Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



martedì 14 luglio 2026

Don Mimmo Battaglia: “IL MALE CHE IMPARA LE BUONE MANIERE” - Lettera ai potenti della terra

“IL MALE CHE IMPARA
LE BUONE MANIERE”
Don Mimmo Battaglia, 
Cardinale Arcivescovo di Napoli 




LETTERA AI POTENTI DELLA TERRA


“Ai potenti della terra, pace a voi!

Il male non arriva sempre sfondando una porta.

A volte entra in silenzio.

Indossa un abito elegante.

Sorride davanti alle telecamere.

Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori.

E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere.

È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.

Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare.

Questo è il vero scandalo.

Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale.

E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte.

Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma.

Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile.

È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata.

Il nome della donna che potrebbe restare senza marito.

Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre.

Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve. È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.

Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.

Da cristiano, non posso accettarlo.

Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere.

Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi.

Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti.

Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo.

Sono due civiltà.

Bisogna scegliere.

Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio.

Un’arma non diventa innocente perché viene donata.

Non diventa muta perché non spara.

Non diventa umana perché porta inciso un nome.

Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato.

Fate qualcosa di più difficile.

Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.

Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola. 
Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. 
Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.

E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota.

Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro.

Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce.

Guardate quella sedia prima di parlare di armi.

Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi.

Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi.

E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti.”

† don Mimmo Battaglia

Arcivescovo Metropolita di Napoli

(Fonte: sito della Diocesi)

Jannik Sinner, ovvero l’arte di non restare prigionieri degli errori passati che aiuta a costruire presente e futuro


Jannik Sinner,
ovvero l’arte di non restare prigionieri degli errori passati
che aiuta a costruire presente e futuro

Il campione altoatesino mostra in campo una qualità vincente e saggia che sarebbe bello saper applicare nella vita

Tennis - Wimbledon Jannik Sinner in azione subito dopo aver perso il primo set nella finale 2026 REUTERS

Un errore e subito dopo un ace o un punto di particolare pregio, gestito con coraggio, determinazione e sicurezza. Saper “dimenticare” temporaneamente l’errore appena trascorso, senza rimuginarvi, senza lasciare che si incisti in testa guastando il prosieguo della partita è una caratteristica che Jannik Sinner ha dimostrato fin da giovanissimo, ma che emerge vieppiù man mano che avanza e che la posta in gioco si fa difficile, perché il palcoscenico e la pressione che gravano sul favorito crescono a ogni vittoria importante.

È una delle sue caratteristiche davvero vincenti, perché un po’ contro natura: è naturale rammaricarsi degli errori, rischiare che inneschino il meccanismo perverso della paura di sbagliare che porta l’ansia a dominare il campo e a indurre a sbagliare di nuovo. Jannik, invece, riesce a sbagliare e anche a stare nel disagio di una situazione critica sul campo, mantenendo il controllo di sé, senza lasciarsi imprigionare dai pensieri negativi che come tutti deve avere, e anzi nonostante tutto a guardare avanti e a focalizzarsi sempre costruttivamente sul punto successivo, anziché ruminare distruttivamente su quello precedente mandato in rete o fuori dalle righe. E ci riesce anche quando l’errore ha determinato una occasione ghiotta non colta che lo ha mandato sotto, passibile di farsi decisiva. In queste situazioni, Jannik invece di tremare, di farsi venire il “braccino” come si dice in gergo, spesso si supera al punto successivo dando il meglio di sé, a maggior ragione se costretto a giocarlo sotto pressione perché decisivo.

In questo modo, ripara l’errore nell’immediato. E solo dopo, portata la barca in porto, fuor di metafora la partita fuori dalle sabbie mobili, analizza a freddo la partita nel bene e nel male, per poi lavorare con costanza sui propri punti deboli per imparare a non ricadere nelle medesime fragilità, in definitiva per crescere, per apprendere dal passato senza restarvi invischiato.

Certo, a differenza del campo da tennis, che in fondo resta un gioco ancorché serio a quel livello, la vita espone a errori gravidi di conseguenze, anche irreparabili. Impossibile “dimenticare” quel genere di sbagli, fortunatamente rari, ma ce ne sono altri, non così gravi, di cui siamo bravissimi ugualmente a restare prigionieri, anche quando le conseguenze sono state marginali o superate. Ma sono i diritti dell’uomo a dire che anche chi ha sbagliato gravemente ha diritto a una possibilità di ravvedersi, ma il ravvedimento passa anche dalla presa di coscienza degli errori commessi e della possibilità successiva di “perdonarli” a se stessi, per non ripeterli e migliorarsi.

Ecco, sarebbe bello poter imparare dalla forza interiore del ragazzo altoatesino, a non ancora 25 anni e già così maturo, a portarsi nella quotidianità, nel lavoro, a scuola, nelle relazioni, con la stessa saggezza che Jannik riesce ad applicare al tennis. Sarebbe bello imparare dalle partite di Sinner a perdonarsi i propri limiti del passato, non per leggerezza o per protervia come farebbe chi se li mette alle spalle per rimuoverli e rivendicarli, ma per restare concentrati sul miglioramento di se stessi, sulla vita davanti, su quello che di buono e di bene si può ancora fare per costruire e costruirsi, anziché restare prigionieri di ciò che si è già sbagliato e che, rimasticato all’infinito, rischia di compromettere la parte costruttiva di quello che rimane, oltreché la serenità e l’equilibrio
(fonte: Famiglia Cristiana 13/07/2026)

****************

Vedi anche il più recente dei nostri post su Sinner:
Jannik Sinner, fuori al secondo turno a Parigi, perché non è la fine del mondo

#Il cavallo e il toro - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#Il cavallo e il toro
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Un cavallo e un toro videro il loro padrone prepararsi per andare in guerra. Il cavallo si allarmò, mentre il toro era certo di non avere nulla da perdere. Il padrone sellò il cavallo e partì, ma poco dopo giunse la notizia di un accordo tra le parti nemiche. Il padrone decise di festeggiare l’evento con gli amici. E, così, sgozzò il toro.

La parabola appartiene allo sterminato patrimonio di racconti morali elaborati nei secoli dal mondo arabo, le cui lezioni rivelano però un valore universale. Qui è bollata la stupidità dell’egoismo. Il toro è ben soddisfatto della sua sicurezza, irride la disgrazia altrui e non prevede che la sua sorte fortunata può improvvisamente ribaltarsi. Spesso la cura ottusa del proprio interesse non fa intuire i rischi che ci circondano e, così, ci si ritrova costretti a un amaro risveglio.

Liberamente potremmo intuire anche che questo apologo ci ripropone una maggiore sensibilità nei confronti degli altri, alzando almeno per un momento la testa dal proprio “particulare”. Il poeta secentesco inglese John Donne invitava a chiederci per chi suoni la campana della morte perché essa non segna solo il trapasso di un altro, ma è un po’ come il nostro rintocco perché anche noi siamo mortali, nonostante il presente benessere.
Partecipare delle sofferenze altrui è un atto di umanità. 
L’immigrato affamato non è una questione estranea al tuo quieto vivere, è un appello al tuo egoismo perché si apra alla solidarietà. Ricorda, inoltre, che anche per te può esserci il giorno del bisogno e della miseria.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore - Domenica” del 12 luglio 2026)

lunedì 13 luglio 2026

Fame di giustizia e carità per costruire un mondo nuovo


Fame di giustizia e carità
per costruire
un mondo nuovo


La «fame di giustizia» e di «autentica carità», quella che non si sazia con un piatto in tavola, ma che è strumento fondamentale per la costruzione di un mondo nuovo. È questa la «fame» che Leone XIV ha richiamato sabato 11 luglio, nel Borgo Laudato si’, all’interno dei giardini delle Ville Pontificie di Castel Gandolfo. Insieme a lui, seduti ai tavoli appositamente allestiti presso il Padiglione del Riposo, duecento persone che vivono in condizione di vulnerabilità sociale nel territorio della diocesi di Roma. Ospiti speciali per un’iniziativa speciale denominata «A pranzo con il Papa» e che segue quella svoltasi lo scorso anno nel medesimo luogo, in favore dei più fragili assistiti dalla Caritas di Albano.

Dopo il saluto di benvenuto dei cardinali Baggio e Reina e dell’arcivescovo Marín de San Martín, il Papa parla a braccio, ma le sue parole nascono dal cuore per descrivere «una Chiesa che veramente sa aprire le porte, accogliere, ricevere tutti; dove c’è amore per tutti e dove nessuno è nemico, dove tutti sappiamo vivere la riconciliazione, il perdono, la pace».

Là dove Gesù è presente alla mensa, aggiunge il Vescovo di Roma, allora si sta «veramente costruendo un mondo diverso, un mondo di speranza, un mondo che è luce» di fronte al buio che scaturisce «dalla violenza, dall’odio, dalla discriminazione». Di qui, l’esortazione a lavorare insieme per eliminare le cause della povertà e delle ingiustizie «che ancora esistono nel nostro mondo».

Nata dalla collaborazione tra il Centro di Alta Formazione Laudato si’, il Dicastero per il Servizio della carità e la diocesi di Roma, l’odierna iniziativa è stata scandita da diversi momenti che hanno preceduto il pranzo con il Papa, tra cui la messa con la liturgia della custodia della creazione e la visita guidata nel Borgo Laudato si’.
(fonte: L'Osservatore Romano 11 luglio 2026)

*********
Leggi anche:


ANGELUS 12 luglio 2026 - Leone XIV: "il mondo ha bisogno di pace e frutti di bene" - "Non lasciamo che i venti di guerra spengano la fiammella della speranza e della pace" (commento, testo e video integrale)

ANGELUS

Piazza della Libertà (Castel Gandolfo)  
Domenica, 12 Luglio 2026

*************

Leone XIV: il mondo ha bisogno di pace e frutti di bene

All’Angelus, recitato da Castel Gandolfo, il Papa commenta la parabola del seminatore e parla di quei “miracoli d’amore” che accadono quando il seme trova una terra feconda e non ostile. “Dio non smette di credere in noi - dice - e in quello che possiamo diventare giorno per giorno se con fede ci abbandoniamo a Lui”


E’ il primo Angelus di Leone a Castel Gandolfo dove il Papa si è trasferito per trascorrere un breve periodo estivo di riposo e preghiera. L’accoglienza di residenti, turisti e fedeli, radunati in Piazza della Libertà, su cui affaccia il Palazzo apostolico, nonostante il sole allo zenit e la colonnina di mercurio che sfiora i 40 gradi, è grande e festosa. Leone nella catechesi commenta la celebre parabola del seminatore che descrive la generosità e la fiducia con cui Dio sparge la sua Parola nel nostro cuore.

Miracoli d’amore

A volte, come nel racconto dell’evangelista Matteo, il seme incontra un terreno duro, insensibile, sassoso o invaso da rovi, altre una terra feconda e pronta alla semina. E’ in quei momenti, afferma il Pontefice, che accadono “miracoli d’amore” capaci di cambiare tutto il resto. Perciò Dio insiste e non smette di seminare, “perché sa che la potenza del suo amore è più forte della nostra debolezza”.

La generosità di Dio nei nostri confronti non è ingenua, ma sapiente, e sa cogliere in noi la possibilità di un bene di cui a volte nemmeno noi ci rendiamo conto. Per questo il Signore, che conosce bene il terreno del nostro cuore, meglio di quanto noi stessi lo conosciamo, non smette di credere in noi, in quello che siamo e in quello che possiamo diventare, giorno per giorno, se con fede ci abbandoniamo a Lui.

I frutti dello Spirito

Citando San Giovanni Crisostomo, il Papa insiste sull’opportunità di continuare a seminare nel cuore dell’uomo per generare quei frutti dello Spirito, di cui il mondo ha tanto bisogno.

Così, dalla gratuità e dalla fiducia con cui il seme è sparso e dall’umiltà e dalla disponibilità con cui è ricevuto, crescono in noi e si diffondono i frutti dello Spirito Santo, che sono, come insegna San Paolo: «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Quanto il nostro mondo ha bisogno di questi frutti: di esserne riempito e trasformato!

Riposo e preghiera

Non manca, prima della recita della preghiera mariana, l’invito di Leone XIV in questo tempo di vacanze, ad accostare al riposo e al sano divertimento, l’ascolto, la lettura della Parola di Dio, il silenzio e la preghiera, per ritornare alle occupazioni quotidiane rinnovati nel corpo e nello spirito e “sempre più capaci di cooperare alla crescita del Regno di Dio”, annunciando il Vangelo. Anche Leone ammette, salutando i pellegrini che gli hanno riservato un'accoglienza straordinaria, di essere in quel "bel borgo" per trovare ristoro in questi giorni di forte calura estiva. Allo striscione enorme che campeggia nella piazza con su scritto "Benvenuto Papa Leone", ai cori, il Pontefice risponde con un insolito giro in papamobile, al termine dell'Angelus, per lasciarsi raggiungere dai fedeli e salutare tutti più da vicino.
(fonte: Vatican News, articolo di Cecilia Seppia 12/07/2026)

*************

Il testo integrale:
Leone XIV


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e buona domenica!

Oggi, nella liturgia, l’Evangelista Matteo ci presenta la Parabola del seminatore (cfr Mt 13,1-23), che descrive la generosità e la fiducia con cui Dio sparge la sua Parola nel nostro cuore e la sua potenza in noi.

Gesù stesso, il Verbo fatto uomo, che ha dato la vita per la nostra salvezza, è il seme che il Padre continua a spargere nel mondo perché, morendo, porti molto frutto (cfr Gv 12,24). È vero, a volte incontra in noi un terreno duro e insensibile, altre volte distratto, simile al suolo battuto dei sentieri, al terreno sassoso, ai cespugli dei rovi; ma ci sono momenti in cui trova una terra ricettiva e feconda, e allora si innescano miracoli d’amore capaci di cambiare tutto il resto, come certamente abbiamo sperimentato anche noi nella nostra vita. Per questo il Padre non smette di seminare, perché sa che la potenza del suo amore è più forte della nostra debolezza (cfr 2Cor 12,9-10).

San Giovanni Crisostomo, riferendosi alla “semente” della Parola di Dio, afferma: «Come può essere ragionevole seminare sulle spine, sul terreno sassoso, sulla strada? Nel caso dei semi e della terra non sarebbe ragionevole, mentre nel caso delle anime e degli insegnamenti ciò è molto lodevole» (Omelie sul Vangelo di Matteo, 44, 3), perché nelle mani di Dio è possibile che «il luogo sassoso si trasformi e diventi terra fertile, che la strada non sia più calpestata e non sia esposta a tutti i passanti, ma sia terreno pingue, che le spine siano eliminate e i semi godano di una situazione di grande sicurezza» (ibid.).

La generosità di Dio nei nostri confronti non è ingenua, ma sapiente, e sa cogliere in noi la possibilità di un bene di cui a volte nemmeno noi ci rendiamo conto. Per questo il Signore, che conosce bene il terreno del nostro cuore, meglio di quanto noi stessi lo conosciamo, non smette di credere in noi, in quello che siamo e in quello che possiamo diventare, giorno per giorno, se con fede ci abbandoniamo a Lui.

Così, dalla gratuità e dalla fiducia con cui il seme è sparso e dall’umiltà e dalla disponibilità con cui è ricevuto, crescono in noi e si diffondono i frutti dello Spirito Santo, che sono, come insegna San Paolo: «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Quanto il nostro mondo ha bisogno di questi frutti: di esserne riempito e trasformato!

Impegniamoci, allora, specialmente in questi giorni di ferie, a dare spazio all’ascolto, alla lettura e alla meditazione della Parola di Dio, coltivando, assieme al riposo e al sano divertimento, anche momenti significativi di silenzio e di preghiera. Ritorneremo alle nostre occupazioni abituali rinnovati nel corpo e nello spirito, pronti ad annunciare la Buona Notizia del Vangelo e sempre più capaci di cooperare alla crescita del Regno di Dio.

Ci aiuti in questo Maria, Regina degli Apostoli e Stella dell’evangelizzazione.

_______________________

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

saluto gli abitanti di questo bel borgo, Castel Gandolfo, nel quale sto trascorrendo alcuni giorni di ristoro, e accolgo con gioia tutti voi, pellegrini da ogni parte del mondo!

Tornano purtroppo a soffiare i venti della guerra in Medio Oriente, in Ucraina e in numerose altre parti del mondo, seminando violenza, terrore e morte e colpendo, ancora una volta, tanti innocenti. Non lasciamo che questi venti spengano la fiammella della speranza e della pace, anche quando essa sembra fragile e vacillante.

Rinnovo il mio auspicio affinché si percorra con perseveranza la via del dialogo, dell’incontro e della diplomazia, unico cammino capace di condurre a una pace giusta e duratura, nella quale i popoli possano vivere riconciliati, nella sicurezza reciproca e nel rispetto della dignità di ogni persona.

Oggi ricorre la “Domenica del Mare”. Il mio pensiero va a tutti i marittimi, i pescatori e i lavoratori portuali del mondo che, segnati dalla lontananza dei propri cari e talvolta dalla paura per i conflitti che attraversano le vie del mare, sostengono con un lavoro paziente e silenzioso il commercio e la vita di molti popoli.

Infine, mi unisco nella preghiera ai numerosi fedeli polacchi, riuniti nell’annuale Pellegrinaggio davanti all’icona di Jasna Góra, perché, come “discepoli missionari”, siano testimoni gioiosi del Vangelo. Buona domenica a tutti!



Guarda il video


domenica 12 luglio 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
12 Luglio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, la Parola che il Signore oggi ci ha donato, ci apre alla speranza che non delude: Dio nostro Padre, in Gesù, suo Figlio, non smette di seminare e di donare gratuitamente il suo amore, perché è certo che ci sarà un cuore che accoglie e che porti frutto. Con animo riconoscente, allora, innalziamo al Signore le nostre preghiere ed insieme diciamo:


R/   Signore Gesù, ravviva la nostra speranza

Lettore


- Tu, Signore Gesù, continui a gettare il seme della tua Parola, che è spirito e vita, nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. Fa’ che la tua Chiesa ed ogni comunità cristiana, presente nei vari angoli della terra, crescano sempre più nella capacità di prestare ascolto alla tua Parola e di poterla tradurre in vita vissuta. Preghiamo.

- Il mondo di oggi, Signore Gesù, predilige andare dietro ad altre parole, che apparentemente sembrano più allettanti, ma che alla fine portano solo frutti di morte e non di vita. Illumina il cuore e la mente di tutti quei popoli e di quei governanti, che non si rendono conto di precipitare se stessi ed il mondo intero in un abisso di odio e di disumanità. Preghiamo.

- A Te, Signore Gesù, vogliamo affidare il popolo del Venezuela e soprattutto le persone provate dal terremoto e dalla grave mancanza di aiuti internazionali. Ti affidiamo, inoltre, tutti quei Paesi, in cui persiste uno stato di guerra, o di pesante dittatura, come in Sudan, nel Congo e nel Myanmar. Preghiamo.

- Volgi, Signore Gesù, il tuo sguardo sui ragazzi e sulle ragazze del nostro Paese. Togli dal loro cuore i sentimenti di sfiducia, di paura e di violenza. Aiutali a non cadere nella facile illusione di trovare la felicità nello sballo e nella droga. Sii vicino a quanti hanno la lucidità di immaginare che questo mondo, fondato sull’arricchimento immediato e sulla competizione, può essere cambiato e rinnovato nei valori umani ed evangelici della fraternità e della solidarietà. Preghiamo

- Davanti a te, Signore Gesù Risorto, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo ancora delle vittime delle guerre sparse nel mondo e spesso dimenticate, e delle vittime del terremoto in Venezuela. Dona a tutti di contemplare il tuo Volto di Amore e di Pace. Preghiamo.



Per chi presiede

Signore Gesù, accogli le supplice della tua Chiesa in preghiera. Fa’ che i semi del Vangelo ricevuti in questa celebrazione eucaristica, mettano radici profonde nei nostri cuori, perché solo così possiamo essere testimoni della tua Parola che ora accogliamo nella fede. Te lo chiediamo perché sei nostro Maestro e Pastore, vivente nei secoli dei secoli.

AMEN.

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 36 - 2025/2026 - XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

Tutto il capitolo tredici del Vangelo di Matteo costituisce il "Discorso in Parabole", il terzo dei cinque grandi discorsi per mezzo dei quali l'evangelista presenta Gesù alla sua comunità. Attraverso sette similitudini narrate in forma parabolica, Gesù manifesta l'azione del Padre nella storia introducendo i discepoli alla conoscenza dei Misteri del Regno. Usando un linguaggio mutuato dalla vita di tutti i giorni, le Parabole aiutano il lettore a operare un discernimento. Per mezzo di esse Gesù comunica ai suoi in come il Padre vede i suoi figli e interviene nella loro contraddittoria realtà. Il Regno non è ancora pienamente presente e, apparentemente, non ha un suo sviluppo vittorioso: viviamo ancora nel tempo faticoso della semina. Il Regno di Dio che Gesù rende presente non è mai secondo le attese degli uomini, discepoli compresi. «Noi vorremmo un bene incontrastato, visibile, efficiente, invece è combattuto, nascosto e insignificante, addirittura fallimentare» (cit.). Ciò nonostante, il Seminatore non si risparmia, spargendo a piene mani il Seme della Parola di Vita nel cuore dell'uomo, anche quando questo cuore è duro come la roccia e arido come il deserto. Egli, infatti, sa bene che se la Parola di Vita verrà ascoltata e accolta, essa sarà in grado di frantumare e penetrare la dura scorza del male mutando le pietraie dei nostri deserti in terra buona, vergine e feconda. La morte stessa, che noi temiamo più di ogni altra cosa, non riuscirà ad annientare il seme, ma ne attiverà le potenzialità. Come Gesù, il Figlio amato «gettato nel cuore della terra e di ogni uomo, è per tutti il segno e il seme della Vita Eterna» (cit.)   

sabato 11 luglio 2026

IL SEMINATORE IMPERFETTO E FELICE - Non possiamo aspettare che le cose, le persone, siano perfette per cominciare ad amarle. L’etica del Vangelo non è quella del campo senza spine, è quella del frutto. - XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

IL SEMINATORE IMPERFETTO E FELICE


Non possiamo aspettare che le cose, le persone, siano perfette
per cominciare ad amarle.
L’etica del Vangelo non è quella del campo senza spine,
è quella del frutto.


Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono (...). Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti». Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. (...). Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno». Mt 13,1-23
  
IL SEMINATORE IMPERFETTO E FELICE
 
Un piccolo, un bambino capisce subito se gli vuoi bene o no... E' questo il segreto semplice della vita. I piccoli, i peccatori, gli ultimi della fila hanno capito la rivoluzione della tenerezza di Dio.

Gesù racconta la sua prima parabola galleggiando sopra una barca. Egli amava il paesaggio del lago e amava la terra, i campi di grano, le distese di spighe, di papaveri, di fiordalisi. Guardava la vita e nascevano parabole. “E non parlava loro se non per parabole”, che non si perdono in preamboli ma raccontano semplicemente un fatto.

Osserva un seminatore, e nel suo gesto intuisce qualcosa di Dio. “Il seminatore uscì a seminare”, ma non un seminatore qualsiasi, è il Seminatore per eccellenza. Uno che spera anche nei sassi e nelle spine, un prodigo inguaribile. Un sognatore che vede vita ovunque, convinto che persino la sterpaglia si possa trasformare in giardino.

Ed ecco che l’immagine d’un tempo antico ci riempie gli occhi della mente: un uomo con una sacca al collo che percorre un campo arato a passi lenti e misurati, compiendo un gesto largo della mano, sapiente e solenne. Con il suo gesto scavalca il buon terreno. Il seminatore, che può sembrare sprovveduto, butta il seme sull’interezza del terreno, vede e abbraccia l’imperfezione del campo del mondo, dove nessuno è discriminato.

Non possiamo aspettare che le cose, le persone, siano perfette per cominciare ad amarle. E il seminatore, che sembra sprecare il seme sui sassi e sui tratturi, è Dio che abbraccia ogni persona così com’è, come una storia imperfetta ma dove è sempre possibile ricominciare. E lo diresti il racconto di una semina fallimentare se non fosse per il finale, che è determinante: e davano frutto, detto all’imperfetto, come una azione lunga, protratta, che continua, una fruttificazione che non si esaurisce. Il male non ferma la storia, la semina va avanti. Tutto è fiducia incamminata, una pioggia continua di semi di Dio cade tutti i giorni sopra di noi. 

Il mio Dio contadino sa che, per tre volte, come dice la parabola, per infinite volte, come dice la mia esperienza, non rispondo, ma poi accade che una volta almeno rispondo, e allora è il trenta, il sessanta, il cento per uno.

Tutti siamo feriti e opachi, campo duro e spinoso. Eppure la nostra umanità imperfetta è ancora adatta per il seme di Dio. E lui respira meglio, mano a mano che diventiamo non già più bravi e perfetti, ma sempre più noi stessi, sempre più veri e autentici.

L’etica del Vangelo non è quella di un campo senza spine, ma è quella del frutto. Lo sguardo del seminatore non si posa sull’assenza o meno di difetti di rovi, di sassi, ma sulla fecondità di domani, su spighe piene, generose, gonfie, profezia di pane spezzato per la fame dei figli.

Il cristiano è consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pretendere di sapere come, né dove, né quando. Ha la certezza che non va perduta nessuna opera d’amore, nessuna generosa pazienza, ma che tutto ciò circola nelle vene del mondo come forza di vita» (Evangelii gaudium 278-279).


Enzo Bianchi La Chiesa davanti alla divisione

Enzo Bianchi
La Chiesa davanti alla divisione
 
Lo scisma dei lefebvriani segna una dolorosa separazione e ci richiama alla ricerca dell'unità


Famiglia Cristiana - 5 Luglio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

In questi giorni, esattamente il 1° luglio, si è consumata una dolorosa divisione nella chiesa cattolica. Una porzione di fedeli, che già si erano staccati dalla chiesa sotto l'impulso del vescovo monsignor Marcel Lefebvre nel 1977, ha ordinato quattro vescovi senza il mandato del Papa, il vescovo che presiede alla comunione universale. Così si è consumato un atto scismatico adducendo come causa il rifiuto della riforma liturgica conciliare e di alcune acquisizioni del Vaticano II.

In questi anni Papa Benedetto XVI e poi Papa Francesco hanno non solo tentato un dialogo con questi fratelli scismatici ma sono giunti a togliere la scomunica e a legittimare la celebrazione dei sacramenti da parte loro; ma poi nei diversi colloqui sempre è emerso il rifiuto ostinato nei confronti del cammino della chiesa cattolica, ritenuto in rottura con la tradizione.

Questa porzione di cattolici – presente soprattutto in Francia, Svizzera, Germania e Stati Uniti, che conta circa 150.000 fedeli, 700 presbiteri, 5 vescovi – ci lascia e mutila il corpo del Signore in un momento di divisioni sofferte da tutte le chiese in Oriente e in Occidente, nell’ortodossia e nella chiesa cattolica. Non possiamo non soffrire e quindi pregare perché venga ristabilita l’unità, la comunione e ritorni la pax liturgica. Il Concilio, la grande grazia che il Signore ha fatto alla chiesa, non è né un mostro né un museo: va interpretato e non tutto il Concilio deve essere accettato. Alcuni testi del Concilio sono diventate vecchi e non sono più proponibili, così come alcune proposizioni di concili precedenti, ma le costituzioni dogmatiche sono accrescitive della fede oggi.
(fonte: blog dell'autore)

******************

Vedi anche i nostri post precedenti:

venerdì 10 luglio 2026

I tre volti di uno scisma di Giuseppe Savagnone

I tre volti di uno scisma
di Giuseppe Savagnone


Il volto ecclesiale
La scelta della Fraternità sacerdotale San Pio X di ordinare quattro nuovi vescovi si può considerare sotto profili diversi. Il più evidente – di cui soprattutto si sono occupati i media – è quello ecclesiale. Dopo la scomunica da parte di Giovanni Paolo II, che nel 1988 fece seguito all’ordinazione di altri quattro vescovi da parte del fondatore della Fraternità, mons. Lefebvre, c’erano stati degli sforzi di riavvicinamento, culminati nella remissione della scomunica da parte di Benedetto XVI, che aveva anche ammesso nuovamente l’uso del messale preconciliare.

Papa Francesco aveva revocato la liberalizzazione della messa in latino, ma aveva concesso ai preti lefebvriani la potestà di confessare durante il Giubileo della misericordia (2015-2016) e la possibilità – da valutare però caso per caso – di celebrare matrimoni.

Con la decisione di ordinare altri quattro vescovi senza il mandato della Santa Sede, il superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani, ha respinto l’accorato appello di papa Leone a mantenere aperto il dialogo e ha reso inevitabile una nuova scomunica. Si tratta, infatti, di una sfida aperta all’autorità del pontefice, come era stata quella del defunto mons. Lefebvre. Un gesto che consacra la disobbedienza della Fraternità al papa, rompendo la comunione con lui, e determina automaticamente lo scisma.

Questa mossa, in verità, può apparire – e secondo molti è – contraddittoria con la volontà della Fraternità di ritornare al Catechismo di Pio X, in cui è rigorosamente prescritta l’obbedienza al papa. Ma già secondo Lefebvre la crisi della Chiesa era così grave da giustificare misure eccezionali per salvaguardare l’ortodossia, rendendo leciti atti normalmente proibiti dal diritto canonico.

E anche don Pagliarani si appella a uno “stato di necessità” per una presa di posizione che a suo avviso è motivata da una più profonda fedeltà alla Chiesa e al papa, perché volta a ricondurli alla retta interpretazione della tradizione ecclesiastica. Come scrive nella sua risposta all’appello di Leone: «Lungi da noi il volerci separare dalla Chiesa di Roma – si legge nel testo – al contrario, desideriamo servirla con mezzi straordinari, come si soccorrerebbe una madre in difficoltà che necessita di un aiuto particolare, anche se tale aiuto non è compreso da tutti».

Le ragioni del dissenso
La Fraternità, infatti, ritiene che il Concilio Vaticano II abbia creato una frattura nella tradizione della Chiesa e abbia dunque tradito lo spirito del cattolicesimo. Un punto cruciale è, a questo proposito, il riconoscimento contenuto nella dichiarazione conciliare Nostra aetate – poi sviluppato in particolare da Giovanni Paolo II e da papa Francesco con gesti pubblici di apertura e di dialogo – che c’è della verità anche nelle altre religioni e nelle altre confessioni cristiane, valorizzandone così la funzione spirituale, invece di bollarle semplicemente come errori da combattere in nome dell’unica verità rivelata e di cui solo la Chiesa cattolica sarebbe depositaria.

Ma ad apparire inaccettabile ai seguaci di mons. Lefebvre è anche la nuova dimensione comunitaria introdotta dalla costituzione conciliare Lumen gentium, che rovescia la concezione piramidale e gerarchica della Chiesa, mettendo in primo piano il popolo di Dio, desacralizzando la gerarchia e valorizzando il laicato.

È solo una conseguenza di queste divergenze di fondo quella che spesso è stata scambiata per il problema cruciale, la celebrazione della messa in latino. Dove in realtà la questione della lingua è certo significativa, ma secondaria rispetto al fatto che si tratta di una messa celebrata con un rito non rispondente alla nuova visione del Concilio.

Un solo esempio: una delle novità della messa post-conciliare è il fatto che il celebrante non dà le spalle al popolo – volgendosi come suo rappresentante ad Orientem, verso Dio – ma celebra rivolto ai fedeli, partecipando insieme a loro alla comune mensa sacrificale.

È evidente che quello della Fraternità San Pio X è una reazione a tutto ciò che di nuovo la Chiesa ha espresso in questi anni. Eppure, deve far riflettere il fatto che, contrariamente a quanto molti immaginavano nel 1988, essa non si è estinta con Lefebvre, ma è cresciuta. Se allora contava poco più di duecento sacerdoti, l’anno scorso ne contava 733, con altri 264 seminaristi, oltre a religiosi e religiose presenti in numerosi Paesi e alcune centinaia di migliaia di laici che gravitano attorno alle sue opere.

Non solo. All’interno della stessa Chiesa cattolica si registrano segni di nostalgia del passato. E quello che colpisce è che essi vengono soprattutto dai giovani preti, con il ritorno a un accentuato ritualismo, all’uso della talare, alla sottolineatura dell’autorità dei presbiteri. È come se si sentisse il bisogno di puntare su contrapposizioni nette e di trincerarsi dietro forme rigide, per difendere una identità minacciata dalla complessità e dalla problematicità della realtà attuale. Ma, in definitiva, è una fuga dai dubbi e dal confronto, che rivela una sostanziale debolezza.

Il volto teologico-culturale
Questo apre la strada a un secondo aspetto dello scisma, assai meno trattato, quello teologico-culturale. Liquidare lo smarrimento di cui si è detto come un fatto meramente psicologico rischia di coprire i problemi che il cristianesimo – non solo quello cattolico – sta affrontando, in questa che – come lucidamente ha precisato papa Francesco – non è un’epoca di cambiamento ma un cambiamento epocale.

Il distacco dalla Chiesa di masse sempre più imponenti di fedeli evidenzia la difficoltà del messaggio cristiano a presentarsi come attuale e coinvolgente per gli uomini e le donne del nostro tempo. Più che le chiese vuote, il problema sembra la difficoltà delle persone – anche di chi ancora le frequenta – a trovare credibile il Vangelo e a vivere con l’intensità di una volta la loro adesione di fede nel nuovo contesto culturale.

Da qui i tentativi di diversi teologi di pensare in modo nuovo l’oggetto di questa fede, anche ricorrendo a vere e proprie rivoluzioni dottrinali, come quella implicita nelle diverse forme di post-teismo, che arrivano a rimettere in questione perfino l’esistenza di un Dio trascendente il mondo. Col rischio, però, che, piuttosto che di un’attualizzazione delle verità da sempre credute, si tratti di una loro sostituzione con altre.

E anche nel modo di concepire il pluralismo religioso, il rispetto per le altre fedi finisce a volte per tradursi nella riduzione della figura di Gesù Cristo a quella di uno dei tanti fondatori di religioni, spogliandola della divinità che le attribuisce il Credo elaborato dalla Chiesa indivisa nel primo millennio della sua storia. Col risultato di svuotare l’idea centrale del cristianesimo, che è quella dell’assunzione della nostra umanità da parte di Dio stesso.

Da qui l’irrigidimento di chi, per difendere la tradizione, la identifica con una pura e semplice conservazione, assumendo come assoluta questa o quella formulazione del passato, senza rendersi conto dell’arbitrarietà di una simile scelta: perché proprio il catechismo di Pio X, o le formule del Concilio tridentino, e non altre fasi della storia cristiana?

Quando invece ogni tradizione è per sua natura dinamica e deve sempre fare i conti con i nuovi contesti culturali in cui si trova a vivere, arricchendosi grazie ai loro apporti. Quella della Chiesa, poi, è il processo attraverso cui i discepoli di Gesù sono chiamati a una sempre più profonda comprensione del suo messaggio, sotto la guida dello Spirito Santo, come ha promesso il Maestro ai suoi prima di lasciarli.

Ciò non avviene, però, senza il contributo attivo degli uomini e delle donne di ogni epoca. E, per quanto riguarda la nostra, la Chiesa non potrà far fronte adeguatamente al suo compito di traduzione del Vangelo nel linguaggio del nostro tempo senza un forte slancio di pensiero creativo e, al tempo stesso, fedele all’essenziale. Il richiamo del passato, di cui lo scisma è una manifestazione, rivela questa difficoltà a costruire il futuro.

Il volto politico
Ma c’è anche un terzo volto di questo scisma, che non va trascurato, quello politico. L’opposizione al messaggio sociale proposto energicamente dagli ultimi papi ha avuto il suo fulcro, negli Stati Uniti, in ambienti religiosi conservatori, prevalentemente evangelici, ma in una certa misura anche cattolici. E, reciprocamente, il messaggio che viene da un’esperienza come quella della Fraternità è decisamente di appoggio alla destra, a livello internazionale come a quello italiano.

Destò un certo scalpore, a questo proposito, la scoperta che uno dei quattro vescovi consacrati nel 1988 da Lefebvre, mons. Richard Williamson, era un deciso negazionista dell’Olocausto. E, nell’ottobre del 2013, è stata la Fraternità di San Pio X a voler ospitare la funzione religiosa dei funerali del gerarca e criminale nazista Eric Priebke.

Non è un caso, perciò, che alla consacrazione dei quattro vescovi scismatici siano stati presenti, unici rappresentanti politici, l’ex europarlamentare della Lega Mario Borghezio, oggi aderente a Futuro Nazionale (il nuovo partito di Vannacci), e una delegazione di Forza Nuova guidata da Roberto Fiore.

Una destra cinicamente aggressiva e sprezzante dei diritti delle persone e dei popoli sta dilagando in Europa e nel mondo, dagli Stati Uniti ai paesi del Sudamerica, dall’Italia alla Germania, da Israele al Giappone. La Chiesa cattolica è forse attualmente l’unica voce che si oppone a questa marea e si leva a difesa dei poveri, dei migranti, degli inermi.

Alle forze della reazione emergenti ne serve un’altra, che pretenda di essere anch’essa pienamente cattolica, e che avalli la linea di quei governanti che, come la nostra Meloni, fanno dell’erezione di muri contro i migranti il loro fiore all’occhiello, senza però voler rinunciare alla pretesa di essere paladini del cristianesimo («Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana») contro il pericolo dell’invasione dell’islam.

La Fraternità di San Pio X si presta perfettamente a questa operazione e indica comunque la direzione di una nuova conciliazione tra potere politico e cristianesimo. Anche qui, tuttavia, si tratta di una sfida che può essere salutare. Essa costringe il mondo cattolico a una riflessione sulla propria assenza dalla scena politica.

Più in generale, sotto tutti e tre i profili che abbiamo esaminato, questa riedizione dello scisma del 1988 potrebbe rivelarsi una nuova occasione di risveglio per una Chiesa spesso stanca e demotivata.

Non ci sono ricette. Come papa Leone ha ricordato nella sua enciclica, dipende da ognuno di noi decidere se lasciarsi dominare dalla logica del potere dell’omologazione espressa nella torre di Babele o contribuire alla ricostruzione delle mura della città di Dio, in cui l’umano è custodito e può fiorire. A ciascuno la scelta.

(Fonte: "I CHIARISCURI - 03.07.2026) 

giovedì 9 luglio 2026

Carceri, materassi, cimici e dignità di Tonio Dell'Olio

Carceri, materassi, cimici e dignità 
di Tonio Dell'Olio


La circolare del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) Toscana ordina nero su bianco alle direzioni delle carceri di collocare materassi a terra per ricavare nuovi posti nelle celle. Ma questa è tutt’altro che una soluzione al sovraffollamento.

È la certificazione del fallimento delle politiche carcerarie. Dormire sul pavimento, in spazi già saturi e con il caldo torrido, significa aggiungere umiliazione alla privazione della libertà.
 A rendere ancora più grave la situazione sono le condizioni igieniche di istituti come Sollicciano, dove le denunce sulla presenza di cimici e altri infestanti sono state accompagnate perfino dall'esibizione degli insetti raccolti nelle celle. Immagini che dovrebbero indignare l'intero Paese. 
L'articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. 
La Corte europea dei diritti dell'uomo ha più volte richiamato e condannato l'Italia per il sovraffollamento e per condizioni detentive incompatibili con la dignità della persona.

Lo Stato di diritto si misura da come tratta chi è più debole.
Restituire dignità alle carceri non è buonismo: è il primo dovere della giustizia e il fondamento della civiltà democratica.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 09.07.2026)  

SOLO UN DIO CI SALVERA’ LA GUERRA È DEI BRUTI di Raniero La Valle

SOLO UN DIO CI SALVERA’ 
LA GUERRA È DEI BRUTI 
di Raniero La Valle


(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano - 01.07.2026)

Nel momento in cui si sta smantellando l’intero ordine mondiale quale lo si è costruito in 3000 anni di storia, dal Sinai al Palazzo di Vetro, dall’homo sapiens all’I.A. (Intelligenza Alienata), nell’ultima puntata della trasmissione 8½ è stato posto il problema di quale fosse oggi il punto più critico della situazione mondiale. La risposta più persuasiva è che il punto più critico non è dove oggi la tragedia è maggiore, e cioè in Israele, Palestina, Libano e Iran, ma a Kiev, che può ciecamente innescare la terza, ed ultima, guerra mondiale.
Nella generale inquietudine è stato osservato che oggi la politica non ha risposte a questa crisi, per l’estraneità alla ragione della maggior parte degli attuali capi politici, da Trump a Netanyahu a von der Leyen a Rutte. Ma un lampo ha attraversato il dibattito alla notizia che poche ore prima nel discorso in san Pietro per l’apertura del Concistoro, il Papa Leone XIV sorprendentemente aveva riproposto l’articolo di fede secondo cui “la guerra non è mai degna dell’uomo e non è mai benedetta da Dio”, dandone come motivazione che “il Creatore ci ha dotato di un’intelligenza e volontà per risolvere i conflitti da esseri umani e non da bestie magari dotate di armi iper-tecnologiche”.
La sorpresa è duplice. La prima, perché tale lettura cruciale non è stata avanzata in un normale esercizio del ministero petrino, ma insieme a 180 cardinali di tutto il mondo, non importa se erano “elettori ordinari”, “elettori di Curia” o “non-elettori” nell’ultimo Conclave, in un Concistoro straordinario, cioè in una forma in cui finalmente si realizza la mitica collegialità del potere pontificio voluta dal Concilio Vaticano II, e non semplicemente come nei vecchi Concistori per la nomina solitaria da parte del Papa, già detto “infallibile”, di nuovi cardinali. “So bene – ha detto il Papa - che non è il modo abituale di svolgere un Concistoro”.
La seconda sorpresa è che il tema della guerra viene affrontato in un contesto che non è quello del consueto dibattito politico o militare, o anche solo pastorale, ma nel quadro del tutto alternativo del conflitto oggi esistente tra “intelligenza e volontà” umane e la “iper-tecnologia” che oggi pretende sostituirle e superarle, a cominciare dalle nuove armi in tutti i teatri di guerra.
Non sappiamo se Prevost ai tempi del suo apprendistato a Roma abbia letto Dante e se qui lo abbia implicitamente citato, ma di certo ne ha ripetuto la lapidaria sentenza: “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”.
Tutti nello studio di 8½ hanno espresso consenso e lode per tale intervento, sottolineando che il Papa è l’unico vero leader mondiale che con parole nette e comprensibili a tutti dice la verità su cose vitali per ognuno.
Ma Lucio Caracciolo ha aggiunto un’osservazione fulminante: “Ma il Papa non ha il governo”, vale a dire che non è sottoposto alla critica degli effetti. Dunque può parlare in modo sempre più forte, ma l’eco per il mondo può finire in una news o nelle notizie di coda dei telegiornali.
Questa osservazione è giustissima. Ma se davvero fosse lì, nel non essere come bruti, al limite dell’umano, il nodo di tutto per il futuro nostro e del mondo?
Qui è chiamata in causa non questa o quella ideologia o cultura, ma la modernità stessa quale si è costruita fin qui. Essa, a partire dal cristianissimo Grozio (1600) si è fondata sulla “ipotesi” che “Dio non ci sia e non si occupi dell’umanità”, perché siamo abbastanza adulti da cavarcela lo stesso. Finora, bene o male, ha funzionato. Intelletto e volontà non avevano bisogno di quella fondazione inattaccabile che secondo il Papa viene dal fatto che “Dio ci ha creati “a sua immagine e somiglianza”; vuol dire che tutto il resto, la libertà i sentimenti, l’etica, l’amore, la compassione sono unite per natura a intelletto e volontà; senza di queste l’Intelligenza passa ai bruti, non può giudicare, decidere, non può scegliere né di amare i nemici né di non uccidere né di rispettare l’altrui, né di curarsi della sorte del mondo. Questa è l’Intelligenza Artificiale, Scissa dall’uomo, artefatta, l’uomo non ce la fa a resisterle, schiacciata com’è da concentrazioni di denaro di milioni di miliardi di investimenti e profitti e da oligarchie dominanti potentissime il cui numero si conta sulle dita di una mano.
La democrazia, che pur ha liberato milioni di uomini, e continuerà a farlo, non ha risposte per questa sfida, non ce l’ha in agenda per le prossime elezioni.
Resta, negata, l’ipotesi esclusa. Ma se le si toglie l’embargo, se si ammette che Dio ci sia e si occupi di noi, ciò varrebbe a ripristinare potenzialità perdute e a saldare di nuovo intelletto e libertà, intelligenza e giudizio; non occorre la certezza, basta ridare dignità all’ipotesi rimossa, allora ii Papa non parlerebbe al vento ma si sveglierebbero miliardi di coscienze, e forse si riaprirebbe la partita non con i governi ma nella piazze, nelle palestre, nelle case, nelle fabbriche, sui mari di Crimea e di Gaza, la crudeltà sarebbe svergognata, il diritto ripristinato, le quotidiane rapine della verità impedite. Forse a questo portava Heidegger quando disperava della tecnica moderna, non più in alcun modo “strumento”, e diceva “ormai solo un Dio ci può salvare”. Un Dio, ma in carni umane.
Oltre la politica, oltre le Chiese, potrebbe allora promuoversi un grande movimento mondiale, degno del cambiamento d’epoca, e approntare istituzioni di prevenzione e controllo a presidiare, disarmando le bestie, i limiti intransitabili di questo magnifico umano, sostenute ma indipendenti dai governi, una autogestita “Intelligens Humanitas”.

(Fonte: social dell'autore)