli altri stanno a scuola. Ora credo, e ho cercato di esprimerlo in diverse pubblicazioni in questi ultimi anni, che sia venuto il momento che la società riaccolga nel suo tessuto vivente bambini e ragazzi, perché, ciascuno secondo le sue capacità, all’interno di quel tessuto vivente impari, ovvero quello della realtà, quello dei quartieri, del territorio. Molto dipende da noi, perché siamo noi che abbiamo organizzato una società che non è in grado di ospitare neppure il movimento autonomo dei bambini e dei ragazzi nel suo seno: di questo dovremmo scandalizzarci! Dobbiamo ricostruire le condizioni perché i bambini e i ragazzi tornino ad abitare il mondo. In primo luogo perché ne hanno bisogno; hanno bisogno di essere liberati da questa prigionia così duratura e così massiccia nella quale versano per lunghissimi anni, per poter di nuovo vivere all’aria aperta, innanzitutto, e a contatto con situazioni vere, reali, non situazioni artificiose come quelle che costruisce la scuola su curricoli del tutto improbabili rispetto alle loro aspettative e alle loro potenzialità. Hanno bisogno di partecipare alla vita, di essere visti, di essere riconosciuti, di avere un loro punto di vista, di poter sperimentare la realtà nelle sue infinite sfaccettature e a noi adulti spetta il compito di organizzare la realtà in maniera tale che sia nelle condizioni di poterli ospitare.

“Gordiani in comune”, spazio sociale e culturale della periferia romana
dove si progettano percorsi di educazione diffusa

Se qualcuno fosse interessato, ci sono le pubblicazioni e ci sono anch’io che posso rispondere su tutti i dettagli di questa operazione che stiamo cercando di attivare in alcune realtà, che peraltro è un’espansione di un’idea di didattica attiva, di una didattica all’aria aperta, nella quale questa costrizione concentrazionaria nei luoghi dell’educazione viene meno e dove il luogo dell’esperienza è il mondo.

La scuola, anche se io preferirei chiamarla in un altro modo, il luogo dove ci si ritrae dopo aver fatto esperienza per elaborare l’esperienza come in una sorta di alambicco alchemico, diventa soltanto un aspetto subalterno rispetto alla primarietà dell’esperienza vissuta nel mondo. Vi assicuro che bambini e ragazzi sono capaci di vivere esperienze nel mondo, ma anche di dare un contributo al mondo. Ci siamo espropriati della possibilità di avere il loro contributo, il loro sguardo, i loro occhi, le loro orecchie, la loro sensibilità. I ragazzi sono molto bravi a fare un’infinità di cose e noi li abbiamo messi nelle condizioni di non poter dare questo contributo fino a non si sa bene quale età, sperando poi che diventino cittadini del mondo rimanendo per anni e anni in cattività. È una cosa piuttosto bizzarra, non vi pare?

Per rifiutare l’ossessione della produzione

In conclusione, mi aspetterei, davvero con un grande desiderio e una grande ansia, che chi si occupa di educazione, posto che abbia una vaga idea di che cosa si tratti, si ponga queste domande, si ponga la domanda di chi sono i bambini e i ragazzi, che tipo di soggetti sono e che cosa davvero noi che li abbiamo messi al mondo dobbiamo corrispondere loro affinché diventino cittadini del nostro mondo, di cui abbiamo tutte le responsabilità peraltro. In secondo luogo, che cosa sia l’apprendimento, perché continuiamo a ruotare intorno a questa questione dell’apprendimento e poi apprestiamo luoghi totalmente inadatti a una qualsiasi esperienza di apprendimento: sono i più inadatti assoluto. Meglio lasciarli liberi, piuttosto che chiuderli lì dentro, perché almeno un’esperienza incidentale – come dicono autorevoli studiosi – potrà forse creare le condizioni di un apprendimento un po’ più significativo di quello che vivono in luoghi dove sono costretti a stare. In terzo luogo, la necessità che hanno di vivere accanto a noi, non separati da noi, dentro la società, non separati dalla società, all’aperto e non al chiuso, così come noi abbiamo l’esigenza di averli con noi. Pensate a quanto perdiamo in termini di bellezza, di spontaneità, di calore, di sguardo attento e ancora non preso dall’ansia del produrre che solo bambini e ragazzi possono avere e possono aiutarci a ritrovare, se solo li riammettessimo all’interno delle nostre comunità.

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Testo dell’intervento alla seduta presso la Commissione Cultura della Camera (“Indagine conoscitiva in materia di innovazione didattica”) di mercoledì 15 gennaio 2020.

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* Docente di Filosofia dell’educazione presso l’Università di Milano-Bicocca, Paolo Mottana si occupa dei rapporti tra immaginario, filosofia e educazione. Tra i suoi ultimi libri La città educante (Asterios), scritto con Giuseppe Campagnoli. È tra i promotori del Manifesto dell’educazione diffusa.


giovedì 20 febbraio 2020

«Chiediamo la grazia della coerenza cristiana» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
20 febbraio 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
“Essere cristiani significa 
accettare la via di Gesù fino alla croce”


Il cristiano è colui che accetta la strada percorsa da Gesù per salvarci, e cioè la strada dell’umiliazione. Lo ha detto Papa Francesco nella messa celebrata la mattina di giovedì 20 febbraio a Casa Santa Marta. Quando i cristiani, i sacerdoti, i vescovi e gli stessi Papi non seguono questa via, ha affermato, sbagliano. E ha aggiunto: chiediamo la grazia della coerenza cristiana per non usare il cristianesimo per «arrampicarsi».

«La gente chi dice che io sia?», «Voi che cosa dite?». Sono le domande contenute nel brano del Vangelo della liturgia del giorno ed è da queste domande che Papa Francesco ha preso spunto per la sua riflessione. Il Vangelo, ha affermato, ci insegna le tappe, già percorse dagli apostoli, per sapere chi è Gesù. Sono tre: conoscere, confessare, accettare la strada che Dio ha scelto per Lui. Conoscere Gesù è ciò che facciamo tutti noi quando, ha osservato il Papa, prendiamo il Vangelo, quando portiamo i bambini al catechismo o a messa, ma è solo il primo passo, il secondo è confessare Gesù. «E questo noi, da soli — ha proseguito il Papa — non possiamo farlo. Nella versione di Matteo Gesù dice a Pietro: “Questo non viene da te. Te lo ha rivelato il Padre”. Possiamo confessare Gesù soltanto con la forza di Dio, con la forza dello Spirito Santo. Nessuno può dire Gesù è il Signore e confessarlo senza lo Spirito Santo, dice Paolo. Noi non possiamo confessare Gesù senza lo Spirito. Perciò la comunità cristiana deve cercare sempre la forza dello Spirito Santo per confessare Gesù, per dire che Lui è Dio, che Lui è il Figlio di Dio».

Ma qual è lo scopo della vita di Gesù, perché è venuto? Rispondere a questa domanda significa compiere la terza tappa sulla via della conoscenza di Lui. E il Papa ha ricordato che Gesù cominciò a insegnare ai suoi apostoli che doveva soffrire, venire ucciso e poi risorgere. «Confessare Gesù — ha spiegato Francesco — è confessare la sua morte, la sua risurrezione; non è confessare: “Tu sei Dio” e fermarci lì, no: “Tu sei venuto per noi e sei morto per me. Tu sei risorto. Tu ci dai la vita, Tu ci hai promesso lo Spirito Santo per guidarci”. Confessare Gesù — ha affermato ancora il Papa — significa accettare la strada che il Padre ha scelto per Lui: l’umiliazione. Paolo, scrivendo ai Filippesi: “Dio inviò suo Figlio, il quale annientò se stesso, si fece servo, umiliò se stesso, fino alla morte, morte di croce”. Se non accettiamo la strada di Gesù, la strada dell’umiliazione che Lui ha scelto per la redenzione, non solo non siamo cristiani: meriteremo quello che Gesù ha detto a Pietro: “Va’ dietro a me, Satana!”».

Papa Francesco ha fatto notare che Satana sa bene che Gesù è il Figlio di Dio, ma che Gesù rifiuta la sua «confessione» come allontana da sé Pietro quando respinge la via scelta da Gesù. «Confessare Gesù — ha affermato infatti Papa Francesco — è accettare la strada dell’umiltà e dell’umiliazione. E quando la Chiesa non va per questa strada, sbaglia, diventa mondana». E ha proseguito: «E quando noi vediamo tanti cristiani buoni, con buona volontà, ma che confondono la religione con un concetto sociale di bontà, di amicizia, quando noi vediamo tanti chierici che dicono di seguire Gesù, ma cercano gli onori, le vie fastose, le vie della mondanità, non cercano Gesù: cercano se stessi. Non sono cristiani; dicono di essere cristiani, ma di nome, perché non accettano la via di Gesù, dell’umiliazione. E quando leggiamo nella storia della Chiesa di tanti vescovi che hanno vissuto così e anche di tanti Papi mondani che non hanno conosciuto la strada dell’umiliazione, non l’hanno accettata, dobbiamo imparare che quella non è la strada».

Il Papa ha concluso con l’invito a chiedere «la grazia della coerenza cristiana» per «non usare il cristianesimo per “arrampicarsi”», la grazia di seguire Gesù nella sua stessa via, fino all’umiliazione.

(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Aldriana Masotti)

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