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martedì 27 settembre 2022

Cristiana Dobner: Il Pane eucaristico è la nostra manna per sempre

Cristiana Dobner
Il Pane eucaristico è la nostra manna per sempre

Solo quando il pane viene spezzato diventa il Pane, solo quando ci lasciamo spezzare aprendoci all’accoglienza, al servizio degli altri e così vengono spezzate quelle nostre radicatissime fibre di egoismo che ci abitano, solo allora può germinare la pace, quella vera e non si insinua quel silente clima che prelude alla guerra, alla divisione, alla sopraffazione che poi sfocia, irrimediabilmente, in un conflitto che mira solo a conquistare e ad uccidere

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Il gusto della vita”, come per i due discepoli di Emmaus, è per noi, un dono che attende solo di essere accolto: vogliamo lasciar tessere la nostra vita da quel Pane che è Egli stesso per noi.
La manna non è soltanto un racconto, o peggio un aneddoto biblico, è un evento che si può toccare con mano perché avvenuto nella realtà, perché volto a lodare l’Altissimo che soccorre quando ormai tutto viene a mancare.

I botanici ci insegnano che molte piante producono la manna, cioè una sorta di lattice ma il popolo d’Israele non l’aveva mai conosciuta e, ancor meno, non l’aveva mai mangiata. Dovette quindi apprendere a riconoscere la manna, a raccoglierla quando fosse protetta dai due strati di rugiada, per poi giungere a quella soglia così ardua per ogni persona umana: imparare a non conservare, a non ammassare per sentirsi al sicuro, per poter contare su di sé e dirsi: “Ne ho per un tempo lungo”.

Chi agisce così ha assimilato e fatta propria la mentalità del business, del marketing, degli affari e dei guadagni che, pare, mettano al sicuro l’esistenza.
Ben altro è richiesto a chi segue l’Altissimo: accettare da Lui quanto ti offre, giorno per giorno, e affidarti credendo che Egli non ti mancherà mai, in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza.
Non è immediato avvertire, magari anche in anticipo, i morsi della fame, i richiami della propria fisicità e dirsi: “Se oggi mi sono nutrito, Egli è Padre generoso e mi provvede tutto, anche per il futuro”. Si insinua un terribile e devastante dubbio: “…ma forse domani non potrebbe smettere di esserLo?”.
L’angoscia del domani e il controllo su di sé patiscono uno scacco matto ben conosciuto: tu raccogli, metti da parte, valuti le tue risorse ma non puoi valutare e, tanto meno, prevedere quanto in realtà accade o accadrà. Tant’è vero che l’indomani la tua riserva pullulerà di vermi.

Secoli sono passati e ancora noi non ci crediamo e poniamo sempre davanti la nostra capacità di valutazione, di conoscenza della storia e di ogni vicenda umana, dimenticando che siamo sempre solo secondi e che il primo è sempre Colui che ci ha creati e salvati.

Manna salutare e salvifica se presa dalle Sue mani. Affidata alle nostre mani, quando vogliono essere indipendenti ed assolute, verminose.
La tradizione dei Maestri d’Israele ci insegna che lo sguardo dell’Altissimo era già chino sul suo popolo ben prima che sperimentasse l’indigenza dell’attraversata del deserto, perché la manna era una delle dieci cose da Lui create al crepuscolo della vigilia del primo Shabbat: aveva un sapore come il pane per i giovani adulti, di pasta impastata nell’olio per gli anziani e di pasta fritta nel miele per i bambini.

Manna sempre per noi il Pane eucaristico.

Solo quando il pane viene spezzato diventa il Pane, solo quando ci lasciamo spezzare aprendoci all’accoglienza, al servizio degli altri e così vengono spezzate quelle nostre radicatissime fibre di egoismo che ci abitano, solo allora può germinare la pace, quella vera e non si insinua quel silente clima che prelude alla guerra, alla divisione, alla sopraffazione che poi sfocia, irrimediabilmente, in un conflitto che mira solo a conquistare e ad uccidere.
Matera e sassi, arte e antichità, stupore per la civiltà, per la popolazione e per la natura che si rivela sempre diversa e straordinaria.
Guardando queste masse pietrose, possiamo dirci: da sassi a pietre vive.
Pietre che pulsino di ardore, di vitalità perché radicate in Colui che è la Pietra viva, nostra Pace.
(fonte: Sir 25 Settembre 2022)

Terra Madre, sos di don Ciotti: “Il cibo c’è ma si muore di povertà”

Terra Madre, sos di don Ciotti:
“Il cibo c’è ma si muore di povertà”

Il fondatore di Libera con gli attivisti di Slow Food e il rapper Willie Peyote: “La fame è criminale”

Don Ciotti e Willie Peyote a Terra Madre

«Si muore di fame non per la scarsità del cibo (quello c’è) ma per la povertà»: Barbara Nappini, presidente Slow Food Italia, dà l’imprinting al dibattito, ecco la prospettiva da cui partire: obbliga a sentirsi responsabili, non è colpa della natura carente ma dell’uomo ingiusto. Nel giorno dell’Italia al voto e del silenzio elettorale, chi non smette di fare politica è Terra Madre Salone del Gusto. Sul palco don Luigi Ciotti si accalora: «Non è possibile, non è possibile, non è possibile» lo ripete tre volte al pubblico arrivato dal mondo (ieri c’era così tanta gente che nel pomeriggio sono stati momentaneamente chiusi gli accessi al Parco Dora). Ce l’ha con le tre multinazionali che da sole governano il 63% del mercato mondiale delle sementi e il 75% di quello degli agrofarmaci. Ce l’ha con la «povertà politica: negli ultimi anni siamo tornati indietro sul fronte dei diritti al cibo, anche a causa del Covid e di 59 guerre». Ce l’ha, soprattutto, con chi si gira dall’altra parte e delega la soluzione dei problemi, con i rassegnati, quegli ignavi che già Dante aveva messo all’Inferno: «Serve uno scatto - tuona - ci vuole senso di responsabilità, serve una politica più attenta, seria, credibile, che sappia parlare ai ragazzi: loro sono pronti».

Diritto al cibo: la strada è ancora troppo lunga. L’sos è in più lingue, attraverso più linguaggi, quello del sacerdote, ma anche quello del rapper. Il torinese Willie Peyote, che le battaglie le canta in rima, questa volta è qui per ricordare quanto proprio i più giovani siano in fondo, oggi, i più sensibili, attenti, disposti a cambiare. A 37 anni mette in guardia dalla deriva culturale e si dice convinto da «questi ragazzi che sono tornati a scendere in piazza, dopo il G8 di Genova ce l’avevano impedito. Ripartiamo da noi, eliminiamo la logica del profitto, lasciamo perdere i miliardari che fanno gli influencer», sembra di sentirlo rappare «capiamo fino in fondo quanto siamo tutti uguali; perché i diritti civili, senza diritti sociali, restano diritti individuali».

Antonio Augusto Mendes Dos Santos, «guardiano di semi» (c’è della poesia nel suo ruolo di attivista Slow Food) lo schiaffo lo dà in portoghese: «Mangiando a Terra Madre non ho ancora visto un convinto atteggiamento per evitare lo spreco: cambiamo passo». È arrivato a Torino dal Brasile per denunciare l’emergenza del suo Paese: «Trentatrè milioni di persone non sanno se riusciranno a mangiare il prossimo pasto» e accendere una luce sui bambini: «Molti mangiano una sola volta al giorno, ma il governo non ha approvato l’aumento della spesa per l’alimentazione scolastica». C’è anche Victoria Tauli-Corpuz, leader indigena del Kankana-ey Igorot, nelle Filippine (una comunità tanto piccola che non esiste nemmeno su Wikipedia, fa notare Marco Zatterin, vicedirettore de La Stampa, moderatore del dibattito), a chiedere «protezione e tutela dei popoli indigene, migliori custodi della biodiversità». Messaggi recepiti, dentro le cuffiette con la traduzione simultanea, arriva l’ultimo grido di don Ciotti: «La fame è criminale!».
(fonte: La Stampa -Torino, articolo di Miriam Massone 26/09/2022)


lunedì 26 settembre 2022

Antonio Mazzeo - Carovana pacifista in marcia tra aiuti ai civili e nonviolenza

Antonio Mazzeo
Carovana pacifista in marcia
tra aiuti ai civili e nonviolenza

CRISI UCRAINA. Oggi la partenza dall'Italia: dal 26 settembre al 3 ottobre, da Chernivtsi a Kiev, gli incontri con sindacati, associazioni e disertori

Una delle precedenti carovane della coalizione italiana Stop the War Now nella città di Mykolaiv

Da una parte l’establishment politico-militare di Mosca che per ribaltare le sconfitte al fronte ordina il richiamo di oltre 300mila riservisti e minaccia a «scopo difensivo» l’uso di armi nucleari tattiche.

Dall'altra il regime ucraino che invoca ancora più armi micidiali (dai droni killer ai missili a medio raggio) e si dichiara disponibile a trattare solo dopo aver conquistato la Crimea e il Donbass. Inizia l’autunno ma il conflitto russo-ucraino è ancora lontanissimo dal mostrare un pur minimo raffreddamento.

Anzi, è in atto una pericolosissima escalation bellico-militare, alimentata dalle cancellerie dei paesi Nato. Da Washington a Londra, da Parigi a Roma e Berlino, sembra assistere a una folle gara tra chi soffia di più sull’incendio divampato nel cuore dell’Europa orientale dopo l’invasione russa del 24 febbraio scorso.

Ma è ancora possibile fermare una guerra che ha già prodotto conseguenze devastanti in mezzo mondo, ri-alimentando gli irrisolti conflitti in Caucaso, nei Balcani, in Siria e nel continente africano?

Sì, ci credono ancora le oltre 175 associazioni italiane che hanno promosso la campagna «Stop the War Now» con il fine di lanciare un messaggio di solidarietà e di opposizione al conflitto in Ucraina. Tonnellate di aiuti umanitari inviati alle comunità devastate dai bombardamenti ma soprattutto una presenza costante di attiviste e attivisti a fianco delle vittime innocenti del conflitto, bambini, donne e anziani, perché è con la condivisione del dolore e della speranza che si possono ricostruire ponti di pace, dialogo, trattative e cooperazione.

Dal 26 settembre al 3 ottobre un nuovo step di questo difficile e “utopico” percorso di diplomazia dal basso. Una delegazione italiana della società civile guidata dalla ong Un Ponte Per e dal Movimento Nonviolento si recherà in Ucraina per ribadire la richiesta di immediata cessazione dell’invasione russa e l’avvio di negoziati tra le parti per dirimere con la diplomazia le attuali controversie. Ma soprattutto per offrire un concreto sostegno alle realtà nonviolente ucraine impegnate nella costruzione della pace.

«Dopo due delegazioni e alcune missioni esplorative realizzate nei mesi passati, le organizzazioni della carovana “Stop The War Now” torneranno in Ucraina per svolgere una serie di incontri con la società civile impegnata nel supporto umanitario alle vittime del conflitto, nella costruzione della pace, nel sostegno all’obiezione di coscienza e nelle azioni di resistenza nonviolenta», spiegano gli organizzatori della Carovana.

«Tra gli obiettivi della missione quello di gettare le basi per stringere accordi di partenariato tra le associazioni italiane e le organizzazioni della società civile ucraini. Puntiamo inoltre al rilancio a livello internazionale della campagna di sostegno agli obiettori di coscienza ucraini attualmente sotto processo o inchiesta da parte della Procura generale ucraina, accusati di alto tradimento».

Nei mesi scorsi numerose organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno promosso una campagna a favore del giornalista e obiettore Ruslan Kotsaba, perseguitato a livello giudiziario dopo aver diffuso appelli contro la guerra, alcuni già nel 2014, quando divampò il conflitto nella martoriata regione del Donbass.

Un’analoga iniziativa a sostegno degli obiettori di coscienza è portata avanti da Un Ponte Per e Movimento Nonviolento anche sul versante russo, tanto più alla luce di una sempre crescente mobilitazione alle armi dei giovani decisa da Putin.

«La delegazione italiana ha l’obiettivo di costituire reti tra tutti quei soggetti, laici e religiosi, che si pongono il problema della convivenza tra diversi, del rispetto del pluralismo linguistico e culturale, del sostegno anche psicologico alle vittime della violenza e della guerra», aggiungono gli organizzatori della Carovana. «L’iniziativa che prenderà il via lunedì 26 sarà anche l’occasione per lanciare una raccolta fondi per sostenere le spese legali e processuali degli attivisti ucraini sotto inchiesta, e sostenere il loro prezioso lavoro di costruzione della pace».

In agenda un denso programma di incontri, con una prima tappa a Chernivtsi, città in cui l’università ha accolto centinaia di persone sfollate e si trova in estremo bisogno di aiuti umanitari. Poi a Kiev, dove la delegazione italiana visiterà associazioni umanitarie, il Movimento Pacifista Ucraino e le organizzazioni sindacali. In Ucraina sarà inoltre portato un carico di aiuti umanitari destinati alla popolazione.

Faranno parte della delegazione attiviste/i di Arci, Arcs, Anche Noi Cittadinanza Attiva, Casa Delle Donne Pisa, Cospe, Coop.Mag4 Piemonte, Gruppo Abele, Equa, Libera, Pax Christi, Jef Europa, Movimento Nonviolento e Un Ponte Per.
(fonte: Il Manifesto 26/09/2022)


27° CONGRESSO EUCARISTICO NAZIONALE - «Oltre al primato di Dio, l’Eucaristia ci chiama all’amore dei fratelli. Questo Pane è per eccellenza il Sacramento dell’amore... la nostra vita diventi pane che sfama i fratelli.» Omelia - «Alla Vergine Maria, Donna eucaristica affidiamo il cammino della Chiesa in Italia ... E invochiamo la sua materna intercessione per i bisogni più urgenti del mondo.» Angelus 25/09/2022 (cronaca, foto, testi e video)

VISITA PASTORALE A MATERA
PER LA CONCLUSIONE DEL 27° CONGRESSO EUCARISTICO NAZIONALE

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA

Stadio comunale XXI Settembre (Matera)

Domenica, 25 settembre 2022


Papa Francesco per recarsi in visita pastorale a Matera per la conclusione del 27° Congresso eucaristico nazionale, ha lasciato Casa Santa Marta alle ore 6.30, in anticipo a causa delle condizioni metereologiche, e si è trasferito all’Aeroporto di Roma-Ciampino da dove – alle 7 – è partito  non con l'elicottero, come previsto, ma con un aereo, atterrando quindi a Gioia del Colle e percorrendo poi in macchina il percorso per Matera. 
Il programma della visita è stato anche ridotto all’osso, per permettere anche ai delegati del Congresso Eucaristico Nazionale di tornare nei loro luoghi di origine a votare.
Al suo arrivo, raggiunto il Campo-scuola di Atletica Leggera “Raffaele Duni”, dopo aver effettuato il cambio di vettura, Francesco si è recato allo Stadio comunale XXI Settembre dove viene accolto dal card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana; da mons. Antonio Giuseppe Caiazzo, arcivescovo di Matera-Irsina; dal presidente della Regione, Vito Bardi; dal prefetto di Matera, Sante Copponi; dal sindaco di Matera, Domenico Bennardi, e da Piero Marrese, presidente Provincia di Matera.

Accolto con entusiasmo dalla gente per strada e dai 12.300 fedeli raccolti nello stadio cittadino, il Pontefice ha concelebrato con gli 80 vescovi di tutta Italia, presenti al Congresso e centinaia di sacerdoti.

Alle 9 il Santo Padre ha presieduto la Messa.





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OMELIA DEL SANTO PADRE

Ci raduna attorno alla sua mensa il Signore, facendosi pane per noi: «È il pane della festa sulla tavola dei figli, […] crea condivisione, rafforza i legami, ha gusto di comunione» (Inno XVII Congresso Eucaristico Nazionale, Matera 2022). Eppure, il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci dice che non sempre sulla tavola del mondo il pane è condiviso: questo è vero; non sempre emana il profumo della comunione; non sempre è spezzato nella giustizia.

Ci fa bene fermarci davanti alla scena drammatica descritta da Gesù in questa parabola che abbiamo ascoltato: da una parte un ricco vestito di porpora e di bisso, che sfoggia la sua opulenza e banchetta lautamente; dall’altra parte, un povero, coperto di piaghe, che giace sulla porta sperando che da quella mensa cada qualche mollica di cui sfamarsi. E davanti a questa contraddizione – che vediamo tutti i giorni – davanti a questa contraddizione ci chiediamo: a che cosa ci invita il sacramento dell’Eucaristia, fonte e culmine della vita del cristiano?

Anzitutto, l’Eucaristia ci ricorda il primato di Dio. Il ricco della parabola non è aperto alla relazione con Dio: pensa solo al proprio benessere, a soddisfare i suoi bisogni, a godersi la vita. E con questo ha perso anche il nome. Il Vangelo non dice come si chiamava: lo nomina con l’aggettivo “un ricco”, invece del povero dice il nome: Lazzaro. Le ricchezze ti portano a questo, ti spogliano anche del nome. Soddisfatto di sé, ubriacato dal denaro, stordito dalla fiera delle vanità, nella sua vita non c’è posto per Dio perché egli adora solo se stesso. Non a caso, di lui non si dice il nome: lo chiamiamo “ricco”, lo definiamo solo con un aggettivo perché ormai ha perduto il suo nome, ha perduto la sua identità che è data solo dai beni che possiede. Com’è triste anche oggi questa realtà, quando confondiamo quello che siamo con quello che abbiamo, quando giudichiamo le persone dalla ricchezza che hanno, dai titoli che esibiscono, dai ruoli che ricoprono o dalla marca del vestito che indossano. È la religione dell’avere e dell’apparire, che spesso domina la scena di questo mondo, ma alla fine ci lascia a mani vuote: sempre. A questo ricco del Vangelo, infatti, non è rimasto neanche il nome. Non è più nessuno. Al contrario, il povero ha un nome, Lazzaro, che significa “Dio aiuta”. Pur nella sua condizione di povertà e di emarginazione, egli può conservare integra la sua dignità perché vive nella relazione con Dio. Nel suo stesso nome c’è qualcosa di Dio e Dio è la speranza incrollabile della sua vita.

Ecco allora la sfida permanente che l’Eucaristia offre alla nostra vita: adorare Dio e non se stessi, non noi stessi. Mettere Lui al centro e non la vanità del proprio io. Ricordarci che solo il Signore è Dio e tutto il resto è dono del suo amore. Perché se adoriamo noi stessi, moriamo nell’asfissia del nostro piccolo io; se adoriamo le ricchezze di questo mondo, esse si impossessano di noi e ci rendono schiavi; se adoriamo il dio dell’apparenza e ci inebriamo nello spreco, prima o dopo la vita stessa ci chiederà il conto. Sempre la vita ci chiede il conto. Quando invece adoriamo il Signore Gesù presente nell’Eucaristia, riceviamo uno sguardo nuovo anche sulla nostra vita: io non sono le cose che possiedo o i successi che riesco a ottenere; il valore della mia vita non dipende da quanto riesco a esibire né diminuisce quando vado incontro ai fallimenti e agli insuccessi. Io sono un figlio amato, ognuno di noi è un figlio amato; io sono benedetto da Dio; Lui mi ha voluto rivestire di bellezza e mi vuole libero, mi vuole libera da ogni schiavitù. Ricordiamoci questo: chi adora Dio non diventa schiavo di nessuno: è libero. Riscopriamo la preghiera di adorazione, una preghiera che si dimentica con frequenza. Adorare, la preghiera di adorazione, riscopriamola: essa ci libera e ci restituisce alla nostra dignità di figli, non di schiavi.

Oltre al primato di Dio, l’Eucaristia ci chiama all’amore dei fratelli. Questo Pane è per eccellenza il Sacramento dell’amore. È Cristo che si offre e si spezza per noi e ci chiede di fare altrettanto, perché la nostra vita sia frumento macinato e diventi pane che sfama i fratelli. Il ricco del Vangelo viene meno a questo compito; vive nell’opulenza, banchetta abbondantemente senza neanche accorgersi del grido silenzioso del povero Lazzaro, che giace stremato alla sua porta. Solo alla fine della vita, quando il Signore rovescia le sorti, finalmente si accorge di Lazzaro, ma Abramo gli dice: «Tra noi e voi è stato fissato un grande abisso» (Lc 16,26). Ma l’hai fissato tu: tu stesso. Siamo noi, quando nell’egoismo fissiamo degli abissi. Era stato il ricco a scavare un abisso tra lui e Lazzaro durante la vita terrena e adesso, nella vita eterna, quell’abisso rimane. Perché il nostro futuro eterno dipende da questa vita presente: se scaviamo adesso un abisso con i fratelli e le sorelle –, ci “scaviamo la fossa” per il dopo; se alziamo adesso dei muri contro i fratelli e le sorelle, restiamo imprigionati nella solitudine e nella morte anche dopo.

Cari fratelli e sorelle, è doloroso vedere che questa parabola è ancora storia dei nostri giorni: le ingiustizie, le disparità, le risorse della terra distribuite in modo iniquo, i soprusi dei potenti nei confronti dei deboli, l’indifferenza verso il grido dei poveri, l’abisso che ogni giorno scaviamo generando emarginazione, non possono – tutte queste cose – lasciarci indifferenti. E allora oggi, insieme, riconosciamo che l’Eucaristia è profezia di un mondo nuovo, è la presenza di Gesù che ci chiede di impegnarci perché accada un’effettiva conversione: conversione dall’indifferenza alla compassione, conversione dallo spreco alla condivisione, conversione dall’egoismo all’amore, conversione dall’individualismo alla fraternità.

Fratelli e sorelle, sogniamo. Sogniamo una Chiesa così: una Chiesa eucaristica. Fatta di donne e uomini che si spezzano come pane per tutti coloro che masticano la solitudine e la povertà, per coloro che sono affamati di tenerezza e di compassione, per coloro la cui vita si sta sbriciolando perché è venuto a mancare il lievito buono della speranza. Una Chiesa che si inginocchia davanti all’Eucaristia e adora con stupore il Signore presente nel pane; ma che sa anche piegarsi con compassione e tenerezza dinanzi alle ferite di chi soffre, sollevando i poveri, asciugando le lacrime di chi soffre, facendosi pane di speranza e di gioia per tutti. Perché non c’è un vero culto eucaristico senza compassione per i tanti “Lazzaro” che anche oggi ci camminano accanto. Tanti!

Fratelli, sorelle, da questa città di Matera, “città del pane”, vorrei dirvi: ritorniamo a Gesù, ritorniamo all’Eucaristia. Torniamo al gusto del pane, perché mentre siamo affamati di amore e di speranza, o siamo spezzati dai travagli e dalle sofferenze della vita, Gesù si fa cibo che ci sfama e ci guarisce. Torniamo al gusto del pane, perché mentre nel mondo continuano a consumarsi ingiustizie e discriminazioni verso i poveri, Gesù ci dona il Pane della condivisione e ci manda ogni giorno come apostoli di fraternità, apostoli di giustizia, apostoli di pace. Torniamo al gusto del pane per essere Chiesa eucaristica, che mette Gesù al centro e si fa pane di tenerezza, pane di misericordia per tutti. Torniamo al gusto del pane per ricordare che, mentre questa nostra esistenza terrena va consumandosi, l’Eucaristia ci anticipa la promessa della risurrezione e ci guida verso la vita nuova che vince la morte.

Pensiamo oggi sul serio al ricco e a Lazzaro. Succede ogni giorno, questo. E tante volte anche – vergogniamoci – succede in noi, questa lotta, fra noi, nella comunità. E quando la speranza si spegne e sentiamo in noi la solitudine del cuore, la stanchezza interiore, il tormento del peccato, la paura di non farcela, torniamo ancora al gusto del pane. Tutti siamo peccatori: ognuno di noi porta i propri peccati. Ma, peccatori, torniamo al gusto dell’Eucaristia, al gusto del pane. Torniamo a Gesù, adoriamo Gesù, accogliamo Gesù. Perché Lui è l’unico che vince la morte e sempre rinnova la nostra vita.

Guarda il video dell'omelia
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Il cardinale Zuppi nel suo saluto finale al Papa lo ha ringraziato per la sua presenza. "Grazie di questa fatica che volentieri, e sempre con il sorriso, ha intrapreso per stare con noi. Lei è davvero un esempio per tutti, anche per tanti musoni". "Oggi a Matera - ha aggiunto - ci sono tutte le Chiese d’Italia. È una grazia iniziare il secondo anno del nostro Cammino sinodale con questa tappa. Ci mettiamo in cammino e camminiamo insieme solo se siamo con Gesù, se ci nutriamo del Verbum Domini e del Corpus Domini, solo se prendiamo sul serio il suo 'seguimi' rivolto a ognuno di noi, oggi. Ecco, nel Congresso Eucaristico di Matera, città del pane e di tanta laboriosa accoglienza, abbiamo messo al centro Gesù, la sua presenza di amore che ci rende una cosa sola con Lui e tra di noi. Abbiamo riscoperto il gusto del pane che ci rende famiglia di Dio".
Durante il Covid, ha detto il porporato, molti sono rimasti un tempo privati del gusto. Perdiamo il gusto del pane per colpa di un altro insidioso virus, l’individualismo". E l’individualismo "porta a dividersi dagli altri, tanto che il mondo arriva alla guerra che poi toglie valore all’individuo e genera solo il gusto della morte. La guerra brucia i campi di grano, toglie il pane e fa morire di fame, trasforma i fratelli in nemici". Ma in un mondo così "abbiamo trovato il gusto del pane che ci dona sempre l’Eucaristia, frutto dell’amore pieno di Cristo che diventa amore per i suoi fratelli più piccoli e per il prossimo. Abbiamo ritrovato il gusto di spezzare il suo pane con i tanti, troppi, Lazzaro esclusi dalle mense dei ricchi, tabernacolo del corpo di Cristo. Il gusto del pane è amabilità empatia verso tutti, passione di ricostruire la comunità lacerata, di difendere la casa comune. gioia, compassione di cinque pani e due pesci che sfamano tutti".

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Dopo le Parole di ringraziamento del presidente della Cei, il Papa guida la recita dell’Angelus.

ANGELUS


Al termine di questa Celebrazione, desidero ringraziare tutti voi che vi avete preso parte, rappresentando il Popolo santo di Dio che è in Italia. E sono grato al Cardinale Zuppi che se n’è fatto portavoce. Mi congratulo con la Comunità diocesana di Matera-Irsina per lo sforzo organizzativo e di accoglienza; e ringrazio tutti coloro che hanno collaborato per questo Congresso Eucaristico.

Ora, prima di concludere, ci rivolgiamo alla Vergine Maria, Donna eucaristica. A Lei affidiamo il cammino della Chiesa in Italia, perché in ogni comunità si senta il profumo di Cristo Pane vivo disceso dal Cielo. Io oserei oggi chiedere per l’Italia: più nascite, più figli. E invochiamo la sua materna intercessione per i bisogni più urgenti del mondo.

Penso, in particolare, al Myanmar. Da più di due anni quel nobile Paese è martoriato da gravi scontri armati e violenze, che hanno causato tante vittime e sfollati. Questa settimana mi è giunto il grido di dolore per la morte di bambini in una scuola bombardata. Si vede che è la moda, bombardare le scuole, oggi, nel mondo! Che il grido di questi piccoli non resti inascoltato! Queste tragedie non devono avvenire!

Maria, Regina della Pace, conforti il martoriato popolo ucraino e ottenga ai capi delle Nazioni la forza di volontà per trovare subito iniziative efficaci che conducano alla fine della guerra.

Mi unisco all’appello dei Vescovi del Camerun per la liberazione di alcune persone sequestrate nella Diocesi di Mamfe, tra cui cinque sacerdoti e una religiosa. Prego per loro e per le popolazioni della provincia ecclesiastica di Bamenda: il Signore doni pace ai cuori e alla vita sociale di quel caro Paese.

Oggi, in questa domenica, la Chiesa celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, sul tema “Costruire il futuro con i migranti e i rifugiati”. Rinnoviamo l’impegno per edificare il futuro secondo il disegno di Dio: un futuro in cui ogni persona trovi il suo posto e sia rispettata; in cui i migranti, i rifugiati, gli sfollati e le vittime della tratta possano vivere in pace e con dignità. Perché il Regno di Dio si realizza con loro, senza esclusi. È anche grazie a questi fratelli e sorelle che le comunità possono crescere a livello sociale, economico, culturale e spirituale; e la condivisione di diverse tradizioni arricchisce il Popolo di Dio. Impegniamoci tutti a costruire un futuro più inclusivo e fraterno! I migranti vanno accolti, accompagnati, promossi e integrati.

Guarda il video dell'Angelus

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Al termine della celebrazione eucaristica, il Santo Padre si congeda dalle Autorità che lo avevano accolto all’arrivo e fa rientro in Vaticano
Ma prima c'è stato anche un fuoriprogramma. Sulla via del ritorno si è fermato alla "Casa della Fraternità don Giovanni Mele", con la nuova mensa per i poveri nel quartiere Piccianello, che ha benedetto e di fatto inaugurato. Un gesto assolutamente in linea con quanto il Papa ha detto nella sua omelia.

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Raniero La Valle UN DIO DEL PASSATO O SEMPRE CONTEPORANEO NELLA STORIA?


Michelangelo, Creazione degli astri e delle piante (1511-12). Volta della Sistina, Città del Vaticano

Raniero La Valle
 
UN DIO DEL PASSATO
O SEMPRE CONTEPORANEO NELLA STORIA? 

Da qualche tempo, almeno dalla pubblicazione del volume “Oltre Dio. In ascolto del Mistero senza nome” (Gabrielli 2021) – ma la questione ha radici che risalgono agli inizi del secolo scorso – si discute sul post-teismo. Con questo articolo di Raniero La Valle sul tema si vorrebbe proseguire con l’attenzione ad un tema “cruciale” per la declinazione della nostra fede nella storia.

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La perturbazione del post-teismo che ha investito la comunità cristiana non è uno scacco della fede, ma una tragedia della teologia politica. La sua irruenza specialmente si è abbattuta, con particolare dolore per noi, su quello che Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale di “Noi siamo Chiesa”, chiama “il nostro circuito conciliare” cui appartengono anche “Gabrielli, Adista, Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”, ovvero personalità e mezzi di comunicazione che ci sono cari per il loro impegno nel rinnovamento conciliare della Chiesa.

Il “regno di Dio” diventa inutile

Diciamo che il post-teismo non è uno scacco della fede perché anzi pretende di inverarla, e la fede cristiana ha dovuto reggere all’urto di ben altri fraintendimenti e di eresie di ogni tipo, ma è una tragedia di quella specifica ed essenziale dimensione della fede che è il suo rapporto cruciale con la società e con la storia; e non a caso uso l’aggettivo “cruciale”.

Nel fare della questione di Dio una questione del passato (se il “post” delle locuzioni “post-teismo”, “post-religionale” e simili corrisponde al suo normale significato e presuppone un tempo ormai finito) il post-teismo ne neutralizza infatti ogni impatto sul presente; la stessa “ipotesi di lavoro” Dio è privata di ogni energia capace di influire sulla situazione esistente, che sia per conservarla, per cambiarla o per portarla a compimento, il “mondo del nostro tempo” si affranca da ogni irruzione messianica, rompe il rapporto con l’escatologia: se le cose di Dio stanno nel passato, le cose presenti non possono essere a loro né contemporanee né penultime, e il “regno di Dio” è stato inutilmente annunciato.

La Parola di Dio è licenziata

L’obiezione è che il post-teismo non negherebbe Dio, ma la parola con cui l’ineffabilità di ciò che è evocato come Dio viene nominata o è stata nominata nell’età infantile della nostra specie. Ma questa parola, Dio, che viene licenziata, è la parola che raggiunge Dio dall’esterno, che lo definisce a partire da noi e che già è passata attraverso una miriade di significati (e quelli più recenti certo meno improbabili, mitici e magici di quelli più antichi); ma altro è la Parola di Dio, cioè Dio come Parola, il Verbo che è Dio, e che è l’inconfondibile Dio della fede cristiana di cui Gesù “è venuto” a fare l’esegesi per l’uomo.

La contraddizione sta nel fatto che i post-teisti, che tuttavia si professano cristiani e intendono restarlo (grande segno del fascino cristiano!), al pari dei discepoli di Emmaus non vogliono allontanarsi da Gesù, rinunziare alle sue parole di vita, interrompere il cammino che hanno fatto con lui; ed è qui che i conti non tornano perché proprio Gesù incarna quel Verbo, non fatto da noi, e proprio Gesù, non con il suo agire e con i suoi detti, ma con il suo essere stesso, è stato ed è l’”autore e perfezionatore della fede” (Eb. 12, 2), della nostra fede: teista!

Una fede senza presa sulla storia

Se pertanto i posteri di Dio si dicono o si riconoscono cristiani, non è che a quel Dio rivelato da Gesù come Padre che possono riferirsi nel congedarlo, altrimenti sarebbero non solo post-teisti, ma post-cristiani.

Ed è qui che la fede perde ogni sua presa sul tempo. Perché se il Dio rispetto al quale ci si dichiara posteri, appartenenti cioè a un tempo ulteriore, è il Dio di Gesù, si tratta del Dio crocefisso e non trattenuto dal sepolcro. È questo il Dio che per mezzo della morte del Figlio suo (“unus de Trinitate passus est”) si è “scambiato” (Rom. 5, 10) con l’uomo percosso e sfigurato da ogni violenza; il Dio della teologia politica (Moltmann, Dossetti), il Dio che si può continuare ad adorare dopo Auschwitz, impiccato con il ragazzo ebreo nel campo di Buna, raccontato da Wiesel, e fatto spettacolo ai prigionieri, il Dio dell’Ucraina, vittima sacrificale del suo reuccio con la maglietta bruna e dei soldati dell’invasore, il Dio della kénosis e della hypomoné, non solo il Figlio ma anche il Padre (Ruggieri), il Dio infine identificato da papa Francesco come “misericordia”, rimasto pertanto come ultimo freno al minacciato genocidio, alla guerra totale e all’olocausto nucleare; ed è questo il Dio della fede, il Risorto annunciato dalla Maddalena e tramandato dagli Apostoli. Il Dio del passato?

Cosa comporta credere in Gesù?

Neanche noi sappiamo che farcene del Dio degli eserciti, del contraccambio, del giorno della vendetta, della Divina Commedia, del Dio “dai tratti antropomorfi e patriarcali” denunciato dai post-teisti, anche se ne restano le meravigliose rappresentazioni dell’arte sacra; e ciò ormai da gran tempo l’abbiamo scoperto con la Chiesa; quel Dio non è degnato nemmeno di una citazione dai testi rivelativi del Concilio Vaticano II o dalla predicazione riparatrice di Papa Francesco; e sappiamo che nel delirio suicidario della tarda modernità ciò in cui possiamo sperare è il Dio che fonda un’altra antropologia, non dell’onnipotenza, un’antropologia “radicalmente non signorile”, come la evocava Claudio Napoleoni, dell’uomo che “è un nulla che confina con Dio”.

E che cosa comporta, teisti o non più teisti che si sia, continuare a credere in Gesù? Come si risponde, al di fuori del Vangelo, alla domanda: “e voi chi dite che io sia?” A Socrate sappiamo che cosa dobbiamo dare. Ma a Gesù? L’ammirazione, il culto o la sequela? Da Gesù non possiamo separare la coscienza che egli aveva di sé: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e quanto desidero che sia acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato e come sono in angoscia finchè non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione”. (Luca, 12, 49-51).

Non c’è spazio per un prima e per un “post”

Portare il fuoco sulla terra non vuol dire aggiungere un esempio a quello di tanti uomini illustri o famosi, guaritori, maestri, testimoni, benefattori, veggenti, profeti o sacerdoti: non è da questa galleria che si può ricavare l’unicità di Gesù. Vuol dire un sovvertimento che non si può neutralizzare, non si può spiritualizzare, non si può rendere innocuo rinchiudendolo in un universo simbolico. Vuol dire far proprio il dramma della Terra, dividerla e ricomporla, distruggerla e ricostruirla, incendiarla e rinverdirla e, oltre la metafora, assumere la storia e cambiarne il corso, non nel rinvio, non nel quietismo, ma nell’urgenza e financo nell’angoscia, come di sé dice Gesù. Chi lo avrebbe detto? Il Dio che non si può relegare nel passato è un Dio angosciato, anche se, come dice Luciano Manicardi, l’ex priore di Bose dopo Enzo Bianchi, non è “religiosamente corretto”. Ma questo vuol dire un giudizio e un intervento sul tempo, su questo tempo qui, “il tempo di ora”, che è ugualmente il tempo di Gesù e il tempo nostro. Una contemporaneità che non lascia spazio ad un prima e ad un “post”.

[pubblicato il 15 settembre 2022 in VIANDANTI]
[L’immagine che correda l’articolo è ripresa dal sito: https://it.m.wikipedia.org]


domenica 25 settembre 2022

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXVI Domenica T.O.


Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli

  XXVI Domenica T.O. Anno C
25 settembre 2022 


Per chi presiede

Fratelli e sorelle, il mondo contemporaneo ha elevato il denaro e la ricchezza al rango di divinità, a cui va sacrificato il proprio tempo e se necessario la vita degli altri. Gesù chiama tutto questo “mammona”, perché è l’idolo a cui noi eleviamo il nostro Amen, la nostra adesione di fede. Uniti a Cristo Gesù, il fondamento della nostra fede, rivolgiamo al Padre le nostre suppliche e le nostre preghiere, ed insieme diciamo:

          R/  Convertici a te, o Padre


Lettore


- Dio, nostro Padre, tu che stai sempre dalla parte dei poveri, dona alla tua Chiesa il coraggio e la forza di spogliarsi di ogni segno di mondanità. Arricchiscila del tuo Santo Spirito, perché, nel tuo Figlio Gesù, sia pronta a testimoniare la verità del tuo Regno, fondato sulla giustizia verso i poveri, sulla compassione, sulla cura e sul farsi vicino ad ogni uomo e donna che sperimentano la fragilità e la fatica del vivere. Preghiamo.

- Ti preghiamo per il mondo intero, o Padre che ami i giusti. Il vento del tuo Spirito Santo spinga popoli, governanti, istituzioni finanziarie ed industriali a rendersi conto quale grande fossato questa economia capitalistica ha scavato e continua a scavare tra popoli ricchi e popoli impoveriti e come all’interno di uno stesso paese aumentino le diseguaglianze tra i pochi ricchi ed il resto della popolazione. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Padre che rendi giustizia agli oppressi, il nostro Paese attraversato da inquietudini, da contraddizioni e da una grande sfiducia verso chi è chiamato a governare e amministrare la cosa pubblica. Fa’ crescere in ogni cittadino e cittadina un grande senso di responsabilità verso i beni comuni e una profonda compassione verso chi viene da fuori e ha un colore della pelle che possa provocare una reazione di rigetto. Preghiamo.

- Ricordati, o Padre che sei accanto ai fragili, dei nostri fratelli e delle nostre sorelle ammalate. Ricordati soprattutto di chi è ricoverato in ospedale, di quanti, a motivo del tumore, sono costretti a guardare in faccia la morte. Sii forza e consolazione per loro, per i familiari e per gli amici. Non distogliere il tuo volto dalle persone disabili e da quanti sono alle prese con le nuove malattie auto-immunitarie. Preghiamo.

- Davanti a te, o Padre della vita, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti e delle vittime ancora colpite dal corona-virus [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche coloro che muoiono di fame, di malattie incurabili e di inquinamento. Dona a tutti la tua consolazione e la contemplazione del tuo Volto di luce. Preghiamo.

Per chi presiede


O Dio nostro Padre, che ci chiedi di essere attenti ai bisogni dell’altro e di condividere i nostri beni: aiutaci a rispettare la dignità delle persone e a salvaguardare il bene comune, per costruire una convivenza pacifica e serena. Te lo chiediamo per il tuo Figlio Gesù, nostro Fratello e Signore.  AMEN.




Costruire il futuro con i migranti e i rifugiati

Costruire il futuro con i migranti e i rifugiati

Il messaggio di Papa Francesco e di due giovani “ambasciatori” di Thailita Kum contro la tratta in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebra domenica 25 settembre


«Il futuro comincia oggi e comincia da noi», così Papa Francesco si rivolge a tutti noi in vista della 108a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebra domenica 25 settembre. E che ha per titolo: “Costruire il futuro con i migranti e i rifugiati”. Con questo messaggio Papa Francesco «evidenzia l’impegno che tutti siamo chiamati a mettere in atto per costruire un futuro che risponda al progetto di Dio senza escludere nessuno», sottolinea la Sezione Migranti e Rifugiati, ufficio pastorale della Santa Sede diretto personalmente dal Pontefice, che lavora per aiutare la Chiesa in tutto il mondo ad accompagnare le persone vulnerabili itineranti, inclusi coloro che sono sfollati a causa di conflitti, disastri naturali, persecuzione o estrema povertà, rifugiati e le vittime del traffico di esseri umani.

In occasione della Giornata di domenica, la Sezione ha predisposto molti materiali in diverse lingue. E un video, che vede protagonisti, insieme a Papa Francesco, anche due giovani “ambasciatori” di Talitha Kum, la rete internazionale delle religiose contro la tratta, che portano la loro testimonianza su questa piaga in Asia e su come si stanno impegnando per aiutare chi è nel bisogno.

«Se salviamo anche una sola vita dalla tratta, ne sarà valsa la pena – dice Areeya dalla Thailandia – perché queste persone attraversano il peggio per raggiungere una situazione migliore».

«Se lo facciamo insieme, sempre più persone troveranno maggiore coraggio – afferma Kyhoei, ambasciatore di Thalita Kum in Giappone -. E più persone faranno sentire la loro voce. Quello che facciamo oggi influenzerà sicuramente il nostro futuro».

«Ma quali decisioni vanno prese subito per costruire già oggi un futuro inclusivo e migliore per tutti?», si chiede – e ci chiede – Papa Francesco. Che aggiunge: «Non possiamo lasciare alle prossime generazioni la responsabilità delle decisioni. E i giovani devono essere protagonisti di questo nuovo inizio».

Guarda il video

(fonte: Mondo e Missione, articolo di Anna Pozzi 23/09/2022)

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Vedi i nostri post precedenti:
ed anche: 


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n. 47/2021-2022 anno C

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

 XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Vangelo:



La parabola narrata da Gesù non ha la finalità di incutere paura ai ricchi o di metterli all'indice esaltando i poveri, non è l'emissione di un giudizio di condanna, piuttosto è un atto d'amore e di correzione fraterna verso quanti hanno scelto di edificare la propria vita fondandola sulla falsa sicurezza di mammona, la ricchezza. E' l'accorato grido del Signore che mette in guardia noi discepoli perché teniamo ben aperti gli occhi sull'uso che facciamo della «ingiusta ricchezza» (Lc 16,9). Gesù ha detto precedentemente che l'unico modo che abbiamo per dimostrare amore per il Padre è quello di amare come Lui prendendoci cura di tutti i fratelli feriti che incontriamo per la via, di avere le sue stesse «viscere di misericordia» (Lc 10, 25-37). «E' il tempo della nostra esistenza il ponte gettato sull'abisso tra l'inferno e l'utero di Abramo» (cit.). Ma se abdichiamo alla nostra responsabilità rimanendo indifferenti alle sofferenze dei fratelli e ci rifiutiamo di intervenire; se, sordi al dolore degli uomini, innalziamo muri che dividono contribuendo così alla loro morte, allora saremo noi stessi gli artefici di quell'abisso che ci separa dalla Vita, impossibile per sempre da attraversare. Stolti e incapaci come siamo a riconoscere il Volto del Padre nei volti sfigurati dei milioni di Lazzaro che siedono tutti i giorni alla nostra porta, avremo miseramente fallito il fine ultimo della nostra esistenza: essere pienamente il riflesso, come Gesù, dell'immagine del Padre.


sabato 24 settembre 2022

“ECONOMY OF FRANCESCO” Assisi 24/09/2022 - Papa Francesco: «Si tratta di trasformare un’economia che uccide in un’economia della vita ... Questo lo dico sul serio: conto su di voi! Per favore, non lasciateci tranquilli, dateci l’esempio!» (foto, testi e video)

VISITA DEL SANTO PADRE FRANCESCO AD ASSISI

IN OCCASIONE DELL’EVENTO “ECONOMY OF FRANCESCO”

Sabato, 24 settembre 2022

9.00 Decollo dall’eliporto del Vaticano
9.30 Atterraggio nel Piazzale antistante il Pala-Eventi di Santa Maria degli Angeli.
In auto, il Santo Padre raggiunge il Pala-Eventi, dove è accolto da:
- tre giovani, in rappresentanza dei Giovani partecipanti all’evento;
- Card. Michael Czerny, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale;
- S.E. Mons. Domenico Sorrentino, Arcivescovo-Vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, e di Foligno;
- Dott.ssa Donatella Tesei, Presidente Regione Umbria;
- Dott. Armando Gradone, Prefetto di Perugia;
- Dott.ssa Stefania Proietti, Sindaco di Assisi e Presidente della Provincia di Perugia;
- Membri del Comitato Promotore dell’Evento:
- Prof. Luigino Bruni;
- Dott.ssa Francesca di Maolo;
- Suor Alessandra Smerilli.
- Rappresentanti delle Famiglie Francescane di Assisi e della Pro Civitate Christiana
10.00 Il Santo Padre raggiunge il palco.
L’incontro con i giovani ha il seguente svolgimento:
- momento artistico-teatrale;
- benvenuto e introduzione;
- otto Giovani raccontano esperienze.
- Discorso del Santo Padre
- lettura e firma del “Patto”;
- il Santo Padre saluta i Giovani presenti sul Palco.
11.30 Al termine dell’incontro, il Santo Padre in auto raggiunge il Piazzale antistante il Teatro
11.45 Decollo da Santa Maria degli Angeli
12.15 Atterraggio nell’eliporto del Vaticano

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Guarda il video

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DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO


Carissime e carissimi giovani, buongiorno! Saluto tutti voi che siete venuti, che avete avuto la possibilità di essere qui, ma anche vorrei salutare tutti coloro che non sono potuti arrivare qui, che sono rimasti a casa: un ricordo a tutti! Siamo uniti, tutti: loro dal loro posto, noi qui.

Ho atteso da oltre tre anni questo momento, da quando, il primo maggio 2019, vi scrissi la lettera che vi ha chiamati e poi vi ha portati qui ad Assisi. Per tanti di voi – lo abbiamo appena ascoltato – l’incontro con l’Economia di Francesco ha risvegliato qualcosa che avevate già dentro. Eravate già impegnati nel creare una nuova economia; quella lettera vi ha messo insieme, vi ha dato un orizzonte più ampio, vi ha fatto sentire parte di una comunità mondiale di giovani che avevano la vostra stessa vocazione. E quando un giovane vede in un altro giovane la sua stessa chiamata, e poi questa esperienza si ripete con centinaia, migliaia di altri giovani, allora diventano possibili cose grandi, persino sperare di cambiare un sistema enorme, un sistema complesso come l’economia mondiale. Anzi, oggi quasi parlare di economia sembra cosa vecchia: oggi si parla di finanza, e la finanza è una cosa acquosa, una cosa gassosa, non la si può prendere. Una volta, una brava economista a livello mondiale mi ha detto che lei ha fatto un’esperienza di incontro tra economia, umanesimo e religione. Ed è andato bene, quell’incontro. Ha voluto fare lo stesso con la finanza e non è riuscita. State attenti a questa gassosità delle finanze: voi dovete riprendere l’attività economica dalle radici, dalle radici umane, come sono state fatte. Voi giovani, con l’aiuto di Dio, lo sapete fare, lo potete fare; i giovani hanno fatto altre volte nel corso della storia tante cose.

State vivendo la vostra giovinezza in un’epoca non facile: la crisi ambientale, poi la pandemia e ora la guerra in Ucraina e le altre guerre che continuano da anni in diversi Paesi, stanno segnando la nostra vita. La nostra generazione vi ha lasciato in eredità molte ricchezze, ma non abbiamo saputo custodire il pianeta e non stiamo custodendo la pace. Quando voi sentite che i pescatori di San Benedetto del Tronto in un anno hanno tirato fuori dal mare 12 tonnellate di sporcizia e plastiche e cose così, vedete come non sappiamo custodire l’ambiente. E di conseguenza non custodiamo neppure la pace. Voi siete chiamati a diventare artigiani e costruttori della casa comune, una casa comune che “sta andando in rovina”. Diciamolo: è così. Una nuova economia, ispirata a Francesco d’Assisi, oggi può e deve essere un’economia amica della terra, un’economia di pace. Si tratta di trasformare un’economia che uccide (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 53) in un’economia della vita, in tutte le sue dimensioni. Arrivare a quel “buon vivere”, che non è la dolce vita o passarla bene, no. Il buon vivere è quella mistica che i popoli aborigeni ci insegnano di avere in rapporto con la terra.

Ho apprezzato la vostra scelta di modellare questo incontro di Assisi sulla profezia. Mi è piaciuto quello che avete detto sulle profezie. La vita di Francesco d’Assisi, dopo la sua conversione, è stata una profezia, che continua anche nel nostro tempo. Nella Bibbia la profezia ha molto a che fare con i giovani. Samuele quando fu chiamato era un fanciullo, Geremia ed Ezechiele erano giovani; Daniele era un ragazzo quando profetizzò l’innocenza di Susanna e la salvò dalla morte (cfr Dn 13,45-50); e il profeta Gioele annuncia al popolo che Dio effonderà il suo Spirito e «diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie» (3,1). Secondo le Scritture, i giovani sono portatori di uno spirito di scienza e di intelligenza. Fu il giovane Davide a umiliare l’arroganza del gigante Golia (cfr 1 Sam 17,49-51). In effetti, quando alla comunità civile e alle imprese mancano le capacità dei giovani è tutta la società che appassisce, si spegne la vita di tutti. Manca creatività, manca ottimismo, manca entusiasmo, manca il coraggio per rischiare. Una società e un’economia senza giovani sono tristi, pessimiste, ciniche. Se voi volete vedere questo, andate in queste università ultra-specializzate in economia liberale, e guardate la faccia dei giovani e delle giovani che studiano lì. Ma grazie a Dio voi ci siete: non solo ci sarete domani, ci siete oggi; voi non siete soltanto il “non ancora”, siete anche il “già”, siete il presente.

Un’economia che si lascia ispirare dalla dimensione profetica si esprime oggi in una visione nuova dell’ambiente e della terra. Dobbiamo andare a questa armonia con l’ambiente, con la terra. Sono tante le persone, le imprese e le istituzioni che stanno operando una conversione ecologica. Bisogna andare avanti su questa strada, e fare di più. Questo “di più” voi lo state facendo e lo state chiedendo a tutti. Non basta fare il maquillage, bisogna mettere in discussione il modello di sviluppo. La situazione è tale che non possiamo soltanto aspettare il prossimo summit internazionale, che può non servire: la terra brucia oggi, ed è oggi che dobbiamo cambiare, a tutti i livelli. In questo ultimo anno voi avete lavorato sull’economia delle piante, un tema innovativo. Avete visto che il paradigma vegetale contiene un diverso approccio alla terra e all’ambiente. Le piante sanno cooperare con tutto l’ambiente circostante, e anche quando competono, in realtà stanno cooperando per il bene dell’ecosistema. Impariamo dalla mitezza delle piante: la loro umiltà e il loro silenzio possono offrirci uno stile diverso di cui abbiamo urgente bisogno. Perché, se parliamo di transizione ecologica ma restiamo dentro il paradigma economico del Novecento, che ha depredato le risorse naturali e la terra, le manovre che adotteremo saranno sempre insufficienti o ammalate nelle radici. La Bibbia è piena di alberi e di piante, dall’albero della vita al granello di senape. E San Francesco ci aiuta con la sua fraternità cosmica con tutte le creature viventi. Noi uomini, in questi ultimi due secoli, siamo cresciuti a scapito della terra. È stata lei a pagare il conto! L’abbiamo spesso saccheggiata per aumentare il nostro benessere, e neanche il benessere di tutti, ma di un gruppetto. È questo il tempo di un nuovo coraggio nell’abbandono delle fonti fossili d’energia, di accelerare lo sviluppo di fonti a impatto zero o positivo.

E poi dobbiamo accettare il principio etico universale – che però non piace – che i danni vanno riparati. Questo è un principio etico, universale: i danni vanno riparati. Se siamo cresciuti abusando del pianeta e dell’atmosfera, oggi dobbiamo imparare a fare anche sacrifici negli stili di vita ancora insostenibili. Altrimenti, saranno i nostri figli e i nostri nipoti a pagare il conto, un conto che sarà troppo alto e troppo ingiusto. Io sentivo uno scienziato molto importante a livello mondiale, sei mesi fa, che ha detto: “Ieri mi è nata una nipotina. Se continuiamo così, poveretta, entro trent’anni dovrà vivere in un mondo inabitabile”. Saranno i figli e i nipoti a pagare il conto, un conto che sarà troppo alto e troppo ingiusto. Occorre un cambiamento rapido e deciso. Questo lo dico sul serio: conto su di voi! Per favore, non lasciateci tranquilli, dateci l’esempio! E io vi dico la verità: per vivere su questa strada ci vuole coraggio e alcune volte ci vuole qualche pizzico di eroicità. Ho sentito, in un incontro, un ragazzo, 25enne, appena uscito come ingegnere di alto livello, non trovava lavoro; alla fine l’ha trovato in un’industria che non sapeva bene cosa fosse; quando ha studiato cosa doveva fare – senza lavoro, in condizione di lavorare – ha rifiutato, perché si fabbricavano le armi. Questi sono gli eroi di oggi, questi.

La sostenibilità, poi, è una parola a più dimensioni. Oltre a quella ambientale ci sono anche le dimensioni sociale, relazionale e spirituale. Quella sociale incomincia lentamente ad essere riconosciuta: ci stiamo rendendo conto che il grido dei poveri e il grido della terra sono lo stesso grido (cfr Enc. Laudato si’, 49). Pertanto, quando lavoriamo per la trasformazione ecologica, dobbiamo tenere presenti gli effetti che alcune scelte ambientali producono sulle povertà. Non tutte le soluzioni ambientali hanno gli stessi effetti sui poveri, e quindi vanno preferite quelle che riducono la miseria e le diseguaglianze. Mentre cerchiamo di salvare il pianeta, non possiamo trascurare l’uomo e la donna che soffrono. L’inquinamento che uccide non è solo quello dell’anidride carbonica, anche la diseguaglianza inquina mortalmente il nostro pianeta. Non possiamo permettere che le nuove calamità ambientali cancellino dall’opinione pubblica le antiche e sempre attuali calamità dell’ingiustizia sociale, anche delle ingiustizie politiche. Pensiamo, per esempio, a un’ingiustizia politica; il povero popolo martoriato dei Rohingya che vaga da una parte all’altra perché non può abitare nella propria patria: un’ingiustizia politica.

C’è poi una insostenibilità delle nostre relazioni: in molti Paesi le relazioni delle persone si stanno impoverendo. Soprattutto in Occidente, le comunità diventano sempre più fragili e frammentate. La famiglia, in alcune regioni del mondo, soffre una grave crisi, e con essa l’accoglienza e la custodia della vita. Il consumismo attuale cerca di riempire il vuoto dei rapporti umani con merci sempre più sofisticate – le solitudini sono un grande affare nel nostro tempo! –, ma così genera una carestia di felicità. E questa è una cosa brutta. Pensate all’inverno demografico, per esempio, come è in rapporto con tutto questo. L’inverno demografico dove tutti i Paesi stanno diminuendo grandemente, perché non si fanno figli, ma conta più avere un rapporto affettivo con i cagnolini, con i gatti e andare avanti così. Bisogna riprendere a procreare. Ma anche in questa linea dell’inverno demografico c’è la schiavitù della donna: una donna che non può essere madre perché appena incomincia a salire la pancia, la licenziano; alle donne incinte non è sempre consentito lavorare.

C’è infine una insostenibilità spirituale del nostro capitalismo. L’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, prima di essere un cercatore di beni è un cercatore di senso. Noi tutti siamo cercatori di senso. Ecco perché il primo capitale di ogni società è quello spirituale, perché è quello che ci dà le ragioni per alzarci ogni giorno e andare al lavoro, e genera quella gioia di vivere necessaria anche all’economia. Il nostro mondo sta consumando velocemente questa forma essenziale di capitale accumulata nei secoli dalle religioni, dalle tradizioni sapienziali, dalla pietà popolare. E così soprattutto i giovani soffrono per questa mancanza di senso: spesso di fronte al dolore e alle incertezze della vita si ritrovano con un’anima impoverita di risorse spirituali per elaborare sofferenze, frustrazioni, delusioni e lutti. Guardate la percentuale di suicidi giovanili, com’è salita: e non li pubblicano tutti, nascondono la cifra. La fragilità di molti giovani deriva dalla carenza di questo prezioso capitale spirituale – io dico: voi avete un capitale spirituale? Ognuno si risponda dentro – un capitale invisibile ma più reale dei capitali finanziari o tecnologici. C’è un urgente bisogno di ricostituire questo patrimonio spirituale essenziale. La tecnica può fare molto; ci insegna il “cosa” e il “come” fare: ma non ci dice il “perché”; e così le nostre azioni diventano sterili e non riempiono la vita, neanche la vita economica.

Trovandomi nella città di Francesco, non posso non soffermarmi sulla povertà. Fare economia ispirandosi a lui significa impegnarsi a mettere al centro i poveri. A partire da essi guardare l’economia, a partire da essi guardare il mondo. Senza la stima, la cura, l’amore per i poveri, per ogni persona povera, per ogni persona fragile e vulnerabile, dal concepito nel grembo materno alla persona malata e con disabilità, all’anziano in difficoltà, non c’è “Economia di Francesco”. Direi di più: un’economia di Francesco non può limitarsi a lavorare per o con i poveri. Fino a quando il nostro sistema produrrà scarti e noi opereremo secondo questo sistema, saremo complici di un’economia che uccide. Chiediamoci allora: stiamo facendo abbastanza per cambiare questa economia, oppure ci accontentiamo di verniciare una parete cambiando colore, senza cambiare la struttura della casa? Non si tratta di dare pennellate di vernice, no: bisogna cambiare la struttura. Forse la risposta non è in quanto noi possiamo fare, ma in come riusciamo ad aprire cammini nuovi perché gli stessi poveri possano diventare i protagonisti del cambiamento. In questo senso ci sono esperienze molto grandi, molto sviluppate in India e nelle Filippine.

San Francesco ha amato non solo i poveri, ha amato anche la povertà. Questo modo di vivere austero, diciamo così. Francesco andava dai lebbrosi non tanto per aiutarli, andava perché voleva diventare povero come loro. Seguendo Gesù Cristo, si spogliò di tutto per essere povero con i poveri. Ebbene, la prima economia di mercato è nata nel Duecento in Europa a contatto quotidiano con i frati francescani, che erano amici di quei primi mercanti. Quella economia creava ricchezza, certo, ma non disprezzava la povertà. Creare ricchezza senza disprezzare la povertà. Il nostro capitalismo, invece, vuole aiutare i poveri ma non li stima, non capisce la beatitudine paradossale: “beati i poveri” (cfr Lc 6,20). Noi non dobbiamo amare la miseria, anzi dobbiamo combatterla, anzitutto creando lavoro, lavoro degno. Ma il Vangelo ci dice che senza stimare i poveri non si può combattere nessuna miseria. Ed è invece da qui che dobbiamo partire, anche voi imprenditori ed economisti: abitando questi paradossi evangelici di Francesco. Quando io parlo con la gente o confesso, io domando sempre: “Lei dà l’elemosina ai poveri?” – “Sì, sì, sì!” – “E quando lei dà l’elemosina al povero, lo guarda negli occhi?” – “Eh, non so …” – “E quando tu dai l’elemosina, tu butti la moneta o tocchi la mano del povero?”. Non guardano gli occhi e non toccano; e questo è un allontanarsi dallo spirito di povertà, allontanarsi dalla vera realtà dei poveri, allontanarsi dall’umanità che deve avere ogni rapporto umano. Qualcuno mi dirà: “Papa, siamo in ritardo, quando finisci?”: finisco adesso.

E alla luce di questa riflessione, vorrei lasciarvi tre indicazioni di percorso per andare avanti.

La prima: guardare il mondo con gli occhi dei più poveri. Il movimento francescano ha saputo inventare nel Medioevo le prime teorie economiche e persino le prime banche solidali (i “Monti di Pietà”), perché guardava il mondo con gli occhi dei più poveri. Anche voi migliorerete l’economia se guarderete le cose dalla prospettiva delle vittime e degli scartati. Ma per avere gli occhi dei poveri e delle vittime bisogna conoscerli, bisogna essere loro amici. E, credetemi, se diventate amici dei poveri, se condividete la loro vita, condividerete anche qualcosa del Regno di Dio, perché Gesù ha detto che di essi è il Regno dei cieli, e per questo sono beati (cfr Lc 6,20). E lo ripeto: che le vostre scelte quotidiane non producano scarti.

La seconda: voi siete soprattutto studenti, studiosi e imprenditori, ma non dimenticatevi del lavoro, non dimenticatevi dei lavoratori. Il lavoro delle mani. Il lavoro è già la sfida del nostro tempo, e sarà ancora di più la sfida di domani. Senza lavoro degno e ben remunerato i giovani non diventano veramente adulti, le diseguaglianze aumentano. A volte si può sopravvivere senza lavoro, ma non si vive bene. Perciò, mentre create beni e servizi, non dimenticatevi di creare lavoro, buon lavoro e lavoro per tutti.

La terza indicazione è: incarnazione. Nei momenti cruciali della storia, chi ha saputo lasciare una buona impronta lo ha fatto perché ha tradotto gli ideali, i desideri, i valori in opere concrete. Cioè, li ha incarnati. Oltre a scrivere e fare congressi, questi uomini e donne hanno dato vita a scuole e università, a banche, a sindacati, a cooperative, a istituzioni. Il mondo dell’economia lo cambierete se insieme al cuore e alla testa userete anche le mani. I tre linguaggi. Si pensa: la testa, il linguaggio del pensiero, ma non solo, unito al linguaggio del sentimento, del cuore. E non solo: unito al linguaggio delle mani. E tu devi fare quello che senti e pensi, sentire quello che fai e pensare quello senti e fai. Questa è l’unione dei tre linguaggi. Le idee sono necessarie, ci attraggono molto soprattutto da giovani, ma possono trasformarsi in trappole se non diventano “carne”, cioè concretezza, impegno quotidiano: i tre linguaggi. Le idee sole si ammalano e noi finiremo in orbita, tutti, se sono solo idee. Le idee sono necessarie, ma devono diventare “carne”. La Chiesa ha sempre respinto la tentazione gnostica – gnosi, quello della idea sola –, che pensa di cambiare il mondo solo con una diversa conoscenza, senza la fatica della carne. Le opere sono meno “luminose” delle grandi idee, perché sono concrete, particolari, limitate, con luce e ombra insieme, ma fecondano giorno dopo giorno la terra: la realtà è superiore all’idea (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 233). Cari giovani, la realtà è sempre superiore all’idea: state attenti a questo.

Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per il vostro impegno: grazie. Andate avanti, con l’ispirazione e l’intercessione di San Francesco. E io – se siete d’accordo – vorrei concludere con una preghiera. Io la leggo e voi con il cuore la seguite:

Padre, Ti chiediamo perdono per aver ferito gravemente la terra, per non aver rispettato le culture indigene, per non avere stimato e amato i più poveri, per aver creato ricchezza senza comunione. Dio vivente, che con il tuo Spirito hai ispirato il cuore, le braccia e la mente di questi giovani e li hai fatti partire verso una terra promessa, guarda con benevolenza la loro generosità, il loro amore, la loro voglia di spendere la vita per un ideale grande. Benedicili, Padre, nelle loro imprese, nei loro studi, nei loro sogni; accompagnali nelle difficoltà e nelle sofferenze, aiutali a trasformarle in virtù e in saggezza. Sostieni i loro desideri di bene e di vita, sorreggili nelle loro delusioni di fronte ai cattivi esempi, fa’ che non si scoraggino e continuino nel cammino. Tu, il cui Figlio unigenito si fece carpentiere, dona loro la gioia di trasformare il mondo con l’amore, con l’ingegno e con le mani. Amen.

E grazie tante.

Guarda il video del discorso


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Al termine fa seguito la lettura e la firma del Patto da parte del Papa e di una ragazza a nome di tutti i giovani.



Di seguito il testo integrale

Noi, giovani economisti, imprenditori, changemakers, chiamati qui ad Assisi da ogni parte del mondo, consapevoli della responsabilità che grava sulla nostra generazione, ci impegniamo ora, singolarmente e tutti insieme, a spendere la nostra vita affinché l’economia di oggi e di domani diventi una Economia del Vangelo.

Quindi:
un’economia di pace e non di guerra,
un’economia che contrasta la proliferazione delle armi, specie le più distruttive,
un’economia che si prende cura del creato e non lo depreda,
un’economia a servizio della persona, della famiglia e della vita, rispettosa di ogni donna, uomo, bambino, anziano e soprattutto dei più fragili e vulnerabili,
un’economia dove la cura sostituisce lo scarto e l’indifferenza,
un’economia che non lascia indietro nessuno, per costruire una società in cui le pietre scartate dalla mentalità dominante diventano pietre angolari,
un’economia che riconosce e tutela il lavoro dignitoso e sicuro per tutti, in particolare per le donne,
un’economia dove la finanza è amica e alleata dell’economia reale e del lavoro e non contro di essi,
un’economia che sa valorizzare e custodire le culture e le tradizioni dei popoli, tutte le specie viventi e le risorse naturali della Terra,
un’economia che combatte la miseria in tutte le sue forme, riduce le diseguaglianze e sa dire, con Gesù e con Francesco, “beati i poveri”,
un’economia guidata dall’etica della persona e aperta alla trascendenza,
un’economia che crea ricchezza per tutti, che genera gioia e non solo benessere perché una felicità non condivisa è troppo poco.

Noi in questa economia crediamo. Non è un’utopia, perché la stiamo già costruendo. E alcuni di noi, in mattine particolarmente luminose, hanno già intravisto l’inizio della terra promessa.


Assisi, 24 settembre 2022

Le economiste, gli economisti, le imprenditrici, gli imprenditori, le e i changemakers, le studentesse, gli studenti, le lavoratrici, i lavoratori

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