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domenica 3 maggio 2026

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 26 - 2025/2026 - V DOMENICA DI PASQUA anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

V DOMENICA DI PASQUA anno A

Vangelo:
Gv 14,1-12

Conoscere Dio, contemplare il suo Volto, gustare la sua intimità è da sempre il desiderio più profondo dell'uomo biblico. A partire da Mosè, che voleva vedere Dio "Panim el Panim", faccia a faccia (cfr.Es 33,18), al salmista che desidera conoscerlo: «Il tuo Volto o Signore io cerco, non nascondermi il tuo Volto» (Sal 27,8) o vuole ardentemente gustarne la Presenza: «Come una cerva anela ai corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio» (Sal 42,1). Adesso Gesù rivela a Filippo (e a noi che ascoltiamo, ma facciamo ancora tanta fatica a comprendere) la Verità delle verità, il compendio di tutta la rivelazione cristiana: Gesù è il Volto di quel Dio che tanto ci affanniamo a cercare. Lui è il solo Maestro da seguire e da imitare, la sola Voce da ascoltare, perché finalmente possiamo conoscere il Padre. Gesù non è una dottrina da mandare a memoria, meno che mai un concetto filosofico comprensibile solo agli addetti ai lavori o ai dotti: Gesù è l'Uomo Perfetto, il piano di Dio per gli uomini portato a compimento, l'amore stesso del Padre che si è reso tangibile. Egli è l'Unigenito Figlio da sempre e per sempre nel cuore del Padre e che ora è rivolto anche a noi, l'esegesi di Colui che nessuno ha mai potuto vedere (cfr.Gv 1,18), la Mishkan, la Dimora di Dio con gli uomini (cfr.Ap 21,3), il Tempio della sua Presenza privo ormai di ogni velo nel quale tutti possiamo contemplare la Gloria, il cuore amante di un Padre alla cui immagine e somiglianza siamo stati creati.


sabato 2 maggio 2026

UNA VITA CHE TOGLIE IL FREDDO “Io sono la via, la verità, la vita. Tre parole che sono preghiera allo stato puro.” - V DOMENICA DI PASQUA ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

UNA VITA CHE TOGLIE IL FREDDO


Io sono la via, la verità, la vita.
Tre parole che sono preghiera allo stato puro. 


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita (...). In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre». Gv 14,1-12
  
UNA VITA CHE TOGLIE IL FREDDO
 
Io sono la via, la verità, la vita. Tre parole che sono preghiera allo stato puro.

Io sono la via, la verità, la vita. Tre parole che sono preghiera allo stato puro.

Gesù non dice io “conosco” la verità e ora ve la insegno, vi snocciolo un bell’elenco di nozioni; ma io “sono” la verità. Una verità fatta di carne, ieri baciata, e poco dopo straziata. Come io vivo è verità vivente, come io mi comporto è verità vissuta. Guardate come faccio con i piccoli, con le donne, con i poveri cristi e con i Pilato di turno; con gli uccelli e con i fiori del campo, con il Padre e l’ultima pecora. La sua è una vita che toglie il freddo, che toglie l’indifferenza del nostro vivere mascherati.

Penso alla etimologia della parola verità, che ha la stessa radice della parola primavera in latino (ver-veris). Verità indica la vita che germoglia e mette le sue gemme; una stagione che riempie di fiori e di verde e di pollini l’aria. Così tanti che non tutti saranno fecondi, non tutti diventeranno miele, ma almeno profumeranno l’aria con le loro carezze. La verità indica ciò che fa fiorire le vite e non le mortifica, come fa la primavera. Io vivo tra il torrente e la collina, tra il bosco, l’uliveto, il vigneto e i prati. Salgo sul colle e prego con un verso di Giuseppe Centore: «Tu sei per me ciò che la primavera è per i fiori». Un privilegio, il mio.

Gesù è la primavera del cosmo e noi siamo come l’estate che porta a maturazione spighe e grappoli, insieme ai tanti semi di vita ancora intatti del Vangelo: «il nostro cuore è un pugno di terra atto a dare vita ai tuoi germi, Signore», prega padre Vannucci.

In Friuli abbiamo un termine molto suggestivo per dire primavera: le viarte, che letteralmente vuol dire l’apertura, vita che si apre, finestre e porte spalancate che invitano a non sentirsi allo stretto. E qui si illumina la seconda parola forte di Gesù oggi: Io sono la via. Non ha detto: sono la meta e il punto di arrivo, ma la strada, l’apertura, l’onda che fa uscire, viaggio che fa alzare le vite e le vele, perché un primo passo è sempre possibile. Sempre e per tutti, e il punto di arrivo è la casa del Padre. I primi cristiani avevano il nome di Quelli della via (Atti 9,2), quelli che hanno sentieri nel cuore, che percorrono le strade che Gesù ha inventato, che camminano chiamati da un sogno e non si fermano. E se cadono si rialzano, e se sbagliano strada poi risalgono sulla strada giusta.

Terza parola è “vita”. Io sono la vita, io faccio vivere. Sono la vita che si oppone alla pulsione di morte, alla violenza, alle autodistruzioni che nutriamo dentro di noi con le nostre subdole paure.

Il nostro segreto non è in noi, è oltre noi. Abbracciato al mistero di Dio che non è lontano, è nel cuore della tua esistenza: nei gesti umani e vitali del nascere, amare, dubitare, credere, perdere, illudersi, osare, dare la vita.


L’intenzione di preghiera del Papa per il mese di maggio 2026 Preghiamo per un'alimentazione per tutti

L’intenzione di preghiera del Papa per il mese di maggio 2026

Preghiamo per un'alimentazione per tutti

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Leone XIV: milioni di persone soffrono la fame, promuovere gesti di solidarietà

Nel video per le intenzioni di preghiera di maggio, il Pontefice riconosce “con dolore” che a fronte del problema della sottoalimentazione nel mondo, molto cibo viene ancora sprecato “sulle nostre tavole”. Il Papa invita ad abbandonare la “logica del consumo egoista” e adottare “uno stile di vita sobrio e responsabile”


Di fronte al dramma di milioni di persone che “soffrono ancora la fame”, il Papa invoca la capacità di “trasformare la logica del consumo egoista in una cultura della solidarietà” che sappia promuovere “gesti concreti”, come la diffusione di campagne di sensibilizzazione, un’efficace distribuzione di cibo ai poveri e l’adozione di uno stile di vita “sobrio e responsabile”. Lo fa nel video sulle Intenzioni di preghiera per il mese di maggio, dedicato al tema “Per un’alimentazione per tutti”, diffuso il 30 aprile, attraverso la campagna multimediale "Prega con il Papa" promossa dalla sua Rete mondiale di preghiera, in collaborazione con il Dicastero per la Comunicazione.

Fame e spreco alimentare: una contraddizione “dolorosa”

Il Pontefice constata una situazione tragica e contraddittoria, confermata anche dal rapporto 2026 del Programma Alimentare Mondiale, secondo il quale, nell’anno in corso, 318 milioni di persone soffrono crisi di fame o situazioni ancora più gravi.

Oggi riconosciamo con dolore che milioni di fratelli e sorelle soffrono ancora la fame, mentre tanto cibo viene sprecato sulle nostre tavole.

Rispetto a questo, indignano i dati dello spreco alimentare diffusi dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente: il mondo manda in discarica oltre un miliardo di tonnellate di alimenti, che rappresentano, oltre tutto, anche un grave problema climatico, dal momento che generano tra l’8 e il 10% delle emissioni di gas serra. Il Papa prega affinché il “Signore della creazione” faccia nascere una maggiore sensibilità verso il cibo e chi non vi ha accesso.

Risveglia in noi una nuova coscienza: che impariamo a ringraziare per ogni alimento, a consumare con semplicità, a condividere con gioia e a custodire i frutti della terra come un tuo dono, destinato a tutti, non solo a pochi.

L'intenzione di preghiera del Papa per il mese di maggio.

Sostituire il “consumo egoista” con gesti di solidarietà

Leone XIV invoca la capacità di adottare un cambio di mentalità e l’adozione di iniziative che incidano davvero su una migliore distribuzione del cibo.

Padre buono, rendici capaci di trasformare la logica del consumo egoista in una cultura della solidarietà. Fa’ che le nostre comunità promuovano gesti concreti: campagne di sensibilizzazione, banchi alimentari, e uno stile di vita sobrio e responsabile.

Il pane non sia "bene di consumo", ma "segno di comunione"

Infine una preghiera accorata affinché Dio, che ha mandato Gesù come “Pane spezzato per la vita del mondo”, doni a tutti un “cuore nuovo”, assetato di fraternità”.

Che nessuno sia escluso dalla mensa comune, e che il tuo Spirito ci insegni a guardare il pane non come un bene di consumo, ma come un segno di comunione e cura.

Un’intenzione che nasce dal cuore del Papa

Il direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, padre Cristóbal Fones, sottolinea - in una nota diffusa dalla stessa Rete - l’urgenza di questa intenzione di preghiera e la vicinanza personale del Papa a questa causa: “Questa intenzione nasce dal cuore del Papa. Lo addolora profondamente che tante persone nel mondo non possano accedere a qualcosa di così essenziale e così umano come il cibo. Per questo ci invita tutti a non restare indifferenti, ma ad agire con determinazione, a partire dalla preghiera e attraverso gesti concreti di solidarietà”.

La Rete Mondiale di Preghiera del Papa, istituita come Fondazione Vaticana nel dicembre 2020 da Papa Francesco, è un’Opera Pontificia affidata alla Compagnia di Gesù. È presente in oltre 90 Paesi e riunisce una comunità spirituale di più di 22 milioni di persone, impegnate a vivere ogni giorno con disponibilità a collaborare alla missione di Cristo.
(fonte: Vaticcan News, articolo di Daniele Piccini 30/04/2026)


Ecco perché il mese di maggio è dedicato alla Madonna

Ecco perché il mese di maggio è dedicato alla Madonna

Dal Medioevo, quando si diffonde la preghiera del Rosario, alla tradizione nata nel Collegio romano dei Gesuiti per contrastare l’immoralità diffusa tra gli studenti fino alla devozione di San Filippo Neri e al magistero dei Papi, la storia di una delle tradizioni popolari più amate e diffuse

Antonello da Messina, Annunciata, 1476

È una devozione popolare antica e molto sentita dai fedeli quella del mese di maggio dedicato tradizionalmente alla Madonna con vari momenti di preghiera, dalle processioni ai pellegrinaggi nei Santuari alla recita del Rosario.

Ma perché maggio è il mese mariano per eccellenza? Proviamo a rispondere.

Il culto della fertilità nell’antichità greca e romana

Nell’antica Grecia e nell’antica Roma il mese di maggio era dedicato alle dee pagane collegate alla fertilità e alla primavera (rispettivamente Artemide e Flora). Questo, combinato con altri rituali europei che commemoravano la nuova stagione primaverile, ha portato molte culture occidentali a considerare maggio un mese dedicato alla vita e alla maternità.

La festa della mamma

Non è un caso che in molti Paesi ricorre in questo mese la festa della mamma che è una ricorrenza civile, non religiosa. In Italia cade la seconda domenica di maggio come in gran parte degli Stati europei, negli Stati Uniti, in Giappone, in Australia e in numerosi altri Paesi. In Spagna la prima domenica di maggio, nei paesi balcanici l'8 marzo; in molti paesi arabi la festa cade invece nel giorno dell'equinozio di primavera.

Nel Medioevo, Alfonso X e Maria “Rosa delle rose”

Nel XIII secolo Alfonso X detto il saggio, re di Castiglia e Leon, in Las Cantigas de Santa Maria celebrava Maria come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via (...)». Di lì a poco il beato domenicano Enrico Suso di Costanza mistico tedesco vissuto tra il 1295 e il 1366 nel Libretto dell’eterna sapienza si rivolgeva così alla Madonna: «Sii benedetta tu aurora nascente, sopra tutte le creature, e benedetto sia il prato fiorito di rose rosse del tuo bei viso, ornato con il fiore rosso rubino dell’Eterna Sapienza!». Ma il Medioevo vede anche la nascita del Rosario, il cui richiamo ai fiori è evidente sin dal nome.

Papa Leone XIV mentre recita il Rosario per la pace l'11 aprile 2026 nella Basilica di San Pietro (ANSA)

La devozione nata nel Collegio di Roma dei Gesuiti alla fine del XVIII secolo

Ai tempi della Chiesa delle origini ci sono prove dell’esistenza di una grande festa in onore della Beata Vergine Maria che veniva celebrata il 15 maggio di ogni anno, ma solo nel XVIII secolo il mese di maggio è stato associato alla Vergine Maria. In particolare, la devozione di maggio nella sua forma attuale ha avuto origine a Roma, dove padre Latomia del Collegio Romano della Compagnia di Gesù, per contrastare l’infedeltà e l’immoralità diffuse tra gli studenti, fece alla fine del XVIII secolo il voto di dedicare il mese di maggio a Maria. Da Roma la pratica si diffuse agli altri collegi gesuiti, e da lì a quasi ogni chiesa cattolica di rito latino. Dedicare un mese intero a Maria non era una cosa nuova, e c’era una tradizione precedente di dedicare un periodo di trenta giorni alla Vergine, chiamata Tricesimum.

Presto si diffusero nel mese di maggio varie devozioni private a Maria, come viene ricordato nella Raccolta, una serie di preghiere pubblicata a metà del XIX secolo: «È una devozione ben nota consacrare alla santissima Maria il mese di maggio, come mese più bello e pieno di fiori di tutto l’anno. Questa devozione prevale da molto in tutta la cristianità, ed è comune qui a Roma, non solo nelle famiglie private, ma come pubblica devozione in moltissime chiese. Papa Pio VII, per esortare tutti i cristiani alla pratica di una devozione così tenera e gradita alla beatissima Vergine, e ritenuta di tanto beneficio spirituale, ha concesso con un Rescritto della Segreteria dei Memoriali del 21 maggio 1815 (conservato nella Segreteria di sua eminenza il cardinal-vicario) a tutti i fedeli del mondo cattolico di onorare in pubblico o in privato la Beata Vergine con qualche omaggio speciale o preghiere devote o altre pratiche virtuose».

San Filippo Neri e l’usanza di circondare di fiori le icone mariane

Le prime pratiche devozionali, legate in qualche modo al mese di maggio risalgono però al XVI secolo. In particolare a Roma san Filippo Neri, insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre, a cantare le sue lodi, a offrire atti di mortificazione in suo onore. Un altro balzo in avanti e siamo nel 1677, quando il noviziato di Fiesole, fondò una sorta di confraternita denominata "Comunella". Riferisce la cronaca dell’archivio di San Domenico che «essendo giunte le feste di maggio e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominiciava a cantar meggio e fare festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla Santissima Vergine Maria....». Si cominciò con il Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, cui a breve si aggiunsero le domeniche e infine tutti gli altri giorni. Erano per lo più riti popolari semplici, nutriti di preghiera in cui si cantavano le litanie, e s’incoronavano di fiori le statue mariane. Parallelamente si moltiplicavano le pubblicazioni.


Il gesuita Annibale Dionisi pubblica nel 1725 “Il mese di Maria”

L’indicazione di maggio come mese di Maria lo dobbiamo però a un padre gesuita: Annibale Dionisi. Un religioso di estrazione nobile, nato a Verona nel 1679 e morto nel 1754 dopo una vita, a detta dei confratelli, contrassegnata dalla pazienza, dalla povertà, dalla dolcezza. Nel 1725 Dionisi pubblica a Parma con lo pseudonimo di Mariano Partenio Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei. Tra le novità del testo l’invito a vivere, a praticare la devozione mariana nei luoghi quotidiani, nell’ordinario, non necessariamente in chiesa «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine». In ogni caso lo schema da seguire, possiamo definirlo così, è semplice: preghiera (preferibilmente il Rosario) davanti all’immagine della Vergine, considerazione vale a dire meditazione sui misteri eterni, fioretto o ossequio, giaculatoria. Negli stessi anni, per lo sviluppo della devozione mariana sono importanti anche le testimonianze dell’altro gesuita padre Alfonso Muzzarelli che nel 1785 pubblica Il mese di Maria o sia di Maggio e di don Giuseppe Peligni.

La devozione di Pio XII

Nel 1945 Pio XII ha avvalorato l’idea di maggio come mese mariano dopo aver stabilito la festa di Maria Regina il 31 maggio. Dopo il Concilio Vaticano II questa festa è stata spostata al 22 agosto, mentre il 31 maggio si celebra la festa della Visitazione di Maria allla cugina Elisabetta. L’invito a non trascurare la recita del Rosario soprattutto nel mese di maggio viene da lontano. Nell’Enciclica Ingruentium malorum del 1951, Pio XII scriveva: «È soprattutto in seno alla famiglia che Noi desideriamo che la consuetudine del santo Rosario sia ovunque diffusa, religiosamente custodita e sempre più sviluppata. Invano, infatti, si cercherà di portare rimedio alle sorti vacillanti della vita civile, se la società domestica, principio e fondamento dell’umano consorzio, non sarà ricondotta alle norme dell’Evangelo. Per ottenere un compito così arduo, Noi affermiamo che la recita del santo Rosario in famiglia è un mezzo quanto mai efficace».

Papa Leone XIV durante la recita del Rosario (ANSA)

Mense Maio, l’enciclica del 1965 firmata da Paolo VI

Anche il Magistero recepisce e incoraggia questa devozione nata dal popolo. Nell’enciclica Mense Maio datata 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia».

Nessun fraintendimento però sul ruolo della Vergine nell’economia della salvezza, «giacché Maria», scrive ancora papa Montini, «è pur sempre strada che conduce a Cristo. Ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso». Anche papa Montini attribuiva una straordinaria importanza al Rosario recitato in famiglia: «Non v’è dubbio», scriveva, «che la Corona della Beata Vergine Maria sia da ritenere come una delle più eccellenti ed efficaci “preghiere in comune” che la famiglia cristiana è invitata a recitare. Noi amiamo, infatti, pensare e vivamente auspichiamo che, quando l’incontro familiare diventa tempo di preghiera, il Rosario ne sia l’espressione più gradita». (Marialis Cultus 53).
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Antonio Sanfrancesco 30/04/2026)

Enzo Bianchi Vivere nel Risorto ieri, oggi e domani

Enzo Bianchi
Vivere nel Risorto ieri, oggi e domani

La speranza cristiana nasce da Cristo: una certezza che vince la morte e diventa dono per ogni uomo


Famiglia Cristiana - 26 Aprile 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Secondo Filone c’è nell’essere umano un sentimento che gli appartiene in modo specifico ed è la speranza che gli fornisce l’orientamento indispensabile per una esistenza creativa e resiliente. È molto significativo che nella Bibbia la speranza appaia per la prima volta nel Libro della Genesi, quando Enoch, il terzo figlio di Adamo ed Eva, “sperò invocando il nome del Signore” (Gen 4,26 LXX).

La speranza genera l’invocazione, la preghiera, e ci inizia ad avere una fede che spera. Così questa energia posta nell'uomo con l’immagine di Dio diventa virtù donata da Dio, virtù teologale, diventa capacità di discernere che Gesù Cristo è la nostra speranza. Non dimentichiamo che Paolo nella lettera ai Colossesi ci annuncia che Cristo è in noi, la nostra speranza (cf. Col 1,27), ci testimonia che la morte è stata vinta e che noi risorgeremo per essere sempre con lui. Questo è l'unico debito che noi abbiamo verso gli altri uomini: dire loro che Cristo è risorto e che la Vita ha vinto la morte.

Se avessimo speranza in questo mondo saremmo i più miserabili della terra (cf. 1Cor 15,19), e perciò, cristiano, se non credi alla resurrezione tu non sei cristiano: sarai un uomo religioso ma non sei cristiano e non hai il dono della speranza. Se i cristiani sperassero veramente, se sapessero sperare non in modo egoistico e individualistico ma sperare per gli altri, io sono convinto che la Venuta del Signore sarebbe accelerata e il Regno sarebbe aperto per accogliere l’umanità in un cielo nuovo e una terra nuova perché anche il cosmo sarà salvato.

Cristiano, la speranza è una passione per il possibile, è il pane dei poveri davanti a Dio, è il tuo pane da spezzare con gli altri se tu sei cristiano.
(fonte: Blog dell'autore)


venerdì 1 maggio 2026

Il lavoro e l’edificazione della pace

Il lavoro e l’edificazione della pace


Pubblichiamo il Messaggio dei Vescovi per la Festa dei Lavoratori (1° maggio) dal titolo: “Il lavoro e l’edificazione della pace”.

In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova. L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa. In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra. Le persone, autentico soggetto del lavoro, attraverso le loro attività dialogano tra di loro, mettono a disposizione saperi e competenze anche senza conoscersi, costruiscono il futuro del loro Paese e dell’umanità. È una forma di amore civile. Il lavoro è la grammatica della società, è il grande codice che fa comunicare anche senza conoscersi di persona.

Già San Giovanni Paolo II aveva affermato il valore profetico dell’attività umana: «Nel lavoro, grazie alla luce che dalla risurrezione di Cristo penetra dentro di noi, troviamo sempre un barlume della vita nuova, del nuovo bene, quasi come un annuncio dei “nuovi cieli e di una terra nuova”, i quali proprio mediante la fatica del lavoro vengono partecipati dall’uomo e dal mondo» (Laborem exercens 27). Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa “grammatica della società”, soffre di problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e su quello delle aziende. Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. Non è una novità nella storia dell’umanità. Ancora oggi, l’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace. Ma tra l’azione collettiva per la pace e quella per la guerra c’è una differenza fondamentale: una guerra distrugge le vite umane, il benessere di interi Paesi, danneggia l’ambiente, invece l’economia nei tempi di pace contribuisce allo sviluppo dei popoli. Costruire case e ricostruire edifici distrutti non sono lo stesso gesto etico, anche se si somigliano; le civiltà si smarriscono quando iniziano a confondere le costruzioni e le ricostruzioni, i lavori di chi costruisce le città e di chi le ricostruisce dopo le guerre, senza aver tentato tutto per poterle evitare. Nel suo primo discorso ai Diplomatici accreditati presso la Santa Sede, papa Leone XIV ha ribadito: «[…] la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari. […] Il pericolo è che ci si sogna, invece, nella corsa a produrre nuove armi sempre più sofisticate, anche mediante il ricorso all’intelligenza artificiale».

Viviamo, inoltre, in una stagione storica dell’Europa e del mondo in cui molti si stanno di nuovo esercitando nel “mestiere della guerra”, coinvolgendo anche le attività industriali e informatiche. Lo spirito dei tempi è cambiato: ci stiamo di nuovo abituando alla logica del riarmo e della deterrenza; come conseguenza, stiamo valutando i quasi ottant’anni di pace che l’Europa ha conosciuto come una parentesi, anche se non poche volte alcuni Paesi europei si sono coinvolti in conflitti scoppiati in tutto il mondo. Dimentichiamo che la pace in Europa è stata frutto di una immensa volontà politica, di istituzioni e di persone che questa pace hanno voluto e difeso, e lo hanno fatto anche, e soprattutto, con l’economia e con il lavoro. Sentiamo l’urgenza di orientare ogni attività umana alla pace, ed è il tempo di ribadire che il futuro si può costruire solo se ci poniamo ancora in ascolto della profezia di Isaia: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (Is 2,4). Sentiamo anche una grande responsabilità educativa verso le nuove generazioni, per eliminare ogni pretesto che possa spingere i giovani a immaginare il futuro come attesa per vendicare il sangue dei propri cari (cf. Francesco, Messaggio per la LVIII Giornata mondiale della pace Rimetti a noi i nostri debiti, concedici la tua pace, 8 dicembre 2024).

Constatiamo inoltre che il lavoro che è al servizio di obiettivi bellici investe ingenti risorse economiche sottraendole ad altre finalità, come ha sottolineato papa Leone XIV nel Messaggio per Giornata mondiale della pace del 2026, ricordando che le spese militari hanno raggiunto il 2,5% del PIL mondiale. Rileggendo la recente Nota pastorale dei Vescovi Educare ad una pace disarmata e disarmante, sentiamo l’esigenza di ribadire che è necessario rafforzare la normativa in materia di produzione delle armi, «irrobustendo i vincoli al loro possesso personale e il contrasto all’esportazione di manufatti bellici – anche indirettamente, tramite triangolazioni – verso Paesi impegnati in azioni offensive o a rischio di usi in violazione dei diritti umani» (138). Inoltre, occorre vigliare affinché «la speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare, contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi» (139). Va sostenuta anche la coscienza di chi lavora in questi ambiti e si chiede come contribuire a costruire la pace in tempi così difficili.

Il venerabile Vescovo Tonino Bello si rivolse agli operai costruttori di armi con queste parole: «Non ti esorto, almeno per ora, a quella forte testimonianza profetica di pagare, con la perdita del posto di lavoro, il rifiuto di collaborare alla costruzione di strumenti di morte. Ma ti incoraggio a batterti perché si attui al più presto, e in termini perentori, la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni, atti a migliorare la qualità della vita». Questo auspichiamo anche noi oggi: che ci sia una coraggiosa riconversione dal militare al civile, come incoraggiava lo stesso Giovanni Paolo II il 12 novembre 1983 parlando ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze: «Siano disertati i laboratori e le officine della morte per i laboratori della vita».

Il lavoro non può perdere la sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione buona tra gli uomini e con la natura. A volte la neghiamo, non la riconosciamo, e trasformiamo «gli aratri in lance». Ma il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno.

Roma, 25 marzo 2026
Solennità dell’Annunciazione del Signore

La Commissione Episcopale
per i problemi sociali e il lavoro,
la giustizia e la pace


«Eravamo città delle auto, vogliamo diventare città delle armi?», appello del card. Repole per la festa del lavoro

«Eravamo città delle auto, vogliamo diventare città delle armi?», appello del card. Repole per la festa del lavoro

Messaggio dell’arcivescovo per la memoria liturgica di S. Giuseppe Artigiano venerdì 1° maggio 2026 


Pubblichiamo di seguito il messaggio del card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, indirizzato ai lavoratori, agli imprenditori e alle loro famiglie per la Festa del Lavoro, nella memoria liturgica di San Giuseppe Artigiano, che ricorre venerdì 1° maggio 2026.

«Carissimi,

il nostro cuore in questo tempo di guerra è turbato e deve vigilare per non abituarsi, deve restare inquieto. Anche la Festa del Lavoro, che i cristiani vivono guardando all’esempio mite di san Giuseppe Artigiano, contiene quest’anno motivi di inquietudine: desidero condividervi il mio turbamento al pensiero che le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione.

Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro? Lo domando a me prima che ad altri perché siamo corresponsabili, le nostre azioni e i nostri stili di vita sono intrecciati: la città siamo noi, tutti insieme.

Sappiamo che decenni di crisi industriale hanno lasciato sacche di disoccupazione da risolvere. Nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena. Però dobbiamo fermarci e riflettere se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi.

So che si preferisce parlare di industria della Difesa, ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare. Credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?

Carissimi, faccio mie le parole di Leone XIV al corpo diplomatico: non basta parlare di pace, «occorre la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte». La guerra ha radici nell’odio e nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande business economico e sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia.

Allora fermiamoci, cari amici, e ragioniamo tutti insieme – istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie – domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi? La Chiesa locale, con la sua Pastorale del Lavoro, è pronta a offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento».
(fonte: Diocesi di Torino 29/04/2026)



giovedì 30 aprile 2026

Raniero La Valle: E dopo Trump?

Raniero La Valle

UN DISCORSO AL “PUNTO DE REUNION”

E dopo Trump?

Non si tratta di tornare al passato, che è stato altrettanto perverso. La vera alternativa per l’Europa e per il mondo


Ci incontriamo per la prima volta a Roma dopo un evento straordinario intervenuto in questi giorni nella storia dell’umanità: la fine del diritto internazionale. Anzi potremmo dire, come il folle di Nietzsche, dato che viviamo in un tempo in cui, per citare Giorgio Colli, Nietzsche si respira nell’aria, che il diritto internazionale è morto e noi lo abbiamo ucciso.

Ne abbiamo avuto più volte l’attestazione formale, come quando è venuto a Roma il grande imprenditore americano Peter Thiel ad annunziare, in una conferenza segreta a palazzo Taverna, l’avvento dell’anomos, cioè dell’uomo senza legge di cui aveva parlato san Paolo in una lettera ai fedeli di Salonicco, o come quando Donald Trump, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano in base a quale diritto voleva annettersi quel pezzo di ghiaccio, come la chiama lui, che è la Groenlandia, rispondeva di non avere bisogno del diritto, gli bastava ciò che gli dettava la sua mente e la sua morale. E il diritto è ucciso quando la premier di un Paese come l’Italia dice che il rapimento di Maduro in Venezuela è legittimo.

Ma questa morte del diritto internazionale vuol dire soprattutto la fine delle grandi istituzioni create dal diritto internazionale. Prima di tutto le Nazioni Unite. Ha cominciato Israele quando nel 2024 in piena assemblea dell’ONU il suo ambasciatore, che si era portato in aula un tritacarte, ha ridotto in briciole il suo Statuto; poi il premier Netanyahu ha licenziato l’ONU, il suo segretario generale e scacciato i suoi funzionari sostenendo che l’ONU è una “palude antisemita”: poi c’è stato Zelensky che all’inizio della guerra d’Ucraina ha dichiarato che l’ONU doveva essere abolita.

A loro volta gli Stati Uniti si sono ritirati dalClimate Treaty, il Trattato sul clima ratificato dal Senato americano nel 1992 e dal più recente protocollo di Parigi del 2016; nel gennaio scorso Trump ha emesso un ordine esecutivo per annunciare il ritiro americano da 66 accordi, organizzazioni, enti e commissioni internazionali. come “non più corrispondenti agli interessi del Paese”. I giudici della Corte Penale Internazionale e la relatrice dell’ONU per i territori occupati della Palestina sono stati interdetti dall’entrare negli Stati Uniti e radiati da tutti i circuiti bancari; e infine Trump dice di voler liquidare la NATO.

La guerra non è più quella

Tra queste istituzioni messe in crisi, ce n’è una particolarmente importante che è stata stracciata, e questa istituzione è proprio la guerra. È un’istituzione tra le prime e più decisive codificate dal nascente diritto internazionale, e che Alberico Gentile, che del diritto internazionale moderno è stato tra i fondatori, così definiva: publicorum armorum iusta contentio, che vuol dire: “Una giusta contesa combattuta con armi pubbliche”. Si tratta, come ben sappiamo, di un’istituzione perversa, divenuta negli ultimi tempi pervasiva e sistemica, e tuttavia era ancora rispondente a una certa sia pur distorta razionalità e, quando non interdetta come crimine, ancora regolata dal diritto. Questa istituzione non è più riconoscibile nelle guerre oggi in corso. Prima di tutto ci sono guerre che non derivano da nessuna contesa esistente tra i due protagonisti: la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran è stata scatenata senza che vi fosse alcuna contesa tra loro, e quindi senza ragione, come non c’era alcuna contesa diretta tra Israele e Libano; né c’era una contesa tra Russia e Ucraina, mentre la contesa era semmai tra la NATO, o meglio l’America, e la Russia. In secondo luogo non ci sono contese giuste tra tutte le guerre in atto: non è una giusta contesa quella della guerra permanente di Israele contro i palestinesi, decisa prima ancora della fondazione dello Stato sionista; non è giusta la contesa per la conquista russa di territori in Ucraina, non è giusta la sfida della Nato portata fino alle frontiere della Russia rimasta scoperta dopo la scomparsa delle antiche Repubbliche sovietiche, e tanto meno sono giuste le altre decine di guerre, note ed ignote, che si stanno combattendo nel mondo.

Ma oltre che infondate ed ingiuste, le guerre non sono più nemmeno combattute con armi pubbliche: i sistemi d’arma, l’Intelligenza artificiale che decide strategie ed obiettivi, cioè le persone o le moltitudini da uccidere, sono in mani private, prodotti e gestiti da aziende private; molti combattenti sono deicontractorsprivati, cioè dei mercenari, e privati sono perfino quelli che negoziano o fingono di decidere la fine di una guerra, come Kushner e Witkoff, uno il genero, l’altro un amico di Trump.

Dalla “guerra giusta” alla “Furia epica”, al genocidio

La scomparsa della guerra non ha però lasciato un vuoto: è stata sostituita dal genocidio. Quello che mai più doveva avvenire dopo il genocidio nazista degli Ebrei, è diventato un crimine di ordinaria follia, mentre per i loro strumenti, metodi, intendimenti ed effetti tutte le guerre sono diventate genocidi. È significativo che Israele abbia voluto strenuamente negare che quello di Gaza fosse un genocidio, nonostante l’evidenza e le ingiunzioni per impedirlo della Corte Penale Internazionale; in effetti la soluzione voluta dal sionismo politico di Netanyahu del problema palestinese non può che passare attraverso il genocidio; di fatto e di diritto poi, la definizione della Convenzione internazionale contro il genocidio non può non applicarsi alle guerre oggi in corso. Esse non conoscono più “danni collaterali”, sono tutte trasformate nella pura e semplice uccisione del nemico, capi e popolo, e nella pura e dichiarata cancellazione di città e civiltà. Tutte le guerre comprendono atti intesi a “distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale”, mediante omicidi e infanticidi, lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo, imposizione di condizioni distruttive di vita, misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo, tutti i modi di esecuzione del genocidio previsti dal diritto. È insomma il trionfo della morte, come scrive magnificamente Domenico Gallo ricordando il quadro di Bruegel. Perciò genocidio è il nuovo nome della guerra. Ed essa che nel diritto internazionale era definita come una giusta pubblica contesa, e che a certe condizioni la morale naturale e perfino quella cattolica poteva definire come giusta, è ora definita da Trump “Furia Epica”, per non parlare dei nomi che Israele dà ai suoi genocidi, come “i carri di Gedeone”, “Ruggito del leone”, “ira di Dio”, «Piombo fuso», «Margine protettivo», «Spade di ferro» «Freccia di Bashan», e così via.

Da Biden a Trump

Il passaggio dalla giusta contesa alla guerra senza contesa, e dalla guerra al genocidio dice che siamo giunti a un grado di crudeltà e di dolore del mondo come mai si era visto prima; ci manca solo l’ecocidio, cioè l’attacco alla Terra come tale; intanto è venuto Peter Thiele, il padrone di Palantir, che mentre vaticina la fine ci propone la sua azienda di Intelligenza artificiale, ovvero il tecnofascismo montante, come rimedio o “katécon”, come lui dice sempre citando san Paolo.

Perciò è molto importante non sbagliare diagnosi, e capire bene a che punto siamo della politica internazionale, per impostare i veri rimedi e venire a salvezza.

Il tracotante intervento di Giorgia Meloni alle Camere, il 9 aprile, se lo sappiamo leggere, ci permette di fare questa diagnosi.

Del discorso di Giorgia Meloni è stato soprattutto notato come ella non sia stata in grado di prendere le distanze da Trump e Netanyahu, in modo da non coinvolgere l’Italia nel baratro delle loro politiche disumane. La critica va però articolata. È vero per esempio che Meloni e Trump combaciano, ma non del tutto; sono eguali quando dicono che tutto quello che c’è stato prima di loro, che si tratti di Biden o di Conte, è da buttare: gli Stati Uniti, si sono impoveriti e svenati per gli altri, e la Nazione italiana sarebbe stata depredata e danneggiata per il reddito di cittadinanza o per la gestione del Covid. Eguali sono apparsi l’una con l’altro anche per l’assenza di ogni pietà per il dolore dei popoli e i genocidi di Gaza e dell’Iran; e identici sono anche nel “metterci la faccia” perché ambedue sprezzanti del giudizio altrui. Però c’è anche una contraddizione tra loro perché Trump ha bisogno di non scontrarsi con Putin, e la Meloni invece vuole sconfiggerlo, e perché gli Stati Uniti fanno secessione dall’Occidente, mentre per la Meloni l’Occidente resta l’idolo da venerare.

Però c’è un passaggio del discorso di Giorgia Meloni che non è stato oggetto di particolare attenzione e che è invece cruciale perché ci aiuta a scoprire la vera realtà della situazione internazionale odierna e richiede una ben più alta risposta politica che quella di una scontata opposizione polemica. È nel punto in cui ci dice che Trump è Trump, ma la politica degli Stati Uniti è la stessa dei precedenti governi, democratici o repubblicani che fossero, solo che i responsabili in Europa sono stati abbastanza sprovveduti da non accorgersene. Ha detto la Meloni: “È innegabile che stiamo vivendo un momento di particolare difficoltà nei rapporti tra Europa e Stati Uniti, ma è altrettanto innegabile che l’attuale amministrazione americana ha accelerato un percorso che era stato ampiamente preannunciato dalle amministrazioni precedenti, tanto repubblicane, quanto democratiche: distogliere progressivamente lo sguardo dall’Europa, per dedicarsi alla competizione globale con la Cina, scegliendo quindi l’Indo-Pacifico come quadrante geostrategico prioritario. Una traiettoria chiara che le leadership europee del recente passato hanno lungamente e, a mio avviso, colpevolmente preferito non cogliere, comprese quelle che governavano in Italia e che si accontentavano di una pacca sulla spalla o di untweetdiendorsementquando formavano un nuovo Governo”. E ha avuto buon gioco nel dire che l’attuale collocazione internazionale dell’Italia, che si imputa a lei, è la stessa da 80 anni a questa parte.

Il problema è precisamente quello di una rivisitazione critica di queste politiche, che hanno preceduto, se non causato, l’immane flagello che oggi sconvolge il mondo, per decidere con nuova responsabilità quali politiche adottare e che mondo vogliamo costruire.

Perché il vero problema posto da Trump, non è Trump, ma è la visione del mondo e la strategia a lungo termine degli Stati Uniti, e delle classi dirigenti dell’Occidente e dell’Europa, di cui Trump è la grottesca rappresentazione; ma egli è anche la manifestazione del loro possibile compimento nelle forme distruttive e genocide di cui le guerre di Gaza e dell’Iran sono già un’anticipazione.

Il problema politico è proprio la generale esecrazione da cui Trump è oggi investito a destra e a sinistra, sia dall’Europa dei volenterosi sia dalle classi dirigenti che anche dopo questi 80 anni di fedeltà adorano il patto atlantico e inalberano i valori e gli interessi dell’Occidente allargato, come oggi si dice. Ammesso che Trump non ci porti oggi alla catastrofe, Il rischio è che, venuta meno l’anomalia demenziale di Trump, si pensi come a un grande progresso il ritorno alle belle pratiche di prima. Ma con quali risultati? Certo non ci sarà più alla Casa Bianca chi farnetichi di cancellare una civiltà, ma potrebbe esserci un compassato signore che vada in guerra per “ridurre la Russia alla condizione di paria”, come voleva fare Biden sacrificando l’Ucraina, o potrà esserci qualcuna che in Medio Oriente voglia “riportare l’Iraq all’età della pietra”, come voleva fare la signora Thachter, o un Bush che scateni una “tempesta nel deserto”, o un Kissinger che voglia far fuori un Moro, mentre continuerà a esserci un Israele pronto alla guerra santa per far trionfare “il mondo della benedizione” voluto da Mosè sul “mondo della maledizione”, come ha mostrato sulle mappe Netanyahu all’ONU mentre pianificava il “lavoro” per l’estinzione del popolo palestinese. E se Israele continuerà a perseguire questo obiettivo, il Libano farà la fine di Gaza, in Cisgiordania ci sarà una nuova Nakba, e la guerra cominciata in Iran non avrà mai fine.

Perciò, al di là della facile opposizione di oggi, è bene vedere come l’attuale politica di Trump, nonostante il suo falso richiamo alla dottrina Monroe, sia in continuità con la politica interventista delle amministrazioni precedenti, e come questa politica di recente abbia subito una torsione ancora più egemonica e aggressiva sul piano mondiale. Per farlo basta leggere due documenti programmatici in cui, in piena guerra d’Ucraina, nell’ottobre 2022, la leadership americana aveva enunciato le due strategie fondamentali degli Stati Uniti: il primo è la “National Security Strategy” del Presidente Biden, il secondo ne era la pianificazione operativa sul piano militare del capo del Pentagono Lloyd Austin, corredata da un dettagliato aggiornamento della “postura” o visione nucleare americana. Tale postura ribadiva la decisione già presa dinonadottare la politica del “Non Primo Uso” dell’arma nucleare perché essa “comporterebbe un livello di rischio inaccettabile”. La vecchia concezione basata sulla deterrenza e sulla risposta a un eventuale attacco altrui non funzionava più. Questa opzione non si può più fare, secondo gli americani, perché non si può lasciare che i nemici colpiscano per primi. La miglior difesa è l’offesa. Quindi era previsto, di fronte a una minaccia, di ricorrere se necessario per primi all’arma nucleare, scudo al cui riparo si possono poi condurre senza rischi per gli Stati Uniti tutte le guerre convenzionali necessarie.

Quale visione del mondo?

La visione del mondo proposta in questi documenti era quella, considerata propria dell’Occidente, che ha il suo centro in America, la sua potenza militare negli Stati Uniti, e nella NATO la vocazione a estendersi fino agli estremi confini della terra.

Per quanto strettamente americani, questi due documenti riguardavano tutti, perché investivano non solo l’una o l’altra regione del globo, ma il destino del mondo come tale, di cui gli Stati Uniti rivendicavano globalmente la leadership, con l’affermazione che “non c’è nulla che vada oltre le nostre capacità: possiamo farcela, per il nostro futuro e per il mondo”.

Si postulava dunque un unico potere che si protenda alla totalità del mondo, nella presunzione che il mondo debba avere un unico ordinamento politico, economico e sociale, corrispondente a un unico modello di convivenza umana; del resto questo era un presupposto che da tempo gli Stati Uniti avevano messo a base della loro relazione col mondo, da quando, dopo l’11 settembre 2001 e lo shock dell’attacco alle Due Torri, avevano enunciato l’ideologia secondo la quale il solo modello valido per ogni nazione sarebbe riassumibile in tre termini: Libertà, Democrazia e Libera Impresa; dunque un modello che mette insieme una definizione antropologica, una indicazione di regime politico ed una forma obbligatoria di organizzazione economico-sociale, sulla scia del “progetto”, pubblicato nell’ottobre del 2000, del “nuovo secolo americano”. Dunque non venivano contemplati tanti possibili regimi politici, economici e sociali, corrispondenti eventualmente a diverse teorie. Ce ne sarebbe uno solo che comporta un modello umano, quello dell’individualismo liberale, un modello politico, quello della democrazia occidentale, ed un modello economico, quello del capitalismo d’impresa. Altri modelli non venivano ammessi e compito degli Stati Uniti sarebbe di diffondere questo modello in tutto il mondo.

Questa strategia, secondo Biden, si sarebbe dovuta realizzare entro il successivo decennio, a partire da quel 2022. Né si trattava solo di una pia intenzione, dato che a questa impostazione aveva corrisposto tutta la politica estera e militare degli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001, cioè dopo l’attacco alle Due Torri. Scriveva Biden: “Non lasceremo il nostro futuro vulnerabile ai capricci di chi non condivide la nostra visione di un mondo libero, aperto, prospero e sicuro”. Dovevano essere pertanto gli Stati Uniti a vincere nella competizione strategica che così veniva promossa: “Essi guideranno con i nostri valori” e “nessuna nazione è meglio posizionata degli Stati Uniti per avere successo”.

E subito, sia nel documento della Casa Bianca, sia in quello del Pentagono, venivano designati I due “competitori strategici” da battere per realizzare questo progetto, il primo dei quali sorprendentemente non era più la Russia, i cui “limiti strategici” erano stati messi in luce dalla guerra d’Ucraina, ma era la Cina. “La Russia – diceva Biden – non ha le capacità trasversali della Repubblica Popolare Cinese”. Pertanto era la Cina a rappresentare la “sfida culminante” (pacing challenge) a causa della sua intenzione e capacità di “rimodellare l’ordine internazionale a favore di un ordine che inclini il campo di gioco globale a suo vantaggio”.

“La Repubblica Popolare Cinese (RPC) – precisava Lloyd Austin – rimane il nostro competitore strategico più importante per i prossimi decenni. Ho raggiunto questa conclusione sulla base delle crescenti azioni di forza della Repubblica Popolare Cinese per rimodellare la regione dell’Indo Pacifico e il sistema internazionale per adattarlo alle sue preferenze autoritarie, insieme sulla base di una profonda consapevolezza delle intenzioni chiaramente dichiarate della RPC e della rapida modernizzazione ed espansione delle sue forze armate”. “La Cina è quindi la sfida suprema per il Dipartimento della Difesa”.

I nemici però non finivano qui, e Biden citava tutti gli scenari politici del mondo, a cominciare dall’Iran, dalla Repubblica Popolare di Corea, dal Medio Oriente: “Gli autocrati – scriveva Biden presentando il suo documento – fanno gli straordinari per minare la democrazia ed esportare un modello di governance caratterizzato dalla repressione in patria e dalla coercizione all’estero.“ Pertanto, gli Stati Uniti continueranno a difendere la democrazia nel mondo, e continueremo ad aumentare la competitività americana a livello globale, “attirando sognatori e aspiranti da tutto il mondo”.

Ed ecco che ora arriva Trump, dice che Biden è stato il peggior presidente degli Stati Uniti, perché non ha realizzato quel progetto, non ha fatto grande l’America, come invece farà lui, che farà degli Stati Uniti il vero sovrano del mondo. Questa è l’ “accelerazione” di Trump, di cui ha parlato la Meloni al Parlamento. Altrimenti perché portare le spese militari a 1.500 miliardi di dollari, quando la Russia spende 80 miliardi e la Cina 238? Ma l’America di Trump lo farà non più con l’Occidente ma facendo secessione dall’Occidente, accusando l’Europa di codardia e addirittura pensando di sciogliere la NATO; ma questo Trump non potrà farlo da solo: ha bisogno di Israele, perché senza la forza incondizionata da limiti e regole di Israele non si conquista il mondo, e perché l’attuale Stato di Israele fornisce l’alibi di un messianismo blasfemo di cui quello americano è solo una caricatura.

Naturalmente questo disegno fallirà. Il mondo non è una terra di conquista, non è un’entità amorfa, primitiva, disponibile al dominio, non è affatto pronto ad essere espropriato delle sue meravigliose, poliedriche varietà. Questo disegno cadrà perché o l’America cadrà su se stessa, sconfitta e umiliata, tigre di carta, oppure qualcuno la fermerà: ma in questo caso grande è il rischio che si passi attraverso una guerra nucleare.

L’alternativa

Qui allora c’è il problema di quali debbano essere le nostre scelte. Quella della Meloni, che se non sarà rovesciata sarà quella dell’Italia, è di salire sul carro del conquistatore, tenendogli legato l’Occidente, e facendo dell’Europa una potenza militare di supporto nella “competizione strategica” per concorrere all’assoggettamento del cosiddetto “resto del mondo”, come lo chiama ilCorriere della Sera, o almeno per qualificarsi come la migliore cliente dell’Impero. Questo vorrebbe dire arruolarsi alla guerra mondiale a pezzi per istituire un mondo unipolare a conquista compiuta.

Di fronte a questo progetto l’alternativa non può che essere radicale. La scelta, da fare fin da ora, deve essere quella di un mondo multipolare, che per la sua stessa natura non si può realizzare con le armi, con la mitologia della difesa, con gli eserciti comuni, con i Panzer europei ed atlantici nei territori contesi d’Ucraina, ma si può realizzare solo con la politica, con la cultura, col pluralismo delle religioni e delle fedi, con gli scambi, con un’economia non predatoria secondo il modello del capitalismo selvaggio, e con l’accoglienza reciproca tra popoli residenti e migranti. E l’Europa, di cui va ripreso il cammino verso l’unità, non può che essere ripensata secondo queste finalità e secondo questo modello. E per prima cosa dovrà fra coincidere la sua estensione fisica con la sua unità politica, sanando la separazione e contrapposizione tra l’Unione Europea e la Russia, la quale fa parte non solo del corpo, ma dell’anima dell’Europa. Così finalmente ci si potrà dire europei, senza la clausola che si debba essere nemici di altri europei. E quanto a Tel Aviv dovrà uscire dalla sindrome dell’assedio, e prendere l’unica strada possibile, che è quella della riconciliazione tra israeliani e palestinesi restituendo agli Ebrei la loro identità, che è la vera terra promessa, di essere un seme di benedizione per tutti i popoli della Terra. E anche nelle politiche interne occorre uscire dalla sindrome della contrapposizione amico-nemico, e quindi tornare alla proporzionale.

Naturalmente resta un problema: come è possibile che tutto questo possa avvenire, quando la politica sembra impotente, i popoli soggiogati, e i demoni, promessi da Trump, in libera uscita?

Se voi siete qui oggi, e se ovunque c’è chi resiste e chi lotta, e maggioranze che gridano “non in mio nome”, vuol dire che la partita è aperta, che la liberazione è possibile. Ma se invece non ce la facciamo? Se con le forze oggi disponibili il coraggio della pace non fosse in grado di rovesciare gli idoli della guerra?

Sabato scorso, 11 aprile, nella veglia di preghiera per la pace il Papa ha fatto un discorso che ha suscitato enorme impressione, non una pia esortazione alla pace, ma una radicale chiamata in causa di Dio e degli uomini insieme perché mantengano la loro parola, la morte sia vinta e la pace sia fatta. Lucio Caracciolo ha detto che questo discorso vale tutto un pontificato, non ce ne potrà essere un altro eguale. Ma se questo è vero, vuol dire ammettere, come diceva Heidegger al culmine del Novecento e molti altri con lui, che a questo punto drammatico a cui il corso storico è arrivato, solo un Dio ci può salvare. È chiaro però che questo contraddice tutta la modernità fondata sull’unica ipotesi dell’autosufficienza dell’umano. Forse è venuto il momento di rimettere in discussione questa ipotesi, è venuto il tempo non solo di dare alla ragione dell’uomo l’artificio di un’intelligenza che la integri e la sostituisca, ma dare al cuore dell’uomo lo spirito e il coraggio della libertà di un Dio richiamato dal suo esilio, un’alleanza da ristabilire tra le due sponde del cielo.

Roma, 18 aprile 2026
(fonte: Prima loro 29/04/2026)


UDIENZA GENERALE 29/04/2026 LEONE XIV: L’Africa ha fatto sentire la sua voce per un futuro migliore


LEONE XIV
 
UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 29 aprile 2026

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Leone XIV ripercorre le tappe del recente viaggio apostolico 
in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale

L’Africa ha fatto sentire la sua voce
per un futuro migliore


Occorre promuovere lo sviluppo integrale e sostenibile
opponendo alle varie forme di neo-colonialismo
una lungimirante cooperazione internazionale

«La visita del Papa è, per le popolazioni africane, occasione di far sentire la loro voce, di esprimere la gioia di essere popolo di Dio e la speranza in un futuro migliore, di dignità per ciascuno e per tutti». Lo ha sottolineato Leone XIV all’udienza generale di stamani, mercoledì 29 aprile, in piazza San Pietro. Interrompendo questa settimana le riflessioni sui documenti del Concilio Vaticano II, il Papa ha incentrato la catechesi sul viaggio apostolico compiuto dal 13 al 23 aprile in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, definendolo «una ricchezza inestimabile per il mio cuore e il mio ministero». Ecco le sue parole.

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Il Viaggio Apostolico in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Oggi desidero parlare del Viaggio apostolico che ho compiuto dal 13 al 23 aprile, visitando quattro Paesi africani: Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale.

Fin dall’inizio del pontificato ho pensato a un viaggio in Africa. Ringrazio il Signore che mi ha concesso di compierlo, come Pastore, per incontrare e incoraggiare il popolo di Dio; e anche di viverlo come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale. Ed esprimo il mio “grazie” più sentito ai Vescovi e alle Autorità civili che mi hanno accolto e a tutti coloro che hanno collaborato all’organizzazione.

La Provvidenza ha voluto che la prima tappa fosse proprio il Paese dove si trovano i luoghi di Sant’Agostino, cioè l’Algeria. Così mi sono trovato, da una parte, a ripartire dalle radici della mia identità spirituale e, dall’altra, ad attraversare e consolidare ponti molto importanti per il mondo e la Chiesa di oggi: il ponte con l’epoca fecondissima dei Padri della Chiesa; il ponte con il mondo islamico; il ponte con il continente africano.

In Algeria ho ricevuto un’accoglienza non solo rispettosa ma cordiale, e abbiamo potuto toccare con mano e mostrare al mondo che è possibile vivere insieme come fratelli e sorelle, anche di religioni diverse, quando ci si riconosce figli dello stesso Padre misericordioso. Inoltre, è stata l’occasione propizia per mettersi alla scuola di Sant’Agostino: con la sua esperienza di vita, i suoi scritti e la sua spiritualità egli è maestro nella ricerca di Dio e della verità. Una testimonianza oggi quanto mai importante per i cristiani e per ogni persona.

Nei successivi tre Paesi che ho visitato, la popolazione è invece a larga maggioranza cristiana, e dunque mi sono immerso in un clima di festa della fede, di accoglienza calorosa, favorito anche dai tipici tratti della gente africana. Ho sperimentato anch’io, come i miei Predecessori, un po’ di quello che accadeva a Gesù con le folle della Galilea: Lui le vedeva assetate e affamate di giustizia, annunciava loro: “Beati i poveri, beati i miti, beati gli operatori di pace…” e, riconoscendo la loro fede, diceva: “Voi siete sale della terra e luce del mondo” (cfr Mt 5,1-16).

La visita in Camerun mi ha permesso di rafforzare l’appello a impegnarci insieme per la riconciliazione e la pace, perché anche quel Paese purtroppo è segnato da tensioni e violenze. Sono contento di essermi recato a Bamenda, nella zona anglofona, dove ho incoraggiato a lavorare insieme per la pace. Il Camerun è detto “Africa in miniatura”, in riferimento alla varietà e alla ricchezza della sua natura e delle sue risorse, ma possiamo intendere questa espressione anche nel senso che i grandi bisogni dell’intero continente li ritroviamo in Camerun: quello di un’equa distribuzione delle ricchezze; quello di dare spazio ai giovani, superando la corruzione endemica; quello di promuovere lo sviluppo integrale e sostenibile, opponendo alle varie forme di neo-colonialismo una lungimirante cooperazione internazionale. Ringrazio la Chiesa in Camerun e tutto il popolo camerunese, che mi ha accolto con tanto amore, e prego affinché lo spirito di unità che si è manifestato durante la mia visita sia mantenuto vivo e guidi le scelte e le azioni future.

La terza tappa del Viaggio è stata in Angola, grande Paese a sud dell’equatore, di plurisecolare tradizione cristiana, legata alla colonizzazione portoghese. Come molti Paesi africani, dopo aver raggiunto l’indipendenza, l’Angola ha attraversato un periodo travagliato, che nel suo caso è stato insanguinato da una lunga guerra interna. Nel crogiolo di questa storia Dio ha guidato e purificato la Chiesa convertendola sempre più al servizio del Vangelo, della promozione umana, della riconciliazione e della pace. Chiesa libera per un popolo libero! Al Santuario mariano di Mamã Muxima – che significa “Madre del cuore” – ho sentito pulsare il cuore del popolo angolano. E nei diversi incontri ho visto con gioia tante religiose e tanti religiosi di ogni età, profezia del Regno dei cieli in mezzo alla loro gente; ho visto catechisti che si dedicano interamente al bene delle comunità; ho visto volti di anziani scolpiti da fatiche e sofferenze e trasparenti alla gioia del Vangelo; ho visto donne e uomini danzare al ritmo di canti di lode al Signore risorto, fondamento di una speranza che resiste alle delusioni causate dalle ideologie e dalle vane promesse dei potenti.

Questa speranza esige un impegno concreto, e la Chiesa ha la responsabilità, con la testimonianza e con l’annuncio coraggioso della Parola di Dio, di riconoscere i diritti di tutti e di promuovere il loro effettivo rispetto. Con le Autorità civili angolane, ma anche con quelle degli altri Paesi, ho potuto assicurare la volontà della Chiesa Cattolica di continuare a dare questo contributo, in particolare in campo sanitario ed educativo.

L’ultimo Paese che ho visitato è la Guinea Equatoriale, a 170 anni dalla prima evangelizzazione. Con la sapienza della tradizione e la luce di Cristo, il popolo Guineano ha attraversato le vicende della sua storia e nei giorni scorsi, alla presenza del Papa, ha rinnovato con grande entusiasmo la sua volontà di camminare unito verso un futuro di speranza.

Non posso dimenticare ciò che è accaduto nel carcere di Bata, in Guinea Equatoriale: i detenuti hanno cantato a gola spiegata un canto di ringraziamento a Dio e al Papa, chiedendo di pregare “per i loro peccati e la loro libertà”. Non avevo mai visto nulla di simile. E poi hanno pregato con me il “Padre nostro” sotto una pioggia battente. Un segno genuino del Regno di Dio! E sempre sotto la pioggia è iniziato il grande incontro con la gioventù nello stadio di Bata. Una festa di gioia cristiana, con testimonianze toccanti di giovani che hanno trovato nel Vangelo la via di una crescita libera e responsabile. Questa festa è culminata nella celebrazione eucaristica del giorno dopo, che ha coronato degnamente la visita in Guinea Equatoriale e anche l’intero Viaggio apostolico.

Cari fratelli e sorelle, la visita del Papa è, per le popolazioni africane, occasione di far sentire la loro voce, di esprimere la gioia di essere popolo di Dio e la speranza in un futuro migliore, di dignità per ciascuno e per tutti. Sono felice di aver dato loro questa possibilità, e nello stesso tempo ringrazio il Signore per ciò che loro hanno donato a me, una ricchezza inestimabile per il mio cuore e il mio ministero.

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Saluti
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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le famiglie del Movimento dei Focolari, i collaboratori del «Regnum Christi», le parrocchie Santa Maria Assunta in Canepina e San Giovanni Battista in Colletorto.

Saluto poi il Reggimento Lagunari «Serenissima» di Venezia, il Centro Addestramento Paracadutismo di Pisa e il 28° Reggimento «Pavia» di Pesaro.

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La Liturgia celebra oggi Santa Caterina da Siena, Vergine domenicana e Dottore della Chiesa. Cari giovani, siate innamorati di Cristo, come lo fu Caterina, per seguirlo con slancio e fedeltà. Voi, cari ammalati, immergete le vostre sofferenze nel mistero d'amore del Sangue del Redentore, contemplato con speciale devozione dalla Santa senese. E voi, cari sposi novelli, col vostro reciproco amore siate segno dell'amore di Cristo per la Chiesa.

A tutti la mia benedizione!


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