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mercoledì 11 febbraio 2026

Caso Epstein: "Will take down Francis / Butteremo giù Francesco" - Oltre la superficie dello scandalo - Don Mattia Ferrari: Papa Francesco emerge ancora una volta come un gigante della storia ...


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"Butteremo giù Francesco". 
I messaggi fra Epstein e Bannon, l'attenzione ossessiva per il Vaticano

"Butteremo giù Francesco", "Will take down Francis". Lo scambio di messaggi tra Steve Bannon, ex strategist di Donald Trump, e il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, sembra portare alla luce l'ambizione di far cadere Papa Francesco. I testi sono compresi negli Epstein files desecretati dal Dipartimento di Giustizia americano e documentano l'intenzione di usare come arma i dossier su omosessualità e pedofilia. L’intenzione di Bannon è documentata nel giugno 2019, quindi poche settimane prima dell’arresto di Epstein (6 luglio 2019) e dimostra anche che Bannon era rimasto in stretto contatto con Epstein sino alla fine (morirà in carcere a Manhattan il 10 agosto 2019).

A che cosa si riferisse Bannon viene indicato dalla sigla “Itcv“ riportata nelle mail inviate a Epstein, il quale chiede di che si tratta. L’esponente del movimento Maga risponde: "In the closet of the Vatican", titolo del libro pubblicato quello stesso febbraio dal sociologo e storico francese Frédéric Martel sull’omosessualità e sull’ipocrisia degli alti ranghi vaticani. Epstein risponde con un secco "Porn". Gli attacchi contro Francesco erano partiti nell’estate del 2018, con la campagna dell’ex nunzio apostolico negli Usa, Carlo Maria Viganò, in relazione allo scandalo del cardinale Theodore McCarrik, che venne spretato dal Papa (primo caso nella storia) il 16 febbraio 2019. L'obiettivo della presunta "cospirazione" non è stato raggiunto nè allora nè dopo, quando nei giorni dell’assalto a Capitol Hill (6 gennaio 2021) Viganò veniva intervistato a lungo da Bannon e il vescovo, che sarebbe stato scomunicato da Francesco (giugno 2024), benediva “i figli della luce”.

Nelle mail depositate emerge l'ossessione di Epstein per la Chiesa cattolica, dalle conversazioni con Bannon emerge al contempo un odio profondo. Una amica di Epstein addirittura lo mette al corrente di aver fatto un’adorazione eucaristica in modo da “purificare la Chiesa“ (secondo lei inquinata da papa Francesco), evidentemente non sapendo bene con chi stesse parlando, visto quanto è poi emerso su abusi e riti che si consumavano sul Lolita Express e nella sua isola.

La documentazione pubblicata inoltre comincia a far emergere (ma sarà necessario uno studio approfondito dei tre milioni di files) che Jeffrey Epstein ha iniziato a finanziare enti di beneficenza cattolici attraverso la sua fondazione, ha inviato i suoi uomini agli eventi vaticani ed era molto interessato alla “politica estera“ della Santa Sede sulla immigrazione e contro l’espansione dei populismi nazionalisti, che invece vedevano in Bannon uno dei burattinai in Europa, come dimostrato da tutta un’altra serie di email con Epstein (nei file viene ad esempio documentato con il viaggio di Bannon in Italia quando il 7 settembre 2018 incontrò Salvini).

In un report dell’Fbi si descrive anche il ruolo di un hacker, descritto come “hacker personale" di Epstein, bravissimo, di origine italiana che aveva a disposizione una serie di passaporti tra cui uno vaticano. Epstein si interessò anche delle dimissioni di papa Benedetto XIV e del cambio di presidente dello Ior, che venne nei giorni precedenti il trasferimento di Joseph Ratzinger a Castel Gandolfo, aveva ottenuto informazioni dettagliate da un professore e giornalista omonimo anche lui di cognome Epstein le aveva inviato all’ex ministro del Tesoro americano Larry Summers sostenendo che la cosa più importante non erano le dimissioni di Ratzinger ma era lo Ior, perché attraverso la banca vaticana si potevano far transitare soldi senza controlli italiani e Ue. ”Questo status consente ai suoi clienti d'élite di eludere qualsiasi controllo nei loro trasferimenti di denaro”.
(fonte: Huffintonpost, articolo di Maria Antonietta Calabrò 06/02/2026)

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Caso Epstein, oltre la superficie dello scandalo

La maggior parte dei mass media è impegnata a ridurre il caso Epstein a scandalo sessuale. Tuttavia, chiunque abbia letto i files attraverso i social media ha chiaro di non trovarsi davanti a un sexgate, una pruderie da isola dei famosi. Epstein non è stato, come è stato commentato, l’impresario di un circo del sesso in un’America sessuofoba. Non vendeva solo corpi fragili, ma anche l’ingresso nell’impunità. ...

Quando leggi gli Epstein files fatichi a prendere sonno. ... 

In compagnia di vari personaggi come Steve Bannon, Epstein ha tramato contro ogni istituzione, Vaticano e Papa Francesco inclusi. Ha discusso di sostenere i leader della destra populista europea, come Matteo Salvini e Marine Le Pen. ...


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Don Mattia Ferrari:
Papa Francesco emerge come un gigante della storia 

In Italia se ne parla poco, ma quello che sta emergendo dal caso Epstein, oltre a una rete occulta potentissima, fatta di soldi, influenze, intrighi e crimini, é l’ossessione di questi potenti contro Papa Francesco, al punto tale che volevano rovesciarlo (“Butteremo giù Francesco”, “Will take down Francis”).

La denuncia di manovre occulte da parte di questi poteri occulti era già stata fatta anni fa da Nello Scavo, Padre Antonio Spadaro e il pastore Marcelo Figueroa.

Papa Francesco emerge ancora una volta come un gigante della storia, come uno che ha vissuto così radicalmente unito a Cristo da diventare bersaglio di potenti infastiditi dalla continuazione dell’opera di Gesù da parte della Chiesa. Nel mirino di questi poteri infatti in definitiva non c’era Francesco, ma il Vangelo e di fatto la Chiesa stessa, nella misura in cui continua l’opera di Gesù.

Oggi possiamo dire che quegli assalti non hanno funzionato. Papa Francesco é giunto in modo naturale alla conclusione del suo pontificato e dopo di lui come successore di Pietro é stato eletto Leone XIV, anch’egli profondamente unito a Gesù, che continua a guidare la Chiesa sulle strade del Vangelo. 

Si è confermata per l’ennesima volta la parola di Gesù: “Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam” (Mt 16,18).
(fonte: Bacheca facebook dell'autore 07/02/2026)

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Esempi di altre reazioni dal web

È stato una scossa dello Spirito. Papa Francesco non è stato solo un Papa del nostro tempo: è stato il Papa dentro il tempo, immerso fino in fondo nelle sue ferite, nelle sue paure, nelle sue speranze. La sua grandezza non si è mai misurata nei gesti solenni, ma nella capacità di rendere visibile il Vangelo nella vita concreta, quotidiana, spesso faticosa dell’umanità. Ha ricordato con forza che la fede non è un rifugio per i perfetti, ma una casa aperta per i fragili. Ha riportato al centro la misericordia come volto autentico di Dio, insegnando che nessuna ferita è troppo profonda per essere toccata dall’amore, nessuna vita è troppo smarrita per essere cercata.
Ha indicato una Chiesa che non giudica dall’alto, ma si china, che non si difende, ma serve, che non parla solo di Dio, ma lo fa incontrare attraverso la compassione, la giustizia, la pace. Con parole semplici ha smascherato l’ipocrisia, il clericalismo, l’indifferenza; con gesti silenziosi ha mostrato cosa significa davvero seguire Cristo.

Per noi, Papa Francesco è stato una voce paterna e profetica insieme. Ci ha insegnato che la debolezza non è una colpa, ma un luogo d’incontro con Dio; che la speranza non è ottimismo ingenuo, ma fiducia ostinata; che la fede autentica passa dal prendersi cura dell’altro, soprattutto di chi non ha voce.

Il suo magistero è stato fatto di abbracci più che di discorsi, di lacrime condivise, di preghiere sussurrate, di scelte coraggiose. Ha parlato ai credenti e a chi crede poco o non crede affatto, perché il suo linguaggio era quello universale dell’amore e della dignità umana.

Anche quando il corpo si è fatto fragile, la sua testimonianza è diventata ancora più luminosa: un Vangelo vissuto fino in fondo, senza maschere, affidato totalmente a Dio.
La sua eredità resta viva: ci invita a non avere paura di amare, a non stancarci di sperare, a credere che la Chiesa può essere davvero segno di luce nel buio del mondo.
Papa Francesco continua a parlarci così: con il silenzio che prega, con la vita che insegna, con l’amore che resta.

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Ha guidato la Chiesa attraversando tempeste che pochi avrebbero avuto il coraggio di affrontare. E lo ha fatto portando non solo il peso del mondo, ma anche quello del proprio corpo, segnato dalla fragilità.
Papa Francesco ha conosciuto il limite sulla propria pelle. Il dolore fisico, la fatica dei movimenti, la malattia che rallenta, le cure, le rinunce quotidiane. Ogni gesto costava di più. Ogni parola nasceva spesso dalla sofferenza. Eppure non ha smesso di esserci. Non ha smesso di parlare. Non ha smesso di amare.
Mentre il corpo chiedeva riposo, il cuore continuava a uscire incontro agli altri. Ha mostrato una Chiesa che non si vergogna della debolezza, perché proprio lì Dio si fa vicino. Una Chiesa che non nasconde le ferite, ma le trasforma in luogo di incontro. La sua vita è diventata una predica silenziosa: si può guidare anche quando si è stanchi, si può testimoniare anche quando si è fragili.

Non ha mai cercato di apparire forte a tutti i costi. Ha scelto la verità del limite, insegnando che la dignità non si misura dall’efficienza, ma dalla fedeltà. Anche quando il passo era incerto, lo sguardo restava fermo sull’essenziale: l’uomo, soprattutto quello ferito, dimenticato, scartato.
Così ha guidato la Chiesa: con il corpo che cedeva e l’anima che restava in piedi. Con la consapevolezza che la forza del Vangelo non sta nel non cadere mai, ma nel continuare a rialzarsi.
E il suo cammino continua a dirci che la fragilità, vissuta con amore, può diventare una delle forme più alte di testimonianza.


"La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro" MESSAGGIO DI LEONE XIV PER LA XXXIV GIORNATA MONDIALE DEL MALATO



MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
PER LA XXXIV GIORNATA MONDIALE DEL MALATO
11 febbraio 2026

La compassione del samaritano:
amare portando il dolore dell’altro


Cari fratelli e sorelle!

La XXXIV Giornata Mondiale del Malato sarà celebrata solennemente a Chiclayo, in Perù, l’11 febbraio 2026. Per questa circostanza ho voluto riproporre l’immagine del buon samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come sono i malati.

Tutti abbiamo ascoltato e letto questo commovente testo di San Luca (cfr Lc 10,25-37). A un dottore della legge che gli chiede chi sia il prossimo da amare, Gesù risponde raccontando una storia: un uomo che viaggiava da Gerusalemme a Gerico fu aggredito dai ladri e lasciato mezzo morto; un sacerdote e un levita passarono oltre, ma un samaritano ebbe compassione di lui, gli fasciò le ferite, lo portò in una locanda e pagò perché fosse curato. Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’Enciclica Fratelli tutti, del mio amato predecessore Papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore.

1. Il dono dell’incontro: la gioia di dare vicinanza e presenza

Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano. La parabola racconta che il samaritano, vedendo il ferito, non è “passato oltre”, ma ha avuto per lui uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo ha portato a una vicinanza umana e solidale. Il samaritano «si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato […] il proprio tempo». [1] Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini. [2] A questo proposito, possiamo affermare con Sant’Agostino che il Signore non ha voluto insegnare chi fosse il prossimo di quell’uomo, ma a chi lui doveva farsi prossimo. Infatti nessuno è prossimo di un altro finché non gli si avvicina volontariamente. Perciò si è fatto prossimo colui che ha avuto misericordia. [3]

L’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita. Non si tratta di semplici gesti di filantropia, ma di segni nei quali si può percepire che la partecipazione personale alle sofferenze dell’altro implica il donare se stessi, significa andare oltre il soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a far sì che la nostra persona sia parte del dono. [4] Questa carità si nutre necessariamente dell’incontro con Cristo, che per amore si è donato per noi. San Francesco lo spiegava molto bene quando, parlando del suo incontro con i lebbrosi, diceva: «Il Signore stesso mi condusse tra loro», [5] perché attraverso di loro aveva scoperto la dolce gioia di amare.

Il dono dell’incontro nasce dal legame con Gesù Cristo, che identifichiamo come il buon samaritano che ci ha portato la salute eterna e che rendiamo presente quando ci chiniamo davanti al fratello ferito. Sant’Ambrogio diceva: «Poiché dunque nessuno ci è più prossimo di colui che ha guarito le nostre ferite, amiamolo come Signore, e amiamolo anche come prossimo: niente infatti è così prossimo come il capo alle membra. Amiamo anche colui che è imitatore di Cristo: amiamo colui che soffre per la povertà altrui, a motivo dell’unità del corpo». [6] Essere uno nell’Uno, nella vicinanza, nella presenza, nell’amore ricevuto e condiviso, e godere, come San Francesco, della dolcezza di averlo incontrato.

2. La missione condivisa nella cura dei malati

San Luca prosegue dicendo che il samaritano “sentì compassione”. Avere compassione implica un’emozione profonda, che spinge all’azione. È un sentimento che sgorga da dentro e porta all’impegno verso la sofferenza altrui. In questa parabola, la compassione è il tratto distintivo dell’amore attivo. Non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti: il samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura. Ma attenzione, non lo fa da solo, individualmente, «il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità». [7] Io stesso ho constatato, nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perù, come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale. In questo modo, nell’Esortazione apostolica Dilexi te non solo ho fatto riferimento alla cura dei malati come a una «parte importante» della missione della Chiesa, ma come a un’autentica «azione ecclesiale» (n. 49). In essa citavo San Cipriano per mostrare come in quella dimensione possiamo verificare la salute della nostra società: «Questa epidemia, questa peste, che sembra orribile e funesta, mette alla prova la giustizia di ognuno, ed esamina i sentimenti del genere umano: se i sani servano i malati, se i parenti amino con rispetto i loro congiunti, se i padroni abbiano compassione dei servi che stanno male, se i medici non abbandonino i malati che chiedono aiuto». [8]

Essere uno nell’Uno significa sentirci veramente membra di un corpo in cui portiamo, secondo la nostra vocazione, la compassione del Signore per la sofferenza di tutti gli uomini. [9] Inoltre, il dolore che ci commuove non è un dolore estraneo, è il dolore di un membro del nostro stesso corpo del quale il nostro Capo ci comanda di prenderci cura per il bene di tutti. In questo senso si identifica con il dolore di Cristo e, offerto cristianamente, affretta il compimento della preghiera del Salvatore stesso per l’unità di tutti. [10]

3. Spinti sempre dall’amore per Dio, per incontrarci con noi stessi e con il fratello

Nel duplice comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» ( Lc 10,27), possiamo riconoscere il primato dell’amore per Dio e la sua diretta conseguenza sul modo di amare e di relazionarsi dell’uomo in tutte le sue dimensioni. «L’amore per il prossimo rappresenta la prova tangibile dell’autenticità dell’amore per Dio, come attesta l’apostolo Giovanni: “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. […] Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” ( 1Gv 4,12.16)». [11] Sebbene l’oggetto di tale amore sia diverso: Dio, il prossimo e se stessi, e in tal senso possiamo intenderli come amori distinti, essi sono sempre inseparabili. [12] Il primato dell’amore divino implica che l’azione dell’uomo sia compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo è amare Dio nei fatti. [13]

Questa dimensione ci permette anche di rilevare ciò che significa amare se stessi. Significa allontanare da noi l’interesse di fondare la nostra autostima o il senso della nostra dignità su stereotipi di successo, carriera, posizione o discendenza [14] e recuperare la nostra collocazione davanti a Dio e al fratello. Benedetto XVI diceva che «la creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio». [15]

Cari fratelli e sorelle, «il vero rimedio alle ferite dell’umanità è uno stile di vita basato sull’amore fraterno, che ha la sua radice nell’amore di Dio». [16] Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, “samaritana”, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti.

Eleviamo la nostra preghiera alla Beata Vergine Maria, Salute dei malati; chiediamo il suo aiuto per tutti coloro che soffrono, che hanno bisogno di compassione, ascolto e conforto, e supplichiamo la sua intercessione con questa antica preghiera, che veniva recitata in famiglia per coloro che vivono nella malattia e nel dolore:

Dolce Madre, non allontanarti,
non distogliere da me il tuo sguardo.
Vieni con me ovunque
e non lasciarmi mai solo.
Tu che sempre mi proteggi
come mia vera Madre,
fa’ che mi benedica il Padre,
il Figlio e lo Spirito Santo.

Imparto di cuore la mia benedizione apostolica a tutti i malati, ai loro familiari e a quanti li assistono, agli operatori sanitari, alle persone impegnate nella pastorale della salute e in modo speciale a coloro che partecipano a questa Giornata Mondiale del Malato.

Dal Vaticano, 13 gennaio 2026

LEONE PP. XIV


martedì 10 febbraio 2026

«Io invece non ti dimenticherò mai»


Il tema scelto da Papa Leone XIV per la VI Giornata mondiale dei nonni e degli anziani

«Io invece
non ti dimenticherò mai»


«Io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49, 15). Sottolinea come l’amore di Dio per ogni persona non venga mai meno neanche nella fragilità della vecchiaia, il tema scelto da Leone XIV per la VI Giornata mondiale dei Nonni e degli Anziani, che quest’anno si celebra domenica 26 luglio, nella festa dei santi Gioacchino ed Anna. Lo ha reso noto stamane un comunicato stampa del Dicastero per i Laici, la famiglia e la vita, in cui si specifica che le parole volute del Pontefice, tratte dal libro del profeta Isaia, si pongono come «un messaggio di consolazione e di speranza per tutti i nonni e gli anziani, specialmente per coloro che vivono nella solitudine o si sentono dimenticati»; allo stesso tempo, il versetto «è un richiamo per le famiglie e le comunità ecclesiali a non dimenticarli, riconoscendo in loro una presenza preziosa e una benedizione».

La Giornata, istituita da Papa Francesco nel 2021, si celebra ogni IV domenica di luglio e si presenta come «un’occasione per far giungere agli anziani la vicinanza della Chiesa e per valorizzare il loro contributo nelle famiglie e nelle comunità».

Quest’anno la data coincide con la festa dei nonni di Gesù, Gioacchino e Anna, e l’invito del Papa è a celebrare la ricorrenza con una liturgia eucaristica nella chiesa cattedrale di ogni diocesi. Il Dicastero promotore metterà a disposizione specifici strumenti pastorali per consentire a Chiese particolari, realtà associative e comunità ecclesiali di tutto il mondo di trovare le modalità più adatte per valorizzare l’evento nel proprio contesto locale.
(fonte: L'Osservatore Romano 10 febbraio 2026)




Antonio Spadaro: Diplomazia come trasfigurazione

Antonio Spadaro

Diplomazia
come trasfigurazione


«Non desiderare la sparizione delle nostre miserie, bensì la grazia che le trasfiguri». In L’ombra e la grazia, Simone Weil affida a questa frase una regola esigente: non cercare scorciatoie che cancellino il male ma imparare a sopportarlo fino a mutarne il senso. È una disciplina dello sguardo, prima ancora che un principio spirituale. E può diventare, sorprendentemente, una chiave per comprendere la diplomazia nel suo significato più profondo. La diplomazia non è mai stata soltanto l’arte del compromesso o la gestione elegante dei rapporti di forza. È, piuttosto, una pratica di trasformazione: un esercizio lento e spesso fuori dai riflettori attraverso il quale il conflitto non viene rimosso ma sottratto alla sua inerzia distruttiva e tradotto in linguaggio, gesto, forma.

Parlare di diplomazia come “trasfigurazione” significa riconoscere che essa opera secondo una logica analoga a quella della Trasfigurazione narrata nei Vangeli: un evento che non interrompe il cammino verso la croce, non elimina il conflitto né sospende la storia, ma per un istante ne rivela il senso. Sul monte non viene abolita la marcia verso Gerusalemme, né neutralizzata la violenza che incombe; ciò che cambia è la percezione di ciò che è in gioco. Allo stesso modo, nella pratica diplomatica, la trasfigurazione non coincide con la soluzione immediata delle crisi ma con la capacità di sottrarle alla loro deriva assolutizzante. In questo senso la grazia evocata da Simone Weil non è un elemento estraneo alla politica ma il nome di quella forza fragile che consente alle relazioni internazionali di non essere interamente governate dalla logica della forza, mantenendo aperto uno spazio di parola, di tempo e di responsabilità condivisa.

Nel lessico classico delle relazioni internazionali, la diplomazia appare come una tecnica: negoziare, mediare, contenere, dissuadere. Tuttavia, dietro questa superficie procedurale, si nasconde una dimensione più profonda: la capacità di cambiare il significato stesso di una relazione. Là dove domina l’immaginario del nemico, la diplomazia introduce la possibilità dell’interlocutore; dove tutto sembra ridursi a interessi contrapposti, apre uno spazio in cui può emergere una narrazione diversa, non immediatamente funzionale, ma umana. È, in termini weiliani, un modo di non vagheggiare la sparizione dei conflitti, ma desiderare la loro trasformazione.

In questo senso, la diplomazia lavora sul tempo. Non sul tempo accelerato delle decisioni istantanee, né su quello spettacolare delle dichiarazioni pubbliche, ma su un tempo che potremmo definire “intermedio”. La trasfigurazione non avviene per rottura improvvisa, ma per spostamento progressivo. La grazia non cancella la miseria ma la attraversa.

Questa dimensione è evidente se si osserva la diplomazia non come semplice strumento del potere, ma come pratica simbolica. Ogni incontro diplomatico mette in scena un rituale: luoghi neutri, formule misurate, linguaggi calibrati. Nulla è casuale. In questi rituali si tenta di contenere l’eccesso della violenza e di offrirle una forma. La forma, qui, non è ornamento, ovviamente: è ciò che impedisce al conflitto di tracimare, senza pretendere di negarne l’esistenza.

Anche quando si intende la diplomazia in modo disincantato — col realismo strategico che pensa a un equilibrio instabile tra interessi nazionali — affiora implicitamente l’idea che essa serva a trasformare la forza in ordine, la minaccia in sistema, la paura in calcolo. La trasfigurazione, in questo caso, non è morale ma strutturale: la violenza non scompare, ma cambia statuto. Non viene espulsa dalla storia, viene resa abitabile.

Nel tessuto geopolitico odierno, segnato da guerre prolungate, tensioni regionali e un rinnovato ricorso alla logica della forza, questa visione è una risposta alla crisi della politica stessa. Mentre gli organi multilaterali si affaticano nel fronteggiare conflitti che sembrano allargarsi come crepe sotterranee, la diplomazia viene richiamata alla sua forma più autentica: quella che non antepone posizioni di potere alla dignità delle persone e non rifiuta l’esistenza dell’altro come interlocutore.

Proprio la fragilità di un ordine internazionale scosso dall’uso ricorrente della violenza mette in evidenza l’urgenza di una diplomazia che non sogna l’impossibile sparizione di tutte le miserie del mondo ma tenta di trasfigurarle.

La diplomazia non è mera tattica ma — come più volte ha affermato Papa Francesco — un esercizio di misericordia applicato alla politica internazionale; una diplomazia della misericordia che pretende di mantenere aperta la porta della parola anche quando la polarizzazione sembra renderla impossibile. È una pratica che assume il conflitto come dato reale, senza assolutizzarlo.

Questo approccio ha una natura “profetica”, che non mira a imporre una visione univoca, bensì a sviluppare visioni originali e creative in grado di generare processi nuovi e sostenibili. Le crisi contemporanee, dalla guerra in Ucraina ai conflitti in Medio Oriente, passando per tensioni latenti in Africa, Asia e oltre, non sono soltanto dispute territoriali o gare di potere: sono ferite profonde nella trama della convivenza umana. In tali scenari, la diplomazia non si limita a “risolvere” il conflitto ma cerca di trasformarlo, decifrando le ragioni profonde del dissidio e facendo spazio alla dignità dell’altro.

Questa visione si radica anche nella convinzione che il conflitto non debba essere negato o represso ma riconosciuto e trasceso. Accettare le tensioni come elemento costitutivo della storia umana senza lasciarsi imprigionare da esse significa, ancora una volta, rinunciare all’illusione della sparizione e affidarsi a un lavoro più lento, più fragile, più esigente.

In un’epoca dominata dalla retorica della rapidità e dalle risposte immediate, dove spesso l’opinione pubblica e i governi misurano la “forza” politica nella capacità di imporre condizioni, la diplomazia come trasfigurazione invita alla lentezza, alla cura e alla visione ampia.

Così concepita, la diplomazia non è un semplice strumento di ordine internazionale ma un laboratorio di senso. Richiede la capacità di ascoltare, di sostenere il peso delle differenze, di mantenere la conversazione aperta anche quando è faticosa. In un mondo segnato da tensioni multiple e da una persistente fragilità delle istituzioni globali, questa forma di diplomazia offre non una scorciatoia ma una via possibile per trasformare la logica della contrapposizione in un dialogo continuo e creativo. È qui, in questa tensione trasformativa, che la diplomazia come trasfigurazione diventa necessaria per il futuro della convivenza umana, una chiave interpretativa concreta per leggere alcuni dei conflitti più laceranti del nostro tempo. Indica un metodo: trasformare il modo stesso in cui il conflitto viene abitato e narrato.

Il caso venezuelano lo mostra con particolare chiarezza. Per anni, il Paese è stato schiacciato tra sanzioni, isolamento, retoriche contrapposte e un progressivo impoverimento della popolazione. In questo contesto, l’azione diplomatica della Santa Sede non si è configurata come arbitrato tecnico né come legittimazione politica, ma come una presenza costante, anche quando il dialogo sembrava esaurirsi. Interrompere ogni canale avrebbe significato consegnare definitivamente la società alla polarizzazione. Qui la diplomazia non trasfigura il conflitto risolvendolo ma impedendo che diventi totale: mantiene un margine di parola, una soglia minima di fiducia, una possibilità di futuro che non coincide con il presente.

Nella tragedia palestinese, la diplomazia come trasfigurazione assume un carattere ancora più radicale perché tocca l’intreccio delicato tra religione, territorio e identità. Il rischio costante è la sacralizzazione del conflitto: Dio trasformato in giustificazione, la fede ridotta a bandiera. La diplomazia deve collocarsi in controtendenza, rifiutando gerarchie di dolore, insistendo sul volto concreto delle vittime e ricorrendo a gesti simbolici che restituiscano alla religione la sua funzione più autentica: disinnescare l’assolutizzazione dell’identità. Non risolvere la disputa territoriale ma impedire che diventi una guerra metafisica.

Nella guerra in Ucraina la tentazione è duplice: ridurre tutto a una logica militare o invocare una pace astratta che eluda la giustizia. La postura adeguata è quella del non-allineamento etico: non equidistanza ma rifiuto di una narrazione che renda impossibile il futuro. Questa diplomazia non chiede di dimenticare l’aggressione ma di non trasformare la guerra in destino, tenendo insieme ciò che la politica tende a separare: verità e dialogo, denuncia e ascolto.

Quando la politica perde immaginazione e la guerra diventa linguaggio ordinario, la diplomazia non promette di fermare il cammino della storia né di cancellarne le ferite; offre però abbastanza luce perché quel cammino non venga scambiato per un destino cieco. È in questa capacità di attraversare il conflitto senza assolutizzarlo che la diplomazia, come spazio di metamorfosi del senso, rimane uno degli ultimi luoghi in cui il futuro può ancora essere pensato come responsabilità condivisa.
(fonte: L'Osservatore Romano 22/01/2026)

Addio ad Antonino Zichichi, lo scienziato che riconosceva Dio nell’armonia dell’universo

Addio ad Antonino Zichichi,
lo scienziato che riconosceva Dio nell’armonia dell’universo

Fisico delle particelle di fama mondiale e grande divulgatore nonché collaboratore di Famiglia Cristiana, Zichichi, morto oggi all’età di 96 anni, ha sempre sostenuto che la scienza non allontana da Dio ma conduce allo stupore davanti a una logica profonda iscritta nel cosmo. Una vita spesa tra ricerca, fede e dialogo, senza mai separare le leggi della natura dalla domanda sul Creatore.

Il fisico Antonino Zichichi si è spento lunedì 9 febbraio all'età di 96 anni ANSA

È morto oggi all’età di 96 anni Antonino Zichichi, fisico di fama mondiale e grande divulgatore scientifico. Dal 2001 al 2006 fu anche nostro collaboratore e teneva la rubrica “Il mondo della scienza”. Con lui scompare una delle figure più originali del panorama culturale italiano ed europeo: uno scienziato capace di muoversi ai massimi livelli della ricerca internazionale senza mai rinunciare a un dialogo aperto con la fede, la spiritualità e le grandi domande di senso.

Esperto di fisica subnucleare, professore emerito di Fisica Superiore all’Università di Bologna, Zichichi ha dedicato la sua vita non solo allo studio delle leggi fondamentali della materia, ma anche alla diffusione della cultura scientifica, convinto che conoscenza e responsabilità morale dovessero procedere insieme.

Una vita nella scienza

La rubrica "Il mondo della scienza" tenuta da
Antonino Zichichi su Famiglia Cristiana
Dopo la formazione universitaria, Zichichi si impose presto come uno dei protagonisti della fisica delle alte energie. Lavorò nei principali centri di ricerca internazionali, tra cui il CERN di Ginevra, dove guidò gruppi sperimentali di primissimo piano. Nel 1965 il suo team osservò per la prima volta l’antideutone, un risultato fondamentale nello studio dell’antimateria. Fu presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e della European Physical Society, contribuendo a rafforzare il ruolo dell’Europa nella ricerca scientifica mondiale. Al tempo stesso seppe mantenere uno sguardo attento alle ricadute etiche e sociali del progresso tecnologico, in particolare sui temi dell’energia, della pace e delle emergenze planetarie.

Nel 1963 fondò a Erice il Centro di Cultura Scientifica “Ettore Majorana”, che sotto la sua direzione è diventato un luogo di incontro tra scienziati, premi Nobel, giovani ricercatori e studiosi di ogni parte del mondo. Un laboratorio non solo di ricerca, ma anche di dialogo tra saperi, culture e visioni del mondo.

Scienza e fede, senza contrapposizioni

Zichichi non ha mai nascosto la propria fede cattolica, anzi l’ha considerata parte integrante della sua ricerca. Nei suoi libri – tra cui L’Infinito, L’irresistibile fascino del Tempo, Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo e Tra Fede e Scienza – ha sostenuto che la scienza, lungi dal negare Dio, può aiutare a riconoscere una logica profonda nell’universo. «La scienza dà a tutti una grande dignità intellettuale», amava ripetere, «ed è lo strumento che ci fa capire di essere fatti a immagine e somiglianza del Creatore». Una posizione che gli è valsa critiche e incomprensioni in parte della comunità scientifica, ma anche grande attenzione e affetto da parte del mondo cattolico e di chi cercava un dialogo non ideologico tra ragione e fede.

Antonino Zichichi riceve la Bibbia dalle mani di papa Francesco
 durante la celebrazione
 nella Basilica di San Pietro il 26 gennaio 2020




Il divulgatore, il volto televisivo

Zichichi è stato anche un divulgatore straordinario. Il grande pubblico lo ricorda per le sue apparizioni televisive, per quello sguardo intenso e gli occhi spalancati che sembravano voler andare oltre lo schermo, e per la capacità di spiegare concetti complessi con immagini semplici e parabole efficaci.

Negli ultimi anni, fedele alla sua missione di comunicatore, aveva scelto persino i social network: lo scorso anno era approdato su Instagram, dove parlava di scienza e spiritualità con parole pacate e profonde: «Auguro a tutti voi seguaci del sapere scientifico e della spiritualità — scriveva — un periodo di riflessione e gratitudine. E che ci ispiri a esplorare la meraviglia dell’universo con mente aperta e cuore grato».

Gli affetti, il dolore, la memoria

Alla fine del 2024 era morta Maria Ludovica, la compagna di una vita. Anche lei scienziata di grande valore, ricercatrice negli Stati Uniti e a Ginevra nel campo della biologia molecolare, figlia del fisico Gilberto Bernardini, protagonista della rinascita della fisica italiana ed europea nel dopoguerra.

Dopo la nascita del terzo figlio, nel 1962, Maria Ludovica aveva lasciato la ricerca. A tavola, come ricordava il figlio Fabrizio, scherzava spesso con il marito: «Se avessi continuato a fare ricerca e tu stavi a casa a gestire i figli, il Nobel lo prendevo io».

Nel ricordarla, un anno dopo la scomparsa, Zichichi aveva affidato ai social un pensiero denso di scienza e amore:
«La scienza insegna che nulla si perde davvero: ogni particella lascia un’impronta, ogni forma di energia continua il suo viaggio. Così anche l’amore – quello vero – non svanisce. Si trasforma, si trasmette, diventa parte della nostra struttura più profonda».

Gli ultimi anni

Pur continuando a viaggiare tra la Svizzera e Roma, negli ultimi anni Zichichi amava ritirarsi nel sole di San Vito Lo Capo, nell’estremo occidente della sua Sicilia. Spesso era accanto a lui il nipote Manfredi, una finestra aperta sul mondo dei giovani, a cui raccontava storie di scienza e di vita. «L’importante», aveva detto pochi mesi fa, «è divulgare, far conoscere con entusiasmo le straordinarie tappe che la scienza conquista perché riguardano la nostra vita, il nostro domani. Bisogna aprirsi senza paura». Amava camminare, seguire l’attualità con sguardo preoccupato per un mondo che vedeva sempre più chiuso nel conflitto e nella mancanza di dialogo, ma senza rinunciare alle cose leggere: il Festival di Sanremo, la televisione, i saggi scientifici letti la sera.

Un’eredità che resta

Con Antonino Zichichi se ne va non solo un grande fisico, ma un testimone culturale che ha creduto nella responsabilità morale della scienza e nella possibilità di un dialogo fecondo tra fede e ragione.
La sua eredità vive nei centri di ricerca, nei libri, negli studenti, ma anche in quella convinzione profonda che conoscere il mondo significhi, in fondo, prendersene cura.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Antonio Sanfrancesco 09/02/2026)


lunedì 9 febbraio 2026

Tonio Dell'Olio: Quell’alleanza economico-militare

Tonio Dell'Olio
 
Quell’alleanza economico-militare
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  9 Febbraio 2026


Leone XIV ieri ha concluso l’Angelus con un’affermazione tanto perentoria quanto provocatoria e rischiosa: “Continuiamo a pregare per la pace – ha detto. Le strategie di potenza economica e militare – ce lo insegna la storia – non danno futuro all’umanità. Il futuro sta nel rispetto e nella fratellanza tra i popoli”. 

Una vera e propria denuncia netta e senza scampo di quell’alleanza tanto distruttiva da compromettere lo stesso destino della storia. Il papa ha avuto il coraggio di contestare pubblicamente quanto sta avvenendo sotto gli occhi di tutti e senza che si alzino obiezioni di sostanza. 

Oggi non sono le guerre a richiedere armi ma le armi a provocare le guerre. Siamo governati dalla logica del profitto che bisogna raggiungere a tutti i costi (e al massimo) sulla pelle della gente. 

Da un’altra angolatura l’aveva detto con chiarezza persino un presidente Usa, Dwight D. Eisenhower: “Nei consigli di governo dobbiamo guardarci dall’acquisizione di un’influenza indebita, voluta o meno, da parte del complesso militare-industriale. Il potenziale per una disastrosa crescita di potere mal riposto esiste e persisterà.” E poi aggiunse: “Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i nostri processi democratici”. 
Era il 17 gennaio 1961 e la situazione era incomparabilmente meno minacciosa rispetto allo strapotere di quell’alleanza oggi.


ANGELUS 08/02/2026 Papa Leone XIV: è la comunione con Gesù che ci fa luce di pace per il mondo

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 8 febbraio 2026

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Leone XIV:
è la comunione con Gesù che ci fa luce di pace per il mondo

Prima della recita della preghiera mariana dell’Angelus, in questa quinta domenica del Tempo ordinario, il Papa sottolinea che anche quando le ferite della vita affievoliscono in noi la gioia dell’incontro con il Signore, Lui non ci getterà mai via. E invita a praticare gesti concreti di solidarietà “che interrompono l’ingiustizia”


Il Papa dalla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico durante l'Angelus (@Vatican Media)

Per essere davvero “il sale della terra” e “la luce del mondo” dobbiamo “lasciarci alimentare” e illuminare “dalla comunione con Gesù”. Solo così, come i discepoli trasformati dall’incontro col Maestro delle Beatitudini, potremo essere portatori della “gioia vera”, quella che da’ un sapore alla vita e fa venire alla luce “ciò che prima non era”. Così Papa Leone XIV rilegge, nella catechesi prima dell’Angelus, davanti a migliaia di fedeli in piazza San Pietro in una giornata velata da nuvole, il Vangelo di Matteo protagonista della liturgia di questa quinta domenica del Tempo ordinario.

Senza alcuna esibizione saremo allora come una città sul monte, non solo visibile, ma anche invitante e accogliente: la città di Dio in cui tutti, in fondo, desiderano abitare e trovare pace.

Piazza San Pietro con i fedeli venuti pe la preghiera dell'Angelus (@Vatican Media)

Una sete di giustizia che attiva misericordia e pace

La gioia che può fare di noi sale e luce, prosegue il Papa, “sprigiona da uno stile di vita, da un modo di abitare la terra e di vivere insieme” che risplende in Gesù. E’ il sapore nuovo “dei suoi gesti e delle sue parole”

Dopo che lo si è incontrato, sembra insipido e opaco ciò che si allontana dalla sua povertà di spirito, dalla sua mitezza e semplicità di cuore, dalla sua fame e sete di giustizia, che attivano misericordia e pace come dinamiche di trasformazione e di riconciliazione.

I gesti concreti di accoglienza che fermano l’ingiustizia

Leone XIV guarda anche alle parole del profeta Isaia nella Prima Lettura, quando elenca i gesti concreti che interrompono l’ingiustizia: “dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire chi vediamo nudo, senza trascurare i vicini e le persone di casa”. Isaia evoca una luce che “sorgerà come l’aurora” per scacciare le tenebre e guarire le ferite.

Dio non ci getterà mai via

Ferite che si aprono nel cuore di chi rinuncia alla gioia, nel sale che perde sapore e che, dice Gesù, “a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”.

Quante persone – forse è capitato anche noi – si sentono da buttare, sbagliate. È come se la loro luce sia stata nascosta. Gesù, però, ci annuncia un Dio che mai ci getterà via, un Padre che custodisce il nostro nome, la nostra unicità.

Gesti di apertura agli altri che riaccendono la gioia

Ogni ferita, assicura il Pontefice, guarirà accogliendo la parola delle Beatitudini e rimettendoci a camminare sulla via del Vangelo.

Sono infatti gesti di apertura agli altri e di attenzione, quelli che riaccendono la gioia. Certo, nella loro semplicità ci pongono controcorrente.

La tentazione, infatti, come per Gesù, è quella di esibire e far valere la propria identità, ma così si sarebbe perso il sapore “che ritroviamo ogni domenica nel Pane spezzato: la vita donata, l’amore che non fa rumore”.

Fedeli all'Angeius del Papa di questa domenica (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 08/02/2026)

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LEONE XIV
(testo integrale)


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Dopo avere proclamato le Beatitudini, Gesù si rivolge a coloro che le vivono, dicendo che grazie a loro la terra non è più la stessa e il mondo non è più nel buio. «Voi siete il sale della terra. […] Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,13-14). È infatti la gioia vera a dare un sapore alla vita e a far venire alla luce ciò che prima non era. Questa gioia sprigiona da uno stile di vita, da un modo di abitare la terra e di vivere insieme che va desiderato e scelto. È la vita che risplende in Gesù, il sapore nuovo dei suoi gesti e delle sue parole. Dopo che lo si è incontrato, sembra insipido e opaco ciò che si allontana dalla sua povertà di spirito, dalla sua mitezza e semplicità di cuore, dalla sua fame e sete di giustizia, che attivano misericordia e pace come dinamiche di trasformazione e di riconciliazione.

Il profeta Isaia elenca gesti concreti che interrompono l’ingiustizia: dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire chi vediamo nudo, senza trascurare i vicini e le persone di casa (cfr Is 58,7). «Allora – continua il profeta - la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto» (v. 8). Da una parte la luce, quella che non si può nascondere, perché è grande come il sole che ogni mattina scaccia le tenebre; dall’altra una ferita, che prima bruciava e ora guarisce.

È doloroso, infatti, perdere sapore e rinunciare alla gioia; eppure, è possibile avere questa ferita nel cuore. Gesù sembra mettere in guardia chi lo ascolta, perché non rinunci alla gioia. Il sale che ha perso sapore, dice, «a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente» (Mt 5,13). Quante persone – forse è capitato anche noi – si sentono da buttare, sbagliate. È come se la loro luce sia stata nascosta. Gesù, però, ci annuncia un Dio che mai ci getterà via, un Padre che custodisce il nostro nome, la nostra unicità. Ogni ferita, anche profonda, guarirà accogliendo la parola delle Beatitudini e rimettendoci a camminare sulla via del Vangelo.

Sono infatti gesti di apertura agli altri e di attenzione, quelli che riaccendono la gioia. Certo, nella loro semplicità ci pongono controcorrente. Gesù stesso fu tentato, nel deserto, da altre strade: far valere la sua identità, esibirla, avere il mondo ai propri piedi. Respinse, però, le vie in cui si sarebbe perso il suo vero sapore, quello che ritroviamo ogni domenica nel Pane spezzato: la vita donata, l’amore che non fa rumore.

Fratelli e sorelle, lasciamoci alimentare e lasciamoci illuminare dalla comunione con Gesù. Senza alcuna esibizione saremo allora come una città sul monte, non solo visibile, ma anche invitante e accogliente: la città di Dio in cui tutti, in fondo, desiderano abitare e trovare pace. A Maria, Porta del cielo, rivolgiamo ora lo sguardo e la preghiera, perché ci aiuti a diventare e rimanere discepoli del suo Figlio.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Ieri a Huércal-Overa, in Spagna, è stato beatificato don Salvatore Valera Parra, parroco pienamente dedito al suo popolo, umile e premuroso nella carità pastorale. Il suo esempio di prete centrato sull’essenziale sia di stimolo ai sacerdoti di oggi ad essere fedeli nella quotidianità vissuta con semplicità e austerità.

Con dolore e preoccupazione ho appreso dei recenti attacchi contro varie comunità in Nigeria, che hanno causato gravi perdite di vite umane. Esprimo la mia vicinanza orante a tutte le vittime della violenza e del terrorismo. Auspico che le Autorità competenti continuino ad adoperarsi con determinazione per garantire la sicurezza e la tutela della vita di ogni cittadino.

Oggi, memoria di Santa Giuseppina Bakhita, si celebra la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. Ringrazio le religiose e tutti coloro che si impegnano per contrastare ed eliminare le attuali forme di schiavitù. Insieme a loro dico: la pace comincia con la dignità!

Assicuro la mia preghiera per le popolazioni del Portogallo, del Marocco, della Spagna – in particolare di Grazalema in Andalusia – e dell’Italia meridionale – specialmente di Niscemi in Sicilia –, colpite da inondazioni e frane. Incoraggio le comunità a rimanere unite e solidali, con la materna protezione della Vergine Maria.

Ed ora do il benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini italiani e di vari Paesi. Saluto i fedeli di Melilla, Murcia e Malaga, in Spagna; quelli venuti dalla Bielorussia, dalla Lituania e dalla Lettonia; gli studenti di Olivenza, Spagna, e i cresimandi di Malta. Saluto anche i giovani collegati con noi da tre oratori della diocesi di Brescia.

Continuiamo a pregare per la pace. Le strategie di potenza economica e militare – ce lo insegna la storia – non danno futuro all’umanità. Il futuro sta nel rispetto e nella fratellanza tra i popoli.

Auguro a tutti una buona domenica.

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Milano Cortina 2026 - Le Olimpiadi invernali fra valori e realtà - San Siro applaude Mattarella e le luci a cinque cerchi

Giuseppe Savagnone
Le Olimpiadi invernali fra valori e realtà


Le Olimpiadi nascono per unire

«Le Olimpiadi nascono per unire, non per dividere. Il Comitato Olimpico Internazionale ha più volte ribadito che lo sport deve restare uno spazio neutrale, fondato su rispetto, dialogo e convivenza pacifica. Inserire criteri politici nella partecipazione degli atleti significa minare uno dei pilastri fondamentali del movimento olimpico (…). La funzione delle Olimpiadi non è giudicare i governi, ma offrire agli atleti un terreno di confronto leale e universale».

Queste parole, del blog israeliano (ma in lingua italiana) «Israele 360», riassumono bene lo spirito olimpico, che in questi giorni molti esponenti della politica e del giornalismo hanno fatto a gara ad evocare, ricordando come le origini di queste manifestazioni si possano fare risalire all’antica Grecia, dove esse comportavano la sospensione di tutte le attività belliche.

In un mondo ultimamente martoriato da aspri conflitti politici e militari, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina rappresentano agli occhi di molti una bella occasione per riscoprire, in nome del valore universalmente umano dello sport, ciò che unisce gli abitanti del nostro pianeta, mettendo finalmente da parte, almeno in questi giorni, ciò che li divide.

Occupati a celebrare queste ottimistiche prospettive, i quotidiani del 5 febbraio, alla viglia dell’apertura dei giochi olimpici, hanno – con la sola eccezione di «Avvenire» – dimenticato di ricordare, nelle loro prime pagine, che proprio in quel giorno scadeva il trattato New START tra Stati Uniti e Russia, pilastro del controllo degli armamenti nucleari, che stabiliva dei limiti allo sviluppo incontrollato dei due più grandi arsenali nucleari del mondo. È stato papa Leone a chiedere che non lo si lasci cadere senza tentare neppure di sostituirlo con accordi equivalenti. Ma non sembra che il suo appello – unica voce concretamente in linea con la logica della pace olimpica – sia stato ascoltato.

Non è l’unica perplessità di fronte al quadro ideale rappresentato da «Israele 360». Ce n’è una che riguarda proprio l’ammissione ai Giochi Olimpici dello Stato ebraico. L’ondata di proteste svoltesi in molti paesi europei per la spietata violenza dell’esercito di Tel Aviv nella Striscia di Gaza si era rivolta anche contro la partecipazione degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Parigi e di Milano-Cortina. A questo era stato risposto che «lo sport deve restare uno spazio neutrale».

E tuttavia è un dato di fatto che non tutti i paesi sono rappresentati. Gli atleti di Russia e Bielorussia sono stati esclusi dalle qualificazioni, coerentemente con la linea seguita dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO) fin dal 2023, dopo l’invasione dell’Ucraina e che ha impedito loro di partecipare anche alle Olimpiadi di Parigi nell’estate del 2024. Un’esclusione che non li ha riguardati solo come squadra ufficialmente rappresentativa dei loro rispettivi paesi, ma in quanto singoli che avessero voluto gareggiare a titolo semplicemente personale come «atleti neutrali».

Invece, alla fine dell’ottobre scorso, il CIO ha confermato che Israele avrebbe potuto partecipare. Il direttore esecutivo, Christophe Dubi, ha spiegato: «Il caso è diverso da quello di Russia e Bielorussia. Su Israele e Palestina è un caso speciale perché abbiamo due Comitati Olimpici nazionali e entrambi ottemperano alla Carta Olimpica». Una linea ribadita da Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano-Cortina 2026, che ha precisato: «Attenzione, non stiamo parlando dei governi di quei Paesi, ma stiamo parlando dei Comitati Olimpici».

E in effetti, nel 2023, il CIO ha deciso di sospendere il Comitato Olimpico russo per violazione della Carta Olimpica, dopo «la decisione unilaterale di includere, tra i suoi membri, le organizzazioni sportive regionali che sono sotto l’autorità del Comitato Olimpico Nazionale dell’Ucraina (vale a dire Donetsk, Kherson, Luhansk e Zaporizhzhia)», decisione che «costituisce una violazione della Carta olimpica perché viola l’integrità territoriale del Comitato Olimpico dell’Ucraina, come riconosciuto dal CIO in conformità con la Carta Olimpica».

Il problema, dunque, non riguarderebbe la politica, ma la conformità dei rispettivi Comitati olimpici alle regole stabilite dalla Carta olimpica. Mentre quello di Israele non la viola, quella di Russia e Ucraina lo fa, includendo arbitrariamente le organizzazioni sportive delle regioni sottratte con la forza all’Ucraina.

Sport e politica

Sembrerebbe tutto chiarito. Senonché, se si dà uno sguardo alla storia delle Olimpiadi, si scopre che in passato – e scegliamo solo i casi verificatisi dopo la seconda guerra mondiale – l’esclusione di alcuni Stati non è stata dovuta alla regolarità o meno dei loro Comitati Olimpici, ma alla loro politica. Nelle Olimpiadi estive del 1948, tenutesi a Londra, non furono accettati gli atleti di Germania e Giappone a causa del ruolo di questo Stati nella Seconda guerra mondiale. E il Sudafrica è rimasto escluso dai Giochi Olimpici dal 1964 al 1992 a causa della segregazione razziale imposta dal regime dell’apartheid.

Se ora Israele viene dichiarato, come abbiamo visto, «un caso speciale», ciò significa che in questo caso si decide di prescindere, a differenza che in passato, dalla realtà politica. Come del resto teorizzava il blog israeliano che abbiamo citato all’inizio: «Inserire criteri politici nella partecipazione degli atleti significa minare uno dei pilastri fondamentali del movimento olimpico». Perché «la funzione delle Olimpiadi non è giudicare i governi, ma offrire agli atleti un terreno di confronto leale e universale».

Anche volendo dimenticare che in passato non è stato così, non si può sfuggire alla sensazione che, così intesa, questa pace olimpica sia un modo per sfuggire alla realtà, o, peggio ancora, per nasconderla. Perché, in questa ricostruzione dell’universalità creata dallo sport, tutti sono buoni ( tranne i russi e i bielorussi).

In questo modo la legge dello sport – basata sulla Carta Olimpica – diventa un alibi per ignorare la sistematica violazione di quella che finora aveva regolato le reali relazioni tra i popoli, che è il diritto internazionale, sostituito oggi apertamente dalla legge del più forte. Il riferimento ai Comitati Olimpici non può far dimenticare che questi Comitati sono a loro volta espressione dei loro rispettivi governi, con il loro ruolo nella costruzione o nella distruzione della pace di cui le Olimpiadi vogliono essere il simbolo.

La stella insanguinata

Il caso dei Israele è un esempio evidente. Davvero si può considerare realizzato il compito dei Giochi Olimpici di realizzare «uno spazio neutrale, fondato su rispetto, dialogo e convivenza pacifica», quando a celebrare questi valori ci sono rappresentanti di un paese il cui primo ministro è stato condannato dalla Corte Penale Internazionale per «crimini contro l’umanità» e giudicato da una autorevole Commissione indipendente dell’ONU colpevole di «genocidio»?

Davvero si possono accogliere come esempi di sportività, da additare ai giovani, atleti che gareggiano sotto una bandiera insanguinata dalla strage di decine di migliaia di donne e bambini innocenti, secondo l’accusa mossa non da fanatici antisemiti, ma da moltissimi che la condannano, sia dall’interno dello Stato ebraico sia dal mondo della diaspora? Si può chiudere gli occhi su ciò che sta accadendo, malgrado la tregua, a Gaza e in Cisgiordania, dove, con spietata sistematicità che ricorda lo stile dei nazisti, l’esercito israeliano, sventolando la stella di Davide, sta continuando ad uccidere, ferire, affamare e assiderare le persone e a distruggere le loro case spianandole con i bulldozer?

Nell’antica Grecia le Olimpiadi comportavano l’effettiva interruzioni delle operazioni militari. Noi rischiamo di evocare con commozione questo passato fingendo di non sapere che oggi i violenti continuano a esercitare indisturbati la loro violenza, con la nostra silenziosa complicità.

Il caso degli Stati Uniti

Ma la domanda si può porre anche nei confronti degli Stati Uniti, che non solo hanno sostenuto Israele in queste stragi di innocenti, ma hanno a loro volta inaugurato, da quando Trump ha ricevuto il secondo mandato, uno stile politico che ha sconvolto tutte le regole etiche e giuridiche fino a questo momento ritenute indiscutibili e che è basato sul principio che il diritto coincide con la forza.

Alle Olimpiadi di Milano-Cortina l’ospite d’onore è J.D. Vance, il vice di Trump, che ha più volte sostenuto con convinzione la legittimità della politica sia estera che interna del presidente. In nome dei valori olimpici si celebra una persona che ha difeso il diritto degli Stati Uniti di impadronirsi del petrolio di un paese vicino, il Venezuela, definendo questa operazione tipicamente coloniale una “liberazione”, anche se in realtà quello che si voleva e che si è ottenuto non è l’avvento di un regime democratico – come si illudeva la leader dell’opposizione a Maduro e premio Nobel per la pace Machado – , ma il mantenimento del vecchio sistema di potere, purchè disposto alla totale sottomissione nei confronti degli Stati Uniti.

Vance è anche colui che ha difeso senza esitazione i metodi dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), la famigerata Agenzia per l’immigrazione di cui abbiamo visto con i nostri occhi, grazie ai filmati trasmessi da tutte le televisioni, l’inaudita brutalità nei confronti non solo dei poveri immigrati, ma degli stessi cittadini americani, due dei quali, a Minneapolis, nel Minnesota, sono stati uccisi a sangue freddo per strada sotto gli occhi inorriditi dei passanti. Da qui la rivolta della popolazione di questo Stato, che ha manifestato per giorni la sua rabbia e la sua indignazione di fonte ai metodi criminali dell’Agenzia.

Anzi, a scortare lui e la delegazione statunitense ci sono proprio agenti dell’ICE, tra le proteste di molti che ritengono inaccettabile la loro presenza sul territorio italiano. Il governo, data la massiccia impopolarità che le ultime vicende di Minneapolis hanno guadagnato all’ICE, si è trovato in evidente imbarazzo. Nell’informativa alla Camera, il ministro si è difeso dalle accuse dicendo: «Stiamo parlando di una polemica completamente infondata», perché «l’ICE non svolge e non potrà mai svolgere attività operative di polizia sul nostro territorio nazionale».

Resta il fatto che, questa giustificazione del governo sul piano giuridico, non risolve affatto la questione sul piano simbolico. Che un corpo di polizia straniero dedito sistematicamente alla violenza più cieca, soprattutto verso le persone inermi, fino ad assassinarle gratuitamente, non possa esercitare la sua brutalità anche sul nostro territorio è scontato. Ma la sua presenza è una conferma del fatto che lo spirito olimpico, esaltato dalla retorica istituzionale, è contraddetto dalla realtà.

In questo tempo devastato dalla crisi di tutti i criteri etici che un tempo – anche se spesso trasgrediti di fatto (ma di nascosto) – erano, in linea di principio, il punto di riferimento della politica, il pericolo è che la celebrazione dei valori dello sport scada nella pura e semplice retorica e finisca per fornire una implicita legittimazione a comportamenti pratici dei governi che invece devono indignarci.

Se non vogliamo dar ragione a chi in queste Olimpiadi vede solo un business miliardario e desideriamo davvero farne un punto di partenza per una svolta, non trasformiamo questa bella esperienza di impegno, di generosità e di lealtà in un regno delle fate, ma prendiamone spunto per chiedere alla politica di ritrovare questa dimensione di umanità.
(fonte: Tuttavia 06/02/2026)

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Milano Cortina 2026
San Siro applaude Mattarella e le luci a cinque cerchi

Lo stadio partecipa con le lucine, applaude il Presidente e si commuove per la bandiera umana che sfila per Armani
 
La colomba della pace disegnata con la coreografia mentre Ghali recita versi di Gianni Rodari sulla pace REUTERS

Gli dei dell’Olimpo non litigheranno questa notte: Alberto Tomba e Deborah Compagnoni a Milano, Sofia Goggia a Cortina, difficile metterli d’accordo più di così, con i nomi che più nella storia hanno onorato le nevi di casa. Dopo tante polemiche in corso di staffetta, nessun errore sotto i cerchi olimpici esplosi in una pioggia d’oro. Lo stadio ha capito e gradito, Sofia soprattutto, che quattro anni fa aveva perso per infortunio il suo posto da portabandiera, aveva diritto a un risarcimento.

Gli altri due sono per l’Italia il simbolo imperituro dell’Olimpiade invernale, come lo è Gustav Thöni, che ha passato la fiamma a Sofia. Qualche applauso in meno per lui, peccato, ma forse era solo questione di distanza anagrafica: tanti tra i presenti non erano nati, ma allo stadio non ci sono didascalie. Bisogna cogliere al volo, sapendo che tanto sfuggirà, che resteranno suggestioni, emozioni.

Milano Cortina 2026 Olympics - Opening Ceremony - San Siro Stadium, Milan, Italy - February 06, 2026. Italian President Sergio Mattarella during the opening ceremony Pool via REUTERS/Andreas Rentz TPX IMAGES OF THE DAY (Pool via REUTERS)

I nodi geometrici di Leonardo cui è ispirato il doppio braciere di Milano Cortina 2026, per esempio, sono importanti, sono una firma, quasi: nodi, ossia "vincoli", Vinci. Entrano di sguincio in tante opere, in tante pagine. Sei di questi fogli dormono alla Biblioteca Ambrosiana, una delle più antiche se non la più antica biblioteca aperta al pubblico al mondo. Citarli nel braciere, è stato un modo elegante di evocare una storia di spessore senza essere didascalici né scontati: con Leonardo, dalla Gioconda liscia e gassata, al treno inventato in Non ci resta che piangere cadere nel già visto è un attimo. Anche se è stato strano a un certo punto veder la fiaccola entrare nello stadio e poi, passando per le mani delle stelle della pallavolo, andarsene via per accendersi altrove.

C'erano una volta i cartoncini colorati, gli impermeabili bianchi a fingere stadi di fiocchi di neve. Non ci sono più. A San Siro Milano Cortina 2026 l'apporto del pubblico è stato un tripudio di lucine che cambiavano colore secondo le esigenze. Poeticamente bianche all'inizio, d'oro mentre salivano i cerchi, certo il momento più scenografico dentro lo stadio. Coloratissime mentre Mace al podio, trasformato in console del dj, faticava a riempire il vuoto delle delegazioni dedite agli sport della neve, tutte ovviamente lontano da Milano. Era nel conto la diffcoltà della sfilata dell'Olimpiade diffusa che solo l'espediente televisivo è riuscito (forse) in occasione della cerimonia a riaggregare nelle sue siderali distanze.

Vista dallo stadio, dove Milano e Cortina restavano divise al netto degli schermi, la sfilata ha funzionato da cartina di tornasole della "biodiversità" sportiva: il Canada grande Paese di ghiaccio e di neve mezzo qui e mezzo là, Cina e Corea che dominano il ghiaccio tutte a Milano a camminare nella spirale dello stadio, dove prima di vedere un portabandiera in carne e ossa dietro le dive d'argento che davano il nome alle Nazioni, s'è dovuta attendere l'Amenia, quelle venute prima tutte a Cortina.

Marco Balich aveva promesso di far cantare San Siro e per certi versi ha mantenuto, ma non forse dove si aspettava: il pubblico non ha seguito tanto il "Volare" di Mariah Caray, agghindata con stola bianca da diva anni Cinquanta, quanto Laura Pausini e la seconda stanza dell'inno di Mameli, al punto in cui cambia ritmo: prima non si poteva a causa dell'arrangiamento pop che a qualcuno potrà non piacere ma che lo stadio pare aver gradito. Molto istituzionale invece il Nessun dorma di Bocelli, forse citazione dell'omologo, fatte le debite proporzioni, di Luciano Pavarotti a Torino 2006.

Altissime anche le quotazioni di Leopardi/Favino, con la lettura dell'infinito. Altre rime rispetto a quelle cui sono abituate le curve del Meazza, al loro ultimo evento di tale portata, cui non potevano mancare Beppe Bergomi e Franco Baresi, entrati insieme per primi con la fiaccola.

La temperatura esterna, verso le 21.30 ha cominciato a dare una bava di vento naturale alla bandiera italiana sul pennone, a far soffrire il pubblico sugli spalti (il vento dell'alzabandiera era finto), e a congelare coreografi e cantanti di lì in poi, soprattutto le donne come Cecilia Bartoli e Brenda Lodiagiani fasciate in scollati agli abiti da sera, ma almeno ha graziato un poco all'inizio da una parte l'Amore alato che, in una elegantissima coreografia, ha celebrato Canova e il suo classicismo, e dell'altra l'ombelico scoperto dell'omaggio a Raffaella Carrà, cui lo stadio ha risposto ballando.

Ma è stato davanti all'incedere della bandiera italiana vivente che avanzava come si sarebbe fatto in un defilé di Giorgio Armani che su San Siro è calato un silenzio commosso prima che comparisse in bianco e nero sullo schermo la foto dello stilista milanese da poco scomparso che tanto ha dato allo sport italiano e che come ultima cosa ha disegnato le divise dei portabandiera, anche se molti magari sugli spalti non lo sapevano perché non c'è nessuno a dirglielo. Però hanno colto. E in questo sì la Cerimonia di Milano Cortina 2026 ha mantenuto la sua promessa di immediatezza, trasmettendo emozioni come un grande teatro di musica, danze e mimo, qualcosa vibra anche dove non ci sono parole didascalie: lunghezze d'onda che portano luce, colori, suoni, a costo di qualche caduta nel kitsch, come i tre poveri Rossini, Puccini e Verdi ridotti a maschere di carnevale, a cantare un inguardabile Milano Cortina al ritmo di Vamos a la playa dei Righeira.

Invece visti da lontano i tre enormi tubetti di tempera rosso, giallo e blu, colori primari da cui nascono tutti i colori del mondo, nella loro ironica naïveté sono stati efficaci: le stoffe scese da lontano sembravano proprio colore puro che colava.

Se Israele e Stati Uniti, J.D. Vance, inquadrato un attimo, hanno raccolto qualche fischio e l’Ucraina un grande tifo, il presidente Sergio Mattarella ha preso applausi scroscianti e unanimi, fin dalla comparsa, sorridente e spiritosa, nel video dell’arrivo in tram con Valentino Rossi, a riprova del feeling tra il presidente e lo sport. Molto applaudito, e giustamente, il discorso che non sembrava di circostanza, della Presidente del Cio Kirsty Coventry, che ha parlato agli atleti con il sentimento autentico di chi sa che cosa si prova per esserci passato. Una autenticità che dagli spalti si è avvertita. Grande tributo dei presenti anche ai volontari, applausi scroscianti a ogni citazione.

Chissà se Ghali, chiamato a interpretare Promemoria di Gianni Rodari, dal centro del palco ha capito di essere stato protagonista del momento in assoluto più poetico, quando i ragazzi di una coreografia tutta under 20, hanno invocato la pace formando una colomba bianca al centro del palco, sostituendo il tradizionale volo dei colombi (qualcuno gli avrà spiegato nel frattempo che la Cerimonia prevede solo le lingue ufficiali (francese, inglese e lingua del Paese ospitante)? Bella performance però, elegante.

Mentre la sfilata azzurra al grido di "bravo bravissimo" al ritmo di un Barbiere di Siviglia rock ha restituito all'Olimpiade la sua anima il tanto di leggerezza che una cosa che si chiama Giochi non dovrebbe mai perdere. Rendendo l’immagine di un Paese che sa celebrare e persino autocelebrarsi con un filo di autoironia senza eccedere in retorica.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Elisa Chiari 07/02/2026)

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