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venerdì 29 maggio 2026

Cappellani militari alla parata del 2 giugno??? Ma anche NO!

Cappellani militari alla parata del 2 giugno???
Ma anche NO!


“… Ai preti-soldato è richiesta la divisa di ordinanza: veste talare con stellette, fascia, basco nero con fregio dell’Ordinariato militare e guanti neri, come si legge nella comunicazione interna inviata da monsignor Siddi, vicario generale della diocesi castrense, che ha i gradi e il salario di generale di divisione…”

Il Consiglio nazionale di Pax Christi, sconcertato e indignato dalla recente disposizione dell’ordinariato militare che ha comunicato la presenza in grande spolvero dei cappellani militari alla parata del prossimo 2 giugno, condivide a fa propria l’ Opinione di don Tonio Dell’Olio del 29 maggio, sulle pagine on line di Mosaico di Pace, rivista promossa dallo stesso Movimento:

Cappellani militari alla parata? Ma anche no!

Nel Mosaico dei giorni del 22 maggio scorso avevamo riproposto – come facciamo ormai ogni anno – l’idea che la “parata” del 2 giugno venisse smilitarizzata. La Festa della Repubblica, infatti, celebra una Costituzione fondata sul lavoro, non sulle armi. Ma quest’anno quella richiesta aveva un motivo ulteriore e più urgente: l’appello lanciato dalle pagine di Avvenire da un gruppo di amici provenienti da culture ed esperienze diverse, uniti dall’idea che la pace non possa essere evocata mentre si esibiscono strumenti di guerra.

Avevamo anche suggerito che ad aprire simbolicamente una parata civile fossero gli italiani della Global Sumud Flotilla: uomini e donne che rappresentano oggi una delle esperienze più avanzate di presenza nonviolenta nei conflitti, nel Mediterraneo e accanto ai popoli feriti dalla guerra.

Per tutta risposta apprendiamo oggi, da un articolo di Luca Kocci sul Manifesto, che per la prima volta alla parata militare sfilerà anche un drappello di cappellani militari. Una scelta improvvida e profondamente antievangelica. Non solo perché contraddice il richiamo di Papa Leone XIV a una pace “disarmata e disarmante”, ma anche perché ignora il percorso avviato dalla Chiesa italiana per ripensare radicalmente il ruolo dell’assistenza spirituale nelle Forze armate. È scritto nero su bianco nel Documento di sintesi del Sinodo delle Chiese italiane (24, c) e nella Nota pastorale firmata dai vescovi italiani “Educare a una pace disarmata e disarmante” (3, e).

La partecipazione dei cappellani alla parata segna, invece, un’integrazione ancora più marcata dei preti dentro l’apparato militare, nella sua logica e nella sua mentalità. E tutto questo con ingenti risorse pubbliche. È un segnale preoccupante, che occorre invertire con urgenza se vogliamo restare credibili nell’annuncio evangelico della pace: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27).
(fonte: Pax Christi 29/05/2026)

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Vedi anche i nostri post precedenti:

80 anni di Repubblica, un’Italia in piazza per la Pace: fino al 2 giugno le iniziative per disarmo e nonviolenza

80 anni di Repubblica, un’Italia in piazza per la Pace:
fino al 2 giugno le iniziative per disarmo e nonviolenza


Da Verona a Firenze, da Roma a Monte Sole: la società civile per un’Italia che ripudia la guerra celebra gli 80 anni della Repubblica e rilancia la campagna “Un’altra difesa è possibile”

Di fronte alla corsa al riarmo che sta travolgendo l’Europa, la società civile italiana alza la voce e si mobilita. Lo fa rivendicando i capisaldi della Costituzione e ricordando che la sicurezza non si misura in miliardi di spesa militare, che la dignità dei popoli non si difende con le bombe, che la pace non è assenza di guerra ma costruzione quotidiana di giustizia e diritti. Lo fa ricordando che fin dall’inizio chi ha fondato la Repubblica italiana ha scelto di ripudiare la guerra, e che quella scelta vale ancora oggi. 

Una grande mobilitazione, in risposta all’appello lanciato da Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci per celebrare gli 80 anni della Repubblica con iniziative civili, pacifiste e nonviolente, in tutta Italia si sono moltiplicate fiaccolate, biciclettate, convegni e presidi. Un calendario fitto, che parte stasera da Verona e culmina il 2 giugno in più città italiane. Obiettivo comune: restituire alla Festa della Repubblica il suo autentico carattere costituzionale, quello di una Repubblica che ripudia la guerra, sottraendola alle parate militari e al clima di riarmo che domina il dibattito pubblico europeo.

Il nostro appello ha mosso l’Italia. Perché la risposta è stata straordinaria: decine di realtà (associazioni, reti locali, comunità ecclesiali, sindacati, scuole) hanno aderito e organizzato proprie iniziative, animate da un filo conduttore: l’articolo 11 della Costituzione non è retorica, è un impegno concreto che oggi, di fronte alla corsa al riarmo europeo, va rivendicato con forza. ...



82ª ASSEMBLEA GENERALE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Leone XIV: Avere il coraggio dell’essenziale

82ª ASSEMBLEA GENERALE
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Aula del Sinodo
Giovedì, 28 maggio 2026


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Leone XIV ai vescovi della Conferenza episcopale italiana

Avere il coraggio dell’essenziale


«Abbiamo il coraggio dell’essenziale»! È l’esortazione rivolta da Leone XIV ai vescovi italiani riuniti nell’Aula del Sinodo in occasione dell’82a assemblea generale . E “coraggio” è stata la parola che il Papa ha ripetuto più volte raccomandando in particolare quello «di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo; di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo; di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande; di lasciarci evangelizzare dai poveri; di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria».

DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV


Carissimi fratelli nell’episcopato, buongiorno!

Grazie, Eminenza, per le parole che mi ha rivolto. Un caro saluto a quanti sono stati eletti a svolgere un servizio nella Conferenza Episcopale, in particolare al Vicepresidente, e a ciascuno di voi. Per vostro tramite, desidero esprimere il mio affetto a tutte le Chiese che sono in Italia, ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate, alle famiglie, ai catechisti, agli educatori, ai giovani, agli anziani, ai poveri, ai malati, a quanti vivono la fede nella semplicità della vita quotidiana e a quanti, magari senza saperlo, portano nel cuore una sete di Dio.

È quanto abbiamo la grazia di constatare in diversi modi, anche in un tempo come il nostro, segnato dalla complessità. L’ho sperimentato direttamente nelle mie recenti visite a Pompei, a Napoli e ad Acerra. Molti segni ci parlano di stanchezza, di frammentazione, di solitudine. Nelle nostre comunità possiamo talvolta avvertire la fatica di trasmettere la fede, la difficoltà di coinvolgere le nuove generazioni. Ma il Vangelo ci riscuote. Gesù, guardando le folle, non vede un problema da risolvere, vede una messe, vede il campo di Dio: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!» (Lc 10,2). Seminatore instancabile, Dio esce ogni giorno nel mondo e sparge con generosità nei cuori il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che libera. Sì, grazie a Dio, la messe è molta. Il nostro primo compito è questo: fare nostro lo sguardo del Signore. Non lamentarci soltanto dei terreni induriti né soffermarci semplicemente ai dati statistici, ma saper vedere, con gli occhi del Risorto, il raccolto che Dio stesso ci prepara.

Fratelli carissimi, lo Spirito Santo ci doni cuori ardenti dello slancio di Cristo; e susciti numerosi e santi operai per lavorare con noi.

Allora, con questo sguardo, la priorità è il Vangelo: ce lo dice San Francesco d’Assisi, a ottocento anni dal suo transito al Cielo; ce lo ricordano la Evangelii nuntiandi di San Paolo VI e la Evangelii gaudium di Papa Francesco. Perché è dal Vangelo che nasce la fede, come incontro vivo con Cristo, morto e risorto, presente nella sua Chiesa. Oggi, nel contesto in cui siamo chiamati a operare, confrontandoci con altre prospettive di vita e con sfide antropologiche inedite, riportare al centro il Vangelo è il dono che dà entusiasmo alla nostra vita di Vescovi e l’urgenza che ci spinge.

Siamo dunque chiamati a domandarci: quale volto di Dio lasciamo trasparire nella predicazione, nella catechesi, nella liturgia, nella carità, nella vita delle nostre comunità? In che modo favoriamo l’incontro con Cristo e che cosa significa oggi, per noi e per le nostre Chiese, iniziare altri alla vita cristiana? Sono domande che, come pastori, dobbiamo sempre porci, senza mai darle per scontate.

Ecco, dunque, la rinnovata attenzione all’iniziazione cristiana, che non può essere pensata solo come preparazione ai Sacramenti. Essa è il “grembo” in cui una comunità genera alla fede e introduce nella vita pasquale, nella comunione con il Signore, nella fraternità ecclesiale. Si tratta di riscoprire il Battesimo come realtà viva ed esistenziale; e «non è possibile comprendere pienamente il Battesimo se non all’interno dell’Iniziazione Cristiana, ossia dell’itinerario attraverso cui il Signore, mediante il ministero della Chiesa e il dono dello Spirito, ci introduce nella fede pasquale e ci inserisce nella comunione trinitaria ed ecclesiale» (Documento finale della XVI Assemblea del Sinodo dei Vescovi, 24). È una sottolineatura molto importante, questa della più recente Assemblea del Sinodo dei Vescovi, perché colloca il cammino che si apre con il Battesimo all’interno di una Chiesa che crede, celebra, accompagna, genera. Una Chiesa che, mentre gioisce stupita di fronte ai catecumeni giovani e adulti, è poi capace di sostenere la loro perseveranza dopo lo slancio iniziale.

La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare; comunità nelle quali la Parola di Dio non resta ai margini, ma illumina le scelte, dove l’Eucaristia è davvero fonte e culmine, dove i poveri non sono destinatari esterni di un servizio, ma fratelli e sorelle nei quali il Signore ci parla; dove i giovani sono volti e voci e storie con cui dialogare; dove le famiglie non sono lasciate sole e le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura.

Proprio per questo, noi Vescovi siamo chiamati a un ascolto profondo: ascoltare la Parola di Dio, ascoltare il Popolo di Dio, e quindi ascoltare i segni dei tempi, ascoltare anche ciò che mette in discussione le nostre abitudini pastorali. Dove l’ascolto è vero, la comunità non si chiude in se stessa, ma diventa luogo di discernimento e di missione e, a tal fine, sa rinnovarsi.

È questo il senso del Cammino sinodale che avete portato a compimento e che, come avete sottolineato, ora deve diventare stile permanente. Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato che a Dio è piaciuto santificare e salvare gli uomini non separatamente e senza alcun legame fra loro, ma costituendoli in un popolo che lo riconoscesse nella verità e lo servisse nella santità (cfr Cost. dogm. Lumen gentium, 9). Chiesa sinodale è quella in cui ciascuno, secondo la propria vocazione, può offrire il dono ricevuto dallo Spirito per l’edificazione comune. La partecipazione, dunque, non è una concessione: è un’esigenza della comunione e della missione e, perciò, deve diventare metodo, responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e nel rispetto del compito proprio del Vescovo. Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia richiama il valore degli organismi di partecipazione, come luoghi nei quali il discernimento delle comunità può prendere corpo. Non basta, però, che questi strumenti esistano, occorre verificare che funzionino davvero.

In questo processo, le varie strutture della CEI sono chiamate a continuare a svolgere il loro servizio di comunione, coordinamento, discernimento e sostegno alle Chiese che sono in Italia. Proprio perché ha questo ruolo, l’organizzazione della Conferenza Episcopale va modellata alla luce delle esigenze della missione e delle mutate condizioni storiche. Non si tratta di imitare schemi organizzativi esterni, né di ridurre tutto a efficienza amministrativa, ma di domandarsi quale fisionomia aiuti oggi i Pastori e le Chiese locali ad annunciare meglio il Vangelo, a camminare insieme, a rendere possibile una partecipazione effettiva, ordinata e feconda. Quando è vissuta nello Spirito, questa verifica non indebolisce la comunione ma la purifica.

Cari fratelli, il Signore non ci chiede di misurare la fecondità della Chiesa con i criteri del numero, della visibilità o dell’influenza. «Quando guardiamo con gli occhi di Dio, scopriamo che Egli ha scelto la via della piccolezza, per discendere in mezzo a noi. […] Questa logica della piccolezza è la vera forza della Chiesa. Essa, infatti, non risiede nelle sue risorse e nelle sue strutture, né i frutti della sua missione derivano dal consenso numerico, dalla potenza economica o dalla rilevanza sociale. La Chiesa, al contrario, vive della luce dell’Agnello e, radunata attorno a Lui, è sospinta per le strade del mondo dalla potenza dello Spirito Santo”» (Discorso nell’Incontro di preghiera, Istanbul, 28 novembre 2025).

Abbiamo il coraggio dell’essenziale! Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo. Il coraggio di una catechesi che sia cammino di iniziazione e formazione permanente alla vita cristiana. Il coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo. Il coraggio di organismi di partecipazione vivi. Il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande. Il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri. Il coraggio di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria delle Chiese in Italia. Un popolo viene generato da madri e padri nella fede, da comunità che sanno dire, con la vita prima ancora che con le parole: «Abbiamo trovato il Messia» (Gv 1,41). L’Italia ha bisogno di questa testimonianza.

Affido il vostro cammino alla Vergine Maria, Madre della Chiesa. Lei ha accolto il dono, ha custodito la Parola, ha camminato con i discepoli, ha atteso lo Spirito nel Cenacolo. Vi aiuti a essere «radicati e costruiti su di Lui, saldi nella fede» (Col 2,7), a custodire l’essenziale, a generare nella fede, a camminare con il Popolo di Dio, a riconoscere la voce del Signore che ancora chiama, consola e invia.

Vi accompagno con la mia benedizione. Grazie!

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giovedì 28 maggio 2026

A colloquio con il nuovo presidente della Fondazione Migrantes, arcivescovo Corrado Lorefice: Rispondere ai muri con il diritto alla mobilità


A colloquio con il nuovo presidente della Fondazione Migrantes,
arcivescovo Corrado Lorefice

Rispondere ai muri
con il diritto alla mobilità


Salvaguardare il diritto alla mobilità degli esseri umani e rispondere alla tendenza all’innalzamento di muri e confini che umiliano e schiavizzano. Sono le sfide e priorità che accompagneranno l’incarico del nuovo presidente della Commissione episcopale per le migrazioni della Cei e della Fondazione Migrantes, monsignor Corrado Lorefice, eletto nel corso della 82ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Nato nel 1962 a Ispica, in provincia di Ragusa, Lorefice è arcivescovo metropolita di Palermo dal 2015 e subentra alla guida della Commissione e della Fondazione a monsignor Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e abate di Pomposa.

Da Palermo, posizione privilegiata, Lorefice ha sempre vissuto la necessità per il Mediterraneo di rispondere alla vocazione di essere luogo di scambio di culture. Un mare, indica l’arcivescovo ai media vaticani, «che non è chiamato ad essere cimitero o luogo di respingimenti», ma divenuto tale a causa di «scelte nefaste che stiamo facendo nel mondo, in Europa e purtroppo anche in Italia», scelte che portano a «pescare uomini, visto che ancora non si riesce a farli passare con tutti gli altri», esseri umani che «non possono esser né rigettati in mare, né riportati nei lager che sono sotto i nostri occhi».

Ormai «non si ragiona più in termini di casa comune, ma si pensa ad innalzare muri», una tendenza alla quale occorre rispondere, perché «chi vuole avere il diritto alla mobilità rischia di essere umiliato, schiavizzato, riportato con la forza lì nei confini che noi uomini abbiamo costituito, invalicabili».

«Ci sono pietre scartate – indica Lorefice citando l’enciclica di Papa Leone XIV Magnifica Humanitas – che invece debbono diventare testata d'angolo, perché il mondo riparte solo dall'accoglienza, dalla solidarietà».

Grande fiducia per la nomina di monsignor Lorefice è stata espressa da Fondazione Migrantes, «conoscendo bene il suo magistero dal tratto umano e il suo servizio svolto in questi anni a Palermo e in una regione, la Sicilia, che è generosa e perseverante nell’accoglienza, nell’accompagnamento e nella cura pastorale delle persone migranti». Al presidente uscente, monsignor Perego, va poi il ringraziamento di Migrantes, «per i tanti anni spesi al servizio delle persone che sono al centro della nostra missione». Il suo, viene indicato, «è stato un servizio competente, prezioso e riconoscibile».

La nomina di Lorefice è stata accolta con gioia dalla Chiesa di Palermo che, nel garantire al suo pastore pieno supporto, indica come, «per la Chiesa italiana», quello di monsignor Lorefice «a favore delle donne, degli uomini e dei bambini che migrano – attraverso le rotte del Mediterraneo, in mare e via terra – fuggendo da condizioni di povertà estrema ma anche da persecuzioni e che desiderano essere accolti nel pieno rispetto della loro dignità, sia un impegno prezioso portato avanti alla luce dell’annuncio del Vangelo e del rispetto degli elementari diritti di ogni essere umano».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Francesca Sabatinelli 28/05/2026)


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Vedi anche il post precedente:



Tonio Dell'Olio: Rising dreams Sogni verso il cielo - La bandiera-aquilone di Gaza in vetta all’Everest: “Sono i sogni dei bambini della Striscia”

Tonio Dell'Olio
 
Rising dreams - Sogni verso il cielo
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  28 maggio 2026

C’è chi sale sull’Monte Everest per conquistare una vetta. E chi, invece, trasforma quell’impresa estrema in un gesto umano e politico, capace di parlare al mondo. Leonardo Avezzano ha scelto la seconda strada: arrivato sul punto più alto della Terra col progetto “Rising dreams”, ha fatto volare un aquilone con i colori della bandiera palestinese e i sogni dei bambini della Striscia di Gaza.

Un’immagine potente, quasi disarmante, che ha il potere di una preghiera. Perché mentre laggiù il cielo è attraversato dalle bombe, qualcuno ha voluto affidarlo ai desideri, ai disegni, alle speranze di chi continua a vivere sotto assedio. 

Tutt’altro che un gesto simbolico “inutile”, come qualcuno potrebbe pensare. I simboli sono ciò che tiene viva la coscienza del mondo quando la politica tace e l’abitudine rischia di rendere normale l’orrore.
Ogni gesto che rompe l’indifferenza, ogni voce che restituisce un nome alle vittime, ogni scelta che costringe a guardare negli occhi il dolore dei bambini, contribuisce a salvare qualcosa della nostra umanità. 

Da quella cima ghiacciata, a quasi novemila metri di altezza, quell’aquilone ha ricordato il grido dei bambini di Gaza. Anche un’impresa estrema può diventare un atto di pace: un modo per dire che i bambini non sono numeri, ma vite, sogni, futuro.

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La bandiera-aquilone di Gaza in vetta all’Everest:
“Sono i sogni dei bambini della Striscia”

Un aquilone nato tra le macerie di Gaza ha raggiunto la vetta più alta della Terra. Dentro, le parole e i desideri dei bambini palestinesi portati sull’Everest dall’alpinista giordano-palestinese Mostafa Salameh e dal filmmaker italiano Leonardo Avezzano.


Un aquilone realizzato con una bandiera palestinese e ricoperto dai messaggi scritti a mano dai bambini di Gaza è arrivato sulla cima dell’Everest. A portarlo fino a 8849 metri di altezza sono stati l’alpinista giordano-palestinese Mostafa Salameh e il filmmaker italiano Leonardo Avezzano, protagonisti della spedizione “Rising Dreams”.

La salita si è conclusa il 21 maggio alle 10:48 del mattino, quando il “Kite of Dreams” ha raggiunto la vetta più alta del Pianeta. L’obiettivo della spedizione non era soltanto alpinistico, ma simbolico e politico: è stato un gesto per riportare all’attenzione internazionale le condizioni dei bambini di Gaza, nel pieno della guerra, della crisi umanitaria e del blocco che continua a colpire la Striscia.

Secondo quanto comunicato dagli organizzatori, l’aquilone conteneva sogni, pensieri e messaggi scritti dai bambini palestinesi. Un gesto che Salameh ha definito come “un atto di solidarietà, resistenza e speranza”, capace di dimostrare che “anche tra le macerie i sogni continuano a sopravvivere”.

Mostafa Salameh, rifugiato palestinese e alpinista ha guidato il progetto insieme ad Avezzano, che ha documentato l’intero viaggio: dalle strade di Gaza fino alla cima dell’Everest. Il materiale raccolto dovrebbe diventare parte di un racconto audiovisivo dedicato alla spedizione e alle storie dei bambini coinvolti.

Rising Dreams

La campagna, chiamata “Rising Dreams”, ha anche uno scopo di raccolta fondi a sostegno dei bambini di Gaza attraverso la Al Khair Foundation. Gli organizzatori ricordano che oltre 1,1 milioni di bambini nella Striscia vivono oggi in condizioni di fame e assedio, mentre migliaia hanno subito mutilazioni o traumi psicologici legati al conflitto.

Nel comunicato viene inoltre sottolineato il ruolo fondamentale degli sherpa nepalesi che hanno accompagnato la spedizione, definiti “essenziali per ogni salita all’Everest” grazie alla loro esperienza e conoscenza della montagna.

Pochi giorni dopo la vetta, il team di “Rising Dreams” ha partecipato anche a un incontro pubblico a Kathmandu, organizzato da associazioni culturali nepalesi e trasmesso in streaming globale. All’evento si sono collegati in diretta Zoom anche alcuni bambini di Gaza, trasformando il ritorno dalla spedizione in un momento di testimonianza e confronto collettivo.
(fonte: MontagnaTv 26/05/2026)

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Everest, alpinista italiano in vetta
con i sogni dei bambini di Gaza

Un aquilone palestinese sul tetto del mondo contro la guerra

L'alpinista italiano Leonardo Avezzano ha portato fino alla cima dell'Everest un aquilone con i colori della bandiera palestinese e i sogni scritti dai bambini di Gaza. A guidare la spedizione era l'alpinista giordano-palestinese Mostafa Salameh, che però non è riuscito a raggiungere la vetta. L'iniziativa punta a richiamare l'attenzione sulle conseguenze della guerra sui più piccoli. "Si tratta soprattutto di far capire al mondo quello che è accaduto a Gaza - afferma Salameh - Questi sono sogni: tutti i bambini hanno sogni e possono realizzarli se noi li aiutiamo. A Gaza è tutto più difficile. Per questo avevamo bisogno che il mondo intero lo sapesse. E quale modo migliore per farlo se non portare tutto questo sul tetto del mondo". "Questi sogni - prosegue - si realizzeranno. Perché questi bambini sono resilienti, restano sulla loro terra nonostante tutto quello che vedete a Gaza. È tutto distrutto: le loro case, le scuole, le università, gli ospedali, i luoghi di gioco, tutto. Ma loro sono ancora lì". "Hanno sogni che vogliono realizzare. E penso che portare questi sogni sul tetto del mondo significhi dire loro che nulla è impossibile". "La prima cosa che ho pensato di fare, una volta arrivato in vetta, è stata alzare il drappo, alzare l'aquilone e dedicare questo sforzo che abbiamo compiuto ai bambini di Gaza", dice Leonardo Avezzano, alpinista italiano


(fonte: askanews Nepal 26/05/2026)


UDIENZA GENERALE 27/05/2026 Leone XIV: liturgia, tradizione e progresso si integrano e fanno crescere la vita cristiana - La sorpresa del sacerdote che si è visto soccorrere dal Papa

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 27 maggio 2026


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Il Papaliturgia, tradizione e progresso si integrano
e fanno crescere la vita cristiana

All'udienza generale, nella seconda catechesi dedicata alla Costituzione conciliare "Sacrosanctum Concilium", Leone XIV spiega che il culto della Chiesa si è “incarnato” nelle forme culturali di ciascuna epoca divenendo motore di evangelizzazione: oggi "occorre rinnovare questa energia" rispettando le norme liturgiche, non si disorientino i fedeli aggiungendo, togliendo o modificando qualcosa, le innovazioni non compromettono la comunione ecclesiale ma la confermano


Il Papa mentre benedice un bambino (@Vatican Media)

“Conservare la sana tradizione e aprire a un legittimo progresso”: questo il proposito della Sacrosanctum Concilium, il primo documento promulgato dal Concilio Vaticano II, convocato per “far crescere sempre più la vita cristiana tra i fedeli”, “adattare alle esigenze” del “tempo” le istituzioni “soggette a mutamenti”, “favorire tutto ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo” e “rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa”. Leone XIV lo spiega all’udienza generale, nella seconda catechesi dedicata alla Costituzione sulla sacra liturgia, nell’ambito del ciclo sui documenti dell’assise conciliare.
Tendere sempre alla comunione ecclesiale

È un progresso, quello evocato dalla Sacrosanctum Concilium che “non compromette affatto la comunione ecclesiale”, sottolinea il Papa ai 25.mila fedeli e pellegrini radunati in piazza San Pietro, semmai vuole “confermarla e favorirla”. Da qui l’invito ad osservare le disposizioni e le norme liturgiche.

Esorto pertanto tutti coloro che sono chiamati a preparare la celebrazione dei divini misteri, in particolare i sacerdoti che esercitano il ministero della presidenza liturgica, a custodire sempre quel rispetto dei testi e degli ordinamenti della liturgia che nasce dall’atteggiamento interiore di disponibilità e di affidamento a Dio, manifestando umiltà davanti alla sua grandezza e fedeltà sincera alla comunione ecclesiale.

Tradizione e progresso

Sviluppando il tema “La riforma della liturgia: tradizione e sviluppo”, il Papa premette che negli anni Sessanta, durante i quali si è svolto il Vaticano II, “si avvertiva fortemente la necessità di un rinnovamento delle forme rituali” e che “grazie al Movimento liturgico era maturata la convinzione” dello stretto “legame” tra “rinnovamento della liturgia” e “rinnovamento di tutta la vita della Chiesa”. Cosa già evidenziata da Pio XII nell’Enciclica Mediator Dei, dove si legge che “la Chiesa è un organismo vivente”, dunque, “anche per quel che riguarda la sacra liturgia, ferma restando l’integrità del suo insegnamento, cresce e si sviluppa, adattandosi e conformandosi alle circostanze e alle esigenze” del tempo. Come ha chiarito Benedetto XVI, sebbene “tradizione e progresso” vengano contrapposti, “in realtà, i due concetti si integrano”. E in effetti i padri conciliari nella Sacrosanctum Concilium hanno specificato che il progresso “è radicato nell’autentica Tradizione”, ricorda Leone, ma “distinguendo all’interno della liturgia ‘una parte immutabile, perché di istituzione divina’ e “parti suscettibili di cambiamento” se vi “si insinuassero elementi meno rispondenti all’intima natura della stessa liturgia”, o se divenissero “meno opportune”.

Un momento dell'udienza generale (@VATICAN MEDIA)

Un culto incarnato

Per permettere “ai fedeli una fruttuosa partecipazione, per mezzo delle azioni rituali, al mistero pasquale di Cristo”, che è “fondamento della fede cristiana”, dunque, ci sono stati “mutamenti” nella liturgia “lungo i secoli”

Il culto della Chiesa si è dunque “incarnato” nelle forme culturali di ciascuna epoca ed è stato capace di influire su di esse e addirittura di trasformarle. La liturgia è stata così, per secoli, un motore di evangelizzazione. Oggi occorre rinnovare questa energia in continuità con l’autentica e viva tradizione cattolica, cioè secondo una dinamica volta a introdurre i credenti alla pienezza della verità.

Leone XIV tra la folla (@Vatican Media)

Evitare il disorientamento dei fedeli

Lo stretto legame fra tradizione liturgica e progresso emerge anche nella raccomandazione dei padri conciliari ad una “revisione dei riti”, lì dove vi fosse “una vera e accertata utilità della Chiesa”, fatta in modo che “le nuove forme” nascano “organicamente da quelle esistenti”, precisa il Pontefice, che raccomanda riforme ponderate e ben studiate nel rispetto della tradizione.

Per il bene di tutta la Chiesa, ogni riforma dev’essere sempre “preceduta da un’accurata ricerca teologica, storica e pastorale”. Il Magistero conciliare, in questo modo, invita a evitare il disorientamento dei fedeli, dissuadendo chiunque dall’aggiungere o togliere o modificare qualcosa, in materia liturgica, di propria iniziativa.

Piazza San Pietro gremita di fedeli (@Vatican Media)

(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 27/05/2026)

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La sorpresa del sacerdote che si è visto soccorrere dal Papa

Don Franco Semeraro racconta ai media vaticani come Leone XIV abbia soccorso suo fratello Diego, il sacerdote che ieri, 27 maggio, ha avuto un leggero mancamento all'udienza generale in Piazza San Pietro per il grande caldo: il Pontefice gli ha dato personalmente un rosario


L'immagine è circolata in poco tempo sui media di tutto il mondo: un nugolo di uomini in giacca e cravatta scura raccolti ieri, 27 maggio, nelle prime file di Piazza San Pietro per l'udienza generale. E poi la figura bianca di Papa Leone XIV, che scende dal sagrato e si inginocchia per rendersi conto di quanto accaduto. Ad essere soccorso è stato don Diego Semeraro, sacerdote di Martina Franca, comune italiano della provincia di Taranto in Puglia, giunto a Roma insieme al fratello don Franco, che quest’anno celebra i 60 anni di sacerdozio e ha consegnato al Pontefice un album con alcune fotografie delle reliquie di sant'Agostino quando circa 20 anni fa giunsero proprio a Martina Franca.

“Santità, ma è proprio lei?”

"Una cosa straordinaria", racconta don Franco ai media vaticani, riportando l'accaduto. Nell'approcciarsi al sagrato per il tradizionale baciamano al Papa, "stando tre ore al sole, mio fratello ha avuto un piccolo mancamento, ha ruzzolato parecchio, adesso è un po' indolenzito, ma adesso grazie a Dio sta bene". Ed il primo a prestare soccorso è stato proprio Leone: "Si è prostrato per primo, è andato a soccorrerlo", racconta don Franco, generando sorpresa nello stesso don Diego, al punto da fargli esclamare: "Santità, ma è proprio lei?". Il Papa gli ha poi stretto la mano e gli ha consegnato personalmente un Rosario. Dopo l'episodio, il sacerdote è stato accompagnato al pronto soccorso vaticano per gli accertamenti, che non avrebbero evidenziato problemi. Ha pranzato dopo l'udienza generale e ha anche celebrato la Messa.

L’ordinazione in Piazza San Pietro

Un’emozione, quella vissuta in San Pietro da don Diego, 82 anni a giugno, che non è stata la prima nell’abbraccio dell’emiciclo berniniano. Lì, infatti, nel 1970, è stato ordinato sacerdote da Paolo VI. Per anni è stato legato alla parrocchia della Santa Famiglia a Martina Franca dove ha svolto un lungo servizio pastorale
(fonte: Vatican News 28/05/2026)


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LEONE XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 2. La riforma della liturgia: tradizione e sviluppo


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Nell’Enciclica Mediator Dei, Venerabile Pio XII scrive che «la Chiesa è un organismo vivente, e perciò, anche per quel che riguarda la sacra liturgia, ferma restando l’integrità del suo insegnamento, cresce e si sviluppa, adattandosi e conformandosi alle circostanze e alle esigenze che si verificano nel corso del tempo» (I,V).

In piena continuità con questo principio, il Concilio Vaticano II nel Proemio della Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC) riconosce come «suo dovere interessarsi in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia» (n. 1). L’assise conciliare era stata riunita, infatti, con lo scopo «di far crescere sempre più la vita cristiana tra i fedeli, di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti, di favorire tutto ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo e di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa» (ibid.).

In quel momento storico si avvertiva fortemente la necessità di un rinnovamento delle forme rituali, mediante le quali da secoli la Chiesa aveva realizzato la glorificazione di Dio e la santificazione del popolo cristiano. Grazie al Movimento liturgico era maturata la convinzione, espressa in seguito da San Giovanni Paolo II, che «esiste un legame strettissimo e organico tra il rinnovamento della liturgia e il rinnovamento di tutta la vita della Chiesa. La Chiesa non solo agisce, ma si esprime anche nella liturgia e dalla liturgia attinge le forze per la vita» (Lett. Dominicae Cenae, 13).

Per favorire l’accesso dei fedeli alla ricchezza dei doni di grazia dispensati dalla sacra liturgia, la Costituzione Sacrosanctum Concilium indica dunque con una formula molto efficace la direzione da seguire: «conservare la sana tradizione e aprire a un legittimo progresso» (SC, 23).

Papa Benedetto XVI ha colto in questa dichiarazione d’intenti il «programma di riforma» dei Padri conciliari, «in equilibrio con la grande tradizione liturgica del passato e il futuro», notando come «non poche volte si contrappone in modo maldestro tradizione e progresso», mentre, «in realtà, i due concetti si integrano: la tradizione include essa stessa in qualche modo il progresso. Come a dire che il fiume della tradizione porta in sé anche la sua sorgente e tende verso la foce» (Discorso ai partecipanti al Convegno nel 50° anniversario di fondazione del Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo, 6 maggio 2011).

Il Concilio afferma la legittimità di tale progresso radicato nell’autentica Tradizione, distinguendo all’interno della liturgia «una parte immutabile, perché di istituzione divina», da «parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stessa liturgia, o si fossero rese meno opportune» (SC, 21). Mutamenti di questo genere sono avvenuti costantemente lungo i secoli al fine di consentire ai fedeli una fruttuosa partecipazione, per mezzo delle azioni rituali, al mistero pasquale di Cristo, fondamento della fede cristiana. Il culto della Chiesa si è dunque “incarnato” nelle forme culturali di ciascuna epoca ed è stato capace di influire su di esse e addirittura di trasformarle. La liturgia è stata così, per secoli, un motore di evangelizzazione. Oggi occorre rinnovare questa energia in continuità con l’autentica e viva tradizione cattolica, cioè secondo una dinamica volta a introdurre i credenti alla pienezza della verità.

Si comprende allora perché i Padri conciliari abbiano raccomandato che la revisione dei riti, quando corrisponde a «una vera e accertata utilità della Chiesa», sia sempre compiuta «con l’avvertenza che le nuove forme in qualche modo scaturiscano organicamente da quelle esistenti» (SC, 23). Per il bene di tutta la Chiesa, ogni riforma dev’essere sempre «preceduta da un’accurata ricerca teologica, storica e pastorale» (ibid.). Il Magistero conciliare, in questo modo, invita a evitare il disorientamento dei fedeli, dissuadendo chiunque dall’aggiungere o togliere o modificare qualcosa, in materia liturgica, di propria iniziativa (cfr SC, 22). Il progresso evocato dalla Costituzione conciliare non compromette affatto la comunione ecclesiale: intende piuttosto confermarla e favorirla.

Esorto pertanto tutti coloro che sono chiamati a preparare la celebrazione dei divini misteri, in particolare i sacerdoti che esercitano il ministero della presidenza liturgica, a custodire sempre quel rispetto dei testi e degli ordinamenti della liturgia che nasce dall’atteggiamento interiore di disponibilità e di affidamento a Dio, manifestando umiltà davanti alla sua grandezza e fedeltà sincera alla comunione ecclesiale.
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Saluti

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APPELLO

Seguo con preoccupazione la guerra in Ucraina, che conosce in questi giorni una forte intensificazione. Desidero esprimere la mia vicinanza a quanti soffrono a causa dei recenti attacchi, compiuti anche contro civili.

La guerra non risolve i problemi, ma li aggrava; non costruisce sicurezza, ma moltiplica la sofferenza e l’odio. Dove cadono missili e droni, cadono anche le speranze, si distruggono case e luoghi di preghiera, si spezzano vite innocenti.

Affido tutti i popoli feriti dalla guerra alla protezione della Vergine Maria, Regina della Pace.

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le persone consacrate presenti a questa Udienza: le Religiose dell’Unione Superiore Maggiori d’Italia, le Suore di San Paolo di Chartres, le Terziarie Cappuccine della Sacra Famiglia, le Orsoline Missionarie del Sacro Cuore, i Fratelli Maristi. A ciascuno auguro di ravvivare il fervore della consacrazione e di dare nuovo impulso alla missione delle rispettive comunità

Accolgo con affetto i Seminaristi del Seminario Regionale Pugliese, i partecipanti al campionato mariano festa dei popoli di Orte Scalo, la Confraternita del Beato Angelo da Furci: tutti incoraggio ad essere testimoni di autentica vita cristiana e di solidale apertura verso gli altri.

Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Il vostro pellegrinaggio a Roma, e in particolare alle tombe degli Apostoli rinvigorisca la vostra fede in Cristo: sia Egli la luce e la via per la vostra esistenza.

A tutti la mia benedizione!









mercoledì 27 maggio 2026

Leone XIV alza la voce per difendere la Flotilla e chiedere pace per il Medio Oriente: “A Gaza sofferenza insopportabile, la guerra con l’IA calpesta le vite umane”

Leone XIV alza la voce per difendere la Flotilla e chiedere pace per il Medio Oriente:
“A Gaza sofferenza insopportabile,
la guerra con l’IA calpesta le vite umane”

Immagine di Leone XIV con la Sumud Flotilla costruita da IA

Non un generico appello alla pace, ma una denuncia forte contro la spirale di violenza che continua a travolgere il Medio Oriente. Lasciando Castel Gandolfo, Leone XIV è tornato a parlare con parole nette della tragedia che si consuma a Gaza e nei teatri di guerra della regione, chiedendo il rispetto dei diritti umani e condannando una guerra sempre più disumana, combattuta persino attraverso l’intelligenza artificiale.

Il Papa ha parlato davanti a Villa Barberini, rispondendo alle domande dei giornalisti sul fermo degli attivisti della Global Sumud Flotilla, bloccati dall’esercito israeliano mentre tentavano di portare aiuti umanitari nella Striscia. Alcuni di loro hanno denunciato pestaggi e maltrattamenti. Leone XIV non ha nascosto la gravità della situazione: “Si sta provocando sempre più odio”, ha affermato, ribadendo che “la violenza non aiuta”.

Il Pontefice ha quindi chiesto con forza un ritorno ai negoziati e al dialogo, sottolineando che ogni soluzione deve partire dal “rispetto dei diritti umani di tutti”. Ma il cuore del suo intervento è stato il riferimento diretto alla popolazione civile di Gaza, definita un popolo che “sta soffrendo”. Leone XIV ha denunciato il blocco degli aiuti umanitari, osservando che la popolazione continua a non ricevere assistenza sufficiente, mentre crescono proteste, tensioni e disperazione.

L’appello del Papa è rivolto “a tutte le autorità”, chiamate non soltanto a garantire l’arrivo degli aiuti, ma anche ad avviare già da ora un percorso di ricostruzione per una terra devastata dalla guerra.

Ma Leone XIV ha allargato lo sguardo anche oltre Gaza, collegando il dramma mediorientale alla trasformazione tecnologica dei conflitti contemporanei. Interpellato sull’intelligenza artificiale, all’indomani della pubblicazione dell’enciclica Magnifica humanitas, il Papa ha lanciato un monito che suona come uno dei più duri pronunciati finora dalla Santa Sede sul tema delle nuove guerre digitali.

“La guerra si fa oggi con l’IA”, ha detto, citando esplicitamente il Libano e “altri posti del mondo”, dove le tecnologie belliche colpiscono senza guardare alle vite umane. Un conflitto automatizzato, distante, sempre più impersonale, in cui – secondo Leone XIV – le vere vittime restano i civili.

Da qui la richiesta di “un’intelligenza artificiale disarmata”, frutto di un confronto che il Vaticano sta portando avanti anche con le grandi aziende tecnologiche. Il Papa ha ricordato il dialogo aperto dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale con Anthropic, una delle principali società internazionali del settore.

Le parole di Leone XIV arrivano mentre il bilancio delle vittime continua a crescere tra Gaza, Libano e gli altri fronti del Medio Oriente. E segnano un passaggio significativo nel linguaggio della Santa Sede: non soltanto un richiamo spirituale alla pace, ma una critica sempre più esplicita a una guerra che il Papa descrive come disumanizzante, capace di alimentare odio, cancellare diritti e trasformare le persone in bersagli invisibili.
 (fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 26/05/2026)

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Mons. Corrado Lorefice eletto Presidente della Commissione per le migrazioni e di Migrantes. Auguri a don Corrado per questo nuovo importante servizio nella Chiesa Italiana

Mons. Corrado Lorefice eletto Presidente della Commissione per le migrazioni e di Migrantes.
Auguri a don Corrado 
per questo nuovo importante servizio nella Chiesa Italiana.


Mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, è stato eletto dall’82ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, che era chiamata a scegliere i presidenti delle 12 Commissioni episcopali che faranno parte del Consiglio permanente per il prossimo quinquennio, Presidente della Commissione episcopale per le migrazioni (Cemi). Di conseguenza, secondo lo Statuto della Fondazione, sarà anche il presidente della Migrantes.

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Nel febbraio scorso, quando con Mediterranea Saving Humans abbiamo scoperto che le persone disperse in mare nei giorni del ciclone Harry erano probabilmente più di 1.000 e davanti al dolore dei loro familiari e amici riuniti impotenti, insieme a Luca Casarini e ad altre persone che camminano con noi abbiamo avuto questa ispirazione: andare in mare con la barca a vela e lì celebrare l’Eucarestia, memoriale perenne della Pasqua di Cristo. La Pasqua di Cristo é il fulcro della storia, in cui tutto culmina. Nella Sua Pasqua, Cristo ci dona l’amore che tutto assume, tutto riscatta e tutto salva. Quell’amore che opera nella storia attraverso tutte le persone di buona volontà, scardina le ingiustizie, costruisce solidarietà e fraternità. É con quell’amore che portiamo avanti la nostra missione.

La S. Messa che abbiamo celebrato in mare é stata davvero in comunione con tutte le Chiese del Mediterraneo, sia sul piano spirituale sia su quello dei tanti messaggi ricevuti. In particolare, l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice ci ha mandato un messaggio impregnato di Vangelo e di profezia, che é stato reso pubblico dalla Arcidiocesi di Palermo. 

In seguito a quell’episodio, sui social si è scatenata una bufera di odio contro di lui, magari con qualche regia e qualche strumento tecnologico.
Lorefice, che come i giusti del Vangelo non si fa intimidire, ha ricevuto una solidarietà enorme da tutti: Santa Sede, ordini religiosi, associazioni, movimenti…. é difficile quantificare l’ondata di solidarietà che è arrivata.

Ieri, poi i vescovi italiani riuniti in assemblea generale hanno eletto proprio lui come nuovo Presidente della Commissione per le migrazioni e di Migrantes.
É molto significativo, perché quello che fa don Corrado è seguire Gesù con coraggio e passione. Si conferma così che la Chiesa é unita intorno al Vangelo, intorno a Cristo. “In illo uno unum”, come recita il motto di Papa Leone XIV.
(fonte: bacheca fb di don Mattia Ferrari 27/05/2026)


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UNA GIOIA GRANDE PER LA CHIESA
E PER IL MONDO DELLA MOBILITÀ UMANA


Con il cuore ricolmo di gioia e gratitudine, l'Ufficio Diocesano Migrantes esprime le più vive congratulazioni a Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo, per la sua nomina a Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni (CEMi) della CEI e della Fondazione Migrantes.
Per tutti noi che operiamo quotidianamente nella pastorale delle migrazioni, questa scelta non è solo un motivo di immenso orgoglio, ma rappresenta un vero e proprio faro di speranza e una spinta profetica a fare sempre di più e meglio.
Mons. Lorefice è da sempre una voce limpida, coraggiosa e profondamente evangelica nel panorama italiano. Una guida che non parla di flussi o di cifre, ma di volti, di storie e di carne fraterna. La sua attenzione profetica verso gli ultimi e il mondo della mobilità umana è incarnata nelle sue stesse parole, che oggi risuonano come un mandato per tutti noi:
"L'accoglienza non è un'opzione o un'emergenza da gestire, ma la dimensione costitutiva del cristiano e dell'essere umani. Sulle rotte dei migranti si gioca la nostra stessa umanità: o ci salviamo insieme, riconoscendoci fratelli, o naufraghiamo tutti nel mare dell'indifferenza."
Sotto la sua guida illuminata, la Fondazione Migrantes nazionale saprà tracciare percorsi di autentica inclusione, giustizia e prossimità.
A Mons. Corrado assicuriamo sin da ora la nostra preghiera, la nostra totale comunione e il massimo impegno sul territorio diocesano e regionale, pronti a camminare insieme a lui a servizio dei fratelli e delle sorelle migranti.
Buon cammino e buon ministero, Don Corrado!
(fonte: bacheca fb di Ufficio Migrantes Messina 27/05/2026)


Sono 103 anni dalla nascita di Don Milani, il suo messaggio è ancora vivo e attuale

Sono 103 anni dalla nascita di Don Milani,
il suo messaggio è ancora vivo e attuale



Don Milani, quel “peccato” imperdonabile: aver amato i ragazzi più di Dio

Il ventisette maggio non è mai una data qualunque per chi vive la scuola come una missione e non come un semplice mestiere. Oggi, lo scorrere del calendario ci impone una sosta riflessiva, un ritorno necessario e quasi terapeutico alle radici della nostra coscienza pedagogica.
Centotré anni fa nasceva don Lorenzo Milani, un uomo che ha scardinato le certezze granitiche di un sistema scolastico selettivo, classista e profondamente ingiusto, restituendo alla parola “educare” il suo significato più autentico e rivoluzionario: trarre fuori, emancipare, dare dignità a chi ne era stato privato.

Don Milani non è un santino da venerare nelle ricorrenze istituzionali, ma una presenza viva, uno specchio scomodo in cui specchiarsi. Il suo sguardo, attraverso le foto d’epoca in bianco e nero che spesso popolano le pareti dei nostri studi o i ripiani delle nostre scrivanie, continua a interrogarci da quell’esilio forzato di Barbiana, dove il nulla geografico e sociale si trasformò nel tutto pedagogico. La pedagogia di don Milani non è nata nelle aule universitarie, tra dotti dibattiti accademici, ed è forse proprio per questo che possiede ancora oggi una forza d’urto e una freschezza intellettuale totalmente intatte. È una pedagogia dell’aderenza totale alla realtà, dove il messaggio del Vangelo e i principi della Costituzione italiana si fondevano nell’urgenza quotidiana di dare la parola ai poveri, ai figli dei contadini, ai respinti. Sapeva con incrollabile certezza che il possesso della parola e la padronanza della lingua fossero gli unici strumenti in grado di aprire ogni porta, consapevole che il deficit linguistico rappresentasse il vero, insormontabile spartiacque sociale.

La scuola di Barbiana, con il suo celebre e severo motto “I care” – mi importa, mi sta a cuore, mi assumo la responsabilità –, si poneva in antitesi drammatica e militante con la scuola formalistica del tempo, quella che il Priore paragonava crudelmente a un ospedale che si limita a curare i sani e respinge i malati cronici. In un’epoca come la nostra, drammaticamente schiacciata dall’ansia della performance a tutti i costi, dalle griglie di valutazione standardizzate e da una burocrazia asfissiante che troppo spesso soffoca l’entusiasmo e la vocazione dei docenti, il richiamo che giunge da Barbiana risuona come un severo, accorato monito.

Che senso ha una scuola che si limita a certificare asetticamente le competenze di chi è già avvantaggiato per censo, patrimonio culturale e provenienza familiare? Il rigore pedagogico milaniano ci ricorda che l’uguaglianza non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel dare di più a chi ha avuto di meno dalla vita. È l’atto di responsabilità suprema del maestro che non accetta di perdere nessuno lungo la strada, che considera ogni bocciatura come un fallimento personale e collettivo, una ferita inferta alla democrazia. C’è un passaggio, di una bellezza disarmante e quasi dostoevskijana, che riassume l’intera parabola umana, intellettuale e spirituale del Priore: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”. In questa straordinaria e provocatoria affermazione si condensa l’essenza stessa dell’educazione. Non siamo di fronte a una professione di fede mancata o a un momento di debolezza spirituale, ma all’adempimento più alto, radicale e coerente del mandato evangelico e civile.

Don Milani ha amato i suoi ragazzi di un amore carnale, totale, totalizzante, fino a consumarsi la salute e le forze in quella scuola di montagna aperta 365 giorni all’anno. Per lui, amare quelle creature concrete, vederle crescere, vederle finalmente capaci di difendersi, di argomentare e di pensare con la propria testa, era l’unico modo possibile di amare Dio e di servire lo Stato. Il trascendente si faceva immanente nella concretezza di un’aula spoglia e fredda, attorno a un tavolo di legno costruito dagli stessi alunni, davanti a un astrolabio autocostruito o a una vecchia mappa geografica appesa al muro. Oggi la “tecnica” della scuola non può e non deve ridursi a un mero insieme di procedure didattiche digitalizzate, a griglie Excel o a freddi algoritmi di apprendimento personalizzato. La vera tecnica, l’arte pedagogica suprema che don Milani ci ha lasciato in eredità, è la capacità di stabilire una relazione asimmetrica ma profondamente rispettosa, dove il maestro si fa carico, in prima persona, del destino umano e civile dell’allievo. I suoi insegnamenti non sono fossili del Novecento da studiare nei manuali di storia della pedagogia, ma bussole indispensabili per orientarsi nel caos e nelle derive della modernità liquida. Guardare oggi a quella figura significa ritrovare il coraggio dell’anticonformismo, la forza di denunciare le nuove povertà educative e le inedite marginalità, l’audacia di rimettere lo studente in carne e ossa, e non i programmi ministeriali o le scadenze burocratiche, al centro esatto del processo educativo.

Centotré anni dopo la sua nascita, la lezione più grande del Priore resta un invito alla fedeltà: fedeltà agli ultimi della terra, fedeltà alla cultura come unico strumento di reale liberazione, e soprattutto, quell’amore viscerale per i ragazzi che, lassù a Barbiana, ha cancellato ogni sottigliezza dottrinale per farsi carne, scuola e futuro.
(fonte: La tecnica della scuola, articolo di Monica Piolanti 27/05/2026)