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sabato 20 giugno 2026

Giornata Mondiale del Rifugiato: oltre i numeri, il dovere di non voltarsi dall’altra parte

Giornata Mondiale del Rifugiato:
oltre i numeri, il dovere di non voltarsi dall’altra parte

Secondo il rapporto Global Trends 2025 dell’UNHCR, alla fine del 2025 erano 117,8 milioni le persone costrette alla fuga nel mondo: circa una persona ogni 70 abitanti del pianeta. Il messaggio di Leone XIV: i migranti non sono problemi ma persone portatrici di dignità e speranza

Migranti in attesa di papa Leone XIV a Tenerife, il 12 giugno. ANSA

Oggi la Giornata Mondiale del Rifugiato ci invita a fermarci per guardare una delle grandi questioni del nostro tempo: milioni di persone costrette a lasciare la propria casa per sfuggire a guerre, persecuzioni, violenze e violazioni dei diritti umani.

È una ricorrenza che rischia di trasformarsi in un rito formale, scandito da statistiche e dichiarazioni di circostanza. Eppure, dietro ogni cifra si nasconde una storia: una famiglia separata, un bambino che interrompe gli studi, una madre che attraversa confini sconosciuti, un padre che perde il lavoro, la casa e spesso la speranza.

Secondo il più recente rapporto Global Trends 2025 dell’UNHCR, alla fine del 2025 erano 117,8 milioni le persone costrette alla fuga nel mondo: circa una persona ogni settanta abitanti del pianeta. Una cifra enorme, spaventosa, anche se in lieve calo rispetto all’anno precedente, la prima dopo oltre un decennio di crescita quasi continua. (UNHCR)

I rifugiati nel mondo sono oggi 41,6 milioni, mentre altri 68,7 milioni vivono sfollati all'interno dei propri Paesi e circa 9 milioni attendono ancora una decisione sulla propria domanda d'asilo. (UNHCR)

Come interpretare questo calo complessivo? I dati raccontano una realtà complessa. Nel 2025 quasi 14,7 milioni di persone sono rientrate nelle proprie aree di origine, tra cui 4,4 milioni di rifugiati. Molti di questi ritorni hanno riguardato Afghanistan, Siria e Sudan. Tuttavia, come sottolinea l’UNHCR, numerosi rientri sono avvenuti in condizioni estremamente fragili, in territori ancora segnati da instabilità, povertà e insicurezza. Tornare a casa non significa necessariamente aver ritrovato una vita dignitosa.

Esiste poi un dato particolarmente significativo: sette rifugiati su dieci vivono in situazioni di esilio prolungato. Per milioni di persone la fuga non è più una parentesi temporanea, ma una condizione permanente. Anni trascorsi in campi profughi, in periferie urbane o in Paesi che li accolgono senza poter offrire reali prospettive di integrazione.

Questa constatazione obbliga a una riflessione più profonda. Troppo spesso il dibattito pubblico riduce il tema dei rifugiati a una questione di numeri, quote, confini e controlli. Sono aspetti che hanno un riflesso sulla vita delle società, certamente, ma non possono essere gli unici criteri di valutazione. Il vero interrogativo riguarda il futuro delle persone che hanno perso tutto. Come costruire opportunità di studio, lavoro e autonomia? Come evitare che intere generazioni crescano dipendendo esclusivamente dagli aiuti umanitari?

L'UNHCR ha scelto di concentrare l'attenzione proprio su questo punto, lanciando una strategia che punta a ridurre drasticamente entro il 2035 il numero di rifugiati intrappolati in condizioni di dipendenza prolungata dall'assistenza. L'obiettivo non è soltanto garantire protezione, ma creare le condizioni affinché chi è stato costretto a fuggire possa tornare a essere protagonista della propria vita.

Anche alcuni luoghi comuni meritano di essere superati. La maggior parte dei rifugiati non raggiunge infatti i Paesi più ricchi del mondo. Circa il 65% trova protezione in Stati confinanti con il proprio Paese d'origine, spesso nazioni a basso o medio reddito che sopportano il peso maggiore dell'accoglienza. Sono comunità che, pur disponendo di risorse limitate, continuano a offrire rifugio a milioni di persone.

La Giornata Mondiale del Rifugiato arriva inoltre in un momento delicato per il sistema umanitario internazionale. Le esigenze crescono, mentre i finanziamenti diminuiscono. Lo stesso UNHCR ha segnalato nel 2025 una significativa riduzione delle risorse disponibili, con inevitabili conseguenze sui servizi essenziali destinati alle popolazioni più vulnerabili.

Per questo il 20 giugno non dovrebbe essere soltanto un'occasione per esprimere solidarietà. Dovrebbe diventare un momento di responsabilità collettiva. In un'epoca segnata da conflitti persistenti, tensioni geopolitiche e crisi climatiche sempre più frequenti, il destino dei rifugiati non riguarda soltanto chi fugge. Riguarda il modello di società che intendiamo costruire.

Difendere il diritto d'asilo, promuovere l'inclusione e contrastare l’indifferenza non sono gesti di generosità sono scelte che definiscono la qualità morale e democratica delle nostre comunità.

Perché, in fondo, la storia dei rifugiati ci ricorda una verità semplice e universale: nessuno sceglie di diventare rifugiato. Ma tutti possiamo scegliere come guardare chi è stato costretto a fuggire.

Un gesto di tenerezza di Leone XIX con alcuni migranti a Tenerife, lo scorso 12 giugno. (ANSA)

Papa Leone XIV ha scelto come tema della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato la frase «Anche uno solo di questi bambini», richiamando il Vangelo di Matteo («Chi accoglie uno solo di questi bambini accoglie me»). Con questa scelta ha voluto attirare l’attenzione sui minori migranti e rifugiati, considerati tra le persone più vulnerabili nei percorsi di fuga e di migrazione.

Nel suo recente viaggio nelle Isole Canarie, uno dei principali punti di approdo delle rotte migratorie verso l'Europa, Leone XIV ha affermato che «tutti noi siamo migranti», invitando a guardare ai rifugiati non come a un problema ma come a persone portatrici di dignità, storia e speranza. Ha chiesto maggiore solidarietà, integrazione e percorsi legali e sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e povertà. Inoltre ha denunciato la «normalizzazione» delle morti lungo le rotte migratorie, affermando che la storia giudicherà severamente chi resta indifferente davanti a queste tragedie.
(fonte: famiglia Cristiana, articolo di Paolo Perazzolo 20/06/2026)


Mons. Mariano Crociata: Dichiarazione sul nuovo Regolamento UE sui rimpatri

Mons. Mariano Crociata
Dichiarazione sul nuovo Regolamento UE sui rimpatri

La Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE) ha pubblicato una dichiarazione del suo Presidente, mons. Mariano Crociata, in risposta alla votazione tenutasi mercoledì 17 giugno 2026 al Parlamento europeo sul nuovo regolamento in materia di rimpatrio, che integra il Patto sulla migrazione e l’asilo recentemente entrato in vigore (cf. qui).


La Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE) prende atto del voto odierno del Parlamento europeo che approva il nuovo Regolamento sui rimpatri, a complemento del Patto sulla migrazione e l’asilo recentemente entrato in vigore.

Pur riconoscendo la legittima responsabilità delle autorità pubbliche di gestire i flussi migratori, garantire l’integrità delle frontiere e contrastare la tratta di esseri umani, la COMECE rimane profondamente preoccupata per alcuni aspetti del nuovo quadro normativo che rischiano di indebolire la tutela effettiva dei diritti fondamentali e della dignità delle persone più vulnerabili.

In particolare, l’ampliamento del ricorso alla detenzione, le limitazioni ai ricorsi e ai rimedi effettivi, nonché la crescente esternalizzazione delle responsabilità verso Paesi terzi sollevano serie questioni etiche e umanitarie.

La migrazione non è soltanto una questione di procedure, statistiche o gestione delle frontiere. Riguarda esseri umani: donne, uomini e bambini, ciascuno portatore di una dignità inviolabile che deve rimanere al centro di ogni decisione politica.

Durante la sua recente visita alle Isole Canarie, Papa Leone XIV ha ricordato all’Europa e al mondo che non possiamo rimanere indifferenti di fronte a quanti perdono la vita in mare, cadono vittime della tratta di esseri umani o sono costretti a fuggire da guerre, violenze, persecuzioni, fame o degrado ambientale. Come ha affermato il Santo Padre, i migranti non sono «una categoria o una statistica», ma persone che «potrebbero far parte della nostra stessa famiglia». Parole che interpellano la nostra coscienza e ci invitano a guardare oltre la paura e le convenienze politiche.

L’Unione europea è stata fondata sulla convinzione che la dignità umana sia inviolabile e che la solidarietà tra i popoli non rappresenti un ideale facoltativo, bensì una responsabilità fondamentale. L’Europa non può pretendere di difendere questi valori mentre si abitua al fatto che il Mediterraneo e l’Atlantico diventino silenziosi cimiteri per coloro che cercano sicurezza e un futuro per le proprie famiglie.

La COMECE rinnova pertanto il proprio appello affinché le politiche in materia di migrazione e asilo restino saldamente ancorate al rispetto della dignità umana, dei diritti fondamentali, del diritto di chiedere asilo, della tutela dell’unità familiare e di una particolare attenzione verso le persone più vulnerabili. Sicurezza e solidarietà non sono principi contrapposti: devono procedere insieme.

Allo stesso tempo, facciamo nostro l’appello di Papa Leone XIV alla comunità internazionale. I Paesi di origine, di transito e di destinazione condividono la responsabilità di affrontare le cause profonde che costringono le persone a migrare e di proteggere coloro che sono in movimento.

Ogni persona ha non solo il diritto di cercare protezione quando la propria vita è minacciata, ma anche il diritto di non essere costretta a lasciare la propria terra a causa di guerre, persecuzioni, povertà, corruzione o collasso ambientale.

Il voto odierno riguarda molto più della politica migratoria. Esso solleva una questione più ampia sul tipo di Europa che desideriamo costruire. In questo momento decisivo, l’Europa è chiamata non a ritirarsi dai propri valori fondativi, ma a riaffermarli con coraggio, saggezza e umanità.

Mercoledì 17 giugno 2026

Mons. Mariano Crociata,
Presidente della COMECE
(fonte: Settimana News 19/06/2026)

Enzo Bianchi: La Chiesa e il suo coraggio profetico

Enzo Bianchi
La Chiesa e il suo coraggio profetico

Francesco e Leone di fronte alle guerre hanno indicato gli aggressori e le loro responsabilità in nome della giustizia e della pace.


Famiglia Cristiana - 14 Giugno 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Certamente, con Papa Francesco e ora in continuità con lui con Papa Leone abbiamo avvertito che è mutata la collocazione della chiesa nelle crisi e nei conflitti che affliggono le regioni e i popoli del mondo. Non si tratta di un mutamento della dottrina, ma resta vero che con questi papi la chiesa ha saputo non solo invocare la pace e pregare per essa, non solo chiedere ai potenti il dialogo e la riconciliazione, ma anche emettere un giudizio! Sì, un giudizio profetico, evangelico, che dimentica il linguaggio diplomatico e alla luce della rivelazione entra là dove c’è il conflitto e si esprime indicando le responsabilità ed emettendo una condanna chiara dell’aggressore e di chi percorre vie di offesa che non rispettano né il diritto internazionale, né la dignità umana.

Nelle storie recenti era raro che si arrivasse a emettere un giudizio del genere e la chiesa si limitava a un’esortazione senza discernimento. Ma l’opposizione che Papa Francesco e Papa Leone hanno fatto e fanno alla potenza mondiale degli Stati Uniti per l’aggressione in Medio Oriente ha qualcosa di profetico, risuona come le parole dei profeti Amos o Geremia verso i potenti del loro tempo.

Di questa capacità evangelica e profetica i cristiani devono rallegrarsi. Eravamo in molti ad attendere e chiedere che la chiesa si collocasse disarmata e disarmante, ma non in modo diplomatico neutrale: la sua parola deve essere anche ispirata alla giustizia per essere parola di pace.
(fonte: blog dell'autore)

venerdì 19 giugno 2026

Maturità 2026, tra la fatica e i confini: cosa ci aspettiamo dai nostri figli?

Maturità 2026, tra la fatica e i confini:
cosa ci aspettiamo dai nostri figli?


Di fronte alle tracce della prima prova di italiano della Maturità 2026, una domanda sorge spontanea: che idea di società stiamo trasmettendo alle nuove generazioni? E soprattutto, cosa ci aspettiamo da questi ragazzi che oggi affrontano il loro primo vero esame da cittadini?

Le tracce scelte dal Ministero non sono mai neutre. Non lo sono perché ogni tema proposto racconta un pezzo di Paese, una gerarchia di valori, una visione del presente e del futuro. Quest’anno, più che in altre occasioni, colpisce la scelta di affiancare riflessioni sulla fatica e sul merito a un testo del sociologo Frank Furedi dedicato al tema dei confini e del passaggio all’età adulta.

La presenza di un testo di Furedi, intellettuale noto per le sue posizioni conservatrici e per la sua vicinanza culturale alle politiche del governo ungherese di Viktor Orbán, ha immediatamente suscitato discussioni. Non tanto perché uno studente debba condividere le idee dell’autore proposto – la scuola deve insegnare il pensiero critico, non l’adesione ideologica – quanto perché la scelta appare significativa nel quadro culturale e politico del nostro tempo.

Accanto a questa traccia emerge poi quella ispirata alle riflessioni del giornalista Mario Calabresi sul valore della fatica. Un tema che intercetta una delle grandi questioni del nostro tempo: una società che promette successo immediato ma che continua a chiedere sacrifici crescenti ai giovani.

La fatica è certamente un valore. Nessuna generazione può crescere senza imparare la disciplina, la perseveranza, la capacità di affrontare le difficoltà. Tuttavia, la domanda che molti ragazzi potrebbero porsi è un’altra: la fatica viene davvero premiata nella società contemporanea?

Molti maturandi appartengono a una generazione che ha conosciuto soltanto crisi. Sono nati negli anni della grande recessione, hanno vissuto da adolescenti la pandemia, hanno assistito alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, osservano un mercato del lavoro sempre più precario e vedono il costo della casa diventare proibitivo. Sentono continuamente parlare di sacrificio, ma molto meno di diritti, di giustizia sociale, di redistribuzione delle opportunità.

È inevitabile che, leggendo una traccia sulla fatica, qualcuno abbia pensato ai propri genitori che lavorano sempre di più per mantenere lo stesso tenore di vita di dieci anni fa. O ai laureati costretti ad accettare stage sottopagati. O ai giovani che emigrano all’estero non per spirito di avventura ma per necessità.

La fatica, allora, non può essere celebrata come un valore astratto. Deve essere collegata alla dignità del lavoro, alla possibilità concreta di costruire un futuro, alla speranza che l’impegno trovi un riconoscimento.

L’altra parola che attraversa simbolicamente questa maturità è “confine”. Furedi la utilizza in un’accezione esistenziale, come passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Tuttavia, nel clima culturale europeo degli ultimi anni, la parola confine evoca inevitabilmente anche altro: frontiere, identità nazionali, sovranità, migrazioni.

È difficile non vedere in questa scelta una fotografia dell’Europa contemporanea, attraversata da paure, da spinte identitarie e da un crescente ripiegamento nazionale. Un continente che sembra aver smarrito la fiducia nel futuro e che spesso cerca sicurezza nella costruzione di nuovi muri, fisici o culturali.

Per questo la vera sfida dei maturandi non è semplicemente svolgere bene un tema. È dimostrare di saper andare oltre il testo. Di saper interrogare criticamente le parole “fatica”, “confine”, “identità”, “merito”. Di chiedersi chi resta escluso quando si parla soltanto di successo individuale. Di riflettere su cosa significhi essere cittadini in un mondo sempre più interdipendente.

Che cosa ci aspettiamo dunque da questi ragazzi?

Non che ripetano formule confezionate dagli adulti. Non che aderiscano a una visione politica o culturale prestabilita. Ci aspettiamo piuttosto che sappiano pensare con la propria testa.

Che comprendano il valore dell’impegno senza trasformarlo in una religione del sacrificio. Che riconoscano l’importanza delle identità senza cadere nell’ossessione dei confini. Che imparino a competere senza dimenticare la solidarietà. Che sappiano utilizzare la libertà come responsabilità verso gli altri.

La vera maturità non si misura nel numero di pagine scritte oggi sui banchi di scuola. Si misurerà domani, quando questi giovani saranno chiamati a costruire un Paese più giusto di quello che abbiamo consegnato loro.
(fonte: Faro di Roma, articolo di S. I. 18/06/2026)

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Leggi anche: 
Il sogno di una nuova maturità

Lettera aperta di mons. Antonio Staglianò ai giovani sull’AI: Siete carne, non codice.

Antonio Staglianò*
Lettera aperta ai giovani sull’AI
Siete carne, non codice.
 
Il presidente della Pontificia Accademia di Teologia, mons. Antonio Staglianò, scrive una lettera aperta ai giovani che in questi giorni affrontano l'esame di maturità ma anche a tutti gli altri per riflettere sull'uso dell'Intelligenza Artificiale.


Cari ragazzi e ragazze,

vi scrivo da adulto, da teologo, ma soprattutto da uomo che ogni giorno vi incontra. Vi vedo con il telefono in mano, con ChatGPT aperto, con mille schede attive. Vi vedo intelligenti, veloci, pieni di risorse. E vi vedo stanchi. Stanchi di dover decidere, stanchi di dover pensare, stanchi di dover cercare.

Per questo voglio dirvi una cosa semplice: l’Intelligenza Artificiale può essere un grande aiuto, ma può diventare anche la vostra gabbia. Dipende da come la usate. Dipende se la fate crescere con voi, o se vi fate sostituire da lei.

L’AI è uno strumento, non un maestro

L’AI è formidabile nel manipolare simboli. Vi trova una citazione in un secondo, vi riassume un libro, vi scrive una mail. È come avere una biblioteca infinita in tasca. Ma la biblioteca non sostituisce il lettore. Il motore di ricerca non sostituisce il cercatore.

Il rischio è scambiare la velocità dell’algoritmo per profondità del pensiero. Copiare la risposta dell’AI e pensare di aver capito. Papa Leone XIV, nella sua esortazione Magnifica Humanitas, vi ricorda che “la grandezza dell’uomo non sta nell’accumulare dati, ma nel custodire la verità con cuore libero e responsabile”. L’AI accumula. Solo voi potete custodire.

Se usate l’AI solo per farvi fare i compiti, per farvi scrivere la tesina, non crescete. Vi instupidite. La mente è un muscolo: se non la allenate a faticare, si atrofizza.

Senza corpo non c’è umanità

L’AI non ha corpo. Non ha fame, non ha sonno, non piange ai funerali, non ride alle battute stupide. Non ha una madre, non ha una storia, non morirà. Per questo può calcolare tutto, ma non può capire nulla.

Voi invece siete carne. Il vostro pensiero nasce dal corpo: dalla fatica di alzarvi la mattina, dalla gioia di un’amicizia vera, dal dolore di una delusione. È lì che nasce il senso. Non nei server.

Quando delegate tutto all’AI, tagliate il legame tra pensiero e vita. Magnifica Humanitas ci ricorda: “L’uomo è magnifico perché è unità di corpo e spirito, chiamato all’amore e alla responsabilità”. Se spegnete il corpo, spegnete la magnificenza.

Le tre domande prima di ogni “invio”

Allora come usarla bene? Tre domande semplici:Cosa sto cercando davvero?

Sto cercando la verità, o sto cercando di risparmiare tempo? Agostino diceva: “Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. L’AI non dà riposo. Dà solo rumore.Chi guadagna se io penso così?

Dietro ogni algoritmo c’è un interesse. Voi non siete il cliente. Siete il prodotto. Diventate liberi quando vi chiedete: questa idea mi appartiene, o me l’hanno venduta?Questa scelta mi rende più umano o più stupido?

Più umano = più capace di ascoltare, perdonare, restare in silenzio con chi soffre. Più stupido = più dipendente, più distratto. L’AI può aiutarvi a studiare. Ma se la usate per non pensare mai, vi rende più stupidi.

Conclusione: siete carne, non codice

Voi non siete nati per produrre dati. Siete nati per amare. “Siamo fatti per amare e non per odiare”. L’AI non può amare. Può scrivere “mi dispiace”, ma non può asciugare una lacrima.

La vostra grandezza sta nel portare pace dove c’è dissidio, nell’aiutare chi incontri a soffrire di meno e a gioire di più. Questo non lo fa nessun algoritmo. Lo fate solo voi, con la vostra carne, con le vostre scelte.

Magnifica Humanitas vi chiama “magnifici” non perché siete perfetti, ma perché siete chiamati. Chiamati a custodire l’umano in un tempo che rischia di ridurlo a codice.

Usate l’AI. Ma non lasciate che l’AI viva al posto vostro. Finché avrete un cuore che batte, avrete la responsabilità di custodire la vostra umanità. Perché voi siete carne, non codice.

Un adulto che crede in voi.

*Presidente della Pontificia Accademia di Teologia e Rettore della Chiesa degli artisti

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Per approfondire leggi anche il post:


Il papa, la tragedia e la farsa di Giuseppe Savagnone

Il papa, la tragedia e la farsa 
di Giuseppe Savagnone 



Il papa in Spagna
Il viaggio in Spagna di Leone XIV – il primo di un pontefice dopo 15 anni – si è trasformato, al di là di ogni previsione, in una trionfale legittimazione del ruolo al tempo stesso spirituale e politico del cattolicesimo in questo momento storico, e non solo per la Spagna.

Dopo secoli di imperante tradizione cattolica, il paese iberico negli ultimi decenni era diventato, anche per reazione al periodo franchista, un esempio di secolarizzazione estrema, di cui lo zapaterismo, con le sue scelte in campo etico, aveva rappresentato l’emblema. E su questa linea si è mosso, anni dopo, l’attuale premier socialista Pedro Sánchez, a cui si devono ultimamente anche l’approvazione di una legge sull’eutanasia e la proposta di inserire nella Costituzione il diritto di abortire.

Agli antipodi del governo socialista la destra estrema di «Vox», schierata contro il premier sulle questioni bioetiche, ma polemica nei confronti dell’episcopato spagnolo in merito all’accoglienza dei migranti, a cui, invece, Sánchez ha sempre guardato come a una risorsa, piuttosto che come a una minaccia, arrivando a regolarizzarne pochi mesi fa ben cinquecentomila.

Alla luce di questo quadro problematico, la scelta di papa Prevost di fare questo viaggio si presentava come un azzardo. Si puntava, naturalmente, su una partecipazione calorosa da parte di una minoranza di persone rimaste fedeli alla Chiesa, ma che si pensava sarebbe stata pur sempre una minoranza.

Quello che non si prevedeva erano le folle oceaniche che hanno accolto il pontefice a Madrid, a Barcellona e nelle Canarie, e che hanno risposto con entusiasmo al suo messaggio.

Perché papa Leone non si è limitato a portare il santissimo per le strade gremite della capitale e a compiere gesti simbolici di grande effetto, come quello di rivolgersi in catalano ai barcellonesi. Ha parlato. E ha parlato chiaro, senza timore di infrangere dei tabù culturali della sinistra, come quelli legati all’aborto e al fine vita, riuscendo però a evidenziare che le posizioni della Chiesa cattolica su questi temi non si possono ridurre alla difesa di uno sterile moralismo, ma scaturiscono da una visione – esposta con grande efficacia nella recente enciclica «Magnifica humanitas» – che mette al centro la dignità sacra della persona umana e giustifica, contro le resistenze della destra, i diritti dei migranti e il rifiuto della corsa al riarmo e del ricorso alla guerra.

Sta di fatto che, alla fine del discorso tenuto davanti al Parlamento spagnolo riunito, in cui ha ribadito questi punti, Leone ha ricevuto una standing ovation di sette minuti – la più lunga che si ricordasse, almeno dall’incoronazione di Filippo VI – da tutti i partiti.

Un altro aspetto oggi di estrema attualità toccato dal papa, parlando al Corpo diplomatico e alle autorità civili, ha riguardato la possibilità di una pacifica e feconda coesistenza delle tre grandi religioni mediterranee. Prendendo le mosse dalla lunga presenza dell’Islam nella Penisola iberica, Prevost ha sottolineato che allora «si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei», facendo notare che, contro la ricorrente tesi dello “scontro di civiltà”, «questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza».

La farsa
Questa dimostrazione, da parte del capo della Chiesa cattolica, di saper superare la logica conflittuale delle contrapposizioni ideologiche e religiose, (ri)proponendo un messaggio evangelico troppo spesso dimenticato e frainteso, arriva in un momento in cui l’Occidente, emancipatosi con orgoglio dalla sua anima cristiana, si ritrova a non averne nessuna.

Abbiamo tutti sotto gli occhi la disastrosa situazione – culturale, prima che politica – del Paese che ha costituito, dalla seconda guerra mondiale in poi, il punto di riferimento del mondo occidentale, gli Stati Uniti. La seconda presidenza di Donald Trump sta davvero avendo, come lui si proponeva, una portata epocale, ma nel senso opposto a quello promesso. L’età dell’oro solennemente proclamata si è trasformata nella più buia stagione della democrazia americana.

Non solo e non tanto per le singole scelte politiche, ma per il clima in cui esse sono maturate e sono vissute. Il narcisismo esibizionista del presidente ha trasformato la politica degli Stati Uniti – e, per riflesso, quella dell’intero pianeta – in una immensa scena teatrale, in cui l’incontrastato protagonista sembra recitare il copione di una di quelle opere teatrali di Beckett o di Ionesco che, alla metà del secolo scorso, diedero vita al “teatro dell’assurdo”. Anche se forse sarebbe più appropriato parlare di una farsa.

Perché solo così si possono qualificare le evidenti falsità e le continue contraddizioni, diffuse senza soluzione di continuità ai quattro venti, che hanno indotto alcuni osservatori a parlare di una possibile instabilità mentale dell’inquilino della Casa Bianca.

L’ultimo scenario è quello dell’attacco gratuito e illegale all’Iran, motivato da Trump con una grave minaccia incombente (che tutti i responsabili dell’Intelligence americana hanno pubblicamente smentito) e rivelatosi fallimentare sotto tutti i profili, ma esaltato dal presidente come una doverosa missione e un successo storico.

In realtà, il risultato, fino a questo momento, è non solo il mancato raggiungimento degli obiettivi dichiarati – il cambio di regime, la consegna delle riserve di uranio e la smobilitazione dell’arsenale missilistico iraniano – ma, paradossalmente, la nascita di un problema che non esisteva prima della guerra: quello della libera circolazione nello stretto di Hormuz. Con la gravissima crisi economica mondiale che ne sta derivando e che sta inducendo il presidente americano a cercare disperatamente di porre fine alla sua folle avventura, senza peraltro riuscirci.

Rientrano nell’aspetto farsesco le continue uscite, in cui Trump alterna minacce apocalittiche a dichiarazioni – la CNN ne ha contate trentotto – in cui assicura che la pace è quasi raggiunta. Per non parlare del rapporto con Netanyahu, secondo molti osservatori il vero promotore di questa guerra, disastrosa per tutti, anche per Israele, ma funzionale alla conservazione del potere da parte del premier israeliano. Trump continua a ripetere di essere lui a controllare pienamente il suo alleato, ma i fatti lo smentiscono, perché questi mostra di ignorare platealmente gli inviti alla moderazione di Washington e procede imperterrito per la sua strada.

In questo contesto, il presidente americano è rimasto molto deluso e amareggiato di non avere ricevuto il premio Nobel per la pace, che riteneva di meritare. Una nota comica che coinvolge indirettamente anche il nostro Paese, perché la presidente del Consiglio è stata l’unica premier occidentale a raccogliere e rilanciare questa pretesa per il prossimo anno.

La tragedia
Questa farsa, però, non fa ridere. Intanto, per il suo significato politico. In pochi mesi il presidente americano ha distrutto l’immagine di Occidente costruita dopo la seconda guerra mondiale, che implicava l’amicizia fra le due sponde dell’Atlantico. La guerra commerciale scatenata contro i suoi stessi tradizionali alleati; i toni sprezzanti e minacciosi, da parte sua e del suo vice Vance, nei confronti dell’Europa; l’ambiguo rapporto col presidente russo Putin, hanno creato una situazione di incertezza e di diffidenza, a cui purtroppo i governi europei non hanno saputo rispondere rafforzando l’aspetto politico della Ue e scegliendo invece di procedere in ordine sparso sulla via di una maggiore autonomia militare dall’alleato americano.

L’unica linea politica comune che in questo momento l’Europa sta riuscendo a elaborare è, paradossalmente, una riedizione di quella trumpiana di chiusura delle frontiere e di deportazione dei migranti, di cui Meloni si vanta di essere stata la promotrice a livello europeo. L’Occidente sembra sopravvivere, tragicamente, solo in questo ripiegamento su un sovranismo che lo chiude alle esigenze degli altri popoli.

L’altro punto di accordo con gli Stati Uniti è la complice tolleranza di fronte a ciò che Israele da più di due anni sta facendo a Gaza e in Cisgiordania, e ora anche in Libano, sotto gli occhi imbarazzati dei governi europei. Mentre l’opinione pubblica è sempre più impressionata dai documentatissimi crimini dello Stato ebraico, i governi sembrano incapaci, a differenza di quanto mostrato nei confronti della Russia, di intervenire con sanzioni perfino quando, come nel caso dell’abbordaggio illegale alla Flotilla, la violenza e l’arroganza dei governanti e dei militari di Tel Aviv si sfogano sui loro cittadini.

Ma la tragedia più grande è la cancellazione delle regole del diritto internazionale, che implicavano una limitazione della forza in nome del rispetto per le persone e per i popoli. È stato ancora una volta Trump a teorizzare che ormai il diritto coincide con il potere del più forte.

Lo ha detto e lo ha fatto. Così egli ha potuto senza problemi proporre di trasformare la Striscia di Gaza in un resort di lusso, sulle macerie delle case dei due milioni e mezzo di palestinesi che la abitavano. E aggredire con la sua soverchiante forza militare il Venezuela, non per instaurare la democrazia, ma per farsi cedere le risorse petrolifere del paese. Senza suscitare una reazione internazionale di condanna, anzi incassando l’approvazione della sua (allora) amica Meloni, che ha parlato di una «legittima operazione difensiva»

Al di là della tragedia e della farsa
Acquista tutto il suo significato, in questo contesto, il recente scontro tra il presidente americano e papa Leone, da lui accusato di essere «pessimo in politica estera». E di stare «mettendo in pericolo molti cattolici», per la sua ferma opposizione – ribadita durante il viaggio in Spagna – alla guerra in Iran, definita «ingiusta» e, più ampiamente, alla politica di riarmo promossa da Trump e fatta propria dai Paesi europei. Quella del pontefice è stata la sola voce a levarsi in questo senso nel mondo occidentale.

Così come ora, con la Magnifica humanitas – vero e proprio “manifesto” di un umanesimo ispirato ai valori cristiani della fraternità e della pace – e con il viaggio in Spagna, papa Leone appare il solo ad essere in grado di proporre un messaggio veramente alternativo alla rappresentazione offerta da Trump e sostanzialmente subita dagli altri leader occidentali.

Di fronte a un Occidente che sembra non avere più criteri di umanità e calpesta la vita di tutti coloro che non hanno voce – dai bambini non nati ai poveri e ai migranti – in nome di una logica egoista ed efficientista, la Chiesa ricopre in modi nuovi la sua antica funzione civilizzatrice e interviene per proporre una rappresentazione diversa dalla brutta tragicommedia che i leader politici stanno recitando.

(Fonte: Rubrica CHIAROSCURI - 12.06.2026)

giovedì 18 giugno 2026

Tonio Dell'Olio: Ironia o sarcasmo?

Tonio Dell'Olio
 
Ironia o sarcasmo?
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  18 giugno 2026


L'ironia è un'arte sottile: dice una cosa per suggerirne un'altra, chiama in causa l'intelligenza di chi ascolta, invita a cogliere un significato ulteriore. Non ha bisogno di ferire; può criticare, smascherare contraddizioni e contestare il potere con leggerezza ed eleganza.

Infatti “cummannà è meglio ca fottere, sfottere è meglio e’ cummannà!”. Il sarcasmo, invece, punta a colpire, a umiliare, a esporre al ridicolo. Insomma, il sarcasmo è il fratello rozzo della nobile ironia. Entrambi nascono dalla distanza tra ciò che si dice e ciò che si pensa, ma prendono strade diverse. L'ironia è un fioretto, il sarcasmo una clava. L'una cerca la complicità dell'interlocutore, l'altro va a caccia del consenso del pubblico contro l'interlocutore. In politica e nell’informazione (basti leggere alcuni titoli di prima pagina!) non manca affatto il largo uso dello scherno, soprattutto nell'epoca dei social e degli slogan: battute taglienti, soprannomi sprezzanti, derisione dell'avversario. Molto più sporadica è la vera ironia, quella che sa essere critica senza diventare insulto. Perché l'ironia ha bisogno delle terre rare della cultura, della misura e dell’autocontrollo; il sarcasmo, invece, prospera nell'immediatezza della polemica. E forse proprio per questo l'ironia lascia un pensiero, mentre il sarcasmo lascia soltanto un'eco indefinita. L'ironia apre uno spazio di riflessione, il sarcasmo provoca solo una risata amara.

Quando un bambino ti chiede: che cos’è la guerra?

Quando un bambino ti chiede: che cos’è la guerra?

La guerra è un bambino in Libano che chiede: «Moriremo questa notte?». Ed è una bambina in un luogo sicuro che domanda: “Che cosa significa guerra?”, mentre tu ti ritrovi incapace di rispondere, perché non vuoi consegnarle la brutalità del mondo


Stavo parlando con Domenica di mio nipote, quel bambino che ha appena undici anni, quando è stato sorpreso dal rumore degli aerei militari israeliani sopra il cielo del Libano. La sua voce tremava mentre mi diceva: «Ho avuto tanta paura… così tanta che per poco non mi facevo la pipì addosso». Lo ha detto come solo i bambini sanno dire la paura: senza abbellirla, senza orgoglio, senza cercare di nascondere il terrore. Lo ha detto come se il suo piccolo cuore non riuscisse più a contenere tutto quel rumore, tutta quella notte, tutte quelle domande che non sa nemmeno come fare.

Raccontavo tutto questo cercando di nascondere il dolore tra le parole, quando si è avvicinata la nipotina di Domenica, la bellissima Sofia, di nove anni. Mi guardava con i suoi occhi grandi, occhi che non erano ancora stati sporcati dalle immagini della distruzione, né attraversati dai telegiornali come se fossero un destino quotidiano. Mi ha chiesto con innocenza: «E perché ha avuto paura?» Le ho risposto a bassa voce: «Per la guerra». Non ha aspettato molto. Mi ha lanciato subito la sua domanda successiva, come se avesse gettato una piccola pietra nel lago del mio cuore: «E che cos’è la guerra?»

Mi sono fermato.

Mi sono sentito smarrito.

Come si può spiegare a una bambina di nove anni che cosa sia la guerra? Come dirle che la guerra non è una parola scritta in un libro di storia, né un gioco tra due eserciti, né una storia che finisce con una vittoria e un eroe? Come dirle che la guerra è una madre che cerca suo figlio tra la polvere? Che è un bambino che dorme con le scarpe ai piedi, perché non sa quando dovrà scappare? Che è una finestra che trema, una casa che invecchia in un istante, un piccolo cuore che impara la paura prima ancora di imparare la vita?

Come dirle che la guerra è quando il rumore di un aereo diventa più forte della voce di tua madre che cerca di rassicurarti? Che la notte diventa lunga, come se non volesse finire mai? Che l’abbraccio di una casa si trasforma in un luogo che non sa più come proteggere i suoi figli?

Ho guardato Sofia e nei suoi occhi ho visto un mondo puro, che non merita di essere ferito. Ho visto una bambina che domanda perché non sa, e noi che non sappiamo rispondere perché sappiamo troppo. Avrei voluto dirle: la guerra, Sofia, è quando gli adulti dimenticano di essere stati bambini. È quando il ferro diventa più forte della misericordia, le urla più alte delle canzoni, e la paura un ospite pesante nelle case della gente.

Ma non le ho detto tutto questo.

Non volevo rovinare il suo sguardo interiore con immagini di morte, sangue e distruzione. Non volevo mettere nel suo piccolo cuore l’immagine di un bambino che si nasconde dal cielo, o di una madre che stringe i suoi figli come se le sue braccia potessero fermare i bombardamenti.

Le ho sorriso con tristezza e le ho detto: «La guerra, Sofia, è una cosa molto brutta, che accade quando le persone non sanno amarsi abbastanza». È rimasta in silenzio per un momento, come se cercasse di capire come sia possibile che le persone non sappiano amarsi. Poi mi ha guardato con quella innocenza capace quasi di spezzare il cuore.

E io sono rimasto con quella domanda dentro di me. Che cos’è la guerra?

La guerra non è soltanto aerei che bombardano, case che crollano, strade piene di macerie. La guerra è un bambino in Libano che chiede: «Moriremo questa notte?». Ed è una bambina in un luogo sicuro che domanda: “Che cosa significa guerra?”, mentre tu ti ritrovi incapace di rispondere, perché non vuoi consegnarle la brutalità del mondo.

La guerra è quando alcuni bambini crescono in una sola notte, e alcuni adulti restano impotenti davanti alla domanda di un bambino.

Non ti auguro mai, Sofia, di sapere davvero che cos’è la guerra. Non ti auguro di sentire il rumore degli aerei nella notte, né di imparare a distinguere tra il tuono e il bombardamento, né di riconoscere la forma della paura sul volto di tua madre.

Ti auguro che la guerra rimanga per te una parola estranea, lontana, che non assomigli alla tua casa, al tuo letto, alla tua scuola o ai tuoi giochi.

E auguro ai bambini del Libano di tornare a essere soltanto bambini.

Di avere un po’ paura del buio, non del cielo.
Di piangere perché si è rotto un giocattolo, non perché è crollata la loro casa.
Di correre dietro a un pallone nel quartiere, non verso un rifugio.
Di addormentarsi sognando il domani, non aspettando che finisca la notte.

E quando un bambino mi chiederà di nuovo: «Che cos’è la guerra?» Io continuerò a sentirmi smarrito.

Perché alcune domande non hanno bisogno di una risposta. Hanno bisogno di un mondo che si vergogni di se stesso.

Sofia e la nonna
La foto di copertina è di Mahmoud Sulaiman/Unsplash
(fonte: Vino nuovo, articolo di Vincente Massoud Mohamed 16/06/2026)



Migranti e insicurezza: una verità capovolta.


Migranti e insicurezza: una verità capovolta.

Sui quattro giovani braccianti arsi vivi ad Amendolara

foto da FB

Da oltre trent’anni la retorica pubblica italiana ed europea reitera ossessivamente la stessa equazione: migranti/insicurezza (Mannoia e Pirrone, 2018). È una delle narrazioni più efficaci della destra contemporanea, nazionale, europea ed internazionale; tanto efficace da essere divenuta senso comune, attraversando sempre più spesso anche settori che formalmente si dichiarano democratici o progressisti. Ed è anche per questo che il concetto di remigrazione — presentato come rimpatrio volontario degli stranieri immigrati, ma di fatto deportazione forzata e selettiva, fino a comprendere i cittadini di origine straniera ritenuti non assimilabili — sta guadagnando legittimità.

Eppure, osservando la realtà empirica anziché le rappresentazioni ideologiche, scopriamo qualcosa di sorprendente: la relazione tra migrazioni e insicurezza esiste davvero, ma nel verso opposto rispetto a quello propagandato.

Il problema non è la sicurezza minacciata dai migranti. Il problema è la sicurezza negata ai migranti, in termini di diritti e anche di sicurezza sul lavoro.

Quello che è avvenuto ad Amendolara (Cosenza) il 1° giugno 2026, dove quattro giovani braccianti agricoli – tre afghani e un pakistano, tra i 19 e i 29 anni – sono stati arsi vivi all’interno di un minivan – tra i più gravi degli ultimi anni in Italia – ne è dimostrazione concreta.

Per comprendere questa inversione di prospettiva, e non dimenticare le linee di continuità tra migrazioni e sfruttamento del lavoro, può essere utile tornare a una vicenda spartiacque nella storia italiana delle migrazioni. Nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1989, Jerry Essan Masslo, rifugiato sudafricano fuggito dall’apartheid, venne assassinato durante una rapina nelle campagne di Villa Literno, dove lavorava come bracciante stagionale, e dove era leader della protesta contro lo sfruttamento dei migranti da parte dei caporali legati ai clan camorristici. La sua morte suscitò una vasta mobilitazione, rendendo visibili le condizioni di sfruttamento di migliaia di lavoratori migranti. L’Italia “scoprì” allora, ironicamente e tragicamente, l’immigrazione, ma insieme riscoprì pratiche antiche come il caporalato, già radicate nella propria storia agricola e meridionale, e le applicò ai nuovi soggetti migranti, svelando così la continuità dello sfruttamento capitalistico del lavoro, migrante o autoctono che fosse.

Sono passati quasi quarant’anni. Eppure la domanda resta attuale. Chi è davvero esposto all’insicurezza? Chi paga il prezzo più alto dell’organizzazione contemporanea del lavoro e delle politiche migratorie nel modo di produzione capitalistico?

Le risposte non coincidono mai con quelle offerte dalla propaganda mainstream.

I migranti sono infatti sovrarappresentati nei segmenti più fragili del mercato del lavoro: agricoltura, edilizia, logistica, lavoro domestico, servizi a basso salario. Sono i settori caratterizzati dai più elevati livelli di precarietà, sfruttamento, ricattabilità e rischio per la salute (e lo stesso vale per gli autoctoni negli stessi segmenti: è lo sfruttamento migrante a imporre a tutti le medesime logiche).

In un mio recente lavoro (Pirrone, 2025), ho sostenuto come il migrante occupi una posizione specifica nell’ordine salariale. Non è semplicemente un lavoratore straniero che svolge un’attività economica, ma una forza lavoro inserita attraverso meccanismi di inclusione differenziale: necessaria all’economia del capitale, ma privata di gran parte delle garanzie materiali, sociali e simboliche riconosciute ad altri lavoratori. In questo quadro l’insicurezza non è una conseguenza accidentale del sistema, ma una componente funzionale allo sfruttamento e all’estrazione di valore. Il migrante occupa così la posizione dell’esercito di riserva della forza lavoro, oggi su scala mondiale (Basso, 2023).

Il rischio di licenziamento, di perdere il permesso di soggiorno, di espulsione, di non trovare casa, di discriminazioni o controlli selettivi alimenta una vulnerabilità che spinge ad accettare salari più bassi, condizioni peggiori e minore capacità di conflitto, e talvolta il reclutamento nei circuiti della devianza.

L’insicurezza diventa così una risorsa economica. Non per chi la subisce, ma per chi ne trae profitto.

Questa dinamica appare con particolare evidenza nel settore agricolo. Da decenni il sistema del caporalato prospera grazie alla disponibilità di una forza lavoro resa fragile dall’intreccio tra bisogno economico, status giuridico incerto e debolezza contrattuale. I ghetti informali sorti in diverse aree del paese non sono un’anomalia esterna al sistema produttivo, ma una sua componente strutturale1. Per questo chi prova a ribellarsi allo sfruttamento finisce per pagarla, anche con la morte – come i quattro ragazzi arsi vivi nel cosentino, che, stando al sopravvissuto, chiedevano contratti regolari.

La retorica della sicurezza parla di frontiere da difendere, non delle persone che le attraversano. Parla dei muri, non delle vite; dei confini, non dei corpi; delle paure degli inclusi, non di quelle degli esclusi.

Eppure una parte significativa dei migranti sperimenta forme di insicurezza che investono insieme la dimensione lavorativa, abitativa, sanitaria e giuridica: alloggi precari, discriminazioni nell’accesso alla casa, occupazioni ad alta incidentalità. A questa insicurezza si aggiunge quella prodotta dalle politiche di controllo delle migrazioni.

Negli ultimi decenni l’Europa – come le altre potenze capitalistiche – ha investito miliardi di euro nel rafforzamento delle frontiere, nell’esternalizzazione dei controlli e nella costruzione di apparati sempre più sofisticati di sorveglianza e contenimento – piattaforme digitali, intelligenza artificiale, sistemi di difesa e di monitoraggio (Molnar, 2024) – con immensi costi energetici e di risorse minerarie: il che spiega perché assistiamo a una nuova fase di guerre imperialistiche, determinata proprio dal ritorno all’estrattivismo necessario all’autonomia energetica delle potenze imperiali su cui si basa una parte rilevante del capitalismo contemporaneo. Il risultato non è stata la scomparsa delle migrazioni, ma l’aumento dei costi umani della mobilità.

Da Jerry Masslo ai lavoratori agricoli morti nei campi, dalle vittime del caporalato alle migliaia di persone scomparse nel Mediterraneo, emerge una verità che il discorso pubblico continua a rimuovere: i migranti non sono l’oggetto delle campagne securitarie, ma le principali vittime dell’insicurezza sociale prodotta dal capitalismo contemporaneo.

Sarebbe allora opportuno capovolgere la domanda che domina il dibattito pubblico.

Non dovremmo più chiederci se i migranti rappresentino una minaccia per la sicurezza. Dovremmo chiederci perché, in società che si proclamano democratiche, milioni di persone continuino a essere private della propria sicurezza in quanto migranti.

Finché non saremo disposti ad affrontare questa domanda, continueremo a confondere le vittime con il problema e a scambiare l’effetto per la causa.

La storia di Jerry Masslo, come molte altre che l’hanno seguita, ci ricorda da che parte occorre guardare per comprenderla.

Ammesso che abbia un senso la parola “remigrazione”, così tanto invocata e osannata dalla destra mondiale – razzista, xenofoba, fascista e nazista – l’unico che vedo è questo: remigrare gli untori della peste fascista nelle fogne da cui sono usciti, per parafrasare uno splendido passaggio di Giorgio Gaber sulla peste fascista (Giorgio Gaber, La peste, 1974): “l’infezione è trasmessa da topi usciti dalle fogne/ma hanno visto abilissime mani lanciarli dai tombini/son le solite mani nascoste e potenti/che lavorano sotto, che son sempre presenti”

mercoledì 17 giugno 2026

UDIENZA GENERALE Leone XIV e il viaggio in Spagna: «L’Europa, davanti agli ultimi, non si volti dall’altra parte»

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 17 giugno 2026

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Leone XIV e il viaggio in Spagna:
«L’Europa, davanti agli ultimi, non si volti dall’altra parte»

Folle, incontri con gli ultimi e un appello al Vecchio Continente. Il Pontefice racconta il suo recente viaggio apostolico come un invito a ritrovare unità, dignità e speranza. Soddisfazione per l’accordo Usa Iran e preoccupazione per l’escalation che si registra, invece, nella guerra contro l’Ucraina

REUTERS

Un viaggio tra folla, lacrime e speranza. Papa Leone, nella consueta catechesi del mercoledì ripercorre le tappe del suo recente viaggio apostolico in Spagna, tracciando un bilancio che è anche un messaggio all'Europa intera. «Il Papa è stato accolto dovunque con entusiasmo e apertura all'ascolto», dice il Pontefice. Cosa «non scontata» e che lo ha particolarmente colpito: «Dappertutto ho trovato moltitudini ad accogliermi con grande calore». Secondo Leone questa partecipazione non è stata solo un segno di fede, ma ha rivelato «un bisogno diffuso di ritrovarsi uniti su un fondamento vero e profondo, non ideologico né di interesse parziale».
Da Madrid a Barcellona, passando per l'Abbazia di Montserrat e le Isole Canarie, il Papa ha vissuto un percorso tra antico e moderno. Nella Sagrada Familia, che ha definito «sinfonia di pietra e di luce», ha celebrato la Messa davanti a migliaia di fedeli. Ma il cuore del viaggio, sottolinea, sono stati gli incontri con gli ultimi: «Il bambino che nella parrocchia mi ha letto la sua lettera; alcune vittime di abuso, che chiedono di essere ascoltate; i detenuti che mi aspettavano nel carcere; i giovani pieni di inquietudine e di progetti; i migranti nei centri di prima accoglienza alle Canarie».

Proprio nell'arcipelago canario, ultima tappa, il Papa ha trovato «una chiave di lettura complessiva» dell’intera visita. Una Chiesa locale che accoglie «un gran numero di migranti forzati, provenienti soprattutto dall'Africa» gli ha offerto lo spunto per parlare di un'Europa che non può voltarsi dall'altra parte. «Siamo chiamati a rileggere il Vangelo nel mondo di oggi, scambiandoci i doni delle nostre rispettive culture», afferma.
Il viaggio, prosegue Prevost, ha fatto emergere «il carattere proprio dell'Europa, la sua ricchezza inestimabile, come realtà attuale, non superata». Un patrimonio, avverte, «da custodire con cura, per poterlo investire nell'oggi globale con le sue sfide epocali: la pace, l'ecologia integrale, lo sviluppo equo e sostenibile, il rispetto della dignità umana». Sfide su cui è tornata a riflettere anche la sua prima Enciclica Magnifica humanitas, «che mira a custodire la persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale».
Il motto del viaggio – "Alzad la mirada", "Alzate lo sguardo!" – è stato il filo conduttore di tutto il pellegrinaggio. «Sono parole di Gesù, rivolte ai suoi primi discepoli», ricorda Leone, «per insegnare loro a vedere nelle persone e nelle folle il desiderio di vita, di verità, di pienezza». E conclude con un invito: «Impariamo da Gesù a guardare il prossimo, la gente, il mondo “con gli occhi di Dio”, cioè con amore, rispetto e compassione».

Infine Leone, nei saluti ai fedeli, non manca di accogliere con soddisfazione l’accordo tra la Repubblica iraniana e gli Stati Uniti «che sarà firmato nella giornata di venerdì quale incoraggiante risultato di un paziente lavoro di dialogo e di negoziazione». Il Pontefice esprime «gratitudine ai Paesi che si sono impegnati per favorire l’incontro tra le parti e rendere possibile tale intesa». Inoltre auspica «che questo accordo possa contribuire a rafforzare la fiducia reciproca, la sicurezza e la stabilità nel Medio Oriente promuovendo percorsi di dialogo e di cooperazione tra i popoli».

Al contempo Leone parla delle «notizie dolorose sulla guerra in Ucraina che continua ad allargarsi. Tante vittime innocenti, soccorritori uccisi, chiese e luoghi del patrimonio culturale devastati dalle fiamme». Si dice «vicino a quanti piangono i propri cari, ai feriti e a coloro che, in mezzo alla violenza, continuano a servire la vita con coraggio» e chiede di pregare «perché questa guerra finisca. Chiediamo al Signore di aprire vie di dialogo, di spegner el’odio e di rendere possibile una pace giusta e duratura».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Annachiara Valle 17/06/2026)

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LEONE XIV

Catechesi. Il Viaggio Apostolico in Spagna


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Oggi desidero proporre alcune riflessioni sul viaggio apostolico che ho compiuto la settimana scorsa in Spagna, visitando Madrid, Barcellona, l’Abbazia di Montserrat e le Isole Canarie.

Dopo il lungo viaggio in quattro Paesi africani, questa volta mi sono trovato immerso in un Paese europeo di antica e ricchissima tradizione cattolica. Ed è apparso evidente come nella Spagna di oggi, che ha conosciuto notevoli mutamenti sociali e culturali, il Papa sia stato accolto dovunque con entusiasmo e apertura all’ascolto. Di questo rendo grazie a Dio e a tutto il popolo spagnolo, al Re e alle Autorità civili, ai Vescovi e alle Comunità ecclesiali.

Il popolo di Dio mi ha molto confortato con la festosa manifestazione della sua fede e del suo affetto. A mia volta, ho confermato i fedeli e, come Vescovo di Roma, li ho incoraggiati a superare ogni forma di divisione e di contrapposizione coltivando sempre la comunione, il dialogo, l’unità nella diversità. Questo è il servizio proprio del Successore di Pietro, servizio che nei viaggi apostolici trova un’espressione specifica, ogni volta adatta alle situazioni ecclesiali e sociali dei Paesi visitati.

Nel caso della Spagna, ho potuto notare con gioia quanto la gente, di ogni età e condizione, aspettasse la visita del Papa: dappertutto ho trovato moltitudini ad accogliermi con grande calore. Questo fatto non era scontato, e merita una riflessione. Naturalmente tale partecipazione esprime anzitutto, come dicevo, la fede del popolo spagnolo; al tempo stesso, ritengo che manifesti il bisogno diffuso di ritrovarsi uniti su un fondamento vero e profondo, non ideologico né di interesse parziale. Quel fondamento che solo Cristo, in ultima analisi, può assicurare, e che il Vangelo, attraverso le necessarie “inculturazioni”, può trasmettere nella vita dei popoli. Può farlo perché il suo messaggio risponde pienamente a entrambe queste esigenze: la ricerca di verità e la sete di giustizia.

A Madrid e a Barcellona ci siamo radunati nelle grandi Cattedrali come pure negli stadi modernissimi. Abbiamo pregato il santo Rosario nell’Abbazia di Montserrat. Abbiamo celebrato nella Sagrada Familia, maestoso simbolo, sinfonia di pietra e di luce che parla a tutti del mistero cristiano. Questo incontro di antico e moderno, di tradizione cattolica e cultura contemporanea mi ha fatto percepire dal vivo il carattere proprio dell’Europa, la sua ricchezza inestimabile, come realtà attuale, non superata. Si tratta di un patrimonio da custodire con cura, per poterlo investire nell’oggi globale con le sue sfide epocali: la pace, l’ecologia integrale, lo sviluppo equo e sostenibile, il rispetto della dignità umana. Sono sfide che il Concilio Vaticano II aveva già chiaramente riconosciuto e sulle quali è ritornato il Magistero successivo, fino alla mia recente Enciclica Magnifica humanitas, che mira a custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.

Ho colto, attraverso i vari incontri, il bisogno di ascoltare nella voce del Papa il Vangelo della speranza per questa nostra umanità di oggi, duramente provata dalle conseguenze negative di un modello di sviluppo ingannevole. Questo bisogno, che ha trovato espressione nelle tante testimonianze che ho potuto ascoltare – testimonianze a volte commoventi, a volte edificanti –, l’ho riconosciuto anche e soprattutto nei volti dei piccoli e dei poveri che ho incontrato: del bambino che nella parrocchia mi ha letto la sua lettera; di alcune vittime di abuso, che chiedono di essere ascoltate; dei detenuti che mi aspettavano nel carcere; dei giovani pieni di inquietudine e di progetti; dei migranti nei centri di prima accoglienza alle Canarie.

Proprio là, alle Isole Canarie, ultima tappa del nostro itinerario, mi è stata offerta una chiave di lettura complessiva. Me l’hanno offerta, da una parte, la stessa posizione geografica di quell’arcipelago; e, dall’altra, la realtà di una Chiesa locale che accoglie un gran numero di migranti forzati, provenienti soprattutto dall’Africa. Sappiamo che il fenomeno migratorio è complesso e che richiede piani di azione organici e concertati. Ma questa chiave di lettura apre una prospettiva diversa e più ampia: ci fa capire come siamo chiamati a rileggere il Vangelo nel mondo di oggi, scambiandoci i doni delle nostre rispettive culture, e in particolare i frutti prodotti in esse dalla fecondità del messaggio di Cristo. E uno di questi frutti è proprio il dialogo tra le persone e tra i popoli, l’incontro in spirito di fraternità, che permette di scoprire e apprezzare reciprocamente i valori di cui l’altro è portatore. Questo cammino non è facile, richiede buona volontà e l’aiuto di Dio, ma è il cammino che conduce alla civiltà dell’amore.

Cari fratelli e sorelle, il motto di questo Viaggio Apostolico era “Alzad la mirada”, “Alzate lo sguardo!” (cfr Gv 4,35). Sono parole di Gesù, rivolte ai suoi primi discepoli, per insegnare loro a vedere nelle persone e nelle folle il desiderio di vita, di verità, di pienezza. A me per primo il Signore ripete quelle parole, e con la sua grazia ne ho fatto esperienza anche durante il Viaggio. Oggi vorrei condividere con voi questo invito: alziamo lo sguardo! Impariamo da Gesù a guardare il prossimo, la gente, il mondo “con gli occhi di Dio”, cioè con amore, rispetto e compassione.

Infine, voglio ringraziare tutti coloro che hanno pregato per la buona riuscita di questo Viaggio Apostolico, in modo particolare le comunità di monache contemplative, che in Spagna, grazie a Dio, sono molto numerose. Continuate a pregare, perché, con l’intercessione della Vergine Maria, i semi che ho sparso portino frutti abbondanti. Grazie!
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Saluti

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APPELLI

Accolgo con soddisfazione il raggiungimento di un accordo tra la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America, che sarà firmato nella giornata di venerdì, quale incoraggiante risultato di un paziente lavoro di dialogo e di negoziazione. Esprimo gratitudine ai Paesi che si sono impegnati per favorire l’incontro tra le Parti e rendere possibile tale intesa. Auspico che questo accordo possa contribuire a rafforzare la fiducia reciproca, la sicurezza e la stabilità nel Medio Oriente, promuovendo percorsi di dialogo e di cooperazione tra i popoli.

Arrivano invece notizie dolorose sulla guerra in Ucraina, che continua ad allargarsi: tante vittime innocenti, soccorritori uccisi, chiese e luoghi del patrimonio culturale devastati dalle fiamme. Sono vicino a quanti piangono i propri cari, ai feriti e a coloro che, in mezzo alla violenza, continuano a servire la vita con coraggio. Invito tutti a pregare perché questa guerra finisca. Chiediamo al Signore di aprire vie di dialogo, di spegnere l’odio e di rendere possibile una pace giusta e duratura.

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare...
su tutti invoco la grazia del Signore e l’assistenza materna della Beata Vergine Maria.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Siamo alle soglie del periodo estivo, tempo di turismo e di pellegrinaggi, di ferie e di riposo. Cari giovani, mentre penso ai vostri coetanei che stanno ancora affrontando gli esami, auguro a voi già in vacanza di profittare dell’estate per utili esperienze sociali e religiose. Esorto voi, cari malati, a trovare conforto e sollievo nella vicinanza dei vostri familiari. E a voi, cari sposi novelli, rivolgo l’invito ad utilizzare questo periodo estivo per approfondire sempre più il valore della missione nella Chiesa e nella società.

A tutti la mia benedizione!


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Vedi anche il post (all'interno i link ai post precedenti):