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giovedì 19 marzo 2026

UDIENZA GENERALE 18/03/2026 Papa Leone XIV: La vera pace prevalga tra tutti i popoli

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 18 marzo 2026

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Papa Leone XIV:
La vera pace prevalga tra tutti i popoli

All’udienza generale il Papa prosegue le riflessioni sui documenti conciliari e torna a soffermarsi sulla «Lumen gentium»


«La vera pace possa prevalere tra tutti i popoli». L’auspicio di Leone XIV è risuonato stamani al termine dell’udienza generale in piazza San Pietro. Salutando i diversi gruppi di fedeli presenti, «in particolare quelli provenienti dal Medio Oriente», il Pontefice ha sottolineato il compito che ogni cristiano è chiamato a portare avanti: «essere strumento di pace, amore e riconciliazione». Vivendo infatti un’esistenza «ispirata ai valori cristiani», ha aggiunto, si può essere «strumenti di pace nella società».

In precedenza, con i circa venticinquemila fedeli presenti e con quanti erano collegati attraverso i media, il vescovo di Roma aveva proseguito il ciclo di catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II.

E tornando a soffermarsi sulla Costituzione dogmatica Lumen gentium, aveva riflettuto su «La Chiesa popolo sacerdotale e profetico». «Risvegliamo in noi la consapevolezza e la gratitudine di aver ricevuto il dono di far parte del popolo di Dio — aveva detto —; e anche la responsabilità che questo comporta». Ogni battezzato, infatti, «è soggetto attivo di evangelizzazione, chiamato a dare coerente testimonianza di Cristo».
(fonte: L'Osservatore Romano 18/03/2026).

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LEONE XIV

Catechesi. I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Lumen gentium. 
4. La Chiesa popolo sacerdotale e profetico
 
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Oggi vorrei soffermarmi ancora sul secondo capitolo della Costituzione conciliare Lumen gentium (LG), dedicato alla Chiesa come popolo di Dio.

Il popolo messianico (LG, 9) riceve da Cristo la partecipazione all’opera sacerdotale, profetica e regale in cui si attua la sua missione salvifica. I Padri conciliari insegnano che il Signore Gesù ha istituito mediante la nuova ed eterna Alleanza un regno di sacerdoti, costituendo i suoi discepoli in un «sacerdozio regale» (1Pt 2,9; cfr 1Pt 2,5; Ap 1,6). Questo sacerdozio comune dei fedeli viene donato con il Battesimo, che ci abilita a rendere culto a Dio in spirito e verità e a «professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa» (LG, 11). Inoltre, attraverso il sacramento della Confermazione o Cresima, tutti i battezzati «vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’opera, come veri testimoni di Cristo» (ibid.). Questa consacrazione sta alla radice della comune missione che unisce i ministri ordinati e i fedeli laici.

In proposito, Papa Francesco così osservava: «Guardare al popolo di Dio è ricordare che tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa come laici. Il primo Sacramento, quello che suggella per sempre la nostra identità, e di cui dovremmo essere sempre orgogliosi, è il Battesimo. Attraverso di esso e con l’unzione dello Spirito Santo, [i fedeli] “vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo” (LG, 10), sicché tutti noi formiamo il santo Popolo fedele di Dio» (Lettera al Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, 19 marzo 2016).

L’esercizio del sacerdozio regale avviene in molti modi, tutti tesi alla nostra santificazione, anzitutto partecipando all’offerta dell’Eucaristia. Mediante la preghiera, l’ascesi e la carità operosa testimoniamo così una vita rinnovata dalla grazia di Dio (cfr LG, 10). Come sintetizza il Concilio, «l’indole sacra e la struttura organica della comunità sacerdotale vengono attuate per mezzo dei sacramenti e delle virtù» (LG, 11).

I Padri conciliari insegnano poi che il popolo santo di Dio partecipa anche della missione profetica di Cristo (cfr LG, 12). In questo contesto introduce il tema importante del senso della fede e del consenso dei fedeli. La Commissione Dottrinale del Concilio precisava che questo sensus fidei «è come una facoltà di tutta la Chiesa, grazie alla quale essa nella sua fede riconosce la rivelazione tramandata, distinguendo tra il vero e il falso nelle questioni di fede, e contemporaneamente penetra in essa più profondamente e più pienamente l’applica nella vita» (cfr Acta Synodalia, III/1, 199). Il senso della fede appartiene dunque ai singoli fedeli non a titolo proprio, ma quali membra del popolo di Dio nel suo insieme.

Lumen gentium concentra l’attenzione su quest’ultimo aspetto e lo mette in relazione all’infallibilità della Chiesa, a cui inerisce, servendola, quella del Romano Pontefice. La totalità dei fedeli, che hanno ricevuto l’unzione dal Santo (cfr 1Gv 2,20.27) non può sbagliarsi nel credere e manifesta questa sua proprietà particolare mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di morale (cfr LG, 12). La Chiesa, dunque, come comunione dei fedeli che include ovviamente i pastori, non può errare nella fede: l’organo di questa sua proprietà, fondato sull’unzione dello Spirito Santo, è il soprannaturale senso della fede di tutto il popolo di Dio, che si manifesta nel consenso dei fedeli. Da questa unità, che il Magistero ecclesiale custodisce, consegue che ciascun battezzato è soggetto attivo di evangelizzazione, chiamato a dare coerente testimonianza di Cristo secondo il dono profetico che il Signore infonde a tutta la sua Chiesa.

Lo Spirito Santo, che ci viene da Gesù Risorto, dispensa infatti «tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa» (LG, 12). Una dimostrazione peculiare di tale vitalità carismatica è offerta dalla vita consacrata, che continuamente germoglia e fiorisce per opera della grazia. Anche le forme associative ecclesiali sono esempio luminoso della varietà e della fecondità dei frutti spirituali per l’edificazione del Popolo di Dio.

Carissimi, risvegliamo in noi la consapevolezza e la gratitudine di aver ricevuto il dono di far parte del popolo di Dio; e anche la responsabilità che questo comporta.

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Saluti:
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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare saluto i fedeli di Riva presso Chieri e di Rosciano, i Funzionari dell’Ispettorato di Pubblica Sicurezza “Palazzo Chigi” di Roma, gli allievi della Scuola Sottufficiali della Marina Militare di Taranto, il Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta, l’Industria Fiasconaro di Castelbuono.

Il mio pensiero va infine ai malati, agli sposi novelli e ai giovani, specialmente alla Scuola Cristo Re di Roma e all’Istituto San Giorgio di Pavia. Affido i propositi e le aspirazioni di ciascuno a San Giuseppe, celeste Patrono della Chiesa Universale, del quale celebreremo domani la solennità liturgica.

A tutti la mia benedizione!


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TONIO DELL'OLIO: San Giuseppe patriarca

San Giuseppe patriarca
di Tonio Dell'olio


Chiamatelo pure “patriarca”, ma abbiate il coraggio di rovesciare la parola. Perché Giuseppe di Nazareth non ha nulla a che vedere con il potere maschile che oggi si traveste da tradizione. Il suo patriarcato non domina: custodisce. Non impone: ascolta. Non possiede: ama.

È fatto di silenzio, di sogni che arrivano di notte, di mani sporche di lavoro e di cuore disarmato davanti al mistero. Se davvero potesse parlare, Giuseppe sconfesserebbe senza esitazioni il nostro patriarcato: quello che pretende di dire Dio al maschile, che misura la forza nel controllo, che chiama autorità ciò che spesso è solo paura. Lui, invece, ha imparato accanto a Maria l’arte più difficile: fidarsi dell’impossibile. E sì, diciamolo pure: quell’arte che troppo in fretta liquidiamo come “roba da femminucce”. Forse oggi Giuseppe ci prenderebbe per mano, uno a uno, e ci porterebbe nelle scuole, nei cantieri, nelle case, a reimparare la grammatica dell’amore: rispetto, libertà, reciprocità. Ci insegnerebbe che amare non è trattenere, ma lasciare fiorire. Che nessuno è proprietà di nessuno. E allora, in questa festa del papà, non celebriamo un ruolo: convertiamo uno sguardo. Preghiamo per i maschi, sì — perché imparino a diventare uomini senza armature, padri senza dominio, compagni senza paura. La paternità – quella vera – non è un titolo, è una rivoluzione interiore.

(Fonte: Mosaico dei Giorni - 19.03.2026)

#UOMINI E ANIMALI - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#UOMINI E ANIMALI 
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


È solo per un eccesso di vanità che gli uomini si attribuiscono un’anima diversa da quella degli animali.

È alla penna non di rado avvelenata e alla lingua mordace di Voltaire che dobbiamo questa asserzione così paradossale. Lasciamo a parte la riflessione filosofica o teologica sull’antropologia e, quindi, sull’anima, un tema sul quale l’umanità da sempre si è accanita, interrogando, ipotizzando, affermando o negando. Noi puntiamo, piuttosto, sul comportamento degli umani che spesso esplode in manifestazioni definite “bestiali”. Certo, nella natura animale troviamo atti impressionanti per brutalità, talora per soddisfare bisogni animali come l’alimentazione o istinti come la sessualità generativa. Tuttavia nell’orizzonte umano, che si vorrebbe dotato di razionalità, c’è talora un aspetto sorprendente ma anche sconcertante che può sia giustificare il sospetto di Voltaire, sia smentirlo.

In positivo, infatti, c’è la gratuità dell’agire umano che può manifestarsi in modo nobile e concretizzarsi in atti d’amore che raggiungono livelli alti e assoluti di donazione. Come non ricordare il detto di Cristo, pronunciato alle soglie della sua condanna a morte, nell’ultima sera della sua vita terrena: «Non c’è amore più grande di colui che dà la vita per la persona amata» (Giovanni 15,13)? È un valicare il mero istinto animale della conservazione. C’è, però, un’antitetica gratuità umana, ed è quella che si rivela nella crudeltà, nella violenza fine a sé stessa, nel sadismo della tortura, nell’assurdità delle guerre e così via. Si rimane basiti davanti a simili comportamenti che non sono “bestiali”, ma frutto di un’umanità perversa e “creativa” in modo degenere e infame. Per rendere, però, in altro senso positivo il motto di Voltaire, a suggello poniamo la voce del Salmista biblico: «Uomini e bestie tu salvi, Signore» (36,7).

(Fonte: “Il Sole 24 Ore” - 15 marzo 2026)

mercoledì 18 marzo 2026

Europa a un bivio decisivo

Gerardo Femina*
Europa a un bivio decisivo

 
(Foto di Gerardo Femina)

Oggi l’Europa si trova davanti a una scelta decisiva. Gli Stati Uniti vogliono coinvolgere gli “alleati” nella guerra sciagurata contro l’Iran. Una guerra che molti analisti giudicano insensata: senza obiettivi chiari, senza una strategia e probabilmente già persa in partenza. Un conflitto che, oltre a far scorrere un fiume di sangue in Medio Oriente, colpisce la stessa Europa. Una guerra che distrugge intenzionalmente ogni principio del diritto internazionale, spingendo il mondo verso il caos.

L’Europa deve scegliere: appoggiare questa guerra — aprendo la strada a un conflitto mondiale — o prendere una posizione netta contro questo attacco e distanziarsi dagli Stati Uniti e da Israele. I Paesi europei dovrebbero seguire l’esempio del premier spagnolo Pedro Sánchez: uscire dal ruolo di subordinazione politica e scegliere finalmente una politica estera autonoma, orientata al bene delle proprie popolazioni.

In questa scelta si gioca non solo il futuro dell’Europa, ma anche quello del pianeta.

Nel 2022 molti hanno giustamente criticato l’invasione russa dell’Ucraina. Non hanno però visto un’altra faccia della realtà storica: quella guerra era stata preparata da anni da una crescente tensione geopolitica alimentata soprattutto dagli Stati Uniti e dai suoi alleati.

Ma oggi è impossibile non vedere con chiarezza che ci troviamo di fronte a un attacco guidato solo dalla logica del dominio e della supremazia.

Con l’invasione russa dell’Ucraina, l’Europa si trovò davanti a una scelta: mediare o sostenere l’escalation. Di fatto scelse la seconda strada.
Lo stesso è avvenuto con la tragedia di Gaza, che diversi rapporti delle Nazioni Unite hanno definito un genocidio. Molti governi europei hanno appoggiato, direttamente o indirettamente, l’azione di Israele.

È molto difficile che oggi i governi riescano a liberarsi dalla sudditanza verso gli Stati Uniti e dall’influenza enorme dell’industria delle armi. Non solo per mancanza di statura morale e di visione del futuro, ma anche perché i nostri politici sono spesso corrotti o ricattati, subendo pressioni politiche ed economiche enormi. Hanno chiaramente paura e mancano del coraggio per fare le scelte che sanno essere giuste.

Per questo la voce della gente, la nostra voce, è decisiva. Non c’è dubbio che, se si tenesse oggi un referendum in Europa, la grande maggioranza delle persone voterebbe per non appoggiare nessuna guerra e per prendere le distanze da una politica internazionale folle e dominata dalla logica della violenza e della brutalità.

Nel 2007 noi umanisti avevamo visto chiaramente la situazione in cui il mondo sarebbe arrivato. Nella dichiarazione Europa per la Pace scrivevamo: “L’Europa non deve appoggiare alcuna politica che trascini il pianeta verso la catastrofe: qui è in gioco la vita di milioni di persone, è in gioco il futuro stesso dell’umanità. Le armi nucleari vanno smantellate oggi, prima di usarle; dopo sarebbe troppo tardi. Che i politici siano all’altezza della situazione o si facciano da parte!”

Oggi quella scelta torna davanti a noi con tutta la sua urgenza.
Una scelta che riguarda tutti noi: sfuggire alla logica della polarizzazione e condannare la violenza e la disumanità da qualsiasi parte provengano.

Europa per la Pace

Gerardo Femina, studioso della nonviolenza attiva, attivista e promotore della campagna Europe for peace.
(fonte: Pressenza 17/03/2026)


martedì 17 marzo 2026

Tonio Dell'Olio: Un’altra difesa è possibile

Tonio Dell'Olio
 
Un’altra difesa è possibile
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  17 Marzo 2026


Con l’aria che tira sembrava un controsenso, un’iniziativa anacronistica, un paradosso… Questo è il tempo della retorica bellica in cui, come dice Papa Leone, “la guerra torna di moda”.

Eppure c’è una proposta che prova a cambiare prospettiva: non negare la difesa, ma ridefinirla affiancando quella armata. 

Ieri le reti della campagna “Un’altra difesa è possibile” hanno depositato in Cassazione la proposta di legge per l’istituzione del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta. 
Il cuore del progetto è chiaro: riconoscere la difesa civile come componente del sistema nazionale, dotarla di un dipartimento dedicato e di risorse proprie, anche attraverso un innovativo meccanismo di partecipazione come il 6xmille.

Non si tratta di un’utopia, ma di un valore cucito a ricamo nel dettato costituzionale: l’articolo 11 ripudia la guerra, mentre l’articolo 52 affida a tutti i cittadini la difesa della patria. 

La proposta si inserisce in un percorso lungo oltre un decennio, fatto di raccolte firme, mobilitazioni e interlocuzioni istituzionali mai interrotte. Oggi – si capisce! – torna con rinnovata urgenza. E proprio per questo acquista valore: perché indica una via alternativa, fondata sulla prevenzione, sulla partecipazione e sulla tutela dei diritti. In nome delle vittime di tutte le guerre.

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Leone XIV: nella Chiesa, profezia di pace e unità, c'è posto per tutti - Udienza Generale -11.03.2026 (Testo e video)

Nella Chiesa, profezia di pace e unità, 
c'è posto per tutti

Leone XIV

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 11 marzo 2026



I Documenti del Concilio Vaticano II
II. Costituzione dogmatica Lumen gentium

3. La Chiesa popolo di Dio

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Proseguendo nella riflessione sulla Costituzione dogmatica Lumen gentium (LG) oggi ci soffermiamo sul secondo capitolo, dedicato al Popolo di Dio.

Dio, che ha creato il mondo e l’umanità e che desidera salvare ogni uomo, compie la sua opera di salvezza nella storia scegliendo un popolo concreto e abitando in esso. Per questo, Egli chiama Abramo e gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia del mare (cfr Gen 22,17-18). Con i figli di Abramo, dopo averli liberati dalla condizione di schiavitù, Dio stringe un’alleanza, li accompagna, se ne prende cura, li raccoglie ogni volta che si smarriscono. Perciò, l’identità di questo popolo è data dall’azione di Dio e dalla fede in Lui. Esso è chiamato a diventare luce per le altre nazioni, come un faro che attirerà a sé tutti i popoli, l’intera umanità (cfr Is 2,1-5).

Il Concilio afferma che «tutto questo però avvenne in preparazione e in figura di quella nuova e perfetta alleanza che doveva concludersi con Cristo, e di quella più piena rivelazione che doveva essere trasmessa dal Verbo stesso di Dio fattosi uomo» ( LG, 9). È infatti Cristo che, nel dono del suo Corpo e del suo Sangue, raccoglie in sé stesso e in modo definitivo questo popolo. Esso è fatto ormai di gente proveniente da qualunque nazione; è unificato dalla fede in Lui, dall’adesione a Lui, dal vivere della sua stessa vita animati dallo Spirito del Risorto. Questa è la Chiesa: il popolo di Dio che trae la propria esistenza dal corpo di Cristo [1] e che è esso stesso corpo di Cristo; [2] non un popolo come gli altri, ma il popolo di Dio, convocato da Lui e fatto di donne e uomini provenienti da tutti i popoli della Terra. Suo principio unificatore non è una lingua, una cultura, un’etnia, ma la fede in Cristo: la Chiesa è pertanto – secondo una splendida espressione del Concilio – «l’assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù» ( LG, 9).

Si tratta di un popolo messianico, proprio perché ha per capo Cristo, il Messia. Quanti ne fanno parte non vantano meriti o titoli, ma solo il dono di essere, in Cristo e per mezzo di Lui, figlie e figli di Dio. Prima di qualunque compito o funzione, dunque, ciò che conta davvero nella Chiesa è l’essere innestati in Cristo, essere per grazia figli di Dio. Questo è anche l’unico titolo onorifico che dovremmo ricercare come cristiani. Siamo nella Chiesa per ricevere incessantemente la vita dal Padre e per vivere come suoi figli e fratelli tra di noi. Di conseguenza, la legge che anima le relazioni nella Chiesa è l’amore, così come lo riceviamo e lo sperimentiamo in Gesù; e sua meta è il Regno di Dio, verso il quale essa cammina insieme a tutta l’umanità.

Unificata in Cristo, Signore e Salvatore di ogni uomo e donna, la Chiesa non può mai essere ripiegata in sé stessa, ma è aperta a tutti ed è per tutti. Se vi appartengono i credenti in Cristo, il Concilio ci ricorda che «tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo popolo di Dio. Perciò questo popolo, restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l’intenzione della volontà di Dio, il quale in principio ha creato la natura umana una, e vuole radunare insieme i suoi figli, che si erano dispersi» (LG, 13). Anche chi non ha ancora ricevuto il Vangelo è perciò, in qualche modo, orientato al popolo di Dio e la Chiesa, cooperando alla missione di Cristo, è chiamata a diffondere il Vangelo ovunque e a tutti (cfr LG, 17), perché ciascuno possa entrare in contatto con Cristo. Questo significa che nella Chiesa c’è e deve esserci posto per tutti, e che ogni cristiano è chiamato ad annunciare il Vangelo e a dare testimonianza in ogni ambiente in cui vive e opera. È così che questo popolo mostra la sua cattolicità, accogliendo le ricchezze e le risorse delle diverse culture e, al tempo stesso, offrendo loro la novità del Vangelo per purificarle ed elevarle (cfr LG, 13).

In questo senso, la Chiesa è una ma include tutti. Così l’ha descritta un grande teologo: «Arca unica della Salvezza, deve accogliere nella sua vasta navata tutte le diversità umane. Unica sala del Banchetto, le vivande che distribuisce sono attinte da tutta la creazione. Veste senza cuciture di Cristo, essa è anche – ed è la stessa cosa – la veste di Giuseppe, dai molti colori». [3]

È un grande segno di speranza – soprattutto ai nostri giorni, attraversati da tanti conflitti e guerre – sapere che la Chiesa è un popolo in cui convivono, in forza della fede, donne e uomini diversi per nazionalità, lingua o cultura: è un segno posto nel cuore stesso dell’umanità, richiamo e profezia di quell’unità e di quella pace a cui Dio Padre chiama tutti i suoi figli.


[1] Cfr J. Ratzinger, Il nuovo popolo di Dio, Brescia 1992, 97.

[2] Cfr Y. M.-J. Congar, Un popolo messianico, Brescia 1976, 75.

[3] Cfr H. de Lubac, Cattolicismo. Aspetti sociali del dogma, Milano 1992, 222.

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Saluti

Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier, venus de France : le groupe de prêtres du Diocèse de Saint-Flour, avec leur évêque et les élèves de plusieurs écoles catholiques ; enfin les pèlerins venus de Belgique : spécialement le groupe d’étudiants des Écoles Européennes. Soyez des missionnaires de l’unité et de la paix témoignant de l’Amour de Dieu pour l’humanité. Que Dieu vous bénisse !

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, in particolare quelli provenienti dalla Francia: il gruppo di sacerdoti della diocesi di Saint-Flour, con il loro Vescovo e gli alunni di diverse scuole cattoliche; infine i pellegrini provenienti dal Belgio, in particolare il gruppo di studenti delle Scuole Europee. Siate missionari dell’unità e della pace, testimoniando l’amore di Dio per l’umanità. Dio vi benedica!]

I greet all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from Denmark, Australia and the United States of America. With prayerful good wishes that this Lent will be a time of grace and spiritual renewal for you and your families, I invoke upon all of you joy and peace in our Lord Jesus Christ.

Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, nutzen wir die Fastenzeit, um aufmerksamer auf die Stimme des Herrn zu hören und ihr zu folgen. So wachsen wir im Glauben an Christus, der uns in seinem mystischen Leib, der Kirche, vereint und zum Heil führt.

[Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, cogliamo l’occasione della Quaresima per ascoltare e seguire con maggiore attenzione la voce del Signore. Così cresciamo nella fede in Cristo che ci riunisce nel suo Corpo mistico che è la Chiesa e ci conduce alla salvezza.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Pidamos a la Santísima Virgen María que no nos cansemos de orar, esperar y trabajar, dispuestos a la purificación y a la renovación interior, a fin de que la luz de Cristo resplandezca siempre en el Pueblo de Dios. Que el Señor los bendiga. Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,愿四旬期使你们能在祈祷中合一,在关怀他人需求时能够团结一心,并且使你们成为耶稣的真门徒。我衷心的降福你们!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, il tempo di Quaresima vi trovi uniti nella preghiera e nella solidarietà verso i bisogni altrui, e vi faccia diventare veri discepoli del Maestro divino. Vi benedico di cuore.]

Dou as boas-vindas aos peregrinos de língua portuguesa presentes na Audiência de hoje, de modo especial aos grupos provenientes do Brasil. Obrigado por estardes aqui, entre tantos outros fiéis vindos de todo o mundo. Quando regressardes aos vossos países, guardai esta experiência de unidade e, movidos pela Caridade de Cristo, sede sempre homens e mulheres que buscam a comunhão e a paz. Deus vos abençoe!

[Do il benvenuto ai pellegrini di lingua portoghese presenti all’odierna Udienza, in modo speciale ai gruppi provenienti dal Brasile. Grazie per essere qui in mezzo a tanti altri fedeli venuti da tutto il mondo. Una volta rientrati nei vostri paesi, custodite quest’esperienza d’unità e, mossi dalla Carità di Cristo, siate sempre uomini e donne che inseguono la comunione e la pace. Dio vi benedica!]

أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة. الكَنِيسَةُ مَدعُوَّةٌ إلى أَنْ تَكونَ نورًا لِلعالَمِ وشاهِدَةً على الرَّحمَةِ لِكَي يَعِمَّ السَّلامُ بَينَ جَمِيعِ النَّاس. بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba. La Chiesa è chiamata ad essere luce del mondo e testimone della misericordia, affinché la pace possa regnare tra tutti gli uomini. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Serdecznie pozdrawiam Polaków. Od ponad trzystu lat w Wielkim Poście, śpiewając „Gorzkie żale”, rozważacie Mękę Jezusa i boleści Jego Matki. Zachęcam do udziału w tych nabożeństwach. Niech modlitwie towarzyszą konkretne czyny miłości: pomoc, pojednanie i budowanie pokoju, szczególnie w waszych rodzinach i we wspólnocie Kościoła. Wszystkich was błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi. Da oltre trecento anni, in Quaresima, cantando “Lamentazioni amare”, meditate sulla Passione di Gesù e sui dolori di Sua Madre. Vi incoraggio a partecipare a queste funzioni. La preghiera sia accompagnata da atti concreti di carità: aiuto, riconciliazione e costruzione della pace, specialmente nelle vostre famiglie e nella comunità della Chiesa. Vi benedico tutti!]

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APPELLO

Si celebrano oggi a Qlayaa, in Libano, i funerali di Padre Pierre El Raii, parroco maronita di uno dei villaggi cristiani nel sud del Libano, che in questi giorni stanno vivendo, ancora una volta, il dramma della guerra. Sono vicino a tutto il popolo libanese, in questo momento di grave prova.

In arabo “El Raii” significa “il pastore”. Padre Pierre è stato un vero pastore, che è rimasto sempre accanto al suo popolo, con l’amore e il sacrificio di Gesù Buon Pastore. Non appena ha sentito che alcuni parrocchiani erano rimasti feriti da un bombardamento, senza esitazione è corso ad aiutarli. Voglia il Signore che il suo sangue sparso sia seme di pace per l’amato Libano.

Cari fratelli e sorelle, continuiamo a pregare per la pace in Iran e in tutto il Medio Oriente, in particolare per le numerose vittime civili, tra cui molti bambini innocenti. Possa la nostra preghiera essere conforto per chi soffre e seme di speranza per il futuro.

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare saluto i Religiosi Fatebenefratelli che ringrazio per il prezioso servizio specialmente in favore delle persone più fragili. Saluto la Delegazione della «Fiaccola Benedettina», guidata dai Sindaci di Norcia, Subiaco e Cassino e accompagnata dall’Arcivescovo Mons. Renato Boccardo. Sono lieto di benedire questo simbolo di fraternità. Auspico che la sua luce possa ispirare i governanti e i cittadini a costruire una società basata sui valori della solidarietà e della concordia, seguendo l’esempio di San Benedetto, messaggero di pace.

Il mio pensiero va infine ai malati, agli sposi novelli e ai giovani, soprattutto agli studenti del Liceo Galilei di Siena, dell’Istituto San Leone IX di Sessa Aurunca e dell’Istituto Gadda di Quarto. In questo tempo di Quaresima, proseguiamo con impegno il cammino verso la Pasqua, mistero centrale della nostra fede

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Udienza generale




Trump e la sua guerra «per divertimento». E intanto Netanyahu sogna l’arrivo del Messia

Trump e la sua guerra «per divertimento».
E intanto Netanyahu sogna l’arrivo del Messia

I leader di Usa e Israele premono perché il conflitto diventi religioso, ma le conferenze episcopali di tutto il mondo e anche gli evangelici americani prendono le distanze e chiedono di tornare al rispetto del diritto internazionale

REUTERS

«Abbiamo totalmente demolito l'isola di Kharg, ma potremmo colpirla ancora qualche volta, giusto per divertimento. L'abbiamo totalmente decimata». 
Le parole di Donald Trump, che rifiuta i tentativi di mediazione per una tregua offerti dai Paesi del Golfo, allontanano una possibile fine della guerra. Il presidente americano, anzi, rilancia e vorrebbe che entrassero in guerra, con lui, anche Francia, Gran Bretagna, Cina, Giappone, Corea del Sud e «altri Paesi», non meglio specificati, «colpiti da questa restrizione artificiale», scrive riferendosi al blocco da parte iraniana dello Stretto di Hormuz dal quale passa gran parte del greggio mondiale. 

Chiede «l’invio di navi da guerra» per trascinare nel conflitto anche altre nazioni. L’Italia, al momento, rifiuta e guarda avanti. Dopo che il Consiglio supremo di Difesa, riunito d’urgenza dal capo dello Stato Sergio Mattarella, lo scorso venerdì, ha ribadito che «l’Italia non partecipa e non parteciperà alla guerra», il nostro Paese sta cercando strade per la de escalation. «Il Consiglio», recitava il comunicato diramato alla fine dei lavori con il presidente della Repubblica, «ha constatato con preoccupazione che la crisi dell’ordine internazionale, incentrato sull’ONU, con la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale anche di fronte a sfide comuni come le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni». E ha sottolineato che «nell’attuale contesto di instabilità - irresponsabilmente aperto dall’aggressione della Russia all’Ucraina – con le progressive lacerazioni della pacifica convivenza internazionale, l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e le numerose violazioni del diritto internazionale, l’Italia è impegnata a ricercare e sostenere ogni sforzo che riporti in primo piano la via negoziale e diplomatica».

Se l’Italia e l’Europa cercano di scongiurare l’allargamento del conflitto, Trump e Netanyahu, al contrario, gettano benzina sul fuoco. Il premier israeliano, parlando alla nazione dalla tv di Stato, ha apertamente sostenuto la sua volontà di «trasformare Israele in una superpotenza contro l’Islam». Sostenendo che, «con la guerra contro l’Iran assisteremo al ritorno del Messia», Netanyahu parla a quella parte di popolazione, i messianici, che sostengono che si possa accelerare la venuta del Messia conquistando tutto il territorio palestinese, compresa la Cisgiordania e allargandosi verso parte del Libano e della Siria, cancellando tutte le altre religioni dall’area e ricostruendo il terzo tempio di Gerusalemme laddove oggi sorge la moschea di Al Aqsa. Una sorta di “guerra santa” condotta, in nome del fanatismo religioso, contro altre religioni. Distruggendo l’Islam «sunnita e sciita che sono una minaccia per il mondo», dice il premier israeliano, «vedremo il ritorno del Messia ma non accadrà giovedì prossimo».

Dal canto suo, anche il segretario di Stato americano, Marco Rubbio, che lo scorso anno era apparso in tv nel giorno del mercoledì delle ceneri con una vistosa croce nera sulla fronte, ha dichiarato che bisogna continuare la guerra in Iran perché il Paese è «guidato da fanatici religiosi».

Chi non ci sta a coinvolgere le religioni in una guerra che sembra avere di mira, invece, il controllo mondiale del petrolio, sono invece proprio i leader mondiali delle religioni. A cominciare dal vescovo Yehiel Curry, presidente della Chiesa evangelica luterana in America (Elca), che ha criticato l’azione contro l’Iran spiegando che «La Chiesa di Gesù Cristo è chiamata a proclamare la pace del regno eterno di Dio e a lavorare per una pace terrena qui e ora». L’esistenza della pace, ha ricordato, «dipende dai leader che danno priorità alla diplomazia rispetto all'impegno militare e alla deterrenza rispetto alla guerra, e dai cittadini ai quali il Governo deve rendere conto prima di prendere in considerazione un’azione militare».

Il vescovo parla di «fallimento della guerra» ricordando che «i costi in termini di vite umane e sicurezza di questo fallimento saranno sostenuti da coloro che meno possono evitarlo: bambini, famiglie e quanti non hanno i mezzi per fuggire. Il suo tributo mortale è stato pagato, e continuerà a essere pagato, con la vita dei nostri vicini, compresi i nostri fratelli in Cristo in Medio Oriente». Per questo sostiene «l'urgente necessità di sforzi diplomatici e umanitari solidi e ben finanziati. I nostri compagni della Chiesa Evangelica Luterana in Giordania e in Terra Santa hanno chiesto alla nostra Chiesa di pregare con fervore per la pace e la sicurezza e di sostenere la dignità e la sicurezza di tutte le persone».

Si sono mosse e si stanno muovendo anche le conferenze episcopali cattoliche di tutto il mondo. 

L’arcivescovo di Chicago, Blase J.Cupich, arcivescovo di Chicago, aveva definito «disgustoso e nauseante» il video della Casa Bianca «Giustizia alla maniera americana» che Trump aveva postato subito dopo l’attacco all’Iran. «Questa rappresentazione orribile in cui una vera guerra con morte reale e sofferenza reale sono trattate come un videogioco dimostra che viviamo in un'epoca in cui la distanza tra il campo di battaglia e il soggiorno è stata drasticamente ridotta. La guerra ora è diventata uno sport da spettatore o un gioco di strategia». Il cardinale Robert W.McElroy, arcivescovo di Washington, ha condannato la decisione degli Stati Uniti di entrare in guerra con l'Iran come «moralmente non legittima. Gli Usa non stavano rispondendo a un attacco iraniano esistente o imminente e oggettivamente verificabile. Come ha dichiarato categoricamente Papa Benedetto, la dottrina cattolica non sostiene la guerra preventiva, cioè una guerra giustificata da speculazioni su eventi futuri. Se la guerra preventiva fosse accettata moralmente allora tutti i limiti alla causa per entrare in guerra sarebbero messi in estremo pericolo». E ancora, dopo essere stato ricevuto in udienza da papa Leone, il cardinale ha ribadito che il governo Trump deve «fare un passo indietro rispetto a strategie e obiettivi che mettono a rischio la pace mondiale. Basta con categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e le politiche distruttive».

Per tutti i vescovi americani, poi, ha parlato l’arcivescovo Paul S Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense: «Il crescente conflitto rischia di trasformarsi in una guerra regionale più ampia», ha affermato chiedendo che si torni «all’impegno diplomatico multilaterale» per evitare «una tragedia di proporzioni immense». I vescovi hanno chiesto anche che i cattolici preghino perché i leader scelgano «il dialogo sulla distruzione».

Si sono mosse anche la Conferenza Episcopale Argentina, tra le prime a reagire alla guerra che ha definito «scioccante». «La violenza», ha ribadito, «non è mai un modo per risolvere i conflitti e porta solo distruzione». I cattolici, invece, sulla scorta di quanto ha predicato papa Francesco e continua a fare papa Leone, devono diventare «artigiani di pace e devono adoperarsi per la cessazione di ogni conflitto»

La Conferenza episcopale cattolica australiana ha condannato un intervento che porta «la perdita di vite umane e la paura e l’incertezza tra la gente comune e la destabilizzazione di una regione già fragile».

La Conferenza episcopale dell’India si è detta «profondamente preoccupata per le crescenti tensioni e i conflitti in corso» e ha chiesto che i leader politici «scelgano consapevolmente la pace rispetto alla violenza perché la violenza e il conflitto generano solo ulteriori sofferenze e disperazione».

La conferenza episcopale del Nord Africa ha denunciato che «la guerra non è mai la strada verso la pace: è sempre il suo fallimento. E, riprendendo quanto dichiarato dalle comunità cristiane in Marocco, ha sottolineato che i cristiani «rifiutano con tutta la forza del Vangelo il ricorso alla violenza e alla guerra come metodo per risolvere i conflitti tra popoli e nazioni».

La Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche ha chiesto la «cessazione immediata delle ostilità» perché «la pace non può essere costruita su minacce o armi che seminano distruzione, dolore e morte».

Tra le prese di posizione, tante quelle degli episcopati europei, si distingue poi quella della Conferenza episcopale cattolica dell’Africa meridionale che ha espresso «sentite condoglianze alle famiglie in lutto, alla comunità sciita e al popolo iraniano» per la morte del leader sciita. Chiedendo la fine del conflitto hanno ricordato le parole di papa Leone per «un dialogo ragionevole, sincero e responsabile».

E proprio a papa Leone è stata recapitata una lettera da parte della autorità religiose iraniane con la quale gli si chiede di prendere posizione apertamente condannando «i crimini efferati americano-sionisti contro la Nazione iraniana». Il messaggio, reso noto dai media della Repubblica dell’Iran e firmato dall'ayatollah Alireza Arafi, direttore dei seminari religiosi iraniani e già membro del Consiglio di leadership ad interim istituito dopo la morte della Guida Suprema, Ali Khamenei, ha definito «gravissima» la sua uccisione. «Un crimine senza precedenti nella storia delle religioni, un insulto a tutti i seguaci delle religioni divine». Una lettera che, insieme a un accenno di dialogo, sembra contenere anche una velata minaccia. Khamenei, secondo Arafi, era «un convinto sostenitore dei diritti delle minoranze, in particolare dei cristiani in Iran». Colpire lui «rappresenta un precedente pericoloso che potrebbe rendere legittimo in futuro prendere di mira altri leader religiosi».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Annachiara Valle 15/03/2026)


lunedì 16 marzo 2026

Tonio Dell'Olio: Ora tocca al Libano

Tonio Dell'Olio
 
Ora tocca al Libano
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  16 Marzo 2026


Più di cento bambini uccisi in Libano non sono un “effetto collaterale”. Sono nomi spezzati, quaderni rimasti aperti, letti vuoti, madri inchiodate a un urlo che non finisce.

Nel sud del Paese, sotto i bombardamenti israeliani, intere famiglie hanno dovuto lasciare la propria casa in pochi minuti, afferrando una coperta, un documento, un figlio per mano e un altro in braccio.
Dal cielo, insieme alle bombe, sono piovuti volantini israeliani di minaccia: andatevene, o il Libano farà la fine di Gaza. 

È così che la guerra entra nelle case: non come una parola astratta, ma come una porta sbattuta dal terrore, come il pane lasciato sul tavolo, come una fotografia di famiglia che non si riesce a salvare.

Noi facciamo fatica a capire la guerra perché la guardiamo da lontano, come fosse una cronaca e non una carne ferita. 
Dovremmo chiudere gli occhi e provare a esserci: sentire il rombo sopra la testa, il bambino che chiede dove dormiremo stanotte, l’umiliazione di fuggire senza sapere se resterà ancora una casa a cui tornare. 
Solo allora comprenderemmo che la guerra non è strategia: è l’abolizione dell’infanzia, è la profanazione della vita, è il crollo dell’umano.


VISITA PASTORALE Parrocchia Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo (Roma) - Leone XIV: "Siete un segno di speranza. Avete creato una comunità che sa accogliere" - "... Dio non può essere arruolato dalle tenebre. Egli viene piuttosto, sempre, a donare luce, speranza e pace all’umanità, ed è la pace che devono cercare quelli che lo invocano." (commento/sintesi, foto, testi e video)

VISITA PASTORALE DI LEONE XIV

Parrocchia Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo (Roma)
IV Domenica di Quaresima, 15 marzo 2026



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Papa Leone XIV a Ponte Mammolo:
"Siete un segno di speranza.
Avete creato una comunità che sa accogliere"

Foto Andrea Pelagatti (Facebook)

Una comunità in festa ha accolto papa Leone XIV al suo arrivo nella parrocchia Sacro Cuore di Gesù a via di Casal dei Pazzi, a Ponte Mammolo. Il Pontefice alle 16 è arrivato per l'incontro con i fedeli, famiglie e giovani che già nei giorni precedenti avevano esposto uno striscione di benvenuto nel quartiere.

Papa Leone a Ponte Mammolo

Molte le persone affacciate ai balconi, per poter scorgere papa Robert Prevost, che alle 17 ha guidato la messa insieme al cardinal Baldo Reina: "Un saluto speciale a chi sta ai balconi, grazie anche a voi. Tutti sono chiamati , invitati, anche se non è possibile entrare per il numero limitato. In Gesù Cristo c’è’ salvezza” le prime parole del Pontefice.

L'incontro con la comunità parrocchiale

Prevost si è poi rivolto ai presenti: "Voi rappresentate la parrocchia che rappresenta il Cuore di Gesù. Il cuore è l'amore di Dio - ha detto -. Voglio ringraziare tutti coloro i quali fanno parte di questa parrocchia che aiutano gli immigrati, gli anziani e a chi è senza lavoro. Siete un segno di speranza in un mondo dove la sofferenza e le difficoltà sono troppo grandi. Prima di venire qui ho sentito una signora che ha perso tutto a causa della guerra. Noi possiamo essere quel segno di speranza in quel mondo in cui non ci sono più questi segni".

“Il Vangelo ci chiama ad accogliere lo straniero”

Leone XIV ha dedicato alcune considerazioni al tema dell'accoglienza, prendendo spunto da quanto riferito dal cardial Reina su una rete di circa cento parrocchie che lavorano per l'integrazione degli stranieri: “C'è un atteggiamento che è quello di chiudere le porte. Il Vangelo ci chiama a vivere uno spirito diverso - ha ricordato -, quello di Gesù che dice 'ero straniero e mi avete accolto'”.

Il saluto a malati, volontari e senza tetto

Il papa ha poi salutato malati, volontari e una rappresentanza di poveri e senza tetto che usufruiscono dei servizi di assistenza presenti nel complesso. Leone ha sottolineato che la parrocchia è intitolata al Sacro Cuore in quanto "il cuore è l'amore di Dio".

“Grazie perché accompagnate chi soffre”

“Voi come parrocchia avete creato una comunità che sa accogliere, segno di speranza in un mondo dove dolore, sofferenza, difficoltà sono troppo grandi - ha concluso Prevost -. Grazie perché accompagnate i malati, chi soffre perché non trova lavoro, chi non ha casa e non sa dove andare”.
(fonte: ROMA TODEY, articolo di Valerio Valeri 15/03/2026)

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Incontro con i bambini e ragazzi


   

Buon pomeriggio a tutti! E bentrovati!

Grazie per questa accoglienza. Buenas tardes! C’è una comunità molto grande di peruviani qui. Bene, bene. E tanti altri. Buon pomeriggio. Grazie.

Interventi bambini 

Buongiorno a tutti!

Voi rappresentate la parrocchia che ha come patrono il Sacro Cuore di Gesù. Il cuore, che cosa rappresenta? L'amore, la carità, l'espressione così grande di Dio infinito; e di Dio, quello che è infinito è il suo amore, la sua grazia, la sua misericordia. E questa è una cosa che in questa parrocchia, in una maniera molto speciale, si fa presente a tante persone. E voglio ringraziare tutti voi, tutti coloro che fanno parte di questa parrocchia: la Caritas, nell'espressione di aiuto per gli immigrati; quelli che accompagnano gli ammalati; quelli che tante volte soffrono perché non trovano lavoro, non hanno casa, non sanno dove andare. E voi, come parrocchia, avete creato una comunità che veramente sa accogliere. E per questo vi ringrazio davvero, perché è un segno di speranza in un mondo dove tante volte il dolore, la sofferenza, le difficoltà, sono troppo grandi.

Ho sentito pochi minuti prima di partire da casa una signora che parlava; diceva che nel mondo non ci sono più segni di speranza; stava soffrendo a causa della guerra e lei chiedeva: “Adesso dove vado?”. Aveva perso tutto. Ma noi che crediamo in Gesù Cristo e che viviamo come fratelli e sorelle uniti, possiamo essere quel segno di speranza anche in un mondo dove non si trovano più questi segni.E perché? Perché crediamo e conosciamo Gesù Cristo, il suo cuore, il suo amore che è sempre con noi. E voi rappresentate questo amore infinito.

Grazie per essere qui e grazie per questo gesto, questa vita di compromiso nella fede, cioè di impegno per la fede, per vivere così l'amore di Dio.

Ora voglio fare anche un saluto speciale. Ci sono tante persone che ci accompagnano; non sono potuti entrare qui dentro, però dai balconi, dal tetto delle case … A tutti un saluto molto grande e grazie anche a voi! Tutti sono invitati, tutti sono chiamati. E così anche noi possiamo rappresentare questa famiglia che non conosce limiti, che vuole invitare tutti a dire: “Venite tutti!”. Anche se non è possibile entrare per il numero di persone, c'è un segno molto importante qui, proprio in questa zona dove tante volte vediamo, sentiamo le difficoltà, tanti problemi: c'è una parrocchia viva, una comunità di fede, una comunità che dice: “Venite tutti”, perché in Gesù Cristo c'è salvezza e noi vogliamo vivere, ricevere e condividere questo grande amore che il Signore ci offre.

Grazie di nuovo per essere qui. Sarà un piacere celebrare con voi la nostra fede, ascoltare la parola di Dio, celebrare l'Eucaristia, rendere grazie al Signore.

Allora continuiamo questo bell’incontro, sapendo che in questi incontri Gesù Cristo si fa vicino a noi. Viviamo la nostra fede e così siamo tutti segno di speranza.

Grazie.

Bene. Siccome tutti non possono entrare in chiesa, daremo anche qui un momento di preghiera e la benedizione a tutti voi.

Preghiamo insieme: Padre nostro…

Benedizione.

Auguri a tutti voi. E viviamo questo incontro con la gioia, perché conosciamo Gesù che è qui con noi. Grazie.

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Incontro con ammalati e anziani



Buonasera a tutti.

È un piacere incontrarvi, avere questa occasione di passare insieme il pomeriggio con la gioia di essere figli e figlie di Dio, fratelli e sorelle tutti, che durante questo tempo della Quaresima, tempo di conversione, tempo per avvicinarci di più al Signore, possiamo trovare veramente una casa, una famiglia, un’esperienza di comunità, dove le porte sono aperte e accolgono tutti. È una bellezza che tante volte nel mondo è difficile trovare. Allora, grazie per essere venuti.

So che qualcuno di voi ha sofferenza, malattia, le difficoltà dell’età che qualche volta si presentano … eppure siete venuti. E vi ringrazio. È un’occasione molto bella anche per me. Sono molto contento di essere qui con voi. E grazie per questa accoglienza.

Il card. Baldo Reina mi stava dicendo un momento fa, che ci sono un centinaio di parrocchie a Roma dove c’è questa accoglienza, anche dopo scuola, cioè la possibilità per le famiglie dei migranti che possono trovare un luogo, un posto, forse cominciando con lo studio dell’italiano, ma anche con altri aiuti, per integrarsi nella società. Vorrei sottolineare il grande valore di questo gesto, perché sappiamo – e non solo in Italia, ma in tante parti del mondo oggi, - un nuovo atteggiamento si sta presentando dove vogliono chiudere porte, dove vogliono dire: “Basta! Che non vengano altri!”. E invece noi come discepoli di Gesù Cristo sappiamo che il Vangelo ci chiama a vivere uno spirito diverso. Il Vangelo ci dice che quando Gesù si presenta e dice: “Sono straniero. Voi mi avete accolto”. E questo è un gesto che facciamo a tutte le persone che rappresentano veramente Gesù Cristo in mezzo a noi.

E allora vi ringrazio per questo bellissimo servizio. Vorrei incoraggiare quelli che vengono, che sicuramente trovano delle difficoltà, ci sono persone che non hanno casa, che grazie a Dio possono trovare qui un posto anche per – non so - la doccia, per qualcosa da mangiare, per un po’ - diciamo - di comunità, persone che ricevono qualcosa. Oggi c’è anche questo, tante volte: la solitudine. Molte persone soffrono, si trovano sole, non trovano con chi parlare, chi può aiutare, chi può accompagnare nel cammino della vita.

E allora una parrocchia che si chiama Sacro Cuore, è una parrocchia che rappresenta questo cuore di Gesù, è veramente un luogo benedetto da Dio, che è chiamata ad essere questa casa di accoglienza, questa casa di fraternità, di carità, di amore, dove le persone che hanno bisogno possono trovare veramente una famiglia. Una famiglia che prega, una famiglia che vive la fede, una famiglia che vive l’autentico amore nella carità fraterna. Grazie a tutti voi, grazie di nuovo per essere qui. È veramente un piacere poter salutare.

Vorrei ringraziare anche il vostro parroco; diamo anche a lui un forte applauso per dire: “Grazie don Francis per tutto quello che fa”. Il parroco non è la parrocchia, ma senza parroco tante volte ci sono delle difficoltà. Allora, lo ringraziamo sinceramente per tutto il servizio e attraverso di lui anche tutti i parroci, tutti i sacerdoti che servono la comunità a Roma.

Poi salutiamo anche Sua Eminenza, il vicario e futuro vescovo, qui accanto a me, don Marco. Una comunità che rappresenta l’amore di Dio è davvero un regalo molto grande. Grazie, grazie a tutti voi.

Benedizione

Grazie, grazie a tutti voi.

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SANTA MESSA 
OMELIA DI LEONE XIV


Carissimi fratelli e sorelle,

la nostra Celebrazione eucaristica, oggi, è più che mai intonata alla gioia. Infatti, la bellezza di questo nostro incontro si inserisce nel contesto della domenica detta “laetare”, cioè “rallegrati”, dalle parole di Isaia: «Rallegrati, Gerusalemme» (Ingresso, cfr Is 66,10).

Questo ci fa riflettere. Attualmente nel mondo molti nostri fratelli e sorelle soffrono a causa di conflitti violenti, provocati dall’assurda pretesa di risolvere i problemi e le divergenze con la guerra, mentre bisogna dialogare senza tregua per la pace. Qualcuno, poi, pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre. Egli viene piuttosto, sempre, a donare luce, speranza e pace all’umanità, ed è la pace che devono cercare quelli che lo invocano.

È il messaggio di questa domenica: al di là di qualsiasi abisso in cui l’uomo possa cadere, a causa dei suoi peccati, Cristo viene a portare un chiarore più forte, capace di liberarlo dalla cecità del male, perché inizi una vita nuova.

L’incontro tra Gesù e il cieco nato (cfr Gv 9,1-41), in effetti, può essere paragonato alla scena di un parto, grazie al quale questi, come un bambino che viene alla luce, scopre un mondo nuovo, vedendo sé stesso, gli altri e la vita con gli occhi di Dio (cfr 1Sam 16,9).

Chiediamoci allora: in che consiste questo sguardo? Cosa rivela? Che cosa vuol dire “guardare con gli occhi di Dio”?

Secondo quanto racconta l’evangelista Giovanni, significa prima di tutto superare i pregiudizi di chi, di fronte a un uomo che soffre, vede solo un reietto da disprezzare, oppure un problema da evitare, richiudendosi nella torre blindata di un individualismo egoista. Tante volte si sentono dire frasi del tipo: “Finché le cose andavano bene, erano tanti gli amici; nel momento della prova, però, molti se ne sono andati, sono spariti!”. Gesù non fa così: guarda il cieco con amore, non come un essere inferiore o una presenza fastidiosa, ma come una persona cara e bisognosa di aiuto. Così il loro incontro diventa un’occasione perché in tutti si manifesti l’opera di Dio.

Nel “segno”, nel miracolo, Gesù rivela la sua potenza divina e l’uomo, quasi ripercorrendo i gesti della creazione – il fango, la saliva – torna a mostrare pienamente la sua bellezza e dignità di creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio. Così, recuperando la vista, diventa testimone di luce.

Certo, questo implica una fatica: deve abituarsi a tante cose prima sconosciute, imparare a distinguere i colori e le forme, reimpostare le sue relazioni, e non è facile. Anzi, l’ostilità che lo circonda cresce, lo provoca, e nemmeno i suoi genitori hanno il coraggio di difenderlo (cfr Gv 9,18-23). Sembra quasi, assurdamente, che chi gli sta vicino voglia annullare quanto è accaduto. Non solo: nell’interrogatorio a cui è sottoposto il cieco che ora ci vede, chi viene processato è soprattutto Gesù, accusato d’aver violato, per guarirlo, il giorno di sabato.

Si rivela, così, negli astanti, un’altra cecità, diversa e ancora più grave: quella di non vedere, proprio davanti a sé, il volto Dio, per cui barattano la possibilità di un incontro salvifico con la sterile sicurezza che dà loro l’osservanza legalistica di una disciplina formale. Di fronte a tale ottusità Gesù non si ferma, mostrando che non c’è “sabato” che possa ostacolare un atto d’amore. Del resto il senso del riposo sabbatico, per il popolo d’Israele – e per noi della domenica, giorno del Signore – è proprio quello di celebrare il mistero della vita come un dono, di fronte al quale nessuno può ignorare il grido di aiuto del fratello e della sorella che soffrono.

Forse, a volte, in tal senso, ciechi possiamo esserlo anche noi, quando non ci accorgiamo degli altri e dei loro problemi. Gesù, invece, ci chiede di vivere in modo diverso, come ben aveva compreso la prima comunità cristiana, in cui i fratelli e le sorelle, costanti nella preghiera, condividevano tutto con gioia e semplicità di cuore (cfr At 2,42-47). Non che mancassero, nemmeno a quei tempi, tribolazioni e ostacoli. Ma loro non si arrendevano: forti del dono del Battesimo, si sforzavano lo stesso di vivere come nuove creature, vivendo in comunione e in pace con tutti e trovando nella comunità una famiglia che li accompagnava e sosteneva.

Carissimi, sono questi i frutti che siamo chiamati a portare come figli della luce (cfr 1Ts 5,4-5); e la vostra Parrocchia da circa novant’anni vive con fedeltà questa missione, con speciale cura delle situazioni di povertà, di emarginazione e di emergenza, con attenzione alla presenza, nel suo territorio, della Casa di reclusione di Rebibbia, e con tanti altri segni di sensibilità e di solidarietà.

So che aiutate tanti fratelli e sorelle, provenienti da altri Paesi, a inserirsi qui: a imparare la lingua, a trovare una casa dignitosa e a esercitare un lavoro onesto e sicuro. Non mancano le difficoltà, purtroppo talvolta accentuate da chi, senza scrupoli, approfitta della condizione di indigenza dei più deboli per fare i propri interessi. Sono però al corrente di quanto tutti voi vi impegnate a far fronte a queste sfide, attraverso i servizi della Caritas, le Case-famiglia per l’accoglienza di donne e mamme in difficoltà e molte altre iniziative. Così come mi è nota la vitalità e la generosità con cui vi spendete per l’educazione dei giovani e dei ragazzi, con l’oratorio e con altre proposte formative.

Sant’Agostino, parlando del volto di Dio, di cui siamo chiamati ad essere specchio nel mondo, diceva ai cristiani del suo tempo: «Quale volto ha l’amore? Quale forma, quale statura, quali piedi, quali mani? […] Ha i piedi, che conducono alla Chiesa; ha le mani, che donano ai poveri; ha gli occhi, coi quali si viene a conoscere colui che è nel bisogno» (In Epistolam Joannis ad Parthos, 7, 10) e aggiungeva, riferendosi alla carità: «Tenetela, abbracciatela: niente è più dolce di essa» (ibid.).

Carissimi fratelli e sorelle, ecco il dono di luce che vi è affidato, perché lo facciate crescere in voi e tra voi in tutta la sua dolcezza e lo diffondiate nel mondo, con la preghiera, la frequenza ai Sacramenti e la carità. Continuate ad impegnarvi così nel vostro cammino.

Il Sacro Cuore di Gesù, a cui la vostra Parrocchia è dedicata, plasmi e custodisca sempre più questa bella comunità, perché, con gli stessi sentimenti di Cristo (cfr Fil 2,5), viva e testimoni con gioia e dedizione il tesoro di grazia che avete ricevuto.

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Saluto finale del Santo Padre al termine della Messa

Tante grazie per questo bel dono: da questa parte sta la foto della parrocchia, per ricordare sempre, ma qui si vede la vita della parrocchia, che è tanto importante! Grazie a tutti voi!

E presentiamo come piccolo dono alla parrocchia questo calice, che rappresenta quello che celebriamo nell’Eucaristia: il corpo e il sangue di Cristo, la comunione tra tutti voi. Tanti auguri a voi e grazie!

Guarda il video integrale della S. Messa


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Incontro con il Consiglio pastorale parrocchiale
(al termine della Messa)


[introduzione di don Francis Refalo]

Bene, allora, abbiamo celebrato insieme l’Eucaristia, e come abbiamo visto tutti, alla fine questo bel dono che mi avete presentato sarà la firma di tutti voi… Diciamo, quella breve battuta che ho detto lì non era una battuta, è vero: l’importanza della partecipazione di persone come voi, che siete disposti a vivere la vostra fede cattolica, facendo a volte dei grandi sacrifici, offrendo il vostro tempo, le vostre energie, il vostro amore per tante persone, diciamo a tutte le “classi”, categorie: italiani, non italiani, giovani, non tanto giovani, però camminando insieme e dando vita e presenza a questa parrocchia.

Durante la celebrazione stavo pensando che in un certo senso le letture che abbiamo ascoltato erano proprio per questo giorno e questa parrocchia. È la vostra esperienza e quanto era bello! Cominciando dall’idea dell’acqua che purifica e che lava: voi avete anche qui nella parrocchia le docce! Le persone che vengono precisamente a trovare vita: quanto è importante l’acqua, in più sensi. E poi davanti all’altare - non so quando è stato fatto, diciamo, un po’ per rinnovare la chiesa - però c’è il fonte battesimale proprio davanti. È un bel segno, specialmente durante la Quaresima, perché, voi sapete, che il tempo di Quaresima, nella lunga tradizione della Chiesa, è stato sempre la preparazione per il Battesimo. E allora è bello questo cammino quaresimale, questo desiderio di tante persone che vogliono avvicinarsi a Cristo. Però bisogna purificarsi, allora, per venire a Cristo nella pienezza, diciamo, della comunione: proprio quello stesso cammino della caritas, della carità, dell’amore di Dio.

Quindi ci sono tanti elementi; dalle persone che pensano che possono vedere, ma sono cieche e le persone tante volte che forse pensano diversamente sono cieche, però con la grazia di Dio sono riuscite a vedere e a capire che la vita è molto più grande di quello che vediamo nella superficialità. Ma tante volte bisogna trovare chi aiuta, chi accompagna, chi dà una mano per vivere questa esperienza di Gesù. E in questo senso, siete voi e sicuramente sono tante altre le persone, che in qualche maniera partecipano in questa vita attiva di una parrocchia chiamata ad essere cuore, Sacro Cuore, a essere questa presenza, testimonianza, dell’amore di Dio nel mondo, a Roma, in questo quartiere, che non è sempre facile.

Non abbiamo parlato, ma il cappellano che era qui, certo è a Rebibbia, che è qui dietro. In un certo senso anche quella vicinanza lì, quella presenza, dovrebbe farci pensare un po’. Le persone che cercano la libertà sicuramente hanno sbagliato, qualche problema esiste, ma anche per loro c’è l’invito a vivere la conversione, a cambiare la loro vita, in situazioni che sono veramente molto, molto, complesse. Lo sappiamo. Però anche questa presenza con la parrocchia, il cappellano, la presenza della Chiesa, l’aiuto sicuramente di altre persone, è una missione molto importante.

Allora io vi ringrazio. Come sempre dico in questi momenti, invito il Vicario se vuole dire una parola, perché penso che sia importante anche approfittare di questi momenti di incontro con tutta la Chiesa, con il Vicario che rappresenta il Vescovo di Roma nella diocesi. Ringrazio la Sua presenza e ascoltiamo un po’ anche una parola in questa occasione. Grazie.

[parla il Card. Baldo Reina]

Grazie anche perché pregate per le intenzioni del Santo Padre, per la missione non solo mia, di tutti noi, di tutta la Chiesa. Allora, un Padre Nostro ancora non fa male.

Preghiamo insieme: Padre Nostro …

Benedizione.

Tanti auguri e grazie e anticipando, come detto, buona Pasqua a tutti!


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Saluto finale ai fedeli prima del rientro in Vaticano


Buonasera a tutti! Buonasera, grazie!

Un saluto grande a tutti voi, buonasera!

Grazie, grazie per essere qui. È un piacere celebrare con voi, l’Eucarestia, la nostra fede, la nostra comunione.

Essere membri di questa parrocchia del Sacro Cuore di Gesù è un'autentica testimonianza dell'amore di Dio nel mondo e qui a Roma. Grazie per tutto quello che voi fate. Grazie per essere questa testimonianza viva.

Grazie, sono molto contento di essere qui con voi. Speriamo che non passino altri 40 anni fino alla prossima visita!

Grazie, grazie al nostro parroco, a tutti coloro che collaborano nella parrocchia, a tutti anche che vivono qui vicino, che riconoscano sempre dove trovare l'amore di Dio nella famiglia cristiana, la famiglia cattolica qui in questa parrocchia.

Possiamo concludere con la benedizione e con questa gioia che viene in questa domenica Laetare. Rallegrati, che viviamo sempre come segno di speranza. Il Signore sia con voi.

Benedizione

Buona serata a tutti. Tanti auguri.