Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



mercoledì 22 luglio 2026

Disarmata e disarmante. La pace è un dono - Leone XIV: Non le armi atomiche ma il disarmo genera la pace

Pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana un nuovo volume di Leone XIV

Non le armi atomiche
ma il disarmo genera la pace

È disponibile dal 21 luglio in libreria il volume di Leone XIV Disarmata e disarmante. La pace è un dono (Libreria Editrice Vaticana, pp. 192, euro 16), introdotto da un suo testo inedito, che pubblichiamo di seguito. 
Il libro, curato da Alessandro Banfi, è la prima antologia che attinge a vari interventi di Papa Prevost sul tema della pace dal giorno della sua elezione, l’8 maggio 2025. Articolata in dodici capitoli, l’opera raccoglie quanto il Pontefice ha affermato riguardo ai conflitti, al rifiuto della guerra, alla ricerca di soluzioni pacifiche, al ruolo della diplomazia, con la sottolineatura centrale che la pace è un dono di Dio e che il primo frutto della Risurrezione di Gesù Cristo è la pace da Lui offerta ai suoi discepoli e al mondo intero.


«Pace a voi!»: è stato questo il primo saluto che Gesù Risorto ha rivolto ai suoi apostoli (Gv 20, 19). Questo è anche il primo dono che Cristo risuscitato ha offerto ai suoi amici e a tutto il mondo: la pace. Quel dono, però, non avveniva “a buon mercato”: il corpo glorioso del Maestro di Nazaret mostrava le piaghe della Passione. Egli ha attraversato l’odio, la violenza, il crucifige del mondo. Gesù Cristo ha subito l’ingiustizia, disarmato e disarmante, ed è risorto. L’annuncio evangelico s’inseriva e s’inserisce nella storia. Oggi come duemila anni fa.

La pace è il grande desiderio che agita molti cuori, ma è anche spesso minacciata, calpestata, irrisa. Oggi ben 103 Stati sono coinvolti in qualche maniera in una guerra sulla Terra (1). Le armi rimbombano e uccidono in Ucraina, in Medio Oriente, in Sudan, in Myanmar, nello Yemen, in Congo e in tante altre situazioni.

Il mio amato predecessore Papa Francesco coniò a suo tempo l’espressione «Terza guerra mondiale a pezzi» per descrivere una situazione di diffusa conflittualità, senza precedenti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ripercorrendo i miei interventi su questo tema, ora raccolti in quest’antologia, voglio sottolineare alcuni aspetti che mi stanno a cuore.

Innanzitutto, la pace è una responsabilità. Se il primo istinto di fronte a un problema che incontriamo, a una tensione che viviamo, a un’offesa che subiamo è quello di giudicare gli altri, di accusarli e perfino condannarli, sarà fatale che prima l’indifferenza e poi l’odio si sviluppino intorno a noi. Esiste un modo di vedere la realtà che distrugge e non costruisce. Invece la pace inizia da me. Inizia da noi.

Sant’Agostino diceva: «Sono tempi difficili, sono tempi duri, tempi di sventure. Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi: cambiate i tempi e non avrete di che lamentarvi» (2). Non possiamo chiedere la pace ai potenti del mondo se non cominciamo a viverla noi, a partire dai nostri rapporti quotidiani: nelle nostre famiglie, nelle nostre case, nelle nostre città, nei luoghi dove lavoriamo. La pace si costruisce con piccoli gesti quotidiani: un sorriso regalato, un’ingiuria perdonata, una parola buona.

Inoltre, la pace si edifica con la verità. Anche chi fa la guerra afferma di agire “in nome” della pace. Nessuno ha la sfrontatezza di dichiarare che vuole la guerra per la guerra: persino i potenti della Terra sanno che ogni persona aspira alla giustizia e desidera vivere in pace. Soprattutto dopo le terribili conseguenze degli eventi di Hiroshima e di Nagasaki, il ricorso alla guerra è sempre più un’«avventura senza ritorno», come scandì san Giovanni Paolo II (3).

Ho rievocato più volte l’accorato appello che san Paolo VI rivolse all’Assemblea delle Nazioni Unite. Quel che unisce gli uomini, notava il mio venerato predecessore, è un patto suggellato «con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità!» (4).

Soprattutto nell’era atomica, l’affermazione della verità deve farsi strada: non sono le armi atomiche che generano la pace, ma il disarmo. Tale verità, che sembrava acclarata nei decenni scorsi, durante i quali abbiamo assistito ad una de-escalation nucleare, è stata offuscata da una corsa agli armamenti che oggi spaventa e atterrisce. Come scrisse il cantautore e poeta Bob Dylan rivolgendosi figurativamente alla Bomba atomica, in una sua composizione poetica: «Ti odio perché ti ha fatto l’uomo e l’uomo ti possiede e l’uomo ti maneggia» (5).

La Chiesa pone umilmente oggi all’attenzione di tutti una domanda: la specie umana deve continuare ad abitare la Terra? La combinazione del dominio cibernetico con il riarmo globale induce a porre seriamente tale questione.

La pace cerca testimoni. Quest’antologia ce lo fa presente con la forza di tanti volti. Le figure di cui qui si parla, tra cui il beato Floribert Bwana Chui, i servi di Dio Giorgio La Pira e Dorothy Day, sono emblematiche di tanti uomini e donne che, in prima persona, hanno favorito la pace, vincendo la tentazione della corruzione, soccorrendo i poveri, favorendo la diplomazia.

Accanto a uomini e donne conosciuti, la pace è incarnata da “protagonisti non famosi” che hanno seguito la propria coscienza. È già accaduto nella storia che si arrivasse vicini alla catastrofe nucleare. Le cronache raccontano che la decisione di un singolo uomo, l’ufficiale sovietico Stanislav Petrov, contribuì a evitare una possibile guerra atomica globale: era il 26 settembre 1983. I radar del bunker vicino a Mosca, dove Petrov era di guardia, segnalarono il lancio di diversi missili balistici intercontinentali dagli Stati Uniti diretti verso l’Unione Sovietica. Si trattava però di un errore del sistema satellitare sovietico di localizzazione. Petrov, contravvenendo agli ordini, decise di non segnalare il presunto attacco: una scelta compiuta con la coscienza di chi sapeva che quel semplice gesto avrebbe potuto causare milioni di morti.

Un mondo in cui siano le macchine, per quanto sofisticate e più veloci di noi, a decidere un bombardamento su persone inermi sarebbe davvero spaventoso. La coscienza di un singolo uomo può valere il mondo intero.

La pace, infine, ha bisogno di speranza. La Chiesa continuerà a predicare la carità verso tutti gli uomini e le donne. Se c’è qualcosa che il mondo sta cercando oggi, credo sia un messaggio di speranza per il futuro. Guardiamo al domani con speranza, avendo trovato nel messaggio di Gesù l’unica fonte. Perché l’essenza dell’insegnamento di Cristo è questo: la carità, l’amore, il dare la vita per gli altri sconfiggono la morte, l’isolamento, la violenza: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10).

A chi rischia di cadere nella tentazione della disperazione di fronte alle tante guerre in corso nel mondo, rivolgo l’invito che già Papa Pio XI estese a tutta la Chiesa: «Ringraziamo Dio perché ci fa vivere in tempi difficili. Ora, a nessuno è permesso essere mediocre». Dio ci guidi sulle strade della non-violenza. I credenti e le persone di buona volontà non smettano mai di operare come costruttori di pacificazione. Ciascuno faccia della pace la causa della propria vita.

Dal Vaticano, 19 giugno 2026
Leone PP. XIV
-----------------------------
1 Cfr. Global Peace Index 2026, Sydney 2026.
2 Sant’Agostino d’Ippona, Discorsi, 311, 8.8.
3 San Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991.
4 San Paolo VI, Discorso alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965.
5 Bob Dylan, Go Away You Bomb, 1963.

#PARLARE DI SE' - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#PARLARE DI SE'
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Rimproveriamo spesso alla gente di parlare di sé; ma è l’argomento che sa trattare meglio!

È stato uno degli scrittori francesi amati dal pubblico, ma anche capace di assumere posizioni decise sulla ribalta sociopolitica (fu innocentista durante il celebre processo Dreyfus): da un saggio La vie littéraire, di Anatole France (1844-1924, Nobel 1921), abbiamo tratto questa gustosa battuta, destinata inizialmente agli intellettuali, ma valida per un vasto strato di persone. Quante volte ci capita di annoiarci a morte sentendo infiniti racconti che un altro fa delle sue vicende. Eppure, quante volte abbiamo ammorbato anche noi gli altri con le nostre storie, i nostri giudizi, le nostre considerazioni. Solo che noi non ci accorgevamo della noia altrui, presi come eravamo dal piacere sollecitato dal nostro pavoneggiarci o almeno dal nostro presentarci come uomo o donna ricchi di esperienze.

A bollare questo vizio era già un altro autore francese, un famoso pensatore moralista del Seicento, François de la Rochefoucauld, che nelle sue Massime consigliava: «L’estremo piacere che proviamo a parlare di noi stessi deve farci temere di non darne affatto a chi ci ascolta». Sobrietà e autocontrollo nel parlare ci eviterebbero anche giudizi maliziosi. A questo proposito, sono tentato di attingere ancora alla letteratura francese che confesso di amare anche a livello linguistico. Questa volta coinvolgo il poeta Paul Valéry con uno dei suoi Cattivi pensieri (1943): «Tutto quello che dici parla di te, soprattutto quando sparli di un altro». È un monito da non ignorare perché inconsapevolmente, quando si criticano con gusto i difetti altrui, forse si stanno esorcizzando quei vizi personali che non si vogliono vedere né tantomeno confessare.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore  - Domenica” del 19 luglio 2026)

martedì 21 luglio 2026

Dopo la morte di Abderrahim Fakir tanti i punti da chiarire - L'appello di Zuppi: «non prevalgano l’odio, la violenza, la strumentalizzazione per nessuna ragione... prevalga la forza dell’amore»

Dopo la morte di Abderrahim Fakir tanti i punti da chiarire - L'appello di Zuppi: 
«non prevalgano l’odio, la violenza, la strumentalizzazione per nessuna ragione... prevalga la forza dell’amore»


****************

La preghiera dell’Arcivescovo e la vicinanza al dolore di chi soffre per quanto accaduto ieri al Pilastro
Il testo del Comunicato Stampa dell'Arcidiocesi


Riportiamo il testo del Comunicato stampa dell’Arcidiocesi di Bologna diffuso lunedì 20 luglio.

L’Arcivescovo di Bologna Card. Matteo Zuppi è vicino nella preghiera a chi soffre per quanto accaduto ieri al Pilastro, dove ha perso la vita una persona, ed esprime vicinanza alla famiglia e a tutti coloro che stanno soffrendo e che sono coinvolti nella drammatica vicenda. Invoca Dio perché in questo momento «non prevalgano l’odio, la violenza, anche verbale e nei social, la strumentalizzazione per nessuna ragione», ma piuttosto «il rispetto, il dialogo e la giustizia a cui tutti devono affidarsi nel rispetto del diritto e delle Istituzioni». In questa sofferenza, afferma l’Arcivescovo, la Chiesa ricorda «di non stancarsi di costruire percorsi di pace, di riconciliazione e di incontro affinché prevalga la forza dell’amore che ci viene donato da Gesù, seminatore di bene nel cuore di ogni persona».

****************

La morte di Abderrahim Fakir a Bologna,
che cosa è successo e quali sono i punti da chiarire

Il 42enne d’origine marocchina è morto domenica durante un intervento di polizia nel quartiere Pilastro. La Procura ha aperto un'inchiesta e disposto l'autopsia. Le immagini delle bodycam e gli accertamenti medico-legali saranno decisivi per ricostruire la dinamica dei fatti

Sopra, Abderrahim Fakir, 43enne marocchino morto a Bologna durante un intervento della polizia, e il luogo in cui ha perso la vita nel quartiere Pilastro di Bologna domenica ANSA


La morte di Abderrahim Fakir, 42 anni, avvenuta domenica 19 luglio durante un intervento di polizia nel quartiere Pilastro di Bologna, è al centro di un'inchiesta della Procura che dovrà chiarire le cause del decesso e verificare la correttezza delle procedure adottate durante l'intervento. Un video girato da un residente e diffuso dalla famiglia mostra gli ultimi minuti dell'uomo mentre viene immobilizzato a terra dagli agenti. Le immagini hanno suscitato forte impressione e alimentato la richiesta di fare piena luce sull'accaduto.

La chiamata alla polizia e l'intervento

Secondo la ricostruzione fornita dalla Questura di Bologna, tutto inizia poco dopo mezzogiorno nel quartiere Pilastro, tra via Italo Svevo e via Alfredo Panzini. Alcuni residenti chiamano le forze dell'ordine segnalando la presenza di una persona «in escandescenza». Gli agenti arrivano intorno alle 12.15 e, secondo la nota ufficiale della Questura, chiedono immediatamente anche l'intervento del 118. La stessa Questura riferisce che, durante le operazioni di contenimento, i poliziotti sarebbero stati aiutati da alcuni cittadini, anche dopo il danneggiamento di un'automobile. Su quanto sia accaduto nei minuti precedenti all'immobilizzazione non esistono al momento ricostruzioni definitive.

La sorella di Abderrahim Fakir durante la manifestazione per il fratello al Pilastro di Bologna (ANSA)

Il video e gli ultimi minuti di Abderrahim Fakir

Il filmato, ripreso dall'alto da un residente, documenta la fase finale dell'intervento. Si vede Fakir disteso a terra in posizione prona, con due agenti che lo immobilizzano mentre un civile gli tiene ferme le caviglie. Per oltre due minuti l'uomo urla e chiede aiuto. Attorno sono presenti anche gli operatori del 118, arrivati nel frattempo sul posto. Successivamente Fakir smette di muoversi e di gridare. Gli agenti completano il fissaggio di polsi e caviglie con fascette. Poco dopo uno dei poliziotti si accorge che l'uomo non reagisce più; quindi intervengono i sanitari, che lo girano su un fianco. Nonostante i tentativi di soccorso, il 42enne viene dichiarato morto.

L'intervento della Polizia in via Svevo nel quartiere Pilastro di Bologna dove è morto Abderrahim Fakir (ANSA)

Le indagini: autopsia, bodycam e inchiesta dell'Ausl

La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo e nelle prossime ore disporrà l'autopsia, che dovrà chiarire le cause della morte. Al momento non sono state rese note eventuali ipotesi di reato né risultano iscrizioni nel registro degli indagati. Un elemento importante per gli investigatori saranno le registrazioni delle bodycam indossate dai poliziotti intervenuti. La Questura ha comunicato che i filmati saranno messi immediatamente a disposizione dell'autorità giudiziaria. Parallelamente anche l'Azienda sanitaria di Bologna ha avviato un'indagine interna per ricostruire l'operato del personale sanitario presente durante l'intervento. Secondo la cronologia diffusa dall'Ausl, l'ambulanza è stata inviata alle 12.17 ed è arrivata sul posto alle 12.30. Alle 12.36 l'equipaggio ha richiesto il supporto di un'automedica, partita dall'ospedale Maggiore alle 12.42 e arrivata alle 12.53, quando è stato constatato il decesso.

La strada bloccata per il presidio dei familiari di Abderrahim Fakir al Pilastro di Bologna (ANSA)

Restano aperti diversi interrogativi

Tra gli aspetti che dovranno essere chiariti vi sono le condizioni di salute di Fakir. Alcuni familiari e conoscenti hanno riferito che soffriva di problemi cardiaci e di asma, ma al momento non esistono conferme ufficiali.

Il fratello dell'uomo, inoltre, sostiene che durante l'intervento sarebbe stato utilizzato spray urticante anche in bocca. Anche questo elemento dovrà essere verificato nell'ambito delle indagini. Sarà l'esame autoptico, insieme alle immagini delle bodycam, alle testimonianze dei presenti e alle relazioni degli operatori sanitari, a consentire di ricostruire con precisione la sequenza degli eventi e accertare se le procedure di contenimento siano state eseguite secondo i protocolli previsti.

Chi era Abderrahim Fakir

Abderrahim Fakir era nato in Marocco ed era arrivato in Italia all'età di sette anni insieme alla famiglia. Viveva a Borgonuovo, nel comune di Sasso Marconi, alle porte di Bologna. Secondo quanto riferito dalla sorella, era titolare di una ditta che si occupava di facchinaggio, traslochi e pulizie. Al Pilastro si trovava per fare visita ad alcuni amici.

Pugni alzati per la morte di Abderrahim Fakir durante il presidio di protesta al Pilastro di Bologna (ANSA)

Le reazioni della politica

La vicenda ha immediatamente acceso il confronto politico. Il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, ha convocato per lunedì sera una manifestazione in piazza Nettuno per esprimere vicinanza alla famiglia e alla comunità del Pilastro e per chiedere «verità e giustizia» sull'accaduto. Dalle opposizioni sono arrivate richieste di chiarimenti rivolte al ministro dell'Interno Matteo Piantedosi. Esponenti di Partito Democratico, Alleanza Verdi-Sinistra, Movimento 5 Stelle e +Europa hanno annunciato interrogazioni parlamentari, chiedendo che venga fatta piena luce sulle modalità dell'intervento. Di segno opposto le dichiarazioni della maggioranza. Il capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, ha parlato di un intervento «condotto con professionalità e modalità consone», mentre la Lega ha espresso sostegno agli agenti affermando che «i poliziotti hanno fatto il loro dovere».

Proprio per questo, mentre il dibattito politico si intensifica, saranno gli accertamenti della magistratura, l'autopsia e l'analisi delle immagini registrate dalle bodycam a fornire gli elementi necessari per stabilire con precisione che cosa sia accaduto nei 36 minuti trascorsi tra la chiamata ai soccorsi e la constatazione della morte di Abderrahim Fakir.
(fonte: Famiglia Cristiana 20/07/2026)

****************

Per saperne di più:


Non hanno più pane di Tonio Del'Olio

Non hanno più pane
di Tonio Del'Olio



La fame non manca di certo! Mancano i soldi per affrontarla. 
In Sudan il Programma alimentare mondiale (PAM) ha dovuto ridurre da cinque a tre milioni e mezzo le persone a cui far giungere qualcosa da mangiare e tagliare le razioni e denuncia che sono quasi venti milioni quelli che vivono nell’insicurezza alimentare acuta.

Al PAM mancano 646 milioni di dollari per assicurare gli aiuti necessari: una cifra enorme quando si parla di pane, quasi trascurabile rispetto a quanto gli Stati spendono ogni giorno per le armi. 
Non siamo davanti a una fatalità, ma a una decisione politica.
Stati Uniti, Paesi europei e Regno Unito hanno ridotto i finanziamenti mentre guerre e sfollamenti “alimentano la fame”. Così gli operatori umanitari sono costretti a scegliere chi potrà mangiare e chi sarà abbandonato. Non esiste contabilità più oscena. 
La comunità internazionale continua a produrre emergenze e poi dichiara di non avere risorse per soccorrerne le vittime. Finanzia gli eserciti che devastano i raccolti, ma lesina sul cibo per i bambini; invoca la sicurezza, ma condanna milioni di persone all’insicurezza più radicale: non sapere se domani mangeranno. 
La fame del nostro tempo non è soltanto uno scandalo. 
È un bilancio, una gerarchia di priorità, una scelta. 
E quando il pane viene tagliato per non tagliare le armi, ogni governo donatore dovrebbe chiamarla con il suo nome: è complicità.

(Fonte: Mosaico dei Giorni - 20.07.2026)

lunedì 20 luglio 2026

La nuova civiltà di Donald Trump di Giuseppe Savagnone

La nuova civiltà di Donald Trump 
di Giuseppe Savagnone



Dietro le sceneggiate
Consapevolmente o no, Donald Trump sta determinando – con le sue esibizioni istrionesche – l’effetto che tutti i prestigiatori e gli illusionisti si propongono: distrarre l’attenzione del pubblico da ciò che realmente sta accadendo. In realtà, dietro i comportamenti imprevedibili e sconclusionati del capo della Casa Bianca è possibile individuare un ben preciso progetto, che va molto al di là dell’economia e della politica, perché esprime un modello di civiltà che non solo mira a “fare di nuovo grande l’America”, ma si propone di riscattare tutto l’Occidente dalla sua presunta decadenza.

Di esso ovviamente Trump non è l’inventore. Lo ha attinto dalle zone profonde degli Stati Uniti che lo coltivano da sempre e che hanno puntato sul tycoon per dargli finalmente voce e tradurlo in pratica. Gli analisti più attenti ne individuano tre assi portanti.

Il primo è l’appropriazione della tradizione dell’Impero Romano. In questa rilettura – ovviamente discutibile e riduttiva – gli attributi fondamentali di questa tradizione sarebbero l’autorità indiscussa e carismatica di un leader, la virilità, la capacità di imporre la propria volontà, contro la decadente esaltazione del principio democratico, dell’uguaglianza, del rispetto degli avversari e della cura dei più deboli.

Non è un caso che, per festeggiare il suo ottantesimo compleanno, Trump abbia organizzato, in un’arena allestita davanti alla Casa Bianca, un grande torneo di arti marziali miste, costato 60 milioni di dollari, sul modello dei giochi romani dei gladiatori.

Il secondo asse è il recupero dei “valori giudaico-cristiani”, di cui l’amministrazione Trump esalta il ruolo pubblico, in alternativa alla visione illuminista e al principio di laicità. È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche nell’elezione del presidente. E questi, in risposta, ha istituito un Ufficio della Fede, chiamando a guidarlo una telepredicatrice, Paula White, che da anni è una sua fidata consulente spirituale e che è sostenitrice della “teologia della prosperità”, secondo cui Dio ricompensa i veri fedeli con ricchezza materiale e successo personale.

È chiaro che in questa valorizzazione del cristianesimo non trovano alcun posto la fraternità, l’attenzione ai poveri, la rinunzia alla violenza. Ma c’è di più. La prospettiva “giudaico-cristiana”, coniugata con l’esaltazione di una romanità in cui l’imperatore veniva divinizzato, ha finito per esprimersi in un’ambigua assimilazione del capo politico alla figura del Messia, come appare in un post che chiaramente ritrae Trump con fattezze che ricordano Gesù Cristo.

Il terzo asse è quello economico-finanziario. Il tycoon ha mescolato economia e politica fin dalle sue rivendicazioni nei confronti della Groenlandia, e poi nella guerra dei dazi e nell’operazione con cui ha spogliato il Venezuela delle sue risorse petrolifere. E anche parlando dell’attuale conflitto con l’Iran ha detto ai giornalisti: «Se dipendesse da me prenderei il petrolio iraniano, guadagneremmo un sacco di soldi». Per non parlare della sua tendenza a finalizzare le sue scelte istituzionali agli interessi della sua famiglia e dei suoi amici, con un palese conflitto di interessi.

Lo scontro di civiltà e l’attacco all’Europa
Il presidente americano sembra credere alla profezia fatta nel 1996 dal politologo statunitense Samuel P. Huntington nel suo libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. «La mia ipotesi – scriveva lo studioso – è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. (…). Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale».

In questo scontro il primo bersaglio di Trump è l’Europa. Si è fatto suo portavoce il suo vice, J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: «La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno; ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America».

Quali siano questi valori lo si capisce dalle contestazioni mosse da Vance nel suo discorso. Al primo posto l’identità etnica e religiosa, minacciata da una politica migratoria che, a quella data, vedeva i governi europei ancora abbastanza aperti all’accoglienza. Poi, la libertà di espressione, che Vance ha accusato l’Europa di violare, probabilmente in riferimento all’esclusione dalla Conferenza del partito neonazista Alternative für Deutschland, i cui dirigenti egli ha incontrato dopo il suo intervento. Un noto analista ha commentato: «Trump vede le democrazie liberali europee non come partner, ma come avversari in un conflitto di civiltà».

Su questa linea, nella nuova National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca nel dicembre 2025 l’Europa era descritta come «civiltà in declino», che «rischia di diventare irriconoscibile entro vent’anni» se le tendenze attuali non verranno invertite.

Verso la nascita di un nuovo Occidente?
L’auspicata inversione in realtà in parte sta avvenendo. Le politiche migratorie dei governi europei si sono progressivamente avvicinate al modello statunitense. E i “cordoni sanitari” con cui le democrazie avevano sempre isolato i partiti di estrema destra, i loro slogan, i loro simboli, sono ormai solo un ricordo, in uno scenario che vede questi partiti ormai al potere, come in Italia, o candidati ad arrivarci prossimamente, come in Germania, in Francia, in Spagna, nella stessa Inghilterra.

Né sembra che la civiltà europea nata dall’Illuminismo e fondata sulla democrazia liberale sia in grado di opporsi a questa dilagante deriva. I governi europei, incapaci di trovare linee politiche veramente comuni, sono stati costretti non solo a chiudere gli occhi sulle ripetute violazioni del diritto internazionale, non solo ad accettare i diktat trumpiani per quanto riguarda l’aumento delle spese militari e i dazi, ma a subire i continui, pesanti attacchi verbali, anche personali, nei confronti dei loro leader (l’ultimo quello a Giorgia Meloni). Almeno sul fronte europeo, lo scontro di civiltà sembra destinato a segnare la totale vittoria del modello americano.

Anche perché Trump e i suoi collaboratori – primo fra tutti Musk – sostengono attivamente, con i loro enormi mezzi finanziari e tecnologici, l’affermazione politica e culturale di chi lavora per questa “civiltà”. Come conferma il fatto che, nei giorni scorsi, il Dipartimento di Stato americano abbia offerto finanziamenti fino a 3 milioni di dollari a organizzazioni europee allineate al movimento MAGA con l’obiettivo dichiarato di «coltivare legami di civiltà» tra Stati Uniti e vecchio continente. I beneficiari dovranno affrontare «le sfide su sovranità nazionale, migrazione, censura e lawfare in linea con una filosofia politica, un diritto e un patrimonio di civiltà occidentale comuni».

Ritornano in mente le parole di Giorgia Meloni a Trump, durante la visita alla Casa Bianca dello scorso 17 aprile 2025: «Il mio obiettivo – aveva detto – è rendere di nuovo grande l’Occidente e penso che possiamo farlo insieme», precisando: «Quando parlo di Occidente non parlo di uno spazio geografico, parlo di una civiltà, e io voglio rendere più forte questa civiltà». Ora l’obiettivo è vicino a essere raggiunto. Anche se forse la nostra premier, dopo poco più di un anno, ha motivo di porsi qualche domanda.

Ma ad interrogarsi dovrebbero essere innanzi tutto quei leader che, a parole europeisti, continuano a impedire il passaggio dall’unità puramente economica a quella politica; e quegli esponenti di una cultura che ha rinnegato l’anima cristiana dell’Europa, senza però riuscire a trovarne un’altra capace di dar vita a una civiltà alternativa a quella di Trump.

Lo scontro con la civiltà iraniana
L’altro fronte dello scontro di civiltà promosso da Trump è l’Iran, emblema di un islamismo che non si piega all’egemonia occidentale. E qui in particolare è emersa la riduzione della dimensione religiosa alle logiche di un sovranismo imperialista. Ha fatto il giro del mondo il video in cui un gruppo di leader evangelici, radunato nello Studio Ovale, invoca su Trump l’illuminazione divina a sostegno alle sue decisioni militari.

E il Segretario alla Guerra Peter Hegseth ha più volte fatto appello a una “missione” data da Dio stesso agli Stati Uniti in questo conflitto: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione…». Da qui l’invito a pregare per il successo militare: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…».

In realtà l’attacco sferrato contro la Repubblica islamica muoveva dalla premessa che si potesse riprodurre nei confronti di quest’ultima il “modello Venezuela”: assedio militare con grande dispiegamento di forze, fulmineo attacco con decapitazione dei vertici del regime e loro sostituzione con un personaggio manovrabile. Recentemente abbiamo appreso da rivelazioni giornalistiche che si era puntato sull’ex presidente Ahmadinejad perché svolgesse il ruolo che Delcy Rodríguez ha assunto in Venezuela.

Ma il piano non ha funzionato. Per il semplice motivo che l’Iran non è il Venezuela. Si capisce l’ironia della risposta iraniana alle reiterate minacce americane: «Quando voi vivevate ancora nelle caverne alla ricerca del fuoco, noi stavamo già incidendo i diritti umani sul cilindro di Ciro. Abbiamo resistito alla tempesta di Alessandro e alle invasioni mongole e siamo rimasti; perché l’Iran non è solo un Paese, è una civiltà».

Il capo della Casa Bianca ha mostrato di accettare questa sfida, dicendosi pronto a portare lo scontro ai suoi esiti estremi. Come quando, il 7 aprile scorso, annunciò l’ultimatum, poi revocato: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente succederà».

Da più parti gli è stato fatto notare che non bastano i missili di uno Stato nato 250 anni fa a cancellare una civiltà che risale al 650 a. C. e che è anteriore di millequattrocento anni alla nascita dell’impero arabo e dell’islam (l’Iran, ricordiamolo, non fa parte del mondo arabo e la sua lingua è il farsi). Oggi se ne parla molto solo riferendosi alla sistematica violazione dei diritti umani – soprattutto di quelli delle donne – da parte del regime degli ayatollah. Ed è verissimo che, dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, l’adozione della Sharia, la legge coranica, rivela sia la grave incapacità di questa civiltà di evolversi in dialogo con altre culture, sia la volontà di trincerarsi in un fanatico fondamentalismo.

Ma a chi ne trae la conclusione che quello in corso è lo scontro tra la civiltà (occidentale) e la barbarie bisognerebbe ricordare che nel 1953, sotto lo scià Reza Pahlevi, il primo ministro Mohammad Mossaddeq, democraticamente eletto, fu destituito da un colpo di Stato organizzato dalla Cia e dai servizi segreti inglesi, per aver nazionalizzato l’industria petrolifera, allora di proprietà britannica. E le parole di Trump sul petrolio iraniano, in analogia con la vicenda del Venezuela, fanno intravedere quale tipo di civiltà l’Occidente intenda esportare.

Di sicuro, però, non il modello iraniano l’alternativa su cui puntare per fermare l’avanzare della civiltà trumpiana. Devono essere gli Stati Uniti e l’Europa a trovare in sé stessi le risorse per inventarsene una. E le notizie che vengono dagli Usa, con l’elezione di Mamdani a sindaco di New York e quella, alle primarie, di esponenti democratici finalmente aperti al sociale, fanno sperare. Proprio la cultura europea sembra essere ancora incapace di una vera creatività. Ma non è detta l’ultima parola.

(Fonte: Rubrica "I CHIAROSCURI" - 18.07.2026)

ANGELUS 19 luglio 2026 - Leone XIV: "Il Regno di Dio si diffonde anche in mezzo alla zizzania e ci invita ad avere fiducia anche quando ci sembra che Dio sia assente. Perché in realtà Egli ci accompagna sempre e il suo amore è sempre all’opera per noi." (testo, foto e video)



PAPA LEONE XIV

ANGELUS

Piazza della Libertà (Castel Gandolfo)
Domenica, 19 luglio 2026


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Dopo la parabola del seminatore, Gesù continua a parlare alle folle attraverso alcune immagini: il grano buono e la zizzania, il granello di senape, il lievito nella farina (cfr Mt 13,24-43).

Si tratta di tre piccole parabole che intendono richiamare l’arrivo del Regno di Dio nella storia, il suo agire nella vita degli uomini, il modo in cui cresce, si espande e trasforma il mondo dal di dentro. Con questi racconti, Gesù ci mette in guardia dalla tentazione di pensare a Dio come a una figura potente, che si impone con la forza, che occupa lo spazio per dominare, che arriva in modo trionfante. Al contrario, Dio predilige la piccolezza, segno del suo amore discreto, che ci lascia liberi di accoglierlo o di rifiutarlo, che cerca di farsi strada anche in mezzo alla zizzania, che agisce in modo nascosto e invisibile come il seme più piccolo di tutti e lievita dentro la pasta senza fare rumore.

Fratelli e sorelle, con queste parabole Gesù ci dice qualcosa di importante sul modo in cui Dio opera nella nostra vita e nella storia. A volte noi ci attendiamo qualcosa di clamoroso, desideriamo un Dio che intervenga dall’alto strappando subito la zizzania del male. Immaginiamo un Dio forte e potente e, purtroppo, a questa immagine adeguiamo anche il nostro modo di essere cristiani e di essere Chiesa. Invece, il Regno di Dio si diffonde anche in mezzo alla zizzania e ci chiede uno sguardo capace di cogliere il bene che germoglia anche fra le oscurità del male, senza giudicare tutto e subito; viene come il più piccolo tra i semi e domanda dunque la pazienza di saper accompagnare i processi, riconoscendolo nella piccolezza del quotidiano e nella semplicità della vita ordinaria; cresce in modo invisibile come il lievito nella farina e, così, ci libera dallo scoraggiamento e ci invita ad avere fiducia anche quando ci sembra che Dio sia assente. Perché in realtà Egli ci accompagna sempre e il suo amore è sempre all’opera per noi.

Questo stile di Dio deve diventare anche il modo in cui, sia come singoli sia come Chiesa, abitiamo la realtà che ci circonda. Siamo chiamati ad assumere uno stile evangelico, senza contrapporci frettolosamente con giudizi arroganti, senza imporci con il potere e con la forza, senza perdere la fiducia nell’opera di Dio. Si tratta – diceva l’allora cardinale Ratzinger – di sottometterci alla logica del seme che non è quella del successo e della grandezza, ma ci chiede di farci piccoli e di servire la vita delle persone (cfr Discorso al Convegno dei catechisti e dei docenti di religione, 10 dicembre 2000). In questo modo, noi stessi diventeremo come un piccolo seme di Vangelo che germoglia e come un lievito di amore che trasforma la pasta del mondo.

Preghiamo Maria Santissima, che ha saputo accogliere il seme della Parola nella piccolezza, perché ci sostenga nel cammino e interceda per noi.

___________________________

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

mentre trascorro qualche giorno di riposo, rinnovo il mio saluto e la gratitudine a tutti voi, abitanti di Castel Gandolfo, e accolgo con gioia i pellegrini che arrivano da ogni parte del mondo!

Continuiamo a seguire con apprensione ciò che accade in diversi Paesi lacerati dalla guerra e dalla violenza. Non dimentichiamoci di chi soffre e muore a causa dei conflitti e, al generoso impegno per la pace, uniamo anche la nostra costante preghiera.

Saluto la Comunità Cenacolo di Madre Elvira, riunita a Saluzzo in occasione della Festa della Vita, il Movimento Famiglie Nuove dei Focolari radunato per la Scuola Internazionale, gli studenti messicani che partecipano all’APRA Summer School e il gruppo della Catholic Worldview Fellowship.

Estendo il mio saluto ai giovani adulti, membri di Regnum Christi, che stanno partecipando al Corso Internazionale per Formatori. Saluto anche coloro che prendono parte al “Pellegrinaggio del Leone”, accompagnati da monsignor Anthony Percy, vescovo ausiliare di Sydney, in Australia.

Saluto anche le famiglie e i bambini dell’opera delle Suore di Carità dell’Assunzione di Roma, i giovani provenienti dalla parrocchia di San Salvatore in Gerusalemme, il Gruppo Giovanissimi della parrocchia di Sant’Agostino di Bovolenta e i pellegrini dell’Accademia Liturgica di Rzeszów.

A tutti voi auguro una serena domenica!



Guarda il video


domenica 19 luglio 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
19 Luglio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, il nostro Dio è un Padre ed una Madre di pazienza e di bontà, lento all’ira e ricco di misericordia. A lui con fiducia filiale rivolgiamo le nostre preghiere ed insieme diciamo:


R/   Ascoltaci, o Signore

 

Lettore


- Ti preghiamo, o Dio Padre e Madre, per tutta la comunità cristiana, che tu hai chiamato ad essere in Cristo Gesù il tuo popolo santo, con l’impegno a vivere in mezzo ai popoli della terra come segno visibile del tuo amore. Donaci la tua sapienza, affinché comprendiamo che il tuo Regno cresce soltanto nella piccolezza di un “seme” e nella forza potente del “lievito” del dono di sé. Preghiamo.

- Continua, o Padre, a seminare nel cuore di tutti gli uomini il seme bello della tua Parola, affinché nel mondo di oggi, fondato sulla forza delle armi e sul potere tecnologico e finanziario, possa farsi strada un sentimento di vera umanità, che renda possibile nella famiglia umana la fraternità universale, l’amicizia e la solidarietà. Preghiamo.

- Abbi pietà, o Padre, di tutti quei cristiani – vescovi, presbiteri e laici – tentati con la “zizzania” di annacquare il dono gratuito e salvifico del Vangelo, per assumere logiche mondane rivestite di falsa spiritualità e devozione. Dona a tutti noi, o Padre, il cammino di una vera conversione, affinché possiamo tornare ad essere figli del Regno e veri discepoli del tuo Figlio Gesù. Preghiamo.

- Davanti a te, o Dio amico degli uomini, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti (pausa di silenzio); ci ricordiamo delle vittime dell’omofobia e della misoginia, delle vittime dell’emigrazione e del caporalato nelle campagne. Dona a tutti di sperimentare la gioia della comunione dei santi nella Gerusalemme celeste. Preghiamo.



Per chi presiede

O Dio nostro Padre e Madre, la tua forza risiede nella misericordia e nella giustizia che ti rende indulgente e paziente con tutte le tue creature. Accogli ed esaudisci le nostre preghiere, e rendici somiglianti al tuo Figlio Gesù. Egli è Dio e vive e regna con te nei secoli dei secoli.

AMEN.



Mario Roggero, la legittima difesa e il valore inviolabile della vita - Roggero non è un martire: trasformare un duplice omicidio in una bandiera politica è una sconfitta dello Stato

Mario Roggero, la legittima difesa 
e il valore inviolabile della vita

La paura e la rabbia del gioielliere meritano comprensione, ma non giustificano l’uccisione di chi ormai non era più un pericolo. La condanna ricorda che, anche dentro una tragedia, la vita resta il bene supremo. La riflessione del magistrato Adriano Sansa

Il gioielliere Mario Roggero al suo arrivo nel carcere di Bollate a Milano ANSA

Abbiamo perso il senso del tragico, dell’invincibilità di certi dilemmi, dell’irrevocabilità delle scelte. Diciamo comunemente, e ancora forse crediamo, che la persona e la vita siano i valori preminenti. Ma davanti a diverse vicende formuliamo altre verità, diamo la precedenza ad altri beni. In questi anni sembra prevalere quello della sicurezza, che è minacciato in molti modi, per quanto non più numerosi e gravi rispetto ad altre epoche.

Il gioielliere Mario Roggero ha subìto una rapina, quindi una sottrazione di oggetti di valore attuata con violenza e minaccia. Egli ha patito una sofferenza fatta di paura, smarrimento, ira.

È stata una orribile esperienza, che avrebbe provato chiunque. Vedendo i rapinatori fuggire con la refurtiva, li ha inseguiti e ha sparato quando ormai non era più in atto un grave pericolo per la sua persona e quella dei suoi cari. Non ha mirato all'auto, alle gomme ma, fuori di sé, ha colpito un corpo, poi un altro, poi ancora preso a calci un morente.

Da una parte la patita minaccia e la possibile perdita dei gioielli, dall'altra la perdita della vita: a lui, la vittima della rapina, è sembrato di poter dare la precedenza al proprio male. Agli altri è toccato morire per la sciagurata decisione di rapinare.

A noi, che comprendiamo e compatiamo la sorte del Roggero, ma più ancora quella degli uccisi, tocca scegliere, come abbiamo collettivamente fatto dando la preminenza al valore della vita.

Contempliamo una tragedia, dalla quale non è umanamente lecito uscire indenni, né certo smentendo i tribunali che ne attestano l’inesorabile necessità.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Adriano Sansa 18/07/2026)

*************

Roggero non è un martire:
trasformare un duplice omicidio in una bandiera politica 
è una sconfitta dello Stato 


C’è una linea che una democrazia costituzionale non può permettersi di oltrepassare. È quella che separa il diritto alla legittima difesa dalla vendetta privata, il rispetto delle sentenze dalla loro delegittimazione politica, la solidarietà umana verso una persona condannata dalla celebrazione di un fatto che la magistratura ha qualificato come duplice omicidio.

Il caso di Mario Roggero rischia di segnare un precedente gravissimo. Non tanto per la richiesta di grazia, istituto previsto dalla Costituzione e affidato esclusivamente alla valutazione del Presidente della Repubblica, quanto per la trasformazione di un condannato definitivo in un simbolo politico, visitato in carcere da ministri della Repubblica e indicato addirittura come possibile candidato alle elezioni.

All’ingresso del carcere di Bollate, Roggero non ha espresso parole di dolore per le due vite spezzate. Ha invece ironizzato sull’ipotesi di una candidatura politica – “Adesso l’ultima cosa è candidarmi” – e ha rilanciato la polemica sulla grazia, chiamando direttamente in causa il Capo dello Stato.

Il giorno successivo è arrivata la visita del vicepremier Matteo Salvini, che ha trascorso oltre un’ora con il detenuto. All’uscita ha riferito che Roggero “sta bene”, “dorme, mangia, studia e legge”, aggiungendo che la Lega continuerà a lavorare “per estendere ancora di più il concetto e il perimetro della legittima difesa” e valutando perfino una sua candidatura politica. All’esterno del carcere, militanti del Carroccio esponevano lo striscione “Grazia per Mario Roggero”.

Nelle stesse ore la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è tornata sul tema rilanciando sui social il principio secondo cui “Chi commette reati non va risarcito. Se mi aggredisci, mi difendo”. Un’affermazione che richiama il principio della legittima difesa, ma che nel dibattito pubblico è stata immediatamente associata al caso Roggero, nonostante le sentenze abbiano escluso che ricorressero i presupposti della legittima difesa, ritenendo che i rapinatori fossero ormai in fuga e non costituissero più un pericolo attuale.

Ed è proprio qui il punto che non può essere rimosso. La Cassazione non ha condannato un uomo perché si è difeso durante una rapina. Ha confermato la responsabilità penale per avere inseguito i rapinatori ormai in fuga e aver sparato fino a provocare la morte di due di loro e il ferimento di un terzo. È questa la ricostruzione giudiziaria definitiva, non un’opinione politica.

Si può discutere sulla misura della pena. Si può persino sostenere, legittimamente, una richiesta di grazia per ragioni umanitarie. Ma è profondamente diverso trasformare un condannato definitivo in un eroe nazionale, in un simbolo identitario o addirittura in un futuro parlamentare.

Una democrazia vive del monopolio della forza affidato allo Stato e del rifiuto della giustizia privata. Se passa il messaggio che chi uccide, purché la vittima sia un criminale, meriti applausi, candidature e visite ufficiali, il confine tra diritto e vendetta si dissolve.

La sofferenza di un commerciante aggredito è reale e merita rispetto. Ma altrettanto reale è il valore della vita umana, anche quando appartiene a chi ha commesso un reato. È questo il principio che distingue uno Stato di diritto da una società governata dalla legge del più forte.

Per questo la gara tra esponenti politici nel rendere omaggio a Roggero appare inquietante. Non perché un detenuto non possa ricevere visite, ma perché quelle visite assumono il significato di una legittimazione politica di un duplice omicidio accertato con sentenza definitiva.

Quando rappresentanti delle istituzioni sembrano mettere in discussione, nei fatti, una decisione definitiva della magistratura attraverso una campagna di consenso costruita attorno a un condannato per omicidio, il rischio non riguarda soltanto il caso Roggero. Riguarda il rapporto tra politica, giustizia e Costituzione.

In uno Stato democratico si può contestare una legge e proporne una diversa. Non si dovrebbe mai trasformare una sentenza definitiva in un’occasione di propaganda, né lasciare intendere che uccidere chi fugge possa diventare un modello da premiare. È una deriva che indebolisce la fiducia nella giustizia e banalizza il valore della vita umana.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Aurelio Tarquini 18/07/2026)

*************

Leggi anche:


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 37 - 2025/2026 - XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

Il male non è presente solo nel mondo, fra i nemici di Dio, il male alberga anche all'interno della Chiesa, la comunità voluta da Gesù, nel cuore dei suoi discepoli. E' desiderio di ogni cristiano avere una Chiesa pura, senza macchia, fatta solo di perfetti; ci affanniamo nell'inutile tentativo di sradicare il male, dentro e fuori di noi, ma corriamo il rischio di fare disastri ancora peggiori del male stesso, dimenticando che questo è un compito che non spetta a noi, ma al Padre. La nostra è una comunità di peccatori perdonati per la misericordia del Padre, sempre chiamati a mai condannare, ma a perdonare i fratelli «settanta volte sette» (Mt 18,22), a sconfiggere il male solo facendo il bene (Rm 12,21). La vittoria definitiva sul male e sul maligno avverrà solo alla fine dei tempi e sarà opera di Dio. Il nostro, invece, è il tempo della pazienza e della misericordia che conducono a salvezza. Senza merito alcuno, la salvezza ci viene elargita perché possiamo diventare «figli del Padre nostro che è nei Cieli, che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45)


sabato 18 luglio 2026

CON OCCHI DI MATTINO - Tu non sei i tuoi difetti, ma le tue maturazioni... Dio ha lo sguardo del mattino, per lui la spiga di domani vale molto di più del male contorto di oggi. - XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

CON OCCHI DI MATTINO


Tu non sei i tuoi difetti, ma le tue maturazioni... 
Dio ha lo sguardo del mattino, per lui la spiga di domani 
vale molto di più del male contorto di oggi.


In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”». Mt 13,24-43
  
CON OCCHI DI MATTINO
 
Tu non sei i tuoi difetti, ma le tue maturazioni... Dio ha lo sguardo del mattino, per lui la spiga di domani vale molto di più del male contorto di oggi.

Una parabola che davvero può cambiarci il volto di Dio e farci sentire abbracciati anziché giudicati, passando da occhi d’ombra a occhi di mattino. Anch’io sono uscito da un'aula di tribunale e mi sono felicemente perso in un campo di grano.

La parabola racconta che il nostro cuore è una zolla di terra contesa da due avversari, invasa da buon grano ed erbe cattive. E racconta due sguardi: quello dei servi che si posa sul male e quello del padrone del campo che vede solo il buon grano.

Vuoi che andiamo a sradicare la zizzania? La risposta del signore del campo è perentoria: No! Rischiate di strappare via il grano! Ed aggiunge: abbi pazienza, non avere fretta perché rischi di sradicare anche i germogli buoni.

Dio ha gli occhi del mattino, occhi nuovi che vedono lontano. Non gli interessa un campo perfetto, ma salvare ogni spiga, ogni piccola profezia di buono. E ci propone di fare come lui: Per vincere il buio accende ogni giorno il suo mattino, per vincere l’inverno invia la primavera, per far fiorire la steppa fa volare nell’aria milioni di semi. Perché il nostro spirito è capace di cose grandi solo se ha grandi passioni, e non grandi reazioni immediate.

E mi assicura: tu non sei i tuoi difetti, ma le tue maturazioni; non coincidi con la zizzania, ma con le tue potenzialità di bene. Dio ha lo sguardo del mattino.

Il germoglio è silenzio, non fa clamore, non è ancora una meraviglia se non per chi ha occhi come Lui, e il male di una vita non revoca il bene compiuto, al contrario è il bene che revoca il male. Il bene possibile domani, la spiga di domani è molto più importante del male contorto di oggi.

Il lavoro della nostra vita è solo questo: far maturare il buon grano di cui nessuno è privo, venerare la nostra parte luminosa perché viene da Dio. La parabola ci insegna a liberarci da falsi esami di coscienza negativi, da occhi servili e non di creatore. Vera introspezione è leggere la vita con sguardo divino, quello che non cerca nel campo del cuore assenza di difetti, ma fecondità di frutti buoni.

Non siamo al mondo per essere perfetti e senza spine, nessun campo lo è; ma per essere nella vita donatori di vita. E non siamo al mondo per essere immacolati, ma per essere incamminati; non perfetti ma fruttuosi.

Allora ama i tuoi semi di vita, coltiva con infinita pazienza ogni tuo germoglio buono, veglia su tutto ciò che nasce in te. Sii indulgente con tutte le creature, ma anche con te stesso. Non nutrire il tuo peccato di ieri, lascialo andare, perché se non vedi luce dentro di te, non la vedrai in nessuno.

Preoccupiamoci quindi di avere un amore grande per ogni seme di bontà, misericordia, accoglienza, libertà e tenerezza che Dio ci ha dato, e vedremo la zizzania perdere terreno e le tenebre ritirarsi. È questa la serena prospettiva di Dio.


Enzo Bianchi Le parole di fuoco di Leone XIV

Enzo Bianchi
Le parole di fuoco di Leone XIV
 
Pace, migranti e dignità: il Pontefice richiama il Vangelo senza compromessi.
Ma perché tanti fedeli faticano ad accogliere questo richiamo?


Famiglia Cristiana - 12 Luglio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Tu, cristiano, sei scosso dai discorsi di Papa Leone XIV? Quasi ogni giorno pronuncia parole meditate e inattese emettendo giudizi sulla violenza, sulla guerra, sul rifiuto degli emigranti e dei rifugiati.

Va riconosciuto: il tono è quello profetico, le parole sono parole di fuoco e il giudizio dice in modo definitivo che non c’è per i cristiani una “guerra giusta”! A Barcellona, alla basilica della Sagrada Familia, in un’omelia incandescente ha proclamato: “Non possiamo essere credenti in Gesù Cristo e uccidere l’innocente, non possiamo dirci cristiani e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria”. E all’Europa cristiana ha ricordato che non può parlare di dignità umana e lasciare che i suoi mari siano cimiteri per quelli che cercano di raggiungerla abbagliati dal suo sviluppo.

Perché le parole del Papa, un tempo ascoltate con riverenza, oggi sembrano cadere nel vuoto e non sono ascoltate? Anzi sovente contestate come interventi che non spettano alla cura dei pastori? Per questi il Vangelo è solo religione più pagana, più tradizionale e culturale che evangelica. Sono cattolici ma non sono cristiani. Ma Gesù ha detto: “Non uccidere, ama il tuo nemico, prega per i tuoi avversari … ero straniero e mi avete accolto…”.
(fonte: blog dell'autore)