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martedì 25 giugno 2019

Brave e sorridenti in un tempo violento


Brave e sorridenti in un tempo violento

di Lucia Rossi, 67 anni, Figline Valdarno, insegnante in pensione 
che ama viaggiare e riflettere

"Guardando giocare la nazionale femminile di calcio mi piace osservare la bravura di queste ragazze, le facce sorridenti, l’atteggiamento sicuro, il fair play, il fatto che non facciano le sceneggiate tipiche dei colleghi maschi e vedere che sono donne anche l’allenatrice, l’arbitro e le sue collaboratrici, le telecroniste che seguono le partite: una presenza in maggioranza femminile che comunica un’immagine della donna che non siamo abituati a vedere nei palinsesti televisivi.
Poiché il modo di praticare uno sport si riflette anche sul sentire comune, ben vengano queste giovani protagoniste del campionato mondiale di calcio che si comportano con semplicità, correttezza, affiatamento e senza gesti maleducati, esibizionistici, aggressivi".

"E aggiungo finalmente, perché il momento in cui viviamo è contraddistinto dal suo esatto contrario: il comportamento violento e il senso di superiorità e l’eccesso di personalizzazione la stanno facendo da padroni (maschi). In una società caratterizzata dal predominio mediatico di questi comportamenti penso che sia importante amplificare quel messaggio positivo, anche utilizzando un linguaggio più aderente al buon esempio che vediamo scorrere nelle immagini sul teleschermo".

"Mi rivolgo quindi alle croniste che commentano la partita invitandole a usare al femminile le parole che contraddistinguono i vari ruoli o almeno a mettere l’articolo femminile davanti ad ogni termine per sottolineare la differenza in positivo di una partita giocata da donne. Ma soprattutto per chiedere loro di non adoperare certi termini e modi di dire che caratterizzano il mondo del calcio maschile, perché, per esempio, ho trovato molto poco appropriato che nei momenti più difficili della partita contro il Brasile una delle telecroniste abbia ripetuto più volte parole come soffrire, fargliela vedere, tenere botta, far male, essere più cattive, più aggressive, stringere i denti, resistere fino alla fine, senza rendersi conto di stare usando quella retorica militaristica della sofferenza tanto sfruttata dai suoi colleghi maschi in situazioni analoghe, ma visibilmente in dissonanza col piacere e il divertimento di giocare a pallone che le ragazze della nazionale italiana stanno dimostrando in queste partite".


Lucia fotografata in uno dei suoi viaggi


(fonte: Repubblica, Invece Concita di Concita De Gregorio 23/06/2019)



Alex Zanotelli: Abbiamo l’obbligo di reagire

Abbiamo l’obbligo di reagire
di Alex Zanotelli

Foto tratta dal Fb di Open Arms Italia


L'11 giugno il consiglio dei ministri ha approvato il Decreto/in /Sicurezza bis, proposto dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Un decreto peggiore del primo con delle clausole che violano i principi fondamentali del diritto e dell’etica (Cosa prevede il decreto sicurezza bis). Sì, è soprattutto l’etica che è colpita a morte in questo decreto che bolla come reato soccorrere una persona in mare, salvare un naufrago! Per di più il Viminale potrà vietare ingresso e transito sosta di navi con migranti a bordo nei nostri porti. Il comandante che disobbedirà sarà passibile di una multa dai dieci ai cinquanta mila euro e il sequestro dell’imbarcazione.

Adesso stiamo con il fiato sospeso per vedere cosa succederà alla Sea-Watch che, dopo aver salvato quarantatre naufraghi, sta aspettando al largo di Lampedusa di attraccare in un porto italiano.Siamo all’assurdo! (leggi anche Verso il sovranismo giudiziario?)

È un dovere salvare un essere umano, un dovere che affonda le radici nella natura stessa dell’uomo che è in primo luogo un ospite, “uno straniero residente”, come amava dire il filosofo Jacques Derrida. Un dovere codificato nel diritto internazionale, ma anche nella tradizione ebraica: ”Il forestiero dimorante tra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi: tu lo amerai come te stesso” (Levitico 19,34). E cristiana: ”Ero straniero e mi avete accolto” (Matteo 25,35).

Trovo incredibile che il presidente della Repubblica abbia subito firmato un tale obbrobrio! Anche perché questo Decreto contiene una norma ‘ad personam’ cioè toglie il potere al procuratore di Agrigento (Luigi Paronaggio) di intervenire sulle navi salva vita e lo concede invece al procuratore di Catania (Carmelo Zuccaro), quello che non aveva visto alcun reato nel comportamento di Salvini per la “Diciotti”. È un abuso incredibile del potere politico. Ma questo decreto non è solo di Salvini e della Lega, ora è anche di Di Maio e dei Cinque Stelle, altrettanto responsabili per questa deriva razzista. Ma i Cinque stelle sono tutti concordi con Di Maio? Se qualcuno non lo è, perché non alza la voce? Il Decreto passerà ora al Parlamento.

Per questo mi appello a tutti i parlamentari, in particolare ai Cinque Stelle, perché lo boccino. Come mai la Lega e i Cinque stelle rispettano solo alcuni punti del ‘contratto’, approvando addirittura un secondo decreto Sicurezza? Ma nel ‘contratto di governo’, firmato da ambedue i partiti, la ripubblicizzazione dell’acqua è ancora al primo punto del contratto. E per i Cinque stelle è la loro prima stella!

Foto tratta dal Fb di Open Arms Italia
Se il governo giallo-verde si definisce ‘sovranista’, allora obbedisca a quello che il popolo sovrano ha deciso con 26 milioni di voti al Referendum del 2011: l’acqua deve uscire fuori dal mercato e non si può fare profitto sull’acqua! E intanto con l’articolo 24 del decreto crescita si consegna l’acqua del Mezzogiorno ai privati. Che tradimento! Eppure la Legge sulla gestione pubblica dell’acqua è ancora bloccata in Commissione e non si riesce a portarla in Parlamento.

Mi appello al popolo sano di questo paese (e ce n’è tanto!) perché reagisca a questo sfascio umano e morale a cui questa politica ci sta portando. Dobbiamo mettere da parte le nostre differenze e unirci, credenti e laici, per salvare la nostra democrazia, ma soprattutto la nostra comune umanità.

Infine mi appello ai vescovi perché proclamino con chiarezza che il Vangelo di Gesù cozza con quello di Salvini. Davanti a questa discesa nel baratro del rifiuto dell’altro, chiedo ai vescovi di lanciare una campagna ecclesiale di preghiera e di digiuno. È da un anno che un gruppo di preti, suore, missionari/e, incoraggiati dal vescovo emerito di Caserta, monsignor Raffaele Nogaro, ogni primo mercoledì del mese, digiunano davanti al parlamento. Mai come in questo momento la preghiera e il digiuno diventano strumenti potenti per scacciare il dèmone del razzismo. In questo momento storico come cristiani abbiamo l’obbligo morale di esporci pubblicamente per permettere la nascita di un’umanità al plurale.

(fonte: COMUNEINFO 21/06/2019)

Il decreto legge sicurezza “bis” è un provvedimento odioso in contrasto con le norme internazionali, la Costituzione e i più elementari principi di umanità. Entro il 13 agosto dovrà essere convertito in legge dal parlamento. “Un voto che potrà fare la differenza tra la vita o la morte di tante persone”, scrive Fulvio Vassallo della della Clinica legale per i diritti umani dell’Università di Palermo. Mentre si costituiscono gruppi di assistenza e difesa legale per tutti coloro che saranno colpiti dalle eterogenee disposizioni del provvedimento, comincia una battaglia politica e sociale che ha bisogno del sostegno di tanti e tante




lunedì 24 giugno 2019

Che sarà mai questo bambino? di Don Giovanni Berti


Che sarà mai questo bambino?
di don Giovanni Berti

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio.
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
(dal Vangelo di Luca 1,57-66.80)


“Che sarà mai questo bambino?”, è quello che la gente dice del figlio di Elisabetta e Zaccaria, dopo che aver udito quel che è successo riguardo la sua nascita. Elisabetta e Zaccaria sono troppo anziani per aver figli, e la sterilità della coppia era ritenuta una maledizione e una vergogna per Elisabetta (sono sempre le donne a pagare il prezzo più alto… allora come oggi!). Ma alla fine il bambino tanto atteso viene al mondo e anche nell’imposizione del nome accade qualcosa che rompe gli schemi e sconcerta. Elisabetta gli pone il nome di Giovanni, che significa “Dio è misericordia, dono di Dio”, ed è in netta discontinuità con la tradizione che vorrebbe il nome del padre Zaccaria o di un parente. E la cosa che sconcerta è che Zaccaria stesso acconsente a questo elemento di “rottura” con le tradizioni e ciò provoca il “miracolo” del fatto che riacquista la voce perduta…

“Che sarà mai questo bambino?”. Riconosco in questo quesito evangelico la stessa domanda che ogni genitore si pone oggi quando è davanti al proprio piccolo o piccola appena nato. I genitori hanno dentro questa domanda appena vedono venire alla luce (o anche solo in una foto dell’ecografia che anticipa la visione del nascituro) il proprio figlio o la propria figlia. Può essere una domanda fatta con preoccupazione e paura per il futuro di salute e di vita, oppure fatta con l’entusiasmo gioioso di chi vuole crescere al meglio il proprio figlio o figlia. Ogni volta che incontro una famiglia che mi presenta il proprio figlio o figlia in occasione del battesimo, sento anche io questa domanda risuonare nel profondo della mia anima di cristiano e prete: “che sarà mai questo bambino o bambina in futuro come cristiano?”, “cosa posso fare io perché il cammino di quella fede che celebriamo nel Battesimo, sia positivo e non si perda per strada?”

Giovanni il Battista, l’uomo adulto coraggioso che sfida Erode e il potere religioso del suo tempo ed è pronto al martirio, non nasce dal nulla, e la sua storia è ancorata proprio nelle scelte dei suoi genitori, scelte coraggiose pronte anch’esse a sfidare le tradizioni pur di rimanere fedeli a Dio.

Penso che in questo breve racconto degli eventi della nascita di Giovanni il Battista abbiamo uno stupendo modello di vita famigliare e anche della comunità cristiana, come luogo dove nascere e crescere nella fede.

Elisabetta e Zaccaria dimostrano una formidabile sintonia di coppia che non cede alle pressioni delle consuetudini e delle aspettative, ma ha un solo obiettivo: fare la volontà di Dio nel bene del proprio figlio. Zaccaria, dopo la durezza di cuore dimostrata quando non ha creduto all’angelo di Dio che gli annunciava la risposta alle sue preghiere, assecondando con convinzione la scelta del nome Giovanni fatta dalla sua sposa Elisabetta, ritrova nuova voce: dalle parole inutili che lo rendevano muto, alle parole (anche solo scritte… concrete) che costruiscono un nuovo ponte verso Dio e verso la sua famiglia. E così non solo Giovanni come predicatore e battezzatore nel fiume Giordano, ma anche la sua famiglia diventa un annuncio di chi che sta per venire davvero a demolire i muri delle tradizioni e a dare nuova vita al rapporto con Dio: Gesù Cristo. Anche la comunità cristiana trova in questo stile di rottura con le durezze di cuore e la fiducia coraggiosa in Dio, un modello di vita. Come cristiani nella società siamo chiamati ad essere voce che non teme di denunciare, indicare la strada verso il vero bene degli uomini e la strada che Dio ha aperto verso ogni essere umano. A tutti noi cristiani serve il coraggio di Elisabetta e di Zaccaria per far si che ogni nuovo fratello e sorella che fa parte della Chiesa si senta spinto a realizzare pienamente la propria vocazione e non spenga la fede.


Sea-Watch. Card. Montenegro: “Incomprensibile. Le leggi dovrebbero rispettare gli esseri umani”

Sea-Watch. 
Card. Montenegro: “Incomprensibile. 
Le leggi dovrebbero rispettare gli esseri umani”

"C'è un uomo che soffre. Potrebbe essere mio fratello, potrei essere io, laddove c'è sofferenza non posso voltare le spalle": a parlare al Sir è il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento. La cosa "più logica" sarebbe far sbarcare le 42 persone ancora bloccate in acque internazionali sulla nave Sea-Watch 3 e poi decidere dove accoglierli: "L'Europa è così grande, non credo che così poca gente possa mettere in crisi un continente".


“Incomprensibile”. Per il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, le leggi “dovrebbero essere fatte per rispettare gli uomini, invece a quanto pare ci dimentichiamo di avere davanti a noi degli esseri umani”. E’ il suo commento alla vicenda della nave Sea-Watch 3 bloccata da dodici giorni in acque internazionali, al largo delle coste di Lampedusa, con 42 persone a bordo, alcuni dei quali in condizioni fisiche molto precarie a causa delle torture subite nei centri libici. Per effetto del decreto sicurezza bis se la nave entrasse in acque italiane rischierebbe il sequestro e 50.000 euro di multa. La Corte di Strasburgo ha ricevuto una richiesta di “misure provvisorie” da parte della Sea Watch 3 per chiedere all’Italia di consentire lo sbarco dei migranti a bordo della nave. Il governo italiano deve rispondere alle richieste di chiarimento della Corte europea entro oggi pomeriggio. Nel frattempo il ministro dell’interno Salvini chiede che Olanda e Germania si facciano carico dei profughi mentre l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, si dice disposto ad accoglierli. “C’è un uomo che soffre. Potrebbe essere mio fratello, potrei essere io, laddove c’è sofferenza non posso voltare le spalle”, è questo l’appello del cardinale Montenegro. La cosa “più logica” sarebbe farli sbarcare e poi decidere dove accoglierli: “L’Europa è così grande, non credo che così poca gente possa mettere in crisi un continente”.

42 persone a bordo di una nave che nessuno vuole accogliere. Cosa pensa di questa ennesima vicenda?

A volte sembra che l’unico parere possibile sia il silenzio perché determinati atteggiamenti sono incomprensibili. Le norme, le leggi, dovrebbero essere fatte per rispettare gli uomini ma a quanto pare ci dimentichiamo che abbiamo davanti degli esseri umani.

Che esseri umani debbano vivere così, in attesa chissà di chi o cosa, soltanto perché ci sono dei “no” mi sembra incomprensibile.

Perché va contro ogni logica: della sicurezza, della difesa… Si resta proprio senza parole.

E‘ una società incattivita? Non riesce più a considerare l’altro, il diverso da sé, un essere umano?

Oramai stiamo cavalcando il cavallo dell’odio. La cosa più triste è che se una persona ha un’idea tutti possono permettersi il lusso di insultare, invece di avere un sereno confronto delle idee su qualsiasi argomento. Oggi ti intimoriscono perché tu non parli però loro possono gridare. Ma questa è convivenza, società civile, cercare il bene comune?

Ci stiamo incamminando verso la via della prepotenza e del far west. Quello che ha la pistola più veloce spara per primo.

Inoltre sui migranti vengono diffuse fake news a scopo di consenso.

Può anche darsi che qualche verità ci sia. Non è che siano tutti angioletti, nemmeno noi siamo tutti angioletti. Ma non possiamo, per difendere un principio, dire che tutti sono diavoletti. Mi sembra assurdo dover massificare così la gente, le categorie di persone, gli esseri umani. La mia terra ha 155.000 migranti all’estero. Se avessero trovato porte chiuse cosa avrebbe significato per questa gente? Se dovessero rimandarli tutti indietro – qui non c’è lavoro, non ci sono industrie – come farebbero?

Intanto nella sua diocesi, il parroco di Lampedusa dorme da diverse notti sul sagrato per dimostrare solidarietà ai migranti della Sea-Watch e chiedere lo sbarco.

Ho mandato un messaggio, sono con loro. E’ una protesta silenziosa che non insulta nessuno.

Ci si mette accanto a chi soffre. Il Vangelo ci insegna questo.

Il gesto del parroco ha colpito molto ed è stato imitato anche in altre località.

E’ chiaro. Il problema non è la critica, mi meraviglierei se non ci fosse. Noi abbiamo il dovere di vivere le beatitudini. Il Vangelo o lo prendo tutto o lo lascio tutto. Non posso scegliere solo le pagine che mi piacciono.

Però la comunità cattolica sul tema migranti è divisa: c’è chi non accetta proprio le pagine che invitano all’accoglienza dello straniero.

Ognuno dovrà vedersela con la propria coscienza.

Escludere l’altro, che sia un profugo o il disabile o il povero o l’anziano, vuol dire costruire una società dell’esclusione.

Pochi fortunati che decidono mentre la maggioranza deve sottostare alle decisioni di pochi. Dove c’è un uomo che soffre là ci dobbiamo tutti fermare. Il Signore ha fatto scrivere la pagina del Buon Samaritano e davanti a quella dobbiamo interrogarci: e io?

Qual è il dunque il suo appello oggi?

C’è un uomo che soffre. Potrebbe essere mio fratello, potrei essere io, laddove c’è sofferenza non posso voltare le spalle.

Nemmeno altri Paesi europei hanno dimostrato disponibilità all’accoglienza.

Con queste vicende abbiamo avuto la prova di cosa è l’Europa. L’Europa non esiste. Se serve solo come banca è una cosa. Se invece deve unire delle nazioni allora può dichiarare fallimento, perché non sta affrontando i problemi. Se ognuno pensa per sé perché insistono tanto sull’Europa unita? La somma di tutti egoismi non fa mai una comunità.

Una soluzione potrebbe essere farli sbarcare a Lampedusa e poi decidere dove accoglierli?

Sarebbe la cosa più logica. L’Europa è così grande, non credo così poca gente possa mettere in crisi un continente. Saperli ripartire, magari non tutti vogliono stare in Italia perché hanno parenti altrove. E’ possibile che non ci si riesce ad organizzare? Oramai il tema immigrazione è diventato un modo per non parlare di altri problemi. Ma questo non è costruire il futuro.

Il paradosso è che, in questo caso, stiamo parlando di 42 persone a fronte di 500 milioni di abitanti. Invece si usa sempre il termine invasione.

In Europa siamo stati tutti invasori e invasi. Mi chiedo se, a furia di stare solo tra noi, ce la faremo a sopravvivere? Se le statistiche sono vere ci dicono che nel 2050 saremo dai 7 ai 10 milioni in meno di italiani. Allora dovremo telefonare a questa gente e dire: venite, vi paghiamo il viaggio? Possibile che non vogliamo cominciare a costruire il futuro già da adesso?

Il problema è che, per effetto del decreto sicurezza bis, la nave rischia il sequestro e una multa molto salata.

Poi ci sarà il decreto ter e quater… faremo una somma di decreti, tutte forme più o meno pulite. Sono leggi che dicono: qui non devi mettere piede. Quando diciamo “aiutiamoli nella loro terra” chiediamoci cosa ha fatto l’Occidente per aiutarli.

Questo per dire che la legalità non sempre va di pari passo con la giustizia?

C’è stato qualcuno che per la verità è finito sulla Croce, non ha avuto applausi. Perché la verità e la giustizia hanno sempre un prezzo alto. Anche la misericordia ha un prezzo alto.

Qual è il suo auspicio?

C’è da augurarsi che certe cose non succedano più.

Io amo gli animali e li rispetto. Ma ho davanti agli occhi un poster con il volto di un cane e la scritta “Non mi abbandonare”. Perché un uomo questa frase non può scriverla?



(fonte: SIR, articolo di Patrizia Caiffa 24 giugno 2019)

Vedi anche il post:
Migranti, il parroco di Lampedusa: “Aprite i porti e gli aeroporti alle persone”


La storia di accoglienza della famiglia Mottola: “Ousmane e Dembele, i nostri figli maggiori”

La storia di accoglienza della famiglia Mottola:
“Ousmane e Dembele, i nostri figli maggiori”


Sono migliaia in Italia le famiglie che hanno scelto di accogliere in casa dei rifugiati. Una esperienza in controtendenza che dimostra la possibilità di vivere insieme nell'arricchimento e nel rispetto reciproco. La famiglia Mottola, di Casal di principe, ha aperto le porte a due ragazzi del Mali.


Hanno una chat familiare che si chiama “Omegad”, acronimo che racchiude tutti i nomi di una famiglia allargata molto speciale: Ousmane, Maria Grazia, Ester, Giuseppe, Antonio e Dembele. Ousmane e Dembele vengono dal Mali e sono stati accolti in casa per due anni e mezzo dalla famiglia Mottola, a Casal di Principe (Napoli), nell’ambito del progetto di Caritas italiana “Protetto. Rifugiato a casa mia”. Il progetto si è concluso nel 2017, e in un anno ha permesso a 500 famiglie di aprire le porte della propria casa ai rifugiati e sensibilizzare almeno 1.500 persone nei territori dove hanno avuto luogo le accoglienze. Qualcosa di simile al progetto “Refugees welcome Italia”, parte del network europeo Refugees Welcome International, fondato a Berlino nel 2014 e ora attivo in 15 Paesi. Anche in questo caso i numeri sono significativi. Negli ultimi sei mesi circa 600 famiglie italiane hanno dato la disponibilità ad ospitare un rifugiato. Lo scorso anno è stato registrato boom di richieste dell’80%, in contemporanea con l’annunciata chiusura dei porti alle Ong. Esperienze in controtendenza che dimostrano l’esistenza di un’altra Italia, più nascosta, convinta delle possibilità di arricchimento reciproco tra culture e nazionalità diverse. Un modo per aiutare con gesti concreti chi è stato costretto a lasciare la propria casa a causa di conflitti, persecuzioni e povertà. E resistere al clima imperante di ostilità, diffidenza e chiusura fomentato dalla politica.

Figli grandi che spiccano il volo. Come succede in tutte le famiglie, ora Ousmane e Dembele, hanno lasciato casa per spiccare il volo da soli. Arrivati nel 2016 a casa Mottola che avevano rispettivamente 18 e 20 anni, hanno subito familiarizzato con i genitori Antonio e Maria Grazia. Imprenditore edile lui, casalinga lei. Due figli, Ester e Giuseppe, di 14 e 12 anni.

“Ousmane e Dembele ci chiamano mamma e papà”

racconta al Sir Antonio Mottola: “Si è subito instaurato un clima molto bello, un affetto profondo che ancora rimane”.

Per noi sono i figli maggiori, che continuiamo a seguire e consigliare quando vogliono sfogarsi, quando sono in difficoltà”.

Oggi Dembele vive da solo in un appartamento in affitto ad Aversa e svolge il servizio civile all’ufficio immigrazione di Caritas Aversa. Si mantiene con piccoli lavori stagionali. Ousmane, che sognava di diventare calciatore, ha giocato per un anno con la squadra Albanova Calcio, poi ha raggiunto per alcuni mesi i parenti in Francia. Da poco è tornato a Casal di Principe, abita presso amici e ha un lavoro temporaneo presso una azienda. Nel frattempo sta prendendo la patente. “E’ come se i figli grandi, usciti di casa, avessero preso la loro strada – dice Antonio -. Siamo stati fortunati perché, grazie alla rete che si è creata intorno alla parrocchia di San Nicola di Bari, siamo riusciti ad inserirli in un contesto sociale. Loro sono bravi perché desiderano camminare con le proprie gambe. Vogliono essere autonomi, hanno una grande dignità” .

Dietro alle spalle Ousmane e Dembele hanno storie drammatiche come tanti altri rifugiati: la fuga da casa, il deserto, l’orrore dei centri libici, la traversata. Aver trovato una famiglia tutor che li ha accolti e supportati, insieme alla mobilitazione di tutta la comunità e della Caritas di Aversa, li ha aiutati ad apprendere bene l’italiano ed integrarsi nel territorio.

Ci siamo arricchiti tantissimo con questa esperienza. Come genitori abbiamo scoperto che l’amore va al di là dei figli naturali. I nostri figli hanno acquisito una grande apertura mentale”.

Il rapporto è ancora “stupendo”, precisa papà Mottola, tant’è che nella chat familiare si scambiano affettuosità, si chiedono consigli in caso di necessità. E per le feste si riuniscono ancora insieme. Certo, il clima sociale intorno è cambiato, ammette, “ma noi cerchiamo di combattere a tutti i costi questa ondata razzista, facendo capire che siamo tutti uguali, tutti fratelli, e che vivere insieme è possibile”.
(fonte: SIR, articolo di Patrizia Caiffa del 20/06/2019)



Pro-vocati dal Vangelo. Essere profeti oggi di Diana Papa


Pro-vocati dal Vangelo. 
Essere profeti oggi
di Diana Papa

Come cristiani non possiamo più stare a guardare la storia che passa. È giunto il tempo di lasciare i nostri luoghi protetti, per addentrarci nei sobborghi dei poveri spesso tanto intrisi di umanità, per imparare dagli abbandonati della società la vita autentica che viene da Dio. E noi come stiamo vivendo da profeti nella storia, in opere e parole, come Gesù?



Ci muoviamo in questo tempo con un certo imbarazzo, mentre fatichiamo a chiamare con il proprio nome il disagio che proviamo: spesso attribuiamo agli altri la causa del nostro malessere. Sembra che anche noi cristiani abbiamo perso il senso della nostra vita, la meta da raggiungere. Brancoliamo, a volte, nel buio per cercare il benessere e la felicità e non ci rendiamo conto di aver smarrito la strada del Vangelo, abbandonando l’amore di prima (cfr. Ap 2,4) verso il Signore.

Quando pensiamo che per essere cristiani basta sapere tante cose su Dio, senza rimanere in contatto con il suo Spirito che anima la nostra esistenza, rischiamo di trasformare la nostra vita cristiana in una difesa ideologica, distante dalla realtà o in uno spiritualismo, lontano da Dio e dalle persone. Se, infatti, non viviamo di fede che si nutre della Parola e dell’ascolto della voce di Dio, lasciamo morire in noi, giorno dopo giorno, la vita secondo lo Spirito: scivoliamo verso una vuota religiosità, senza testimoniare un’esistenza incarnata, che fa vedere il Risorto nella ferialità esistenziale.

Oggi siamo chiamati ad essere incisivi nella storia, perciò abbiamo bisogno di rivisitare il nostro cammino di fede, per non lasciarci trasportare dal torrente in piena del momento o trascinare dalla voce del più forte, che tenta di rendere insignificante anche la Parola di Dio.

Siamo invitati da Gesù a camminare sulle acque con fede, rimanendo ancorati a Lui. È la relazione con Cristo, infatti, che unifica profondamente la persona, che dà la forza e il coraggio di seguire le sue orme, anche nelle difficoltà, che fa essere segno efficace della Sua presenza. È il Risorto che sprona, invia, rende sensibili e lungimiranti, dona il cuore di carne, fa scegliere secondo Dio, per il bene non solo personale ma anche comune, permette di essere aderenti alla realtà, interpretare la vita reale illuminati da Cristo e dal Vangelo. Chi ha il cuore abitato da Dio vede, ascolta, interpreta, discerne, agisce come Gesù. Il cristiano che, per amore, permette a Dio di operare sempre nella sua vita, è chiamato a diventare un inviato dello Spirito, non solo nelle grandi occasioni, ma nella ferialità di ogni giorno, a lavorare in rete e in sinergia con gli altri.

Dove fondiamo le nostre scelte? Come coniughiamo il nostro operare con il Vangelo? Da che cosa capiamo che stiamo agendo secondo Dio?

Il mondo oggi ha bisogno di profeti che consentono al Signore di manifestare, attraverso di loro, la Sua prossimità agli uomini e alle donne del nostro tempo, attraverso la cura delle persone, la tenerezza soprattutto verso coloro che si trovano ai margini dell’esistenza. Urge, perciò, la presenza di profeti che non blaterano a nome proprio e non cercano il protagonismo, ma che siano canali di trasmissione della vita di Dio nella quotidianità, attraverso la testimonianza della carità. Dio continua ad interpellare ogni battezzato per essere, nella fedeltà, un autentico profeta tra la gente con atteggiamenti di accoglienza, di gratuità, di ascolto, di rispetto, di condivisione, di solidarietà. Non basta conoscere cerebralmente il Vangelo, occorre tradurlo in scelte coerenti e concrete per il bene dell’umanità.

Che cosa significa per noi l’esperienza di Gesù, che condivideva personalmente la sofferenza umana di coloro che incontrava, con gesti, sentimenti, emozioni, concretezza di vita? Quale incidenza ha il suo esempio sulla nostra vita?

In quale luogo siamo chiamati ad essere oggi autentici testimoni di Gesù Cristo nella carità? Come riconosciamo la presenza di Dio laddove viviamo e in che modo aiutiamo gli altri a vedere il Signore risorto nella vita di tutti i giorni? La nostra esistenza quotidiana rimanda alla prossimità di Dio? Siamo portatori della pace donata da Cristo tra gli uomini e le donne di oggi, come i profeti? Dove troviamo il coraggio di denunciare le ingiustizie, come Gesù? In che modo ci stiamo liberando di tutto, per vivere solo secondo il Vangelo?

Come cristiani non possiamo più stare a guardare la storia che passa. È giunto il tempo di lasciare i nostri luoghi protetti, per addentrarci nei sobborghi dei poveri spesso tanto intrisi di umanità, per imparare dagli abbandonati della società la vita autentica che viene da Dio.
E noi come stiamo vivendo da profeti nella storia, in opere e parole, come Gesù?

(fonte: Sir 01/06/2019)


domenica 23 giugno 2019

Preghiera per la festa del Corpus Domini

Preghiera per la festa del Corpus Domini


Signore Gesù, Tu sei il Pane vivo, Tu sei il pane di Dio, Tu sei il Pane disceso dal cielo, Tu sei il Pane per essere mio cibo. 
Quando mi accosto a Te nella comunione, fa’ che comprenda la profondità di questo mistero! 
Tu sei sempre pronto ad incontrarmi: fa’ che io cammini verso di Te, fa’ che io permetta di essere attratto da Te. 
Fa’ che ci sia sempre in me un’assoluta disponibilità, perché Tu possa travolgermi con la forza del tuo amore, e da questo mondo condurmi al Padre. 
Quando vieni a me nella comunione, illuminami per capire che mi sto sottomettendo alla tua azione divina. 
Donami la capacità di scoprire di essere faccia a faccia con il mistero del tuo amore per me. 
Fammi comprendere la tua chiamata, quella vocazione personale, ineffabile e misteriosa, a divenire una “cosa sola con Te e il Padre”. 
Radica in me la convinzione di appartenere a Te, di essere tuo possesso. 
Conferma in me il tuo dono, il dono completo di Te stesso a me! 
Si, o Signore, voglio appartenere a Te, così da poter dire con l’apostolo Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me.


Signore Gesù, credo che sei nell’Eucaristia, vivo e vero. 
Tutto ciò che fa di Te una Persona, il Figlio dell’uomo ed il Figlio di Dio, tutto è presente. 
Credo che sei presente Tu, nato a Betlemme dalla Vergine, crocifisso sul Calvario, risorto il terzo giorno ed ora nella gloria alla destra del Padre. La tua Presenza, Signore, è misteriosa e invisibile; se anche non vedo nulla, se anche non sento nulla, credo fermamente, o Signore, che Tu sei realmente presente, perché Tu l’hai detto! 
Quando sei venuto in mezzo a noi, in terra di Palestina, nascosta era la tua divinità, evidente la tua umanità. Ora nel mistero eucaristico, velata rimane anche la tua umanità. 
Questo esige fede grande, questo reclama fede viva. Signore, accresci la mia fede, Signore donami una fede che ama. 
Tu che mi vedi, Tu che mi ascolti, Tu che mi parli, illumina la mia mente perché creda di più; riscalda il mio cuore perché ti ami di più! 
La tua Presenza, mirabile e sublime, mi attragga, mi afferri, mi conquisti. In ginocchio professo la mia fede in Te: “Signore mio e mio Dio”!


Signore Gesù, fa’ che la mia adorazione sia un atto di amore; fa’ che sia un movimento del cuore e del pensiero: amore e pensiero per Te, Persona amata, qui presente.
La mia preghiera non sia fatta di formule ma di partecipazione interiore. 
I miei occhi fissi su di Te, il mio interesse incentrato su di Te, dicano il mio amore per Te.
Apri la mia vita a Te così che possa dirti: “Eccomi!”
E aprendomi a Te nascerà il bisogno di comunicare, pregare, adorare e ascoltare. E tutto questo per amore! 
Sarà un darti del tu, sarà parlare con Te senza pose, con tono familiare e amico, sarà un dialogare con Te col cuore in mano e con totale fiducia. 
Se è vero, o Signore, che quando prego ti guardo, è ancor più vero che Tu guardi me: mi guardi con i tuoi occhi colmi d’amore. Si crea allora un incrocio di sguardi: io ti ascolto e Tu mi ascolti, io ti ricordo e Tu mi ricordi, io ti cerco e Tu mi cerchi, io ti parlo e Tu mi parli.
Questa, o Signore, è la reciprocità dell’amore. 
Come Maria: Tu l’hai guardata e amata e lei in religioso ascolto, ha capito. E ha risposto: “Eccomi, avvenga di me quello che hai detto”.



LA VITA FRAGILE DA DIFENDERE SEMPRE di Maria Teresa Iannello

LA VITA FRAGILE DA DIFENDERE SEMPRE
di Maria Teresa Iannello


In questi giorni la cronaca ci ha proposto il gravissimo caso di maltrattamenti nei riguardi dei bambini disabili in una struttura di sostegno e cure, che si aggiunge ai tanti altri casi di enorme gravità, già emersi, nei confronti di anziani.
Ecco una breve riflessione


Mai come in questi tempi è urgente rivalutare il concetto di sacralità e rispetto della vita.
Sacra è la vita 
di un bambino, 
di un anziano, 
di un malato, 
sacra la vita di uno straniero. 
La fragilità della condizione umana deve imporci sguardi attenti e vigili su ogni fratello, di cui tutti siamo responsabili!!! 
Ciascuno col proprio ruolo deve tutelare la dignità di ogni essere umano, quando si parla di bambini disabili poi siamo di fronte ad una doppia fragilità che richiede maggiore senso di responsabilità. 
Vile ogni gesto di sopraffazione e di maltrattamenti! 
Inqualificabile se poi a compiere questi atti è proprio chi dovrebbe agire per migliorare lo sviluppo e la crescita del bambino affidato con fiducia dai genitori!
Vile chi si nasconde dietro l'indifferenza!



"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 33/2018-2019 (C) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo:  Lc 9,11-17


Il Regno di Dio non è tanto una questione di parole, il suo annuncio si traduce sempre nella assunzione della fragilità umana e dei suoi bisogni, come il frutto della Parola proclamata che si fa Pane di vita per tutti. Ed ora questo Pane diventa la vita e la forza per coloro che seguono Gesù nel cammino verso Gerusalemme. Luca utilizza il segno della moltiplicazione dei pani e dei pesci come allusione della Cena Pasquale, come anticipazione del Mistero Eucaristico della morte e resurrezione del Signore. Centro di questo brano è il v.16, che ripete le parole dell'ultima cena. "Ora la presenza del Dio che nell'esodo sazia il suo popolo, è sostituita da Gesù, il Kyrios, che spezza il pane" (cit.). Egli non viene presentato come un nuovo Mosè, ma come Dio stesso  che sazia e salva. I dodici, che nel tempo ne continueranno l'azione, sono i servi non i padroni di questo banchetto. Essi convocano, accolgono, ricevono e distribuiscono a tutti - nel Nome di Gesù - il pane spezzato e condiviso dal Signore. E' il Pane Benedetto dato a tutti, buoni e cattivi, giusti e peccatori. E' il Pane della Vita Eterna, la stessa Vita del Padre che si dona ad ogni figlio. 
E' questo Pane che ci introduce nel mistero del Regno, che è il progetto di vita e d'amore del Padre su tutta l'umanità. E' il Pane Vivo disceso dal Cielo che "si può e si deve raccogliere perché, a differenza della manna, non marcisce mai, anzi ha il potere di preservare dalla morte coloro che ne mangiano">(cit.)


sabato 22 giugno 2019

"La tavola del Signore è sempre tavola per l’affamato" di Enzo Bianchi - Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – Anno C

La tavola del Signore è sempre tavola per l’affamato 

Commento
 Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – Anno C

Letture:  Genesi 14,18-20; Salmo 109; 1 Corinzi 11,23-26; Luca 9, 11-17

In quel tempo, Gesù accolse le folle e prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. 12Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». 13Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente».14C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». 15Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. 16Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. 17Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.


Dopo la festa della Trinità di Dio, celebriamo oggi un’altra festa “dogmatica”, sorta a difesa della dottrina, per ricordare la verità dell’eucaristia voluta da Gesù come memoriale nella vita della chiesa fino alla sua venuta gloriosa. Ogni domenica celebriamo l’eucaristia, ma la chiesa ci chiede anche di confessare e adorare questo mistero inesauribile in un giorno particolare (il giovedì della II settimana dopo Pentecoste per la chiesa universale, la II domenica dopo Pentecoste in Italia). Facciamo dunque obbedienza e commentiamo mediante un’esegesi liturgica il brano evangelico proposto dal Messale italiano.

Il cosiddetto racconto della “moltiplicazione dei pani” è attestato per ben sei volte nei vangeli (due in Marco e in Matteo, una in Luca e in Giovanni), il che ci dice come quell’evento fosse ritenuto di particolare importanza nella vita di Gesù. Nel vangelo secondo Luca, Gesù invia i suoi discepoli ad annunciare la venuta del regno di Dio e a guarire i malati (cf. Lc 9,2), mostrando che la missione affidatagli da Dio con la discesa su di lui dello Spirito santo (cf. Lc 3,21-22), rivelata nella sinagoga di Nazaret (cf. Lc 4,18-19), era da lui estesa anche alla sua comunità. Compiuta questa missione, i discepoli fanno ritorno da Gesù e gli raccontano la loro esperienza, quanto cioè avevano fatto e detto in obbedienza al suo comando.

Gesù allora li prende con sé, portandoli in disparte per un ritiro, in un luogo vicino alla città di Betsaida (cf. Lc 9,10). Ma le folle, saputo dove Gesù si era ritirato, lo seguono ostinatamente (cf. Lc 9,11a). Ed ecco che Gesù le accoglie: aveva cercato un luogo di silenzio, solitudine e riposo per i discepoli tornati dalla missione e per sé, ma di fronte a quella gente che lo cerca, che viene a lui e lo segue, Gesù con grande capacità di misericordia la accoglie. È lo stile di Gesù, stile ospitale, stile che non allontana né dichiara estraneo nessuno. Queste persone vogliono ascoltarlo, sentono che egli può dare loro fiducia e liberarle, guarirle dai loro mali e dai pesi che gravano sulle loro vite, e Gesù senza risparmiarsi annuncia loro il regno di Dio, le cura e le guarisce. Questa è la sua vita, la vita di un servo di Dio, di un annunciatore di una parola affidagli da Dio.

Giunge però la sera, il sole tramonta, la luce declina, e i Dodici discepoli entrano in ansia. Dicono dunque a Gesù: “Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta!”. La loro richiesta è all’insegna della saggezza umana, nasce da uno sguardo realistico, eppure Gesù non approva quella possibilità razionale, ma chiede loro: “Voi stessi date loro da mangiare”. Con questo comando li esorta a entrare nella dinamica della fede, che è avere fiducia, mettere in movimento quella fiducia che è presente in ogni cuore e che Gesù sa ravvivare. Ma i discepoli non comprendono e insistono nel porre di fronte a Gesù la loro povertà: hanno solo cinque pani e due pesci, un cibo sufficiente solo per loro!

Ecco allora che Gesù prende l’iniziativa: ordina di far sedere tutta quella gente ad aiuola, a gruppi di cinquanta, perché non si tratta solo di sfamarsi, ma di vivere un banchetto, una vera e propria cena, nell’ora in cui il sole tramonta. Poi davanti a tutti prende i pani e i pesci, alza gli occhi al cielo, come azione di preghiera al Padre, benedice Dio e spezza i pani, presentandoli ai discepoli perché li servano, come a tavola, a quella gente. È un banchetto, il cibo è abbondante e viene condiviso da tutti. Quelli che conoscevano la profezia di Israele, si accorgono che è accaduto un prodigio che già il profeta Eliseo aveva fatto in tempo di carestia, nutrendo il popolo affamato a partire dalla condivisione di pochi pani d’orzo (cf. 2Re 4,42-44). Lo stesso compie Gesù, e dopo il suo gesto avanza una quantità di cibo ancora maggiore: dodici ceste. Nel cuore dei discepoli e di alcuni dei presenti sorge così la convinzione che Gesù è profeta ben più di Elia e di Eliseo, è profeta anche più di Mosè, che nel deserto aveva dato da mangiare manna al popolo uscito dall’Egitto (cf. Es 16).

Ma qui viene spontaneo chiedersi: cosa significa questo evento? Normalmente si parla di “moltiplicazione” dei pani, ma nel racconto non c’è questo termine. Dunque? Dovremmo dire che c’è stata condivisione del pane, c’è stato lo spezzare il pane, e questo gesto è fonte di cibo abbondante per tutti. In tal modo comprendiamo come ci sia qui una prefigurazione di ciò che Gesù farà a Gerusalemme la sera dell’ultima cena: “Prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: ‘Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me’” (Lc 22,19). Lo stesso gesto è ripetuto da Gesù risorto sulla strada verso Emmaus, di fronte ai due discepoli. Anche in quel caso, al declinare del giorno, invitato dai due a restare con loro (cf. Lc 24,29), “quando fu a tavola, prese il pane, pronunciò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” (Lc 24,30). Tre episodi che recano lo stesso messaggio: le folle, la gente, il mondo ha fame del regno di Dio, e Gesù, che ne è il messaggero e lo incarna, sazia questa fame con la condivisione del cibo, con lo spezzare il suo corpo, la sua vita, offerta a tutti.

Ecco il mistero eucaristico nella sua essenza: non lasciamoci abbagliare da tante e varie dottrine eucaristiche, ma accogliamo il mistero nella sua semplicità. Cristo si dà a noi ed è cibo abbondante per tutti; una volta spezzato (sulla croce), si dà alla chiesa, a noi, a tutti coloro che lo cercano e tentano di seguirlo, a tutti quelli che hanno fame e sete della sua parola e desiderano condividere la sua vita. Se è vero che la dinamica dello spezzare il pane e del condividerlo trova nella celebrazione della cena eucaristica, nella liturgia santissima, un adempimento, essa però è anche paradigma di condivisione del nostro cibo materiale, il pane di ogni giorno. L’eucaristia non è solo banchetto del cielo, tavola del corpo e del sangue del Signore, ma vuole essere magistero per le nostre tavole quotidiane, dove il cibo è abbondante ma non è condiviso con quanti hanno fame e ne sono privi. Per questo, se alla nostra eucaristia non partecipano i poveri, se non c’è condivisione del cibo con chi non ne ha, allora anche la celebrazione eucaristica è vuota, perché le manca l’essenziale. Non è più la cena del Signore, bensì una scena rituale che soddisfa le anime dei devoti, ma in profondità è una grave menomazione del segno voluto da Gesù per la sua chiesa! La tavola del corpo del Signore sempre dev’essere tavola della parola del Signore e, insieme, tavola della condivisione con i bisognosi.

Con la condivisone dei pani e dei pesci insieme alle folle Gesù inaugura un nuovo spazio relazionale tra gli umani: quello della comunione nella differenza, perché le differenze non sono abolite ma affermate senza che, d’altra parte, ne patisca la relazione segnata da fraternità, solidarietà, condivisione. Sì, dobbiamo confessarlo: nella chiesa si è persa quest’intelligenza eucaristica propria dei primi cristiani e dei padri della chiesa, vi è stato un divorzio tra la messa come rito e la condivisione del pane con i poveri! E se nel mondo esiste la fame, se i poveri sono accanto a noi e l’eucaristia non ha per loro conseguenze concrete, allora la nostra eucaristia appare solo scena religiosa e – come direbbe Paolo – “il nostro non è più un mangiare la cena del Signore” (cf. 1Cor 11,20).

Proprio davanti all’eucaristia cantiamo l’inno che afferma: “Et antiquum documentum novo cedat ritui” (“l’antico rito ceda il posto alla nuova liturgia”), ma in realtà restiamo ingabbiati nei riti e non riusciamo a celebrare il “rito cristiano”, “il culto secondo la Parola” (loghikè latreía: Rm 12,1), che è offerta in sacrificio dei nostri corpi a Dio attraverso il servizio dei poveri e l’amore fraterno vissuto “fino all’estremo” (Gv 13,1).

"Il dialogo nel contesto del Mediterraneo" interventi di Pina De Simone e Donatella Abignente -Quale teologia nel contesto del Mediterraneo? intervento di Fabrizio Mandreoli (VIDEO INTEGRALE)

"Il dialogo nel contesto del Mediterraneo"
 interventi di 
Pina De Simone, PFTIM – san Luigi ,
Donatella Abignente, PFTIM – san Luigi

Quale teologia nel contesto del Mediterraneo? 
intervento di
Fabrizio Mandreoli, Bologna FTER

20.06.2019 , Napoli. Interventi nell'ambito del Convegno  "La teologia dopo Veritatis Gaudium nel Mediterraneo" promosso dalla Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridioanle Sez. San Luigi. Nel Proemio della Costituzione Apostolica Veritatis Gaudium i criteri per il rinnovamento degli studi ecclesiastici delineano l’orizzonte per elaborare una teologia in dialogo con tutti coloro ai quali sta a cuore la cura della casa comune che è il pianeta; con coloro che sono impegnati nella costruzione di una società fondata sull’accoglienza, soprattutto delle persone emarginate e deboli, e sul rispetto delle differenze; coloro che guardano senza pregiudizi le novità delle società in cui viviamo, e desiderano capire come situarsi nel nuovo contesto culturale, rimodellato dalla convivenza sempre più consistente e diffusa di persone di religioni e culture diverse.


"... Si tratta di riconoscere il Mediterraneo quale “luogo teologico”, contesto che non solo interroga il pensiero teologico ma che offre elementi di realtà, “segni”, che consentono una più profonda comprensione del Vangelo. Non si può fare teologia se non in un contesto e il contesto del Mediterraneo è particolarmente significativo per la storia dell’umanità, per quello che da qui è venuto, per quello che oggi rappresenta e per quello che può costituire in futuro.Qui più che altrove la diversità si è intrecciata in contaminazioni feconde, a volte anche a partire da scontri e conflitti; qui più che altrove è in gioco oggi il senso profondo della nostra umanità ed è qui che possiamo dar vita a nuovi scenari di convivenza in cui la diversità delle etnie, delle culture, delle religioni non sia temuta o semplicemente tollerata, ma entri in campo come ricchezza.
Le religioni possono molto in tal senso se aiutano a ritrovare ciò che ci unisce e a recuperare il senso di una speranza più grande. Figli e fratelli chiamati ad una unità che è armonia delle diversità..."  (Pina De Simone)


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Guarda anche l post già pubblicati:
- Da Napoli Papa Francesco lancia un forte appello per una teologia dell'accoglienza - Dialogo e accoglienza per un Mediterraneo di pace fra i popoli (foto, testo e video) 

- Documento sulla “Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la convivenza comune” (cronaca, testi e video)




Cazzuola e pennello, cinquanta bancari restaurano la scuola “Così si fa gruppo”


Cazzuola e pennello, cinquanta bancari restaurano la scuola “Così si fa gruppo”
Il primo volontariato aziendale in Piemonte va in scena alla Tommaseo di via dei Mille a Torino


Per un giorno addio moduli, bonifici, niente investimenti né estratti conto. Cinquanta bancari piemontesi e lombardi hanno lasciato la scrivania e si sono trasformati in imbianchini, carpentieri, addetti alle pulizie e alla cura del verde: con l’aiuto di professionisti, ieri hanno realizzato piccoli lavori di manutenzione in tre sedi dell’istituto comprensivo Tommaseo a Torino, bisognose di sistemazioni. Tutti pagati come in regolare servizio, dalle 9 alle 16.30.

È uno dei primi casi in Piemonte di volontariato aziendale, cioè un’attività socialmente utile nell’orario di lavoro: l’ha promossa Banca Sella per 100 dei suoi 2.500 dipendenti, che hanno aderito volontariamente. A mettere in collegamento l’azienda con le scuole, la fondazione Mission Bambini che si occupa di sostegno per l’infanzia e da tempo cura il progetto #Scuolediclasse in altre parti d’Italia: dopo aver individuato due scuole - la seconda è a Palermo, dove hanno lavorato altri 50 dipendenti - ha stilato un preventivo degli interventi, di circa 7mila euro.

Alcuni genitori di allievi ed ex allievi hanno poi proposto la ditta che ha supervisionato i lavori e procurato i materiali, assegnando un compito a ciascuno dei 50 bancari: scartavetrare, tinteggiare, spazzare. Ed ecco allora che l’amministratore delegato si trova a riparare maniglie accanto al consulente, il venditore taglia la siepe con l’impiegato allo sportello. «Ho aggiustato tre sciacquoni rotti e riparato due perdite – racconta soddisfatto Alessandro Monasterolo, che di solito gestisce clienti di alto profilo per Banca Sella – ho rispolverato abilità manuali che avevo dimenticato». «Con la manualità sono sempre stato negato ma mi sono messo in gioco lo stesso», dice il consulente Nazzario Gualano, pennello e vaso di vernice in mano. E la banca che ci guadagna? «È come svolgere un’attività di team building, serve a sviluppare le abilità di lavoro in gruppo, ma ha una ricaduta sociale. Nessuno di noi ha figli che vanno a scuola qui – spiega nel mezzo dei lavori l’amministratore delegato Claudio Musiari – Ci eravamo già impegnati in altre attività benefiche ma cercavamo un lavoro concreto che avesse una ricaduta visibile, anche per gli stessi dipendenti».

Per la scuola è stata una boccata di ossigeno: «Abbiamo una forte rete di genitori ed è già capitato che si organizzassero per tinteggiare le pareti – spiega la dirigente Lorenza Patriarca - ogni anno organizziamo un autofinanziamento per comprare parte del materiale scolastico, per esempio le lavagne, oppure aiutare le famiglie che da sole non riuscirebbero a coprire i costi delle gite di istruzione. Nell’ultima edizione abbiamo raccolto 20mila euro. È chiaro che non bastano per tutto: per i bagni ostruiti ci deve pensare il Comune». Intanto qualcosa è stato migliorato. Da oggi riprende la routine di prima: gli impiegati torneranno alle loro scrivanie. I bambini, invece, rivedranno i banchi a settembre. Troveranno una scuola più bella, senza sapere il perché.

(fonte: La Stampa, articolo di Pierfrancesco Carcassi 21/06/2019)


Da Napoli Papa Francesco lancia un forte appello per una teologia dell'accoglienza - Dialogo e accoglienza per un Mediterraneo di pace fra i popoli (foto, testo e video)

Da Napoli Papa Francesco lancia un forte appello
per una teologia dell'accoglienza.  
Dialogo e accoglienza per un Mediterraneo di pace fra i popoli
(foto, testo e video)


21.06.2019  - Da Napoli il Papa lancia un forte appello per una teologia dell'accoglienza basata sul dialogo e sull'annuncio e che contribuisca a costruire una società fraterna fra i popoli del Mediterraneo. Il suo intervento tenutosi presso il piazzale antistante la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale  ha chiuso il convegno su "La Teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo".






Cari studenti e professori,

Cari fratelli Vescovi e Sacerdoti,

Signori Cardinali!

Sono lieto di incontrarmi oggi con voi e di prendere parte a questo Convegno. Ricambio di cuore il saluto del caro fratello il Patriarca Bartolomeo, un grande precursore della Laudato si’ – da anni precursore –, che ha voluto contribuire alla riflessione con un suo personale messaggio. Grazie a Bartolomeo, fratello amato.

Il Mediterraneo è da sempre luogo di transiti, di scambi, e talvolta anche di conflitti. Ne conosciamo tanti. Questo luogo oggi ci pone una serie di questioni, spesso drammatiche. Esse si possono tradurre in alcune domande che ci siamo posti nell’incontro interreligioso di Abu Dhabi: come custodirci a vicenda nell’unica famiglia umana? Come alimentare una convivenza tollerante e pacifica che si traduca in fraternità autentica? Come far prevalere nelle nostre comunità l’accoglienza dell’altro e di chi è diverso da noi perché appartiene a una tradizione religiosa e culturale diversa dalla nostra? Come le religioni possono essere vie di fratellanza anziché muri di separazione?
Queste e altre questioni chiedono di essere interpretate a più livelli, e domandano un impegno generoso di ascolto, di studio e di confronto per promuovere processi di liberazione, di pace, di fratellanza e di giustizia. Dobbiamo convincerci: si tratta di avviare processi, non di fare definizioni di spazi, occupare spazi... Avviare processi.

Una teologia dell’accoglienza e del dialogo
Nel corso di questo Convegno avete prima analizzato contraddizioni e difficoltà nello spazio del Mediterraneo, e poi vi siete interrogati sulle soluzioni migliori. A questo proposito, vi chiedete quale teologia sia adeguata al contesto in cui vivete e operate. Direi che la teologia, particolarmente in tale contesto, è chiamata ad essere una teologia dell’accoglienza e a sviluppare un dialogo sincero con le istituzioni sociali e civili, con i centri universitari e di ricerca, con i leader religiosi e con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per la costruzione nella pace di una società inclusiva e fraterna e anche per la custodia del creato.

Quando nel Proemio della Veritatis gaudium si menziona l’approfondimento del kerygma e il dialogo come criteri per rinnovare gli studi, si intende dire che essi sono al servizio del cammino di una Chiesa che sempre più mette al centro l’evangelizzazione. Non l’apologetica, non i manuali – come abbiamo sentito –: evangelizzare. Al centro c’è l’evangelizzazione, che non vuol dire proselitismo. Nel dialogo con le culture e le religioni, la Chiesa annuncia la Buona Notizia di Gesù e la pratica dell’amore evangelico che Lui predicava come una sintesi di tutto l’insegnamento della Legge, delle visioni dei Profeti e della volontà del Padre. Il dialogo è anzitutto un metodo di discernimento e di annuncio della Parola d’amore che è rivolta ad ogni persona e che nel cuore di ognuno vuole prendere dimora. Solo nell’ascolto di questa Parola e nell’esperienza dell’amore che essa comunica si può discernere l’attualità del kerygma. Il dialogo, così inteso, è una forma di accoglienza.

Vorrei ribadire che «il discernimento spirituale non esclude gli apporti delle sapienze umane, esistenziali, psicologiche, sociologiche e morali. Però le trascende. E neppure gli bastano le sagge norme della Chiesa. Ricordiamo sempre che il discernimento è una grazia - un dono -.
 Il discernimento, insomma, conduce alla fonte stessa della vita che non muore, cioè “che conoscano, l’unico vero Dio, e colui che ha mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3)» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 170).

Le scuole di teologia si rinnovano con la pratica del discernimento e con un modo di procedere dialogico capace di creare un corrispondente clima spirituale e di pratica intellettuale. Si tratta di un dialogo tanto nella posizione dei problemi, quanto nella ricerca insieme delle vie di soluzione. Un dialogo capace di integrare il criterio vivo della Pasqua di Gesù con il movimento dell’analogia, che legge nella realtà, nel creato e nella storia nessi, segni e rimandi teologali. Questo comporta l’assunzione ermeneutica del mistero del cammino di Gesù che lo porta alla croce e alla risurrezione e al dono dello Spirito. Assumere questa logica gesuana e pasquale è indispensabile per comprendere come la realtà storica e creata viene interrogata dalla rivelazione del mistero dell’amore di Dio.
 Di quel Dio che nella storia di Gesù si manifesta ― ogni volta e dentro ogni contraddizione ― più grande nell’amore e nella capacità di recuperare il male.

Entrambi i movimenti sono necessari, complementari: un movimento dal basso verso l’alto che può dialogare, con senso di ascolto e discernimento, con ogni istanza umana e storica, tenendo conto di tutto lo spessore dell’umano; e un movimento dall’alto verso il basso – dove “l’alto” è quello di Gesù innalzato sulla croce – che permette, nello stesso tempo, di discernere i segni del Regno di Dio nella storia e di comprendere in maniera profetica i segni dell’anti-Regno che sfigurano l’anima e la storia umana. È un metodo che permette ― in una dinamica costante ― di confrontarsi con ogni istanza umana e di cogliere quale luce cristiana illumini le pieghe della realtà e quali energie lo Spirito del Crocifisso Risorto sta suscitando, di volta in volta, qui ed ora.

Il modo di procedere dialogico è la via per giungere là dove si formano i paradigmi, i modi di sentire, i simboli, le rappresentazioni delle persone e dei popoli. Giungere là ― come “etnografi spirituali” dell’anima dei popoli, diciamo ― per poter dialogare in profondità e, se possibile, contribuire al loro sviluppo con l’annuncio del Vangelo del Regno di Dio, il cui frutto è la maturazione di una fraternità sempre più dilatata ed inclusiva. Dialogo e annuncio del Vangelo che possono avvenire nei modi tratteggiati da Francesco d’Assisi nella Regola non bollata, proprio all’indomani del suo viaggio nell’oriente mediterraneo. Per Francesco c’è un primo modo in cui, semplicemente, si vive come cristiani: «Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani» (XVI: FF 43). Vi è poi un secondo modo in cui, sempre docili ai segni e all’azione del Signore Risorto e al suo Spirito di pace, si annuncia la fede cristiana come manifestazione in Gesù dell’amore di Dio per tutti gli uomini. Mi colpisce tanto quel consiglio di Francesco ai frati: “Predicate il Vangelo; se fosse necessario anche con le parole”. È la testimonianza!

Questa docilità allo Spirito implica uno stile di vita e di annuncio senza spirito di conquista, senza volontà di proselitismo – questa è la peste! – e senza un intento aggressivo di confutazione. 
Una modalità che entra in dialogo “dal di dentro” con gli uomini e con le loro culture, le loro storie, le loro differenti tradizioni religiose; una modalità che, coerentemente con il Vangelo, comprende anche la testimonianza fino al sacrificio della vita, come dimostrano i luminosi esempi di Charles de Foucauld, dei monaci di Tibhirine, del vescovo di Oran Pierre Claverie e di tanti fratelli e sorelle che, con la grazia di Cristo, sono stati fedeli con mitezza e umiltà e sono morti con il nome di Gesù sulle labbra e la misericordia nel cuore. E qui penso alla nonviolenza come orizzonte e sapere sul mondo, alla quale la teologia deve guardare come proprio elemento costitutivo. Ci aiutano qui gli scritti e le prassi di Martin Luther King e Lanza del Vasto e di altri “artigiani” di pace. Ci aiuta e incoraggia la memoria del Beato Giustino Russolillo, che fu studente di questa Facoltà, e di Don Peppino Diana, il giovane parroco ucciso dalla camorra, che pure studiò qui. E qui vorrei menzionare una sindrome pericolosa, che è la “sindrome di Babele”. Noi pensiamo che la “sindrome di Babele” sia la confusione che si origina nel non capire quello che l’altro dice. Questo è il primo passo. Ma la vera “sindrome di Babele” è quella di non ascoltare quello che l’altro dice e di credere che io so quello che l’altro pensa e che l’altro dirà. Questa è la peste!

Esempi di dialogo per una teologia dell’accoglienza
“Dialogo” non è una formula magica, ma certamente la teologia viene aiutata nel suo rinnovarsi quando lo assume seriamente, quando esso è incoraggiato e favorito tra docenti e studenti, come pure con le altre forme del sapere e con le altre religioni, soprattutto l’Ebraismo e l’Islam. Gli studenti di teologia dovrebbero essere educati al dialogo con l’Ebraismo e con l’Islam per comprendere le radici comuni e le differenze delle nostre identità religiose, e contribuire così più efficacemente all’edificazione di una società che apprezza la diversità e favorisce il rispetto, la fratellanza e la convivenza pacifica.
Educare gli studenti in questo. Io ho studiato nel tempo della teologia decadente, della scolastica decadente, al tempo dei manuali. Fra noi si faceva uno scherzo, tutte le tesi teologiche si provavano con questo schema, un sillogismo: 1° Le cose sembrano essere così. 2° Il cattolicesimo ha sempre ragione. 3° Ergo… Cioè una teologia di tipo difensivo, apologetica, chiusa in un manuale. Noi scherzavamo così, ma erano le cose che a noi presentavano in quel tempo della scolastica decadente.

Cercare una convivenza pacifica dialogica. Con i musulmani siamo chiamati a dialogare per costruire il futuro delle nostre società e delle nostre città; siamo chiamati a considerarli partner per costruire una convivenza pacifica, anche quando si verificano episodi sconvolgenti ad opera di gruppi fanatici nemici del dialogo, come la tragedia della scorsa Pasqua nello Sri Lanka. Ieri il Cardinale di Colombo mi ha detto questo: “Dopo che ho fatto quello che dovevo fare, mi sono accorto che un gruppo di gente, cristiani, voleva andare al quartiere dei musulmani per ammazzarli. Ho invitato l’Imam con me, in macchina, e insieme siamo andati là per convincere i cristiani che noi siamo amici, che quelli sono estremisti, che non sono dei nostri”. Questo è un atteggiamento di vicinanza e di dialogo. Formare gli studenti al dialogo con gli ebrei implica educarli alla conoscenza della loro cultura, del loro modo di pensare, della loro lingua, per comprendere e vivere meglio la nostra relazione sul piano religioso. Nelle facoltà teologiche e nelle università ecclesiastiche sono da incoraggiare i corsi di lingua e cultura araba ed ebraica, e la conoscenza reciproca tra studenti cristiani, ebrei e musulmani.

Vorrei fare due esempi concreti di come il dialogo che caratterizza una teologia dell’accoglienza può essere applicato agli studi ecclesiastici. Anzitutto il dialogo può essere un metodo di studio, oltre che di insegnamento. Quando leggiamo un testo, dialoghiamo con esso e con il “mondo” di cui è espressione; e questo vale anche per i testi sacri, come la Bibbia, il Talmud e il Corano. Spesso, poi, interpretiamo un determinato testo in dialogo con altri della stessa epoca o di epoche diverse. I testi delle grandi tradizioni monoteiste in qualche caso sono il risultato di un dialogo. Si possono dare casi di testi che sono scritti per rispondere a domande su questioni importanti della vita poste da testi che li hanno preceduti. Anche questa è una forma di dialogo.

Il secondo esempio è che il dialogo si può compiere come ermeneutica teologica in un tempo e un luogo specifico. Nel nostro caso: il Mediterraneo all’inizio del terzo millennio. Non è possibile leggere realisticamente tale spazio se non in dialogo e come un ponte ― storico, geografico, umano ― tra l’Europa, l’Africa e l’Asia. Si tratta di uno spazio in cui l’assenza di pace ha prodotto molteplici squilibri regionali, mondiali, e la cui pacificazione, attraverso la pratica del dialogo, potrebbe invece contribuire grandemente ad avviare processi di riconciliazione e di pace. Giorgio La Pira ci direbbe che si tratta, per la teologia, di contribuire a costruire su tutto il bacino mediterraneo una “grande tenda di pace”, dove possano convivere nel rispetto reciproco i diversi figli del comune padre Abramo. Non dimenticare il padre comune.

Una teologia dell’accoglienza è una teologia dell’ascolto
Il dialogo come ermeneutica teologica presuppone e comporta l’ascolto consapevole. Ciò significa anche ascoltare la storia e il vissuto dei popoli che si affacciano sullo spazio mediterraneo per poterne decifrare le vicende che collegano il passato all’oggi e per poterne cogliere le ferite insieme con le potenzialità. Si tratta in particolare di cogliere il modo in cui le comunità cristiane e singole esistenze profetiche hanno saputo ― anche recentemente ― incarnare la fede cristiana in contesti talora di conflitto, di minoranza e di convivenza plurale con altre tradizioni religiose.

Tale ascolto dev’essere profondamente interno alle culture e ai popoli anche per un altro motivo. Il Mediterraneo è proprio il mare del meticciato – se noi non capiamo il meticciato, non capiremo mai il Mediterraneo – un mare geograficamente chiuso rispetto agli oceani, ma culturalmente sempre aperto all’incontro, al dialogo e alla reciproca inculturazione. Nondimeno vi è bisogno di narrazioni rinnovate e condivise che ― a partire dall’ascolto delle radici e del presente ― parlino al cuore delle persone, narrazioni in cui sia possibile riconoscersi in maniera costruttiva, pacifica e generatrice di speranza.

La realtà multiculturale e pluri-religiosa del nuovo Mediterraneo si forma con tali narrazioni, nel dialogo che nasce dall’ascolto delle persone e dei testi delle grandi religioni monoteiste, e soprattutto nell’ascolto dei giovani. Penso agli studenti delle nostre facoltà di teologia, a quelli delle università “laiche” o di altre ispirazioni religiose. «Quando la Chiesa ― e, possiamo aggiungere, la teologia ― abbandona gli schemi rigidi e si apre ad un ascolto disponibile e attento dei giovani, questa empatia la arricchisce, perché “consente ai giovani di donare alla comunità il proprio apporto, aiutandola a cogliere sensibilità nuove e a porsi domande inedite”» (Esort. ap. postsin. Christus vivit, 65). A cogliere sensibilità nuove: questa è la sfida.

L’approfondimento del kerygma si fa con l’esperienza del dialogo che nasce dall’ascolto e che genera comunione. Gesù stesso ha annunciato il regno di Dio dialogando con ogni tipo e categoria di persone del Giudaismo del suo tempo: con gli scribi, i farisei, i dottori della legge, i pubblicani, i dotti, i semplici, i peccatori. A una donna samaritana Egli rivelò, nell’ascolto e nel dialogo, il dono di Dio e la sua stessa identità: le aprì il mistero della sua comunione con il Padre e della sovrabbondante pienezza che da questa comunione scaturisce. Il suo divino ascolto del cuore umano apre questo cuore ad accogliere a sua volta la pienezza dell’Amore e la gioia della vita. Non si perde niente con il dialogare. Sempre si guadagna. Nel monologo tutti perdiamo, tutti.

Una teologia interdisciplinare
Una teologia dell’accoglienza che, come metodo interpretativo della realtà, adotta il discernimento e il dialogo sincero necessita di teologi che sappiano lavorare insieme e in forma interdisciplinare, superando l’individualismo nel lavoro intellettuale. Abbiamo bisogno di teologi – uomini e donne, presbiteri, laici e religiosi – che, in un radicamento storico ed ecclesiale e, al tempo stesso, aperti alle inesauribili novità dello Spirito, sappiano sfuggire alle logiche autoreferenziali, competitive e, di fatto, accecanti che spesso esistono anche nelle nostre istituzioni accademiche e nascoste, tante volte, tra le scuole teologiche.

In questo cammino continuo di uscita da sé e di incontro con l’altro, è importante che i teologi siano uomini e donne di compassione – sottolineo questo: che siano uomini e donne di compassione –, toccati dalla vita oppressa di molti, dalle schiavitù di oggi, dalle piaghe sociali, dalle violenze, dalle guerre e dalle enormi ingiustizie subite da tanti poveri che vivono sulle sponde di questo “mare comune”. Senza comunione e senza compassione, costantemente alimentate dalla preghiera – questo è importante: si può fare teologia soltanto “in ginocchio” –, la teologia non solo perde l’anima, ma perde l’intelligenza e la capacità di interpretare cristianamente la realtà. Senza compassione, attinta dal Cuore di Cristo, i teologi rischiano di essere inghiottiti nella condizione del privilegio di chi si colloca prudentemente fuori dal mondo e non condivide nulla di rischioso con la maggioranza dell’umanità. La teologia di laboratorio, la teologia pura e “distillata”, distillata come l’acqua, l’acqua distillata, che non sa di niente.

Vorrei fare un esempio di come l’interdisciplinarità che interpreta la storia può essere un approfondimento del kerygma e, se animata dalla misericordia, può essere aperta alla trans-disciplinarità. Mi riferisco in particolare a tutti gli atteggiamenti aggressivi e guerreschi che hanno segnato il modo di abitare lo spazio mediterraneo di popoli che si dicevano cristiani. Qui vanno annoverati sia gli atteggiamenti e le prassi coloniali che tanto hanno plasmato l’immaginario e le politiche di tali popoli, sia le giustificazioni di ogni genere di guerre, sia tutte le persecuzioni compiute in nome di una religione o di una pretesa purezza razziale o dottrinale. Queste persecuzioni anche noi le abbiamo fatte. Ricordo, nella Chanson de Roland, dopo aver vinto la battaglia, i musulmani erano messi in fila, tutti, davanti alla vasca del battesimo, alla pila battesimale. C’era uno con la spada, lì. E li facevano scegliere: o ti battezzi o ciao! Te ne vai dall’altra parte. O il battesimo o la morte. Noi abbiamo fatto questo. Rispetto a questa complessa e dolorosa storia, il metodo del dialogo e dell’ascolto, guidato dal criterio evangelico della misericordia, può arricchire molto la conoscenza e la rilettura interdisciplinare, facendo emergere anche, per contrasto, le profezie di pace che lo Spirito non ha mai mancato di suscitare.

L’interdisciplinarità come criterio per il rinnovamento della teologia e degli studi ecclesiastici comporta l’impegno di rivisitare e reinterrogare continuamente la tradizione. Rivisitare la tradizione! E reinterrogare. Infatti, l’ascolto come teologi cristiani non avviene a partire dal nulla, ma da un patrimonio teologico che ― proprio dentro lo spazio mediterraneo ― affonda le radici nelle comunità del Nuovo Testamento, nella ricca riflessione dei Padri e in molteplici generazioni di pensatori e testimoni. È quella tradizione vivente giunta fino a noi che può contribuire a illuminare e decifrare molte questioni contemporanee. A patto però che sia riletta con una sincera volontà di purificazione della memoria, ossia sapendo discernere quanto è stato veicolo dell’intenzione originaria di Dio, rivelata nello Spirito di Gesù Cristo, e quanto invece è stato infedele a tale intenzione misericordiosa e salvifica. Non dimentichiamo che la tradizione è una radice che ci dà vita: ci trasmette la vita perché noi possiamo crescere e fiorire, fruttificare. Tante volte pensiamo alla tradizione come ad un museo. No! La settimana scorsa, o l’altra, ho letto una citazione di Gustav Mahler che diceva: “La tradizione è la garanzia del futuro, non la custode delle ceneri”. È bello! Viviamo la tradizione come un albero che vive, cresce. Già nel secolo quinto Vincenzo di Lérins lo aveva capito bene: la crescita della fede, della tradizione, con questi tre criteri: annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate. È la tradizione! Ma senza tradizione tu non puoi crescere! La tradizione per crescere, come la radice per l’albero.

Una teologia in rete
La teologia dopo Veritatis gaudium è una teologia in rete e, nel contesto del Mediterraneo, in solidarietà con tutti i “naufraghi” della storia. Nel compito teologico che ci attende ricordiamo San Paolo e il cammino del cristianesimo delle origini che collega l’oriente con l’occidente. Qui, molto vicino a dove Paolo sbarcò, non si può non ricordare che i viaggi dell’Apostolo furono segnati da evidenti criticità, come nel naufragio al centro del Mediterraneo (At 27,9ss). Naufragio che fa pensare a quello di Giona. Ma Paolo non fugge, e può anzi pensare che Roma sia la sua Ninive. Può pensare di correggere l’atteggiamento disfattista di Giona riscattando la sua fuga. Ora che il cristianesimo occidentale ha imparato da molti errori e criticità del passato, può ritornare alle sue fonti sperando di poter testimoniare la Buona Notizia ai popoli dell’oriente e dell’occidente, del nord e del sud.
La teologia ― tenendo la mente e il cuore fissi sul «Dio misericordioso e pietoso» (cfr Gn 4,2) ― può aiutare la Chiesa e la società civile a riprendere la strada in compagnia di tanti naufraghi, incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria. Ambedue nascono, si alimentano e crescono dalla paura.
 La teologia non si può fare in un ambiente di paura.

Il lavoro delle facoltà teologiche e delle università ecclesiastiche contribuisce all’edificazione di una società giusta e fraterna, in cui la cura del creato e la costruzione della pace sono il risultato della collaborazione tra istituzioni civili, ecclesiali e interreligiose. Si tratta prima di tutto di un lavoro nella “rete evangelica”, cioè in comunione con lo Spirito di Gesù che è Spirito di pace, Spirito di amore all’opera nella creazione e nel cuore degli uomini e delle donne di buona volontà di ogni razza, cultura e religione. Come il linguaggio usato da Gesù per parlare del Regno di Dio, così, analogamente, l’interdisciplinarità e il fare rete vogliono favorire il discernimento della presenza dello Spirito del Risorto nella realtà. A partire dalla comprensione della Parola di Dio nel suo contesto mediterraneo originario è possibile discernere i segni dei tempi in contesti nuovi.

La teologia dopo “Veritatis gaudium” nel contesto del Mediterraneo
Ho sottolineato tanto Veritatis gaudium. Vorrei ringraziare pubblicamente qui, perché è presente, mons. Zani, che è stato uno degli artefici di questo documento. Grazie! Qual è dunque il compito della teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo? Al dunque, qual è il compito? Essa deve sintonizzarsi con lo Spirito di Gesù Risorto, con la sua libertà di andare per il mondo e di raggiungere le periferie, anche quelle del pensiero. Ai teologi spetta il compito di favorire sempre nuovamente l’incontro delle culture con le fonti della Rivelazione e della Tradizione. Le antiche architetture del pensiero, le grandi sintesi teologiche del passato sono miniere di sapienza teologica, ma esse non si possono applicare meccanicamente alle questioni attuali. Si tratta di farne tesoro per cercare nuove vie. Grazie a Dio, le fonti prime della teologia, cioè la Parola di Dio e lo Spirito Santo, sono inesauribili e sempre feconde; perciò si può e si deve lavorare nella direzione di una “Pentecoste teologica”, che permetta alle donne e agli uomini del nostro tempo di ascoltare “nella propria lingua” una riflessione cristiana che risponda alla loro ricerca di senso e di vita piena. Perché ciò avvenga sono indispensabili alcuni presupposti.

Innanzitutto, occorre partire dal Vangelo della misericordia, cioè dall’annuncio fatto da Gesù stesso e dai contesti originari dell’evangelizzazione. La teologia nasce in mezzo agli esseri umani concreti, incontrati con lo sguardo e il cuore di Dio, che va in cerca di loro con amore misericordioso. Anche fare teologia è un atto di misericordia. Vorrei ripetere qui, da questa città dove non ci sono solo episodi di violenza, ma che conserva tante tradizioni e tanti esempi di santità ― oltre a un capolavoro di Caravaggio sulle opere di misericordia e la testimonianza del santo medico Giuseppe Moscati ― vorrei ripetere quanto ho scritto alla Facoltà di Teologia dell’Università Cattolica Argentina: «Anche i buoni teologi, come i buoni pastori, odorano di popolo e di strada e, con la loro riflessione, versano olio e vino sulle ferite degli uomini. La teologia sia espressione di una Chiesa che è “ospedale da campo”, che vive la sua missione di salvezza e di guarigione nel mondo! La misericordia non è solo un atteggiamento pastorale, ma è la sostanza stessa del Vangelo di Gesù. Vi incoraggio a studiare come, nelle varie discipline ― la dogmatica, la morale, la spiritualità, il diritto e così via ― possa riflettersi la centralità della misericordia. Senza misericordia, la nostra teologia, il nostro diritto, la nostra pastorale, corrono il rischio di franare nella meschinità burocratica o nella ideologia, che di sua natura vuole addomesticare il mistero».[1] La teologia, per la via della misericordia, si difende dall’addomesticare il mistero.

In secondo luogo, è necessaria una seria assunzione della storia in seno alla teologia, come spazio aperto all’incontro con il Signore. «La capacità di intravvedere la presenza di Cristo e il cammino della Chiesa nella storia ci rendono umili, e ci tolgono dalla tentazione di rifugiarci nel passato per evitare il presente. E questa è stata l’esperienza di tanti studiosi, che hanno incominciato, non dico atei, ma un po’ agnostici, e hanno trovato Cristo. Perché la storia non si poteva capire senza questa forza».[2]

È necessaria la libertà teologica. Senza la possibilità di sperimentare strade nuove non si crea nulla di nuovo, e non si lascia spazio alla novità dello Spirito del Risorto: «A quanti sognano una dottrina monolitica difesa da tutti senza sfumature, ciò può sembrare un’imperfetta dispersione. Ma la realtà è che tale varietà aiuta a manifestare e a sviluppare meglio i diversi aspetti dell’inesauribile ricchezza del Vangelo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 40). Questo significa anche una adeguata revisione della ratio studiorum. Sulla libertà di riflessione teologica io farei una distinzione. Fra gli studiosi, bisogna andare avanti con libertà; poi, in ultima istanza, sarà il magistero a dire qualcosa, ma non si può fare una teologia senza questa libertà. Ma nella predicazione al Popolo di Dio, per favore, non ferire la fede del Popolo di Dio con questioni disputate! Le questioni disputate restino soltanto fra i teologi. È il vostro compito. Ma al Popolo di Dio bisogna dare la sostanza che alimenti la fede e che non la relativizzi.

Infine, è indispensabile dotarsi di strutture leggere e flessibili, che manifestino la priorità data all’accoglienza e al dialogo, al lavoro inter- e trans-disciplinare e in rete. Gli statuti, l’organizzazione interna, il metodo di insegnamento, l’ordinamento degli studi dovrebbero riflettere la fisionomia della Chiesa “in uscita”. Tutto deve essere orientato negli orari e nei modi a favorire il più possibile la partecipazione di coloro che desiderano studiare teologia: oltre ai seminaristi e ai religiosi, anche i laici e le donne sia laiche che religiose. In particolare, il contributo che le donne stanno dando e possono dare alla teologia è indispensabile e la loro partecipazione va quindi sostenuta, come fate in questa Facoltà, dove c’è buona partecipazione di donne come docenti e come studenti.

Questo posto bellissimo, sede della Facoltà teologica dedicata a San Luigi, di cui oggi ricorre la festa, sia simbolo di una bellezza da condividere, aperta a tutti. Sogno Facoltà teologiche dove si viva la convivialità delle differenze, dove si pratichi una teologia del dialogo e dell’accoglienza; dove si sperimenti il modello del poliedro del sapere teologico in luogo di una sfera statica e disincarnata. Dove la ricerca teologica sia in grado di promuovere un impegnativo ma avvincente processo di inculturazione.

Conclusione
I criteri del Proemio della Costituzione Apostolica Veritatis gaudium sono criteri evangelici. Il kerigma, il dialogo, il discernere, la collaborazione, la rete – io aggiungerei anche la parresia, che è stata citata come criterio, che è la capacità di essere al limite, insieme all’hypomoné, al tollerare, essere nel limite per andare avanti – sono elementi e criteri che traducono il modo con cui il Vangelo è stato vissuto e annunciato da Gesù e con cui può essere anche oggi trasmesso dai suoi discepoli.

La teologia dopo Veritatis gaudium è una teologia kerygmatica, una teologia del discernimento, della misericordia e dell’accoglienza, che si pone in dialogo con la società, le culture e le religioni per la costruzione della convivenza pacifica di persone e popoli. Il Mediterraneo è matrice storica, geografica e culturale dell’accoglienza kerygmatica praticata con il dialogo e con la misericordia. Di questa ricerca teologica Napoli è esempio e laboratorio speciale. Buon lavoro!


[1] Lettera al Gran Cancelliere della “Pontificia Universidad Católica Argentina” nel centenario della Facoltà di Teologia, 3 marzo 2015.


[2] Discorso ai partecipanti al convegno dell’Associazione dei professori di Storia della Chiesa, 12 gennaio 2019.

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