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domenica 14 agosto 2022

San Massimiliano Kolbe: “Ave Maria” è la sintesi della sua vita

San Massimiliano Kolbe:
“Ave Maria” 
è la sintesi della sua vita



“Ave Maria”. Sono queste le ultime parole che San Massimiliano Kolbe, nato in Polonia nel 1894, pronuncia ad Auschwitz, il 14 agosto del 1941, prima di morire. L’ultimo tratto della sua vita è un calvario condiviso con altri prigionieri del campo di sterminio. Dopo la deportazione, è spogliato del saio francescano ed è destinato ai lavori più umilianti, come il trasporto dei cadaveri al crematorio. Riceve il numero di matricola 16670. Dopo la fuga di un prigioniero, dieci detenuti vengono destinati al cosiddetto bunker della fame nel Blocco 13 e sono condannati a morire di fame. Padre Kolbe offre la sua vita in cambio di un padre di famiglia, Franciszek Gajowniczek, che molti anni dopo ricorda quel drammatico momento con queste parole: “Kolbe uscì dalle fila, rischiando di essere ucciso sull’istante, per chiedere al Lagerfhurer di sostituirmi. Non era immaginabile che la proposta fosse accettata, anzi molto più probabile che il prete fosse aggiunto ai dieci selezionati per morire insieme di fame e di sete. Invece no! Contro il regolamento, Kolbe mi salvò la vita”.

Papa Francesco in preghiera, nel 2016, nella cella di San Massimiliano Kolbe

Ave Maria

È appena cominciato il mese di agosto del 1941. Padre Kolbe viene rinchiuso nel “bunker della fame”, ad Auschwitz, insieme con altri nove prigionieri. In questo tragico luogo, la disperazione diventa una preghiera comune. Passano i giorni e il “coro” di voci oranti, guidate dal sacerdote francescano, perde di vigore e diventa un flebile sussurro. Dopo due settimane di indicibili sofferenze, solo quattro prigionieri sono ancora vivi. Tra loro, c’è anche padre Kolbe. Le guardie del campo di sterminio decidono allora di accelerare la fine delle loro vite con una iniezione di acido fenico. È il 14 agosto del 1941. Padre Kolbe tende il braccio e le sue parole prima di morire sono l’ultimo sigillo di una vita messa nelle mani dell’Immacolata. Il giorno dopo, solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, il suo corpo viene bruciato nel forno crematorio e le sue ceneri si mescolano con quelle di tanti altri condannati a morte. Viene proclamato Santo il 10 ottobre del 1982 dal Pontefice polacco San Giovanni Paolo II. Nell’omelia, Papa Wojtyła ricorda che l’ispirazione di tutta la vita di padre Kolbe “fu l’Immacolata, alla quale affidava il suo amore per Cristo e il suo desiderio di martirio. Nel mistero dell’Immacolata Concezione si svelava davanti agli occhi della sua anima quel mondo meraviglioso e soprannaturale della Grazia di Dio offerta all’uomo”. Come i suoi predecessori, Papa Francesco nel corso della visita ad Auschwitz, il 29 luglio 2016 durante il viaggio apostolico in Polonia, ha sostato in preghiera silenziosa presso la cella del martirio del Santo polacco.

Una vita nelle mani dell’Immacolata

È dunque Maria ad ispirare la vita di Padre Kolbe. Nel 1917 fonda la “Milizia di Maria Immacolata”. Lo scopo è quello di "rinnovare ogni cosa in Cristo attraverso l’Immacolata". Nel 1922, da inizio alla pubblicazione della rivista “Il Cavaliere dell’Immacolata”, per alimentare lo spirito e la diffusione della Milizia. Cinque anni dopo, nei pressi di Varsavia, nasce Niepokalanów, la “Città dell’Immacolata”. Nel 1930, padre Kolbe parte per il Giappone, dove fonda "Mugenzai no Sono" o "Giardino dell'Immacolata", nella periferia di Nagasaki. Qui si rifugeranno gli orfani di questa città dopo l’esplosione della bomba atomica. Allo scoppio della seconda guerra mondiale la città di Niepokalanów viene trasformata in un luogo di accoglienza per feriti, ammalati e profughi. Rifiuta di prendere la cittadinanza tedesca e il 17 febbraio 1941 viene rinchiuso nella prigione Pawiak, Varsavia. Pochi mesi dopo, viene deportato nel campo di sterminio di Auschwitz.

Padre Kolbe e la medaglia miracolosa

Padre Massimiliano Maria Kolbe nel 1918, dopo l'ordinazione sacerdotale, celebra la sua prima Messa a Roma nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte. È il luogo dove, il 20 gennaio del 1842, l’Immacolata Concezione della medaglia miracolosa appare all’ebreo Alfonso Ratisbonne. Il giovane, che portava la medaglia al collo per scherno, si converte istantaneamente. La medaglia miracolosa è stata coniata per volontà della Madonna espressa a Santa Caterina Labouré nell’apparizione del 27 novembre del 1830. Padre Alfonso Longobardi, vice parroco di Sant’Andrea delle Fratte, ricorda il legame tra padre Kolbe con la chiesa romana non lontana da piazza di Spagna e con la medaglia miracolosa.


R. - Padre Massimiliano Kolbe ha una venerazione particolare per la Vergine Maria, l'Immacolata. Qui, a Sant'Andrea delle Fratte, il 20 gennaio del 1842 la Vergine Immacolata appare ad Alfonso Ratisbonne, un ateo appartenente ad una famiglia ebrea e anche massone. Per Massimiliano Kolbe questa storia è coinvolgente: Maria con la sua bellezza e con la sua luce converte questo uomo.

Qual è il legame di padre Massimiliano Kolbe con la medaglia miracolosa?

R.- C'è questo legame perché Alfonso Ratisbonne portava con sé, per scherno, la medaglia. Un amico, che si era convertito, gli aveva chiesto che la indossasse. E gli aveva detto che anche lui si sarebbe convertito. Alfonso l’aveva presa per schernirlo. Quella medaglia sarà poi fondamentale. Alfonso dirà di aver visto la Vergine Maria così come è raffigurata sulla medaglia, coniata in seguito all’apparizione della Vergine Maria a Santa Caterina Labouré. Ed è semplicissima. Su un lato c’è la Vergine, con una preghiera a Maria. Sull’altro lato c’è la lettera di Maria, la M, intarsiata nella croce e in due cuori: il Sacro Cuore di Gesù è il cuore addolorato della Vergine Maria. Questa medaglia diventa per padre Kolbe un po’ lo stemma, il segno esteriore che ogni appartenente alla Milizia dell’Immacolata deve portare con sé.

Padre Kolbe portava con sè e aveva in petto questo segno anche il 14 agosto 1941, il giorno della sua morte ad Auschwitz...

R. - Anche lì, ad Auschwitz, quella di padre Kolbe è stata una vita da apostolo. Mi colpisce molto un particolare al di là di come sia morto: il fatto che con la sua presenza diventa una presenza di speranza. Si racconta che nelle celle non ci sono più grida e pianti ma canti e preghiere. E, non a caso, le ultime parole di padre Massimiliano Maria Kolbe prima di morire saranno: “Ave Maria”. Potremmo dire che queste parole sono la sintesi di una vita che si dona e si mette nelle mani dell’Immacolata e si fa strumento di santità.
(fonte: Vatican News, articolo di Amedeo Lomonaco 14/08/2020)


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XX Domenica T.O. - Anno C


Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli

  XX Domenica T.O. Anno C
14 agosto 2022 

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Dio, nel volto umano di Gesù, viene incontro a noi come mistero di amore, come fuoco che arde e non consuma. Avvolti da questa potenza di amore, innalziamo al suo Figlio Gesù le nostre preghiere ed insieme diciamo:

          R/  Abbi pietà di noi, Signore

 

Lettore

- Tu, Signore Gesù, sei disceso in mezzo a noi per accendere nel cuore di questa umanità la fiamma ardente dell’amore. Fa’ che la tua Chiesa non ricopra questa fiamma con le sue ceneri, con la ricerca di interessi che la portano lontano dalla tua passione di amore, ma ravvivi sempre questa fiamma, assumendo uno stile di vita umano e fraterno, conforme al tuo Vangelo. Preghiamo.

- La potenza del tuo Santo Spirito, o Signore Gesù, spinga i popoli e coloro che li governano ad uscire dalla logica imperialistica che crede soltanto nelle armi e nella guerra la garanzia che assicura pace e sicurezza. Dona loro di comprendere che tutto questo è pura follia perché conduce il mondo inesorabilmente verso il baratro e la fine della vita. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore Gesù, il dolore e le lacrime di tutti i poveri, di quanti vengono ridotti a semplici oggetti da usare e sfruttare senza pietà. Ti affidiamo il dolore e l’angoscia del popolo ucraino e soprattutto di quelle donne e di quegli uomini che non hanno la forza di abbandonare le loro case. Preghiamo.

- Signore Gesù, getta il tuo fuoco di amore in mezzo alle nostre comunità parrocchiali e religiose, e all’interno delle nostre famiglie, perché ritroviamo la strada del dialogo, la forza del perdono reciproco e, nello stesso tempo, abbiamo il coraggio profetico di prendere posizione nei riguardi degli esclusi e degli sfruttati. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore Gesù, i nostri parenti ed amici ammalati ed anche coloro che non conosciamo. Dona la tua forza ed il tuo amore a quanti si prendono cura di loro: Sii Tu il conforto di quanti sperimentano la solitudine ed il disinteresse dei propri figli. Preghiamo.

- Ti ricordiamo, Signore Gesù, i nostri parenti e amici defunti e le vittime ancora colpite dal corona-virus [pausa di silenzio]; ti ricordiamo le vittime dell’odio razziale e religioso, le vittime degli incidenti stradali e sul lavoro. Possano tutti godere della tua gioia eterna, assieme ai santi della Gerusalemme Celeste. Preghiamo.

Per chi presiede


Signore Gesù, concedi a noi tuoi discepoli il tuo stesso amore appassionato e fedele per questo mondo e in particolare per i deboli, i poveri e i peccatori, affinché nessuno si perda negli angoli bui e tristi delle strade della vita. Te lo chiediamo perché sei nostro Fratello e Signore, vivente nei secoli dei secoli. AMEN.



"Un cuore che ascolta - lev shomea" n. 41/2021-2022 anno C

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

 XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Vangelo:



Non è il fuoco della Geenna profetizzato dal Battista, fuoco che arde incessantemente consumando e distruggendo i nemici di Dio ma il fuoco della Pentecoste, lo Spirito del Padre, fiamma d'amore che avvolge e riscalda i cuori di tutti i figli. E' il fuoco che Gesù è venuto a gettare sulla terra, giudizio di misericordia di un Padre che si è rivelato nel mistero pasquale del Figlio Gesù. E' il Roveto ardente che Mosè ha contemplato, ma non ha potuto toccare, e che ora infiamma la vita di quanti decidono di diventare servi del Regno fino alle estreme conseguenze a somiglianza di Gesù. «Il nostro Maestro ha attraversato il fuoco per compiere l'amore del Padre. Egli è venuto a visitarci nella nostra sofferenza, in ogni nostra angoscia, perché noi ne fossimo liberi e avessimo la sua Shalom» (cit.). Ma questa pace deve necessariamente attraversare la divisione, non è certo una pace a buon mercato, ma a carissimo prezzo, a costo della stessa vita. L'Eucaristia, sacramento vivente e santo dell'amore di Dio per noi, ci unisce al mistero - progetto d'amore del Maestro ed esige da noi divisioni nette e strappi dolorosi da una vita vuota, senza senso, inutile e dannosa per noi e per i fratelli, perché rivolta agli idoli. L'uomo vecchio deve morire perché possa rinascere l'uomo nuovo fatto ad immagine di Gesù. E' questo il prezzo da pagare per la nostra libertà, per una vita nuova.

sabato 13 agosto 2022

I GIORNI DELL’ ANGOSCIA - Dio non è neutrale. Non seguite il pensiero dominante. Giudicate da voi... Siate profeti anche scomodi, dice il Signore - XX Domenica Tempo Ordinario Anno C - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

I GIORNI DELL’ ANGOSCIA
 

Dio non è neutrale. Non seguite il pensiero dominante. Giudicate da voi... Siate profeti anche scomodi, dice il Signore.

 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera» Lc 12,49-53

per i social

I GIORNI DELL’ ANGOSCIA
Dio non è neutrale. Non seguite il pensiero dominante. Giudicate da voi... Siate profeti anche scomodi, dice il Signore.

Sono venuto a gettare fuoco sulla terra. E come vorrei che fosse già acceso! Pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma la divisione.

Gesù manifesta tutta la sua angoscia: ormai all’orizzonte si stagliano i bagliori di un incendio che lo coinvolgerà: ho un battesimo nel quale sarò battezzato e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Il Dio biblico non porta la falsa pace dell’imparzialità o dell'inerzia, ma “ascolta il gemito” dei poveri e dei piccoli, e poi prende posizione contro i faraoni di sempre.
Dio non è neutrale: vittime o carnefici per lui non sono la stessa cosa, tra ricchi e poveri ha delle preferenze, e si schiera.

Sono venuto a portare la divisione, quella che si realizza quando gli affamati di giustizia si oppongono ai fabbricanti di ingiustizia, quando i puri di cuore prendono le distanze dal corrotto e corruttore, quando i prigionieri escono dalle segrete e si mettono in cammino nel sole.
Ci capita, a volte, di essere senza fuoco, battezzati non nel fuoco ma nella cenere, di maneggiare le armi letali dell’indifferenza e della freddezza: restando muti davanti al grido dei poveri e di madre terra, mentre soffiano i veleni degli odi, si chiudono approdi, si alzano muri, avanza la corruzione, si avvelena la casa comune. Non si può restarsene inerti a contemplare la vita che ci scorre a fianco, malata. Altrimenti il male avanzerà e si farà sempre più arrogante e legittimato.

“Sono venuto a portare il fuoco”. Ecco l'alta temperatura morale in cui soltanto avvengono le trasformazioni positive del cuore e della storia, in cui si è creativi.
La Evangelii gaudium invita i credenti alla creatività nella missione, nella pastorale, nel linguaggio. Propone instancabilmente non l'omologazione, ma l’unicità; invoca non l'obbedienza ma l'originalità del vivere. Fino a suggerire di non temere eventuali conflitti che ne possono seguire (Eg 226), perché senza conflitto non c'è passione.

Continua il Vangelo: Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? Un invito pieno di energia, rivolto proprio a tutti: non seguite il pensiero dominante, non accodatevi alla maggioranza o ai sondaggi d'opinione.
Giudicate da voi stessi, intelligenti e liberi, svegli e sognatori, andando oltre la buccia delle cose: «La differenza decisiva non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa» (C.M. Martini). Tra chi si domanda che cosa c'è di buono o di sbagliato in ciò che accade, e chi non si domanda più niente.
Giudicate da voi... Siate profeti, siate profeti anche scomodi, dice il Signore.
Anche oggi, a casa nostra, i nostri messaggi di coerenza possono essere una moltitudine, ogni giorno, tra gli adulti e tra i bambini.
Creatività e coerenza. E far divampare quella goccia di fuoco che lo Spirito ha seminato in ogni vivente.


per Avvenire

Chiamati a custodire il bruciore del fuoco (...)

Leggi su Avvenire


GINO STRADA UN ANNO DOPO - Simonetta Strada: "Un anno senza Gino ma le sue idee continuano a parlarci" - La miglior cosa che possiamo fare: ad un anno dalla morte di Gino Strada


UN ANNO DOPO



Tra tutti i biglietti lasciati sul cancello della sua camera ardente, lo scorso agosto, ce n’era uno che diceva: “Grazie Gino, ora riposa. Andiamo avanti noi”. Era legato alle sbarre insieme a tanti altri, pieni di affetto e di gratitudine, ma aveva qualcosa di diverso: guardava in qualche modo al futuro.

Quel biglietto ha rappresentato di fatto un’ispirazione nell’anno che è seguito, durante il quale non sono mai mancati l’aiuto e il pensiero di amici o persone sconosciute che hanno voluto dire “Ci sono”, che sono stati accanto a EMERGENCY nel suo momento più difficile.

Tra i tanti doni che ci ha lasciato Gino abbiamo ritrovato così anche una comunità, nata intorno a un’idea semplice: “Chi ha bisogno va aiutato”. Attorno a quel suo modo di vedere il mondo, si sono ritrovate tante persone, spesso diversissime tra loro eppure tutte convinte che abbandonare qualcuno al suo destino sia sempre una scelta disumana.

Gino non ha abbandonato le vittime della guerra. Ferito dopo ferito, conflitto dopo conflitto, ci ha dimostrato che “La guerra non è mai la soluzione, ma è sempre il problema” e quindi va cancellata dalla nostra storia. Ovunque sia andato, ha visto esseri umani soffrire perché non avevano abbastanza soldi per ricevere le cure di cui avevano bisogno oppure perché dove vivevano non c’erano risorse, ospedali, medici a cui rivolgersi. In un mondo diviso tra chi può e chi no, si è sempre battuto per colmare quel baratro da medico, con tutti i mezzi che aveva. Perché “le cure sono un diritto umano fondamentale”.

Tante persone hanno portato avanti l’enorme lavoro di EMERGENCY. Tanti colleghi, volontari, artisti, amici, sostenitori, ma c’era sempre Gino alla guida. Era un ottimo medico, aveva coraggio, certo, ma soprattutto vedeva più lontano di tutti: aveva una capacità naturale di indicare la strada.

È passato un anno dal giorno in cui Gino ci ha lasciati. Anche se siamo irrimediabilmente più soli, oggi non possiamo fare altro che andare avanti noi. Lo facciamo perché ce n’è ancora bisogno e con la consapevolezza che – se oggi continuiamo a camminare – è anche perché qualcuno prima di noi ha avuto la forza di fare il primo passo.
(fonte: Emergency 13 Agosto 2022)

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Simonetta Strada: "Un anno senza Gino ma le sue idee continuano a parlarci"

La moglie del fondatore: "Se doveva passare 14 ore in piedi lo faceva ma se non era necessario si metteva a giocare a bridge. Non si sacrificava per solo moralismo, gli piaceva vivere". Sabato, a un anno dalla morte, il libro con Repubblica


Un anno dopo resta il sorriso, quello di una delle ultime foto, diffusa solo dopo la morte. L'affetto, enorme, che è scaturito intorno ad Emergency, la sua ong, dopo la morte. E i progetti, tanti, compresi quelli nell'amato Afghanistan, da completare. Ed è tornata la voce, potente più che mai, di Gino Strada. Il chirurgo milanese moriva esattamente un anno fa, il 13 agosto 2021, in Normandia dove si trovava in vacanza con la moglie, Simonetta Gola. È stata lei, nei mesi scorsi, a riprendere in mano il suo testimone e a consegnarlo al mondo. Lo ha fatto sotto forma di un libro, Una persona alla volta, che Strada aveva quasi terminato al momento della morte, uscito in marzo da Feltrinelli e in edicola da sabato con Repubblica.

Signora Strada, è passato un anno: che eredità ha lasciato Gino Strada?

"Un'eredità pratica prima di tutto: una serie di progetti grandi, realizzati e da realizzare. Emergency sta facendo un grande sforzo per andare avanti senza di lui. Ma credo che l'eredità vera sia l'idea che il mondo si può cambiare, che vale la pena di continuare a crederci e a fare quello che è giusto, anche quando è difficile. Una persona alla volta, appunto".

È il titolo del libro: lo avevate scelto insieme?

"No. Il titolo doveva essere un altro, ma l'ho cambiato dopo la sua morte. Non volevo che questa suonasse come qualcosa che guarda indietro, perché non lo è. È un libro di lotta, in cui Gino mette insieme le due cose che aveva capito nella vita: che la guerra non si deve fare mai e che la salute è un diritto universale. Quel titolo l'abbiamo scelto una sera a cena, con gli amici e i colleghi di Emergency: è una frase della postfazione, ci sembrava che riflettesse al meglio quello che ha fatto Gino. Salvare il mondo una persona alla volta, appunto".

Nelle prime pagine, il dottor Strada fa un riferimento a suo padre, morto quando era molto giovane. Sembra quasi un presentimento ...

"Gino diceva sempre che non sono gli anni a pesare, ma i chilometri. Ha avuto una vita intensa e non si è mai curato: quando ha iniziato a farlo la situazione era già complicata. Sapeva che c'era poco tempo ma questo gli ha dato la lucidità di scegliere le persone, le battaglie, i progetti".

Il libro è arrivato nelle librerie quando era da poco cominciata la guerra in Ucraina. In edicola ora che il conflitto va verso a una lunga continuazione...

"In momenti come questi c'è bisogno di ascoltare voci come quella di Gino. Aveva visto molte guerre: l'Iraq, la Cambogia, la Palestina, l'Eritrea, Gibuti, il Ruanda, l'Afghanistan naturalmente. All'inizio ragionava sulle motivazioni di ogni singolo conflitto, voleva capire. Poi è arrivato a credere che la guerra non ha mai senso. E questa riflessione vale anche per questo conflitto che lui non ha visto: nessuno dubita su chi sia l'aggressore e chi l'aggredito, ma Gino pensava che la guerra non ha senso in generale e soprattutto in un momento in cui sul tavolo ci sono strumenti di autodistruzione come quelli di cui dispone oggi l'umanità. Serve un modo di pensare diverso".

Lei ha detto: "Non era un martire". Può spiegarci?

"Quando uno muore, c'è sempre il tentativo di cancellare i suoi difetti. O, come in questo caso, di farne un martire raccontando la sua eccezionale dedizione al lavoro. Gino era una persona con una forte tensione verso la giustizia: se doveva passare 14 ore in piedi in sala operatoria lo faceva, ma se non era necessario invece si metteva a giocare a bridge. Non si sacrificava per solo moralismo, gli piaceva vivere, aveva molto altro al di fuori di quello che era la persona pubblica. E anche perché coltivava il resto della sua vita era una persona realizzata".

A lei come piace ricordarlo?

"Ho molti ricordi ma continuo a pensare al nostro arrivo in Normandia per quell'ultima vacanza. Era molto felice, gli sembrava la realizzazione di un grande desiderio perché venivamo da un periodo intenso e difficile. Continuo a guardare la foto, quella che abbiamo diffuso dopo la sua morte: a lui piaceva molto perché in quello scatto riconosceva sé stesso in pieno. Aveva raggiunto la consapevolezza di chi era, di quello che aveva fatto, di ciò che voleva. Diceva che era in pace con sé stesso. Non è una cosa da tutti. Questo pensiero mi ha aiutato a convivere con la sua morte".
(fonte: La Repubblica, articolo di di Francesca Caferri 11/08/2022)

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Una persona alla volta
di Gino Strada

Da Kabul a Hiroshima, il racconto di una missione durata tutta la vita: «Non un'autobiografia, un genere che proprio non fa per me, ma le cose più importanti che ho capito guardando il mondo dopo tutti questi anni in giro».
«Dai ricordi, pubblicati postumi, emerge il ritratto di un uomo sempre in prima linea. Pronto a curare tutti.» – Ezio Mauro, la Repubblica
«Bisogna curare le vittime e rivendicare i diritti. Una persona alla volta.»

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La miglior cosa che possiamo fare:
ad un anno dalla morte di Gino Strada

Gino Strada è morto il 13 agosto del 2021 a Rouen. Esattamente un anno fa.

Come fare a ricordare o a descrivere le azioni, le parole e le prese di posizione di un personaggio come Gino Strada?
Ogni volta che si prova a scegliere una definizione per il suo operato o una parola per descrivere il suo agire, si sente forte ed immediata la sensazione di star eliminando più che aggiungere, di star “normalizzando” un’esperienza che è stata unica perché unico è stato lo stile e l’approccio di Gino Strada nelle mille e mille azioni che ha portato avanti come medico, come organizzatore, come interprete di un mondo basato sull’eguaglianza: “L’eguaglianza è anche questo: condividere gli stessi diritti ed essere parte di un destino comune” (queste le sue parole).

E, quindi, ci giunge in qualche modo in soccorso La miglior cosa che possiamo fare, un percorso a più voci e a più mani sulle prese di posizione del fondatore di Emergency; un testo nato grazie alla casa editrice People, con l’esigenza di non cadere in una memoria retorica o in un ricordo di circostanza di un personaggio così complesso.

Gino Cavalli scrive, infatti, nella sua prefazione al testo:

Gino Strada morto piace a tutti perché non parla” mi disse la figlia Cecilia pochi giorni dopo la sua scomparsa in un’intervista. Proprio così. La santificazione di Gino è partita a spron battuto pochi minuti dopo, nelle dichiarazioni dei politici, nei lagnanti editoriali dei giornali, nelle celebrazioni di gesso sputate nel palinsesto”.

Le celebrazioni e i ricordi di facciata tendono a neutralizzare e quasi, per assurdo, a cancellare il potenziale eversivo e dirompente delle azioni di Gino Strada che non può essere presentato semplicemente come un medico filantropo che sposava cause impossibili in luoghi impossibili.

Questo tipo di narrazione, pur infilandosi facilmente tra le pieghe della comunicazione, nasconde la reale portata delle sue azioni che sono progetti; sono cura per il dettaglio; sono una visione delle relazioni fra i popoli; sono una consapevolezza profonda e tagliente del valore delle parole e delle dichiarazioni. Parole, azioni e progetti sono tutti costantemente ancorati ad un progetto di pace.

Le sue scelte sono, infine, il coraggio costante di un “dissidente” (come scrive ancora Cavalli: “Gino è stato il più grande dissidente italiano negli ultimi anni”) che ha parlato per tutta la vita della pace come un processo costante e continuo che non si esaurisce nella banale idea dell’assenza di guerra, ma deve avere dentro di sé la condivisione di diritti, la ricerca dell’uguaglianza e la volontà di un incontro reale con l’altro.

Tutte parole che indicano la bontà di un’azione e di un operare; tutte parole che congiungono il sogno alla sua realizzazione; tutte parole che si legano all’agire.

“Tutto questo, scrive Nico Piro, mi porta a dire – con un’iperbole – che Gino Strada era un comandante e si è costruito un esercito perché non era un pacifista, o almeno non lo era nel senso classico del termine. Gino era un guerriero della Pace”.

L’iperbole serve ad indicare un cammino e la costanza di una forza che sa vedere sempre davanti a sé un obiettivo di rispetto e di cura per l’altro. Nelle parole dei collaboratori di Gino Strada emerge forte la sua volontà di realizzare strutture che fossero anche belle e accoglienti, capaci cioè di dare un segnale che andasse oltre la semplice emergenza e indicasse il rispetto umano come condizione da garantire a tutti.

Nel suo contributo al libro, Roberto Vicaretti, riferendosi ad un’intervista fatta con Gino Strada per Rai News 24, un paio di giorni dopo la consegna davanti al parlamento svedese del Right Livelihood Award, il premio Nobel per la pace alternativo, ricorda: “La forza tranquilla delle sue parole, il tremore della mia voce e quel messaggio che, rispettosamente, semplificherei così: sono un medico, sono contro la guerra e faccio la mia parte. Ecco, quello era ed è il messaggio, quella era ed è la pratica pacifista: fare la propria parte, piccola o grande che sia, per costruire una società nuova, libera e giusta. Una società di pace”.

Una società di pace, dunque, che nasce da prese di posizione continue, oneste e aperte; prese di posizione che ci consentano di allenare lo sguardo, secondo una felice espressione di Elena Pasquini: “Allenare lo sguardo alla scuola di Gino Strada è già “il meglio che possiamo fare”, cambiando i termini di quella relazione con le persone e le società dei Paesi in guerra o che si definiscono “in via di sviluppo”. Da quello sguardo discende tanto”.

Allenare lo sguardo è una spinta e un suggerimento. “La miglior cosa che possiamo fare” non serve a chiudere la memoria di Gino Strada in un cerchio ristretto di ammiratori o adepti; restano le azioni compiute e quelle da compiere; resta lo stile da riconoscere e il linguaggio da onorare con prese di posizione chiare, nette.

La postfazione di Giuseppe Civati ci riporta al cuore di questa iniziativa editoriale: “People ha deciso di offrire, grazie alle sue autrici e ai suoi autori, un percorso attraverso le azioni, le prese di posizione e le parole di Strada. Quelle stesse parole, nitide e forti, che la politica non udiva. Troppo alte, per la Realpolitik, troppo laterali per le logiche di palazzo, troppo convinte, per gli eterni compromessi che attraversano il nostro dibattito pubblico”.

Con i contributi di
Giulio Cavalli, Giuseppe Civati, Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, Elena L.Pasquini, Nico Piro, Marco Vassalotti, Roberto Vicaretti
People, 2022
Pagine 144; € 12,00
(fonte: Menti in fuga, articolo di Antonio Fresa 13/08/2022)

Dalla piccola Diana ai suicidi in carcere, “servono servizi per la salute mentale e le dipendenze”

Dalla piccola Diana ai suicidi in carcere,
“servono servizi per la salute mentale e le dipendenze”

Foto da Dire.it

“Tante, diverse tragedie, un denominatore comune: l'incapacità dei servizi di cogliere i segnali d'allarme e prevenire le tragedie”: così Gisella Trincas, presidente di Unasam, commenta alcuni degli ultimi drammatici fatti di cronaca, dai suicidi in carcere – con numeri che aumentano ogni giorno – alla morte della piccola Diana. “Un uomo che uccide la moglie a colpi di bastone, una mamma che abbandona in casa la bambina di 18 mesi per 6 lunghi giorni fino alla sua atroce morte; e, ancora, Donatella, 27 anni, che si suicida in carcere, come altre 46 persone prima di lei, solo dall'inizio del 2022. Questi fatti tragici – continua - sono l'ennesimo segnale di una società che non sta bene, di uno stato assente sulle questioni fondamentali, che riguardano la qualità della vita, la convivenza civile, un percorso di civiltà che stenta ad andare avanti da troppo tempo”.

E ricorda, Trincas: “Sono continue le denunce dalle organizzazioni della società civile, tra cui Unasam, riguardo le condizioni disumane in cui versano le carceri italiane e il fallimento della riforma carceraria. La maggior parte dei detenuti ha problemi di salute mentale e dipendenze e sta in carcere per reati bagatellari. Ma vanno denunciate anche le condizioni in cui sono costretti a lavorare gli stessi agenti penitenziari. Soprattutto, va denunciata l'assenza, sul territorio, di servizi di comunità, orientati alla prevenzione e capaci di intercettare i bisogni delle persone”. E' per questo, afferma Trincas, che “si interviene a tragedie avvenute: questo significa che i servizi territoriali di salute mentale e per le dipendenze, così come gli stessi servizi sociali non conoscono il territorio e i suoi bisogni e non sono in grado d'intervenire per tempo, per prevenire le tragedie. Leggi importanti che sono state emanate negli anni, ma se le confrontiamo con l'attuale organizzazione e orientamento della stragrande maggioranza dei servizi esistenti, ci renderemo conto delle gravi responsabilità di coloro che quelle leggi, quei regolamenti e quelle raccomandazioni dovevano applicare, mettendo in campo risorse umane e culturali”.

Le responsabilità riguardano anche il mondo dell'informazione e della comunicazione: “Non siamo stati capaci neppure di utilizzare il servizio pubblico radiotelevisivo per campagne d'informazione e sensibilizzazione, così che tutti possano individuare i servizi da attivare sul territorio in caso di necessità - fa notare ancora Trincas - Servono quindi campagne che favoriscano la solidarietà, l'accoglienza; occorre utilizzare risorse pubbliche per le vere emergenze sociali, come la salute mentale, la povertà, le dipendenze, la disabilità. E occorre affrontare anche la questione dei luoghi della cura, che accolgono le persone che vivono un problema importante di salute e una necessità assistenziale. E' anche in questi luoghi che, spesso, si consumano questi drammi.

E' di questo che le nostre istituzioni dovrebbero occuparsi: non di finanziare la guerra o le grandi opere pubbliche, che ci faranno viaggiare più velocemente. Al contrario, bisogna andare più lentamente, osservare il mondo che ci circonda, le persone che ci vivono accanto, per cogliere i segnali d'allarme e intervenire come società civile, oltre che come servizio pubblico. E' necessario non lasciare sole le persone in difficoltà, affrontare il disagio sociale e mentale, ma nell'ottica del superamento del disagio stesso e non del controllo e della repressione. Sappiamo bene quali sono le gravi criticità di organizzazione dei servizi e delle risorse: come Unasam, abbiamo più volte denunciato e sollecitato, portando tali questioni anche nella Conferenza nazionale sulla salute mentale. Eppure, oggi non registriamo ancora alcun segnale concreto, che indichi una strada diversa da perseguire. E assistiamo a continue tragedie. Affrontare il disagio mentale e sociale: riteniamo che questa debba essere una priorità nell'agenda politica della campagna elettorale e della prossima legislatura”.
(fonte: Redattore Sociale, articolo di Chiara Ludovisi (10/08/2022)



venerdì 12 agosto 2022

«Mare mostrum» il musical dove i migranti si raccontano

«Mare mostrum»
il musical dove i migranti si raccontano

Da Castel Volturno uno spettacolo tra musica, poesia, cinema e letteratura i cui protagonisti sono giovani immigrati che raccontano in prima persona perché hanno lasciato la loro terra, gli affetti, le famiglie


«Per me che sono nata in Marocco condividere questa esperienza, con ragazzi e ragazze provenienti dal cuore dell’Africa, ha contribuito ancora di più a rafforzare l’idea che le differenze di etnie, culture, religioni rappresentano una ricchezza per tutti». La poetessa Dalila Hiaoui è una delle promotrici di quell’affresco di umanità che è “Mare mostrum”, un racconto musicale capace di narrare la vita di chi approda sulle coste italiane. «Sono contenta perché la mia voce si è unita a quella dei ragazzi provenienti da Paesi che lottano per uscire dalla fame, dalla miseria e dalle guerre che sconvolgono e offendono la vita. Troppo odio, razzismo, guerre stanno infiammando la nostra madre terra», afferma l’artista marocchina.

Dalia Hiaoui è coautrice del testo di “Mare mostrum”, piéces ispirata alla storia dei popoli del Sud del mondo che propone un racconto tra musica, poesia, cinema e letteratura. Uno spettacolo i cui protagonisti sono giovani immigrati che spiegano perché hanno lasciato la loro terra, gli affetti, le famiglie, come hanno camminato nel deserto dove hanno visto morire di fame, sete e stenti i loro amici e la dura esperienza della prigionia, con le sue torture e le sofferenze.

Dalia si è immersa in questa avventura con tutta l’anima e il corpo, insieme all’Associazione Black and White di Castel Volturno e a padre Daniele Moschetti, missionario comboniano impegnato in una delle aree più complicate d’Italia, nel casertano, dove spesso la convivenza tra italiani e migranti, non è facile. Fuggire dalla fame, dalla sete, dalla miseria è un desiderio di tutti, un obbligo per tutti coloro a cui è negata la vita, un inno che emerge dai canti e dalle vite dei protagonisti dello spettacolo.

«Per chi lavora con il teatro affrontare un nuovo lavoro è sempre un’emozione perché ti mette di fronte a fatti e situazioni a volte molto distanti dal tuo modo di vivere», spiega Salvatore Nappa, il regista di un lavoro che sta girando per il Mezzogiorno facendo scoprire verità sconosciute a chi non conosce davvero storie e drammi del mondo dei migranti. «”Mare mostrum” – continua – è stata un’avventura che mi ha permesso di entrare non solo in un mondo a me sconosciuto, ma di condividere la vita con tanti ragazzi venuti sulle sponde del Mediterraneo con il cuore pieno di speranze. Mettere in scena questo lavoro quale è stata un’avventura in tutti i sensi. Ragazzi e ragazze della Nigeria, del Camerun, del Ghana, del Togo, mi hanno fatto conoscere tanti aspetti dell’Africa».

Un’esperienza unica che ha fatto intrecciare più di 5 lingue e dialetti. “In Nigeria come in Camerun si parlano 15 lingue diverse. Una Babele – spiega il regista – ma nonostante tutto è stata ed è un’esperienza bellissima che mi auguro di portare avanti ancora per molto tempo”.

La musica, il teatro, la danza africana in un messaggio sconvolgente ma anche a tal punto affascinante da far sì che la passione per l’Africa in molti dei partecipanti italiani (regista compreso) sia cresciuta. L’opera teatrale ha presentato le ricchezze di un continente, un contesto che non è solo portatore di miserie, di fame, di drammi come spesso viene presentato dai mass-media, ma è soprattutto un insieme di grandi valori, storia, cultura. «E noi questi valori vogliamo portare avanti per dare all’Africa quello che è dell’Africa e creare un ponte tra la nostra cultura e quella di un Paese diverso», conclude Salvatore Nappa.
(fonte: Mondo e Missione, articolo di Nicola Nicoletti 12/08/2022)


Il cardinale Zuppi: «Cambiamo il mondo»

Il cardinale Zuppi: «Cambiamo il mondo»

Zuppi, presidente della Cei, ex sessantottino, a ruota libera: dallo ius scholae all'inclusione lgbtq+, dagli abusi ai migranti, dal suicidio assistito all'Ucraina, parla la nuova Cei


Matteo Zuppi potrebbe essere uno di quei preti nei girotondi delle fotografie di Mario Giacomelli. Alto, magro, movimenti veloci, la tonaca nera che svolazza mentre lui si affretta a chiedere: «Che ce lo abbiamo il quarto d’ora accademico?». Perché c’è sempre qualcuno che deve incontrare, vedere, ascoltare. E potresti scambiarlo per un «don Matteo» qualunque, se non fosse uno dei personaggi chiave della Chiesa di Papa Francesco – da poco più di due mesi è il presidente della Cei, da due anni e mezzo cardinale, da sette arcivescovo di Bologna, dove vive felice, amando la città ed essendone riamato. Ogni giorno dice messa a San Petronio, perché ha scelto di non fare celebrazioni private. Non usa i social (a parte Whatsapp) perché «non è il mio modo», ma «so che hanno fatto una pagina Facebook dove mi prendono bonariamente per i fondelli». La pagina, da seimila seguaci, si chiama «Zuppi che fa cose» e fa il verso alla stampa, che da quando è diventato vescovo, nel 2012, lo esalta qualsiasi cosa faccia. \

Le piace la definizione: «un prete di strada che diventa presidente della Cei»?

«No, perché è una banalizzazione e, come tale, sempre pericolosa. È tutto molto più complesso».

Allora partiamo dall’inizio. Famiglia numerosa, la sua.

«Eravamo cinque fratelli e ognuno diverso dall’altro. Abbiamo una sola sorella, una tenerissima vice-mamma essendo la seconda, il luogotenente del “generale”…».

Sua madre?

«E certo! Per forza! Fumagalli, brianzola, di Seveso, aveva l’arte del comando. Con facilità, penso, riusciva a gestirci».

Siete ancora uniti, oggi?

«Abbiamo rapporti molto profondi anche se non continui, del resto il senso dell’essere fratelli non sta solo nella frequentazione. Non siamo mai riusciti a litigare davvero, nemmeno quando c’è stata la divisione delle cose del “generale”, quando è morta. Del resto aveva dato sagge istruzioni nel testamento».

Quali?

«“Ricordatevi che quando ci siamo sposati non avevamo niente: tutto questo è il frutto del lavoro di vostro padre e dell’aiuto di vostra madre”. Post Scriptum: “Vedetevi solo tra fratelli, senza mariti e mogli varie”».

I suoi fratelli si sono tutti sposati, ha nipoti?

«Sì, certo. Abbiamo di tutto: sposati, divorziati… Il “generale” non voleva in casa quelle che chiamava “le concubine”, ma c’erano dei Natali che erano un po’ tristi, con i miei fratelli che arrivavano scompagnati. Alla fine abbiamo proposto una sanatoria».

Ricorda quando ha detto al «generale» che voleva farsi prete?

«Che uno dei figli facesse il prete era motivo, da una parte, di felicità, dall’altra, di grande preoccupazione: non ero della tipologia tradizionale. Ricordo che alla mia prima messa, a 26 anni, vennero tutti i miei parenti a Santa Maria Maggiore. Ma io, dopo la messa e gli auguri per l’ordinazione, scappai e andai a Primavalle».

«Scappai»?

«Sì, perché forse sarei dovuto stare più con loro, ma per una certa radicalità dell’epoca non concessi molto: avevo fretta di andare in periferia, a celebrare la “seconda prima messa” in una cappellina in uno scantinato».

Perché è entrato in seminario solo dopo la laurea?

«Mi dico sempre che ho fatto tre seminari, essendo un po’ zuccone. Il primo è stato in casa. Mamma e papà erano molto credenti, lui legato a un’esperienza di laicato impegnato. La sua tesi di laurea, per esempio, era sui primi scout, un movimento che, negli anni ’30, aveva un modo diverso di approcciarsi ai ragazzi, che combaciava perfettamente con la visione del “generale”: si lavora e non si perde tempo. A casa nostra a una cert’ora si diceva il rosario: e non è che noi bambini fossimo felici di smettere di giocare per recitarlo».

Secondo seminario?

«La comunità di Sant’Egidio, dove mi sono formato e ho conosciuto il Vangelo ereditato in casa, ma vivo, come la preghiera insieme ai miei coetanei, al liceo. Poi c’è stato il terzo seminario, in senso stretto».

Era l’inizio degli anni ’70, che ragazzo era?

«Ho iniziato il liceo il 1° ottobre 1968. All’epoca, come per i gruppi extraparlamentari, l’adesione, il coinvolgimento in una comunità erano cose fortissime. Era un momento di ricerca, dovevamo cambiare il mondo, l’essere giovane aveva un senso e una responsabilità precisi».

È ancora in contatto con i suoi compagni del liceo?

«Sì, ci vediamo ancora una volta all’anno. Ed è interessante, perché tutte le volte scatta una confidenza immediata, non c’è reverenza, fa bene, è un bagno di realtà. Adesso sono tutti pensionati, alcuni fissati con i nipoti».

Lei non ha mai pensato di mettere su una famiglia?

«Direi di sì, perché avevo l’esempio del matrimonio di mamma e papà, mentre la mia generazione era quella in cui nelle famiglie c’erano già tante difficoltà. Io tuttavia volevo una famiglia più grande, l’idea della comunità era quella. Senza quel gruppo forse non sarei diventato prete».

Con Sant’Egidio nel 1992 è stato mediatore per la pace in Mozambico. È lontana la pace in Ucraina?

«La pace non è mai scontata. Ma tutti possono e devono fare la propria parte perché l’unica via per risolvere i conflitti è lavorare per rimuovere i semi di divisione, di odio, di pregiudizio, di ignoranza che sono terreno per la cultura della violenza, perché la giustificano. Solo il dialogo può neutralizzare l’odio. Speriamo che i fili di dialogo che hanno portato all’accordo sul grano crescano e che l’Onu possa aprire altri spazi di incontro».

Negli ultimi dieci anni è diventato vescovo, arcivescovo e cardinale creato da Papa Francesco. Si ricorda il suo primo incontro con lui?

«Fu tanti anni fa per la presentazione di un libro a Buenos Aires, dove si scusò tantissimo perché arrivò leggermente in ritardo a causa del “subte”, la metropolitana!».

Che cosa la colpisce del Santo Padre?

«L’immediatezza. Guarda negli occhi, ascolta, ha una sorprendente memoria “affettiva”, cioè ricorda quello che trasmette sentimento. Si fa toccare da quello che ascolta».

Non è ancora riuscito a incontrare, invece, Mario Draghi, il cui governo nel frattempo è caduto. Si è bloccato anche lo ius scholae, su cui la Cei si era detta a favore.

«Ci sono certi temi di interesse nazionale. Sono in gioco i diritti fondamentali delle persone e quindi i doveri. Le soluzioni si trovano con consapevolezza e sguardo aperto al futuro, non segnati da pregiudizio e paura. La cittadinanza ai bambini che hanno frequentato le classi delle nostre scuole permette di legarli al nostro Paese, renderli “nostri”, offrire l’orgoglio di essere italiani e forse riscoprirlo anche noi. Lo ius scholae rappresenta un passo per uscire dall’approccio emergenziale e assistenziale e cominciare – ritardo medio quarant’anni – ad affrontare il fenomeno migratorio in modo strutturale».

La campagna elettorale ritira fuori questi temi. Che cosa risponde a chi dice: «Prenditelo tu in casa il migrante»?

«Che non conosce l’accoglienza che è tipica dell’Italia. In campagna si dice: “Siamo in dieci, segna altri due che siamo in dodici”. La solidarietà è qualcosa che fa parte della nostra vera tradizione».

Si vota il 25 settembre: lei che è un figlio del ’68 che cosa direbbe ai giovani, per convincerli a votare?

«Per Paolo VI la politica è la più alta forma di carità. Per molti, e soprattutto per i giovani, invece, la parola ha assunto una connotazione negativa, che rimanda a giochi di potere, a interessi personali, alla corruzione. Ma la disillusione e la rabbia possono indurre a credere che siano reali le soluzioni urlate, facili, a qualsiasi prezzo. Il mondo va cambiato e farlo non solo è bello ma è indispensabile, oltreché possibile. Sarò un inguaribile “ragazzo”, ormai vecchio, ma questo sogno non l’ho perduto. E mi si ripresenta ogni volta che ascolto il Vangelo e con i sentimenti di Gesù guardo il mondo e le tante sofferenze dei più piccoli. Come si fa a lasciarle così?».

A proposito di sofferenze, per la prima volta nella storia, la sua Cei ha avviato un’indagine indipendente sulla pedofilia all’interno della Chiesa negli ultimi 20 anni.

«È una delle tante cose che stiamo facendo. Vogliamo che i fatti emergano e siano esaminati con criteri scientifici».

Rivoluzionaria è stata definita anche la sua apertura verso la comunità Lgbtq+, e verso tutte le famiglie non «regolari» per la Chiesa, che l’Istat ci dice sempre più numerose: coppie di fatto con o senza figli, famiglie allargate, unioni civili.

«La mia non è una posizione diversa da quella della Chiesa, che è quella dell’accompagnare e dell’accogliere già indicata da Benedetto XVI, e che ha ribadito Papa Francesco più esplicitamente. Come racconta il Vangelo, Gesù si lascia avvicinare da una “peccatrice” e non la giudica. A ben vedere si arrabbia solo con i religiosi o quelli che si approfittano di Dio, mentre va a casa dei pubblicani e dei peccatori. Ci ha liberato da tutti i pregiudizi… E noi no?».

La Cei però ha espresso una posizione contraria al ddl Zan. Molte persone omosessuali e cattoliche si chiedono fino a che punto siano accolte dalla Chiesa.

«L’accoglienza non ha una scadenza o un tempo, finché “righi dritto”. Se sei figlio, sei figlio. Se sei fratello, sei fratello, questa è sempre casa tua. Poi posso non essere d’accordo, posso essere per niente d’accordo. All’interno della Chiesa del ddl Zan si è discusso moltissimo. Per esempio: la maternità surrogata è un problema? Sì, è un problema. Ma se mi chiedi di fare un battesimo a un bambino nato così ti rispondo: certo! Lo faccio. L’ho fatto».

A Welby fu negato il funerale. Se una persona morisse con il suicidio assistito, lei ne celebrerebbe le esequie?

«Sì. Devo però chiarire un punto: la Chiesa non ammette l’eutanasia, ma chiede l’applicazione delle cure palliative. Si resta fino all’ultimo accanto all’amato, facendo di tutto per togliere la sofferenza del corpo e dello spirito, quindi senza alcun accanimento, ma difendendo sempre la dignità della persona. La complessità richiede intelligenza, misericordia e amore per capire le vicende della vita».

Perché ha detto: «Siamo tutti ripetenti in amore»?

«Ammazza! Guardi me! E poi si ridiventa analfabeti di ritorno, quando si pratica troppo l’amore per sé e per niente quello per gli altri. Davvero non smettiamo mai d’impararlo, l’amore, non capiamo mai che si trasforma e ha una forza tremenda. Una delle cose più tenere sono le feste per il cinquantesimo di matrimonio. Quanto amore, potente, umanissimo, molto diverso da quello dell’inizio, ne è un distillato, meno mischiato ad altro. E poi siamo ripetenti perché siamo un po’ tonti: c’è il peccato, frutto del male che banalizza, rende insipido, sciupa l’amore».

Questo articolo di Silvia Bombino del 4 agosto è pubblicato sul numero 30/31 di Vanity Fair in edicola fino al 16 agosto 2022



giovedì 11 agosto 2022

La Società Civile scende in campo!

La Società Civile scende in campo!


Siamo cittadine e cittadini esponenti di quella società civile che è la spina dorsale di questo Paese ed ogni giorno affronta la sfida di creare valore e valori nelle fabbriche, nelle aziende agricole, nel terziario, nelle scuole, nelle università, nelle imprese sociali, nel volontariato e nella vita associativa di questo Paese.
Siamo consapevoli sia della rilevanza e dell’eccezionalità di questa fase storica, che dei rischi connessi a questo delicato passaggio verso le prossime elezioni, per questo vogliamo a nostro modo “scendere in campo” ed essere protagonisti di questa stagione rendendo chiare e manifeste le nostre proposte, invitando così le forze politiche ad una competizione virtuosa.
La crisi e le settimane di campagna elettorale che ci aspettano rischiano da una parte di alimentare odio, rabbia e conflitti partigiani tra i più militanti e dall’altra di spingere ai margini le persone ragionevoli e sensibili generando disaffezione e rassegnazione. Per questo sentiamo l’urgenza di promuovere, un’alleanza trasversale e inclusiva per connettere movimenti sociali, esperienze civiche, energie imprenditoriali, risorse intellettuali e morali, i partiti riformisti nazionali e le migliori esperienze politiche locali.
Un luogo politico di relazioni inclusive e di pensiero in cui poter sognare e guardare lontano come Paese insieme a quelle aree politiche del mondo che scommettono sulla pace e i diritti umani, dove le tensioni sociali vengano ricomposte con scelte concrete. Occorre costruire qualcosa di più grande, che recuperi la fiducia, ormai perduta, dei cittadini. La politica deve essere pensata nelle forme del terzo millennio, abbandonando schemi e procedure novecentesche, ormai morte per sempre.

In questa ora della storia occorre essere forti e lucidi. La mèta è (ri)partire. Ciascuno porti il proprio mattone per costruire la casa comune. La classe politica ha bisogno di nuove persone competenti e coraggiose, capaci di liberare speranza e sogni.
In ogni caso, faremo la nostra parte il 25 settembre andando a votare ed invitando tutti a farlo, senza ordini di scuderia e con libertà di coscienza, da persone libere quali siamo, non rinunciando a collaborare con chi, in modo credibile, riteniamo si avvicinerà di più all’idea di Paese per cui ci impegniamo ogni giorno attraverso le nostre attività e su cui crediamo fermamente si giochi il futuro del nostro Paese.

Vedi i firmatari e scarica l’appello integrale QUI


S. Chiara d’Assisi - «Il sogno del Vangelo» - «In Chiara Francesco vedeva la capacità di non indietreggiare» - «Affinata come l’oro nel crogiuolo»


Il sogno del Vangelo – S. Chiara d’Assisi
di Antonio Savone


Più volte il Vangelo riporta l’invio degli apostoli in missione. L’ultimo mandato sarà proprio quello di andare. E, tuttavia, l’itineranza dei discepoli è inverata solo se riusciamo ad esprimere radicamento non già in un luogo o in una mansione ma in una relazione che di nuovo non cessa di dilatare la misura angusta dei nostri orizzonti di piccolo cabotaggio. Altrimenti è risposta a delle strategie o a un calcolo ma non sarà mai traduzione di ciò che costituisce il centro e il senso della nostra esistenza.
Tanto in Chiara quanto in Francesco non era importante l’essere recluso o l’essere girovago: si può essere reclusi, infatti, e sentirsi in gabbia risentiti, come si può essere girovaghi e non avere mai un centro vivendo solo la dispersione. La differenza la faceva l’aver messo radici in un amore riconosciuto e accolto, al punto da essere liberi persino rispetto a itineranza e stanzialità.
In un mondo che cambia come è quello in cui vivono Chiara e Francesco, un mondo che esige traduzioni e interpretazioni nuove della identità cristiana, c’è in entrambi un misterioso confluire in una realtà che permane immutata: la povertà di Cristo che diventa l’unico criterio tanto dell’andare quanto del rimanere.
Credo si possa a ragione applicare anche a Chiara quanto il Celano attesta di Francesco: non vi è chi lo eguagli nell’ardore del desiderio.
Tanto Francesco quanto Chiara sono due che non si accontentano, due insoddisfatti. Sapevano che la misura che assumevano non era quella delle proiezioni dei propri bisogni ma la stessa misura del cuore di Cristo. Per questo saranno sempre due non-sistemati, consentendo che i loro progetti minuscoli e le loro precarie realizzazioni venissero dilatate su un’altra misura, quella del vangelo. Due a cui il mondo così come era da loro conosciuto stava stretto perché si erano lasciati dilatare il cuore. Operazione che continuamente il Signore prova a fare con noi se vogliamo dare credito al Vangelo che abbiamo scelto di professare. Altrimenti il Vangelo non ha possibilità di attecchire in alcun modo nella terra della nostra umanità: non a caso il salmista dirà: corro la via dei tuoi comandi poiché tu allarghi il mio cuore. L’amore, infatti, non fissa limiti. Esso rappresenta la sollecitazione a superare ogni misura.
Entrambi si sono fidati di un sogno che ha permesso loro di immaginare una realtà diversa. Un sogno che impedisce di dormire tanto tiene desti e svegli per intercettare forme e vie per provare a tradurlo.
Lo sappiamo: se nel mondo è accaduto qualcosa di nuovo ciò è avvenuto grazie a dei sognatori inguaribili che si sono ritrovati a immaginare una realtà altra rispetto a quello che accadeva sotto i loro occhi. Grazie al sogno del vangelo Chiara e Francesco frequentano un mondo inedito tanto da inventarlo e da crearlo. Nuova la forma vitae inventata da Francesco, nuova quella di Chiara, prima donna a dare una sua regola per altre donne.
Il sogno di Francesco e Chiara riceve nutrimento abbondante e permanente dalla Parola di Dio: se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi chiedete quel che volete e vi sarà dato.
Francesco e Chiara hanno creduto che Dio avrebbe garantito la legittimità di quei loro sogni audaci. Continuamente Dio ci consegna dei sogni. Sognare, secondo la Scrittura, infatti, significa sperare.
Si sogna, si spera non da soli, ma insieme. L’importanza della fraternità. Un sogno solitario può essere un’illusione. Il dono dell’altro è ciò che in qualche modo fa sì che non si rincorrano miraggi. Per Francesco Chiara era la donna capace di comprendere e custodire quel sogno. Abitati com’erano da quel sogno si ritrovano entrambi a proprio agio nell’esplorare l’immenso territorio evangelico, unico spazio in cui è dato realizzare sogni.
Forse la domanda che siamo chiamati a porci è se per caso non abbiamo ridotto il sogno di Dio alla nostra misura piccola e angusta piuttosto che consentire a lui di dilatare il nostro cuore sulla sua misura.
(fonte: A casa di Cornelio)

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«In Chiara Francesco vedeva la capacità di non indietreggiare»

In occasione della festa liturgica, madre Cristiana Mondonico e fra Massimo Fusarelli scrivono alle clarisse di tutto il mondo tracciando il ritratto moderno ed eroico della Santa d'Assisi. Messe ed eventi in programma in tutta Italia nel giorno della festa: ecco dove e come seguirli

 

In Santa Chiara e nelle sue sorelle, San Francesco «aveva visto frequentemente un atteggiamento insolito davanti alle circostanze più faticose della vita, che ricordava bene perché sperimentato da lui stesso in quei primi anni, con stupore: uno “stare” senza indietreggiare, come un entrare immergendovi le mani, bevendone il sapore amaro e accorgendosi che esso si trasformava in dolcezza, delizia, vera e perfetta letizia. Esperienza unica, che lascia il segno quando accade e non si dimentica più, segna il futuro».

LA LETTERA ALLE CLARISSE DI MADRE CRISTIANA MONDONICO

Lo scrive, in un passaggio della Lettera inviata a tutte le clarisse della Federazione Santa Chiara che riunisce vari monasteri presenti in Italia e quello di Gerusalemme, la presidente madre Chiara Cristiana Mondonico, in occasione della festa odierna della loro fondatrice Santa Chiara d’Assisi.

Lei, «che non era mai astratta, come volesse farci capire che sta parlando non di un ideale ma di cose concrete, quotidiane, declina la povertà narrando episodi, fatti che si intravvedono sullo sfondo del suo memoriale: indigenza, fatica, tribolazione, abbassamento/umiliazione, disprezzo del mondo. Povertà materiale dunque, e insieme povertà spirituale, psichica, esistenziale. Povertà scelta ma più ancora povertà che accade e viene a sceglierci».

Ma madre Cristiana va ancora più a fondo, rileggendo le parole di Santa Chiara nel suo Testamento e nella Regola: «Ciò che blocca e confonde il cuore non è tanto la povertà, non è l’indigenza, non la fatica, la tribolazione, è l’ignominia, o il disprezzo del mondo. Il problema più grande è la paura. Penso alle forme di indigenza che più ci spaventano oggi, il venir meno delle forze nelle Comunità, la rarità del nascere di nuove vocazioni in un mondo sempre più lontano dalla fede e dalla Chiesa».

LA LETTERA ALLE CLARISSE DI FRA MASSIMO FUSARELLI

Sul tema della povertà si sofferma anche fra Massimo Fusarelli, ministro generale dei frati minori, nella Lettera inviata a tutte le clarisse del mondo in occasione della solennità dell’11 agosto: «Questa povertà del Figlio di Dio prende forma nella scelta di una vita che rinuncia alle garanzie di rendite e sicurezze mondane, per restare pellegrine e forestiere anche nello spazio ristretto di un monastero. Un cammino radicale di espropriazione, sui passi di Colui che ha scelto di vivere senza nulla di proprio, rinunciando addirittura al suo essere come Dio, per consegnarsi totalmente e con fiducia all’amore del Padre. Avere cura di questa povertà nel movimento profondo dell’amore può giungere a scelte molto forti per lasciare garanzie e sicurezze».

E chiarisce: «Mi sembra che ciò significhi ritrovare ancora il lavoro come fonte di sostentamento, condividere la vita di quanti non hanno garanzie e non per loro scelta, rivedere il rapporto con quanto ci dà garanzia, specie il denaro. Questa è l’alternativa evangelica alle tante rassicurazioni che noi spesso cerchiamo».

IL PROGRAMMA DELLE MESSE E DEGLI APPUNTAMENTI DELL'11 AGOSTO PER CELEBRARE SANTA CHIARA

Numerosi gli appuntamenti in programma oggi per pregare insieme alle clarisse: nella basilica di Santa Chiara ad Assisi, che custodisce nella cripta le sue spoglie, alle ore 7,15 la Messa sarà officiata da padre Massimo Travascio, custode del Convento della Porziuncola.

Alle 11 la concelebrazione solenne verrà animata dal Coro dei “Cantori di Assisi” e presieduta dall’arcivescovo Vittorio Francesco Viola, frate minore, segretario del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti (trasmessa in diretta dall’emittente Maria Vision in streaming su www.mariavision.it/maria-vision-italia e sulla pagina Facebook della Diocesi Assisi-Nocera-Gualdo.

Alle ore 17,30, secondi Vespri e Messa saranno celebrati da padre Francesco Piloni, ministro provinciale dei frati minori di Umbria e Sardegna.

A Borgo Valsugana (Trento) Messa ore 9 sul piazzale del monastero, se il tempo lo consentirà, mentre a Bisceglie il vescovo Leonardo D’Ascenzo presiederà alle 19.30 la celebrazione eucaristica nel monastero San Luigi.

A Bergamo la Messa delle 8,30 nel monastero verrà celebrata dal vescovo Francesco Beschi, alla stessa ora dalle clarisse di Mola di Bari l’arcivescovo Giuseppe Satriano presiederà l’Eucaristia, mentre alle 9 a San Severino Marche ci sarà il ministro provinciale dei frati minori, padre Simone Giampieri.

Al monastero di Scigliano (Cosenza), ore 18, la Messa verrà presieduta da fra Mario Chiarello, ministro provinciale dei frati minori di Calabria.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Laura Badaracchi 11/08/2022)

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Oggi la festa. Santa Chiara, «affinata come l’oro nel crogiuolo»

Una vocazione che resta viva nel mondo


«L'amore ci rende più belli e trasparenti: così è successo con Chiara. Ricordare stasera il suo transito in questo luogo dove è vissuta, imparando a lavare i piedi delle sorelle e da questi a riconoscere la presenza del Signore Gesù, è dono grande per me». È un passaggio dell’intensa omelia pronunciata ieri sera nel santuario di San Damiano (Assisi) da fra’ Massimo Fusarelli, ministro generale dei frati minori, che ha presieduto la veglia nel Transito di Santa Chiara, festeggiata oggi. «Sorella Chiara va verso Chi ha amato, si muove pur restando inferma, raccoglie in questo “andare” tutto il senso della sua vita, che era stata nient’altro che una sequela dei passi di Gesù Cristo, restando dietro di Lui, amandolo senza riserve e per questo resa capace di seguirlo. Non era tanto lei a muoversi verso di Lui, quanto ad accorgersi del suo cammino verso di lei», ha proseguito fra’ Fusarelli. «Questa donna è stata affinata come l’oro nel crogiuolo. Attraverso la vita con le sue sorelle, la povertà radicale, la preghiera incessante, l’assenza di garanzie umane, la fedeltà a un’intuizione oltre le forze, eppure resa possibile pur attraverso contraddizioni e lotte, anche con uomini di Chiesa. Affinata per lasciarsi amare e amare a sua volta con libertà», ha aggiunto.


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Vedi anche il nostro post precedente