Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



sabato 22 agosto 2026

LA GRANDE DOMANDA - "Verso la fine dell’estate, ogni anno ritorna questa domanda di Gesù: Ma voi, chi dite che io sia? Gesù i vuole sapere se gli abbiamo aperto il cuore." - XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

LA GRANDE DOMANDA



Verso la fine dell’estate, ogni anno ritorna questa domanda di Gesù: Ma voi, chi dite che io sia? 
Gesù i vuole sapere se gli abbiamo aperto il cuore.


In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. Mt 16,13-20
  

LA GRANDE DOMANDA
 
Verso la fine dell’estate, ogni anno ritorna questa domanda di Gesù: Ma voi, chi dite che io sia? Gesù i vuole sapere se gli abbiamo aperto il cuore.


Verso la fine dell’estate, ogni anno ritorna questa domanda di Gesù. Ogni anno con un evangelista diverso: Ma voi, chi dite che io sia?

Siamo nel nord della Palestina, nel punto più lontano da Gerusalemme, in zona pagana. Qui Gesù interroga i suoi, quasi per un sondaggio: la gente, chi dice che io sia? Rabbi, sei uno che allarga i cuori, uno innamorato di Dio, un profeta.

Dopo due anni e mezzo passati con lui, per i discepoli il cerchio si stringe: ma voi, voi dalle barche abbandonate, voi che camminate con me da anni e che ho scelto a uno a uno, chi sono io per voi?

Mi guardo dentro. Chi è per me? Uno che inquieta, uno che non mi lascia in pace; la mia gioia, il mio rimorso; uno che è ‘impossibile amare impunemente’ (Turoldo), senza sentire una stretta nelle viscere. Gesù non cerca definizioni, ma relazioni; cerca un rapporto vivo: cosa ti è successo quando mi hai incontrato? Cosa è cambiato in te? Quanto conto per te? Che posto ho nella tua vita? Sono domande da innamorato.

Perché i discepoli e le discepole gli andavano dietro? Perché io gli corro dietro? Semplice: per essere felice. Che non significa avere una vita senza ferite, ma più piena, accesa, appassionata. Gesù non ha bisogno della risposta per sapere se è più bravo degli altri rabbini, lui vuole sapere se Pietro e io gli abbiamo aperto il cuore. E Pietro risponde con parole per niente facili: Gesù non era il messia muscolare che aspettava, diceva di perdonare senza misura e di amare i nemici, un po’ un ‘anti-messia’. E a quello sguardo innamorato Pietro risponde: Tu sei il Cristo, il messia, la mano di Dio, la sua carezza, il suo sogno di libertà. Sei il figlio del Dio vivente. Colui che fa viva la vita, il miracolo che la fa fiorire.

Infine ecco il contrappasso, bellissimo: Pietro, adesso sono io che ti dico chi sei. Tu sei pietra e su questa pietra… Abbiamo bisogno di uno che ci faccia da specchio, come Pietro, aiutato da Gesù a decifrarsi e ad amarsi: quel suo essere grezzo e focoso, quella parte di sé di cui quasi si vergognava, sarebbe poi stata la più utile: Darò a te le chiavi del Regno dei cieli. Non sono le chiavi del paradiso, ma del mondo nuovo come Dio lo sogna, del segreto profondo di questa nostra vita. Date a Pietro, ma non solo a lui, a ogni credente, a tutta l’immensa carovana, con la sua fatica di seguirlo.

Le chiavi e le azioni di legare e sciogliere sono simboli molto più universali e radicali che non il potere giuridico dell’assoluzione nel sacramento della riconciliazione. Non è roba da preti, questo potere, ma da gente di vangelo, di quelli che sono con la loro vita eco e prolungamento della vita di Cristo. Ti darò le chiavi: ti do il potere di entrare come energia di trasformazione, come primo passo di un cammino anche nelle esperienze umane più squallide e perdute. Tu puoi diventare presenza trasfigurante, facendo quelle cose che Dio solo sa fare: pregare per chi ti ferisce, provare dolore per il dolore del mondo, la grande empatia con tutto ciò che vive, queste sono cose divine. Allora anche tu e io possiamo diventare piccola roccia su cui far poggiare un futuro migliore. Non macina da mulino, una pietruzza soltanto, ma nessuna piccola pietra è inutile. Qualcosa sarò, Signore, se tu farai del mio nulla qualcosa che serva a qualcuno.


L’Ave Maria dietro le sbarre

L’Ave Maria dietro le sbarre

Una poesia nata nella sezione femminile del carcere di Lecce trasforma l’Ave Maria in grido di rabbia, pentimento e richiesta di libertà. Tra versi, sovraffollamento e nuove misure alternative alla detenzione, emerge una domanda essenziale: la pena può punire senza cancellare la persona e la sua possibilità di cambiare davvero?

(Foto SIR/IA)

“Ave Maria piena di rabbia”. Potrebbe essere il titolo dell’ultimo film di Tarantino. Invece è la poesia scritta da una donna reclusa nella sezione femminile del carcere di Lecce, premiata domenica scorsa a Santa Caterina di Nardò con il premio “Afrodite”. Tre parole bastano a incrinare una formula recitata da secoli: dove ci si aspetta la grazia, arriva la rabbia. Non è una profanazione. È una preghiera.

I versi non spiegano, elencano. Il sole che sorge sulla sezione femminile, i rimpianti senza fine, il blindo che si chiude, l’insonnia, “c’è chi prende le gocce e non si vergogna”, la “sezione psichiatria” che non aveva “mai pensato in vita mia”. E un finale che rovescia tutto: “Ave Maria piena di rabbia, mi son pentita, aprite sta gabbia”. Il pentimento non viene esibito come merito. Apre una richiesta, non chiude un conto.

C’è, in quel gesto, qualcosa che richiama “La Terra Santa” di Alda Merini. Non per qualità o consapevolezza letteraria, che sarebbe improprio mettere sullo stesso piano, ma per il procedimento: portare il vocabolario del sacro dentro il luogo della reclusione e costringerlo a misurarsi con il dolore psichico, la chiusura, il desiderio di salvezza. Merini sovrappose il manicomio alla terra promessa. Qui l’Ave Maria viene piegata alla misura di una cella. Con il registro popolare, “Le Mantellate” di Strehler e Carpi, incisa da Ornella Vanoni nel 1959, aveva fatto qualcosa di simile: una campana che suona a tutte le ore e la constatazione che “Cristo nun ce sta dentr’a ’ste mura”. Sessantasette anni dopo, da una cella di Lecce, qualcuno chiama comunque.

Leone XIV, il 10 giugno scorso nel centro penitenziario “Brians 1” di Barcellona, ha detto ai detenuti che “essere umani ed essere cristiani non consiste nel non sbagliare, ma nel crescere nella capacità di convertirsi, pentirsi, emendarsi e, soprattutto, di riconciliarsi e perdonare”. Non è un’assoluzione a buon mercato: il pentimento è un processo, non un certificato. In quei versi la conversione non cancella ciò che è accaduto e non pretende di farlo. Domanda che l’errore non coincida per sempre con la persona che lo ha commesso. Anche Francesco, rileggendo Giobbe, aveva riconosciuto dignità alla preghiera che protesta: Dio accoglie perfino una parola pronunciata nella rabbia contro di lui, mentre respinge la religiosità che pretende di spiegare il dolore con il cuore freddo. “La protesta è un modo di preghiera”, disse. Meglio la rabbia che si rivolge a Dio del moralismo che parla di Dio senza ascoltare chi soffre.

È entrata in vigore in questi giorni la legge 5 agosto 2026, n. 140, che apre ai condannati tossicodipendenti e alcoldipendenti con pena, anche residua, fino a otto anni una detenzione domiciliare da scontare, se il programma di recupero è residenziale, in comunità terapeutica. I giornali la chiamano “svuota-carceri”: è un’etichetta, non una categoria giuridica. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha parlato di almeno diecimila persone che potrebbero uscire. Le risorse coprono per il 2026 circa cinquecento posti, e le linee guida attuative sono attese entro centoventi giorni. Intanto i detenuti sono 64.741 su 46.343 posti realmente disponibili, con un affollamento del 139,7%. A Lecce quasi 1.500 reclusi per 780 posti. Trentotto i suicidi nei primi sette mesi dell’anno. Quasi un detenuto su due assume sedativi o ipnotici.

La statistica e il verso dicono la stessa cosa. Solo che uno dei due nomina la vergogna.

Nessuno pensi che una poesia risolva tutto questo. Non aggiunge un posto letto, non finanzia una comunità, non scrive un decreto. Fa un’altra cosa, e non è poco: restituisce un soggetto là dove il sistema conta presenze. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. È una norma, non un auspicio.

I versi premiati saranno incisi sulla ceramica e collocati sul lungomare di Santa Caterina. Usciranno dal carcere prima di chi li ha scritti. Chi li leggerà, camminando davanti al mare, dovrà decidere se sono la voce di una colpevole o la preghiera di una persona. La Costituzione ha già risposto: sono la stessa cosa.
(fonte: SIR, articolo di Riccardo Benotti 22/08/2026)




Minori e digitale. - Dopo le soluzioni adottate in Australia e Francia per i social, la proposta di legge a tutela dei bimbi da 0 a 3 anni in Italia

Minori e digitale.
 
Dopo le soluzioni adottate in Australia e Francia per i social, la proposta di legge a tutela dei bimbi da 0 a 3 anni in Italia

Proteggere bambini e ragazzi da contenuti dannosi sui social, ma anche preservare il loro sviluppo neurocognitivo. Questo è il filo conduttore delle leggi approvate in Australia e Francia, ora da rivedere dopo che il Consiglio costituzionale francese ha censurato l'articolo 1 della legge, e di una proposta di legge presentata in Italia

Foto Calvarese/SIR

L’uso di smartphone, tablet e social da parte dei minori preoccupa sempre di più per gli effetti che può provocare su bambini e adolescenti. Una preoccupazione condivisa in tutto il mondo e sostenuta da diversi studi. Intanto, il 15 aprile 2026 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato che un’app europea per la verifica dell’età è tecnicamente pronta e sarà presto disponibile per consentire agli utenti di dimostrare la propria età quando accedono alle piattaforme online. Questa soluzione risponde al dovere di

“proteggere i nostri figli nel mondo online, così come lo facciamo nel mondo offline”,

ha spiegato la presidente, in modo efficace e armonizzato a livello europeo. Sarà facile da usare, perché la si potrà configurare con il passaporto o la carta d’identità che serviranno per dimostrare la propria età quando si accede ai servizi online, “nel rispetto dei più elevati standard di privacy al mondo” e su qualsiasi dispositivo. Ed è anche completamente open source, cioè potrà essere utilizzata dai Paesi partner su scala globale. “L’Europa offre una soluzione gratuita e facile da usare che può proteggere i nostri figli da contenuti dannosi e illegali” e le piattaforme “non avranno più scuse”.

La prima nazione al mondo ad aver adottato una legge sul divieto dei social ai minori è l’Australia. La nuova norma è entrata in vigore il 9 dicembre 2025 in Australia, stabilendo che i ragazzi sotto i 16 anni non possono più accedere o aprire account su YouTube, TikTok, Facebook, Snapchat, Instagram, X, Reddit, Twitch e Threads. Previste multe milionarie per le aziende che non rispettino il divieto, mentre i ragazzi under 16 o i loro genitori non vengono sanzionati o multati se riescono ad accedere. Per evitare sanzioni le piattaforme devono individuare e disattivare gli account di under 16; impedire la creazione di nuovi account; contrastare i tentativi di aggiramento; prevedere procedure per correggere gli errori di identificazione dell’età. Neppure i genitori possono dare il consenso per derogare al divieto. L’accesso è vietato in modo assoluto sotto i 16 anni. A marzo 2026 la legge è stata perfezionata concentrandosi soprattutto sui social con caratteristiche come feed infiniti, sistemi di raccomandazione algoritmica, “like” e altre funzioni progettate per aumentare il coinvolgimento.

La Francia aveva approvato il 21 luglio 2026 una legge che vieta l’accesso ai social network ai minori di 15 anni. La misura sarebbe dovuta entrare in vigore dal 1° settembre 2026 per i nuovi profili, con un periodo di transizione per gli account già esistenti fino a gennaio 2027. Ma la legge ha subito una battuta d’arresto, nei giorni scorsi. Infatti, il Consiglio costituzionale francese ha censurato l’articolo 1 della legge sulla protezione dei minori dai rischi legati all’utilizzo dei social network, ritenendo che il divieto, così come formulato dal legislatore, producesse un’ingerenza, non sufficientemente giustificata, nella libertà di espressione e comunicazione. Il Consiglio costituzionale non ha stabilito che la protezione dei minori online sia illegittima. Ha contestato il modo in cui il legislatore francese ha cercato di raggiungere quell’obiettivo. La decisione è particolarmente rilevante perché è intervenuta a poche settimane dall’entrata in vigore prevista della misura e mette in discussione uno dei provvedimenti simbolo della politica francese di protezione dei minori nell’ambiente digitale. Alla luce di tutto ciò, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha incaricato il primo ministro Sébastien Lecornu di preparare un nuovo testo della legge sul divieto dei social per gli under 15 “nel più breve tempo possibile”, un testo che sia “giuridicamente solido” e “tenga conto della decisione del Consiglio costituzionale e del quadro europeo”, ha riferito l’Eliseo.

Non sono solo i social fruiti da minori prima dei 15/16 anni a preoccupare. L’uso di smartphone e tablet inizia molto prima. Il neurologo Pierluigi Brustenghi, nel 2025, in un incontro promosso dal Centro per il libro e la lettura, spiegava:

“Da circa dieci anni stanno arrivando lavori che documentano quale danno dall’uso del digitale ha il cervello in età evolutiva. Il cervello matura a 25 anni, ma la maturazione è ritardata se i bambini sono precocemente dotati di smartphone e tablet, perché si producono alterazioni sinaptiche patologiche”.

Nel 2024 la Oxford University ha incoronato parola dell’anno l’espressione “brain-rot” che significa “cervello macerato”, “marciume cerebrale”.

(Foto Terre des Hommes)
Per rispondere all’allarme sociale che già i piccolissimi “scrollano” con in mano uno smartphone o un tablet, è presentata il 23 luglio al Senato su iniziativa della senatrice Simona Malpezzi e promossa insieme alla Società italiana di pediatria e a Fondazione Terre des Hommes Italia Ets la proposta di legge “Disposizioni per la regolamentazione dell’esposizione ai dispositivi digitali nei bambini e nelle bambine da zero a tre anni a tutela del loro sviluppo neurocognitivo, fisico e relazionale e per la promozione di un graduale accesso al loro utilizzo durante la minore età”. Il disegno di legge prevede niente smartphone, tablet e altri dispositivi digitali sotto i tre anni, più sostegno ai genitori fin dalla gravidanza e servizi per la prima infanzia senza schermi.

Il testo, sostenuto in maniera bipartisan da parlamentari di tutti i gruppi politici, punta a introdurre Linee guida nazionali sull’esposizione agli schermi dei bambini e bambine, codificandola come prassi estremamente dannosa e da evitare entro i tre anni di vita. Una legge per costruire un’alleanza con i genitori e che chiama a raccordo tutto il sistema che ruota attorno al bambino: corsi preparto, punti nascita, consultori e pediatri, tutti chiamati ad accompagnare il neo genitore a prendere coscienza di come, una crescita sana, non debba includere il digitale nei primi trentasei mesi di vita del bambino.

Di qui l’importanza della formazione dei professionisti sanitari, educativi e sociali sui rischi legati a un utilizzo troppo precoce dei dispositivi digitali, nonché la costruzione di una struttura di governance atta a rendere la legge strumento dinamico e flessibile, capace di cogliere l’evoluzione del fenomeno, con attenzione e rigore scientifico. La proposta nasce da un patrimonio crescente di evidenze scientifiche secondo cui l’esposizione precoce e non appropriata ai dispositivi digitali può avere ricadute sullo sviluppo dei bambini e delle bambine. La revisione della letteratura scientifica condotta dalla Commissione Dipendenze digitali della Società italiana di pediatria, che ha analizzato 78 studi sugli effetti dell’esposizione digitale, evidenzia infatti come

ogni 30 minuti di schermo in più al giorno possono raddoppiare il rischio di ritardo del linguaggio. Ed effetti negativi si riscontrano anche sulle capacità attentive ed esecutive, sulla regolazione emotiva, sul sonno e sulla relazione tra adulto e bambino.
(fonte: SIR, articolo di Gigliola Alfaro 17/08/2026)


venerdì 21 agosto 2026

La Repubblica di San Marino e Rimini attendono Leone XIV

Domani la visita pastorale nel piccolo Stato, al Meeting per l’amicizia fra i popoli e nella città romagnola

La Repubblica di San Marino
e Rimini
attendono Leone XIV


Una giornata intensa scandita da tre tappe diverse, ma unite dalla fede. È quella che vivrà domani, sabato 22 agosto, Leone XIV, recandosi in visita pastorale nella Repubblica di San Marino, al Meeting per l’amicizia dei popoli — 44 anni dopo san Giovanni Paolo II — e nella città di Rimini.

Numerosi gli appuntamenti che attendono il Papa dall’arrivo al mattino nella più antica Repubblica del mondo tuttora esistente e che proprio cento anni fa allacciava le relazioni diplomatiche con la Santa Sede; per proseguire poi nel pomeriggio alla 47ª edizione del Meeting sul tema dantesco «L’amor che move il sole e l’altre stelle» e nella città romagnola.

Entrambe le Chiese locali si sono preparate con cura all’avvenimento, come spiegano sul nostro giornale i due pastori interessati dalla visita. L’arrivo del Successore di Pietro, sottolinea il vescovo di San Marino-Montefeltro, monsignor Domenico Beneventi, «è un segno di unità con tutta la Chiesa universale e di speranza per affrontare il futuro nello spirito della missione e dell’evangelizzazione».

«La Chiesa che Leone XIV incontrerà — gli fa eco l’ordinario di Rimini, monsignor Nicolò Anselmi — è una Chiesa viva, fatta di volti, generazioni, carismi e storie differenti; una Chiesa che sa pregare e fare festa, stare accanto alle persone fragili e dare fiducia ai giovani».

Leggi anche:

Nel cuore della Chiesa di Domenico Beneventi

Una semina feconda di Nicolò Anselmi


Tempo buono e traboccante di Francesco Marruncheddu

(fonte: L'Osservatore Romano 21/08/2026)

#vecchiaia -Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#Vecchiaia
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


O vecchiaia, quale speranza di piacere hai in te!
Ognuno vuole arrivare a te, ma quando ti ha provato si pente. 

Si celebra oggi a livello ecclesiale la giornata dei nonni, a causa della memoria liturgica di Anna e Gioacchino, genitori di Maria, la madre di Gesù. È imponente la letteratura su quella che con un eufemismo ora è chiamata “terza età”. Abbiamo scelto un frammento di Euripide, il celebre autore greco di tragedie vissuto nel V sec. a.C. Siamo stati tentati di ricorrere anche al più noto Cicerone, attingendo a una delle sue opere, emblematica già nel titolo De senectute, ove si ritrova lo stesso concetto: «Tutti desiderano raggiungere la vecchiaia, ma una volta raggiunta, l’accusano». Effettivamente, da un lato, si fa di tutto per allungare la vita, quasi in una laica rincorsa all’immortalità. Anzi, l’inverno demografico – come si è soliti dire – lascia spazio a una folla di canizie: è ciò che lamentano le istituzioni pensionistiche e, per quanto mi riguarda, lo conferma la distesa di teste canute o calve che si intravedono dagli amboni delle chiese. D’altro lato, bisogna riconoscere che, raggiunta quella meta, come osservano Euripide e Cicerone, inizia la querimonia degli acciacchi, della solitudine, del vuoto quotidiano, per non parlare poi della dipendenza da badanti o lo spalancarsi delle porte di una Rsa. 
Un antico sapiente biblico, il Qohelet/Ecclesiaste, non esitava a invitare il giovane a godere la sua età: «Prima che vengano i giorni tristi e gli anni di cui dovrai dire: Non ci provo alcun gusto!» (12,1). Eppure, ha ugualmente ragione il citato Cicerone quando affermava: «Nessuno è tanto vecchio da non pensare di poter vivere ancora un anno». C’è, comunque, una verità nella convinzione che la lunga esperienza di vita possa diventare una fonte di saggezza, purtroppo spesso inascoltata dai giovani, fermo restando, però, che la stupidità non ha età.

(Fonte: Il Sole 24 ore - Domenica del 26.07.2026)

giovedì 20 agosto 2026

Anna Foa: «Quei numeri sulla pelle dei prigionieri palestinesi uno schiaffo alla Memoria della Shoah»

Anna Foa:
«Quei numeri sulla pelle dei prigionieri palestinesi
uno schiaffo alla Memoria della Shoah»

Intervista alla storica ebrea Anna Foa, che condanna le immagini in cui si vedono palestinesi fermati in Cisgiordania che vengono marchiati con dei numeri dall’esercito israeliano: «Per me un grande dolore vedere queste fotografie. Il richiamo alla pratica nazista nei campi di sterminio è evidente. Come se volessero dire: “ora abbiamo noi il marchio dalla parte del manico”»


Le immagini di alcuni palestinesi fermati in Cisgiordania con un numero impresso sulla fronte con un pennarello hanno richiamato alla memoria l’orrore dei campi di sterminio, quando ancora prima di essere mandati a morire, gli ebrei venivano spogliati della loro identità e ridotti a numeri tatuati sul braccio. Numeri che sono rimasti sulla pelle dei sopravvissuti come testimonianza di un orrore a cui l’intera umanità non avrebbe più voluto assistere. E invece, qualcosa di simile torna ad accadere, e per mano di coloro che quella memoria più di tutti avrebbero dovuto tenerla viva, non certo per farla diventare una vendetta della storia.

Ne abbiamo parlato con Anna Foa, storica dell’ebraismo, che con il recente saggio Il suicidio di Israele ha preso le distanze in modo inequivocabile dalle azioni del governo israeliano.

Anna Foa, autrice di "Il suicidio di Israele", vincitore del Premio Strega Saggistica 2025. (ANSA)

«È un grande dolore assistere a scene come queste, soprattutto per gli ebrei come me, la cui storia comprende anche la Shoah. Certo, non è la stessa cosa del tatuaggio sul braccio, perché qui è scritto con un pennarello, ma la disumanizzazione resta, e il richiamo alla pratica nazista nei campi di sterminio è evidente. Come se nascesse dalla volontà di invertire proprio quello che era successo e dire, come a dire: ora abbiamo noi il marchio dalla parte del nemico. Ed è ancora più grave perché non è stata messa in atto dai coloni, ma dall’esercito, quindi un’istituzione ufficiale del governo».

Il numero tatuato sul braccio di uno dei sopravvissuti di Auschwitz-Birkenau (ANSA)

E non è neanche la prima volta. Nell’aprile scorso una cosa simile era stata fatta ad alcune donne palestinesi a cui era stato concesso di rientrare a Jenin dopo un’evacuazione, per recuperare alcuni effetti personali.

«Un episodio che era stato negato, perché considerato non corrispondente ai canoni dell’esercito israeliano, ma ora accade di nuovo e non può essere un caso, o semplicemente una situazione di comodo. Anche perché documentato dalle foto. Quindi, in un certo senso, ostentata, rivendicata come qualcosa di cui andare fieri, e questo è, a mio avviso, spaventoso. Dietro questo semplice gesto c’è tutto quello a cui stiamo assistendo da tempo: la volontà apertamente dichiarata di voler ammazzare i palestinesi, cacciare i palestinesi, disumanizzare i palestinesi, uccidere anche i neonati. Andando contro la stessa etica ebraica della storia, oltre naturalmente contro il diritto internazionale e la giustizia. Si è superato ogni limite».

Il ministro della sicurezza nazionale di Isreale Ben Gvir (ANSA)

D’altronde, lo stesso ministro della Sicurezza israeliano Ben Gvir, in una delle sue ultime dichiarazioni pubbliche, ha detto “Ritengo che a Gaza si debbano effettuare omicidi mirati, eliminando 30-40 persone ogni notte. Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere, non dovrebbero vivere, non sono nemmeno persone...”

«La cosa che mi colpisce in questo tipo di esternazione è che magari molti altri la pensano come lui, ma nessuno aveva mai osato dirlo per paura dell’isolamento, delle reazioni del mondo. Ora invece si osa dire cose del genere, si osa dire: “Io sono un assassino e voglio uccidere ogni giorno 40 persone, innocenti o meno che siano, non mi importa, ogni giorno”. Ben Gvir però non è semplicemente un matto, è il frutto di un’ideologia costruita nel tempo, è il frutto dell’incapacità anche del mondo ebraico di voler essere assolutamente maggioranza. E ci porta indietro nel tempo: quando gli ebrei della diaspora hanno cominciato ad allontanarsi dalla percezione di essere una minoranza per voler diventare maggioranza? Come hanno sviluppato l’incapacità di pensare che esiste un mondo intorno a loro? Che cosa è successo? Ci sono stati dei momenti in cui la storia di Israele poteva andare in un modo diverso, e spero che in futuro ci sia una nuova possibilità di uscita da questa deriva terribile».

Eppure chi condanna le azioni del governo Netanyahu viene accusato di antisemitismo.

«Io dico: meno male che il mondo giudica, se non giudicasse sarebbe ancora peggio, significherebbe la totale indifferenza. Poi, purtroppo, ci sono derive antisemite. Mi ha colpito un commento sui social: “Il baffetto aveva avuto ragione”, ma senza arrivare a questi estremi molte persone non riescono a capire, perché confesso che è davvero difficile anche per me. Io, da due anni e mezzo, quando parlo e scrivo, combatto proprio contro questo rinchiudersi nei recenti e tacciare ogni critica con antisemitismo. Io stessa vengo accusata di essere una rinnegata».

Alcuni bambini palestinesi nel campo profughi di Khan Yunis, a sud di gaza (EPA)

Anche tra molti gli ebrei laici, o comunque moderati, la reazione sempre più spesso e quella di negare lo sterminio in atto.

«Sì, c’è una volontà di negazione, la tipica reazione che le persone hanno di fronte a qualcosa che ti supera, che ti sovrasta, che non riesci a capire, che non riesci ad accettare, che ti fa paura. Per me, però, è inconcepibile che il mondo ebraico della diaspora, quello italiano in particolare, non si renda conto che, negando l’evidenza, alimenta i rigurgiti che diventano sì, davvero antisemiti. Col rischio che, a un certo punto, ci troveremo in un mondo in cui quel signore che ha scritto “Il baffetto aveva ragione” non sarà più solo un fenomeno isolato. Quando invece si arriverà a capire che quello che sta accadendo nei territori supera ogni limite di ragionevolezza e rinnega la stessa storia della Memoria, allora forse cambierà anche questo rigurgito antisemita e il mondo comincerà a riflettere e ad attribuire le colpe a chi le ha veramente, e non a tutti gli ebrei indistintamente, così come Netanyahu attribuisce la colpa di Hamas a tutti i Palestinesi».

A ottobre ci saranno le nuove elezioni. Questa escalation di violenza rafforzerà l’estrema destra?

«Dalle analisi che appaiono sui giornali israeliani non sembra che l’estrema destra possa uscire rafforzata. Salvo nuove provocazioni molto forti, io spero proprio che si arrivi, con una campagna elettorale accesa ma comunque dentro i limiti della normalità, a delle elezioni che rovescino Netanyahu. Dopodiché resterà da vedere chi vincerà davvero le elezioni e quali saranno le sue possibilità. Caduto Netanyahu, cadranno anche questi rigurgiti di estremismo e di fanatismo ebraico che vediamo all’opera anche nell’azione dell’esercito, condizionato dalla forte presenza di religiosi estremisti al suo interno e con un orientamento che spinge ad aberrazioni come il marchiare delle persone con dei numeri».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Fulvia Degl'Innocenti 19/08/2026)


UDIENZA GENERALE 19/08/2026 Leone XIV: "Il canto e la musica sintonizzano il cuore con quello dei fratelli e con Dio ..."

UDIENZA GENERALE

Basilica di San Pietro
Mercoledì, 19 agosto 2026


*****************

Leone XIV



I Documenti del Concilio Vaticano II.

II. Costituzione Sacrosanctum Concilium.

6. La musica sacra


Cari fratelli e sorelle,

il sesto capitolo della Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC) del Concilio Vaticano II è dedicato alla musica sacra. Esso afferma: «La tradizione musicale della Chiesa costituisce un tesoro d’inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria e integrante della liturgia solenne» (SC, 112) e specifica: «La musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia dando alla preghiera un’espressione più soave e favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri» (ibid.).

Troviamo qui il nucleo dell’insegnamento conciliare, che conferma e approfondisce la funzione ministeriale della musica nella liturgia, già messa in luce da San Pio X nel Motu Proprio Inter sollicitudines (22 novembre 1903). La musica, infatti, è parte dell’azione liturgica e non mera decorazione della celebrazione. Nella liturgia, cantare e suonare significa pregare, sintonizzando il proprio cuore con quello delle sorelle e dei fratelli e con Dio, nella partecipazione attiva al mistero celebrato. In particolare la musica esprime la dimensione affettiva della preghiera, come afferma Sant’Agostino: «Cantare amantis est», cioè «cantare è proprio di chi ama» (Sermo 336, 1). Questo è molto importante, perché aiuta ad aprire il cuore all’agire di Dio nella grazia e a lasciarsene plasmare.

Il canto, inoltre, favorisce la comunione. Attraverso la sinfonia delle voci contribuisce all’unione degli animi, superando le differenze tra le persone e riunendo tutti nella lode a Dio. Diventa così epifania della Chiesa, manifestazione sensibile della comunione che appartiene alla sua stessa natura.

Dalla profonda valenza teologica del canto sacro, come parte integrante dell’azione liturgica, derivano alcune esigenze. Una prima è che, al di là delle mode o delle particolari sensibilità degli autori, esso deve rispondere a tutti i livelli a ciò che è più appropriato per il momento celebrativo. La forma, poi, specialmente nel suo aspetto melodico, dev’essere al tempo stesso nobile e semplice, di alta qualità musicale e facilmente eseguibile, soprattutto quando è destinata ad essere cantata da tutta l’assemblea (cfr SC, 121).

Per lo stesso motivo il Concilio raccomanda che anche i testi siano adeguati, profondi e nel contempo agevolmente comprensibili, ispirati principalmente alla Sacra Scrittura, ai libri liturgici e alla Tradizione spirituale della Chiesa. Su questo occorre vigilare, perché si mantenga viva e cresca la dinamica espressa nell’antico principio “lex orandi lex credendi”, cioè la legge della preghiera è anche legge della fede.

Sacrosanctum Concilium dedica ampio spazio al tema della partecipazione attiva dei fedeli (cfr n. 114). Essa «deve essere compresa […] a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l’esistenza quotidiana» (Benedetto XVI, Esort. ap. Sacramentum caritatis, 52) in uno «spirito di costante conversione che deve caratterizzare la vita di tutti i fedeli» (ibid. 55). Quanto poi al modo concreto con cui essa si può realizzare attraverso lo specifico ruolo della musica sacra, la Costituzione offre una risposta chiara: «Si curino le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti» e «un sacro silenzio» (SC, 30), ed esorta ciascuno, ministro o fedele, a compiere «tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza» (SC, 28), nell’armonico equilibrio tra i diversi ministeri, i vari interventi e i momenti di silenzio.

Il Concilio attribuisce poi grande valore al canto gregoriano, pur non escludendo dalla celebrazione altri generi di musica sacra. Un’attenzione particolare è rivolta anche all’organo (cfr SC, 120), mentre l’impiego di altri strumenti è ammesso «purché siano adatti all’uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l’edificazione dei fedeli» (SC, 120).

Un tema caro alla riforma conciliare è quello dell’inculturazione, anche nel campo della musica sacra. Si sottolinea, in particolare, in relazione alle tradizioni musicali delle diverse culture, l’importanza di tenerle in seria considerazione, come parte della vita religiosa e sociale delle persone. Si raccomanda perciò, da una parte, di implementare in tutti un’adeguata «educazione del senso religioso» (SC, 119) e, dall’altra, «per quanto è possibile […], di promuovere la musica tradizionale di quei popoli, tanto nelle scuole, quanto nelle azioni sacre» (ibid.).

Un compito particolare è riconosciuto, nel contesto liturgico, alla schola cantorum, strumento pastorale di cui si raccomanda la promozione, con il compito «di curare l’esecuzione esatta delle parti sue proprie, secondo i vari generi di canti, e favorire la partecipazione attiva dei fedeli nel canto» (S. Congr. dei Riti, Istr. Musicam sacram, 19).

A tal fine, il compositore di musica sacra è chiamato a conoscere e custodire il patrimonio musicale della Chiesa, lasciandosi ispirare da esso per dare vita a nuove composizioni al servizio della liturgia, nel rispetto della sensibilità contemporanea e delle diverse tradizioni culturali, così da «purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra, per assicurare dignità e bontà di forme alla musica liturgica» (S. Giovanni Paolo II, Chirografo sulla musica sacra, 22 novembre 2003, 3).

Per tutte queste ragioni i Padri Conciliari raccomandano di promuovere la formazione e la pratica della musica sacra, «nei seminari, nei noviziati dei religiosi e delle religiose e negli studentati, come pure negli altri istituti e scuole cattoliche» (SC, 115), e di assicurare ai musicisti e ai cantori una solida formazione liturgica (cfr ibid.).

Cari fratelli e sorelle, i Padri della Chiesa hanno tenuto in grande considerazione il canto liturgico, simbolo della comunione ecclesiale. Perciò possiamo concludere con queste belle espressioni di Sant’Ignazio di Antiochia: «Voi, uno per uno, diventate un coro, affinché armoniosi nell’accordo e prendendo la tonalità di Dio nell’unità, cantiate all’unisono attraverso Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e, dalle opere buone che realizzate, riconosca che siete membra del Figlio suo» (Lettera agli Efesini, 4, 2).


_________________________________

Saluti

...

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Suore Figlie della Divina Provvidenza, riunite per il loro Capitolo Generale, e le incoraggio a ravvivare la fiamma della carità che ha caratterizzato la vita della Fondatrice, la Venerabile Madre Elena Bettini.

Saluto, altresì, i religiosi passionisti e i cappuccini; i fedeli delle parrocchie di Macchia Valfortore, Castello di Godego e quelli dell’Unità pastorale di Ponteranica, come pure il coro Serpeddì di Sinnai. Tutti invito a testimoniare con gioia l’amore di Cristo per ogni creatura.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Desidero rivolgere a ciascuno l’invito a sviluppare sempre in se stessi un’autentica coscienza di pace. Abbiate la sincera consapevolezza che la pace è un bene prezioso e grande e che occorre un forte e costante impegno per realizzarla, seguendo con onestà e verità le vie che la costruiscono e la confermano nella società.

A tutti la mia benedizione!


Guarda il video integrale


mercoledì 19 agosto 2026

Anniversario morte di Alcide De Gasperi - De Gasperi, uomo di fede che seppe guardare oltre le macerie della guerra - Vi racconto il sostegno di De Gasperi alle lavoratrici madri.

Anniversario morte di Alcide De Gasperi 

De Gasperi, uomo di fede che seppe guardare oltre le macerie della guerra

In una dichiarazione resa dal cardinale vicario generale per la Diocesi di Roma, in occasione del settantaduesimo anniversario della morte dello statista che ricorre mercoledì 19 agosto il porporato ricorda il suo ruolo cruciale nella "rinascita democratica dell’Italia e del progetto europeo". La sua memoria, tuttavia, è anche un'occasione "per interrogarsi sulla dignità della politica", abitando la storia con fedeltà al Vangelo


Uomo di fede "profonda, austera, mai ostentata, vissuta come criterio di discernimento", la cui statura emerse soprattutto nella capacità di "guardare oltre le macerie della guerra". Così il cardinale vicario generale per la Diocesi di Roma, Baldo Reina, ha definito Alcide De Gasperi in una dichiarazione resa in occasione del settantaduesimo anniversario della morte, che ricorre mercoledì 19 agosto.

Protagonista della rinascita italiana

Il ricordo dello statista, afferma il porporato, rappresenta un'occasione per rendere omaggio "a uno dei protagonisti della rinascita democratica dell’Italia e del progetto europeo", ma anche per interrogarsi "sulla dignità della politica e sulla possibilità, per un cristiano, di abitare la storia con fedeltà al Vangelo senza trasformare la fede in strumento di potere".

Una politica "alta"

Avere conosciuto la persecuzione fascista, il carcere e le "lacerazioni ideologiche del Novecento", scrive Reina, ha sostenuto De Gasperi nella maturazione di una "concezione alta della politica, estranea alla seduzione del potere e alla contrapposizione tra amici e nemici". Là dove l'Europa conobbe "la devastazione dei nazionalismi", lo statista indicò "la via della riconciliazione e di istituzioni capaci di trasformare antiche inimicizie in un destino condiviso".

Il ricordo di Papa Leone XIV

Il cardinale menziona poi il ricordo che Papa Leone XIV dedicò a De Gasperi, sottolineando che "il suo amore per Dio sosteneva la dedizione alla Patria" e affermando che "la politica, la diplomazia e la difesa nazionale diventano strumenti di autentica carità quando sono vissute con animo umile". La dichiarazione si conclude ricordando come le spoglie di De Gasperi riposino nella basilica romana di San Lorenzo fuori le Mura e che il 28 febbraio 2025, nel Palazzo Apostolico Lateranense, si è conclusa la fase diocesana della causa di beatificazione.
(fonte: Vatican News 18/08/2026)

************


Vi racconto il sostegno di De Gasperi alle lavoratrici madri.

La riflessione di Giorgio Girelli, coordinatore del Centro Studi Sociali “A. De Gasperi”

L’eredità di Alcide De Gasperi non riguarda soltanto la ricostruzione economica, la scelta europea e l’adesione alla Nato. La legge del 1950 sulla tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri rivela il volto progressista del suo centrismo e offre ancora oggi spunti per affrontare occupazione femminile, famiglia e crisi demografica. 


Sono trascorsi 72 anni dalla scomparsa, il 24 agosto 1954, di Alcide De Gasperi e la sua memoria è viva nell’opinione pubblica e nel dibattito politico. Durante i suoi governi (1945-1953), l’Italia realizzò importanti interventi strutturali ed economici per la ricostruzione post-bellica, tra cui la Riforma agraria (749.000 ettari espropriati ai latifondisti e assegnati ai contadini), l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno (infrastrutture, strade e opere idrauliche nel Meridione), il Piano Ina-Casa (due milioni di vani per famiglie a basso reddito), la fondazione dell’Eni (perseguimento dell’autonomia nello sviluppo energetico del Paese), la riforma tributaria ed economica (risanamento del bilancio e ancoraggio dell’Italia a un’economia di mercato aperta e occidentale), la scelta europea, il legame con gli Stati Uniti e l’adesione alla Nato.

Tanto che lo storico Piero Craveri concluse la biografia dello statista trentino scrivendo che l’Italia di oggi è quella disegnata in età degasperiana.

Ma nella rievocazione di tanti meriti non trova posto, pur in tempi di intensa attenzione all’emancipazione femminile, l’innovativo apporto di De Gasperi allo sviluppo del ruolo della donna. E in particolare a quel settore che anche oggi non riluce nel dibattito femminile: la tutela delle lavoratrici madri.

Eppure è un nodo attualissimo, specie in presenza dell’“inverno demografico”, che dovrebbe indurre a misure che consentano alla mamma di conciliare lavoro e cura dei figli. In assenza delle quali, essendo spesso indispensabile lo stipendio della donna accanto a quello del marito per gestire dignitosamente una famiglia, la rinuncia ai figli è consequenziale.

Ebbene, nel corso del sesto governo De Gasperi (27 gennaio 1950-26 luglio 1951) venne compiuto un passo storico per la protezione delle donne con la legge 26 agosto 1950, n. 860, la prima organica e moderna normativa sulla tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri e tappa storica nel percorso voluto dalla Costituzione, che all’articolo 37 recita: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.

La riforma rappresentava un forte stacco rispetto al passato perché, dando corso all’attuazione della Costituzione, segnalava come nel dopoguerra il rilievo riconosciuto alle donne fosse un dato di fatto e, perseguendo l’intento di una disciplina più organica di tutta la materia, tendeva, nei limiti oggettivamente consentiti, a una remunerazione adeguata al costo della vita.

Gestì per conto del governo l’iter della legge l’allora ministro del Lavoro Amintore Fanfani, lo stesso statista cui si deve in Costituzione la definizione dell’Italia quale «Repubblica democratica fondata sul lavoro».

Come ricorda in un saggio Angela Maria Bocci, ordinaria di storia economica alla Sapienza di Roma, “i punti fondamentali della legge, in termini sintetici, riguardavano il divieto di licenziamento dall’inizio della gestazione fino al compimento del primo anno di età del bambino; il divieto di adibire le donne in gravidanza al trasporto e al sollevamento di pesi o a lavori pericolosi; l’obbligo all’astensione dal lavoro nei tre mesi precedenti il parto e nelle otto settimane successive. Inoltre venivano previsti periodi di riposo per l’allattamento nonché – elemento fondamentale – il trattamento economico durante le assenze per maternità”.

Traguardi non da poco, tenendo conto delle gracili condizioni economiche del Paese di allora.

La relazione generale sulla situazione economica del Paese presentata dal ministro del Tesoro Pella alla Camera il 30 gennaio 1950 evidenziava infatti che le difficoltà strutturali dell’economia italiana dopo il secondo conflitto mondiale si erano aggravate. Inoltre, con il ministero del Tesoro a Gustavo Del Vecchio e con le Finanze a Pella, il neoministro del Lavoro e della Previdenza sociale Amintore Fanfani si trovò a dover fare i conti con un gabinetto a egemonia liberista che, pur con alcune differenziazioni, tendeva a contenere la linea riformista della politica del lavoro ispirata ai principi della dottrina sociale cristiana.

Ma non mancò l’appoggio risolutore di De Gasperi, secondo il quale la Dc è partito di centro che guarda a sinistra, intendendosi con questa definizione l’irrinunciabile identità popolare e progressista del partito.

Aldo Cazzullo ha contestato che quella frase sia mai stata pronunciata. Ma lo smentiscono i fatti. Quelle parole appaiono in un editoriale de Il Popolo del 10 aprile 1945, firmato da Giulio Andreotti e concordato con De Gasperi, in risposta a una proposta di collaborazione politica di Togliatti, come ricorda Ortensio Zecchino, storico ed ex ministro Dc.

De Gasperi stesso, in un’intervista a Il Messaggero del 17 aprile 1948, proprio alla vigilia delle elezioni del giorno successivo, definisce la Dc «un partito di centro che cammina verso sinistra». Definizione confermata da Andreotti su Sintesi Dialettica del 4 ottobre 2007. Espressione poi richiamata anche dallo storico Pietro Scoppola a Borgo Valsugana il 19 agosto 2004 (“De Gasperi fra passato e presente”).

Il 18 ottobre 1953, in un discorso a Milano, proprio De Gasperi volle dare l’interpretazione autentica della celebre frase: “Se sinistra vuol dire apertura verso il progresso sociale, verso la giustizia per i lavoratori, allora non è vero che noi non andiamo o non vogliamo andare verso sinistra: siamo per principio a sinistra in questo senso” (M. R. Catti De Gasperi, De Gasperi uomo solo, Mondadori, 1964, p. 388).

Come, al di là di ogni sterile disquisizione lessicale, confermano le numerose riforme sociali volute da De Gasperi. Centrismo dunque, come successivamente la “centralità” di Forlani, che pone la DC quale architrave del sistema con esclusione delle ali estreme di destra e di sinistra, e non certo immobilismo sociale.

E oggi?

In Italia, nel maggio 2022, il 42,6% delle mamme tra i 25 e i 54 anni non era occupata e il 39,2% con due o più figli minori disponeva di un contratto di lavoro part-time. Negli altri Paesi, in alcuni va un po’ meglio, in altri peggio. Non è comunque senza significato che il 9 ottobre 2023 l’Accademia delle Scienze di Stoccolma abbia deciso di assegnare il premio Nobel per l’economia a Claudia Goldin, storica dell’economia, economista del lavoro e docente dell’Università di Harvard, che ha dedicato tutta la sua ricerca scientifica allo studio della condizione femminile nel mondo del lavoro.
(fonte: Formiche 18/08/2026)


*******

Le migrazioni e il patrimonio culturale cristiano dell’Europa di Giuseppe Savagnone

Le migrazioni e
il patrimonio culturale cristiano
dell’Europa
di Giuseppe Savagnone



Il modello Danimarca
È di questi giorni la notizia che cinque Paesi dell’Ue – Danimarca, Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia – sono ormai arrivati a un accordo per la creazione di un centro per i rimpatri in Uganda. I ministri competenti si incontreranno a Copenaghen il 4 settembre per valutare i progressi raggiunti, con l’obiettivo di arrivare entro il 2027 a una struttura capace di accogliere migranti trasferiti dall’Europa.

Non è un caso che, in contemporanea, la premier danese Mette Frederiksen, intervenuta al Folketing (il parlamento) durante il dibattito urgente sulla crisi di Ceuta, abbia indicato, tra le opzioni a disposizione del governo, anche la chiusura completa delle frontiere.

Come non è un caso che la riunione dei ministri dei cinque Paesi sia prevista a Copenaghen. Uno degli effetti della crisi di Ceuta è la scoperta – da parte di chi (come il sottoscritto) ne era totalmente all’oscuro – del ruolo fondamentale della Danimarca nel sostenere la linea dura verso i migranti. Forse perché abbiamo molte volte visto additare Giorgia Meloni come la battistrada della “conversione” dei Paesi europei in questa direzione, col famoso “modello Albania”, non avevamo mai prestato attenzione al fatto che, già prima della nostra premier e con ancora maggiore decisione, un’altra donna, anch’ella leader del proprio partito e poi presidente del Consiglio del suo Paese, era diventata un punto di riferimento per diversi governi europei sempre più preoccupati dai fenomeni migratori.

Forse a distrarre l’attenzione è stato il fatto che la Danimarca è un piccolo Paese, con meno di sei milioni di abitanti, e che, in questo caso, il partito è quello social-democratico, da cui non ci si aspetterebbe un ruolo di primo piano in questa battaglia. E in effetti, in Danimarca, tale partito ricopre un simile ruolo da quando, nel 2015, Frederiksen ne è diventata la guida. Da allora il partito ha assunto una posizione molto severa su immigrazione e controllo delle frontiere, anche per contenere l’avanzata del Dansk Folkeparti, il partito di estrema destra danese.

La Frederiksen prima e dopo l’elezione a premier
Anche prima di andare al potere, vincendo le elezioni del 2019, Frederiksen ha sostenuto gran parte delle misure restrittive proposte dal governo di centro-destra, comprese la legge del 2016 – che autorizzava la polizia a confiscare contanti e beni di valore ai richiedenti asilo, in cambio dell’accoglienza, per coprire i costi del loro sostentamento –, e quella del 2018, con cui si introduceva un regime speciale per i cosiddetti “ghetti”.

Con questo termine si indicavano dei quartieri con oltre il 50% di residenti immigrati o discendenti da «paesi non occidentali», nei quali grazie a questa normativa, per alcuni reati venivano previste pene due volte più severe che altrove e dove i bambini, da un anno in su, erano obbligati a frequentare l’asilo per 25 ore settimanali di educazione ai «valori danesi». Inoltre, i genitori che avessero mandato i loro figli nei rispettivi paesi d’origine per lunghi periodi rischiavano di essere espulsi o incarcerati.

I socialdemocratici non si erano neppure opposti – anche se non l’avevano appoggiata – a una proposta di legge, poi arenatasi per gli eccessivi costi, in cui si prevedeva di confinare gli stranieri «indesiderati» (per i quali però non ci fossero motivi giuridici di espulsione) sull’isola di Lindholm, a circa tre chilometri e mezzo dalla costa, grande meno di un chilometro quadrato e un tempo utilizzata come laboratorio per malattie infettive animali. Obiettivo esplicito era di rendere la loro vita così impossibile da costringerli ad abbandonare il Paese.

Quando poi, nel 2019, era andata al governo, Mette Frederiksen aveva assunto direttamente il comando delle operazioni per bloccare l’immigrazione irregolare, ma non solo quella. A esprimere perfettamente la sua “filosofia” era una formula fatta girare in quel periodo: «Non venite in Danimarca. Siamo cattivi. Andate invece in Germania o in Svezia». Risultato: nel 2020 hanno lasciato la Danimarca più rifugiati di quanti ne siano arrivati.

L’apice di questa politica è rappresentato da una legge del 2021 che prevede che la domanda di asilo dei migranti venga presentata in un Paese terzo e non in territorio danese. Nessun migrante cioè dovrebbe mettere piede in Danimarca. E, anche in caso di accettazione della domanda, lo straniero deve restare nel Paese terzo.

La legge non ha avuto finora effetti pratici perché occorreva individuare i Paesi terzi dove i migranti potessero essere accolti. Essa, però, è stata subito vista come particolarmente lesiva del diritto internazionale, sia dall’Agenzia ONU per i rifugiati sia dalla Commissione europea, perché esclude la possibilità di entrare in Danimarca per il migrante anche in caso di riconoscimento del diritto di asilo. Come del resto aveva dichiarato il deputato della maggioranza Rasmus Stoklund: «L’obiettivo è scoraggiare l’immigrazione fino ad azzerare il numero dei rifugiati».

Ora l’accordo con Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia sembra avere individuato il Paese terzo nell’Uganda. Ma è chiaro, a questo punto, che lo stesso “modello Albania” di cui tanto si è parlato, e che è nato dall’accordo siglato tra Roma e Tirana nel novembre 2023, non fa altro che riprodurre la legge danese del 2021, anche se, rispetto a essa, individua un luogo concreto in cui essere attuato.

Le ragioni
In entrambi i casi, si tiene a spiegare che queste misure non nascono da un’irrazionale xenofobia. Nel messaggio congiunto – quasi un “manifesto” – inviato all’Europa da Meloni e Frederiksen, se ne spiegano le ragioni: «Per troppo tempo», scrivono, «soprattutto le persone comuni hanno pagato un prezzo troppo alto a causa di un’immigrazione incontrollata. È nostro dovere continuare a impegnarci con determinazione per offrire risposte concrete ai cittadini, specialmente i più esposti, e garantire maggiore sicurezza e tutela per le nostre comunità». Infatti, si dice nel messaggio, «nessuno può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. È particolarmente grave quando migranti illegali, privi del diritto di rimanere nelle nostre Nazioni, commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali».

Da qui la linea stabilita in comune e proposta a tutti gli altri Paesi: «Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa».

Si spiega, in questa logica, centrata sulla difesa degli interessi dei propri cittadini – «specialmente i più esposti» – l’apparente contraddizione della linea della premier danese, leader di un partito socialdemocratico e sostenitrice di una politica anti-immigrazione. «Per me», ha scritto anni fa in un suo libro Frederiksen, «è sempre più chiaro come il prezzo di una globalizzazione senza regole, dell’immigrazione di massa e della libertà di movimento dei lavoratori venga pagato dalle classi più povere». Una posizione che Meloni, pur non condividendo l’ideologia socialista della sua collega, sicuramente condivide, magari allargandola a tutte le classi sociali.

Ma non è soltanto una questione di interessi nazionali a livello socio-economico. E neppure di garanzia della sicurezza e dell’ordine pubblico. Perciò non basta che chi arriva rispetti le regole formali dei Paesi di accoglienza: deve rispettarne i valori. «Il rispetto delle nostre leggi», scrivono le due premier, «deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei». E si riferiscono esplicitamente alle “radici cristiane” dell’Europa: «Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo». Perciò, aggiungono, «ci aspettiamo che chi arriva nei nostri Paesi e sceglie di fare dell’Europa la propria casa, rispetti i nostri valori e non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo».

È chiaro che Meloni e Frederiksen condividono la preoccupazione del governo americano, espressa dal vicepresidente J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, di un «allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America». Un allontanamento dovuto, come ha ribadito più volte Trump, all’accoglienza indiscriminata nei propri confini di stranieri.

La minaccia degli stranieri e la difesa dei valori cristiani
Due semplici considerazioni. La prima riguarda la minaccia che, sulla stessa linea di Trump, le due premier denunciano nel messaggio, quella di «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa». Quella a cui si è assistito a Ceuta.

Ma, sulla necessità di combatterla, tutti, a cominciare da Sánchez, sono pienamente d’accordo e il Consiglio, il 4 agosto, ha testimoniato unanimemente che la reazione del governo spagnolo per contrastarla è stata «rapida ed efficace».

Ma allora perché il ministro degli Esteri Tajani, facendo eco alla posizione della nostra premier, lo ha invece attaccato, e non per l’accaduto, ma per la sua generale politica migratoria? «Le immagini che arrivano da Ceuta» – ha scritto il ministro – «dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, a oltre 500mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di essere umani».

Qui, strumentalizzando l’emozione collettiva di fronte al dramma dell’exclave spagnola, si cerca di screditare come «un’immigrazione incontrollata verso l’Europa» una linea politica, confortata pienamente dai risultati, che vuole valorizzare l’accoglienza – niente affatto indiscriminata, ma sottoposta a precisi criteri – sia come un fondamentale valore umano, sia come un fattore di prosperità.

E la decisione unilaterale dell’Italia di sospendere per un mese il trattato di Schengen nei confronti della Spagna, come anche la minaccia del governo danese di chiudere del tutto le proprie frontiere, appaiono come una presa di distanza dall’impegno, che tutti i Paesi dell’Unione hanno assunto, di dare la priorità ai confini europei rispetto a quelli nazionali.

Come del resto è accaduto nei confronti dell’Italia, che dal 2021 al 2026 ha registrato, secondo «Frontex», il doppio degli arrivi di migranti rispetto alla Spagna, senza che nessuno degli Stati confinanti le chiudesse le proprie frontiere in nome della propria sicurezza, privilegiando la comune solidarietà europea. È il sovranismo, non l’attacco dall’esterno, la vera grande minaccia a Schengen, una minaccia risorgente, dopo l’improvvida misura italiana e la voce grossa fatta dal governo danese.

La seconda considerazione riguarda il «patrimonio culturale cristiano» di cui Meloni e Frederiksen si dicono orgogliose e che sono intenzionate a difendere. Ora, non c’è dubbio che una politica migratoria non può prescindere da un insieme molto complesso di fattori e di condizionamenti e che la sua aderenza al messaggio evangelico di fraternità universale dev’essere valutata tenendo conto di questi aspetti concreti. Si potrà anche criticare Sánchez per un eccesso di apertura, con la sua scelta di regolarizzare mezzo milione di immigrati (che comunque erano in Spagna da almeno nove mesi).

Ma non si possono chiudere gli occhi sul fatto che gli eventuali eccessi della politica di Sánchez si collocano all’interno di una visione – peraltro esplicitamente rivendicata dal leader spagnolo – che valorizza l’umana fraternità al di là degli angusti confini nazionali, in sintonia oggettiva con il messaggio evangelico.

Mentre, al contrario, tutte le ragioni, anche eventualmente fondate, portate negli Stati Uniti da Trump per la deportazione degli immigrati e in Europa da Meloni e da Frederiksen per progettare un’operazione analoga, non possono bastare a giustificare un atteggiamento e uno stile di fondo, prima ancora che singole misure, che sembrano considerare gli esseri umani estranei alla propria cerchia politico-culturale non come persone, ma come una minaccia da fronteggiare. 
Che è il tradimento più grave dell’anima cristiana dell’Europa e dell’Occidente

(Fonte: Tuttavia - 14 agosto 2026)

martedì 18 agosto 2026

I bambini e la guerra: la strage degli innocenti a Gaza e in Cisgiordania. Vergogniamoci della deumanizzazione della violenza istituzionalizzata. L’attualità dell’appello di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani”


I bambini e la guerra:
la strage degli innocenti a Gaza e in Cisgiordania. Vergogniamoci della deumanizzazione della violenza istituzionalizzata.
L’attualità dell’appello di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani” 


Di fronte alla tragedia di Gaza e alla violenza che continua a colpire i bambini in Cisgiordania, la guerra non può più essere letta soltanto attraverso le categorie della strategia militare, della geopolitica o della sicurezza. Dietro ogni cifra ci sono vite spezzate, famiglie distrutte, infanzie cancellate. Secondo UNICEF, nella Striscia di Gaza almeno 21.289 bambini erano stati segnalati come uccisi al 3 febbraio 2026 e 44.500 feriti, oltre 11.000 dei quali con lesioni destinate a cambiare per sempre la loro vita. (UNICEF) E la violenza non si è fermata con il cessate il fuoco: UNICEF ha riferito che dall’ottobre 2025, fino al giugno 2026, 265 bambini palestinesi sono stati uccisi a Gaza, in media uno al giorno. (UNICEF)

È dentro questa realtà che acquistano un significato ancora più drammatico le parole di Andrea Iacomini, portavoce dell’UNICEF per l’Italia, davanti ai nuovi dati sulla Cisgiordania.

I dati dell’UNICEF

“Numeri agghiaccianti”. Così Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef per l’Italia, commenta i nuovi dati diffusi dall’Unicef sulla condizione dei bambini in Cisgiordania. “Questa mattina apprendiamo con immenso dolore che in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, tra gennaio 2024 e la fine di luglio di quest’anno l’Onu ha verificato l’uccisione di 174 bambini palestinesi. Parliamo di oltre un minore a settimana, cui vanno tristemente aggiunti più di 1.500 bambini feriti”, afferma Iacomini.

Nello stesso periodo, ricorda, “3 bambini israeliani sono stati uccisi e 15 feriti”. Il portavoce di Unicef Italia collega questi dati a quelli provenienti da Gaza, dove nei giorni scorsi era stata resa nota la morte di circa 300 bambini dopo il cessate il fuoco, “uno al giorno”.

“Quanto ancora dovrà durare tutto questo scempio nei confronti dei bambini?”, si chiede. “Muoiono bambini continuamente nei conflitti senza alcuna pietà. È un dato che si fa ogni giorno più crudele e che accompagna questi anni bui della storia”.

Iacomini esprime quindi il proprio sostegno all’appello lanciato da Avvenire per il conferimento del Premio Nobel per la pace ai bambini di Gaza. “Aderisco con convinzione all’appello”, dichiara, proponendo però di allargarne il significato simbolico: “Ritengo che il premio debba andare a tutti, nessuno escluso, i bambini vittime dei conflitti nel mondo, che oggi sono oltre 500 milioni”.

Da qui l’auspicio che la mobilitazione continui a crescere. “Mi auguro che l’appello continui ad avere la giusta visibilità e attenzione da parte dei media e che coinvolga sempre più persone della società civile, dello sport, della cultura, dello spettacolo e della musica”, conclude Iacomini. “Non si può restare più in silenzio: gli esseri umani non possono assuefarsi alle bombe e ai bambini morti”.

Queste parole obbligano a tornare alla domanda più difficile: come è possibile che una società capace di riconoscere nei bambini il simbolo stesso della vulnerabilità e del futuro riesca, contemporaneamente, ad accettarne la morte come conseguenza inevitabile della guerra?

Di fronte alla tragedia della violenza bellica e all’annientamento sistematico della vita umana, la prima reazione dell’essere umano consapevole dovrebbe essere un senso di profonda e radicale incomprensione. Come è possibile rivolgere una forza letale contro chi, in tutto e per tutto, riflette la nostra stessa immagine, i nostri desideri e le nostre identiche vulnerabilità? Come si articola la catena decisionale che permette a un individuo di ordinare l’uccisione di un altro, e come si struttura la psiche di chi accetta di eseguire quell’ordine?

Questo interrogativo travalica la semplice reazione emotiva e si pone al centro dell’etica, della sociologia e delle scienze politiche. L’esistenza della guerra e degli apparati industriali destinati alla distruzione rappresenta una delle più clamorose contraddizioni della civiltà contemporanea: una gigantesca allocazione di risorse mentali, tecnologiche ed economiche finalizzata a sopprimere l’elemento primario su cui si fonda ogni valore, ovvero l’esistenza stessa.

Per comprendere come l’inconcepibile diventi prassi quotidiana, occorre analizzare i meccanismi della deresponsabilizzazione morale. Negli esperimenti classici della psicologia sociale, prima fra tutti la celebre indagine di Stanley Milgram sull’obbedienza all’autorità, è emerso come la presenza di una gerarchia rigida possa trasformare l’agente morale in un mero esecutore. Quando l’ordine promana da una fonte percepita come legittima, l’individuo tende a trasferire una parte decisiva del peso etico dell’azione al superiore.

E nessuno si sente responsabile della strage degli innocenti

Si crea così una paradossale sospensione della responsabilità: chi comanda non compie materialmente l’atto violento, mentre chi lo esegue può percepirsi come un semplice ingranaggio, privo di autonomia decisionale. La responsabilità morale si frammenta lungo la catena burocratica fino quasi a dissolversi, consentendo a ciascun attore di svolgere la propria funzione senza confrontarsi direttamente con l’angoscia e la gravità dell’atto letale.

A questa dinamica psicologica si affianca la complessa architettura del complesso militare-industriale. Chi progetta, fabbrica, finanzia e commercializza armamenti opera all’interno di una cornice concettuale che tende a separare la produzione dal suo impiego finale. L’ingegnere che ottimizza l’efficienza di un’arma, il manager di un’azienda bellica, il decisore politico che finanzia programmi militari possono razionalizzare il proprio operato attraverso categorie come progresso tecnologico, sicurezza nazionale, deterrenza e stabilità economica.

La produzione di strumenti di morte viene così rivestita di un valore difensivo. Si costruiscono armi sostenendo che servano a prevenire il conflitto, in una spirale nella quale il potenziale distruttivo viene paradossalmente convertito in una promessa di pace. Questa scissione cognitiva permette agli attori economici e istituzionali di allontanare dalla propria coscienza l’esito finale della filiera, trasformando la sofferenza umana in una variabile d’impresa, una voce di bilancio o un indicatore di efficienza.

Ma esiste un ulteriore passaggio, forse ancora più inquietante: la deumanizzazione.

L’essere umano possiede una forte inibizione nel fare del male a un altro individuo, un freno empatico fondato sul riconoscimento dell’altro come simile a sé. Per superare questa barriera, la propaganda, l’addestramento e la comunicazione bellica possono intervenire sulla percezione dell’avversario. L’altro cessa di essere una persona dotata di una storia, di un volto, di relazioni e di affetti e viene trasformato in una categoria astratta, in un simbolo ideologico o in una minaccia impersonale.

La distanza psicologica viene ulteriormente amplificata dalla distanza fisica garantita dalle moderne tecnologie militari. Il bersaglio può essere individuato attraverso uno schermo, un’immagine satellitare, una coordinata. La persona scompare e rimane il target. La famiglia scompare e rimane un’obiettivo. Il bambino scompare e rimane una cifra.

È proprio contro questa trasformazione della persona in numero che le parole di Iacomini assumono un valore politico e morale. “Un bambino al giorno” non è soltanto una statistica. È il tentativo, disperato ma necessario, di restituire un volto a ciò che la macchina della guerra tende a rendere invisibile.

Una narrazione falsata della guerra

Quando l’avversario viene ridotto a un bersaglio numerico, l’atto dell’uccidere rischia di essere spogliato della sua natura umana e morale e ricondotto alla categoria della necessità strategica o del dovere civico. Ma una società che si abitua a questo linguaggio rischia di perdere progressivamente la capacità di provare scandalo.

La sopravvivenza delle organizzazioni belliche nell’era moderna si regge infine anche su una narrazione utilitaristica del cosiddetto “male minore”. Le istituzioni statali giustificano il mantenimento degli eserciti e l’uso della forza come strumenti indispensabili per proteggere la sovranità, la libertà o la continuità economica di una comunità. La guerra viene presentata come una tragica fatalità, un elemento strutturale e ineludibile delle relazioni internazionali.

Ma accettare questa rappresentazione significa rinunciare alla possibilità stessa di immaginare alternative.

L’irrazionalità emerge soprattutto quando si osserva l’enorme quantità di intelligenza, ricchezza, ricerca scientifica e lavoro umano destinata alla preparazione della distruzione. Risorse che potrebbero essere orientate alla salute, all’istruzione, alla prevenzione delle catastrofi, alla cooperazione internazionale, alla tutela dell’ambiente e alla costruzione di società più giuste vengono invece inserite in una logica fondata sulla capacità di colpire e di distruggere.

La guerra non distrugge soltanto corpi e infrastrutture. Distrugge anche il futuro. UNICEF segnala che a Gaza quasi un milione di bambini sono stati esposti a esperienze traumatiche di guerra e hanno perso genitori, familiari, case, scuole e luoghi di gioco. (UNICEF) Nel 2026 l’organizzazione ha inoltre documentato livelli estremamente gravi di insicurezza idrica: circa l’82% delle famiglie risulta in condizioni di insicurezza rispetto all’acqua e fino al 70% non riesce ad accedere a sei litri per persona al giorno. (UNICEF)

Sono numeri che raccontano una distruzione che va oltre il momento dell’esplosione. Un bambino che sopravvive a un bombardamento può portarne le conseguenze per tutta la vita. Una scuola distrutta non è soltanto un edificio abbattuto: è una possibilità di futuro cancellata. Un ospedale danneggiato non è soltanto cemento e apparecchiature perdute: è una possibilità di cura sottratta a una generazione.

Il Nobel per i bambini di Gaza

Accettare la guerra come normalità significa dunque accettare una progressiva erosione dell’idea stessa di umanità. Significa permettere che l’eccezionale diventi ordinario, che l’orrore diventi routine, che la morte di un bambino venga trasformata in una cifra destinata a essere rapidamente sostituita da quella del giorno successivo.

La vera sfida morale della modernità consiste allora nel rompere questa assuefazione. Non basta indignarsi davanti alle immagini dei bambini uccisi. Occorre interrogare le strutture politiche, economiche, culturali e psicologiche che rendono possibile la loro morte.

Per questo l’appello a riconoscere simbolicamente nei bambini di Gaza e, più in generale, nei bambini vittime di tutte le guerre, un soggetto della pace assume un significato che va oltre il premio o la celebrazione. È una richiesta di inversione dello sguardo: mettere il bambino, e non l’arma, al centro della sicurezza; la vita, e non la deterrenza, al centro della politica; la cooperazione, e non la competizione militare, al centro dell’economia.

La conclusione non può essere soltanto morale. Deve diventare operativa. Significa rafforzare il diritto internazionale e i meccanismi di protezione dell’infanzia, garantire accesso umanitario e cure mediche, sostenere la ricostruzione di scuole e servizi essenziali, documentare sistematicamente le violazioni contro i minori e perseguire le responsabilità quando vengono commessi crimini. Significa inoltre mettere in discussione la normalizzazione della spesa militare e delle filiere industriali della guerra, orientando una parte crescente delle risorse verso prevenzione dei conflitti, diplomazia, cooperazione, educazione alla pace e giustizia sociale.

Significa, soprattutto, non permettere che i bambini diventino numeri.

Perché ogni volta che diciamo “un bambino al giorno”, dobbiamo ricordare che quel numero ha un nome, una madre, un padre, una storia, una voce e un futuro che non tornerà. E ogni volta che una società decide di non vedere, la deumanizzazione ha già compiuto una parte della sua opera.

La risposta alla violenza istituzionalizzata non può essere l’assuefazione. Deve essere la costruzione paziente e concreta di un sistema nel quale nessun essere umano, e prima ancora nessun bambino, possa essere considerato un danno collaterale accettabile.

Restiamo umani

È forse qui che torna, con tutta la sua forza e la sua attualità, l’invito di Vittorio Arrigoni: “Restiamo umani”. Non uno slogan, ma una scelta etica e politica. Restare umani significa rifiutare la logica che trasforma le persone in bersagli, i bambini in numeri, le città in obiettivi e la morte in una voce inevitabile della contabilità della guerra. Significa non abituarsi all’orrore, non accettare l’indifferenza come forma di normalità, non permettere che la sofferenza dell’altro venga resa invisibile dalla distanza geografica, ideologica o mediatica.

Arrigoni aveva fatto di quelle due parole una testimonianza concreta, vissuta accanto alla popolazione palestinese e dentro la realtà di Gaza. Oggi, davanti ai bambini uccisi, feriti, affamati e privati del futuro, “Restiamo umani” torna a essere una responsabilità collettiva. Perché restare umani significa riconoscere nell’altro la nostra stessa fragilità e, soprattutto, impedire che la violenza riesca a cancellare la capacità di provare compassione, indignazione e solidarietà.

È da qui che deve ripartire una cultura della pace: dalla difesa della vita, dalla tutela dei bambini, dal rifiuto della deumanizzazione e dalla convinzione che nessuna ragione politica, militare o economica possa trasformare la morte di un essere umano in qualcosa di normale. Restiamo umani, dunque, perché è proprio quando l’umanità sembra smarrirsi che abbiamo il dovere più grande di riaffermarla.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Laura Tussi 16/08/2026)