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mercoledì 28 febbraio 2024

Tonio Dell'Olio: Il gesto ultimo di Aaron

Tonio Dell'Olio
Il gesto ultimo di Aaron

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI IL 28 FEBBRAIO 2024

"Non sarò più complice del genocidio. Sto per intraprendere un atto di protesta estremo, ma, rispetto a quello che le persone hanno vissuto in Palestina per mano dei loro colonizzatori, non è affatto estremo. Questo è ciò che la nostra classe dirigente ha deciso sarà normale".
Poi Aaron Bushnell, militare Usa di 25 anni, si è cosparso di un liquido infiammabile, ha posato il telefonino e si è dato fuoco. Mentre si stava immolando davanti alla sede dell'ambasciata israeliana a Washington e le fiamme lo circondavano, urlava "Free Palestine". Non mancheranno i dotti e i sapienti che definiranno questo gesto "follia" o, peggio, "diserzione". Per noi resta gesto ultimo che, come altri nella storia, come quello di Jan Palach, urla contro l'inerzia del mondo spettatore della morte inflitta a decine di migliaia di persone in base alla loro appartenenza etnica. Forse è proprio questo senso di colpa che ha rimosso in fretta la notizia dai titoli dopo averla somministrata quasi fosse solo informazione di servizio. C'è un sistema in grado di spegnere in fretta le fiamme e considerare uno scarto la vita di un giovane. Ma il gesto rimane. Il nome di Aaron Bushnell è destinato a restare come un segnale stradale che ci indica un'altra strada rispetto al vicolo cieco (ma anche sordo e muto). È la via di una solidarietà estrema che arriva a metterci il proprio corpo, la propria vita.


«Vorremmo imporre a Dio la nostra logica egoistica, invece la logica di Dio è l’amore. I beni che Lui ci dona sono fatti per essere condivisi.» Papa Francesco Udienza Generale 28/02/2024 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledi, 28 febbraio 2024


Ancora un po' raffreddato, la voce un po' affaticata, all'udienza generale in Aula Paolo VI Papa Francesco prende la parola solo all'inizio e al termine ma affida la lettura della sua nona catechesi sui vizi e le virtù a monsignor Filippo Ciampanelli, officiale della Segreteria di Stato. Nel testo preparato, il Papa si sofferma su invidia e vanagloria.












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Il testo qui di seguito include anche parti non lette che sono date ugualmente come pronunciate.


Catechesi. I vizi e le virtù. 9. L’invidia e la vanagloria

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi prendiamo in esame due vizi capitali che troviamo nei grandi elenchi che la tradizione spirituale ci ha lasciato: l’invidia e la vanagloria.

Partiamo dall’invidia. Se leggiamo la Sacra Scrittura (cfr Gen 4), essa ci appare come uno dei vizi più antichi: l’odio di Caino nei confronti di Abele si scatena quando si accorge che i sacrifici del fratello sono graditi a Dio. Caino era il primogenito di Adamo ed Eva, si era preso la parte più cospicua dell’eredità paterna; eppure, basta che Abele, il fratello minore, riesca in una piccola impresa, che Caino si rabbuia. Il volto dell’invidioso è sempre triste: lo sguardo è basso, pare che indaghi in continuazione il suolo, ma in realtà non vede niente, perché la mente è avviluppata da pensieri pieni di cattiveria. L’invidia, se non viene controllata, porta all’odio dell’altro. Abele sarà ucciso per mano di Caino, che non poteva sopportare la felicità del fratello.

L’invidia è un male indagato non solo in ambito cristiano: essa ha attirato l’attenzione di filosofi e sapienti di ogni cultura. Alla sua base c’è un rapporto di odio e amore: si vuole il male dell’altro, ma segretamente si desidera essere come lui. L’altro è l’epifania di ciò che vorremmo essere, e che in realtà non siamo. La sua fortuna ci sembra un’ingiustizia: sicuramente – pensiamo – noi avremmo meritato molto di più i suoi successi o la sua buona sorte!

Alla radice di questo vizio c’è una falsa idea di Dio: non si accetta che Dio abbia la sua “matematica”, diversa dalla nostra. Ad esempio, nella parabola di Gesù sui lavoratori chiamati dal padrone ad andare nella vigna alle diverse ore del giorno, quelli della prima ora credono di aver diritto a un salario maggiore di quelli arrivati per ultimi; ma il padrone dà a tutti la stessa paga, e dice: «Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?» (Mt 20,15). Vorremmo imporre a Dio la nostra logica egoistica, invece la logica di Dio è l’amore. I beni che Lui ci dona sono fatti per essere condivisi. Per questo San Paolo esorta i cristiani: «Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10). Ecco il rimedio all’invidia!

E veniamo al secondo vizio che oggi esaminiamo: la vanagloria. Essa va a braccetto con il demone dell’invidia, e insieme questi due vizi sono propri di una persona che ambisce ad essere il centro del mondo, libera di sfruttare tutto e tutti, oggetto di ogni lode e di ogni amore. La vanagloria è un’autostima gonfiata e senza fondamenti. Il vanaglorioso possiede un “io” ingombrante: non ha empatia e non si accorge che nel mondo esistono altre persone oltre a lui. I suoi rapporti sono sempre strumentali, improntati alla sopraffazione dell’altro. La sua persona, le sue imprese, i suoi successi devono essere mostrati a tutti: è un perenne mendicante di attenzione. E se qualche volta le sue qualità non vengono riconosciute, allora si arrabbia ferocemente. Gli altri sono ingiusti, non capiscono, non sono all’altezza. Nei suoi scritti Evagrio Pontico descrive l’amara vicenda di qualche monaco colpito dalla vanagloria. Succede che, dopo i primi successi nella vita spirituale, si sente già un arrivato, e allora si precipita nel mondo per ricevere le sue lodi. Ma non capisce di essere solo agli inizi del cammino spirituale, e che è in agguato una tentazione che presto lo farà cadere.

Per guarire il vanaglorioso, i maestri spirituali non suggeriscono molti rimedi. Perché in fondo il male della vanità ha il suo rimedio in se stesso: le lodi che il vanaglorioso sperava di mietere nel mondo presto gli si rivolteranno contro. E quante persone, illuse da una falsa immagine di sé, sono poi cadute in peccati di cui presto si sarebbero vergognate!

L’istruzione più bella per vincere la vanagloria la possiamo trovare nella testimonianza di San Paolo. L’Apostolo fece sempre i conti con un difetto che non riuscì mai a vincere. Per ben tre volte chiese al Signore di liberarlo da quel tormento, ma alla fine Gesù gli rispose: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Da quel giorno Paolo fu liberato. E la sua conclusione dovrebbe diventare anche la nostra: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo» (2 Cor 12,9).

Guarda il video della catechesi

Saluti

...

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APPELLO

Il 1° marzo ricorrerà il 25° anniversario dell’entrata in vigore della Convenzione sull’interdizione delle mine antipersona, che continuano a colpire civili innocenti, in particolare bambini, anche molti anni dopo la fine delle ostilità. Esprimo la mia vicinanza alle numerose vittime di questi subdoli ordigni, che ci ricordano la drammatica crudeltà delle guerre e il prezzo che le popolazioni civili sono costrette a subire. A questo proposito, ringrazio tutti coloro che offrono il loro contributo per assistere le vittime e bonificare le aree contaminate. Il loro lavoro è una risposta concreta alla chiamata universale ad essere operatori di pace, prendendoci cura dei nostri fratelli e sorelle.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

In particolare, saluto ...

Il mio pensiero va infine ai malati, agli anziani, agli sposi novelli e ai giovani, specialmente agli studenti dell’Istituto “Falcone e Borsellino” di Roma e ai ragazzi della Scuola “Giovanni Pascoli” di Fucecchio. Il cammino della Quaresima sia occasione per rientrare in se stessi e rinnovarsi nello spirito.

Cari fratelli e sorelle, non dimentichiamo i popoli che soffrono a causa della guerra: Ucraina, Palestina, Israele e tanti altri. E preghiamo per le vittime dei recenti attacchi contro luoghi di culto in Burkina Faso; come pure per la popolazione di Haiti, dove continuano i crimini e i sequestri delle bande armate.

A tutti, la mia benedizione!

Guarda il video integrale


Andrea Tornielli: «Fiducia supplicans» benedizioni non liturgiche e quella distinzione di Ratzinger

Andrea Tornielli
«Fiducia supplicans» benedizioni non liturgiche e quella distinzione di Ratzinger


La dichiarazione Fiducia supplicans, pubblicata dal Dicastero per la Dottrina della fede lo scorso dicembre, com’è noto e com’è stato peraltro ben sottolineato da molti, non cambia la tradizionale dottrina sul matrimonio che prevede la benedizione nuziale soltanto per l’uomo e la donna che si sposano. Ad essere approfondita dal documento, che ammette la possibilità di semplici benedizioni spontanee anche a coppie irregolari o composte da persone dello stesso sesso senza che questo significhi benedire la loro unione né approvare la loro condotta di vita, è invece la natura delle benedizioni. Fiducia supplicans infatti distingue tra quelle liturgiche o rituali, e quelle spontanee o pastorali. A proposito delle prime, le benedizioni liturgiche, esistono due modi di comprenderle. C’è un senso ampio, che considera ogni preghiera fatta da un ministro ordinato come “liturgica”, anche nel caso che venga data senza una forma rituale e senza attenersi a un testo ufficiale. E c’è un senso più stretto, secondo cui una preghiera o un’invocazione sulle persone è “liturgica” solo quando è eseguita “ritualmente”, e più precisamente quando si basa su un testo approvato dall’autorità ecclesiastica.

Alcuni dei critici che hanno messo in discussione la recente dichiarazione, di fatto ritengono lecito soltanto il senso ampio e pertanto non ritengono accettabile la distinzione tra preghiere o benedizioni “rituali” e “liturgiche”, e preghiere o benedizioni “pastorali” e “spontanee”. Fra questi, c’è ad esempio chi obietta che anche la liturgia ha una rilevanza pastorale. Ma a questo proposito è opportuno osservare che Fiducia supplicans, attribuisce alla parola “pastorale” un senso peculiare: vale a dire, il senso di una cura particolarmente rivolta all’accompagnamento di coloro a cui è offerta la benedizione; ad immagine del “buon pastore” che non si dà pace finché non trova ciascuno di coloro che si sono smarriti. Altri sostengono che tutte le preghiere sarebbero “liturgiche” e quindi tutte sarebbero soggette a ciò che è richiesto per la liturgia della Chiesa. A questa obiezione ha risposto lo stesso Papa Francesco, nel discorso rivolto ai partecipanti alla plenaria del Dicastero per la Dottrina della fede lo scorso 26 gennaio, insistendo sull’esistenza di benedizioni pastorali o spontanee che, «fuori da ogni contesto e forma di carattere liturgico — ha spiegato — non esigono una perfezione morale per essere ricevute». Le parole del Pontefice confermano dunque l’orientamento a considerare il senso più stretto per le benedizioni liturgiche.

Un precedente importante, a proposito della distinzione tra ciò che è liturgico e ciò che non lo è, lo si ritrova in una istruzione dell’anno 2000, pubblicata dall’allora Congregazione per la Dottrina della fede, firmata dal cardinale Joseph Ratzinger e approvata da Giovanni Paolo II (https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20001123_istruzione_it.html).

Oggetto di quell’istruzione sono le preghiere per ottenere da Dio la guarigione. Al punto numero due della prima parte del documento si ricorda che «nel De benedictionibus del Rituale Romanum, esiste un Ordo benedictionis infirmorum, nel quale ci sono diversi testi eucologici che implorano la guarigione». Nella parte finale dell’istruzione, dedicata alle disposizioni disciplinari, c’è poi un articolo (2) che recita: «Le preghiere di guarigione si qualificano come liturgiche, se sono inserite nei libri liturgici approvati dalla competente autorità della Chiesa; altrimenti sono non liturgiche». Dunque si sancisce che esistono preghiere di guarigioni liturgiche o rituali, e altre che non lo sono, ma che pure sono legittimamente ammesse. Nell’articolo successivo si ricorda che quelle «liturgiche si celebrano secondo il rito prescritto e con le vesti sacre indicate nell’Ordo benedictionis infirmorum del Rituale Romanum». Da queste citazioni del testo firmato da Ratzinger e approvato da Papa Wojtyła si evince come il significato del termine “liturgico” utilizzato in Fiducia supplicans per definire le benedizioni rituali, diverse da quelle pastorali, rappresenti certamente uno sviluppo ma che si inserisce nell’alveo del magistero degli ultimi decenni.

Tra le benedizioni esistono poi altre distinzioni: alcune rappresentano delle consacrazioni, o il suggello al sacramento celebrato dagli sposi (nel caso della benedizione nuziale); altre rappresentano delle preghiere di invocazione che dal basso salgono verso Dio; altre ancora (è il caso degli esorcismi) hanno lo scopo di allontanare il male. Fiducia supplicans chiarisce ripetutamente che impartire una benedizione pastorale o spontanea — senza alcun elemento nuziale — a una coppia “irregolare” che si avvicina a un sacerdote o a un diacono non significa e non può rappresentare in alcun modo una forma di approvazione dell’unione tra i due. Non può, recita il documento, essere considerata «una legittimazione morale a un’unione che presuma di essere un matrimonio» né «a una prassi sessuale extra-matrimoniale». Il significato è invece quello di un’invocazione a Dio perché permette ai semi di bene di crescere nella direzione da Lui voluta.
(fonte: L'Osservatore Romano 27/02/2024)


martedì 27 febbraio 2024

Intenzione di preghiera per il mese di Marzo 2024: Preghiamo per i nuovi martiri, testimoni di Cristo. (commento, testo e video)

Intenzione di preghiera per il mese di Marzo 2024 
Preghiamo per i nuovi martiri, testimoni di Cristo.

Papa Francesco: “I martiri sono il segno che siamo sulla strada giusta”
  • Nella nuova edizione del Video del Papa, Francesco chiede di pregare per i nuovi martiri del nostro tempo, perché “contagino la Chiesa con il proprio coraggio e la propria spinta missionaria”. Un martire è un cristiano che testimonia il Vangelo fino alla morte, senza ricorrere alla violenza.
  • “Il coraggio dei martiri, la testimonianza dei martiri, è una benedizione per tutti”, dice il Santo Padre nel suo messaggio diffuso dalla Rete Mondiale di Preghiera del Papa.
  • Il video è realizzato in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN) e viene pubblicato nel mese in cui ricorre la Giornata dei missionari martiri.

Guarda il video

Il testo in italiano del videomessaggio del Papa

Questo mese vorrei raccontarvi una storia che è un riflesso della Chiesa di oggi. 
È la storia di una testimonianza di fede poco conosciuta.

Mentre visitavo un campo profughi a Lesbo, un uomo mi disse: 
“Padre, io sono musulmano. Mia moglie era cristiana. 
Nel nostro Paese sono venuti i terroristi, 
ci hanno guardato e ci hanno chiesto la nostra religione. 
Hanno visto mia moglie con il crocifisso e le hanno detto di buttarlo per terra. 
Lei non lo ha fatto e l’hanno sgozzata davanti a me”. 
È andata proprio così.

So che non serbava rancore. 
Si concentrava sull’esempio di amore della moglie, 
un amore per Cristo che l’ha portata ad accettare e a essere fedele fino alla morte.

Fratelli, sorelle, ci saranno sempre martiri tra noi.
 È il segno che siamo sulla strada giusta.

Una persona esperta mi ha detto che ci sono più martiri oggi 
che all’inizio del cristianesimo.
Il coraggio dei martiri, la testimonianza dei martiri, 
è una benedizione per tutti.

Preghiamo perché coloro che in varie parti del mondo 
rischiano la vita per il Vangelo contagino la Chiesa 
con il proprio coraggio e la propria spinta missionaria. 

Aperti alla grazia del martirio.

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Storie di coraggio e testimonianze d’amore

Le vite di queste persone che offrono la propria vita come testimoni di Cristo sono storie vere, diverse l’una dall’altra. Nel suo videomessaggio – realizzato questo mese con il sostegno di Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN), un’organizzazione caritativa cattolica internazionale e fondazione pontificia la cui missione è aiutare i fedeli ovunque siano perseguitati, oppressi o in difficoltà attraverso l’informazione, la preghiera e l’azione – Francesco ricorda la testimonianza e il dolore di un marito, incontrato sull’isola greca di Lesbo: “Hanno visto mia moglie con il crocifisso e le hanno detto di buttarlo per terra. Lei non lo ha fatto e l’hanno sgozzata davanti a me”.

La storia di questa donna, che ha lasciato un “esempio di amore” per Cristo e di fedeltà “fino alla morte”, è ripercorsa nel Video del Papa di marzo, che include anche immagini di comunità cristiane in pericolo ed esempi di coraggio: come quello del primo servo di Dio del Pakistan, Akash Bashir, morto a 20 anni nel 2015 per impedire un attacco terroristico a una chiesa piena di fedeli a Lahore.

I martiri, eroi di tutti i tempi

Ci sono molti martiri nascosti, gli eroi del mondo di oggi, che conducono una vita ordinaria con coerenza e con il coraggio di accettare la grazia di essere testimoni fino alla fine, addirittura fino alla morte. Il Papa insiste: “Fratelli, sorelle, ci saranno sempre martiri tra noi. È il segno che siamo sulla strada giusta”. Il fatto che ci siano martiri significa che alcuni hanno rischiato la vita per seguire Gesù, per vivere secondo il suo messaggio e per incarnare nel mondo il suo Vangelo di amore, pace e fraternità. Non lo hanno rinnegato o dimenticato, ma hanno mantenuto ferma la fede e dimostrato la propria fedeltà a Gesù Cristo. Per questo indicano il giusto cammino della Chiesa.

“Una persona esperta mi ha detto che ci sono più martiri oggi che all’inizio del cristianesimo”, aggiunge Francesco, sottolineando come il tema dei cristiani perseguitati che danno la vita per la loro fede sia di grande attualità. Solo nel 2023, Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN) ha ricevuto segnalazioni in 40 Paesi di persone uccise o rapite a causa della fede. Solo per citare alcuni esempi: la Nigeria è diventata il Paese con il maggior numero di uccisioni; in Pakistan, nella diocesi di Faisalabad, sono stati attaccati i luoghi di culto e le case dei cristiani di Jaranwala; in Burkina Faso, i cattolici di Débé sono stati cacciati dal loro villaggio solo a causa della loro fede.

In questo contesto, Regina Lynch, presidente esecutivo della fondazione pontificia, dichiara: “La libertà religiosa, riconosciuta nella Dichiarazione universale dei diritti umani, è un diritto inalienabile e nessun cristiano dovrebbe perdere la vita per averla esercitata. È fondamentale garantire il diritto di praticare la propria fede come parte della dignità di tutti gli esseri umani”. Per questo motivo, afferma che l’intenzione di Francesco di questo mese è “molto importante per incoraggiare la preghiera per le vittime delle persecuzioni, così come per sostenere coloro che subiscono discriminazioni a causa della loro fede. Inoltre, dobbiamo impegnare i politici a difendere i diritti dei più vulnerabili”.

Il coraggio di testimoniare con la propria vita

Padre Frédéric Fornos S.J., direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, ricorda ciò che San Francesco d’Assisi disse una volta ai suoi fratelli: “Predicate il Vangelo, e se è proprio necessario usate anche le parole”. E aggiunge: “Siamo chiamati a testimoniare Cristo con tutta la nostra vita. Un martire è un testimone di Cristo la cui stessa esistenza è una testimonianza vivente, cioè incarna il Vangelo a rischio della propria vita, senza ricorrere alla violenza. L’intenzione di preghiera del Papa ci interroga: come testimoniamo Cristo nel luogo in cui ci troviamo? Non tutti siamo chiamati a rischiare la vita per essere fedeli a Gesù Cristo, ma posso chiedermi: di fronte a situazioni che vanno contro l’etica cristiana, contro il Vangelo, nel mio lavoro, nelle mie attività, nella mia cerchia sociale o nella mia famiglia, prendo posizione per seguire il cammino di Cristo nonostante le difficoltà e le sfide che possono sorgere, o le evito? Preghiamo quindi con il Papa perché coloro che in varie parti del mondo rischiano la vita per il Vangelo contagino la Chiesa con il proprio coraggio e la propria spinta missionaria”.

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Anche nel mese di Marzo l'intenzione di preghiera del Papa è stata resa nota con un tweet



“Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento.” - "Chiediamo scusa ai nostri ragazzi"


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Il Presidente Sergio Mattarella:
Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento.”

In una nota ufficiale del Quirinale viene riportata la telefonata tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Il tema è la violenza della Polizia durante le manifestazioni pro-Palestina, che nell’occasione di Pisa vedeva coinvolti un centinai di minori, alcuni dei quali trasportati in ospedale.

Mattarella sente il ministro Piantedosi:
tutelare la libertà di manifestare il proprio pensiero


“Il Presidente della Repubblica ha fatto presente al Ministro dell’Interno, trovandone condivisione, che l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento.”

Roma, 24/02/2024

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Chiediamo scusa ai nostri ragazzi
di Lorena Conte*

GIÙ LE MANI. Un'insegnante di Pisa racconta dal suo punto di vista le ore convulse del corteo studentesco e delle cariche della polizia

Pisa, la manifestazione in piazza dei Cavalieri in solidarietà con gli studenti manganellati

Le ferite passano, le manganellate forse si dimenticano; le ossa e i muscoli si rimettono a posto. Soprattutto a 15 anni. Quello che non si dimentica è la paura e il sospetto. Di essere dalla parte sbagliata. Di essersi svegliati e di protestare nel modo e nel momento sbagliato.

Dobbiamo chiedere scusa ai nostri ragazzi. Non solo se siamo ministri dell’Interno, non solo se siamo questori o poliziotti; ma da insegnanti e da educatori e da genitori. Continuiamo a dire che sono apatici, che stanno sempre con la testa china sui social. E quando qualcuno la tira su, quella testa, si becca le manganellate. E si sente dare del maleducato, del non autorizzato. E allora di nuovo giù a guardare i video, a giocare a Fortnite. Che fa meno paura delle manganellate. Non siamo riusciti a proteggere i nostri studenti e i nostri figli da questo strano risveglio nella realtà. Li abbiamo lasciati soli.

Venerdì a Pisa andavo alla manifestazione con i miei studenti con 10 minuti di ritardo, dopo un caffè con un’amica, perché «quale manifestazione parte in orario?». Invece già dopo un quarto d’ora avevano preso le prime botte. Gente di prima e seconda liceo, alcuni – molti – alla loro prima volta. Caricati con le mani alzate o con le mani a tenere l’ombrello. Manganelli contro ombrelli, che poi, la sfiga, erano 6 mesi che non pioveva. Mi avvertono, non ci posso credere. Passo da piazza dei Cavalieri, senza sapere che proprio lì c’è sbarramento. Provo a passare, mi fermano, ma poi dico che sono una prof, mi fanno passare. E lì il delirio. Poliziotti antisommossa, ragazzi che urlano. Cose non gentilissime eh, ma questo non giustifica le manganellate. O almeno credo. Sennò gli stadi sarebbero già tutti chiusi. E non esisterebbero i raduni con la gente che per far prendere aria all’ascella destra alza il braccio.

Vedo gente per terra che sanguina. Tutto di fronte al cancello della mia scuola, con quelli che sono entrati in classe che guardano dalle finestre. Provo a parlare con i miei studenti in corteo, mi dicono «ci hanno menato». Provo con una mia collega (senza di te, amica, cosa avrei fatto) a parlare con i poliziotti. Mi indicano qualcuno. Non riferisco cosa ci diciamo, perché certamente non sarebbe edificante. Capiamo, io e la mia collega, che non c’è margine di trattativa. Siamo chiusi da una parte e dall’altra. Se non spuntano le ali da lì non si esce. Allora piango per il nervoso e per la paura. E prego le prime file di tornare indietro. Non sembrano darmi retta.

Andiamo in fondo per vedere se è aperto dietro. In effetti le volanti sono andate vie. Allora chiamo al telefono un mio studente in prima fila. Incredibilmente risponde in tutto questo casino e, piangendo, gli dico di tornare, che hanno aperto. È possibilista. Non mi aspetto niente. Dopo poco, sento i cori che tornano indietro. Non so se sia servito piangere ma il corteo cambia rotta. E torna indietro e defluisce verso l’università. La strada dietro era libera dalle volanti. Almeno quello. Sennò serviva il teletrasporto.

La situazione di stallo è stata sbloccata esclusivamente dal corteo di ragazzini, che non si è arreso, anzi ha vinto. Loro più maturi degli adulti che gli stavano, armati, di fronte. Ma ora che la rabbia, l’indignazione, la paura sono passate rimane la colpa. Dobbiamo chiedere scusa. Ai pochi che hanno preso le botte. Ai tanti che guardavano dalle finestre. Ai tantissimi che hanno guardato i video; a questi ragazzi a cui diciamo sempre di svegliarsi e di lottare per le loro idee. A cui a scuola propiniamo come modelli Dante, Alfieri, Pasolini dicendo di prendere esempio dal loro coraggio e poi, una volta che, sotto la pioggia, decidono di sfilare per diritti che non sono neppure i loro, ecco che li riportiamo alla realtà con le cariche. Stai a farti gli affari tuoi «che campi cent’anni». Abbiamo davvero perso tutti sotto quella pioggia, d’acqua e di manganelli. Che poi erano 6 mesi che non pioveva.

* Lorena Conte Insegnante del liceo artistico Russoli di Pisa
(fonte: Il Manifesto 27/02/2023)

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Manganellate agli studenti, da Padova arriva la condanna di oltre mille professori dei licei

In poche ore un appello scritto da una docente del web ha raccolto un migliaio di firme da parte dei colleghi: «Posizione netta, indignata e preoccupata, di moltissimi insegnanti di Padova, di ogni ordine e grado, rispetto ai fatti di Pisa e Firenze»



«Da molte scuole di Padova si levano lo sconcerto e la profonda preoccupazione per i fatti di violenza verificatisi a danno di studenti inermi “caricati” da parte delle forze dell’ordine nelle città di Pisa e di Firenze». Inizia così l'appello diffuso dalla docente del Liceo Nievo, Emanuela Magno, che i poche ora ha raccolto più di 1000 firme da parte dei suoi colleghi del Padovano, dopo i fatti di Pisa, che hanno coinvolto agenti e studenti, con i primi armati di manganelli e i secondi con le mani in alto. «Il testo vuole rappresentare una presa di posizione netta, indignata e preoccupata, di moltissimi docenti delle scuole di Padova, di ogni ordine e grado, rispetto ai fatti di Pisa e Firenze - spiega Magno - .Parole di solidarietà agli studenti aggrediti dalle forze dell’ordine, di sostegno ai docenti del Liceo Ruzzoli di Pisa, di condivisione delle parole espresse dal Presidente Mattarella nella nota del Quirinale del 24 febbraio. Il documento condiviso ieri sul web continua ad essere sottoscritto momento dopo momento dagli insegnanti di Padova e provincia. Ci stanno arrivando anche richieste di firma da parte di non docenti»

L'appello

«I docenti delle scuole padovane intendono manifestare incondizionata solidarietà agli studenti aggrediti e sostegno ai loro docenti e ritengono di dover condividere la denuncia del personale del Liceo Russoli di Pisa, di seguito riportata, perché se ne dia ampia diffusione - si legge nell'appello firmato da oltre mille docenti - . Sentiamo altresì altamente rappresentati dalle parole del Presidente Mattarella il sentimento angosciato e il pensiero critico, orientato dai principi costituzionali, di moltissimi insegnanti di ogni ordine e grado del nostro Paese, parole che ci attendiamo vengano condivise dal Governo tutto e da tutte le forze politiche: “…l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento.” Nota del Quirinale».

Ecco cosa aveva scritto invece il personale del Liceo Russoli di Pisa, frequentato dai ragazzi presi a manganellate durante una manifestazione contro il genocidio dei Palestinesi: 

«Oggi, 23 febbraio 2024, noi docenti e personale scolastico del Liceo Artistico “Russoli” di Pisa abbiamo assistito a un atto di tale gravità da ritenere impossibile non manifestare il nostro totale e netto dissenso per come è stato gestito in città l’ordine pubblico - si legge nel loro comunicato - .
Di fronte alla sede della nostra scuola, verso le 9:30 circa di questa mattina, sfilava un corteo pacifico di manifestanti per il cessate il fuoco in Palestina. Nel corteo erano presenti molti studenti delle scuole superiori di Pisa e del nostro Liceo in particolare, nonché alcuni docenti dello stesso. Il corteo è stato bloccato proprio davanti al palazzo del Liceo artistico e su entrambe le possibili vie di fuga: all’imbocco di Piazza dei Cavalieri e all’altezza di Piazza Dante e su via Tavoleria. Il gruppo di agenti in assetto antisommossa posizionato all'imbocco di Piazza dei Cavalieri ha caricato con manganelli e inaudita violenza i manifestanti delle prime linee: una ragazza, ferita alla testa, si è accasciata davanti al cancello della nostra scuola e molti giovani studenti hanno riportato ferite a causa delle manganellate e delle violenze. Solo quando, probabilmente col sopraggiungere dell’ambulanza, è stato liberato dalle pattuglie l’accesso verso Piazza Dante, i manifestanti hanno potuto defluire e procedere. Si aggiunga al breve, quanto sconcertante resoconto, che, prima ancora dell’arrivo del corteo, studenti con disabilità, accompagnati da genitori per un’entrata posticipata, sono stati interdetti dall’accesso alla scuola per opera degli agenti della sicurezza. Di fronte alla gravità dei fatti accaduti, noi lavoratori del Liceo “Russoli”, che consapevolmente e concretamente sosteniamo da anni e ogni giorno una linea educativa ispirata ai valori della democrazia, del dialogo, del rispetto per la diversità e della libertà di espressione, condanniamo irrevocabilmente e totalmente la scelta repressiva operata oggi contro il corteo manifestante».
(fonte: PadovaOggi, articolo di Luca Preziusi 26/02/2024)

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Solidarietà agli studenti di Pisa dopo i fatti del 23 gennaio ed alla presa di posizione dei loro docenti viene espressa, con diverse modalità, anche da tantissime scuole di tutto il territorio nazionale.