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mercoledì 11 marzo 2026

Medio Oriente in fiamme. “Nell’era dell’IA tutto è percepito come un videogioco e viene meno l’empatia”

Medio Oriente in fiamme.
 “Nell’era dell’IA tutto è percepito
 come un videogioco
 e viene meno l’empatia”
Intervista a Adriano Fabris
di Gigliola Alfaro

Secondo il filosofo Adriano Fabris, la comunicazione digitale e i social stanno cambiando la percezione della guerra in Medio Oriente. Tra storytelling, immagini virali e intelligenza artificiale, il rischio è che bombardamenti e vittime vengano percepiti come una fiction o un videogioco, alimentando indifferenza, perdita di empatia e disimpegno civile


La guerra, che sta infiammando il Medio Oriente, con la massiccia operazione militare lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con centinaia di bombardamenti su basi militari, difese aeree, missili e centri di potere del regime, e la risposta iraniana con missili e droni contro Israele e basi Usa nel Golfo, ampliando il conflitto regionale e colpendo diversi Paesi della zona, come viene percepita dalla gente? Da un lato, ci sono moltissimi video, reel sui social, immagini e mappe, che dettagliano quello che sta avvenendo. Dall’altro, però, c’è il rischio che tutto sia considerato quasi alla stregua di un grande videogioco, senza realizzare che dietro quelle immagini ci sono morti, feriti e tanta sofferenza. Ne parliamo con Adriano Fabris, professore di Filosofia morale e di Etica della Comunicazione all’Università di Pisa.

Professore, c’è il rischio che le immagini di esplosioni, bombe, mappe ci appaiano come videogiochi piuttosto che come armi distruttive che portano morte?
Il rischio c’è. Cerchiamo di comprenderne perché. Innanzitutto, dobbiamo capire come è cambiata negli ultimi tempi la comunicazione e di conseguenza anche l’informazione giornalistica. Da un modello di informazione che riportava i fatti, ciò che realmente avveniva nelle varie parti del mondo, e che poi magari li interpretava, li contestualizzava, attraverso commenti, siamo passati a una comunicazione che anzitutto racconta, che fa quello che si chiama storytelling. Questo è sempre naturalmente avvenuto, però lo facevano soprattutto le ideologie, quei regimi che volevano raccontare il mondo in un certo modo e che magari poi venivano smentiti dalla realtà dei fatti.Adesso questo modo di comunicare come storytelling, come racconto che prende il sopravvento sulla realtà delle cose, tende completamente a sostituire l’informazione dei fatti.Questo è lo sfondo comunicativo che abbiamo di fronte.

Perché è avvenuto questo?
Il motivo sta negli sviluppi tecnologici, i social prima, l’intelligenza artificiale poi. La tendenza dell’intelligenza artificiale è quella di imitare la realtà, di riprodurla, ma addirittura, più ancora, di creare immagini alternative, immagini diverse sulla base di quello che a me serve, di quello che io voglio raccontare nel mio storytelling, immagini che poi si sostituiscono alla realtà. Lo storytelling si impone perché ha questo potere enorme dovuto alle tecnologie.Se Jean Baudrillard, qualche decennio fa, diceva che la televisione è in grado di far scomparire la realtà attraverso le sue immagini, adesso siamo ancora oltre. Oggi la realtà può essere ricreata grazie alle tecnologie dell’intelligenza artificiale.All’interno di questo, determinati regimi, determinati leader politici ormai non si curano della realtà e raccontano le loro storie e versioni dei fatti, indipendentemente da quanto effettivamente accade. Questo è quello che avviene dalla parte dei mittenti, cioè di coloro che propongono l’informazione.

E noi che vediamo queste “storie”?
Noi riceventi ormai siamo abituati ad una realtà che è ricreata, quella delle nostre bolle comunicative, quella che si è ormai trasformata in una fiction. E pertanto senza problemi e senza accorgerci che stiamo veramente facendo qualcosa di estremamente ingiusto, scorretto, eticamente riprovevole, scambiamo l’affondamento della fregata iraniana da parte di un sottomarino americano con 180 persone a bordo, la maggior parte affogati nell’Oceano indiano, per un videogioco.

In uno scenario di questo tipo, c’è il rischio che prevalgano una neutralizzazione emotiva, l’indifferenza, l’incapacità di compassione, cioè tutto quello che ci rende umani?
Direi non solo di sì, ma allargherei il discorso perché il passaggio che precede questa neutralizzazione emotiva è il fatto che la realtà non la considero più e quindi non considero più vere le cose, neanche quelle che io vedo con i miei occhi. Le considero appunto una rappresentazione, l’immagine prende il posto della realtà vera ma l’immagine è qualcosa che io costruisco, manipolo, trasformo: quindi non prendo più sul serio l’immagine, c’è un disinteresse, un’indifferenza anzitutto nei confronti di quello che vedo.

La conseguenza di tutto questo è il distacco, la non partecipazione emotiva, il venir meno della empatia, proprio perché l’empatia è basata sul credere vero quello che io ho di fronte, se non lo credo più vero non scatta neppure questo sentimento, questo modo di atteggiarmi.
E poi nel momento in cui invece scattasse arrivano coloro che dicono che l’empatia è un peccato, che l’empatia non deve essere assolutamente provata.


Anche il linguaggio ha il suo peso. Trump e Netanyahu usano parole molto forti: guerrieri, eroi, radere al suolo, massacrare…
È un linguaggio antico perché certamente rientra nella retorica della guerra, tutti i regimi bellicisti usano determinate parole chiave, una certa retorica per motivare l’opinione pubblica a sostenere le loro decisioni. Questo c’è sempre stato e rientra nei discorsi ideologici. In Europa dopo le tragedie del secolo scorso, credevamo di esserne ormai immuni, di capire il meccanismo di queste ideologie e, invece, a quanto pare hanno ancora una loro attrattiva. Ogni ideologia bellica si basa sul fatto che la realtà della guerra, la crudeltà, i morti, i disastri che essa provoca vengono in qualche modo devitalizzati, disinnescati nella nostra emotività. Ma adesso, grazie ai meccanismi di cui parlavo prima, quando noi vediamo le macerie di Gaza o una bomba che fa esplodere una nave nella nuova guerra, a ora di cena mentre guardiamo il Tg, tutto questo ci sembra una rappresentazione, un’immagine, un film come quello che vediamo prima o dopo il telegiornale.

La differenza tra fiction e informazione, tra immaginazione e realtà, è ormai appiattita proprio perché si ritrova tutto quanto sullo schermo piatto del nostro televisore.
C’è una condizione però – ci tengo a dirlo – perché questo possa accadere.

Ci dica…
Abbiamo perso il gusto della verità, abbiamo detto addio alla possibilità che qualcosa di vero possa essere detto, sperimentato, almeno al livello di quello che crediamo e pensiamo.

E tutto questo è particolarmente non solo pericoloso ma anche assolutamente sbagliato perché poi se io considero semplicemente un’immagine quello che invece è un reale pericolo, accade che io mi faccio davvero molto male. La perdita del gusto per la verità e del sentimento di realtà ha queste conseguenze che sono dirompenti per la mentalità comune e per noi stessi.

L’incoerenza e le contraddizioni sugli obiettivi di questa guerra da parte di Trump e Netanyahu rendono ancora più nebulosa la comunicazione e difficile la comprensione di quello che sta avvenendo per l’opinione pubblica?
Questo certamente. C’è da dire che non si riesce a capire quali sono gli obiettivi dichiarati da raggiungere attraverso questa decisione terribile di muovere guerra, una decisione che tra l’altro può portare, e sta portando, a catena a tutta una serie di effetti imprevedibili. In generale, la comunicazione in questa guerra, quella che in molti casi si sta vedendo da parte dei giornalisti, è purtroppo la stessa che accade sempre quando si muovono determinati regimi, cioè in molti casi noi assistiamo al fatto che gli operatori della comunicazione cercano di giustificare, si muovono sulla scia di quello che viene dichiarato da coloro che detengono il potere, giustificando anche le incoerenze e le incertezze che evidentemente ci sono. Per quanto riguarda il pubblico, come dicevo prima, si è perso il gusto per la verità e quindi non si crede più nell’informazione, la si considera alla stregua di una fiction, siamo ormai arrivati alla diffidenza e al disincanto anche rispetto a quello che passa sui giornali, sui teleschermi, sui social, su Internet; quindi quasi troviamo conferma a questa convinzione nella incoerenza, nella scarsa chiarezza, per cui non ci interessa e non crediamo più a nulla di quello che ci viene detto. Non è un caso che tutto questo poi come conseguenza abbia il disimpegno e quindi il disinteresse delle persone, il rinchiudersi sempre di più nella propria bolla, il non andare a votare, il non partecipare alle decisioni per il bene comune.

(Fonte: Agensir - 10 marzo 2026)

Da Epstein alla guerra, il potere senza più limiti di Tommaso Montanari

Da Epstein alla guerra, 
il potere senza più limiti 
di Tommaso Montanari


Senza limiti. Lo smisurato, illimitato, impunito genocidio di Gaza ha aperto la porta a una guerra senza limiti: morali, giuridici, umanitari. Senza limiti politici, senza limiti di tempo (può durare “forever”), e senza limiti di luogo (nessuno è al sicuro). È questo ciò che colpisce e travolge della situazione in cui il criminale lucido Netanyahu e il criminale appannato Trump hanno precipitato il mondo con la servile, succube complicità dei governi europei, incluso quello più grottesco – il nostro –, e con la sola, luminosa, eccezione di quello spagnolo.

La guerra senza limiti è la conseguenza diretta della definitiva rottura del già precarissimo equilibrio dei poteri interni alle democrazie occidentali. Negli ultimi tempi una inarrestabile legge di proporzionalità inversa ha visto il potere di pochissimi super ricchi farsi senza limiti e il potere dei cittadini venire costretto entro limiti sempre più angusti: l’estrema diseguaglianza economica ci ha riportato a un sistema di caste che ordina, dall’alto verso il basso, chi può fare di tutto giù giù fino a chi non può fare nulla, nemmeno manifestare in piazza. Così, questa guerra è una “Epstein War” non solo nel movente occasionale (oscurare il coinvolgimento di Trump nell’abisso di fango e sangue degli Epstein files), ma ancor di più nell’antropologia del potere.

Quando Trump (in una intervista al New York Times del gennaio di quest’anno) ha dichiarato che il suo unico limite è la sua stessa moralità, stava applicando al governo del mondo lo stesso metro con cui si era regolato in tutta la sua vita di imprenditore malavitoso e frequentatore del mondo di Epstein. Un mondo di isole, palazzi, aerei privati in cui la legge non vigeva e in cui i ricchi e i potenti potevano fare letteralmente di tutto: senza limiti. Non c’è alcuna soluzione di continuità tra la violenza privata sui corpi delle donne irretite da Epstein e le bombe sui corpi delle bambine iraniane: il filo che lega questi scempi è l’assoluto arbitrio di chi non riconosce alcun limite esterno. Non c’è soluzione di continuità tra i “pieni poteri” del maschio, bianco e ricco nelle alcove di Epstein, quello del presidente degli Stati Uniti dentro il suo Paese (Minneapolis) e quello degli Stati Uniti nel mondo (Venezuela, Iran).

In tutti i casi, un potere che considera se stesso “assoluto” non riconosce alcun limite: all’interno non contano la Costituzione, gli Stati federati, i sindaci, i governatori, le università, all’esterno non contano il diritto internazionale, gli altri Stati, gli organismi sovranazionali. In questo assetto non esistono freni: né sul piano simbolico (si può far presiedere il consiglio di Sicurezza dell’Onu a Melania Trump, sbeffeggiando contemporaneamente il genere femminile e le Nazioni Unite, proprio come Caligola umiliava il Senato facendo senatore il proprio cavallo), né su quello sostanziale (si può immaginare e creare un anti-Onu a conduzione privata, l’osceno Board of Peace). Non esistono argini al potere del capo: mentre ogni altro potere interno (parlamenti, magistrature, giornali, università…) o esterno (consessi sovranazionali, corti internazionali, ong…) viene limitato, svuotato, represso.

Agitando il feticcio di una sovranità popolare anch’essa senza limiti, di fatto si priva il popolo sovrano di ogni vero potere: un progetto funzionale a fare la guerra, perché una legge ferrea stabilisce che “il potere di aprire e far cessare le ostilità è esclusivamente nelle mani di coloro che non combattono” (Simone Weil). Dovremmo aprire gli occhi sulla relazione che c’è tra lo smontaggio degli equilibri delle democrazie (marginalizzazione dei parlamenti, sottomissione delle magistrature ai governi, repressione securitaria) e questo terribile amore per la guerra.

Di recente, il filosofo del diritto Tommaso Greco ha ricordato (in Critica della ragione bellica, Laterza 2025) come per il Kant del trattato sulla Pace perpetua il mantenimento della pace dipenda in primo luogo dagli ordinamenti interni degli Stati: che proprio a questo fine devono essere “repubblicani”, cioè garantire che siano i rappresentanti dei cittadini a decidere “se la guerra può o non può essere fatta”.

Una richiesta che certo non avviene laddove i capi di Stato sono i “proprietari”, dice Kant, dello Stato stesso. Il fatto che il capo incontri il limite del Parlamento, della legge e di una magistratura libera rende meno probabile la guerra: perché rende più probabile che quello Stato sia disposto a riconoscere il limite degli altri Stati, e che ci si doti, insieme, di un sistema sovrastatale di regole e istituzioni. Esattamente tutto ciò che ora stiamo distruggendo a rotta di collo: perché abbiamo dimenticato che ciò che limita il potere limita anche la guerra. La guerra, che ora divampa: senza limiti.

(Fonte: “il Fatto Quotidiano” - 8 marzo 2026)

martedì 10 marzo 2026

Card. Matteo Zuppi: L'esempio e il martirio di p. Al-Rahi è seme di amore e riconciliazione in un tempo di odio e divisione, segno di fraternità lì dove prevale la logica del più forte.

Card. Matteo Zuppi: L'esempio e il martirio di p. Pierre Al-Rahi 
è seme di amore e riconciliazione in un tempo di odio e divisione, segno di fraternità lì dove prevale la logica del più forte. 

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Medio Oriente. 
Il dolore per la morte di padre Al-Rahi, ucciso dalla guerra in Libano


Pubblichiamo il messaggio di cordoglio per la morte di padre Pierre Al-Rahi, parroco a Qlayaa, nel Sud del Libano, inviato dal Cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, a Sua Beatitudine il Cardinale Béchara Boutros Raï, Patriarca di Antiochia dei Maroniti.

Ho appreso con grande tristezza della morte di padre Pierre Al-Rahi, parroco a Qlayaa, nel Sud del Libano, e cappellano regionale della Caritas locale, rimasto ucciso a seguito di un attacco nell’area. Esprimo il profondo cordoglio e la vicinanza della Chiesa in Italia a Lei e alla comunità cristiana, ferita da questo ulteriore dolore causato dalla violenza cinica e insensata di un conflitto che sparge sangue e distruzione. Ancora una volta il dramma della guerra ha colpito la vostra popolazione e ancora una volta ci troviamo a piangere vittime innocenti, di ogni fede. 

Preghiamo per il caro padre Pierre che non ha voluto abbandonare la sua terra, restando accanto alla sua gente e testimoniando fino all’ultimo l’amore per chi gli era stato affidato, per tutti i cristiani che sono rimasti nel Paese. Il suo esempio, il suo martirio, è seme di amore e riconciliazione in un tempo di odio e divisione, segno di fraternità lì dove prevale la logica del più forte. Per questo, rinnoviamo il nostro impegno a rafforzare i vincoli di solidarietà e prossimità che già uniscono le nostre Chiese.

Mentre affidiamo alle braccia misericordiose del Padre il nostro fratello, non ci stanchiamo di chiedere al Principe della Pace che si fermino le violenze in Medio Oriente e in tutti gli angoli della terra deturpati dalla devastazione e dalla morte. La guerra non è la risposta e non è mai la soluzione, è una sconfitta per tutti: per questo, uniamo la nostra voce a quella di Papa Leone XIV che ha chiesto che “cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi, e si apra uno spazio di dialogo, nel quale si possa sentire la voce dei popoli”.

La sofferenza delle persone che stanno vivendo sulla propria pelle il dramma del conflitto è un grido che non può e non deve lasciarci indifferenti. Venerdì 13 marzo, in occasione della Giornata di preghiera e digiuno promossa dalla CEI, ricorderemo padre Pierre e tutte le comunità cristiane perché, nello scenario buio dell’odio e della violenza, continuino a essere luce di unione, amore e fraternità. Insieme pregheremo perché si avvii “presto un cammino di pace stabile e duratura” e perché “le vittime dei bombardamenti, i profughi, i feriti e le famiglie nel lutto trovino conforto nella solidarietà della comunità cristiana e nella speranza che viene da Dio”.
(fonte: CEI 09/03/2026)

Verso un Iran libero e democratico? di Giuseppe Savagnone

Verso un Iran libero e democratico? 
di Giuseppe Savagnone



Il diavolo e l’acquasanta
Il quotidiano cattolico «Avvenire» del 5 marzo ha aperto con un titolo in prima pagina che riportava le parole del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin: «Le guerre preventive incendiano il mondo». Chiaro riferimento alla motivazione ufficiale dell’attacco all’Iran, definito «preventivo» dal governo israeliano e giustificato dal presidente americano Trump con un’argomentazione analoga: «Se non avessimo attaccato noi, lo avrebbero fatto loro».

È proprio questa la logica che Parolin respinge con decisione nel suo intervento: «Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva’” secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme», ha detto ai media vaticani. «È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato».

Parole che ribadiscono e specificano il messaggio continuamente ripetuto da papa Leone nei suoi appelli, in cui sembra smascherato in anticipo il pretesto di questo attacco all’Iran: «Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace».

Già, perché l’«attacco preventivo» ha naturalmente come obiettivo il raggiungimento di una pace “vera”, che si può ottenere solo eliminando ogni minaccia. E che l’Iran sia una minaccia per la pace è certo. Ma, dice il papa, non si persegue la pace facendo la guerra.

È la smentita della filosofia imposta da Trump all’Europa – quando l’ha costretta ad aumentare al 5% del Pil le spese militari – e oggi ormai sposata senza riserve da tutte le nazioni del Vecchio Continente, ad eccezione della Spagna, l’unica ad avere resistito con fermezza alle pressioni del presidente americano per il riarmo. Il motto ripetuto da tutti i governi, a cominciare dal nostro, è «si vis pacem para bellum», “se vuoi la pace prepara la guerra”.

Il contrario di ciò che la Chiesa cattolica, per bocca dei suoi pontefici, ripete ormai da decenni: «Se vuoi la pace prepara la pace», perché essa non può essere il frutto della paura, ma deve maturare attraverso un lungo, paziente processo in cui non ci si limita a temersi, ma si impara ad accettarsi a vicenda.

Curiosamente, l’unica voce che, a livello internazionale, in questo momento corrisponde pienamente a questa posizione alternativa della Chiesa, è quella del premier socialista spagnolo Pedro Sánchez. Un anticlericale, noto per le sue posizioni di rottura aperta nei confronti dell’etica cristiana in bioetica, detestato dalla destra cattolica spagnola e, secondo gli ultimi esiti elettorali parziali, prossimo a soccombere, anche per scandali che hanno coinvolto i suoi più stretti collaboratori.

Ebbene, proprio Sánchez, allo scoppio di questa crisi, ha rivolto agli spagnoli un discorso che, anche in Italia, ha molto colpito molti commentatori, che l’hanno su più testate giornalistiche ripreso con ammirazione (qualcuno lo ha definito “storico”).

«La posizione della Spagna», ha detto il premier – «in questo momento è chiara e forte, è la stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza: in primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale che ci protegge tutti – soprattutto i più indifesi, la popolazione civile – e, in secondo luogo, no all’idea che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo attraverso il conflitto, attraverso le bombe».

Tutto ciò non comporta, ha spiegato, alcuna complicità con il perverso regime iraniano: «La questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah; nessuno lo è. Certamente il popolo spagnolo non lo è e, ovviamente, non lo è nemmeno il governo spagnolo. La questione, invece, è se siamo o meno dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace». Perché «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità».

I danni collaterali
Questa inedita convergenza tra un politico laicista e i vertici della chiesa cattolica sul rifiuto della logica delle armi – che porta inevitabilmente a usarle per la guerra – è tanto più rilevante in quanto si pone in alternativa alla linea seguita non solo dagli Stati Uniti, tradizionale capofila nella difesa dei valori dell’Occidente, che in questo caso sono addirittura i principali “signori della guerra”, ma anche dell’Unione europea e della stragrande maggioranza dei paesi che ne fanno parte.

Dopo avere ossessivamente ripetuto, durante i due anni di guerra a Gaza, che il discrimine tra la parte giusta e la parte sbagliata sta nella netta differenza tra aggressore e aggredito, per giustificare così gli spaventosi massacri di innocenti compiuti da Israele «per difendersi», i governi occidentali e l’opinione pubblica che li sostiene improvvisamente hanno scoperto che ci sono aggressioni che sono giustificate e che dunque non mettono dalla parte del torto chi le fa. Nessuno ha condannato l’attacco, a lungo preparato e preannunciato, degli Stati Uniti e di Israele all’Iran.

Il massimo della presa di distanze, per quanto riguarda l’Italia, è stata l’ammissione – fatta in parlamento quasi di passaggio e senza alcun tono di denunzia, dal ministro Crosetto – che l’iniziativa di USA e Israele «è stata al di fuori delle regole del diritto internazionale».

Anche se poi il mantra aggressore-aggredito è riapparso quando si è trattato, invece, di deprecare e sanzionare il lancio di missili dell’Iran sui paesi arabi del medio Oriente, alleati dell’Occidente.

Ma per il resto, ha prevalso l’esultanza per l’uccisione, da tempo prevista e calcolata, del capo dello Stato iraniano Khamenei e per la prevedibile prossima fine del regime degli ayatollah. È come se bombardando a tappeto Teheran giorno e notte, gli aerei e i missili americani e israeliani avessero avuto come bersaglio solo i “cattivi”. Dei civili innocenti uccisi neppure una parola. È l’applicazione a questa campagna militare della filosofia praticata da Israele a Gaza: per colpire i terroristi si deve provocare, come inevitabile danno collaterale, la morte di coloro che gli fanno da “scudo umano”. Ospedali, scuole, moschee, ovunque ci sia il sospetto che il nemico si annidi, sono in quest’ottica un legittimo bersaglio.

Ma l’entusiasmo per la fine della tirannide degli ayatollah ha coperto tutto. Così la nostra presidente del Consiglio, ha dichiarato, all’inizio della guerra: «Il nostro pensiero va alle donne e alle ragazze iraniane, per loro nutro una profonda ammirazione». Non ha detto nulla, invece, sulla notizia spaventosa che già circolava, di ben 160 (centosessanta!) bambine tra i sei e gli undici anni morte nel bombardamento del loro collegio.

Forse perché Israele si era premurato di smentire, affermando che in quella zona del paese non c’erano stati bombardamenti. Solo che questa, ancora una volta, come in tanti altri casi durante la guerra di Gaza, era una menzogna. Gli accertamenti fatti da alcuni grandi giornali occidentali sulla base delle rilevazioni satellitari hanno dimostrato che il collegio in questione era collocato nelle vicinanze di una base militare iraniana, che era stata attaccata. Le bambine erano “danni collaterali”.

Ritornano le parole del primo ministro spagnolo: «La questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah; nessuno lo è». Ma «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità», a una violenza con altre violenze. Come ha detto papa Leone, proprio riferendosi al presente conflitto, «la violenza non è mai la strada giusta». Non lo è sul piano umano: «Lo vediamo» ha detto il pontefice, «nella tragedia a Gaza per esempio, dove tanti bambini sono morti, sono rimasti senza genitori, senza scuola, senza dove vivere. Allora dobbiamo cercare la risposta: essere promotori di pace, con il dialogo, imparare a rispettarci gli uni gli altri, rifiutare la violenza».

La memoria cancellata
Ma anche se ci si limita a guardare gli effetti politici appare chiaro il totale fallimento di tutte le guerre intraprese negli ultimi decenni dall’Occidente nei confronti dell’Oriente sventolando la bandiera dei diritti umani e della democrazia.

A cominciare dall’invasione dell’Afghanistan, nel 2001, da parte del presidente americano George Bush jr, dopo l’attentato alle torri gemelle, per distruggere il potere dei talebani, alla cui ombra si riparava il terrorismo spietato di Al Quaeda. La guerra andò bene e, occupata Kabul, fu instaurato un governo moderato, sostenuto non solo dalle truppe americane, ma anche da quelle di vari paesi della NATO. Trionfo della democrazia, a prima vista. Ma il risultato è stata una guerriglia durata vent’anni, che alla fine ha costretto l’Occidente a una fuga ignominiosa, abbandonando i sostenitori del governo democratico alla vendetta dei talebani, che il 15 agosto 2021 entrarono trionfalmente a Kabul.

In questa stesso arco di tempo, nel 2003, ci fu l’attacco all’Iraq, sempre opera di George Bush jr, giustificato con la necessità di deporre un sanguinario dittatore, Saddan Hussein, e di impedirgli di usare le sue armi di distruzione di massa contro l’Occidente.

La campagna militare fu un trionfo, e Bush potè annunciare solennemente, dopo appena un mese: «Missione compiuta!». Le armi di distruzione di massa, in realtà, non furono mai trovate. Ma Saddam fu catturato e giustiziato. Solo che, invece della democrazia, scoppiò il caos, in cui trovò spazio l’Isis, immensamente più pericolosa di Saddam, e l’area è ancora oggi un esempio drammatico di destabilizzazione.

Nel 2011 l’Occidente si coalizzò per far cadere il dittatore libico Muammar Gheddafi, che poi fu ucciso in circostanze poco chiare mentre fuggiva. Anche allora esultanza dei media che titolarono «Libia libera». Ma, anche questa volta, dopo quindici anni dalla “liberazione”, siamo davanti a un paese diviso e dominato da forze politico-militari che con la promessa democrazia non hanno nulla a che fare. E non sono pochi quelli che ancora rimpiangono il tiranno defunto.

Nel suo discorso Sánchez, proprio riferendosi a questa storia, ha richiamato la necessità di non dimenticare gli errori passati. «É ancora presto», ha detto, «per sapere se la guerra in Iran avrà conseguenze simili a quelle dell’Iraq, se servirà a provocare la caduta del terribile regime degli Ayatollah o a stabilizzare la regione» ma, ha aggiunto, «quello che sappiamo è che da questa non nascerà un ordine internazionale più giusto e non ne deriveranno salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano».

Una previsione tanto più ragionevole se si pensa che comunque, i precedenti tentativi falliti di esportare la democrazia in Oriente avevano avuto la copertura di organismi internazionali o di alleanze a più voci, mentre questa volta i paesi europei non sono stati consultati e in alcuni casi, come quello dell’Italia, neppure avvertiti.

E i protagonisti solitari di questa “liberazione” sono un personaggio come Netanyahu, condannato dalla Corte Penale Internazionale per «crimini contro l’umanità» e denunciato da molti suoi stessi connazionali per avere appena commesso un genocidio, e uno come Trump, reduce dall’avere costretto con la sua schiacciante forza militare il Venezuela a cedergli la sua principale risorsa, il petrolio, e a sottomettersi da ora in poi alla sua volontà, senza neppur tentare di avviare un vero processo democratico.

Come ha detto il cardinale Parolin: «Alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza». Ma è questa la via della democrazia?

(Fonte: Rubrica i "CHIAROSCURI" del 06.03.2026)

#FRESCHEZZA ED ENERGIA - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#FRESCHEZZA ED ENERGIA 
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Mentre l’uomo ha sulle spalle millenni di storia faticosa e ingrata, la donna esce appena oggi dalla soggezione, fresca e riposata, carica di energia e di voglia di rifarsi contro l’oppressore maschio.

Sorprendono queste parole, venate persino da un filo di enfasi e di retorica, perché sono incastonate in un romanzo acre fin dal titolo, La vita agra, pubblicato nel 1961 da uno scrittore amaro e talora satirico come Luciano Bianciardi, nato a Grosseto nel 1922 e morto a Milano nel 1972. Rimangono, però, scolpite alcune verità. Da un lato, ci sono i millenni in cui il maschio è stato protagonista anche attraverso difficoltà e crisi. Il suo ergersi patriarcale ha certamente generato oppressione nei confronti del mondo femminile. D’altro lato, è ugualmente indiscutibile che la donna, in questi ultimi tempi, ha intrapreso una faticosa emancipazione, purtroppo talora uniformandosi allo stile pesante e aggressivo della sua controparte. Suggestivo è forse l’implicito appello che Bianciardi rivolge alle donne perché conservino la carica di freschezza ed energia che esse, a lungo tarpate nelle loro attese, stanno rivelando. Sono, infatti, necessarie a questa società proprio la loro acutezza, creatività, finezza, fantasia e, perché no?, la tenerezza, la delicatezza e appunto la freschezza, doti cariche di energia (si noti che tutti i sostantivi da noi citati sono femminili…). 
                Proponiamo due battute finali in anticlimax o contrasto. Dallo scrittore polacco-inglese Joseph Conrad: «È difficile essere donna perché bisogna avere a che fare sempre con uomini». Da una scrittrice vittoriana che però scelse uno pseudonimo mascolino, George Eliot: «Certo che le donne sono stupide. Dio Onnipotente le ha create per essere uguali agli uomini».

(Fonte: "Il Sole 24ore - Domenica" del 08.03.2026)

lunedì 9 marzo 2026

“LETTERA AI MERCANTI DELLA MORTE” Don Mimmo Battaglia scrive ai responsabili della nuova spirale di violenza che avvolge l'umanità

“LETTERA AI MERCANTI DELLA MORTE”

Don Mimmo Battaglia scrive ai responsabili della nuova spirale di violenza che avvolge l'umanità



“Ai mercanti della morte,
a voi che fate affari con il sangue degli uomini,
a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli,
a voi che chiamate “strategia” ciò che il Vangelo chiama scandalo,
rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita.

Vi scrivo da questa terra che trema.
Trema sotto i passi dei poveri,
sotto il pianto dei bambini,
sotto il silenzio degli innocenti,
sotto il rumore feroce delle armi che avete costruito, venduto, benedetto dal vostro cinismo.
Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino.
Quel linguaggio antico e terribile che domanda:
“Sono forse io il custode di mio fratello?”
E invece sì, lo siamo.
Lo siamo tutti.
E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla
ferita del fratello.

Ci sono notti, in questo tempo, in cui l’umanità sembra smarrirsi.
Notti lunghe, dove il cielo non consola e la terra restituisce soltanto macerie.
Eppure proprio lì, nel cuore della notte, il Vangelo continua a ostinarsi.
Continua a dire che nessun uomo è nato per essere bersaglio.
Che nessun bambino ha il destino della polvere.
Che nessuna madre deve imparare a riconoscere il figlio da un brandello di stoffa.
Che la pace non è una debolezza da deridere, ma la forma più alta della forza.
Voi fate il contrario del pane.
Il pane si spezza per sfamare.
Le armi spezzano i corpi per affamare il futuro.
Il pane mette gli uomini a tavola.
Le armi scavano fosse, svuotano case, allungano tavole senza commensali.
Il pane ha il profumo delle mani.
Le armi hanno l’odore freddo dei bilanci.
E ditemi: come fate?
Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta?
Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato?
Come fate a chiamare “mercato” ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile:
peccato?

Non vi parlo da giudice.
Non ho tribunali da aprire.
Vi parlo da uomo e da pastore.
Da credente ferito dalla ferocia dei tempi.
Da vescovo che sente nelle viscere il grido di Cristo ancora crocifisso nei popoli umiliati, nelle città
devastate, nei corpi senza nome che il mare restituisce e la guerra nasconde.
Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe.
Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore.
Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli.
Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una
lingua per raccontare il dolore.

E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce come passarono un giorno i soldati, spartendovi le vesti del condannato.
Solo che oggi non tirate a sorte una tunica:
tirate a sorte interi popoli.
Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati.
E intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, chiamate sicurezza la minaccia permanente.
Ma non c’è sicurezza dove si semina morte.
Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto.
Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti.
E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile.


Il Vangelo, invece, non tratta.
Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione.
Il Vangelo non si abitua ai morti.
Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il commento stanco di un notiziario.
Il Vangelo mette un bambino al centro.
Sempre.
E quando un bambino è al centro, tutte le vostre ragioni crollano.
Crollano le dottrine militari, le alleanze opportunistiche, le giustificazioni geopolitiche, i linguaggi tecnici con cui nascondete la vergogna.
Perché davanti a un bambino ucciso non esiste più destra o sinistra, oriente o occidente, amico o nemico:
esiste solo l’abisso.
Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi.
Vi chiedo di convertirvi.
Sì, convertirvi.
Parola antica, parola scandalosa, parola necessaria.
Convertirsi significa smettere di pensare che tutto abbia un prezzo.
Significa riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana.
Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia.
Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini.


Abbiate un sussulto.
Uno solo, ma vero.
Lasciate che vi raggiunga il pianto che avete tenuto fuori dalle vostre stanze.
Lasciate entrare il nome dei morti nei vostri consigli di amministrazione.
Lasciate che una madre vi venga a disturbare i conti.
Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete.
Perché non c’è pace senza disarmo del cuore,
e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto.
La guerra non comincia quando cade la prima bomba.
Comincia molto prima:
quando il fratello diventa un ostacolo,
quando il povero diventa irrilevante,
quando la compassione viene giudicata ingenua,
quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla.
Eppure io non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione.
Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada.
Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate.
Anche per voi c’è una possibilità di riscatto.
Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua.
Ma dovete scendere.
Scendere dai piedistalli del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene progettata senza odore e senza volto.


Dovete tornare uomini.
Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari: uomini.
Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità.
Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione.
In cui il ferro non diventerà proiettile ma aratro,
in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa ma a custodire la vita,
in cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere.
Sogno il giorno in cui la parola “profitto” non farà più rima con “funerale”.
E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità.
Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi.
L’unica vera follia è pensare che si possa continuare a incendiare il mondo senza bruciare con esso.
L’unico realismo possibile, ormai, è la pace.
Per questo vi affido una domanda che non vi lascerà in pace, spero:
quanto sangue vi basta?
Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con
merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio?
Fermatevi.
Prima che sia troppo tardi per i popoli.
Prima che sia troppo tardi per voi.
Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte,
che non umilia ma chiama per nome.
Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire:
“Beati gli operatori di pace.”


Non i calcolatori di guerra.
Non i garanti dell’equilibrio armato.
Non i venditori di paura.
Gli operatori di pace.
Il mondo ha bisogno di mani che rialzino, non di mani che armino.
Ha bisogno di coscienze sveglie, non di profitti ciechi.
Ha bisogno di profeti, non di mercanti.
E noi, Chiesa del Vangelo, non taceremo.
Non per ideologia, ma per fedeltà.
Non per ingenuità, ma per obbedienza a Cristo.
Non perché ignoriamo la complessità della storia, ma perché conosciamo il valore infinito di ogni vita.
A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica:
restituite il futuro.
Restituite il respiro.
Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra.
Restituitevi alla vostra umanità.
La pace vi giudicherà.
Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi.
Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani.”

† don Mimmo Card. Battaglia
(fonte: Chiesa di Napoli 08/03/2026)

ANGELUS 8 marzo 2026 Papa Leone XIV: servire l'umanità assetata di verità e giustizia, no alle contrapposizioni - Maria, Regina della Pace interceda per coloro che soffrono a causa della guerra e accompagni i cuori lungo sentieri di riconciliazione e di speranza.

ANGELUS

Piazza San Pietro
III Domenica di Quaresima, 8 marzo 2026

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Leone XIV: servire l'umanità assetata di verità e giustizia,
no alle contrapposizioni

All'Angelus della terza domenica di Quaresima, quando si può "intensificare il cammino", dice Leone, la vicenda della Samaritana suggerisce di attivarsi per cercare l'incontro autentico con l'altro, abbandonando ogni pregiudizio. Così si potrà offrire anche ai "reietti" l'opportunità di dissetarsi alla vera sorgente spirituale che è Gesù. "Quante persone cercano nella Chiesa questa stessa delicatezza, questa disponibilità!"


Scorgendo il Papa affacciato dal Palazzo apostolico (@Vatican Media)

La terza Domenica di Quaresima coincide, oggi, con la giornata internazionale della donna. E proprio di uno dei personaggi femminili più affascinanti dei Vangeli, della prima di tante annunciatrici della Buona Notizia, la liturgia domenicale offre il racconto: è quello della Samaritana che si reca a prendere acqua al pozzo e trova Gesù. L’incontro con Lui attiva nel profondo di ciascuno 'una sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna', come si legge nel testo di Giovanni. All'Angelus, di fronte a una piazza San Pietro gremita di 15 mila persone, il Papa si sofferma su questa sete e sull'acqua del Messia, rigeneratrice.

Gesù è la risposta alla nostra sete

Per evidenziare la liberazione interiore sperimentata dalla Samaritana, Leone XIV attinge a un'altra donna straordinaria, la giovane Etty Hillesum, la mistica ebrea morta ad Auschwitz, che, anche nei campi di concentramento, scelse continuare a credere nell’umanità. Peraltro, in questi giorni, anche il cardinale Koovakad l'ha citata in una conferenza dedicata a donne, leadership e dialogo. Nel suo diario, lei scriveva che la sorgente spirituale le appariva sovente coperta da pietre e sabbia: "allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo". È l'immagine di un riportare alla luce:

Carissimi, non c’è energia spesa meglio di quella che dedichiamo a liberare il cuore. Per questo, la Quaresima è un dono

Nella Chiesa si cerca delicatezza e disponibilità

"Là dove noi non vediamo nulla, la Grazia è già in azione e i frutti sono pronti da raccogliere", avverte il successore di Pietro, commentando le parole di Gesù ai discepoli con cui li invitava a guardare alle belle sorprese dei campi pronti per la mietitura. Gesù supera le convenzioni dell'epoca che suggerivano un atteggiamento di pregiudizio e distanza verso donne che, come lei, non erano più legate al proprio marito. Lui "le parla, la ascolta, le dà credito senza secondi fini e senza disprezzo". Da qui l'insegnamento per l'oggi:

Quante persone cercano nella Chiesa questa stessa delicatezza, questa disponibilità! E come è bello quando perdiamo il senso del tempo per dare attenzione a chi incontriamo, così com’è.

Servire l'umanità assetata di verità e giustizia

La testimonianza della Samaritana ha un valore straordinario e di grande attualità: "dal suo villaggio di disprezzati e reietti", afferma il Papa, molti vengono incontro a Gesù, e anche in loro la fede sgorga come acqua pura. È l'incontro il fattore decisivo, fa intendere il Pontefice - che nel pomeriggio di oggi si recherà nel quartiere romano di Torrevecchia per la sua quarta visita pastorale nella parrocchia Santa Maria della Presentazione -, l'incontro sincero, aperto, capace di scavalcare ogni stigma sociale.

Chiediamo oggi di poter servire, con Gesù e come Gesù, l’umanità assetata di verità e di giustizia. Non è il tempo delle contrapposizioni tra un tempio e l’altro, tra “noi” e gli “altri”.
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 08/03/2026)

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LEONE XIV
(testo integrale)


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Il dialogo fra Gesù e la donna samaritana, la guarigione del cieco nato e la risurrezione di Lazzaro, fin dai primi secoli della storia della Chiesa, illuminano il cammino di chi, a Pasqua, riceverà il Battesimo e inizierà una vita nuova. Queste grandi pagine evangeliche, che leggiamo a partire da questa domenica, sono donate ai catecumeni, ma nello stesso tempo vengono riascoltate da tutta la comunità, perché aiutano a diventare cristiani oppure, se lo si è già, a esserlo con più autenticità e più gioia.

Gesù, infatti, è la risposta di Dio alla nostra sete. Come suggerisce alla Samaritana, l’incontro con Lui attiva nel profondo di ciascuno «una sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» ( Gv 4,14). Quante persone, in tutto il mondo, cercano anche oggi questa sorgente spirituale! «A volte riesco a raggiungerla – scriveva la giovane Etty Hillesum nel suo diario –, più sovente essa è coperta da pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo». Carissimi, non c’è energia spesa meglio di quella che dedichiamo a liberare il cuore. Per questo, la Quaresima è un dono: entriamo nella terza settimana e possiamo ormai intensificare il cammino!

Nel Vangelo è scritto anche che «giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che [Gesù] parlasse con una donna» (Gv 4,27). Fanno così fatica a sentire come propria la sua missione, che il Maestro li deve provocare: «Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura» (Gv 4,35). Il Signore dice ancora alla sua Chiesa: “Alza gli occhi e riconosci le sorprese di Dio!”. Nei campi, quattro mesi prima della mietitura, non si vede quasi nulla. Ma là dove noi non vediamo nulla, la Grazia è già in azione e i frutti sono pronti da raccogliere. La messe è molta: forse gli operai sono pochi, perché distratti da altre attività. Gesù, invece, è attento. Quella donna samaritana, stando alle consuetudini, avrebbe dovuto semplicemente ignorarla; invece Gesù le parla, la ascolta, le dà credito senza secondi fini e senza disprezzo.

Quante persone cercano nella Chiesa questa stessa delicatezza, questa disponibilità! E come è bello quando perdiamo il senso del tempo per dare attenzione a chi incontriamo, così com’è. Gesù dimenticava persino di mangiare, tanto lo nutriva la volontà di Dio di raggiungere tutti nel profondo (cfr Gv 4,34). Così la Samaritana diventa la prima di tante evangelizzatrici. Dal suo villaggio di disprezzati e reietti, molti, per la sua testimonianza, vengono incontro a Gesù, e anche in loro la fede sgorga come acqua pura.

Sorelle e fratelli, a Maria, Madre della Chiesa, chiediamo oggi di poter servire, con Gesù e come Gesù, l’umanità assetata di verità e di giustizia. Non è il tempo delle contrapposizioni tra un tempio e l’altro, tra “noi” e gli “altri”: gli adoratori che Dio cerca sono uomini e donne di pace, che lo adorano in Spirito e verità (cfr Gv 4,23-24).

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

dall’Iran e da tutto il Medio Oriente continuano a giungere notizie che destano profonda costernazione. Agli episodi di violenza e devastazione, e al diffuso clima di odio e paura, si aggiunge il timore che il conflitto si allarghi, e altri Paesi della regione, tra cui il caro Libano, possano sprofondare nuovamente nell’instabilità.

Eleviamo la nostra umile preghiera al Signore, perché cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi, e si apra uno spazio di dialogo, nel quale si possa sentire la voce dei popoli. Affido questa supplica a Maria, Regina della Pace: interceda per coloro che soffrono a causa della guerra e accompagni i cuori lungo sentieri di riconciliazione e di speranza.

Oggi, 8 marzo, ricorre la Giornata della donna. Rinnoviamo l’impegno, che per noi cristiani è fondato sul Vangelo, per il riconoscimento della pari dignità dell’uomo e della donna. Purtroppo molte donne, fin dall’infanzia, sono ancora discriminate e subiscono varie forme di violenza: a loro in modo speciale va la mia solidarietà e la mia preghiera.

Do il benvenuto agli studenti provenienti da College Station, Texas, da Kansas City, Missouri, da Fort Wayne, Indiana, negli Stati Uniti d’America, e da Jerez e Cádiz in Spagna; come pure al gruppo di pellegrini da Perù, Panama, Honduras, México e Cile.

Saluto i fedeli di Brescia, Castrolibero, Gravina di Puglia, Perugia, e delle parrocchie San Clemente Papa e San Pio da Pietrelcina in Roma.

Saluto la comunità “Casa di Maria” di Roma, il gruppo di cresimandi della Diocesi di Orvieto-Todi, i ragazzi di Mantova e la squadra di rugby di Rovigo.

Auguro a tutti una buona domenica.

Guarda il video


domenica 8 marzo 2026

William Shakespeare: In piedi, in piedi, signori, davanti a una donna - 8 marzo Giornata internazionale della donna - Perché celebrarla? ... ma non solo l'8 marzo!!!



In piedi,
in piedi, signori, davanti a una donna,
per tutte le violenze consumate su di lei,
per le umiliazioni che ha subito,
per quel suo corpo che avete sfruttato
per l’intelligenza che avete calpestato
per l’ignoranza in cui l’avete tenuta
per quella bocca che le avete tappato
per la sua libertà che le avete negato
per le ali che le avete tarpato
per tutto questo
in piedi, Signori, in piedi davanti a una Donna.

E se ancora non vi bastasse,
alzatevi in piedi ogni volta che lei vi guarda l’anima
perché lei la sa vedere
perché lei sa farla cantare.

In piedi, sempre in piedi,
quando lei entra nella stanza e tutto risuona d’amore
quando lei vi accarezza una lacrima,
come se foste suo figlio!
Quando se ne sta zitta
nasconde nel suo dolore
la sua voglia terribile di volare.

Non cercate di consolarla
quando tutto crolla attorno a lei.
No, basta soltanto che vi sediate accanto a lei,
e che aspettiate che il suo cuore plachi il battito
che il mondo torni tranquillo a girare
e allora vedrete che sarà lei la prima
ad allungarvi una mano e ad alzarvi da terra,
innalzandovi verso il cielo
verso quel cielo immenso
a cui appartiene la sua anima
e dal quale voi non la strapperete mai
per questo in piedi
in piedi
davanti a una donna.

                                           William Shakespeare


Questi versi vengono attribuiti a Shakespeare (1564-1616), molto conosciuti nella versione breve, qui ne riportiamo la versione integrale.
Sono passati più di quattro secoli, ma purtroppo sembra siano ancora tristemente attuali...

La Giornata internazionale della donna si celebra l’8 marzo, in molti luoghi del mondo.

La Giornata internazionale della donna – non molto correttamente chiamata “festa della donna” – non è sempre stata l’8 marzo. La prima festa della donna fu celebrata negli Stati Uniti nel febbraio 1909 su iniziativa del Partito socialista americano, che aveva invitato tutte le donne a partecipare a una manifestazione in favore del diritto di voto femminile.

La prima volta a essere celebrata un 8 marzo fu nel 1914, forse perché quell’anno era una domenica.

In moltissimi paesi è tradizione regalare fiori alle donne l’8 marzo, ma la relazione tra i fiori di mimosa e la Festa della donna c’è solo in Italia.

In Italia la Giornata internazionale della donna cominciò a essere celebrata anche dopo la Seconda guerra mondiale su iniziativa del Partito Comunista Italiano e dell’Unione delle Donne in Italia (UDI). Secondo i racconti dell’epoca, inizialmente si voleva usare come fiore simbolo della festa la violetta, un fiore con una lunga tradizione nella sinistra europea; alcune dirigenti del Partito Comunista però si opposero: la violetta era un fiore costoso e difficile da trovare. L’Italia era appena uscita dalla guerra e molti si trovavano in condizioni economiche precarie e avrebbero avuto molte difficoltà a procurarsi le violette. Tra questi dirigenti c’era Teresa Mattei, una ex partigiana che negli anni successivi avrebbe continuato a battersi per i diritti delle donne. (Di lei è diventato leggendario uno scambio che ebbe con un deputato liberale a proposito della parità tra uomini e donne all’interno della magistratura: «Signorina, ma lei lo sa che in certi giorni del mese le donne non ragionano?», chiese il deputato. E lei rispose: «Ci sono uomini che non ragionano tutti i giorni del mese».)

Venne allora proposto di adottare un fiore molto più economico, che fiorisse alla fine dell’inverno e che fosse facile da trovare nei campi: da qui nacque l’idea della mimosa. (Anni dopo, in un’intervista Mattei disse: «La mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette. Mi ricordava la lotta sulle montagne e poteva essere raccolto a mazzi e gratuitamente».)

Anche se la Giornata internazionale della donna non divenne una ricorrenza popolare fino agli anni Settanta, la tradizione della mimosa ebbe successo e si mantiene ancora oggi. 

Essenzialmente questa ricorrenza dovrebbe essere l'opportunità per fare il punto sulla condizione delle donne nell'attuale società.

A distanza di tanti anni dall’approvazione della nostra Costituzione (22 dicembre 1947, in vigore il 1° gennaio 1948) – che ha sancito, in via definitiva, l’eguaglianza e la parità tra tutte le persone, senza distinzioni - la realtà dei fatti in tutti i campi dimostra che la promulgazione di una legge, da sola, non basta. Non è sufficiente che un principio venga affermato, ma va anche difeso, promosso e concretamente attuato... 

Tutti abbiamo il dovere di prendere consapevolezza dei numerosi problemi irrisolti e renderci conto di quanto debba essere ancora fatto anche nel nostro Paese e soprattutto... non solo l'8 marzo!!!

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - III DOMENICA DI QUARESIMA anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


III DOMENICA DI QUARESIMA anno A

8 Marzo 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Dio, nostro Padre, ricerca adoratori in Spirito e verità. Animati dall’azione rinnovatrice dello Spirito Santo e sostenuti da Gesù, vero nostro Signore, innalziamo a Lui, Salvatore del mondo, le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Convertici a Te,  o Gesù, Salvatore del mondo

Lettore


- Nella tua fatica, che è un tutt’uno con la tua passione di amore, Tu Signore Gesù vieni incontro alla tua Chiesa al pozzo della Scrittura santa. Rischiara i suoi occhi, apri il suo orecchio, perché nelle parole della Scrittura possa incontrare il tuo Volto, che è il volto dell’Amante e dello Sposo. Preghiamo.

- Ti preghiamo, Signore Gesù, per questo nostro mondo, dominato dalla violenza e dalla logica del più forte. Con il soffio del tuo Spirito frantuma i cuori induriti dei governanti, che vedono nella guerra la vera soluzione ai conflitti internazionali. Abbatti i pensieri deliranti di questi tre folli, che spingono il mondo verso l’abisso. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore Gesù, il cammino delle donne verso un riconoscimento pieno della loro identità di persone libere ed uguali sia in ambito civile che in quello ecclesiale. Apri il cuore e la mente di tanti maschi e mariti, portati a considerare la donna che gli sta di fronte come un oggetto da possedere. Fa’ che uomini e donne possano camminare insieme, imparando ad accogliersi nella reciproca diversità. Preghiamo.

- Ti preghiamo, Signore Gesù, per il nostro Paese, che si prepara ad affrontare questa prova referendaria. Fa’ crescere in tutti, ma in modo particolare in quanti si professano cristiani e cristiane, una piena consapevolezza che l’amore verso l’altro passa anche dal partecipare al voto in modo libero e convinto. Preghiamo.

- Sii vicino, Signore Gesù, a tutte quelle persone, che sono alle prese con malattie incurabili ed a quelle che si ritrovano all’ultimo stadio della loro vita. Dona vigore e resistenza a tutte quelle famiglie, che hanno una persona disabile in casa e che richiede un’assistenza continua. Scenda la tua benedizione sulle persone anziane sole, accudite da persone provenienti da altri paesi e da altre culture. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo delle vittime del femminicidio e dell’omofobia, dell’odio religioso e razziale. Doni a tutti di gioire nella Gerusalemme celeste. Preghiamo.


Per chi presiede

Signore Gesù, esaudisci le nostre preghiere e fa’ che, in questa celebrazione eucaristica, come la samaritana attorno al pozzo della S. Scrittura, possiamo anche noi attingere l’acqua viva della tua Parola che rinnova la nostra vita. Te lo chiediamo perché tu sei il Salvatore del mondo, vivente nei secoli dei secoli.

AMEN.