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venerdì 15 maggio 2026

Bivio Apocalisse. Se la civiltà corre verso la catastrofe di Massimo Cacciari

Bivio Apocalisse. 
Se la civiltà corre verso la catastrofe 
di Massimo Cacciari


Quando si attraversano epoche di rottura avviene sempre che figure e conflitti tendano ad assumere un significato simbolico. Vi sono momenti di crisi per così dire normali, in cui l’Ordine, la Legge si riassestano o riformano per potersi adattare a mutamenti “locali” di situazione e così resistere e durare. Ma altri nei quali la trasformazione è così sistematica, investe così organicamente tutti gli aspetti della vita, da rendere patetico ogni “riformismo” e da costringere a pensare a nuovi Ordini globali. 
Credo che la nostra epoca abbia questi caratteri catastrofici. Catastrofe significa letteralmente cambiamento radicale di stato. Non è l’apocalisse, poiché nell’idea di apocalisse vi è il Giudizio divino che mette fine alla storia – e però ci somiglia, ne avverte in qualche modo la tremenda imminenza. 
E noi, credo, per citare un verso del Faust di Goethe, ci sentiamo, tra lo sgomento e la paura, maturi a un tale Giorno.

Nulla più continua sulle tracce del tempo passato. La Tecnica che irrefrenabilmente sconvolge le nostre forme di vita non è semplicemente una nuova espressione dell’Homo technicus. Essa pone l’uomo stesso, la sua evoluzione biologica, a oggetto del proprio potere di manipolazione e trasformazione. Così un’altra Intelligenza rispetto a quella umana sarà chiamata a programmare istituzioni, comportamenti, la nostra stessa immaginazione. Un’analoga metamorfosi sta terremotando la geopolitica; gli equilibri tra i grandi spazi che avevano caratterizzato il secondo Dopoguerra non reggono evidentemente più. All’affermazione della realtà imperiale cinese occorre aggiungere la crescita dello spazio economico, tecnologico, politico del continente indiano. E la possibilità di giungere a una pace americano-occidentale-israeliana in Medio-oriente dimostra ogni giorno di più, con le guerre e i massacri che costa, la propria radicale infondatezza. O si giunge a un accordo, a una rete di trattati multipolari, che nulla hanno più a che fare con la Yalta di un tempo, oppure, se la follia ci guida a perseguire l’obbiettivo di uno Stato mondiale, l’attuale catastrofe produrrà l’Apocalisse.

E, infine, altro segno dell’epoca di rottura che viviamo: la crisi del Diritto in tutte le sue forme. 
Nei conflitti e nelle guerre in atto non se ne fa più neppure cenno. Diritto è ormai nient’altro che il “nome” dell’atto in cui realizzo la mia volontà di potere. La legalità, come ha detto un alto esponente della leadership americana, è una cosa che va trattata “tiepidamente”. Non solo non deve cercare di impedire, ma neanche essere d’intralcio all’attuazione del mio progetto. Una Giustizia patriottica è quella che serve, e che cosa significa patria lo decide, di nuovo, chi detiene il potere. Ma non era lo Stato di diritto il valore supremo che noi occidentali offrivano al resto del mondo? quello che pretendevamo anche di esportare?

Discontinuità radicale su tutti i fronti. Nulla resterà come prima. Ripetiamolo, c’è odore di apocalisse. Inevitabile che nello stesso discorso politico emergano tratti e immagini di pregnanza simbolica.

Chi avrebbe mai immaginato un presidente degli Stati Uniti che attacca la Chiesa di Roma? Sbaglieremmo profondamente a derubricarlo come un caso pato-psicologico, limitato alla “maschera” di Trump. Le forme attuali del potere che regolano il sistema economico-finanziario globale, nel suo necessario rapporto con quello politico-militare, non possono non entrare in conflitto con il significato e il ruolo che la Chiesa contemporanea è chiamata, per propria natura, ad assumere. Anzitutto, esso è un ruolo di contenimento o di freno. Per questo aspetto, non si viene a contraddire in quanto tale la pressione irrefrenabile cui ci sottopone il ritmo dell’innovazione, ma certo si denuncia il fatto che l’imperativo dell’indefinito sviluppo non considera i propri effetti, le disuguaglianze che produce, non si traduce in benessere generale.

Il sistema della Tecnica, che si esprime nella crescente simbiosi di economia e politica caratterizzante i grandi spazi imperiali, non tollera queste funzioni di contenimento. Per essi queste rappresentano limitazioni di quella libertà dell’individuo dalla cui fonte, dalla cui inesauribile tensione soltanto vengono ricerche, scoperte, innovazioni. Ogni sforzo va sostenuto per promuoverne l’energia creativa. O la politica assume questo come il proprio fine, o che l’ira Dei possa distruggerla. L’Anticristo è uno Stato mondiale che pretenda di programmare crescita e distribuzione della ricchezza, e ogni Stato che voglia ancora svolgere funzioni di comando sull’Intelligenza che dello sviluppo è l’anima, governarne lo spirito attraverso la sua “lettera”, dell’Anticristo è l’immagine.

Posta così la questione, lo scontro è radicale, poiché attiene al significato ultimo dell’escatologia cristiana. Colui che in prima persona è chiamato a rappresentarla e difenderla non può non denunciare il rovesciamento totale che della figura dell’Anticristo viene fatto da chi ora se ne proclama l’autentico nemico. Anticristo è chi sovverte in toto il senso cristiano della libertà, assumendo il volto del suo difensore e svuotandola dall’interno.

Si profila davvero una lotta sulle “cose ultime”, come avvenne con un altro Papa allo scoppio della prima Guerra mondiale che decise del suicidio d’Europa. La libertà cristiana escatologicamente intesa è quella che obbedisce al “comandamento nuovo”, all’unico comandamento, quello di amore. È quella del samaritano che con gesto assolutamente gratuito cura il nemico mezzo morto sulla sua strada. È quella di chi sa perdonare.

Vi era un potere che ipocritamente sembrava a volte rendere omaggio a questo “comandamento”, e lo tradiva in tutti i modi di continuo. Ora infingimenti e ipocrisie non hanno più corso. È bene che così sia. Lo spirito di ognuno di noi può decidere in chiarezza. Due forme di libertà si confrontano e richiedono questa decisione. La libertà che come limite non ha che il proprio potere. E quella libertà che trascende il proprio stesso potere e riconosce il valore indistruttibile dell’altro e ne ha cura, e con lui vuole pace.

(Fonte: “La Stampa” - 11 maggio 2026)


giovedì 14 maggio 2026

Suora annegata a Catania. Mons. Renna: “Suor Nadir ha donato la vita senza esitazione”


Suora annegata a Catania. Mons. Renna:
“Suor Nadir ha donato la vita senza esitazione”

L'arcivescovo di Catania definisce il gesto di suor Nadir, annegata dopo essere intervenuta per aiutare alcune consorelle in difficoltà tra le onde, "capace di mettere al centro Dio e il bisogno degli altri". La religiosa lascia una testimonianza di fede gioiosa e di dono quotidiano che continua a illuminare la comunità

(da sito: https://www.prospettive.eu)

Suor Nadir è morta come è vissuta: il dono di sé fino al sacrificio non si improvvisa, ma è frutto di una scelta quotidiana. Il suo gesto ci insegna che dalle scelte feriali nascono i grandi segni di amore e generosità e, con la sua vita di missionaria, ci lascia un messaggio di apertura al mondo. Apparteneva alle suore Carmelitane Messaggere dello Spirito Santo, che provengono dall’America Latina e il cui carisma è annunciare il Vangelo in Europa portando una grande carica di gioia e di speranza”. Lo dice oggi mons. Luigi Renna, arcivescovo di Catania, parlando della morte di suor Nadir Santos da Silva, religiosa carmelitana di 45 anni, annegata nel tratto di mare di Vaccarizzo, nella zona sud di Catania, lo scorso 11 maggio dopo essere intervenuta per aiutare alcune consorelle in difficoltà tra le onde. La tragedia si è consumata nei pressi del Villaggio Delfino.

Secondo quanto ricostruito dalla polizia, suor Nadir Santos da Silva, era insieme con altre tre consorelle e passeggiavano in acqua, non lontane dalla riva. Un avvallamento della sabbia non visto avrebbe fatto cadere in acqua le quattro sorelle, che probabilmente non sapevano nuotare. Suor Nadir avrebbe tentato di soccorrerle, ma bevendo acqua ha perso i sensi. Tre suore sono riuscite a mettersi in salvo sulla battigia, mentre lei è annegata.

La scelta, compiuta in pochi istanti e senza esitazione, dalla religiosa “è la scelta del buon samaritano – ci dice mons. Renna – che non calcola il pericolo a cui va incontro, ma il bisogno dell’altro. Quando al centro si mettono Dio e le esigenze dei fratelli, allora anche il perdere la propria vita è un gesto compiuto senza esitazione”.

Le Carmelitane Messaggere dello Spirito Santo – aggiunge – sono caratterizzate dall’annuncio gioioso del Vangelo: annunciano, cantano, invitano alla speranza. Dal loro modo di essere traspare un rapporto vivo con il Signore Gesù. Chi le frequenta ha questa percezione. Il suo messaggio è di una donna che voleva semplicemente annunciare il Vangelo con la vita, e ci è riuscita”. Per la comunità e per chi l’ha conosciuta questa religiosa lascia una “testimonianza che credo rafforzerà la fede di quanti l’hanno conosciuta. Il nome Nadir – spiega mons. Renna – significa Stella del Sud: il Signore ha fatto risplendere attraverso di lei la Sua Luce”.

Nelle ore successive alla tragedia, messaggi di cordoglio e preghiera hanno raggiunto la comunità religiosa di San Giovanni La Punta e tutte le comunità presenti in Italia e in altre parti del mondo. La sua morte ha colpito profondamente non soltanto le consorelle, ma anche quanti l’avevano conosciuta nel servizio quotidiano della parrocchia e nelle attività pastorali a San Giovanni La Punta. “Con profondo dolore, ma sostenuti dalla speranza della fede pasquale, annunciamo la scomparsa della nostra amata Suor Nadir Santos da Silva”, si legge sul profilo Facebook della parrocchia: “ringraziamo Dio per il dono della sua vita, per la sua presenza tra noi e per tutta la sua dedizione all’Istituto, alla Chiesa e alla missione di collaborare alla salvezza delle anime. Il suo impegno, la sua testimonianza e il suo amore rimarranno vivi nei nostri cuori. Preghiamo il Signore affinché la accolga nell’eternità e le conceda il riposo eterno e la luce perpetua. Vi ringraziamo per le vostre preghiere, per la vostra fraterna vicinanza e per ogni espressione di affetto in questo momento di dolore e di speranza”.
Oggi pomeriggio, alle 16, la celebrazione funebre nella Chiesa Matrice di San Giovanni La Punta dedicata a San Giovanni Battista e Santuario Madonna della Ravanusa. A presiedere la celebrazione sarà proprio l’arcivescovo di Catania, mons. Luigi Renna.

Suor Nadir ha attraversato la scena di questo mondo lasciando un segno indelebile. Rimane la bellezza e la memoria di un atto compiuto in un lampo, senza il minimo indugio, mentre davanti a lei c’era soltanto il pericolo che minacciava gli altri. La morte l’ha raggiunta così: dentro un gesto di pura consegna, nel frastuono del mare e nel silenzio improvviso che ha avvolto la comunità, rimasta orfana di una delle sue sorelle. È questo, sottolineano, il segno più limpido della sua vita: un istante che dice tutto.
(fonte: Sir, articolo di Raffaele Iaria 14/05/2026)


UDIENZA GENERALE 13/05/2026 Leone XIV prega sul luogo dell'attentato di 45 anni fa a Giovanni Paolo II: «Affidiamo a Maria il grido di pace di chi è afflitto dalla guerra»


UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 13 maggio 2026


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Il Papa prega sul luogo dell'attentato di 45 anni fa a Giovanni Paolo II:
«Affidiamo a Maria il grido di pace di chi è afflitto dalla guerra»

Prima dell’udienza generale, Leone XIV si è fermato in silenzio e si è inginocchiato davanti alla lapide in Piazza San Pietro che ricorda l’attentato del 13 maggio 1981 a Karol Wojtyła. Durante la catechesi, dedicata alla Vergine Maria nel giorno della Madonna di Fatima, Leone XIV ha lanciato un forte appello per la pace: «Affidiamo al Cuore Immacolato di Maria il grido di pace e di concordia che sale da ogni parte del mondo, specialmente dai popoli afflitti dalla guerra»

Papa Leone XIV durante l'udienza generale in piazza San Pietro REUTERS

Quarantacinque anni dopo quel 13 maggio 1981 che tenne il mondo con il fiato sospeso, papa Leone XIV si è fermato in preghiera in piazza San Pietro sul luogo esatto dell’attentato a san Giovanni Paolo II, prima dell’udienza generale. Un gesto intenso e simbolico, compiuto proprio nel giorno della memoria della Madonna di Fatima, che ha richiamato il legame profondo tra il Pontefice polacco e la Vergine.

Scendendo dalla papamobile, Leone XIV ha raggiunto a piedi la lapide in marmo bianco incastonata tra i sampietrini, a pochi passi dal Portone di Bronzo, che ricorda il punto esatto in cui Karol Wojtyła fu colpito dai proiettili di Ali Ağca durante l’udienza generale del 13 maggio 1981. Il Papa si è fermato in silenzio, poi si è inginocchiato accarezzando lo stemma di Giovanni Paolo II. Un’immagine destinata a restare impressa nella memoria dei fedeli presenti a San Pietro.

Nel corso dei saluti al termine della catechesi, Leone XIV ha richiamato esplicitamente quella tragedia che quarantacinque anni fa fece temere per la vita del Papa: «Oggi ricordiamo la memoria della Madonna di Fatima. In questo giorno, quarantacinque anni fa, fu compiuto un attentato alla vita di Papa Giovanni Paolo II, e per queste ragioni, ho dedicato la mia catechesi odierna alla Beata Vergine Maria».

Giovanni Paolo II, ferito in piazza San Pietro, sorretto dai collaboratori, 
qualche istante dopo l'attentato del 13 maggio 1981 (ANSA)

Maria modello della Chiesa e madre dei credenti

L’udienza generale è stata interamente dedicata alla figura della Vergine Maria, nel solco delle catechesi sulla costituzione dogmatica Lumen gentium del Concilio Vaticano II. Leone XIV ha presentato Maria come «modello perfetto» della Chiesa, «credente per antonomasia» e «membro eccellente della comunità ecclesiale»: «Queste parole ci invitano a comprendere come in Maria, che sotto l’azione dello Spirito Santo ha accolto e generato il Figlio di Dio venuto nella carne, si possano riconoscere sia il modello, che il membro eccellente e la madre dell’intera comunità ecclesiale». Nella sua riflessione, papa Leone ha sottolineato come la Madre di Gesù rappresenti «la donna icona del Mistero», colei nella quale si manifesta il duplice movimento della grazia divina e della libera risposta dell’uomo. Maria, ha detto il Pontefice, «è pertanto la donna icona del Mistero, cioè del disegno divino di salvezza, celato un tempo e rivelato in pienezza in Gesù Cristo».

Nella Vergine Maria, ha aggiunto il Papa, ««viene a specchiarsi anche il mistero della Chiesa: in Lei il popolo di Dio trova rappresentati la sua origine, il suo modello e la sua patria. Nella Madre del Signore la Chiesa contempla il proprio mistero, non solo perché vi ritrova il modello della fede verginale, della carità materna e dell'alleanza sponsale, cui è chiamata, ma anche e soprattutto perché riconosce in lei il proprio archetipo, la figura ideale di ciò che è chiamata ad essere. Come si può vedere, le riflessioni sulla Vergine Madre raccolte nella Lumen gentium ci insegnano ad amare la Chiesa. Lasciamoci allora interpellare da tale sublime modello che è Maria, Vergine e Madre». Infine, il Pontefice ha concluso la catechesi con alcune domande rivolte direttamente ai fedeli, invitandoli a lasciarsi interrogare dall’esempio della Madre di Dio: «Vivo con fede umile e attiva la mia appartenenza alla Chiesa? Vi riconosco la comunità dell’alleanza che Dio mi ha donato per corrispondere al suo amore infinito? Mi sento parte viva della Chiesa, in obbedienza ai pastori dati da Dio? Guardo a Maria come modello, membro eccellente e madre della Chiesa, e chiedo a Lei di aiutarmi a essere discepolo fedele del suo Figlio?».

L’appello alla pace e le domande ai fedeli

Nei saluti in lingua portoghese, il Papa ha invitato i fedeli a guardare al Santuario di Fatima come luogo di consolazione e speranza: «Affidiamo al Cuore Immacolato di Maria il grido di pace e di concordia che sale da ogni parte del mondo, specialmente dai popoli afflitti dalla guerra».

Infine, Leone XIV ha concluso la catechesi con alcune domande rivolte direttamente ai fedeli, invitandoli a lasciarsi interrogare dall’esempio della Madre di Dio: «Vivo con fede umile e attiva la mia appartenenza alla Chiesa? Vi riconosco la comunità dell’alleanza che Dio mi ha donato per corrispondere al suo amore infinito? Mi sento parte viva della Chiesa, in obbedienza ai pastori dati da Dio? Guardo a Maria come modello, membro eccellente e madre della Chiesa, e chiedo a Lei di aiutarmi a essere discepolo fedele del suo Figlio?».

Nel giorno che ricorda una delle pagine più drammatiche del pontificato di san Giovanni Paolo II, Leone XIV ha così unito memoria, preghiera e affidamento a Maria. E quella sosta silenziosa davanti alla lapide del 13 maggio 1981 è apparsa come un ponte ideale tra due pontificati segnati dalla stessa invocazione: Totus tuus.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Antonio Sanfrancesco 13/05/2026)

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LEONE XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione dogmatica Lumen gentium. 9. La Vergine Maria, modello della Chiesa


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Il Concilio Vaticano II ha voluto dedicare l’ultimo capitolo della Costituzione dogmatica sulla Chiesa alla Vergine Maria (cfr Lumen gentium, 52-69). Ella «è riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa, figura ed eccellentissimo modello per essa nella fede e nella carità» (n. 53). Queste parole ci invitano a comprendere come in Maria, che sotto l’azione dello Spirito Santo ha accolto e generato il Figlio di Dio venuto nella carne, si possano riconoscere sia il modello, che il membro eccellente e la madre dell’intera comunità ecclesiale.

Lasciandosi plasmare dall’opera della Grazia, venuta a compiersi in Lei, e accogliendo il dono dell’Altissimo con la sua fede e il suo amore verginale, Maria è modello perfetto di ciò che la Chiesa tutta è chiamata ad essere, creatura della Parola del Signore e madre dei figli di Dio generati nella docilità all’azione dello Spirito Santo. In quanto, poi, è la credente per antonomasia, in cui ci è offerta la forma perfetta dell’incondizionata apertura al mistero divino nella comunione del popolo santo di Dio, Maria è membro eccellente della comunità ecclesiale. In quanto, infine, genera figli nel Figlio, amati nell’eterno Amato venuto fra noi, Maria è madre della Chiesa tutta, che a Lei può rivolgersi con confidenza filiale, nella certezza di essere ascoltata, custodita e amata.

Si potrebbe esprimere l’insieme di queste caratteristiche della Vergine Maria parlando di Lei come della donna icona del Mistero. Con il termine donna si evidenzia la concretezza storica di questa giovane figlia d’Israele, cui è stato dato di vivere la straordinaria esperienza di diventare la madre del Messia. Con l’espressione icona si sottolinea che in Lei si realizza il duplice movimento di discesa e di ascesa: in Lei risplendono tanto l’elezione gratuita da parte di Dio, quanto il libero consenso della fede in Lui. Maria è pertanto la donna icona del Mistero, cioè del disegno divino di salvezza, celato un tempo e rivelato in pienezza in Gesù Cristo.

Il Concilio ci ha lasciato un chiaro insegnamento sul posto singolare riservato alla Vergine Maria nell’opera della Redenzione (cfr Lumen gentium, 60-62). Ha ricordato che unico Mediatore di salvezza è Gesù Cristo (cfr 1 Tm 2,5-6) e che la sua Madre Santissima «in nessun modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia» (LG, 60). Al tempo stesso, «la beata Vergine, predestinata fino dall’eternità, all’interno del disegno d’incarnazione del Verbo, per essere la madre di Dio, […] cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, coll’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell’ordine della grazia» (ibid., 61).

Nella Vergine Maria viene a specchiarsi anche il mistero della Chiesa: in Lei il popolo di Dio trova rappresentati la sua origine, il suo modello e la sua patria. Nella Madre del Signore la Chiesa contempla il proprio mistero, non solo perché vi ritrova il modello della fede verginale, della carità materna e dell’alleanza sponsale, cui è chiamata, ma anche e soprattutto perché riconosce in lei il proprio archetipo, la figura ideale di ciò che è chiamata ad essere.

Come si può vedere, le riflessioni sulla Vergine Madre raccolte nella Lumen gentium ci insegnano ad amare la Chiesa e a servire in essa il compimento del Regno di Dio che viene e che pienamente si realizzerà nella gloria.

Lasciamoci allora interpellare da tale sublime modello che è Maria, Vergine e Madre, e chiediamo a Lei di aiutarci con la sua intercessione a rispondere a quanto ci viene domandato attraverso il suo esempio: vivo con fede umile e attiva la mia appartenenza alla Chiesa? Vi riconosco la comunità dell’alleanza che Dio mi ha donato per corrispondere al suo amore infinito? Mi sento parte viva della Chiesa, in obbedienza ai pastori dati da Dio? Guardo a Maria come modello, membro eccellente e madre della Chiesa, e chiedo a Lei di aiutarmi a essere discepolo fedele del suo Figlio?

Sorelle e fratelli, lo Spirito Santo, disceso su Maria e invocato da noi con umiltà e fiducia, ci doni di vivere pienamente queste stupende realtà. E, dopo aver approfondito la Costituzione Lumen gentium, chiediamo alla Vergine di ottenerci questo dono: cresca in tutti noi l’amore per la Santa Madre Chiesa. Così sia!

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i Membri del Comitato di Coordinamento della Commissione mista internazionale per il Dialogo Teologico tra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse Orientali, presenti a Roma per il loro incontro di studio e programmazione, ed auspico che si possa continuare la strada iniziata più di vent'anni fa. Saluto poi i fedeli dell’Arcidiocesi di Otranto, con l’Arcivescovo Mons. Francesco Neri; le parrocchie di San Giuseppe Moscati, in Triggiano e Santa Maria Assunta, in Sarconi; i militari del 232° Reggimento Trasmissioni dell’Esercito Italiano e la Capitaneria di Porto di San Benedetto del Tronto, con l’Arcivescovo Mons. Gianpiero Palmieri.

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Vi ringrazio per la vostra presenza e invoco su di voi e sui vostri familiari i doni dello Spirito Santo per un impegno cristiano sempre coerente nelle diverse chiamate e situazioni che la Provvidenza riserva a ciascuno. A tutti la mia benedizione!




Leone XIV. «Spiritualità, pace e preghiera. La sua forza è la fermezza calma» - ANDREA RICCARDI, intervistato da ESTER PALMA

Leone XIV. «Spiritualità, pace e preghiera. 
La sua forza è la fermezza calma» 
ANDREA RICCARDI, 
intervistato da ESTER PALMA


«Qual è la cifra del pontificato di Papa Leone? Direi la forza tranquilla di un uomo che ha messo al centro della sua vita, e quindi ora di quella della Chiesa, la spiritualità, la pace e la preghiera». Andrea Riccardi, oltre che fondatore nel 1968 della Comunità di Sant’Egidio, è anche uno studioso della storia della Chiesa contemporanea.

Come giudica il primo anno da Papa di Leone XIV?
«Molto positivamente. In questi mesi si è affermato come leader mondiale, mettendo al primo posto la ricerca della pace, ma sempre con quella serenità che ha solo chi vive una profonda vicinanza al Vangelo. Per come lo conosco, Prevost ha un grande senso di responsabilità, di fermezza calma. Non è da lui ricorrere ad atteggiamenti esasperati, eccessivi, soprattutto in una stagione difficile come quella attuale».

Lo si è visto anche nell’incontro con il segretario di Stato Marco Rubio?
«Sì, il Papa ha dimostrato di non avere preclusioni a mantenere aperto il dialogo anche con gli Usa, con una logica che appartiene al dna della Chiesa: la ricerca della pace. Non dimentichiamo che già Benedetto XV, nel 1917, definì la guerra mondiale “un’inutile strage”. Per la Chiesa non può esserci una “guerra giusta”, soprattutto oggi: ormai i conflitti sono tecnologici, disumani, e tendono a non finire mai, come accade in Ucraina e in Siria».

Il momento storico è difficile per chi parla di pace.
«Infatti, oggi è un tema quasi “fuori moda”. Ma credo che il mondo abbia fiducia in papa Leone e nella sua proposta di pace evangelica, proprio per il suo carattere tranquillo, ma che non sfugge al confronto. Molto diverso, per dire, da quello esplosivo di Bergoglio».

Due personalità agli antipodi?
«Francesco colpiva anche nell’immediato, aveva un senso mediatico molto forte. Leone invece lavora per ricucire, contro la “polarizzazione” in atto in questi anni nella Chiesa. E comunque è relativamente giovane, settant’anni per un Papa non sono molti. E questo può fare la differenza…».

In che senso?
«Si presuppone che abbia molti anni davanti: credo che lavori sul lungo periodo, programma viaggi importanti, per esempio. Il suo messaggio mira alla profondità e sono certo che avrà effetto negli anni. Del resto già oggi la Chiesa cattolica è una realtà internazionale, a differenza di quelle ortodosse, che sono e restano nazionali, e di quelle protestanti. E in vari Paesi, dalla Francia agli stessi Usa, c’è un risveglio cattolico, con battesimi tanti anche di giovani».

Quanto ha pesato, e pesa, su Leone la formazione agostiniana?
«Moltissimo. Oltre al suo lungo “noviziato” come priore dell’Ordine, che lo ha portato a viaggiare in tutto il mondo e confrontarsi con realtà molto diverse, la spiritualità agostiniana punta molto sul «fare comunità”, ma in mezzo alla gente, senza astrarsi o chiudersi nelle proprie certezze. Prevost peraltro ha studiato a fondo il pensiero di Agostino in riferimento all’oggi, per attualizzarlo».

E come si applica al suo pontificato?
«Credo che il “fare comunità” di Agostino diventi “fare unità” nella Chiesa, al di là delle diverse sensibilità. E nel rifarsi di continuo al Vangelo, alla Parola di Dio, ma restando sempre dentro la storia presente».

(Fonte: “Corriere della Sera” - 9 maggio 2026)

mercoledì 13 maggio 2026

13 maggio 1981, le parole di un cronista nel giorno che sconvolse il mondo

13 maggio 1981, le parole di un cronista nel giorno che sconvolse il mondo

Sono trascorsi 45 anni dall’attentato a Papa Giovanni Paolo II. Ripercorriamo quel drammatico evento ricordando alcune riflessioni dei suoi successori e le parole del radiocronista Benedetto Nardacci, pronunciate in presa diretta

13 maggio 1981: attentato a Giovanni Paolo II

È il mese di maggio del 1981 e sul fronte geopolitico la fase di “distensione” del decennio precedente tra Washington e Mosca è ormai tramontata. Alla Casa Bianca si è da poco insediato come 40.mo presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. L’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979 ha riacceso lo scontro tra i due blocchi. L’Unione Sovietica guarda con crescente preoccupazione alla Polonia, dove nell’estate del 1980 nasce il sindacato indipendente Solidarność guidato da Lech Wałęsa. In Italia, un paese sfregiato dal terrorismo e dagli anni di piombo, sono passati solo tre anni dal sequestro e dall’assassinio dello statista Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.

Spari in piazza

È mercoledì 13 maggio 1981. Il cielo sopra Roma è limpido. Piazza San Pietro è gremita di pellegrini per l’udienza generale. Papa Giovanni Paolo II, il primo Pontefice polacco nella storia della Chiesa, attraversa la piazza salutando i fedeli. Per partecipare a quell’evento sono arrivati da varie regioni dell’Italia e dall’estero religiosi, scolaresche, turisti, gruppi di fedeli. L’atmosfera è festosa. Poi, improvvisamente, il cielo primaverile è squarciato da colpi di pistola. Il Pontefice si accascia sanguinante.

13 maggio 1981, le parole del cronista Nardacci

Il racconto in diretta

Una voce attonita, quella del radiocronista della Radio Vaticana Benedetto Nardacci, prova a descrivere quelle drammatiche scene che appaiono davanti ai suoi occhi. “La folla è tutta in piedi… La folla è tutta in piedi… non commenta quasi la scena tragica cui ha assistito. Sono quasi tutti in silenzio, aspettano notizie”. Il racconto del cronista fotografa in diretta drammatiche sequenze di storia: “Per la prima volta si parla di terrorismo anche in Vaticano. Si parla di terrorismo in una città dalla quale sono sempre partiti messaggi di amore, messaggi di concordia, messaggi di pacificazione”...


Come avrete sentito, i vescovi presenti all’udienza, i prelati che erano presenti all’udienza hanno invitato la folla a pregare per la salute del Papa. Sembra che il Santo Padre sia stato raggiunto almeno da un proiettile all’addome. Mi pare che quelle pantere dei carabinieri e della polizia scortassero l’ambulanza che, vi avevo detto prima, era entrata in Vaticano… L’ambulanza dovrebbe aver preso a bordo il Santo Padre e dovrebbe essere scortata da quelle gazzelle, da quelle pantere delle forze dell’ordine verso il Policlinico Gemelli. Così mi pare, ma non è che io possa confermare questa notizia, io mi trovo in piazza…

Il comunicato della Sala Stampa vaticana

Il mondo segue con angoscia le notizie che arrivano da Roma. Nel comunicato della Sala Stampa della Santa Sede, ripreso dal quotidiano L’Osservatore Romano, c’è spazio, nonostante tutto, anche per “fondate speranze”.

“Oggi Giovanni Paolo II, che stava percorrendo come di consueto piazza San Pietro sulla campagnola bianca, prima di dare inizio all’udienza generale, mentre si trovava nel settore sulla destra di chi guarda la Basilica all’altezza dell’Ufficio mobile delle Poste vaticane, è stato colpito all’addome da colpi di rivoltella sparati, a distanza ravvicinata, da uno straniero subito arrestato dagli agenti di polizia. Il Papa è stato immediatamente trasportato in autoambulanza al reparto chirurgia del Policlinico Agostino Gemelli. L’intervento chirurgico è in corso. Benché le condizioni del Papa siano preoccupanti, consentono fondate speranze di recupero.

Le parole di Giovanni Paolo II

Quelle fondate speranze si riverberano poi, finalmente, in una voce. È il 17 maggio del 1981. Al Regina Caeli Papa Wojtyła assicura la sua preghiera per l’attentatore, Mehmet Ali Ağca, che “ha sinceramente perdonato”.


Carissimi fratelli e sorelle, So che in questi giorni e specialmente in quest’ora del Regina Coeli siete uniti con me. Vi ringrazio commosso per le vostre preghiere e tutti vi benedico. Sono particolarmente vicino alle due persone ferite insieme con me. Prego per il fratello che mi ha colpito, al quale ho sinceramente perdonato. Unito a Cristo, Sacerdote e Vittima, offro le mie sofferenze per la Chiesa e per il mondo. A Te Maria ripeto: “Totus tuus ego sum”.

Il primato dell’amore

L’8 aprile del 2005 il cardinale Joseph Ratzinger, eletto Pontefice il 19 aprile, presiede le esequie di Giovanni Paolo II in piazza San Pietro.

Un passaggio dell’omelia durante le esequie

Egli ha interpretato per noi il mistero pasquale come mistero della divina misericordia. Scrive nel suo ultimo libro: Il limite imposto al male "è in definitiva la divina misericordia" ("Memoria e identità", pag. 70). E riflettendo sull’attentato dice: "Cristo, soffrendo per tutti noi, ha conferito un nuovo senso alla sofferenza; l’ha introdotta in una nuova dimensione, in un nuovo ordine: quello dell’amore…E’ la sofferenza che brucia e consuma il male con la fiamma dell’amore e trae anche dal peccato una multiforme fioritura di bene" (pag. 199). Animato da questa visione, il Papa ha sofferto ed amato in comunione con Cristo e perciò il messaggio della sua sofferenza e del suo silenzio è stato così eloquente e fecondo.

Nelle mani di Dio

Il 12 maggio del 2021 Papa Francesco all’udienza generale torna con la memoria a quella scena drammatica del 13 maggio 1981.

La storia del mondo è nelle mani di Dio

Domani ricorre la memoria liturgica della Beata Maria Vergine di Fatima e il 40.mo anniversario dell’attentato a San Giovanni Paolo II. Egli stesso sottolineava con convinzione che doveva la vita alla Signora di Fatima. Questo evento ci rende consapevoli che la nostra vita e la storia del mondo sono nelle mani di Dio.

Non abbiate paura!

Affidare la propria vita a Dio. All'età di 26 anni - nel 1981 - un giovane statunitense, Robert Prevost, viene inviato dai suoi superiori a Roma per studiare Diritto canonico alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum). Nell’Urbe viene ordinato sacerdote il 19 giugno 1982. Al Regina Caeli dell’11 maggio 2025, tre giorni dopo l’elezione al soglio di Pietro, Papa Leone XIV rivolge ai giovani parole che si saldano con il Pontificato di Papa Wojtyła: “Non abbiate paura! Accettate l’invito della Chiesa e di Cristo Signore!”. Il 18 maggio del 2025, nel giorno della nascita di Giovanni Paolo II, Papa Leone XIV presiede la Messa per l’inizio del ministero petrino.
(fonte: Vatican News, articolo di Amedeo Lomonaco 12/05/2026)

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Vedi anche il post:


Tonio Dell'Olio: Pepe Mujica non solo un ricordo

Tonio Dell'Olio
 
Pepe Mujica non solo un ricordo

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  12 maggio 2026


L’anniversario (13 maggio 2025) della morte di Josè “Pepe” Mujica è un filo rosso che ci riconcilia con la politica. Ce ne fa cogliere il senso ultimo e il fascino perché “la politica – diceva – non è una professione, è una passione. Un modo per servire, non per servirsi”.

E mai come in questa fredda stagione di calcoli e geostrategie in cui la guerra è tornata ad essere via legittimata e percorribile e la corruzione pratica diffusa e tollerata, la voce di chi ha pagato con 12 anni di carcere duro e di torture, assume il valore di una reliquia. 
È una testimonianza che parla al cuore e nello stesso tempo dà respiro alla mente. 
Rifiutarsi di abitare nel palazzo presidenziale per restare fedele alla sua chacra di campagna non è stato il vezzo anticonformista di un presidente controcorrente ma la scelta coerente di chi ha sempre creduto che la politica è stare con la gente per capirne le fatiche quotidiane. La sua lotta contro il consumismo era politica: “Non possiamo continuare a essere governati dal mercato – ripeteva –. Dobbiamo governare il mercato.” 

Un appello che oggi, davanti alla militarizzazione dell’economia, sembra un grido disperato e lontano. Eppure abbiamo bisogno proprio di quel grido per ritornare a rimettere la politica e la sua pratica sulla strada maestra della vita.

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Per sapere di più su Pepe Mujica vedi anche i nostri post precedenti:

martedì 12 maggio 2026

Leone, la forza di un nome di Giuseppe Savagnone

Leone, la forza di un nome
di Giuseppe Savagnone



Uno scontro epocale
L’incontro tra papa Leone e il segretario di Stato americano Marco Rubio, come previsto, non ha dissipato – né lo poteva – le tensioni createsi in queste settimane fra la Santa Sede e gli Stati Uniti. Malgrado i tentativi della stampa e delle testate televisive di destra di presentarlo come «un disgelo», il suo esito è stato quello sintetizzato nel titolo dell’agenzia ANSA: «Il papa cordiale con Rubio, ma non fa sconti: “Lavoriamo per la pace”».

Che è precisamente il nodo su cui si sono appuntati i reiterati attacchi del presidente americano Donald Trump nei confronti del pontefice, reo, ai suoi occhi, di favorire, con i suoi incessanti appelli contro la guerra, il progetto iraniano di dotarsi di un’arma nucleare. Da qui l’accusa a Leone di essere «debole» e «pessimo in politica estera». Rincarata, proprio alla vigilia del viaggio diplomatico del segretario di Stato, con quella di stare «mettendo in pericolo molti cattolici».

In realtà, la critica a Prevost è più radicale di quanto la maggior parte dei media abbia riportato. Nel suo attacco su «Truth» Trump ha scritto: «Non voglio un Papa che trovi terribile il fatto che l’America abbia attaccato il Venezuela (…) . E non voglio un Papa che critichi il presidente americano».

Sono in gioco, dunque, l’identità e il ruolo del capo della Chiesa cattolica «Leone» – ha insistito il presidente americano – «dovrebbe darsi una regolata nel suo ruolo di Papa, usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un Grande Papa, anziché un politico. Questo comportamento gli sta arrecando un danno gravissimo e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la chiesa cattolica!»

La risposta del pontefice è stata ferma e serena. Ai giornalisti che gliela chiedevano, ha detto semplicemente: «Non ho paura dell’amministrazione Trump, o di proclamare a voce alta il messaggio del Vangelo».

Anche in passato si erano registrate forti divergenze tra il governo americano e la Santa Sede, in particolare con Giovanni Paolo II e Francesco, sulla valutazione delle conseguenze umane ed ecologiche del capitalismo, sulle politiche migratorie e sul ricorso alla guerra, ma erano comunque rimaste sottotraccia. Ora, invece, sono esplose in modo dirompente e, malgrado gli sforzi del segretario di Stato americano e dello stesso Vaticano per sdrammatizzarle, hanno assunto una portata che non sembra esagerato definire epocale .

Il papa contro la tesi della “guerra santa”
Le ultime, esplicite, battute del presidente americano sono state, peraltro, il punto d’arrivo di una tensione che, come abbiamo visto, risale all’invito di papa Leone, in occasione dell’aggressione al Venezuela, a «garantire la sovranità del paese», e che ha raggiunto il suo culmine in queste ultime settimane. Già il 7 aprile, di fronte alla minaccia di Trump di cancellare l’Iran, riportandolo «all’età della pietra» – «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più. Non voglio che accada, ma probabilmente accadrà» – , il papa aveva commentato: «Oggi come tutti sappiamo c’è stata anche questa minaccia contro tutto il popolo dell’Iran e questo veramente non è accettabile. Qui ci sono questioni certamente di diritto internazionale, ma molto di più: una questione morale per il bene del popolo intero»

E l’11 aprile, alla veglia di preghiera per la pace, Leone aveva denunciato il «delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. (…) Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro».

E aveva aggiunto espressioni che decisamente sembravano riferite allo stile pubblico del presidente americano: «Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio. 
Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! 
Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra!»

Nello stesso discorso papa Leone aveva detto: «Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita». Un chiaro richiamo alle conferenze stampa che il Segretario alla Guerra (non più come prima di Trump, alla Difesa) Peter Hegseth aveva tenuto regolarmente per fare il punto sulla «guerra preventiva» scatenata da Trump contro l’Iran, caratterizzate dall’insistenza sulla dimensione religiosa: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…». E ancora: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione….».

A cui il papa, nella sua omelia della domenica delle Palme, aveva indirettamente risposto, commentando l’ingresso di Gesù a Gerusalemme su un umile asinello, invece che su un cavallo di guerra: «Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”».

Insomma, oggi la Santa Sede è forse l’unico soggetto che si pone autorevolmente come alternativa alla politica della maggiore potenza mondiale. E l’attacco mossogli da Trump è la risposta.

La forza di un nome
Molti si sono stupiti di questo scontro tra il primo pontefice statunitense e un presidente eletto con il sostegno di gran parte dell’elettorato cattolico, che ha visto in lui il difensore di valori minacciati dalla cultura woke su temi come quello dell’aborto e del gender. Tanto più data l’immagine di riservatezza, perfino di modestia, che questo papa all’inizio sembrava rappresentare, a fronte dell’indubbio carisma e della brillante comunicativa del suo predecessore argentino.

È come se la vera statura di Prevost si stesse manifestando in questa circostanza, valorizzando la carica simbolica del nome da lui scelto. Un nome che quando, un anno fa, il nuovo pontefice si presentò al balcone di San Pietro, tutti misero in rapporto con il papa della Rerum Novarum, Leone XIII. Nessuno – nemmeno lui – poteva immaginare che il collegamento più appropriato sarebbe stato piuttosto al papa che per primo si è chiamato Leone, passato alla storia come “Magno”, “il grande”.

Un pontefice la cui figura è rimasta impressa nell’immaginario collettivo come quella dell’inerme potere spirituale che riesce a fermare la violenza senza limiti né regole, impersonata da Attila, re degli Unni, un popolo nomade, proveniente dalle steppe asiatiche, che nel V secolo sembrò per un momento travolgere la civiltà romana, già in via di trasformazione sotto l’influsso del cristianesimo. Nel 452 Attila invase l’Italia, conquistando e saccheggiando Aquileia, Padova, Milano e muovendo su Roma, dove la popolazione ne attendeva atterrita l’arrivo.

Nella latitanza del potere imperiale – impersonato dal debole Valentiniano III – gli andò incontro una delegazione guidata proprio da papa Leone, considerato un punto di riferimento, al di là della sfera strettamente religiosa, anche in quella civile e politica. È probabile che l’ambasceria abbia puntato, per convincere il barbaro, soprattutto sull’offerta di una ingente quantità di oro. Ma la leggenda dice che Leone lo abbia fermato mostrandogli il crocifisso. Sta di fatto che l’esercito degli Unni tornò indietro e Roma fu salva.

Inevitabile il riferimento allo scontro tra il nostro Leone e l’attuale presidente degli Stati Uniti, sprezzante nei confronti del diritto internazionale e di ogni legge che non sia la sua. Anche Trump, in un certo senso, è un “barbaro” che ha fatto irruzione sulla scena politica imponendo senza scrupoli la sua volontà, devastando le relazioni da ottant’anni vigenti tra le due sponde dell’Atlantico e mettendo in crisi, soprattutto con le sua ultima impresa militare contro l’Iran, gli equilibri dell’economia mondiale. Investiti e bistrattati dalla sua aggressività umorale e spregiudicata, gli organismi internazionali e i governi europei hanno cercato soprattutto di evitare lo scontro.

Emblematica la reazione della nostra presidente del Consiglio di fronte al gravissimo episodio dell’attacco preventivo contro la repubblica iraniana, che pure ha riconosciuto essere al di fuori del diritto internazionale: «Non condivido e non condanno».

Così, a difendere i valori che l’Occidente ha faticosamente messo a fuoco nella sua storia, attingendo alla propria anima cristiana, è rimasto solo il capo della Chiesa cattolica. Con una più chiara consapevolezza – rispetto al tempo di Leone Magno – della distinzione tra il piano della politica e quello della fede, ma anche con la precisa convinzione che distinzione non vuol dire separazione.

«Noi non siamo politici, non guardiamo alla politica estera con la stessa prospettiva ma come costruttori di pace», ha risposto papa Leone alle accuse di Trump. Ma, al tempo stesso ha rifiutato con fermezza l’idea che la politica non abbia a che vedere con la morale e non c’entri, perciò, con il comando evangelico dell’amore. Che è stata, invece, la tesi proposta dal “cattolico” J. D. Vance a sostegno delle accuse di Trump: «Sarebbe preferibile che il Vaticano si attenesse alle questioni morali e lasciasse al presidente degli Stati Uniti la definizione delle politiche pubbliche».

Il punto di vista della Chiesa cattolica, di cui papa Leone è fedele interprete, è che «le politiche pubbliche» di uno Stato non possono prescindere dai diritti umani. «Troppa gente sta soffrendo oggi», ha detto Prevost, «troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi in piedi e dire che c’è una via migliore». Ricordando a un Occidente disorientato che una civiltà disposta a «piegare il ginocchio» al «delirio di onnipotenza» dei nuovi barbari, e che non trova alternative valoriali contro «l’idolatria di sé stessi e del denaro», è destinata alla morte.

(Fonte: Rubrica "I CHIAROSCURI" - 9 maggio 2026)

Psicologia. I nuovi leader e la manipolazione delle masse di Massimo Recalcati

Psicologia. 
I nuovi leader 
e la manipolazione delle masse 
di Massimo Recalcati


(Pubblicato su "La Repubblica" - 7 maggio 2026) 

Il nome di Gustave Le Bon attraversa sotterraneamente tutto il Novecento. In particolare, la sua Psicologia delle folle, pubblicata nel 1895, costituisce infatti uno degli sfondi teorici fondamentali della Psicologia delle masse e analisi dell’Io di Freud.

Lo stesso Mussolini riconobbe apertamente il proprio debito nei confronti di quel testo cogliendo nella sua riflessione una chiave decisiva per comprendere la forza politico-emotiva della massa. L’intuizione principale di Le Bon consiste nel pensare alla massa non come alla somma di individui ma come un vero e proprio fenomeno collettivo.

La massa cancella innanzitutto le individualità singolari offrendo loro l’illusione di un’appartenenza che le libererebbe dall’angoscia che comporta la responsabilità soggettiva. Non a caso Le Bon evidenzia il carattere fondamentalmente regressivo della massa: le pulsioni più primordiali (violenza, odio, fanatismo, infatuazione, idolatria emotiva) si possono scatenare senza che vi sia mai un vero responsabile.

Al centro non c’è la dimensione etica della scelta individuale perché ogni massa si costituisce per “contagio” abbassando la soglia critica del pensiero per intensificare una spinta all’agire irrazionalmente passionale. La massa assorbe le individualità singolari in un soggetto collettivo acefalo che offre ai suoi membri una identità granitica: la cessione della propria libertà individuale ha come contropartita l’assicurazione di una protezione inscalfibile.

Freud ha radicalizzato l’intuizione di Le Bon mostrando come la massa si organizzi sempre attorno a un processo identificatorio inconscio di tipo verticale: per costituirsi essa ha bisogno di un capo, di un leader autoritario, di una figura capace di occupare il posto del “padre primigenio”. È solo questa identificazione a istituire in ultima istanza i legami libidici che uniscono la massa come se fosse un solo grande corpo. Non è sufficiente che gli individui stiano insieme: è necessario che essi amino una sola immagine, un solo capo, che si riconoscano in un unico emblema identitario.

Nel nostro tempo però la massa non assomiglia più al cemento armato che aveva caratterizzato le grandi masse totalitarie del ’900, non è più un blocco monolitico. Assistiamo piuttosto al fenomeno della sua radicale atomizzazione: la massa che si organizza intorno al nuovo potere dei social network non sembra avere più un padrone, un leader al quale identificarsi, un padre primigenio a proprio fondamento. 
Il cemento armato che istituiva la massa novecentesca lascia il posto a uno sciame ondivago. 
La dispersione rizomatica prevale sulla concentrazione identitaria.

I social network rappresentano il laboratorio più evidente di questa metamorfosi: la folla digitale non possiede più necessariamente un centro stabile ma si dispiega attraverso propagazioni rapide, identificazioni intermittenti, esplosioni emotive improvvise. L’odio collettivo può condensarsi per qualche giorno attorno a un bersaglio per poi disperdersi immediatamente verso un nuovo oggetto.

La cultura occidentale dominata dalle nuove tecnologie ha dissolto il fenomeno novecentesco della massa come una entità compatta studiato da Le Bon e da Freud. Nondimeno, questa atomizzazione della massa contemporanea deve tenere conto sempre più del ritorno di padri-primigeni, di leader ordalici (Putin, Trump, Netanyahu, Khamenei) che pretenderebbero di rianimare la vecchia massa identitaria.

Da una parte abbiamo allora la massa-sciame che caratterizzerebbe il mondo occidentale nell’epoca del dominio della cultura-social e dall’altra parte la massa identitaria come ritorno dello spettro totalitario.
 Il fenomeno della guerra non può, infatti, essere concepito a partire dall’atomizzazione della massa ma solo dal suo compattamento identitario. Si tratta di una medesima spinta a ricompattare l’angoscia collettiva attorno a immagini forti di identità, nazione, nemico, appartenenza.

Siamo dunque davanti a due fenomeni che sembrano antagonisti: da una parte la massa-sciame della cultura digitale occidentale, dall’altra il ritorno della massa identitaria organizzata attorno a leader ordalici.

In realtà questi due fenomeni non si escludono: l’atomizzazione neoliberale della massa produce infatti soggetti sempre più esposti all’angoscia, alla precarietà e alla solitudine. Ed è proprio questa fragilità diffusa a rendere possibile il ritorno pulsionale di identificazioni solide. Quanto più il soggetto si sente disperso, tanto più desidera un’identità rigida in grado di proteggerlo dall’incertezza.

Nell’Europa dominata dall’individualismo neoliberale, dall’impero della cultura digitale, dunque dall’atomizzazione rizomatica delle masse, la necessità del riarmo — provocata dall’attuale destabilizzazione dell’ordine geopolitico — appare a molti come un ritorno spettrale del passato.

La guerra richiede sempre una costruzione dell’identità collettiva alla quale deve corrispondere l’individuazione di un nemico altrettanto stabile che consenta una saldatura emotiva capace di convertire l’angoscia individuale in una appartenenza fusionale.

(Fonte: sito dell' autore)

lunedì 11 maggio 2026

LEONE XIV al REGINA CAELI - Il mondo si ostina nel male, ma Dio non ci lascia soli nelle prove della vita

REGINA CAELI

Piazza San Pietro
VI Domenica di Pasqua, 10 maggio 2026


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Leone XIV: il mondo si ostina nel male,
ma Dio non ci lascia soli nelle prove della vita

Nella catechesi del Regina Cæli in Piazza San Pietro, il Papa riflette sul valore delle relazioni autentiche: non implicano "ricatti" né "sospensioni dubbiose", tantomeno "ma" o "forse", ma diventano sorgente di doni offerti "senza voler possedere". Segno dell'amore divino per l'uomo è il Paraclito, dono da accogliere rifiutando l'oppressione del povero, l'esclusione del debole e l'uccisione dell'innocente

I fedeli in Piazza San Pietro (@Vatican Media)

“Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. L’affermazione di Gesù durante l’Ultima Cena spiazza i discepoli e i fedeli di oggi, perché solleva da una relazione vittima di dubbi o ricatti. È limpida nel suo donarsi senza riserve, senza pretendere un ritorno. È un dono di amore perché promette un sostegno nelle prove della vita, quel Paraclito che “il mondo non può ricevere” ostinandosi nell’oppressione dei poveri, nell’esclusione dei deboli, nell’uccisione degli innocenti. Sono queste le riflessioni che Papa Leone XIV offre ai circa 25mila fedeli raccolti in Piazza San Pietro la mattina del 10 maggio per la recita del Regina Caeli.

Liberi dagli equivoci

La catechesi del Pontefice si fonda sul brano del Vangelo di Giovanni, e sulle parole pronunciate da Gesù mentre “fa del pane e del vino il segno vivo del suo amore”. Indicando l’osservanza dei comandamenti come diretta conseguenza di ciò, il Signore “ci libera da un equivoco”, osserva il vescovo di Roma:

Dall’idea che siamo amati se osserviamo i comandamenti: la nostra giustizia sarebbe allora condizione per l’amore di Dio. Al contrario, l’amore di Dio è condizione per la nostra giustizia.

Una vista di Piazza San Pietro (@Vatican Media)

Amore da cui scaturisce amore

Assolvere ai comandamenti secondo la volontà di Dio, afferma il Papa, significa quindi riconoscere il suo amore per noi, “così come Cristo lo rivela al mondo”, invitando alla relazione e non a “un ricatto o una sospensione dubbiosa”.

Ecco perché il Signore ci comanda di amarci gli uni gli altri come Egli ci ha amato: è l’amore di Gesù a far nascere in noi l’amore.

Relazioni senza “ma” e “forse”

Legami che generano altri legami e che in Cristo trovano la loro espressione più chiara: un amore “fedele per sempre, puro e incondizionato”, che non conosce “ma” e “forse”, e si dona “senza voler possedere”, dando vita “senza prendere nulla in cambio”.

Poiché Dio ci ama per primo, anche noi possiamo amare; e quando amiamo davvero Dio, ci amiamo davvero tra di noi.

Ordine di vita che risana dai falsi amori

Tutto ciò, evidenzia ancora Leone XIV, riguarda concretamente la vita stessa: “solo chi l’ha ricevuta può vivere, e così solo chi è stato amato può amare”.

I comandamenti del Signore sono perciò un ordine di vita che ci risana da falsi amori; sono uno stile spirituale, che è via alla salvezza.

Il Paraclito, segno di una relazione incrollabile

Segno dell’amore di Dio per l’uomo, afferma il Pontefice, è anche la promessa del Paraclito, dono che “non ci lascia soli nelle prove della vita”. “Avvocato difensore” e “Spirito della verità” che tuttavia “il mondo non può ricevere” perché ostinato nel male. Corrispondere all’amore universale di Gesù significa allora trovare nello Spirito Santo un alleato incrollabile.

Sempre e dovunque possiamo allora testimoniare Dio, che è amore: questa parola non significa un’idea della mente umana, ma la realtà della vita divina, per la quale tutte le cose sono state create dal nulla e redente dalla morte.

Uniti come popolo

Attraverso l’offerta di un amore vero ed eterno, Gesù condivide la sua identità di “Figlio amato”. Un’affermazione che smentisce “l’Accusatore, cioè l’avversario del Paraclito, lo spirito contrario al nostro difensore”.

Infatti, mentre lo Spirito Santo è forza di verità, questo Accusatore è padre della menzogna, che vuole contrapporre l’uomo a Dio e gli uomini tra loro: proprio l’opposto di quel che fa Gesù, salvandoci dal male e unendoci come popolo di fratelli e sorelle nella Chiesa.
(fonte: vatican News articolo di Edoardo Giribaldi  03/05/2026)

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Il testo integrale:
Leone XIV


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi nel Vangelo abbiamo ascoltato alcune parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli durante l’Ultima Cena. Mentre fa del pane e del vino il segno vivo del suo amore, Cristo dice: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15). Quest’affermazione ci libera da un equivoco, cioè dall’idea che siamo amati se osserviamo i comandamenti: la nostra giustizia sarebbe allora condizione per l’amore di Dio. Al contrario, l’amore di Dio è condizione per la nostra giustizia. Osserviamo davvero i comandamenti, secondo la volontà di Dio, se riconosciamo il suo amore per noi, così come Cristo lo rivela al mondo. Le parole di Gesù sono allora un invito alla relazione, non un ricatto o una sospensione dubbiosa.

Ecco perché il Signore ci comanda di amarci gli uni gli altri come Egli ci ha amato (cfr Gv 13,34): è l’amore di Gesù a far nascere in noi l’amore. Cristo stesso è il criterio, il canone dell’amore vero: quello fedele per sempre, puro e incondizionato. Quello che non conosce né “ma” né “forse”, quello che si dona senza voler possedere, quello che dà vita senza prendere nulla in cambio. Poiché Dio ci ama per primo, anche noi possiamo amare; e quando amiamo davvero Dio, ci amiamo davvero tra di noi. Accade come per la vita: solo chi l’ha ricevuta può vivere, e così solo chi è stato amato può amare. I comandamenti del Signore sono perciò un ordine di vita che ci risana da falsi amori; sono uno stile spirituale, che è via alla salvezza.

Proprio perché ci ama, il Signore non ci lascia soli nelle prove della vita: ci promette il Paraclito, cioè l’Avvocato difensore, lo «Spirito della verità» (Gv 14,17). È un dono che «il mondo non può ricevere» (ibid.), finché si ostina nel male che opprime il povero, esclude il debole, uccide l’innocente. Chi invece corrisponde all’amore che Gesù ha verso tutti, trova nello Spirito Santo un alleato che mai viene meno: «Voi lo conoscete – dice Gesù – perché Egli rimane presso di voi e sarà in voi» (ibid.). Sempre e dovunque possiamo allora testimoniare Dio, che è amore: questa parola non significa un’idea della mente umana, ma la realtà della vita divina, per la quale tutte le cose sono state create dal nulla e redente dalla morte.

Offrendoci l’amore vero ed eterno, Gesù condivide con noi la sua identità di Figlio amato: «Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi» (v. 20). Questa coinvolgente comunione di vita smentisce l’Accusatore, cioè l’avversario del Paraclito, lo spirito contrario al nostro difensore. Infatti, mentre lo Spirito Santo è forza di verità, questo Accusatore è «padre della menzogna» (Gv 8,44), che vuole contrapporre l’uomo a Dio e gli uomini tra loro: proprio l’opposto di quel che fa Gesù, salvandoci dal male e unendoci come popolo di fratelli e sorelle nella Chiesa.

Carissimi, pieni di gratitudine per questo dono, affidiamoci all’intercessione della Vergine Maria, Madre del Divino Amore.

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Dopo il Regina Caeli

Cari fratelli e sorelle,

ho appreso con preoccupazione le notizie sull’aumento delle violenze nella Regione del Sahel, in particolare in Ciad e in Mali, colpiti da recenti attacchi terroristici. Assicuro la mia preghiera per le vittime e la vicinanza a quanti soffrono. Auspico che cessi ogni forma di violenza e incoraggio ogni sforzo per la pace e lo sviluppo in quell’amata terra.

Il 10 maggio, ogni anno, si celebra la “Giornata dell’amicizia copto-cattolica”. Rivolgo un saluto fraterno a Sua Santità Papa Tawadros II e assicuro la mia preghiera a tutta l’amata Chiesa copta, nella speranza che il nostro cammino di amicizia ci conduca all’unità perfetta in Cristo, che ci ha chiamato “amici” (cfr Gv 15,15).

Ed ora rivolgo il mio benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini di diversi Paesi! In particolare, saluto il gruppo “Guardie d’onore al Sacro Cuore di Gesù”, da varie città d’Italia, e i “Volontari per l’evangelizzazione” legati alla famiglia di Radio Maria; come pure l’Associazione di volontariato “Komen Italia”, impegnata per la prevenzione dei tumori al seno.

Desidero ringraziare per l’accoglienza che caratterizza il popolo delle Isole Canarie, per aver permesso l’arrivo della nave da crociera “Hondius” con i malati di hantavirus. Sono contento di potermi incontrare con voi il mese prossimo nella mia visita alle Isole.

E un pensiero speciale va oggi a tutte le mamme! Per intercessione di Maria, la Madre di Gesù e nostra, preghiamo con affetto e gratitudine per ogni mamma, specialmente per quelle che vivono in condizioni più difficili. Grazie! Che Dio vi benedica!

E a tutti auguro una buona domenica.