13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese
Due lettere a confronto
(2ª parte: la lettera dell'insegnante)
Vedi il post precedente:
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La professoressa Chiara Mocchi, accoltellata da un suo alunno di terza media, a Trescore, sta meglio e, tramite il suo avvocato Angelo Lino Murtas, appena uscita dalla terapia intensiva ha scritto una lettera pubblicata dal Corriere della Sera, che riportiamo qui di seguito.
* Il testo della lettera dell'insegnante di francese Chiara Mocchi *
A tutti voi,
adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori, personale sanitario, autorità, forze dell’ordine, familiari, giornalisti, e persone che mi avete circondato da subito di affetto e solidarietà. Sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, al mio legale, ma con il cuore colmo di gratitudine.
Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande, né che avrei attraversato una prova così profonda. Eppure eccomi qui, ancora viva. E questo lo devo a molti di voi. In un attimo, un gesto improvviso e incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo. Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare, è stata drammatica quanto irreale. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare.
Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità. Ai colleghi che sono intervenuti senza alcuna esitazione, rischiando personalmente per mettermi in salvo: il vostro sangue freddo e la vostra forza hanno creato una barriera tra me e la morte. Agli studenti che hanno gridato aiuto, che hanno pianto, che si sono spaventati e hanno visto qualcosa che nessuno dovrebbe vedere a tredici anni: sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti.
Al personale dell’elisoccorso, che ha bloccato un’emorragia devastante, che ha lottato contro il tempo, che mi ha restituito un battito stabile con un a lunga trasfusione, mentre la linfa della vita usciva dalle mie ferite: non dimenticherò mai le vostre mani ferme e la vostra calma. Ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari che mi hanno accolto, curato e operato con una delicatezza che va oltre il dovere: siete stati famiglia. Alle forze dell’ordine e alle autorità, presenti subito, attente, rispettose, che hanno messo ordine nel caos e garantito sicurezza a tutti. A mio fratello Giampaolo, che ha tremato, pregato, vegliato accanto a me senza mai perdere la speranza. All’avvocato Angelo Lino Murtas, che mi sta accompagnando con sensibilità e competenza in un percorso che non avrei mai immaginato di dover affrontare.
Ai genitori, che mi scrivono, che mi abbracciano anche se solo da lontano, che hanno raccontato ai propri figli il valore dell’empatia e della vita.
A chiunque mi sta mandando messaggi, preghiere, pensieri, anche senza conoscermi: li ho sentiti arrivare tutti, uno per uno, come fili che mi hanno ricucito l’anima. Oggi sono ancora debole, la voce è un soffio, il corpo ha ferite profonde ancora fresche. Ma il mio spirito è vivo. E questa vita è un dono che non sprecherò.
So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo e unicamente con coraggio. Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori.
Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande. A tutti voi, dal profondo del cuore: grazie.
Grazie per avermi salvata, sorretta, pensata, custodita.
Grazie per darmi la forza di guardare avanti, non indietro, e soprattutto il sogno di potercela fare ancora.
Con commossa gratitudine
Prof. Chiara Mocchi
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* La riflessione di Tonio Dell'Olio *
È una lettera che nasce dal dolore e si apre alla vita quella della professoressa Chiara Mocchi, colpita da un suo alunno tredicenne. Parole dettate “con la voce ancora flebile”, ma con un cuore “colmo di gratitudine”.
Il racconto non indugia sull’orrore – “un gesto improvviso e incomprensibile” che ha trasformato la scuola in incubo – ma sulla rete di umanità che subito si è stretta attorno a lei: colleghi che “hanno creato una barriera tra me e la morte”, studenti impauriti ma vivi nel suo affetto, soccorritori e sanitari dalle “mani ferme”, capaci di restituirle il battito.
Colpisce la scelta radicale: “non porto rabbia né paura nel cuore”. Persino verso chi l’ha ferita si affaccia uno sguardo che interroga, non condanna: un ragazzo che “forse nel profondo non saprà neanche perché”.
E a tutti dice: “Non lasciamoci vincere dal buio”. È qui la lezione più alta: la ferita non come muro, ma “ponte”, occasione per una scuola più attenta e una comunità più unita.
Nel corpo ancora segnato, lo spirito resta saldo: “questa vita è un dono che non sprecherò”. E l’orizzonte è il ritorno, semplice e luminoso: “tornerò in classe”. Non eroismo retorico, ma educazione viva, che sceglie la nonviolenza come forma più esigente di verità.
(fonte: Mosaico dei giorni 27/03/2026)
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* La riflessione di Paola Spotorno *
«Come si torna in aula dopo questo trauma?»
Si apre per tutti un momento di profonda riflessione. Un momento di cura: per il corpo della docente, a cui va il mio più affettuoso abbraccio, e cura dello spirito e delle emozioni per il ragazzo coinvolto. Perché, ancora una volta, la scuola è chiamata non solo a insegnare, ma a comprendere, accogliere e, per quanto possibile, ricucire.
La prof Chiara Mocchi accoltellata a scuola dal suo studente aTrescore Balneario, Bergamo
Al mattino, quando vado a scuola, lungo la strada incontro studenti delle mie classi e anche di altre. Con molti di loro scambio un saluto: “Buongiorno, prof”, “Buongiorno”. Li vedo diversi: alcuni più sereni, altri ancora assonnati, qualcuno indifferente. Eppure, con loro mi sento tranquilla, serena per una nuova giornata che inizia, per una nuova sfida. Varco il portone della scuola, salgo le scale, continuo a salutare. È casa per me, ma credo anche un po’ per gli studenti: forse non la casa più bella ed elegante che uno sognerebbe, ma c’è sicuramente per tutti il calore di un luogo sicuro e accogliente.
Per questo sono rimasta sopraffatta, sorpresa e profondamente addolorata dal grave fatto di cronaca che ha coinvolto una collega, accoltellata questa mattina proprio sulla porta della sua classe, all’inizio delle lezioni, da un suo alunno. Uno di quegli alunni che incontri e saluti fuori da scuola, magari più incupito e meno socievole, dal quale però non ti aspetteresti un gesto del genere, perché non rientra tra le possibilità che immaginiamo nel nostro lavoro; un lavoro, il nostro, che è fatto di incontri, a volte anche di scontri, che esistono perché la relazione ne è il cuore, diviso tra professionalità, passione, ideali e, soprattutto, valori che attraverso le nostre lezioni cerchiamo di trasmettere. E l’insegnante che è stata ferita faceva dei valori un punto di forza della sua professione. Si impegnava per sé e per gli altri: essere RSU come è lei, rappresentante sindacale, significa assumersi responsabilità rispetto ai diritti dei colleghi. Chi lo fa crede nei diritti, nella contrattazione, nella possibilità di trovare un punto di convergenza per il bene comune. E chi si spende così per i colleghi, lo fa ancora di più per i propri studenti.
E questo rende se possibile più assurdo e inspiegabile il gesto di questo studente che si è presentato a scuola con quella maglietta con la scritta “vendetta”, una parola terribile e con quei pantaloni mimetici che evocano scenari di guerra. Spontaneamente allora mi chiedo che cosa spinga tanti ragazzi a comportamenti così oppositivi, così difficili da leggere. La scuola? Non credo, è un malessere che nasce e cresce fuori ma che trova ormai troppo spesso la sua esplosione negli edifici scolastici, nelle aule dove si chiede ancora di condividere spazi e regole comuni , dove ci sono adulti che mettono limiti, dove tutto è reale e il virtuale va lasciato fuori dalla porta. E quando il malessere diventa insopportabile e la relazione affettiva più significativa diventa “la mia ragazza virtuale” (comprata sui social) allora è probabile che virtuale e reale si siano definitivamente confusi. Basta allora un cellulare appeso al collo per riprendere la scena del proprio gesto ribelle, da postare sui social, per far diventare quel momento un videogioco violento.
Fuggire nel virtuale per non affrontare le proprie difficoltà, accettare le frustrazioni che inevitabilmente la vita porta con sé e trovare così solo nella vendetta nel farsi giustizia da soli una riparazione ai presunti torti. Ora si apre per tutti un momento di profonda riflessione. Un momento di cura: cura concreta per il corpo della docente, a cui va il mio più affettuoso abbraccio, e cura dello spirito e delle emozioni per il ragazzo coinvolto. Perché, ancora una volta, la scuola è chiamata non solo a insegnare, ma a comprendere, accogliere e, per quanto possibile, ricucire.
(fonte: Famiglia Cristiana 30/03/2026)
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* La seconda lettera dell'insegnante di francese Chiara Mocchi *
«Proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro»
Tutto il Paese è ancora sotto shock per l’accoltellamento della professoressa di francese dell’istituto “Leonardo Da Vinci” di Trescore Balneario, nel bergamasco. Dopo il grande spavento delle prime ore, in cui l’attenzione era tutta catalizzata sulle condizioni di salute di Chiara Mocchi, una volta migliorata è arrivato il momento delle riflessioni. La professoressa aveva già scritto una prima comunicazione per ringraziare chi le è stata vicino in quelle 24 ore da incubo. Oggi è arrivata una seconda lettera, dettata direttamente dall'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dove la donna è tutt’ora ricoverata.
Questa nuova testimonianza si apre con la descrizione di quei tragici istanti: «La mattina del 25 marzo 2026, davanti alla mia aula, un mio alunno tredicenne – confuso, trascinato e “indottrinato” dai social – mi ha colpita all’improvviso, ripetutamente al collo e al torace con un pugnale». Ma il peggio è stato evitato grazie al «solo coraggio immenso di un altro mio alunno, E., anche lui tredicenne, che mi ha invece difesa rischiando la sua stessa vita».
La professoressa prosegue poi raccontando i dettagli crudi dell’aggressione: «Una potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio».
Successivamente, l’arrivo dell’eliambulanza del servizio “Blood on Board” ha permesso il trasporto d'urgenza. Chiara Mocchi ricorda con commozione il «momento del decollo, ho visto dall’alto le finestre della mia scuola: prima vuote, poi improvvisamente riempirsi dei volti dei miei amati ragazzi. Mi salutavano agitando le mani con disperazione, le lacrime agli occhi. Era come se volessero trattenermi ancora un po’ con loro».
Il racconto si sposta poi sul confine sottile tra la vita e la morte, nel momento critico in cui i medici lottavano contro il tempo: «Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più”. Poi la luce nei miei occhi si è spenta e ho sentito di sprofondare nel buio più profondo. E proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro. Come se stesse rientrando lentamente nel mio corpo, attraverso le vene. Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una!” Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo. Oggi la mia gratitudine va al mio alunno E., ai donatori, ai soccorritori, a chi mi ha tenuta aggrappata a questo mondo che amo e che non voglio lasciare».
La professoressa conclude con un pensiero che la commuove profondamente: «Penso – e non è un sogno – che il sangue che ora scorre nelle mie vene sia quello del mio avvocato Angelo Lino Murtas, donatore Avis da oltre 45 anni, che aveva donato il sangue proprio il giorno prima. Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita. È lo stesso spirito con cui mio padre fondò l’Avis-Aido della Media Val Cavallina, con quel motto che da sempre custodisco nel cuore: “Una goccia di sangue può salvare una vita”. Forse non immaginava che un giorno quella vita sarebbe stata proprio quella di sua figlia».
L’insegnante termina la lettera con un invito rivolto a tutti coloro che leggeranno le sue parole, affinché chiunque «trovi il coraggio e la volontà di diventare donatore. Di affidare una piccola parte del proprio sangue all’Avis, affinché possa scorrere nelle vene di chi, come me, senza quelle gocce non ci sarebbe più».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Filippo Rizzardi e Daniela Bilanzuoli 30/03/2026)
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* News dal sito La Tecnica della Scuola 31/03/2026*
«L’insegnante accoltellata da un suo studente è stata dimessa dall’ospedale:
“Vuole tornare a scuola il prima possibile”»
La docente accoltellata dallo studente tredicenne lo scorso 25 marzo in provincia di Bergamo è stata finalmente dimessa dall’ospedale Papa Giovanni XXIII del capoluogo lombardo. Lo conferma La Presse.
La 57enne ha potuto lasciare la struttura sanitaria dopo alcuni giorni di cure e osservazione. Le sue condizioni, secondo quanto emerso, sono in miglioramento e non desterebbero più particolari preoccupazioni dal punto di vista clinico.
Secondo quanto riferito dal suo legale “vuole tornare a scuola il prima possibile”, manifestando così la volontà di riprendere la propria attività didattica e di tornare alla normalità dopo il grave episodio di violenza che l’ha coinvolta.
“Voleva assolutamente tornare a casa per la Settimana Santa. È stata dimessa qualche ora fa e ora si trova a casa del fratello”, ha raccontato il suo legale all’Adnkronos, come riporta Rtl 102.5. Per la guarigione della 57enne “ci vorrà ancora tempo. Il taglio al collo è molto profondo e si spera non restino lesioni permanenti”, ha aggiunto.
Nonostante tutto, però, “l’umore è sempre forte: ha un bel carattere e vuole tornare il prima possibile a scuola, per accompagnare i ragazzi di terza all’esame. Vuole farlo al meglio e non si arrende”, anche se “le ferite, non solo fisiche ma anche interiori, devono ancora guarire”.
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«Insegnante accoltellata, Valditara vuole premiare il ragazzo che l’ha difesa.
Crepet: “Servitrice dello Stato a 1500 euro al mese”»
Il caso della docente 57enne accoltellata in una scuola media, in provincia di Bergamo, da uno studente tredicenne che prima di aggredirla ha scritto un “manifesto” e si è presentato a scuola con una maglietta con scritto “vendetta“.
Ieri, 30 marzo, la professoressa ha lasciato l’ospedale dopo cinque giorni, e ha diffuso una seconda lettera in cui ha ringraziato chi le ha salvato la vita, dal personale ospedaliero allo studente che ha cacciato l’aggressore a calci e lo ha allontanato.
“Lo studente è un eroe”
Come riporta SkyTg24, il legale della donna ha detto: “È indubbiamente un eroe. Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui, come mi ha riferito la mia assistita. Sono intenzionato a proporlo per una medaglia”.
Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, a quanto apprende l’Adnkronos, ha anche chiamato la dirigente scolastica dell’istituto per invitare lo studente che è intervenuto a difesa dell’insegnante e la sua classe al ministero, per ringraziarlo e premiarlo per il suo coraggio.
Crepet: “Dare una medaglia alla docente”
Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, intervenuto sul Nove, ha detto la sua: “Quello che trovo straordinario in questa vicenda orrenda è la professoressa. Uscire dalla rianimazione, l’hai scampata per un nanosecondo, vai appena il secondo giorno nel reparto di medicina e detti ad un tuo avvocato, ‘non tirate su un muro nei confronti di quel ragazzo, io non odio quel ragazzo’. Mamma mia. Allora questo Stato deve dare un riconoscimento anche di latta a questa donna perché questa è una servitrice dello Stato a 1.500€, va rispettata, ha rischiato la vita, ha detto che tornerà a scuola subito appena i medici gli daranno l’ok”.
“Ci rendiamo conto che c’abbiamo anche queste perle? Questo dà fiducia ai ragazzi. Perché io fossi un ragazzo vorrei andare da quella professoressa lì vorrei averla che mi legge Baudelaire”, ha concluso.
Crepet loda Valditara
Crepet, in questi giorni, ha anche commentato la decisione del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara di visitare la docente in ospedale: “Intanto, credo che il ministro abbia fatto una cosa molto giusta andando in ospedale ad assicurarsi sulle condizioni di una sua dipendente e dando anche un segnale. Detto questo, continuo a pensare che ci vorrebbe una bella onorificenza da parte del Presidente della Repubblica. Sarebbe un bel modo per dare una nuova visione dell’importanza della scuola”.
Ecco cosa, secondo lui, si dovrebbe fare: “Non ha senso agire all’ultimo secondo per prevenire i reati se non si fa nulla prima. Innanzitutto bisogna intervenire nella scuola, valorizzando la professione degli insegnanti e garantendo l’autonomia scolastica. E poi c’è quello che io chiamo ‘un vuoto artistico’ da riempire. I giovani oggi non hanno creatività. Una soluzione ce l’avrei: via i social per i tredicenni e facciamo convenzioni con artisti. Un mimo, un illustratore, una ballerina, un musicista: vengano a scuola ad aprire il cervello di chi guarda e ascolta”.
“O ancora: prevediamo un’ora a settimana nella scuole medie in cui si parta dalla dama e si arrivi agli scacchi. Sarebbe un ottimo modo per aprire le teste e liberare il pensiero. La nostra atrofia di adulti è ridicola e dannosa: oggi narrare e ascoltare è un gesto rivoluzionario”, ha aggiunto.
“Solo un prodotto finale”
Per Crepet c’era da aspettarsi un evento del genere: “C’è un rapporto diretto tra la mancanza di ascolto e la coltellata: quel gesto è pura frustrazione. Basta leggere quello che ha scritto quel ragazzo, roba molto forte. Ma lui è solo un prodotto finale: come si fa a non capire che questa è l’elegia del non vedere nulla? Eppure lo abbiamo già conosciuto in altre epoche, non è una novità. L’elemento nuovo è la presenza del cellulare, e allora mi chiedo come mai non si possa aprire un ragionamento su uno strumento che in certe situazioni diventa estremamente pericoloso. Lasciamo ai nostri figli la possibilità di crescere con i loro tempi e i loro errori. E invece gli adulti oggi stanno ‘truccando’ i bambini col rischio di mandarli fuori giri: io li chiamo ‘bambini Abarth’, e il tredicenne di Bergamo ne è un esempio: non è ascoltato, di lui non frega nulla a nessuno. Se ti puoi mettere una shirt con scritto vendetta e nessuno ti ferma, cosa devi fare di più, andare nudo in chiesa?”.







