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venerdì 19 ottobre 2018

«La strada del discepolo, il Signore vuole che sia povera» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
18 ottobre 2018
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
Sulla strada della povertà


È con una preghiera per il cardinale Ernest Simoni, nel giorno del suo novantesimo compleanno, che Papa Francesco ha iniziato la celebrazione della messa a Santa Marta, giovedì mattina 18 ottobre. Il cardinale albanese — arrestato la notte di Natale del 1963 e liberato soltanto nel 1990, dopo una vita ai lavori forzati — era accompagnato dal cardinale arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori. E proprio al cardinale Simoni il Pontefice si è rivolto durante l’omelia ricordando la persecuzione di cui è stato vittima proprio perché cristiano. Ma le persecuzioni, ha affermato con forza il Papa, avvengono ancora oggi e anche al sinodo dei vescovi sono state presentate testimonianze eroiche di giovani fedeli al Vangelo fino al martirio.

Francesco, all’inizio dell’omelia, ha fatto subito notare come «nell’orazione colletta abbiamo visto che il Signore per mezzo di san Luca» di cui oggi si celebra la festa «ha voluto rivelare la sua predilezione per i poveri». E questo «lo sappiamo grazie agli scritti di san Luca: il suo Vangelo e gli Atti degli apostoli».

Proprio il passo del Vangelo di Luca (10, 1-9), proposto oggi dalla liturgia, fa presente che «quando il Signore invia i suoi settantadue discepoli, li invia “in povertà”, dà loro consigli di povertà». È «la povertà del discepolo: la strada del discepolo, il Signore vuole che sia povera».

Se discepolo è attaccato ai soldi, alle ricchezze, «non è un vero discepolo» ha rilanciato il Pontefice. Suggerendo che «ci sono tre maniere, tre modi di vivere la povertà nella vita dei discepoli, diverse povertà, tre tappe — possiamo dire — di diverse povertà».

«La prima povertà è: distaccato dai soldi, dalle ricchezze». Inviando i discepoli, Gesù raccomanda loro di non portare «borsa né sacca né sandali» e dice: «Andate con il minimo a predicare». E, ha aggiunto il Papa, «se nel lavoro apostolico ci vogliono strutture o organizzazioni che sembrano essere un segno di ricchezza, usatele bene». Ma sempre «distaccati». Ci vuole, insomma, «il cuore povero». Infatti «la condizione per incominciare la strada del discepolato è la povertà».

A questo proposito Francesco ha invitato a pensare «a quel giovane, tanto bravo, al punto di commuovere il cuore di Gesù». Quel giovane «non è stato capace di seguirlo perché aveva tante ricchezze e il cuore attaccato alle ricchezze». Invece, ha affermato il Pontefice, «se tu vuoi seguire il Signore, scegli la strada della povertà» e se si hanno ricchezze, è perché «il Signore te le ha date per servire gli altri». Ma «il tuo cuore» deve esserne «distaccato». Oltretutto, ha insistito il Papa, «il discepolo non deve avere paura della povertà, anzi dev’essere povero: questa è una delle diverse forme di povertà che il Signore chiede ai suoi discepoli».

Poi, ha detto Francesco proseguendo nella sua meditazione, «c’è un’altra forma di povertà» che possiamo riconoscere nelle parole stesse di Gesù: «Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». È «la povertà delle persecuzioni, i discepoli del Signore perseguitati per il Vangelo: anche oggi ce ne sono tanti, calunniati».

A questo proposito, ha confidato il Papa, «ieri, nell’aula del Sinodo, un vescovo di uno di questi Paesi dove c’è persecuzione ha raccontato di un ragazzo cattolico preso da un gruppo di ragazzi che odiavano la Chiesa, fondamentalisti; è stato picchiato e poi buttato in una cisterna e buttavano il fango e alla fine, quando il fango era arrivato al collo» gli intimavano «di’ per l’ultima volta: tu rinunci a Gesù Cristo?». E lui: «No!». Così «hanno buttato una pietra e l’hanno ammazzato». E «l’abbiamo sentito tutti, questo non è accaduto dei primi secoli: questo è accaduto due mesi addietro!». Ed «è un esempio» ha affermato Francesco: «Ma quanti cristiani oggi soffrono le persecuzioni fisiche: “Questo ha bestemmiato! Alla forca!”. È così. Le persecuzioni che durano tanto tempo e il nostro novantenne fratello potrà raccontarci tante cose», ha aggiunto il Papa riferendosi proprio al cardinale Simoni.

«Ma ci sono altre persecuzioni», ha proseguito il Pontefice. A cominciare dalla «persecuzione della calunnia, delle dicerie e il cristiano sta zitto, tollera questa “povertà”». Sì, ha aggiunto, «alle volte è necessario difendersi per non dare scandalo». Ci sono «le piccole persecuzioni nel quartiere, nella parrocchia: piccole, ma sono la prova di una povertà». Ed «è il secondo modo di povertà che ci chiede il Signore: il primo è lasciare le ricchezze, non essere con il cuore attaccato alle ricchezze; il secondo, ricevere umilmente le persecuzioni, tollerare le persecuzioni. Questa è una povertà».

Francesco ha quindi spiegato che c’è anche «un terzo modo» e a suggerirlo è la prima lettura della liturgia di oggi, tratta dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo (4, 10-17). Si tratta, ha spiegato, della «povertà della solitudine, dell’abbandono: quando il discepolo, che è uscito con tanta forza a predicare il Signore, anche ha tollerato le persecuzioni, alla fine della vita si sente abbandonato: abbandonato da tutti». E «questo brano di Paolo, del grande Paolo che non aveva paura di nulla, è un esempio di questa povertà».

Tanto che, ha affermato il Pontefice, Paolo «scrive a suo figlio — figlio dell’anima — Timoteo, vescovo: “Figlio mio, Dema mi ha abbandonato; Crescente è andato in Galazia. Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me. Alessandro, il fabbro, mi ha procurato molti danni: si è accanito contro la nostra predicazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito — il grande Paolo solo, davanti ai giudici pagani — tutti mi hanno abbandonato. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza».

«L’abbandono del discepolo: quel ragazzo di diciassette, diciotto, venti anni — ha affermato Francesco — che con tanto entusiasmo lascia le ricchezze per seguire Gesù; quella ragazza che fa lo stesso e poi con fortezza e fedeltà tollera calunnie, persecuzioni quotidiane, gelosie, anche, le piccole o le grandi persecuzioni, alla fine il Signore può chiederle questo: quella solitudine della fine».

«Io penso all’uomo più grande dell’umanità, e questa qualifica viene dalla bocca di Gesù: Giovanni Battista: l’uomo più grande nato da donna» ha detto il Papa. Giovanni era un «grande predicatore: la gente andava da lui a farsi battezzare. Come è finito? Solo, nel carcere. Pensate, voi, cosa è una cella e cosa erano le celle di quel tempo, perché se queste di adesso sono così, pensate a quelle di allora». E Giovanni è finito «solo, dimenticato, sgozzato per la debolezza di un re, l’odio di un’adultera e il capriccio di una ragazza: così finì l’uomo più grande della storia».

Ma «senza andare così lontano — ha proseguito — tante volte nelle case di riposo, dove ci sono i sacerdoti o le suore che hanno speso la loro vita nella predicazione, si sentono soli o sole, solo con il Signore: nessuno li ricorda». E «questa terza maniera di povertà l’ha promessa Gesù allo stesso Pietro: quando eri ragazzo, tu andavi dove volevi; quando sarai vecchio, ti porteranno dove tu non vuoi».

«La povertà come strada del discepolo» ha riaffermato il Pontefice. Sì, «il discepolo povero, perché la sua ricchezza è Gesù. Povero, perché non è attaccato alle ricchezze: primo passo. Povero, perché è paziente davanti alle persecuzioni piccole o grandi: secondo passo. Povero, perché entra in questo stato d’animo alla fine della vita che ci ricorda quello di san Paolo: abbandonato». E «lo stesso cammino di Gesù che finisce con quella preghiera al Padre: “Padre, Padre, perché mi hai abbandonato?”».

«Che questa rivelazione sulla predilezione del Signore per la povertà — ha concluso Francesco — ci aiuti ad andare avanti e a pregare per i discepoli, per tutti i discepoli, siano preti, suore, vescovi, papi, laici: tutti. Perché sappiano percorrere la strada della povertà come il Signore vuole».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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giovedì 18 ottobre 2018

Due ore (e una vita). A Genova si rientra a casa, per un po’ di Marina Corradi - Lacrime e silenzio, gli sfollati come spettri nelle case sotto il ponte




Due ore (e una vita). 
A Genova si rientra a casa, per un po’

di Marina Corradi

Oggi gli sfollati della zona rossa di Genova potranno tornare nelle loro case, prossime alla demolizione, per portare via le loro cose. Ogni famiglia salirà con tre vigili del fuoco, cinquanta scatoloni e due ore di tempo. In alto, enorme, incombente, il moncone del ponte. Bisognerà non guardarlo. Bisognerà fare in fretta, e non pensare a quell’ombra scura di cemento armato sui tetti.

Due ore per portarsi via la propria vita. Se i sensori che controllano il Morandi continueranno a non registrare alcuna minima oscillazione, si potrà tornare altre due volte. Ma chissà se gli abitanti di via Porro e via Campasso lo faranno ancora. Due ore, e magari cinquant’anni da imballare, e un piano di evacuazione per scappare in quattro minuti, in caso di emergenza. Quelle case hanno sei piani. Già scendere sei piani a piedi, per chi non è giovane, richiede, forse, di più.

Gli sfollati sono contenti di poter rientrare finalmente a prendere le loro cose più care e preziose. Ma immaginiamoci che urto al cuore è, tornare dopo due mesi in quelle stanze abbandonate in furia, nell’eco atroce del crollo, che ancora insegue la memoria di chi c’era. Quando era parso che finisse il mondo. Quando si era scappati con un bambino in braccio, senza prendere neanche la borsetta. Ecco, oggi ritornano per due ore nelle loro case, come se il tempo che si è fermato il 14 agosto alle 11 e 36 riprendesse ad avanzare.

La chiave gira nella serratura. Una finestra è rimasta aperta. L’orologio in cucina segna la giusta ora, il bucato è ancora steso sul balcone. La caffettiera sui fornelli. Tornare, è rientrare in un istante pietrificato. Come in un doloroso sogno. Non avranno tempo però, gli abitanti di via Porro e via Campasso, per badare alle emozioni. Due ore, e i vigili del fuoco, gentili, che aiutano ed esortano a fare presto. Ma, da dove cominciare, e cosa scegliere, e cosa scartare? Certo i documenti, e i risparmi in contanti, nascosti, come fa chi di soldi ne ha pochi; e gli abiti pesanti, ora che comincia a far freddo. E poi? Non sono grandi, le case sotto il Morandi, due o tre locali modesti: case costruite fra gli anni Cinquanta e Sessanta, in pieno boom, e destinate alle famiglie dei ferrovieri dello snodo vicino a Sampierdarena. Case popolari. Nessuno protestò, quando gli costruirono il ponte sulla testa.

Ma quante cose hanno stipato in sessanta metri quadri i giovani sposi di allora, che ora sono vecchi. Andranno su, oggi, i figli, carichi di elenchi scritti a mano e di raccomandazioni. Si troveranno nel tinello dove sono cresciuti, incredibilmente uguale a sempre: piastrelle di graniglia, sul tavolo la cerata a fiori, nella credenza finto antica il servizio buono. Lì, si è raccomandata la madre, dentro a una zuppiera c’è un astuccio con un anello d’oro, ricordo di famiglia. I figli cercano in fretta, ma non trovano niente. Forse la mamma ricorda male.

Prendono la tv. Ma gli armadi traboccano, negli scaffali in alto, di vecchie care cose. Album di fotografie di famiglia. Pacchi di lettere dei bisnonni, dal Sud. E un altro pacchetto di corrispondenza, piccolo, legato con un nastro azzurro, che la madre ha ordinato di non aprire: remote lettere di innamorati. Cosa c’è appeso lassù, incellofanato? È un abito da sposa, dolcemente ingiallito. (Delle due ore, già ne è passata una. Purché il ponte, lassù, stia buono).

E nei cassetti? Nei cassetti delle case c’è un mondo. Rendiconti della banca. Tessere, chiavi, ricevute, medicine, ecografie. Indispensabili queste, per le cure di papà. Le mani raccolgono, nervose e veloci. Nel comò coi cassetti che non scorrono, e che non apre mai nessuno, sotto alle tovaglie ricamate, regalo di nozze, spuntano pacchi di quaderni a quadretti con file di "a" tonde, tracciate a matita. Questi, si può lasciarli andare in polvere con la casa? L’astuccio con l’anello non si trova, ma il tempo sta per scadere. Per ultima cosa un figlio afferra dal muro l’immagine di Padre Pio: lui, deve venire via.

Ed è l’ora, si va. Un ultimo sguardo alla finestra da cui si veniva chiamati a tavola, quando si giocava in cortile. Al tavolino, su cui si stava chini a studiare. Si potrà tornare un’altra volta? Chissà però se lo regge, il cuore. Con trenta scatole di vita scendere in strada. Sapere a memoria il punto del marciapiede, in cui a quell’ora il ponte allarga la sua ombra. Alzare lo sguardo quasi in un saluto: era in fondo anche lui, da sempre, una parte del proprio orizzonte. Ora se ne sta lì tronco, appeso al niente, assurdo. Andarsene, bisogna, come strappati, verso una nuova vita. Dove, come, chissà.
(fonte Avvenire 18/10/2018)

Genova. Lacrime e silenzio,
gli sfollati come spettri nelle case sotto il ponte

È iniziata con mezz'ora di ritardo l'operazione per far rientrare gli abitanti della zona rossa nelle abitazioni sotto i monconi del Ponte Morandi

I vigili del fuoco accompagnano uno sfollato in casa

Ci si è messo anche il vento forte, stamane, a scompigliare per un attimo di nuovo tutti i piani di Genova. Per un attimo è sembrato impossibile persino concedere agli sfollati - assiepati attorno alle tende della Protezione civile con scatoloni e valigie a rotelle - le due ore stabilite per rientrare. Poi l'allarme è rientrato, e dalle 9 di stamattina la straziante processione è cominciata.

La strada deserta, senza più auto parcheggiate ormai da settimane, i palazzi disabitati da ben oltre due mesi, alcune finestre rimaste aperte e un silenzio spettrale, se non fosse per il vociare degli sfollati che rientrano nelle case per due ore e dei cronisti e degli operatori fatti entrare a bordo di un piccolo pullman turistico aperto. Nella zona rossa di ponte Morandi, l'unica traccia che queste case fossero abitate sono le piante che resistono sui balconi. I primi cittadini a entrare sono stati alcuni inquilini dei civici 11 e 16 e 5 e 6, quelli più lontani dalla pila 10 del viadotto. Il capo protetto da un caschetto, e tre vigili del fuoco a fianco, hanno iniziato a riempire gli scatoloni forniti dal Comune, già montati per evitare di perdere tempo nelle due ore concesse, e a collocarli sulle piattaforme mobili da trasloco. In tutta la giornata, secondo i piani, entreranno 24 famiglie.

Una sfollata si sprofonda nell'abbraccio di un volontario della Protezione civile

«Andiamo a prendere le cose della nonna, 90 anni la domenica prima del guaio. Rivuole le sue cose e, alla sua età, spesso si vive di superfluo». Lucilla aspetta accanto alle tende dei volontari, in via Fillak, il suo turno di tornare nelle case di via Porro evacuate il giorno del crollo del ponte Morandi. «Sono qui per la nonna - racconta - ma lì non ci rientro, va mia nipote: un anno fa è mancato mio padre e non voglio più metterci piede». La nonna, come la chiama, è Liliana Paoli, detta Lilli, terza moglie del padre, alle spalle una vita da musicista e compositrice. «Non è famosa, sia chiaro», racconta Lucilla, in mano una lunga lista di cose da prendere, tra cui «due pianoforti in miniatura da “scollare piano” da una mensola, come mi ha detto la nonna...». Sono i ricordi di una vita, trascorsa per la maggior parte degli anni proprio sotto ponte Morandi.

Ai ricordi di una vita uno degli abitanti di via Porro ha dovuto rinunciare. Non ha potuto raccogliere le sue cose perché ha trovato la casa completamente allagata a causa dell'acqua piovana fuoriuscita dalle cisterne di raccolta situate sul tetto del palazzo. Nonostante l'aiuto dei vigili del fuoco l'uomo ha dovuto rinunciare al momento a riempire i 50 scatoloni a disposizione. Ora si teme che il problema possa essersi verificato anche in altri palazzi. Una donna, invece, non ha retto all'emozione: ha avuto un momento di sconforto, è scoppiata a piangere e ha interrotto la visita in casa. La donna poi si è ripresa.

Un altro sfollato tiene in mano una lista delle cose da recuperare in casa

«Ho una lista di cose da prendere. So già che non la rispetterò e so già che, una volta fuori, avrò dimenticato qualcosa...». Giusy Moretti, portavoce del comitato sfollati di ponte Morandi, sarà tra le ultime a rientrare nella propria casa. «Il mio turno è sabato pomeriggio - spiega - sono qui per rivedere gli amici di una vita, le persone della mia scala con cui abbiamo condiviso 50 anni». Due ore non sono tante per ritrovare le proprie cose tra quelle mura abbandonate di corsa lo scorso 14 agosto. «È il meglio che abbiamo potuto ottenere - dice - e comunque potremmo rientrare altre volte. Mia figlia vuole la sedia a dondolo, spero riusciremo a prenderla. E poi vorrei l'orologio di mio padre, quello che gli hanno regalato quando è andato in pensione dalle Ferrovie. Spero di trovarlo, perché ho un vuoto di memoria e non ricordo dove l'ho messo...». Alle sue spalle i monconi del viadotto, monumento di una tragedia che mai avrebbe immaginato. «Paura del ponte? Non l'ho mai avuta, neppure il giorno che è caduto».
(fonte Avvenire 18/10/2018)

“Il senso delle lacrime” di Anne Lecu - Recensione di Aldo Pintor

“Il senso delle lacrime” di Anne Lecu
Recensione di Aldo Pintor


Pochi si chiedono che significato riveste il pianto per l'umanità di oggi. Il mondo contemporaneo va dietro all'idolo dell'efficientismo pertanto ignora l'uso delle lacrime (pur sempre presente) ma un uomo con gli occhi umidi non da di sé una immagine invidiabile. Pertanto su questo tema in verità trattato così raramente mi sento di consigliare la lettura del libro “Il senso delle lacrime” di Anne Lecu (Edizioni S. Paolo, pp. 160). Lo consiglio perché pur così poco trattato questo fenomeno è assolutamente essenziale per l'umanità. Ogni uomo conosce le lacrime e queste lo accompagnano in determinati momenti della vita. Eppure questo liquido salato che fuoriesce dal nostro occhio e che ha un sapore molto forte sgorga direttamente dalla nostra interiorità. Questo studio di Anne Lecu religiosa domenicana è stato scritto utilizzando certamente il cuore del monaco che ha dedicato la sua vita all'interiorità ma anche con la competenza della studiosa che conosce quanto il significato delle lacrime possa mutare nel corso di secoli e delle diverse culture umane. Nella nostra società le lacrime sono accettate limitatamente se scorrono negli occhi dei bambini, delle donne, dei deboli e dei sofferenti. Ma ci voleva proprio la profondità di una monaca per sviscerare un aspetto che contribuisce a farci uomini ma di cui spesso ci vergogniamo.

E' suggestivo constatare come questa secrezione del nostro occhio seppure appanna la vista in realtà rivela ciò che si muove nel nostro intimo. Oltre che la sensibilità e i sentimenti di una persona il nostro pianto (così come il nostro riso) racconta anche tutto il nostro sistema di valori. Una frase molto significativa di questo libro è che “Una società è giusta quando tiene conto di preferenze dei più vulnerabili, cioè quando prende sul serio le lacrime”. Le esperienze di vita dell'autrice forgiata della spiritualità domenicana si basa anche sulla conoscenza di quel luogo di dolore e lacrime che è il carcere. Infatti, Anne Lecu oltre che fine teologa è anche medico in un carcere. Conosce perfettamente i vari motivi per cui due nostri occhi sgorgano lacrime e conosce altresì i vari tipi di lacrime e non ignora nemmeno perché talvolta gli occhi rimangano asciutti. Poi come dice l'Apocalisse (21.4) “Dio asciugherà ogni lacrima dei loro occhi e non ci sarà più la morte né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate”. Insomma alla fine della storia tutte le lacrime sorte nell'umanità verranno asciugate da Dio e questa tenerissima azione materna segnerà il felice giorno senza tramonto. In un'epoca dove almeno per gli uomini piangere è disdicevole l'autrice propone di cercare le lacrime perdute. Infatti come dice una citazione del libro (di tal Jean Charvet) Non si piange davvero se non perdendo le proprie lacrime. Così non si crede davvero se non avendo almeno una volta dubitato.



Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - XXVIII Domenica del Tempo Ordinario / B - 14/10/2018


Omelia p. Gregorio Battaglia



XXVIII Domenica del Tempo Ordinario / B - 

14/10/2018

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

... Il brano inizia con una notazione geografica: "Mentre Gesù andava per la strada...", prima era stato in casa e adesso è per la strada, una indicazione che ci invita a vedere che Gesù non ha paura della strada (è il luogo dove passano tutti, dove si incontra di tutto) e non ha paura di incontrare le persone, ma mi sembra opportuno cercare di capire l'aspetto più simbolico di questa annotazione, perché parlare di strada significa anche cogliere quella che è la nostra vita, la nostra esistenza ... 

Se io mi sento amato perché mi devo preoccupare di garantire la mia vita, perché devo accumulare? ... se sono amato gratuitamente di che cosa ho paura? Gesù mi dice: amami, donati, offriti, non ti preoccupare di accumulare, la vita è questa, la vita acquista tutta la sua bellezza se scopri che tu, amato, devi provare, giorno dopo giorno ad aprirti, a non chiuderti, a non guardare solo a te stesso, vedi che c'è gente accanto a te, guardala, chinati e vedi che questo è il segreto della vita piena, la vita che nemmeno la morte ti può rubare; in quel caso assomiglierai davvero a quel Padre che per ognuno di noi ha desiderio di farci ritrovare accanto a sé e farci partecipi della sua vita divina.

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La teologia in uscita, missione della modernità di Piero Coda

La teologia in uscita, missione della modernità

di Piero Coda 

Attuando il concetto della Chiesa in uscita anche il pensiero cristiano deve rimodularsi per non tradire l’eredità preziosa della Rivelazione ed evitare di trasformarsi in qualcosa di irrilevante


Nella costituzione apostolica Veritatis gaudium (2018), Papa Francesco sottolinea che gli studi ecclesiastici, nello spirito di una «Chiesa in uscita», sono chiamati oggi ad approfondire il dialogo con le scienze (n. 5). L’esortazione non è certamente nuova, se solo pensiamo che il Concilio Vaticano II ha incoraggiato la teologia a dialogare coi vari ambiti del sapere ( Gaudium et spes, 62; Optatam totius, 15). Francesco, tuttavia, va ben al di là di una semplice raccomandazione o di una dichiarazione di principio: invita a coinvolgere il lavoro teologico nello stesso dinamismo trasformante dell’evangelizzazione, per renderlo espressione di servizio e di comunione con l’altro. 

Le periferie alle quali la Chiesa in uscita deve dirigersi, infatti, sono anche gli ambiti del sapere ove la Parola non è ancora risuonata, oppure vi è risuonata ma non ha ancora preso su di sé la carne delle nuove conoscenze, non è ancora divenuta forma di sintesi convincenti. La Chiesa oggi necessita di una 'teologia in uscita' in grado d’intessere relazioni significative col mondo della vita e della cultura, a servizio dell’intelligibilità di una Parola che a tutti è destinata. Secondo Papa Francesco gli studi ecclesiastici, in forma peculiare, «costituiscono una sorta di provvidenziale laboratorio culturale in cui la Chiesa fa esercizio dell’interpretazione performativa della realtà che scaturisce dall’evento di Gesù Cristo» ( Veritatis gaudium, 3). Essi, anzi, sono chiamati a incentivare tale specifico ruolo. E ciò per una triplice convergente ragione: il cambiamento d’epoca segnato da una complessiva crisi antropologica e socio-ambientale; la necessità di un «radicale cambio di paradigma» se non in fin dei conti di «una coraggiosa rivoluzione culturale », tesa a un pertinente ed efficace affronto di tale situazione; il comune impegno a «costruire leadership che indichino strade». 

Si può dire che la posta in gioco a motivo del «cambiamento d’epoca » oggi in atto impone in primis alla teologia, ma insieme a tutte le discipline previste negli studi ecclesiastici, una decisa e per molti versi ancora in fieri assunzione della forma e dello stile di configurazione e d’esercizio propiziati dal Vaticano II e dall’onda profonda del processo da esso innescato. Papa Francesco descrive tale compito in questi termini: «Si fa oggi sempre più evidente che c’è bisogno di una vera ermeneutica evangelica per capire meglio la vita, il mondo, gli uomini, non di una sintesi ma di una atmosfera spirituale di ricerca e certezza basata sulle verità di ragione e di fede. (…) Il buon teologo e filosofo ha un pensiero aperto, cioè incompleto, sempre aperto al maius di Dio e della verità, sempre in sviluppo» (ibid.). 

Di qui il criterio epistemologicamente ed accademicamente forse più esigente che egli propone nella Veritatis gaudium per raggiungere tale obiettivo. In un tempo che, con la crisi della modernità anche a livello di coscienza epistemologica e con la conseguente tentazione pendolare di consegnarsi o alla resa (spesso tutt’altro che tollerante) della post-verità o alla resistenza (anch’essa violenta, perché disperata) del fondamentalismo, occorre ribadire la possibilità, come già indicava Giovani Paolo II nella Fides et ratio, anzi la necessità vitale di «giungere a una visione unitaria e organica del sapere. Questo è uno dei compiti di cui il pensiero cristiano dovrà farsi carico nel corso del prossimo [ormai l’attuale] millennio cristiano» (n. 85). 

Il compito è senz’altro arduo, ma epocalmente decisivo. E sottrarvisi significherebbe non solo non onorare l’eredità preziosa e incalzante della Rivelazione, ma, di fatto, rendere la performance del sistema degli studi ecclesiastici di più in più irrilevante. La stimolante e orientatrice indicazione che la Veritatis gaudium offre in proposito è quella che indirizza l’interpretazione e la gestione del principio di interdisciplinarietà non alla sua «forma 'debole' di semplice multidisciplinarietà » in prospettiva per così dire orizzontale, quanto piuttosto alla sua «forma 'forte' di transdisciplinarietà, come collocazione e fermentazione di tutti i saperi entro lo spazio di Luce e di Vita offerto dalla Sapienza che promana dalla Rivelazione di Dio», in prospettiva per così dire verticale, aperta e fondata cioè nel farsi presente della trascendenza di Dio alla storia dell’uomo in Cristo (4c). 

Come una 'teologia in uscita', che si faccia responsabilmente carico di questa urgente e impegnativa missione, possa operare e servire non è sempre facile da individuare e ancor più da realizzare. Per questo vanno seguite con interesse quelle proposte che cercano di presentare la teologia come un corpo di conoscenze che si lasciano provocare dall’uomo contemporaneo, adoperandosi per offrire risposte sensate e credibili alle domande che egli pone. Da vari decenni, la teologia fondamentale sviluppata nelle opere di don Giuseppe Tanzella-Nitti rappresenta uno di questi riusciti tentativi, in particolare a partire dalla pubblicazione del Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede (2002). Il progetto di una Teologia fondamentale in contesto scientifico, che vede ora edito il suo terzo volume: Religione e Rivelazione, non intende semplicemente aggiungere nuovi saggi al tema del dialogo fra teologia e scienze su specifici argomenti di frontiera, già presenti nella produzione di altri filosofi o teologi. Siamo piuttosto di fronte, in felice sintonia con quanto chiede la Veritatis gaudium, al programma architettonicamente costruito di sviluppare un intero trattato teologico avendo come interlocutore l’uomo di scienza, ovvero gli uomini e le donne del nostro tempo il cui modo di pensare - di fatto - è forgiato dalla cultura scientifica. A essi una 'Chiesa in uscita' dirige oggi l’annuncio del Vangelo.
(fonte: Avvenire 16 ottobre 2018)


mercoledì 17 ottobre 2018

17 ottobre 2018 Giornata mondiale di lotta contro la povertà - Nel mondo 821 milioni di persone soffrono oggi la fame (1 persona su 9) - In Italia 1 milione 208 mila bambini vivono in situazioni di povertà assoluta (il 12,1%) - E se Matteo ti chiedesse aiuto, tu cosa faresti? (video)


"La miseria non è una fatalità: ha delle cause che vanno riconosciute e rimosse, 
per onorare la dignità di tanti fratelli e sorelle"  
(Papa Francesco - Angelus 15/10/2017)

Il 17 ottobre in tutto il mondo si celebra la Giornata Internazionale per lo Sradicamento della Povertà proclamata dalle Nazioni Unite nel 1992. Quest’anno il tema sul quale riflettere e agire sarà: “Lavorare insieme agli ultimi per costruire un mondo inclusivo per il rispetto universale dei diritti umani e della dignità di ognuno”.

Tale giornata ha un valore ancora più significativo quest’anno in quanto il 10 dicembre 2018 ricorreranno i 70 anni dalla proclamazione della Dichiarazione Universale sui Diritti Umani e proprio per questo è sempre più importante sottolineare la connessione fondamentale tra la povertà estrema e i diritti umani in quanto sono le persone che vivono situazioni di povertà estrema le prime vittime della violazione dei diritti umani.

In base ai dati del rapporto di settembre 2018 delle Nazioni Unite, 821 milioni di persone soffrono oggi la fame (1 persona su 9) di cui 515 milioni solo in Asia e 265,5 milioni in Africa mentre oltre 151 milioni di bambini sotto i cinque anni hanno ritardi nella crescita (di questi il 39% vive in Africa e il 55% in Asia).
Le cause di tale situazione sono da ricercare sicuramente nell’impatto della variabilità climatica e degli eventi meteorologici estremi, ma anche nei conflitti e nelle crisi economiche.

Le allarmanti cifre relative la fame nel mondo richiedono, quindi, azioni immediate ed efficaci se si vuole realmente raggiungere l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile di Fame Zero entro il 2030.

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17 ottobre, presentazione Rapporto "Povertà in attesa".

Il 17 ottobre 2018, nella Giornata mondiale di lotta contro la povertà, Caritas Italiana presenta a Roma, presso Fondazione CON IL SUD (Via del Corso, 267), il suo Rapporto 2018 su povertà e politiche di contrasto dal titolo "Povertà in attesa".

Questa edizione integra per la prima volta in un unico testo il 17° "Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia" e il 5° "Rapporto sulle politiche contro la povertà in Italia", con l'intento di offrire uno strumento aggiornato di studio ed approfondimento, nonché per stimolare l’azione delle istituzioni civili, e per questo analizza in particolare l’attuazione in Italia del Reddito di Inclusione (REI). 


Video di approfondimento:

Leggi tutto dalla sito della Caritas Italiana

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La povertà nasce da una ingiusta ripartizione delle ricchezze nel mondo. I dati lasciano a bocca aperta e l'economia mondiale sembra voler favorire sempre più chi detiene la maggior parte della ricchezza del pianeta. Anche in Italia la situazione è preoccupante con il 20% più ricco dei nostri concittadini che detengono il 70% della ricchezza e il 60% più povero che è costretta a condividere il 13,3% della ricchezza nazionale.
Guarda il video realizzato dalla Caritas Ambrosiana

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Un nuovo esperimento sociale per riflettere sulla povertà minorile

Matteo, un bambino di 10 anni, per le strade di Milano ferma i passanti per chiedere un lavoro per sé. Tanta indifferenza, tanto stupore ma anche rabbia e incredulità tra la gente. Perché non può essere questa la realtà, che un minorenne debba cercare lavoro per aiutare la propria famiglia in difficoltà.

È questa l’estremizzazione messa in scena con il nuovo esperimento sociale realizzato da Fondazione L’Albero della Vita per promuovere, #iodonofiducia, la campagna di sensibilizzazione sul tema della povertà assoluta in Italia, piaga sociale del nostro Paese degli ultimi anni. 1 bambino su 8* in Italia vive in povertà assoluta e per la Giornata Internazionale contro la Povertà, l’Ente che si occupa da 20 anni di mamme e bambini in difficoltà, ha voluto lanciare una nuova provocazione sul web.

Matteo, 10 anni, oggi dovrebbe essere a scuola. Invece, all’insaputa dei genitori, si trova per strada, con un biglietto da visita, il suo, per chiedere ai passanti un aiuto insolito per un minorenne: un lavoro per sé, perché suo padre è da cinque mesi che non lavora e si sta rassegnando a questa situazione. Il tutto succede a Milano, città da sempre simbolo del lavoro e del benessere economico del nostro Paese.

Una situazione agli occhi dei passanti assurda. Ma oggi, i dati sulla povertà in Italia ci rimandano l’immagine di un paese in difficoltà, in particolare per quello che riguarda la prospettiva delle nuove generazioni. In Italia i bambini che si trovano in condizione di povertà assoluta sono 1 milione 208 mila, il 12,1% dei minorenni italiani. Un dato allarmante considerato che nel 2005 l’incidenza era del 3,9%. Il Reddito di Inclusione, con le risorse stanziate attualmente, riesce a raggiungerne solo una parte: il 41%** dei minorenni in povertà assoluta non possono ancora usufruirne.

Oggi i bambini che vivono in una condizione di povertà assoluta vengono spesso spinti a svolgere ruoli da adulti in tenerissima età. Gli effetti, di un’infanzia che passa troppo in fretta, possono essere profondi e duraturi. Vista attraverso la lente dei diritti delle persone in età minore, la povertà infantile è un fenomeno multidimensionale che comprende diverse forme di deprivazione e si traduce nel mancato accesso dei bambini a opportunità importanti per la loro crescita. Un bambino che vive in questa condizione sarà un cittadino tendenzialmente più esposto ai processi di esclusione, in un contesto caratterizzato dalla continua necessità di incrementare il proprio stock di capitale culturale e sociale per entrare e permanere nel mercato del lavoro e per costruire il proprio tessuto di relazioni.

“Anche quest’anno abbiamo deciso di utilizzare lo strumento dell’esperimento sociale per “svegliare le coscienze” sulla gravità del fenomeno che sta attraversando il nostro Paese: nonostante i dati allarmanti sono ancora in molti gli italiani a non aver consapevolezza di quanto sta accadendo” dichiara Ivano Abbruzzi, presidente di Fondazione L’Albero della Vita “E’ ormai fondamentale definire con grande attenzione i bisogni centrali del bambino e soprattutto nuovi approcci della relazione di aiuto in grado di portare realmente un cambiamento nella vita dei bambini e delle loro famiglie. Non agire nel presente” prosegue I. Abbruzzi “pone un’ipoteca grave su quello che sarà il futuro di un’intera generazione. Oggi, adesso, ci stiamo giocando il futuro del Paese.”

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È dunque essenziale riconoscere alle persone in età minore i loro diritti (come garantiti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo e della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea) e, allo stesso tempo, riconoscere l'importanza del sostegno alle famiglie quali prime responsabili del benessere dei minori. Per Fondazione L’Albero della Vita, qualsiasi intervento per contrastare la povertà, deve porre al centro la riattivazione dei potenziali dei soggetti coinvolti. Questo riguarda le famiglie nel loro complesso: i genitori, nel generare una nuova capacità di produrre reddito e nell’essere protagonisti positivi dell’interruzione generazionale della povertà; i bambini, da coinvolgere in percorsi educativi che puntino a condividere speranze, prospettive, strumenti, motivazioni, a restituire loro il diritto a partecipare al loro futuro e al futuro del contesto che abitano.

Il programma di contrasto alla povertà assoluta di Fondazione L’Albero della Vita, Varcare La Soglia, così come i più recenti approcci del welfare, porta al centro degli interventi la persona, considerata in grado di concorrere all’uscita della propria situazione. Si passa così da una logica in cui le persone sono viste come portatori passivi di bisogni, a una in cui i soggetti in stato di disagio sono dotati di capacità e risorse.

Da qui nasce il nome della campagna #iodonofiducia perché “uscire dalla povertà” e dal disagio significa ricominciare a nutrire fiducia in se stessi e nelle proprie capacità: per poter trovare un lavoro dopo averlo perso, per riallacciare i legami familiari deteriorati dallo sconforto e dall’incertezza economica e sociale, per ritrovare speranza e opportunità nel rapporto con “l’altro” e con la collettività. E proprio per questo, “donare fiducia” significa consentire a chi ha perso tutto di riappropriarsi in primo luogo dei propri valori. Significa dare, attraverso un gesto piccolissimo, una spinta decisiva a quella voglia e a quel bisogno di non arrendersi che caratterizzano la maggior parte delle famiglie colpite dalla povertà, soprattutto quando al loro interno ci sono bambini e ragazzi.

La campagna #iodonofiducia è on line dal 17 ottobre e può essere visualizzata

"Ho trovato in lui un Papa che è papà" don Reno Pisaneschi dopo l'incontro con Papa Francesco

"Ho trovato in lui un Papa che è papà" 

don Reno Pisaneschi 


dopo l'incontro con Papa Francesco



«Ho trovato in lui un Papa che è papà»: ha ancora gli occhi bagnati di lacrime don Reno Pisaneschi, prete toscano di novantacinque anni, che stamattina ha partecipato alla messa del Pontefice a Santa Marta. Al termine del rito «Francesco mi ha benedetto — racconta all’Osservatore Romano — e ci siamo abbracciati forte. Io ho pianto dalla gioia, dalla commozione, perché ho visto come si interessa di tutte le persone presenti, delle loro esigenze, delle loro necessità. Questo è vivere insieme».



La mente lucida (cita a memoria date, nomi e circostanze), la folta barba bianca, l’anziano sacerdote che cammina accompagnandosi con un bastone è venuto in Vaticano per celebrare con il Pontefice il settantesimo dell’ordinazione, avvenuta il 27 giugno 1948 per le mani del vescovo Antonio Bagnoli, dopo gli studi nel seminario di Volterra: «la diocesi del primo successore di Pietro, il Papa san Lino», commenta.

Nella sua biografia c’è l’esperienza di tanti preti italiani che nelle regioni “rosse” del dopoguerra sono stati costretti «a una battaglia quotidiana senza fine tra annuncio del Vangelo e politica. Al punto che — spiega — dovevamo persino fare i comizi nelle piazze, durante i periodi elettorali».

Nato il 19 marzo 1924 a Castagneto Carducci, l’anno dopo essere divenuto prete viene inviato come parroco a Collalto di Casole d’Elsa, dove resta per un decennio. «Era una zona priva di acqua potabile, di negozi e di mezzi di comunicazione. C’erano più animali che abitanti», ricorda con amara ironia. Nelle cosiddette “montagnole senesi” il giovane parroco sperimenta la miseria, aiutato solo da un fattore del posto. Ma non si ferma davanti a nulla: si muove a piedi o in bicicletta, percorrendo infaticabilmente distanze chilometriche, finché, grazie a un dono di Pio XII, riesce a comprarsi una Vespa. «Avevo cinquecento parrocchiani e dicevo tre messe al giorno: una in parrocchia, una in una chiesa succursale e una in una cappella privata, ma arrivavo al massimo a sessanta presenti. Perché quella era una zona colorata di rosso e fortemente acceso», dice riferendosi all’orientamento politico degli abitanti. Al punto che, quando a pochi chilometri di distanza viene ucciso il parroco di Cevoli, in provincia di Firenze, don Reno viene convinto dai carabinieri a comprarsi una pistola per difesa personale. «Sapevano che un capo cellula locale mal sopportava che io visitassi i genitori ammalati. Ai piedi del loro letto non c’era un crocifisso, ma il quadro di Stalin. Insomma giravo con in tasca l’olio santo e l’arma. Comunque non l’ho mai usata, se non per esercitarmi», puntualizza affidandosi di nuovo al sarcasmo.

Nel lasciarsi andare ai ricordi il sacerdote è un fiume in piena. Anzi due, come fa notare lui stesso, scherzando sul proprio nome che richiama quello russo, il “Don” appunto, e quello tosco-emiliano, omonimo del grande corso d’acqua che attraversa l’Europa centrale. E così arriviamo al 1958, quando viene inviato a Cecina di Livorno, dove vive tuttora. Nominato cappellano dell’ospedale e vicario della locale parrocchia dei Santi Giuseppe e Leopoldo, «per oltre trent’anni — racconta — ho insegnato religione all’istituto magistrale, ho collaborato in parrocchia con il catechismo, le confessioni e le messe. Ancora oggi ascolto i penitenti e celebro alle 9.30 del mattino, anche se mi stanco molto». Ma è soprattutto nel presidio ospedaliero che don Pisaneschi ha esercitato il suo ministero, dal pronto soccorso alla sala operatoria, «sempre con gli ammalati, curandoli, aiutandoli nelle necessità pratiche e in quelle spirituali. Ho vestito i morti, tenuto la mano a persone cui venivano amputati gli arti, ho trascritto i referti dettati dai chirurghi dopo le operazioni; una volta ho persino partecipato a un intervento». E da quest’esperienza, aggiunge, «ho maturato il vizio santo di interessarmi degli ammalati». Per questo da tempo è anche un punto di riferimento per le iniziative in favore della sanità pubblica nella regione Toscana. E a chi gli chiede qual è il segreto di tanta energia, risponde senza esitazioni: «il Vangelo di Giovanni inizia dicendo che il verbo si fece carne e venne ad abitare “in mezzo” a noi. Quindi anche i preti devono stare “in mezzo”, tra la gente. Anche in questa maledetta crisi degli abusi sui bambini che c’è nella Chiesa, solo se stiamo con le persone, “in mezzo” a loro, possiamo invitarle a guardare verso l’alto»

(Fonte: Gianluca Biccini - L'Osservatore Romano)

Leggi anche:
Settant’anni da prete don Reno: «Il mio Dio l’ho trovato in corsia»


«La salvezza è gratuita, è un dono gratuito di Dio, nessuno salva se stesso, nessuno.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
16 ottobre 2018
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
Dottori delle apparenze


L’invito a guardarsi dai cristiani «rigidi» e «ipocriti», preoccupati solo «di apparire» e «di truccarsi l’anima», è stato al centro dell’omelia del Papa alla messa celebrata a Santa Marta martedì mattina, 16 ottobre.

Prendendo spunto dal passo liturgico del vangelo di Luca (11, 37-41), Francesco è partito dalla premessa che «tanta gente seguiva Gesù per ascoltarlo, perché — dice il Vangelo — la gente diceva: “Questo parla con autorità. Ci piace sentirlo. Non parla come i dottori della legge”». Inoltre «lo seguivano perché Gesù era attraente, toccava i cuori, si faceva voler bene». E infine «anche per un po’ di interesse, per essere guariti: portavano gli ammalati perché li guarisse». Lo stesso Gesù una volta aveva osservato: «Ma voi venite da me per il pane, perché vi ho dato da mangiare».

In realtà, «la gente seguiva Gesù perché diceva la verità, perché arrivava ai cuori». Al contrario di ciò che facevano «questi dottori della legge, questi scribi, sadducei, farisei, che seguivano Gesù ma non come discepoli: come giudici, da lontano». Essi infatti «lo scrutavano con la lente d’ingrandimento per vedere dove potevano prenderlo in qualche sbaglio, in qualche scivolata, in qualcosa che non fosse la vera dottrina: la loro». Dunque, «lo seguivano con cattive intenzioni».

Mentre «il popolo amava Gesù», ha rimarcato il Pontefice, «questa gente non amava Gesù; anzi, odiava Gesù». Eppure «questi erano i “puri”, al punto che custodivano tutte le formalità: le formalità della legge, della religione, della liturgia». Erano considerati «davvero un modello di formalità», ma «gli mancava vita. Erano – per così dire – “inamidati”. Erano dei rigidi». E Gesù «conosceva la loro anima».

«Loro — ha continuato Francesco — si scandalizzavano delle cose che faceva Gesù quando perdonava i peccati, quando guariva il sabato. Si strappavano le vesti: “Oh! Che scandalo! Questo non è di Dio, perché si deve fare questo”». A loro «non importava la gente: gli importava la legge, le prescrizioni, le rubriche».

Il vangelo, dunque, racconta che il Signore «va a casa di uno di questi perché lo aveva invitato a pranzo». In realtà, ha precisato il Papa, «non lo invitavano a pranzo perché gli volessero bene», ma «per vedere se beveva un po’ troppo o se faceva qualcosa e diceva qualche parola sbagliata, e così prenderlo proprio in fallo. Erano sempre dietro di lui per metterlo alla prova». In ogni caso «Gesù accetta»: egli infatti «è libero», dunque «accetta e va; entra, si accomoda». E qual è la reazione del fariseo? «Questi “si meravigliò” — un modo per dire “si scandalizzò” — che Gesù non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo». Perché, ha spiegato il Pontefice, «questa gente era educata, si lavava le mani, i piedi, e faceva alcune abluzioni prima di pranzo. E quello che aveva invitato Gesù “si meravigliò”».

Alla sua sorpresa il Signore risponde così: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria». È evidente che «non sono parole belle». Del resto, ha sottolineato il Papa, «Gesù parlava chiaro, non era ipocrita. Parlava chiaro». E così «gli dice: “Ma perché guardate l’esterno? Guarda dentro che cos’è”». Già in un’altra occasione aveva detto: «Voi siete sepolcri imbiancati»: un «bel complimento», ha commentato ironicamente Francesco. Essi infatti sono «belli da fuori, tutti perfetti… tutti perfettini... ma dentro pieni di putredine, quindi di avidità, di cattiveria». E Gesù, sapendo distinguere bene «le apparenze dalla realtà interna», smaschera «questi signori» che «sono i “dottori delle apparenze”: sempre perfetti, sempre. Ma dentro cosa c’è?».

Il Pontefice ha rimarcato l’atteggiamento ipocrita di questi farisei riferendosi anche ad altri episodi evangelici, a cominciare da quello del samaritano. «Quando uno di loro — ha ricordato — passò davanti a quel povero uomo bastonato, lasciato mezzo morto dai briganti, guardò e vide da un’altra parte, e continuò il cammino. Non gli interessava della gente. Gli interessava l’apparenza». E «quando davano l’elemosina, facevano suonare la tromba perché si vedesse». Allo stesso modo, «quando digiunavano, anche si truccavano in peggio perché si vedesse che erano così tristi, così giù di corda».

Gesù, dunque, «qualifica questa gente con una parola: “ipocrita”. “Tu sei un ipocrita”, perché dall’esterno tu sembri così pulito, perfetto, ma la tua anima è un’anima rugosa, grinzosa, sporca, piena di putredine; qui dice “di avidità”». Un’anima così è addirittura «capace di uccidere, come hanno fatto loro con Gesù. E capace di pagare per uccidere o calunniare». Anche oggi, ha fatto notare il Papa, «si fa così: si paga per dare notizie brutte, notizie che sporchino gli altri». Così «era questa gente». E il monito di Gesù — «guardate l’interno» — non è rivolto solo a loro ma risuona attuale anche per i cristiani del nostro tempo.

Sintetizzando in «un aggettivo» questo modo di fare, il Pontefice ha suggerito il termine «rigidi». E ha spiegato che «una cosa rigida non cambia, non si apre. Questo è rigido, e questo non cambia, è così. Non si apre. È bloccato». Anche i farisei «avevano la vita rigida». Ma, ha fatto presente Francesco, «sempre, sotto o dentro una rigidità, ci sono dei problemi. Gravi problemi. Sempre dietro le apparenze finte di perfezione, di gente buona, ci sono dei problemi». E anche «dietro le apparenze di buon cristiano — apparenze, intendiamoci — che sempre cerca di apparire, di truccarsi l’anima, ci sono dei problemi». Perché «lì non c’è Gesù» ma «c’è lo spirito del mondo».

Allora, si è chiesto il Papa, «qual è il consiglio che dà Gesù? “Stolti — gli dice — date piuttosto l’elemosina e vedrete voi che questo, tutto sarà puro”». L’esortazione del Signore è chiara: «Rompi il tuo cuore con l’elemosina. Da’. Apri. Lascia che l’aria entri, che la grazia entri». Costoro, infatti, «sono rigidi perché non hanno creduto che la grazia, che la salvezza è gratuita, è un dono gratuito di Dio». In realtà, «nessuno salva se stesso, nessuno. Nessuno salva se stesso neppure con le pratiche di questa gente. No. La salvezza è un dono del Signore». Questi uomini, ha ribadito il Pontefice, «erano rigidi perché non sapevano di essere liberi», mentre «la gratuità della salvezza in Gesù è quello che ci fa liberi», come ricorda anche san Paolo nella lettera ai Galati (5, 1-6) proposta nella prima lettura.

È istruttivo guardare come si comporta Gesù. Da una parte, ha evidenziato Francesco, c’è «il popolo che lo segue, perché lo ama, perché gli piace sentirlo». Certo, ha riconosciuto, c’è «anche un po’ di interesse pure, perché guarisca la gente e le dia da mangiare un po’... Sì, è vero». Il vangelo «mostra, fa vedere quello che è il popolo che segue Gesù. E Gesù li ama». Dall’altra parte, invece, si trova «questa gente che sempre prende distanza, che giudica tutto, e si presenta così perfetta». E «questi Gesù li condanna, per la rigidità, per la mancanza di amore, per la mancanza di libertà. Dio non può entrare in quella rigidità». Da qui il monito del Pontefice: «State attenti voi davanti ai rigidi. State attenti davanti ai cristiani — siano laici, preti, vescovi — che si presentano così “perfetti”, rigidi. State attenti». In queste persone, ha avvertito, «non c’è lo Spirito di Dio lì. Manca lo spirito della libertà». E occorre anche stare «attenti con noi stessi, perché questo ci deve portare a pensare nella nostra vita: Io cerco di guardare le apparenze soltanto, e non cambio il mio cuore? Non apro il mio cuore alla preghiera, alla libertà della preghiera, alla libertà dell’elemosina, alla libertà delle opere di misericordia?».

In conclusione il Papa ha raccomandato ai fedeli di pregare affinché «il Signore ci faccia capire questa predica di Gesù sulla gratuità della salvezza, sulla libertà interiore, e sull’ipocrisia di coloro che si presentano sempre con forme esterne perfette, ma dentro hanno tanta cattiveria».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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martedì 16 ottobre 2018

Giornata Mondiale dell'Alimentazione 2018 - Messaggio di Papa Francesco alla FAO: "I poveri aspettano da noi un aiuto efficace che li tolga dalla loro prostrazione, non solo propositi o convegni... le belle parole e i buoni propositi si trasformino in un vero programma d’azione che culmini, effettivamente, nello sradicamento della fame dal nostro mondo..."


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA GIORNATA MONDIALE DELL'ALIMENTAZIONE 2018


Al Prof. José Graziano da Silva
Direttore Generale della FAO
per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2018

Illustrissimo Signore,

1. La celebrazione annuale della Giornata Mondiale dell’Alimentazione pone in primo piano nell’attualità internazionale le necessità, le ansie e le speranze di milioni di persone che mancano del pane quotidiano. Sono sempre di più quelli che, purtroppo, fanno parte di quel numero ingente di esseri umani che non hanno nulla, o quasi nulla, da mangiare. Dovrebbe essere il contrario e, tuttavia, le recenti statistiche sono di un’evidenza sconcertante nel mostrare come la solidarietà internazionale sembra raffreddarsi. E, mentre scarseggia la solidarietà, oggi tutti siamo consapevoli del fatto che le soluzioni tecniche e i progetti, compresi i più elaborati, non sono in grado di fronteggiare la tristezza e l’amarezza di quanti soffrono perché non possono nutrirsi in modo sufficiente e sano.

Il tema che affrontiamo quest’anno: “Le nostre azioni sono il nostro futuro. Un mondo a Fame Zero per il 2030 è possibile”, diventa un’urgente chiamata alla responsabilità di tutti gli attori che condividono gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, un forte appello ad uscire dal torpore che spesso ci paralizza e ci inibisce. Questa non può essere semplicemente una Giornata in più, nella quale ci si accontenta di raccogliere informazioni o di soddisfare la nostra curiosità. Occorre «prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare» (Enc. Laudato si’, 19). Di conseguenza, tutti siamo invitati, in modo speciale la FAO, i suoi Stati membri, gli Organismi e le Istituzioni nazionali e internazionali, come pure la società civile e ogni persona di buona volontà, a raddoppiare i nostri sforzi affinché a nessuno manchi il cibo necessario, in quantità e qualità.

2. I poveri aspettano da noi un aiuto efficace che li tolga dalla loro prostrazione, non solo propositi o convegni che, dopo aver studiato dettagliatamente le cause della loro miseria, abbiano come unico risultato la celebrazione di eventi solenni, impegni che non giungono mai a concretizzarsi o vistose pubblicazioni destinate ad ingrossare i cataloghi delle biblioteche. In questo secolo XXI, che ha registrato notevoli passi avanti nel campo della tecnica, della scienza, delle comunicazioni e delle infrastrutture, dovremmo arrossire per non aver ottenuto gli stessi progressi in umanità e solidarietà, così da soddisfare le necessità primarie dei più svantaggiati. Non possiamo nemmeno rimanere tranquilli per aver fatto fronte alle emergenze e alle situazioni disperate dei bisognosi. Siamo tutti chiamati ad andare oltre. Possiamo e dobbiamo fare meglio con le persone svantaggiate. Perciò occorre passare all’azione, in modo che scompaia totalmente il flagello della fame. E questo richiede politiche di cooperazione allo sviluppo che, come indica l’Agenda 2030, siano orientate verso le necessità concrete degli indigenti. È necessaria anche una particolare attenzione ai livelli di produzione agricola, all’accesso al mercato delle derrate alimentari, alla partecipazione nelle iniziative e nelle azioni e, soprattutto, occorre riconoscere che, nel momento di prendere decisioni, i Paesi hanno uguale dignità. Nello stesso tempo è imprescindibile comprendere che, quando si tratta di affrontare efficacemente le cause della fame, non saranno le solenni dichiarazioni ad estirpare definitivamente questo flagello. La lotta contro la fame reclama imperiosamente un generoso finanziamento, l’abolizione delle barriere commerciali e, soprattutto, l’incremento della resilienza di fronte al cambiamento climatico, le crisi economiche e i conflitti bellici.

3. Uno dei principi che deve guidare la nostra vita e il nostro impegno è la convinzione che «il tempo è superiore allo spazio» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 222); il che significa che dobbiamo dare impulso, con chiarezza, convinzione e tenacia, a processi prolungati nel tempo. Il futuro non abita sulle nuvole, ma si costruisce suscitando e accompagnando processi di maggiore umanizzazione. Possiamo sognare un futuro senza fame, ma ciò è legittimo solo se ci impegniamo in processi tangibili, in relazioni vitali, piani operativi e impegni reali. L’iniziativa Fame Zero 2030 offre un quadro propizio per tale impegno e, senza dubbio, servirà a realizzare il secondo degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030, che mira a «sradicare la fame, ottenere la sicurezza alimentare e il miglioramento della nutrizione e di promuovere l’agricoltura sostenibile». Qualcuno può dire che abbiamo ancora davanti dodici anni per realizzare questo piano. E, tuttavia, i poveri non possono aspettare. La loro situazione calamitosa non lo permette. Perciò è necessario agire in modo urgente, coordinato e sistematico. Un vantaggio di queste proposte è che sono state capaci di stabilire mete specifiche, obiettivi quantificabili e indicatori precisi. Sappiamo che dobbiamo armonizzare una duplice via di attenzione, con azioni a lungo e a breve termine per far fronte alle condizioni concrete di chi, al giorno d’oggi, patisce gli strazianti e affilati artigli della fame e della malnutrizione.

4. Se negli anni passati le attività della FAO e di altre istituzioni internazionali sono state caratterizzate dalla tensione tra i piani a breve e a lungo termine, per cui potevano convergere nella medesima area diversi programmi e interventi, oggi sappiamo bene che è ugualmente essenziale articolare i livelli globale e locale nella risposta alla sfida della fame. In questo senso, l’Agenda 2030, con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e l’iniziativa Fame Zero esigono che le organizzazioni internazionali, come la FAO, coinvolgano responsabilmente gli Stati membri perché intraprendano e portino avanti azioni a livello locale. Gli indicatori globali sono inutili se la realtà effettiva sul campo rimane lontana da tale impegno. Per questo motivo è fondamentale che le priorità e le misure contenute nei grandi programmi si radichino e si diffondano ovunque, affinché non vi siano dissociazioni e tutti accettino la sfida di combattere la fame in modo serio e condiviso, con un’adeguata architettura istituzionale, sociale ed economica che porti a buon fine iniziative capaci di offrire soluzioni praticabili, così che i poveri non continuino a sentirsi trascurati.

5. Abbiamo, dunque, gli strumenti adeguati e un quadro di riferimento perché le belle parole e i buoni propositi si trasformino in un vero programma d’azione che culmini, effettivamente, nello sradicamento della fame dal nostro mondo. Farlo diventare realtà richiede unione di sforzi, nobiltà di cuore e preoccupazione costante per far proprio, con fermezza e determinazione, il problema dell’altro. E tuttavia, come in altre grandi problematiche che colpiscono l’umanità, spesso ci imbattiamo in enormi ostacoli nella soluzione dei problemi, con barriere ineluttabili frutto di indecisioni o ritardi, con la mancanza di determinazione dei responsabili politici, tante volte immersi solo negli interessi elettorali o intrappolati da opinioni distorte, perentorie o riduttive. Manca realmente la volontà politica. È necessario volere davvero mettere fine alla fame, e questo, in definitiva e prima di tutto, non si realizzerà senza la convinzione etica, comune a tutti i popoli e alle differenti visioni religiose, che pone al centro di qualsiasi iniziativa il bene integrale della persona e che consiste nel fare all’altro quello che vorremmo fosse fatto a noi stessi. Si tratta di un’azione fondata sulla solidarietà tra tutte le nazioni e di misure che siano l’espressione del sentire della popolazione.

6. Passare dalle parole all’azione nello sradicamento della fame non richiede solo decisione politica e piani operativi. È necessario al tempo stesso superare un approccio reattivo, dando luogo ad una visione proattiva. Uno sguardo superficiale e passeggero, nel migliore dei casi può suscitare reazioni episodiche. In questo modo dimentichiamo la dimensione strutturale che sta dietro il dramma della fame: l’estrema disuguaglianza, la cattiva distribuzione delle risorse del pianeta, le conseguenze dei cambiamenti climatici e gli interminabili e sanguinosi conflitti che devastano molte regioni, per menzionare solo alcune delle principali motivazioni. Abbiamo bisogno di sviluppare un approccio più proattivo e più costante nel tempo, abbiamo bisogno di aumentare i fondi destinati a promuovere la pace e lo sviluppo dei popoli. Abbiamo bisogno di far tacere le armi e il loro pernicioso commercio per ascoltare la voce di quelli che piangono disperati nel sentirsi abbandonati ai margini della vita e del progresso. Se vogliamo veramente che la popolazione mondiale adotti questa prospettiva, risulta imprescindibile che la società civile organizzata, i mezzi di comunicazione e le istituzioni educative uniscano le loro forze nella giusta direzione. Da qui al 2030 abbiamo una dozzina d’anni per svolgere un’azione vigorosa e consistente; non per farci trascinare, a scatti, dagli intermittenti e passeggeri titoli dei giornali, ma per affrontare senza tregua, con le armi della solidarietà, della giustizia e della coerenza, la fame e le cause che la provocano.

7. Queste sono, Signor Direttore Generale, alcune riflessioni che desidero condividere con quanti non si lasciano vincere dall’indifferenza e ascoltano il grido di quanti non dispongono del minimo per condurre un’esistenza dignitosa. Da parte sua la Chiesa Cattolica, nell’esercizio della missione che il suo Divino Fondatore le ha affidato, combatte quotidianamente nel mondo intero contro la fame e la malnutrizione, in molteplici forme e attraverso le sue diverse strutture e associazioni, ricordando che coloro che soffrono la miseria non sono diversi da noi. Hanno la nostra stessa carne e il nostro stesso sangue. Meritano perciò che una mano amica li soccorra e li aiuti, in modo che nessuno venga lasciato indietro e nel mondo la fraternità abbia diritto di cittadinanza e sia qualcosa di più che uno slogan suggestivo e senza reale consistenza.

Chiedo all’Onnipotente che questo percorso, volto ad aprire la strada ad azioni concrete ed efficaci per un futuro di serena e costruttiva convivenza, sia colmo delle sue benedizioni, a beneficio nostro e delle generazioni che ci seguiranno.

Dal Vaticano, 16 ottobre 2018
Francesco

Vedi anche il post precedente: 


Giornata Mondiale dell'Alimentazione 2018 "Le nostre azioni sono il nostro futuro. Un mondo #famezero entro il 2030 è possibile".

Giornata Mondiale dell'Alimentazione 2018 

La Giornata mondiale dell'alimentazione si celebra tutti gli anni il 16 ottobre. 
Istituita nel 1979 dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), ha come obiettivo la sensibilizzazione dell'opinione pubblica rispetto al problema della fame nel mondo. La scelta della data non è casuale visto che nello stesso giorno ricorre anche l'anniversario della fondazione della stessa Fao (16 ottobre 1945). 
Il tema dell'edizione di questo 2018 è riassumibile nello slogan della kermesse: "Le nostre azioni sono il nostro futuro. Un mondo #famezero entro il 2030 è possibile".

La fame nel mondo torna a crescere: secondo i più recenti rapporti Fao, oltre 815 milioni di persone hanno sofferto di malnutrizione cronica nel 2016, 38 milioni in più rispetto al 2015. Conflitti, cataclismi legati al cambiamento climatico, rallentamento economico sono alla base di tale peggioramento, e rischiano di erodere i progressi compiuti nella lotta contro la fame e la malnutrizione. Poiché l’80% della popolazione povera vive nelle zone rurali e dipende quasi totalmente da agricoltura, pesca e selvicoltura, l’obiettivo Fame Zero richiede una trasformazione dell’economia rurale.



LE NOSTRE AZIONI SONO IL NOSTRO FUTURO

Dopo un periodo di declino, la fame nel mondo è di nuovo in aumento. Secondo l'ultimo rapporto FAO, al giorno d'oggi oltre 815 milioni di persone soffrono di denutrizione cronica. Guerre, eventi meteorologici estremi collegati ai cambiamenti climatici, crisi economica e rapido aumento dei livelli di sovrappeso e obesità stanno invertendo la tendenza dei progressi fatti per combattere la fame e la malnutrizione. È giunto il momento di rimettersi al lavoro. Il mondo può raggiungere l'obiettivo Fame Zero se uniamo le forze tra Paesi, continenti, settori e professioni per perseguirlo fattivamente. Un mondo #FameZero entro il 2030 è possibile.



Cosa posso fare per il raggiungimento dell'obiettivo #FameZero

Sprecare meno, mangiare meglio e adottare uno stile di vita sostenibile sono elementi essenziali per costruire un mondo senza fame. Le scelte che facciamo oggi sono fondamentali per garantire un futuro ricco di alimenti. Ecco un elenco di semplici azioni per aiutarti a realizzare lo stile di vita #FameZero, che ti aiuterà a riprendere contatto con il cibo e con ciò che rappresenta.

NON SPRECARE CIBO
Se hai degli avanzi, congelali per consumarli in un secondo momento, oppure usali come ingrediente per un altro pasto. Quando mangi al ristorante, chiedi una mezza porzione se non hai molta fame, oppure porta a casa gli avanzi.





PRODURRE DI PIÙ CON MENO
Con una popolazione in crescita che si prevede raggiungerà i 9 miliardi nel 2050, gli agricoltori dovrebbero trovare modi nuovi e più produttivi per coltivare e diversificare i raccolti. L'utilizzo di un approccio integrato all'agricoltura non solo aiuterà gli agricoltori ad aumentare la resa dei raccolti, e di conseguenza i relativi profitti, ma può anche migliorare la qualità dei loro terreni.



SEGUIRE UNA DIETA PIÙ SANA E SOSTENIBILE
La vita è frenetica e trovare il tempo per preparare pasti sani e nutrienti può essere una sfida se non sai come fare. I pasti sani non devono necessariamente essere elaborati. In realtà il cibo sano può essere cucinato in modo rapido e semplice, utilizzando solo pochi ingredienti. Condividi le tue ricette rapide e sane con amici, parenti, colleghi e su internet. Segui le ricette sostenibili di chef e blogger per imparare nuove ricette o consulta il tuo agricoltore locale per sapere come cucina a casa i suoi prodotti.

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Un'occasione per conoscere meglio tante buone pratiche in tema di alimentazione, per riflettere sulle numerose dimensioni della sicurezza alimentare e, magari, per prendere consapevolezza del fatto che piccoli accorgimenti possono fare grandi differenze in tema di sprechi e di protezione dell'ambiente.

Anche quest'anno è l'occasione offerta il 16 ottobre dalla Giornata Mondiale dell'Alimentazione promossa dalla FAO che coinvolge una vasta rete di partner istituzionali e della società civile e che rilancia l'impegno globale nella conquista del primo obiettivo di sviluppo sostenibile, l'eliminazione della fame, accompagnata dalla promozione di un'alimentazione sana e di qualità.

Nell'ambito delle iniziative inserite nel programma della GMA 2018, il 12 ottobre scorso alla Farnesina ha avuto luogo un seminario dal titolo "Il valore della tradizione: sapere innovare senza sprecare. Le produzioni locali per promuovere la salute, la salvaguardia dell’ambiente, lo sviluppo sostenibile."

L'evento, che ha avuto luogo nella sala Conferenze internazionali, è stato organizzato con l’obiettivo di evidenziare processi e metodologie migliorative della produttività in agricoltura, nel rispetto di uno sviluppo pienamente sostenibile, ma soprattutto di riunire i diversi interlocutori coinvolti in una più incisiva azione per un mondo a #FAMEZERO. Infatti hanno partecipato al seminario numerosi rappresentanti di organizzazioni internazionali, istituzioni, associazioni e società.

Il seminario è stato aperto dalla Vice ministra degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Emanuela del Re, che ha invitato la platea a raccogliersi in un minuto di silenzio per i bambini che in molti Paesi ancora muoiono di fame. Con la moderazione del prof. Andrea Segrè dell’università di Bologna si è poi tenuta una tavola rotonda sul ruolo delle conoscenze tradizionali, delle diete salutari e dei prodotti di qualità nello sviluppo sostenibile e nella nutrizione.

Per l’Agenzia è intervenuto Leone Gianturco, dirigente dell’ufficio Programmazione e Affari Generali, il quale, nel sottolineare che le questioni legate alla sicurezza alimentare sono una priorità dell’azione dell’AICS, ha illustrato le iniziative di cooperazione più rilevanti nel settore dell’alimentazione e della sicurezza alimentare nei Paesi partner, dove l’Agenzia promuove il rafforzamento delle istituzioni in campo alimentare e delle filiere produttive.

Il seminario è terminato con l’intervento di due ospiti d'eccezione, lo chef Carlo Cracco e l’attore Giobbe Covatta, che hanno raccontato le loro esperienze in alcuni Paesi dove la battaglia contro la fame è ancora aperta, in qualità di testimonial di organizzazioni della società civile che operano localmente nel settore alimentare.
(fonte: AICS)