Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



sabato 9 maggio 2026

Primo anniversario del pontificato di Leone XIV - Testimoni del Vangelo attraverso l’unità

Primo anniversario del pontificato di Leone XIV

Andrea Tornielli
Testimoni del Vangelo attraverso l’unità


La pace e l’unità della Chiesa sono stati i due temi ricorrenti e portanti del primo anno di pontificato di Leone XIV, che continua a chiedere preghiere per queste intenzioni. Se la pace si è imposta come urgenza a motivo del moltiplicarsi di insensati conflitti e la progressiva erosione del diritto internazionale, l’unità della Chiesa è un filo rosso che attraversa tutto il magistero del Vescovo di Roma nato a Chicago e diventato missionario in Perú. Il modo con cui Leone ha ripetuto i suoi appelli all’unità dei credenti in Cristo è particolarmente significativo e nulla ha a che vedere con l’esigenza di “normalità” o di una tranquillità che sopisca le differenze e magari annacqui i contrasti. Il Papa l’ha spiegato chiaramente nel discorso ai cardinali durante il concistoro straordinario del 7 gennaio 2026, quando, presentando la prospettiva conciliare abbracciata dai pontificati dei predecessori, ha parlato dell’attrazione citando queste parole di Benedetto XVI: «La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per “attrazione”: come Cristo attira tutti a sé con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della Croce, così la Chiesa compie la sua missione nella misura in cui, associata a Cristo, compie ogni sua opera in conformità spirituale e concreta alla carità del suo Signore». Papa Leone, dopo aver ricordato che il suo immediato predecessore «si è trovato perfettamente in accordo con questa impostazione e l’ha ripetuta più volte in diversi contesti», aggiungeva: «Oggi con gioia io la riprendo e la condivido con voi. E invito me e voi a fare bene attenzione a quello che Papa Benedetto indicava come la “forza” che presiede a questo movimento di attrazione: tale forza è la Charis, è l’Agape, è l’Amore di Dio che si è incarnato in Gesù Cristo…».

In quel discorso Leone XIV affermava: «L’amore di Cristo ci spinge in quanto ci possiede, ci avvolge, ci avvince. Ecco la forza che attrae tutti a Cristo... L’unità attrae, la divisione disperde. Mi pare che lo riscontri anche la fisica, sia nel micro che nel macrocosmo. Dunque, per essere Chiesa veramente missionaria, cioè capace di testimoniare la forza attrattiva della carità di Cristo, dobbiamo anzitutto mettere in pratica il suo comandamento, l’unico che Egli ci ha dato, dopo aver lavato i piedi dei discepoli: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”».

Le parole di Gesù in proposito indicano il cuore della missione: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri». L’unità della Chiesa si manifesta dunque in questa capacità di vivere, per grazia, relazioni nuove con i fratelli e le sorelle. Si manifesta in questa capacità di volersi bene e perdonarsi reciprocamente, facendo risplendere la comunione che nell’esperienza cristiana autenticamente vissuta prevale su qualsiasi differenza e divisione. Si manifesta in questa capacità di superare tensioni e conflitti riconoscendoci tutti chiamati, tutti peccatori perdonati bisognosi di misericordia e servi inutili, tutti ugualmente inondati di un amore infinito che non abbiamo meritato. Si manifesta nella capacità di vivere la sinodalità, che altro non è se non il modo concreto di essere in comunione nella Chiesa.

È così, è solo quando vive così, che la comunità cristiana attrae. E attrae quando non è autocentrata, quando non pensa di rifulgere di luce propria o scimmiotta le strategie di marketing delle agenzie pubblicitarie, quando non fomenta la polarizzazione ideologica. La comunità cristiana attrae, ed è dunque missionaria, quando riflette, attraverso la sua unità, la luce di un Altro, sapendo offrire a tutti quell’abbraccio di misericordia che essa stessa per prima ha sperimentato e continua a sperimentare giorno per giorno nell’incontro con Cristo.

L’unità della Chiesa non è conformismo né quieto vivere, ma l’esito di un amore che ci avvolge e desidera irradiarsi ovunque, facendo prevalere l’essere insieme sui protagonismi, la comunione sulla divisione, la mitezza sulla prepotenza, parole di pace sul linguaggio di odio che purtroppo affligge tanta parte del mondo digitale. L’unità della Chiesa non riguarda soltanto i cristiani e neanche soltanto i credenti. Lo spiegava Papa Leone nella Messa per l’inizio del suo ministero petrino esprimendo «il grande desiderio» di «una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato», invitando il mondo a guardare a Cristo, ad avvicinarsi a Lui, ad ascoltare «la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia: nell’unico Cristo noi siamo uno. E questa è la strada da fare insieme, tra di noi ma anche con le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace».

In un’ora drammatica per la storia dell’umanità, in un mondo dilaniato dalle guerre, l’unità della Chiesa è profezia di pace per tutti.
(fonte: L'osservatore Romano 07/05/2026)

*********************

venerdì 8 maggio 2026

Primo anniversario del pontificato di Leone XIV - La pace disarmata e disarmante di Leone XIV: papa di Chicago… e di Chiclayo


Primo anniversario del pontificato di Leone XIV
La pace disarmata e disarmante di Leone XIV: papa di Chicago… e di Chiclayo

A un anno dall’elezione di papa Leone, una riflessione su come questo pontefice, partito “in sordina” come più orientato ad ascoltare che a parlare, stia accompagnando la Chiesa in un cambiamento d’epoca; tenendo insieme le sue diverse anime, e rimanendo fermo nell’annuncio del Vangelo

Papa Leone a Pompei nel primo anniversario del suo pontificato, 8 maggio 2026. ANSA/Cesare Abbate

Quella sera dell’8 maggio di un anno fa, ci siamo subito resi conto che Leone non sarebbe stato Francesco, almeno nello stile. Dirompente, nel 2013, era stato quel “buona sera” di Bergoglio accompagnato da quella “fine del mondo”, che faceva presagire che le cose sarebbero cambiate. Almeno alcune cose sarebbero cambiate nella Chiesa. E Francesco ci ha provato – lo avevano eletto per questo – e, sicuramente, ha portato uno stile nuovo nelle “sacre stanze” come pure nel mondo.

Prevost si è presentato sul loggione di San Pietro in silenzio: lo sguardo fisso sulla folla, una emozione evidente. Ha subito fatto intendere la sua capacità di ascolto. Uscito dal Conclave, pareva essere più orientato ad ascoltare il respiro, le grida, i canti della folla piuttosto che dire qualcosa. E, tuttavia, ha detto e anche tanto. È, poi, trapelato che, capito come sarebbe andato a finire il Conclave, durante il pranzo si era appartato per stendere un testo, da cui è subito uscita la parola che potremmo definire la cifra di quest’anno di papato del primo pontefice americano. «La pace sia con voi» e, poi, «una pace disarmata e disarmante», subito diventato uno slogan usato da più parti.

Molti osservatori, quella sera di maggio, avevano commentato con sorpresa una elezione così veloce fra poco più di cento persone che, di fatto, si conoscevano poco o, quasi, niente. Ma non era questa la sola questione di cui meravigliarsi. Questi dodici mesi hanno mostrato come un americano sul soglio di Pietro che parla costantemente di pace, invitando al dialogo e al rispetto, in un mondo dove il diritto è, ormai, solo quello del più forte, sia anch’esso una profezia.

Leone pareva essere partito in sordina: nessun gesto eclatante, nessuna “prima volta”, la specialità di Francesco in una molteplicità di settori. Un tono sempre pacato, ma altrettanto fermo, capace di indirizzare riconoscenza e ringraziamenti all’interlocutore prima di intervenire con eventuali appunti o moniti. Alcuni giornalisti mi hanno confidato che lo considerano un “papa noioso”. Eppure, giorno dopo giorno, hanno cominciato ad arrivare decisioni importanti e per niente avventate, sia nella curia che nella nomina dei vescovi. Con calma, ascoltando pastori, teologi, clero e laici, ha dato continuità alla sinodalità, grande lascito del papa argentino, forse più nell’indicazione ecclesiale che nel suo stile di conduzione della Chiesa.

Il primo viaggio lo ha fatto nel Principato di Monaco, facendo sollevare più di un dubbio, se paragonato all’andata del predecessore a Lampedusa. Eppure, assai intelligentemente, dal pulpito del “paradiso fiscale” del Mediterraneo, Prevost ha parlato delle sperequazione economiche, della povertà nel mondo delle folle e dell’estrema ricchezza di pochi straricchi: uno scandalo. Come continente per il suo primo viaggio ha scelto l’Africa abbinando quella subsahariana a quella Nord, dove in Algeria, non solo ha fatto visita ai luoghi del padre Agostino, ma si è immerso nel mondo musulmano.

Tuttavia, è nelle ultime settimane che si è delineata sempre più la valenza di questa scelta del Collegio cardinalizio. In un teatro mondiale dove la parola “guerra” è ormai ben più usata di quella “pace”, Leone ha continuato instancabilmente in ogni suo intervento a proporre le vie della pace senza accontentarsi di tornare alla “pace disarmata e disarmante”, ma invitando tutti a “disarmare i cuori”. E lui stesso ha mostrato cosa significa “disarmare il cuore” con le sue risposte pacate e mai minimamente conflittuali davanti agli attacchi di Trump e della sua amministrazione per bocca anche di cattolici, come il vice-presidente Vance. L’attuale papa ha mostrato con chiarezza e fermezza quanto il suo centro di interesse sia il Vangelo e, per nessun motivo, intenda scostarsi da esso, neppure di fronte ai cosiddetti “grandi” e alla loro supponenza prepotente.

In tempi moderni non era mai successo un attacco così frontale nei confronti del pontefice. Prevost lo ha accolto con cuore evangelico, disarmato, pronto dopo pochi giorni, a ricevere il numero tre di quella amministrazione americana che ha deciso di ingaggiare un confronto frontale col Vaticano. E se i simboli ci fanno capire qualcosa, teniamo presente il suo regalo al Segretario di Stato americano: una penna fatta di legno di ulivo, simbolo di pace, ha commentato.

Prevost con questa politica e testimonianza sta, fra l’altro, ricompattando i cattolici americani, spaccati fra Repubblicani e Democratici e, in larga maggioranza, critici del papato precedente. Ha operato scelte oculate nella nomina dei vescovi, in alcuni posti chiave, come pure del Nunzio. Un papa americano che pareva impensabile fino ad un anno fa, è il risultato del coraggio dei cardinali: un coraggio che coinvolge una buona dose di profezia in quanto non si immaginava che l’amministrazione Trump si spingesse a tanto sia a livello bellico che di scontro col Vaticano. Il papa americano sa come porsi di fronte al suo Paese e agli attuali leader, ma lo fa con la parola e la vita evangelica.

Intanto, si coglie in questo americano, che molti hanno definito il “meno americano” fra i cardinali entrati in Conclave, l’attenzione a tutte le questioni aperte da Francesco: la riforma della Curia, l’introduzione di donne al suo interno, il non scendere a compromessi sulla questione degli abusi, il ricordarsi che la Chiesa è chiamata ad essere missionaria, aperta al mondo e agli altri.

E, tuttavia, ci sono anche altre questioni che prima o poi il nuovo papa sarà chiamato ad affrontare. Per esempio, il millenarismo è una questione sempre più pericolosa che sta giustificando i grandi regimi che sembrano dettare legge oggi: quello di Trump negli USA, quello di Netanyau in Israele, ma anche quello di Putin in Russia. Il magistero di Leone dovrà affrontare questo aspetto inatteso che è arrivato a portare pastori pentecostali che pregano nello Studio Ovale della Casa Bianca imponendo le mani sul presidente Trump. E, accanto a questo, c’è la questione di un mondo – soprattutto in occidente – che non rinuncia allo spirituale, ma sembra negare il religioso e si costruisce una religione “fai da te”.

Dunque, un’agenda tutt’altro che semplice per il papa di Chicago, ma anche di Chiclayo (la cittadina peruviana dove ha esercitato la sua missione come vescovo per tanti anni), e soprattutto seguace di Agostino che aveva avuto il coraggio di accompagnare la Chiesa attraverso quel cambiamento d’epoca che sembra riproporsi oggi in modo nuovo, forse altrettanto violento, ma senza dubbio molto complesso.
(fonte: Città Nuova, articolo di Roberto Catalano 08/05/2026)


Primo anniversario del pontificato di Leone XIV - Leone XIV: un anno e uno stile

Primo anniversario del pontificato di Leone XIV
Leone XIV: un anno e uno stile

Leone XIV durante la sua udienza generale in Piazza San Pietro (AP Photo/Gregorio Borgia)

La prossima enciclica – di pubblicazione ormai imminente – arricchirà il quadro teologico e pastorale di riferimento del papato di Leone XIV. L’anno trascorso dalla sua nomina (8 maggio 2025) ne illustra lo stile. Non esibito, non clamoroso, non sopra le righe, ma semmai da riconoscere dentro la tradizione: dal vestire all’abitare (appartamento alla terza loggia), dai modi di governo alla gestione dell’immagine, dalla fedeltà al concilio alla priorità dell’annuncio. E, pur nella tonalità diversa, si conferma la continuità con Francesco.

Il conclave: si può tornare indietro

Per raccontare un evento cum clavis, cioè riservato, mi giovo di alcuni elementi raccolti direttamente e di un affidabile racconto proposto dal volume di Gerard O’Connell (irlandese, America) e di Elisabette Piqué (argentina, La Nacion). Nell’edizione originale inglese il titolo è: The Election of Pope Leo XIV. The last Surprise of Pope Francis (Orbis Books, 2026, 312 pp.; ne abbiamo parlato qui su SettimanaNews).

I 133 cardinali elettori da 71 paesi, di appartenenze diverse, sono poco noti l’uno all’altro. Maggioranza prevista i due terzi, cioè 89 voti. Alcune premesse all’evento vanno ricordate: i funerali che mostrano la popolarità di Francesco, il disagio della curia e la gestione diretta di Francesco dell’apparato informativo con la segreteria dell’informazione ai margini. Grave e confusa la situazione della diocesi romana. Paiono aggressive le opposizioni conservatrici (dai cattolici americani agli episcopati dell’Est).

C’era stato chi, come Steve Bannon, diceva chiaramente «faremo cadere papa Francesco» (citazione dagli Epstein files). Sempre dall’area del conservatorismo americano girava un Report col profilo di una quarantina di possibili candidati, esaminati sui temi sensibili come il giudizio sull’omosessualità e la benedizione alle coppie, il celibato dei preti, le donne diacono o preti, il vecchio rito ecc. In precedenza, c’era stato un incontro a Budapest dell’area episcopale più conservatrice, interpretata come spinta per una candidatura del card. Peter Erdö.

Nel volume si ricostruisce il primo scrutinio (7 maggio): nell’arco di 20-30 voti si piazzano in ordine: Erdö in primis, Robert Prevost, Pietro Parolin. Più distaccato Jean-Marc Aveline (Marsiglia) e pochi singoli voti per Tagle, Turkson, Zuppi, Grech, Farrell e altri, come Pizzaballa. C’è, quindi, un candidato relativamente forte dell’ala conservatrice e una frantumazione del fronte «bergogliano» in cui si avverte la scarsa percorribilità di Parolin (molto atteso) e le potenzialità di Robert Prevost.

L’8 maggio, al secondo scrutinio, Prevost passa in testa grazie ai voti prima dispersi e Parolin non va oltre i voti già ricevuti. L’indicazione salda il fronte “bergogliano”. Così, nel terzo scrutinio, i nomi di maggior consenso sono Prevost, Parolin e Aveline. Nel pomeriggio, al quarto scrutinio, Prevost riceve 108 voti, ben oltre gli 89 richiesti (con probabile travaso dei voti Parolin e Aveline). Accetta e diventa papa Leone XIV.

Le ragioni della convergenza su Prevost possono essere così elencate: pastore e curiale senza nemici; uomo del Sud ma nato negli USA; carattere felice e pacato; timido e poco estroverso; in continuità con Francesco (con cui aveva avuto divergenze al tempo dell’episcopato argentino di Bergoglio che però lo aveva voluto al Dicastero dei vescovi); abituato all’internazionalità da superiore generale degli agostiniani; di fama moderato e riformista; con positiva prova al Dicastero; di buona salute; poliglotta; di profonda spiritualità; nativo conciliare.

Americano, non trumpiano

Per i cardinali e le comunità cristiane la sua origine americana non riveste un ruolo rilevante, anche perché sembra emotivamente più legato alla popolazione peruviana che agli Stati Uniti. In una recente battuta, ha detto che avrebbe tifato per il Perù in una eventuale partita fra i sudamericani e gli statunitensi.

Il problema è sorto dal versante dell’amministrazione americana. Dopo il prudente dissenso di Leone e della diplomazia vaticana davanti all’intervento americano in Venezuela, il «no» alla richiesta di entrare nel Board of Peace per la gestione del dopo-Gaza, il sostegno agli emigranti e la netta distanza dalla guerra con l’Iran, Donald Trump l’ha attaccato in termini sgarbati, sconclusionati e pretenziosi. L’ha definito debole verso la criminalità, pessimo in politica estera, contrario alla sua amministrazione. Fino alla stupidità di attribuire a sé l’elezione al soglio pontificio. Una sgangherata esibizione avviata il 13 aprile e ripresa in toni analoghi il 5 maggio, quando lo ha accusato di sostenere il progetto atomico dell’Iran.

Difficile rispondere all’irrazionale. Nel viaggio africano (12-23 aprile) papa Leone si è limitato ad affermare di non essere interessato alla polemica. Nella realtà, ciò che divide la Santa Sede dall’attuale amministrazione è il pieno consenso pontificio alle istituzioni internazionali, alla diplomazia multilaterale, al disarmo.

Per quanto riguarda i cattolici statunitensi, l’intento di papa Leone è di superare la contrapposizione che li attraversa. Operazione già avviata con il consenso episcopale rispetto alla politica migratoria disumana, alla sollecitazione a stimolare gli eletti per un cambio di prospettiva, alla definizione di «guerra ingiusta» nell’intervento contro l’Iran e all’iniziativa in proprio di cardinali, vescovi e istituzioni ecclesiali in diverse emergenze sociali.

Una curia inefficiente non serve a nessuno

Nella riforma della curia tracciato dalla costituzione Praedicate Evangelium di papa Francesco (2022) gli indirizzi generali sono molto chiari e suggestivi. Se il Concilio Tridentino pone la forza centrale sulla difesa della dottrina della fede (la Congregazione era indicata come la «Suprema»), ora il nucleo portante è la dimensione evangelizzante, con il Dicastero a questa dedicato che fa capo direttamente al papa.

In secondo luogo, la curia è non solo internazionale − come cattolico è il mondo cristiano − ma è soprattutto un mezzo e un aiuto al pontefice, non un muro di distacco rispetto ai vescovi. Come struttura di servizio la cui autorità viene dal papa è possibile che i non ordinati (laici e laiche) abbiamo ruoli apicali. Infine, tutti i Dicasteri sono sullo stesso piano con una penalizzazione per la Segreteria di Stato.

Il punto critico della riforma non è stato solo la mancanza di statuti, ma dell’intera filiera di indicazioni che vanno dai compiti dei minutanti a quelli dei capi ufficio a quelli dei prefetti. Inoltre, alcuni accorpamenti sono risultati innaturali e alcune scelte di figure femminili ai vertici (figure peraltro apprezzabili) non avevano il supporto del diritto. Troppo spesso l’ordine diretto del papa saltava tutte le mediazioni interne e l’impossibilità del ricorso alla Segreteria di Stato obbligava a rivolgersi solo al papa.

Leone ha messo subito in chiaro che lui si fida dei suoi collaboratori e ne intende rispettare ruoli e compiti. Ha di fatto trasferito di nuovo molti ruoli alla Segreteria di Stato, come emerge dal discorso agli officiali del 3 giugno 2025. Le nomine sembrano piuttosto lente, ma per nulla banali o prive di coraggio: dal successore nel Dicastero dei Vescovi (Filippo Iannone) alla Segretaria dei religiosi (Tiziana Merletti), alla conferma in termini di legge della Governatrice (Raffaella Petrini) e della Prefetta dei religiosi (Simona Brambilla). Al Dicastero dei Testi legislativi ha nominato mons. Anthony Randazzo e come Segretario del Clero ha scelto mons. Carlo Radaelli.

Quanto alla Segreteria di Stato, manca ancora l’eventuale conferma per il card. Pietro Parolin, ma ha nominato assessore agli Affari generali il nigeriano Anthony Onyemuche Ekpo, Sottosegretario alla Sezione dei Rapporti con gli Stati il rumeno Mihaita Blai e, soprattutto, mons. Paolo Rudelli come Sostituto. Nuovo Prefetto della Casa pontificia è Petar Rajič. Ha chiarito che il servizio curiale è a tempo e che si avvarrà dei consigli del concistoro dei cardinali (già celebrato il 7-8 gennaio e in programma per il 27-28 giugno).

Interessanti anche alcune nomine episcopali: per New York (Ronald Hicks), Vienna (Josef Grünwidl), Londra (Richard Moth), Cracovia (Grzegorz Rys), Praga (Stanislav Pribyl) come anche la nomina a Washington (Robert McElroy).

La pace

Fra i contenuti della sua predicazione emergono alcuni temi: la pace, i poveri, la spiritualità e la concordia ecclesiale. La pace di Cristo risorto è stata la prima parola del papa alla loggia di san Pietro dopo l’elezione:

«La pace sia con tutti voi! Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il buon pastore che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, a tutte le persone, ovunque siano, a tutti i popoli, a tutta la terra. La pace sia con voi!».

Sulla pace è tornato con insistenza. Nel saluto al corpo diplomatico del 16 maggio 2025:

«La prima parola è pace. Troppe volte la consideriamo una parola “negativa”, ossia come mera assenza di guerra e di conflitto, poiché la contrapposizione è parte della natura umana e ci accompagna sempre, spingendoci troppo spesso a vivere in un costante “stato di conflitto”: in casa, al lavoro, nella società. La pace allora sembra una semplice tregua, un momento di riposo tra una contesa e l’altra, poiché, per quanto ci si sforzi, le tensioni sono sempre presenti, un po’ come la brace che cova sotto la cenere, pronta a riaccendersi in ogni momento».

In un messaggio a monsignor Shirahama, vescovo di Hiroshima, per l’ottantesimo anniversario del lancio della bomba atomica sulle due città giapponesi, Leone XIV sottolinea che «la vera pace richiede il coraggio di deporre le armi», specialmente «quelle che possiedono la capacità di provocare catastrofi indicibili». Esorta pertanto a «forgiare un’etica globale radicata nella giustizia, nella fraternità e nel bene comune» (14 agosto 2025).

Impegnativo il suo primo messaggio per la Giornata mondiale della pace (1° gennaio 2026). Ricorda l’enorme peso delle spese militari, la necessità urgente di una educazione alla pace:

«Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo, non si procedesse ad un disarmo integrale; se, cioè, non si smontano anche gli spiriti, adoperandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità».

E soprattutto il rischio di delegare alle macchine decisioni riguardanti la vita di tutti. La pace è il compito prioritario delle fedi: «È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata».

Di pace ha parlato nel messaggio di Natale. Ha ripreso il tema nel discorso al Corpo diplomatico il 9 gennaio. Vi ha insistito nel viaggio in Africa, denunciando i «signori della guerra» e riconoscendo al continente un ruolo importante nel contesto dei popoli. La tensione, per papa Leone, deriva dal fatto di essere erede di una progressiva delegittimazione teologica della guerra (ius contra bellum), mentre è ancora sul tavolo la strumentazione della «guerra giusta» (a cui si appellano i vescovi americani contro Trump), mentre vi sono elementi del cristianesimo − come quello russo − che giustificano apertamente l’aggressione militare, mentre si registra l’esplosione della legittimazione della violenza militare nella strategia dell’amministrazione americana.

I poveri

Ai poveri ha dedicato il primo importante scritto, l’esortazione apostolica Dilexi te (4 ottobre 2025), di fatto scritta a quattro mani con Francesco.

Non è solo una questione sociale è un punto nodale della natura cristocentrica della dottrina cristiana (n. 84). Infatti «la scelta preferenziale dei poveri da parte della Chiesa è inscritta nella fede cristologica che ha portato Dio a farsi povero per noi, per arricchirci della sua povertà» (n. 99). «La realtà è che i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo» (n. 110). «Non siamo nell’orizzonte della beneficenza, ma della rivelazione: il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia» (n. 5).

L’attenzione ai poveri è, inoltre, condizione di ogni possibile riforma della Chiesa: «Sono convinto che la scelta prioritaria per i poveri genera un rinnovamento straordinario sia nella Chiesa che nella società, quando siamo capaci di liberarci dall’autoreferenzialità e riusciamo ad ascoltare il loro grido» (n. 7).

Risuona con forza l’ammonimento a quelle sensibilità religiose che pretendono di ignorare il servizio ai poveri: «Occorre ricordare che la religione, specialmente quella cristiana, non può essere limitata all’ambito privato, come se i fedeli non dovessero avere a cuore anche problemi che riguardano la società civile e gli avvenimenti che interessano i cittadini» (n. 112). Si tratta di vera mondanità dissimulata dalle pratiche religiose.

All’esortazione apostolica si possono aggiungere i due discorsi ai movimenti popolari, attenzione imposta da papa Francesco. Leone li ha incontrati il 30 maggio e il 25 ottobre 2025. Cito da quest’ultimo incontro un passaggio dalle chiare assonanze bergogliane:

«Chiedere terra, casa e lavoro per gli esclusi è una “cosa nuova”? Visto dai centri del potere mondiale, certamente no; chi ha sicurezza finanziaria e una casa confortevole può considerare queste richieste in qualche modo superate. Le cose veramente “nuove” sembrano essere i veicoli autonomi, oggetti o vestiti all’ultima moda, i telefoni cellulari di fascia alta, le criptovalute e altre cose di questo genere. Dalle periferie, però, le cose appaiono diverse; lo striscione che sventolate è così attuale che merita un intero capitolo nel pensiero sociale cristiano sugli esclusi nel mondo di oggi. Questa è la prospettiva che desidero trasmettere: le cose nuove viste dalla periferia e il vostro impegno che non si limita alla protesta, ma cerca soluzioni. Le periferie spesso invocano giustizia e voi gridate non “per disperazione”, ma “per desiderio”: il vostro è un grido per cercare soluzioni in una società dominata da sistemi ingiusti. E non lo fate con microprocessori o biotecnologie, ma dal livello più elementare, con la bellezza dell’artigianato. E questa è poesia: voi siete “poeti sociali”».

La prossima enciclica rafforzerà queste indicazioni.

La spiritualità

Leone è erede della teologia e della spiritualità di Agostino che tornano pervasivamente nei suoi interventi con l’accento sulla ricerca e l’interiorità, sull’inquietudine del credente, sull’introspezione, sulla centralità dell’amore nella vita cristiana.

Agostino ha ricercato intensamente Dio e, una volta trovatolo, si è dedicato totalmente a lui in comunione con i fratelli. La ricerca di Dio attraversa la vita cristiana. La realtà di Dio, infatti, è tanto insondabile che mai si potrà arrivare al fondo della sua conoscenza. Più si cerca Dio e lo si trova, più lo si ama; più lo si ama, maggiore diventa il desiderio di cercarlo ancora. Trovare Dio è trovare la felicità perché «ci hai fatto per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».

Leone ha specificato nella presentazione del volume di Lorenzo della Risurrezione, carmelitano francese del XVII secolo La pratica della presenza di Dio, una sua particolare sensibilità. La via di Lorenzo è semplice perché non richiede altro che di fare memoria costantemente di Dio, con piccoli atti continui di lode, preghiera, supplica, adorazione, in ogni azione e in ogni pensiero avendo come orizzonte e fine Lui solo. È l’esperienza spirituale di una unione profonda, di incontri e colloqui, di nascondimenti e sorprese, di abbandoni e scelte: tutti elementi tipici dei grandi mistici.

Il richiamo ad Agostino torna sovente. Ad esempio, nel citato discorso ai diplomatici, dove la De civitate Dei serve come cornice per comprendere il cambiamento d’epoca (cf. qui su SettimanaNews).

Concordia ecclesiale

Vi è uno sforzo evidente di raffreddare gli scontri che si sono manifestati durante il pontificato precedente, di richiamare tutti alla consapevolezza che ciò che unisce la Chiesa è assai maggiore di quanto può dividerla. La comunione è necessaria in ordine all’efficacia dell’annuncio e appartiene all’essenza del vangelo.

Per questo, papa Leone frequenterà il meno possibile i territori più insidiosi e non lo troveremo sui confini della ricerca, anche se non censurerà le sperimentazioni e le novità. È convinto che la comunione ecclesiale sia anche la necessaria testimonianza in un mondo progressivamente e paradossalmente diviso.

Lo ha ricordato nel discorso alla curia per gli auguri di Natale 2025 (22 dicembre 2025):

«La comunione nella Chiesa rimane sempre una sfida che ci chiama alla conversione. Talvolta, dietro un’apparente tranquillità, si agitano i fantasmi della divisione. E questi ci fanno cadere nella tentazione di oscillare tra due estremi opposti: uniformare tutto senza valorizzare le differenze o, al contrario, esasperare le diversità e i punti di vista piuttosto che cercare la comunione».

Nell’elenco delle udienze personali si trovano i nomi dei vescovi e dei prelati più critici fra i conservatori. Su questo versante, lo scoglio più scomodo è per ora la volontà manifestata dai lefebvriani di ordinare nuovi vescovi. Dopo l’annuncio del 2 febbraio e il successivo incontro con il prefetto, card. Víctor Manuel Fernández, è arrivato il rifiuto a proseguire nel dialogo e la riaffermazione della decisione che comporterà il rinnovo delle scomuniche per gli ordinati e gli ordinanti (cf. qui su SettimanaNews).

Appunti sparsi

Il magistero pontificio spazia su molti altri aspetti. Mi limito a indicarne alcuni.
  • Ecumenismo
Il viaggio apostolico a Nicea e in Libano in occasione del 1700 anniversario del concilio (27 novembre – 2 dicembre 2025) è un segnale evidente della continuità dell’indirizzo conciliare pur in un tempo di forti torsioni identitarie proprie a tutte le confessioni cristiane e drammaticamente espresse dalla spaccatura ortodossa e dalla piegatura nazionalistica della Chiesa russa. Aver affrontato e superato la questione del Filioque è indice dell’aggiornamento del magistero rispetto alla riflessione teologica.

L’attuale è una stagione di grande fragilità ecumenica: la crescente frattura intra-ortodossa ha isolato l’ortodossia russo-slava, avvelenando tutte le relazioni intracristiane. Tutte le Chiese in Occidente sono provate dalla secolarizzazione. Emerge la fragilità delle confessioni protestanti storiche ed è esploso lo scisma fra le Chiese anglicane sulle tematiche morali (cf. qui su SettimanaNews). Per gran parte, le comunità neopentecostali in forte crescita non sono particolarmente interessate al dialogo ecumenico.

Un contesto in cui mantenere fissa la direzione del dialogo significa salvare il futuro del cristianesimo.
  • Geopolitica
Già evocata nei confronti dell’amministrazione americana essa si struttura attorno alla scelta delle istituzioni internazionali, nonostante la loro grave crisi attuale, a partire dell’ONU. Il loro smantellamento significa una giustificazione all’aggressività militare della Russia, all’istinto di potenza degli USA e alla volontà egemonica della Cina, nei confronti della quale il dialogo continua.

Un riferimento positivo è per l’Europa come emerge dal discorso ai membri del partito popolare il 25 aprile 2026. Il pericolo che il disordine internazionale si trasformi in guerre a detrimento dei popoli e dei poveri è una consapevolezza che Leone non cessa di sottolineare.
  • Bioetica e nuovi diritti
I temi che piacciono agli ambienti radicali dell’Occidente (gender, cultura omosessuale, diritti riproduttivi, aborto ecc.) non trovano spazio di consenso nel magistero di Leone se non nell’esigenza di evitare discriminazioni e nel pieno riconoscimento del valore di ogni persona.

Sul tema dei «nuovi diritti» è illuminante una relazione del neo sostituto, Paolo Rudelli, di cui abbiamo dato nota su questo sito (cf. qui su SettimanaNews). Per Leone questioni come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà hanno la priorità rispetto alle discussioni relative ai temi sopra accennati. Anche sulla ricerca propria agli ambienti «liberali» della Chiesa occidentale (viri probati, ordinazione delle donne, diaconato femminile, benedizione sulle coppie omosessuali e simili) non ci sarà censura, ma certo non alimentazione.

Le sciabolate di Francesco («chi sono io per giudicare») non avranno seguito. Papa Leone ha mostrato di non ritenerle centrali o urgenti. Condivide l’indirizzo di Francesco, ma avverte la sua potenziale divisività sia dentro la Chiesa cattolica universale sia nel dialogo ecumenico.
  • Lotta agli abusi
Parlando alla Commissione per la tutela dei minori (16 marzo 2026) ha detto: «La prevenzione degli abusi non è un compito facoltativo, ma una dimensione costitutiva della missione della Chiesa» e ha sottolineato il pieno inserimento del lavoro in merito dentro la curia e in particolare nel Dicastero per la dottrina della fede.

Conosce la delicatezza e la potenza distruttiva dello scandalo avendo dovuto gestire alcuni casi sia come superiore generale degli agostiniani sia come vescovo a Chiclayo in Perù, dove il Sodalizio di Figari, ora soppresso, ha sparso molti veleni (cf. qui su SettimanaNews). Una prova è costituita dal caso Rupnik. Trovati i giudici si è in attesa delle conclusioni del loro lavoro.

Domande e attese

Il tema abusi apre alle domande su elementi potenzialmente critici. Ne ricordo tre: la discussione sul vecchio rito liturgico, il tema della legge naturale con la possibile riemersione dei principi non negoziabili e lo sviluppo della sinodalità.
  • Il rito
La celebrazione secondo il vecchio rito all’altare di san Pietro da parte del card. Burke, il 25 ottobre scorso, ha sorpreso quanti ritenevano chiusa la lotta sulla liturgia. Lo stesso cardinale (e poi diversi altri conservatori) è stato ricevuto in udienza da papa Leone.

Il pontefice ha espressamente manifestato la sua intenzione di abbassare i conflitti interni, certo anche relativamente alla liturgia. In un messaggio ai Vescovi francesi ha chiesto una maggiore inclusione dei fedeli attratti della messa tridentina, pur nel rispetto del Vaticano II.

Il problema, infatti, si pone qui: il ritorno al vecchio rito è o non è la richiesta di archiviare il Vaticano II e il grimaldello contro le possibili aperture papali? Leone non è certo disponibile ad azzerare il Concilio; ma una tolleranza non sorvegliata potrebbe favorire derive preoccupanti.
  • Legge naturale
La questione della legge naturale o dei principi non negoziabili è più raffinata. Essa è coerente con il progetto neo-cristiano che lascia alla politica la responsabilità di legiferare ma invoca il confine non superabile della legge naturale letta e interpretata dalla Chiesa. Al binomio magistero-legge naturale papa Francesco ha sostituito quello di Vangelo-segni dei tempi che permette di mantenere la fontalità del Vangelo e di aprirsi alle nuove esigenze e alle pratiche diffuse. Senza perdere la dimensione critica.

Papa Leone ha più volte ripreso il riferimento alla legge naturale proprio parlando ai governanti. Ad esempio, in occasione del giubileo il 21 giugno scorso: «La legge naturale universalmente valida al di là e al di sopra di altre convinzioni di carattere più opinabile, costituisce la bussola con cui orientarsi nel legiferare e nell’agire in particolare su delicate questioni etiche che oggi si pongono in maniera molto più cogente che in passato, toccando la sfera dell’intimità personale».

Processi legislativi come la costituzionalizzazione del «diritto» di aborto o la ricezione nelle leggi delle richieste più radicali della cultura del gender potrebbero aprire contenziosi di significativo spessore.
  • La sinodalità
La sinodalità è il coerente sviluppo della coscienza ecclesiale dei secoli recenti della Chiesa: dal principio petrino nel Vaticano I al principio collegiale nel Vaticano II alla pienezza della sinodalità nella sua ricezione.

La sinodalità è un principio teologico di fondo. L’approccio di Leone sembra limitarlo a uno stile, ad un modo di comportamento, a qualcosa che non attiene alla struttura di fondo della Chiesa. È l’impressione di alcuni protagonisti del recente Sinodo, peraltro non ancora concluso. Vedremo come si svilupperanno la dottrina e la prassi ecclesiale.
(fonte: Settimana News, articolo di Lorenzo Prezzi 07/05/2026)

**************

Vedi anche il post precedente: 



Tonio Dell'Olio Il nucleare che fa paura

Tonio Dell'Olio
 
Il nucleare che fa paura

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  7 maggio 202

Certo che sarei preoccupato se l’Iran riuscisse a portare a compimento il suo programma nucleare militare e a dotarsi dell’arma atomica. Ma non è che oggi si possa dormire sonni tranquilli sapendo che il “fatidico bottone” è già nelle mani di altri leader del pianeta come Kim Jong-un.

Per quale ragione dovrebbe rassicurarmi sapere che una capacità di distruzione così assoluta appartiene anche a governi che cambiano con gli umori della politica, delle tensioni internazionali o perfino dell’instabilità di un presidente che farnetica ogni giorno negando ciò che ha affermato il giorno prima e minacciando minacciando minacciando? 

Il problema non è soltanto chi potrebbe entrare nel club atomico, ma il fatto stesso che continui a esistere quel club. 

Gli Stati Uniti sono peraltro l’unica nazione ad aver usato la bomba atomica e le vittime di Hiroshima e Nagasaki gridano ancora giustizia. Nessuna Norimberga ha mai giudicato quel massacro, mentre il mondo continua a considerare “legittimo” che alcune potenze custodiscano migliaia di testate capaci di cancellare la vita sulla Terra. 

Il vero obiettivo non può essere impedire agli altri di avere il nucleare militare mentre i più forti si sfilano persino dal Trattato di non proliferazione. 

L’unica strada credibile è il disarmo nucleare globale, progressivo e verificabile. Tutto il resto significa convivere ogni giorno con la possibilità dell’irreparabile.


giovedì 7 maggio 2026

Un anno con Leone - Primo anniversario del pontificato di Leone XIV - Il papa pellegrino a Pompei per la supplica alla Vergine del Rosario

Primo anniversario del pontificato di Leone XIV
Un anno con Leone


«La pace sia con tutti voi!... Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente». Così si presentò al mondo la sera dell’8 maggio 2025 Leone XIV, il Pontefice scelto dai cardinali elettori dopo un breve conclave. Robert Francis Prevost, agostiniano statunitense sessantanovenne, era prefetto del Dicastero per i vescovi, dopo esperienze missionarie come vescovo in Perú e come priore generale del suo ordine religioso.

Domani ricorre il primo anniversario del pontificato: dodici mesi scanditi da udienze, incontri, messaggi , dalla chiusura del Giubileo della speranza, avviato dal predecessore Francesco, dalla firma di un’esortazione apostolica, la Dilexi te, da due grandi viaggi in Medio Oriente e in Africa e da uno breve nel Principato di Monaco; ma soprattutto segnati da un impegno per la pace, declinato in vigorosi appelli e in un lavoro diplomatico «dietro le quinte».

La radici agostiniane di Prevost sono ben presenti nelle omelie e nei discorsi, ricchi di citazioni del santo vescovo di Ippona, al quale ha voluto rendere omaggio recandosi in Algeria; ma anche nella scelta di visitare il santuario della Madonna del Buon Consiglio a Genazzano, alle porte di Roma, in una delle primissime uscite dal Vaticano, appena due giorni dopo l’elezione.

Altro tema ricorrente è quello del Concilio Vaticano II, al quale Leone XIV ha deciso di dedicare un intero ciclo di catechesi. Dopo aver iniziato con l’approfondimento della costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina rivelazione, il Pontefice sta ora approfondendo la Lumen gentium sulla Chiesa.

Infine, il Concistoro con i membri del Collegio cardinalizio: dopo il primo, svoltosi a gennaio, seguirà quello programmato per il prossimo mese di giugno.
(fonte: L'Osservatore Romano 07/05/2026)

**************************

Il papa pellegrino a Pompei
per la supplica alla Vergine del Rosario

La prima visita in territorio italiano, al di fuori del Lazio, sarà compiuta dal papa in Campania: prima a Pompei, poi e Napoli e, il 23 maggio, ad Acerra, nella cosiddetta “Terra dei Fuochi”

Papa Leone XIV, foto ANSA/ETTORE FERRARI

Domani, 8 maggio 2026, papa Leone XIV sarà in visita pastorale al santuario di Pompei, in occasione del suo primo anniversario di pontificato e in coincidenza con il 150° anniversario della posa della prima pietra (8 maggio 1876) della basilica dedicata alla Vergine del Rosario.

«Il santo padre ci fa un dono specialissimo, che vogliamo accogliere con il cuore pieno di gratitudine, affinché la nostra comunità diventi sempre più santuario di luce, scuola di preghiera e roccaforte di pace», ha affermato l’arcivescovo-prelato e delegato pontificio di Pompei, Tommaso Caputo, in un’intervista ai media vaticani.

Fedeli al santuario di Pompei (Napoli) in occasione della supplica alla Madonna del Rosario, 01 ottobre 2017.
ANSA / CESARE ABBATE

Il legame tra papa Prevost e Pompei è stato chiaro fin dall’inizio, dalle prime parole pronunciate dal pontefice, l’8 maggio 2025, affacciandosi dalla Loggia delle Benedizioni, subito dopo l’elezione, quando ricordò che quello era il giorno della Supplica alla Madonna di Pompei. E ancor di più dal nome scelto, Leone, che richiama immediatamente Leone XIII, il papa del Rosario, che fu il primo e più grande sostenitore dell’opera di San Bartolo Longo, il fondatore di Pompei, assieme alla moglie, la contessa Marianna Farnararo De Fusco. Inoltre, papa Leone XIV ha canonizzato Bartolo Longo lo scorso 19 ottobre.

La comunità ecclesiale e civile di Pompei si stava, dunque, preparando da tempo a questa visita, attesa e desiderata ancor prima che fosse annunciata. Innanzitutto con la preghiera: un testo preparato per l’occasione nel quale si prega per le intenzioni del papa, che viene recitato da circa tre mesi, in santuario e nelle parrocchie. Da un punto di vista concreto l’organizzazione è stata molto complessa, perché il papa, pur restando solo sei ore nella cittadina campana, avrà diversi incontri e, soprattutto, presiederà la santa messa e guiderà la recita della Supplica, la famosa preghiera composta da Longo nel 1883, ancora attualissima, perché esprime le preoccupazione, le richieste e i pensieri di ogni uomo e donna, oggi come allora.

Un momento della preghiera seguita all’annuncio della canonizzazione di Bartolo Longo
(foto archivio fotografico Santuario di Pompei)

Il primo incontro, subito dopo l’atterraggio, sarà con quello che lo stesso Longo definiva “Il tempio della carità”, che lui stesso volle edificare accanto al santuario, “Il tempio della fede”. Circa quattrocento persone: bambini, ragazzi, mamme e donne in difficoltà, poveri, anziani, persone con disabilità, accolti nelle varie opere sociali fondate da Longo, aggiornate nel tempo e ancora attive, si ritroveranno con il papa e tre di loro gli racconteranno la propria piccola storia, parte di una grande storia di rinascita, che da 140 anni ha cambiato il volto di questa valle, una volta desolata e ora viva e vivificante.

Pompei ha un legame forte anche con il Movimento dei Focolari, in primis per la comune fedeltà alla preghiera del Rosario, ma anche per la visita che proprio qui fece, esattamente 30 anni, fa la fondatrice dei Focolari, Chiara Lubich, invitata dall’allora arcivescovo, il cappuccino Francesco Saverio Toppi (di entrambi è un corso la causa di beatificazione).

L’8 maggio migliaia di persone parteciperanno alla messa, raccogliendosi attorno al vicario di Cristo, per essere confermati nella fede, ascoltare parole di speranza, in questo momento di grave disordine mondiale, e sentirsi rafforzati nel proprio impegno di carità.

Centinaia i giornalisti, fotografi e video-operatori che si sono accreditati, italiani e stranieri. Tutti i momenti della giornata saranno trasmessi da Vatican Media, Tv2000, Tele Pace e Canale 21, mentre la santa messa e la Supplica, dalle 10.20 alle 12.30, saranno irradiati anche da Rai Uno, che invierà il segnale in tutto il mondo, grazie a Rai Italia, la tv degli italiani all’estero, diffusa in 174 nazioni.


Preparativi in Piazza del Plebiscito a Napoli per la visita dei papa Leone XIV in programma l’8 maggio.
ANSA/CESARE ABBATE

Alle 15.00, il papa si recherà a Napoli, per incontrare il clero, i religiosi e le religiose nel duomo di San Gennaro e, successivamente, per incontrare la cittadinanza in piazza Plebiscito. Sabato 23 maggio sarà, poi, ad Acerra, per confermare l’impegno della Chiesa e della società civile nella cosiddetta “Terra dei Fuochi”.

La Campania è stata scelta per la prima visita in Italia del papa e la nostra regione saprà rispondere con affetto ed entusiasmo a questo specialissimo amore del pontefice, con tutta la sua energia e vivacità!
(fonte: Città Nuova, articolo di Loreta Somma 07/05/2026)



Delitto di Garlasco, il dolore dimenticato dietro il caso mediatico


Delitto di Garlasco,
il dolore dimenticato dietro il caso mediatico

Tra nuove indagini, indiscrezioni e dibattiti televisivi, il caso Garlasco continua a occupare l’Italia. Ma dietro il clamore mediatico restano il dolore della famiglia Poggi e il costo umano di una vicenda senza fine

Andrea Sempio arriva negli uffici della Procura di Pavia,
dove è entrato in auto per evitare la folla di giornalisti e fotografi - ANSA

A furia di guardarlo come spettatori di una soap opera, a furia di schierarci come su ogni contrapposizione calcistica, in cui tutto si riduce a curva, a forza di raccontarlo a tutte le ore con ogni mezzo alla ricerca di ogni nuovo particolare, abbiamo forse tutti perso di vista un dettaglio, che anni fa una magistrata di lungo corso, spigolosa e garantista, raccontava così: «Cerco di non dimenticarmi mai che una carta processuale non è mai un fatto burocratico: dietro a un nullaosta a una sepoltura (spesso l’atto con cui si riconosce, dopo un primo vaglio, che dietro un decesso non c’era nulla di penalmente rilevante ndr.) c’è una persona che è morta e ci sono persone che stanno soffrendo».

Attorno a Garlasco siamo a cinque sentenze e a un altro anno di indagini e di quotidiane indiscrezioni. Ma Garlasco, a monte di questo, significa una ragazza di 26 anni, una ragazza senza ombre, sola a casa e lì dentro uccisa in modo violento. E significa una famiglia che, ammesso che ci si possa dare pace di una cosa simile, a distanza di 19 anni quella pace non può neanche cercarla a meno di non chiudersi in un bunker avulso rispetto al mondo, perché diversamente anche soltanto vivendo la quotidianità è costretta a vedere proprio malgrado, ogni giorno, a ogni ora, la figlia Chiara aprendo la Tv, uno smartphone, un tablet, un social network, un motore di ricerca: rivede la foto della figlia perduta sparata a tutto schermo, sempre la stessa rubata allora da un qualche canale digitale, perché nel mondo dell’immagine l’informazione non ne può fare a meno, una foto sorridente, grandi occhi blu, che congela una vita brutalmente interrotta lì: difficile immaginare che questo non rinnovi nella famiglia Poggi il lutto e lo strazio ogni minuto. Ma la sensazione è che di questo strazio, che pure ha un prezzo umano enorme, si sia nel tempo del tutto perduta la percezione.

C’è un groviglio di doveri e di diritti in tutto questo agire: la giustizia ha il dovere di riprendere a scavare perché un Paese democratico non può convivere con il dubbio di un innocente in carcere e ha contemporaneamente il dovere di ricerca della verità per non lasciare elusa la domanda di giustizia di fronte alla vita di una ragazza innocente persa così malamente.

Il diritto a essere informati è diritto primario e il dovere di informare il suo corollario, nemmeno questo è in discussione, vi insistono (e in qualche modo vi collaborano lasciando trapelare notizie) tra l’altro gli interessi contrapposti delle altre persone che hanno le vite appese a questa tragica vicenda: Alberto Stasi che sta scontando 16 anni, per l’omicidio, per cui è stato condannato con sentenza definitiva e per cui potrebbe aprirsi in base agli sviluppi una istanza di revisione. E Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara (chiamato pure a testimoniare nuovamente), che viene convocato, ora, come unico sospettato dell’inchiesta bis con la pesantissima accusa di omicidio volontario aggravato non più in concorso.

Comunque vada a finire questa vicenda avrà alla fine un costo elevato (i delitti e i processi lo hanno anche quando non ci sono errori o incertezze – che pure sono una variabile ineliminabile dalle cose umane - , ma questo di più, perché una ricostruzione esclude l’altra). Si tratta di un costo umano amplificato da una informazione (mista a intrattenimento, con un confine sempre più labile) che la moltiplicazione dello streaming, delle piattaforme, dei social, ha reso in questi 19 anni ogni giorno più pervasiva in un caleidoscopio (alla lettera quel tubo ottico in cui da piccoli guardavamo i colori ricomporsi in diverse figure variopinte e fantasiose) che ha perso tutto il kalòs, il bello della sua etimologia, per farsi sinistro e doloroso a ogni rotazione diventata vorticosa.

Il bisogno di sapere, l’interesse per il delitto sono esigenze vecchie come il mondo: Edmondo Bruti Liberati in un bel saggio intitolato Delitti in prima pagina (Raffaello Cortina) li fa risalire addirittura alla domanda della Genesi a Caino: «Dov’è tuo fratello?». I mezzi non sono solo cambiati si sono moltiplicati e accelerati, mentre algoritmi misurano il gradimento, amplificando l’offerta. È una spirale inarrestabile, ma non è gratis per chi la subisce, vittima, colpevole o sospettato che sia. Se solo ogni tanto, tutti, ognuno nel proprio ruolo, ci mettessimo un attimo nei loro panni aiuterebbe: loro, noi, il mondo che abitiamo. Prima che venga una parola fine e il tempo per ciascuno di guardare indietro e affrontare la propria dose inevitabile di autocritica.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Elisa Chiari 06/05/2026)


UDIENZA GENERALE 06/05/2026 Leone XIV: Denunciare il male in ogni forma

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 6 maggio 2026

*****************

All’udienza generale Leone XIV prosegue le riflessioni sul documento conciliare «Lumen gentium»

Denunciare il male
in ogni forma


La Chiesa «legge e interpreta a partire dal Vangelo i dinamismi della storia, denunciando il male in tutte le sue forme e annunciando, con le parole e con le opere, la salvezza che Cristo vuole realizzare per tutta l’umanità e il suo Regno di giustizia, di amore e di pace». Lo ha detto Leone XIV all’udienza generale di stamani in piazza San Pietro.

Proseguendo le riflessioni sui documenti del Concilio Vaticano II e in particolare sulla Costituzione dogmatica Lumen gentium, il Papa ha evidenziato come la missione della Chiesa — «pellegrina nella storia» e «custode di una speranza che illumina il cammino» — sia anche quella di «pronunciare parole chiare per rifiutare tutto ciò che mortifica la vita e ne impedisce lo sviluppo», prendendo anche «posizione a favore dei poveri, degli sfruttati, delle vittime della violenza e della guerra e di tutti coloro che soffrono, nel corpo e nello spirito».

Al termine della catechesi, nei saluti ai trentamila presenti e a quanti erano collegati attraverso i media, il Pontefice ha rimarcato che di fronte alle ingiustizie e alle violenze, Cristo Risorto ravviva la speranza.

Infine, nel mese mariano di maggio, il Vescovo di Roma ha rinnovato l’invito, lanciato domenica scorsa al «Regina caeli», a pregare il rosario.
(fonte: L'Osservatore Romano 06/05/2026)

*************

LEONE XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione dogmatica Lumen gentium. 8. La Chiesa, pellegrina nella storia verso la patria celeste


Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Soffermandoci oggi su una parte del cap. VII della Costituzione del Concilio Vaticano II sulla Chiesa, meditiamo su una sua caratteristica qualificante: la dimensione escatologica. La Chiesa, infatti, cammina in questa storia terrena sempre orientata verso la meta finale, che è la patria celeste. Si tratta di una dimensione essenziale che, tuttavia, spesso trascuriamo o minimizziamo, perché siamo troppo concentrati su ciò che è immediatamente visibile e sulle dinamiche più concrete della vita della comunità cristiana.

La Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, che ha come fine di tutto il suo agire il Regno di Dio (cfr LG, 9). Gesù ha dato inizio alla Chiesa proprio annunciando questo Regno di amore, di giustizia e di pace (cfr LG 5). Siamo pertanto chiamati a considerare la dimensione comunitaria e cosmica della salvezza in Cristo e a volgere lo sguardo a questo orizzonte finale, per misurare e valutare tutto in questa prospettiva.

La Chiesa vive nella storia al servizio dell’avvento del Regno di Dio nel mondo. Essa annuncia a tutti e sempre le parole di questa promessa, ne riceve una caparra nella celebrazione dei Sacramenti, in particolare dell’Eucaristia, ne attua e ne sperimenta la logica nelle relazioni di amore e di servizio. Essa, inoltre, sa di essere luogo e mezzo dove l’unione con Cristo si realizza «più strettamente» (LG, 48), riconoscendo al contempo che la salvezza può essere donata da Dio nello Spirito Santo anche al di fuori dei suoi confini visibili.

A questo proposito, la Costituzione Lumen gentium fa un’affermazione importante: la Chiesa è «sacramento universale di salvezza» (LG, 48), cioè segno e strumento di quella pienezza di vita e di pace promessa da Dio. Ciò significa che essa non si identifica perfettamente con il Regno di Dio, ma ne è germe e inizio, perché il compimento verrà donato all’umanità e al cosmo soltanto alla fine. I credenti in Cristo, perciò, camminano in questa storia terrena, segnata dalla maturazione del bene ma anche da ingiustizie e sofferenze, senza essere né illusi né disperati; essi vivono orientati dalla promessa ricevuta da «Colui che fa nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Perciò, la Chiesa realizza la sua missione tra il “già” dell’inizio del Regno di Dio in Gesù, e il “non ancora” del compimento promesso e atteso. Custode di una speranza che illumina il cammino, essa è anche investita della missione di pronunciare parole chiare per rifiutare tutto ciò che mortifica la vita e ne impedisce lo sviluppo e prendere posizione a favore dei poveri, degli sfruttati, delle vittime della violenza e della guerra e di tutti coloro che soffrono, nel corpo e nello spirito (cfr Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 159).

Segno e sacramento del Regno, la Chiesa è il popolo di Dio pellegrinante sulla terra che, proprio a partire dalla promessa finale, legge e interpreta a partire dal Vangelo i dinamismi della storia, denunciando il male in tutte le sue forme e annunciando, con le parole e con le opere, la salvezza che Cristo vuole realizzare per tutta l’umanità e il suo Regno di giustizia, di amore e di pace. La Chiesa, dunque, non annuncia sé stessa; al contrario, in essa tutto deve rimandare alla salvezza in Cristo.

In questa prospettiva, la Chiesa è chiamata a riconoscere umilmente l’umana fragilità e caducità delle proprie istituzioni, le quali, pur essendo al servizio del Regno di Dio, portano la figura fugace di questo mondo (cfr LG, 48). Nessuna istituzione ecclesiale può essere assolutizzata, anzi, poiché esse vivono nella storia e nel tempo, sono chiamate a una continua conversione, al rinnovamento delle forme e alla riforma delle strutture, alla continua rigenerazione delle relazioni, in modo che possano davvero corrispondere alla loro missione.

Nell’orizzonte del Regno di Dio dev’essere compresa anche la relazione tra i cristiani che stanno compiendo oggi la loro missione e quanti hanno già terminato l’esistenza terrena e sono in uno stadio di purificazione o di beatitudine. Lumen gentium, infatti, afferma che tutti i cristiani formano un’unica Chiesa, che c’è una comunione e una compartecipazione dei beni spirituali fondata sull’unione con Cristo di tutti i credenti, una fraterna sollicitudo tra Chiesa terrena e Chiesa celeste: quella comunione dei santi che si sperimenta in particolare nella liturgia (cfr LG, 49-51). Pregando per i defunti e seguendo le orme di coloro che hanno già vissuto come discepoli di Gesù, siamo sostenuti anche noi nel cammino e rafforziamo l’adorazione di Dio: segnati dall’unico Spirito e uniti nell’unica liturgia, insieme a coloro che ci hanno preceduto nella fede lodiamo e diamo gloria alla Santissima Trinità.

Siamo grati ai Padri conciliari per averci richiamato questa dimensione così importante e così bella dell’essere cristiani, e cerchiamo di coltivarla nella nostra vita.

________________________________

Saluti

...

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli di Praia a Mare, con il Vescovo Mons. Stefano Rega; di Aversa, con il Vescovo Mons. Angelo Spinillo; e quelli di Montelupone.

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La Chiesa commemora oggi San Domenico Savio, uno dei primi frutti di santità, plasmati dalla grazia divina della scuola di Don Bosco. Il suo esempio di adesione al Signore in ogni circostanza, aiuti ciascuno di voi a corrispondere generosamente ai desideri di bene, che lo Spirito Santo vi ispira.

A tutti la mia benedizione!








Guarda il video integrale