Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



giovedì 11 agosto 2022

«Il tempo passa e questo non è una minaccia, è una promessa... Il meglio deve ancora venire» Papa Francesco Udienza 10/08/2022 (testo e video)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 10 agosto 2022




Catechesi sulla Vecchiaia: 16. “Vado a prepararvi un posto” (cfr Gv 14,2). La vecchiaia, tempo proiettato al compimento.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

siamo ormai alle ultime catechesi dedicate alla vecchiaia. Oggi entriamo nell’intimità commovente del congedo di Gesù dai suoi, ampiamente riportato nel Vangelo di Giovanni. Il discorso di commiato inizia con parole di consolazione e di promessa: «Non sia turbato il vostro cuore» (14,1); «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (14,3). Belle parole, queste, del Signore.

Poco prima, Gesù aveva detto a Pietro: tu «mi seguirai più tardi» (13,36), ricordandogli il passaggio attraverso la fragilità della sua fede. Il tempo della vita che rimane ai discepoli sarà, inevitabilmente, un passaggio attraverso la fragilità della testimonianza e attraverso le sfide della fraternità. Ma sarà anche un passaggio attraverso le entusiasmanti benedizioni della fede: «Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi» (14,12). Pensate che promessa è questa! Non so se ci pensiamo fino in fondo, se ci crediamo fino in fondo! Non so, alle volte credo di no…

La vecchiaia è il tempo propizio per la testimonianza commossa e lieta di questa attesa. L’anziano e l’anziana sono in attesa, in attesa di un incontro. Nella vecchiaia le opere della fede, che avvicinano noi e gli altri al regno di Dio, stanno ormai oltre la potenza delle energie, delle parole, degli slanci della giovinezza e della maturità. Ma proprio così rendono ancora più trasparente la promessa della vera destinazione della vita. E qual è la vera destinazione della vita? Un posto a tavola con Dio, nel mondo di Dio. Sarebbe interessante vedere se nelle Chiese locali esiste qualche riferimento specifico, destinato a ravvivare questo speciale ministero dell’attesa del Signore – è un ministero, il ministero dell’attesa del Signore – incoraggiando i carismi individuali e le qualità comunitarie della persona anziana.

Una vecchiaia che si consuma nell’avvilimento delle occasioni mancate, porta avvilimento per sé e per tutti. Invece, la vecchiaia vissuta con dolcezza, vissuta con rispetto per la vita reale scioglie definitivamente l’equivoco di una potenza che deve bastare a se stessa e alla propria riuscita. Scioglie persino l’equivoco di una Chiesa che si adatta alla condizione mondana, pensando in questo modo di governarne definitivamente la perfezione e il compimento. Quando ci liberiamo da questa presunzione, il tempo dell’invecchiamento che Dio ci concede è già in se stesso una di quelle opere “più grandi” di cui parla Gesù. In effetti, è un’opera che a Gesù non fu dato di compiere: la sua morte, la sua risurrezione e la sua ascensione in Cielo l’hanno resa possibile a noi! Ricordiamoci che “il tempo è superiore allo spazio”. È la legge dell’iniziazione. La nostra vita non è fatta per chiudersi su se stessa, in una immaginaria perfezione terrena: è destinata ad andare oltre, attraverso il passaggio della morte – perché la morte è un passaggio. Infatti, il nostro luogo stabile, il nostro punto d’arrivo non è qui, è accanto al Signore, dove Egli dimora per sempre.

Qui, sulla terra, si avvia il processo del nostro “noviziato”: siamo apprendisti della vita, che – tra mille difficoltà – imparano ad apprezzare il dono di Dio, onorando la responsabilità di condividerlo e di farlo fruttificare per tutti. Il tempo della vita sulla terra è la grazia di questo passaggio. La sicumera di fermare il tempo – volere l’eterna giovinezza, il benessere illimitato, il potere assoluto – non è solo impossibile, è delirante.

La nostra esistenza sulla terra è il tempo dell’iniziazione alla vita: è vita, ma che ti porta avanti a una vita più piena, l’iniziazione di quella più piena; una vita che solo in Dio trova il compimento. Siamo imperfetti fin dall’inizio e rimaniamo imperfetti fino alla fine. Nel compimento della promessa di Dio, il rapporto si inverte: lo spazio di Dio, che Gesù prepara per noi con ogni cura, è superiore al tempo della nostra vita mortale. Ecco: la vecchiaia avvicina la speranza di questo compimento. La vecchiaia conosce definitivamente, ormai, il senso del tempo e le limitazioni del luogo in cui viviamo la nostra iniziazione. La vecchiaia è saggia per questo: i vecchi sono saggi per questo. Per questo essa è credibile quando invita a rallegrarsi dello scorrere del tempo: non è una minaccia, è una promessa. La vecchiaia è nobile, non ha bisogno di truccarsi per far vedere la propria nobiltà. Forse il trucco viene quando manca la nobiltà. La vecchiaia è credibile quando invita a rallegrarsi dello scorrere del tempo: ma il tempo passa e questo non è una minaccia, è una promessa. La vecchiaia che ritrova la profondità dello sguardo della fede, non è conservatrice per sua natura, come dicono! Il mondo di Dio è uno spazio infinito, sul quale il passaggio del tempo non ha più peso. E proprio nell’Ultima Cena, Gesù si proiettò verso questa meta, quando disse ai discepoli: «Da ora non berrò più di questo frutto della vite, fino al giorno in cui lo berrò di nuovo con voi nel regno del Padre mio» (Mt 26,29). È andato oltre. Nella nostra predicazione, spesso il Paradiso è giustamente pieno di beatitudine, di luce, di amore. Forse gli manca un po’ la vita. Gesù, nelle parabole, parlava del regno di Dio mettendoci più vita. Non siamo più capaci di questo noi, nel parlare della vita che continua?

Cari fratelli e sorelle, la vecchiaia, vissuta nell’attesa del Signore, può diventare la compiuta “apologia” della fede, che rende ragione, a tutti, della nostra speranza per tutti (cfr 1 Pt 3,15). Perché la vecchiaia rende trasparente la promessa di Gesù, proiettandosi verso la Città santa di cui parla il libro dell’Apocalisse (capitoli 21-22). La vecchiaia è la fase della vita più adatta a diffondere la lieta notizia che la vita è iniziazione per un compimento definitivo. I vecchi sono una promessa, una testimonianza di promessa. E il meglio deve ancora venire. Il meglio deve ancora venire: è come il messaggio del vecchio e della vecchia credenti, il meglio deve ancora venire. Dio conceda a tutti noi una vecchiaia capace di questo!

Guarda il video della catechesi


Saluti

...

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, esortando tutti ad essere costruttori di unità e di pace in famiglia, nella Chiesa e nella società. Non è facile essere costruttori di pace, sia nella famiglia che nella Chiesa… l’unità; ma dobbiamo farlo, perché è un bel lavoro. Un pensiero anche al popolo dell’Ucraina, che ancora soffre questa guerra così crudele. E preghiamo anche per i migranti che stanno arrivando continuamente.

Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli. La festa liturgica di San Lorenzo, diacono e martire della Chiesa dei Roma, susciti in ciascuno il desiderio di testimoniare il Vangelo, sempre disponibili verso i poveri e quanti si trovano in difficoltà.

A tutti la mia benedizione.

Guarda il video integrale


mercoledì 10 agosto 2022

"Si può vivere in questa realtà umana così difficile, così dura da figli di Dio?" Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - XIX Domenica del Tempo Ordinario Anno C 07/08/2022

Omelia p. Gregorio Battaglia

XIX Domenica del Tempo Ordinario Anno C
07/08/2022

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


... Si può vivere in questa realtà umana così difficile, così dura da figli di Dio? da figli di questo Padre, di Colui che noi chiamiamo Papà nella preghiera che Gesù ci ha consegnato? potremmo vivere in coerenza questo rapporto con Lui? ci chiede una cosa: imparate ad amare, imparate ad avere misericordia, questo è l'unico modo di dare salvezza a questo mondo, di dare speranza; le altre strade ci portano all'inferno, alla distruzione, al caos che non promette nulla di buono. 
Che il Signore ci illumini, ci guidi in questo itinerario di figli, bello anche se a volte ci confondiamo, abbiamo dei dubbi, abbiamo paure, torniamo indietro, ma Lui è sempre lì a illuminare la nostra strada e a rincuorare il nostro cuore

Guarda il video


Vincere la povertà, per davvero

Vincere la povertà, per davvero

Tutti, in questa campagna elettorale, dovranno fare i conti con le diseguaglianze. Diminuirle rappresenta una sfida complessa ma indifferibile

Milano, un pranzo della Caritas per le persone anziane (fotogramma)

C'è un punto con cui tutti gli schieramenti in questa campagna elettorale dovranno fare i conti. Quello delle diseguaglianze. Diminuirle rappresenta una sfida complessa ma indifferibile nel nostro Paese. Per tre motivi fondamentali. Primo: per un problema di equità. Perché le diseguaglianze economiche e sociali sono elevate in tutte le loro forme. Secondo: perché possono minacciare la crescita. Terzo: perché quando le diseguaglianze aumentano, la coesione sociale è in pericolo. L'associazionismo, il volontariato, il terzo settore lo sanno bene e andrebbero ascoltati.

Diseguaglianza non è solo povertà. Ma è anche povertà. Raddoppiata nel 2012, non è mai tornata al livello precedente. Anzi, si è incrementata di un milione di persone in povertà assoluta nel 2021. E rispetto al 2012 la povertà è più che triplicata per minori e giovani. Se non ci fosse stato il reddito di cittadinanza o di emergenza avremmo avuto un milione di poveri assoluti in più.

Diseguaglianza è anche lavoro povero. Più di 4 milioni di persone non arrivano a guadagnare 12 mila euro lordi all'anno. E qui il problema non riguarda solo la bassa retribuzione oraria, ma lo scarso numero di ore lavorate nell'anno che impedisce di arrivare a un reddito decente sia a lavoratori indipendenti che dipendenti. Bisogna tener conto di ambedue questi aspetti se si vuole ridurre il lavoro povero.

Diseguaglianza è anche basso tasso di occupazione femminile. Perché la metà delle donne non può avere autonomia economica nel nostro Paese, con tutto quello che ne consegue in termini di libertà femminile e di violenza in famiglia. E anche di maggior rischio per le famiglie di cadere in povertà. Le famiglie monoreddito sono più frequentemente povere, specie se con figli.

Diseguaglianza è anche basso tasso di occupazione giovanile: 4 punti sotto il tasso del 2007 per i giovani da 25 a 34 anni significa che i giovani di oggi, oltre ad essere più precari e sfruttati sul lavoro di quelli del 2007, trovano anche meno lavoro.

Diseguaglianza è anche disagio minorile. Perché è più basso il livello di competenze per i bimbi delle famiglie più disagiate, e minore l'accesso ad asili nidi con compromissione della riuscita nei percorsi scolastici e aumento della probabilità di permanere in stato di povertà da adulti.

Diseguaglianza è anche distanza Nord-Sud. Perché al Sud tutte le forme di diseguaglianza sono maggiori.

Si deve essere creativi e privilegiare quelle misure che siano in grado di innescare circoli virtuosi di riduzione di più tipi di diseguaglianze in un'ottica di sistema. Se ci si attivasse, per esempio, per un grande investimento, come mai fatto in Italia, in infrastrutture sociali e sanitarie, ciò porterebbe aumento di occupazione femminile, e quindi diminuzione delle diseguaglianze di genere, riduzione delle diseguaglianze tra bambini nell'accesso a strutture dell'infanzia, diminuzione delle diseguaglianze tra anziani e tra disabili nell'accesso all'assistenza con welfare di prossimità, riduzione delle differenze territoriali, riduzione della povertà. Analogamente, se ci si attivasse per ridurre il lavoro povero, ciò contribuirebbe a migliorare le condizioni di giovani, donne e Sud che più vivono questa situazione.

Sono solo due esemplificazioni. Se ne possono studiare vari. L'importante è che si agisca con azioni di sistema, multidimensionali, che inneschino circoli virtuosi, processi a catena di riduzione delle diseguaglianze nella salute, nell'accesso ai servizi, nell'istruzione, nel lavoro, nei redditi. Per ridurre quelle di genere, generazione, territoriali, sociali. Se saremo in grado di farlo il Paese crescerà di più. E soprattutto sarà più equo.

L'intervento dell'autrice è a carattere personale
(fonte: Repubblica, articolo di Linda Laura Sabbadini 04/08/2022)


martedì 9 agosto 2022

Alberto Bobbio: Il viaggio in Canada, la lezione del Papa rivolta a tutto il mondo - P. Federico Lombardi: il viaggio del Papa in Canada ha raggiunto i suoi scopi

Alberto Bobbio

Il viaggio in Canada,
la lezione del Papa rivolta a tutto il mondo

Il commento 
Ha parlato al Canada oppure ha parlato a tutto il mondo? Il viaggio di Papa Francesco capovolge la prospettiva di una missione solo per chiedere perdono di un’ingiustizia e della negazione dell’identità dei popoli indigeni perseguita con accanimento dai colonizzatori bianchi ed europei con la collaborazione delle Chiese cristiane. Jorge Mario Bergoglio aveva annunciato un «pellegrinaggio penitenziale» e lo ha fatto. Ma le sue parole hanno avuto un perimetro ben più largo del Canada e costringono quindi ad una riflessione altrettanto larga e ad un atteggiamento penitenziale che supera i confini del Nord America.

Papa Francesco in Canada (Foto di Ansa)

Francesco è stato ferito, lui e insieme tutta la Chiesa cattolica, dalle politiche di assimilazione, ai cui i cattolici hanno gagliardamente contribuito, che derubavano l’identità alle persone, tagliavano radici, facevano sparire grammatiche e semantiche culturali e spirituali, in nome, ha detto all’inizio, «di un’educazione cattolica che si supponeva cristiana». Ha ripetuto più volte che si è trattato di pratiche incompatibili con il Vangelo e se ne è assunto la responsabilità. Ha avuto coraggio. Ma poi ha fatto un passo avanti, perché altrimenti tutto sarebbe rimasto relegato ad una missione locale e al politicamente corretto, secondo cui un Papa non si azzardi ad inquietare coscienze laiche e cristiane in contesti più ampi e complessi.

In gioco c’è la riconciliazione tra i cristiani e i «segni dei tempi», che non è affatto un cedimento al mondo come alcuni detrattori di Francesco sostengono e come avvenne già con Papa Giovanni XXIII e con il Concilio Vaticano II, ma è il frutto dell’irrigidimento dei cristiani nel modello di una cristianità tutta d’un pezzo, superiore a qualsiasi altra istanza, e che dunque discrimina, impone o nel migliore dei casi persuade. Quando il Papa ha allargato il ragionamento sulla colonizzazione «ideologica» altrettanto deprecabile e sulla pratica sempre più diffusa di riscrivere la storia per depotenziare barbari del passato e sdoganare le drammatiche ipocrisie di nuovi eroi identitari, è scattata l’operazione oblio e il viaggio è stato relegato nel racconto dei buoni sentimenti, nel resoconto di una Papa che fa mea culpa, degli indiani che danzano per la pioggia, proteggono le foreste, gli regalano le piume di grande capo.

Francesco invece ha osato chiedere non solo alla Chiesa, ma all’intero mondo di mettersi in ascolto dei «segni dei tempi», quelli dove la Storia insegna come si fa ad evitare ingiustizie, vergogne, dolori. Lo sguardo di Bergoglio è diverso. In Canada ne ha dato prova ulteriore. Guarda in faccia le persone, ascolta le loro storie, tiene conto del contesto, si lascia penetrare dalla storia e non tende a cancellarla. A Quebec City davanti alle autorità politiche, ai capi delle tribù indiane e ai diplomatici ha usato un’espressione sfuggita a molti: «Mistica dell’insieme». È quello che oggi manca, che abbiamo perduto lasciandoci soggiogare dal contrappunto dei giudizi negativi o, ha aggiunto Bergoglio, da «inutili nostalgie».

È la logica delle convenienze del mondo che lo divide in buoni e cattivi, che fa dell’aggressività la cifra delle relazioni, che impedisce le riconciliazioni a casa, tra gli Stati, tra i popoli. È accaduto nella storia del Canada, accade ancora ogni giorno. Purtroppo anche nella Chiesa, quando la fede viene utilizzata per difendere identità e non per allargare fratellanze. Sguardo negativo, lo ha definito Francesco. Poi c’è lo sguardo «che discerne», niente affatto ingenuo, come molti credono, l’unico che può mettere al riparo da prospettive sbagliate, perché osserva e ascolta i segni dei tempi, bussole di Dio affidate agli uomini.
(fonte: L'Eco di Bergamo editoriale 31/07/2022)

*****************

P. Federico Lombardi:
il viaggio del Papa in Canada ha raggiunto i suoi scopi

Il gesuita, scrittore de La Civiltà Cattolica e già direttore della Sala Stampa vaticana, ripercorre le tappe del pellegrinaggio penitenziale di Francesco elogiandone la grande coerenza e unitarietà. Si sofferma, in particolare, sull'ultimo discorso agli Inuit: "Un capolavoro di inculturazione". "Siamo tutti capaci a parole - osserva - ma poi bisogna farla, l'inculturazione. Il Papa ha mostrato come si fa"

Viaggio Apostolico in Canada, l'incontro del Papa con giovani e anziani nel piazzale della scuola elementare di Iqaluit

All'indomani del rientro in Vaticano di Papa Francesco dal suo 37mo Viaggio apostolico in Canada, abbiamo chiesto a padre Federico Lombardi S.I., scrittore de La Civiltà Cattolica ed ex direttore della Sala Stampa della Santa Sede, di ripercorrerne le tappe salienti, commentandone l'impianto, lo stile, i contenuti e le speranze.


Che bilancio generale si sente di esprimere alla fine di questo pellegrinaggio penitenziale di Francesco?

Mi sembra che il viaggio abbia veramente raggiunto i suoi scopi, che sia stato impostato con grande coerenza e unitarietà. Non è stato dispersivo, aveva un filo conduttore molto preciso, preparato bene. Il Papa ha fatto tutto quello che doveva fare, se così si può dire, recandosi nei luoghi di questo immenso Paese con la volontà di lavorare insieme ai popoli indigeni e con tutta la società canadese per contribuire a questa riconciliazione e costruire una realtà di armonia che possa guardare al futuro anche sulla base di rapporti nuovi, pienamente rispettosi della dignità e dei valori di ognuna delle componenti che è entrata a far parte della formazione di questo Paese. Il Papa ha saputo anche coinvolgere tutta la comunità della Chiesa canadese. Mi pare che il Papa abbia fatto veramente un cammino: un cammino del riconoscimento penitenziale delle colpe e che è sempre un punto di partenza per ogni incontro vero con gli altri e con Dio. E ha saputo portare questo cammino verso la speranza: non è rimasto chiuso nel riconoscimento del peccato ma ha fatto il suo passo verso l’impegno vissuto non solo volontaristicamente ma cristianamente, con grande fiducia nella potenza della risurrezione del Signore e dell’annuncio del Vangelo.

Francesco nell'incontro con alcuni ex-alunni delle scuole residenziali

Il Papa ha saputo intessere i suoi discorsi con la memoria dell’evangelizzazione del Canada: pensiamo alla figura di San Francesco de Laval, che egli stesso aveva canonizzato in anni recenti, e a tutta la tradizione cristiana portata dai grandi missionari della prima epoca che si è concretizzata nella figura di Sant’Anna. Ha così toccato il cuore della religiosità tradizionale, popolare ma solidamente fondata nella Chiesa. Insomma, il cammino penitenziale, che si riferisce alla vicenda degli abusi o della mancanza di rispetto dei popoli autoctoni e alla vicenda dolorosissima delle scuole residenziali, si è intrecciato con un filo di speranza portato proprio dalla fede in Cristo, da un genuino annuncio del Vangelo. E questo è arrivato anche alla attualità della società canadese. Ci sono stati dei riferimenti molto espliciti alla tematica della secolarizzazione della società canadese che ha portato anche a un indebolimento su come fronteggiare positivamente e con fiducia il fenomeno. È stato fatto ricordando l’impegno di grandi autori canadesi recenti: Taylor, uno dei massimi studiosi della secolarizzazione e grande cattolico, e Lonergan, uno dei maggiori teologi del secolo passato che ha riflettuto profondamente sul rapporto tra l’annuncio della fede e la cultura odierna. Per dire che il Canada ha, dunque, nella storia dell’evangelizzazione, sia dei riferimenti antichi che moderni i quali possono alimentare le risposte, ai problemi o alle sfide di oggi.

Papa Francesco ha detto che la Chiesa non è un’idea da inculcare ma casa accogliente di riconciliazione. E ha avvertito che l’atteggiamento che ha alimentato discriminazioni “è duro a morire, anche dal punto di vista religioso”…

Certamente. Con molta umiltà e molta concretezza dobbiamo renderci conto che questi sono discorsi, principi, atteggiamenti da ravvivare continuamente perché continuamente vengono rimessi in questione, dimenticati. Non bisogna mai illudersi di aver cambiato il cuore dell’uomo una volta per tutte e di averlo reso superiore a ogni peccato e a ogni errore. Il cammino del Papa, come quello della Chiesa e di tutti noi che cerchiamo di seguire questo esempio del Signore, deve essere sempre rilanciato, bisogna riconoscere con verità gli errori compiuti e cercare di guarire le ferite che continuano a riproporsi. A questo proposito, il tema del discorso al lago di Sant’Anna sulle acque che guariscono è stato molto toccante. Noi ci confrontiamo anche nella nostra storia con un male che risorge continuamente e su cui dobbiamo essere avvertiti per continuare a superare le sue conseguenze e manifestazioni. Io credo che il Papa ci abbia dato un messaggio di coraggio, fiducia e speranza ma anche che non dobbiamo ritenere di aver risolto definitivamente i problemi. Quando mai avremo costruito la pace nel mondo in modo definitivo? C’è sempre la tentazione della divisione, dell’odio, della guerra e dell’egoismo e questo noi dobbiamo contrastarlo continuamente. Così, il tema del rispetto del rispetto dell’altro, del non ritenersi superiori è qualcosa che ci deve sempre accompagnare. È qualcosa che la società canadese in questi anni sta vivendo molto. La vicenda delle scuole residenziali è un punto che tocca una revisione di coscienza sul rispetto della cultura diversa e di una forma di educazione che non deve essere di negazione ma, anzi, di apertura e sua valorizzazione.

Come ricentrare dunque, alla luce di quanto detto e fatto dal Papa in questi giorni canadesi, e direi anche alla luce della Costituzione apostolica Praedicate evangelium, il concetto di inculturazione della fede?

Questo è un tema che accompagna la Chiesa dal Vaticano II in modo molto continuo e si riferisce a tutte le culture del mondo: vale per l’America latina, per l’Asia, per l’Africa. Naturalmente, nel viaggio in Canada è stato vissuto in rapporto alle culture autoctone e ai loro valori. L’ultimo discorso fatto agli Inuit a mio avviso è stato un vero capolavoro di impegno di inculturazione perché il Papa ha fatto esplicito riferimento al principale documento recente sui valori della cultura Inuit da mantenere nei confronti della società e del mondo che cambia. E lui lo ha riferito ai valori del vangelo. Ha fatto proprio un lavoro di tessitura tra l’annuncio del vangelo e i valori tradizionali sfidati dalla contemporaneità. E lo ha fatto per la cultura Inuit specificatamente.

Io l’ho trovato piuttosto impressionante. Siamo capaci tutti di parlare genericamente di inculturazione, lo ripetiamo ogni giorno, ma poi bisogna farla e farla significa prendere veramente sul serio che cosa nella quotidianità una cultura significa, come si esprime. E come l’annuncio del vangelo può ulteriormente valorizzare quello che c’è in questa cultura purificandolo eventualmente da elementi che possono e debbono essere superati portandoli ad una ulteriore maturazione e a una condivisione nel rapporto anche con le altre culture. In una società come il Canada, per esempio, ricchissima di popoli che giungono attraverso l’immigrazione e che si fondono in una varietà incredibile, andare fino in fondo cercando di cogliere un valore, rapportarlo al vangelo e condividerlo facendone vedere l’importanza nel contesto attuale - dal punto di vista per esempio dell’educazione ambientale o della conservazione dei valori relazionali nella famiglia o tra le generazioni - ecco, questo è un grande lavoro da fare. Direi che il Papa ce ne ha dato un esempio concreto. Poi va approfondito quotidianamente anche dalla Chiesa canadese e da tutte le persone che vivono nella società canadese a cui lui si è fatto prossimo con una partecipazione, vicinanza e cordialità che ha impressionato tutti e che veramente è un suo grande dono.
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 31/07/2022)

*****************

Vedi tutto lo Speciale di Tempo Perso (Pagina in aggiornamento)

Viaggio in Canada (24/30 luglio 2022)


EDITH STEIN, EBREA E MARTIRE CRISTIANA

Anselmo Palini
EDITH STEIN, EBREA E MARTIRE CRISTIANA

Il 9 agosto ricorre l’80° anniversario della morte di Edith Stein, figlia del popolo ebraico e figlia della Chiesa cattolica. La ricordiamo con questo breve profilo di Anselmo Palini.


Il 9 agosto 1942, nel campo di Auschwitz, muore in una camera a gas suor Edith Stein, una giovane donna di origini ebraiche, che si era convertita alla fede cattolica. Il 1° maggio 1987 Giovanni Paolo II, a Colonia, l’ha proclamata beata e l’11 ottobre 1998 a Roma l’ha dichiarata santa.

La vocazione filosofica

Edith Stein nasce a Breslavia nella Bassa Slesia il 12 ottobre 1891; è l’ultima di undici fratelli di una coppia di commercianti. Gli Stein erano ebrei tedeschi pienamente integrati. Dopo gli studi di base e quelli liceali, affrontati brillantemente, nel 1911 inizia a studiare germanistica, psicologia e filosofia, all’Università di Breslavia, la sua città natale, e in seguito a Gottinga.

Edith è ammirata da tutti per la sua intelligenza. In questi anni di studio universitario la vita di Edith è tutta centrata sul sapere, configurandosi come una sorta di vocazione alla filosofia pura. Si professa agnostica: le problematiche religiose non rientrano tra i suoi interessi, tutti concentrati sulla scienza e sulla filosofia.

Nel 1916 Edith Stein diviene assistente di Edmund Husserl, professore ordinario presso l’Università di Friburgo. Come assistente di Husserl, Edith si trova ben presto impegnata nella trascrizione dei suoi manoscritti: si tratta di un lavoro estenuante di decifrazione di una scrittura molto particolare, di classificazione del materiale che per lo più consiste in appunti messi per iscritto e infine nella redazione dattiloscritta di tutto il lavoro. Diversi testi di Husserl possono vedere la luce solo grazie a tutto il lavoro svolto dalla giovane assistente. Edith in tali anni entra in contatto diretto con i maggiori filosofi del tempo: da Jacques Maritain a Max Scheler fino a Martin Heidegger.

La conversione

Nell’estate del 1921 giunge a compimento un cammino di avvicinamento alla fede cattolica che, sempre più coscientemente, Edith stava compiendo.

Una sera di giugno del 1921 Edith prende a caso dalla biblioteca di due amici un libro sulla vita di Santa Teresa d’Avila Il testo la interessa a tal punto che prosegue a leggerlo per tutta la notte. Nella vicenda di Teresa d’Avila, Edith vede rispecchiata la propria vita e la propria ricerca della verità. Ciò che aveva cercato e non aveva trovato nella filosofia e nella scienza, ossia la verità, lo trova ora nella fede. Dopo una lunga peregrinazione nel deserto, Edith ora intravede la strada giusta da percorrere.

Abbandonato il lavoro come assistente di Husserl, Edith si dedica all’insegnamento prima presso le domenicane di Spira, poi a Münster. All’inizio degli anni Trenta tenta la strada dell’abilitazione all’insegnamento universitario ma tutto è inutile. Alle donne questo in Germania è precluso. E poi c’è un altro insormontabile ostacolo: lei è di origini ebraiche e in Germania l’antisemitismo è ormai molto diffuso.

Una doppia conversione

Durante la gioventù Edith aveva perduto la fede dei propri padri. Era approdata all’ateismo. Solo con la conversione al cattolicesimo ritrova la consapevolezza di appartenere al popolo eletto. Ha scritto Raniero Cantalamessa che «la conversione di Edith al cattolicesimo è, nello stesso tempo, una conversione al giudaismo. La scoperta di Cristo porta con sé la riscoperta dell’ebraismo, una riscoperta che si svilupperà fino ad assumere una profondità mistica sotto l’impulso della persecuzione esterna. […]. Se prima non gliene importava gran che della sua appartenenza al mondo ebraico, ora è fiera, nell’atto di passare in rassegna i filosofi Ebrei del suo tempo (Husserl, Bergson, Meyerson) di dire enfaticamente: “Noi Ebrei”. Sul suo labbro, scrive un collega, si aveva l’impressione di cogliere il grido di san Paolo: “Hebraei sunt: et ego” (2 Cor., 11, 22)». Di fronte alla persecuzione che colpiva il popolo ebraico, Edith si sente unita a esso come mai in precedenza e ne porta nel cuore la straziante tragedia.

La conversione al cattolicesimo e l’ingresso nel Carmelo non significano per Edith fuggire dal mondo, cercare un riparo sicuro lontano dagli orrori che si stanno abbattendo sugli Ebrei in modo sempre più drammatico. Dopo avere addirittura scritto al papa per implorare un suo intervento in favore degli Ebrei, Edith, non potendo fare altro, offre se stessa, la propria vita, per la pace nel mondo e per il popolo ebraico.

Abbracciando la fede cattolica, Edith vede nella figura di Gesù Cristo colui che porta a compimento le promesse antiche. Edith pertanto prega affinché anche il mondo ebraico possa giungere a questa consapevolezza, superando una storica incredulità.

La lettera a Pio XI

Nel gennaio 1933 il nazismo giunge al potere in Germania. Hitler è nominato cancelliere. Edith Stein, diversamente da molti altri, è subito consapevole del pericolo che il nazismo rappresenta non solo per il popolo ebraico, ma anche per quello tedesco e per la Chiesa.

Il 12 aprile 1933, dopo soli due mesi di governo hitleriano, Edith Stein scrive una lettera a Pio XI per sollecitare un suo intervento formale contro il nazismo.

Edith Stein, «come figlia del popolo ebraico, ma da undici anni anche della Chiesa cattolica», chiede al Papa di non tacere più di fronte ad un governo, quello nazista, che si definisce “cristiano”, ma che in realtà tale non è, in quanto vuole distruggere non solo il popolo ebraico, ma la stessa cristianità. Siamo di fronte ad un governo che impone «l’idolatria della razza e del potere dello Stato», e ciò per Edith Stein rappresenta un’aperta eresia.

In Germania vi è «totale disprezzo della giustizia e dell’umanità». I capi del nazionalsocialismo non fanno che diffondere e predicare l’odio contro gli ebrei. Da qui l’appello al Papa affinché il silenzio non si prolunghi ulteriormente, in quanto la responsabilità di ciò che accade «ricade anche su coloro che tacciono».

Non è dato sapere che effetto abbia avuto sul Papa la lettera di Edith Stein. Un dato di fatto non certo in sintonia con la richiesta della filosofa tedesca è, pochi mesi dopo la lettera, la firma del Concordato fra il Vaticano e il governo nazista. Questo fatto rappresenta per Hitler un grande successo, una patente di legittimità valida a livello internazionale. Comunque, il 14 marzo 1937 Pio XI pubblica l’enciclica Mit brennender Sorge (Con viva angoscia), dove, pur senza mai citarlo esplicitamente, condanna il nazionalsocialismo.

La scelta della clausura

Già all’indomani della conversione, Edith Stein aveva manifestato la propria intenzione di ritirarsi nel Carmelo. Il suo direttore spirituale l’aveva allora dissuasa, poiché riteneva che Edith, per le sue capacità intellettuali, fosse chiamata all’insegnamento e al lavoro scientifico.

Nel maggio 1933 Edith manifesta formalmente le proprie aspirazioni alla priora del Carmelo di Colonia, la quale si riserva di decidere. Alcune difficoltà rendono infatti non scontata l’accettazione della domanda di Edith: l’età avanzata (ha quarantadue anni) e, soprattutto, le sue origini ebraiche, che in un momento di diffuso antisemitismo possono creare problemi al monastero. La sua domanda viene poi accettata. Il periodo che precede l’ingresso al Carmelo è trascorso da Edith a casa, nel tentativo, inutile, di convincere la madre, che è di religione ebraica, circa la bontà della propria scelta.

Il rifugio in Olanda

Edith rimane per cinque anni nel Carmelo di Colonia. Poi il 31 dicembre 1938, lascia Colonia e la Germania e si rifugia in Olanda, paese ritenuto più sicuro, dove viene accolta nel Carmelo di Echt.

Edith rimane nel Carmelo olandese dal 1° gennaio 1938 al 2 agosto 1942. Si tratta di anni difficili. Dalla Germania arrivano notizie sempre più drammatiche. I familiari di Edith cercano di lasciare il paese poiché per gli ebrei non è più possibile svolgere alcuna attività lavorativa ed inoltre stanno iniziando gli arresti e le deportazioni nei campi di concentramento. Alcuni suoi familiari riescono a fuggire in America. Sua sorella Elfriede e suo fratello Paul, con la moglie e la figlia, vengono invece deportati nel campo di concentramento di Theresienstadt, dove moriranno. In una lettera che scrive ad amici Edith manifesta la volontà di condividere il destino del proprio popolo: «Ebbi l’intuizione che Dio aggravava di nuovo la mano sul suo popolo, e che il destino di questo popolo era anche il mio».

La via della croce

Nel 1941 la priora di Echt chiede a suor Benedetta di realizzare un lavoro su San Giovanni della Croce, nel quarto centenario della sua nascita (1542). Questo testo, che rimarrà incompiuto, verrà pubblicato postumo con il titolo di Scienza della Croce. Qui suor Benedetta vede la caratteristica del suo Ordine «nell’imitazione di Cristo sulla via della Croce, nel partecipare alla Croce di Cristo e alla sua passione per salvare il mondo». L’ingresso nel Carmelo è dovuto proprio al desiderio di realizzare quella divina rassomiglianza con l’Agnello immolato che doveva renderla partecipe della violenta morte del Figlio di Dio per la salvezza del suo popolo. Edith ha una fiducia assoluta in Dio: nel buio della notte, Dio indica la direzione da seguire.

Per Piero Coda la via scelta da Edith Stein, entrando in convento, «è la via della sostituzione e dell’espiazione vicaria nell’identificazione a Cristo e, in Lui, con le vittime e gli oppressi. Un riferimento, quello dell’espiazione, che non trova immediatamente riscontro nella meditazione spirituale del Carmelo riformato intorno al Cristo crocifisso, ma che può venire alla Stein dalla rilettura delle pagine bibliche del Servo di Javhè dell’Antico Testamento e del Figlio dell’Uomo crocifisso del Nuovo, nel contesto di ciò che tragicamente stava avvenendo in Germania».

La morte ad Auschwitz

Il 2 agosto Edith e la sorella Rosa vengono prelevate dal loro convento dalla Gestapo e deportate nel campo di Westerbork. Il 7 agosto Edith Stein e la sorella vengono fatte salire su un treno che da Westerbork le porta a Auschwitz, dove arrivano il 9 agosto. Qui avviene subito la selezione: su circa 1200 persone, tante erano quelle presenti sul convoglio, solamente 165 uomini, dai 17 ai 50 anni, vengono scelti per essere utilizzati in attività lavorative. Tutti gli altri, tra cui Edith e la sorella Rosa, vengono subito avviati alla camera a gas. Nell’agosto del 1942 ad Auschwitz i forni crematori non sono ancora entrati in funzione, pertanto, è probabile che Edith Stein e la sorella Rosa siano state poi sepolte in fosse comuni.

*Anselmo Palini
Già docente di Materie Letterarie presso l’Istituto di Istruzione Superiore “Antonietti” di Iseo.
Autore del libro: Più forti delle armi. Dietrich Bonhoeffer, Edith Stein, Jerzy Popieluszko, Ave, Roma 2016. 

(Fonte: Viandanti 29/07/2022)
[L’immagine che correda l’articolo è ripresa dal sito: acistampa]

****************

Per approfondire vedi anche il post precedente:

lunedì 8 agosto 2022

Cardinale Matteo Zuppi: Il nostro è un mondo che non riconosce più il passo del fratello, non interessa ...Abbiamo bisogno di passi di pace per liberare dalla paura. Ogni cristiano comunica la pace, perché vive e annuncia Cristo, nostra pace.

Cardinale Matteo Zuppi:
Il nostro è un mondo che non riconosce più il passo del fratello, non interessa ...
Abbiamo bisogno di passi di pace per liberare dalla paura.
Ogni cristiano comunica la pace,
perché vive e annuncia Cristo, nostra pace.
Omelia nella Festa di san Domenico
- Basilica di San Domenico 04/08/2022 -
(Testo e video)



Abbiamo tanto bisogno di sentire passi che annunciano pace in un mondo dove non si ascoltano più quelli degli altri o arriva solo il rumore sinistro e pesanti dei passi militari, che disperdono e profanano il dono delicato e fragile della vita. Il nostro è un mondo che non riconosce più il passo del fratello, non interessa. Basta sfiorarsi, sentire che qualcuno si avvicina, che ci sembra di avvertire un pericolo e ci si difende. Esplode la rabbia giustificata dalla paura, dal rancore, dall’ingiustizia per qualche diritto che ci sembra tolto e per una minaccia non desiderata, che spesso, peraltro, non c’è o che in realtà siamo noi. Abbiamo bisogno di passi di pace per liberare dalla paura. Ogni cristiano comunica la pace, perché vive e annuncia Cristo, nostra pace.

La tradizione domenicana racconta come Reginaldo da maestro si fece discepolo (ogni vero maestro non dimentica di dover sempre imparare!). Reginaldo venne aiutato da Maria che gli apparve e unse i suoi piedi con l’olio santo “affinché siano pronti per annunciare il Vangelo di pace”. 
Il cristiano è una sentinella che non si addormenta, perché vuole bene, non si accontenta di stare bene lui e di cercare il suo interesse. Parla perché “vede con gli occhi il ritorno del Signore a Sion”. 

Chi vede la presenza del Signore nella sua vita si accorge del mondo intorno e del suo incanto, cioè la bellezza che contiene ogni persona, che trasforma ogni incontro in legame, in qualcosa di significativo. Senza questo tutto è uguale, grigio, privo di interesse. Gli occhi del Signore ci aprono alla vita, altrimenti resta solo il cinismo, la convenienza, persone che finiscono per avere tutti i diritti ma solo per difendere il proprio io. Non si trovano per davvero se non difendiamo allo stesso tempo quelli del prossimo.

La memoria di San Domenico, sentinella della presenza di Dio nella storia, ci aiuta a vedere oggi i segni della Sua presenza, a credere nella luce quando dentro e fuori c’è solo tanto buio. San Domenico ci aiuta sempre ad incontrare quello che è veramente necessario, ad uscire da noi per trovare il nostro io. È una gioia sempre nuova incontrare San Domenico, sentinella di un mondo nuovo che non ha creduto che si difende la verità annullando l’avversario ma attraendolo con una carità più convincente.

Non si è esercitato nel giudizio, ma ha predicato il Vangelo, cioè ha annunciato la Parola, in modo “opportuno e non opportuno”. Il non opportuno non è andare contro tutti a tutti costi, ma non arrendersi, non pensare mai che sia inutile parlare di Gesù, e farlo sempre e con tutti, anche quando pensiamo sia pericoloso o compromettente, insomma non opportuno. Il non opportuno dobbiamo sconfiggerlo dentro noi stessi, liberandoci dai nostri giudizi acquisiti, dalle parole d’ordine senza amore, dalla pigrizia, dall’assecondare la logica pervasiva e individualistica di lasciare ognuno solo con se stesso. San Domenico aveva “pertinacia compassionevole e paziente, facendosi aiutare dallo Spirito” e parlava “sempre con parole affabili e convincenti e con argomenti inconfutabili”. Con magnanimità e dottrina, si raccomanda l’Apostolo; con cuore largo e con tanta profondità di contenuto, perché raggiunga il cuore delle persone. Non opportuno significa non ridurre il Vangelo a verità impersonale, senza corpo, senza amore, perché la verità che è Cristo richiede sempre il nostro volto e la nostra carne. Non dobbiamo avere paura di annunciare Cristo in tutte le occasioni perché è sempre utile! “Ovunque si trovasse sia in casa con l’ospite o tra i magnati, i principi o i prelati, traboccava di parole edificanti e abbondava di esempi con cui piegava l’animo di chi ascoltava all’amore di Cristo”.
Non si tratta certo di contrapporci a tutti i costi a qualcuno avvertito come pericolo, credendo così di essere noi a scegliere per davvero, vedendo nemici dove non ci sono o finendo per parlare da soli.
Il Vangelo è sempre un seme, anche quando non sembra dia frutto o sia sprecato! È verità da annunciare in maniera viva, non con la lettera e la supponenza di una lezione (che non vuol dire certo profondità!), ma sempre con lo Spirito, con la fermezza umile e profonda di San Domenico. Facciamo due miglia non opportune con chi ci ha chiesto di farne uno. Non rispondiamo al male con il male e non accontentiamoci di risposte banali, senza sapore e profondità.

San Domenico predica sempre e ci manda con magnanimità e dottrina a capire i labirinti delle persone e dei pensieri che le agitano. Dottrina è non solo obbedienza alla Chiesa ma anche evitare accomodamenti compiacenti come durezze distanti dalla verità. I nostri giorni sono quelli in cui non si sopporta più la sana dottrina, che è sempre e solo il Vangelo, lo scandalo della croce, esigente, vera, umana. È proprio vero che oggi, pur di udire qualcosa, “gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole”.

I capricci di cui parla l’Apostolo sono le infinite esigenze di un ego sempre adolescenziale, convinto e indotto a cercare per sé, a esigere i diritti individuali secondari trascurando quelli primari, perché tutto gira intorno a sé, cancellando il prossimo, imprevedibile e irriducibile all’io, perché richiede di entrare in relazione. “Adempi il tuo ministero”, ecco quello che ci è chiesto. E ministero è servizio, è il tuo servizio, quello che è chiesto a te nella comunione del corpo. Siamo mandati a due a due, proprio come i fratelli raffigurati nella tavola della Mascarella. Non dimentichiamo che San Domenico si è sempre fatto chiamare “Fratello Domenico” e il suo ministero, il Vangelo, genera figli e fratelli, diversi tra loro, segno anche di una fraternità universale. Il beato Giordano di Sassonia, successore di San Domenico, disse di lui: «Poiché amava tutti, era amato da tutti». Amava sempre, opportune et inopportune. La comunione tra i fratelli e la missione a tutti fratelli. Quando ci si esercita nel comparativo alla fine non si vive più il dono della fraternità come dono. La preoccupazione è sempre la messe, davvero grande, stanca e sfinita di pecore senza pastore, davanti alla quale non ci è chiesto il giudizio, ma l’amore, non di distinguerci rimanendo lontani ma di andare in mezzo per essere operai.

Gli uomini mettono paura se non li amiamo. Poiché amava tutti, da tutti era amato.
Il cristianesimo sarà attraente solo se oseremo chiedere molto, opportune et inopportune, ma con amore, impegnativo per noi. Se mettiamo il cristianesimo nel banco dei tanti elisir di benessere, chi lo prenderà sul serio? Ma per chiedere amore dobbiamo amare! Diventiamo irrilevanti. Dobbiamo essere presenti nella vita concreta e parlare del Signore partendo dalla persona, riconoscendo in ognuno la dignità di figlio di Dio. Nel deserto non si cerca forse più intensamente l’acqua? Ecco la sfida di San Domenico e la sua consegna oggi. Una comunità con una tavola accogliente, abbondante nella fraternità. Che San Domenico ci aiuti a predicare il Vangelo con la stessa passione dell’inizio perché dia frutto abbondante di amore e noi troviamo il senso della nostra chiamata.

GUARDA IL VIDEO 
Omelia integrale

Il Papa si prepara per Kiev. “Atteso prima del Kazakistan”

Il Papa si prepara per Kiev.
“Atteso prima del Kazakistan”

L'ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, ricevuto in Vaticano


L'incontro. L'ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, 
stringe la mano a papa Francesco durante la visita in Vaticano (ansa)

Papa Francesco si sta preparando alla missione di pace in Ucraina. Dopo il ritorno dalle intense giornate in Canada il Pontefice, invece di riposarsi, accelera la sua attività diplomatica per fermare la guerra. La tanto attesa visita di Jorge Mario Bergoglio a Kiev diventa ogni giorno più probabile - «salvo imprevisti, da tenere sempre in conto in un contesto di conflitto armato», affermano con prudenza Oltretevere - e gli emissari vaticani e ucraini starebbero provando a organizzarla in tempi relativamente brevi, «magari anche prima del viaggio papale in Kazakistan, quindi prima del 13-15 settembre prossimi», si dice nei Sacri Palazzi. «Non c'è ancora una data precisa, che sarà stabilita dal Papa», afferma un monsignore, né l’ufficialità, ma la conferma indiretta che si va in quella direzione giunge dall'ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, ricevuto da Francesco ieri (n.b. sabato 6 agosto) in Vaticano: «L’Ucraina da tanti anni, e soprattutto dall'inizio della guerra, aspetta il Papa e sarà lieta di salutarlo prima del viaggio in Kazakhstan», twitta Yurash dopo il colloquio.

In questo modo si eviterebbe anche un potenziale incidente diplomatico con l’entourage del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che non accetterebbe di buon grado l’arrivo del Papa dopo il vertice dello stesso Francesco con il patriarca di Mosca Kirill, previsto a Nur-Sultan, capitale kazaka, il 14 settembre, nell'ambito del «Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali». Nei confronti di Kirill non sono mancate prese di distanza papali e vaticane rispetto all'appoggio dell’invasione russa, ma l’approdo «nella martoriata terra ucraina dopo l’abbraccio” con uno dei principali sostenitori delle bombe e dei missili di Vladimir Putin avrebbe infiammato gli animi ucraini invece di alimentare una distensione», spiega un alto prelato delle Sacre Stanze. In questa fase di «decisioni che possono rivelarsi fondamentali per la riconciliazione, non solo nell’est Europa ma a livello planetario - evidenzia un altro presule - occorre azzerare i possibili fraintendimenti». Da più parti in Vaticano gli indizi indicano che, sebbene ancora sottotraccia, la complessa preparazione della spedizione papale sarebbe in corso.

Yurash, sempre su Twitter, diffonde anche «le importanti parole di Papa Francesco espresse durante l'incontro: “Sono molto vicino all'Ucraina e voglio esprimere questa vicinanza attraverso la mia visita in Ucraina”», da cui il Pontefice è convinto di ottenere «risultati positivi», come ha dichiarato in luglio in un’intervista al Tg1 monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, ossia il «ministro degli Esteri» vaticano.


Durante la conversazione con il rappresentante diplomatico di Kiev si sarebbe parlato delle modalità del viaggio, ancora non definite nei dettagli. Lo stesso Gallagher è in procinto di «conoscere meglio le cose», come aveva rivelato al ritorno dal Nord America.

Dalla Santa Sede trapela però che la trasferta in Ucraina si realizzerebbe «quasi certamente in treno, come avvenuto anche con altri leader europei, visto che in aereo vi sarebbero problemi irrisolvibili legati alla sicurezza». Il convoglio «potrebbe partire dalla Polonia» o anche «dalla Romania».

Nel frattempo papa Francesco ribadisce in ogni occasione che per risolvere le ostilità «l’unica cosa ragionevole da fare sarebbe fermarsi e negoziare», e si augura «che la saggezza ispiri passi concreti di pace». Pochi giorni fa, nella conferenza stampa sull’aereo da Iqaluit, a ridosso del Circolo Polare Artico, aveva rimarcato la sua volontà di recarsi nel Paese invaso dall’esercito dello Zar: «In Ucraina vorrei andarci».

Il summit con Zelensky a Kiev e il faccia a faccia con Kirill a Nur-Sultan potrebbero essere gli snodi decisivi della tessitura di Francesco per ottenere una tregua «vera» che porti a una pacificazione completa. Anche perché la reciproca riapertura di credito con Kirill - che, da quanto emerso nell'udienza di due giorni fa del Papa col «numero due» del Patriarcato, il metropolita Antonio, è considerata possibile anche dalla controparte moscovita - avrebbe per Bergoglio un significato cruciale non solo sul piano dei rapporti ecumenici: potrebbe spalancare la porta per l'altro grande passo diplomatico, per il quale Francesco lancia segnali da mesi e ha tenuto aperti i canali di dialogo col Cremlino anche nei momenti più tesi: volare da Putin. La via del Vescovo di Roma per Mosca potrebbe dunque passare per Kiev e Nur-Sultan.
(fonte: Vatican Insider, articolo di Domenico Agasso 07/08/2022)


«“Non temere” e “siate pronti”. Le due parole-chiave per sconfiggere le paure e per superare la tentazione di una vita passiva, addormentata.» Papa Francesco Angelus 07/08/2022 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 7 agosto 2022


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel Vangelo della Liturgia odierna, Gesù parla ai discepoli per rassicurarli da ogni paura e per invitarli alla vigilanza. Sono due le esortazioni fondamentali che rivolge loro: la prima è «non temere, piccolo gregge» (Lc 12,32); la seconda «siate pronti» (v. 35). “Non temere” e “siate pronti”. Si tratta di due parole-chiave per sconfiggere le paure che a volte ci paralizzano e per superare la tentazione di una vita passiva, addormentata. “Non temere” e “siate pronti”: soffermiamoci su questi due inviti.

Non temere. Per prima cosa Gesù incoraggia i discepoli. Ha appena finito di parlare loro della cura amorevole e provvidente del Padre, che si preoccupa dei gigli dei campi e degli uccelli del cielo e, quindi, tanto più dei suoi figli. Perciò non bisogna affannarsi e agitarsi: la nostra storia è saldamente nelle mani di Dio. Ci rincuora questo invito di Gesù a non temere. A volte, infatti, ci sentiamo imprigionati in un sentimento di sfiducia e di angoscia: è la paura di non farcela, di non essere riconosciuti e amati, la paura di non riuscire a realizzare i nostri progetti, di non essere mai felici, e così via. E allora ci affanniamo per cercare soluzioni, per trovare qualche spazio in cui emergere, per accumulare beni e ricchezze, per ottenere sicurezze; e come finiamo? Finiamo per vivere nell’ansia e nella preoccupazione costante. Gesù, invece, ci rassicura: non temete! Fidatevi del Padre, che desidera darvi tutto ciò che realmente vi serve. Già vi ha donato il suo Figlio, il suo Regno, e sempre vi accompagna con la sua provvidenza, prendendosi cura di voi ogni giorno. Non temere: ecco la certezza a cui attaccare il cuore! Non temere: un cuore attaccato su questa certezza. Non temere.

Ma sapere che il Signore veglia con amore su di noi non ci autorizza a dormire, a lasciarci andare alla pigrizia! Al contrario, dobbiamo essere svegli, vigilanti. Amare infatti significa essere attenti all’altro, accorgersi delle sue necessità, essere disponibili ad ascoltare e accogliere, essere pronti.

La seconda parola: «Siate pronti». È il secondo invito di oggi. È saggezza cristiana. Gesù ripete più volte questo invito, e oggi lo fa attraverso tre brevi parabole, incentrate su un padrone di casa che, nella prima, ritorna d’improvviso dalle nozze, nella seconda non vuole farsi sorprendere dai ladri, e nella terza rientra da un lungo viaggio. In tutte, il messaggio è questo: bisogna stare svegli, non addormentarsi, cioè non essere distratti, non cedere alla pigrizia interiore, perché, anche nelle situazioni in cui non ce l’aspettiamo, il Signore viene. Avere questa attenzione al Signore, non essere addormentati. Bisogna stare svegli.

E alla fine della nostra vita ci chiederà conto dei beni che ci ha affidato; per questo, vigilare significa anche essere responsabili, cioè custodire e amministrare quei beni con fedeltà. Tanto abbiamo ricevuto: la vita, la fede, la famiglia, le relazioni, il lavoro, ma anche i luoghi in cui viviamo, la nostra città, il creato. Tante cose abbiamo ricevuto. Proviamo a chiederci: abbiamo cura di questo patrimonio che il Signore ci ha lasciato? Ne custodiamo la bellezza oppure usiamo le cose solo per noi e per le nostre convenienze del momento? Dobbiamo pensare un po’ a questo: siamo custodi di quanto ci è stato dato?

Fratelli e sorelle, camminiamo senza paura, nella certezza che il Signore ci accompagna sempre. E restiamo svegli, perché non ci succeda di addormentarci mentre il Signore passa. Sant’Agostino diceva: “Ho paura che il Signore passi e io non me ne accorga”; di essere addormentato e di non accorgermi che il Signore passa. State svegli! Ci aiuti la Vergine Maria, che ha accolto la visita del Signore e, con prontezza e generosità, ha detto il suo “eccomi”.

________________________________________________

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Desidero salutare con soddisfazione la partenza dai porti dell’Ucraina delle prime navi cariche di cereali. Questo passo dimostra che è possibile dialogare e raggiungere risultati concreti, che giovano a tutti. Pertanto, tale avvenimento si presenta anche come un segno di speranza, e auspico di cuore che, seguendo questa strada, si possa mettere fine ai combattimenti e arrivare a una pace giusta e duratura.

Ho appreso con dolore la notizia dell’incidente stradale avvenuto ieri mattina in Croazia: alcuni pellegrini polacchi diretti a Medjugorje hanno perso la vita e altri sono rimasti feriti. La Madonna interceda per tutti loro e per i familiari.

Oggi è la giornata culminante del Pellegrinaggio Europeo dei Giovani a Santiago de Compostela, rinviato dall’anno scorso che era Anno Santo Compostelano. Con gioia benedico di cuore ciascuno dei giovani che hanno partecipato, e benedico anche quanti hanno lavorato per organizzare e accompagnare questo evento. Che la vostra vita sia sempre un cammino: un cammino con Gesù Cristo, un cammino verso Dio e verso i fratelli, un cammino nel servizio e nella gioia!

Ed ora rivolgo il mio saluto a tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi, in particolare i fedeli di Malta. Saluto il gruppo di Crevalcore, i giovani della diocesi di Verona e quelli dell’Oratorio “Don Bosco” di Tolmezzo.

Auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video



domenica 7 agosto 2022

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XIX Domenica T.O. - Anno C


Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli

  XIX Domenica T.O. Anno C
7 agosto 2022 


Per chi presiede

Fratelli e sorelle, il Signore Gesù ci chiede di rimanere sempre vigilanti, in attesa della sua Venuta come Risorto. Rivolgiamo a Lui con fiducia le nostre preghiere, ed insieme diciamo:

          R/  Sostienici nella tua attesa, o Signore

 

Lettore

- Perché la tua Chiesa, o Signore Gesù, chiamata ad essere nel mondo, non padrona e dominatrice, ma piccolo gregge, straniera, pellegrina e ospite, viva la tua attesa in una vigilanza operosa e con uno stile di vita semplice, sobrio e fraterno. Preghiamo.

- Perché i cristiani, che tu, o Signore Gesù, hai inviato nel mondo per la testimonianza e l’annuncio del tuo Vangelo, rifuggano da ogni tentazione di arroganza e di violenza, e si pongano al servizio del bene comune, per rendere il mondo più umano e più fraterno. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Signore Gesù, questo nostro Paese e coloro che lo governano. Tu che sei venuto per servire e non per essere servito, liberali da ogni forma di isteria e ispira loro pensieri e progetti di giustizia sociale, di solidarietà, di pace e di sapiente accoglienza dei poveri e dei migranti. Preghiamo.

- Vigila, o Signore Gesù, anche su noi cristiani qui riuniti attorno alla tua Mensa: l’eucaristia che ogni domenica celebriamo non ci lasci indifferenti o rancorosi di fronte al dolore degli altri, ma ravvivi in noi la tua misericordia e la tua giustizia, la capacità di essere attenti e accoglienti verso tutti e in particolare verso i deboli e i poveri. Preghiamo.

- Davanti a te, o Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti e delle vittime ancora colpite dal corona-virus [pausa di silenzio]; ci ricordiamo delle vittime, ormai dimenticate, della guerra tra Russia e Ucraina, come pure – anch’essi ormai dimenticati – degli immigrati che nei lager della Libia muoiono per la fame, le torture e le violenze di ogni genere. Vieni in mezzo a noi, Signore, e liberaci dal nostro egoismo e dalla nostra indifferenza; e a queste vittime del nostro cinismo e della nostra ingiustizia dona il riposo nella tua compassione e nella tua pace. Preghiamo.

Per chi presiede


Signore Gesù, la tentazione di agire con disumanità, come il servo violento della parabola, ignorando il tuo Vangelo, è grande ed è sempre presente nel nostro cuore. Aiutaci a saper abitare questo mondo, così come lo hai abitato Tu, in umiltà e mitezza. Te lo chiediamo perché tu sei nostro Signore e Fratello nei secoli dei secoli. AMEN.



"Un cuore che ascolta - lev shomea" n. 40/2021-2022 anno C

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

 XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Vangelo:



«Non temere, piccolo gregge!», sono le parole di incoraggiamento di Gesù ai discepoli. La paura è tutto il contrario della Fede, perché ci fa perdere la fiducia nel Dio Provvidenza e ci allontana dalle dinamiche del Regno di Dio. Altro è invece il timore di Dio che ci rammenta che siamo sue creature e apre il nostro cuore alla vera Sapienza. L'ansia per i beni di questo mondo che distrugge la vita degli uomini è per coloro che non sanno che Dio è un Padre che dona largamente, perché ama ogni suo figlio fino alla pazzia. La sola possibilità che abbiamo di realizzarci, come figli di Dio e fratelli fra di noi, è quella di condividere quanto possediamo divenendo così simili al Padre. Chi accumula per sé fa dei beni della terra un idolo di morte e fallisce miseramente la sua vita. La condivisione, che in ebraico si dice Tzedakà che tradotto alla lettera significa Giustizia, esige quella misericordia che "riempie i burroni e spiana colline" (cfr.Lc 3,5). Non si tratta di un esigente moralismo o di "pauperismo", come spesso sentiamo affermare anche e principalmente nella Chiesa, ma di Vangelo, la Buona Notizia che Dio è per noi, per tutti noi, un Padre . E' la ragione per cui Gesù ci esorta ad abitare la terra liberi dalla frenesia e dal desiderio del possesso, ad attraversare la vita come Abramo, come «Gherim ve Toshavim», stranieri e pellegrini (cfr. Gen 23,4), senza una dimora stabile, abitando una tenda, sempre alla ricerca di quella Tenda futura dove il Signore ci attende.


sabato 6 agosto 2022

NON TEMERE, PICCOLO GREGGE - Perché il vero tesoro sono le persone, non le cose. - XIX Domenica Tempo Ordinario Anno C - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

NON TEMERE, PICCOLO GREGGE
 

Perché il vero tesoro sono le persone, non le cose.

 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più». Lc 12,32-48

per i social

NON TEMERE, PICCOLO GREGGE
Perché il vero tesoro sono le persone, non le cose.
La parabola del padrone e dei servi è scandita in tre momenti.

Tutto parte con l'assenza del signore, che se ne va e affida la casa ai suoi servi. Così Dio ha consegnato a noi il creato, come fece con Adamo. Ci ha affidato la casa comune che è il mondo, perché ne siamo custodi. E se ne va.
Dio, il grande assente, che crea e poi si ritira. La sua assenza ci pesa, ma è la vera garanzia della nostra libertà. Se fosse qui, visibile, inevitabile, incombente, chi si muoverebbe più? Un Dio che si impone sarà anche obbedito, ma non sarà amato da liberi figli.

Secondo momento: nella notte i servi vegliano e attendono il padrone; hanno cinti i fianchi, in trepidante attesa. Hanno le lucerne accese, perché è notte.
Anche quando è notte e la fatica è tanta, quando la paura preme sul cuore, tu continua a lavorare per la famiglia, la comunità, il tuo Paese, la madre terra. Con quel che hai, come puoi, meglio che puoi. Vale di più accendere una piccola lampada nella notte che imprecare contro tutto il buio circostante.

Tenetevi pronti, perché anche per quei servi, poi, arriva il terzo momento. E se giungendo prima dell'alba, il padrone li troverà svegli, beati loro: egli passerà a servirli. Perché è rimasto incantato.
Beati noi, se il nostro Signore si intenerisce di fronte al nostro desiderio di lui. Beati noi perché lo vedremo faccia a faccia, incantato, proclamare: “non temere, piccolo gregge”.
Che i servi veglino fino all'alba, non è richiesto; si attende così solo se si ama, nella speranza di un abbraccio: «dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore». Un padrone-tesoro verso cui punta dritta la freccia del cuore, come nel Cantico: dormo, ma il mio cuore veglia (5,2).
Per quel servo che invece ha posto il tesoro nelle cose, l'incontro con il suo signore sarà la dolorosa scoperta di avere mortificato se stesso nel momento in cui mortificava gli altri; la triste sorpresa di avere fra le mani solo cocci di una vita sbagliata. E non un tesoro che spera nel prossimo, motore della vita.
Siamo vivi se coltiviamo tesori di passione per il bene possibile, per il sorriso possibile, per l'amore possibile, per un mondo migliore possibile. La nostra vita è viva quando tende ad un tesoro per cui valga la pena mettersi in viaggio, altrimenti il cuore deperisce.
Mio tesoro è il Dio pastore di costellazioni e di cuori, che viene, chiude le porte della notte e apre quelle della luce. Ci farà mettere a tavola e passerà a servirci, le mani colme di doni.
Mio tesoro è un padrone che non nutre sospetti, che mi affida la casa, le chiavi, le persone. Che viene e si pone a servizio della mia felicità! Dio che così mi conquista, mi commuove, e ad esso rispondo.
Dov'è il mio tesoro proprio lì è il mio cuore, e non mi posso sbagliare.


per Avvenire

È il servizio la chiave per entrare nel Regno (...)

Leggi su Avvenire