Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



sabato 11 aprile 2026

IN MEZZO “I miei dubbi non fermano il Signore ... Gesù rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere.” - II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

IN MEZZO


I miei dubbi non fermano il Signore... 
Gesù rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere. 


La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. Gv 20,19-31
  
IN MEZZO
 
I miei dubbi non fermano il Signore ... Gesù rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere.

I discepoli erano chiusi in casa per paura. Paura dei Giudei, delle guardie, della folla, dei soldati romani. E anche per paura di se stessi.

E tuttavia Gesù viene. In quella casa dove sono allo stretto, in quella stanza dove manca l’aria, Gesù viene.

Otto giorni dopo sono ancora tutti lì. Venne Gesù a porte chiuse e stette in mezzo a loro… (Gv 20,26). Non a distanza, non sopra, ma ‘in mezzo a loro’.
Otto giorni dopo, secoli dopo è ancora qui, davanti alle mie porte chiuse. Li aveva inviati per le strade, e li ritrova ancora tutti chiusi in quella stanza.

E dice: Pace a voi. Non si tratta di un augurio o una promesse, ma di una affermazione: la pace è, è qui.
È pace sulle vostre paure, sui vostri sensi di colpa, sui sogni non raggiunti, sulle insoddisfazioni che scolorano i giorni. I miei dubbi non fermano il Signore; se ha trovato chiuso, non se n’è andato, ha continuato il suo assedio per me, e questo mi consola. Gesù si consegna ancora ai discepoli facili alla viltà e alla bugia, senza stancarsi di noi.

Qualcuno però va e viene da quella stanza: Tommaso, il coraggioso. Quello che aveva sfidato la città, che era uscito. Tommaso con i piedi per terra: “se non vedo e non tocco, non crederò”. Gesù stesso l’aveva formato alla libertà e alla ricerca. Gesù e Tommaso si cercano.
Tommaso non si era accontentato delle parole degli altri dieci; non di un racconto aveva bisogno, ma di un incontro con il suo Signore. Vuole delle garanzie e ha ragione, perché se Gesù è vivo tutta la sua vita ne sarà sconvolta.
“Guarda, tocca metti qui il tuo dito; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco”. Gesù rispetta la fatica e i dubbi di Tommaso; rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere. Non vuole umiliarlo, ma lo spinge allo stupore, si espone con la meraviglia di quelle ferite aperte da cui non sgorga più sangue ma luce.
La risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi. Perché la morte di croce non è un semplice incidente di percorso da superare: quelle ferite sono la gloria di Dio, il punto più alto dell’amore, e allora resteranno aperte per l’eternità.

Toccami! Il Vangelo non dice che Tommaso abbia davvero toccato e messo il dito nel foro. A lui è bastato quel Gesù che si propone, ancora una volta, con questa umiltà, con questa libertà, che non si stanca di venire incontro, che non molla i suoi neppure se loro l’hanno abbandonato.
È il suo stile, è Lui, non ti puoi sbagliare: “mio Signore e mio Dio”. Tommaso passa dall’incredulità all’estasi. E ripete quel piccolo “mio” che cambia tutto, che non indica possesso, ma legame.

“Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” Una beatitudine per noi che non vediamo, che cerchiamo a tentoni e facciamo fatica; ma che finalmente sento mia, col rischio di essere felice.

La ninna-nanna de la guerra di Trilussa: la poesia che svela una verità ancora attuale

La ninna-nanna de la guerra di Trilussa:
la poesia che svela una verità ancora attuale

Scopri il significato de "La ninna-nanna de la guerra” di Trilussa: una potente poesia che smaschera la barbarie di tutte le guerre.


La ninna-nanna de la guerra di Trilussa è una poesia che attraversa il tempo e continua a interrogare la coscienza di chi legge. Trilussa compie una scelta che spiazza. Usa la forma più dolce che esista, quella della ninna nanna, e la mette accanto alla realtà più dura. Una voce culla un bambino, lo invita a dormire, a non vedere. Fuori, però, il mondo è attraversato da violenza, interessi, decisioni prese lontano da chi le subisce.

È in questo contrasto che la poesia prende forza. Non alza il tono, non cerca effetti. Lascia emergere una verità che si insinua lentamente: mentre qualcuno parla di ideali, di valori, di necessità, c’è sempre qualcun altro che paga il prezzo più alto.

E così, senza bisogno di riferimenti espliciti, la poesia resta vicina anche al presente. Perché ogni volta che il mondo si trova davanti a nuove tensioni, nuove minacce, nuove escalation, tornano gli stessi interrogativi. Chi decide. Chi guadagna. Chi perde. Chi resta.

La poesia non offre risposte consolatorie. Fa qualcosa di più scomodo, costringendo a guardare la guerra per ciò che è, senza filtri. E a riconoscere quanto, sotto linguaggi diversi e scenari diversi, certe dinamiche continuino a ripetersi.

Scritta nel 1914, all’inizio della Prima guerra mondiale, nasce dentro un momento storico preciso, ma riesce a superarlo. Non resta legata a un conflitto, a un’epoca, a una circostanza. Diventa uno sguardo lucido e disarmante su ciò che la guerra è davvero, al di là delle parole con cui viene raccontata.

Leggiamo la poesia di Trilussa per scoprirne il purtroppo sempre attuale significato.

La ninna-nanna de la guerra di Trilussa

Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili

Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.

Chè quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!

La guerra vista nella sua essenza senza nessuna illusione

La Ninna nanna de la guerra di Trilussa è una poesia che sposta lo sguardo. Non racconta la guerra come viene presentata, ma come si manifesta davvero quando la si osserva da vicino, dal punto di vista di chi la subisce.

Dentro i versi prende forma una consapevolezza che attraversa il tempo. La guerra non è mai soltanto ciò che viene dichiarato. Non è solo difesa, identità, appartenenza. È anche un sistema fatto di interessi, equilibri, convenienze. Un sistema in cui il valore della vita umana rischia di diventare secondario.

Trilussa mette in discussione le giustificazioni più ricorrenti. Mostra come le idee, la fede, la razza, la patria, possano essere usate per coprire decisioni che hanno radici molto più concrete. E allo stesso tempo fa emergere un altro elemento, meno visibile ma decisivo: il rapporto tra guerra ed economia, tra conflitto e profitto.

C’è poi un aspetto ancora più amaro, che riguarda ciò che accade dopo. Chi ha contribuito allo scontro torna a parlarsi, a ricostruire relazioni, a pronunciare parole di pace. E intanto resta chi ha pagato il prezzo più alto, spesso senza nemmeno essere ascoltato.

In questo senso la poesia non si limita a essere una denuncia. Diventa una chiave per leggere ciò che accade ogni volta che la violenza viene raccontata come necessaria. Ci invita a guardare sotto le parole, a riconoscere ciò che resta uguale anche quando tutto sembra cambiare.

Una poesia dentro il tempo della guerra

Quando Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa, scrive questi versi siamo nel 1914. L’Europa sta entrando in un conflitto che cambierà profondamente la storia e la percezione stessa della guerra. Anche in Italia il dibattito è acceso, diviso tra chi sostiene l’intervento e chi prova a opporsi.

La poesia entra a far parte della raccolta Lupi e agnelli, pubblicata nel 1919, ma composta negli anni della guerra. Il titolo richiama una dinamica semplice e universale: quella tra chi esercita il potere e chi lo subisce. Ed è proprio dentro questa tensione che si colloca Ninna nanna de la guera.

In un clima culturale in cui alcuni intellettuali esaltano il conflitto come forza capace di rinnovare il mondo, come nel caso di Filippo Tommaso Marinetti o di Gabriele D’Annunzio, Trilussa sceglie una posizione diversa. Non si affida alla retorica, ma a uno sguardo che resta vicino alla realtà delle persone.

È uno sguardo che intercetta una sensazione diffusa, ovvero quella di trovarsi dentro qualcosa di più grande, che avanza e travolge, lasciando poco spazio alla comprensione e ancora meno alla possibilità di scelta.

Una ninna nanna contro la guerra e la barbarie

La poesia si apre con un tono che sembra quasi innocuo. La voce è quella di una ninna nanna, familiare, quotidiana. Un bambino da far dormire, un ritmo che rassicura. Ma già nei primi versi qualcosa si incrina. I nomi evocati, deformati e quasi caricaturali, rimandano ai potenti del tempo.

Figure lontane, trasformate in presenze grottesche, che entrano nella filastrocca come se fossero parte di un mondo irreale. È un modo sottile per ridimensionarli, per togliere loro quell’aura di grandezza con cui vengono raccontati.

Subito dopo, la voce cambia leggermente direzione. Non si limita più a cullare, ma introduce una prima verità: meglio dormire, perché restare svegli significa vedere. Vedere le “infamie”, i “guai”, ciò che accade davvero nel mondo. È un passaggio decisivo. La ninna nanna non protegge soltanto il bambino, ma lo allontana dalla consapevolezza. Come se la realtà fosse troppo dura per essere guardata senza filtri.

Quando la poesia entra nel cuore della guerra, il linguaggio resta semplice, ma il contenuto si fa sempre più netto. Trilussa parla di persone che si uccidono per un comando, per un’idea, per qualcosa che non si vede. La fede, la razza, diventano parole che giustificano, che coprono. Dietro, però, resta l’immagine più crudele: quella di chi guida e osserva, mentre altri combattono e muoiono.

È qui che emerge una delle intuizioni più forti della poesia. La guerra non è soltanto uno scontro tra popoli, ma un meccanismo in cui il potere si protegge e si legittima. Il “Sovrano macellaro” non è una figura lontana e astratta. È il simbolo di un’autorità che decide e, allo stesso tempo, trova sempre un modo per giustificarsi.

Quando compaiono i versi sul “giro de quatrini”, la poesia cambia ancora profondità. Tutto ciò che era stato raccontato fino a quel momento trova una spiegazione ulteriore. Non basta parlare di ideali. C’è anche un sistema economico che si muove, che alimenta la guerra, che la rende conveniente per qualcuno. È una verità che non viene gridata, ma lasciata emergere con naturalezza, quasi fosse evidente.

Nel finale, il tono si fa ancora più amaro. Dopo il “macello”, tutto torna come prima. I potenti si ritrovano, si parlano, ristabiliscono rapporti. La guerra, che per molti è stata perdita totale, per altri diventa un episodio chiuso, superato. E in mezzo resta il popolo, definito con un’ironia che brucia: risparmiato dal cannone, ma non dall’inganno.

La ninna nanna torna allora al suo punto di partenza, ma non è più la stessa. Non è solo un canto per far dormire. È un modo per mostrare quanto la realtà possa essere nascosta, attenuata, resa accettabile. Trilussa non invita davvero a chiudere gli occhi. Al contrario, suggerisce che forse è proprio questo il problema: continuare a dormire mentre tutto accade.

E in questo movimento, così semplice e così preciso, la poesia riesce a fare qualcosa di raro. Non descrive soltanto la guerra. Ne svela il funzionamento umano, quello che resta uguale anche quando cambiano i tempi, i nomi, le armi. Per questo, leggerla oggi non dà la sensazione di guardare al passato, ma di riconoscere qualcosa che continua a ripetersi.

Una ninna nanna che continua a svegliarci

Rileggere oggi La ninna nanna de la guerra significa fare i conti con qualcosa che non riguarda solo la storia, ma il presente continuo dell’essere umano.

Perché ciò che Trilussa mette a nudo non è soltanto la guerra come evento, ma la logica che la rende possibile. Una logica che si ripete, che cambia linguaggio ma non sostanza. Ogni volta troviamo parole nuove per raccontarla – sicurezza, equilibrio, difesa, ordine – ma il meccanismo resta lo stesso: la vita di qualcuno diventa il prezzo necessario per gli interessi di qualcun altro.

E forse la parte più difficile da accettare non è nemmeno questa. È il fatto che tutto questo riesca a essere normalizzato. Che si possa convivere con l’idea della guerra, commentarla, analizzarla, persino giustificarla, senza sentirne davvero il peso umano. È qui che la poesia di Trilussa diventa più scomoda: perché rompe questa distanza, perché costringe a vedere.

La ninna nanna, allora, non è solo un’immagine poetica. È una metafora potentissima. È il modo in cui una società si racconta le cose per renderle sopportabili. È il tentativo di addolcire ciò che non dovrebbe esserlo, di proteggersi dalla realtà invece di affrontarla.

Ma sotto quella voce che culla, resta tutto. Restano i corpi, le vite spezzate, le case perdute, le esistenze interrotte. Restano le conseguenze che non entrano nei discorsi ufficiali, ma che segnano generazioni intere.

Per questo Trilussa continua a parlarci. Non perché anticipi il presente, ma perché ne rivela una struttura profonda, quasi immutabile. Ci ricorda che la guerra non è un’anomalia, ma una possibilità sempre pronta a riemergere quando il potere si separa dalla responsabilità, quando l’altro smette di essere una persona e diventa un numero, una distanza, una strategia.

E allora quella ninna nanna cambia significato. Non è più un canto per far dormire un bambino. È una domanda che resta aperta, rivolta a chi legge: quanto siamo disposti a restare svegli davanti a ciò che accade davvero.
(fonte: Libreriamo, articolo di Saro Trovato 07/04/2026)

*****************

Vedi anche il post:
Enrico Galiano: “Stella stellina” di Ermal Meta e il dolore che non si lascia anestetizzare - Ermal Meta: "una ninna nanna per Gaza" Una canzone "distopica" perché genera sentimenti contrastanti... come la realtà che noi viviamo

Gaza: 2 bambini uccisi o feriti ogni giorno, nonostante la tregua

Gaza: 2 bambini uccisi o feriti ogni giorno, nonostante la tregua

A 6 mesi dal cessate il fuoco la situazione resta drammatica. La denuncia di Save the Children: «Questa non è pace, il piano è fallito»

Mahmoud Shakshak, 36 anni, con i corpi dei suoi due figli Fady, 5 anni, e Sara, 8 anni, 
uccisi nel campo profughi di Al Shatea il 29 ottobre 2025, durante la tregua EPA

A sei mesi dall’accordo di cessate il fuoco a Gaza, la situazione per bambini e bambine nella Striscia resta drammatica: almeno due minori vengono uccisi o feriti ogni giorno. È quanto emerge dal monitoraggio condotto da Save the Children con altre quattro organizzazioni, Consiglio Danese per i Rifugiati, Consiglio Norvegese per i Rifugiati, Oxfam e Refugees International.
I dati raccolti raccontano una realtà ben diversa da quella promessa. Le misure previste per garantire la protezione dei civili, l’accesso agli aiuti umanitari, la libertà di movimento, la ricostruzione e lo sviluppo economico, sono rimaste in gran parte disattese. Nel mentre la popolazione palestinese continua a vivere in condizioni di estrema difficoltà, tra insicurezza alimentare, accesso limitato ai servizi essenziali e continui attacchi. Le restrizioni alla libertà di movimento e gli ostacoli all’ingresso degli aiuti aggravano ulteriormente una crisi già devastante, colpendo in modo particolare bambini e bambine. «Questa non è pace per i bambini di Gaza. L'accordo di cessate il fuoco non si è tradotto in una reale protezione per i minori né ha creato le condizioni per la ripresa», denuncia Inger Ashing, CEO di Save the Children International.

Secondo l’organizzazione, che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro, il piano promosso dall'amministrazione Trump e approvato dalla Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è fallito: non ha infatti garantito protezione ai civili né accesso adeguato agli aiuti.
Per i bambini e le bambine di Gaza, la vita quotidiana resta segnata da privazioni e paura. La carenza di cibo, l’accesso limitato all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari e l’impatto continuo della violenza rendono impossibile una crescita sicura. A questo si aggiungono le conseguenze sulla salute mentale: traumi, stress e insicurezza stanno compromettendo profondamente il benessere psicologico di un’intera generazione. E, nonostante i bisogni crescenti, l’accesso umanitario continua a essere fortemente limitato. «Persino le sue disposizioni umanitarie – le più semplici da attuare – come l’ingresso degli aiuti, continuano a essere ostacolate. Siamo pronti ad ampliare il nostro intervento e a sostenere la popolazione di Gaza, ma dobbiamo poter svolgere il nostro lavoro», ha detto ancora Ashing.
(fonte: Famiglia Cristiana 10/04/2026)


venerdì 10 aprile 2026

Leone XIV: domani il Rosario per la pace, “in quest’ora oscura della storia” - Veglia di preghiera dell’11 aprile. Le Chiese in Italia aderiscono all’invito del Papa

Leone XIV: domani il Rosario per la pace,
“in quest’ora oscura della storia”

Domani il Papa chiama a raccolta il suo popolo per recitare un Rosario per la pace. Alle 18 la veglia di preghiera a San Pietro, che si inserisce nella consuetudine dei suoi predecessori di affidare a Maria le sorti dell’umanità, nei momenti più bui della storia

(Foto Siciliani - Gennari/SIR)

Un Rosario per la pace: Leone XIV, che della pace “disarmata e disarmante” ha fatto la cifra del suo pontificato fin dalle prime parole dalla Loggia delle Benedizioni, chiama ancora una volta a raccolta il suo popolo, domani nella basilica di San Pietro, per aprire uno spiraglio di speranza “in quest’ora oscura della storia” dilaniata dalle guerre. Lo aveva già fatto il 24 settembre scorso, quando al termine dell’udienza generale aveva lanciato un appello a pregare ogni giorno, nel mese di ottobre, il Rosario per la pace, annunciando a sorpresa ai fedeli che lo avrebbe presieduto l’11 ottobre 2025 in piazza San Pietro, nel contesto del Giubileo della spiritualità mariana: una data scelta non a caso, poiché coincide con il giorno in cui la Chiesa celebra la memoria di San Giovanni XXIII – autore della Pacem in Terris – e commemora l’anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II. La pace, aveva detto in quell’occasione il Pontefice chiedendo ai potenti del mondo l’audacia del disarmo, davanti alla statua della Madonna di Fatima,

“non è deterrenza, ma fratellanza, non è ultimatum, ma dialogo. Non verrà come frutto di vittorie sul nemico, ma come risultato di semine di giustizia e di coraggioso perdono”.

Domani la Veglia si svolgerà, alle 18 , mentre il mondo è alle prese con il rischio di una “escalation” del conflitto in Medio Oriente, nello scenario di quella che Papa Francesco ha definito una “terza guerra mondiale a pezzi”. Il primo papa nordamericano della storia, con l’iniziativa di domani, si inserisce così in una consuetudine che ha caratterizzato la storia dei papati più recenti, quando nei momenti più drammatici il successore di Pietro si è rivolto alla figura materna di Maria per affidarle le sorti dell’umanità nelle sue ore più buie. Ripercorriamo alcuni di quei momenti.

Giovanni Paolo II: “mai più la guerra”. “Il cuore di tutti noi è colmo di dolore per la guerra in corso nella regione del Golfo, da cui di giorno in giorno ci giungono notizie sempre più preoccupanti, per il numero di combattenti e la quantità di armi impiegate, come anche per il coinvolgimento nel conflitto di intere popolazioni civili”, le parole pronunciate da Giovanni Paolo II durante il Rosario per la pace, il 2 febbraio 1991: “Il tutto è reso ancora più angoscioso dal fatto che questo sconsolante quadro rischia di estendersi nel tempo e nello spazio, in modo tragico e con conseguenze incalcolabili”.

“Come uomini e come cristiani, non dobbiamo abituarci all’idea che tutto ciò sia ineluttabile e al nostro animo non deve essere permesso di cedere alla tentazione dell’indifferenza e della rassegnazione fatalistica, quasi che gli uomini non possano non essere coinvolti nella spirale della guerra”,

l’appello: “Invochiamo la luce divina per coloro che, negli ambiti internazionali, continuano a ricercare cammini di pace, sforzandosi di mettere fine alla guerra e hanno la ferma volontà di trovare, pacificamente e con desiderio di giustizia, adeguate soluzioni ai vari problemi del Medio Oriente. Chiediamo al Signore che illumini i responsabili delle parti in causa nel conflitto, affinché trovino il coraggio di abbandonare il cammino del confronto bellico, e di affidarsi, con sincerità, al negoziato, al dialogo e alla collaborazione”. Dieci anni dopo, in seguito agli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York, Papa Wojtyla ha indetto per il 14 dicembre un giorno di digiuno e preghiera per supplicare “una pace stabile, fondata sulla giustizia” e “adeguate soluzioni ai molti conflitti che travagliano il mondo”.

Papa Francesco: “apri spiragli di luce nella notte dei conflitti”. “Invochiamo da te, Madre, la misericordia di Dio, tu che sei Regina della pace! Converti gli animi di chi alimenta l’odio, silenzia il rumore delle armi che generano morte, spegni la violenza che cova nel cuore dell’uomo e ispira progetti di pace nell’agire di chi governa le Nazioni”. Era il 6 ottobre 2024, quando Papa Francesco, alla vigilia del primo anniversario dell’attacco terroristico di Hamas ad Israele, pronunciava queste parole nella basilica di Santa Maria Maggiore, davanti alla Salus Popoli Romani, recitando il Rosario per la pace nel mondo e rivolgendo alla Vergine un’accorata supplica. Già dopo sei mesi di pontificato, il 7 settembre 2013, Jorge Mario Bergoglio aveva chiesto di pregare per la Siria, il Medio Oriente e il mondo. Dopo la Siria, è stata la volta della Repubblica Democratica del Congo e del Sud Sudan, nel 2017. Nel 2020 la preghiera per il Libano, un anno dopo l’Afghanistan e dal 2022 della “martoriata Ucraina”, sconvolta ancora oggi da una guerra che non conosce tregua.

“Scuoti l’animo di chi è intrappolato dall’odio, converti chi alimenta e fomenta conflitti”,

le invocazioni mariane nel Rosario per la pace del 27 ottobre 2023: “Asciuga le lacrime dei bambini – in quest’ora piangono tanto! –, assisti chi è solo e anziano, sostieni i feriti e gli ammalati, proteggi chi ha dovuto lasciare la propria terra e gli affetti più cari, consola gli sfiduciati, ridesta la speranza. Ti affidiamo e consacriamo le nostre vite, ogni fibra del nostro essere, quello che abbiamo e siamo, per sempre. Ti consacriamo la Chiesa perché, testimoniando al mondo l’amore di Gesù, sia segno di concordia, sia strumento di pace. Ti consacriamo il nostro mondo, specialmente ti consacriamo i Paesi e le regioni in guerra. Il popolo fedele ti chiama aurora della salvezza: Madre, apri spiragli di luce nella notte dei conflitti. Tu, dimora dello Spirito Santo, ispira vie di pace ai responsabili delle nazioni”.
(fonte: Sir, articolo di M.Michela Nicolais 10/04/2026)

****************

Veglia di preghiera dell’11 aprile.
Le Chiese in Italia aderiscono all’invito del Papa


Nel giorno di Pasqua, Papa Leone XIV ha chiesto di far «udire il grido di pace che sgorga dal cuore», invitando «tutti a unirsi a me nella veglia di preghiera per la pace che celebreremo qui nella Basilica di san Pietro il prossimo sabato, 11 aprile». 

Le Chiese in Italia aderiscono al pressante appello del Pontefice a implorare dal Cristo Risorto il dono della riconciliazione. «Noi cristiani sappiamo che è possibile sperare contro ogni speranza, nonostante la morte che vediamo presente – come ci ha ricordato il Papa – “nella violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si leva da ogni parte per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria del profitto che saccheggia le risorse della terra, per la violenza della guerra che uccide e distrugge”. Per questo, invitiamo i sacerdoti, i religiosi, le religiose e tutto il popolo dei credenti a partecipare alla veglia presieduta dal Papa o a raccogliersi in preghiera nelle comunità locali: fermiamo il vortice del dolore, della sofferenza e della devastazione, diciamo il nostro ‘no’ alla guerra, non abituiamoci all’orrore», afferma il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI.
(fonte: CEI 05/04/2026)

Iran, tregua esigua e ambigua

Iran, tregua esigua e ambigua

L’annuncio dato a Washington di due settimane di sospensione delle attività belliche, pur avvolto nelle nebbie della propaganda che nasconde le difficoltà sul campo, è comunque una buona notizia. Da confermare

Un soldato libanese vicino a un edificio residenziale distrutto da un raid aereo israeliano nel quartiere di Ain Mreisseh a Beirut, in Libano, il 9 aprile 2026. Ansa, EPA/WAEL HAMZEH

Quando le armi tacciono, appare ovvio, è sempre un bene in sé, perché vuol dire vite risparmiate, paure che vengono attutite e diplomazie al lavoro. Ma tregua non vuole ancora dire pace, e anzi può voler dire anticamera di un inasprimento dei conflitti armati. Le tregue sono, come sempre, esigue e ambigue.

La tregua è esigua semplicemente perché basta un nonnulla per vanificarla, per farla saltare per aria, come la storia insegna: un messaggio mal compreso, una mediazione che si rivela di parte, un errore balistico, un fiotto di adrenalina mal controllato possono dar la buona scusa per ricominciare a darsele di santa ragione. La volatilità degli umori di chi ha in mano le sorti del conflitto o la scarsa comprensione di quel che accade dietro le quinte possono giocare brutti scherzi.

La tregua è ancor più esigua quando non è generale ma solo parziale, come accade in occasione di questa guerra a proposito del martirizzato Libano, in cui uno dei due attaccanti decide unilateralmente, anche senza l’accordo del partner, di continuare una sua “purificazione” del territorio straniero, senza badare a vittime e danni collaterali.

La tregua è molto più esigua quando a dettarla sono coloro che hanno scatenato la guerra e che stanno evidentemente cercando di guadagnar tempo per riposizionarsi, non essendo riusciti a vincere in un battito di ciglio, come avevano sperato e proclamato. Quando la guerra dura oltre il previsto, la capacità di analisi e di sintesi degli strateghi entra in tilt. Lo Stretto di Hormuz era aperto prima della guerra, riaprirlo non è una vittoria.

La tregua è enormemente più esigua quando gli attaccanti si credono “unti dal Signore degli eserciti”, con la convinzione non solo di avere Dio dalla propria parte, ma anche di avere di fronte solo “bastardi” la cui civiltà può essere cancellata con un manrovescio.

La tregua è ambigua quando non c’è nessun vero accordo tra le parti e non si sa nemmeno chi abbia negoziato nei fatti l’accordo. La tregua è ambigua quando può convenire a entrambe le parti per motivi opportunistici e non sostanziali, senza alcun gentleman agreement. Può essere solo il risultato della lettura di un sondaggio interno al Paese che ha iniziato il conflitto armato.

La tregua è ancor più ambigua quando non tutte le forze implicate direttamente o indirettamente nel conflitto vengono coinvolte nell’accordo. Sostanzialmente, il campo europeo – teoricamente dietro gli Usa – è fuori dai giochi (anzi, viene continuamente deriso), così come le monarchie arabe sunnite del Golfo Persico. Quindi la forza di chi ha dichiarato la tregua è assai debole perché isolata.

La tregua è molto più ambigua se chi la concede non ha nessuna conoscenza della storia e non ha forse nemmeno cognizione di cosa sia una civiltà secolare e millenaria. La forza bruta non ha grande possibilità di vincere se non è sostenuta da una visione ampia che si basi su conoscenze approfondite, anche militari.

La tregua è enormemente più ambigua quando gli assalitori ne approfittano per concentrare le proprie forze sull’anello debole del nemico, o presunto tale. Viene il sospetto che Israele voglia approfittare della tregua per concentrarsi sul nemico Hezbollah, pensando che gli iraniani siano poco intelligenti e non sappiano che una tregua parziale può lasciar loro le mani libere.

La tregua non è veramente tale, è esigua e ambigua quando si dimentica che la guerra è il regno della menzogna, che la menzogna ha le gambe corte e che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Eppure, viva la tregua se anche un solo bambino evita la morte, se un solo missile viene lasciato dormire negli arsenali.
(fonte: Città Nuova, articolo di Michele Zanzucchi 09/04/2026)

giovedì 9 aprile 2026

“L’ALBA DI UNA PACE VERA” Gli auguri per la Pasqua del Cardinale don Mimmo Battaglia


“L’ALBA DI UNA PACE VERA”

Gli auguri per la Pasqua del Cardinale don Mimmo Battaglia



Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
per imparare che la vita è più forte della morte.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
per credere che la concordia e la riconciliazione
possono germogliare anche nei campi
ora occupati dalla guerra.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
per custodire la speranza quando il cuore si stanca.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
per trasformare le nostre ferite
in sorgenti di compassione.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
per non smettere di scommettere sulla bontà
quando il mondo sembra invece premiare la durezza.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
per rialzarci ogni volta che la vita ci fa cadere
e che i pezzi della nostra storia
sembrano andare in frantumi.

Abbiamo bisogno di te, Amore Risorto,
perché le nostre tombe interiori
diventino grembi di vita nuova
e dalle notti bellicose e terribili
di questo mondo nel caos
possa nascere l’alba di una nuova giustizia
e di una pace vera.
Per tutti. Per sempre.
Amen.


L’opera “Pulcinella in croce” di Lello Esposito pone al centro Pulcinella crocifisso: immagine di Napoli e dell’umanità ferita, ma ancora viva e aperta alla speranza. Al cuore della composizione emergono due grandi mani spalancate all’accoglienza: sono le mani di chi, pur attraversato dal dolore, non smette di accogliere la vita e di protendersi verso gli altri. Ai quattro angoli, quattro simboli rafforzano il messaggio: • la figura avvolta dalle fiamme richiama il purgatorio, cioè la sofferenza vissuta già sulla terra; • il cuore rosso pulsante rappresenta la salvezza possibile attraverso l’amore e la solidarietà; • il teschio indica la morte, realtà inevitabile della condizione umana; • l’uovo, simbolo pasquale, annuncia la rinascita e la vita nuova. Nel loro insieme, questi elementi esprimono il cuore del messaggio cristiano della Pasqua: dentro la sofferenza resta sempre aperta la possibilità della speranza e la vita ha l’ultima parola sulla morte. 
L’opera è esposta presso Casa Bartimeo, segno concreto di carità e inclusione della Chiesa di Napoli.


UDIENZA GENERALE 08/04/2026 Papa Leone XIV: La santità non è un privilegio per pochi ma impegno di tutti i cristiani nella carità

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 8 aprile 2026

********************

Papa Leone XIV: La santità non è un privilegio per pochi ma impegno di tutti i cristiani nella carità


All’udienza generale Leone XIV prosegue le riflessioni sul documento conciliare «Lumen gentium» e si sofferma sul V capitolo

La santità «non è un privilegio per pochi, ma un dono che impegna ogni battezzato a tendere alla perfezione della carità, ossia alla pienezza dell’amore verso Dio e verso il prossimo. La carità è, infatti, il cuore della santità alla quale tutti i credenti sono chiamati». Lo ha detto Leone XIV all’udienza generale di mercoledì 8 aprile, in piazza San Pietro. Proseguendo le riflessioni sui documenti del Concilio Vaticano II e in particolare sulla Costituzione dogmatica «Lumen gentium», il Papa ha approfondito il tema: «Santità e consigli evangelici nella Chiesa».

LEONE XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione dogmatica Lumen gentium. 7. Santità e consigli evangelici nella Chiesa


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

La Costituzione del Concilio Vaticano II Lumen gentium (LG) sulla Chiesa dedica un intero capitolo, il quinto, alla universale vocazione alla santità di tutti i fedeli: ognuno di noi è chiamato a vivere nella grazia di Dio, praticando le virtù e conformandosi a Cristo. La santità, secondo la Costituzione conciliare, non è un privilegio per pochi, ma un dono che impegna ogni battezzato a tendere alla perfezione della carità, ossia alla pienezza dell’amore verso Dio e verso il prossimo. La carità è, infatti, il cuore della santità alla quale tutti i credenti sono chiamati: infusa dal Padre, mediante il Figlio Gesù, questa virtù «regola tutti mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine» (LG, 42). Il livello più alto della santità, come all’origine della Chiesa, è il martirio, «suprema testimonianza della fede e della carità» (LG, 50): per questo motivo, il testo conciliare insegna che ogni credente dev’essere pronto a confessare Cristo fino al sangue (cfr LG, 42), come è sempre accaduto e accade anche oggi. Questa disponibilità alla testimonianza si avvera ogni volta che i cristiani lasciano segni di fede e d’amore nella società, impegnandosi per la giustizia.

Tutti i Sacramenti, in modo eminente l’Eucaristia, sono nutrimento che fa crescere una vita santa, assimilando ogni persona a Cristo, modello e misura della santità. Egli santifica la Chiesa, della quale è Capo e Pastore: la santità è, in quest’ottica, dono suo, che si manifesta nella nostra vita quotidiana ogni volta che lo accogliamo con letizia e vi corrispondiamo con impegno. A tale proposito, San Paolo VI, nell’Udienza generale del 20 ottobre 1965, ricordava che la Chiesa, per essere autentica, vuole che tutti i battezzati debbano «essere santi, cioè veramente suoi figli degni, forti e fedeli». Questo si realizza come una trasformazione interiore, per cui la vita di ogni persona viene conformata a Cristo in virtù dello Spirito Santo (cfr Rm 8,29; LG, 40).

La Lumen gentium descrive la santità della Chiesa cattolica come una sua caratteristica costitutiva, da ricevere nella fede, in quanto essa è creduta «indefettibilmente santa» (LG, 39): ciò non significa che lo sia in maniera piena e perfetta, ma che è chiamata a confermare questo dono divino durante il suo pellegrinaggio verso la meta eterna, camminando «fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio» (S. Agostino, De civ. Dei 51,2; LG, 8). La triste realtà del peccato nella Chiesa, cioè in tutti noi, invita ciascuno a condurre un serio cambiamento di vita, affidandoci al Signore, che ci rinnova nella carità. Proprio questa grazia infinita, che santifica la Chiesa, ci consegna una missione da compiere giorno dopo giorno: quella della nostra conversione. Perciò la santità non ha soltanto natura pratica, come se fosse riducibile a un impegno etico, per quanto grande, ma riguarda l’essenza stessa della vita cristiana, personale e comunitaria.

In questa prospettiva, un ruolo decisivo è assunto dalla vita consacrata, di cui la Costituzione conciliare tratta nel capitolo sesto (cfr nn. 43-47). Nel popolo santo di Dio essa costituisce un segno profetico del mondo nuovo, sperimentato nel qui ed ora della storia. Infatti, segni del Regno di Dio, già presente nel mistero della Chiesa, sono quei consigli evangelici che danno forma ad ogni esperienza di vita consacrata: la povertà, la castità e l’obbedienza. Queste tre virtù non sono prescrizioni che incatenano la libertà, ma doni liberanti dello Spirito Santo, attraverso i quali alcuni fedeli sono consacrati totalmente a Dio. La povertà esprime il pieno affidamento alla Provvidenza, liberando dal calcolo e dal tornaconto; l’obbedienza ha per modello il dono di sé che Cristo ha fatto al Padre, liberando dal sospetto e dal predominio; la castità è la donazione di un cuore integro e puro nell’amore, a servizio di Dio e della Chiesa.

Conformandosi a questo stile di vita, le persone consacrate testimoniano l’universale vocazione alla santità di tutta la Chiesa, nella forma di una sequela radicale. I consigli evangelici manifestano la partecipazione piena alla vita di Cristo, fino alla croce: è proprio dal sacrificio del Crocifisso che tutti veniamo redenti e santificati! Contemplando questo evento, sappiamo che non c’è esperienza umana che Dio non redima: persino la sofferenza, vissuta in unione con la passione del Signore, diventa via di santità. La grazia che converte e trasforma la vita ci rafforza così in ogni prova, indicandoci come meta non un ideale lontano, ma l’incontro con Dio, che si è fatto uomo per amore. La Vergine Maria, Madre tutta santa del Verbo incarnato, sostenga e protegga sempre il nostro cammino.

________________________

Saluti

...


__________________________________

APPELLO

A seguito di queste ultime ore di grande tensione per il Medio Oriente e per tutto il mondo, accolgo con soddisfazione e come segno di viva speranza, l’annuncio di una tregua immediata di due settimane. Solo attraverso il ritorno al negoziato si può giungere alla fine della guerra.

Esorto ad accompagnare questo tempo di delicato lavoro diplomatico con la preghiera, auspicando che la disponibilità al dialogo possa divenire lo strumento per risolvere le altre situazioni di conflitto nel mondo.

Rinnovo a tutti l’invito a unirsi a me nella Veglia di preghiera per la pace che celebreremo qui nella Basilica di San Pietro sabato 11 aprile.

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i ragazzi dell’Arcidiocesi di Milano, venuti a Roma per coronare il loro cammino di formazione catechetica mediante la professione di fede presso le tombe degli Apostoli; i cresimati della Diocesi di Treviso; e i ragazzi della mistagogia di Cremona. Carissimi, sappiate testimoniare con l’entusiasmo e la generosità proprie della vostra giovane età la fedeltà al Vangelo seguendo sempre Cristo, Via, Verità e Vita.

Il mio pensiero va infine ai malati, agli sposi novelli e agli altri giovani, specialmente alle scolaresche, tra cui la Scuola Maraini di Rieti. Incoraggio ciascuno a far crescere nel cuore la luce consolante dell’annuncio pasquale.

A tutti la mia benedizione!


Guarda il video integrale



mercoledì 8 aprile 2026

80 dispersi nel Mediterraneo nel naufragio di Pasqua


Un barcone, partito venerdì scorso dalla Libia, si è capovolto in mare. Solo 32 i superstiti

80 dispersi nel Mediterraneo nel naufragio di Pasqua


Sono due i corpi recuperati in mare finora, ma sarebbero 80 i dispersi nel naufragio di Pasqua, come hanno riferito ai soccorritori i 32 migranti trasferiti a Lampedusa dopo i soccorsi. A salvare i naufraghi rimasti in acqua per ore dopo che il barcone si è capovolto sono stati i militari della motovedetta Cp327 della guardia costiera che è stata affiancata dalle navi a vela Grey e Saavedra Tide. I superstiti — 31 uomini e un minore originari di Bangladesh, Pakistan ed Egitto — hanno raccontato di essere partiti nella notte tra venerdì e sabato da Tajoura (Libia), a bordo di un’imbarcazione in legno con due motori. Il mare mosso avrebbe causato infiltrazioni di acqua fino al ribaltamento, dopo circa 15 ore di viaggio.

«Anche a Pasqua ci raggiunge la notizia di dispersi e morti nel centro del Mediterraneo. Uomini, donne e bambini per i quali la Pasqua non ha significato vita, ma morte». L’arcivescovo Gian Carlo Perego, presidente della Commissione Cei sull’immigrazione nonché della Fondazione Migrantes, parlando all’Adnkronos, ha denunciato il nuovo naufragio in mare. «Si pensa a tutto in questa Pasqua tranne a loro, alle persone in fuga dalle guerre combattute anche con le nostre armi. Alcuni si meravigliano e si irritano perché parliamo di morte, di diritti negati in questa Pasqua. Sono gli Erode della comunicazione e della politica'», è l’accusa. «Speriamo che l'Europa alzi gli occhi sul Mediterraneo e finalmente — ha affermato — tuteli chi richiede asilo, con una missione europea nel Mediterraneo e la cessazione degli accordi con la Libia, dove, gli stessi che fermano e trasportano nei campi le persone in fuga nel Mediterraneo sono gli stessi che lucrano mettendoli in mare. Il caso Almasri lo dimostra. L’Italia e l’Europa sono incapaci di tutelare invece gli interessi dei migranti in fuga, sempre più numerosi da dieci anni a questa parte e sempre più soli. Una vergogna», ha attaccato.

Anche la Comunità di Sant’Egidio ha espresso «il suo profondo cordoglio ai familiari delle vittime del naufragio di una barca nel Mediterraneo, avvenuto nella notte di Pasqua, ma di cui si è avuta notizia solo domenica, a seguito del salvataggio di alcuni sopravvissuti. Di fronte alla morte di oltre 70 persone, a cui si aggiungono le vittime nei naufragi dei giorni scorsi nel canale di Sicilia e nel mar Egeo, non si può rimanere insensibili, limitandosi ad aggiornare le statistiche sulle tragedie dei viaggi nel Mediterraneo. Rivolgiamo un forte appello a tutte le istituzioni, a livello nazionale ed europeo, perché riprendano con più impegno le operazioni di soccorso in mare, per salvare la vita di chi è in pericolo».

Soltanto pochi giorni fa, alla vigilia del Triduo Pasquale, erano stati registrati altri due drammi nel Mediterraneo: 19 corpi erano stati portati a Lampedusa, dopo un naufragio davanti all’isola, ed altri 18 erano stati condotti sulla costa di Bodrum, nel sud-ovest della Türkiye, dopo l’affondamento di un’imbarcazione. L’Oim, l’Organizzazione mondiale delle migrazioni, ha dichiarato che con l’ultima tragedia, consumatasi nella vigilia di Pasqua, «sono almeno 725 i migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale quest’anno, nonostante la diminuzione di arrivi». Ad evidenziare lo stesso aspetto paradossale sono le ultime elaborazioni statistiche di Agenzia Nova sui Paesi di partenza delle imbarcazioni di fortuna: rilevano meno sbarchi, ma traversate più letali. Gli sbarchi di migranti irregolari in Italia, infatti, calano del 43 per cento nei primi tre mesi del 2026, ma i morti e i dispersi nel Mediterraneo centrale superano quota 700, più del doppio rispetto allo stesso periodo del 2025.

Intanto oggi è stata diffusa la notizia del fermo delle autorità italiane al natante veloce della Sea Watch Aurora che, nei giorni scorsi, aveva salvato 44 migranti, bloccati per cinque giorni su una piattaforma petrolifera abbandonata, e li aveva condotti a Lampedusa sabato scorso. La ong tedesca, che aveva fotograto con il suo aereo anche la nave capovolta del naufragio di Pasqua, ora rischia una multa fino a 10 mila euro, con la motivazione che il team non avrebbe informato le milizie libiche dei piani di salvataggio.
(fonte: L'Osservatore Romano 07/04/2026)


REGINA CAELI Lunedì dell'Angelo, 06/04/2026 Papa Leone XIV: la malvagità corrompe la storia, chiamati ad essere annunciatori di verità (Sintesi/commento, testo e video)

REGINA CAELI

Piazza San Pietro
Lunedì dell'Angelo, 6 aprile 2026

*************

Il Papa: la malvagità corrompe la storia,
chiamati ad essere annunciatori di verità

Al Regina Caeli, Leone XIV ricorda il valore della testimonianza cristiana e della comunicazione onesta, esorta ad annunciare con le parole e le opere la Pasqua di Cristo che significa “dare nuova voce alla speranza, altrimenti soffocata tra le mani dei violenti”. Il Pontefice si sofferma sulla figura di Papa Francesco scomparso il 21 aprile dello scorso anno, e sulla sua “grande testimonianza di fede e di amore”


La verità oscurata dalle fake news e dalla menzogna ma che comunque viene incontro “viva e raggiante”, Gesù è infatti “la buona notizia da testimoniare al mondo”; un mondo in cui la malvagità “corrompe la storia e confonde le coscienze”. Papa Leone al Regina Caeli del 6 aprile, con circa 8mila fedeli in Piazza San Pietro sottolinea che “l’annuncio pasquale redime dal sepolcro il nostro futuro”.

Penso ai popoli tormentati dalla guerra, ai cristiani perseguitati per la loro fede, ai bambini privati dell’istruzione. Annunciare in parole e opere la Pasqua di Cristo significa dare nuova voce alla speranza, altrimenti soffocata tra le mani dei violenti. Quando viene proclamata nel mondo, infatti, la Buona Novella rischiara ogni ombra, in ogni tempo.

I racconti di vita e di morte

È il Vangelo di Matteo a guidare la riflessione del Papa che ricorda come la liturgia, in questo tempo pasquale, celebra “l’ingresso dell’intera creazione nel tempo della salvezza: la disperazione della morte – afferma - è tolta per sempre, nel nome di Gesù”. Il Pontefice si sofferma sul racconto delle donne “che hanno incontrato il Risorto” e quello delle guardie che, corrotte dai capi del sinedrio, dicono che il corpo di Gesù è stato rubato.

Da uno stesso fatto, il sepolcro vuoto, sgorgano due interpretazioni: una è fonte di vita nuova ed eterna, l’altra di morte certa e definitiva.

Le fake news

Due versioni che stridono fortemente nella sostanza più profonda e che Leone prende ad esempio per ricordare l’importanza di comunicare la verità.

Questo contrasto ci fa riflettere sul valore della testimonianza cristiana e sull’onestà della comunicazione umana. Spesso, infatti, il racconto della verità viene oscurato da fake news, come si dice oggi, cioè da menzogne, allusioni e accuse senza fondamento.

La verità viene incontro

“Davanti a tali ostacoli, però, - aggiunge il Papa - la verità non resta celata, anzi: ci viene incontro, viva e raggiante, illuminando le tenebre più fitte”. Ricorda le parole di Gesù alle donne – “Non temete! Andate ad annunciare” – che valgono anche oggi.

Egli stesso diventa così la buona notizia da testimoniare nel mondo: la Pasqua del Signore è la nostra Pasqua, la Pasqua dell’umanità, perché quest’uomo, che è morto per noi, è il Figlio di Dio, che per noi ha donato la sua vita. Come il Risorto, sempre vivo e presente, libera il passato da una fine distruttiva, così l’annuncio pasquale redime dal sepolcro il nostro futuro.

L’auspicio del Papa è che questo Vangelo raggiunga “quanti sono oppressi dalla malvagità”.

Il ricordo di Papa Francesco

A conclusione del Regina Caeli, la preghiera mariana che viene recitata fino alla solennità della Pentecoste, Leone ricorda tra gli applausi Papa Francesco che il 21 aprile 2025, Lunedì dell’Angelo, consegnò “la vita al Signore”.

Mentre facciamo memoria della sua grande testimonianza di fede e di amore, preghiamo insieme la Vergine Maria, Sede della sapienza, perché possiamo diventare annunciatori sempre più luminosi della verità.
(fonte: Vatican News, articolo di Benedetta Capelli 06/04/2026)

*************

LEONE XIV
(testo integrale)

Cari fratelli e sorelle, Cristo è risorto! Buona Pasqua!

Questo saluto, pieno di stupore e di gioia, ci accompagnerà tutta la settimana. Festeggiando il giorno nuovo, che il Signore ha fatto per noi, la liturgia celebra l’ingresso dell’intera creazione nel tempo della salvezza: la disperazione della morte è tolta per sempre, nel nome di Gesù.

Il Vangelo di oggi (Mt 28, 8-15) ci chiede di scegliere tra due racconti: o quello delle donne, che hanno incontrato il Risorto (v. 9-11), o quello delle guardie, che sono state corrotte dai capi del sinedrio (v. 11-14). Le prime annunciano la vittoria di Cristo sulla morte; le seconde annunciano che la morte vince sempre e comunque. Nella loro versione, infatti, Gesù non è risorto, ma il suo cadavere è stato rubato. Da uno stesso fatto, il sepolcro vuoto, sgorgano due interpretazioni: una è fonte di vita nuova ed eterna, l’altra di morte certa e definitiva.

Questo contrasto ci fa riflettere sul valore della testimonianza cristiana e sull’onestà della comunicazione umana. Spesso, infatti, il racconto della verità viene oscurato da fake news, come si dice oggi, cioè da menzogne, allusioni e accuse senza fondamento. Davanti a tali ostacoli, però, la verità non resta celata, anzi: ci viene incontro, viva e raggiante, illuminando le tenebre più fitte. Come alle donne giunte al sepolcro, anche a noi oggi Gesù dice: «Non temete! Andate ad annunciare» (v. 10). Egli stesso diventa così la buona notizia da testimoniare nel mondo: la Pasqua del Signore è la nostra Pasqua, la Pasqua dell’umanità, perché quest’uomo, che è morto per noi, è il Figlio di Dio, che per noi ha donato la sua vita. Come il Risorto, sempre vivo e presente, libera il passato da una fine distruttiva, così l’annuncio pasquale redime dal sepolcro il nostro futuro.

Carissimi, quanto è importante che questo Vangelo raggiunga soprattutto quanti sono oppressi dalla malvagità, che corrompe la storia e confonde le coscienze! Penso ai popoli tormentati dalla guerra, ai cristiani perseguitati per la loro fede, ai bambini privati dell’istruzione. Annunciare in parole e opere la Pasqua di Cristo significa dare nuova voce alla speranza, altrimenti soffocata tra le mani dei violenti. Quando viene proclamata nel mondo, infatti, la Buona Novella rischiara ogni ombra, in ogni tempo.

Con particolare affetto, alla luce del Risorto ricordiamo oggi papa Francesco, che proprio il Lunedì dell’Angelo dello scorso anno ha consegnato la vita al Signore. Mentre facciamo memoria della sua grande testimonianza di fede e di amore, preghiamo insieme la vergine Maria, Sede della sapienza, perché possiamo diventare annunciatori sempre più luminosi della verità.

______________________________

Dopo il Regina Caeli

Cari Fratelli e Sorelle!

Rivolgo un cordiale benvenuto a tutti voi, cari pellegrini venuti dall’Italia e da vari Paesi. Saluto, in particolare, i ragazzi del Decanato di Appiano Gentile. Invio il mio pensiero a quanti, in diverse parti del mondo, partecipano alle iniziative promosse in occasione della Giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace, rinnovando l’appello perché lo sport, con il suo linguaggio universale di fraternità, sia luogo di inclusione e di pace.

Ringrazio quanti, in questi giorni, mi hanno fatto pervenire espressioni di augurio per la Santa Pasqua. Sono riconoscente soprattutto per le preghiere; per intercessione della Vergine Maria, Dio ricompensi ciascuno con i suoi doni!

Vi auguro di trascorrere nella gioia e nella fede questo Lunedì dell’Angelo e questi giorni dell’Ottava di Pasqua, in cui si prolunga la celebrazione della Risurrezione del Cristo. Perseveriamo nell’invocare il dono della pace per tutto il mondo.

Buon Lunedì dell’Angelo!
Guarda il video