Il vescovo di Modena: «Attaccare gli immigrati non serve, un modenese e due egiziani che fermano El Koudri è la risposta migliore alla xenofobia»
«Bisogna rafforzare i percorsi di integrazione soprattutto per le seconde generazioni», dice monsignor Erio Castellucci sul caso dell’attentatore di Modena, «molti sono nati in Italia e sono nostri concittadini ma spesso sono isolati e covano rabbia. Il fatto che dopo un modenese siano intervenuti due egiziani a bloccarlo è un segno importante. Incontrerei El Koudri e lo ascolterei per cercare di capire cosa lo ha spinto a fare quello che ha fatto»

Salim El Koudri bloccato a terra dopo l’aggressione avvenuta a Modena in un fotogramma tratto da un video pubblicato su Instagram ANSA
«La prima immagine che mi porto dentro è quella di una città che si è stretta attorno alle vittime e ai loro familiari, una città profondamente colpita, preoccupata, ma anche commossa per la rapidità dei soccorsi e per il coraggio di chi è intervenuto immediatamente, inseguendo il giovane che ha commesso il crimine. Attorno alle forze dell’ordine, agli operatori sanitari e a tutte le persone presenti sul posto si è creata subito una forte solidarietà».
È il commento di monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola nonché vicepresidente della Cei per l’Italia settentrionale, sulla tragedia di sabato, che ha sconvolto Modena e riportato al centro il tema della violenza giovanile, della marginalità e del disagio psichico.

L'arcivescovo di Modena Erio Castellucci
Eccellenza, cosa bisogna fare per evitare che la paura degeneri in rabbia e chiusura?
«Dopo questo episodio sono cresciute la paura e un senso di instabilità che per Modena resta qualcosa di insolito. Negli ultimi tempi, però, alcuni segnali preoccupanti c’erano già stati: penso agli episodi legati alle baby gang oppure all’accoltellamento, a fine dicembre, del sacerdote colombiano don Rodrigo Grajales Gaviria, che era cappellano delle comunità latinoamericane e che per poco non ha perso la vita. Anche in quel caso c’era dietro una situazione di forte disagio psichico: si trattava di un uomo di 29 anni, italiano, seguito dai servizi sociali, ma evidentemente non sempre si riesce a fare tutto ciò che sarebbe necessario. Per fortuna la città ha reagito subito. Migliaia di persone si sono ritrovate domenica in Piazza Grande per lanciare messaggi di pace, di riconciliazione e di ripartenza. Anche come Chiesa ci siamo mossi subito e abbiamo preparato un’intenzione di preghiera dei fedeli da leggere in tutte le messe della diocesi, nelle oltre 200 parrocchie. Un modo per sentirci uniti, per condividere il dolore e la speranza».
Cosa fare adesso?
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| Salim El Koudri, il 31enne che a Modena ha investito 7 persone e ne ha accoltellata una il 16 maggio scorso (ANSA) |
- Alcuni politici hanno sollevato il tema dell’integrazione, spesso difficile, degli immigrati di seconda generazione.
«Certamente è da prendere in considerazione ma non nella forma del permesso di soggiorno che per me non c’entra nulla. Piuttosto nella forma della domanda su come accompagnare e includere chi nasce qui, è cittadino italiano a tutti gli effetti, ma appartiene a comunità che talvolta non trovano pienamente il loro humus culturale e che potrebbero aver bisogno di un accompagnamento più attento, di opportunità ulteriori. Sembra che questo ragazzo lamentasse il fatto di non trovare lavoro, di non sentirsi accolto. Sono aspetti che vanno comunque verificati con cautela ma che rimandano a una questione reale. In ogni caso, il punto non è colpevolizzare gli immigrati o fare proclami che riducano le possibilità di integrazione. Al contrario, bisogna chiedersi come rendere questo processo più fluido e più profondo. Ma soprattutto, per me, il tema centrale resta un altro: quello di intercettare l’isolamento, di affinare le “antenne” capaci di cogliere la solitudine. È questo che interpella le comunità cristiane e tutte le realtà civili, dalla scuola allo sport, dall’università al tessuto sociale nel suo insieme. Perché l’isolamento è spesso il sintomo più evidente, ma anche la radice di altre fragilità, fino a gravi disagi psichici».

I soccorsi dopo che l'auto a velocità sostenuta e guidata da Salim El Koudri ha falciato una decina di persone a piedi, in centro a Modena (ANSA)
Salim El Koudri ora è detenuto in isolamento e ha chiesto al suo legale Fausto Gianellli una Bibbia e di parlare con un prete. Lei sarebbe disposto a incontrarlo? E cosa gli direbbe?
«Prima di tutto lo ascolterei, per cercare di capire che cosa lo ha mosso. Ho sentito le dichiarazioni del suo avvocato secondo cui si sta rendendo conto della enormità di ciò che ha fatto, ma ne parla quasi come se fosse qualcosa di distinto da sé. Dice “che lavoro, che cosa brutta”, ma forse non ha ancora collegato pienamente a se stesso quello che è accaduto. Proverei quindi ad ascoltarlo molto, e poi a vedere se ci sono possibilità di un percorso, naturalmente non da parte mia direttamente, ma attraverso esperti che possano cominciare a ricostruire questa personalità. Se poi vorrà intraprendere anche un cammino di fede, c’è la figura del cappellano nelle carceri, ma in situazioni di questo tipo mi sembra che sia soprattutto espressione di uno smarrimento, di un bisogno di aggrapparsi a qualcosa. È comunque prematuro pensare a questo: prima di tutto bisogna cercare di ricostruire l’umano».
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La manifestazione in piazza Grande a Modena del 17 maggio (ANSA) |
Cosa ha significato il fatto che siano intervenuti tre cittadini per fermarlo?
«È stato il segno, importantissimo che, in un attimo, si può scegliere anche di mettere a rischio la propria incolumità per aiutare gli altri, per impedire che l’autore di un crimine si dilegui. Ed è stato simbolicamente molto importante che il primo a inseguirlo sia stato un modenese e che subito dopo siano arrivati due cittadini egiziani: sono stati loro tre a bloccarlo immediatamente. Questo dato mi sembra significativo anche rispetto a certe letture in chiave xenofoba che circolano sui social. Bisognerebbe fare i conti con la realtà di chi è intervenuto concretamente. Queste persone avrebbero potuto anche pensare: “Io non c’entro, non voglio rischiare, lo lascio andare tanto lo prenderanno”. Invece c’è stata prontezza, generosità e senso di responsabilità. E questa è una testimonianza molto bella per tutta la città».
State pensando a iniziative da preparare per i prossimi giorni?
«Insieme ad alcuni uffici diocesani vogliamo organizzare un momento di riflessione che dovrebbe tenersi all’inizio di giugno. L’idea è quella di partire da quanto è accaduto e affrontare soprattutto il tema della solitudine, dei giovani e delle seconde generazioni. Non vogliamo lasciar cadere tutti gli spunti che questa vicenda porta con sé, ma provare a capire se possano nascere anche delle prassi concrete, se si possano rendere più sensibili, più “attente”, per così dire, le antenne delle nostre comunità cristiane e anche delle altre realtà civili. L’auspicio è che possa essere un incontro non solo ecclesiale ma anche interreligioso e aperto alla comunità civile».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Antonio Sanfrancesco 19/05/2026)










