Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



sabato 21 marzo 2026

PRIMA LA LIBERAZIONE “Ciò che vince la morte non è la vita, ma l’amore. Ormai so che il tempo dell’Amore è più lungo del tempo della vita.” - V DOMENICA DI QUARESIMA ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

PRIMA LA LIBERAZIONE

Ciò che vince la morte non è la vita, ma l’amore. 
Ormai so che il tempo dell’Amore è più lungo del tempo della vita. 


In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui. Gv 11,1-45
  
PRIMA LA LIBERAZIONE
 
Ciò che vince la morte non è la vita, ma l’amore. Ormai so che il tempo dell’Amore è più lungo del tempo della vita.

Di Lazzaro sappiamo poche cose: la sua casa è ospitale, è amato da molti, amico speciale di Gesù. Ma il suo nome più vero è quello coniato dalle sorelle: “Colui-che-Tu-ami” ...

“Se Tu fossi stato qui, non sarebbe morto”. Quante volte anche noi abbiamo pregato: se Tu sei con noi la morte non verrà...

“Vostro fratello risorgerà”. Lo sappiamo bene, ma quel giorno è così lontano da questo dolore.

E seguono parole tra le più importanti del Vangelo: Io sono la risurrezione e la vita. Lo sono adesso. Notiamo la disposizione delle parole. Prima viene la risurrezione e non la vita. Per Gesù prima viene la liberazione e poi la vita autentica.

Vivere è il risultato di molte risurrezioni: dalla paura, dalla disperazione, dalla violenza, dalla solitudine. Risorgere è faccenda di adesso, di questo momento: risorgere dalle vite sedute e mediocri, dalle vite senza sogno.

Quanti amici attorno a Lazzaro, quante lacrime: piangono Marta e Maria, i giudei, Gesù. È l’umanità di Dio. Tutti i presenti quel giorno a Betania se ne rendono conto: Guardate come lo amava, dicono stupiti. Dove sta il perché ultimo della risurrezione di Lazzaro? Sta nelle lacrime di Gesù. Piangere è amare con gli occhi. Lazzaro risorge non per la potenza di un Dio, ma per l’amore di un amico. Io invidio Lazzaro, non perché ritorna in vita una seconda volta, ma perché vive in un mondo pieno di amici.

Amo Betania e la ribellione di Gesù contro la morte, che si snoda in tre momenti:

1. Togliete la pietra! Via le macerie dei fallimenti del passato, sotto i quali vi siete seppelliti con le vostre mani; via i sensi di colpa, l’incapacità di perdonare se stessi e gli altri; via la memoria del male ricevuto, che ci inchioda ai nostri ergastoli interiori.

2. Lazzaro, vieni fuori! Fuori nel sole. E lo dice a me: vieni fuori dalla stanza buia dove guardi solo a te stesso, dal tuo piccolo angolo, fosse pure arredato con cura; fuori c’è il mondo. Esci, ripete alla farfalla chiusa dentro il bruco che credo di essere.

3. Liberatelo e lasciatelo andare! Liberatevi tutti dall’idea che la morte sia la fine di una persona. Liberatelo, come si liberano le vele al vento, come si sciolgono i nodi di chi è ripiegato su se stesso, liberatelo dalla zavorra che impedisce il volo. E lasciatelo andare, dategli una strada, e amici con cui camminare.

Che senso di futuro e di libertà emana da questo Rabbi che sa piangere e gridare e aprire sentieri nel cuore. E capisco che Lazzaro sono io. Il mio nome è: Colui-che-tu-ami, e non mi lascerà finire nel nulla della morte. Ciò che vince la morte non è la vita, ma l’amore. Chi dice Padre, dice risurrezione. Dio è padre solo se ha dei figli vivi! Io morirò, ma non per sempre. Ormai so che il tempo dell’Amore è più lungo del tempo della vita.

21 marzo di Gianni Rodari: poesia per bambini che parla agli adulti e che svela il vero significato della primavera

21 marzo di Gianni Rodari:
poesia per bambini che parla agli adulti 
e che svela il vero significato della primavera

Scopri il significato di “21 marzo” di Gianni Rodari: una poesia sulla primavera che insegna perché senza pace non esiste felicità.


21 marzo di Gianni Rodari è una poesia che, sotto la forma leggera di una filastrocca, contiene una delle riflessioni civili più profonde sul significato della primavera.

Non si limita a raccontare il ritorno delle rondini, la fioritura dei prati o il risveglio della natura, ma introduce una distinzione decisiva: ciò che per il mondo naturale avviene in modo spontaneo, per gli esseri umani richiede consapevolezza, responsabilità e scelta.

Rodari costruisce così un doppio registro. In superficie, il linguaggio è semplice, accessibile, quasi infantile. In profondità, però, la poesia si rivolge agli adulti e li mette di fronte a una verità scomoda: la primavera, per l’uomo, non coincide con una stagione, ma con una condizione.

È in questo scarto che si concentra il senso più autentico del testo. Perché mentre la natura conosce il ritmo ciclico della rinascita, l’umanità può restarne esclusa. E questo accade ogni volta che vengono meno la pace, la convivenza e la capacità di costruire relazioni armoniose. La primavera, nei versi di Rodari, non è qualcosa che arriva: è qualcosa che si rende possibile.

Leggiamo la poesia di Gianni Rodari per condividere il grande significato, che dovremmo tutti fare nostro.

21 marzo di Gianni Rodari

La prima rondine
venne iersera
a dirmi: “È prossima
la Primavera!
Ridon le primule
nel prato, gialle,
e ho visto, credimi,
già tre farfalle”.

Accarezzandola
così le ho detto:
“Sì è tempo, rondine,
vola sul tetto!”

Ma perché agli uomini
ritorni in viso
come nei teneri
prati il sorriso
un’altra rondine
deve tornare
dal lungo esilio,
di là dal mare.

La Pace, o rondine,
che voli a sera!
Essa è per gli uomini
la primavera.

Perché la primavera, per gli esseri umani, non arriva da sola

21 marzo è una poesia di Gianni Rodari che costruisce una riflessione che va ben oltre la descrizione del ritorno della bella stagione. Attraverso immagini semplici e immediate, il poeta introduce una distinzione fondamentale tra il mondo naturale e quello umano: se la natura conosce il ritmo spontaneo della rinascita, gli esseri umani devono invece conquistarlo.

La primavera, nei prati, è un processo inevitabile. Negli uomini, al contrario, è una possibilità fragile, che dipende dalle condizioni che essi stessi sono in grado di creare. In questo scarto si inserisce uno dei messaggi più profondi della poesia: la speranza esiste, ma non è sufficiente se non si accompagna a una responsabilità condivisa.

Rodari suggerisce così che la felicità non è un fatto individuale né automatico. Non basta il ritorno della luce, non bastano i segni della vita che rinasce. Perché anche gli esseri umani possano “rifiorire”, è necessario qualcosa di più: un equilibrio nelle relazioni, una capacità di convivere senza conflitti, una tensione comune verso la serenità.

È in questa prospettiva che la poesia assume una dimensione collettiva. La primavera degli uomini non può essere il risultato di un gesto isolato o di una trasformazione individuale, ma richiede un impegno che coinvolga tutti. Non è la stagione a cambiare la vita degli esseri umani, ma il modo in cui gli esseri umani scelgono di vivere insieme.

L’esilio della pace: una condizione imposta dagli uomini

Nel passaggio in cui Rodari parla della rondine che deve tornare “dal lungo esilio, di là dal mare”, la poesia compie un salto decisivo e assume un significato apertamente civile.

Il termine esilio introduce infatti una dimensione che non appartiene alla natura, ma alla storia e alle responsabilità umane. Non si tratta di un allontanamento spontaneo, né di un semplice ciclo: l’esilio è sempre una condizione forzata, che implica una rottura, una perdita, una separazione imposta.

La pace, nei versi di Rodari, non è assente per caso, ma è stata allontanata.

Questo dettaglio cambia radicalmente la prospettiva della poesia. La guerra non appare più come un destino inevitabile o come una componente naturale dell’esistenza, ma come il risultato delle scelte degli esseri umani. Allo stesso tempo, la pace non può essere attesa come si attende il ritorno della primavera: deve essere riconquistata, ricostruita, resa nuovamente possibile.

In questo senso, la metafora della rondine assume una valenza ancora più profonda. Non è soltanto il segno di ciò che torna, ma il simbolo di qualcosa che è stato perduto e che richiede un atto di responsabilità per poter riapparire.

Rodari suggerisce così una verità scomoda ma necessaria: mentre la natura è governata da leggi cicliche, la vita degli uomini è segnata dalle conseguenze delle loro azioni.

La primavera, per l’umanità, non è mai garantita. Può essere solo interrotta, sospesa, persino negata.

Ed è proprio per questo che il ritorno della pace assume un valore ancora più alto. Non è un evento naturale, ma una conquista fragile, che dipende dalla capacità degli esseri umani di non riprodurre continuamente le condizioni che l’hanno allontanata.

Una poesia per bambini che parla agli adulti

Uno degli aspetti più raffinati della poesia 21 marzo di Gianni Rodari riguarda il suo destinatario reale. In apparenza, il testo si rivolge ai bambini. Il linguaggio è semplice, il ritmo è quello della filastrocca, le immagini sono immediate e accessibili. Tuttavia, proprio questa semplicità diventa uno strumento per comunicare a un livello più profondo.

Rodari non si limita a parlare ai bambini: usa il loro sguardo per interrogare gli adulti.

La scelta di un registro chiaro, quasi elementare, non è una semplificazione, ma una strategia. Attraverso la voce dell’infanzia, il poeta riesce a mettere in evidenza una contraddizione che gli adulti tendono a ignorare: sanno che la pace è necessaria, ma continuano ad accettare il conflitto come qualcosa di inevitabile.

In questo senso, la poesia funziona come uno specchio morale.

La logica dei bambini, lineare e priva di giustificazioni, rende evidente ciò che nel mondo adulto viene spesso nascosto dietro abitudini, ideologie o rassegnazione. Se la primavera è il tempo della rinascita e della gioia, allora diventa incomprensibile che gli esseri umani non siano in grado di costruire le condizioni per viverla davvero.

La semplicità del linguaggio smaschera la complessità delle giustificazioni.

Rodari compie così un’operazione profondamente educativa. Non insegna ai bambini qualcosa che non sanno, ma invita gli adulti a recuperare uno sguardo più limpido, capace di riconoscere l’assurdità della guerra e la necessità della pace. La filastrocca, dunque, non è solo un testo da leggere, ma un dispositivo critico.

Non chiede ai bambini di capire il mondo degli adulti, ma agli adulti di mettere in discussione il proprio.

La vera primavera è la civiltà

Nel finale della poesia, Rodari compie un gesto di grande densità simbolica. Sottrae la primavera al solo ordine naturale e la trasferisce dentro la storia umana. Non la presenta più come una stagione da contemplare, ma come una condizione etica e civile da costruire. È questo il passaggio decisivo del testo.

Quando scrive che la pace è, per gli uomini, la primavera, Rodari non sta semplicemente usando una bella immagine. Sta affermando che la felicità umana non dipende dal clima esterno, ma dalla qualità del mondo che gli esseri umani rendono possibile. La primavera diventa così il nome di una convivenza riuscita, di una realtà in cui la vita può finalmente fiorire non solo nella natura, ma anche nelle relazioni, nelle parole, nei gesti collettivi.

In questa prospettiva, la poesia rifiuta implicitamente una visione passiva dell’esistenza. Non basta aspettare che il tempo cambi, non basta confidare nell’alternanza delle stagioni, perché la storia degli uomini non obbedisce alla necessità armonica della natura. Può interrompersi, deformarsi, diventare ostile alla vita. Proprio per questo la pace non è presentata come un ornamento morale, ma come la condizione minima senza la quale ogni promessa di rinascita resta incompiuta.

Il maestro d’Omegna sembra suggerire che esista una differenza essenziale tra il rifiorire del mondo naturale e quello umano. Il primo avviene per legge interna, il secondo richiede coscienza. Il primo non domanda responsabilità, il secondo sì. Ecco perché la primavera, per gli uomini, non coincide con un evento, ma con una maturazione collettiva.

Presuppone che la società sappia scegliere la cura invece della distruzione, la relazione invece della separazione, la custodia della vita invece della sua minaccia.

È qui che la poesia acquista una portata sorprendentemente politica, nel senso più alto del termine. Non parla della politica come conflitto tra parti, ma come costruzione delle condizioni che rendono abitabile il mondo. La pace, allora, non è soltanto l’assenza della guerra: è la possibilità concreta di restituire dignità al vivere comune. È ciò che permette all’uomo di essere all’altezza della bellezza che la natura, ogni anno, gli mostra.

Rodari ci consegna così una verità che resta attualissima: la primavera può tornare nei campi anche quando è scomparsa dalla coscienza degli uomini. E forse il punto più doloroso della poesia è proprio questo scarto. La natura continua a rifiorire, mentre l’umanità rischia di restare bloccata in un inverno morale che non finisce da solo. Per uscire da questo inverno non basta il tempo: serve una decisione.

La forza di 21 marzo è che sotto l’apparente leggerezza della filastrocca, Rodari costruisce una meditazione esigente sulla condizione umana. La primavera, nei suoi versi, non è un semplice scenario di bellezza, ma il criterio con cui misurare la qualità della nostra convivenza. Dove manca la pace, manca anche la possibilità di una vera rinascita.

Per questo la poesia non ci invita soltanto ad ammirare il ritorno della bella stagione, ma a interrogarci su ciò che impedisce agli esseri umani di vivere la propria.

Se la natura sa rifiorire, perché l’uomo continua così spesso a sottrarsi alla propria primavera?

Ed è forse proprio qui che Gianni Rodari si rivela, ancora una volta, profondissimo: ci ricorda che la pace non è un’idea astratta né una formula retorica, ma la forma più alta di fedeltà alla vita.
(fonte: Libreriamo, articolo di Saro Trovato 20/03/2026)


PADRE ROBERTO PASOLINI: la pace nasce dal coraggio di farsi piccoli, rinunciando alla violenza - prima meditazione di Quaresima 2026 (Testo e video)

La pace nasce dal coraggio di farsi piccoli, 
rinunciando alla violenza
P. Roberto Pasolini


“La conversione. Seguire il Signore Gesù nella via dell’umiltà” è il tema della prima meditazione di Quaresima tenuta il 6 marzo 2026, in Aula Paolo VI alla presenza del Papa. Il predicatore della Casa Pontificia si sofferma sulla necessità in questo tempo forte della Chiesa di “verificare la vitalità del nostro Battesimo”. “Peccato, conversione e grazia – afferma – nella vita concreta sono intrecciati” ma è nella piccolezza che il cristiano si apre alla grazia e diventa uomo nuovo

GUARDA IL VIDEO

 I meditazione  - Quaresima 2026 

      La conversione Seguire il Signore Gesù nella via dell’umiltà Dopo gli Esercizi Spirituali guidati dalla figura di san Bernardo di Chiaravalle, le meditazioni quaresimali di quest’anno non potevano che ispirarsi all’esperienza cristiana di Francesco d’Assisi. I due santi non sono lontani tra loro: Bernardo muore nel 1153, Francesco nasce nel 1181, a meno di trent’anni di distanza. È come se il testimone della sequela evangelica passasse di mano in mano, attraverso i secoli, senza mai spegnersi. 
     Quest’anno ricorrono gli ottocento anni dalla morte di Francesco, e il Santo Padre ha voluto che l’anniversario fosse segnato da un nuovo speciale giubileo, invitando la Chiesa intera a lasciarsi nuovamente raggiungere dalla grazia di Dio attraverso la testimonianza del Poverello di Assisi. Francesco non è soltanto un santo da ricordare o da ammirare: è un uomo attraversato dal fuoco del Vangelo, capace di riaccendere in ciascuno la nostalgia di una vita nuova nello Spirito. Per ripercorrere il suo cammino spirituale, la prima meditazione si sofferma sulla sua conversione e si sviluppa in cinque passaggi: il cambio di gusto che la grazia opera nella sensibilità; l’alterazione prodotta dal peccato e la necessità di una guarigione radicale; l’umiltà come vera misura della grandezza umana; la scelta di diventare più piccoli come forma propria della vita battesimale; infine, il carattere continuo della conversione, che non si compie una volta per tutte, ma ricomincia sempre. 

1. Il cambio di gusto 
        Che cosa intendiamo quando parliamo di conversione? È una domanda che merita di essere posta con onestà, perché le risposte possibili sono molte e non tutte ugualmente fedeli al Vangelo. La catechesi tradizionale la descrive come un ritorno a Dio dopo l’allontanamento del peccato. La teologia morale ne sottolinea la dimensione di cambiamento della condotta. La tradizione ascetica insiste sulla necessità di pratiche penitenziali che disciplinino il corpo e la volontà. La Scrittura, da parte sua, utilizza un termine che attraversa e supera tutte queste prospettive: metánoia, cambiamento della mente, del cuore, del modo profondo in cui si percepisce la realtà. Non una semplice correzione di rotta, ma una trasformazione dello sguardo. Non soltanto una revisione dei comportamenti, ma una rivoluzione della sensibilità. 
        Chi ha ragione? In qualche misura, tutti. Ma c’è un ordine da rispettare. Comprendere dove comincia davvero la conversione – quale sia il suo punto sorgivo – non è una questione teorica. È il problema più concreto che esista. Se sbagliamo il punto di partenza, rischiamo di costruire su fondamenta fragili. 

 Sappiamo che la conversione evangelica è anzitutto iniziativa di Dio, alla quale l’uomo è chiamato a partecipare con tutta la sua libertà. Non è né pura passività né pura conquista. È una risposta: la risposta più adeguata che un essere umano possa dare alla grazia che lo precede e lo chiama. La conversione accade nel punto più intimo della nostra natura, là dove l’immagine di Dio impressa in noi attende di essere risvegliata. È come se qualcosa, a lungo rimasto silenzioso, tornasse improvvisamente a vibrare. È qui che l’esperienza di Francesco d’Assisi si rivela preziosa. Nel suo Testamento, dettato pochi mesi prima della morte, egli scrive così: «Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così. Quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo» (Testamento, Fonti Francescane 110). Nel ricordare le tappe essenziali del suo cammino, Francesco per prima cosa afferma che l’iniziativa è tutta del Signore. È Dio che gli ha donato di iniziare a fare penitenza, cioè di entrare in un cammino di conversione. Il “fare penitenza” di cui parla Francesco non va inteso come un esercizio ascetico con cui meritare la grazia di una nuova relazione con Dio. Allude piuttosto a un completo cambiamento di sensibilità: un nuovo modo di guardare se stessi, gli altri e la realtà alla luce del Vangelo. Questo cambiamento comincia in modo molto concreto: quando egli inizia ad avere misericordia degli altri. È il centro del suo racconto. In quell’incontro con i lebbrosi il giovane Francesco sperimenta un definitivo rovesciamento di gusto: scopre una dolcezza inattesa proprio là dove non la cercava e dove nemmeno si aspettava di trovarla. Nel momento in cui si dona gratuitamente ai più poveri della società, dimenticando per la prima volta se stesso, Francesco trova la risposta a quel disagio che abitava il suo cuore: l’amarezza di una vita piena di molte cose ma ancora vuota del suo valore essenziale. Quell’incontro provoca in lui un terremoto interiore: ciò che prima gli sembrava amaro è diventato dolce. Questo è il cuore della conversione: non anzitutto un atto della volontà, ma una trasformazione interiore, un misterioso mutamento della sensibilità. Questo cambiamento non elimina la nostra partecipazione; la rende più vera, più libera, più gioiosa. Lo sforzo non scompare, ma cambia di segno. La conversione non è più il tentativo di raddrizzare la vita con le proprie forze, ma la risposta a una grazia che ha ridefinito i parametri del nostro modo di percepire, di giudicare e di desiderare. Pensiamo, invece, a cosa accade quando questo passaggio manca. Se fossimo costretti ogni giorno a mangiare cibi di cui non abbiamo mai apprezzato il sapore, potremmo farlo per disciplina, per un certo tempo, ma senza gioia e con crescente fatica. Se qualcuno coltivasse una passione senza averne mai sperimentato il piacere e la risonanza interiore, finirebbe presto per viverla
..
Leggi:

venerdì 20 marzo 2026

ENZO BIANCHI: Lì dove il Signore si manifesta

Lì dove il Signore si manifesta
di Enzo Bianchi

Dio è presente in spirito e verità ovunque, ma in alcuni luoghi o occasioni, come l’adorazione eucaristica, la sua presenza si fa più sensibile


Famiglia Cristiana - 15  Marzo 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?


Purtroppo, nonostante se ne parli tanto e con frequenza, nella vita del cristiano di oggi è poco presente l’adorazione. Anche quelli che pregano intensamente rivolgendosi al Signore con la liturgia, con il Rosario, con diverse iniziative di preghiera, in verità lasciano poco spazio all’adorazione, la comprendono poco e quindi non la praticano. Eppure l’adorazione è nella preghiera cristiana l’azione elementare, semplice: mettersi in silenzio davanti a Dio e riconoscerlo vivente, sentire che Dio è un “tu” davanti al quale si sta con umiltà pronti all’ascolto. Tante volte nella Bibbia ci viene testimoniato che il credente adora, riconosce la divina presenza. Confesso che fin da piccolo fui iniziato a percepire la divina presenza in chiesa, nel tabernacolo, più tardi anche in altri luoghi come la natura nella sua gloria: sempre però ero assalito da un fremito non di paura, non di timore, ma dalla percezione che Dio era presente e che richiedeva il riconoscimento della sua divina presenza. Ancora adesso non riesco ad andare in chiesa o ad attraversarla senza fare un profondo inchino: sì, è la divina presenza che voglio riconoscere! Non ci sono nell’adorazione parole, non ci sono grandi gesti ma un inchino, un sussurrare nel cuore: “Sì, tu sei il mio Dio e io sto davanti a te, alla tua presenza”.

Sempre si può adorare il signore, in ogni momento e in ogni luogo e dall’adorazione possono sgorgare ascolto innanzitutto, fiducia in Dio, intimità con lui. Principio di sapienza è il discernimento della presenza di Dio!

(Fonte: Blog dell'autore)

Tra angoscia e speranza

Tra angoscia e speranza

Oltre un milione gli sfollati in Libano a causa della guerra, 350.000 sono bambini, denuncia l’Unicef. Le parti confermano però spiragli per una nuova trattativa


Paura, dolore, negli occhi la disperazione di chi ormai da anni vive sotto la minaccia delle armi, oltre che di una persistente crisi economica e sociale. Con il timore di non sapere come sarà la vita il giorno dopo, dove trovare riparo, cosa mettere in tavola per i propri figli, e se questi ultimi possano continuare ad andare a scuola.

È un dramma oltre ogni immaginazione, quello degli sfollati in Libano, acuitosi da quando il Paese è tornato al centro del conflitto in Medio Oriente dopo l’inizio degli attacchi di Usa e Israele contro l’Iran, e nonostante il cessate-il-fuoco che era stato raggiunto tra Tel Aviv e Hezbollah nel novembre 2024. Si fugge dalle bombe, dai raid, dalle frequenti operazioni via terra da parte dell’Idf.

Il flusso di persone in cerca di un briciolo di sicurezza e serenità ammonta ormai a oltre un milione. Di questi, 350.000 sono bambini. Decine di migliaia di famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie case, cercando posto in centri di per sé già sovraffollati e nelle scuole — circa 500 — che lo Stato ha messo a disposizione come rifugi nei quartieri settentrionali di Beirut e nelle aree del nord del Paese. Mentre, per le strade, su tutto il territorio, crescono anche gli shelter improvvisati.

I numeri e la denuncia arrivano da Unicef Libano in un messaggio pubblicato su X, nel quale si specifica che chi scappa manca di tutto: assistenza sanitaria, cibo, acqua, sostegno psico-sociale per provare a superare il trauma del conflitto. In totale, dal 2 marzo fa sapere l’Agenzia Onu per l’infanzia in una nota odierna, sono state consegnate 800 tonnellate di articoli di prima necessità, raggiungendo circa 150.000 persone. Tuttavia, «gli ospedali sono al collasso e, senza un sostegno urgente, la capacità di fornire cure salvavita ai bambini sarà gravemente compromessa», è l’allarme.

Il prezzo più alto, come sempre, lo pagano infatti i deboli e gli indifesi: donne, anziani e, appunto, i piccoli. Ma i bambini, che già non hanno la possibilità di frequentare le scuole, «non possono permettersi ulteriori ritardi. I bambini devono essere protetti. Adesso!», è l’accorato appello dell’Unicef. Che evidenzia come a tutto ciò — «con l’intensificarsi delle ostilità e degli spostamenti» — si aggiunga anche «il rischio per molti minori «di essere separati dalle loro famiglie», aggravando il fenomeno tragico dei bambini scomparsi.

Senza dimenticare che il dramma dei profughi di oggi si innesta sul dramma dei profughi di ieri. Perché nel Paese da oltre 10 anni sono ospitati ancora oltre un milione di siriani. Spinti, ora, a una sorta di immigrazione di ritorno: molti di loro si dirigono verso il confine per provare a rientrare a Damasco (secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni sarebbero già tornati in 120.000); mentre altri tentano di trovare protezione nei centri-rifugio, dove però — sottolineano diverse fonti umanitarie locali — non è facile farli accogliere. Chi era scappato dalla guerra in Siria scoppiata nel 2011 sopporta, dunque, una doppia vulnerabilità.

Una situazione generale che fa esplodere la rabbia e la frustrazione della popolazione, che si sente trascinata da Hezbollah in un conflitto non voluto: il gruppo filo-iraniano infatti non ha proceduto al disarmo entro la fine del 2025, come previsto dall’accordo di tregua, né ha dato seguito alle continue richieste in tal senso da parte del presidente, Joseph Aoun, e del premier, Nawaf Salam. Anche la Commissione Ue, dopo aver espresso preoccupazione per la crisi umanitaria, ha condannato «il rifiuto di Hezbollah di consegnare le armi e la prosecuzione degli attacchi indiscriminati contro Israele, che stanno trascinando il Libano in una spirale di violenza in una guerra che né il Paese né il suo popolo hanno scelto», e denunciato al contempo «gli attacchi contro civili, infrastrutture, personale sanitario, strutture mediche e pure contro l’Unifil», definiti «ingiustificati e inaccettabili». Posizione sostanzialmente analoga a quella espressa pure dal Consiglio europeo.

Mentre Israele e Libano annunciano con i loro negoziatori di voler tentare di tornare a un tavolo delle trattative, la popolazione spera. E, intanto, cerca riparo dove può, sfibrata da un conflitto per il quale attende solo la parola “pace”.

Sul campo, però, la violenza continua. Stamattina raid israeliani hanno colpito il sud, in particolare Bafliyeh e Hanine nei distretti di Tiro e Bint Jbeil, riferisce l’agenzia Nna. Ieri bombe su Qabrikha e Toulene, nella zona di Marjayoun. L’Idf ha comunicato l’uccisione di 20 miliziani filo-iraniani in un’operazione di terra nelle aree meridionali, e altre 4 vittime a Chaat, nell’est. Hezbollah ha risposto lanciando razzi su Kiryat Shmona, nel nord di Israele. I morti dalla ripresa del conflitto sono già oltre 1.000, ha dichiarato il ministero della Salute libanese. Tra questi 79 donne, 118 bambini e 40 operatori sanitari, mentre 2.584 sono i feriti.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Roberto Paglialonga 20 marzo 2026)

20 marzo Giornata Internazionale della Felicità - Tema del 2026 il rapporto tra social media e benessere - Proposta innovativa “Atlante emotivo dei diritti”

20 marzo Giornata Internazionale della Felicità 
Tema del 2026 il rapporto tra social media e benessere


Si celebra ogni anno il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, istituita nel 2012 dall’ONU per riconoscere la felicità e il benessere come obiettivi universali. Un invito rivolto a governi e cittadini ad andare oltre il solo PIL, promuovendo politiche inclusive, sostenibili e attente alla qualità della vita.

L’idea nasce dal Bhutan, che da anni misura la “Felicità Nazionale Lorda” invece della sola ricchezza economica. Non è casuale la scelta della data: il 20 marzo coincide con l’inizio della primavera nell’emisfero nord, simbolo di rinascita, luce e speranza.

Il tema 2026: social media e felicità

Per il 2026 il focus è dedicato al rapporto tra social media e benessere. Il World Happiness Report, pubblicato proprio in questi giorni, analizza come piattaforme come Instagram e TikTok influenzino il nostro umore.

Da un lato, i social favoriscono connessioni, supporto emotivo e accesso a contenuti motivazionali. Dall’altro, espongono a rischi concreti: confronto sociale, FOMO, cyberbullismo e dipendenza da like, soprattutto tra i più giovani. Diversi studi evidenziano che un uso eccessivo – oltre le 2-3 ore al giorno – può ridurre la soddisfazione personale.

Il messaggio è chiaro: usare la tecnologia in modo consapevole, privilegiando interazioni autentiche e contenuti positivi.

Benessere digitale e vita quotidiana

Il concetto di benessere digitale è oggi centrale. Impostare limiti di tempo, disattivare notifiche non essenziali e selezionare con cura ciò che si guarda e si condivide sono strategie semplici ma efficaci per proteggere l’equilibrio emotivo.

La felicità, del resto, non è uno stato permanente ma il risultato di abitudini quotidiane: praticare gratitudine, coltivare relazioni autentiche, muoversi all’aria aperta e ritagliarsi momenti di consapevolezza aiutano a migliorare il benessere nel tempo.

Le relazioni umane restano il pilastro fondamentale della felicità. Numerosi studi dimostrano che legami solidi migliorano la qualità della vita e la salute. In questo senso, il tema 2026 invita a distinguere tra connessioni virtuali e rapporti reali: un “like” non sostituisce una conversazione o un gesto di vicinanza.

Felicità e salute

Il benessere emotivo ha effetti diretti anche sulla salute fisica: rafforza il sistema immunitario, riduce lo stress e contribuisce a prevenire diverse patologie. Anche piccoli accorgimenti, come evitare il cosiddetto “doomscrolling” serale, possono migliorare il sonno e l’umore.

In tutto il mondo, il 20 marzo è segnato da eventi, iniziative e campagne dedicate: workshop, incontri, attività nelle scuole e sui social. Partecipare è semplice: basta un gesto di gentilezza, un messaggio positivo o una telefonata a una persona cara.

La Giornata Internazionale della Felicità è soprattutto un promemoria: la felicità si costruisce ogni giorno, con scelte consapevoli, relazioni autentiche e un uso equilibrato della tecnologia.

Coltivare la felicità, una pratica quotidiana in cinque step

Trasformare il benessere in un'abitudine quotidiana non richiede ore di pratica. Bastano pochi minuti di consapevolezza ogni giorno per creare un cambiamento duraturo. Petit BamBou propone questo rituale in cinque step che può essere integrato nella vita quotidiana e ripetuto con costanza per favorire l'equilibrio emotivo e il benessere interiore.
  • 1. Pratica la gratitudine
Una volta al giorno, prenditi un momento per riconoscere qualcosa di cui sei grato. Puoi farlo al mattino appena sveglio o alla sera prima di andare a dormire. Può essere un pensiero silenzioso o una breve nota scritta. Ciò che conta è portare la tua attenzione su ciò che è già presente.
  • 2. Semina gentilezza spontanea
Scegli un semplice gesto di gentilezza: un sorriso, un messaggio premuroso, una parola gentile o un piccolo aiuto. Questi gesti fanno bene sia a chi li compie che a chi li riceve e aiutano a creare un senso di connessione durante la giornata.
  • 3. Allena lo sguardo alla bellezza
Cerca consapevolmente la bellezza in ciò che ti circonda, negli altri e in te stesso. Può trattarsi di un dettaglio, di un momento o di un atteggiamento. Allenare la tua attenzione in questo modo ti aiuta a cambiare prospettiva e ti apre le porte alla gioia quotidiana.
  • 4. Ritrova l'equilibrio interiore con il respiro
Nei momenti di difficoltà o stress, fermati e concentrati sul tuo respiro. Alcuni respiri lenti e consapevoli possono diventare un “rifugio interiore”, aiutandoti a rimanere presente e a ritrovare un senso di calma e stabilità.
  • 5. Assapora il momento
Almeno una volta al giorno, fermati e vivi appieno ciò che sta accadendo. Fermati, senti e concediti di riconoscere il valore del momento, anche se solo per un attimo. Imparare ad assaporare trasforma le esperienze ordinarie in fonti di gioia autentica.

Le pratiche per ritrovare presenza e serenità

Per la Giornata Mondiale della Felicità, Richard Romagnoli propone alcune pratiche quotidiane che aiutano a ritrovare lucidità mentale e a ridurre la tensione emotiva.
  • 1. I cinque minuti di orientamento interiore.
Prima che la giornata inizi a trascinarti nel ritmo frenetico delle attività quotidiane, fermati per cinque minuti. È un momento prezioso per orientare la mente e il tuo stato interiore. Chiediti perché la giornata che sta iniziando vale la pena di essere vissuta: ogni incontro, ogni conversazione e ogni esperienza possono diventare un’opportunità per esprimere il meglio di te. Anche quando emergeranno imprevisti o momenti di tensione, ricordati questo orientamento iniziale: la giornata non è qualcosa che semplicemente ti accade, ma uno spazio in cui puoi scegliere il tuo atteggiamento.
  • 2. Respirazione consapevole.
Cinque minuti di respirazione lenta e profonda possono cambiare il tuo stato mentale. Inspira lentamente dal naso ed espira dalla bocca lasciando che il respiro rallenti naturalmente. Questo semplice esercizio aiuta il corpo a rilassarsi e la mente a ritrovare chiarezza.
  • 3. La pratica dell’auto-abbraccio.
Porta la mano destra sotto l’ascella sinistra e con il braccio sinistro abbraccia la spalla destra, come se ti stessi dando un piccolo abbraccio. Rimani così per qualche respiro lento. In questo gesto accadono tre cose molto semplici ma importanti:
· Il corpo percepisce sicurezza, la pressione delle braccia sul petto manda al cervello il segnale che va tutto bene. Il sistema nervoso si calma e il respiro diventa più lento.
· Si riduce la tensione emotiva: il cervello diminuisce la produzione degli ormoni dello stress e aumenta le sostanze legate alla sensazione di benessere.
· Ti riconnetti con te stesso: è un gesto di auto-accoglienza. Il corpo riceve il messaggio: sono qui, mi sostengo, mi prendo cura di me.
In un contesto storico in cui l’attenzione è spesso catturata da ciò che non funziona, fermarsi a coltivare momenti di presenza, calma e consapevolezza può diventare un gesto rivoluzionario. Non servono cambiamenti radicali o grandi trasformazioni: a volte bastano pochi minuti, un respiro più lento, uno spazio dedicato a se stessi. È proprio da queste piccole scelte quotidiane che può nascere una nuova qualità dello stare al mondo. Perché la felicità, più che un traguardo da raggiungere, può diventare un modo diverso di attraversare la vita, un passo alla volta.

Quale è il Paese più felice del mondo 2026?

La Finlandia è il Paese più felice del mondo, per il nono anno consecutivo. Lo dice il World Happiness Report 2026, rapporto annuale promosso dalle Nazioni Unite che considera sei fattori: PIL pro capite, aspettativa di vita, sostegno sociale, libertà di scelta, possibilità di contare sugli altri e percezione della corruzione. L’Italia è al 38esimo posto.

I paesi nordici dominano la classifica, con Islanda, Danimarca, Svezia e Norvegia che, insieme alla Finlandia, occupano cinque delle prime sei posizioni quest’anno. Il Costa Rica si è classificato quarto, entrando per la prima volta nella top five e raggiungendo il miglior piazzamento di sempre per un Paese latinoamericano. Ultimo l’Afghanistan, devastato dal ritorno dei talebani e dalla guerra.

Il rapporto prende in conto una media di tre anni, in modo da ridurre i picchi causati da guerre o altri eventi estremi: forse in parte così si spiega l’ottavo posto di Israele (contro il 97° posto dell’Iran e il 141° del Libano, fra le ultime posizioni).

Fra i paesi sviluppati gli Stati Uniti si classificano al numero 23° posto, la Gran Bretagna al 29°, l’Irlanda al 13°, la Germania al 17°, la Francia al 35° (tre posti prima dell’Italia) e la Spagna al 41° (tre posti dopo).
(fonti varie dal web)

*********

Proposta innovativa “Atlante emotivo dei diritti”


Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende restituire alla Giornata Internazionale della Felicità (20 marzo), istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione A/RES/66/281, una densità culturale e pedagogica spesso offuscata da narrazioni superficiali e mediaticamente semplificate. In un panorama comunicativo che tende a banalizzare il concetto di felicità riducendolo a slogan o a rappresentazione estetica del benessere, si impone con urgenza una riflessione più rigorosa, capace di ricollocare la felicità all’interno del lessico dei diritti e delle responsabilità collettive.

La felicità, in questa prospettiva, non è un dispositivo retorico né una condizione privatizzata, ma una categoria interpretativa complessa che attraversa le politiche pubbliche, i sistemi educativi e le dinamiche sociali. Essa si configura come indicatore qualitativo della tenuta democratica di una comunità, della sua capacità di garantire condizioni di vita dignitose, accesso equo alle opportunità e riconoscimento delle differenze. Parlare di felicità in ambito scolastico significa, dunque, educare a una consapevolezza critica che sappia decostruire le narrazioni dominanti e restituire centralità alla dimensione etica e relazionale del vivere insieme.

In tale contesto, il sistema educativo è chiamato a un salto di qualità che non può limitarsi alla trasmissione di contenuti, ma deve configurarsi come spazio generativo di senso, capace di formare soggetti consapevoli e responsabili. La scuola diventa così un luogo di mediazione culturale in cui la felicità viene interrogata, problematizzata e ricostruita attraverso il confronto tra esperienze, saperi e visioni del mondo. È in questa tensione tra individuo e collettività che si radica la possibilità di un’educazione autenticamente orientata ai diritti umani.

In questa direzione, il Coordinamento propone una sperimentazione didattica originale denominata “Atlante emotivo dei diritti”, concepita come dispositivo educativo e comunicativo capace di integrare dimensione cognitiva, emotiva e digitale. Gli studenti sono coinvolti nella costruzione di una mappa interattiva della felicità globale che non si limita alla rappresentazione di dati statistici, ma li intreccia con narrazioni vissute, testimonianze dirette e percezioni soggettive provenienti da contesti differenti. L’elemento di radicale innovazione risiede nella trasformazione della classe in una redazione diffusa, in cui gli studenti assumono il ruolo di ricercatori, narratori e mediatori culturali, producendo contenuti che dialogano con il territorio e con una rete più ampia di interlocutori.

Questo processo attiva una dinamica di apprendimento che supera la tradizionale separazione tra sapere e vissuto, tra informazione e significato, favorendo lo sviluppo di una competenza critica capace di leggere la complessità del reale. La felicità emerge così non come dato astratto, ma come costruzione sociale situata, continuamente negoziata e ridefinita.

Alla luce di queste considerazioni, il CNDDU ritiene necessario promuovere una rinnovata alleanza tra scuola, media e istituzioni, affinché la Giornata Internazionale della Felicità non resti confinata a una dimensione celebrativa, ma diventi un dispositivo permanente di riflessione pubblica. Si propone, in tal senso, l’avvio di un osservatorio educativo nazionale sulla percezione della felicità tra i giovani, alimentato dai contributi delle scuole e strutturato come piattaforma aperta di analisi, narrazione e confronto. Tale iniziativa consentirebbe di restituire voce alle nuove generazioni, trasformando le loro esperienze in materia viva per l’elaborazione di politiche educative più aderenti ai bisogni reali.

Educare alla felicità, in ultima istanza, significa ridefinire il patto educativo in chiave profondamente democratica, riconoscendo che il benessere individuale è inseparabile dalla qualità delle relazioni sociali e dalla giustizia dei contesti in cui si vive. È in questa consapevolezza che la scuola può tornare a essere non solo luogo di istruzione, ma spazio politico nel senso più alto del termine, in cui si forma la capacità di immaginare e costruire un futuro condiviso.

Prof. Romano Pesavento
Presidente Nazionale CNDDU
(fonte: Politicamente Corretto 19/03/2026)
 

giovedì 19 marzo 2026

ALESSANDRO D'AVENIA: Collezionisti di neve

Collezionisti di neve
di Alessandro D'Avenia



pubblicato su il Corriere della Sera -del 23 febbraio 2026

«Ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali. E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne», questa frase all’inizio del capolavoro di Vasilij Grossman, Vita e Destino, mi ha sempre illuminato perché coglie la logica del creato.

Mi è tornata in mente guardando le Olimpiadi invernali: tante vite riunite in quella microscopica cattedrale che è il fiocco di neve. Un miracolo architettonico che infatti affascinò Johannes Keplero che, mentre scopriva le leggi che regolano le enormi masse dei corpi celesti che abbiamo studiato a scuola, scriveva un saggio su un altro corpo celeste, ma microscopico. «De nive sexangula» (Sulla neve a sei angoli, 1611) è infatti un libretto maturato negli inverni praghesi e ispirato dalla domanda: perché i fiocchi di neve cadono in forma esagonale e a sei raggi? Per rispondere Keplero pose con secoli d’anticipo le basi della cristallografia (struttura della materia) e dell’impacchettamento delle sfere (congettura di Keplero). Due secoli dopo di lui fu un ragazzino del Vermont ad andare oltre, chiedendosi come mai, nonostante una struttura così stabile che fa sembrare i fiocchi di neve tutti uguali, non ce ne siano di fatto due identici: norma ed eccezione, schema e variazione, essenza ed esistenza. Come ciascuno di noi.

Il breve saggio di Keplero, in latino, univa fisica, matematica e filosofia, ed era una strenna natalizia (regali tra geni) per un amico matematico, quando le intelligenze non erano artificiali ma carnali e non separavano ciò che lo stupore tiene insieme: scienza, umanesimo e fede (Keplero era anche un teologo cristiano). Partendo dall’assunto che in natura nulla è casuale, perché «in principio era il logos» (Gv 1), cercava la causa della «logica» ferrea (la forma esagonale) dei fiocchi di neve, anche per la somiglianza con strutture simili in natura: alveari, melograni, minerali…

Keplero, pur non conoscendo la struttura molecolare dell’acqua, aveva intuito che quella geometrica bellezza, la cui causa era ancora invisibile per motivi tecnologici, celasse una logica. E oggi infatti sappiamo che la struttura dell’acqua è una rete esagonale dovuta ai legami tra le molecole, un’impalcatura che le forze elettromagnetiche rendono stabile ed efficiente.

Ci aspetteremmo allora fiocchi tutti uguali, invece da una sola forma di base hanno origine infiniti esiti, come un inesauribile tema musicale su cui la vita fa le sue variazioni. Infatti una micro-particella di pulviscolo atmosferico, organica (batteri, spore…) o inorganica (polvere), attira l’acqua che a certe temperature cambia di stato, la condensazione in caduta poi cresce attraversando ambienti diversi per temperatura, umidità, correnti e altre collisioni. Così la struttura esagonale di base si stratifica in combinazioni illimitate, tanto che è praticamente impossibile che due fiocchi, anche vicini, siano identici.

Alla fine del 1800, quelle infinite configurazioni colpirono un quindicenne di una solitaria fattoria del Vermont, in America. Si chiamava Wilson Bentley e passava il tempo a osservare con un vecchio microscopio trovato in soffitta tutto quello che lo affascinava nei boschi attorno, per poi disegnarlo. Ciò che lo incuriosiva di più però cadeva dal cielo, i fiocchi di neve, ma si scioglievano troppo rapidamente per poterli osservare e disegnare: «Quando avevo diciassette anni, mia madre convinse mio padre a comprarmi macchina fotografica e microscopio, che ho poi unito nell’apparecchiatura che uso ancora oggi. Costarono, già allora, cento dollari! Mio padre detestava spendere tutto quel denaro per ciò che gli sembrava il ridicolo capriccio di un ragazzino. Ma mia madre riuscì a convincerlo, anche se lui non arrivò mai a credere che ne fosse valsa la pena. Lui e mio fratello maggiore hanno sempre pensato che stessi solo perdendo tempo, trafficando con i fiocchi di neve!» (D.C.Blanchard, The Snowflake Man).

Studiandoli, disegnandoli, fotografandoli e catalogandoli in base alle condizioni di formazione, Wilson divenne non solo fotografo professionista in micro-grafie ma il pioniere della fisica delle nuvole. Il suo marchingegno capace di fotografare i fiocchi prima che si sciogliessero permise di fermare una bellezza tanto fugace quanto immortale, proprio perché irripetibile. Lo fece per tutta la vita «collezionando» migliaia di fiocchi. A conferma del detto chestertoniano che le persone si spengono non per mancanza di meraviglie, ma di meraviglia, Wilson raccontava così la sua folgorazione adolescenziale: «Fui rapito dal desiderio di mostrare alle persone qualcosa di quella bellezza e dall’ambizione di diventarne, in qualche modo, il custode».

Una definizione perfetta di vocazione: bellezza ricevuta, da custodire e comunicare.

E così si meritò il soprannome di Snowflake Man, titolo scritto anche sulla sua lapide. Poco prima di morire uscì il lavoro di una vita, Snow Crystals, con 2453 micro-grafie di fiocchi tutti diversi, una galleria che fa impallidire i nostri musei e ha ispirato scienziati, architetti, stilisti, gioiellieri, poeti, decoratori… perché come diceva Bentley: «I fiocchi di neve non ci raggiungono solo per rivelarci la bellezza di ciò che in natura è microscopico, ma per insegnarci che tutta la bellezza terrena è fugace. Però, benché quella della neve sia passeggera come i colori dell’autunno o del cielo serale, se passa è solo per tornare ancora».

Le difficilissime evoluzioni del pattinaggio, le impossibili linee dello sci, le millimetriche strategie del curling, sono solo l’eco di «microscopici miracoli», come Bentley chiamava i fiocchi di neve. Aveva ragione Grossman, la vita è viva solo quando può essere unica: persino un silenzioso e fugace fiocco di neve non ha eguali. Un invisibile granello di pulviscolo vestito di infinite trame di cristalli celesti sussurra a chi, come Keplero e Wilson, sa ascoltare la sottile lingua del creato: a che punto sei della tua irripetibile discesa sulla Terra?

(Fonte: blog dell'autore)

UDIENZA GENERALE 18/03/2026 Papa Leone XIV: La vera pace prevalga tra tutti i popoli

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 18 marzo 2026

********************

Papa Leone XIV:
La vera pace prevalga tra tutti i popoli

All’udienza generale il Papa prosegue le riflessioni sui documenti conciliari e torna a soffermarsi sulla «Lumen gentium»


«La vera pace possa prevalere tra tutti i popoli». L’auspicio di Leone XIV è risuonato stamani al termine dell’udienza generale in piazza San Pietro. Salutando i diversi gruppi di fedeli presenti, «in particolare quelli provenienti dal Medio Oriente», il Pontefice ha sottolineato il compito che ogni cristiano è chiamato a portare avanti: «essere strumento di pace, amore e riconciliazione». Vivendo infatti un’esistenza «ispirata ai valori cristiani», ha aggiunto, si può essere «strumenti di pace nella società».

In precedenza, con i circa venticinquemila fedeli presenti e con quanti erano collegati attraverso i media, il vescovo di Roma aveva proseguito il ciclo di catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II.

E tornando a soffermarsi sulla Costituzione dogmatica Lumen gentium, aveva riflettuto su «La Chiesa popolo sacerdotale e profetico». «Risvegliamo in noi la consapevolezza e la gratitudine di aver ricevuto il dono di far parte del popolo di Dio — aveva detto —; e anche la responsabilità che questo comporta». Ogni battezzato, infatti, «è soggetto attivo di evangelizzazione, chiamato a dare coerente testimonianza di Cristo».
(fonte: L'Osservatore Romano 18/03/2026).

********************

LEONE XIV

Catechesi. I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Lumen gentium. 
4. La Chiesa popolo sacerdotale e profetico
 
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Oggi vorrei soffermarmi ancora sul secondo capitolo della Costituzione conciliare Lumen gentium (LG), dedicato alla Chiesa come popolo di Dio.

Il popolo messianico (LG, 9) riceve da Cristo la partecipazione all’opera sacerdotale, profetica e regale in cui si attua la sua missione salvifica. I Padri conciliari insegnano che il Signore Gesù ha istituito mediante la nuova ed eterna Alleanza un regno di sacerdoti, costituendo i suoi discepoli in un «sacerdozio regale» (1Pt 2,9; cfr 1Pt 2,5; Ap 1,6). Questo sacerdozio comune dei fedeli viene donato con il Battesimo, che ci abilita a rendere culto a Dio in spirito e verità e a «professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa» (LG, 11). Inoltre, attraverso il sacramento della Confermazione o Cresima, tutti i battezzati «vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’opera, come veri testimoni di Cristo» (ibid.). Questa consacrazione sta alla radice della comune missione che unisce i ministri ordinati e i fedeli laici.

In proposito, Papa Francesco così osservava: «Guardare al popolo di Dio è ricordare che tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa come laici. Il primo Sacramento, quello che suggella per sempre la nostra identità, e di cui dovremmo essere sempre orgogliosi, è il Battesimo. Attraverso di esso e con l’unzione dello Spirito Santo, [i fedeli] “vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo” (LG, 10), sicché tutti noi formiamo il santo Popolo fedele di Dio» (Lettera al Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, 19 marzo 2016).

L’esercizio del sacerdozio regale avviene in molti modi, tutti tesi alla nostra santificazione, anzitutto partecipando all’offerta dell’Eucaristia. Mediante la preghiera, l’ascesi e la carità operosa testimoniamo così una vita rinnovata dalla grazia di Dio (cfr LG, 10). Come sintetizza il Concilio, «l’indole sacra e la struttura organica della comunità sacerdotale vengono attuate per mezzo dei sacramenti e delle virtù» (LG, 11).

I Padri conciliari insegnano poi che il popolo santo di Dio partecipa anche della missione profetica di Cristo (cfr LG, 12). In questo contesto introduce il tema importante del senso della fede e del consenso dei fedeli. La Commissione Dottrinale del Concilio precisava che questo sensus fidei «è come una facoltà di tutta la Chiesa, grazie alla quale essa nella sua fede riconosce la rivelazione tramandata, distinguendo tra il vero e il falso nelle questioni di fede, e contemporaneamente penetra in essa più profondamente e più pienamente l’applica nella vita» (cfr Acta Synodalia, III/1, 199). Il senso della fede appartiene dunque ai singoli fedeli non a titolo proprio, ma quali membra del popolo di Dio nel suo insieme.

Lumen gentium concentra l’attenzione su quest’ultimo aspetto e lo mette in relazione all’infallibilità della Chiesa, a cui inerisce, servendola, quella del Romano Pontefice. La totalità dei fedeli, che hanno ricevuto l’unzione dal Santo (cfr 1Gv 2,20.27) non può sbagliarsi nel credere e manifesta questa sua proprietà particolare mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di morale (cfr LG, 12). La Chiesa, dunque, come comunione dei fedeli che include ovviamente i pastori, non può errare nella fede: l’organo di questa sua proprietà, fondato sull’unzione dello Spirito Santo, è il soprannaturale senso della fede di tutto il popolo di Dio, che si manifesta nel consenso dei fedeli. Da questa unità, che il Magistero ecclesiale custodisce, consegue che ciascun battezzato è soggetto attivo di evangelizzazione, chiamato a dare coerente testimonianza di Cristo secondo il dono profetico che il Signore infonde a tutta la sua Chiesa.

Lo Spirito Santo, che ci viene da Gesù Risorto, dispensa infatti «tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa» (LG, 12). Una dimostrazione peculiare di tale vitalità carismatica è offerta dalla vita consacrata, che continuamente germoglia e fiorisce per opera della grazia. Anche le forme associative ecclesiali sono esempio luminoso della varietà e della fecondità dei frutti spirituali per l’edificazione del Popolo di Dio.

Carissimi, risvegliamo in noi la consapevolezza e la gratitudine di aver ricevuto il dono di far parte del popolo di Dio; e anche la responsabilità che questo comporta.

__________________________________

Saluti:
...

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare saluto i fedeli di Riva presso Chieri e di Rosciano, i Funzionari dell’Ispettorato di Pubblica Sicurezza “Palazzo Chigi” di Roma, gli allievi della Scuola Sottufficiali della Marina Militare di Taranto, il Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta, l’Industria Fiasconaro di Castelbuono.

Il mio pensiero va infine ai malati, agli sposi novelli e ai giovani, specialmente alla Scuola Cristo Re di Roma e all’Istituto San Giorgio di Pavia. Affido i propositi e le aspirazioni di ciascuno a San Giuseppe, celeste Patrono della Chiesa Universale, del quale celebreremo domani la solennità liturgica.

A tutti la mia benedizione!


Guarda il video

TONIO DELL'OLIO: San Giuseppe patriarca

San Giuseppe patriarca
di Tonio Dell'olio


Chiamatelo pure “patriarca”, ma abbiate il coraggio di rovesciare la parola. Perché Giuseppe di Nazareth non ha nulla a che vedere con il potere maschile che oggi si traveste da tradizione. Il suo patriarcato non domina: custodisce. Non impone: ascolta. Non possiede: ama.

È fatto di silenzio, di sogni che arrivano di notte, di mani sporche di lavoro e di cuore disarmato davanti al mistero. Se davvero potesse parlare, Giuseppe sconfesserebbe senza esitazioni il nostro patriarcato: quello che pretende di dire Dio al maschile, che misura la forza nel controllo, che chiama autorità ciò che spesso è solo paura. Lui, invece, ha imparato accanto a Maria l’arte più difficile: fidarsi dell’impossibile. E sì, diciamolo pure: quell’arte che troppo in fretta liquidiamo come “roba da femminucce”. Forse oggi Giuseppe ci prenderebbe per mano, uno a uno, e ci porterebbe nelle scuole, nei cantieri, nelle case, a reimparare la grammatica dell’amore: rispetto, libertà, reciprocità. Ci insegnerebbe che amare non è trattenere, ma lasciare fiorire. Che nessuno è proprietà di nessuno. E allora, in questa festa del papà, non celebriamo un ruolo: convertiamo uno sguardo. Preghiamo per i maschi, sì — perché imparino a diventare uomini senza armature, padri senza dominio, compagni senza paura. La paternità – quella vera – non è un titolo, è una rivoluzione interiore.

(Fonte: Mosaico dei Giorni - 19.03.2026)