A 25 anni dagli attentati terroristici che sconvolsero l’America
11 settembre 2001
un giorno
che non è mai finito
A colloquio con Daniel Nigro, comandante dei Vigili del Fuoco di New York all’epoca dell’attacco alle Torri Gemelle
Si è soliti dire che ci sono giorni che sono degli spartiacque nella storia dell’umanità. Per quanto riguarda il XXI secolo sicuramente l’11 settembre 2001 è la data con cui bisogna fare i conti per comprendere il mondo in cui viviamo. Ma se in questi 25 anni si sono susseguite analisi e riflessioni sulla geopolitica mondiale, su come è cambiata la politica statunitense o ancora su come quell’evento tragico abbia inciso sul rapporto tra Occidente e mondo islamico, c’è una storia che è meno eclatante ma che riguarda la vita concreta di migliaia di persone. È la storia dei sopravvissuti all’attacco, dei familiari e amici delle vittime, di chi si è ammalato dopo l’11 settembre 2001. È la storia soprattutto di quegli eroi -— qui la parola non è retorica — che mettendo a rischio la propria vita e, purtroppo, in molti casi perdendola hanno salvato quella degli altri con atti di coraggio e abnegazione che ancora oggi toccano il cuore. Tra loro un posto speciale lo occupano i vigili del fuoco di New York — ben 343 morirono quel giorno — che sono diventati il simbolo della forza e resilienza di chi non ha voluto arrendersi al male ma ha voluto dare tutto, fino alla vita, per aiutare gli altri. A 25 anni da quella giornata, abbiamo chiesto a Daniel Nigro, comandante dei vigili del Fuoco di New York all’epoca dell’attacco terroristico, di raccontarci i suoi sentimenti in occasione di questo anniversario e di condividere le sue speranze per il futuro di New York, dell’America e dei suoi compagni vigili del fuoco.
Comandante Daniel Nigro, lei ha assunto il comando dei Vigili del fuoco di New York l’11 settembre, dopo che il suo amico, il comandante Pete Ganci, è stato ucciso nel crollo della Torre Nord. Quel giorno, in un solo giorno, ha perso 343 compagni. Venticinque anni dopo, che cosa significa per lei personalmente commemorare questo anniversario?
Il senso di tristezza non invecchia mai: dopo 25 anni è sempre lo stesso. A volte mi stupisco di essere ancora qui. Non sono giovane, e quel giorno sono morti in tanti. E dopo di allora, molti altri sono morti a causa di malattie legate a quanto successo al World Trade Center. Penso a ogni membro che abbiamo perso e ai poveri civili che sono stati uccisi e a tutto ciò che si sono persi in 25 anni. Io sono stato così fortunato da poter assistere ai matrimoni delle mie figlie e veder nascere i miei nipoti… I miei amici e altri non hanno mai potuto vivere tutto questo e non posso fare a meno di provare tristezza, quest’anno e ogni anno.
Lei ha menzionato una cosa che forse è poco nota al di fuori dei confini statunitensi. Negli anni dopo l’11 settembre, migliaia di persone, tra cui anche molti vigili del fuoco, hanno sviluppato tumori e altre malattie, e molte di loro, purtroppo, sono morte. È un fatto poco noto fuori da New York e dagli Stati Uniti. Che cosa vuole che la gente comprenda riguardo a quella cosiddetta “seconda ondata” di morti dovute all’11 settembre, quelle causate dalla malattia e non dall’attacco stesso?
È una cosa di cui eravamo consapevoli: la situazione lì, l’aria che stavamo respirando e la sua natura potenzialmente tossica. Ma come vigili del fuoco è questo che facciamo per vivere. Abbiamo trascorso mesi laggiù per cercare di recuperare i resti di ogni vittima che si riusciva a trovare. A causa del lavoro che abbiamo fatto lì, ci siamo ammalati. Penso che abbiamo perso circa 500 membri del Corpo dei Vigili del Fuoco. Il Dipartimento di polizia ha perso molti membri e molti di noi stanno combattendo con diverse forme di cancro, me compreso. Grazie a Dio io ora sto bene, ma sembra essere questa storia del dopo 11 settembre. Quando si ammaleranno e di che cosa si ammaleranno? Non è altro che una triste nota in fondo a un giorno terribile. Se c’era qualcosa che potesse rendere in qualche modo peggiore quella giornata, è stato tutto questo. Tutti noi ricordiamo coloro che sono scomparsi e che negli ultimi anni sono morti per malattie, e lo facciamo ogni anno.
Secondo lei, che cosa è cambiato nella cultura e nello spirito dei Vigili del Fuoco di New York dopo l’11 settembre, qualcosa che perdura ancora oggi e che in qualche modo ha modificato per sempre il lavoro dei pompieri della città di New York?
Bisognava superare la perdita di molti membri esperti del Dipartimento, della sua leadership, e ricostruire, cosa che abbiamo fatto. La missione dei Vigili del Fuoco rimane la stessa: siamo qui per servire la gente, per salvare vite e per salvare beni, e questo non è cambiato. Forse lo facciamo in maniera un po’ diversa. Abbiamo strumenti migliori, abbiamo una tecnologia migliore, ma i membri continuano a impegnarsi e a dedicarsi al servizio al pubblico e, di fatto, a rischiare la vita per il bene degli altri, ed è ciò che i Vigili del Fuoco fanno qui a New York sin dal 1865.
C’è un dato che mi ha davvero colpito: più di 100 milioni di americani sono nati dopo l’11 settembre 2001. Non lo hanno vissuto direttamente. Quanto è importante qui la memoria, e come si può aiutare queste nuove generazioni di americani e di newyorchesi a comprendere ciò che è accaduto quel giorno?
È così: una buona parte della popolazione all’epoca ancora non c’era. Io sono nato pochi anni dopo l’attacco a Pearl Harbor. Sapevo di che cosa si trattava, ma sono certo che la mia esperienza non sia stata la stessa della generazione dei miei genitori, che l’aveva vissuta in prima persona. Quindi sono consapevole che la gente non ha la stessa percezione della situazione, ma cerchiamo di trasmettere l’idea di che cosa è stata quella giornata, l’impatto che ha avuto sulla città, sul Paese, sul mondo. Qualcuno lo capisce, qualcun altro no, e sono dell’idea che fintanto che svolgiamo il nostro lavoro di raccontare la vicenda, cosa che ovviamente sto cercando di fare oggi, stiamo rispettando la promessa fatta allora di non dimenticare mai. Non dimenticare mai quanti erano morti, non dimenticare mai quanti avevano sacrificato la propria vita o l’avevano persa invano. Quel giorno erano semplicemente andati al lavoro, e all’improvviso erano stati attaccati e uccisi.
Qual è la cosa più importante che vorrebbe che i vigili del fuoco più giovani, quelli che l’11 settembre non erano ancora nati o che erano troppo giovani per ricordare, capissero di quella giornata terribile e del sacrificio di cui ha parlato, il sacrificio dei loro colleghi?
Conoscono tutti la storia. Ci assicuriamo di insegnarla nella nostra Accademia dei Vigili del Fuoco quando assumiamo nuova gente. Prima di lasciare l’Accademia, vengono tutti portati a “Ground Zero”, come chiamiamo il sito del World Trade Center, per visitare il memoriale, ascoltare la storia direttamente sul posto, visitare il museo e scoprire di più al riguardo, e capire che quei membri che li hanno preceduti hanno sacrificato la propria vita per coloro che hanno subito l’attacco nelle Torri. Ed è proprio questo il senso del nostro Dipartimento: purtroppo, quando metti la vita degli altri prima della tua, puoi perderla. E questo lo comprendono, e capiranno che cosa è accaduto quel giorno. Quindi a tale riguardo facciamo il nostro lavoro. E spero solo che gran parte di ciò che s’impara riguardi gli innocenti che hanno perso la vita semplicemente lavorando nelle Torri, lavorando al Pentagono o come primi soccorritori intervenuti per aiutare coloro che hanno perso la vita. È questa la cosa importante da ricordare.
Negli anniversari — accade sempre: negli Stati Uniti, in Italia, in ogni Paese — ricordiamo le vittime, i sopravvissuti, gli atti di eroismo. E questo vale in modo particolare per un giorno come l’11 settembre. Ma poi la vita ritorna alla normalità. Come vorrebbe che questo sacrificio di tanti venisse onorato, non solo in questo giorno, ma durante tutto l’anno? Negli anni…
Molti considerano l’anniversario dell’11 settembre come un’occasione per fare del bene, il che è davvero un bellissimo modo, che si tratti di offrire pasti alle persone o di compiere altri atti di generosità. Mi auguro che prima o poi riusciamo a fare un passo indietro e dire: non possiamo cambiare quello che è accaduto quel giorno. È accaduto. È stato un giorno terribile. Ma come possiamo usare meglio le nostre vite per onorare coloro che sono morti? E il modo per farlo è essere generosi, essere gentili, essere attenti e non essere pieni di odio e vendicativi. E mi auguro che sia questo il messaggio del dopo 11 settembre: ricordiamo coloro che sono morti finché possiamo. E come afferma una fondazione, Tunnel to Towers, finché ne abbiamo la possibilità, facciamo del bene. È un messaggio straordinario.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Alessandro Gisotti 10/09/2026)









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