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giovedì 15 ottobre 2026

Leone XIV: la sua malattia, il nostro smarrimento


Leone XIV: la sua malattia, il nostro smarrimento


L’annuncio della malattia di papa Leone XIV ha sorpreso, per la sua età e la sua tempra fisica. Il papa sportivo con il suo annuncio-verità in anticipo rispetto al ricovero e all’intervento chirurgico ha colpito tutti, ovviamente in modi diversi.

E in molti credo ci sia stata e permanga qualcosa che non si dice, non si ammette, ma è nella mente, o forse nel cuore: l’inattesa malattia del papa come segno che ci ha fatti sentire smarriti nella tempesta di questi nostri tempi. La stessa reazione della piazza dopo il suo annuncio, per nulla allarmista, è parsa, rispetto a quanto detto, sproporzionata, non solo perché quell’annuncio era inatteso, ma anche per altro, o per qualcosa di più.

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Siamo in un tempo in cui può accadere di tutto, anche una fucilazione trasmessa in streaming per scelta del governo degli Stati Uniti (si può ancora sperare che non sia così?), o quello che sembra uno scambio di vittorie in conflitti durati troppo lungo, ma che non possono risolversi per reciproci favori, magari a partire da esigenze elettorali e poi…

Per questo il papa che alla dignità dell’uomo (Magnifica humanitas) e alla pace ha intestato gran parte del suo inizio di pontificato, appare non solo nella Chiesa, ma anche attorno a essa, una terra emersa e ferma, un ancoraggio, un porto sicuro in questa tempesta. In questa condizione psicologica di spaesamento la sua malattia può far temere che la terra manchi sotto i piedi, che i peggiori timori si avvicinino.

Papa Francesco ci aveva avvisato: non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma a un cambiamento d’epoca. Ma in quale epoca siamo entrati?

Guardandosi intorno è difficile non ritenere che questa sia l’epoca dell’inceppamento democratico. Un tempo si diceva che la democrazia fosse come la ruota, una volta scoperta tutti la vogliono. La scelta del nostro umanesimo come bussola però ora sembra guardata in cagnesco, come può accadere con qualcuno che si è amato ma ci ha tradito.

Se così fosse non si tratterebbe di un’epoca cominciata così, all’improvviso, come si dice di quella cominciata un 12 ottobre, quando Cristoforo Colombo approdò sulle coste del nuovo mondo. No, se così fosse questa epoca nuova sarebbe cominciata dopo un lungo tramonto, fatto di liti, delusioni, tradimenti.

Forse hanno ragione quelli che dicono che i popoli dell’est europeo buttarono giù il muro di Berlino e che poi però quel muro c’è caduto in testa per la nostra difficoltà a capirne il vero senso. Un libro di gran successo, La fine della storia e l’ultimo uomo, lo ha spiegato bene, visto che la storia non è finita.

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In questa sensazione di un momento storico di inceppamento democratico, almeno in molti cittadini di questo nostro Occidente, è l’ordine liberal democratico che sembra andato in crisi, e con esso tutto ciò che è globale, universale, a cominciare dai diritti umani per arrivare al diritto internazionale.

Ma la Chiesa cattolica è l’istituzione universale che ha retto al maremoto del tempo presente e per questo il papa, in particolare un papa che ha raccolto con fermezza la difesa di un orizzonte universale, costituisce oltre che un approdo, un porto sicuro, e un barometro.

Così a me sembra che la sua inattesa malattia abbia fatto temere che il tempo volga a ulteriore peggioramento. È come se in quel momento un terreno già provato da scosse telluriche molto forti, preoccupanti per il nostro stesso futuro, avesse inattesamente fatto registrare un’ulteriore scossa proprio lì dove il terreno sembrava solido, appunto, sicuro.

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C’è un passaggio del punto 237 della sua enciclica Magnifica humanitas che mi è tornato alla mente quando ho sentito papa Leone dire che avrebbe dovuto operarsi: «Occorre abbandonare una visione dell’uomo individualista e tecnica, come se la realtà fosse pura materia da modellare in base a interessi egoistici, sia individuali che di gruppo. Coltiviamo invece quello che papa Francesco ha definito un “antropocentrismo situato”, che riconosce l’essere umano come creatura inserita in una trama di relazioni con gli altri viventi e con l’intero creato. La fedeltà alla verità chiede di integrare le possibilità offerte dalla tecnica in un cammino di sapienza, capace di custodire insieme la dignità di ogni persona e il futuro della nostra Casa comune».

Aggiungendo a quanto detto in precedenza l’inazione davanti ai mutamenti climatici, è esattamente quello che credo che molti desiderino di riuscire a fare, ma che per poter resistere tra le onde odierne richiede qualche sostegno esterno. Perché quello che ci ha insegnato Zygmunt Bauman, la modernità liquida, oggi ci fa sentire in una società liquefatta, dove tutto viene vissuto con logiche mercantili, consumato e poi scartato: servono appigli.

Credo ci sia tutto questo nello smarrimento davanti alla notizia inattesa del ricovero imminente di papa Leone. Come un dirsi “non è possibile”, o forse “non anche questo, no…”

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Questo nulla toglie alla sincera speranza, o quasi certezza, che il ricovero sarà breve come la degenza, che papa Leone si riprenderà e potrà confermare i suoi impegni a cominciare dal viaggio in programma per novembre, per il quale potrebbe secondo alcuni anche aver deciso di anticipare i tempi dell’operazione.

Ma questo lo dice la parte razionale di noi. Nel profondo di molti sono convinto che un tremore si sia aggiunto per questo senso “interiore” temuto nell’annuncio. Senza ledere la capacità di augurargli una pronta guarigione. Anzi, confidando con la ragione che sarà così.
(fonte: Settimana News, articolo di Riccardo Cristiano 13/10/2026)

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Tonio Dell'Olio: Non lasciamo solo Abu Safiya

Tonio Dell'Olio
 
Non lasciamo solo Abu Safiya
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  14 ottobre 2026


Ci sono uomini che restano accanto ai malati mentre tutto invita a fuggire. Hussam Abu Safiya, pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan di Gaza, è uno di loro. Arrestato dall’esercito israeliano il 27 dicembre 2024, è ancora detenuto senza incriminazione né processo. Aveva semplicemente scelto di non abbandonare i suoi pazienti. Ora rischiamo di abbandonare lui.

Dal 14 al 19 ottobre suo figlio Ilyas è in Italia con Amnesty International. 

Il 15 ottobre porterà alla Farnesina oltre 100.500 firme che chiedono la liberazione immediata e incondizionata del padre. Una mobilitazione importante, che deve diventare iniziativa diplomatica, pressione concreta, responsabilità politica. 

L’urgenza non è retorica. 

Amnesty ha denunciato a luglio un pericolo imminente per la sua vita. 
A settembre, secondo la testimonianza trasmessa dal suo avvocato, continuavano percosse, privazione del sonno e minacce perché tacesse sulle condizioni di detenzione. 

Chiederne la libertà significa difendere anche il principio che la cura non può diventare una colpa e che nessuno può essere sottratto alle garanzie della giustizia. 
Firmiamo, rilanciamo, chiediamo al governo italiano di intervenire. 
Le firme non aprono da sole una cella. Ma il silenzio può murarla. E chi ha tenuto aperto un ospedale merita che teniamo aperta la sua speranza.

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mercoledì 14 ottobre 2026

Il pianto di Teodoro, neonato abbandonato a Cinisello, interpella tutti

Il pianto di Teodoro, neonato abbandonato a Cinisello,
interpella tutti

Il neonato abbandonato in un sacchetto di plastica a Cinisello Balsamo e salvato da una passante scuote le coscienze. Parto in anonimato, Culle per la vita, Centri di aiuto alla vita, Sos Vita e Progetto Gemma: la solidarietà deve essere “preventiva e capillare” per “proteggere i più vulnerabili”.

(Foto ANSA/SIR)

Teodoro (nome di fantasia dal significato ricchissimo: dono di Dio) ci interpella tutti e scuote la coscienza di tutti. Eppure, Teodoro è un neonato, la cui unica forza è stata il flebile pianto udito da una passante che ha avuto la prontezza e la sensibilità di fermarsi e di sottrarlo alla fame, al freddo, alla morte. Una benedizione. E così Teodoro, deposto in un sacchetto di plastica lungo una strada di Cinisello Balsamo, nella provincia di Milano, è stato salvato. Sgomento e gratitudine per una tragedia probabile trasformata in una salvezza certa. Una salvezza resa concreta perché qualcuno si è semplicemente fermato, rompendo la coltre di indifferenza che ci rende spesso mentalmente ed emotivamente sordi e ciechi rispetto a ciò che ci circonda.
Sappiamo che purtroppo non è la prima volta che un bimbo appena nato viene abbandonato come un rifiuto lungo la strada. In passato ci sono stati neonati lasciati come scarti nei pressi di un deposito di immondizie, se non addirittura gettati all’interno. E non tutti hanno avuto la buona sorte di essere visti prima del sopraggiungere della morte. Fatti come questi mettono a nudo la fragilità del nostro tessuto sociale. Abbandonare un figlio appena nato sulla strada è il sintomo drammatico di un profondo vuoto: storie di solitudine, abbandoni pregressi, povertà materiale ed esistenziale, condizionamenti, pressioni o paure sotterranee, talvolta anche storie di violenze e ricatti. Non ci spetta giudicare dal piedistallo delle nostre certezze o indignarci superficialmente. Dobbiamo invece interrogarci sul ruolo della nostra comunità. Giudizi e condanne delle persone che sono arrivate a tanto, moti di indignazione esternati mentre siamo rifugiati nella nostra comfort zone, sapendo che domani è un altro giorno e che prima o poi anche questa vicenda sarà archiviata, non servono a nulla. Dobbiamo prendere sul serio la domanda che il pianto del piccolo Teodoro rivolge a tutti: come può una comunità non sentirsi responsabile? E poi: quanto sono diffuse le informazioni sul parto in anonimato garantito dalle strutture ospedaliere? Quanto sono visibili sul territorio le “Culle per la vita”? Quanto sono sostenuti e promossi i Centri di aiuto alla vita, il servizio Sos Vita e le adozioni a distanza di Progetto Gemma?
Nessuna donna, coppia o famiglia in difficoltà dovrebbe mai trovarsi senza speranza né alternative concretamente accessibili. Ma per far sì che ciò accada, occorre che la solidarietà sia preventiva e capillare. La civiltà di un popolo si misura infatti dalla capacità di proteggere i più vulnerabili e di tendere la mano prima che la solitudine sfoci nella disperazione e la disperazione in un gesto estremo. Questa capacità di proteggere i più piccoli non può fermarsi al momento del parto. Una società civile è capace di allargare le sue braccia anche nei confronti di chi è in viaggio verso la nascita riconoscendo il valore inestimabile della sua vita, proprio come succede quando un bambino è appena nato. Il pianto di Teodoro è il simbolo della voce di tutti i piccoli innocenti e ci pone di fronte a un banco di prova fondamentale: la coerenza. La doverosa premura con cui le istituzioni e la comunità si sono mobilitate per riscaldare, nutrire e accudire Teodoro poco dopo la sua nascita si sarebbe mobilitata con identica, calorosa, amorevole sollecitudine se la sua vita fosse stata minacciata prima di venire alla luce?
L’aborto, strutturato come servizio pubblico e gratuito, propagandato come un “diritto”, rappresenta la forma più radicale, tragica ed escludente di abbandono: un rifiuto senza appello in nome della legge e attuato in modo organizzato nelle strutture e negli ospedali dello Stato. Una guerra quotidiana silenziosa mascherata da progresso e civiltà. Eppure i bimbi non ancora nati sono i più fragili tra i fragili. Se il pianto di un neonato ci obbliga a fermarci e ad agire per il suo premuroso accudimento, la mancanza di voce di chi è in viaggio verso la nascita non ne riduce il valore né il diritto all’accoglienza e alla protezione. Conosciamo e diffondiamo adeguatamente le norme sul parto in anonimato, che tutelano madre e bambino? Le Culle per la vita sono sufficientemente segnalate e integrate nel territorio? Quanto vengono valorizzati i presidi di speranza come i Centri di aiuto alla vita, il numero verde Sos Vita e il Progetto Gemma?
Avere a cuore il nascituro significa anche guardare alla sua mamma con autentica vicinanza, empatia e sostegno; significa avere a cuore anche la vera tutela della maternità durante quella specialissima e irripetibile situazione chiamata gravidanza: una dualità nell’unità; un abbraccio unico e insostituibile, interpretabile come il sigillo dell’amore posto sulla vita umana. La madre e il figlio stanno dalla stessa parte. Il nostro sguardo deve essere, perciò, integrale e integrato. Nessuna donna deve sentirsi sola o costretta dalle circostanze a rinunciare al figlio che porta in grembo. La prossimità alle donne non è un’astrazione: la rete dei Centri di aiuto alla vita con i servizi Sos Vita e Progetto Gemma, realtà della grande famiglia del Movimento per la vita, testimonia quotidianamente che un’alternativa è sempre possibile e che l’aborto non è mai inevitabile: sono oltre 280mila i bambini nati grazie alle madri che, incontrando un’accoglienza concreta e volti amici, hanno trovato in se stesse la forza di dire “sì” al bimbo o alla bimba che cullavano nel grembo.
Madre Teresa diceva: “Quel bambino nato e non ancora nato è stato creato per una grande cosa: amare ed essere amato”. Grazie Teodoro perché tu, così piccolo, indichi ai “grandi” la strada per costruire la pace vera e duratura.
(fonte: Sir, articolo di Marina Casini 13/10/2026)

#Pensare e venerare - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#Pensare e venerare 
Il Breviario di Gianfranco Ravasi 


La felicità suprema del pensatore
è sondare il sondabile
e venerare in pace l’insondabile.

È stato uno dei maggiori poeti di tutti i tempi, Goethe, soprattutto per il suo Faust. Egli ci ha lasciato, però, anche varie Massime e riflessioni, una delle quali costituisce l’oggetto della nostra meditazione. Chiare sono le due vie che il grande scrittore traccia. La prima è quella razionale: col nostro pensiero possiamo «sondare il sondabile». È, questa, un’avventura esaltante che non coinvolge solo il cervello ma anche l’agire sulla materia, l’intervenire nei vari fenomeni, creare opere d’arte e così via. Illuminante, come sempre, è un altro grande della storia della cultura, il filosofo Pascal, che nei suoi Pensieri osservava: «L’uomo è visibilmente fatto per pensare; è tutta la sua dignità e tutto il suo compito. Ma tutto il suo dovere è pensare come si deve».

Ecco, proprio il «pensare bene, come si deve» fa riconoscere la seconda via. Di fronte al mistero, all’«insondabile», l’uomo deve arrestarsi e «venerare». Questa adorazione, che è fede, non è un semplice chiudere gli occhi ma lasciarsi condurre verso orizzonti che travalicano i nostri pensieri e i nostri schemi. Comprendere e credere non sono, quindi, due vie alternative o in opposizione ma due percorsi di diversa natura che svelano verità, che ci introducono in prospettive differenti di lettura della realtà, che ci mostrano le vere possibilità dell’uomo: pensare e venerare, come esperienze non antitetiche ma in armonia tra loro. A margine e un po’ fuori contesto, lasciamo ai nostri lettori questa battuta del grande scienziato Enrico Fermi: «Se il risultato conferma l’ipotesi, hai fatto la misura. Se la smentisce, hai fatto invece una scoperta».

(Fonte: “Il Sole 24 Ore - Domenica” del 11 ottobre 2026)

martedì 13 ottobre 2026

A ottocento anni dalla morte di Francesco d'Assisi: Simona Segoloni "FRANCESCO: IL TESTAMENTO"

A ottocento anni dalla morte di Francesco d'Assisi:

Simona Segoloni*
"FRANCESCO: IL TESTAMENTO"

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In occasione degli 800 anni dalla morte di Francesco d’Assisi (4 ottobre), l’associazione Bet.PoloBiblico ne propone una rilettura originale in quattro approfondimenti per superare gli stereotipi.

Frammenti della vita di Francesco, ricostruzioni storiche, riletture di testi noti e meno noti, interpretazioni e riflessioni compongono la serie in quattro puntate “Francesco Sine Glossa”

La prima, a cura di Brunetto Salvarani, ridisegna la figura di Francesco, togliendole quei ricami, quei particolari che la recludono in una leggenda sedimentata nei secoli, per raccontare Francesco vero, autentico, un “Francesco Sine Glossa”, appunto. La seconda e la terza sono dedicate a due testi fondamentali: il Cantico di Frate Sole - commentato da Giusi Quarenghi - e il Testamento, commentato da Simona Segoloni. L’ultima, curata da Selene Zorzi, propone uno sguardo profondo, bello, umano sulla figura di Santa Chiara. Ad introdurre e moderare i quattro incontri, sarà Maria Teresa Milano, ebraista.
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Continua a leggere questa premessa/presentazione nel post precedente: 

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"Nel Testamento Francesco scrive che stare vicino ai lebbrosi ha trasformato le sue emozioni... dall'amarezza alla dolcezza... la piccolezza è la chiave per la fraternità... piccolezza significa non cercare posizioni di potere: per Francesco il contrario della povertà non è la ricchezza ma è il potere"  

* Simona Segoloni Ruta ha conseguito il dottorato in teologia dogmatica presso la Facoltà Teologica dell’Italia centrale di Firenze, è professore full time di ecclesiologia all’Istituto teologico Giovanni Paolo II di Roma. Dirige la cattedra Donne e Cristianesimo presso la Pontificia Facoltà teologica Marianum di Roma. Ha pubblicato testi ed articoli sul tema donna, sulla maschilità di Gesù, sulla mariologia, sulla recezione del concilio e su questioni ecclesiologiche. È membro del Consiglio di direzione dell’Associazione dei teologi italiani dal 2015 e presidente del Coordinamento delle teologhe italiane dal 2025 .

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Guarda il video


Enzo Bianchi L’amore comincia dall’ascolto

Enzo Bianchi
L’amore comincia dall’ascolto  
 
Famiglia Cristiana - 4 ottobre 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?



Parole, silenzi, gesti e sguardi fanno crescere una relazione fondata sulla sincerità e sulla fiducia


Per crescere nella conoscenza e nell’amore occorre avvicinarsi all’altro, accogliere il suo corpo con attenzione e quindi entrare in dialogo con lui, ascoltandolo e parlandogli.

Si inizia ascoltando l’altro, restando silenziosi, a volte ascoltando il silenzio dell’altro. Occorre poi intervenire, magari rispondendo o ponendo domande, ma sempre con un atteggiamento che dica l’interesse per la relazione. Solo a queste condizioni si accende la comunicazione: comunicazione di parole, di silenzi, di gesti, di sguardi, di un “toccare” l’altro. La comunicazione è vitale, per questo esige che vi siano impegnati il cuore, la mente, il corpo con i suoi atteggiamenti. Ascolto dell’altro per cogliere dove lui è; ascolto dell’altro per conoscere ciò che lui porta nel cuore e vuole comunicare a me; ascolto dell’altro per far crescere l’amore, sempre proporzionato all’ascolto che dell’altro ho; ascolto dell’altro per predispormi a riconoscerlo affidabile, degno di fiducia, degno di fare strada con me, in una relazione che ci impegnerà reciprocamente.

Se uno non ascolta, non si predispone ad amare, non può accedere all’amore; e se uno non parla, non entra nella dinamica dell’amore, perché non parlare è il primo modo per sottrarsi alla relazione e per negarla. Sincerità, verità diventano allora assolutamente necessarie alla comunicazione e rendono possibile l’edificare la relazione nell’amore. Si pensi solo a una parola semplice eppure così decisiva: “Io ti amo”, parola detta in sincerità, detta in verità, detta come confessione e promessa; parola che sempre sottintende la domanda: “E tu mi ami?”, attendendo una risposta.

In queste parole si gioca il senso dell’eternità (‘olam: Qo 3,11) che l’uomo porta in sé!
(fonte: Altrimenti, blog dell'autore)


lunedì 12 ottobre 2026

Santi, influencer e il testimone che si fa da parte - Ma chi è stato Carlo Acutis?

Edoardo Mattei *

Santi, influencer e il testimone che si fa da parte


Il 7 settembre 2025, in piazza San Pietro, Leone XIV ha proclamato santo Carlo Acutis, insieme a Pier Giorgio Frassati. È passato poco più di un anno e le etichette con cui il ragazzo milanese è entrato nell’immaginario collettivo sono rimaste le stesse: «santo dei millennial», «patrono di Internet», per alcuni perfino «influencer di Dio». Nessuna di queste formule ha valore ufficiale e il patronato della rete non gli è mai stato attribuito dalla Santa Sede. Eppure, è con queste parole che milioni di persone lo conoscono, lo cercano e lo condividono.

Ma chi è stato Carlo Acutis? Un influencer, un missionario del digitale o un modello da imitare? Che cosa accade alla sua figura quando entra nel circuito delle piattaforme che, a quanto si dice, avrebbe santificato?

Santi influencer

Un aiuto per rispondere viene da un libro uscito quest’estate, Santi influencer, di Maria Silvia Vaccarezza, docente di filosofia morale a Genova[1]. In un’intervista ad «Avvenire» l’autrice ne ha riassunto la tesi: il posto che un tempo occupavano il santo, l’eroe e il saggio oggi è abitato da figure nuove[2]. Ne distingue tre tipi.

Ci sono gli influencer che sposano cause etiche di tanto in tanto e ne ricavano una buona reputazione; quelli che hanno costruito tutta la propria immagine pubblica su una postura morale e che proprio per questo, quando cadono, cadono più rovinosamente e quelli che uniscono visibilità e militanza. In ogni caso il seguito, osserva Vaccarezza, dipende poco dalla bontà degli argomenti e molto dall’impressione di autenticità e dalla vicinanza in ambienti che premiano le emozioni forti e sopra tutte l’indignazione.

Alla base c’è un’idea antica che oggi gode di nuova vita: il bene si impara guardando qualcuno che lo vive, ancora prima di saper spiegare perché quella persona ci sembri ammirevole. L’ammirazione, se è ben orientata, fa da bussola. Da qui la frase più felice dell’intervista: «il predicatore digitale ottiene consenso; l’esemplare ottiene cambiamento».

Carlo Acutis non rientra in nessuno dei tre tipi. Il suo sito sui miracoli eucaristici, il lavoro per cui è ricordato come pioniere del digitale, non parlava di lui. Non costruiva un personaggio, non raccontava le sue giornate, non cercava un pubblico. Papa Francesco, nell’esortazione Christus vivit, lo aveva indicato proprio per questo: un ragazzo che conosceva bene la tecnologia senza cadere nella trappola dell’autopromozione, capace di usare la rete per annunciare il Vangelo senza diventare la copia di qualcun altro.

Del resto, la sua esemplarità non è stata verificata online. L’hanno testimoniata, dopo la sua morte, i genitori, gli amici, gli insegnanti, i poveri che aiutava e poi il processo canonico: persone che lo avevano frequentato a lungo, in situazioni diverse e potevano dire se ciò che diceva corrispondeva a ciò che faceva. La rete ha fatto conoscere una santità che era maturata altrove.

Si può essere esemplari obbedendo alla piattaforma?

La vicenda di Acutis pone domande che riguarda tutti. Adattarsi ai linguaggi di una piattaforma, che sia un video breve o una scansione regolare dei post, è una pura questione di forma: modifica il modo in cui ci esprimiamo, ma non tocca le ragioni profonde per cui lo facciamo.

Tutt’altra cosa è lasciare che siano le metriche a dettare l’agenda: pubblicare un contenuto non perché sia vero o importante, ma soltanto perché produce numeri e visualizzazioni. In questo secondo caso, essere un esempio diventa impossibile e la tradizione cristiana lo sa da secoli.

Tommaso d’Aquino annoverava la vanagloria, il desiderio di essere ammirati, tra i vizi capitali e ne elencava le conseguenze: disobbedienza, vanteria, ipocrisia, litigiosità, ostinazione, discordia, smania di novità. Basta scorrere una qualsiasi polemica sui social per ritrovarle quasi tutte. Il Vangelo, d’altronde, metteva già in guardia dal fare il bene «per essere ammirati» (Mt 6,1). Le piattaforme hanno trasformato quella tentazione in un sistema.

Il meccanismo è semplice, perciò insidioso. Chi pubblica impara presto che cosa funziona: il gesto di carità ripreso con lo smartphone raccoglie più approvazione di una riflessione scritta, la presa di posizione indignata più di un ragionamento paziente. Ogni like è una piccola ricompensa e le ricompense, ripetute, orientano le scelte successive. Senza che nessuno lo decida, ciò che si mostra finisce per coincidere con ciò che la piattaforma ha premiato. A quel punto, guardando lo schermo, non si riesce più a distinguere chi compie un gesto buono e poi lo condivide, da chi lo compie per condividerlo. Il confine si confonde anche dall’interno: chi pubblica da anni non sempre sa più dire se agisce per il bene o per l’approvazione che il bene gli procura.

C’è poi un problema di tempi. L’ammirazione che educa ha bisogno di calma, di confronto, di tempo per verificare se una persona è davvero come appare. La rete offre frammenti di vita, episodi scelti da un algoritmo che impediscono di vedere la stessa persona in contesti diversi, scorrono così in fretta da rendere la riflessione un lusso. Un segnale che merita fiducia spesso costa fatica e sui social mostrarsi virtuosi costa pochissimo: basta un post, un hashtag, una foto o un reel di 15 secondi. Ciò che costa davvero, la fedeltà di ogni giorno, la coerenza negli anni, il bene fatto quando nessuno guarda, è ciò che la rete non riesce a mostrare.

Questo non significa che in rete non passi nulla di esemplare. Vi passa un esempio parziale: un gesto di coraggio, una spiegazione competente o una testimonianza in un momento preciso che vale per quello che è senza pretendere di raccontare tutta una persona. Vi passa un esempio maturato altrove, nelle relazioni in carne e ossa, sotto lo sguardo di chi ha potuto verificarlo nel tempo e solo dopo portato online.

Quello di Carlo Acutis è di questo secondo tipo: la rete lo ha fatto conoscere a milioni di persone, ma a garantirlo sono stati quelli che lo avevano conosciuto.

Chi indica e ciò che è indicato

Per capire chi sia davvero Carlo Acutis, più che alla figura dell’influencer conviene guardare a Giovanni Battista. Giovanni non propone uno stile di vita da copiare e non raccoglie seguaci per sé. Sta sulla soglia, conosce il deserto meglio di chiunque, sa riconoscere chi arriva con una sete vera e chi cerca soltanto una conferma. Più di tutto riconosce e indica: «Ecco l’Agnello di Dio» (Gv 1,36).

Due dei suoi discepoli lo sentono e seguono Gesù. La sua riuscita coincide con il suo farsi da parte: «Egli deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30). Una figura così sfugge alla logica del modello, perché il suo compito è spostare lo sguardo su qualcun altro. Il suo gesto, però, funziona solo se chi indica è credibile. I due discepoli seguono Gesù perché a indicarlo è Giovanni, con la vita che conduce: le folle andavano nel deserto per vedere quell’uomo e gli chiedevano che cosa dovessero fare (Mt 11,7-9; Lc 3,10-14).

Il sito di Acutis funzionava allo stesso modo: un dito puntato verso l’Eucaristia, che lui chiamava la sua «autostrada per il cielo», reso credibile dal ragazzo che lo aveva costruito.

La piattaforma, però, non sa registrare proprio questo gesto. Le piattaforme non hanno metriche per misurare l’umiltà: non esiste un tasto per contare quante persone, grazie a un post, abbiano staccato gli occhi dallo schermo per guardare altrove. Il sistema non ammette la presenza di chi si fa da parte. Ogni contenuto si traduce inevitabilmente in visualizzazioni per il profilo che lo ha creato: così i numeri continuano a premiare il testimone, mai ciò che viene testimoniato.

Acutis ne è l’esempio più evidente. Il suo volto sulle bandiere in piazza San Pietro, i video devozionali, le magliette e le immaginette, le pagine che portano il suo nome producono visualizzazioni e seguaci e tutto va a lui. Gli algoritmi imparano che i contenuti su Acutis funzionano e ne propongono altri. L’Eucaristia, che il ragazzo indicava con la sua vita e con il suo sito, resta sullo sfondo.

Sarebbe ingiusto accusare qualcuno. La devozione di chi condivide è in gran parte sincera, e il Concilio ricorda che ogni autentico amore per i santi conduce a Cristo e in lui trova compimento. Il problema sta nell’ambiente che trasforma ciò che lo attraversa secondo le proprie regole: prende il dito, lo scambia per la luna e finisce per eclissarla.

Che cosa chiede il seguace

L’altra metà del problema riguarda il seguace. Vaccarezza descrive un patto implicito e poco onesto: affidiamo al nostro modello la coerenza che noi non pratichiamo, questa delega diventa un debito, il debito diventa rancore (i benefici sono graditi finché si possono ricambiare; quando li superano di molto, al posto della gratitudine arriva l’odio) e quando il modello cade proviamo quasi sollievo, perché la sua caduta dimostra che nessuno poteva farcela. La descrizione coglie nel segno, ma tiene insieme tre dinamiche che conviene distinguere.

La prima è la proiezione ed è quella che costruisce il modello. Freud la osservava nelle folle: chi segue un capo mette lui al posto del proprio ideale e ama in lui la perfezione che vorrebbe per sé. Il Vangelo conosce bene questa dinamica. Il popolo si domandava se Giovanni fosse il Cristo (Lc 3,15), e da Gerusalemme gli mandano sacerdoti e leviti a chiedergli: «Tu, chi sei?» (Gv 1,19). Quel «non sono io il Cristo» risponde a una proiezione già in atto: Giovanni non l’aveva cercata, eppure si era prodotta.

La seconda è la delega vera e propria: lasciare che qualcun altro faccia al posto nostro ciò che toccherebbe a noi. Ne abbiamo esempi quotidiani nelle risate registrate delle sitcom, che ridono per noi, o nei mulini da preghiera tibetani, che continuano a pregare mentre chi li ha messi in moto pensa ad altro. Allo stesso modo si può affidare a un altro il compito di essere buono e sentirsene dispensati. È la versione impoverita di qualcosa che la tradizione cristiana conosce bene: la comunione dei santi, l’intercessione, il bene degli uni che sostiene gli altri. La differenza sta nell’effetto: la comunione dei santi coinvolge e attira, la delega esonera.

La terza dinamica spiega meglio delle altre il rancore. Con un personaggio visto ogni giorno sullo schermo si crea un’intimità a senso unico: abbiamo l’impressione di conoscerlo, mentre lui ignora la nostra esistenza. Nel mondo dei social questa relazione ha anche un valore economico, perché l’attenzione è la merce che la piattaforma vende e di cui l’influencer vive. Chi lo segue ha pagato con il proprio tempo, e si sente in credito. La richiesta di coerenza diventa allora una pretesa e la caduta viene vissuta come un contratto non rispettato.

C’è un aspetto di questa pretesa che la rende incompatibile con il Vangelo. La rete conserva tutto e permette di ritrovare tutto: un post di dieci anni fa può riemergere in qualsiasi momento, uno screenshot sopravvive a ogni cancellazione. La coerenza richiesta diventa così retroattiva e una coerenza del genere esclude la conversione che per definizione presuppone un passato non virtuoso. Con questo metro Paolo, che aveva perseguitato i cristiani, non sarebbe mai diventato apostolo. È una pretesa che non lascia spazio al pentimento rivolta a chi, come Giovanni, predicava proprio il cambiamento di vita.

La vicenda ha anche un precedente antico. Nell’Africa del IV secolo i donatisti sostenevano che i sacramenti celebrati da vescovi che durante la persecuzione avessero abiurato non avessero valore: la verità del gesto dipendeva dalla purezza di chi lo compiva. Agostino rispose che nel sacramento è Cristo ad agire e che l’indegnità del ministro non lo annulla.

Il moralismo della rete ripete lo stesso schema: quando cade il messaggero, si butta via il messaggio. La credibilità di un testimone dipende certo dalla sua vita, ma non la verità che indica. Per questo che la figura del Battista protegge ciò che annuncia: chi indica oltre sé non trascina nella propria caduta ciò verso cui ha puntato il dito.

Una domanda per la Chiesa

A un anno dalla canonizzazione, il modo più serio di onorare Carlo Acutis è rifiutare le etichette che ne fanno un influencer di successo.

Il digitale ha bisogno di persone capaci di stare sulla soglia: abbastanza radicate nella dignità del proprio battesimo da non cercare nella visibilità una conferma di sé, abbastanza esperte delle logiche delle piattaforme da non farsene usare, pronte a rifiutare il ruolo di idolo, a restituire la responsabilità a chi vorrebbe scaricarla su di loro, a non trasformare l’attenzione ricevuta in un credito.

Oggi, invece, chi si occupa di comunicazione nelle nostre comunità viene trattato per lo più come un tecnico a cui consegnare le credenziali della pagina parrocchiale, e lasciato solo davanti alla prima polemica. Una Chiesa che riconoscesse in questo servizio una vocazione, con una formazione che tenga insieme vita spirituale e competenza, con un accompagnamento capace di porre le domande giuste e con comunità vere in cui discernere insieme, farebbe per queste persone ciò che nessun algoritmo farà mai. Finché non accadrà, continueremo a guardare il dito (la persona) e non la luna (Cristo).

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[1] M.S. Vaccarezza, Santi influencer. L’etica ai tempi dei social, Fandango, Roma 2026.
[2] A. Lavazza, M.S. Vaccarezza, «Quante trappole nella morale digitale», in Avvenire, 21 agosto 2026.

* Edoardo Mattei è docente di Sociologia della Tecnologia presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum)

ANGELUS 11/10/2026 - Leone XIV: la gioia che annunciamo non è artificiale, siamo portatori di vita

ANGELUS

Piazza San Pietro 
Domenica, 11 ottobre 2026

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Leone XIV: la gioia che annunciamo non è artificiale,
siamo portatori di vita

All’Angelus in Piazza San Pietro, il Papa esorta ciascun fedele a essere protagonista della festa del Signore, anche quando il bene offerto viene frainteso o respinto. Quando accade qualcosa di buono, infatti, “si accende una luce che porta a coinvolgere gli altri nella propria felicità”

Leone XIV saluta i fedeli in Piazza San Pietro (VATICAN MEDIA)

La tendenza ostinata del bene, che "tende per sua natura a diffondersi", accende una fiamma viva, tutt’altro che artificiale, che nessun fraintendimento o rifiuto può soffocare. Papa Leone XIV invita a custodirla e a non restare in disparte nella festa del Signore, esortando i fedeli riuniti in Piazza San Pietro per l’Angelus di questa domenica, 11 ottobre, a farsi "portatori di vita".

La diffusione della bontà

La festa di nozze organizzata da un re per suo figlio, al centro del Vangelo odierno, è anche il punto di partenza della riflessione del Pontefice. Il matrimonio rappresenta per antonomasia un momento speciale, che viene spontaneo condividere con gli altri, offrendo un banchetto e invitando numerose persone a prendervi parte. "Bonum dicitur diffusivum sui", "il bene tende per sua natura a diffondersi": così affermava san Tommaso d’Aquino.

Anche l’immagine del nostro racconto ci parla, in un contesto particolare di vita vissuta, di questa realtà. Quando accade qualcosa di buono, si accende una luce che porta a coinvolgere gli altri nella propria felicità

I fedeli in Piazza San Pietro per l'Angelus (VATICAN MEDIA)

La gioia di un matrimonio

Di fronte a un’offerta così generosa, tuttavia, gli invitati si tirano indietro, troppo occupati dalle proprie faccende, fino ad arrivare persino a uccidere i messaggeri incaricati di portare il lieto annuncio.

Non sempre il bene che offriamo è compreso, riconosciuto, apprezzato, anzi a volte è frainteso e respinto. Ma ciò non deve scoraggiarci

Il re, infatti, non annulla il banchetto, ma estende l’invito ad altre persone, affinché la gioia delle nozze possa comunque essere condivisa e diventare un dono per tutti.

Essere protagonisti

La domanda che il Papa pone ai fedeli è: "Chi rappresentano i protagonisti di questa storia?". Secondo l’interpretazione di san Girolamo, il re rappresenta il Padre celeste, lo sposo Gesù e la sposa la Chiesa.

Tra i protagonisti, allora, ci siamo anche noi, scelti dal Signore per condividere con Lui la nostra esistenza e per essere assieme a Lui portatori di vita. La festa di nozze è la nostra, e la sala del banchetto sono le nostre chiese, le nostre case, i posti in cui viviamo, e in cui ogni giorno il Figlio del Re, Gesù Cristo, torna a dichiararci il suo amore e attende il nostro “sì”

Felicità concreta

In quei luoghi, aggiunge Leone XIV, ciascuno può incontrare il Signore, rivestito dell’abito bianco del Battesimo, come la sposa, e ornato "con i gioielli delle opere buone, che ci avvicinano a Dio e tra noi".

La gioia che annunciamo, allora, non è artificiale, ma profonda, concreta, reale, bella come i volti delle persone che incontriamo, vera come il lavoro, i sorrisi, le lacrime, le strette di mano, i gesti di bene delle nostre giornate. Ed è un dono di Dio, per la salvezza del mondo
(fonte: Vatican News, articolo di Edoardo Giribaldi  11/10/2026)

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PAPA LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi, nel Vangelo, Gesù parla della festa di nozze preparata da un re per suo figlio (cfr Mt 22,1-14).

Il matrimonio di un figlio è un momento speciale per ogni famiglia, e questo padre felice vuole condividere con tutti la sua gioia. Offre un banchetto e invita tante persone. San Tommaso d’Aquino dice, in proposito, che il bene tende per sua natura a diffondersi: «Bonum dicitur diffusivum sui» (Summa theologiae, I, q. 5 a. 4, ad 2), e anche l’immagine del nostro racconto ci parla, in un contesto particolare di vita vissuta, di questa realtà. Quando accade qualcosa di buono, si accende una luce che porta a coinvolgere gli altri nella propria felicità.

Di fronte a un’offerta così bella, però, gli invitati, invece di unirsi alla festa, si tirano indietro e preferiscono continuare a occuparsi dei loro affari. Alcuni, anzi, infastiditi, insultano e addirittura uccidono i messaggeri del re. Anche questo purtroppo, succede: non sempre il bene che offriamo è compreso, riconosciuto, apprezzato, anzi a volte è frainteso e respinto. Ma ciò non deve scoraggiarci. Il re, davanti al rifiuto, non annulla le nozze e non cancella i festeggiamenti, anzi, estende il suo appello a un numero ancora più grande di persone, inviando i suoi servi a chiamarle per le strade, perché la gioia degli sposi sia un dono per tutti.

A questo punto, ci domandiamo: chi rappresentano i protagonisti di questa storia? San Girolamo identifica il re con il Padre dei Cieli, lo sposo con Gesù e la sposa con la Chiesa (cfr Commento a Matteo, Libro III, cap. 22). Tra i protagonisti, allora, ci siamo anche noi, scelti dal Signore per condividere con Lui la nostra esistenza e per essere assieme a Lui portatori di vita. La festa di nozze è la nostra, e la sala del banchetto sono le nostre chiese, le nostre case, i posti in cui viviamo, e in cui ogni giorno il Figlio del Re, Gesù Cristo, torna a dichiararci il suo amore e attende il nostro “sì”. Lì noi lo incontriamo, vestiti, come la sposa, con l’abito bianco del Battesimo e ornati con i gioielli delle opere buone, che ci avvicinano a Dio e tra noi.

La gioia che annunciamo, allora, non è artificiale, ma profonda, concreta, reale, bella come i volti delle persone che incontriamo, vera come il lavoro, i sorrisi, le lacrime, le strette di mano, i gesti di bene delle nostre giornate. Ed è un dono di Dio, per la salvezza del mondo.

Chiediamo dunque a Maria, Madre del Signore, che ci aiuti a crescere in questa gioia e ad annunciarla sempre e ovunque, anche là dove non è compresa, con generosità, con coraggio e con fede.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri, a Mantova, è stata beatificata Suor Maria Ignazia Isacchi, fondatrice della Congregazione delle Suore Orsoline del Sacro Cuore di Gesù. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, si prodigò con carità coraggiosa per i bisognosi e disagiati. Il suo esempio ravvivi in tutti noi il desiderio di essere nel mondo testimoni di amore evangelico verso tutti.

La guerra nella martoriata Ucraina continua a causare sofferenze anche ben oltre i suoi confini, soprattutto nei Paesi più poveri, dove tante persone dipendono dalle importazioni di cereali. Rivolgo un accorato appello alle parti in conflitto affinché consentano il trasporto sicuro dei cereali nel Mar Nero. Il pane quotidiano di milioni di persone non può essere ostaggio della guerra.

Oggi in Italia ricorre la Giornata per le Vittime degli incidenti sul lavoro. Saluto l’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro e incoraggio gli sforzi per la prevenzione.

Rivolgo il mio caloroso benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini!

Saluto i membri della Hermandad del Señor de los Milagros a Roma e quanti hanno partecipato alla processione con la venerata Icona del Crocifisso. Grazie della vostra preghiera per la Visita pastorale che compirò in Perù.

Accolgo con gioia i fedeli dell’Eparchia Greco Cattolica di Mukacevo in Ucraina, accompagnati dal loro Vescovo; la Asociación de fieles Hakuna; las “Antiguas Alumnas Jesús Maria España”; il Coro e la Scuola corale della Cattedrale di Haarlem, nei Paesi Bassi; e i fedeli provenienti da Vienna.

Saluto i giovani della vicaria di Chiaravalle, in diocesi di Senigallia; i soci dell’AIDO provinciale di Belluno; il gruppo “Ars Enotria” di Cosenza; e la squadra di calcio femminile dell’Ospedale di Biella.

Carissimi, di recente, durante alcuni controlli, i medici mi hanno trovato un nodulo circoscritto al polmone. È stato individuato in una fase molto iniziale e ben localizzato. I medici ritengono opportuno intervenire e allora, seguendo i loro consigli, ho deciso di operarmi per toglierlo. L’intervento è già programmato nei prossimi giorni. Vi ringrazio per la vostra vicinanza spirituale e mi affido alla vostra preghiera.

Grazie e buona domenica!

Guarda il video



domenica 11 ottobre 2026

“CURARE LE FERITE” L’eredità spirituale e pastorale di papa Francesco - MERCOLEDÌ DELLA SPIRITUALITÀ - 2026 della FRATERNITÀ CARMELITANA DI BARCELLONA P.G. (ME) - DAL 14 OTTOBRE AL 25 NOVEMBRE


Fraternità Carmelitana di Barcellona P.G. (ME)

Mercoledì della Spiritualità - 2026

Di presenza nella sala del convento e online
dal 14 ottobre al 25 novembre
dalle h. 20.00 alle h. 21.00


“CURARE LE FERITE”
L’eredità spirituale e pastorale di papa Francesco



«Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la chiesa come uno ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere ad un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto» (Papa Francesco).


Mercoledì 14 ottobre
Evangelii Gaudium: il primato del vangelo per una Chiesa popolo di Dio “in uscita” (Gregorio Battaglia).

Mercoledì 21 ottobre
La sinodalità: una Chiesa popolo di Dio in cammino, tra speranza e realtà (Cettina Militello).

Mercoledì 28 ottobre
Laudato Si’: prendersi cura dell’ambiente, ascoltando gli impoveriti della terra (Maurilio Assenza).

Mercoledì 4 Novembre
Fratelli tutti: la fraternità radicale che riunisce tutta la famiglia umana (Nunzio Bombaci).

Mercoledì 11 Novembre
Gaudete et exsultate: il vissuto spirituale del popolo di Dio in cammino nella storia (Alberto Neglia).

Mercoledì 18 Novembre
Amoris Letitia: il primato della tenerezza-misericordia evangelica (Vittorio Rocca).

Mercoledì 25 Novembre
Al servizio “dell’unità della fede nella carità”. Da papa Francesco a papa Leone XIV (Egidio Palumbo).


Per la diretta online cliccare:


oppure




Per informazioni: Chiesa del Carmine – Tel. 0909762800.


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
11 ottobre 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Dio nel suo grande amore per tutta l’umanità ha voluto consacrare con essa in Cristo Gesù un rapporto di Alleanza sponsale, una relazione di reciproca appartenenza. Consapevoli di tale vincolo sponsale con il Figlio Gesù, innalziamo a Lui le nostre preghiere ed insieme diciamo: 

R/   Tu sei la nostra speranza, Signore

 

Lettore


- Signore Gesù, Tu hai voluto legare a Te la Chiesa tua Sposa, perché essa fosse nel mondo un prolungamento della tua umanità. Rivestila del tuo Santo Spirito, perché essa, con il suo stile di vita povero ed accogliente, possa annunziare a tutti la comune chiamata al banchetto del tuo Regno, dove veniamo nutriti dal cibo della tua Parola e formati alla solidarietà e alla condivisione, per crescere in umanità e nella fede e abitare questo mondo come figli e figlie, fratelli e sorelle. Preghiamo. 

- Ti affidiamo, Signore Gesù, tutte le comunità cristiane radunate nel tuo Nome. L’ascolto della tua Parola e la comune partecipazione al banchetto del tuo Corpo donato per amore facciano crescere in tutti la consapevolezza di essere coinvolti in un rapporto sponsale con Te e con Te amare l’umanità del nostro tempo favorendo la giustizia e la pace. Preghiamo. 

- La tua mano, Signore Gesù, protegga ed accompagni tutti quegli uomini e donne e quei bambini e bambine, che in varie parti del mondo sono privati del diritto alla libertà, alla vita, alla salute e all’istruzione. Preghiamo. 

- Ti preghiamo, Signore Gesù, anche per noi. Calma le nostre ansie, aiutaci a fare un chiaro discernimento sul nostro stile di vita, rendici più sensibili al rispetto del bene comune e dei beni comuni. Ti affidiamo anche familiari ed amici che sono provati dalla malattia o che si trovano a vivere momenti di vera difficoltà. Preghiamo. 

- Davanti a te, Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime della violenza nelle famiglie, dei minori violentati e uccisi, delle vittime sul lavoro nelle aziende e nei cantieri, come pure delle vittime del caporalato. Dona a tutti di stare davanti al tuo Volto e di sperimentare il tuo amore fedele ed eterno.  Preghiamo.


Per chi presiede

Signore Gesù, che ci hai chiamati e raccolti nella Chiesa, tua Sposa, accogli la nostra preghiera, sostienici nelle prove della vita e rafforza la nostra fede e la nostra speranza in Te, che vivi e regni nei secoli dei secoli.

AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 49 - 2025/2026 - XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

La parabola è uno sviluppo del brano del Vangelo di Domenica scorsa (Mt 21,33-43) ed ha il compito di rammentare ai lettori che ciò che è stato fatto da Israele può essere fatto anche dalla comunità di Gesù. La Storia della Salvezza non è solo una finestra sul passato, ma è soprattutto uno specchio che riflette ciò che accade in chi sta leggendo. Il brano è un forte e deciso richiamo alla responsabilità, perché «essere parte del popolo di Dio non era, non è e non sarà mai un talismano per la salvezza» (cit.). Non basta dire: «Abbiamo Abramo per padre» o gridare: «Signore, Signore!» per essere salvati. E' necessario, invece, riconoscersi peccatori omicidi come i nostri padri, prendere coscienza di essere come il fico sterile, coperto solo di belle foglie, ma incapace di portare frutti. Aver risposto alla chiamata del Signore non ci garantisce la salvezza; veniamo salvati solo se decidiamo di camminare dietro Gesù non solo a parole, ma «con i fatti e nella fedeltà». La veste nuziale è quella di coloro che, sapendosi infinitamente amati, e per questo perdonati, a loro volta sempre amano e perdonano, la veste di coloro che amano i fratelli e l'Altro con lo stesso identico amore. E' la veste dell'Agapetòs, il Figlio amato perché obbediente al Padre fino alla morte per amore. E' la veste di nozze che ci viene donata sotto la croce (Mt 27,35), l'abito che riveste del Figlio le nostre nudità e ci fa degni di partecipare, senza vergogna, al banchetto eterno.   


sabato 10 ottobre 2026

PADRE DELLA GIOIA - "Noi pensiamo Dio lontano, separato, assiso sul suo trono, e invece è dentro la sala della vita, è qui con noi." - XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

PADRE DELLA GIOIA


Noi pensiamo Dio lontano, separato, assiso sul suo trono,
e invece è dentro la sala della vita, è qui con noi.


In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. (...) Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». Mt 22,1-14
  

PADRE DELLA GIOIA
 
Noi pensiamo Dio lontano, separato, assiso sul suo trono, e invece è dentro la sala della vita, è qui con noi.

C’è, nella città, una grande festa di nozze: si sposa il figlio del re, l’erede al trono. Eppure nessuno sembra interessato. È la storia di Gesù e del suo rapporto difficile con Gerusalemme, la città amata che uccide i profeti.

Succede che gli invitati, presi dai loro affari, dalle liturgie laiche e feroci del guadagno, non hanno tempo da perdere per le persone, per gli incontri, per la gioia e gli affetti. L’idolo della quantità ha chiesto in sacrificio la qualità della vita. Dice il Vangelo: non se ne curarono. Dio non è interessante, non è attraente.

La parabola avanza e racconta cose molto dure: Presero i servi e li uccisero. A questo segue la reazione violenta del re: si passa da una festa ad una strage dentro una città in fiamme. Dalle danze nuziali a un invitato legato mani e piedi e buttato fuori.

Allora disse ai suoi servi: andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Se cuori e case e villaggi si chiudono, il Signore apre incontri altrove, e invia di nuovo i suoi servi.

L’ordine del re è illogico: Tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze. Tutti, senza badare a meriti, razza, moralità. È bello questo re che, quando è rifiutato, anziché abbassare le attese, le innalza: Chiamate tutti!

Lui allarga, gioca al rilancio, va più lontano; e dai molti invitati passa a tutti invitati, dalle persone importanti passa agli ultimi della fila: Fateli entrare tutti, addirittura prima i cattivi e poi i buoni. Scandalo per il fariseo che è in me.

La sala si riempie di esclusi. Aveva detto infatti: Cercate ai crocicchi delle strade, là dove ha fine la vita: cercate quelli arrivati al termine della strada, che non ce la fanno più, i lasciati soli.

E il re entrò nella sala. Noi pensiamo Dio lontano, separato, assiso sul suo trono, e invece è dentro la sala della vita, è qui con noi. Qui seduto alla mia destra, nei giorni delle danze e in quelli delle lacrime.

Aveva mandato a cercare gli straccioni, i senza tetto, i male in arnese e si meraviglia che uno non abbia l’abito nuziale? L’abito di cui parla il re non è il simbolo di una vita immacolata, infatti la sala è piena di brave persone e di cattivi soggetti mescolati insieme. Quell’abito di festa è la metafora della fede. L’invitato si è sbagliato su Dio, lo pensava un Dio incolore, incapace di far festa. «Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare perché poi ti sbagli su tutto, sulla storia, sulla vita e sulla morte, sull’uomo e il suo destino» (D. M. Turoldo). L’invitato senza abito da festa è un uomo triste: non ha capito che credere è una festa, è acquisire bellezza del vivere, che è una scala di luce posata sul cuore e lungo la quale scende un Dio esperto di gioia che porta in dono giorni amorosi e contagiosi.

Un Dio cui piace sconfinare, pascolare nella terra dell’uomo, e non nel solito paradiso. Un Dio che gode nello stare insieme agli uomini.

Padre della gioia.