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giovedì 16 aprile 2026

VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV pellegrino nel Continente africano - Algeria 14/04/2026 In un minuto la seconda giornata del Papa in Algeria


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE

13-23 APRILE 2026
Martedì 14 aprile 2026

ALGERI – ANNABA – ALGERI

09:20 Partenza in aereo dall’Aeroporto Internazionale di Algeri “Houari Boumédiène” per Annaba
10:30 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Annaba “Rabah Bitat”
11:00 VISITA AL SITO ARCHEOLOGICO DI IPPONA
A CASA DI ACCOGLIENZA PER ANZIANI DELLE PICCOLE SORELLE DEI POVERI
12:10 INCONTRO PRIVATO CON I MEMBRI DELL’ORDINE AGOSTINIANO nella Casa della Comunità Agostiniana

15:30 SANTA MESSA nella Basilica di Sant’Agostino
18:00 Partenza in aereo dall’Aeroporto Internazionale di Annaba “Rabah Bitat” per Algeri
19:10 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Algeri “Houari Boumédiène”


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Leone XIV pellegrino nel Continente africano - Algeria

In un minuto la seconda giornata del Papa in Algeria 

Dalla visita al sito archeologico di Ippona, nei luoghi di sant’Agostino, all’incontro con gli anziani della Casa di accoglienza delle Piccole Sorelle dei Poveri, fino alla Messa nella Basilica di Sant’Agostino ad Annaba. In un video le immagini più significative del secondo giorno del viaggio apostolico in Africa


Seconda giornata in Algeria per Papa Leone XIV, con la tappa ad Annaba. Dopo la partenza in aereo da Algeri e l’arrivo in mattinata, il Pontefice ha raggiunto il sito archeologico dell’antica Ippona, città nella quale sant’Agostino ha esercitato il suo ministero episcopale, fra il IV e V secolo. Qui, dopo essere stato accolto dalle autorità locali e da un responsabile del sito, ha deposto una corona di fiori e ha piantato un ulivo. Poi si è raccolto in preghiera, mentre la corale dell’Istituto della Musica di Annaba ha eseguito canti ispirati ai testi agostiniani sulla pace e la fratellanza.

Successivamente, il Papa si è recato nella Casa di accoglienza delle Piccole Sorelle dei Poveri, sulla collina di Annaba. In un clima semplice e familiare, il Papa ha incontrato gli anziani ospiti, ringraziando le religiose e il personale per il servizio quotidiano. “Qui abita Dio, perché dove c’è amore e servizio, lì c’è Dio”, ha affermato, sottolineando il valore della fraternità vissuta nella concretezza della vita e ricordando che proprio nei gesti di cura e condivisione si costruisce un mondo di pace.

Nel pomeriggio, nella basilica di Sant’Agostino, Leone XIV ha presieduto la Messa, la prima del viaggio apostolico in Africa. Nell’omelia il Papa ha parlato di unità, spiegando che "la fede nell’unico Dio, Signore del cielo e della terra, unisce gli uomini secondo una giustizia perfetta, che invita tutti alla carità, cioè ad amare ogni creatura con l’amore che Dio ci dona in Cristo". E prima di congedarsi, alla comunità cristiana in Algeria, ha indicato la via della concordia, della carità e della testimonianza umile, invitando a essere presenza discreta ma viva, “come un granello di incenso incandescente” che diffonde il suo profumo.





(fonte: Vatican News, articolo di Tommaso Chieco 14/04/2026)


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Vedi anche i post precedenti:

mercoledì 15 aprile 2026

VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV pellegrino nel Continente africano - Algeria 14/04/2026 Gli incontri del pomeriggio: «Un futuro di giustizia e di pace è possibile» - Nei saluti del vescovo di Constantine: «Compagno di cammino»


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE

13-23 APRILE 2026
Martedì 14 aprile 2026

ANNABA – ALGERI

15:30 SANTA MESSA nella Basilica di Sant’Agostino
18:00 Partenza in aereo dall’Aeroporto Internazionale di Annaba “Rabah Bitat” per Algeri
19:10 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Algeri “Houari Boumédiène”


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Leone XIV pellegrino nel Continente africano - Algeria
Gli incontri di martedì pomeriggio

 «Un futuro di giustizia e di pace è possibile»

Fedeli all’amore di Cristo, testimoni del Vangelo "con gesti semplici, relazioni vere e un dialogo vissuto giorno per giorno". E' la consegna del Papa alla Chiesa di Annaba, nella Messa celebrata nella basilica di sant’Agostino. Poi l'invito, davanti all’indigenza e all’oppressione, ad operare per la carità: "facciamo a chi ci sta accanto - afferma il Pontefice - quel che vorremmo venisse fatto a noi"


Cambiare la storia iniziando dal cuore. Nella Messa celebrata in lingua francese nella basilica di sant’Agostino, ad Annaba, l’antica Ippona, nella seconda giornata del suo viaggio apostolico in Africa, Leone XIV, primo pontefice nella terra del grande dottore della Chiesa, esorta i cristiani dell’Algeria ad essere umili testimoni del Vangelo e a coltivare il dialogo nella quotidianità.

In questa terra, carissimi cristiani di Algeria, rimanete come segno umile e fedele dell’amore di Cristo. Testimoniate il Vangelo con gesti semplici, relazioni vere e un dialogo vissuto giorno per giorno: così date sapore e luce là dove vivete.

E sapore e luce manifestano nei canti i partecipanti alla celebrazione, giovani per lo più, di diverse nazionalità dell’Africa subsahariana. Gioiose melodie africane, eseguite con strumenti musicali tipici, che rappresentano le tradizioni di queste terre e il modo di esprimersi dei credenti qui.

Come incenso

Per il Papa è come l’incenso la presenza dei cristiani in Algeria, “un granello incandescente, che spande profumo”, dando “gloria” a Dio “e letizia e conforto a tanti fratelli e sorelle”. Un “prezioso elemento, che non sta al centro dell’attenzione”, ma “invita a rivolgere” il cuore all’Onnipotente, ad incoraggiarsi a vicenda, perseverando nelle difficoltà. E allora il cuore di ogni uomo è simile a un “turibolo” dal quale si levano “lode”, “benedizione, “supplica”, e che diffonde “il soave odore della misericordia, dell’elemosina e del perdono”.

Un momento della celebrazione (@Vatican Media)

La testimonianza dei cristiani

Ripercorrendo la storia dei cristiani d'Algeria, Leone evidenzia la loro "accoglienza generosa" e "tenacia nella prova" e ricorda che "qui hanno pregato i martiri, qui sant’Agostino ha amato il suo gregge cercando la verità con passione e servendo Cristo con fede ardente". Questi esempi, per il Pontefice, devono sostenere i cristiani di oggi, che devono essere "eredi di questa tradizione", affinchè sia donata la speranza di una vita nuova. Da qui l'invito a testimoniare "nella carità fraterna la libertà di chi nasce dall’alto come speranza di salvezza per il mondo."

Rinascere dall'alto

Nella sua omelia, il Papa insiste sull’invito di Cristo a “rinascere d’alto”, non “una dura imposizione”, “una forzatura” o “una condanna al fallimento”, bensì “un dono di libertà”, grazie al quale è possibile una vita nuova, secondo la “volontà d’amore” di Dio, “che desidera rinnovare l’umanità chiamandola a una comunione di vita”, la quale “inizia con la fede”.

Mentre Cristo ci chiede di rinnovare da capo tutta la nostra esistenza, pure ci dà la forza per farlo. Lo attesta bene sant’Agostino, che prega così: “Da’, o Signore, quel che comandi e comanda quello che vuoi”.

Una statua di sant'Agostino nella basilica di Annaba (@Vatican Media)

Confidare in Dio nelle difficoltà

“Un futuro di giustizia e di pace, di concordia e di salvezza” è possibile se ci affidiamo a Dio, incoraggia il Pontefice, anche quando ci sono “problemi, insidie e tribolazioni”.

Non importa quanto siamo oppressi dal dolore o dal peccato: il Crocifisso porta tutti questi pesi con noi e per noi. Non importa quanto siamo sfiduciati dalle nostre debolezze: proprio allora si manifesta la forza di Dio, che ha risuscitato Cristo dai morti per dare la vita al mondo.
la liberà della vita nuova

Dalla fede in Cristo scaturisce “la libertà della vita nuova”, rimarca Leone, che indica l’esempio della conversione di sant’Agostino, che rinato in Cristo, nelle Confessioni, rivolgendosi a Dio, scrive: “Non sarei, se non fossi in te”.

I cristiani nascono dall’alto, rigenerati da Dio come fratelli e sorelle di Gesù, e la Chiesa che li nutre con i Sacramenti è grembo accogliente per tutti i popoli della terra.

Il Papa davanti alla basilica di sant'Agostino ad Annaba (@Vatican Media)

Mettere al centro l'amore di Dio

Ma la riforma del cuore deve coinvolgere tutti, aggiunge il Pontefice, come accadeva nella prima comunità cristiana, dove emergeva l’unità. Perchè la Chiesa nascente non è basato “su un contratto sociale, ma su un’armonia nella fede, negli affetti, nelle idee, nelle scelte di vita” che mette “al centro l’amore di Dio”, fattosi uomo in Cristo per salvare l’intera umanità. Altro tratto dell’“unità spirituale dei credenti” era la condivisione dei beni, il possesso trasformato in “dono”.

La fede nell’unico Dio, Signore del cielo e della terra, unisce gli uomini secondo una giustizia perfetta, che invita tutti alla carità, cioè ad amare ogni creatura con l’amore che Dio ci dona in Cristo. Perciò, soprattutto davanti all’indigenza e all’oppressione, i cristiani hanno come codice fondamentale la carità: facciamo a chi ci sta accanto quel che vorremmo venisse fatto a noi

Questa legge scritta da Dio nei cuori rende la Chiesa “sempre nascente”, spiega Leone, “perché dove c’è disperazione accende speranza, dove c’è miseria porta dignità, dove c’è conflitto porta riconciliazione”.

Animati dalla carità, proiettati verso gli altri

Infine la vita nuova in Cristo “coinvolge popoli di ogni lingua e cultura”, evidenzia il Papa, che ricorda il modo di vivere degli apostoli, animati dalla carità, proiettati verso gli altri. Da qui le parole rivolte ai vescovi che concelebrano, del Nord Africa in maggioranza, fra i quali quello di Constantine, Jean-Paul Guillaud, di Orano, Davide Carraro, di Laghouat, Diego Ramón Sarrió Cucarella, l’arcivescovo di Algeri, il cardinale Jean-Paul Vesco, e ancora il cardinale Cristóbal Lopez Romero, arcivescovo di Rabat, e quello di Tunisi Nicolas Lhernould.

Il primo compito dei pastori, ministri del Vangelo, è dunque dare testimonianza di Dio al mondo con un cuor solo e un’anima sola, senza che le preoccupazioni ci corrompano con la paura né le mode ci indeboliscano con il compromesso.

Leone XIV con il cardinale Vesco e monsignor Guillaud (@Vatican Media)

La preghiera dei fedeli

Terminata l’omelia, è una preghiera plurilingue quella che i fedeli levano a Dio, in francese per la Chiesa, perché “attraverso la testimonianza di tutti i battezzati” sia “luce che illumina e sale che dona sempre” e in arabo “per il popolo che abita queste terre”, affinché “nel dialogo tra i credenti delle differenti confessioni religiose si costruisca la fraternità e l’amicizia”. In berbero si prega per la pace nel mondo, perché “sia seminata la cultura dell’amore” lì dove imperversano “guerra” e “violenza” e “si edifichi una società più giusta e concorde, infine in portoghese è stato invocato Dio affinché i migranti e i più fragili e bisognosi ricevano aiuto e “attraverso una carità sempre più attiva, ognuno si senta compreso, accolto e sorretto nel suo bisogno”.

Il cuore umano trova pace solo in Dio

Prima della conclusione della liturgia il saluto al Pontefice di monsignor Guillaud, che a nome della comunità cristiana manifesta la volontà di trarre ispirazione dal vescovo di Ippona. E prima di impartire la sua benedizione Leone XIV rivolge a tutti delle parole a braccio. Ringrazia le autorità civili per l’ospitalità premurosa ricevuta. « Considero questo viaggio come un dono speciale della Provvidenza di Dio termina - un dono che mediante un Papa agostiniano il Signore ha voluto fare a tutta la Chiesa ». Poi le ultime parole indirizzate a tutti.

Dio è Amore, è padre di tutti gli uomini e di tutte le donne. Rivolgiamoci a Lui con umiltà, confessiamo che l'attuale situazione del mondo, come una spirale negativa, dipende in fondo dal nostro orgoglio. Abbiamo bisogno di Lui, della sua misericordia. Solo in Lui trova pace il cuore umano.
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 14/04/2026)

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Nei saluti del vescovo di Constantine

 «Compagno di cammino»


Una visita sì, «veloce», ma uno «sprone» per la fede della comunità cristiana e per i fratelli musulmani felici di incontrare «un compagno di cammino». Con queste parole il vescovo di Constantine, monsignor Michel Guillaud, ha dato il benvenuto a Leone XIV nella basilica di Sant’Agostino ad Annaba. Il presule, unitosi al seguito papale per tutta la permanenza nell’antica Ippona, ha riavvolto il nastro partendo dall’8 maggio scorso, quando il Pontefice appena eletto, con la frase «sono un figlio di sant’Agostino», «ha fatto fremere il popolo algerino».

Così, ha proseguito Guillaud nel suo saluto in francese, «dopo essersi chiesti se avesse un antenato originario di Ippona o di Tagaste, tutti hanno infine compreso che Agostino era per lei un grande fratello, sul suo cammino di credente» e da quel giorno «è apparso chiaro a tutti che sarebbe venuto» in Algeria. Dando al Papa il benvenuto «a casa sua», il vescovo di Constantine ha spiegato che «qui trova fratelli e sorelle cristiani e musulmani ispirati o incuriositi dalla figura, dalla vita o dagli scritti di Agostino», lieti di accoglierlo non solo come «compagno di cammino» ma anche «come guida spirituale che, pur essendo il capo della Chiesa cattolica, si prende cura di tutti, di qualunque religione siano».

Al termine della celebrazione, il presule ha ringraziato il Vescovo di Roma per la fiducia «nella benevolenza e nel rispetto del popolo algerino» e per aver sottolineato l’importanza di sant’Agostino nell’illuminare il pensiero degli uomini di oggi. Dal vescovo di Ippona, ha assicurato, «vogliamo continuare a trarre ispirazione» scrutando insieme il suo pensiero, come già accade ogni anno con le Giornate di Studi Agostiniani.

Infine ha donato al Papa una ceramica realizzata da un’artista algerina a ricordo della visita, che «ha riunito cristiani di tutte le confessioni e musulmani». Nel manufatto spiccano il verde della bandiera dell’Algeria «per raccontare il Paese e la sua accoglienza» e il rosso di un antico bassorilievo del museo di Ippona; poi il monogramma del nome di Cristo; infine, due colombe che si abbeverano a una coppa «il cui contenuto non appartiene a nessuno, ma al quale tutti apparteniamo, perché da Lui veniamo e verso di Lui andiamo», ha concluso.
(fonte: L'Osservatore Romano 15/04/2026)

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Testi e video integrali

SANTA MESSA 

Alle ore 15:30, il Santo Padre Leone XIV ha presieduto la Celebrazione Eucaristica nella Basilica di Sant’Agostino.
Dopo i riti di introduzione e la liturgia della Parola, il Papa ha pronunciato la sua omelia.
Al termine della Santa Messa, il Vescovo di Constantine, Mons. Michel Guillaud, ha rivolto alcune parole di ringraziamento al Santo Padre.




Pubblichiamo di seguito l’omelia che Papa Leone XIV ha pronunciato nel corso della Santa Messa, dopo la proclamazione del Vangelo, e le sue parole di ringraziamento al termine della Celebrazione Eucaristica:

Omelia 

Cari fratelli e sorelle,

la parola divina attraversa la storia e la rinnova con la voce umana del Salvatore. Oggi ascoltiamo il Vangelo, buona notizia per tutti i tempi, in questa basilica di Annaba dedicata a sant’Agostino, Vescovo dell’antica Ippona. Lungo i secoli, i luoghi che ci ospitano hanno cambiato nome, ma i santi sono rimasti come nostri patroni e testimoni fedeli di un legame con la terra, che viene dal cielo. È proprio questa la dinamica che il Signore illumina nella notte di Nicodemo: è questa la forza che Cristo infonde alla debolezza della sua fede e alla tenacia della sua ricerca.

Inviato dallo Spirito di Dio, «che non sai di dove viene e dove va» (Gv 3,8), Gesù è per Nicodemo un ospite speciale. Lo chiama infatti a vita nuova, consegnando al proprio interlocutore e anche a noi un compito sorprendente: «dovete rinascere dall’alto» (v. 7). Ecco l’invito per ogni uomo e ogni donna che cerca la salvezza! Dall’appello di Gesù scaturisce la missione per la Chiesa tutta, e quindi per la comunità cristiana d’Algeria: nascere nuovamente dall’alto, cioè da Dio. In questa prospettiva, la fede vince le fatiche terrene e la grazia del Signore fa fiorire il deserto. Eppure la bellezza di quest’esortazione porta con sé una prova, che il Vangelo ci chiama ad attraversare insieme.

Le parole di Cristo, infatti, hanno tutta la forza di un dovere: dovete rinascere dall’alto! Tale imperativo suona ai nostri orecchi come un comando impossibile. Ascoltando con attenzione Colui che lo dà, capiamo però che non si tratta di una dura imposizione, né di una forzatura o, tanto meno, di una condanna al fallimento. Al contrario, il dovere espresso da Gesù è per noi un dono di libertà, perché ci rivela una possibilità insperata: possiamo rinascere dall’alto, grazie a Dio. Dobbiamo farlo, dunque, secondo la sua volontà d’amore, che desidera rinnovare l’umanità chiamandola a una comunione di vita, che inizia con la fede. Mentre Cristo ci chiede di rinnovare da capo tutta la nostra esistenza, pure ci dà la forza per farlo. Lo attesta bene sant’Agostino, che prega così: «Da’, o Signore, quel che comandi e comanda quello che vuoi» (Confessiones, X, 29, 40).

Allora, quando ci chiediamo come sia possibile un futuro di giustizia e di pace, di concordia e di salvezza, ricordiamoci che stiamo facendo a Dio la stessa domanda di Nicodemo: ma davvero la nostra storia può cambiare? Siamo così carichi di problemi, insidie e tribolazioni! Davvero la nostra vita può ricominciare da capo? Sì! L’affermazione del Signore, così piena d’amore, riempie i nostri cuori di speranza. Non importa quanto siamo oppressi dal dolore o dal peccato: il Crocifisso porta tutti questi pesi con noi e per noi. Non importa quanto siamo sfiduciati dalle nostre debolezze: proprio allora si manifesta la forza di Dio, che ha risuscitato Cristo dai morti per dare la vita al mondo. Ciascuno di noi può sperimentare la libertà della vita nuova che viene dalla fede nel Redentore. Di nuovo, sant’Agostino ce ne offre l’esempio: prima ancora che per la sua sapienza, guardiamo a lui per la sua conversione. In questa rinascita, provvidenzialmente accompagnata dalle lacrime della madre, santa Monica, egli divenne sé stesso esclamando: «Io non sarei, Dio mio, non sarei affatto, se Tu non fossi in me. O meglio, non sarei, se non fossi in te» (Confessiones, I, 2).

Sì, dunque: i cristiani nascono dall’alto, rigenerati da Dio come fratelli e sorelle di Gesù, e la Chiesa che li nutre con i Sacramenti è grembo accogliente per tutti i popoli della terra. Come abbiamo ascoltato poco fa, gli Atti degli Apostoli ne danno testimonianza raccontando lo stile che contraddistingue l’umanità rinnovata dallo Spirito Santo (cfr At 4,32-37). Anche oggi occorre accogliere e realizzare questo canone apostolico, meditandolo come autentico criterio di riforma ecclesiale: una riforma che inizia dal cuore, per essere vera, e riguarda tutti, per diventare efficace.

In primo luogo, infatti, «la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola» (v. 32). Questa unità spirituale è una concordia: parola che significa bene la comunione di cuori che palpitano insieme, perché uniti a quello di Cristo. La Chiesa nascente non si basa dunque su un contratto sociale, ma su un’armonia nella fede, negli affetti, nelle idee, nelle scelte di vita che ha al centro l’amore di Dio, fatto uomo per salvare tutti i popoli della terra.

In secondo luogo, ammiriamo l’effetto materiale di quest’unità spirituale dei credenti: «Ogni cosa era fra loro comune» (v. 32). Tutti hanno tutto, partecipando ai beni di ciascuno come membra di un unico corpo. Nessuno viene privato di qualcosa, perché ognuno condivide quel che è proprio. Trasformando il possesso in dono, questa dedizione fraterna non rappresenta un’utopia se non per cuori rivali tra loro e animi avidi per sé. Al contrario, la fede nell’unico Dio, Signore del cielo e della terra, unisce gli uomini secondo una giustizia perfetta, che invita tutti alla carità, cioè ad amare ogni creatura con l’amore che Dio ci dona in Cristo. Perciò, soprattutto davanti all’indigenza e all’oppressione, i cristiani hanno come codice fondamentale la carità: facciamo a chi ci sta accanto quel che vorremmo venisse fatto a noi (cfr Mt 7,12). Animata da questa legge, che Dio scrive nei cuori, la Chiesa è sempre nascente, perché dove c’è disperazione accende speranza, dove c’è miseria porta dignità, dove c’è conflitto porta riconciliazione.

In terzo luogo, nel testo degli Atti troviamo il fondamento di questa vita nuova, che coinvolge popoli di ogni lingua e cultura: «Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande favore» (At 4,33). La carità che li anima, prima che impegno morale, è segno di salvezza: gli Apostoli proclamano che la nostra vita può cambiare perché Cristo è risorto dai morti. Il primo compito dei pastori, ministri del Vangelo, è dunque dare testimonianza di Dio al mondo con un cuor solo e un’anima sola, senza che le preoccupazioni ci corrompano con la paura né le mode ci indeboliscano con il compromesso. Insieme a voi, fratelli nell’episcopato, e a voi, presbiteri, rinnoviamo costantemente questa missione per il bene di quanti ci sono affidati, affinché la Chiesa intera sia, nel suo servizio, messaggio di vita nuova per coloro che incontriamo.

In questa terra, carissimi cristiani di Algeria, rimanete come segno umile e fedele dell’amore di Cristo. Testimoniate il Vangelo con gesti semplici, relazioni vere e un dialogo vissuto giorno per giorno: così date sapore e luce là dove vivete. La vostra presenza nel Paese fa pensare all’incenso: un granello incandescente, che spande profumo perché dà gloria al Signore e letizia e conforto a tanti fratelli e sorelle. Quest’incenso è un piccolo, prezioso elemento, che non sta al centro dell’attenzione, ma invita a rivolgere i nostri cuori a Dio, incoraggiandoci l’un l’altro a perseverare nelle difficoltà del tempo presente. Dal turibolo del nostro cuore si levano infatti la lode, la benedizione, la supplica, diffondendo il soave odore (cfr Ef 5,2) della misericordia, dell’elemosina e del perdono. La vostra storia è fatta di accoglienza generosa e di tenacia nella prova: qui hanno pregato i martiri, qui sant’Agostino ha amato il suo gregge cercando la verità con passione e servendo Cristo con fede ardente. Siate eredi di questa tradizione, testimoniando nella carità fraterna la libertà di chi nasce dall’alto come speranza di salvezza per il mondo.

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Ringraziamento finale

Grazie, Eccellenza, per i sentimenti che ha manifestato da parte dell'intera comunità! E grazie a tutti per l'accoglienza di questi giorni.

Una gratitudine particolare esprimo alle Autorità civili, per l’ospitalità premurosa che ho ricevuto e per l’attenzione con cui hanno provveduto alla felice riuscita di questa mia visita in Algeria.

Considero questo viaggio come un dono speciale della Provvidenza di Dio, un dono che mediante un Papa agostiniano il Signore ha voluto fare a tutta la Chiesa.

E mi pare di poterlo riassumere così: Dio è Amore, è padre di tutti gli uomini e di tutte le donne. Rivolgiamoci a Lui con umiltà, confessiamo che l'attuale situazione del mondo, come una spirale negativa, dipende in fondo dal nostro orgoglio.

Abbiamo bisogno di Lui, della sua misericordia. Solo in Lui trova pace il cuore umano e solo con Lui potremo, tutti insieme, riconoscendoci fratelli, camminare su vie di giustizia, di sviluppo integrale e di comunione.

Grazie, grazie tante a tutti!


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Partenza da Annaba e Arrivo ad Algeri 

Al termine della Santa Messa nella Basilica di Sant’Agostino, il Papa si è trasferito in auto all’Aeroporto internazionale di Annaba “Rabah Bitat”, da dove, alle ore 17.58, dopo essersi congedato da alcune Autorità locali, è partito – a bordo di un A220 / Air Algérie – alla volta di Algeri.
L’atterraggio all’Aeroporto Internazionale di Algeri “Houari Boumédiène” è avvenuto alle ore 18:50. 

VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV pellegrino nel Continente africano - Algeria 14/04/2026 Gli incontri della mattina: Ad Annaba sui passi di sant’Agostino - Un polo di solidarietà che offre speranza anche ai musulmani



VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE

13-23 APRILE 2026
Martedì 14 aprile 2026

ALGERI – ANNABA 

09:20 Partenza in aereo dall’Aeroporto Internazionale di Algeri “Houari Boumédiène” per Annaba
10:30 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Annaba “Rabah Bitat”
11:00 VISITA AL SITO ARCHEOLOGICO DI IPPONA
A CASA DI ACCOGLIENZA PER ANZIANI DELLE PICCOLE SORELLE DEI POVERI
12:10 INCONTRO PRIVATO CON I MEMBRI DELL’ORDINE AGOSTINIANO nella Casa della Comunità Agostiniana

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Leone XIV pellegrino nel Continente africano - Algeria
Gli incontri di martedì mattina

Ad Annaba sui passi di sant’Agostino


Piove a dirotto ad Annaba, è una giornata grigia. Eppure tra le rovine dell’antica Ippona il passato e il presente oggi sembrano fondersi. Due epoche diverse, lontane più di sedici secoli, ma dalle quali giunge al mondo lo stesso messaggio, da sant’Agostino e da Leone XIV: si può vivere come fratelli se si costruisce insieme la pace.

È il secondo giorno del viaggio apostolico del Papa in Africa e quello nel sito archeologico è uno dei momenti più attesi. Il Pontefice agostiniano, tra la pioggia battente, percorre un breve tratto dell’area, parte di una strada attraversata tante volte dal vescovo Aurelio Agostino, nativo di Tagaste, l’odierna Souk Ahras, e vescovo della fiorente città portuale.

Ampliando lo sguardo si abbraccia la collina di Annaba, con la basilica dedicata al grande padre della Chiesa. Ieri e oggi. Il primo Pontefice in terra algerina viene a rendere omaggio al suo padre spirituale, per raccoglierne l’eredità e dare ancora voce al suo invito a vivere concordi, perché ci sia armonia tra i popoli. Perché «la pace è il fine del nostro bene», scrive Agostino ne La città di Dio, nel capitolo XIX (11), dove ripete la parola «pace» oltre un centinaio di volte.

Leone XIV — partito in mattinata in aereo da Algeri — giunge poco dopo le 11.30 all’ingresso. Ad accoglierlo è un responsabile del sito, che lo saluta in arabo. Il Pontefice, riparato da un ombrello bianco, subito osserva, visibilmente emozionato, le rovine di Hippo Regius, fino al V secolo abitata da pescatori, marinai, soldati, commercianti, artigiani, e ancora funzionari e agricoltori, ma pure da famiglie agiate, armatori e uomini d’affari.

Il maltempo costringe a una cerimonia più breve rispetto a quella prevista. Simbolico il momento in cui il Papa, da sotto un gazebo e con l’aiuto di due giovani boy scout, depone una corona di rose bianche e gialle. Sullo stesso punto, pianta un ulivo, simbolo di pace: quel dono che oggi sembra impossibile e che il Pontefice affida all’intercessione di sant’Agostino. L’ulivo richiama anche quello secolare della città natale del vescovo di Ippona, che la tradizione vuole risalga al suo tempo.

Per alcuni istanti il Papa rimane assorto in preghiera, con le mani giunte. Intanto vengono fatte volare nel cielo carico di pioggia delle colombe bianche, mentre la corale dell’Istituto della Musica di Annaba intona dei canti in latino, berbero e algerino, con testi tratti dagli scritti agostiniani sui temi della pace e della fratellanza.

Un gruppo di giovani vestiti con abiti tipici, di colore chiaro, canta per il Pontefice, il quale si dirige dinanzi a loro per ascoltare l’esecuzione dell’ultimo brano. Li applaude alla fine e li ringrazia scandendo con le labbra un «thank you». Poi, ancora sotto la pioggia incessante, si avvia verso l’uscita del sito per proseguire questa seconda giornata di viaggio sui passi di sant’Agostino.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Tiziana Campisi 14/04/2026)

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Un polo di solidarietà
che offre speranza
anche ai musulmani

14 aprile 2026


dal nostro inviato
Salvatore Cernuzio

Il cuore di Dio «è straziato» da guerre, violenze, ingiustizie e menzogne. E allora vedere in una città come Annaba — ricca di storia, ma povera nei mezzi e nelle possibilità — una Casa come la Ma Maison, polo di accoglienza e solidarietà per gli anziani gestita dalle Piccole sorelle dei poveri, fa esclamare: «Allora c’è speranza!». Leone XIV dà voce al pensiero che affiora alla mente di quanti varcano il cancelletto di questa struttura situata a Lala Bouna, la collina di Annaba, a fianco alla basilica di Sant’Agostino. Un edificio risalente all’Ottocento, con all’interno una cappella e una piccola moschea, dove è forte, all’ingresso, l’odore di carne messa a cuocere e di fiori bagnati.

Qui nove suore ospitano e si prendono cura — con il supporto di personale retribuito e di volontari — di una quarantina di persone. Uomini e donne relegati, per età o malattia, ai margini del perimetro sociale, pieni di bisogni e senza famiglia. Tra loro, anche diversi musulmani.

Il Papa si reca in visita nella Casa, viva e attiva grazie anche alla carità degli abitanti, come secondo appuntamento del suo secondo giorno di viaggio in Algeria. Una giornata — anch’essa segnata da una violenta bufera di pioggia e vento — trascorsa interamente nell’antica Ippona della quale fu vescovo sant’Agostino.

In questa tappa “tutta” agostiniana, Leone XIV ha voluto ritagliarsi tra i vari impegni un breve momento in questo centro di carità in cui «abita Dio». Perché sempre, come ha detto, «dove c’è amore e servizio, lì c’è Dio».

Il Pontefice viene accolto dai canti e dagli applausi delle suore e del personale della struttura, oltre che dalle zagharit, il grido di esultanza tipico delle donne arabe e africane.

La stanza è piccola, stretta, ma ricolma dell’entusiasmo dei diversi anziani (tra loro anche l’arcivescovo gesuita Paul Desfarges, emerito di Alger), espresso ognuno secondo le proprie possibilità. Chi muovendo una mano, chi aprendosi in un sorriso, chi spostandosi in avanti con la sedia a rotelle o agitando la bandierina bianco/verde dell’Algeria. Gli “ospiti” hanno indosso gli abiti della festa: tuniche dagli ornamenti dorati, veli, turbanti, collane, kufi.

È la madre superiora, suor Philomena Peter, a dare il marhaban, il “benvenuto”, al Vescovo di Roma, seguita dalla testimonianza dell’arcivescovo Desfarges. Parole «toccanti», le definisce il Papa nel suo saluto in inglese, tradotto in arabo. A conclusione del quale, gli ospiti si affrettano a disporsi in fila indiana per recarsi dall’ospite illustre. A turno gli porgono doni, tra quadri e prodotti artigianali, mentre il Papa ricambia con coroncine del Rosario. Un anziano infila la propria nel taschino della camicia dopo averla baciata. Una foto di gruppo conclude l’incontro, il primo di un Pontefice in questa oasi di carità, nascosta al mondo al quale, tuttavia, lancia un segnale in controtendenza: «Allora c’è speranza!».

Il Pontefice, salutati tutti i presenti lasciando in dono anche un’Icona del Mandato Missionario, si reca quindi a pranzo con i confratelli dell’ordine di Sant’Agostino, che qui officiano la vicina basilica intitolata al vescovo d’Ippona. Giunto a piedi, incontra i religiosi di diverse nazionalità africane ai quali è affidato il tempio. E in dono lascia loro una riproduzione in polvere di marmo dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Salvatore Cernuzio 14/04/2026)

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Testi e video integrali

Partenza da Algeri e Arrivo ad Annaba

Alle ore 8.45 locali, Papa Leone XIV si è trasferito in auto all’Aeroporto internazionale di Algeri “Houari Boumédiène”. Alle ore 9.38 locali, a bordo di un A220 / Air Algérie, il Santo Padre è partito alla volta di Annaba (Algeria).
Atterato all’Aeroporto Internazionale di Annaba Rabah Bitat alle ore 10.32, è stato accolto da alcune Autorità locali, poi si è trasferito in auto al sito archeologico di Ippona.

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VISITA AL SITO ARCHEOLOGICO DI IPPONA

Alle ore 11.00 Papa Leone XIV ha raggiunto il sito archeologico di Ippona, dove è stato accolto all’ingresso da un responsabile.
Il Santo Padre ha attraversato le rovine, e giunto al termine del percorso, ha deposto una corona di fiori in memoria di Sant’Agostino, che per più di trent’anni fu vescovo della città romana. La corale dell’Istituto della Musica di Annaba ha intonato un canto e il Papa si è raccolto per un momento di preghiera.

Al termine, alle ore 12.50 circa, il Pontefice si è trasferito in auto alla Casa di accoglienza per Anziani delle Piccole Sorelle dei Poveri.



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VISITA ALLA CASA DI ACCOGLIENZA PER ANZIANI DELLE PICCOLE SORELLE DEI POVERI

Alle ore 13.10 circa, Papa Leone XIV ha raggiunto in auto la Casa di accoglienza delle Piccole Sorelle dei Poveri ad Annaba, in Algeria.

Al suo arrivo, il Santo Padre è stato accolto dalla Superiora della Comunità. Nella sala dell’incontro, dove sono raccolte le circa 40 persone assistite, le sorelle della Congregazione delle Piccole Sorelle dei Poveri e gli operatori della casa, dopo il saluto della Superiora, le testimonianze dell’Arcivescovo emerito di Algeri, S.E. Mons. Paul Desfarges, e di un residente algerino musulmano, il Papa ha rivolto il suo saluto ai presenti, seguito dallo scambio di doni e da un canto. 




Pubblichiamo di seguito il Saluto che Papa Leone XIV ha rivolto ai presenti nel corso della visita

Eccellenze,
Care Sorelle,
cari fratelli e sorelle, buongiorno! As-salamu alaykom!


Vi ringrazio di accogliermi in questa casa! Sono contento perché qui abita Dio, perché dove c’è amore e servizio, lì c’è Dio.

Ringrazio le Piccole Sorelle dei Poveri insieme al Personale della Casa. Grazie, Madre Filomena, per il benvenuto che mi ha rivolto.

Grazie, caro Monsignor Desfarges, per le Sue parole, le sue toccanti parole! AscoltandoLa e vedendo la Sua presenza qui in mezzo ai fratelli e alle sorelle anziani, viene spontaneo lodare Dio e ringraziarlo. Come fece Gesù quel giorno, in cui gioì nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza» (Lc 10,21).

Ringrazio il Signor Salah Bouchemel per la sua testimonianza, così bella e consolante. Penso che il Signore, dal Cielo, vedendo una casa come questa, dove si cerca di vivere insieme nella fraternità, possa pensare: allora c’è speranza! Sì perché il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne. Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi: il cuore di Dio è con i piccoli, con gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno. Come cercate di fare qui nel vostro servizio quotidiano, nella vostra amicizia, nel vivere insieme.

Grazie, care sorelle e cari fratelli, di questo incontro! Vi porto nella mia preghiera e di cuore vi lascio la mia benedizione.


Al termine il Santo Padre ha salutato individualmente gli anziani residenti della struttura, si è poi recato a piedi, alle ore 13.30 circa, alla Casa della Comunità Agostiniana, dove incontra i membri dell’Ordine e si trattiene a pranzo con loro.

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Vedi anche il post precedente:







La voce di Prevost contro la legge della violenza, della guerra, del suprematismo economico-militare di Antonio Spadaro

La voce di Prevost contro la legge della violenza, 
della guerra, del suprematismo economico-militare 
di Antonio Spadaro

Leone XIV ha sempre scelto un tono pacato e fermo di esprimersi nelle settimane in cui il mondo è tornato a familiarizzare con il linguaggio della distruzione totale, dell’orrore, della guerra ingiustificabile. Mentre alcuni governi calibrano le proprie minacce nucleari con la disinvoltura di chi aggiorna un comunicato stampa, il primo Papa americano della storia parla di pace in un mondo segnato dai venti di guerra che soffiano dal suo stesso Paese.

Sabato scorso nella preghiera per la pace a San Pietro Leone è stato particolarmente duro. Ha parlato di «un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo», di un mondo diventato «un incubo notturno», in cui «la realtà si popola di nemici». Ha denunciato che «il nome santo di Dio, il Dio della vita» viene «trascinato nei discorsi di morte». E alla fine un grido: «basta con l’idolatria di se stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra!». A che cosa si stesse riferendo era chiaro per tutti. La parola “delirio” associata a “incubo” proiettava il suo discorso in un’atmosfera cupa, malata, ossessiva.

Ma si stava riferendo a qualcuno? A Donald Trump? Mai, nei giorni scorsi, il Papa ha fatto il suo nome, sebbene il ritratto per molti corrispondesse alle parole, ai toni e alle intenzioni del presidente americano. Il Papa, secondo la tradizione consolidata dei suoi predecessori, non attacca i leader politici. Ridurre Leone a un duello personale favorisce chi vorrebbe trasformarlo in un avversario partigiano. 
Il Papa non è contro un presidente. È contro il meccanismo che rende la guerra pensabile, accettabile e infine inevitabile, il meccanismo attivato dal presidente Trump, certo, ma anche da altri leader politici che lo motivano e lo sostengono. Leone ha colpito il suo impianto morale – e quello con precisione chirurgica: è entrato nel buco nero della retorica della deterrenza, dell’eccezionalismo nazionale, della provvidenza armata che innerva il discorso pubblico americano. E così di quello di ogni teocrazia, incluse quelle che ammantano l’ingiustificabile con i panni della democrazia.

I riferimenti di Leone ai bombardamenti del Libano sono stati molto chiari la scorsa domenica. Leone non ha preso di mira The Donald come presidente degli statunitensi, ma il suo software, diciamo così. Lo ha fatto, dunque, senza replicare, senza entrare nella sua logica, senza salire sul ring nel quale Trump ha trasformato la diplomazia e la politica internazionale. Ma adesso è accaduto qualcosa di diverso, di inedito: Trump ha preso di mira papa Leone XIV con due interventi – uno scritto su Truth e uno orale rispondendo a una giornalista – alquanto sconnessi, ma molto chiari. In estrema sintesi il presidente ha detto che Leone è «pessimo in politica estera». Lo oppone poi a suo fratello Louis Prevost, attaccandolo dunque sui suoi affetti personali.

Quindi punta i piedi dicendo «non voglio un Papa che critichi il presidente degli Stati Uniti». E lo invita a essergli grato perché è grazie a lui che è diventato pontefice e quindi a «rimettersi in carreggiata come Papa, a usare il buon senso», perché agendo come agisce «sta danneggiando la Chiesa cattolica». Con queste parole The Donald ha tradito un disagio profondo. Quando il potere politico si accanisce contro una voce morale, è perché non riesce a contenerla. Trump, in fondo, sta implorando il pontefice a rientrare in un linguaggio che egli possa dominare. Ma il Papa parla un’altra lingua, che non si lascia ridurre alla grammatica della forza, della sicurezza, dell’interesse nazionale. In questo senso, l’attacco è da intendersi come una tragica dichiarazione di impotenza. Non potendo assimilare quella voce, il potere tenta di delegittimarla. Ma, così facendo, ne riconosce implicitamente il peso.

Se Leone fosse irrilevante e inoffensivo, non meriterebbe una parola. Invece viene chiamato in causa, nominato, combattuto: segno che la sua parola incide, anche nella coscienza dei cattolici americani, molti dei quali lo hanno eletto e dei quali adesso si sta alienando il favore, giorno dopo giorno. Il rapporto tra Roma e i cattolici degli Stati Uniti è sempre stato segnato da una tensione strutturale: universalismo della Chiesa contro particolarismo ed eccezionalismo della nazione. Con Leone questa tensione ha cambiato forma. Per la prima volta il Papa ha parlato dall’interno di quel mondo. Eppure la sua stessa figura rompe lo schema: Leone è americano, ma porta con sé il Perù, l’esperienza missionaria, una sensibilità irriducibilmente internazionale.

In lui l’America incontra il proprio fuori. O, meglio, scopre che il proprio dentro è già abitato da un altrove nel momento in cui esercita la sua leadership morale di più ampio valore globale. Ed è qui che emerge la forza morale della Chiesa. Non come contro-potere, ma come spazio in cui il potere viene giudicato da un criterio che non controlla. Leone risponde dicendo durante il volo che lo portava in Algeria: «parlo del Vangelo» e quindi «continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra»: «non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo». Ha specificato quindi: non ho «paura dell’amministrazione Trump»: «non guardo al mio ruolo come a un politico, non sono un politico, io non voglio entrare in un dibattito con lui».

Leone non risponde sul terreno della polemica, e proprio per questo resta fuori dalla presa. È libero. E quella libertà, disarmata e disarmante, è forse ciò che più inquieta. E, nello stesso tempo, ciò che più conta. L’episodio è, in realtà, l’ultimo di una serie. In una intervista televisiva prima del Conclave, Steve Bannon – fedelissimo di Trump e leader del movimento Maga – era stato chiaro: la peggiore scelta possibile sarebbe stata quella di Robert Francis Prevost: the worst pick ever. Successivamente i segnali lanciati dall’amministrazione americana – al di là delle formalità – non sono stati incoraggianti, ma il primo discorso di Leone al corpo diplomatico pare abbia davvero fatto traboccare il vaso. Leone aveva puntato il dito contro «una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati». E aveva denunciato: «la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando». Tutta l’impostazione del discorso era orientata a criticare il nuovo caos globale. Questo ha provocato, pochi giorni dopo, la convocazione al Pentagono del nunzio apostolico negli Stati Uniti, il cardinale Christoph Pierre.

Il fatto stesso che il Pentagono sia stato sede dell’incontro con il rappresentante del Papa è eloquente e, nel contempo, del tutto irrituale. Era un segnale forte. La parola della Santa Sede ha richiesto una risposta dall’apparato militare più potente del mondo. La linea vaticana ha perseguito anche in questo caso la sua linea: massima nettezza morale in pubblico, massimo dialogo possibile nei luoghi del potere.

Al di là delle narrazioni differenti di quell’incontro, la conclusione non è tanto che ci sia stata una “rottura” – perché la diplomazia della Santa Sede non taglia, ma cuce sempre – quanto che ci siano in gioco due visioni e che il loro confronto “franco” è avvenuto. Da un lato, una logica di deterrenza, potenza, sicurezza; dall’altro, una logica di dialogo, limite morale, diritto internazionale. La Santa Sede non si è mai posta come controparte, ma come interlocutrice. E in questo Leone è stato seguito dall’episcopato statunitense, anche di stampo conservatore, in modo inequivoco.

Oggi quell’episcopato esprime il suo “sconforto” per le parole “così denigratorie” usate da Trump. Quando un Papa argentino, polacco – si pensi a Giovanni Paolo II e l’attacco all’Iraq – o tedesco criticava la politica estera degli Stati Uniti, l’obiezione – sebbene infondata – era pronta: non capisce l’America. Con Leone questa scorciatoia è del tutto preclusa. E anzi pare che l’amministrazione americana non riesca a capire la Santa Sede e la sua particolare natura. Aveva ben inteso Leone, affacciandosi dalla Loggia delle benedizioni subito dopo la sua elezione: quell’appello alla pace «disarmata e disarmante» avrebbe plasmato da subito il suo pontificato.

Oggi quella formula acquista spessore e peso. Non è più un auspicio: è un programma. Che ha escluso la partecipazione della Santa Sede al Board of Peace trumpiano che, nelle parole diplomatiche di metà febbraio del cardinale Parolin, presenta «punti che lasciano un po’ perplessi». 
Il fuoco del discorso di Prevost si è stretto attorno a due nodi. Il primo è teologico: Dio non può essere invocato per benedire la guerra. Questo è “abusare” del Vangelo. Che Trump sul suo social personale, grazie all’IA, abbia indossato i panni di Gesù è solamente l’espressione retorica e volgare di questo abuso. Il secondo è morale e giuridico: la minaccia contro l’intero popolo iraniano è «davvero inaccettabile»; gli attacchi alle infrastrutture civili violano il diritto internazionale. A Castel Gandolfo Leone è andato oltre: ha invitato i cittadini a far pressione sui propri rappresentanti perché lavorino per la pace. Ha, insomma, invitato alla mobilitazione.

A sostegno di tutto questo c’è un principio teologico radicale: lo smantellamento di ogni teologia politica che arruoli il sacro nella legittimazione della forza. Il Gott mit uns è sempre stato un modo per giustificare la guerra elevando il conflitto a livello metafisico. Leone smonta questo meccanismo dall’interno: svuota la grammatica morale che giustifica la guerra. È un lavoro lento, paziente, ostinato. Un’opera di disarmo delle coscienze prima ancora che delle istituzioni. E questo in un momento davvero pericoloso a causa della convergenza di alcuni fattori: l’azione Usa in Medio Oriente appare caotica e priva di strategia, e dunque causa di frustrazione; l’attacco al Papa appare come uno sfogo per l’impotenza a dominare la sua voce morale; la perdita di credibilità sia nel mondo cattolico conservatore sia in quello Maga. Sono tre fattori che stanno mettendo all’angolo il presidente generando un certo allarme per le possibili conseguenze caotiche in questa «ora drammatica della storia».

(Fonte: “la Repubblica” - 14 aprile 2026)

TONIO DELL'OLIO: Trump si rassegni

Trump si rassegni
di Tonio Dell'Olio


A differenza della quasi totalità dei quotidiani italiani, L’Osservatore Romano relega a pagina 5 – e non in apertura – le intemperanze farneticanti e le posture da bullo di Donald Trump contro il Papa. Una scelta editoriale che è già, in sé, un giudizio: ridimensionare il rumore per restituire dignità alla parola.

Così si conferma, con stile evangelico, quanto il Pontefice aveva chiarito: non intende “entrare in un dibattito” con chi riduce tutto a scontro, ma continuare piuttosto ad annunciare il Vangelo della pace. 
La verità non ha bisogno di urlare. 
Il presidente degli Stati Uniti si rassegni: non troverà nel Papa un avversario politico da provocare né un pretesto per trasformare anche il Vaticano in terreno di conquista retorica o geopolitica. 
La logica dell’intimidazione, che minaccia popoli e terre, qui si infrange contro una libertà più grande: quella del Vangelo. 
D’altra parte è vero che, cercare una strategia coerente dietro parole così scomposte sarebbe illusorio, quasi pretendere da un sasso una lezione su Martin Heidegger
Non tutto ciò che fa rumore è pensiero; non tutto ciò che colpisce è verità. 
In un tempo che premia la forza ostentata, egli ricorda la forza più difficile: quella di chi si alza per dire che esiste una via migliore. 
Grazie a Papa Leone che sente il dovere di alzarsi e di dire che c’è una via migliore. 
Quella che va esattamente nella direzione opposta delle politiche trumpiane. 
La pace non è debolezza, ma la più alta forma di responsabilità verso l’umanità.

(Fonte: Mosaico dei Giorni - 14.04.2026)