Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



venerdì 20 febbraio 2026

Il furto alla Madonna di San Luca, Bologna sotto shock. Il cardinale Zuppi: «Ripariamo il volto offeso di Maria ... I veri gioielli siamo noi ... Avere uno spirito di riparazione significa credere che l’amore ripara ciò che il male viola. Significa sperare che ogni ferita, anche profonda, possa essere guarita»



*****************

Furto nella Basilica della Beata Vergine di San Luca

Forzata la chiusura notturna della Sacra Immagine ed infranto il vetro protettivo
Le parole del rettore mons Remo Resca, visibilmente commosso.



L’Arcidiocesi rende noto che nella notte tra il 17 e 18 febbraio si è verificata una intrusione nella Basilica della Beata Vergine di San Luca.

È stata forzata la chiusura notturna della Sacra Immagine ed infranto il vetro protettivo, allo scopo di sottrarre alcuni preziosi dalla lastra argentata che lascia scoperti i volti della Madonna e del Bambino Gesù. Subito avvisate, le Forze dell’Ordine sono intervenute e ad una prima ricognizione la Sacra Immagine non presenta danni evidenti.

Come popolo bolognese siamo profondamente scossi e feriti per l’oltraggio a quanto di più caro ci accomuna, la Vergine Maria, venerata da nove secoli nella Sacra Icona.

All’inizio del cammino quaresimale, ci stringiamo a Lei come a nostra Madre ferita, e ci affidiamo con rinnovato affetto.

L’Arcivescovo domani, giovedì 19 febbraio, alle 7.30 presiederà la Messa al Santuario della Madonna di San Luca
(fonte: Chiesa di Bologna 18/02/2026)

*****************

Il furto alla Madonna di San Luca, Bologna sotto shock. 
Il cardinale Zuppi: «Ripariamo il volto offeso di Maria»

Infranta la teca della Sacra Immagine custodita nella Basilica sul Colle della Guardia e sottratti alcuni gioielli ed ex voto che adornavano l’icona mariana, simbolo della città mentre, per fortuna, non ci sono danni al dipinto. Il cardinale Zuppi annuncia una messa di riparazione: «Atto incredibile che ferisce tutti». Indagini in corso.


Bologna si è svegliata nel primo giorno di Quaresima con una ferita profonda e uno shock . Nella notte tra il 17 e il 18 febbraio ignoti si sono introdotti nella Basilica della Beata Vergine di San Luca, sul Colle della Guardia, infrangendo il vetro protettivo della Sacra Immagine e sottraendo alcuni dei gioielli che ornano l’icona mariana, da secoli cuore spirituale della città e riferimento per tutti, credenti e no.

A dare notizia dell’accaduto è stata la diocesi di Bologna con un comunicato che parla di «intrusione» e di chiusura forzata della teca che custodisce l’immagine. È stato infranto il vetro antisfondamento allo scopo di sottrarre «alcuni preziosi dalla lastra argentata che lascia scoperti i volti della Madonna e del Bambino Gesù». A una prima ricognizione, fortunatamente, la Sacra Immagine non presenterebbe danni evidenti.

Un particolare dell'icona della Madonna nella basilica di San Luca a Bologna danneggiata (ANSA)

L’allarme e la dinamica del colpo

Secondo una prima ricostruzione, i ladri si sarebbero arrampicati sui ponteggi del cantiere attivo sul lato destro del santuario, introducendosi da una porta laterale. L’allarme, riferisce il vicario arcivescovile don Remo Resca, era stato temporaneamente disattivato proprio a causa dei lavori e avrebbe dovuto essere ripristinato in questi giorni.

Oltre alla teca dell’icona, sarebbero state forzate anche le casseforti contenenti offerte. Dalla lastra argentata che ricopre l’immagine – lasciando scoperti i volti della Vergine e del Bambino – sono stati asportati diversi ex voto: anellini e piccoli monili donati nel tempo dai fedeli in segno di gratitudine e affidamento: «Ce n’erano una ventina, ne hanno prelevati una decina», ha spiegato don Resca, «il nostro cuore si è spaccato davanti al vetro rotto e alla porta forzata. Ma prevale la consolazione: l’immagine della Madonna è integra». Sul posto sono intervenuti gli agenti del Commissariato Santa Viola; la polizia scientifica ha repertato anche un guanto che potrebbe rivelarsi utile per le indagini.

L'Icona della Madonna di San Luca sul sagrato della Cattedrale di San Petronio a Bologna l'8 maggio 2024 (ANSA)

La reazione del cardinale Zuppi: «Ripariamo il volto offeso»

Profondamente colpito il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, che ha ricevuto la notizia all’alba. «Quando alle 6.10 mi ha chiamato don Remo, non riusciva a parlare tanto era colpito», ha raccontato aprendo la celebrazione del Mercoledì delle Ceneri in Cattedrale.

Il porporato ha annunciato per giovedì mattina una Messa di riparazione al santuario: «Celebro per riparazione e per ringraziare che i danni non sono stati peggiori». E ha aggiunto parole che vanno oltre la cronaca: «Forse quel furto, soprattutto dei gioielli, ci costringe a impreziosire noi quella Sacra Immagine che in maniera incredibile è stata violata. La riparazione rientra molto nell’itinerario della Quaresima: vogliamo riparare il volto offeso di Maria e ritrovarlo nella sua piena bellezza». Un invito a trasformare lo sdegno in cammino spirituale, a leggere l’episodio non solo come un atto criminoso ma come una ferita da sanare con la fede e la preghiera.

Un simbolo identitario per Bologna

La Basilica di San Luca non è soltanto uno dei luoghi più suggestivi dell’Emilia-Romagna, raggiungibile attraverso il lungo portico che dal centro storico sale fino al Colle della Guardia. È il simbolo per eccellenza di Bologna.

L’icona della Madonna – secondo la tradizione attribuita a san Luca evangelista – è venerata in città da oltre nove secoli. Ogni anno, nel mese di maggio, l’immagine scende in processione in città, rinsaldando un legame profondo tra la Vergine e il popolo bolognese. Nei momenti di calamità, guerre e siccità, a Lei la città si è sempre affidata. La memoria del cosiddetto “miracolo della pioggia” è ancora viva nella devozione popolare.

Non è un caso che anche le istituzioni civili abbiano parlato di un’offesa all’intera comunità. Il sindaco Matteo Lepore ha definito il gesto «un’azione che offende tutta la comunità bolognese», esprimendo vicinanza alla diocesi. Per molti cittadini, credenti e non, San Luca rappresenta un punto di riferimento spirituale e culturale, un segno che domina dall’alto la città e ne custodisce la storia.

Una ferita nel tempo della Quaresima

Che il furto sia avvenuto proprio nel giorno delle Ceneri rende l’episodio ancora più simbolicamente doloroso. «Come popolo bolognese siamo profondamente scossi e feriti per l’oltraggio a quanto di più caro ci accomuna», ha scritto la diocesi, invitando i fedeli a stringersi attorno a Maria «come a nostra Madre ferita». I gioielli sottratti hanno certamente un valore materiale, ma ben più grande è il valore affettivo e spirituale degli ex voto, segni concreti di grazie ricevute, lacrime asciugate, speranze affidate. Colpire quei monili significa colpire la memoria viva di un popolo.

La risposta della Chiesa bolognese, tuttavia, non si ferma all’indignazione. Nelle parole del cardinale Zuppi risuona un appello alla conversione e alla speranza: trasformare l’oltraggio in occasione di rinnovato affidamento, perché – come accade da secoli – la Madonna di San Luca continui a vegliare sulla sua città.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Antonio Sanfrancesco 19/02/2026)

*****************

L’Arcivescovo ha presieduto a San Luca la Messa di riparazione dopo il furto al Santuario

Giovedì 19 febbraio, alle prime ore del mattino, l’Arcivescovo nel Santuario della Madonna di san Luca ha celebrato una Messa di riparazione in seguito al furto avvenuto nella Basilica nella notte tra il 17 e 18 febbraio.

Una celebrazione vissuta all’inizio del tempo di Quaresima, come risposta di fede e di speranza a un gesto che ha ferito profondamente il Santuario e l’intera comunità ecclesiale.

Erano presenti il Rettore del Santuario, monsignor Remo Resca, il Vicario generale per l’Amministrazione monsignor Roberto Parisini, la comunità del Seminario arcivescovile con monsignor Marco Bonfiglioli, e alcune decine di fedeli, raccolti in preghiera davanti all’immagine della Madonna.

Nell’omelia, il cardinale Zuppi ha invitato a guardare quanto accaduto alla luce del Vangelo, come un richiamo a ritrovare l’essenziale e a non lasciare che il male abbia l’ultima parola.

«Oggi ci ritroviamo davanti alla Sacra Immagine della Madonna – ha detto l’Arcivescovo in un passaggio dell’omelia – che ci aiuta sempre a sentire, a vedere, a contemplare la sua presenza. Di fronte a ciò che è accaduto, ne sentiamo ancora di più quanto essa sia preziosa. Di fronte a una violazione ci si sente perduti, vulnerabili: una delle tante conseguenze del male. Si prova un senso di abbandono, di prostrazione, di impotenza, come se la propria vita fosse stata violata, portata via. E invece proprio questa ferita ci fa riscoprire quanto è preziosa la bellezza che il male tenta di rovinare. Anche questa spoliazione ci interpella. Forse ci chiede se non dobbiamo essere noi a ornarla di più, con il gioiello della nostra vita. Questo è il vero ornamento di Maria: i frutti dell’amore che nascono dall’incontro con Gesù che lei ci mostra. Essere noi l’ornamento della nostra Madre, renderla bella e preziosa con le opere che lei ci affida verso i suoi figli, che sono i nostri fratelli e sorelle, specialmente i più piccoli».

«Arricchiamola con la bellezza di una vita interamente donata – ha aggiunto l’Arcivescovo – come ci suggerisce il Vangelo di Gesù, suo Figlio. Lo sguardo rivolto a lei ci aiuti sempre a contemplare i fratelli; nel suo amore infinito impariamo a riconoscere e ad accendere l’amore umano, quello che rende bella e preziosa la vita, la Chiesa, il nostro cammino. I veri gioielli siamo noi: con la cura per questa casa e per la casa di Maria, che è sempre la comunità dei fratelli e delle sorelle. Questa è anche la riparazione. Avere uno spirito di riparazione significa credere che l’amore ripara ciò che il male viola. Significa sperare che ogni ferita, anche profonda, possa essere guarita».

Al termine della celebrazione, il Cardinale è salito vicino all’Immagine della Madonna, vestita con la riza solenne, di solito utilizzata per la discesa in città.


Guarda il video integrale dell'omelia
(fonte: Chiesa di Bologna 19/02/2026)


*****************

"Restituite quanto rubato": l'appello del cardinale Zuppi ai ladri di San Luca

Dopo il furto all'immagine della Madonna nel santuario, la messa con l'arcivescovo di Bologna: "Quello che è successo ci conferma quanto questa effigie sia preziosa"


All’indomani del furto e dell’oltraggio all’effige della Madonna di San Luca, comincia presto la giornata al santuario sul Colle della guardia, a Bologna. Di prima mattina la visita dell’arcivescovo Matteo Zuppi . L’omaggio alla Beata Vergine e la celebrazione eucaristica con un gruppo di fedeli saliti per l’occasione

“La violenza che ha subito ci fa riscoprire ancora di più quanto è preziosa. Forse ci deve anche chiedere che dobbiamo ornarla di più noi, i gioielli siamo noi con la cura per la nostra casa, per questa casa e per la casa di Maria”, ha detto l'arcivescovo,

Al temine, parlando dalla sacrestia – proprio lì dove sono passati i ladri dopo essersi introdotti nella basilica – il cardinal Zuppi rivolge loro un appello: “Capire cosa hanno fatto, la violazione per il significato di un’immagine così sacra per la devozione, per quel che rappresenta e quindi ridatelo, restituitelo”.

Modesto il valore economico di quanto è stato rubato. Grande, però, quello simbolico : “La tradizione affettiva e devozionale mette questi oggetti come fossero di famiglia, sono pochi pezzi”. specifica il rettore del santuario, don Remo Resca.
(fonte:TGR Emilia e Romagna servizio di Francesco Rossi 19/02/2026)








ECUMENISMO: LA PREGHIERA CRISTIANA (VIDEO INTEGRALE)

ECUMENISMO
LA PREGHIERA CRISTIANA 
(VIDEO INTEGRALE)


EGIDIO PALUMBO (OCARM):
1. La preghiera è un’esperienza umana e religiosa (nel senso che appartiene ad ogni religione), che nasce da un bisogno della persona religiosa e della comunità, che chiedono aiuto a Dio, alla Divinità o ad un Essere Trascendente

2. Diversa è l’esperienza della preghiera ebraico-cristiana.

A) LA PREGHIERA NASCE DALL’ASCOLTO
        Innanzitutto nasce dall’ascolto della Parola di Dio. Per questo, all’inizio della preghiera, credente e la comunità chiedono:
                    Sal 51,17: «Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode».
                     Perché?
                  La fede biblica, in particolare l’apostolo Paolo, ci ricorda che «lo Spirito viene in aiuto alla  nostra debolezza», perché «non sappiamo come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio» (Rm 8,26-27).
                  Ecco perché Gesù ci consegna il Padre Nostro («Quando Pregate, dite: Padre nostro...»: Mt 6,9-13; Lc 11,2-4) e la tradizione biblica (AT e NT) ci consegna il libro dei Salmi e vari Cantici ed Inni. Dio pone sulle nostre labbra la sua Parola, affinché preghiamo in modo conveniente, secondo i suoi desideri.
                     Seguendo la prospettiva della preghiera, possiamo dire che tutta la S. Scrittura è raccolta nella preghiera:
                          - si apre con Gen 1, che è un testo sapienziale e liturgico dell’opera creatrice-salvifica di Dio (un’opera che continua ancora), scandito in sette giorni e da un ritornello («E Dio vide che era cosa buona/bella»),
                     - e si chiude in Ap 22,20 con l’invocazione della comunità dei credenti: «Amen. Vieni, Signore Gesù».

                   b) La preghiera porta a Dio la voce e i gemiti dell’umanità
Inoltre, alla luce della Parola, la preghiera educa il credente e la comunità ad ascoltare anche l’umanità che gioisce, spera, geme e «soffre le doglie del parto» (Rm 8,22), nell’attesa che nasca una nuova umanità, un mondo migliore (cf. Rm 8,18-25).
Nella preghiera noi portiamo a Dio la “voce” e i geniti di ogni creatura e dell’intera famiglia umana, come recitano il Sal 150,6 («ogni vivente dia lode al Signore») e la liturgia della Chiesa cattolica («...anche noi fatti voce di ogni creatura che è sotto il cielo, confessiamo il tuo Nome ed esultanti cantiamo»: Prefazio della IV Preghiera Eucaristica).
Dunque, nella preghiera portiamo la vita, perché la vita stessa diventi preghiera.

                  c) Da qui le varie forme di preghiera in sintonia con le varie situazioni esistenziali
                    Ed è per questo che la preghiera cristiana, rivolta a Dio Padre-Madre, per mezzo del Figlio Gesù, nostro fratello e Signore, e nello Spirito nostro Paraclito (“avvocato” e compagno di viaggio), diventa – a seconda dei contesti vitali ed situazioni esistenziali – preghiera di intercessione, di lode, di ringraziamento, di supplica e lamento, di contrizione, di domanda.
                Riguardo alla preghiera in generale, Gesù esorta a pregare «senza stancarsi» (Lc 18,1), in realtà il testo dice «senza incattivirsi».
                 Riguardo poi alla preghiera di domanda (cf. Mt 7,7-11; 21,22; Lc 11,9-13), Gesù e la fede biblica del NT esigono che le domande siano conformi alla volontà di Dio (cf. Mt 6,10) e «secondo i disegni di Dio» (Rm 8,27), perché pregare non è piegare la volontà di Dio ai nostri interessi, nè strumentalizzare il suo Nome per cercare consensi sociali e politici. «Dio realizza tutte le sue promesse, ma non tutti i nostri desideri» (D. Bonhoeffer, pastore luterano e martire nel campo di concentramento dei nazisti).
...

GUARDA IL VIDEO 
Incontro integrale

Cimitero Mediterraneo. Il vescovo Fragnelli: “Davanti ai morti in mare non possiamo voltare lo sguardo”


Cimitero Mediterraneo. Il vescovo Fragnelli:
“Davanti ai morti in mare non possiamo voltare lo sguardo”

Dopo il ritrovamento di dieci corpi di migranti sulle coste del Mediterraneo, il vescovo di Trapani riflette sul rischio dell’assuefazione al dramma, sulla responsabilità condivisa dell’Europa e sul valore umano e cristiano della preghiera come gesto che abbatte i muri dell’indifferenza

(Foto AFP/SIR)

Il ritrovamento di dieci corpi di migranti sulle coste del Mediterraneo riporta al centro una tragedia che rischia di essere sommersa dall’abitudine e dall’indifferenza. Nel giorno che apre il tempo di Quaresima, il vescovo di Trapani invita l’Europa e l’Italia a non “indurire il cuore” davanti a morti che interrogano la coscienza collettiva. Tra preghiera, responsabilità condivisa e dignità dei corpi, mons. Pietro Maria Fragnelli riflette sul senso umano e cristiano di una frontiera che continua a restituire vittime.

Eccellenza, dieci corpi di migranti ritrovati sulle coste del Mediterraneo. Che cosa le ha suscitato questa notizia?

È difficile, in questi tempi, riuscire ad avere attenzione su questioni così drammatiche, travolte da una congerie continua di informazioni. Ma ciò che mi preoccupa ancora di più è la difficoltà, nella nostra epoca, di leggere anche le situazioni più tragiche con il cuore, con una capacità di visione globale. Nel giorno che apre la Quaresima, leggendo “Non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore”, ho sentito il bisogno di dire: ‘Europa, non indurire il tuo cuore; Italia, non indurire il tuo cuore. Perché, se il cuore si chiude, non si è più capaci di riconoscere ciò che accade dentro e fuori di noi, nemmeno ciò che bussa alla nostra porta’.

Quando ha saputo la notizia, lei ha reagito celebrando una messa in cattedrale. Qual è il significato di questo gesto?

Mi sono chiesto: “Che cosa possiamo fare?”, perché qui non si muove nulla. È impossibile non fare un discorso umano e cristiano davanti a certe situazioni. Ho colto l’occasione della memoria liturgica di santa Bakhita, una schiava redenta da un incontro che le ha restituito dignità e vita. Abbiamo voluto celebrare la possibilità della redenzione. Quindi, il pensiero è andato a queste vittime del Mediterraneo.

Ha detto di sentirsi quasi “assediato” dai morti del Mediterraneo. Che cosa intende?

Essere vescovi su questa frontiera significa sentire che i morti arrivano, ci interrogano. Perché questo accade? Perché io, e con me tanti fratelli europei, non siamo capaci di aprire gli occhi e di rinunciare a un cuore indurito. Quella celebrazione era il minimo che potessimo fare, che dal punto di vista cristiano è il massimo. Perché pregare non è poesia: è fede.

Pregare significa far cadere i muri di Gerico. E oggi questi muri devono cadere in Europa e non solo in Europa. C’è una cultura che invece li sta rialzando.

Un corpo su una spiaggia, nelle dinamiche delle migrazioni, è anche biopolitica…

Ci interroga profondamente. Pensiamo a chi opera nel Mediterraneo, come gli uomini e le donne della Marina: persone che non svolgono solo un lavoro, ma vivono una vera missione. Il problema è che tutti noi, come cittadini italiani ed europei, dobbiamo continuare a restare umani di fronte a queste vicende. È facile, come ha detto più volte Papa Francesco, voltarsi dall’altra parte.

Ma anche con la linea che ci indica Papa Leone dobbiamo dire che c’è una responsabilità che diventa sempre corresponsabilità.

Non è delegabile solo ai militari o a qualche restrizione giuridica. Serve lavorare insieme, con uno sforzo comune, anche sul piano della prevenzione. Ciò che accade oggi ci interpella in modo diretto: dobbiamo governare questi fenomeni, nei limiti del possibile, senza perdere di vista la dignità umana.
(fonte: Sir, articolo di Filippo Passantino 18/02/2026)

giovedì 19 febbraio 2026

Mercoledì delle Ceneri – Statio, processione penitenziale e Santa Messa - Leone XIV: Il nostro peccato e il peso di un mondo che brucia - Non fermiamoci tra le ceneri del mondo, ma convertiamoci e ricostruiamo

Mercoledì delle Ceneri
18 febbraio 2026

STATIO E PROCESSIONE PENITENZIALE
ore 16.30 Chiesa di Sant’Anselmo

SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI
ore 17.00 Basilica di Santa Sabina

************************

Andrea Tornielli
Il nostro peccato e il peso di un mondo che brucia

L’omelia di Leone XIV alla Messa del Mercoledì delle Ceneri e la nostra responsabilità


“Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!” Le parole pronunciate da Papa Leone nell’omelia della Messa delle Ceneri fotografano una realtà del nostro tempo: viviamo circondati da persone, imprese e istituzioni di ogni livello che difficilmente ammettono di aver sbagliato. Noi facciamo un’enorme fatica ad ammettere di aver sbagliato e a chiedere perdono riconoscendo il nostro errore, i nostri errori. L’inizio della Quaresima è una grande occasione per i cristiani di riconoscersi peccatori, bisognosi di aiuto e di perdono, e colpisce come il Successore di Pietro abbia voluto sottolinearne la dimensione comunitaria: “La Chiesa esiste anche come profezia di comunità che riconoscono i propri peccati”. Invece di cercare sempre il nemico esterno, invece di guardare al mondo considerandoci sempre nel giusto e dalla parte giusta, siamo chiamati a un atteggiamento controcorrente e ad una “coraggiosa assunzione di responsabilità”, personale ma anche collettiva.

Perché è vero che il peccato “è personale”, come ha sottolineato il Papa. Ma è altrettanto vero – ha aggiunto riecheggiando l’enciclica Sollicitudo rei socialis di san Giovanni Paolo II – che esso “prende forma negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo, negli atteggiamenti con cui reciprocamente ci condizioniamo, non di rado all’interno di vere e proprie ‘strutture di peccato’ di ordine economico, culturale, politico e persino religioso”.

Tra queste si potrebbero ad esempio iscrivere alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario che produce enormi squilibri e ingiustizie, definiti da Papa Francesco nella sua prima esortazione apostolica “un’economia che uccide”. O gli enormi interessi economici che muovono il grande mercato del riarmo, bisognoso di essere alimentato da conflitti permanenti.
Le ceneri sul capo di ciascuno e della comunità nel suo insieme ci invitano a sentire, ha detto ancora Leone XIV, “il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura”.

Nell’intraprendere il cammino quaresimale è dunque importante questa con-partecipazione, nella coscienza che il peccato personale si amplifica e si cristallizza in “strutture di peccato”. È per questo che ricevendo la cenere sul capo siamo chiamati a un esame di coscienza sui nostri errori ma anche su quelli che si riverberano su larga scala. E dunque nel sentire il peso di un mondo che brucia possiamo chiederci, come comunità, come Paese, come Europa, come organizzazioni internazionali: abbiamo fatto tutto il possibile per porre fine alla tragica guerra in Ucraina, che ha avuto inizio con l’aggressione russa nel 2022? È stato fatto tutto il possibile per cercare soluzioni negoziate o l’unico vero obiettivo perseguito è oggi soltanto quello della folle corsa al riarmo? Come è stato possibile assistere, dopo l’attacco disumano perpetrato da Hamas contro gli israeliani, alla totale distruzione di Gaza con i suoi oltre settantamila morti? Perché non si è fatto nulla concretamente per porre fine alla strage? Com’è possibile accettare che vi siano Paesi dove la libera espressione della protesta popolare viene soffocata nel sangue con migliaia di vittime? E ancora, come è possibile accettare per quieto vivere o per appartenenze politiche, il perpetuarsi dell’ecatombe che avviene nel Mar Mediterraneo, con i migranti che vi affogano?
“Riconoscere i nostri peccati per convertirci – ha concluso il Papa - è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire”.
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 18/02/2026)


************************

Il Papa: non fermiamoci tra le ceneri del mondo,
ma convertiamoci e ricostruiamo

Leone XIV alla Messa nella Basilica di Santa Sabina per l'avvio del cammino della Quaresima: la Chiesa “è profezia di comunità che riconoscono i propri peccati”. Attraverso questo tempo di penitenza, nel Triduo pasquale celebreremo il passaggio dall’impotenza, anche davanti alle “ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli”, alle possibilità di Dio


Riconoscere i nostri peccati per convertirci è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire. Allora il Triduo pasquale, che celebreremo al culmine del cammino quaresimale, sprigionerà tutta la sua bellezza e il suo significato.

Per Papa Leone XIV, questo ci chiede la storia e la coscienza di cristiani: chiamare per nome la morte, portarne i segni come la cenere, “ma testimoniare la resurrezione”. Leone lo sottolinea nell’omelia della sua prima Messa con il rito delle Ceneri da Pontefice, questo pomeriggio, 18 febbraio, nella Basilica di Santa Sabina all’Aventino.

Il Papa apre la statio quaresimale nella chiesa di Sant'Anselmo all'Aventino (@Vatican Media)

La profezia di San Paolo VI e le ceneri

Così Papa Leone apre il cammino quaresimale della Chiesa. E ricorda la forte profezia di San Paolo VI, in un rito delle Ceneri celebrato durante un’udienza generale in Basilica, il 23 febbraio 1966, sull’autosuggestione dell’uomo moderno e la sua “apologia della cenere”, in una cultura dominata dalla “metafisica dell’assurdo e del nulla”.

Noi oggi possiamo riconoscere la profezia che queste parole contenevano, e sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura.

L’avvio a Sant’Anselmo e la processione

La Liturgia stazionale si era aperta nella chiesa di Sant’Anselmo all’Aventino, con l’orazione di Leone XIV: “Accompagna con la tua benevolenza Padre misericordioso, i primi passi del nostro cammino penitenziale perché all’osservanza esteriore corrisponda un profondo rinnovamento dello spirito. Di seguito la processione penitenziale verso la basilica di Santa Sabina, scandita dalle litanie dei santi. A varcare la soglia i monaci benedettini di Sant’Anselmo, i padri domenicani di Santa Sabina, vescovi e cardinali insieme ai fedeli.

Il Papa in processione dalla chiesa di Sant'Anselmo alla Basilica di Santa Sabina (@Vatican Media)

Il popolo di Dio riconosce i propri peccati

Nell’omelia, guardando alla Prima Lettura e alla chiamata del profeta Gioele: “Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne”, il Papa ricorda che anche oggi al quaresima “è un tempo forte di comunità”.

Sappiamo come sia sempre più difficile radunare le persone e sentirsi popolo, non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto. Addirittura, qui prende forma un popolo che riconosce i propri peccati, cioè che il male non viene da presunti nemici, ma ha toccato i cuori, è dentro la propria vita e va affrontato in una coraggiosa assunzione di responsabilità.

Dopo il peccato, ammettere lo sbaglio e cambiare

Leone XIV sottolinea quindi che “il peccato è personale”, ma prende forma “negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo”, non di rado “all’interno di vere e proprie ‘strutture di peccato’ di ordine economico, culturale, politico e persino religioso”.

Opporre all’idolatria il Dio vivente – ci insegna la Scrittura – significa osare la libertà e ritrovarla attraverso un esodo, un cammino. Non più paralizzati, rigidi, sicuri nelle proprie posizioni, ma radunati per muoversi e cambiare. Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!

I giovani, la Quaresima, e un modo più giusto di vivere

Più che in passato, prosegue il Pontefice, i giovani avvertono il richiamo del Mercoledì delle Ceneri, anche in contesti secolarizzati.

Sono loro, infatti, i giovani, a cogliere distintamente che un modo di vivere più giusto è possibile e che esistono delle responsabilità per ciò che nella Chiesa e nel mondo non va. Occorre, dunque, cominciare da dove si può e con chi ci sta.

La portata missionaria della Quaresima

L’invito di Papa Leone XIV è allora quello di sentire “la portata missionaria della Quaresima”, per aprire il lavoro su noi stessi “a tante persone inquiete e di buona volontà, che cercano le vie per un autentico rinnovamento di vita, nell’orizzonte del Regno di Dio e della sua giustizia”. Il profeta Gioele ci pungola così: “Perché si dovrebbe dire fra i popoli: ‘Dov’è il loro Dio?’”, e questo tempo quaresimale, per il Papa, ci sollecita a quelle conversioni, “inversioni di marcia”, che “rendono più credibile il nostro annuncio”. Attraverso questa penitenza, spiega, nel Triduo pasquale saremo poi coinvolti “nel passaggio dalla morte alla vita, dall’impotenza alle possibilità di Dio”.

Il Papa durante l'omelia nella Basilica di Santa Sabina (@Vatican Media)

Le “statio” quaresimali e la testimonianza dei martiri

I pionieri di questo nostro cammino verso la Pasqua, conclude Leone XIV, sono i martiri antichi e contemporanei. L’antica tradizione romana delle stationes quaresimali, e quella di Santa Sabina è la prima, “è educativa: rinvia tanto al muoversi, come pellegrini, quanto alla sosta – statio – presso le ‘memorie’ dei Martiri, su cui sorgono le basiliche di Roma”. Sono una miriade di semi “che hanno preparato la messe abbondante che tocca a noi raccogliere”. La Quaresima, come ci ha suggerito il Vangelo di Matteo, “liberandoci dal voler essere visti a tutti i costi”, ci insegna a vedere piuttosto “ciò che nasce, ciò che cresce, e ci sospinge a servirlo”. Così chi digiuna, prega e ama nel segreto, per il Pontefice, si pone in sintonia col Dio della vita: “A Lui riorientiamo, con sobrietà e con gioia, tutto il nostro essere, tutto il nostro cuore”.

Dopo l'omelia, la benedizione e l'imposizione delle ceneri. È il cardinale Angelo De Donatis, penitenziere maggiore a metterle sul capo di Papa Leone che poi le impone sui fedeli.

Il cardinale De Donatis, penitenziere maggiore, impone le ceneri sul capo di Leone XIV (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 18/02/2026)


************************
OMELIA DI LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle,

all’inizio di ogni Tempo liturgico, riscopriamo con gioia sempre nuova la grazia di essere Chiesa, comunità convocata per ascoltare la Parola di Dio. Il profeta Gioele ci ha raggiunti con la sua voce che porta ciascuno fuori dal proprio isolamento e fa della conversione un’urgenza inseparabilmente personale e pubblica: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti» (Gl 2,16). Menziona le persone di cui non sarebbe difficile giustificare l’assenza: le più fragili e meno adatte ai grandi assembramenti. Poi il profeta nomina lo sposo e la sposa: sembra chiamarli fuori dalla loro intimità, perché si sentano parte di una comunità più grande. Quindi tocca ai sacerdoti, che già si trovano – quasi per dovere – «tra il vestibolo e l’altare» (v. 17); sono invitati a piangere e a trovare le parole giuste per tutti: «Perdona, Signore, al tuo popolo!» (v. 17).

La Quaresima, anche oggi, è un tempo forte di comunità: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne» (Gl 2,16). Sappiamo come sia sempre più difficile radunare le persone e sentirsi popolo, non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto. Addirittura, qui prende forma un popolo che riconosce i propri peccati, cioè che il male non viene da presunti nemici, ma ha toccato i cuori, è dentro la propria vita e va affrontato in una coraggiosa assunzione di responsabilità. Dobbiamo ammettere che si tratta di un atteggiamento controcorrente, ma che, quando è così naturale dichiararsi impotenti davanti a un mondo che brucia, costituisce una vera e propria alternativa, onesta e attraente. Sì, la Chiesa esiste anche come profezia di comunità che riconoscono i propri peccati.

Certo, il peccato è personale, ma prende forma negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo, negli atteggiamenti con cui reciprocamente ci condizioniamo, non di rado all’interno di vere e proprie “strutture di peccato” di ordine economico, culturale, politico e persino religioso. Opporre all’idolatria il Dio vivente – ci insegna la Scrittura – significa osare la libertà e ritrovarla attraverso un esodo, un cammino. Non più paralizzati, rigidi, sicuri nelle proprie posizioni, ma radunati per muoversi e cambiare. Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!

Oggi, fra noi, si tratta proprio di questa possibilità. E non è un caso che numerosi giovani, anche in contesti secolarizzati, avvertano più che in passato il richiamo di questo giorno, il Mercoledì delle Ceneri. Sono loro, infatti, i giovani, a cogliere distintamente che un modo di vivere più giusto è possibile e che esistono delle responsabilità per ciò che nella Chiesa e nel mondo non va. Occorre, dunque, cominciare da dove si può e con chi ci sta. «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,2). Sentiamo, quindi, la portata missionaria della Quaresima, non certo per distrarci dal lavoro su noi stessi, quanto per aprirlo a tante persone inquiete e di buona volontà, che cercano le vie per un autentico rinnovamento di vita, nell’orizzonte del Regno di Dio e della sua giustizia.

«Perché si dovrebbe dire fra i popoli: “Dov’è il loro Dio?”» (Gl 2,17). La domanda del profeta è come un pungolo. Ricorda anche a noi quei pensieri che ci riguardano e sorgono fra chi osserva come da fuori il popolo di Dio. La Quaresima ci sollecita infatti a quelle inversioni di marcia – conversioni – che rendono più credibile il nostro annuncio.

Sessant’anni fa, poche settimane dopo la conclusione del Concilio Vaticano II, San Paolo VI volle celebrare pubblicamente il Rito delle ceneri, rendendo visibile a tutti, nel corso di un’Udienza generale nella Basilica di San Pietro, il gesto che anche oggi stiamo per compiere. Ne parlò come di una «severa e impressionante cerimonia penitenziale» (Paolo VI, Udienza generale, 23 febbraio 1966), che urta il senso comune e allo stesso tempo intercetta le domande della cultura. Diceva: «Ci si può chiedere, noi moderni, se questa pedagogia sia ancora comprensibile. Rispondiamo affermativamente. Perché è pedagogia realista. È un severo richiamo alla verità. Ci riporta alla visione giusta della nostra esistenza e del nostro destino».

Questa “pedagogia penitenziale” – diceva Paolo VI – «sorprende l’uomo moderno sotto due aspetti»: il primo è «quello della sua immensa capacità di illusione, di auto-suggestione, di inganno sistematico di sé stesso sopra la realtà della vita e dei suoi valori». Il secondo aspetto è «il fondamentale pessimismo» che Papa Montini riscontrava ovunque: «La maggior parte della documentazione umana offertaci oggi dalla filosofia, dalla letteratura, dallo spettacolo – diceva – conclude per proclamare l’ineluttabile vanità di ogni cosa, l’immensa tristezza della vita, la metafisica dell’assurdo e del nulla. Questa documentazione è un’apologia della cenere».

Noi oggi possiamo riconoscere la profezia che queste parole contenevano, e sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura.

«Dov’è il loro Dio?», si chiedono i popoli. Sì, carissimi, ce lo chiede la storia, e prima ancora la coscienza: chiamare per nome la morte, portarne su di noi i segni, ma testimoniare la risurrezione. Riconoscere i nostri peccati per convertirci è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire. Allora il Triduo pasquale, che celebreremo al culmine del cammino quaresimale, sprigionerà tutta la sua bellezza e il suo significato. Lo farà avendoci coinvolto, attraverso la penitenza, nel passaggio dalla morte alla vita, dall’impotenza alle possibilità di Dio.

I martiri antichi e contemporanei brillano, per questo, come pionieri del nostro cammino verso la Pasqua. L’antica tradizione romana delle stationes quaresimali – di cui questa di oggi è la prima – è educativa: rinvia tanto al muoversi, come pellegrini, quanto alla sosta – statio – presso le “memorie” dei Martiri, su cui sorgono le basiliche di Roma. Non è forse una sollecitazione a metterci sulle tracce delle testimonianze mirabili di cui ormai il mondo intero è disseminato? Riconoscere luoghi, storie e nomi di chi ha scelto la via delle Beatitudini e ne ha portato fino in fondo le conseguenze. Una miriade di semi che, anche quando sembravano andare dispersi, sepolti nella terra hanno preparato la messe abbondante che tocca a noi raccogliere. La Quaresima, come ci ha suggerito il Vangelo, liberandoci dal voler essere visti a tutti i costi (cfr Mt 6, 2.5.16), ci insegna a vedere piuttosto ciò che nasce, ciò che cresce, e ci sospinge a servirlo. È la sintonia profonda che nel segreto di chi digiuna, prega e ama si stabilisce col Dio della vita, il Padre nostro e di tutti. A Lui riorientiamo, con sobrietà e con gioia, tutto il nostro essere, tutto il nostro cuore.

************************

Guarda il video integrale


UDIENZA GENERALE 18/02/2026 Papa Leone XIV: "Preghiera e digiuno da gesti e commenti che feriscono"

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 18 febbraio 2026

********************

Papa Leone XIV:
Preghiera e digiuno da gesti e commenti che feriscono

All’udienza generale nel mercoledì delle Ceneri, inizio della Quaresima, il Pontefice esorta a una «vera conversione del cuore»


Nel pomeriggio all’Aventino la “Statio” e la processione penitenziale a Sant’Anselmo con la messa a Santa Sabina

Preghiera e digiuno «da gesti e commenti che feriscono gli altri»: li ha auspicati Leone XIV all’udienza generale nel mercoledì delle Ceneri. Lo ha fatto salutando nella loro lingua i fedeli spagnoli e dell’America latina presenti in piazza San Pietro per l’inizio della Quaresima, «tempo di grazia». Un invito ripetuto anche agli altri gruppi linguistici, affinché il cammino di quaranta giorni in preparazione alla Pasqua conduca a una vera conversione. In precedenza, il Papa aveva proseguito il ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II. Dopo aver approfondito nelle settimane scorse la Costituzione dogmatica Dei Verbum, si è soffermato sulla Lumen gentium, in particolare sul tema: «Il mistero della Chiesa, sacramento dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». La Chiesa, ha detto in proposito, «vive come presenza santificatrice in mezzo a un’umanità ancora frantumata, quale segno efficace di unità e riconciliazione tra i popoli».

Nel pomeriggio il vescovo di Roma celebra i riti del mercoledì delle Ceneri recandosi all’Aventino per la “Statio” e la processione penitenziale nella chiesa di Sant’Anselmo e la messa nella basilica di Santa Sabina.
(fonte: L'Osservatore Romano 18/02/2026).

********************

LEONE XIV

Catechesi. I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Lumen gentium. 
1. Il mistero della Chiesa, sacramento dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Il Concilio Vaticano II, ai cui documenti stiamo dedicando le catechesi, quando ha voluto descrivere la Chiesa si è anzitutto preoccupato di spiegare da dove essa tragga la sua origine. Per farlo, nella Costituzione dogmatica Lumen gentium, approvata il 21 novembre 1964, ha attinto dalle Lettere di San Paolo il termine “mistero”. Scegliendo tale vocabolo non ha voluto dire che la Chiesa è qualcosa di oscuro o di incomprensibile, come a volte comunemente si pensa quando si sente pronunciare la parola “mistero”. Esattamente il contrario: infatti, quando San Paolo utilizza, soprattutto nella Lettera agli Efesini, tale parola, egli vuole indicare una realtà che prima era nascosta e ora è stata rivelata.

Si tratta del disegno di Dio che ha uno scopo: unificare tutte le creature grazie all’azione riconciliatrice di Gesù Cristo, azione che si è attuata nella sua morte in croce. Questo si sperimenta prima di tutto nell’assemblea riunita per la celebrazione liturgica: lì le diversità sono relativizzate, ciò che conta è trovarsi insieme perché attratti dall’Amore di Cristo, che ha abbattuto il muro di separazione tra persone e gruppi sociali (cfr Ef 2,14). Per San Paolo il mistero è la manifestazione di quanto Dio ha voluto realizzare per l’umanità intera e si fa conoscere in esperienze locali, che gradualmente si dilatano fino a includere tutti gli esseri umani e perfino il cosmo.

La condizione dell’umanità è una frantumazione che gli esseri umani non sono in grado di riparare, benché la tensione verso l’unità abiti il loro cuore. In questa condizione si inserisce l’azione di Gesù Cristo, il quale, mediante lo Spirito Santo, vince le forze della divisione e il Divisore stesso. Trovarsi insieme a celebrare, avendo creduto all’annuncio del Vangelo, è vissuto come attrazione esercitata dalla croce di Cristo, che è la manifestazione suprema dell’amore di Dio; è sentirsi convocati insieme da Dio: per questo si usa il termine ekklesía, cioè assemblea di persone che riconoscono di essere convocate. Sicché vi è una certa coincidenza tra questo mistero e la Chiesa: la Chiesa è il mistero reso percepibile.

Questa convocazione, proprio perché è attuata da Dio, non può tuttavia limitarsi a un gruppo di persone, ma è destinata a diventare esperienza di tutti gli esseri umani. Perciò il Concilio Vaticano II, all’inizio della Costituzione Lumen gentium, afferma così: «La Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (n. 1). Con l’impiego del termine “sacramento” e la conseguente spiegazione, si vuole indicare che la Chiesa è nella storia dell’umanità espressione di quanto Dio vuol realizzare; per cui, guardando ad essa, si coglie in qualche misura il disegno di Dio, il mistero: in questo senso la Chiesa è segno. Inoltre, al termine “sacramento” si aggiunge anche quello di “strumento”, proprio per indicare che la Chiesa è un segno attivo. Infatti, quando Dio opera nella storia coinvolge nella sua attività le persone che sono destinatarie della sua azione. È mediante la Chiesa che Dio raggiunge l’obiettivo di unire a sé le persone e di riunirle tra di loro.

L’unione con Dio trova il suo riflesso nell’unione delle persone umane. È questa l’esperienza di salvezza. Non a caso nella Costituzione Lumen gentium al capitolo VII, dedicato all’indole escatologica della Chiesa pellegrinante, al n. 48, si utilizza di nuovo la descrizione della Chiesa come sacramento, con la specificazione “di salvezza”: «E invero il Cristo – dice il Concilio –, quando fu levato in alto da terra, attirò tutti a sé (cfr Gv 12,32 gr.); risorgendo dai morti (cfr Rm 6,9) immise negli apostoli il suo Spirito vivificatore, e per mezzo di Lui costituì il suo corpo, che è la Chiesa, quale sacramento universale della salvezza; assiso alla destra del Padre, opera continuamente nel mondo per condurre gli uomini alla Chiesa e, attraverso di essa, congiungerli più strettamente a sé e renderli partecipi della sua vita gloriosa col nutrimento del proprio corpo e del proprio sangue».

Questo testo permette di capire il rapporto tra l’azione unificatrice della Pasqua di Gesù, che è mistero di passione, morte e risurrezione, e l’identità della Chiesa. Nel contempo esso ci rende grati di appartenere alla Chiesa, corpo di Cristo risorto e unico popolo di Dio pellegrinante nella storia, che vive come presenza santificatrice in mezzo a un’umanità ancora frantumata, quale segno efficace di unità e riconciliazione tra i popoli.

_________________________

Saluti

...

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ...

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. All’inizio della Quaresima vi esorto a vivere con intenso spirito di preghiera questo tempo liturgico per giungere, interiormente rinnovati, alla celebrazione del grande mistero della Pasqua di Cristo, rivelazione suprema dell’amore misericordioso di Dio.

A tutti la mia benedizione!


Guarda il video integrale




mercoledì 18 febbraio 2026

Ibrahim Faltas: Ancora senza pace

 Ibrahim Faltas

In Terra Santa la guerra non è finita, nonostante la tregua.
Il grido di dolore della popolazione martoriata che chiede salvezza

Ancora senza pace


Una bambina piange disperata, il suo volto tocca la terra bagnata anche dalle sue lacrime, sembra abbracciare il luogo di sepoltura di suo padre per ricevere il calore di chi le è stato rubato e che non può più riabbracciare. Il padre di questa bambina sperava di poter essere ancora un sostegno per la sua famiglia ed è morto, ucciso durante la tregua che poteva portare alla fine di una tragedia. È ancora questa l’immagine di Gaza, questo è quello che ancora succede a Gaza.

La speranza non ha abbandonato chi sopravvive da due anni e mezzo alla follia della violenza: tutti abbiamo creduto ad un progetto di pace vero e possibile. La guerra, perché ci ostiniamo a chiamarla guerra, non è finita in Terra Santa. Non sono finiti i bombardamenti, non è arrivato il cibo, non sono stati distribuiti farmaci vitali, non sono state allestite tende, non è stato possibile salvare vite per la mancanza di ospedali e di operatori sanitari. La tregua annunciata non ha portato ai risultati desiderati sulla strada della pace: da ottobre sono diminuiti i morti e sono aumentate le ferite dei corpi e delle anime di chi soffre a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme. L’impegno preso dalla comunità internazionale più di quattro mesi fa non ha prodotto azioni risolutive di pace.

Chi vuole la pace, chi rispetta la vita agisce per raggiungere più velocemente chi non ha più nulla e opera per dare sollievo, aiuto e salvezza a chi ha perso la speranza della pace. Mentre si organizzano consigli di amministrazione e si raccolgono adesioni a strumenti commerciali, la gente continua a morire a Gaza. Mentre si studia come smaltire l’enorme quantità di macerie che hanno seppellito corpi, storie, ricordi, vengono colpiti i familiari che scavano a mani nude quel che resta delle loro case per cercare i corpi dei loro cari.

In Cisgiordania e a Gerusalemme si cerca di sopravvivere a tante limitazioni e difficoltà, si tenta di proteggere e di tutelare i propri luoghi di origine appartenuti a generazioni da tempo immemorabile mentre proprietari nuovi e sconosciuti si appropriano di quelle case e di quei terreni grazie a documenti freschi di stampa e a leggi appena emanate che non rispettano la vita e la storia di un popolo.

Chi vuole la pace, non può accettare che un bambino, a cui è già stata negata la serenità dell’infanzia e che ha necessità di aiuto e di protezione, debba seppellire chi gli ha donato la vita. La verità della pace non può essere sepolta con quel padre amato e con i tanti morti innocenti di Gaza. La speranza della pace non può essere sepolta da chi provoca ingiustizie e discriminazioni in Terra Santa. La complicità dell’indifferenza e del silenzio non devono seppellire la verità e la giustizia.

«Domandate pace per Gerusalemme» non è solo un invito del salmo a pregare per la pace in Terra Santa, è la richiesta di pace per una terra martoriata che continua a soffrire e non ha più voce per chiedere pace.

Chiedere pace per la Terra Santa è rispetto per la dignità della vita e riguarda ogni essere umano in ogni angolo del mondo. Sarà pace nel mondo quando le lacrime di un bambino non bagneranno la terra che nasconde il corpo di un padre, sarà pace nel mondo quando ogni bambino, come quella bambina che piange disperata, avrà il calore di una casa, di cibo, di cure e avrà un sorriso per ricordare l’amore e l’abbraccio di suo padre, morto durante la tregua che ancora non ha dato pace a Gaza.
(fonte: L'Osservatore Romano 17 febbraio 2026)


Enzo Bianchi - Ritorniamo alla radice delle cose

Enzo Bianchi
Ritorniamo alla radice delle cose

La Quaresima ci porti a riflettere sul limite e la morte per tornare a ciò che è essenziale


Famiglia Cristiana - 15 Febbraio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

La Quaresima è il tempo che il Signore ci concede per un ritorno a lui, una conversione. Sappiamo che la Quaresima è un tempo in cui soprattutto preghiera, digiuno e condivisione dei beni (cf. Mt 6,1-6.16-18) devono occupare ciascuno di noi e la comunità cristiana nel suo insieme. Ma io credo che ci sia una cosa che sta prima ancora di ogni forma di penitenza, di ascesi o di disciplina e che la spiritualità medioevale aveva capito bene, prevedendo per il giorno delle Ceneri la frase: “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”.

È il tema della memoria della morte che per noi cristiani dovrebbe essere non un motivo di ripiegamento su noi stessi, non un motivo per assumere una spiritualità di mortificazione, ma semplicemente dovrebbe essere l’accettazione del limite radicale, il limite che è inscritto in ciascuna delle nostre vite: la fine della vita, la morte. Noi viviamo all’interno di una cultura che la rimuove, in cui dunque è scomparso il senso del limite, il senso della finitezza. Non credo neanche che pensiamo di essere eterni; siamo soltanto superficiali a non prendere in considerazione il limite della morte che ci abita, questo limite della morte che si esplicita in tante contraddizioni che cerchiamo di rimuovere, di non vedere, di non accettare, di non attraversare.

Allora se in questa Quaresima imparassimo semplicemente ad accettare che la vita è dura per tutti e che ognuno di noi non può stornare la prova, la sofferenza – psichica, fisica, o quella sociale che ci viene dallo stare in mezzo agli altri –, ma che ci è chiesto di accettarla come condizione umana, questo significherebbe fare il grande passo per entrare nella dinamica pasquale. Non moltiplichiamo discipline, penitenze, osservanze: andiamo alla radice.
(fonte: Blog dell'autore)

martedì 17 febbraio 2026

Appello: Cristiani per l’Europa. La forza della speranza

Appello
Cristiani per l’Europa. La forza della speranza



“È bello diventare pellegrini di speranza. Ed è bello continuare ad esserlo, insieme!”. Questo è l’invito che Papa Leone XIV, a conclusione del Giubileo della Speranza, ha rivolto a tutte le nostre Chiese affinché il tempo che si apre sia “l’inizio della speranza”. Come presidenti di Conferenze Episcopali Europee, sentiamo la responsabilità di accogliere l’invito del Papa e di condividerlo. Viviamo in un mondo lacerato e polarizzato da guerre e violenza. Molti nostri concittadini sono angosciati e disorientati. L’ordine internazionale è minacciato. In questa situazione, l’Europa deve riscoprire la sua anima per poter offrire al mondo intero il suo indispensabile apporto al “bene comune”. Potremo farlo riflettendo su ciò che ha contribuito a fondare l’Europa. Dal punto di vista storico, dopo le civiltà ellenistica e romana, il cristianesimo è stato uno dei fondamenti essenziali del nostro continente. Ha plasmato in larga misura il volto di un’Europa umanista, solidale e aperta al mondo.
Oggi viviamo in un’Europa pluralistica, caratterizzata da diversità linguistiche, differenze culturali regionali e numerose tradizioni religiose e spirituali. Sebbene i cristiani siano meno numerosi, ciò non impedisce loro di tornare, con coraggio e perseveranza, al fondamento della loro speranza.
All’indomani di una guerra devastante, con lo sterminio di milioni di persone per ragioni razziali, religiose e identitarie, l’urgenza di costruire un mondo nuovo si è imposta come un’evidenza. Molti laici cattolici hanno concepito, con determinazione, l’Europa come una casa comune e si sono impegnati a sviluppare un nuovo quadro internazionale, in particolare attraverso la creazione delle Nazioni Unite. L’obiettivo era la realizzazione di una società riconciliata, concepita come punto di convergenza e garanzia del rispetto reciproco delle specificità, un baluardo di libertà, uguaglianza e pace.
Nella Dichiarazione che portò alla creazione della CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, primo passo verso l’Unione Europea, i redattori affermavano con saggezza: “Il contributo organizzato e vitale che un’Europa può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. L’Europa non si farà in un colpo solo, né attraverso una costruzione d’insieme; essa si farà attraverso realizzazioni concrete, creanti anzitutto una solidarietà di fatto”. I padri fondatori dell’Europa, Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, ispirati dalla loro fede cristiana, non erano ingenui sognatori, ma gli architetti di un edificio magnifico, seppur fragile. “Poiché amavano Cristo, amavano anche l’umanità e si impegnarono per unirla”, come ha più volte sottolineato San Giovanni Paolo II, ricordando il ruolo dei cristiani nella costruzione dell’Europa.
Konrad Adenauer, il 25 marzo 1957, nel suo discorso in occasione dei Trattati istitutivi della CEE e della CEEA, dichiarò: “Fino a poco tempo fa, molti erano coloro che consideravano irrealizzabile l’accordo che oggi consacriamo ufficialmente (…). Sappiamo quanto sia grave la nostra situazione, che può trovare una soluzione soltanto con l’unificazione dell’Europa; sappiamo anche che i nostri progetti non sono egoistici, ma mirano a promuovere il benessere del mondo intero. La Comunità europea persegue esclusivamente fini pacifici e non è diretta contro nessuno (…). Il nostro obiettivo è collaborare con tutti per promuovere il progresso nella pace”.
La tragedia omicida della Seconda Guerra Mondiale mise in guardia la generazione fondatrice dell’Europa dalla tentazione dei regimi totalitari che si nutrono del nazionalismo per perseguire obiettivi egemonici, il cui esito non può essere che la guerra. “Il nazionalismo esacerbato è una forma di idolatria: colloca la nazione al posto di Dio e contro l’umanità”, affermava Alcide De Gasperi, sottolineando che “L’Europa unita non è nata contro le patrie, ma contro i nazionalismi che le hanno distrutte”.
L’Europa non può essere ridotta a un mercato economico e finanziario, pena il tradimento della visione iniziale dei suoi padri fondatori. Nel rispetto dello stato di diritto e rifiutando le logiche esclusiviste dell’isolazionismo e della violenza, opterà per la risoluzione sovranazionale dei conflitti, scegliendo meccanismi e alleanze adeguati. Dovrà essere sempre pronta a riprendere il dialogo, anche in casi di conflitto, e adoperarsi per la riconciliazione e la pace. L’Europa è chiamata a ricercare alleanze che gettino le basi per un’autentica solidarietà tra i popoli.
Nonostante i numerosi movimenti euroscettici in diversi Paesi del Continente, gli europei si sono riavvicinati gli uni agli altri, soprattutto dopo l’inizio della guerra in Ucraina. Un quadro internazionale sta morendo e uno nuovo deve ancora nascere. Papa Francesco, consapevole che ci troviamo in un periodo di cambiamento epocale, lo ha definito così: “Nel secolo scorso, essa ha testimoniato all’umanità che un nuovo inizio era possibile: dopo anni di tragici scontri, culminati nella guerra più terribile che si ricordi, è sorta, con la grazia di Dio, una novità senza precedenti nella storia. Le ceneri delle macerie non poterono estinguere la speranza e la ricerca dell’altro, che arsero nel cuore dei Padri fondatori del progetto europeo. Essi gettarono le fondamenta di un baluardo di pace, di un edificio costruito da Stati che non si sono uniti per imposizione, ma per la libera scelta del bene comune, rinunciando per sempre a fronteggiarsi. L’Europa, dopo tante divisioni, ritrovò finalmente sé stessa e iniziò a edificare la sua casa. (…) Alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa. Il suo compito coincide con la sua missione: l’annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell’andare incontro alle ferite dell’uomo, portando la presenza forte e semplice di Gesù, la sua misericordia consolante e incoraggiante” (Discorso in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, 6 maggio 2016).
Il mondo ha bisogno dell’Europa. È questa l’urgenza che i cristiani devono far propria per potersi poi impegnare con decisione, ovunque si trovino, per il suo futuro con la stessa viva consapevolezza dei padri fondatori. “Vissuta come impegno disinteressato al servizio della città, al servizio dell’uomo, la politica può diventare un impegno d’amore verso il proprio simile”, spiegava Robert Schuman. In nome della loro fede, i cristiani sono chiamati a condividere con tutti gli abitanti del continente europeo la loro speranza di una fraternità universale.

Card. Jean-Marc Aveline
Arcivescovo di Marsiglia
Presidente della Conferenza Episcopale Francese 

Card. Matteo Maria Zuppi
Arcivescovo di Bologna
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

Mons. Georg Bätzing
Vescovo di Limburgo
Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca

Mons. Tadeusz Wojda
Arcivescovo di Danzica
Presidente della Conferenza Episcopale Polacca

(fonte: CEI 13/02/2026)