Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



martedì 18 dicembre 2018

Novena di Natale con le poesie di Ernesto Olivero - 3°giorno: Elisabetta attendeva un figlio. E il figlio è arrivato...

Novena di Natale
La poesia di Ernesto Olivero* ci accompagna alla nascita di Gesù

3°giorno
Elisabetta attendeva un figlio. E il figlio è arrivato...
Un particolare della nascita di San Giovanni Battista.
Rogier van der Weyden, Staatliche Museen, Berlino (Wikipedia Common)

Non potrai parlare (Lc 1,5-25)


“Quando [Zaccaria] uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto. Compiuti i giorni del suo servizio, tornò a casa. Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì”.



Gli occhi
del Signore
sono su ogni
uomo
e su ogni
donna
sempre,
da quando
ha pensato
a quella
vita
a quell’anima
per tutta l’eternità.

Con il Signore
la parola “mai”
non esiste,
può esserci sempre
il miracolo,
la sorpresa,
come questa volta.

Elisabetta
attendeva un figlio
e il figlio è arrivato.
Zaccaria stupito, 
ha quasi dubitato.
E il Signore
gli ha detto:
“Starai in silenzio
finché questo figlio
che io vi dono
nella vecchiaia
non nascerà”.

Silenzio per imparare
ad ascoltare la voce di Dio,
a pensarlo,
a riconoscere il suo passaggio
nelle nostre vite.

Silenzio
perché le nostre parole
imparino a cantare,
a benedire Lui.

Proprio come farà Zaccaria.

Ernesto Olivero

*Ernesto Olivero, sposato, padre di tre figli, nel 1964 ha fondato il Sermig (Servizio Missionario Giovani) e al suo interno la Fraternità della Speranza (giovani, famiglie, monache, monaci e sacerdoti) a servizio dei poveri e dei giovani. Nel 1983 ha trasformato il vecchio Arsenale militare di Torino in Arsenale della Pace (monastero metropolitano, luogo di accoglienza per i poveri e di formazione per i giovani), coinvolgendo migliaia di persone nella condivisione gratuita. Negli anni seguenti l’esperienza si è ripetuta in Brasile e in Giordania, continuando a portare solidarietà, sviluppo, cultura, cure a popolazioni colpite da guerre, fame, calamità naturali per un totale di 3400 progetti in 154 nazioni di tutti i continenti. Ha ricevuto la Medaglia d’oro al merito civile per il suo servizio verso gli ultimi e altri prestigiosi riconoscimenti in vari paesi del mondo. Madre Teresa, Giovanni Paolo II, e altre note personalità come Norberto Bobbio e Giovanni Agnelli, lo hanno ripetutamente proposto per la candidatura al Premio Nobel per la pace. Ha pubblicato diversi libri, i cui proventi vengono interamente messi a disposizione delle persone che ogni giorno varcano la grande porta dell’Arsenale.

Per saperne di più vedi qui


Senza incarnazione non c'è cristianesimo di Enzo Bianchi - Jesus - Dicembre 2018

Atrribuito a Rembrandt, verso il 1655,
olio su tavola, Bijbels Museum, Amsterdam
Senza incarnazione 
non c'è cristianesimo 
di Enzo Bianchi 

rubrica "Bisaccia del mendicante"
Jesus - Dicembre 2018 



Nei "discorsi da bar", che un tempo avvenivano tra poche persone nelle bettole dei paesi e dei rioni, mentre oggi hanno come teatro i social, a volte vengo accusato di essere «neo-ariano», cioè di non credere a Gesù Cristo quale Figlio di Dio, confessato dalla tradizione cristiana Dio oltre che uomo.
Tale accusa viene lanciata da cristiani che di fatto sono degli incalliti teisti, non avendo mai preso sul serio il proprium del cristianesimo, che resta scandaloso, oggi come agli inizi della fede dei discepoli di Gesù: Dio si è fatto uomo

È il Vangelo di Giovanni che sintetizza l'evento della salvezza cosmica nella famosa affermazione del prologo: «E il Verbo», cioè la Parola di Dio, «si fece carne» (1,14), il Lógos si fece sàrx. Questa è la novità cristiana, e già il Nuovo Testamento e gli antichi padri hanno molto faticato per affermarla rispetto al giudaismo e alle interpretazioni gnostiche della vita di Gesù. Per questo, nella Prima lettera, Giovanni mette in guardia dalla più pesante aggressione alla verità del Vangelo: «Chi non confessa Gesù Cristo venuto nella carne, non è da Dio» (1Gv 4,3). La svalutazione della carne del Figlio di Dio, infatti, è il pensiero dell'Anticristo, e senza carne non c'è Cristo. 

Eppure il docetismo è stato sempre presente come tentazione di molti cristiani, al punto che alcuni giunsero a negare la morte reale di Gesù in croce, forgiando addirittura l'ipotesi che un altro, Simone il Cireneo, fosse stato crocifisso al suo posto. Anche Ignazio di Antiochia all'inizio del II secolo ammoniva i cristiani a chiudere gli orecchi verso quanti dicevano che Gesù non aveva sofferto e non era veramente morto. 

Poi il grandissimo Ireneo di Lione e in seguito Tertulliano elaborarono una vera teologia della carne assunta da Dio in Gesù Cristo: Dio aveva plasmato con le sue mani la carne di Adamo, dalla terra (adamah), e quella è la nostra carne. Carne che dunque non fu il vile strumento per la missione del Figlio di Dio sulla terra, abbandonata subito dopo l'uso, ma carne risorta, che ora è in Dio stesso, primizia della risurrezione della nostra carne nel Regno eterno. L'incarnazione va presa sul serio, mentre noi ne restiamo scandalizzati, fino ad avere paura della fragilità dell'uomo Gesù. Preferiremmo discernerlo solo come Dio, ma così facendo svuoteremmo il cristianesimo, e allora la carne non sarebbe più — come asseriva Tertulliano — «opera d'arte delle mani di Dio, custodia del suo Spirito, regina della creazione, sacerdotessa della religione, sorella di Cristo» (La risurrezione della carne 9,2). 

Secondo la fede cristiana, Gesù è «nato da donna» (Gal 4,4), per grazia dello Spirito Santo. È «cresciuto in sapienza; età e grazia» (Lc 2;52), come tutti noi; è stato tentato, ha sofferto, è morto come ogni figlio di Adamo, perché la sua condizione era umanissima, anzi quella di un uomo collocato all'ultimo posto, uno schiavo. Ecco perché «la carne è il cardine della salvezza» (La risurrezione della carne 8,3). Questa non è solo una professione di fede, ma determina la nostra esistenza vissuta nella carne, perché noi siamo un corpo, siamo carne e spirito insieme. Perciò noi cristiani non abbiamo paura della carne, ma osiamo la carne! Non dobbiamo pensare alla nostra vita spirituale senza la carne. Nel corpo che siamo; la nostra carne significa respiro e sensibilità, intelligenza, parola e gesto, cultura e storia. 

La fede mette al centro l'uomo Gesù, così che non si può più affermare Dio senza affermare l'essere umano. Guardando a Gesù Cristo, contempliamo una creatura umanissima, in cui «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9); in lui vediamo «l'immagine del Dio invisibile» (Col 1,15). Non possiamo dunque fare diversamente da ciò che fece Tommaso davanti al Risorto: in adorazione confessarlo «mio Signore e mio Dio» (1Gv 20,28).


lunedì 17 dicembre 2018

«Gesù, l’Emmanuele, il Dio-con-noi: la sua presenza è la sorgente della gioia. La consapevolezza che nelle difficoltà possiamo sempre rivolgerci al Signore, e che Egli non respinge mai le nostre invocazioni, è un grande motivo di gioia.» Papa Francesco, Angelus del 16 dicembre 2018 (Testo e video)


ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 16 dicembre 2018


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa terza domenica di Avvento la liturgia ci invita alla gioia. Sentite bene: alla gioia. Il profeta Sofonia si rivolge con queste parole alla piccola porzione del popolo di Israele: «Rallegrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele, esulta e acclama con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!» (3,14). Gridare di gioia, esultare, rallegrarsi: questo è l’invito di questa domenica. Gli abitanti della città santa sono chiamati a gioire perché il Signore ha revocato la sua condanna (cfr v. 15). Dio ha perdonato, non ha voluto punire! Di conseguenza per il popolo non c’è più motivo di tristezza, non c’è più motivo di sconforto, ma tutto porta a una gratitudine gioiosa verso Dio, che vuole sempre riscattare e salvare coloro che ama. E l’amore del Signore per il suo popolo è incessante, paragonabile alla tenerezza del padre per i figli, dello sposo per la sposa, come dice ancora Sofonia: «Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia» (v. 17). Questa è – così si chiama – la domenica della gioia: la terza domenica dell’Avvento, prima del Natale.

Questo appello del profeta è particolarmente appropriato nel tempo in cui ci prepariamo al Natale, perché si applica a Gesù, l’Emmanuele, il Dio-con-noi: la sua presenza è la sorgente della gioia. Infatti Sofonia proclama: «Re d’Israele è il Signore in mezzo a te»; e poco dopo ripete: «Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente» (vv. 15.17). Questo messaggio trova il suo pieno significato nel momento dell’annunciazione a Maria, narrata dall’evangelista Luca. Le parole rivolte dall’angelo Gabriele alla Vergine sono come un’eco di quelle del profeta. Cosa dice l’arcangelo Gabriele? «Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te» (Lc1,28). “Rallegrati”, dice alla Madonna. In un borgo sperduto della Galilea, nel cuore di una giovane donna ignota al mondo, Dio accende la scintilla della felicità per il mondo intero. E oggi lo stesso annuncio è rivolto alla Chiesa, chiamata ad accogliere il Vangelo perché diventi carne, vita concreta. Dice alla Chiesa, a tutti noi: “Rallegrati, piccola comunità cristiana, povera e umile ma bella ai miei occhi perché desideri ardentemente il mio Regno, hai fame e sete di giustizia, tessi con pazienza trame di pace, non insegui i potenti di turno ma rimani fedelmente accanto ai poveri. E così non hai paura di nulla ma il tuo cuore è nella gioia”. Se noi viviamo così, alla presenza del Signore, il nostro cuore sempre sarà nella gioia. La gioia “di alto livello”, quando c’è, piena, e la gioia umile di tutti i giorni, cioè la pace. La pace è la gioia più piccola, ma è gioia.

Anche san Paolo oggi ci esorta a non angustiarci, a non disperare per nulla, ma in ogni circostanza far presenti a Dio le nostre richieste, le nostre necessità, le nostre preoccupazioni «con preghiere e suppliche» (Fil 4,6). La consapevolezza che nelle difficoltà possiamo sempre rivolgerci al Signore, e che Egli non respinge mai le nostre invocazioni, è un grande motivo di gioia. Nessuna preoccupazione, nessuna paura riuscirà mai a toglierci la serenità che viene non da cose umane, dalle consolazioni umane, no, la serenità che viene da Dio, dal sapere che Dio guida amorevolmente la nostra vita, e lo fa sempre. Anche in mezzo ai problemi e alle sofferenze, questa certezza alimenta la speranza e il coraggio.

Ma per accogliere l’invito del Signore alla gioia, occorre essere persone disposte a mettersi in discussione. Cosa significa questo? Proprio come coloro che, dopo aver ascoltato la predicazione di Giovanni il Battista, gli chiedono: tu predichi così, e noi, «che cosa dobbiamo fare?» (Lc 3,10). Io cosa devo fare? Questa domanda è il primo passo per la conversione che siamo invitati a compiere in questo tempo di Avvento. Ognuno di noi si domandi: cosa devo fare? Una cosa piccolina, ma “cosa devo fare?”. E la Vergine Maria, che è nostra madre, ci aiuti ad aprire il nostro cuore al Dio-che-viene, perché Egli inondi di gioia tutta la nostra vita.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

La settimana scorsa è stato approvato a Marrakech, in Marocco, il Patto Mondiale per una Migrazione Sicura, Ordinata e Regolare, che intende essere un quadro di riferimento per tutta la comunità internazionale. Auspico pertanto che essa, grazie anche a questo strumento, possa operare con responsabilità, solidarietà e compassione nei confronti di chi, per motivi diversi, ha lasciato il proprio Paese, e affido questa intenzione alle vostre preghiere.

Saluto tutti voi, famiglie, gruppi parrocchiali e associazioni, che siete venuti da Roma, dall’Italia e da tante parti del mondo. In particolare saluto i pellegrini di Siviglia, Amburgo, Monaco di Baviera e Chapelle, in Belgio. Saluto i fedeli di Pescara, Potenza, Bucchianico, Fabriano e Blera; i Missionari laici comboniani; e gli Scout di Jesolo e Ca’ Savio.

E ora mi rivolgo in modo speciale a voi, cari bambini di Roma, venuti per la benedizione dei “Bambinelli”, accompagnati dal Vescovo Ausiliare Monsignor Ruzza. Ringrazio il Centro Oratori Romani e i volontari. Cari bambini, quando, nelle vostre case, vi raccoglierete in preghiera davanti al presepe, fissando lo sguardo su Gesù Bambino sentirete lo stupore… Voi mi chiederete: cosa significa “lo stupore”? È un sentimento più forte, è più di un’emozione comune. E’ vedere Dio: lo stupore per il grande mistero di Dio fatto uomo; e lo Spirito Santo vi metterà nel cuore l’umiltà, la tenerezza e la bontà di Gesù. Gesù è buono, Gesù è tenero, Gesù è umile. Questo è il vero Natale! Non dimenticatevi. Che sia così per voi e per i vostri familiari. Io benedico tutti i “Bambinelli”.

A tutti auguro una buona domenica e una buona terza settimana di Avvento. Con gioia, tanta gioia, e tanta pace quando non è possibile la gioia. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.

Guarda il video

Novena di Natale con le poesie di Ernesto Olivero - 2°giorno: Giuseppe aveva un sogno, sposare la sua Maria...

Novena di Natale
La poesia di Ernesto Olivero* ci accompagna alla nascita di Gesù

2°giorno
Giuseppe aveva un sogno, sposare la sua Maria...
Giubileo delle famiglie, in piazza San Pietro un'icona della Sacra Famiglia:
Madonna con san Giuseppe e Gesù

Giuseppe non temere (Mt 1,16-25)



"Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo".
Nella storia di Gesù
c'è una grande umanità.
Giuseppe aveva un sogno,
sposare la sua Maria,
avere una famiglia.

Poi improvvisamente
si trova in una storia
che non capisce,
ma non cede alla paura,
non fugge.

Accoglie l'inconcepibile,
protegge Maria,
dà il suo nome all'infinito.

Uno dei motivi
per amare Gesù
è Giuseppe,
l'uomo che non teme
le lacrime
e riceve la luce.



Ernesto Olivero

*Ernesto Olivero, sposato, padre di tre figli, nel 1964 ha fondato il Sermig (Servizio Missionario Giovani) e al suo interno la Fraternità della Speranza (giovani, famiglie, monache, monaci e sacerdoti) a servizio dei poveri e dei giovani. Nel 1983 ha trasformato il vecchio Arsenale militare di Torino in Arsenale della Pace (monastero metropolitano, luogo di accoglienza per i poveri e di formazione per i giovani), coinvolgendo migliaia di persone nella condivisione gratuita. Negli anni seguenti l’esperienza si è ripetuta in Brasile e in Giordania, continuando a portare solidarietà, sviluppo, cultura, cure a popolazioni colpite da guerre, fame, calamità naturali per un totale di 3400 progetti in 154 nazioni di tutti i continenti. Ha ricevuto la Medaglia d’oro al merito civile per il suo servizio verso gli ultimi e altri prestigiosi riconoscimenti in vari paesi del mondo. Madre Teresa, Giovanni Paolo II, e altre note personalità come Norberto Bobbio e Giovanni Agnelli, lo hanno ripetutamente proposto per la candidatura al Premio Nobel per la pace. Ha pubblicato diversi libri, i cui proventi vengono interamente messi a disposizione delle persone che ogni giorno varcano la grande porta dell’Arsenale.

Per saperne di più vedi qui

Carceri. Celle sovraffollate e suicidi: è di nuovo emergenza - Il coraggio che non c'è

Carceri. 
Celle sovraffollate e suicidi: è di nuovo emergenza

Le presenze negli istituti di pena aumentano ancora. Dossier del Partito radicale: 10mila reclusi in più. Preoccupazione dei Garanti dei detenuti. Il governo annuncia nuove strutture


Martedì sera, è successo ancora. Nel carcere Don Bosco di Pisa un detenuto è tornato in cella, dall’infermeria, e si è impiccato. Il compagno di cella era in bagno e non se n’è accorto subito. Ogni tentativo di rianimazione è stato vano. Era in custodia cautelare dal 7 novembre, in attesa di giudizio per il reato di spaccio. È il terzo suicidio, quest’anno, in un istituto toscano. Nelle stesse ore, un altro uomo si è tolto la vita nel penitenziario di Catania, portando a 64 le morti per suicidio nel sistema carcerario. Il dato più alto da anni (negli ultimi cinque, il picco era stato di 52 nel 2017). Non solo: in questo tragico 2018, le morti in carcere per altre cause sono state 74, per un totale di 135, compresi due bimbi: Faith (sei mesi) e Divine (1 anno e mezzo), uccisi dalla madre, reclusa nell’Istituto femminile di Rebibbia.

Un segnale estremo della situazione, divenuta più angosciante, per una serie di concause: alcune storiche (l’inadeguatezza strutturale di alcuni istituti, la fragilità di molti detenuti, la carenza di formazione e di esperienze lavorative), altre in ripresa, come l’aumento di presenze: 60.002 a fine novembre, a fronte di 50.583 posti regolamentari e con un sovraffollamento, dunque, del 118,6%.

L’allarme dei Garanti. 
Quel dato sale, se si tiene conto del fatto che – secondo il ministero della Giustizia –, ci sono almeno 4.600 posti inagibili, il che proietterebbe il sovraffollamento al 130,4%. Con punte altissime a Taranto, dove a fronte di 306 posti ci sono 609 persone (+199%), Busto Arsizio (+187,5%) o Como (+185,7%). Le analisi sul sovraffollamento, insieme a valutazioni dettagliate, sono contenute in un dossier del Partito radicale: 26 pagine di cifre e comparazioni che Avvenire ha visionato e che nei prossimi giorni il partito invierà al Consiglio d’Europa e alla Corte europea per i diritti dell’uomo.

«Sovraffollamento non significa che la gente dorma per terra. Tuttavia, alcuni istituti sono talmente affollati che ciò, sommato ad altri problemi, genera depressione e altre conseguenze – ragiona Mauro Palma, Garante nazionale per i diritti delle persone private di libertà –. Nelle nostre visite, abbiamo riscontrato peggioramenti in istituti come Sollicciano, Como o Bolzano, dove servono lavori urgenti». Inoltre, secondo il Garante dei detenuti della Toscana Franco Corleone, «la mancata riforma dell’ordinamento penitenziario ha provocato delusione ed esasperazione nella popolazione detenuta». Secondo Rita Bernardini, dirigente radicale e presidente di Nessuno Tocchi Caino, «le misure prese dallo Stato italiano dalla sentenza Torreggiani a oggi, non sono state in grado di affrontare in modo strutturale il problema del sovraffollamento». Negli ultimi tre anni, rileva Bernardini, «la popolazione è tornata ad aumentare, dagli oltre 52mila del 2015 ai 60mila odierni. Con una sistematica violazione dei diritti fondamentali delle persone detenute, costrette a vivere in ambienti insalubri e fatiscenti, private del diritto alla salute o agli affetti familiari».

Il governo: più istituti. 
La ricetta del governo giallo-verde (che ha congelato la riforma sull’accesso alle misure alternative al carcere, messa a punto dal precedente esecutivo) è stata ribadita dal vicepremier e leader di M5s Luigi Di Maio: «Dobbiamo costruire nuove carceri, rispetto agli 'svuota-carceri' del passato ». Nel decreto legge sulla semplificazione, approvato dal Consiglio dei ministri, si prevedono interventi per velocizzare il piano di edilizia penitenziaria: dal primo gennaio 2019 al 31 dicembre 2020 (ferme restando le competenze del ministero delle Infrastrutture) si assegnano al Dap funzioni come progetti e perizie per la ristrutturazione e la manutenzione, ma anche per realizzare nuove strutture o recuperare immobili dismessi. E il Guardasigilli Alfonso Bonafede annuncia lo stanziamento di 196 milioni di euro per «migliorare la vita lavorativa» della polizia penitenziaria» e un piano straordinario d’assunzione di 1.300 agenti.

Un piano accolto con scetticismo da associazioni come Antigone, che chiede al governo di agire «senza slogan». Dove si trovano soldi per nuove carceri, domanda il presidente Patrizio Gonnella, se farne uno «di soli 300 posti costa in media 2530 milioni? E con tempi lunghissimi: per ogni struttura ci vogliono tra i 7 e i 10 anni». L’ipotesi delle caserme dismesse potrebbe accelerare i tempi, ma serviranno comunque tempo e denaro per ristrutturarle. E nel frattempo, il sovraffollamento potrebbe crescere.

(fonte: Avvenire, articolo di Vincenzo R. Spagnolo 14/12/2018)



Celle stracolme e scelte politiche.
Il coraggio che non c'è


Un Paese che ha le carceri piene non è un Paese in buona salute. Sappiamo che esistono correnti di pensiero per cui è vero il contrario, ma in genere sono fondate sulla paura di quelli che stanno "fuori" e la paura non è mai uno stato d’animo positivo. Sarà che viviamo un tempo ricco di paura, quindi povero sotto tanti altri aspetti, sarà che «il vento è cambiato», come usa dire soprattutto a Roma (dove però capita che il vento porti con sé anche miasmi tossici), fatto sta che le carceri italiane sono piene. Sono troppo piene. Di nuovo. Siamo tornati sopra quota 60mila persone recluse, ovvero circa 10mila oltre la capienza regolamentare, per altro teorica perché molti posti sono inagibili per varie ragioni.

E non serviva un mago - magari Houdini, il re degli evasi - per prevedere che, dopo un periodo di relativa deflazione, la situazione sarebbe nuovamente peggiorata. I segnali c’erano tutti. Sarebbe bastato, per esempio, sfogliare il Rapporto di Antigone, non l’edizione del 2018, ma quella del 2017. Citiamo: «Se i prossimi anni dovessero vedere una crescita della popolazione detenuta pari a quella registrata negli ultimi sei mesi, alla fine del 2020 saremmo già oltre i 67.000». Insomma, un film già visto al quale speravamo di non dover assistere di nuovo. Nel 2013, quando la Corte Europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per «trattamento inumano e degradante», i detenuti erano 65mila. Manca poco, di questo passo. Era la nota sentenza-pilota della causa "Torreggiani e altri". Pilota perché se entro un anno il quadro non fosse migliorato, oltre ai risarcimenti decisi a favore dei ricorrenti, l’Italia avrebbe dovuto versare milioni di euro in rimborsi per le altre cause pendenti, che erano poco meno di 7mila. Ci salvammo, allora, grazie ad alcune misure di alleggerimento. Cominciò così un periodo di discesa delle presenze, fino alle 52mila del 2015, comunque sopra la soglia regolamentare.

Tuttavia non poteva essere quella la soluzione definitiva. La svolta sarebbe dovuta avvenire l’anno scorso, con la riforma dell’ordinamento penitenziario. Ma la maggioranza di allora, capeggiata dal Partito democratico, non ebbe il coraggio di completare l’attuazione della legge delega, che pure aveva voluto e approvato in Parlamento. Le elezioni erano vicine e, annusando il vento di cui sopra, si pensò forse (sbagliando, a giudicare dai risultati delle urne) che non era il caso di insistere sull’estensione delle pene alternative alla prigione e dell’affidamento in prova. Perciò si lasciò la palla al Parlamento attuale, dove la nuova maggioranza, già contraria quando era opposizione, ha depotenziato la riforma, togliendo proprio le misure alternative che, lo dicono i dati, abbattono radicalmente la "ricaduta" nel crimine. Per quanto si è capito finora, il programma oggi prevede più carceri, con la costruzione di nuovi istituti e l’adattamento di caserme dismesse, e non meno detenuti. Nel frattempo aumentano i suicidi dietro le sbarre (il 2018 non si è ancora chiuso e già ostenta questo nero primato rispetto agli ultimi 5 anni) e l’Italia è di nuovo in "zona Torreggiani".


(fonte: Avvenire, articolo di Danilo Paolini 14/12/2018)


domenica 16 dicembre 2018

Papa Francesco al Dispensario S. Marta: "Per capire la realtà della vita bisogna abbassarsi come ci abbassiamo per baciare un bambino" (cronaca, foto e video)


Papa Francesco ha deciso di trascorrere un po’ di tempo, prima del suo 82esimo compleanno, con i bambini del Dispensario Santa Marta. Sono loro – ancora una volta - gli organizzatori di una festa davvero speciale in Aula Paolo VI. Il Papa ha trascorso con i piccoli e le loro famiglie circa un’ora, prima della recita dell’Angelus, tra musica, applausi, video, canti e una torta a sorpresa, in anticipo!

È la terza volta che Papa Francesco decide di stare un po’ con le famiglie del Dispensario Santa Marta e festeggiare con loro il suo compleanno. Domani il Papa compirà 82 anni.

L’Aula Paolo VI, addobbata sia per il Natale sia per la festa di compleanno del Pontefice, è stata la cornice di un evento di allegria e di spensieratezza.

I bambini del Dispensario Pediatrico Santa Marta vengono da tutto il mondo e frequentano il Vaticano insieme alle loro famiglie, per ricevere gratuitamente cura e assistenza medica.

E’ stata Suor Antonietta Colacchi delle Figlie della Carità e Responsabile della Fondazione ad organizzare tutto, come sempre. Con lei i volontari e le volontarie che da tanti anni collaborano per il Dispensario Santa Marta. Sono oltre 50, molti dei quali medici, che ogni giorno si alternano nell’aiutare le suore vincenziane. La Fondazione in Vaticano offre gratuitamente alle famiglie in difficoltà con bambini - senza distinzione di razza o religione, in età neonatale e non in possesso della Tessera del Servizio Sanitario Nazionale - assistenza medica pediatrica.

L’Ospizio “Santa Marta”, poi Dispensario “Santa Marta”, fino a diventare, nel 2008, una Fondazione, è stato guidato con carità e amore grazie all’aiuto dei Sommi Pontefici, della Segreteria di Stato, del Governatorato, del sostegno dei Benefattori e di tanti amici.

Papa Francesco è arrivato in Aula Paolo VI intorno alle 10.30al suo arrivo ha salutato ad uno ad uno i bambini del Dispensario, si è intrattenuto con i bambini e ha ascoltato le testimonianze di volontari e famiglie che ogni giorno si adoperano per il Dispensario. Il Pontefice non ha voluto la sedia rossa, quella consueta degli eventi e si è seduto con Suor Antonietta sul gradino del palco dell’Aula.

In particolare, due Mamme del Dispensario, hanno rivolto al Pontefice parole di affetto e di ringraziamento. Una donna musulmana e una peruviana hanno raccontato al Papa le loro difficoltà. Il Dispensario Santa Marta per queste famiglie è davvero un porto sicuro. Proprio a due passi dal luogo dove risiede Papa Francesco, si possono trovare pediatri, medici, farmaci, ma anche amore e solidarietà.


E poi è arrivato il piccolo Giacomo, che in maniera davvero unica e speciale, ha rivolto al Papa gli auguri di buon compleanno da parte dei bambini del dispensario e di tutto il mondo.

In seguito il momento della prima sorpresa: la canzone “permesso scusa grazie” creata per l’occasione. L’autore è Ludovico Sacco e il Direttore del coro di Rovereto è Gianpaolo Daicampi. “Permesso scusa grazie” sono le tre parole più importanti di Papa Francesco in merito alla famiglia.

Poi un filmato, un video-testimonianza che racconta i retroscena del lavoro di ogni giorno del dispensario. Suor Antonietta Colacchi l’ha desiderato fortemente, proprio per raccontare al Papa le responsabilità giornaliere di medici e volontari.

E ancora, la sorpresa! Una torta per Papa Francesco all’interno di un mondo. Un mondo che rappresenta tutte le nazionalità, senza differenze culturali e religiose, proprio come il nobile intento del Dispensario, aiutare le famiglie senza nessun tipo di esclusione. Il Papa ha spento le 82 candeline di una bellissima torta gialla. A fargli festa i 150 bambini presenti. 




I piccoli del Dispensario faranno recapitare a Papa Francesco, presso Casa Santa Marta, anche un'altra torta con la Cupola di San Pietro ed un presepe.


Papa Francesco prende parola: "Sono contento di essere con voi in questo tempo di Natale..."
“Mi auguro che non ci sia un’indigestione con una torta così grande”, ha scherzato chiedendosi cosa avrebbe fatto Maria se il Bambino Gesù avesse avuto, in questo tempo di Natale “qualche influenza, qualche raffreddore”
“Io non sono sicuro che a Nazareth o in Egitto ci fosse un dispensario, ma so sicuramente che se la Madonna avesse abitato a Roma lo avrebbe portato in questo Dispensario, sicuramente”
  
Il Papa ringrazia tutti coloro che lavorano per il Dispensario e commenta: 
“Lavorare con in bambini non è facile”, ma ci insegna che “per capire la realtà della vita, bisogna abbassarsi come ci abbassiamo per baciare un bambino. Loro ci insegnano questo. Gli orgogliosi, i superbi non possono capire la vita, perché non sono capaci di abbassarsi”. Così Papa Francesco si è rivolto in Aula Paolo VI alle suore vincenziane, ai volontari del Dispensario Santa Marta, ai genitori e ai bambini assistiti dalla struttura, che si occupa di fornire cure pediatriche a bimbi in difficoltà, provenienti da tutto il mondo, senza distinzione alcuna di razza, nazionalità o religione. 

“Noi tutti diamo tante cose ai bambini”, ha spiegato il Papa ringraziando i medici e le suore del Dispensario, “ma questo rimane l’insegnamento più importante”: 
Abbassati. Abbassati, sii umile e così imparerai a capire la vita e a capire la gente. E voi tutti avete questa capacità di abbassarvi: grazie tante per questo, grazie tante”. 

Il Papa, ha augurato buon Natale a tutti, donando ai bambini delle calze piene di cioccolatini, salutandoli nuovamente insieme alle famiglie e al personale prima di recarsi al Palazzo Apostolico per la recita dell’Angelus.

La festa continua anche dopo. Le famiglie sono invitate al pranzo in Aula Paolo VI per un momento di fraternità e per lo scambio dei regali di Natale, in particolare tanti giocattoli per i bambini. A tutte le famiglie verrà regalato anche un panettone.


Guarda il video


Novena di Natale con le poesie di Ernesto Olivero - 1°giorno: Dio si è fatto uomo, ma non dal nulla...

Novena di Natale
La poesia di Ernesto Olivero* ci accompagna alla nascita di Gesù

1°giorno
Dio si è fatto uomo, ma non dal nulla...

Guanzate (Como) Santuario Beata Vergine di San Lorenzo. Particolare del dipinto della natività

Generò (Mt 1,1-23)

“Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. […] Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici”.

Dio
si è fatto uomo
ma non dal nulla. 
Aver avuto
un passato
è una delicatezza
per tutta l’umanità.
Non ce n’era bisogno
ma lui
l’ha fatto
per incoraggiarci: 
“Sono come voi, 
potete essere come me”. 

Ernesto Olivero

*Ernesto Olivero, sposato, padre di tre figli, nel 1964 ha fondato il Sermig (Servizio Missionario Giovani) e al suo interno la Fraternità della Speranza (giovani, famiglie, monache, monaci e sacerdoti) a servizio dei poveri e dei giovani. Nel 1983 ha trasformato il vecchio Arsenale militare di Torino in Arsenale della Pace (monastero metropolitano, luogo di accoglienza per i poveri e di formazione per i giovani), coinvolgendo migliaia di persone nella condivisione gratuita. Negli anni seguenti l’esperienza si è ripetuta in Brasile e in Giordania, continuando a portare solidarietà, sviluppo, cultura, cure a popolazioni colpite da guerre, fame, calamità naturali per un totale di 3400 progetti in 154 nazioni di tutti i continenti. Ha ricevuto la Medaglia d’oro al merito civile per il suo servizio verso gli ultimi e altri prestigiosi riconoscimenti in vari paesi del mondo. Madre Teresa, Giovanni Paolo II, e altre note personalità come Norberto Bobbio e Giovanni Agnelli, lo hanno ripetutamente proposto per la candidatura al Premio Nobel per la pace. Ha pubblicato diversi libri, i cui proventi vengono interamente messi a disposizione delle persone che ogni giorno varcano la grande porta dell’Arsenale.

Per saperne di più vedi qui


IL CORAGGIO DEI GESTI - Le ragioni della Speranza - Don Luigi Verdi incontra Domenico Iannacone (Video integrale)

IL CORAGGIO DEI GESTI 
Le ragioni della Speranza 
Don Luigi Verdi incontra Domenico Iannacone

“Le ragioni della speranza”, rubrica di commento al Vangelo della domenica della trasmissione “A sua immagine” - Raiuno" di sabato 15 dicembre 2018. 
Don Luigi ha intervistato il giornalista Domenico Iannacone, conduttore della trasmissione di Rai 3 “I 10 comandamenti”.



"Abbiamo bisogno di parole che siano incarnate,
 abbiamo bisogno di parole che siano come pane spezzato in mezzo alla vita…"
(don Luigi Verdi) 

GUARDA IL VIDEO INTEGRALE


LE FESTIVITÀ, UN TEMPO PER CERCARE di Gabriella Caramore

LE FESTIVITÀ, 
UN TEMPO PER CERCARE 

di Gabriella Caramore





Le cose sembrano premerci addosso rendendo le giornate sempre più affannose: gli affetti sono complicati ed esigenti, le attività incalzanti e spesso accavallate, la contemporaneità ci smarrisce perché sembra aver perduto le coordinate entro cui collocavamo gli eventi. Anche le scadenze delle festività, si tratti di quelle religiose, come Natale, o di quelle civili, come il passaggio di un anno, sembrano correre più veloci di una volta. Oggi ciò di cui soffrono non è più tanto la deriva consumistica, come si diceva fino a qualche anno fa, quanto il venir meno di una vera scansione temporale, di una sospensione nello scorrere dei giorni. 
Tanto più necessario, allora, ricavare nell’arco della giornata un tempo separato («sacro», appunto), anche se breve, ma preservato dal rincorrersi degli avvenimenti. Questo era poi – ed è ancora – il senso di un momento, o più momenti, dedicati alla preghiera, oppure, laicamente, a una meditazione sul nostro quotidiano. Ma anche sulle questioni ultime che agitano il vorticoso enigma dell’universo. Anche se a volte sopito, offuscato, è dentro di noi il desiderio di affacciarci, almeno, sull’orlo della vastità dei mondi. Si può trarne sgomento, ma si può anche attivare un desiderio di conoscenza. Si può rimanerne schiacciati. Ma è anche possibile ritrovare una “misura” dei giorni che accolga con maggiore semplicità e amorevolezza la nostra fragilità umana e la fatica delle relazioni con gli altri.
«Egli ha posto nel cuore dell’uomo anche il senso dell’eterno, senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine». Così dice il saggio e malinconico Qoelet (3,11). Si tratta di uno dei versetti più discussi dagli esegeti: il termine ’olam può esser inteso come «eternità», o anche come «ciò che è nascosto», o ancora in altri modi. Ma in ogni caso indica che nell’essere umano vive il desiderio di conoscere ciò che sta oltre lo scorrere del tempo ordinario («il tempo per nascere e il tempo per morire»), pur sapendo che il tempo dell’eterno non lo si potrà mai afferrare fino in fondo. Ma è per questo che occorre stabilire, nella curva delle nostre giornate, anche un «tempo per cercare»

(Fonte: Jesus - Dicembre 2018) 

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - III domenica di Avvento / C





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)



"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 4/2018-2019 (C) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: Lc 3,10-18



<<Cosa dunque faremo?>> è la domanda delle folle al Battista, identica a quella delle folle nel giorno di Pentecoste (At 2,37), domanda che precede le proposta di un itinerario battesimale di conversione. Giovanni Battista si inserisce pienamente nella scia dei profeti per un itinerario di conversione nella fraternità, nella giustizia e nella condivisione dei beni. Stigmatizza l'economia dell'accumulo e del possesso dei beni che genera ingiustizia davanti a Dio e agli uomini, perché venga riattivato il circolo virtuoso del dono e della misericordia. E come la manna, che se viene accumulata marcisce (Es 16,20), così l'accumulo dei beni è la causa diretta della sofferenza e della morte dei poveri. <<Quando Israele si prostituiva all'idolo del possesso esclusivo dei beni, perdeva il dono della terra e imboccava la via dell'esilio>> ( cit.). Questo deve servire da monito per la nostra società escludente, egoista ed idolatra, sorda al grido dei poveri che bussano alla nostra porta. Come credenti rivendichiamo con forza le nostre radici cristiane (il più delle volte per rivendicare privilegi), ma in realtà siamo lontani dalle dinamiche del Regno. Non come figli di un Dio che è Provvidenza e Misericordia, ma come servi di un sistema oppressore, ingiusto e violento, come  <<figli del serpente>> ( 3,7), dispensatori di sofferenze e di morte, incapaci di preparare la via davanti al volto del Signore che viene.


sabato 15 dicembre 2018

"Convertirsi partendo da un solo verbo: dare" di p. Ermes Ronchi - III Domenica – Avvento Anno C

Convertirsi partendo da un solo verbo: dare

Commento
III Domenica – Avvento – Anno C

Letture:  Sofonia 3,14-18; Isaia 12; Filippesi 4,4-7; Luca 3,10-18

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». [...] 

«Esulterà, si rallegrerà, griderà di gioia per te, come nei giorni di festa». Sofonia racconta un Dio che esulta, che salta di gioia, che grida: «Griderà di gioia per te», un Dio che non lancia avvertimenti, oracoli di lamento o di rimprovero, come troppo spesso si è predicato nelle chiese; che non concede grazia e perdono, ma fa di più: sconfina in un grido e una danza di gioia. E mi cattura dentro. E grida a me: tu mi fai felice! Tu uomo, tu donna, sei la mia festa.
Mai nella Bibbia Dio aveva gridato. Aveva parlato, sussurrato, tuonato, aveva la voce interiore dei sogni; solo qui, solo per amore, Dio grida. Non per minacciare, ma per amare di più. Il profeta intona il canto dell'amore felice, amore danzante che solo rende nuova la vita: «Ti rinnoverà con il suo amore». 
Il Signore ha messo la sua gioia nelle mie, nelle nostre mani. Impensato, inaudito: nessuno prima del piccolo profeta Sofonia aveva intuito la danza dei cieli, aveva messo in bocca a Dio parole così audaci: tu sei la mia gioia. 
Proprio io? Io che pensavo di essere una palla al piede per il Regno di Dio, un freno, una preoccupazione. Invece il Signore mi lancia l'invito a un intreccio gioioso di passi e di parole come vita nuova. Il profeta disegna il volto di un Dio felice, Gesù ne racconterà il contagio di gioia (perché la mia gioia sia in voi, Giovanni 15,11).
Il Battista invece è chiamato a risposte che sanno di mani e di fatica: «E noi che cosa dobbiamo fare?». Il profeta che non possiede nemmeno una veste degna di questo nome, risponde: «Chi ha due vestiti ne dia uno a chi non ce l'ha». Colui che si nutre del nulla che offre il deserto, cavallette e miele selvatico, risponde: «Chi ha da mangiare ne dia a chi non ne ha». E appare il verbo che fonda il mondo nuovo, il verbo ricostruttore di futuro, il verbo dare: chi ha, dia! 
Nel Vangelo sempre il verbo amare si traduce con il verbo dare. La conversione inizia concretamente con il dare. Ci è stato insegnato che la sicurezza consiste nell'accumulo, che felicità è comprare un'altra tunica oltre alle due, alle molte che già possediamo, Giovanni invece getta nel meccanismo del nostro mondo, per incepparlo, questo verbo forte: date, donate. È la legge della vita: per stare bene l'uomo deve dare. 
Vengono pubblicani e soldati: e noi che cosa faremo? Semplicemente la giustizia: non prendete, non estorcete, non fate violenza, siate giusti. Restiamo umani, e riprendiamo a tessere il mondo del pane condiviso, della tunica data, di una storia che germogli giustizia. Restiamo profeti, per quanto piccoli, e riprendiamo a raccontare di un Dio che danza attorno ad ogni creatura, dicendo: tu mi fai felice.

La messa non è finita di Massimo Gramellini - Dal 26 ottobre nella chiesa protestante di Bethel, all’Aja, non si interrompe la preghiera comune e non si fermano le celebrazioni presiedute da un ministro per salvare una famiglia armena. (commenti, cronaca e video)


La messa non è finita
di Massimo Gramellini

Se cercate una storia di Natale, questa non la batte nessuno. C’è una famiglia braccata, ci sono i pastori e, al posto della capanna, direttamente una chiesa. La famiglia braccata si chiama Tamrazyan, marito, moglie e tre bambinelli piuttosto cresciuti: il più giovane va al liceo. Sono scappati dall’Armenia per salvare la pelle, ma dopo nove anni di protezione il governo olandese ha esaurito la quota prevista di rifugiati e ha invitato i Tamrazyan a tornarsene in patria. E qui entra in scena il primo pastore, Axel Wick, ministro di culto protestante all’Aia. Padre Wick ne sa una più del diavolo e si ricorda di una norma che vieta alla polizia di entrare «nei luoghi destinati a riunioni religiose, o riflessive di natura filosofica, durante le cerimonie o le riflessioni». Una legge che mette sullo stesso piano una funzione religiosa e un simposio di liberi pensatori spiega perché il Nord Europa rimane il lembo più evoluto del pianeta. Ma non divaghiamo. Il pastore dell’Aia recupera le liturgie degli ultimi dieci anni, le rilega in un unico gigantesco papiro e, alle 13 e 30 del 26 ottobre, davanti alla famiglia Tamrazyan al completo, si mette a dire messa. Dopo cinquanta giorni non ha ancora smesso un minuto. Preti e laici di tutte le fedi e di tutte le lingue si danno il cambio sull’altare. 

Fuori dalla chiesa, la polizia aspetta che smettano. Dentro la chiesa, i pastori aspettano il miracolo. Forse non si rendono conto di averlo già fatto.
(fonte: Corriere 15/12/2018)

Guarda il video



In una chiesa dell’Aja le celebrazioni non si interrompono più per evitare l’espulsione di una famiglia armena

Il motivo è legato alla necessità di proteggere una famiglia di armeni che, rifugiatisi nel Paese quasi nove anni fa, hanno visto respinta la loro richiesta di asilo e dovrebbero quindi lasciare l’Olanda dove in questi anni i tre figli sono cresciuti, hanno studiato. Sasun e Anousche Tamrazyan con i loro tre figli, Hayarpi, Warduhi e Seyran, hanno chiesto aiuto alla comunità protestante di cui sono membri

La chiesa all'Aja.
È dal 26 ottobre che nella chiesa protestante di Bethel, all’Aja, non si interrompe la preghiera comune e non si fermano le celebrazioni presiedute da un ministro. Il motivo è legato alla necessità di proteggere una famiglia di armeni che, rifugiatisi nel Paese quasi nove anni fa, hanno visto respinta la loro richiesta di asilo e dovrebbero quindi lasciare l’Olanda dove in questi anni i tre figli sono cresciuti, hanno studiato. Sasun e Anousche Tamrazyan con i loro tre figli, Hayarpi, Warduhi e Seyran, hanno chiesto aiuto alla comunità protestante di cui sono membri. “Quello che sta succedendo all’Aja è il segnale di un problema più grande: la posizione dei bambini richiedenti asilo che sono cresciuti nei Paesi Bassi e che tuttavia sono espulsi”.

È Dirk Gudde, presidente del Consiglio delle Chiese nei Paesi Bassi, a spiegare al Sir la situazione che si è creata. Poiché una legge olandese vieta di interrompere alle forze dell’ordine una celebrazione religiosa in un luogo di culto, da quella data si celebra senza sosta nella piccola chiesa. 

La famiglia è ospitata nei locali adiacenti.

Lì Hayarpi, la figlia più grande, segue on line i corsi di econometria all’università di Tillburg che stava frequentando. “È una studentessa di grande talento e desiderosa di studiare Ho avuto il privilegio di averla ai miei corsi”, ha dichiarato il professore David Schindler. “Lei e la sua famiglia saranno deportati non appena si fermeranno le celebrazioni nella chiesa di Bethel. Bisogna tenere questi talenti in Olanda”. Sul suo blog Hayarpi scrive anche preghiere e poesie. A sorreggere il pastore di questa piccola comunità si è coinvolta tutta la Chiesa protestante, e da tutta l’Olanda arrivano colleghi che si alternano a guidare i riti. “Anche altre Chiese hanno dichiarato la loro solidarietà e molti ministri e laici collaborano, compresi non pochi cattolici”. La mobilitazione e l’impegno si muovono però anche sul fronte politico: “Il Consiglio delle Chiese il 5 dicembre ha scritto una lettera al primo ministro Mark Rutte e al ministro della giustizia Mark Harbers, con la richiesta di applicare l’Accordo per l’amnistia dei bambini (Regeling Kinderpardon) del 2013 che rivendica il rispetto dei diritti dei bambini che vivono nel Paese da oltre cinque anni” spiega ancora Gudde.“Questo Accordo però al momento non funziona e meno del 10% delle domande di amnistia è accolto”.

Questa forma di protezione tra le mura di una chiesa (Kerkasiel) “è riconosciuta dal Consiglio delle Chiese come mezzo legittimo in situazioni di gravi ingiustizie” dice ancora Gudde.

La vicenda sta toccando i cuori: tante persone (e adesso tanti gruppi giovanili) si attrezzano per questa incredibile staffetta di solidarietà e di protezione e si organizzano per assistere alle celebrazioni, giorno e notte. La notizia di questa celebrazione “da Guinness” sta avendo una incredibile copertura internazionale e, aggiunge Gudde, “la settimana scorsa è stata deposta una nuova richiesta sostenuta da 250 mila firme perché il caso venga affrontato in Parlamento”.
(fonte: Sir, articolo di Sarah Numico 14 dicembre 2018)

Il servizio del Tg2000 del 20 novembre scorso a tre settimane dall'inizio della celebrazione

Guarda il video


Il silenzio della Chiesa, quando si allontana da Gesù di Alberto Maggi

Il silenzio della Chiesa, 
quando si allontana da Gesù
di Alberto Maggi 

Come scrive il biblista Alberto Maggi, c'è "una chiesa silenziosa non perché costretta al silenzio, ma che tace semplicemente per convenienza. È silente perché connivente con ogni forma di potere, pur di non diminuire il proprio...". E dunque "non ha nulla a che vedere con Gesù"

Con la denominazione “chiesa del silenzio” ci si riferisce a una chiesa oppressa e perseguitata da un sistema politico ostile. Storicamente sono state chiese del silenzio quelle dell’est europeo sotto il potere dell’Unione Sovietica. Ma la definizione “chiesa del silenzio” si estende anche a tutte quelle comunità cristiane, a qualunque latitudine, che vivono nel nascondimento, nella clandestinità, in luoghi dove non è consentito dichiararsi apertamente cristiani e dove ogni forma di culto o di attività evangelica viene severamente proibito e represso. Ma questa chiesa del silenzio, anche se è invisibile, è esistente. È silenziosa perché viene costretta al silenzio, non per propria scelta. È una chiesa martire, ma per questo viva e vivificante.

C'è un’altra chiesa, in silenzio, è quella ben visibile, ma praticamente devitalizzata, che può parlare, e straparla, di quel che non le compete, ma tace sul suo unico mandato, quello di cercare “il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6,33). È questa una chiesa silenziosa non perché costretta al silenzio, ma che tace semplicemente per convenienza. È silente perché connivente con ogni forma di potere, pur di non diminuire il proprio. Ma una chiesa, che per motivi di opportunità taccia, non ha nulla a che vedere con quel Gesù, che non ha soggezione di alcuno perché non guarda in faccia a nessuno (Mc 12,14), e che invia i discepoli ad annunziare la buona notizia senza aver paura della persecuzione (“Non abbiate dunque paura di loro…”, Mt 10,26; 5,10). Una chiesa che invita ad annunciare sempre e in ogni circostanza la Parola (“Guai a me se non annuncio il Vangelo!”, 1 Cor 9,16), senza calcoli di convenienza: “insisti al momento opportuno e non opportuno” (2 Tm 4,2).

Le guide, i pastori e i fedeli delle chiese costrette al silenzio hanno spesso pagato, e pagano tuttora, con la persecuzione, il carcere, e anche la morte, la loro fedeltà al vangelo di Gesù. Ma il Signore si identifica con essi (Gv 15,20).

I pastori e i fedeli della chiesa in silenzio, quelli che non parlano perché è più conveniente restare zitti, non solo non offrono la propria vita per salvare il gregge (Gv 10,11), ma tacciono, per non disturbare il lupo. Vedono il massacro perpetrato dalle belve, ma preferiscono tacere. Non alzano la voce contro l’ingiustizia per non perdere i benefici che il lupo, il potente di turno, può loro togliere o elargire. Ma per il Signore, quei pastori che per il loro interesse, per il loro quieto vivere, per non mettere in pericolo la loro posizione, la loro carriera, non difendono il gregge, sono più pericolosi delle bestie feroci. Il gregge infatti cercava in essi una protezione, e ha invece trovato fauci spalancate (“Strapperò loro di bocca le mie pecore e non saranno più il loro pasto… sono come lupi che dilaniano la preda, versano il sangue, fanno perire la gente per turpi guadagni”, Ez 22,27; 34,10). Per Gesù, costoro non sono neanche pastori, seppure pessimi, ma solo dei mercenari che svolgono un’attività esclusivamente per il proprio interesse e a proprio vantaggio, perché “non gli importa delle pecore” (Gv 10,16).

"Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci!” (Mt 7,15) avverte Gesù. E il Signore indica anche come riconoscere questi elementi pericolosi. Sono quanti sbandierano il vangelo, ma lo negano con loro comportamento (“Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, Mt 7,21). Di fronte all’esibizione di inutili attestati di ortodossia, e l’ostentazione di simboli religiosi, il Cristo dirà loro: “Non vi ho mai conosciuti” (Mt 7,23), perché l’unica garanzia di comunione con il Cristo è una profonda compassione, umanità, una tenerezza che porta a non escludere nessuno dal raggio d’azione del proprio amore.

I pastori che non solo non smascherano i falsi profeti, ma li imitano, per non perdere la loro posizione di privilegio e prestigio, sono anche essi falsi profeti, disposti a piegarsi come giunchi ad ogni vento (Mt 11,7), di adattarsi ad ogni politica, fosse anche la più disumana e quindi antievangelica, sapendo che così ne avranno solo benefici.

Il vero profeta è l’uomo dello Spirito, come Giovanni il Battista. È su di lui che scende la Parola di Dio, e non sui potenti (“La Parola di Dio venne su Giovanni”, Lc 3,2), e per questo riesce ad affrontarli e sfidarli, da quei farisei che vogliono impedirgli la sua missione (“Perché dunque tu battezzi se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?”, Gv 1,24), a quell’Erode al quale grida: “Non ti è lecito!” (Mt 14,4). E ci ha rimesso la testa. La fedeltà al messaggio di Gesù comporta il rifiuto e la persecuzione da parte del potere, ma il tradimento alla buona notizia comporta il rifiuto da parte del Cristo (“Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui”, Mc 8,38). Per questo la vera Chiesa, quella del Cristo, è da sempre la chiesa degli apostoli e di Pietro, gli antesignani della disubbidienza civile: “Bisogna ubbidire a Dio invece che agli uomini” (At 5,29)

(Fonte: IlLibraio - 11.12.2018)

L’AUTORE – Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere.
Ha pubblicato, tra gli altri: Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita, Roba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede); Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi, L’ultima beatitudine – La morte come pienezza di vita e Di questi tempi