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sabato 28 febbraio 2026

QUEL FILO DI LUCE CHE LEGA TUTTO “Perché io credo? Perché Dio è la cosa più bella che ho incontrato.” - II DOMENICA DI QUARESIMA ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

QUEL FILO DI LUCE CHE LEGA TUTTO


Perché io credo?
Perché Dio è la cosa più bella che ho incontrato. 



In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti». Mt 17,1-9

  
QUEL FILO DI LUCE CHE LEGA TUTTO
 
Perché io credo? Perché Dio è la cosa più bella che ho incontrato.

La Quaresima ci sorprende con un Vangelo pieno di sole e di luce. Gesù prese con sé tre dei suoi e salì su di un monte alto, e là si trasfigurò davanti a loro, il suo volto brillò come il sole.

Gesù con il volto di sole è una immagine da conservare e custodire per il giorno più buio, quando il suo volto sarà colpito, oltraggiato, umiliato, non più trasfigurato, ma sfigurato. Quella visione dovrà restare viva e pronta nel cuore dei discepoli.

Un filo di luce collega il monte della trasfigurazione all’orto degli Ulivi. È la sfida che Pietro, Giacomo e Giovanni debbono raccogliere. Essi sono chiamati a cucire di fede e di speranza quella distanza lunghissima tra il Tabor e il Calvario, divario tra la luce sfolgorante e il buio più totale, fra quel volto bellissimo di Gesù trasfigurato e il volto sfigurato di un crocefisso.

È la sfida quotidiana che ogni credente è chiamato a raccogliere quando dinanzi a ciò che è brutto e inaccettabile, come la malattia, la solitudine, la violenza, la morte, è chiamato a credere e ad “amare sino alla fine”, a consegnare se stesso, a non aver paura di perdere la propria vita, contraendo legami di amore che vadano sino in fondo.

Guardiamo Pietro e il suo stupore: È bello qui, è bellissimo, non andiamo via…

Pietro ci fa capire che la fede per essere viva deve discendere da uno stupore, da un “che bello!” gridato a pieno cuore.

Perché io credo? Perché Dio è la cosa più bella che ho incontrato.

E mi fa affermare che è bello stare su questa terra, su questo pianeta minuscolo e bellissimo. È bello abitare questo nostro tempo, che è unico e pieno di potenzialità. È bello essere uomini: non è la tristezza, non è la delusione la nostra verità. È bello stare con Cristo, che è luce da luce, come diciamo nel Credo.

Paolo oggi scrive al suo amico Timoteo una frase di emozionante bellezza: Cristo Gesù ha fatto risplendere la vita (2Tm 1,10). Gesù ha fatto splendida l’esistenza e non solo sul suo volto e sulle sue vesti sul monte, non solo il futuro o i desideri, ma la vita qui e adesso, la vita di tutti, la vita segreta di ogni creatura. Ha riacceso la fiamma delle cose, ha fatto risplendere l’amore, ha dato splendore agli incontri e bellezza alle vite, sogni nuovi e bellissime canzoni al nostro sangue. «E i sensi sono divine tastiere» (D. M. Turoldo) che provano gli accordi di una sinfonia che parla di alleanza gioiosa con tutto ciò che vive, perché nelle vene del mondo già corrono frantumi di stelle.

E beati coloro che hanno il coraggio di essere ingenuamente luminosi nello sguardo, nel giudizio, nel sorriso. Davanti a loro puoi dire: è bello per me stare qui, accanto a te, insieme a voi, insieme a Dio che ha fatto risplendere la vita spalancando per me finestre sul cielo.


CARMELO RUSSO: LA GIUSTIZIA “ECCEDENTE” DI AMORE. Dal “non uccidere” a “l’amare il nemico” (Mt 5,20-48) - VIDEO INTEGRALE

LA GIUSTIZIA “ECCEDENTE” DI AMORE.
Dal “non uccidere” a “l’amare il nemico” 
(Mt 5,20-48)
Carmelo Russo

VIDEO INTEGRALE

11.02.2026 - Secondo dei MERCOLEDI' DELLA BIBBIA 2026

Il DISCORSO DELLA MONTAGNA (Mt 5-7)
La “Magna Charta” del cristiano
per un progetto di umanizzazione del mondo

promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona P.G. (ME)


             " .. La prospettiva gesuana, dunque, non si accontenta dell’osservanza minimale della legge. Non aver commesso un omicidio non significa essere nel giusto se il cuore è pieno di odio e di disprezzo. Il vero obiettivo è la guarigione delle intenzioni del cuore, non solo il contenimento degli atti omicidi. Bisogna passare dalla visione dell’altro come “inferno” o “ostacolo” all’abbraccio dell’altro come fratello. 
             La ridondanza sul “non uccidere” — intesa come “non adirarti” e “non disprezzare” — si fa ancora più esplicita nei due inviti che seguono: verso il “fratello” e persino verso “l’avversario”.
             Gesù prende ad esempio una pia scena al tempio: la presentazione dell’offerta all’altare. Non basta non avere nulla contro qualcuno; conta anche accertarsi se l’altro «ha qualcosa contro di te» (v. 23). Non puoi presentarti al Padre (all’altare) se rifiuti il fratello. L’accesso a Dio è mediato dall’amore verso il prossimo. Negare la disponibilità alla riconciliazione significa, di fatto, negare la propria natura di figli di Dio. Ciò che conta non è il risultato perfetto (l’eventuale pace raggiunta), ma la disponibilità interiore. Chi sposa il messaggio di Cristo ha l’obbligo morale di fare il primo passo, di tentare il dialogo e di offrire la pace. Certo, la riconciliazione effettiva dipende da due volontà. Se l’altro rifiuta, ciò non deve impedire il mio rapporto con Dio, purché io abbia sinceramente abitato il desiderio di pace: «lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (v. 24). Il culto, quale espressione di una fede sincera, non è un esercizio solitario e rituale tra l’individuo e Dio, ma passa necessariamente attraverso il “ponte” della fraternità. Il cristiano è chiamato a tentare sempre la riconciliazione, non perché il successo sia garantito, ma perché avere un cuore aperto all’altro è l’unico modo per essere davvero in comunione con il Padre. 
           Per quanto riguarda il confronto con l’avversario, il testo completa la riflessione introducendo una prospettiva esistenziale e pragmatica, ribaltando il concetto tradizionale di “giustizia”. Il senso profondo della vita non sta nell’aver ragione, ma nella trasformazione della relazione. L’esistenza umana è descritta come un percorso: «Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui» (v. 25). Da notare che il testo non entra nel merito della res litigiosa: non importa chi ha ragione o torto. In questo cammino, piuttosto, la presenza dell’avversario (colui che ci contraddice o con cui non andiamo d’accordo) non è un incidente di percorso, ma l’elemento centrale su cui saremo misurati. Finché consideriamo l’altro un nemico, ci condanniamo a presentarci davanti a un Giudice. La vita diventa rivalità e nel giorno in cui vinciamo (eventualmente) la causa, perdiamo tutto il resto; il mondo diventa una scacchiera di cenere, dove l’altro non è più il volto che mi svela, ma l’ombra che oscura il mio cammino. Se l’altro non è fratello, allora nego la paternità di Dio e anch’io smetto di essere figlio. Non resta che pagare «fino all’ultimo spicciolo!» (v. 26). La controproposta di Gesù è esigente, ma “conveniente: se infatti lavoriamo insieme per riconciliarci, l’avversario diventa fratello e compagno. In questo caso, non troveremo più un giudice ad attenderci, ma il Padre, che non commina la pena, ma accompagna nella ricerca della comunione. 
      Negli esempi fatti, Gesù contrappone la giustizia degli uomini (fatta di colpe e di pene) a una giustizia nuova, dettata dall’amore, che cerca il perdono come principio cardine. L’alternativa alla riconciliazione è l’annientamento reciproco: mentre si uccide l’altro (fisicamente o moralmente), si distrugge se stessi.
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Incontro integrale
                                                                 

Guarda anche i post già pubblicati: 
- ROBERTO TONI: Per una umanità mite, misericordiosa e artefice di pace, che dona al mondo sapienza e luce: Mt 5,1-16 (VIDEO INTEGRALE)

 

Enrico Galiano: “Stella stellina” di Ermal Meta e il dolore che non si lascia anestetizzare - Ermal Meta: "una ninna nanna per Gaza" Una canzone "distopica" perché genera sentimenti contrastanti... come la realtà che noi viviamo

Enrico Galiano

“Stella stellina” di Ermal Meta
e il dolore che non si lascia anestetizzare

“Non basta una preghiera, per non pensarci più…”: come riflette Enrico Galiano, insegnante e scrittore, “Stella stellina”, la canzone che Ermal Meta ha portato sul palco del Festival di Sanremo 2026, è “una dichiarazione contro la rimozione”. Il brano “diventa una critica implicita, ma feroce, a chi si volta dall’altra parte…”


Si dice che John Lennon abbia scritto con Imagine una specie di sintesi del Manifesto del Partito Comunista, ma usando tanto tanto zucchero: così che nessuno si accorgesse di quanto è sovversiva quella canzone.

Credo che Ermal Meta abbia fatto qualcosa di simile, a Sanremo 2026, solo che lui lo zucchero ce lo ha messo solo nel titolo. Il resto della canzone – nella sua struggente dolcezza – è dolore puro. È denuncia. È rabbia urlata, ma scritta su un petalo di rosa.

Dal punto di vista stilistico è una scelta chirurgica. La reduplicazione – “stella stellina” – appartiene al linguaggio infantile. Il suffisso vezzeggiativo, quella “-ina” finale, è una carezza grammaticale. È la lingua che usiamo quando vogliamo rendere il mondo meno spigoloso. E invece qui quella lingua introduce la cosa più spigolosa di tutte: una bambina che non c’è più.

E qui arriva il cortocircuito.

La struttura stessa della canzone è una ninna nanna spezzata. Rime semplici, quasi antiche, ritmo da nenia. Ma dentro quella forma dolce si infilano immagini che non hanno niente di consolatorio: una bambola ritrovata, una nuvola che sale da una casa, la tentazione di strapparsi il cuore per non sentire più niente.

Non è poesia decorativa, questa. Altro che zucchero.

Meta non nomina Gaza. Non nomina la guerra. Non nomina i colpevoli. Ma inserisce coordinate precise: “tra muri e mare”. È un’indicazione geografica che non ha bisogno di didascalie. È un modo per dire senza dichiarare.

E qui arriva il punto che mi interessa davvero:

“Non basta una preghiera, per non pensarci più”

Questo è il verso che smonta la nostra scorciatoia preferita: delegare il dolore a qualcosa di più alto così da poterne uscire puliti. Non dice che la preghiera sia inutile, dice che è un anestetico. Ma che non funziona più.

Non serve a cancellare il pensiero, a mettere tra parentesi una bambina, una guerra, una responsabilità collettiva. È un verso durissimo perché ci toglie l’alibi spirituale: non basta affidarsi, non basta indignarsi un giorno, non basta commuoversi davanti a una ninna nanna.

Se continui a pensarci, allora qualcosa ti riguarda. E lì non c’è primavera che tenga.

È una dichiarazione contro la rimozione. Contro la spiritualizzazione facile. Contro l’idea che basti affidare il dolore a qualcosa di più grande per sentirsi a posto.

E allora la canzone diventa una critica implicita, ma feroce, a chi si volta dall’altra parte.

A chi cambia canale.

A chi si rifugia nell’idea che la guerra sia una cosa lontana, complessa, incomprensibile, e quindi non riguardi la propria coscienza.

E forse la vera sovversione non sta nell’aver portato Gaza sul palco dell’Ariston. Sta nell’averci impedito di liquidarla come notizia.

Una ninna nanna serve a far dormire. Questa no. Questa ti costringe a restare sveglio abbastanza da chiederti quante primavere sei disposto ad aspettare prima di chiamare le cose con il loro nome.
(fonte: Il Libraio 25/02/2026)

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Stella stellina, il testo della canzone di Ermal Meta

Stella Stellina
La notte si avvicina
Non basta una preghiera
Per non pensarci più
Dalla collina si attende primavera
Ma non c'è quel che c'era
Non ci sei più tu

Ho trovato la tua bambola
Mi è sembrato di vederti ancora
Eri così piccola
La stringevi fino a sera
È passata già un'eternità
O solamente un'ora
Da quando nel cielo una nuvola
Risale dalla tua casa, dalla mia casa

Rip. ritornello

Ho cercato di strapparmi il cuore
Perché senza non si muore
Ma ho avuto paura nel mentre
Di non sentire più niente
Ho pensato anche di scappare
Da una terra che non ci vuole
Ma non so dove andare
Tra muri e mare non posso restare

Rip. ritornello

Fiori in un cortile con le pietre intorno
Come le farfalle hai vissuto un giorno
Figlia di nessuno, melodia di un canto
Quello della gente che ti ha amato tanto
Oh, mia bambina, la notte è nera nera
La rabbia e la preghiera non basteranno più
Dalla collina verrà una primavera
Nel vento della sera ci sarai pure tu

Rip. ritornello

Non ti ho dimenticato
Aspetto il tuo ritorno
Come le farfalle
Hai vissuto solo un giorno


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Ermal Meta:
"una ninna nanna per Gaza"
Una canzone "distopica" perché genera sentimenti contrastanti... come la realtà che noi viviamo

Ospite di Avvenire Ermal Meta in gara al Festival con "Stella stellina": un brano poetico dedicato ai bambini vittime dei conflitti.


"Le parole del Festival" è un format originale di Avvenire curato dalla giornalista Angela Calvini, con il contributo di Istituto Universitario Salesiano Venezia Iusve, Università Pontificia Salesiana. Interviste ai Big della canzone e a coloro che ruotano intorno al Festival di Sanremo puntando sul senso più profondo della musica. Gli incontri si svolgono presso il corner del Gruppo Cei – Avvenire, Radio InBlu2000, Tv2000 – che da lunedì 23, a sabato 28 febbraio sarà a Sanremo con uno spazio dedicato all’interno di Isola Sanremo, presso l’Hotel Nazionale (Corso Giacomo Matteotti, 3).
Riprese: Eleonora Iacoponi, Martina Intimi. Montaggio: Gaia Callegaro.

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Guarda il video ufficiale


Guarda il video dell'esibizione a Sanremo

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Gaza senza soccorso: quando Israele manda via le Ong e la catastrofe umanitaria si aggrava

Gaza senza soccorso: quando Israele manda via le Ong e la catastrofe umanitaria si aggrava

La decisione del governo israeliano di espellere 37 ONG dalla Striscia di Gaza, tra cui Medici Senza Frontiere, rischia di far collassare il fragile sistema di soccorso umanitario, aggravando una crisi già definita “catastrofica”. La testimonianza diretta da Gaza svela ferite e traumi che nessuno può curare senza aiuti esterni.


La Striscia di Gaza vive oggi una delle sue fasi più drammatiche dall’inizio della guerra nel 2023, non solo per la violenza continua, ma per un nuovo fronte aperto contro il sistema umanitario internazionale. Il governo israeliano ha imposto regole che richiedono a tutte le organizzazioni non governative di fornire dati sensibili sul proprio personale e sulla governance operativa per poter continuare a operare. Le Ong che hanno rifiutato, compresa Medici Senza Frontiere, sono state informate che dovranno cessare le loro attività nei Territori Palestinesi Occupati entro il 1° marzo 2026.


Per le realtà che negli anni hanno rappresentato un’ancora di salvezza per milioni di civili, questa decisione non è una questione burocratica: si tratta di smantellare pezzi essenziali del supporto sanitario, alimentare e psicologico a una popolazione esausta e isolata. Gaza dipende in larga misura da queste organizzazioni, tanto che la loro uscita può equivalere a un collasso ulteriore del sistema di soccorso.

Una guerra che devasta anche chi cura

Secondo Medici Senza Frontiere, la situazione attuale è catastrofica: centinaia di migliaia di persone hanno bisogno di cure mediche immediate e di assistenza psicologica, mentre decine di migliaia richiedono un trattamento continuativo per traumi, malattie croniche e condizioni a lungo termine. Le restrizioni imposte dal governo israeliano, per cui 37 ong devono lasciare i Territori Palestinesi Occupati entro il primo marzo, rischiano di far mancare cure che già prima erano insufficienti.


MSF rivendica il proprio impegno a rimanere nel territorio il più a lungo possibile, anche se la capacità di entrare con nuovo personale internazionale e rifornimenti medici è stata già limitata dalle autorità israeliane. Senza un afflusso regolare di materiale, le attività di soccorso sono gravemente compromesse e il rischio che servizi come i reparti di emergenza, la riabilitazione post-trauma e le cure pediatriche possano saltare diventa reale.

Le regole che spingono via le ong

Le nuove norme israeliane impongono alle organizzazioni di fornire liste complete del personale palestinese e internazionale; dettagliare finanziamenti e attività operative; essere registrate secondo standard definiti da Tel Aviv.

Le Ong respingono queste richieste perché esporrebbero i loro collaboratori locali a potenziali rischi di sicurezza, e perché violerebbero il principio di neutralità umanitaria.

Il governo israeliano sostiene invece che tali requisiti siano necessari per garantire trasparenza e sicurezza, insinuando che alcune organizzazioni non abbiano rispettato pienamente i criteri richiesti. Tuttavia, questa posizione è stata condannata da gruppi internazionali per la difesa dei diritti umani come un tentativo di restringere artificialmente lo spazio di soccorso umanitario.


La testimonianza del fronte: Gaza oltre il numero dei morti

La testimonianza diretta del medico di MSF Roberto Scaini, responsabile delle attività a Gaza City e nel nord della Striscia, racconta la realtà sulla linea di fuoco: gli ospedali sono ridotti a tende, e le persone arrivano quotidianamente con arti amputati, ustioni e traumi complessi. La guerra, osserva Scaini, si manifesta non solo nei morti immediati, ma nelle ferite croniche che nessun sistema sanitario può gestire senza aiuto esterno.

«Essere presenti a Gaza» dice Scaini «significa confrontarsi ogni giorno con ferite fisiche e psicologiche che non si rimarginano, con bisogni che crescono più velocemente della capacità di risposta». In un contesto dove mancano medicine, acqua potabile e infrastrutture sanitarie funzionanti, la presenza delle Ong non è un lusso, ma l’ultimo argine tra la vita e la morte per migliaia di civili.


Quale futuro per Gaza senza soccorritori?

Con l’uscita forzata di parte delle organizzazioni umanitarie, Gaza rischia una spirale di sofferenza ancora più profonda. La popolazione, già vittima di bombardamenti continui, interruzioni dell’accesso all’acqua e carenza di cibo, potrebbe trovarsi senza alcuna rete di sostegno primaria. Secondo gli appelli lanciati dalle Ong stesse, la comunità internazionale deve intervenire con urgenza per garantire accesso umanitario senza ostacoli e un afflusso massiccio di aiuti salvavita.

La decisione israeliana, con tutte le sue implicazioni politiche, legali e umanitarie, è destinata a essere giudicata non solo nei tribunali, ma nella vita quotidiana di centinaia di migliaia di persone innocenti che ora più che mai dipendono da chi porta cibo, medicine e assistenza.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Luca Cereda 27/02/2026)


venerdì 27 febbraio 2026

Piena e convinta solidarietà dai vescovi della Sicilia a mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, oggetto in questi giorni di pesanti insulti e attacchi mediatici

Conferenza episcopale siciliana
COMUNICATO PER I MIGRANTI DECEDUTI


Raccogliendo e interpretando i sentimenti manifestati dai confratelli vescovi di Sicilia, esprimo piena e convinta solidarietà al confratello, monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo e delegato dei Vescovi di Sicilia per le migrazioni, raggiunto da attacchi verbali e insulti a motivo delle sue recenti parole, cariche di sofferenza, per le vittime del Canale di Sicilia e per le “martoriate acque del Mare Nostro”. Da custode del Vangelo mons. Lorefice ha difeso il valore dell’umanità in quanto tale, la dignità di ogni persona umana, con i suoi fondamentali diritti, per altro sanciti e riconosciuti dagli organismi internazionali.

Che non sia possibile scindere l’annuncio del Vangelo dalla difesa della dignità umana non è l’opinione isolata di un uomo, ma il cuore stesso dell’annuncio di Cristo. Il pensiero espresso da mons. Lorefice è, in verità, il pensiero della Chiesa tutta. Sulla scia dell’insegnamento di Papa Francesco a partire dalla sua visita a Lampedusa nel 2013 e in attesa dell’arrivo di Papa Leone XIV, ribadiamo che la domanda “Dov’è il tuo fratello?” interpella ogni credente, ma anche ogni uomo. La sofferenza e il lutto che l’arcivescovo ha richiamato sono forse di una parte sociale, politica, razziale o entrano nel cuore di ognuno di noi e lo feriscono? E se noi vescovi non li portiamo all’attenzione di tutti, abbiamo difeso l’uomo, il povero, l’indifeso?

Se restassimo indifferenti davanti a tragedie e stragi come quelle richiamate da don Corrado, se ignorassimo che il silenzio e l’indifferenza di molti significa acquiescenza fino alla complicità, avremmo ascoltato la nostra coscienza o l’avremmo messa a tacere? Possiamo ignorare, per altro, che molti legislatori vogliono contenere e abbandonare piuttosto che soccorrere, accogliere e predisporre condizioni umane per chi è uomo e donna come noi? Quale crimine avrebbe commesso don Corrado dicendo che “È l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo”? È riprovevole “Sognare insieme […] un mondo senza guerra e senza sopraffazione; un mondo senza armi e dove non valga la legge del più forte; […] un mondo dove il colore della pelle sia come un arcobaleno e i migranti vengano accolti con calore, come persone umane, come fratelli”?

Per questo ritengo del tutto ingiusti e lontani non solo dallo spirito cristiano, ma anche da un senso di umanità, oltre che incompatibili con uno stile di rispetto delle opinioni, gli attacchi e gli insulti rivolti all’Arcivescovo di Palermo. Mi sembra un campanello di allarme che si reagisca con aggressività dinanzi a un richiamo al senso di umanità, alla fraternità e alla libertà. È proprio vero che ogni corpo restituito dal mare è una “chiara denuncia” contro la propaganda che calpesta l’umanità.

Rinnoviamo il nostro impegno di vescovi a non far cadere nel silenzio il grido di chi cerca vita, pace e libertà. Facciamo appello alla buona volontà degli uomini di questa terra perché già da qui, da noi, oggi, possa ristabilirsi quel clima di fraternità e amicizia che, solo, può far sì che la giustizia abiti questo nostro mondo.

+ Antonino Raspanti
Vescovo di Acireale
Presidente della Conferenza Episcopale Siciliana
(fonte: Chiese di Sicilia 24/02/2026)

Enzo Bianchi - Nessuno è giusto e tutti siamo salvati

Enzo Bianchi
Nessuno è giusto e tutti siamo salvati

La Quaresima ci ricorda che ognuno è peccatore e che non può sentirsi sano, ma solo risanato


Famiglia Cristiana - 22 Febbraio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Abbiamo iniziato la quaresima – che la chiesa con audacia chiama “sacramento” (“annua quadragesimalis exercitia sacramenti”: colletta della I domenica di Quaresima), cioè realtà che si vive per partecipare al mistero – è un tempo “forte”, contrassegnato da un intenso impegno spirituale, per radunare tutte le nostre energie in vista di un mutamento del nostro pensare, parlare e operare, di un ritorno al Signore dal quale ci allontaniamo, cedendo costantemente al male che ci seduce.

La prima funzione della quaresima è il risveglio della nostra coscienza: ciascuno di noi è un peccatore, cade ogni giorno in peccato e perciò deve confessarsi creatura fragile, sovente incapace di rispondere al Signore vivendo secondo la sua volontà. Il cristiano non può sentirsi giusto, non può ritenersi sano, altrimenti si impedisce l’incontro e la comunione con Gesù Cristo il Signore, venuto per i peccatori e per i malati, non per quanti si reputano non bisognosi di lui (cf. Mc 2,17 e par.). Con l’Apostolo il cristiano dovrebbe dire: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io” (1Tm 1,15). Ecco, riconoscere il proprio peccato è il primo passo per vivere la quaresima, e i padri del deserto a ragione ammonivano: “Chi riconosce il proprio peccato è più grande di chi fa miracoli e risuscita un morto”.

Il cammino quaresimale si incomincia con questa consapevolezza, e perciò abbiamo ricevuto le ceneri sul capo, con le parole che ne esprimono il significato: “Sei un uomo che, tratto dalla terra, ritorna alla terra, dunque convertiti e credi alla buona notizia del Vangelo di Cristo!”. Così si vive un gesto materiale, una parola assolutamente decisiva per la nostra identità e la nostra chiamata.
(fonte: Blog dell'autore)


giovedì 26 febbraio 2026

Quaresima

Bruna Capparelli*
Quaresima

«Ricordati che polvere sei e polvere ritornerai»... il monito quaresimale non è una minaccia, ma un promemoria salutare. Ricordati chi sei: terra chiamata a fiorire... Viene allora da dire: polvere sei e solo in amore ritornerai.

Foto di Thays Orrico su Unsplash

«Ricordati che polvere sei e polvere ritornerai». Con queste parole si apre la Quaresima, il tempo che stiamo vivendo dei quaranta giorni che conduce alla Pasqua, alla Resurrezione. È un richiamo severo, ma non cupo. Credenti o meno, dentro questo cammino si trova una verità elementare: la vita procede attraverso continue morti e resurrezioni.

Non è un caso che qualcosa di radicalmente nuovo compaia nel Paleolitico con le prime sepolture. Quando l’archeologia e l’antropologia scoprono un essere vivente che non si limita a restituire un corpo alla terra, ma lo depone con cura, sono costrette a dire: qui c’è l’uomo. Un animale per il quale la polvere non è soltanto polvere. In quel gesto si affaccia una domanda che attraversa i secoli.

Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust lo esprime con parole memorabili: «I miei ricordi, i miei difetti, il mio carattere non si rassegnavano all’idea di non esistere più e non volevano saperne, per me, né del nulla, né di un’eternità da cui rimanessero esclusi». Siamo destinati al nulla o già ora partecipi di un’eternità? La domanda si impone soprattutto nei momenti decisivi, quando cadono le maschere dei ruoli e restiamo nudi davanti al destino. La polvere teme di essere soltanto polvere. Ma è davvero così?

Adamah, in ebraico, significa suolo fertile: da qui il nome Adamo. Se i Greci definiscono l’uomo «mortale», ricordandogli che non è un dio, la tradizione biblica lo chiama «terra di campo», terra abitata dal soffio di Dio. Mortale e insieme aperto all’infinito. Finito eppure attraversato da un desiderio che non ha misura. Un desiderio che, in fondo, si condensa in una domanda semplice: chi mi ama?

Senza amore, torniamo alla polvere anche prima della morte. Lo diciamo con espressioni quotidiane: «mi sento a terra», «sono caduto nella polvere». L’esperienza elementare dell’Avemaria – «prega per noi, adesso e nell’ora della nostra morte» – individua con sobrietà i due momenti decisivi: l’ora presente e l’ora della morte. In realtà sono lo stesso istante, ripetuto di adesso in adesso fino all’ultimo adesso. La questione è se sappiamo esserci davvero.

Anche la lingua latina conserva una traccia eloquente: homo deriva da humus, la terra resa feconda dalla decomposizione, ciò che nasce dalla morte e rende possibile altra vita. L’uomo è humus. Ce lo ricorda ogni notte il sonno, che ci riconsegna all’orizzontalità. Quando ci corichiamo torniamo umili: anche umiltà viene da humus. Non è falsa modestia, ma verità su di sé. Un giorno riposeremo per sempre.

Per questo «ricordati che polvere sei e polvere ritornerai» può essere tradotto così: ricordati che sei fatto per essere amato e per amare. La via è esigente. E spesso la polvere, per non affrontare la fatica dell’amore, sceglie la scorciatoia del potere. Il potere tiene in piedi, dà l’illusione di non dipendere, di sottrarsi alla terra. Ma chi cerca il potere dimentica chi è.

La differenza tra potere e amore si coglie anche nel senso dell’umorismo. Chi sa di essere polvere amata sa ridere di sé. Chi insegue il potere è sempre teso, incapace di leggerezza. La gioia abita il volto degli amati e degli amanti; la serietà rigida è il volto del potere.

Allora il monito quaresimale non è una minaccia, ma un promemoria salutare. Ricordati chi sei: terra chiamata a fiorire. Il resto rischia di essere tempo perduto, come suggerisce lo stesso titolo del capolavoro di Proust: una corsa affannosa a costruire corazze d’argilla.

Adamo, terra fertile, non è chiamato alla guerra ma alla fecondità della cura ricevuta e donata. Lo suggerisce anche Maria Grazia Calandrone in Come si dice amore nella tua lingua, nella raccolta Giardino della gioia: attraversare le lingue per cercare una lingua universale, invisibile, che tutti comprendiamo. È la lingua dell’amore, che supera i confini politici e traduce ogni mondo in relazione. «Io, questo niente / caduto nel sogno della materia, avrò cura di te / fino alla fine del mondo».

Viene allora da dire: polvere sei e solo in amore ritornerai.
(fonte: Settimana News 24/02/2026)

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*Bruna Capparelli è professoressa associata di Diritto e procedura penale all’Università Autonoma di Lisbona e Fellow presso la School of Law dell’Università della California, Los Angeles (Ucla).Collabora regolarmente con "Avvenire" ("Bologna Sette") e Settimana News. Autrice di monografie, saggi e articoli scientifici, conduce un progetto di ricerca sul “futuro dell’università” in Italia.


Giuseppe Savagnone: Il caso Rogoredo e il decreto sicurezza

Giuseppe Savagnone

Il caso Rogoredo e il decreto sicurezza

Foto di Max Fleischmann su Unsplash

Un evidente caso di legittima difesa

Sulle prime pagine dei quotidiani è esplosa come una bomba la notizia della svolta nelle indagini di Rogoredo, con le polemiche a cui ha dato immediatamente luogo. La riportava, in prima pagina, il «Corriere della Sera» del 24 febbraio: «Arrestato agente killer. Scudo penale, è scontro». Ne dava una precisa interpretazione «Il Fatto quotidiano»: «Rogoredo: boomerang per il governo e per il Sì». Su una lunghezza d’onda del tutto diversa, il titolo di «Libero»: «La sinistra manganella la polizia» e, nell’occhiello, si leggeva: «Processo alle forze dell’ordine».

Può essere utile, per capire cosa davvero è successo, cominciare dal 26 gennaio scorso, quando – stando ai resoconti di tutti i giornali – in un parco di Rogoredo, un quartiere della periferia di Milano, un gruppo di poliziotti che pattugliava l’area si era imbattuto in un ragazzo marocchino, Abderrahim Mansouri, di 28 anni, ben conosciuto come pusher, il quale, al loro arrivo, aveva brandito una pistola, costringendo uno di essi, l’assistente capo di polizia Carmelo Centurrino, a estrarre a sua volta la propria arma e a sparargli, uccidendolo.

Caso evidente di legittima difesa. Una sola ombra: quella di Mansouri era una pistola giocattolo, evidentemente inoffensiva. Ma tutti convenivano che il poliziotto non poteva saperlo, tanto più che era sera e c’era buio. Anche se restava irrisolto l’interrogativo sulle motivazioni che avevano spinto il giovane pusher a una simulazione che gli era costata la vita.

Malgrado questo quadro, a termine di legge il poliziotto veniva iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario e si avviavano le indagini di rito. Suscitando però il finimondo negli ambienti della destra al governo. In particolare il vice-premier Matteo Salvini, da sempre sostenitore della necessità di lasciare le mani più libere alle forze dell’ordine per reprimente la criminalità, aveva commentato, a caldo: «Io sto col poliziotto, senza se e senza ma». Per poi esprimere il suo sdegno nei confronti della magistratura e preannunziare misure, da parte del governo, per prevenire in futuro quella che appariva ai suoi occhi un’assurdità : «Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Tutto sbagliato! Nel nuovo pacchetto sicurezza abbiamo previsto una norma che eviti che gli agenti vengano automaticamente indagati dopo essersi difesi. Io sto col poliziotto».

La polemica era continuata anche nei giorni seguenti, con ulteriori attacchi del vice-premier a «quel pubblico ministero» – il magistrato Giovanni Tarzia – che per dovere d’ufficio aveva avviato un’inchiesta «veramente ingenerosa, gratuita, eccessiva», aprendo un «fascicolo odioso», come se «quell’agente avesse sparato per uccidere». «Più legittima di fesa di così», aveva fatto notare. E, su questa lunghezza d’onda, la Lega aveva perfino promosso una raccolta firme di solidarietà per l’agente di polizia indagato, a cui è stata consegnata perfino una medaglia.

In questa rovente polemica nei confronti della magistratura, il quotidiano «Il Giornale», molto vicino al governo, aveva aggiunto, nel suo titolo di prima pagina, un riferimento ai disordini di Torino, traendone le conclusioni in vista del prossimo referendum: «Uno dei fermati di Torino è già fuori, mentre un poliziotto è indagato per omicidio per essersi difeso. È vergognoso. Votiamo Sì al referendum».

Pochi giorni dopo, il 5 febbraio, il governo varava il decreto sicurezza, con cui si prevedeva, «per i cittadini e anche per le Forze di polizia», l’esenzione dal l’iscrizione nel registro degli indagati «quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere)». Una versione allargata dello “scudo penale”, inizialmente pensato, in realtà solo per le forze dell’ordine ed esteso a tutte le categorie solo per un intervento del Quirinale, che aveva fatto presente che altrimenti si sarebbe violato il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Ma era evidente e dichiarato il riferimento al caso di Rogoredo, che ha continuato ad essere il simbolo delle ragioni sempre ribadite dalla destra per la stretta sull’ordine pubblico e per una maggiore libertà d’azione dei suoi tutori. Significativo che la premier, a inizio Olimpiadi, abbia voluto visitare proprio la stazione di polizia di Rogoredo, per ringraziare del prezioso lavoro che vi si svolgeva a favore della comunità.

Il colpo di scena

Poi, ventiquattro giorni dopo i fatti, il colpo di scena. Le indagini della Procura e della polizia hanno fatto emergere elementi che incriminano, senza possibile dubbio, Centurrino. Quello decisivo è che gli esami fatti dalla Scientifica sulla pistola giocattolo hanno rivelato tracce del DNA del poliziotto e non del suo preteso possessore. E il cadavere di quest’ultimo presenta un foro di proiettile non in fronte, come dovrebbe essere se avesse affrontato gli agenti, ma alla tempia, evidenziando che il ragazzo è stato ucciso mentre fuggiva.

Non solo: i colleghi di Centurrino hanno ammesso di non aver mai visto, in realtà, l’arma, né in mano al marocchino né per terra, dopo la sua uccisione, e di avere invece, su richiesta del poliziotto, ritirato dal commissariato una «valigetta nera» che probabilmente la conteneva.

Così, secondo la ricostruzione della procura di Milano – firmata da Giovanni Tarzia, il magistrato detestato da Salvini – Cinturrino aprì il fuoco contro Mansouri «coscientemente e volontariamente (…) in assenza di qualsivoglia causa di giustificazione» mentre il ragazzo «cercava una via di fuga», dopo aver «minacciato i poliziotti» con una pietra «da una distanza incompatibile con la concreta possibilità di colpirli». E la pistola giocattolo sarebbe stata posta accanto al morto dallo stesso assassino, per accreditare la sua messinscena. Alla quale si deve anche il ritardo della chiamata dei soccorsi che ha ridotto le possibilità di salvare la vita alla vittima.

Sono venuti fuori, inoltre, aspetti inquietanti della personalità di Cinturrino, che pare fosse conosciuto col nome di «Luca» dai pusher del quartiere, a cui chiedeva mazzette in denaro e in droga se volevano spacciare senza problemi. In questo contesto andrà cercata anche la spiegazione dell’assassinio di Mansouri.

Si capisce, a questo punto, l’editoriale di Annalisa Cuzzocrea sul «Corriere»: «Accade talvolta che la realtà si incarichi di smentire la propaganda (…). I fatti di Rogoredo si sono trasformati da assist per le riforme del governo Meloni in prova della loro pericolosità».

Così come si capisce il commento di Marco Iasevoli su «Avvenire»: «Sul caso-Rogoredo il Governo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il vicepremier Matteo Salvini, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e l’intero stato maggiore di FdI, Lega e Forza Italia sono costretti, in queste ore, alla capriola più vistosa dell’intera legislatura». Perché, dopo aver cavalcato davanti all’opinione pubblica questa vicenda invocando a gran voce l’introduzione dello “scudo penale” per i poliziotti e rivolgendo alla magistratura «l’accusa di aprire fascicoli contro chi la legge la difende, argomento che calzava bene con la campagna in vista del referendum del 22-23 marzo», si sono trovati totalmente spiazzati.

Meloni ha sfogato sul poliziotto corrotto e assassino quella che ha chiamato la sua «profonda rabbia», accusandolo di «tradimento nei confronti della nazione» e invocando, da quella stessa magistratura che aveva scusato di essere ideologizzata e inaffidabile, una condanna esemplare.

La stampa di destra se l’è cavata alla meno peggio concentrandosi sul pericolo di strumentalizzare l’accaduto per demonizzare la polizia, sottolineando che, come ha scritto su «Libero» il direttore Mario Sechi, che «a qualsiasi latitudine la sicurezza dei cittadini viene prima di tutto»

Sul fronte opposto, la segretaria del PD Elly Schlein ha esortato il governo a rivedere quella parte del nuovo decreto sicurezza che elimina l’obbligo di iscrizione automatica al registro degli indagati per chi compie atti di violenza in casi particolari, come «legittima difesa» e «adempimento di un dovere», introducendo così una norma di «impunità preventiva» per le forze dell’ordine. Che non è, secondo lei, la vera priorità a sostegno delle forze dell’ordine, bisognose piuttosto di maggiori risorse e di un incremento del personale.

Qualche considerazione

Al di là delle schermaglie tra i partiti, mi sembra significativa la riflessione di Mattia Feltri su «La Stampa» a proposito di questa norma, la si chiami o no “scudo penale”: «Ritengo profondamente sbagliata la logica che ispira la legge: se c’è bisogno di un po’ di scrupoli e di trasparenza in più, non in meno, è proprio quando a sparare sono poliziotti e carabinieri, perché a loro è stato concesso per legge, e dunque per volontà popolare, l’uso esclusivo di una forza per cui si può arrivare a uccidere».

Intanto, proprio la sera del 24 febbraio, con la firma del presidente della Repubblica, è entrato in vigore il decreto sicurezza. In una intervista fatta sul «Corriere della Sera» del 25 febbraio al capo della polizia, il prefetto Pisani, l’intervistatore gli ha chiesto: se fosse stato già allora vigente «il cosiddetto “scudo penale” per chi commette ipotetici reati con “evidente causa di giustificazione”», esso «avrebbe impedito l’accertamento dei fatti di Rogoredo?» la risposta del prefetto è stata decisa: «Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente».

Una risposta che però, non sembra corrispondere a ciò che l’opinione pubblica percepì in quei giorni. Tutti avevano considerato evidente la dinamica dei fatti e avrebbero sottoscritto le parole di Salvini: «Più legittima difesa di così»… Non si spiegherebbe altrimenti l’esasperazione del leader leghista e di tutta maggioranza nei confronti dell’iscrizione di Centurrino nel registro degli indagati. È difficile, perciò, immaginare che, in presenza di una norma legislativa che la escludeva nei casi di evidente legittima difesa, le indagini sull’operato del poliziotto avrebbero potuto essere condotte.

Come sarà difficile, in futuro, accertare la verità ora che le nuove regole creano una presunzione di legittimità per comportamenti violenti messi in atto «per legittima difesa» o «adempimento di un dovere» da parte delle forze dell’ordine (perché è ad esse che, evidentemente, questa clausola si attaglia più che a qualunque altra categoria di cittadini) .

E ai magistrati che ci proveranno sarà facile contestare un accanimento ideologico al di là dei limiti previsti dalla legge, specialmente se a giudicarli sarà – come prevede la riforma della giustizia – un’Alta Corte disciplinare presieduta non più dal presidente della Repubblica, ma da un membro “laico” eletto, in seno all’Alta Corte stessa, tra i giudici nominati dal Presidente della Repubblica o estratti a sorte dall’elenco compilato dal Parlamento in seduta comune. Non per nulla, nella sua protesta conto il pm che indagava sul caso Rogoredo, tutta la destra ha più volte invocato il Sì al referendum, che avrebbe bloccato in futuro magistrati come lui. Ora dipende dagli italiani decidere se vogliono che sia così.
(fonte:: Tuttavia 25/02/2026)

mercoledì 25 febbraio 2026

«L'unica possibilità che abbiamo per combattere la violenza è la parola» Intervista a Enzo Bianchi di Alex Corlazzoli

«L'unica possibilità che abbiamo 
per combattere la violenza è la parola»

Intervista a Enzo Bianchi di Alex Corlazzoli

Scarp de' tenis - Il mensile della Strada - Febbraio 2026     



Non ha dubbi il monaco fondatore di Bose e della fraternità Casa della Madia. C'è troppa superficialità tra chi parla di pace. Servire un'insurrezione non violenta delle coscienze.

«Vergogna! Provo indignazione verso un governo che prevede un aumento dei finanziamenti per l’armamento e il ritorno alla leva militare. Vista la denatalità in atto manderanno i cerbiatti a fare i soldati?».

A quasi 83 anni, Enzo Bianchi, monaco fondatore della comunità di Bose e della fraternità di Casa della Madia dove oggi vive con altri quattro fratelli e due sorelle, non ha peli sulla lingua. Uno dei sostantivi che spesso usa è: parresia, la franchezza. A lui non manca.

Credi ancora nella possibilità della pace quando, mentre dialoghiamo, ci sono cinquantasei guerre in corso?

L’unica possibilità che abbiamo per combattere la violenza che è in noi e negli altri, è la parola. Credo alla pace come dono che viene dal Signore, come qualcosa che può essere instaurato, qua e là nel mondo, laddove gli uomini riescono a dialogare, ma non mi illudo che la pace possa essere per l’intera umanità. Siamo tantissime culture, religioni, popoli spesso in ostilità gli uni contro gli altri per il possesso dei territori, delle risorse. Oggi c’è troppa superficialità tra chi parla di pace. Serve un’insurrezione non violenta delle coscienze.

In Italia nel 2026 è previsto un incremento degli investimenti per l’armamento, eppure i nostri go- vernanti si dicono cristiani.

Sono una vergogna per l’Italia. Ho esultato quando la Conferenza episcopale italiana ha condannato questo riarmo. Solitamente è molto più timida, taciturna. In cuor mio non penso che la maggioranza dei vescovi siano d’accordo con quello che è stato scritto dalla Cei: è la prima volta che con nettezza c’è una chiara presa di posizione della Chiesa contro il riarmo.

In tutta Europa guardano ai giovani pensando al ritorno della leva militare.

Mi vien da ridere: chi manderanno in guerra? Non ci sono più giovani e tra quelli che conosco neanche uno vorrebbe indossare la divisa.

So che hai detto che se fossi stato più giovane saresti salito a bordo della Flotilla.

Sì, sarei assolutamente andato perché a Gaza si è consumato un genocidio. È stato necessario anche quel gesto, in parte annullato dai nostri governanti, compreso il Presidente della Repubblica. Tutti hanno fatto in modo di togliergli quella forza profetica, ma a quei giovani va tutta la mia ammirazione.

Cos’è rimasto del Cristianesimo? Siamo arrivati al termine della sua carica rivoluzionaria o resta una speranza?

Non credo che il Cristianesimo sia finito. Non si manifesterà più in grandi comunità, ma già oggi ci sono gruppi di cristiani che si ritrovano attorno alla parola di Dio, che aspettano come mendicanti di spezzare il pane eucaristico nella Messa, che cercano di fare di Gesù il centro della loro vita e della loro fede. Il fuoco c’è sotto la cenere e divamperà più forte di prima.

Avresti mai immaginato di arrivare a questo punto?

No, dopo il Concilio pensavo di morire in un tempo di realizzazione di quell’evento storico.

Parliamo di denatalità: i dati Istat ci dicono che nel 2024 solo il 21% delle persone tra i 18 e i 49 anni intendono avere un figlio, nei prossimi tre anni, per questioni economiche…

Non è vero. La verità è che i figli richiedono fatica, rinunce che nessuno più vuole. Siamo di fronte al narcisismo della coppia, a generazioni che non amano la vita così come non hanno speranza e fiducia gli uni negli altri. In realtà non vivono la vita piena.

Cosa ti aspetti nel 2026 dal punto di vista politico: sarà l’anno di Trump Nobel per la pace e il tempo in cui Giorgia Meloni si preparerà a continuare questo governo per altri cinque anni?

Non lo so, ma neanche m’importa, perché vedo un’Europa totalmente incapace di darsi un orientamento che non ha più nessun valore, alcun messaggio. La mia tristezza è infinita se penso che da giovane, a dodici anni, volevo essere un cittadino europeo e già avevo la tessera dei Giovani europei. E adesso cos’è l’Ue? Neanche un mosaico, solo un puzzle.

Mi è piaciuto leggere il tuo augurio per l’anno nuovo: “Trovate il tempo per pensare”.

Fermarsi a pensare significa semplicemente avere ragione di quel che si vive e quindi essere consapevoli e responsabili.

Penso che oggi sia venuta meno l’empatia. È così?

Non c’è più il desiderio o la curiosità dell’altro, ognuno sta bene da sé. Ti sei mai chiesto perché nelle nuove generazioni manca totalmente la dimensione dell’amicizia? Dall’adolescenza passano subito a fare l’amore, gli affetti non interessano più, devono consumare l’amore. Anche le famiglie non si incontrano più e se lo fanno, spesso, è per interesse, per un calcolo.

Alla tua età credi ancora a Dio come quando eri giovane?

No, perché la fede cambia come la preghiera, di età in età. Nella vecchiaia è molto più tormentata. Ho avuto molte conversazioni su questo tema con il cardinal Carlo Maria Martini: mi parlava dei suoi dubbi, delle sue domande e io mi stupivo. Ma ora anch’io passo attraverso questa fase in cui più che la fede resta l’amore per Cristo. La fede a volte barcolla…

Qual è il dubbio maggiore che hai?

La nientità, la tentazione del nulla che noi monaci conosciamo ma che da vecchi si fa più insistente.

Hai quasi 83 anni ma vivi come se fossi davvero un giovane.

Non demordo, questa fiducia e questo entusiasmo mi sono dati dall’amore per il Signore Gesù Cristo.

Hai un sogno per il nuovo anno appena cominciato?

Vorrei semplicemente non soffrire fisicamente. Poi la corsa l’ho fatta, tutto il resto lo metto nelle mani di Dio…


Introduzione di Leone XIV al libro “Peace Be with You!”: Solo cuori pacifici possono costruire una pace giusta e duratura


Introduzione di Leone XIV al libro “Peace Be with You!”

Solo cuori pacifici
possono costruire
una pace giusta e duratura


Da martedì 24 febbraio, nelle librerie degli Stati Uniti d’America e dei Paesi anglofoni esce, edito da Harper Collins, il volume di Leone XIV Peace Be with You!, versione inglese di E pace sia!, pubblicato nell’agosto scorso dalla Libreria Editrice Vaticana. Di seguito diamo, in una nostra traduzione, il testo dell’introduzione inedita scritta dal Papa.

La pace è uno dei grandi temi del nostro tempo ed è sia un dono sia un impegno: un dono di Dio costruito da uomini e donne nei secoli.

Viviamo in un mondo ferito da troppi conflitti e colpito da ostilità cruente. Un nazionalismo estremo calpesta i diritti dei più deboli. Ancor prima di essere frantumata sul campo di battaglia, la pace viene sconfitta nel cuore umano quando cediamo all’egoismo e all’avidità e quando permettiamo agli interessi di parte di prevalere invece di guardare al bene comune. Molti autori hanno detto che è quando ci rifiutiamo di ascoltare le storie delle altre persone che iniziamo a privarle della loro dignità. Depersonalizzare gli altri è il primo passo verso ogni guerra. Conoscere gli altri, invece, è un pregustare la pace. Ma per conoscere, prima bisogna sapere come amare. Sant’Agostino ha detto che «non si conosce nessuno se non per mezzo dell’amicizia» (Ottantatré questioni diverse, 71).

Vorrei riflettere qui su questa doppia dimensione della pace, che è verticale (la pace come dono dall’Alto) e orizzontale (la pace come responsabilità di ogni persona).

La pace è un dono che Dio ha dato agli uomini e alle donne di ogni tempo attraverso la nascita di Gesù a Betlemme. Gli angeli hanno annunciato pace in terra perché Dio si è fatto uomo. Egli ha abbracciato l’umanità in modo così profondo da distruggere con la sua croce l’ostilità del peccato. Sant’Agostino scrive: «Anche noi saremo gloria a Dio nell’alto dei cieli quando nella risurrezione del corpo spiritualizzato saremo rapiti sulle nubi incontro a Cristo; purché però, ora che siamo sulla terra, ricerchiamo la pace con buona volontà» (Discorsi, 193). La gloria di Dio è discesa sulla terra per renderci partecipi della sua infinita bontà. Questo dono chiama in azione la responsabilità della nostra risposta, della nostra “buona volontà”, come scrive il santo d’Ippona.

Inoltre, la pace è il dono che il Risorto ha offerto ai suoi discepoli. È una pace “ferita” dalle piaghe della crocefissione, perché la pace di Gesù sgorga da un cuore che ama e che si lascia colpire dalla sofferenza di ogni tempo e luogo. «Il Signore dopo la sua risurrezione apparve ai suoi discepoli e li salutò dicendo: La pace sia con voi. Ecco, la pace è il saluto della salvezza, poiché lo stesso termine “salute” prende il nome dalla salvezza» (sant’Agostino, Discorsi, 116).

Tuttavia la pace è anche un impegno e una responsabilità per ognuno di noi. Pace significa insegnare ai bambini a rispettare gli altri e a non bullizzare gli altri quando giocano. Pace significa vincere il nostro orgoglio personale e lasciare spazio all’altro, nella nostra famiglia, sul lavoro, nello sport. Pace è quando il nostro cuore e la nostra vita sono abitati dal silenzio, dalla meditazione e dall’ascolto di Dio; perché Dio non benedice mai la violenza, non approva mai l’approfittarsi degli altri o il frenetico abuso dell’unica Terra che sta sfigurando il Creato, una carezza del Creatore.

Possiamo sentirci impotenti dinanzi alle tante guerre che si stanno combattendo nel mondo. Possiamo rispondere in vari modi a quella che ho definito la «globalizzazione dell’impotenza»: i credenti possono, prima di tutto e anzitutto, dare voce alla preghiera. La preghiera è una forza «disarmata» che cerca solo il bene comune, senza eccezioni. Pregando, disarmiamo il nostro ego e diventiamo capaci di gratuità e sincerità.

Oltretutto, il nostro cuore è il campo di battaglia più importante. È lì che dobbiamo imparare la vittoria incruenta ma necessaria sugli impulsi di morte e le tendenze alla dominazione: solo cuori pacifici possono costruire un mondo di pace. Dobbiamo praticare una cultura di riconciliazione, creando laboratori nonviolenti, luoghi in cui la diffidenza verso gli altri possa diventare un’occasione d’incontro. Il cuore è la fonte della pace; qui dobbiamo imparare a incontrarci invece di scontrarci, a fidarci invece di diffidare, ad ascoltare e a comprendere invece di chiuderci agli altri.

Infine, la politica e la comunità internazionale hanno la responsabilità di agevolare la mediazione nei conflitti, utilizzando l’arte del dialogo e della diplomazia. «Signore Dio, [...] donaci la pace, la pace del riposo, la pace del sabato, la pace senza tramonto»: con queste parole di sant’Agostino, chiediamo al Padre di concedere al nostro mondo, a tutte le persone, specialmente a quelle più dimenticate e che soffrono di più, la grazia benedetta di una pace giusta e duratura.
(fonte: L'Osservatore Romano 24/02/2026)


martedì 24 febbraio 2026

Mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, dopo i naufragi nel Canale di Sicilia: «Non è una tragedia, è una scelta politica»


L'arcivescovo Lorefice dopo i naufragi nel Canale di Sicilia: «Non è una tragedia, è una scelta politica»

Un appello contro le politiche di abbandono e per la dignità dei circa mille dispersi


L'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice tuona contro il silenzio delle stragi nel Canale di Sicilia: «Non è una tragedia, ma precise scelte politiche disumane». In una lettera commovente indirizzata all’ONG Mediterranea Saving Humans, il prelato esprime profondo rammarico per non poter salpare con loro verso un mare Nostrum ancora «scosso e scandalizzato» dall’ennesima ondata di morte, figlia di politiche che ignorano i diritti umani e il diritto internazionale sul soccorso.

Il grido profetico dall’arcivescovado di Palermo

Lorefice non usa giri di parole: «Ennesima strage - non è una tragedia! - consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche di ieri e di oggi», scrive, puntando il dito su violazioni sistematiche delle convenzioni Onu che impongono il salvataggio in mare. Il suo riferimento è ai naufragi fantasma nel Canale di Sicilia durante e dopo il ciclone Harry, tra il 18 e il 21 gennaio 2026, quando tempeste con onde alte metri e raffiche oltre 80 km/h hanno inghiottito gommoni partiti da Sfax in Tunisia e zone SAR libiche, lasciando circa mille dispersi secondo stime di Refugees in Libya e Mediterranea. L’arcivescovo elogia la missione dell’Ong come un «segno forte e prezioso» per rompere il «sonno degli occhi narcotizzati», denunciando un’Europa e un’Italia prigioniere di leggi che privilegiano «contenimento e abbandono», trasformando in criminali chi osa attraversare il mare in cerca di vita, libertà e pace.

Il mare restituisce i corpi: scene dal lutto silenzioso

Nelle ultime settimane, dalle coste trapanesi a quelle pelagiche, il Mediterraneo ha vomitato i resti di questa carneficina invisibile: un corpo emerso il 5 febbraio isolotto della Colombaia a Trapani, recuperato in mare aperto dalla Capitaneria di Porto; cinque cadaveri a Pantelleria tra inizio e metà febbraio, tra cui possibili minori trascinati sulle scogliere o galleggianti in mare, con i Vigili del Fuoco impegnati in operazioni strazianti. Poi, il 15 febbraio al largo di Marsala un uomo con giubbotto salvagente, il 16 a Torrazza di Petrosino un altro sulla spiaggia dopo una mareggiata furiosa, e ancora due recuperi distinti a San Vito Lo Capo e Custonaci grazie all’occhio vigile di pescatori locali. A fine gennaio, Lampedusa piangeva tre vittime certe – due gemelline di un anno e un uomo dalla Guinea, stroncati dall’ipotermia durante uno sbarco disperato – mentre in Calabria, da Tropea, arrivavano altri quattro corpi sul Tirreno. Almeno 13 in Sicilia, 15-17 totali nel Sud Italia: corpi mutilati dai pesci, senza documenti né nomi, con procure come quelle di Trapani e Paola che dispongono autopsie per svelare violenze o cause precise in un puzzle di orrore sommerso.

Radici politiche di un cimitero marino

Quelle di Lorefice non sono parole isolate, ma un’accusa radicale a un sistema che pianifica l’oblio: ritardi nei soccorsi SAR, assegnazioni di porti lontani alle navi umanitarie, assenza di registri sulle partenze forzate da Libia e Tunisia. Il Viminale celebra un calo del 58% negli sbarchi di gennaio, ma le ONG come Mediterranea e ASGI contano oltre 1000 morti invisibili, inclusi i due cadaveri in decomposizione avvistati dalla Humanity 1 in zona libica e quello sull’Ocean Viking nei primi giorni di febbraio. Il ciclone Harry ha solo amplificato un dramma strutturale – rotte letali come il Canale di Sicilia, che dal 2014 reclama oltre 25mila vite – con partenze suicide sotto tempesta e soccorsi insufficienti, mentre rotte alternative verso Sardegna o Algeria emergono come nuove frontiere del terrore.

Un appello universale all’umanità

«Di fronte a tutto questo siamo chiamati a reagire, non come esponenti di un partito o tifosi di una squadra, ma come donne e uomini che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano», conclude Lorefice, evocando il diritto inalienabile alla mobilità per ogni essere umano. Mentre Mediterranea salpa per vigilare e rompere il silenzio, Alarm Phone e piattaforme come MEM.MED chiedono safe corridors e indagini urgenti. Da Palermo, questa voce profetica squarcia il velo su un cimitero marino che non tace: per gli ultimi aggiornamenti su naufragi Sicilia 2026, migrant deaths Mediterraneo e ciclone Harry, il grido dell’arcivescovo resta un monito ineludibile.
(fonte: La Sicilia, articolo di Laura Mendola 22/02/2026)

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“Nel Mediterraneo l’ennesima strage – non è una tragedia! – consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche” 
 

Messaggio dell'Arcivescovo Mons. Corrado Lorefice a Mediterranea Saving Humas 
nel giorno in cui a Trapani si commemorano i migranti morti negli ultimi giorni nell'indififferenza generale

Testo integrale

Carissime e Carissimi tutti,

sono sinceramente dispiaciuto di non poter prendere il largo con voi ad accarezzare le martoriate acque del Mare Nostro ancora scosse e scandalizzate dall’ennesima strage – non è una tragedia!consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche – di ieri e di oggi –, colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell’essere umano, in violazione del diritto internazionale e delle convenzioni sul soccorso. Tutti Vi abbraccio fraternamente e di vero cuore!

Il Vostro oggi – a seguito dei naufragi avvenuti nel Canale di Sicilia durante e dopo il ciclone “Harry”, che hanno causato circa mille dispersi – è un segno forte e prezioso, un richiamo chiaro a sconvolgere il silenzio e a svegliare il sonno degli occhi di noi tutti, narcotizzati da scelte politiche che pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace, forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità. Queste vittime – questi volti e questi corpi cancellati dei poveri – sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come criminali quanti prendono il largo come “pescatori di uomini di donne” in balia delle onde. Questi corpi umani che il mare ha riconsegnato sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi.

Questi sono corpi umani. Come i nostri. Con una loro storia, relazioni, desideri, sofferenze, attese. Abbiamo negato loro il diritto ad una vita dignitosa, alla mobilità, alla libertà. Non li abbiamo accolti. Non siamo andati a cercarli sulla rotta del Mediterraneo centrale. Abbiamo ora il dovere, con la cenere in testa, di porre in essere le procedure necessarie per l’identificazione dei corpi riaffiorati e di dare certa e degna sepoltura alle vittime. Non possiamo disattendere la richiesta dei familiari che, dilaniati dalla sofferenza, cercano i propri cari.

Carissime, Carissimi, il vostro gesto oggi torna a dare voce alla memorabile domanda che Papa Francesco rivolse al mondo intero nel suo indimenticabile primo Viaggio Apostolico, a Lampedusa: «“Adamo dove sei?”, “Dov’è il tuo fratello?”, sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: “Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?”. Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie?» (Omelia, 8 luglio 2013). Ci è di grande sostegno la visita a Lampedusa programmata da Papa Leone XIV il 4 luglio prossimo.

Cari amici, unito a voi spiritualmente invoco il Signore della vita perché queste nostre sorelle e questi nostri fratelli possano adesso raggiungere la sospirata accoglienza nel cuore di Dio. Come cantava il poeta: «Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e arriverò» (C. Pavese, da Il mestiere di vivere).

Di fronte a tutto questo siamo chiamati a reagire, non come esponenti di un partito o tifosi di una squadra, ma come donne e uomini che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano. È l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo – come non pensare in questo momento all’altra strage in atto della Striscia di Gaza! –, quell’umanità che pare progressivamente sparire dall’orizzonte della politica contemporanea, dominata dalle derive nazionalistiche, dalla competizione spietata, dalla guerra ai poveri e ai migranti, dal rifiuto dell’altro. Sembrano essere questi oggi i principi dell’azione politica, esibiti senza vergogna, sbandierati come valori.

Non cessiamo di dare voce, con il nostro impegno concreto e operoso, a quanti nel Mediterraneo continuano a trovare morte piuttosto che vita. Diamo forma ai loro sogni. Lo dicevo alla Città di Palermo durante l’ultimo Festino di Santa Rosalia: «Sognare insieme. […] Sognare un mondo un mondo senza guerra e senza sopraffazione; un mondo senza armi e dove non valga la legge del più forte; un mondo in cui i poveri siano innalzati e i potenti, i narcisi, vengano buttati giù dai loro troni; un mondo dove i popoli del Sud povero trovino pace e benessere; un mondo dove il colore della pelle sia come un arcobaleno e i migranti vengano accolti con calore, come persone umane, come fratelli».

Uniti. Insieme. Per “ri-cor-dare”, per irrorare di amore i cuori e dare speranza.

Palermo, 20 febbraio 2026

X Corrado Lorefice
Arcivescovo di Palermo
(fonte: Chiesa di Palermo 22/02/2026)

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Lorefice sui migranti morti:
«Sono corpi umani, non numeri da propaganda»
Guarda il servizio di TrmWeb Sicilia


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Vedi anche i post precedenti: