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martedì 3 novembre 2026

02 novembre 2026 Il Papa al Verano: le lacrime di madri e bambini tocchino le coscienze di chi può far tacere le armi


Il Papa: le lacrime di madri e bambini
tocchino le coscienze di chi può far tacere le armi

Leone XIV celebra la Messa del 2 novembre per la commemorazione dei fedeli defunti nel Cimitero Verano di Roma. Si ferma a deporre dei fiori dinanzi a una tomba, in omaggio a quanti sono lì sepolti, e nell'omelia prega "per quanti hanno perso da poco una persona cara; in particolare per coloro ai quali l’ha strappata l’assurda violenza della guerra"

L'ingresso del Papa al Cimitero monumentale Verano di Roma (VATICAN MEDIA)

In questo momento vogliamo pregare per quanti hanno perso da poco una persona cara; in particolare per coloro ai quali l’ha strappata l’assurda violenza della guerra. Possano le lacrime di tante madri, di tanti bambini, di tanti anziani toccare le coscienze di chi ha potere di far tacere le armi!

L’invocazione del Papa - quasi un grido di dolore - spezza il silenzio solenne, fino a quel momento interrotto soltanto dal fruscio dei cipressi mossi dal vento, che avvolge il Quadriportico del Cimitero monumentale del Verano. Leone XIV ha scelto anche quest’anno di celebrare nel noto sepolcreto romano la Messa per la Commemorazione dei defunti.

L'arrivo al Verano

Il Pontefice giunge pochi minuti prima delle 16 all’ingresso di quello che è a tutti gli effetti un museo a cielo aperto, protetto dall’altissima cinta muraria ed esteso per circa 83 ettari alle spalle della Basilica di San Lorenzo fuori le Mura. Le quattro grandi statue ottocentesche dell’architetto Virginio Vespignani - la Meditazione, la Speranza, la Carità e il Silenzio - coi loro sguardi di pietra e le braccia sollevate, sembrano dare il benvenuto al Pontefice. Al suo fianco c’è il cardinale vicario Baldo Reina. Fuori dal Cimitero, in mezzo a strade transennate già dal mattino, il Papa saluta il sindaco Roberto Gualtieri.

L’ingresso attraverso il Pincetto, con un mazzo di crisantemi gialli e bianchi in mano, è accompagnato dal brusio di voci dei circa 2 mila fedeli – suore, soprattutto – che, sistemati sulle sedie davanti al palco adornato di fiori, recitano i misteri del Rosario. Molti sono dietro, in piedi, lungo il corridoio transennato; tante altre persone si vedono camminare in lontananza tra le fitte geometrie di lapidi e cappelle gentilizie per recarsi alle tombe dei loro cari, portando fiori, lumini, ricordi, preghiere. Il cielo sembra minacciare pioggia e l’odore dell’incenso e della cera si mescola a quello della terra umida. Ci si ripara con sciarpe, zuccotti di lana, giubbotti visto l’ondata di freddo che ha assalito la Capitale, segnando il definitivo distacco dalle temperature primaverili di qualche giorno fa. Qualcuno, oltre alla coroncina e al libretto della Messa, nelle mani tiene pronto un ombrello.

L'omaggio floreale del Papa su una tomba del Verano (VATICAN MEDIA)

I fiori su una tomba

Nessun applauso all’ingresso del Papa: “Per mantenere un clima di raccoglimento”, viene detto dal palco. Prima di dare inizio alla celebrazione con il Requiem Aeternam, Leone, gettando un rapido sguardo a tempietti ed edicole funerarie, si ferma davanti a una tomba. Una delle tante tombe di famiglia, tra le più antiche, poste all’ingresso del cimitero, incastonate nella terra insieme ai loculi di personaggi storici, scrittori, intellettuali, artisti. E circondate da sculture (alcune dall’inestimabile valore) di Madonne e angeli addolorati, donne con in braccio bambini, busti, archi, foto a colori o in bianco e nero.

Antonia Coccia Nicolini recita l’incisione sul marmo centrale, dove il Papa depone il fascio di fiori e rimane per qualche istante in preghiera, a mani giunte. È l’omaggio del Successore di Pietro a tutti i defunti: quelli sepolti al Verano, a Roma, in Italia, nel mondo. I morti che non hanno nessuno che possa portargli oggi un fiore o coloro che “nessuno ricorda” per cui chiedeva preghiere ieri all’Angelus. Oppure i morti a causa della “assurda” violenza provocata dai conflitti che lacerano l’umanità.

L'inizio della Messa per la commemorazione dei fedeli defunti (VATICAN MEDIA)

"Nessun tormento li toccherà”

È al ricordo di queste anime - e a tutte le "vittime delle guerre, dell’odio e delle violenze", ricordate nelle Preghiere dei fedeli - che il Papa dedica l’omelia della Messa in quello che definisce un “luogo di preghiera e di memoria, di affetto e di speranza”. Leone snoda la sua riflessione a partire dalla Parola di Dio in cui si ricorda che le mani di Dio custodiscono efficacemente le anime dei giusti: “Nessun tormento li toccherà”.

Questa è la promessa di salvezza, che specialmente in questo giorno diventa il cuore della supplica che eleviamo al Signore della vita per tutti i fedeli defunti

Le Beatitudini, autoritratto di Gesù

Le “mani paterne e sicure” del Signore “li custodiscano in eterno”, rimarca Papa Leone XIV. Si sofferma poi sul Vangelo di Matteo, quello delle Beatitudini. Esse, dice, “sono come l’autoritratto di Gesù”, oltre che “la via della vita piena e compiuta, già ora e per l’eternità”.

Questo annuncio di salvezza che sono le Beatitudini risuona con particolare forza spirituale in un cimitero, che è come una soglia tra l’aldiquà e l’aldilà, tra l’esistenza terrena e l’oltre che ci attende. Gesù Risorto ci dice: beati coloro che vivono secondo questa via, perché di essi è il regno dei cieli

La Messa nel quadriportico del Verano (VATICAN MEDIA)

Il pianto di madri, bambini, anziani

In particolare, tra le otto Beatitudini una oggi ci tocca tutti: “Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati”. Troppi i pianti di mamme, bambini, anziani, persone che hanno visto morire i propri cari sotto le bombe o per l’inaudita brutalità che segna certi luoghi del mondo. Questi pianti, queste lacrime, il Papa auspica che possano diventare pungolo, appello, stimolo per “toccare le coscienze di chi ha potere di far tacere le armi”.

Il ricordo di San Francesco

A conclusione dell’omelia, Leone ricorda San Francesco d’Assisi negli 800 anni della morte e la “beatitudine” che il Poverello aggiunse al Cantico delle creature quando capì che la sua fine era vicina: “Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale…”. “La fede in Cristo ci dice che il nostro legame con i fedeli defunti non è interrotto, ma trasformato”, ribadisce il Vescovo di Roma.

Animati da questa fede piena di speranza, proseguiamo il nostro cammino terreno, in attesa del giorno in cui Egli asciugherà ogni lacrima, quando non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate

Il Papa durante la celebrazione per la commemorazione dei fedeli defunti (VATICAN MEDIA)

"Eterno Riposo..."

La preghiera dell’Eterno Riposo conclude la celebrazione. Il buio è già calato sul Verano e il Papa, sceso dal palco, si reca dal lato destro del quadriportico per aspergere con l’acqua benedetta i monumenti funebri. Infine, al rintocco delle campane, benedice la folla che in pochi istanti si disperde in questa “città nella città” dove, tuttavia, ognuno conosce il posto in cui andare.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 02/11/2026)

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COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

SANTA MESSA
OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Cimitero del Verano, Roma
Lunedì, 2 novembre 2026

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Cari fratelli e sorelle,

ci siamo radunati a celebrare l’Eucaristia in questo luogo di preghiera e di memoria, di affetto e di speranza. La offriamo in suffragio dei fedeli defunti, in particolare di quanti qui riposano e di coloro che ciascuno di noi porta nel cuore.

Commemorare i fedeli defunti all’indomani della Solennità di tutti i Santi orienta questa nostra preghiera. Ci rivolgiamo al Padre del cielo affinché la vita della santità e della beatitudine, che già godono tanti suoi figli e figlie, avvolga l’anima di quanti dormono il sonno della pace.

La nostra fede è illuminata dalla Parola che è stata proclamata e che arricchisce la nostra confidenza nelle mani di Dio. Esse – ci ricorda il Libro della Sapienza – sono capaci di custodire efficacemente le anime dei giusti: «nessun tormento li toccherà» (Sap 3,1). Questa è la promessa di salvezza, che specialmente in questo giorno diventa il cuore della supplica che eleviamo al Signore della vita per tutti i fedeli defunti.

Le sue mani paterne e sicure li custodiscano in eterno, così che possano godere pienamente di quell’appartenenza reciproca e vitale che il Signore promette al suo popolo nel Libro dell’Apocalisse: «Essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio (Ap 21,3). La nostra preghiera intercede affinché si realizzi questa comunione eterna di vita, promessa dal Buon Pastore alle sue pecore che non andranno perdute in eterno e che nessuno strapperà dalla sua mano (cfr Gv 10,28).

Carissimi, abbiamo ascoltato il Vangelo delle Beatitudini (Mt 5,1-12). Esse sono come l’autoritratto di Gesù, che Lui stesso rende disponibile ai suoi discepoli, proclamando: «Beati voi!» (v. 11). Le Beatitudini sono la via della vita piena e compiuta, già ora e per l’eternità. Quando noi le sentiamo proclamare nella Liturgia – lo sappiamo –, è il Signore Risorto che ci parla. E questo annuncio di salvezza che sono le Beatitudini risuona con particolare forza spirituale in un cimitero, che è come una soglia tra l’aldiquà e l’aldilà, tra l’esistenza terrena e l’oltre che ci attende. Gesù Risorto ci dice: beati coloro che vivono secondo questa via, perché di essi è il regno dei cieli.

Tra le otto Beatitudini del Vangelo di Matteo ce n’è una che oggi ci tocca in modo particolare: «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati» (Mt 5,4). In questo momento vogliamo pregare per quanti hanno perso da poco una persona cara; in particolare per coloro ai quali l’ha strappata l’assurda violenza della guerra. Possano le lacrime di tante madri, di tanti bambini, di tanti anziani toccare le coscienze di chi ha potere di far tacere le armi!

Nell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, viene spontaneo ricordare la “beatitudine” che egli aggiunse al Cantico delle creature, quando capì che era vicina la sua fine: «Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, / dalla quale nullo omo vivente può scappare: / guai a quelli che morranno ne le peccata mortali; / beati quelli che troverà ne le tue santissime voluntati, / ka la morte secunda no ‘l farà male».

Cari fratelli e sorelle, la fede in Cristo ci dice che il nostro legame con i fedeli defunti non è interrotto, ma trasformato. Con la preghiera di suffragio accompagniamo i nostri cari verso la comunione piena con il Signore, quella comunione che realmente pregustiamo già qui, nel Sacramento dell’Eucaristia. Animati da questa fede piena di speranza, proseguiamo il nostro cammino terreno, in attesa del giorno in cui Egli asciugherà ogni lacrima, quando «non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4).

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“Il giorno dei morti”. La nostra vita legata a chi non c’è più di Gennaro Matino

“Il giorno dei morti”. 
La nostra vita legata
a chi non c’è più
di Gennaro Matino


Stiamo diventando capaci di cancellare i morti senza nemmeno aspettare che muoiano. Basta smettere di ascoltare un anziano, considerare inutile una storia, trovare ingombrante qualcuno che non tiene il nostro passo. Prima viene l’irrilevanza. Poi il silenzio. La morte, qualche volta, trova il lavoro già cominciato. Arrivano i giorni dei santi e dei defunti.

Torneremo nei cimiteri, porteremo fiori, cercheremo un nome tra le lapidi. Oppure no. Non so se questa ricorrenza sia ancora avvertita come una volta. E diffido della nostalgia che assolve il passato soltanto perché è passato: anche ieri si potevano onorare i morti e mortificare i vivi. Ma vorrei capire che cosa accade quando si assottiglia il legame con chi ci ha preceduti.

Quale idea dell’uomo prende il suo posto. Quale libertà crediamo di guadagnare diventando senza debiti, senza eredità, senza nessuno da ringraziare. Abbiamo a disposizione archivi immensi. Fotografie che riaffiorano sul telefono, messaggi conservati, voci che possiamo riascoltare. Eppure si può possedere ogni immagine di una persona e averne smarrito la presenza. Il dispositivo restituisce una data; il dolore domanda che cosa ne abbiamo fatto di quell’amore.

Nessuna notifica può rispondere per noi. La memoria comincia precisamente lì: quando ciò che è stato torna a interrogarci. Mio padre, mia madre, mio figlio, mia figlia, un amico, una donna che mi ha insegnato a leggere, qualcuno che mi ha raccolto in un giorno sbagliato. Persone dalle quali continuo a ricevere qualcosa anche dopo la loro morte. Un gesto, un modo di apparecchiare, una frase che mi sorprendo a ripetere. Crediamo di abitare soltanto una casa, una città, un presente. Abitiamo anche le vite che ci hanno fatto posto. Per questo il cimitero può essere un luogo politicamente scomodo. Sotto quelle pietre crolla la favola dell’individuo che si è fatto da sé. Nessuno è arrivato fin qui da solo. Qualcuno ha lavorato prima di noi, ha rinunciato, ha avuto paura, ha sbagliato, ha ricominciato. Qualcuno ha conquistato diritti che oggi consumiamo come fossero servizi inclusi nel prezzo.

Davanti a una tomba la gratitudine smette di essere buona educazione e diventa conoscenza: finalmente vediamo quanto della nostra vita appartenga al dono degli altri. Ma ricordare costa. Chiede tempo e, soprattutto, disponibilità a lasciarsi correggere. Un passato ridotto a celebrazione è innocuo: qualche corona, un discorso, tutti a casa. Una memoria viva può invece contestare le nostre scelte. Domandarci perché invochiamo i sacrifici dei padri mentre ne disperdiamo le conquiste. Perché insegniamo ai ragazzi a celebrare la libertà e così poco a riconoscere quando viene umiliata. Perché ci commuove una vecchia fotografia di famiglia e ci infastidisce la lentezza di chi, in quella fotografia, era giovane. Anche i morti, poi, subiscono la nostra voglia di possesso. Li vorremmo tutti esemplari, tutti dalla nostra parte, finalmente incapaci di contraddirci. E invece fare memoria esige verità. Ci sono eredità da accogliere e altre da interrompere.

Affetti da custodire e ferite alle quali impedire di diventare destino. Si può amare un padre senza ripeterne gli errori. Si può appartenere a una storia trovando il coraggio di cambiarne la direzione, con la forza di perdonarla. È una responsabilità adulta: ricevere, discernere, consegnare. Qui passa una soglia decisiva. Dal ricordo che mi consola alla memoria che mi impegna. Se il dolore per una persona perduta mi rende più attento alla solitudine di qualcuno, quel legame sta ancora generando vita. Se invece diventa il confine entro cui riconosco soltanto i miei, qualcosa si è chiuso. Esistono morti senza visite, senza fiori, perfino senza nome. Famiglie che non hanno una tomba davanti alla quale fermarsi. La pietà incontra la sua misura più esigente quando arriva fin dove non abbiamo parentele da difendere. E c’è un altro debito che questi giorni dovrebbero aiutarci a vedere. Noi saremo il passato di qualcuno. Di questa stagione resteranno conseguenze che altri dovranno abitare: una terra custodita o consumata, istituzioni credibili o svuotate, parole affidabili o rese inutili dall’inganno. Ci preoccupiamo di quale ricordo lasceremo. Dovremmo cominciare da quale mondo. Forse, allora, nei prossimi giorni potremmo fermarci un poco di più davanti a un nome. Lasciarlo tornare persona. Raccontarlo a un bambino, senza trasformarlo in una statua. Dire il bene ricevuto, riconoscere il male, trovare una parola che meriti di essere portata avanti. Il tempo senza memoria comincia quando nessuno sente più di dover raccogliere e consegnare qualcosa. I fiori servono.

(Fonte: “la Repubblica” – Napoli – 1 novembre 2026)

#L'INFERNO - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#L'INFERNO
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Da quando l’uomo non crede più all’inferno,
ha trasformato la sua vita in qualcosa che somiglia all’inferno.
Non può farne a meno.


       Proponiamo una sorta di provocazione. Nel giorno in cui nella cristianità si celebrano tutti i santi ci affacciamo per contrasto sull’antipodo del paradiso, ossia sull’abisso infernale e lo facciamo attraverso uno degli Aforismi, sempre taglienti e acuti, che ci ha lasciato lo scrittore e giornalista Ennio Flaiano (1910-1972). Spirito profondamente laico, era però attento anche a smitizzare certi luoghi comuni della boria intellettuale e sociale dei suoi e dei nostri giorni, ritrovando valori antichi e non di rado cristiani. Ora, se si va un po’ oltre la fantasmagoria iconografica dell’inferno popolato di diavoletti e di crepitanti fiamme, si può intuire quanto sia tragica quella situazione in cui siano spenti l’amore, la speranza, la luce, la trascendenza: questo è, infatti, l’inferno. È ciò che lo scrittore francese Georges Bernanos metteva in bocca al suo famoso curato di campagna: «L’inferno, signora, è non amare più».

      È per questo che in un’altra sua opera, Il signor Ouine, lo stesso autore cattolico affermava: «Si parla sempre del fuoco dell’inferno, ma nessuno l’ha visto. L’inferno è freddo». Sì, esso è solitudine, silenzio carico d’odio, è assenza di Dio che è luce e amore per definizione. Là l’uomo è abbandonato a sé stesso, ai suoi vizi e alle sue follie. La Bhagavadgita, che è considerata come il parallelo del nostro testo sacro evangelico per gli indù, dichiara che «l’inferno ha tre porte: lussuria, ira, avarizia». 
    È per questo che possiamo dar ragione a Flaiano: abbiamo spesso trasformato la società in qualcosa che somiglia all’inferno. Lo si deve riconoscere senza retorica ed enfasi, ma con l’esperienza di molte vicende di cronaca.

lunedì 2 novembre 2026

Alberto Maggi: 2 NOVEMBRE… MORTI o DEFUNTI?

Alberto Maggi
2 NOVEMBRE… MORTI o DEFUNTI?


Ogni 2 novembre la Chiesa celebra la Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Per la sua comprensione è di fondamentale importanza soffermarsi sulla terminologia usata. Nella liturgia non si parla genericamente di "morti", ma di "defunti", sebbene nel linguaggio comune i due termini siano spesso considerati sinonimi. Ma non è così, e la differenza tra le due parole è profonda.

Il "morto" (dal latino mortuus) descrive l'evento biologico, la cessazione delle funzioni vitali, lo stato di fine: è uno sguardo puramente orizzontale che si ferma al dato oggettivo dell'assenza di vita fisica e alla constatazione di una chiusura. 
Il "defunto", invece, ci apre a una prospettiva radicalmente diversa. Il verbo defungere, da cui deriva, affonda le sue radici nel latino defungi (composto da de- e fungi), che significa aver compiuto, adempiuto fino in fondo un compito o un ministero. Non indica la cessazione della vita, bensì il compimento di una missione terrena, affinché la vita stessa possa proseguire, trasformata, in forme nuove.

Per un uso corretto del linguaggio e della visione cristiana, bisognerebbe inoltre evitare di contrapporre la vita alla morte. Sarebbe più corretto parlare della nascita e della morte come di due eventi che appartengono entrambi al medesimo ciclo della vita: l’ingresso e l’uscita dall’esistenza terrena sono due porte del medesimo cammino.
In ciascuna di queste due fasi si verificano, in modo paradossale, una nascita e una morte. Nella nascita terrena, il neonato "muore" alla condizione precedente: lascia il grembo materno, luogo di sicurezza e protezione, per affacciarsi verso l'incognito. Ma questa "morte" è la sua unica possibilità di continuare a vivere: solo uscendo dal grembo potrà incontrare la luce e sperimentare l'amore con cui i genitori lo attendevano. Ugualmente nel momento della morte, l’uomo lascia un mondo noto e rassicurante per nascere a una dimensione ulteriore. Solo attraverso questo passaggio l’individuo può sperimentare la pienezza dell’amore di Dio, che lo avvolge della sua luce. Non a caso, fin dai primi secoli del cristianesimo, il giorno della morte dei fedeli veniva chiamato dies natalis, ovvero il "giorno della nascita", il compimento e il coronamento dell'esistenza terrena.

Con la morte la relazione tra i viventi e i defunti non si interrompe, ma cambia modalità di comunicazione. Così come accade nell'arco della vita terrena — in cui il modo di relazionarsi con un bambino è diverso da quello con un adulto o un anziano —, così l'affetto e la comunione con chi ci ha preceduto continuano in una forma nuova, ancora più intensa, spirituale e profonda.

Il messaggio centrale del Vangelo è che, attraverso la morte, la persona continua a esistere in una diversa dimensione, in una continua crescita e trasformazione verso la propria realizzazione definitiva. Come recita il Prefazio della Messa dei Defunti — attingendo a testi liturgici latini antichissimi, tra cui il Sacramentario Gelasiano: «Vita mutatur, non tollitur» (La vita non viene tolta, ma trasformata).
Questa formula rappresenta l'espressione più antica e limpida della fede della Chiesa di fronte al mistero della morte. A passare oltre è la persona nella sua interezza, non una semplice astrazione. Come scrive Paolo nella Prima Lettera ai Corinti: «Si semina un corpo materiale, risorge un corpo spirituale» (1 Cor 15,44); «E come abbiamo portato l'immagine dell'uomo di terra, così porteremo l'immagine dell'uomo celeste» (1 Cor 15,49).
La vita, trasformata e impreziosita dal patrimonio di bene che ciascuno reca con sé, entra con la morte nella pienezza della comunione divina. Lo afferma con forza l’autore dell’Apocalisse: «Beati fin d'ora i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono» (Ap 14,13).
Accostando in modo paradossale due concetti apparentemente opposti — il morire e l’essere beati —, la Scrittura ricorda che la morte fisica non ha l’ultima parola. La morte non è una sconfitta, né un annientamento o una dolorosa attesa nel vuoto, ma il definitivo passaggio verso la pienezza della Vita.
(fonte: bacheca fb dell'autore)


ANGELUS 01/11/2026 - Leone XIV: La Vergine Maria, beata perché ha creduto alla parola del Signore, accompagni i nostri passi sulla via della santità, affinché non ci stanchiamo di costruire la pace, sia nelle situazioni più importanti sia in quelle della vita di ogni giorno.

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI
PAPA LEONE XIV
ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 1° novembre 2026

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Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

La solennità di Tutti i Santi, che oggi celebriamo, ci invita a gustare la gioia di quella innumerevole famiglia di uomini e donne che, seguendo il Signore Gesù, hanno fatto della propria vita un dono a Dio e al prossimo e che, nei differenti percorsi di santificazione, hanno desiderato «l’oceano dell’infinito amore», secondo una bella espressione di Papa Benedetto XVI (Lett. enc. Spe salvi, 12).

La Liturgia della Parola di questa festa ce li descrive come una «moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (Ap 7,9). Oggi, infatti, celebriamo tutti i santi: quelli che la Chiesa ha riconosciuto come tali e anche i tantissimi che non lo sono stati ma che Dio conosce. Come ci ricorda il Vangelo odierno (cfr Mt 5,1-12), si tratta di poveri in spirito, ma ricchi dell’amore di Dio. Hanno volti rigati dalle lacrime, ma consolati nella preghiera. Sono miti di fronte alla violenza e ricompensati dal Padre. Affamati di giustizia e saziati nell’intimo della coscienza. Disponibili al perdono e abbracciati dalla misericordia. Disarmati nel cuore, ma custoditi da Dio. Costruttori di pace, chiamati per nome da Dio. Perseguitati e offesi, ma forti nella fede e nella carità.

È proprio vero che è impossibile “contare” la schiera di questi fratelli e sorelle, e non solo numericamente: la santità, infatti, non è riducibile a nessun calcolo, perché così è il bene che tutti i santi hanno diffuso attorno a sé nel mondo. Guardando ad essi con ammirazione ci chiediamo: queste persone, con la grazia di Dio, che cosa hanno generato? Essenzialmente gesti e scelte d’amore, che superano i calcoli dell’avidità e la prepotenza del male che a volte sembra prevalere. I santi e le sante sono il segno più bello e più forte del Regno di Dio che viene, anzi – come insegna Gesù – che è già in mezzo a noi (cfr Lc 17,20-21). Inoltre, questa moltitudine beata abbraccia le più diverse provenienze, culture e situazioni di vita: la santità non è un privilegio per pochi, ma è una vocazione universale che interpella ciascuno di noi lì dove viviamo. Questo è il messaggio carico di speranza della festa di oggi: Dio vede il bene che noi non vediamo, conosce storie che noi non conosciamo, raggiunge cuori ai quali noi non abbiamo accesso.

La Vergine Maria, beata perché ha creduto alla parola del Signore, accompagni i nostri passi sulla via della santità, affinché non ci stanchiamo di costruire la pace, sia nelle situazioni più importanti sia in quelle della vita di ogni giorno.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri, a Savannah, Georgia, negli Stati Uniti d’America, sono stati beatificati Pedro da Corpa e quattro Compagni, religiosi dell’Ordine dei Frati Minori, uccisi in odio alla fede nel 1597. Originari della Spagna, risposero con generosità alla chiamata del Signore per evangelizzare le popolazioni dell’America, fino al dono della propria vita. Invochiamo l’intercessione di questi martiri per tutti i missionari del Vangelo.

In questi giorni si è svolta l’azione umanitaria a favore della popolazione civile nella città di Oleshky. Auspico che la collaborazione tra le parti, che ha reso possibile questo doveroso gesto di umanità, faccia crescere la volontà di dialogo e porti a nuove iniziative concrete di pace. Affidiamo a Maria, Regina della pace e di tutti i Santi, quanti in ogni parte del mondo soffrono a causa delle guerre.

Da ieri fino al 13 novembre si svolgono a Dakar, capitale del Senegal, i Giochi Olimpici Giovanili, per atleti dai 15 ai 18 anni. È il primo evento olimpico organizzato nel Continente africano. Oltre alle gare, questi Giochi comprendono incontri educativi e culturali per promuovere i valori olimpici e la conoscenza tra giovani di tutto il mondo. Ecco di nuovo un segno di speranza che viene dal mondo dello sport! Saluto e benedico di cuore tutti i partecipanti.

Dall’8 al 15 novembre avrà luogo a Roma la Missione con i poveri, promossa dai Frati Minori. Mi congratulo con i figli di San Francesco che, con questa iniziativa, mettono i poveri al centro, così come faceva il Signore Gesù e come ha fatto San Francesco d’Assisi. E ringrazio le istituzioni civili e le forze dell’ordine che hanno dato piena collaborazione.

Ed ora saluto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi!

Accolgo con gioia i fedeli siro-malabaresi con i loro Pastori. Carissimi, con voi ringrazio il Signore per lo sviluppo delle vostre comunità in tutta l’Europa.

Saluto il gruppo “Capiteo” di Borbiago di Mira, in provincia di Venezia; come pure i partecipanti alla “Corsa dei Santi”, che anche quest’anno le Missioni Don Bosco hanno organizzato a Roma per promuovere lo sport come esperienza educativa.

Domani pomeriggio, nella Commemorazione di tutti i fedeli defunti, celebrerò la Messa nel Cimitero del Verano. In questi giorni sentiamoci uniti nella comunione dei santi all’immensa famiglia dei fratelli e delle sorelle che ci hanno preceduto nel pellegrinaggio terreno, e preghiamo per i defunti, specialmente per quelli che nessuno ricorda.

Grazie a tutti e buona festa!

Guarda il video




domenica 1 novembre 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - Solennità di Tutti i Santi

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


Solennità di Tutti i Santi
1° novembre 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, uniti in comunione fraterna con i Santi del cielo e con tutti i credenti, pellegrini sulla terra, eleviamo a Dio nostro Padre le nostre suppliche e le nostre intercessioni ed insieme diciamo:   

R/   Santifica la tua Chiesa, o Padre

 

Lettore


- Padre Santo, datore di ogni bene, Tu hai voluto che la tua Chiesa, radunata nel tuo nome, fosse in mezzo agli uomini come segno e strumento di unità e di vera comunione fraterna, arricchiscila del tuo Santo Spirito, perché diventi sempre più conforme all’immagine del tuo Figlio Gesù, assumendo lo stile di vita delle Beatitudini. Preghiamo. 

- Ti ringraziamo, o Padre Santo, per le tante persone sante, uomini e donne delle Beatitudini, che hanno inciso nel cammino della nostra vita e che ci hai dato la possibilità di poter conoscere sia di persona, sia attraverso i loro scritti o racconti delle loro vite: persone umili, persone capaci di piangere sulle disgrazie altrui, persone miti, amanti della giustizia, misericordiosi e compassionevoli, puri di cuore e trasparenti nel modo di essere, e di agire, costruttori di pace e capaci di donare la vita per gli altri. Sii benedetto, o Padre, perché susciti sempre in mezzo a noi nuovi testimoni del Vangelo delle Beatitudini. Preghiamo. 

- Tu, Padre Santo, nella diversità delle tante fedi continui a chiamare ogni uomo e ogni donna ad una vita veramente santa, cioè piena di senso, aperta a relazioni autentiche con gli altri e sempre capace di suscitare e custodire la comunione. Fa’ che, nonostante le differenze religiose, possiamo ritrovarci uniti nell’amore per la vita e nella custodia della “casa comune” che è il nostro creato. Preghiamo. 

- Dio della Gloria, che chiami tutti i tuoi figli ad essere santi ed immacolati nell’amore, per la fede e l’intercessione di Maria e di tutti i Santi e le Sante, converti il nostro cuore al Vangelo delle Beatitudini, disperdi i pensieri dei violenti e conferma tutti i credenti nel cammino verso la fraternità e la pace. Preghiamo. 

- Ti affidiamo, o Dio fonte della santità, i nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]. Ti affidiamo i martiri cristiani, coloro che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello; ti affidiamo le vittime della guerra, della persecuzione e della tortura a causa della giustizia, della religione, dell’appartenenza ad una etnìa. Concedi a tutti di contemplare lo splendore del tuo Volto, in comunione con tutti i Santi e le Sante della Gerusalemme celeste.  Preghiamo.


Per chi presiede

Padre Santo e fonte di ogni santità, aiutaci a vivere la vera felicità del vangelo delle Beatitudini, che ci hai donato attraverso la forma di vita e le parole del tuo Figlio Gesù, il Messia che tu hai inviato, benedetto nei secoli dei secoli.

AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 52 - 2025/2026 - Solennità di Tutti i Santi

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

Solennità di Tutti i Santi

Vangelo: 

Le Beatitudini costituiscono la Magna Charta del Regno, il documento di Identità di Gesù e di chiunque crede e spera in Lui. Il Discorso della Montagna, di cui il nostro brano fa parte, si estende per ben tre capitoli del Vangelo di Matteo (5-7) e costituisce una vera e propria catechesi battesimale, un itinerario di vita cristiana, la stessa vita di Gesù, offerta a coloro che lo amano e desiderano seguirlo. Infatti, «tutto ciò che Gesù afferma in questi versetti è quanto Lui stesso vive» (cit.). Allora come oggi, appare evidente che le vie di Dio non sono le nostre vie (cfr. Is 55,1-11), il suo progetto sull'umanità non coincide con il nostro, anzi è esattamente all'opposto, due modi di valutare e vivere l'esistenza totalmente antitetici. Possiamo ancora udire l'eco dell'appello di Gesù che ci invita alla conversione (Mt 4,17), un cambiamento di mentalità, un radicale capovolgimento del modo di intendere i rapporti umani e la vita. Per noi sono beati i forti, i potenti, i ricchi, coloro che possono e contano. Per Gesù, invece, sono beati i poveri, i disprezzati, gli oppressi, gli umili e gli umiliati, chi nulla può e conta. Questi dodici meravigliosi versetti non hanno come destinatari solo preti e religiosi, gli addetti ai lavori, essi sono l'imperativo categorico, il vademecum irrinunciabile per quanti - battezzati e non - sono alla ricerca della propria identità di uomini, la lampada che illumina il cammino di tutta la vita. A cominciare da coloro che credono in Gesù, quelli che hanno liberamente operato l'Opzione Fondamentale, quella cioè di seguirlo, facendo di Lui la loro vita e la loro regola di vita.


sabato 31 ottobre 2026

TUTTI I SANTI - ANGELI TRAVESTITI D’ARCOBALENO "Le beatitudini non sono le vie per entrare più facilmente in paradiso, ma il segreto per stare bene qui, l’alternativa per un mondo migliore." - Solennità TUTTI I SANTI - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

TUTTI I SANTI - ANGELI TRAVESTITI D’ARCOBALENO


Le beatitudini non sono 
le vie per entrare più facilmente in paradiso, 
ma il segreto per stare bene qui, 
l’alternativa per un mondo migliore.


In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Mt 5,1-12a
  

TUTTI I SANTI - ANGELI TRAVESTITI D’ARCOBALENO
 
"Le beatitudini non sono le vie per entrare più facilmente in paradiso, ma il segreto per stare bene qui, l’alternativa per un mondo migliore."


A Cafarnao, sulla collina, per la prima volta i poveri odono risuonare parole in favore degli ultimi.

Gesù è il nuovo Mosè sul monte, ma con una differenza sostanziale: fa passare dall’etica del dovere a ubbidire solo alla felicità, perché le beatitudini non sono un altro elenco di comandamenti, sono la bella notizia che la gioia è amica di Dio.

La genialità di Gesù consiste nel fatto che non le fonda su di un divieto. Non mette paletti, lui apre territori nuovi che sprizzano umanità. Ci assicura che la strada verso Dio non è lastricata di proibizioni, ma di doni e profezie.

Gesù ha diviso ogni beatitudine in due parti: la prima mette a fuoco una categoria che diresti perdente: poveri, miti, bastonati…; la seconda racconta di un dono, offerto dalla mano di Dio.

Scandiscono due tempi: il primo è al presente: ‘quelli che piangono’, il secondo al futuro: ‘saranno consolati’. Il presente è la nostra cronaca, il futuro è dono. Ma il punto di svolta è nel ‘perché’, nel motivo: perché di essi è il Regno, perché avranno la terra, perché vedranno Dio.

Beati i poveri perché poveri? No. Ma perché non è immobile la loro storia: l’opera di Dio li raggiunge. Beati perché è arrivato Uno che si è fatto povero con loro, e così il mondo inizia a cambiare. E poi sono arrivati anche i suoi discepoli a camminare con i poveri, che sono come passeri nel nido delle Sue mani.

C’è da tremare, a pensare al contrario delle beatitudini: beati i ricchi, beati quelli che fanno piangere, beati i violenti, gli sporchi, i cattivi. Da tremare, a pensare che mondo terribile ne uscirebbe. Le beatitudini allora non sono le vie per entrare più facilmente in paradiso, ma il segreto per stare bene qui, l’alternativa per un mondo migliore.

Beato… e pensiamo subito ai sinonimi: felice, gioioso, fortunato. Ma il termine è molto di più. Lo trovi nella prima parola del primo salmo, gli fa eco la prima parola del primo discorso di Gesù, passa attraverso i profeti, raggiunge e si annoda con un altro filo del meraviglioso arazzo biblico: ‘alzati!’, esortazione che riecheggia cento e cento volte, come un filo rosso che attraversa tutti i libri: “Beato” è l’uomo che si alza e va (Salmo 1,1).

Beato vuol dire: in piedi, avanti, alzatevi, voi poveri; in piedi voi miti; avanti, Dio cammina con voi! In piedi voi che siete a terra. Sono le parole della speranza, che è la testarda idea che la fede è un cantiere di vita bella e gioiosa.

Ascolto Gesù e capisco che i silenziosi legislatori del mondo sono uomini e donne teneri e limpidi. Sono loro i tessitori segreti del meglio, costruttori di pace che sussurrano ordini al futuro, piccoli miglioratori del mondo.

Le beatitudini sono le ferite della vita trasformate in fessure, in crepe, attraverso le quali filtra un arcobaleno insperato. Sono arcobaleni, sono angeli travestiti. Angeli senza ali, ma che annunciano: Dio regala gioia a chi produce amore.

CETTINA MILITELLO - La sinodalità: una Chiesa popolo di Dio in cammino, tra speranza e realtà (Testo e video)



La sinodalità: 
una Chiesa popolo di Dio in cammino, 
tra speranza e realtà
di Cettina Militello


21.10.2026 - Secondo dei Mercoledì della Spiritualità 2026

promossi dalla Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

".. La novità del Vaticano II sta innanzitutto nel disegno esplicito di riallacciare il rapporto con la modernità oltre le sterili condanne che hanno sancito rotture progressive, senza per altro arginarne la spinta secolarizzante. Riallacciare i rapporti con la modernità voleva dire anche raccogliere e mettere in circolo i movimenti di rinnovamento che, più o meno condannati, avevano avviato a un recupero delle fonti, della storia innanzitutto, ma poi, con metodologia critica, della Scrittura, dei Padri, della tradizione liturgica, teologica, canonica… Si colloca in questo quadro la riscoperta del popolo di Dio come connotato identitario e accomunante i membri tutti della Chiesa, senza distinzione di genere e di grado. Tale dato identitario è radicato nel battesimo, meglio nella iniziazione cristiana, Si tratta di un elemento fondativo che precede e regge ogni distinzione successiva. Quest’ultima non cancella la partecipazione comune al munus regale sacerdotale e profetico. Al contrario ne chiede l’esercizio. Riconosce la profezia comune, la presenza in tutti e ciascuno dei carismi e, come diremmo con linguaggio post-conciliare, ne chiede la traduzione in ministeri. La sua espressione massima è il sensus fidei di cui è portatore l’intero popolo di Dio, senza distinzione alcuna. Il popolo di Dio è altresì individuato nella sua indole peregrinante. È una comunità di uomini e donne, alacremente impegnati a implementare il regno di Dio di cui sono segno mentre incedono verso Cristo che torna. Il capitolo II di LG, al n, 9 descrive l’identità e le caratteristiche di questo popolo. I nn. 10-11 ne leggono la soggettualità nelle azioni sacramentali. Il n. 12 ne declina lo statuto profetico. Il che trova riscontro ai nn. 30-34 del capitolo IV. D’altra parte il capitolo V ne indica la comune vocazione alla santità e il capitolo VII l’indole peregrinante.  .. "
..
Dal mio punto di vista i punti fermi come le sfide, i nodi insomma, sono quelli che ho indicato alla fine della mia introduzione agli Atti del convegno che ha voluto offrire al Sinodo il contributo dell’Istituto Costanza Scelfo. 

I suoi dieci punti riletti oggi attestano insieme una attesa in parte disattesa ma anche la caparbia speranza che la Chiesa acquisisca uno stile e un volto, uno statuto autenticamente sinodale. Scrivevo:
  1. La sinodalità prima che stile e metodo dice l’identità della Chiesa originariamente raduno/assemblea     2. In essa ogni credente ha un suo proprio dono diretto alla crescita del corpo 
 3. Occorre riscoprire e discernere l’exousia che connota ogni dono e lo flette come regalità/sacerdozio/profezia 
   4. Proprio la presenza dello Spirito e il dono/nome proprio di ciascuno esige la partecipazione di tutti ai processi di elaborazione/confessione/trasmissione/celebrazione della fede e alle decisioni operative che ne conseguono 
   5. Occorre estromettere le criteriologie gerarcologiche, androcentriche, sacrali accettando la sfida della convergenza/sinfonia dei doni e consentirne quanto più possibile l’autorevole traduzione in ministeri, mettendo in atto criteri di discernimento volti al riconoscimento compartito della competenza propria a ciascuno. 
 6. Occorre espungere il clericalismo e rompere le dicotomiche asimmetrie maschio/femmina; chierici/laici così da ripensare il ministero fuori dalle logiche mondanizzanti e violente del potere per riacquisirlo come vicendevole servizio 
 7. Create a immagine della Trinità e chiamate a compartirne la vita, le Chiese tutte devono testimoniarne l’indole di comunione e attestare il principio dell’inter-relazione come costitutivo del mistero di Dio e delle sue stesse creature
  8. La sinodalità è operatività inter-relazionale, duttile a forme sempre nuove, comunque radicate nell’originario camminare insieme che connota gli uomini e le donne tutti, credenti e non credenti 
  9. Diviene sussidiarietà aprendosi all’ecosistema planetario globale di cui tutti e tutte facciamo parte 10. Dice la Chiesa come vigile interprete dei segni dei tempi, vuoi nella conversione permanente dei soggetti vuoi nella permanente e necessaria riforma delle sue strutture. 

Precisavo che il mio non era un decalogo esaustivo ma provocatorio. Si può facilmente costatare come non pochi punti convergano con il magistero di Francesco. Ma nella prassi restano tanti i temi caldi e le questioni aperte… Discernimento, carismi, soggettualità battesimale, autorevolezza, ministero e altro ancora si incrociano con il nodo ineludibile di una riforma della Chiesa possibile solo a partire da una interrelazione sinodale, perciò fraterna e sororale.
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Serve un’economia che persegua, con la collaborazione di tutti, il bene comune di Marianna Mazzuccato

Serve un’economia che persegua,
con la collaborazione di tutti,
il bene comune
di Marianna Mazzuccato*


*Economista e docente all’University College di Londra, dirige l’Institute for Innovation and Public Purpose, è membro del Comitato per le Politiche di Sviluppo delle Nazioni Unite e collabora inoltre con l’Ocse.



Quando ho cercato di mettere in pratica le idee proposte nei miei libri precedenti, è diventato sempre piú chiaro che per accostarci efficacemente ai grandi problemi che oggi abbiamo davanti – come garantire a tutti assistenza sanitaria e lottare contro i cambiamenti climatici – non serve soltanto uno Stato innovatore e politiche economiche orientate alle missioni, ma anche un’economia nuova basata su un’azione collettiva che gravita intorno al bene comune, perché tutti i problemi con cui ci misuriamo possono essere affrontati soltanto attraverso la collaborazione tra soggetti diversi e attraverso la loro intelligenza collettiva. Se non saremo in grado di lavorare insieme, mettendo al centro la creazione collettiva del valore, non potremo sperare di raggiungere risultati «buoni». 
E soprattutto, «buono» non può voler dire semplicemente riempire le falle facendo le cose che il settore privato non fa: dev’essere un obiettivo da raggiungere insieme, non una correzione per qualcosa che manca. Finché saranno concepiti solo come rimedi all’assenza di investimenti privati in determinate aree, i «beni pubblici» (come le strade, la difesa nazionale e la ricerca di base) non saranno una teoria del pubblico, ma solo una teoria di quello che il settore privato non fa. E finché i «beni comuni» (come laghi e boschi gestiti dalle comunità) saranno una soluzione di ripiego di fronte all’incapacità di imprese e organismi pubblici di gestirli, strutturare le ambizioni e collaborare in modo proattivo intorno a obiettivi condivisi continuerà a essere complicato. Un approccio che prende le mosse da un fallimento, di qualunque genere, è negativo e reattivo per definizione e destinato, in ultima analisi, all’insuccesso.

In tutto il libro svilupperò il concetto che un’economia del bene comune è un’economia focalizzata sui risultati, con la partecipazione, l’apprendimento, la trasparenza, la reciprocità e la condivisione dei benefici come elementi centrali della collaborazione per raggiungere questi risultati. Significa predisporre nel modo giusto fin dall’inizio le relazioni e le strutture economiche, invece di correggerle e raccogliere i cocci a posteriori. Questa prospettiva sposta la domanda da «Che cosa dovrebbe fare lo Stato (o le imprese)?» a «Come possiamo lavorare insieme — noi governi, imprese, comunità, individui — per risolvere sfide che riguardano tutti? E come ci valutiamo a vicenda nel quadro di questo processo?»

Il bene comune non può essere una correzione a posteriori, dev’essere l’asse portante di tutte le relazioni economiche. Per esempio, durante una pandemia, se l’obiettivo è consentire a tutte le persone in tutto il mondo di poter accedere ai vaccini (il risultato), non basta semplicemente fabbricarne tanti (la produzione): è come li si fabbrica che conta. Allo stesso modo, se si istituisce un fondo con l’obiettivo di contribuire a migliorare la vita delle persone che abitano nella foresta amazzonica brasiliana, allora quello che conta è quanto queste persone sono coinvolte nella gestione del fondo. Per il bene comune, è indispensabile che l’obiettivo sia al centro delle collaborazioni per l’innovazione e della struttura dei meccanismi di finanziamento, per garantire che la conoscenza e il potere siano condivisi. È questo che intendo quando dico che dobbiamo occuparci anche della predistribuzione e non solo della ridistribuzione.

Sostengo da tempo, nei miei libri e in altri scritti, che il problema del capitalismo non è la crescita in sé, ma il modo in cui ci approcciamo alla crescita. I parametri che utilizziamo sono sbagliati perché confondono il prezzo con il valore, al punto che inquinare fa crescere il PIL, se qualcuno viene pagato per bonificare le aree colpite. Il metodo di valutazione dei costi e dei benefici è sbagliato, perché non teniamo conto del fatto che i costi del non agire (in ambiti come i cambiamenti climatici) sono piú alti dei costi dell’agire. L’approccio che usiamo per valutare la situazione è sbagliato, perché diamo la priorità ai risultati immediati invece che a una trasformazione nel lungo periodo dell’economia nel suo complesso. E infine, è sbagliato il dibattito: da un lato chi invoca la decrescita e dall’altro chi sostiene che la crescita è prioritaria, anche a discapito della risoluzione di problemi come il riscaldamento globale. È concentrandoci su obiettivi di ampio respiro che influenzano la struttura dei contratti pubblico-privato in tutta l’economia, come una decarbonizzazione dei trasporti attraverso investimenti nella mobilità sostenibile, è focalizzandoci sull’impatto a lungo termine delle misure, per non rimanere invischiati in discussioni asfittiche sui (falsi) vincoli di bilancio, ed è facendo in modo di valorizzare e ricompensare tutti coloro che contribuiscono alla salute, al benessere e alla produttività delle nostre economie che potremo arrivare ad avere una crescita buona. Quello che fa questo libro è dedicare molta piú attenzione alle modalità dei rapporti fra tutti gli attori e all’importanza fondamentale che hanno per l’obiettivo della crescita buona: i rapporti tra imprese e Stato (per esempio i diritti di utilizzo dell’acqua e i diritti di proprietà), tra capitale e lavoro (per esempio la condivisione dei benefici) e tra cittadini e Stato (per esempio avere la possibilità concreta di far sentire la propria voce e contribuire alle decisioni a livello locale). A che serve parlare di una nuova economia piú verde se tutti questi rapporti replicano i problemi di fondo della vecchia economia?

Per focalizzarmi su questi rapporti, attingerò alla tradizione filosofica del bene comune, dagli antichi Greci che si preoccupavano della «vita buona» fino ai moderni pensatori comunitaristi che mettono l’accento sulle relazioni e la costruzione di comunità, e anche gli approcci olistici derivati dalla filosofia non occidentale, incentrati sulla dipendenza reciproca degli individui e su un rapporto piú stretto con la natura. Tutto ciò significa soprattutto dedicare attenzione non solo a come tutti gli attori economici si relazionano tra loro, ma anche a cosa vogliamo conseguire.

(Fonte:  “La Stampa”  -  27 ottobre 2026)

venerdì 30 ottobre 2026

C’è ancora bisogno dello spirito di Assisi di Tonio Dell'Olio

C’è ancora bisogno dello spirito di Assisi 
di Tonio Dell'Olio


Si sono concluse ieri ad Assisi le giornate di dialogo e preghiera per la pace promosse dalla Comunità di Sant'Egidio, a quarant'anni dallo storico incontro voluto da Giovanni Paolo II. Tre giorni di testimonianze e confronti tra religioni e culture differenti. Un grido corale contro la guerra.

Nel suo videomessaggio Leone XIV ha scandito: 
“Non c'è nessuna guerra santa: solo la pace è santa!”. 
Ed è stato proprio Papa Prevost a condensare mirabilmente il senso del processo nato nel 1986:
 “Proprio in questi tempi di cultura della potenza – ha detto –, c’è bisogno di far crescere lo spirito di Assisi, che è rifiuto della legittimazione religiosa della guerra, spirito di mediazione e dialogo, esperienza contemplativa e azione creativa per un futuro di pace. 
Sì, perché la pace deve tornare a essere l’ideale comune dei popoli, la stella che guida ogni nostra scelta, il criterio che smaschera l’ingiustizia, l’orizzonte comune di tutte le genti”.
Il patriarca Bartolomeo I durante la preghiera cristiana ha interrogato con coraggio le Chiese: quarant'anni di dialoghi non sono bastati a fermare guerre, nazionalismi e fondamentalismi, anche cristiani. Abbiamo continuato a incontrarci senza incidere abbastanza sulla storia. 
Una provocazione che non possiamo eludere. 
Non basta chiedere a Dio di disarmare il mondo se custodiamo le armi nei nostri cuori.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 28.10.2026)

Enzo Bianchi: L’arte di scegliere secondo Dio

Enzo Bianchi
L’arte di scegliere secondo Dio   
 
Famiglia Cristiana - 18 ottobre 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?


Il discernimento è un dono da coltivare per imparare a leggere ciò che abita il cuore 
e per orientarsi nelle situazioni complesse della vita

Parlare di “discernimento spirituale” è ormai abbastanza consueto per i cristiani. Ma l’uso che spesso si fa di questa categoria rivela che il suo reale significato resta oscuro.

Occorre anzitutto precisare che l’espressione “discernimento degli spiriti” (1Cor 12,10) appartiene al vocabolario di san Paolo e indica un’operazione che potremmo definire in questo modo: la capacità, per dono di Dio, di distinguere ciò che lo Spirito santo suggerisce al cuore del cristiano. In altre parole, il discernimento è il senso interiore delle cose, la pronta e vigile capacità di capire e scegliere ciò che è bene in ogni situazione, di “valutare ciò che è meglio” (Fil 1,10): esso nasce dall’azione dello Spirito santo nel cuore dei cristiani (cf. 1Gv 2,20.27), Spirito di Dio che si unisce al nostro spirito. Il discernimento spirituale non può dunque essere considerato una tecnica o una “ricetta predefinita”, ma è la grazia di una conoscenza affinata e critica, proveniente da una luce interiore, ispirata e sostenuta dalla Parola di Dio.

Mettere in atto tutte le proprie facoltà intellettuali per giungere a esercitare il discernimento è un dono e una responsabilità. È un lavoro indispensabile nella vita spirituale, per “discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, gradito e maturo” (Rm 12,1), per “distinguere il bene dal male” (Eb 5,14); è quell’operazione preventiva di provare, esaminare sé stessi e il proprio comportamento (cf. 2Cor 13,5; Gal 6,4), oppure “gli spiriti” (1Gv 4,1), per non confondere la fede con qualsiasi ispirazione. La vita infatti è complessa, sempre esposta al male e al bene, tentata dal divisore e nel contempo animata dalle energie dello Spirito santo.

Immerso in questa complessità, il cristiano è chiamato sovente a scegliere un’azione piuttosto che un’altra, ad accogliere o rifiutare una chiamata. Proprio qui si situa la necessità del discernimento, carisma che va invocato, custodito e costantemente affinato; fino a possedere, se Dio lo concede, quella chiaroveggenza spirituale che è vera partecipazione allo sguardo di Dio sugli uomini, sulle cose e sugli eventi, attraverso un progressivo cedere alla sua grazia che ci attira.

Pubblichiamo postuma questa puntata della rubrica che fratel Enzo Bianchi ci aveva consegnato prima di lasciarci.
(fonte: Altrimenti, blog dell'autore)