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domenica 6 settembre 2026

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 44 - 2025/2026 - XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

La correzione fraterna rappresenta la più alta espressione della Misericordia del Padre che si fa carne nella vita personale e comunitaria dei discepoli di Gesù. Non si tratta di un giudizio di condanna, ma di un segno di un amore grande che desidera guadagnare il fratello alla salvezza osando ogni possibile via, perché egli possa rendersi conto del suo errore e ravvedersi, ristabilendo la fraternità ferita dal suo peccato. Correggere vuol dire amare il fratello, fare Verità nella sua vita nella più grande Carità, vuol dire insistere senza stancarsi mai «in modo opportuno e non opportuno» (2Tm 4,2), anche quando il fratello «fa finta di non sentire» (Mt 18,17) e la sua vita somiglia più a quella di un pagano. Trattare qualcuno come fosse un pagano e un peccatore non significa escluderlo dalla vita. Egli è, invece, da amare ancor più perché possa essere riguadagnato alla vita, inserendolo nel cuore stesso dell'evangelizzazione. La Chiesa tutta, non solo Pietro, sa di avere ricevuto la stessa responsabilità del Maestro (Mt 16,19), quella cioè di condurre tutti alla salvezza, comportandosi allo stesso modo di Gesù, perdonando e amando come lei stessa è amata e perdonata: sempre e comunque.


sabato 5 settembre 2026

GUADAGNATI UN FRATELLO! - "Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo. Investire in fraternità è l’unica politica economica che produce vera crescita." - XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

GUADAGNATI UN FRATELLO!


Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo.
Investire in fraternità è l’unica politica economica
che produce vera crescita.



In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». Mt 18,15-20
  

GUADAGNATI UN FRATELLO!
 
Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo. Investire in fraternità è l’unica politica economica che produce vera crescita.

Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono con loro.

Il suo Nome è giustizia, pace, mitezza, limpido cuore. Il nome di Gesù è: fratello e amico! Nel mio nome vuol dire: quando due persone vivono un legame secondo Vangelo, allora Dio è lì. Quando due si guardano con bontà e verità lì c’è Dio. Quando un uomo e una donna, un genitore e un figlio o due amici si ascoltano con amore vigile, lì c’è Dio. Quando hai fame e sete di giustizia e di pace, per te e per gli altri, lì c’è Dio. Solo allora reale e spirituale coincidono.

E se tuo fratello commetterà una colpa contro di te, vai e ammoniscilo. Lo scandalo del perdono è che è la vittima a doversi convertire per prima. «Il perdono è la de-creazione del male» (R. Panikkar), perché rattoppa il tessuto continuamente lacerato delle nostre relazioni.

Ma cosa mi autorizza a intervenire nella vita dell’altro? La ragione è tutta in una parola: Se tuo fratello… Solo se senti l’altro come fratello, se sai la sua speranza e la sua gioia, solo se hai assaggiato l’amaro delle sue lacrime, sei autorizzato a intervenire. Altrimenti sarebbe solo aggressione.

Chi ci ama ci sa riprendere, chi non ci ama sa solo ferire o adulare. Dopo aver così interrogato il cuore, tu va’ e parla, fai il primo passo, sii tu a riallacciare la relazione. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello.

Verbo stupendo: guadagnare un fratello. C’è gente che guadagna stima o potere o denaro, e poi c’è gente che guadagna fratelli. Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo. Investire in fraternità è l’unica politica economica che produce vera crescita.

E, alla fine, una frase da capire bene: Se non ascolta neppure i testimoni, quel fratello sia per te come il pagano. Sia un escluso, uno scarto, un rifiuto? No. Con lui farai come Gesù, che siede a tavola con i pubblicani e i peccatori e discute di pane e briciole con la donna pagana; ricomincerai anche tu, con paziente fiducia, ad annunciare la bella notizia della tenerezza di Dio chino su ciascuno dei suoi figli.

A Dio che gli chiede dove è Abele, Caino risponde: Sono forse io il custode di mio fratello? La replica è chiara: Sì, tu sei il custode. Neppure Abele è esentato: alla fine Dio chiederà proprio ad Abele e alle vittime: Tu cosa hai fatto di tuo fratello Caino? Ti sei riconciliato? Ti sei preso cura di lui?

Allora tutto quello che legherete o scioglierete sulla terra lo sarà anche in cielo. Non si tratta del potere giuridico dell’assoluzione, ma del mandato fondamentale di tessere strutture di riconciliazione.

Ciò che avete riunito e riconciliato attorno a voi, tutti i legami buoni che avete creato li ritroverete nel cielo. Ciò che avete liberato attorno a voi come energia di vita nuova, di audacia, di sorrisi, non sarà più cancellato, è storia del tempo e dell’eternità. Ciò che libererete avrà libertà per sempre, ciò che unirete sarà in comunione per sempre.


«Mi ami?»: l’ultimo viaggio di Enzo Bianchi - Il ricordo di Riccardi e don Luigi Ciotti - «Solo il Vangelo»: così l’ultimo saluto a Enzo Bianchi - L'ultima volontà di Enzo: «Grazie alla vita»

«Mi ami?»: l’ultimo viaggio di Enzo Bianchi

A Castel Boglione l’ultimo saluto al fondatore di Bose. La Messa da Requiem, il Vangelo di Pietro, la ferita della comunità e le parole sulla riconciliazione


Una chiesa gremita e tanta gente rimasta sul sagrato. Castel Boglione, il paese del Monferrato dove Enzo Bianchi era nato nel 1943 e dove ha voluto essere sepolto, ha accolto così l’ultimo viaggio del fondatore della Comunità di Bose. Una liturgia sobria, secondo le indicazioni che lui stesso aveva lasciato: la Messa da Requiem in latino e in gregoriano, al centro soltanto il Vangelo, niente celebrazioni della sua persona e, aveva raccomandato, niente applausi (si sarebbe “rivoltato nella tomba”). Uno, spontaneo e ormai impossibile da trattenere, è arrivato soltanto alla fine.

A presiedere le esequie padre Valerio Lazzarini, della comunità di Cellole di San Gimignano, comunità legata a Casa della Madia fondata da Enzo Bianchi dopo la separazione, molto dolorosa per tutti, da Bose. Numerosi i sacerdoti concelebranti, presenti vescovi e rappresentanti di diverse Chiese cristiane, quasi a rendere visibile quell’ecumenismo al quale Bianchi aveva dedicato tanta parte della propria vita. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha fatto giungere un messaggio.

Il Vangelo, scelto dallo stesso Bianchi, è quello delle tre domande rivolte da Gesù a Pietro: «Mi ami?» (Giovanni 21,15-19). Una pagina nella quale Enzo sentiva una particolare affinità con l’apostolo: Pietro è costituito roccia dal Signore e tuttavia continua a sperimentare la propria fragilità. È l’uomo che cade e che lo sguardo di Cristo fa rinascere. «Oggi ricomincio»: era questa, ha ricordato padre Valerio, una delle convinzioni più profonde del fondatore di Bose. Il cristiano, e tanto più il monaco, è colui che ricomincia sempre.

«Non vedremo più il suo volto», ha detto nell’omelia. Ma il dolore di chi ha conosciuto e amato Enzo può diventare quella «radiosa tristezza» cara alla tradizione cristiana orientale, ha proseguito: una tristezza attraversata dalla luce e dalla speranza. «Enzo ha fortemente creduto in un Dio capace di aprire strade nuove e di far scorrere acqua nel deserto. Anche la nascita di Bose fu frutto di questo coraggio: mettere insieme uomini e donne, provenienti da diverse confessioni cristiane, e fare di una comunità monastica un luogo di incontro significò percorrere un sentiero allora quasi inesplorato».

Ma le parole più personali sono arrivate al termine della celebrazione, quando Goffredo Boselli, priore della Casa della Madia, dove Bianchi aveva trascorso gli ultimi anni, si è rivolto direttamente a lui: «Caro Enzo». Ha ricordato una convinzione che il fondatore di Bose ripeteva spesso: nelle esequie il vero celebrante è il morto. È lui che celebra il proprio esodo, la propria Pasqua verso il Padre.


Boselli ha ripercorso una vita «incredibilmente piena» di idee, incontri e persone, vissuta con tutte le forze. Una vita sostenuta da una fede «salda, rocciosa» e soprattutto dalla centralità del Vangelo. La Parola «ruminata» ogni giorno era diventata il criterio con il quale Bianchi leggeva la Chiesa, anche nei suoi aspetti meno buoni, e la società talvolta con accenti profetici e scomodi. Accanto alla compassione c’era in lui anche la capacità dell’indignazione. E c’era l’amore per la terra, per il cibo e per la tavola: cucinare per gli altri e condividere il pasto erano per lui gesti quasi sacri.

Poi Bose. «L’opera della tua vita», l’ha definita Boselli. Un tentativo di rifondazione del monachesimo laicale nello spirito del Concilio, nutrito dalla passione per Pacomio e Basilio e lontano da ogni clericalismo. Un luogo nel quale credenti e non credenti, cattolici, ortodossi e protestanti potessero incontrarsi avendo come comune passione l’umano e il Vangelo.

Ma Bose è stata anche la ferita più profonda. Boselli non l’ha taciuta. Ha parlato dell’allontanamento dalla comunità, del senso di ingiustizia provato da Bianchi, dell’abbandono e delle infedeltà sperimentate. «Qui l’amore si è fatto condanna per te», ha detto. Parole dure, insieme all’immagine di una Chiesa sperimentata in quei momenti come «matrigna».

Eppure proprio l’ultima parola è stata affidata alla riconciliazione. Bianchi, è stato ricordato, aveva fatto il primo passo perché quella ferita potesse essere sanata. Il tempo della sua vita non è bastato. Ora, ha detto Boselli rivolgendosi anche ai monaci di Bose presenti in chiesa, «sta a noi portarla a termine».


Enzo Bianchi è morto, è stato ricordato, «come muore un cristiano»: serenamente, consapevole del compimento che si avvicinava. La sua ultima omelia era stata nel giorno della Trasfigurazione, il 6 agosto scorso. Ed è morto nel tempo della vendemmia e proprio dall’uva Boselli ha tratto l’ultima immagine: come l’acino viene schiacciato perché possa dare il vino, anche la sofferenza può misteriosamente diventare feconda.

«Lascia a noi della Madia il tuo mantello, il tuo spirito», è stata l’invocazione finale. E poi l’ultimo augurio al fratello amato: sedersi finalmente alla mensa del Regno con quel Signore cercato per tutta la vita. Una vita bella, è stato detto. «Una bella avventura».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Stefano Stimamiglio, 04/09/2026)


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Il ricordo di Riccardi e don Luigi Ciotti



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«Solo il Vangelo»: così l’ultimo saluto a Enzo Bianchi

... Una grande folla ha gremito la chiesa e il piazzale antistante. C’erano rappresentanti di diverse Chiese cristiane, segno della viva vocazione ecumenica di fratel Enzo, e alcuni arcivescovi e vescovi italiani. Anche il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, si è reso presente attraverso un messaggio letto pubblicamente. Decine di sacerdoti hanno concelebrato il rito, presieduto da fratel Valerio Lazzarini, della comunità di Cellole di San Gimignano. «Il dolore che sperimentiamo – ha detto Lazzarini – è attraversato dalla luce: viviamo un momento di “radiosa tristezza”, perché Enzo è migrato nella terra di Dio».
Martedì sera, invece, la veglia di preghiera si era tenuta nella chiesa della Casa della Madia, ad Albiano d’Ivrea, dove Bianchi ha vissuto in fraternità l’ultimo tratto della sua vita. ...


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L'ultima volontà di Enzo:
«Grazie alla vita»

Questo video è stato postato il 3 settembre nel blog di Enzo Bianchi:
" ... Ho lasciato nel testamento che l'ultimo pezzo prima di arrivare al cimitero mi si canti durante il corteo la canzone della Parra Grazie alla vita che mi ha dato tanto; il mio funerale finisca così, ma è anche il cuore della mia vecchiaia. Grazie a tutti..."


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Vito Mancuso ANDARE OLTRE

Vito Mancuso

ANDARE OLTRE
 

Io credo alla vita al di là della morte, credo all’immortalità dell’anima: ho delle esperienze — come, penso, tutti i credenti — che mi hanno portato a sentire che la vita ha una domanda dentro, ha un’esigenza, una spinta che chiama alla prosecuzione. Un andare oltre della mente, del cuore, dell’interiorità. Bergson lo ha chiamato élan vital, lo «slancio vitale» che secondo lui è all’origine dell’evoluzione e fa tendere ogni specie vivente verso una diversificazione e prosecuzione infinita. L’idea che la nostra interiorità non abbia un prosieguo mi pare contraria alla legge evolutiva come finora si è sviluppata.

Come sarà questo oltre a cui tendiamo, questa dimensione che attende lo spirito? Se sarà slegato da tutto ciò che è mortale, temporaneo e spazialmente connotato, potremo allora immaginarlo come un’illimitata energia di pura intelligenza, senza alcuna traduzione nella massa corporea; così come gli atomi della luce, i fotoni, sono energia senza massa. 
La luce non è materiale, eppure c’è. Infatti di Dio si dice appunto che non è corporeo, eppure esiste: si dice che Dio è luce, luce intelligente. 
Il Nuovo Testamento ci dice che la luce che è Dio ancora «splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (Giovanni 1,4-5) e poi aggiunge che Dio stesso "è luce" (Giovanni 1,5). 

Dunque io credo che nell’aldilà avrò un corpo di luce, di spirito.
[#VitoMancuso #LiberidiVivere #IlMargine]
(fonte: Bacheca FB dell'autore 02/09/2026)


venerdì 4 settembre 2026

Martini: Parola, dialogo e abitare le frontiere

Martini: Parola, dialogo e abitare le frontiere

Intervista al cardinale Gianfranco Ravasi a cura di Daniele Rocchetti


Sono passati quattordici anni dalla morte del card. Carlo Maria Martini. Quattordici anni nei quali la sua figura, anziché appannarsi, sembra aver acquistato una singolare capacità di interpellare ancora il presente.

Ma, ricordarlo oggi, non significa indulgere alla nostalgia, né sottrarlo al tempo nel quale visse. Significa, piuttosto, chiedersi che cosa del suo modo di pensare, di leggere la Bibbia e di stare nel mondo continui a parlarci.

A farlo, in questa intervista, è il cardinale Gianfranco Ravasi, che di Martini fu allievo al Pontificio Istituto Biblico e ne ha condiviso, da biblista e da protagonista della vita culturale della Chiesa, molte delle domande decisive. Il suo è dunque uno sguardo insieme personale e intellettuale: quello di chi ha conosciuto il Martini professore, rigoroso studioso della Scrittura, ma anche l’uomo capace di trasformare la Parola in dialogo e il dialogo in apertura verso l’altro.

Nelle parole di Ravasi emergono così tre tratti che possono ancora definire l’eredità di Martini: la Parola, il dialogo, la capacità di abitare le frontiere. Non un’eredità da custodire nel ricordo, ma una domanda rivolta al futuro.


– Che ricordo personale conserva del cardinale Martini al di là del ruolo e della notorietà che ha avuto?

Il mio primo incontro diretto fu all’esame di Critica Testuale, quando, tra il 1966 e il 1969, ero studente al Pontificio Istituto Biblico di Roma. Era una materia delicata e complessa: lo studio della Parola così come ci è stata trasmessa, con le sue varianti e, talvolta, le sue incertezze. La Bibbia, e soprattutto il Nuovo Testamento, ci è stata trasmessa attraverso una quantità enorme di testimonianze, molto più ampia, per esempio, di quella attraverso cui ci sono giunti Platone o Aristotele.

Martini teneva le lezioni ed era chiarissimo, come sempre. Parlava in latino, un latino didascalico ma corretto. All’esame ci fece portare dieci esempi di critica testuale, cioè parole o frasi che potevano presentare dei dubbi. Ricordo una cosa curiosa: quando venne a Milano, nel dicembre del 1979, ci rivedemmo e mi disse, con assoluta precisione, quale testo avevo scelto per quell’esame di critica testuale.

– Carlo Maria Martini fu a lungo docente di critica testuale biblica.

Divenne uno dei massimi specialisti a livello internazionale e fu chiamato a far parte del ristretto gruppo di studiosi impegnati nella preparazione del Greek New Testament, rigorosa edizione critica del testo greco del Nuovo Testamento.

Fu proprio nell’esercizio di questa disciplina che maturò in lui non soltanto un profondo amore per la Parola di Dio, ma anche una particolare attenzione alle parole concrete nelle quali essa si esprime: parole da sottoporre al rigore filologico, ma anche da riscoprire nella loro ricchezza di significato. Oggi sono davvero pochi coloro che possono ancora ricordare Martini come professore.

In seguito, è diventato rettore del Biblico, poi della Gregoriana, e di quel Martini docente siamo rimasti in pochissimi a conservare un ricordo diretto. Era solenne anche mentre insegnava. Quella era la sua cifra: una particolare compostezza, che si manifestava nella postura e nel modo di parlare. Le sue erano parole sempre scandite, sempre cesellate. Ed è significativo che proprio questo sia rimasto un tratto costante lungo tutta la sua vita: Martini è stato sempre, in un certo senso, l’uomo della Parola.

***

– Lei ha definito Martini “lo scriba del Regno di Dio”, un’immagine nella quale egli stesso si riconosceva. Che cosa c’era di particolare nel suo modo di leggere e raccontare la Bibbia?

Il suo modo di leggere la Bibbia per poi raccontarla nasceva, paradossalmente, dall’incontro di due atteggiamenti che potrebbero sembrare quasi antitetici, ma che Martini ha saputo far convivere.

Da una parte, c’era la fedeltà rigorosa alla parola. La critica testuale significa fermarsi talvolta alla sillaba, quasi alla cellula germinale di una frase. Richiede una vera e propria ingegneria esegetica, che Martini possedeva in modo straordinario. Basta pensare alla sua tesi di dottorato in Sacra Scrittura sulla recensionalità del Codice B, il celebre Codice Vaticano, uno dei più antichi e autorevoli testimoni greci del testo biblico. Era uno studio di grande sofisticazione, fondato sul continuo confronto e sulla verifica delle diverse testimonianze del testo.

Dall’altra parte, ed è questo il paradosso, già allora Martini aveva sviluppato un altro modo di accostarsi alla Scrittura. Lo si vede, per esempio, nei corsi biblici che teneva presso la Comunità di Sant’Egidio e nelle molte occasioni in cui si dedicava alla divulgazione biblica. Era una lettura simbolica, spirituale, esistenziale della Bibbia, destinata a diventare sempre più importante nella sua esperienza di pastore. Ecco perché il cardinale Martini è stato davvero l’uomo della Parola: tanto nella fedeltà rigorosa alla parola del testo quanto nella capacità di lasciarne emergere la ricchezza simbolica, spirituale ed esistenziale.

– Martini ha dato vita a Milano alla “Cattedra dei non credenti”, mentre lei ha avuto la felice intuizione di avviare e guidare per molti anni il “Cortile dei Gentili”. Mi pare che siano due modi diversi per ragionare sul confronto tra fede e modernità. Crede che ci sia un metodo di ascolto, uno “stile” di stare dentro il mondo di Martini da cui ancora oggi possiamo imparare?

La parola fondamentale a proposito di lui è “dialogo”: era quello l’elemento capitale per Martini. C’è però una cosa che differenzia la “Cattedra dei non credenti” dal “Cortile dei Gentili”, pur essendo esperienze parallele.

La “Cattedra dei non credenti” nasceva dalla convinzione che il non credente avesse qualcosa da dire a noi credenti. Per questo saliva in cattedra, teneva la lezione lui, il non credente, e poi Martini faceva un commento, seguito da un po’ di dibattito. Questo è l’elemento fondamentale che ci lascia, in un tempo come il nostro in cui non si ascolta più l’altro, anzi, si tende a bollare chi sta fuori dal proprio perimetro prima ancora che abbia finito di parlare. Lui aveva introdotto una vera capacità di ascolto.

Il “Cortile dei Gentili” è invece un confronto alla pari: credente e non credente argomentano sullo stesso tema, e lo spettatore deve capire quale dei due convince di più, chi ha l’argomentazione più solida. Per questo è difficile: oggi si fa fatica a trovare il vero credente e il vero ateo. Ci troviamo di fronte al dominio dell’indifferenza, a questa nebbia generica.

***

– Sono passati quarantasei anni dall’ingresso del card. Martini a Milano. Nel frattempo la città è cambiata e pure il mondo…

Sì, e non poco. Tante cose che oggi si pongono con urgenza, al suo tempo semplicemente non si ponevano ancora, o si ponevano in forma molto diversa. Penso alle migrazioni, alle forme di fondamentalismo che si sono sviluppate nel frattempo e, naturalmente, alla tecnologia e all’intelligenza artificiale.

Ma il problema più profondo è forse la crescente difficoltà di costruire il dialogo, che era la sua parola d’ordine, e lo è anche per me. Oggi è più difficile entrare in profondità nelle questioni e confrontarsi realmente con l’altro. Eppure credo che Martini, con la sua intelligenza, sarebbe stato capace di affrontare questo mondo meglio di tanti pastori di oggi.

– Dunque, per comprendere davvero Martini occorre collocarlo nel suo tempo.

Certamente. È un’operazione dalla quale non possiamo sottrarci. Martini apparteneva a un’altra epoca. E questo non significa assolutamente sminuirlo. Ha dato alla Chiesa e alla cultura alcune cose che rimangono permanenti. La prima è la Parola, come dicevamo; la seconda è il dialogo; la terza è la capacità di abitare le frontiere, di essere un uomo di frontiera, capace di guardare anche dall’altra parte. È per questo che oggi avrebbe avuto qualche difficoltà di fronte alla logica dello scontro. Sarebbe andato comunque oltre, anche in quegli ambienti nei quali magari non c’è alcun desiderio di incontrare o di conoscere l’altro. Lui sarebbe andato anche lì.

La nostalgia di Martini nasce anche dalla sua capacità di interloquire in modo credibile con l’intera comunità milanese: con la cultura e l’industria, con la giustizia e con le periferie. Aveva la visione di una Chiesa capace di essere presente nel proprio tempo. Il suo sguardo era rivolto al futuro: radicato nella realtà, ma capace di intuire le tensioni che stavano emergendo.

– Cardinale Ravasi, lo stile di Martini ricorda molto anche il suo: radicato dentro un’identità, ma capace di uno sguardo oltre, di uno sguardo altro.

Sì. E credo che questo sia proprio il frutto di una frequentazione profonda con la Parola. È la Parola che aiuta ad avere questo sguardo: non uno sguardo di nostalgia o di rimpianto, ma uno sguardo sempre proteso in avanti. Alla base c’è il fatto che la Bibbia sia, per sua natura, un libro messianico. Che cosa significa? Che è proteso verso il futuro. L’unica eccezione, in questo senso, è Qoèlet; ma tutti gli altri libri hanno sempre uno sguardo profetico, uno sguardo rivolto all’oltre.

Ma questo sguardo verso il futuro non significa affatto sottrarsi al presente. Al contrario: la Bibbia è profondamente immersa nella storia, nella concretezza dell’esistenza umana. Basta guardare le pagine della Bibbia per accorgersene: sono piene di questioni politiche, militari, di conflitti, di rapporti con le istituzioni. Gesù stesso si impegna continuamente dentro la realtà, anche frequentando quella che potremmo chiamare la “cattiva compagnia”: pubblicani, prostitute, peccatori. A un certo momento entra persino in dialogo con i Greci. La Bibbia stessa ci offre un principio fondamentale sul rapporto tra fede e politica, tra fede e società, tra fede e mondo.

Martini, proprio per la sua formazione e per la sua docenza di critica testuale, ha sempre avuto anche questo respiro. Mi ricordo che una volta gli avevo citato una frase di Kafka che mi piace moltissimo: Der fliegende Pfeil ruht, “La freccia che vola riposa”. Credo che questa possa essere una definizione, un po’ libera e creativa, dell’opera del card. Martini: un uomo profondamente radicato nella propria identità e, nello stesso tempo, sempre in movimento, sempre proteso verso l’altro e verso il futuro. E, soprattutto, un uomo che amava dialogare.

*Pubblicato su l’Eco di Bergamo (31 agosto 2026).
(fonte: Settimana News 03/09/2026)

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Vedi anche lo Speciale di Tempo Perso


Tonio Dell'Olio La profezia di cui abbiamo bisogno

Tonio Dell'Olio
 
La profezia di cui abbiamo bisogno
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  3 settembre 2026


Leggo su Avvenire l’articolo di Marco Moroni e mi riconosco nella sua gratitudine. Anche i nomi coincidono: Enzo Bianchi, Angelo Casati, Carlo Maria Martini, David Maria Turoldo, Tonino Bello, Luigi Bettazzi, Hélder Câmara. E poi Alex Langer, Pepe Mujica, Pier Paolo Pasolini.

Voci diverse, pagine entrate in silenzio nella mia vita. Hanno trovato posto tra le domande, corretto lo sguardo, dato parole a intuizioni ancora senza voce. A volte mi accorgo di pensare con un pensiero ricevuto da loro, di leggere il Vangelo attraverso uno spiraglio che hanno aperto. E nella vita di tanti è accaduto lo stesso. Ci scommetto! 

Noi siamo solo debitori. Anche quando abbiamo dimenticato da quale pagina sia arrivata quella luce. La loro profezia ci ha insegnato a cercare Dio nelle ferite della storia, a riconoscere nei poveri dei maestri, a credere nella pace quando sembrava un’ingenuità o un’utopia. Ci ha consegnato una fede capace di domande e una Chiesa da amare anche chiedendole di cambiare. E ora la gratitudine ci chiede qualcosa. Quel buon seme è affidato anche alla terra delle nostre scelte, alla cura delle relazioni, al coraggio di prendere parola e posizione. 

Rileggere le loro pagine serve se ci aiuta a scriverne altre con la vita. Perché il seme non vada perduto, perché trovi mani disposte a seminarlo ancora e generi vita nuova. Anzi, nuova profezia.

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Vedi anche l'articolo di Marco Moroni:
Enzo Bianchi e don Angelo Casati: il vuoto, la tristezza. E la gratitudine


giovedì 3 settembre 2026

UDIENZA GENERALE 02/09/2026 Leone XIV: smascherare le contraddizioni di oggi, la guerra non costruisce la pace

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro 
Mercoledì, 2 settembre 2026


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Il Papa: smascherare le contraddizioni di oggi,
la guerra non costruisce la pace

All’udienza generale in Piazza San Pietro, Leone XIV inaugura un ciclo di catechesi sulla costituzione pastorale Gaudium et spes. Esorta la comunità ecclesiale a farsi carico delle storture contemporanee: il progresso aperto a pochi, l’impari distribuzione delle ricchezze, l’illusione “che la guerra sia una via efficace per costruire la pace”. “Non è possibile – afferma - restare spettatori disinteressati, occorre invece ascoltare con il cuore e lasciarsi interpellare"


Dalla Basilica Vaticana a Piazza San Pietro. L’udienza generale del Papa torna nell’emiciclo berniniano dopo il caldo mese di agosto. Uno spostamento che coincide con l’inizio di un ciclo di catechesi dedicato alla Gaudium et spes, la costituzione pastorale promulgata da Papa Paolo VI il 7 dicembre 1965, con cui il Concilio Vaticano II intendeva approfondire il rapporto della Chiesa con il mondo contemporaneo. A bordo della papamobile, Leone saluta i fedeli, circa 20 mila, che partecipano all’udienza generale. Le prime righe del documento conciliare – la Chiesa sente come proprie "le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono" - sono “condivisione con l’umanità” che è la via che Cristo chiede alla Chiesa, afferma il Pontefice.

È una condivisione che ci chiama a uscire da ogni passività e indifferenza dinanzi agli avvenimenti che accadono, alla storia e alla vita delle persone, soprattutto dinanzi al cambiamento rapido e profondo che oggi sperimentiamo.

Farsi carico delle difficoltà altrui

Papa Leone sottolinea che “non è possibile restare spettatori disinteressati, occorre invece ascoltare con il cuore, lasciarsi interpellare, farsi coinvolgere”.

I credenti sono chiamati a farsi carico delle difficoltà dei fratelli, soprattutto di coloro che sono schiacciati dall’ingiustizia, dalla discriminazione, dalla violenza. Infatti, solo nella condivisione e nell’impegno è possibile arrivare a risposte adeguate, sempre sorretti dalla certezza che «le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi».

La benedizione del Papa ad un bambino (@Vatican Media)

Smascherare le contraddizioni

Leggere i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo, come richiama la Gaudium et spes, significa – sottolinea Leone XIV – richiamare la Chiesa “a un permanente impegno di conversione”, per testimoniare che non è mossa da ambizioni terrene ma intende continuare l’opera di Cristo, “venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito”. Servire chi è in difficoltà, farsi prossimo alle persone povere non è – evidenzia il Pontefice – “una disposizione semplicemente morale” ma, come evidenziato da Papa Francesco, “l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica... Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro”.

La condivisione cristiana impegna a farsi carico della realtà e anche a smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo.

La guerra per arrivare alla pace

Papa Leone dà concretezza alle parole, con gli esempi spiega le contraddizioni di questo tempo. Si sofferma “sul progresso scientifico e tecnologico, che offre sempre nuove possibilità, ma solo ad alcuni” e non sempre a servizio dell’uomo; il disorientamento di fronte alle “leggi della vita sociale” che seppur chiare sono accompagnate da incertezze; una maggiore disponibilità di ricchezze e possibilità ma che lascia una fetta di mondo nella fame e nella miseria.

Oppure, una consapevolezza condivisa che è in gioco il futuro del pianeta e nel contempo l’incapacità a rinunciare al consumo egoistico e all’illusione che la guerra sia una via efficace per costruire la pace.

L’annuncio del Vangelo per farsi prossimi

Da qui il richiamo al ruolo della Chiesa in “un tempo segnato da profondi mutamenti, da cui derivano preoccupanti squilibri”, a servire l’uomo “ascoltando e accogliendo gli interrogativi più profondi del suo cuore e gli aneliti che lo abitano, indicando nel Cristo la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana”.

Cari fratelli e sorelle, la gioia e la speranza – gaudium et spes – siano i tratti distintivi di una Chiesa che annuncia e testimonia il Vangelo, facendosi prossima alle donne e agli uomini del nostro tempo.

Il saluto dei Papa ai pellegrini presenti (@Vatican Media)

I saluti nelle varie lingue

In lingua inglese, il Papa si rivolge alla delegazione della Piattaforma interreligiosa per il dialogo e la cooperazione nel mondo arabo. Manifesta il suo apprezzamento pe la sua vicinanza all’opera del Centro Internazionale Re Abdullah bin Abdulaziz per il Dialogo Interreligioso e Interculturale.

Nel saluto ai pellegrini polacchi, Leone ricorda l’inizio dell’anno scolastico, auspicando che “la frequenza delle lezioni di religione e della catechesi possa ampliare gli orizzonti, approfondire la conoscenza di Dio e del mondo nonché preparare a ricevere con frutto i sacramenti e a partecipare alla vita della comunità”.

Ai fedeli in lingua italiana ha ricordato la memoria del Papa San Gregorio Magno, che cade domani, il cui corpo riposa nella Basilica di San Pietro. Leone sottolinea che è detto “il grande” perché capace di essere pastore in tempi difficili per la società e la Chiesa. “Una grandezza che attingeva forza e vigore dalla fede viva nel Cristo”.
(fonte: Vatican News, articolo di Benedetta Capelli 02/09/2026)

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Leone XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 1-10) 1. La Chiesa in ascolto e a servizio del mondo

Papa Leone nel corso dell'udienza generale (@Vatican Media)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Con l’incontro odierno iniziamo a riflettere sulla Costituzione pastorale Gaudium et spes, con cui il Concilio Vaticano II ha inteso approfondire un tema fondamentale, ossia il rapporto della Chiesa col mondo contemporaneo. San Giovanni XXIII, già nel Discorso inaugurale dell’11 ottobre 1962, aveva inteso dissentire dai «profeti di sventura» che, «sebbene accesi di zelo per la religione […] vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia» (Discorso Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962, 4.2). Da qui il compito affidato ai Padri conciliari: «Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» (Gaudet Mater Ecclesia, 4.4).

Tre anni dopo, la promulgazione di Gaudium et spes riconosceva in tale discernimento un elemento essenziale della natura della Chiesa, descrivendo come costitutiva la sua indole pastorale: da qui la definizione di “Costituzione pastorale”. Non si tratta di ingenuo ottimismo, ma di una rinnovata fedeltà al Mistero di Cristo che, incarnandosi, sceglie di condividere la nostra vita: Egli si è reso «in tutto simile ai fratelli» (Eb 2,17; cfr 4,15) e si è caricato delle conseguenze del peccato, morendo «in riscatto per tutti» (1Tm 2,6). Tale condivisione con l’umanità è la via che il Cristo chiede alla Chiesa; perciò, la Costituzione conciliare Gaudium et spes si apre dichiarando che la Chiesa sente come proprie «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (GS 1).

È una condivisione che ci chiama a uscire da ogni passività e indifferenza dinanzi agli avvenimenti che accadono, alla storia e alla vita delle persone, soprattutto dinanzi al cambiamento rapido e profondo che oggi sperimentiamo. Non è possibile restare spettatori disinteressati, occorre invece ascoltare con il cuore, lasciarsi interpellare, farsi coinvolgere. Con Cristo e sorretti dalla forza del suo Spirito, i credenti sono chiamati a farsi carico delle difficoltà dei fratelli, soprattutto di coloro che sono schiacciati dall’ingiustizia, dalla discriminazione, dalla violenza. Infatti, solo nella condivisione e nell’impegno è possibile arrivare a risposte adeguate, sempre sorretti dalla certezza che «le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi» (Rm 8,18).

In tal senso, la prossimità verso l’umanità apre a una lettura più profonda degli avvenimenti e della stessa Rivelazione e, nella medesima prospettiva, Gaudium et spes richiama il «dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo» (GS 4). Questa Costituzione conciliare ha dunque richiamato la Chiesa a un permanente impegno di conversione, per testimoniare che essa non è mossa da «nessuna ambizione terrena», ma «mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito» (GS 3).

Non si tratta, in effetti, di una disposizione semplicemente morale. Papa Francesco ci ha ricordato che per la Chiesa «l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. […] Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (Esort. Ap. Evangelii gaudium, 198).

La condivisione cristiana impegna a farsi carico della realtà e anche a smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo: ad esempio, un progresso scientifico e tecnologico, che offre sempre nuove possibilità, ma solo ad alcuni e che non sempre l’essere umano riesce a porre «a suo servizio»; o una conoscenza più chiara delle «leggi della vita sociale», accompagnata però da incertezze «sulla direzione da imprimervi»; o ancora, una maggiore disponibilità di «ricchezze, possibilità e potenza economica», che purtroppo però, oggi come al tempo del Concilio, lascia «una grande parte degli abitanti del globo […] ancora tormentata dalla fame e dalla miseria» (GS 4); oppure, una consapevolezza condivisa che è in gioco il futuro del pianeta e nel contempo l’incapacità a rinunciare al consumo egoistico e all’illusione che la guerra sia una via efficace per costruire la pace.

In un tempo segnato da profondi mutamenti, da cui derivano preoccupanti squilibri, la Chiesa è chiamata a servire l’essere umano, ascoltando e accogliendo gli interrogativi più profondi del suo cuore e gli aneliti che lo abitano, indicando nel Cristo «la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» (GS 10). Perciò, nella Chiesa, ad ogni livello, in ogni epoca ha da realizzarsi la kenosi misericordiosa del Cristo che «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, […] facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,6-8).

Cari fratelli e sorelle, la gioia e la speranza – gaudium et spes – siano i tratti distintivi di una Chiesa che annuncia e testimonia il Vangelo, facendosi prossima alle donne e agli uomini del nostro tempo.

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai gruppi parrocchiali: tutti esorto a modellare la vita sul Vangelo per essere nella società seminatori dell’amore di Cristo.

Saluto, poi, i volontari dell’Associazione “Abeo” di Verona, esprimendo apprezzamento per l’opera in favore dei piccoli pazienti e delle loro famiglie.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Domani celebreremo la memoria del Papa San Gregorio Magno, il cui corpo riposa nella Basilica di San Pietro. Egli è detto “il grande” per la sua eccezionale attività di pastore in tempi assai difficili per la società e la Chiesa: una “grandezza” che attingeva forza e vigore dalla fede viva nel Cristo. Il suo esempio susciti in ciascuno di voi una rinnovata e intensa fiducia in Dio, fonte di grazia e di speranza per il mondo intero.

A tutti la mia benedizione!


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Enzo Bianchi: Non predicate ciance, ma il Vangelo

Enzo Bianchi
Non predicate ciance, ma il Vangelo  
 
Dante e la liturgia ricordano che l’omelia non serve a stupire o a parlare di sé,
ma a lasciare risuonare con fedeltà la Parola salvifica di Cristo



Famiglia Cristiana - 30 agosto 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Molti tra voi, magari in vacanza, non partecipate quindi all’eucaristia domenicale della vostra comunità e la vivete occasionalmente là dove vi trovate. E non è facile trovare eucaristie in cui risuoni obbediente al Vangelo, chiara e semplice la predicazione.

Anche a me succede a volte di ascoltare omelie che mi rattristano. Proprio recentemente ho dovuto quasi tapparmi le orecchie per non ascoltare parole estranee al Vangelo e alla fede. Mi venivano in mente i versi di Dante nella Divina Commedia: “Non disse Cristo al suo primo convento: ‘Andate e predicate al mondo ciance’, ma diede lor verace fondamento!”. Essere seminatori della Parola è faticoso e difficile. Occorre ogni giorno leggerla e ascoltarla con un orecchio che il Signore apre (cf. Is 50,5), significa meditarla e ruminarla, pensarla nell’oggi che si vive e allora, solo allora, annunciarla con umiltà sempre indicando Cristo, sempre parlando di lui e mai di se stessi o della propria comunità. Talvolta c’è purtroppo narcisismo in chi predica, c’è protagonismo, c’è la volontà di stupire perché non si crede all’efficacia della parola di Dio, realtà povera, umanissima, ma munita della potenza del Signore.

Così prosegue ancora Dante: “Non vi si pensa quanto sangue costa seminare (la Parola) nel mondo e quanto piace a chi umilmente ad essa si arresti!”. In verità un’omelia semplice, magari modesta ma fedele al Vangelo, contiene più forza divina di una parola detta con acclamazione in un solenne pontificale. E se il cristiano si trova ad ascoltare omelie non degne dell’eucaristia nella quale sono un momento decisivo in quel momento preghi il Signore che “faccia correre la sua Parola anche quando noi non la vediamo diffondersi come grazia nel mondo”.
(fonte: blog dell'autore)

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N.B. 
Quest'articolo è stato pubblicato solo due giorni prima che Enzo Bianchi raggiungesse la Casa del Padre.

Vedi i nostri post:



mercoledì 2 settembre 2026

Preghiamo per la cura dell'acqua - Dedicata all’acqua l’intenzione di preghiera del Papa per il mese di settembre 2026 Un diritto non una merce

Preghiamo per la cura dell'acqua

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Dedicata all’acqua l’intenzione di preghiera del Papa per il mese di settembre

Un diritto non una merce


Denunciare sprechi e inquinamento

Un «diritto senza confini», colpevolmente circoscritto a logiche di mercato che ignorano il grido di chi non può usufruire di quella che, per la sua centralità nella vita umana, dovrebbe essere la più accessibile delle risorse: l’acqua. A queste persone, che sono tante, anzi troppe, e affinché si possa «bere senza paura, senza disuguaglianze», Leone XIV dedica l’intenzione per il mese di settembre, diffusa attraverso la Rete mondiale di preghiera del Papa, in collaborazione con il Dicastero per la Comunicazione. Un’invocazione «per la cura dell’acqua» che è un appello a denunciare lo spreco e l’inquinamento di questa essenziale risorsa, difendendo il diritto di ciascuna persona ad averne accesso.

Resa nota il 1° settembre, data in cui ricorre la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, che segna anche l’inizio del tempo ecumenico dedicato all’ambiente, l’orazione del Pontefice si concentra sull’acqua come «fonte di fecondità, freschezza e speranza», dono che «disseta, feconda la terra e cura le ferite». Così cruciale, eppure sempre più difficile da rendere universalmente disponibile: secondo il rapporto Progress on household drinking water, sanitation and hygiene 2000-2024 del Programma congiunto di monitoraggio (Jmp) dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), 2,1 miliardi di persone non hanno ancora accesso sicuro all’acqua potabile — per esempio con un accesso intermittente, insufficiente, troppo costoso o molto distante — e 106 milioni dipendono direttamente da fiumi, laghi o altre acque superficiali non trattate.

«Custodirla con gratitudine, giustizia e responsabilità», è quindi la preghiera del Pontefice, volta alla cura di un elemento che è anche simbolo della grazia e dell’amore di Dio, rinnovato attraverso il Battesimo.

«Perdonaci per averla trasformata in merce, dimenticando che è un dono universale, un diritto senza confini, destinato a tutti i tuoi figli. Guardiamo con dolore tanti fratelli e sorelle senza acqua potabile, che percorrono chilometri per trovarla, e si ammalano per la sua scarsità», prosegue il Pontefice.

Leone XIV esorta ciascun fedele a farsi «pellegrino dell’essenziale», vivendo con sobrietà e denunciando lo spreco e l’inquinamento dell’acqua, difendendo il diritto di ogni persona a beneficiare di questa risorsa.

«Che la nostra cura per l’acqua sia segno di amore per il Creatore e impegno per la vita dei più poveri, educando le nuove generazioni a valorizzare e proteggere le risorse della Terra», conclude il Papa la sua invocazione.

«Questa intenzione ci invita a contemplare il creato, a prendercene cura e a guardare con gli occhi di Dio coloro che oggi percorrono chilometri per ottenere un po’ di acqua pulita, trasformando quello sguardo in gesti concreti di sobrietà, di attenzione e di solidarietà», afferma il gesuita Cristóbal Fones, direttore internazionale della Rete mondiale di preghiera del Papa. La carenza di questa risorsa infatti va inoltre di pari passo con l’accesso limitato a servizi di sanificazione e igiene: ad esempio 611 milioni di esseri umani non dispongono di alcuna struttura per lavarsi le mani, secondo i dati dell’Oms e dell’Unicef; mentre si stima inoltre che 1,4 milioni di morti all’anno siano associati all’uso di acqua non sicura e alla mancanza di servizi igienico-sanitari.
(fonte: L'Osservatore Romano articolo di Edoardo Giribaldi 01/09/2026)

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Non è troppo tardi per una profonda conversione ecologica


Non è troppo tardi
per una profonda
conversione ecologica


«Non è ancora troppo tardi»: lo ha detto Leone XIV auspicando «una profonda conversione» ecologica, quella necessaria affinché ciò che è stato usato per la distruzione sia reindirizzato verso «la salvaguardia del creato».

L’appello del Pontefice è riecheggiato nel tardo pomeriggio di ieri, durante la celebrazione della messa per la custodia della Creazione svoltasi presso il Giardino della Madonnina del Borgo Laudato si’, a Castel Gandolfo.

Nella Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, il Vescovo di Roma ha quindi esortato a porre «in “modalità silenziosa” tutti i rumori delle opere umane per ascoltare la voce melodiosa della creazione, in cui Dio, Autore di ogni cosa, ci parla». Questo esercizio contemplativo, infatti, costituisce un primo passo verso «un’autentica conversione ecologica». Perché è dalla presa di coscienza di mancanze ed errori che nasce «un impegno rinnovato a restaurare le relazioni tra le creature secondo la volontà del loro Artefice».

La Giornata di ieri ha dato inizio al “Tempo del creato”, ovvero cinque settimane dedicate alla preghiera e all’impegno nella cura della Casa comune, nella consapevolezza — ha rimarcato il Papa — di una «responsabilità personale e collettiva nella custodia dell’armonia originale». Tale periodo si concluderà il 4 ottobre, in coincidenza con l’ottavo centenario del Transito di san Francesco d’Assisi. Sull’esempio del Poverello, dunque, Leone XIV ha chiamato alla promozione di «quella fratellanza universale che è inseparabilmente unita» alla tutela della creazione.

Al termine del rito, il Papa è rientrato in automobile in Vaticano.

Leggi anche:
(fonte: L'Osservatore Romano 02/08/2026)


ANGELO, AMICO, PADRE, FRATELLO Lettera di don Mimmo Battaglia a don Angelo Casati


ANGELO, AMICO, PADRE, FRATELLO

Lettera di don Mimmo Battaglia a don Angelo Casati



Caro Angelo,

domani aspetterò la tua telefonata.
So che non arriverà.
Ma la aspetterò lo stesso.

Perché il cuore ha una sua maniera di misurare il tempo, e non conosce la morte. Conosce le attese. Le presenze. Le voci. Conosce quel momento preciso della giornata in cui qualcuno arriva nella nostra vita e, semplicemente, c’è.

Tu c’eri.
Ogni giorno.
Una telefonata. Poche parole. Una benedizione.

Una carezza.

E adesso dovrò imparare una cosa che non volevo imparare: che esistono silenzi che hanno esattamente la forma di una voce che abbiamo amato.

Ma questa sera, Angelo, mentre penso a te, mi attraversa un pensiero diverso.
Forse abbiamo sempre capito male il tempo.

Diciamo che un uomo vive settant’anni, ottanta, novanta, e poi entra nell’eternità.
Come se l’eternità cominciasse dopo.
Come se Dio aspettasse alla fine della strada.
Io invece oggi penso che sia il contrario.
Nel mistero di Dio, ogni giorno della nostra vita quaggiù è un giorno sottratto all’eternità.
Un giorno che Dio prende dall’infinito e consegna al tempo.

Un giorno in più per incontrarci.
Per volerci bene.
Per sbagliare.
Per ricominciare.
Per dire una parola.
Per fare una telefonata.
Per benedire qualcuno.

E allora forse tu non sei entrato oggi nell’eternità.
Ci sei tornato.

E improvvisamente capisco che tutti questi anni non sono stati il tempo che ti separava da Dio.
Sono stati il tempo che Dio ha sottratto a sé per regalarti a noi.
Questo cambia tutto.

Non diminuisce il dolore.
Lo rende, semmai, più preciso.
Perché significa che ogni giorno in cui ci sei stato era un dono che non ci spettava.

Anche ieri.
Anche l’ultima parola.
Anche l’ultima benedizione.
Perfino l’ultima volta in cui abbiamo detto «a domani» senza sapere quanto fosse immensa quella parola.

A domani.
Forse tutta la fede cristiana sta lì.

Quando venni a trovarti, nella tua stanza vidi una fotografia appesa al muro.
Una sola.
David Maria Turoldo.

Eravate stati amici.
Ricordo quella fotografia perché oggi mi sembra quasi una profezia rimasta per anni appesa a una parete.
Lui aveva il fuoco nelle parole.
Tu avevi un altro dono.
La tenerezza.

Turoldo, poeta del fuoco.
Casati, poeta della tenerezza.

Ma la tua tenerezza non era il garbo innocuo degli uomini miti.
Era una cosa molto più seria.
Era il tuo modo di resistere.

Hai attraversato una Chiesa che qualche volta ha avuto paura delle domande continuando a fare domande.
Hai attraversato un mondo che alzava la voce continuando a parlare piano.
Hai incontrato uomini che chiedevano giudizi e hai preferito ascoltare.
Hai incontrato ferite e non hai avuto l’arroganza di spiegarle.

Ti sei avvicinato.

E forse, Angelo, tutto quello che hai scritto, predicato, cercato, alla fine può stare dentro un verbo soltanto:
avvicinarsi.

Perché è questo che fa Dio.
Si avvicina.

Forse il Vangelo è infinitamente più semplice di quanto siamo riusciti a farlo diventare.
Dio si avvicina all’uomo.
E l’uomo, quando finalmente lo comprende, comincia ad avvicinarsi agli altri.

Tu lo facevi.

Anche con una telefonata.
Ogni giorno mi benedicevi.
E oggi quella benedizione mi appare per ciò che veramente era.
Non una formula.
Non il gesto di un prete.

Una carezza.

Era il tuo modo di dirmi: io so che ci sei.
E non c’è forse benedizione più grande.

Per questo oggi non voglio parlare del grande sacerdote, dello scrittore, dell’uomo spirituale, della voce libera della Chiesa.
Altri lo faranno.
Io voglio pronunciare tre parole molto più povere.
E molto più vere.

Amico.
Padre.
Fratello.

Amico, perché con te potevo arrivare senza prepararmi.

Padre, perché non mi hai mai chiesto di diventare simile a te.

Fratello, perché per parlarmi di Dio non sei mai salito un gradino più in alto.

Sei rimasto accanto.
Alla stessa altezza.
Quella degli occhi.

E forse è proprio lì che Dio preferisce farsi incontrare.
Non sopra le nostre teste.
All’altezza degli occhi.

Adesso rimane il silenzio.

Domani verrà il momento della giornata in cui il mio cuore aspetterà la tua voce.

Per un istante dimenticherò.
Poi ricorderò.
E farà male.

Ma proverò a pensare che non manca qualcosa al mio domani.

È stato dato qualcosa a tutti i miei ieri.

Un giorno sottratto all’eternità.
Poi un altro.
Poi un altro ancora.

Fino a fare una vita.

La tua.

Quella che Dio ha prestato al nostro tempo.
E che ora il tempo gli restituisce.

C’è ancora quella fotografia, Angelo.
Turoldo.
Una sola immagine sulla parete.

Mi piace pensare che adesso quella distanza non esista più.

Il poeta del fuoco e il poeta della tenerezza.

Chissà cosa vi sarete detti.

Anzi, spero niente.

Perché avete passato una vita a cercare parole capaci di dire Dio.
Adesso non servono più.
Adesso sapete.

E forse il Paradiso è proprio questo:
il luogo in cui finalmente tacciono tutte le parole su Dio,
perché resta soltanto Dio.

Vai, Angelo.

O forse no.

Torna.

Torna a quell’eternità alla quale, per tutti questi anni, Dio ti aveva sottratto per donarci un amico, un padre, un fratello.

E domani, quando senza pensarci aspetterò ancora la tua telefonata, non dirò che non sei più qui.
Dirò soltanto che la tua benedizione deve aver trovato un’altra strada.

Perché certe carezze non finiscono.

Cambiano distanza.

Ciao, Angelo.

Grazie per tutto il tempo che l’eternità ci ha regalato di te.

Mimmo
(fonte: Chiesa di Napoli 01/09/2026)

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