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domenica 20 settembre 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
20 settembre 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, i pensieri di Dio sono ben distanti dai nostri e le sue logiche a noi sembrano semplici follie. Consapevoli di non saper bene cosa sia opportuno domandare, ci uniamo al Figlio Cristo Gesù ed in Lui con fiducia ci rivolgiamo a Dio Padre, dicendo:


R/   Per amore del tuo Figlio, ascoltaci Padre

 

Lettore


- Tu vuoi, o Padre, che il tuo Regno di amore si realizzi fin d’ora su questa terra. Fa’ che la tua Chiesa, il Popolo che tu hai scelto, diventi sempre più segno e strumento della tua volontà di voler radunare tutti i popoli in un’unica famiglia, dove ognuno sia riconosciuto nella sua dignità di figlio e di figlia. Preghiamo

- Manda, o Padre, un raggio della tua luce in questo nostro mondo sempre più avvolto dalle tenebre dell’odio, del delirio di onnipotenza, del rifiuto di ogni via di dialogo e di riconciliazione. Ispira a popoli e governanti pensieri di pace, affinché escano da logiche di supremazia, di corsa agli armamenti per non cadere nell’abisso del non-senso. Preghiamo. 

- Ti affidiamo, o Padre, questo nostro Paese e quanti hanno responsabilità di governo. Aiutaci a saper affrontare le tante crisi che ci riguardano, senza cadere in inutili contrapposizioni, che servono soltanto a lacerare il nostro fragile tessuto sociale. In modo particolare ti affidiamo i ragazzi tredicenni con le loro solitudini e la loro facile tendenza a spettacolizzare la violenza. Preghiamo

- Non distogliere, o Padre, il tuo sguardo dalle nostre famiglie. Sii vicino a quelle provate dalle malattie o da problemi economici. Fa’ che tutte possano sentire la tua presenza amorosa e, in obbedienza a Cristo Gesù, poter ripetere la preghiera, che Lui stesso ci ha consegnato, la preghiera che ci rende figli e figlie, e fratelli e sorelle. Preghiamo

- Davanti a te, o Padre, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo dei migranti che continuano a morire nel Mar Mediterraneo e nei campi di detenzione e di tortura, delle vittime della violenza nelle famiglie e delle vittime della fame e dell’indigenza. Mostra verso tutti il tuo Volto di Padre Buono e compassionevole.   Preghiamo.



Per chi presiede

Ascolta, o Padre, le nostre preghiere, che rivolgiamo a Te per collaborare con generosità al tuo disegno di liberazione e di salvezza, come operai nella vigna della Chiesa e del mondo. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

AMEN.


Cittadinanza onoraria al cardinale Pizzaballa: “Bologna è parte della mia vita. Porterò questa città sempre con me”


Cittadinanza onoraria al cardinale Pizzaballa:
“Bologna è parte della mia vita.
Porterò questa città sempre con me”

Il patriarca di Gerusalemme durante la cerimonia a Palazzo d’Accursio: “Sono emozionato e onorato. Una cittadinanza rappresenta un legame di cui prendersi cura”


Bologna, 18 settembre 2026 – “Essere qui e ricevere questo riconoscimento è un'emozione particolare. Per me vuol dire tornare in un luogo al quale devo una parte importantissima di ciò che sono”. Così il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, ha commentato e accolto il conferimento della cittadinanza onoraria di Bologna, questa mattina in Consiglio comunale.

Il cardinale: "Bologna era già parte della mia vita”

“Bologna era già parte della mia vita. Oggi voi mi dite che anch'io sono parte della vostra. Ed è questo più di ogni altra cosa che mi onora”. Pizzaballa ha studiato ed è stato ordinato sotto le Due torri. Ma non è solo questo il motivo: l'aula di Palazzo d'Accursio ha votato all'unanimità l'onorificenza perché si riconosce nei valori di pace e dialogo portati avanti dal cardinale. L’ordine del giorno, frutto di un accordo tra maggioranza e minoranza, era stato presentato dalle consigliere Cristina Ceretti (Partito democratico) e Samuela Quercioli (Bologna ci piace) e dalla delegata del Sindaco Rita Monticelli, e sottoscritto dai gruppi consiliari Partito democratico, Coalizione civica, Lepore sindaco, Anche tu conti, Fratelli d’Italia, Lega Salvini premier, Misto, Forza Italia.


Il forte legame con la città delle Due Torri

Una presa di posizione forte, cui è corrisposta questa mattina una altrettanto forte, emozionata presenza di Bologna, sia laica che ecclesiastica, a Palazzo D’Accursio. D’altronde Pizzaballa ha profondi legami con la città, dove ha conseguito la Professione Solenne presso la Chiesa di Sant'Antonio nel 1989 ed è stato ordinato sacerdote nel 1990, nella Cattedrale di San Pietro.

Un riferimento costante, si legge nella motivazione del riconoscimento, non solo per la comunità cristiana, ma per chiunque riconosca nella pace e nel dialogo interculturale e interreligioso una via concreta alla convivenza tra i popoli. Maria Caterina Manca, presidente del Consiglio comunale, lo ha detto subito: “Bologna si riconosce nei suoi valori più profondi. Grazie”.

Il cardinale ringrazia, poi va oltre: “Vorrei che un po' delle sofferenze e della speranza della Terra Santa potesse trovare qui ascolto e casa. E lo farò. Sono un po' in imbarazzo, -non volevo fare l'eroe, o insegnare nulla -. Ma esserci, metterci la faccia. Impegnarsi e fare di tutto per salvare non solo l'umanità, ma anche il desiderio di vita, di pace e di serenità per tutti". Ricevere la cittadinanza onoraria, dunque, per il cardinale “è soprattutto un legame. Essere cittadini significa appartenere a una storia, riconoscere dei legami e accettare che comportino una responsabilità. Una cittadinanza, anche quando è onoraria, non dovrebbe restare soltanto qualcosa che si riceve, dovrebbe diventare un legame di cui prendersi cura. Lo farò”.


Le parole di Pizzaballa: “Quando tornerò a Gerusalemme, questo vostro gesto mi ricorderà che anche una responsabilità difficile può essere condivisa”

Con la cittadinanza onoraria, dunque, "da oggi porterò con me in una forma nuova anche Bologna. E vorrei che un po' di ciò che Bologna mi ha dato continuasse ad accompagnarmi là dove sono chiamato a vivere e a servire. Quando tornerò a Gerusalemme, questo vostro gesto mi ricorderà che anche una responsabilità difficile può essere condivisa, che non tutto deve essere sostenuto da soli".

Bologna, ha concluso il neocittadino onorario nel suo primo discorso da bolognese, "con la sua tradizione conosce bene il valore dell'incontro, della discussione e della partecipazione. E mi ha particolarmente colpito sapere che il Consiglio comunale ha approvato questa cittadinanza non solo all'unanimità, ma anche molto velocemente".

Il sindaco Lepore: “L'unica strada è essere testimoni di pace”

La soddisfazione di Bologna è rappresentata dalle parole dell’emozionato sindaco Matteo Lepore: “La cittadinanza onoraria al cardinale è anche un'assunzione di responsabilità, per noi. Per continuare a essere una città nella quale le differenze non devono diventare divisioni, nella quale la memoria non diventa vendetta e la parola pace non viene pronunciata come una formula di rito, ma come un impegno concreto”.

Bologna, spiega Lepore, "vuole continuare a essere un ponte verso la Terra Santa. Sappiamo che essere coerenti non sarà facile: richiederà un grande dibattito, grande forza di volontà, essere anche controcorrente e prendere posizione. Però crediamo di dover impegnare in questo senso la nostra comunità e le chiediamo di aiutarci. Bologna sa quanto sia importante stare accanto alle vittime, rifiutando la logica della vendetta e della punizione collettiva, chiedendo sempre verità e giustizia. Bologna sa che bisogna coltivare la memoria, superando depistaggi e propaganda che inquinano la democrazia. Ma soprattutto questa città sa che la prima cosa da fare è ergersi al fianco delle vittime e dei diritti umani. La violenza non si può certo confinare da una parte o dall'altra. L'unica strada è essere testimoni di pace”.

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa e il sindaco Matteo Lepore

Una cerimonia sentita e affollata: presente anche il cardinale Matteo Zuppi

Una cerimonia sentita e affollata, quella di questa mattina. Tra i tanti presenti il cardinale Matteo Zuppi, presidente Cei e arcivescovo di Bologna, l'ex premier Romano Prodi, e i rappresentanti delle comunità ebraiche e islamiche di Bologna, Daniele De Paz e Yassine Lafram, a cui Pizzaballa ha stretto la mano al termine della cerimonia. Per la Regione il presidente Michele de Pascale ha delegato la consigliera Simona Lembi, per la quale "Bologna si conferma la città dei diritti civili e della pace, a partire dalla ferma condanna di quanto sta avvenendo in Palestina”.

La cerimonia a Palazzo d'Accursio

“L'uso dell'IA in guerra è un esempio di deumanizzazione dell'altro”

E su questo versante, dopo la consegna della cittadinanza onoraria Pizzaballa si è soffermato su alcuni aspetti dell’odierna situazione internazionale: “L'uso dell'intelligenza artificiale in guerra – ha detto – è un esempio di deumanizzazione dell'altro: è molto più facile delegare a un algoritmo una certa decisione. Purtroppo è un fatto che l'intelligenza artificiale è usata anche nell'operazione bellica. Ed è un fatto che dobbiamo interrogarci sulle responsabilità etiche, sulle procedure, sulle catene di comando”.

Il patriarca di Gerusalemme parla poi delle elezioni in Israele, in programma tra qualche settimana: “Non credo che ci saranno cambiamenti messianici. La situazione è sempre la stessa a Gaza, di paralisi totale. Non si muove nulla dal punto di vista politico e la ricostruzione di fatto non è ancora cominciata”.

Sulla situazione umanitaria, infine, il commento è amaro: “Resta grave come sempre, con un deterioramento continuo in Cisgiordania a causa delle aggressioni da parte dei coloni. Devo dire però che trovo la risposta dentro la società, sia italiana che palestinese, sempre più determinata”. Sul ruolo dell'Italia e dell'Europa, infine: "Assistono. La comunità internazionale è fragile, speriamo che le cose cambino. Dal punto di vista umanitario l'Italia è tra i Paesi più attivi".

“La Chiesa non è neutrale, perché è per la pace che è di tutti"

Il cardinale Zuppi, nel suo discorso a margine della consegna del riconoscimento, aveva citato le parole del cardinale Lercaro: “La Chiesa non è neutrale, perché è per la pace che è di tutti. Con la sua testimonianza, il patriarca di Gerusalemme ci ha coinvolto in questo dolore infinito. Ha parlato per tutte le vittime. Ci ha ricordato la deumanizzazione dell'altro. L'odio ha creato un circolo di vittime contro altre vittime che poi col tempo irrigidisce gli animi e rende sempre più difficile aprire cammini di riconciliazione. Pizzaballa "invita a vivere il rifiuto della violenza, perché non cadiamo nella trappola di usare le parole di odio, di condividere notizie false, di non distinguere la critica dall'insulto”.
(fonte: Il resto del Carlino 18/09/2026)

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Leggi anche il testo integrale del card. Pizzaballa

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 46 - 2025/2026 - XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:
Mt 20,1-16

Attraverso questa parabola Gesù rivela come tutto ciò che siamo e abbiamo è puro dono di Grazia elargito a quanti sono chiamati dal Padre a lavorare nel e per il Regno, sia a quelli che faticano dalla prima ora, come a chi ha lavorato un'ora soltanto. «La parabola è un Vangelo in nuce, molto simile al capitolo 15 del Vangelo di Luca» (cit.). Essa è in netto contrasto con l'etica del merito e accentua la gratuità del Padre che eccede ogni nostra possibile pretesa. La ricompensa, che è l'amore gratuito del Padre, è per tutti, un amore che non è possibile guadagnare col proprio lavoro perché è pura gratuità. Se non riusciamo a comprendere questo, rischiamo di preferire il dono a Colui che ce lo dona, ci serviamo di Dio per ottenere qualcosa che amiamo più di Lui. Amiamo il Signore non per se stesso, ma per la ricompensa. L'amore di Dio non è da guadagnare, tanto meno da meritare (l'amore meritato è meretricio), ma da accogliere e condividere con tutti. Se ne facciamo oggetto di guadagno o di merito, lo trasformiamo in possesso che ci allontana dalle logiche del Regno. «Come il fratello maggiore che non vuole entrare a prendere parte al banchetto, perché preferisce rimanere con i suoi meriti piuttosto che con il Padre e con il fratello» (cit.). Ci rifiutiamo di accettare che Dio sia Dio, lo vorremmo a nostra immagine e somiglianza, un piedistallo per il nostro orgoglio. Sappiamo bene, invece, che la salvezza non viene dalle opere, ma siamo salvati per Grazia, chiamati ad essere «benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandoci a vicenda come anche Dio, in Cristo, ha perdonato noi» (Ef 4,32).


sabato 19 settembre 2026

DIO GENEROSO, NON INGIUSTO - "Il padrone della vigna non annulla la giustizia, la supera. Non ingiusto verso i primi, ma generoso verso gli ultimi." - XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

DIO GENEROSO, NON INGIUSTO


Il padrone della vigna non annulla la giustizia, la supera. 
Non ingiusto verso i primi, ma generoso verso gli ultimi.


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. (...)  Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».   Mt 20,1-16
  

DIO GENEROSO, NON INGIUSTO
 
Il padrone della vigna non annulla la giustizia, la supera. Non ingiusto verso i primi, ma generoso verso gli ultimi.

Della mia infanzia contadina ricordo bene che il vigneto era per tutti il campo più curato e amato. Lo è anche per lo strano padrone di questa parabola: esce per ben cinque volte dall’alba, in cerca di lavoratori, fino al tramonto, quando assume operai per un’ora soltanto. Il tempo di arrivare, spiegare, dare i primi colpi di zappa, ed è già l’ora di una paga da pochi centesimi. Perché lo fa? La frase rivelativa suona così: Perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente? È di loro che si interessa, di quegli uomini senza lavoro, seduti ad aspettare poco più del nulla, piombati dentro la cultura dello scarto. Mi piace tanto questo Dio che si avvicina, scuote chi si è adagiato e fa ripartire la vita.

E poi viene il cuore della parabola: il momento della paga. Senza logica apparente incomincia dagli ultimi, i meno produttivi e i meno stanchi. E i primi devono assistere ad un evento inaudito: un’ora di lavoro pagata quanto una giornata intera. Il padrone della vigna non annulla la giustizia, la supera: “quanto il cielo sovrasta la terra tanto le mie vie sovrastano le vostre vie” (Isaia 55,9). Non ingiusto verso i primi, ma generoso verso gli ultimi.

La nostra speranza è davvero in un Dio per il quale i due spiccioli della vedova valgono più delle ricche offerte dei ricchi; per il quale l’uomo viene prima del denaro, la persona prima del capitale, il bisogno prima dei meriti.

Poi si apre l’ora dei mugugni: i primi pensavano che avrebbero ricevuto di più. Se oggi è così generoso, chissà cosa darà a noi! Invece ricevono il denaro pattuito, e reclamano: non è giusto, dovevi dare a loro di meno e a noi di più!

Mi conforta un dettaglio. Ci hanno sempre detto: forza, sbrigati, avanti, c’è poco tempo… Nella parabola questo padrone ci rasserena: non c’è ansia o fretta, c’è invece pazienza e tempo. Il tempo è il messaggero di Dio. Non temere piccolo lavoratore arrivato ultimo: lui troverà il tempo, verrà a cercarti, sarà lui a varcare la distanza, lui a colmare il vuoto.

Quale il vantaggio di esser stato un lavoratore della prima ora? Forse nella paga finale più alta? No, ma è nella felice coscienza di aver messo mano alla fecondità e alla bellezza del mondo, aver lavorato per grappoli d’amore nel mio angolo di terra, nel fazzoletto di vigna che mi è dato in sorte, per un po’ di vino buono da offrire al cuore del mondo.

“Ti dispiace che io sia buono?” No, Signore, è bellissimo. Non mi dispiace, perché quello dell’ultima ora sono io, un po’ ozioso, un po’ bisognoso.

Non mi dispiace, perché sono l’ultimo arrivato eppure tu mi assicuri che nessun piccolo tassello è inutile per te, nessuno è scartato.

Non mi dispiace che Tu sia buono, perché so che verrai a cercarmi anche quando si sarà fatto tardi, e saprai scorgere una goccia di luce nascosta anche dentro il mio ultimo minuto.

Ibrahim Faltas: La pietà umana sepolta a Gaza

Ibrahim Faltas*

Sotto le macerie di un palazzo crollato a seguito dei bombardamenti sono stati ritrovati anche i corpi di una mamma e di un bambino stretti in un ultimo abbraccio. Una scena che torna a interpellare le coscienze. 
E richiama all’urgenza della pace

La pietà umana
sepolta a Gaza

 
Le macerie di Gaza aumentano di volume e di altezza. Migliaia di palazzi ancora in piedi a Gaza City sono stati danneggiati da attacchi dal cielo e da terra in questi ultimi tre anni ma costituiscono ancora un rifugio per persone che non hanno più neanche una tenda, non sanno dove andare e che sopravvivono in attesa di nuove e vecchie speranze. Per questa povera gente, un muro, un tetto, anche pericolanti, possono rappresentare una possibilità di salvezza. Il palazzo crollato in seguito a vecchi attacchi aveva un nome bello e particolare ma oramai poco rappresentativo del dramma di Gaza. Il nome era “palazzo della gioia”. Sotto macerie alte e voluminose si trovano ancora circa cento persone, più di venti sono già state estratte, fra queste più della metà sono bambini. Una mamma e un bambino sono morti abbracciati: erano distesi su un materasso impolverato che non ha attutito il peso della morte ma ha concesso un ultimo e caloroso abbraccio di un amore tenero che non riesce a donare più la vita.

L’immagine della pietà sepolta a Gaza, l’immagine di una mamma abbracciata al figlio, mi porta a vedere in quell’immagine Maria, a cercare di comprendere il suo cuore spezzato dal dolore per la morte del Figlio. Immagini simili ma diverse: Maria Addolorata e sofferente, madre del Redentore, aveva fra le braccia Cristo morto, certezza di salvezza per l'umanità. La madre di Gaza, le madri di tutti i bambini che muoiono in guerra stringono il loro dolore che non genera amore ma continua ad allargarsi per sprofondare nel vortice della vendetta. Un ennesimo “crollo dell’umanità” ha riacceso le luci su Gaza. Continuiamo a parlare, a scrivere, a chiedere e a fare la pace perché la pace è urgente, necessaria, indispensabile alla vita, non fermiamoci perché il silenzio uccide. Ricominciamo a ri-conoscere il valore della vita, riconoscendo il male subito dagli innocenti, dagli indifesi, dagli oppressi, dagli ultimi. Quante storie, quanto dolore sotto quelle macerie.

Non sono le prime macerie a seppellire vite ed è difficile sperare che siano le ultime perché da quasi un anno una tregua, rivelatasi fragile e insufficiente, non ha impedito ancora morte, sofferenza e distruzione. Persone con lo stesso dolore stanno aiutando altri esseri umani disperati a scavare a mani nude con il desiderio di riuscire a riportare alla luce chi è ancora vivo. Un bambino ha fatto sentire la sua voce flebile allo zio che lo chiamava. Gli diceva: «Zio, sono vivo. Vienimi a prendere». Una voce leggera, uno spiraglio di speranza ma finora polvere e detriti restituiscono solo morte. Altri morti restano sotto altre macerie che continuano a nascondere numeri alti e dimenticati di una tragedia che sembra non avere fine. Ci stiamo abituando a scrivere la storia con i numeri dei bollettini di guerra: dietro quei numeri ci sono persone, volti, storie di vita vissuta, speranze rubate e tagliate. I bambini, come sempre prime vittime della violenza, hanno il primo posto in questo elenco triste. Parliamo di pace, chiediamo la pace, non fermiamoci: lo chiede la nostra coscienza per dare verità e giustizia agli innocenti.

Ibrahim Faltas è un francescano egiziano. Direttore delle diciotto Scuole della Custodia di Terra Santa. È stato Vicario della Custodia di Terra Santa dal 2022 al 2025. È stato Discreto della Custodia di Terra Santa dal 2016 al 2022.
(fonte: L'Osservatore Romano 18/09/2026)


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Vedi anche i post:


Enzo Bianchi: Dove abita davvero il Signore

Enzo Bianchi
Dove abita davvero il Signore  
 
Molto addolorati per la morte di fratel Enzo Bianchi, pubblichiamo, anche per onorarne la memoria, le puntate che ci aveva inviato prima della sua dipartita

Famiglia Cristiana - 13 settembre 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?


Gesù ci invita a riconoscere la presenza di Dio nell’uomo e, soprattutto, nel povero, trasformando così la fede in servizio concreto al prossimo

Alcuni oggi hanno nostalgia del “sacro” nella liturgia, nella chiesa, nella gerarchia. Costoro non sono ascoltatori del Vangelo ma restano ascoltatori della logica delle religioni e dell’Antico Testamento.

Perché Gesù ci ha rivelato che il “sacro” non sta nello spazio del tempio, non sta nel culto ma al cuore della vita degli umani, sta nelle relazioni con gli altri. Per Gesù il luogo santo, santissimo, luogo della presenza di Dio non è più né a Gerusalemme né sul Monte Garizim, ma in ogni uomo e in ogni donna che si pongono alla sequela di Cristo e diventano sua abitazione. 
Sì, il conflitto di Gesù con sacerdoti e scribi è stato un conflitto sul discernimento del luogo in cui abita il Signore! 

Ecco perché nella parabola del samaritano, il sacerdote e il levita, pensando solo al “sacro” del tempio, delle offerte e del culto, non vedono il povero morente incappato nei banditi mentre lui, il samaritano, discerne il luogo della presenza di Dio proprio in quel disgraziato e per questo lo serve con un servizio molto migliore del servizio del culto.

Cristiano, cristiana, sai che la tua persona è tempio di Dio? È corpo di Cristo? È vitalizzata dallo Spirito santo? 

Se avessimo questa consapevolezza, se credessimo, come ci invita l’Apostolo, alla presenza di Cristo in noi, avremmo una responsabilità cristiana ed ecclesiale che ci renderebbe cristiani maturi, adulti, soggetti nella missione evangelizzatrice e testimoniale nel mondo. 

È straordinario: i monaci quando iniziano la preghiera si inchinano verso il Signore e subito dopo uno verso l’altro! E finché questo accade, salva è la vera azione cultuale.
(fonte: Altrimenti, blog dell'autore)

venerdì 18 settembre 2026

CPR e medici sotto accusa: il dovere di cura previsto dalla Costituzione va difeso


CPR e medici sotto accusa: il dovere di cura previsto dalla Costituzione va difeso

(Foto di Andrea Mancuso)

La valutazione di non idoneità al trattenimento si fonda su dati clinici e risponde al giuramento di Ippocrate e alle evidenze sull’impatto patogeno dei CPR. No alle visite frettolose per esigenze di governo, all’ampliamento del sistema detentivo dei CPR e alle campagne denigratorie contro chi tiene fermo il rispetto dei diritti fondamentali.

L’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione – ASGI – esprime grave preoccupazione per quanto accaduto nelle ultime ore a diversi medici e mediche in varie città italiane.

Nella notte del 16 settembre sono state effettuate, su disposizione della Procura della Repubblica di Ravenna, perquisizioni domiciliari, sequestri di cellulari e computer a carico di 23 medici e mediche, allo stato non indagati, nell’ambito di indagini finalizzate ad accertare eventuali responsabilità nel rilascio di certificati di non idoneità sanitaria al trattenimento di persone straniere nei CPR o nei luoghi idonei destinati al rimpatrio.

Particolarmente preoccupante risulta essere la notizia della contestazione di associazione per delinquere, finalizzata alla formazione di falsi certificati per impedire i rimpatri, mossa all’unico medico perquisito chiamato a rispondere come indagato.

Come richiamato in numerosi appelli, l’articolo 32 della Costituzione tutela la salute come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, garantendo cure gratuite agli indigenti senza distinzione di nazionalità o regolarità di soggiorno; le valutazioni condotte dai medici per accertare l’idoneità delle persone straniere al trattenimento non sono “arbitrarie”, ma si fondano su dati clinici e sull’evidenza scientifica della natura intrinsecamente patogena dei CPR, riconosciuta anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’estrema gravità della contestazione mossa fa temere che dietro la notizia di tali accuse e dietro la campagna politica e mediatica scatenata contro i medici coinvolti nelle indagini vi sia un tentativo di azione esemplare per sedare il dissenso di quella parte della classe medica che, in ottemperanza al giuramento di Ippocrate, ritiene prevalente il proprio obbligo di una valutazione medica oggettiva, senza cedere a pressioni che in nome dell’efficienza del sistema, vorrebbero il medico un mero burocrate che dia il via libera alle detenzioni, senza alcun approfondimento.

In questo contesto, tutti coloro che non si lasciano intimidire da questa deriva autoritaria e tengono fermo il rispetto dell’ordinamento giuridico e dei diritti fondamentali sono e diventano bersaglio di campagne denigratorie. È toccato a magistrati, a singoli attivisti, ad associazioni e organizzazioni che prestano attività di ricerca e soccorso in mare e ora accade ai medici.

Richiamando il comunicato del Comitato Centrale della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCEeO), si osserva che i medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza, ma professionisti della cura, il cui mandato fondamentale è tutelare la salute e la dignità di ogni persona. L’autonomia e l’indipendenza della professione medica costituiscono garanzie poste a tutela di tutti e non possono essere sottoposte a pressioni politiche o ideologiche.

ASGI esprime la propria solidarietà ai medici e alle mediche che, per svolgere con scrupolo il proprio lavoro e senza accettare frettolose valutazioni per quieto vivere, sono oggi vittime di attacchi e di veri e propri tentativi di intimidazione.

L’Associazione manifesta profonda preoccupazione per l’incremento di azioni di polizia e la strumentalizzazione giornalistica di meri atti di indagine che, per modalità e tempistiche, paiono attacchi repressivi a ogni forma di dissenso.

È in gioco la tenuta dello Stato di diritto e il rispetto della Costituzione: è chiaro il tentativo di fare del fenomeno migratorio il cavallo di Troia per disegnare un modello di società in cui i diritti fondamentali sono negati o fortemente compromessi.
(fonte: Pressenza - ASGI Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione 17.09.26)

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CPR, Medici indagati: MSF chiede alla Procura di Ravenna di acquisire il Giuramento di Ippocrate

MSF ha deciso di rivolgersi alla Procura di Ravenna per chiedere che il Giuramento di Ippocrate venga acquisito agli atti dell’inchiesta, a richiamo dei principi di indipendenza e responsabilità che guidano la professione medica.

MSF: “Medici liberi di curare, senza condizionamenti”

La nostra organizzazione segue e denuncia da anni le condizioni delle persone trattenute nei CPR in Italia.

Nel 2025, insieme alle organizzazioni del Tavolo Asilo e Immigrazione, abbiamo visitato diversi CPR sul territorio nazionale, osservando le condizioni di vita e di salute delle persone trattenute. Da questo lavoro è nato un rapporto che documenta le criticità del sistema e l’impatto della detenzione sulla salute.

Abbiamo inoltre sottoscritto l’appello promosso dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni sul ruolo e sull’autonomia dei medici nei CPR.

Questa esperienza si inserisce nel lavoro che portiamo avanti da oltre 20 anni anche in altri paesi, da Malta alla Grecia, dalla Libia a Nauru, dove abbiamo documentato le gravi conseguenze della detenzione amministrativa delle persone migranti sulla salute fisica e mentale.

Con questo gesto simbolico esprimiamo la nostra solidarietà ai colleghi e colleghe indagati e ribadiamo che un medico debba sempre agire secondo scienza e coscienza, nell’interesse esclusivo della salute delle persone “Primum non nocere”, prima di tutto non nuocere, è il principio cardine della pratica medica. I CPR sono luoghi in cui il diritto alla salute è sistematicamente compromesso e rappresentano un sistema patogeno, dove le persone si ammalano, si suicidano e i diritti vengono sistematicamente calpestati. È indispensabile che ai medici venga riconosciuta la libertà di svolgere il proprio ruolo senza condizionamenti, curando e tutelando ogni persona, indipendentemente dalla sua condizione, mettendo la salute al centro di ogni decisione clinica”.

Chiara Montaldo
infettivologa e responsabile medica di MSF
(fonte: Medici senza frontiere 17/09/2026)


Tonio Dell'Olio Quando la patria diviene un vitello d’oro

Tonio Dell'Olio
 
Quando la patria diviene un vitello d’oro
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  16 settembre 2026


Un Paese non è screditato da chi ne denuncia i crimini, ma dai crimini che si rifiuta di guardare. Eppure un ministro israeliano chiede che Yuval Abraham e Rachel Szor, registi di Naza, siano privati della cittadinanza. La loro colpa è di aver raccolto le testimonianze di ventiquattro militari e uomini dell’intelligence sulle operazioni a Gaza.

Il film racconta sistemi algoritmici che selezionano gli obiettivi e calcolano quanti civili possano essere “sacrificati”. Dietro la gelida precisione dell’intelligenza artificiale, però, restano decisioni umane: qualcuno progetta, autorizza, preme un tasto; qualcun altro muore. 

La reazione del potere è istruttiva. Invece di accertare i fatti, processa le coscienze. Invece di interrogarsi sulle vittime, accusa di tradimento chi rende visibile il meccanismo che le produce. 
Peccato gravissimo: la patria diviene il vitello d’oro che pretende silenzio e obbedienza. 

Ma cittadino leale non è chi approva tutto. È chi impedisce al proprio Paese di smarrire l’anima. 

Quelle voci, raccolte di notte sui tetti di Tel Aviv, non sono contro Israele: sono contro la disumanità che divora palestinesi e israeliani. 

Si può revocare un passaporto, minacciare un autore, censurare un film. Non si può togliere la cittadinanza alla coscienza. Né impedire alla verità, prima o poi, di tornare a casa.

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giovedì 17 settembre 2026

XXXIII anniversario del Martirio del Beato Giuseppe Puglisi - Don Mimmo Battaglia scrive una lettera a don Pino


“Caro don Pino, uomo disarmato davanti a uomini armati,
un sorriso davanti alla morte.
Possono spezzarti il corpo,
ma non possono più fermare ciò che hai messo in cammino”

Nella Chiesa Cattedrale la Celebrazione Eucaristica nel XXXIII anniversario del Martirio del Beato Giuseppe Puglisi presieduta dall'Arcivescovo di Napoli, il Cardinale Domenico Battaglia

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XXXIII anniversario del Martirio del Beato Giuseppe Puglisi

Celebrazione Eucaristica presieduta dal Card. Domenico Battaglia
Arcivescovo di Napoli

Chiesa Cattedrale, 15 settembre 2026


E’ stato il Card. Domenico Battaglia, Arcivescovo di Napoli, a presiedere nella Chiesa Cattedrale di Palermo la Celebrazione Eucaristica nel XXXIII anniversario del Martirio del Beato Giuseppe Puglisi. In luogo dell’omelia, il Card. Battaglia ha offerto una sua “lettera” a don Pino Puglisi:

Lettera a don Pino Puglisi

Questa sera avrei potuto pronunciare un discorso.

Avrei potuto parlare del beato Giuseppe Puglisi, del sacerdote, dell’educatore, del martire. Avrei potuto ricordare le date, ricostruire gli avvenimenti, cercare parole solenni per raccontare ciò che accadde qui, trentatré anni fa.

Ma ci sono uomini dei quali non si riesce a parlare al passato.

Uomini che, quando li chiami per nome, sembrano voltarsi.

Per questo ho scelto di non pronunciare un discorso su don Pino. Ho scelto di scrivergli una lettera. Perché le lettere si scrivono a chi è lontano, è vero. Ma qualche volta si scrivono anche a chi è diventato così vicino da non poter essere raccontato: soltanto chiamato.

E allora permettetemi di cominciare così.

Caro don Pino.

Caro don Pino,

sono passati trentatré anni.

Gli uomini li contano così, gli anni: uno dopo l’altro. Li mettono in fila per convincersi che il tempo proceda diritto e che ciò che è accaduto rimanga indietro.

Ma il tempo di Dio non cammina in quel modo.

Il tempo di Dio torna.
Riapre le porte.
Raccoglie le parole lasciate cadere.
Fa germogliare ciò che credevamo sepolto.

Per questo, Pino, tu non sei rimasto indietro.

Sei ancora qui.

Sei nella voce di un ragazzo che rifiuta il primo favore della mafia. Sei nelle mani di una madre che protegge suo figlio dalla strada. Sei in un insegnante che non si rassegna. Sei in un prete che apre una porta quando tutti gli consigliano di chiuderla.

Sei in ogni uomo che, davanti al male, non domanda se riuscirà a vincere.
Domanda soltanto da quale parte deve stare.

Tu avevi capito una cosa semplice e terribile: la mafia non comincia con una pistola.

Comincia molto prima.

Comincia quando a un bambino viene rubata la possibilità d’immaginare una vita diversa.

Cosa Nostra.
Poltrona di paura.
Altare di omertà.
Scuola di miseria educativa.

Eppure, dentro quella poltrona di paura, abitava il tuo sorriso obliquo.

Camicia chiara, fronte larga, capelli in lite perpetua con il vento di mare.

Portavi in tasca palloni sgonfi e Vangeli consunti. Li rovesciavi nelle mani dei ragazzini come semi in un campo che tutti chiamavano perduto.

Insegnavi loro a leggere il giornale, perché imparassero a leggere anche il mondo. Nessun proclama. Nessuna scorta. Soltanto il Vangelo appeso al filo del quotidiano.

E bastò.

Bastò a smascherare l’invincibilità dei boss. Avevano compreso che un bambino capace di leggere, giocare, scegliere e alzare la testa sarebbe diventato un uomo impossibile da mettere in ginocchio.

Ed ecco il paradosso: quando il potere si accorse di quel prete disarmato, ne decretò la condanna. Perché un Vangelo che cammina scalzo per il vicolo, che ride al sole con i bambini, spezza più catene di mille comizi.

C’è un’intelligenza sovversiva nel dono gratuito: non si compra, non si ricatta, non si arresta. Il male la teme più del piombo.

Fu allora che decisero di fermarti.

Quella sera era il tuo compleanno. Tornavi a casa. Ti aspettavano davanti al portone.

Tu li vedesti.
E sorridesti.

«Me l’aspettavo».

Forse il Vangelo intero è racchiuso in quell’istante.

Un uomo disarmato davanti a uomini armati. Un sorriso davanti alla morte. La certezza che possono spezzarti il corpo, ma non possono più fermare ciò che hai messo in cammino.

Ti uccisero, Pino.

Ma sbagliarono i calcoli.

Pensavano che eliminando un uomo avrebbero cancellato un segno. Non sapevano che i segni di Dio funzionano al contrario: quando vengono spezzati, si moltiplicano.

Come il pane.

Da quella sera sei diventato pane.
Pane per Palermo.
Pane per la Chiesa.
Pane per quanti continuano a vivere nelle periferie dimenticate, dove lo Stato arriva tardi e la criminalità arriva sempre puntuale.

Vengo da Napoli, Pino. Da una città bellissima e ferita, così simile alla tua. Anche lì conosciamo quartieri nei quali nascere può sembrare già una condanna. Anche lì ci sono ragazzi ai quali il male offre un lavoro prima che il bene riesca a offrire una speranza.

Le periferie si assomigliano tutte.

Cambiano i nomi delle strade, ma le madri piangono allo stesso modo. I ragazzi hanno la stessa fame di futuro. E il male usa sempre la medesima menzogna: convincere gli ultimi che non esista nessun’altra possibilità.

Tu ci hai insegnato che la Chiesa deve stare precisamente lì.

Non a osservare le ferite da lontano.
Non a organizzare convegni sulla sofferenza degli altri.
Non a benedire l’ordine apparente delle cose.

Deve stare dentro la ferita.

Deve conoscere i nomi. Deve entrare nelle case. Deve sedersi accanto a chi non conta. Deve sporcarsi le mani di vita, anche quando la vita è confusa, arrabbiata, persino colpevole.

Una Chiesa che non disturba il potere rischia di non consolare più nemmeno i poveri.

Tu disturbavi.

Disturbavi perché eri libero. E gli uomini liberi sono insopportabili per chi governa attraverso la paura.

Non avevi bisogno di gridare. Ti bastava esserci.

In un mondo nel quale tutti volevano essere qualcuno, tu avevi scelto di essere accanto a qualcuno.

Forse è questa la santità.
Non salire, ma scendere.
Non farsi vedere, ma vedere.
Non chiedere agli altri di venire, ma andare a cercarli.

Oggi siamo venuti qui per ricordarti. Ma tu, probabilmente, ci domanderesti di non perdere troppo tempo a ricordare.

Ci indicheresti ancora i bambini.

Ci diresti che la memoria è vera soltanto quando diventa responsabilità. Che deporre un fiore non basta, se poi lasciamo soli coloro per i quali sei morto. Che pronunciare il tuo nome può diventare persino una forma elegante di tradimento, se non abbiamo il coraggio di continuare ciò che hai cominciato.

Avevi detto: «Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto».

Non chiedesti a tutti di fare tutto.

Chiedesti a ciascuno di fare qualcosa.

È in quel “qualcosa” che oggi si misura la nostra fedeltà.

Qualcosa per un ragazzo che sta per perdersi.
Qualcosa per una famiglia soffocata dalla povertà.
Qualcosa per chi denuncia e rimane solo.
Qualcosa per liberare le nostre comunità dal favore, dall’omertà e dalla rassegnazione.
Qualcosa, anche piccolo, purché sia vero.

Perché il bene non ha sempre bisogno di gesti straordinari.

Talvolta gli basta una porta aperta.

La tua porta.

Caro Pino, veglia sulle nostre città.

Veglia su Palermo e su Napoli. Sui vicoli nei quali la bellezza e il dolore abitano nella stessa casa. Sui sacerdoti stanchi, perché non dimentichino per chi sono diventati sacerdoti. Sulla Chiesa, perché non cerchi protezione presso i potenti e non perda mai la libertà di chiamare il male con il suo nome.

Veglia soprattutto sui bambini.

Quando qualcuno dirà loro che non possono cambiare la propria storia, aiutaci a essere lì. A dire il contrario. A raccontare che esiste sempre un’altra strada e che nessun uomo nasce per appartenere alla mafia, alla camorra o alla paura.

Aiutaci a non limitarci a commemorare il tuo martirio.

Insegnaci a renderlo inutile.

Inutile, sì.

Perché nessun altro sacerdote debba morire per aver difeso i bambini. Perché nessun ragazzo debba scegliere tra la fame e il crimine. Perché nessuna madre debba inginocchiarsi davanti alla bara di un figlio.

Quel giorno, Pino, il tuo sangue avrà finalmente terminato di gridare.

E resterà soltanto il sorriso.

Quel sorriso con cui accogliesti persino chi veniva a ucciderti. Non il sorriso di chi si arrende, ma quello di chi sa che il male è già sconfitto, anche quando sembra avere in mano l’ultima parola.

Perché l’ultima parola non appartiene agli assassini.
Non appartiene alla paura.
Non appartiene alla morte.

L’ultima parola appartiene sempre alla vita.

Buon compleanno, Pino.

Continua a camminare con noi.

E quando ci vedrai stanchi, prudenti, tentati di voltarci dall’altra parte, torna a ripeterci la tua frase più semplice.

Ognuno faccia qualcosa.

Noi proveremo a farlo.

Perché si possa fare molto.
Perché si possa fare tutto.
Insieme.

Don Mimmo
(fonte: Chiesa di Palermo Ufficio Stampa 15/09/2026)

UDIENZA GENERALE 16/09/2026 Leone XIV: La diversità dei popoli è arricchimento e non pericolo

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro 
Mercoledì, 16 settembre 2026

La diversità dei popoli è arricchimento e non pericolo

All’udienza generale Leone XIV prosegue le catechesi sui documenti conciliari soffermandosi sul secondo capitolo della «Gaudium et spes»


«La diversità delle persone e dei popoli nel mondo non va considerata come un pericolo o una minaccia, ma come potenzialità di arricchimento e di crescita». Lo ha evidenziato Leone XIV all’udienza generale di stamane, mercoledì 16 settembre, in piazza San Pietro.

Rientrato in Vaticano — al termine della giornata di martedì trascorsa come di consueto a Castel Gandolfo —, il Papa ha proseguito il ciclo di catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II, soffermandosi sul secondo capitolo della costituzione pastorale Gaudium et spes e approfondendo il tema «La comunità umana (GS, 23-32)».

Rivolgendosi ai venticinquemila fedeli presenti e a quanti lo seguivano attraverso i media il Pontefice ha parlato dello sviluppo tecnologico, della diffusione dei mass media e dei social media e del sempre crescente ricorso all’intelligenza artificiale che da una parte «aprono nuove possibilità, abbattendo barriere e distanze» e dall’altra tendono a far diventare le relazioni «sempre meno personali, più virtuali» con il rischio «di abituarsi a delegare agli algoritmi decisioni che spettano solo alla coscienza umana». Di conseguenza, ha aggiunto il vescovo di Roma, «fare in modo che i rapporti sociali abbiano spessore reale e profondità personale è il contributo che la comunità cristiana si propone di offrire».


Leggi anche:
(fonte: L'Osservatore Romano 16/09/2026)

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Leone XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 1-10). 3. La comunità umana (GS, 23-32)


Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Dedicando il secondo capitolo alla “comunità umana”, la Costituzione Gaudium et spes (GS) invita a considerare il «moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini» come «uno degli aspetti più importanti del mondo d’oggi» (n. 23). Questa realtà necessita però di trovare il suo compimento «più profondamente nella comunità delle persone», per la quale è indispensabile «un reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale» (ibid.).

Sono affermazioni che, ai nostri giorni, vedono accresciuta la loro urgenza. Da una parte, infatti, lo sviluppo tecnologico, la diffusione dei mass media e dei social media, il sempre crescente ricorso all’intelligenza artificiale aprono nuove possibilità, abbattendo barriere e distanze; dall’altra, le relazioni tendono a diventare sempre meno personali, più virtuali, e si rischia di abituarsi a delegare agli algoritmi decisioni che spettano solo alla coscienza umana. Fare in modo che i rapporti sociali abbiano spessore reale e profondità personale è, a tale riguardo, il contributo che la comunità cristiana si propone di offrire.

Il Concilio invita ad attingere criteri e forza dal progetto creatore di Dio, il quale ha voluto che «tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli»; per questo «l’amore di Dio e del prossimo è il primo e più grande comandamento», che in Cristo ha avuto la sua piena rivelazione e la sua compiuta attuazione (cfr GS, 24).

Il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della società vanno considerati tra loro come strettamente interdipendenti: contrapporli o separarli significherebbe vanificarli. La storia, anche più recente, conferma questa verità in maniera chiara e, perciò, non bisogna stancarsi di ribadire con i Padri del Vaticano II che «la persona umana, che di natura sua ha assolutamente bisogno d’una vita sociale, è e deve essere principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali» (GS, 25).

In questa prospettiva, Gaudium et spes afferma che la diversità delle persone e dei popoli nel mondo non va considerata come un pericolo o una minaccia, ma come potenzialità di arricchimento e di crescita. La contrapposizione, che a volte degenera in violenza, è un frutto del potere del peccato e di come esso condiziona le mentalità e le azioni, a tutti i livelli, causando distruzione e morte. Occorre aprirsi sempre più alla logica della reciprocità, della condivisione e della cura, come accade anche tra le diverse membra del corpo umano (cfr 1Cor 12,21-25).


In questo punto, la Costituzione pastorale offre anche una sintetica definizione di “bene comune”, ricordando che esso consiste nell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente» (GS, 26). Nello stesso tempo, riconoscendo l’interdipendenza fra i popoli, essa afferma che «ogni gruppo deve tener conto dei bisogni e delle legittime aspirazioni degli altri gruppi, anzi del bene comune dell’intera famiglia umana» (GS, 26).

A partire da questa impostazione, i Padri conciliari indicano poi alcune «conseguenze pratiche di maggiore urgenza» (GS, 27). Anzitutto, il rispetto della persona umana. Dice Gaudium et spes: «Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili: tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose» (ibid.).

Seconda conseguenza: il rispetto e l’amore anche per gli avversari o per quanti hanno modi di pensare e di agire diversi dai propri (cfr GS, 28).

In terzo luogo: la fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini che esige giustizia sociale. Dice il Documento: «Ogni genere di discriminazione circa i diritti fondamentali della persona, sia in campo sociale che culturale, in ragione del sesso, della razza, del colore, della condizione sociale, della lingua o religione, deve essere superato ed eliminato, come contrario al disegno di Dio» (GS, 29).

Infine, i Padri conciliari esortano a superare la mentalità individualistica e ad assumere un atteggiamento di responsabilità e partecipazione (cfr GS, 30-31).

Cari fratelli e sorelle, questa visione dell’umanità come “comunità di persone” è una consegna preziosa che il Concilio Vaticano II ci ha lasciato. Essa aiuta tutti noi a compiere un discernimento personale e comunitario, per valutare con responsabilità i progetti sociali e politici di oggi, in base ai criteri della dignità della persona umana, della giustizia sociale e della libera partecipazione alla costruzione del bene comune. Perché il futuro dell’umanità dipende dall’impegno di ciascuno per collaborare con Dio e con i fratelli a costruire un mondo più umano (cfr GS, 30).

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, specialmente ai sacerdoti del Pontificio Collegio Messicano e ai Seminaristi del Pontificio Collegio Urbano “de Propaganda Fide”: nel formulare i migliori auguri per i vostri studi, vi assicuro il ricordo nella preghiera. Saluto, poi, i Religiosi dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, incoraggiandoli nella sequela di Cristo e nel servizio alle persone più fragili; i fedeli della Parrocchia Santissima Annunziata in Buonabitacolo, venuti per far benedire la Statua della Madonna del Carmine, auspicando per ciascuno una rinnovata devozione verso la Madre di Dio; i partecipanti al Corso per l’assistenza farmaceutica, esortando a integrare competenza scientifica, prossimità e visione integrale della persona umana.

Accolgo con affetto i Cappellani delle carceri italiane, accompagnati dal direttore generale don Raffaele Grimaldi. Carissimi, vi esprimo la mia viva riconoscenza per il vostro importante apostolato in questi luoghi di umana sofferenza: siate sempre presenza viva del Vangelo e della speranza cristiana. In particolare, sono grato all’Ispettorato Generale dei Cappellani e a tutti voi, per la preziosa collaborazione, che rendete a me e alla Segreteria di Stato, nel soccorrere spiritualmente le esistenze travagliate di tanti fratelli e sorelle detenuti che scrivono al Papa per raccontare i loro drammi e le loro ferite.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Nei giorni scorsi, la liturgia ci ha fatto meditare sul mistero della Croce e sui dolori della Madre del Signore. La croce di Cristo e l’esempio della Vergine Addolorata, illuminino la vostra esistenza, cari giovani; vi sostengano nelle prove quotidiane, cari ammalati; e siano di stimolo per voi, cari sposi novelli, ad un’esistenza familiare coerente con i principi evangelici.

A tutti la mia Benedizione.


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