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lunedì 24 agosto 2026

ANGELUS 23/08/2026 - Leone XIV: la fede non è abitudine o "sentito dire" ma risposta personale a Dio

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 23 agosto 2026


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Leone XIV: la fede non è abitudine o "sentito dire"
ma risposta personale a Dio

All’Angelus in Piazza San Pietro, il Papa esorta a non chiudersi in convinzioni e sicurezze religiose. La chiamata di Gesù, infatti, “non ci è data una volta per tutte”, ma deve essere rinnovata e approfondita perché si rimanga coerenti con quanto è professato, “vincendo la tentazione di sapere già tutto”

I fedeli in Piazza San Pietro per l'Angelus (@Vatican Media)

La trasmissione della fede è necessaria, spesso guidata da intenzioni propositive. Ma il “sentito dire” non è sufficiente. Circoscrive la risposta personale che ciascuno è chiamato a dare a Gesù, che non è fornita “una volta per tutte”, ma viene reiterata ed esplorata per non cadere in una professione abitudinaria o viva solo nell’illusione “di sapere già tutto”. È questo il cuore della catechesi che Papa Leone XIV offre questa mattina, 23 agosto, guidando la preghiera dell’Angelus in Piazza San Pietro.

Rinnovare le scelte della vita

“Chi è davvero Gesù per me?”, è la domanda che il Vangelo di questa domenica pone in rilievo. Interrogativo già decisivo per le prime esperienze di discepolato e posto proprio da Cristo, senza dare nessuna risposta per scontata, ai dodici apostoli: “Ma voi, chi dite che io sia?”

Fratelli e sorelle, questo è un passaggio fondamentale per i discepoli di ogni tempo, per ciascuno di noi. La fede, infatti, non ci è data una volta per tutte; al contrario, abbiamo sempre bisogno di riscoprire il volto di Cristo e il suo Vangelo, di approfondire il suo messaggio e rinnovare le scelte della nostra vita, perché siano coerenti con quanto professiamo, vincendo la tentazione di sapere già tutto e di fare della fede un’abitudine.

Gesù, personaggio storico o il Cristo di Dio?

L’interrogativo posto da Gesù si interfaccia, nella vita del credente, specialmente attraverso la preghiera e meditazione del Vangelo. Ma si incarna anche chinandosi sui bisognosi, lavorando per la costruzione di una rete di relazioni, e nei contesti che più interpellano la propria coscienza.

Nel campo della nostra vita, insomma, possiamo verificare se per noi il Signore Gesù è soltanto un grande personaggio della storia che ha detto e fatto cose importanti, oppure il Cristo di Dio, Colui che è stato inviato per farci entrare nell’amore del Padre e trasformare la nostra vita e il mondo in cui viviamo.

Non accontentarsi

Leone XIV esorta quindi a non chiudersi in “convinzioni e sicurezze religiose”, per restare aperti alla relazione autentica con Cristo.

A volte sulla fede cristiana ci si accontenta del “sentito dire”, dei luoghi comuni, di ciò che ci è stato trasmesso magari anche con buone intenzioni; ma Gesù ci chiama a una risposta personale, a conoscerlo da vicino, a lasciarci scavare dall’amicizia con Lui, in un incontro sempre nuovo che può anche chiederci di percorrere strade inedite e di fare scelte diverse da quelle immaginate.

Percorrere nuove strade

Tali vie sono sia personali che comunitarie. Ma il loro tratto comune consiste nell’avanzare senza affidarsi esclusivamente al come si è fatto nel passato.

È importante, invece, chiederci spesso: chi è il Signore per me? Lo conosco davvero? Cosa mi chiede oggi il suo Vangelo? Quali passi e quali scelte dovrei compiere?
(fonte: Vatican News, articolo di Edoardo Giribaldi 23/08/2026)


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PAPA LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Il Vangelo di questa domenica (Mt 16,13-20) ci mette davanti a un interrogativo che interpella ciascuno di noi nel cammino della nostra fede: chi è davvero Gesù per me?

Dal racconto evangelico si comprende quanto questo interrogativo sia decisivo per l’esperienza del discepolato. Infatti, nonostante i dodici apostoli avessero già condiviso molto della vita e del ministero del Maestro, Gesù non ha voluto dare per scontato che lo conoscessero davvero e che avessero compreso il mistero del Regno di Dio. Allora, dopo aver chiesto quali erano le opinioni della gente su di Lui, si rivolge direttamente a loro: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15).

Fratelli e sorelle, questo è un passaggio fondamentale per i discepoli di ogni tempo, per ciascuno di noi. La fede, infatti, non ci è data una volta per tutte; al contrario, abbiamo sempre bisogno di riscoprire il volto di Cristo e il suo Vangelo, di approfondire il suo messaggio e rinnovare le scelte della nostra vita, perché siano coerenti con quanto professiamo, vincendo la tentazione di sapere già tutto e di fare della fede un’abitudine.

La domanda che ogni giorno ci viene posta – chi è Gesù per me e qual è il significato della sua presenza nella mia vita – emerge specialmente nella preghiera e quando meditiamo sul Vangelo; ma anche quando ci troviamo davanti alle ferite e ai bisogni dei fratelli, oppure nelle relazioni e nelle situazioni che più interpellano la nostra coscienza. Nel campo della nostra vita, insomma, possiamo verificare se per noi il Signore Gesù è soltanto un grande personaggio della storia che ha detto e fatto cose importanti, oppure il Cristo di Dio, Colui che è stato inviato per farci entrare nell’amore del Padre e trasformare la nostra vita e il mondo in cui viviamo.

Carissimi, impariamo a non chiuderci nelle nostre convinzioni e sicurezze religiose, per restare aperti alla relazione autentica con Cristo. A volte sulla fede cristiana ci si accontenta del “sentito dire”, dei luoghi comuni, di ciò che ci è stato trasmesso magari anche con buone intenzioni; ma Gesù ci chiama a una risposta personale, a conoscerlo da vicino, a lasciarci scavare dall’amicizia con Lui, in un incontro sempre nuovo che può anche chiederci di percorrere strade inedite e di fare scelte diverse da quelle immaginate. Questo vale sia per il nostro percorso personale, sia per il cammino della Chiesa e per le scelte pastorali, laddove a volte pensiamo che basti procedere come abbiamo sempre fatto. È importante, invece, chiederci spesso: chi è il Signore per me? Lo conosco davvero? Cosa mi chiede oggi il suo Vangelo? Quali passi e quali scelte dovrei compiere?

Invochiamo la Vergine Maria, che nel suo cuore cercava la volontà di Dio attraverso il Figlio suo, perché ci guidi sempre nel cammino della fede.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

nella mia preghiera ricordo spesso la Repubblica Democratica del Congo, in particolare per il diffondersi dell’epidemia di Ebola che purtroppo sta provocando molte vittime. Incoraggio una risposta da parte della Comunità internazionale, che coinvolga anche le comunità locali nell’opera di prevenzione, per salvare tante vite umane.

Sono vicino anche alla popolazione della Repubblica Centrafricana, che piange le vittime del crollo avvenuto in una miniera a Zamboyé. Il Signore accolga quanti hanno perso la vita e sostenga l’impegno di garantire la sicurezza e la legalità dei siti minerari.

Domani ricorre il decimo anniversario del terremoto che ha colpito il Centro Italia tra Lazio, Umbria e Marche. Prego per i defunti e per le loro famiglie, e per tutte le comunità coinvolte. La fede e la solidarietà continuino a sostenere l’opera di ricostruzione.

Saluto con affetto tutti voi, romani e pellegrini di diversi Paesi.

In particolare, do il benvenuto al Coro Primaziale della Cattedrale di Gniezno, in Polonia; come pure ai seminaristi e ai superiori del Pontifical North American College; e ai giovani di Bormio e della Valfurva.

Auguro a tutti una buona domenica!



Enzo Bianchi: Dopo lo scisma, «bisogna andare avanti»

Enzo Bianchi
 Dopo lo scisma, «bisogna andare avanti»  
 
Lo strappo è avvenuto nonostante gli appelli di papa Leone XIV 
a «non lacerare la tunica di Cristo»


Pubblicato in Vita Pastorale - agosto/settembre 2026

Ormai lo scisma è avvenuto. Com’era stato annunciato – e noi su queste colonne avevamo sottolineato che sarebbe stata una grave ferita al corpo di Cristo – il 2 luglio scorso la Fraternità sacerdotale San Pio X, fondata da monsignor Lefebvre, ha ordinato senza mandato pontificio quattro nuovi vescovi incorrendo così nella scomunica prevista dalla tradizione e dal diritto canonico. Papa Leone, alla vigilia di questo atto scismatico ha indirizzato una lettera al capo della Fraternità, don Davide Pagliarani, chiedendogli umilmente e fraternamente di “non lacerare la tunica inconsutile di Cristo”, di non spezzare la rete ecclesiale riconoscendo i meriti di questa porzione di chiesa nella fedeltà alla tradizione. Questo avveniva in continuità con gli atteggiamenti molto benevoli di Benedetto XVI e quelli misericordiosi di Papa Francesco, ma tale sforzo è risultato inutile con grande dolore non solo del Papa ma della chiesa tutta. Io come monaco ho imparato dal monachesimo antico che se qualcuno se ne va dalla comunione tutta la comunità ne soffre e da quell’ora la comunità deve farsi domande sulle ragioni di tale uscita.

Analogamente credo che la chiesa debba fare innanzitutto un esame di coscienza sincero e penitenziale su quei “vissuti” che sono contestati da coloro che rifiutano la realizzazione avvenuta nel post-concilio. Quando osservo la sciatteria con cui spesso sono celebrate molte messe, la trasformazione in happening delle cosiddette messe per i giovani e, mi si permetta, le liturgie (ma liturgie non sono e non sono neanche degne di essere chiamate devozioni) nelle feste popolari, numerosissime in Italia, allora anch’io provo disagio grande, non riesco a rimanere a tutta la liturgia e me ne esco di chiesa intristito e amareggiato.

Quando ormai alcuni “addetti al dialogo interreligioso” che si definiscono teologi improvvisano preghiere con credenti di altre religioni o affermano che tutte le religioni portano a Dio, allora anch’io mi irrigidisco e giudico queste posizioni non più cattoliche! E che dire dei canti che si fanno nelle nostre chiese? Talvolta più mondani che cristiani, allora decisamente meglio il gregoriano!

Sì, molti sono gli interrogativi che la chiesa deve farsi. Ma ce ne sono altri: perché non biasimare anche le ordinazioni fatte da cardinali che si presentano con uno strascico lungo sette metri? Queste sì che sono messe in scena, non liturgie evangeliche ma teatri faraonici con profili assiri in chiese trasformate in passerelle. E perché poi si permette ad alcuni istituti presbiterali o religiosi non solo di praticare il Vetus Ordo ma di praticarlo in un modo che certamente i benedettini di Barroux e di Solesmes mai approverebbero. E infine occorrerà interrogarci anche sulle molte ambiguità che in passato ci sono state nelle trattative tra lefebvriani e Santa Sede, dicendo la verità e confessando che si è giunti talora “al doppio gioco”, non favorendo la sincerità, la parresia, la libertà.

Ma fatto l’esame di coscienza, e quello che abbiamo indicato non è certo esaustivo, “bisogna andare avanti”, come ha detto Papa Leone, ma con intelligenza, discernimento e sapienza. Questi fratelli che se ne sono andati sono e restano nostri fratelli; “fratelli separati” ma fratelli nei confronti dei quali deve esserci sempre attenzione, dialogo, confronto e mai disprezzo o condanna definitiva. Il Signore che ci ha fatto comprendere di più il Vangelo e ci ha indotto con il Concilio Vaticano II a contraddire i concili lateranensi, che condannavano per l’eternità i cristiani fuori dalla chiesa, ci spinge al dialogo, all’ospitalità reciproca, alla fraternità assoluta per una chiesa che sia una comunione plurale secondo la preghiera di Gesù nel suo esodo pasquale. Dunque dobbiamo sentirci debitori di dialogo e ospitalità verso tutti, tutti ma mai rinunciando alla differenza cristiana.

E infine che dire dei nostri fratelli che continuano a praticare il Vetus Ordo? La situazione oggi è chiara ma non esente da problemi: è chiara perché Papa Francesco nel 2021 ha emanato Traditionis custodes, una lettera apostolica che stabilisce che nella chiesa ci sia un unico rito, quello scaturito dalla riforma conciliare e promulgato da Paolo VI e Giovanni Paolo II. L’unica lex orandi stabilisce l’unica lex credendi, e solo al vescovo spetta autorizzare messe secondo il Vetus Ordo all’interno di qualche chiesa.

E tuttavia Papa Francesco, nei giorni immediatamente successivi dava la facoltà di celebrare nel Vetus Ordo (prima del 1962) ai monaci di Fontgombault, e di conseguenza a quelli della Congregazione di Solesmes, che praticano questo venerabile rito (Barroux, Randol, Triors, etc). Conosco sufficientemente bene questi monasteri per attestarne la qualità evangelica, la radicalità della vita: non sono preoccupati di avere “la griffe monastic” ma di fare un’umile sequela Christi lavorando la vigna, facendo pane, aiutando i poveri della regione e accogliendo gli scarti della società. Tunc veri monachi sunt, dice la regola di Benedetto. Chi va a visitarli si ritrova in un’abbaziale di Cluny, con la liturgia delle ore cantata in gregoriano ed eseguita creando un clima che invita alla preghiera quanto la liturgia della chiesa ortodossa. E resto convinto che conservino un tipo prezioso di eucologia e di canto della chiesa latina che non deve andare perduto. All’abate di Solesmes che chiedeva a Papa Francesco: “Cosa devo fare? Posso continuare con il Vetus Ordo?”, il Papa rispondeva: “Discerni tu! E decidi tu che sai cosa è necessario!”.

E accanto a queste abbazie c’è la galassia di gruppi e comunità “amanti il vecchio rito”, “osservanti la liturgia nel Vetus Ordo”. Ce ne sono anche in Italia, poche, ma sono invece molte all’estero, specie in Nord America. Questi fedeli si calcola siano circa 500.000 e i presbiteri che assicurano loro i sacramenti sono più di 500.

Per ora sono realtà in comunione con Roma ma questa comunione è fragile e su di essa occorre vegliare perché è facile scivolare da queste realtà alle posizioni dei lefebvriani e di fatto vivono la condizione scismatica anche se non dichiarata e visibile. A questi occorre chiedere con molta forza il riconoscimento della legittimità e della validità della liturgia di Paolo VI, il riconoscimento delle tre costituzioni dogmatiche del Vaticano II, e del ministero di Pietro esercitato nella sinodalità. Non si deve chiedere di accogliere altro del Concilio Vaticano II, perché di questo Concilio non va fatto un idolo. Noi non accogliamo e non osserviamo le ingiunzioni dei concili lateranensi e quindi questo limite può essere riconosciuto anche al Vaticano II.

La costituzione Gaudium et spes soprattutto, un testo frutto dell’ottimismo del tempo, non dei segni dei tempi, sociologico più che ispirato dalla parola di Dio, non può essere normativo. Già fin da quando fu emanato ricevette le critiche di Giuseppe Dossetti, Giuseppe Alberigo, Divo Barsotti e le mie, memori delle parole di Giovanni tralasciate nella costituzione: “Questo mondo è tutto sotto il maligno” (1Gv 5,19).

Sì, non è un cammino facile quello della comunione nella verità e vorremmo che fosse un cammino sul quale esercitano la loro responsabilità tutti i battezzati, non solo il Papa. È vero che compete a Pietro e ai suoi successori essere servo della comunione, è vero che spetta a lui per dovere cercare l’unità nella chiesa e con le altre chiese, ma il Papa non è il sacramento della chiesa, non è tutta la chiesa, né la sua sintesi: si trova al fondo della piramide rovesciata, come ha insegnato Papa Francesco, per aprire la chiesa alla sinodalità. Purtroppo, anche in questa rottura scismatica l’accento ripetuto solo sull’obbedienza al sommo pontefice come condizione di comunione non è coerente con un’ecclesiologia che può aiutare il cammino verso l’unità. Il Papa è amato dai cattolici perché credono al ministero di Pietro, ma un ministero voluto da Cristo in mezzo a quello dei Dodici, non senza i Dodici e non contro i Dodici! È il servo dei servi di Dio ed è chiamato ad esserlo non solo simbolicamente.
(fonte: blog dell'autore)


domenica 23 agosto 2026

E se anch’io fossi Pietro?

 XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A
 
E se anch’io fossi Pietro?

La confessione di Cesarea è uno dei momenti chiave del rapporto tra Gesù e i suoi discepoli. Ma forse l’attenzione a “chi” sta parlando ci ha portato troppo velocemente a sottovalutare “cosa” è stato detto.


Dal Vangelo di Matteo 16,13-20
 
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. 

Il vangelo è sempre “secondo…”

Lo sappiamo, ma è bene ricordarlo: una narrazione non è mai oggettiva. Tutti lo dicono, anche se spesso non ci soffermiamo abbastanza per metterlo a fuoco: chi volesse fare un resoconto preciso e dettagliato di qualcosa che è successo, anche con tutta la buona volontà, non potrebbe avere la pretesa di dire l’unica versione veritiera e certa dell’accaduto. La sua infatti rimarrà sempre una testimonianza a partire dal proprio punto di vista, che dunque può accentuare un aspetto e trascurarne un altro.

Tutto questo è ancora più evidente se ci confrontiamo con un testo come il vangelo, che non ha la pretesa di essere una cronaca storica e oggettiva, tutt’altro. Giovanni, come gli altri, ce lo dice chiaramente: il vangelo vuole suscitare la fede, è interessato affinché l’ascoltatore creda che Gesù è il Cristo. E ogni vangelo ha questa preoccupazione rivolta a un pubblico preciso, e per questo utilizza un linguaggio ogni volta diverso, perché convincere un ebreo non è come convincere un pagano. Servono mezzi, strategie e linguaggi differenti.

Un’aggiunta di troppo?

Questa ampia premessa era indispensabile per non sorridere di fronte al brano che ci viene offerto oggi. Nella cosiddetta “confessione di Cesarea”, Gesù pone la domanda decisiva: «Ma voi, chi dite che io sia?», alla quale Pietro prontamente risponde: «Tu sei il Cristo». Questo è quello che ci viene detto da tutti i sinottici. Matteo, però, proprio perché scrive dal proprio punto di vista, vuole dare il giusto riconoscimento alla bella risposta di Pietro e così inserisce una sorta di “investitura” di Pietro, come roccia su cui la comunità può crescere. In sé, questa inserzione è quasi ironica. Alla fine del brano, infatti, leggiamo: «Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo». Insomma, sembra che le parole di Gesù rivolte a Pietro siano finite nel vuoto. Non sarebbe stato il caso di commentarle, di dire qualcosa anche agli altri discepoli? Ad esempio: «Mi raccomando, aiutatelo, ascoltatelo, lui sarà il primo ecc.». Niente: se noi togliamo i versetti che si rivolgono a Pietro (vv. 17-19) il racconto sta comunque in piedi e, di fatto, sarebbe uguale a quello che troviamo in Marco e in Luca.

La roccia della chiesa

Questo fatto, dunque, mi porta a una considerazione, forse banale ma credo importante: non darei troppo peso a questi versetti. Inoltre, domenica prossima leggeremo come la vera prova di bravura non sia dare la “risposta esatta” ma saperne portare il peso, essere consapevoli di quale Cristo è Gesù. Il vero cuore della chiesa, allora, è la confessione di Pietro, non Pietro. Per secoli si è costruita una teologia attorno a questi versetti, sentendo forse la necessità di trovare un baricentro, un punto fermo attorno al quale costruire la chiesa. Purtroppo ci siamo dimenticati che il vero centro, il vero punto fermo era pochi versetti prima: non in Pietro ma nelle sue parole, nella sua fede nel Figlio di Dio. Perché è questo l’unico fondamento che ciascuno deve riconoscere per potersi salvare. Ricordiamoci del finale, il famoso segreto messianico. È questo lo spoiler da non fare, perché la fede non dev’essere imposta ma dev’essere testimoniata e accolta da ciascuno liberamente. Per questo, forse, Gesù non dice di non dire a nessuno che Pietro è la pietra, perché non è questo che dev’essere riconosciuto e, anche se proclamato, difeso o annunciato, non è questo che tiene insieme la chiesa. La roccia della chiesa, la chiave per il Regno è colui o colei che, illuminato/a dal Padre, confessa: «Non io, ma Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Stefano Fenaroli 22/08/2026)


VISITA PASTORALE DI LEONE XIV NELLA REPUBBLICA DI SAN MARINO, AL MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI E ALLA CITTÀ DI RIMINI 22/08/2026 - Leone XIV: “Libertà e comunione stanno o cadono insieme” (commento, testi e video)

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE LEONE XIV
NELLA REPUBBLICA DI SAN MARINO,
AL MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI
E ALLA CITTÀ DI RIMINI

22 AGOSTO 2026
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Leone XIV a San Marino e al Meeting di Rimini:
“Libertà e comunione stanno o cadono insieme”

Dal Monte Titano al porto di Rimini, Leone XIV ha riletto in una sola giornata il motto Libertas: libertà di coscienza, rifiuto di ogni arruolamento, autorità come servizio. Nel mezzo il Meeting con 60mila persone, la misericordia opposta al "falso realismo" che riarma, i malati e i poveri in cattedrale

(Foto Vatican Media/SIR)

La libertà non è un’autonomia da difendere, ma un legame da costruire. Sul Monte Titano, dove Libertas è insieme motto e atto di nascita, Leone XIV ha aperto quella parola come si apre una chiave: “Una parola sola, ma di quale densità!”. Nella sala del Consiglio grande e generale, si è aperta così oggi una giornata che ha portato il Papa dalla Repubblica di San Marino al Meeting per l’amicizia fra i popoli e alla città di Rimini. “Non c’è vera libertà civile senza libertà personale”, ha spiegato ai capitani reggenti Alice Mina e Vladimiro Selva e alle autorità, “cioè senza il rispetto e la promozione della dignità della persona umana”. Poi la frase che avrebbe retto l’intera giornata: “Libertà e comunione stanno o cadono insieme”.


Coscienza, potere e cura: le prove della libertà

Promuovere la libertà, ha proseguito il Papa, comporta “difendere gli spazi della coscienza”. Il pensiero è andato ai “martiri della libertà”, con San Tommaso Moro, e a quanti oggi “pagano di persona per non aver tradito la propria coscienza”. Poi la dimensione pubblica: i progetti politici ed economici “che si presentano in nome della libertà” sono spesso “schiavi degli idoli e del potere”. Alla più antica Repubblica del mondo, che si prepara a rendere operativo l’Accordo di associazione con l’Unione europea, Leone XIV ha riconosciuto la possibilità di essere un “laboratorio” di buona politica: uno Stato piccolo, “a misura d’uomo”, dove la prossimità tra istituzioni e cittadini rende “una democrazia più effettiva”. Nel centenario delle relazioni diplomatiche, formalizzate nell’aprile 1926, ha espresso apprezzamento per la scelta sammarinese del multilateralismo, vocazione che chiede di “favorire il dialogo con tutti, compresi gli interlocutori considerati più ‘scomodi’”. Con un criterio ripreso dall’enciclica Magnifica humanitas: “La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire”. I padroni di casa lo avevano detto: la libertà “non innalza muri, ma costruisce ponti”, hanno affermato i capitani reggenti, ricordando i profughi ucraini accolti e le famiglie palestinesi che la Repubblica si è impegnata ad ospitare. Nella basilica che custodisce le reliquie del santo diacono Marino, mons. Domenico Beneventi, vescovo di San Marino-Montefeltro, ha definito la libertà “il dono che ci definisce come uomini e donne responsabili davanti a Dio e alla storia”. Ai giovani riuniti in piazza il Papa ha lasciato una consegna: “L’autentica libertà la troviamo solo in Gesù Cristo”.

(Foto Vatican Media/SIR)

Dal Meeting al porto: misericordia, giovani e servizio

A Rimini, dove l’elicottero è atterrato dopo il pranzo nel monastero delle agostiniane di Pennabilli, attendevano circa 60mila persone. Al Meeting la stessa parola ha cambiato veste. “Il male non si combatte col male”, ha ricordato Leone XIV: “Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia”, per il quale “non possono esistere nemici”. L’invito è a liberare “il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte” e a disarmare “lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo”. Il metodo, ha aggiunto, resta “il rischio educativo” indicato da don Luigi Giussani: promuovere il bene nel mondo, non fuggirne. Ai giovani ha detto che sono “segno che il futuro è una promessa, non una minaccia”. Al movimento di Comunione e Liberazione ha consegnato una misura esigente: “Nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé”. In cattedrale, davanti a malati, persone con disabilità e poveri assistiti dalla Caritas, il registro è cambiato: “Qui voi siete a casa”, perché Gesù metteva al centro le persone ferite. La giornata si è chiusa al porto, con la messa e il Vangelo delle chiavi a Pietro: “Nella Chiesa, ad ogni livello, l’autorità è servizio”, ha ribadito il Papa, rileggendo la destituzione di Sebna, il funzionario che abusò dell’autorità. Legare e sciogliere, ha concluso, è compito di ogni battezzato: “Abbracciare, riunire, accogliere, liberare, perdonare, emancipare chiunque sia prigioniero del peccato e delle sue conseguenze”.
(fonte: Sir, articolo di Riccardo Benotti 22/08/2026)

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Per saperne di più:


Visita Pastorale nella Repubblica di San Marino:
Incontro con le Autorità e la Società civile





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INCONTRO DEL SANTO PADRE
CON I PARTECIPANTI AL
47° “MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI”





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RIMINI

INCONTRO CON AMMALATI, DISABILI E POVERI
ASSISTITI DALLA CARITAS
Cattedrale di Rimini

Carissimi fratelli e sorelle,

ringrazio il Vescovo e la Caritas di Rimini per aver organizzato questo incontro con voi, e ringrazio ciascuno di voi per aver risposto all’invito.

Questa è la Cattedrale di Rimini, e qui voi siete a casa! Sì, perché il Signore Gesù, quando incontrava persone malate, o con disabilità, o povere, le accoglieva e le metteva al centro, per guarirle, per restituire loro una vita secondo la loro dignità. Così mostrava a tutti i segni dell’amore di Dio, della sua infinita misericordia. E poi queste persone, guarite e risollevate da Gesù, spesso lo seguivano ed entravano a far parte della comunità dei discepoli.

Così dobbiamo fare anche noi: lasciarci guarire da Gesù, lasciarci perdonare, convertire, e poi camminare insieme nella sua Chiesa, la comunità che Lui ha formato per portare a tutti il Vangelo della sua vittoria sul peccato e sulla morte.

E allora, cari fratelli e sorelle, io vi ringrazio e vi incoraggio a seguire sempre il Signore partecipando attivamente alla vita della Chiesa, nella parrocchia, nelle associazioni, nei luoghi di accoglienza e di servizio, dove si impara e si sperimenta che il nostro Padre è grande nell’amore e noi siamo figli suoi e fratelli tra noi. A Lui ci rivolgiamo ora con la preghiera, quella preghiera che Gesù ci ha insegnato e diciamo insieme:

[Padre nostro…]

[Benedizione]



SANTA MESSA CON I FEDELI DELLA DIOCESI
Porto di Rimini

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
23 Agosto 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, nel nostro dirci cristiani spesso dimentichiamo lo stretto legame che intercorre tra noi e Cristo, il Messia. In Lui noi tutti formiamo il popolo messianico, il popolo chiamato a dar vita ad una storia nuova, tutta incentrata sul comandamento dell’amore. Consapevoli delle nostre fragilità, innalziamo al Signore le nostre preghiere ed insieme diciamo: 


R/   Accresci, Signore, la nostra fede e la nostra umanità

 

Lettore


- Ti preghiamo, Signore Gesù, per tutta la Chiesa e per ogni singola comunità cristiana, che si raduna nel tuo Nome. Fa’ che la gioia del Vangelo e della tua presenza amorevole pervada tutta la loro vita. Dona loro di saper perseverare nell’ascolto della tua Parola, perché il loro agire diventi sempre più una vera trasparenza del tuo amore misericordioso. Preghiamo.

- Tu, Signore Gesù, che scruti mente e cuore, disperdi i progetti ed i pensieri di violenza e di guerra dei vari potenti della terra. Ascolta il grido ed il dolore dei popoli, costretti a subire distruzione e morte. Fa’, o Signore, che l’umanità di oggi abbandoni la seduzione delle armi per ritrovare il gusto della parola e del dialogo. Preghiamo

- Ferma Tu, o Signore Gesù, questa folle corsa dei politici, dei partiti e di alcuni movimenti, che spingono i paesi dell’Europa a fare della persona migrante, proveniente da altri luoghi, un vero “capro espiatorio”, considerato strumentalmente la causa di tutti i nostri mali verso cui lottare, al fine di ritrovare un’apparente e ipocrita unità politica europea fondata sulla pratica sistematica della disumanità. Aiuta invece, Signore Gesù, questa nostra Europa a ritornare ai suoi veri valori fondanti, per diventare oggi più umana e più solidale nel bene. Preghiamo

- Accompagna, o Signore Gesù, quanti ritornano dalle ferie per riprendere il loro lavoro. Sii vicino a chi troverà la sorpresa del licenziamento e a tutti coloro che hanno difficoltà a trovare un lavoro adeguato per potersi pagare l’affitto di casa. Benedici e sostieni tutti quei giovani, che scelgono di andare a lavorare fuori del nostro Paese. Preghiamo

- Davanti a te, Signore Gesù, Figlio del Dio vivente, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime dei disastri naturali e ambientali, e delle vittime del disagio mentale e sociale. Dona a tutti di contemplare il tuo Volto di Amore e di Pace. Preghiamo.



Per chi presiede

Ti rendiamo grazie, o Signore Gesù, perché sei accanto a noi e ascolti la voce della tua Chiesa in preghiera. Guidala e sostienila nel cammino della fede. Te lo chiediamo perché tu sei il Figlio del Dio vivente e il Messia compassionevole, presente in mezzo a noi, nei secoli dei secoli.

AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 42 - 2025/2026 - XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

Riconoscere in Gesù il Messia, il Figlio del Dio vivente, conferisce a Pietro il primato sulla comunità, un primato che è principalmente responsabilità, nell'amore e nel servizio. Lungo il corso della bimillenaria storia della Chiesa, il primato pietrino è stato inteso ed esercitato in molti modi, spesso frainteso e malinteso, con o senza colpa. Nella Comunità di Gesù l'autorità ha bisogno di continua purificazione; essa va vissuta non come esercizio di potere, ma come assunzione di responsabilità. Pietro, purtroppo, è "Bar-Jona", figlio di Giona, e come suo padre fugge le conseguenze dell'amore. Pietro non accetta un Messia debole e indifeso che si consegna inerme nelle mani degli uomini, rifiuta categoricamente un Dio che ama e usa misericordia verso tutti, compresi i carnefici del Figlio, compresi i pagani. Per questa ragione tenterà di dissuadere Gesù dall'andare a Gerusalemme (16,22). Gesù è certamente il Messia, ma non il Messia dominatore e sterminatore dei nemici della fede atteso da certa tradizione giudaica. Per Gesù il potere è ontologicamente diabolico (Mt 4,1-11). I figli di Dio, invece, sono coloro che seguono il loro Maestro e Signore nell'amore e nel servizio ai fratelli, sono le «pietre viventi edificate come edificio spirituale sulla Pietra viva scartata dagli uomini» (1Pt 2,4-5). Essi sono coloro che sono stati resi immuni dal «lievito dei farisei e sadducei» (Mt 16,6), veleno mortale che intossica la vita e le relazioni tra gli uomini e che impedisce di scorgere negli altri fratelli da amare.


sabato 22 agosto 2026

LA GRANDE DOMANDA - "Verso la fine dell’estate, ogni anno ritorna questa domanda di Gesù: Ma voi, chi dite che io sia? Gesù i vuole sapere se gli abbiamo aperto il cuore." - XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

LA GRANDE DOMANDA



Verso la fine dell’estate, ogni anno ritorna questa domanda di Gesù: Ma voi, chi dite che io sia? 
Gesù i vuole sapere se gli abbiamo aperto il cuore.


In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. Mt 16,13-20
  

LA GRANDE DOMANDA
 
Verso la fine dell’estate, ogni anno ritorna questa domanda di Gesù: Ma voi, chi dite che io sia? Gesù i vuole sapere se gli abbiamo aperto il cuore.


Verso la fine dell’estate, ogni anno ritorna questa domanda di Gesù. Ogni anno con un evangelista diverso: Ma voi, chi dite che io sia?

Siamo nel nord della Palestina, nel punto più lontano da Gerusalemme, in zona pagana. Qui Gesù interroga i suoi, quasi per un sondaggio: la gente, chi dice che io sia? Rabbi, sei uno che allarga i cuori, uno innamorato di Dio, un profeta.

Dopo due anni e mezzo passati con lui, per i discepoli il cerchio si stringe: ma voi, voi dalle barche abbandonate, voi che camminate con me da anni e che ho scelto a uno a uno, chi sono io per voi?

Mi guardo dentro. Chi è per me? Uno che inquieta, uno che non mi lascia in pace; la mia gioia, il mio rimorso; uno che è ‘impossibile amare impunemente’ (Turoldo), senza sentire una stretta nelle viscere. Gesù non cerca definizioni, ma relazioni; cerca un rapporto vivo: cosa ti è successo quando mi hai incontrato? Cosa è cambiato in te? Quanto conto per te? Che posto ho nella tua vita? Sono domande da innamorato.

Perché i discepoli e le discepole gli andavano dietro? Perché io gli corro dietro? Semplice: per essere felice. Che non significa avere una vita senza ferite, ma più piena, accesa, appassionata. Gesù non ha bisogno della risposta per sapere se è più bravo degli altri rabbini, lui vuole sapere se Pietro e io gli abbiamo aperto il cuore. E Pietro risponde con parole per niente facili: Gesù non era il messia muscolare che aspettava, diceva di perdonare senza misura e di amare i nemici, un po’ un ‘anti-messia’. E a quello sguardo innamorato Pietro risponde: Tu sei il Cristo, il messia, la mano di Dio, la sua carezza, il suo sogno di libertà. Sei il figlio del Dio vivente. Colui che fa viva la vita, il miracolo che la fa fiorire.

Infine ecco il contrappasso, bellissimo: Pietro, adesso sono io che ti dico chi sei. Tu sei pietra e su questa pietra… Abbiamo bisogno di uno che ci faccia da specchio, come Pietro, aiutato da Gesù a decifrarsi e ad amarsi: quel suo essere grezzo e focoso, quella parte di sé di cui quasi si vergognava, sarebbe poi stata la più utile: Darò a te le chiavi del Regno dei cieli. Non sono le chiavi del paradiso, ma del mondo nuovo come Dio lo sogna, del segreto profondo di questa nostra vita. Date a Pietro, ma non solo a lui, a ogni credente, a tutta l’immensa carovana, con la sua fatica di seguirlo.

Le chiavi e le azioni di legare e sciogliere sono simboli molto più universali e radicali che non il potere giuridico dell’assoluzione nel sacramento della riconciliazione. Non è roba da preti, questo potere, ma da gente di vangelo, di quelli che sono con la loro vita eco e prolungamento della vita di Cristo. Ti darò le chiavi: ti do il potere di entrare come energia di trasformazione, come primo passo di un cammino anche nelle esperienze umane più squallide e perdute. Tu puoi diventare presenza trasfigurante, facendo quelle cose che Dio solo sa fare: pregare per chi ti ferisce, provare dolore per il dolore del mondo, la grande empatia con tutto ciò che vive, queste sono cose divine. Allora anche tu e io possiamo diventare piccola roccia su cui far poggiare un futuro migliore. Non macina da mulino, una pietruzza soltanto, ma nessuna piccola pietra è inutile. Qualcosa sarò, Signore, se tu farai del mio nulla qualcosa che serva a qualcuno.


L’Ave Maria dietro le sbarre

L’Ave Maria dietro le sbarre

Una poesia nata nella sezione femminile del carcere di Lecce trasforma l’Ave Maria in grido di rabbia, pentimento e richiesta di libertà. Tra versi, sovraffollamento e nuove misure alternative alla detenzione, emerge una domanda essenziale: la pena può punire senza cancellare la persona e la sua possibilità di cambiare davvero?

(Foto SIR/IA)

“Ave Maria piena di rabbia”. Potrebbe essere il titolo dell’ultimo film di Tarantino. Invece è la poesia scritta da una donna reclusa nella sezione femminile del carcere di Lecce, premiata domenica scorsa a Santa Caterina di Nardò con il premio “Afrodite”. Tre parole bastano a incrinare una formula recitata da secoli: dove ci si aspetta la grazia, arriva la rabbia. Non è una profanazione. È una preghiera.

I versi non spiegano, elencano. Il sole che sorge sulla sezione femminile, i rimpianti senza fine, il blindo che si chiude, l’insonnia, “c’è chi prende le gocce e non si vergogna”, la “sezione psichiatria” che non aveva “mai pensato in vita mia”. E un finale che rovescia tutto: “Ave Maria piena di rabbia, mi son pentita, aprite sta gabbia”. Il pentimento non viene esibito come merito. Apre una richiesta, non chiude un conto.

C’è, in quel gesto, qualcosa che richiama “La Terra Santa” di Alda Merini. Non per qualità o consapevolezza letteraria, che sarebbe improprio mettere sullo stesso piano, ma per il procedimento: portare il vocabolario del sacro dentro il luogo della reclusione e costringerlo a misurarsi con il dolore psichico, la chiusura, il desiderio di salvezza. Merini sovrappose il manicomio alla terra promessa. Qui l’Ave Maria viene piegata alla misura di una cella. Con il registro popolare, “Le Mantellate” di Strehler e Carpi, incisa da Ornella Vanoni nel 1959, aveva fatto qualcosa di simile: una campana che suona a tutte le ore e la constatazione che “Cristo nun ce sta dentr’a ’ste mura”. Sessantasette anni dopo, da una cella di Lecce, qualcuno chiama comunque.

Leone XIV, il 10 giugno scorso nel centro penitenziario “Brians 1” di Barcellona, ha detto ai detenuti che “essere umani ed essere cristiani non consiste nel non sbagliare, ma nel crescere nella capacità di convertirsi, pentirsi, emendarsi e, soprattutto, di riconciliarsi e perdonare”. Non è un’assoluzione a buon mercato: il pentimento è un processo, non un certificato. In quei versi la conversione non cancella ciò che è accaduto e non pretende di farlo. Domanda che l’errore non coincida per sempre con la persona che lo ha commesso. Anche Francesco, rileggendo Giobbe, aveva riconosciuto dignità alla preghiera che protesta: Dio accoglie perfino una parola pronunciata nella rabbia contro di lui, mentre respinge la religiosità che pretende di spiegare il dolore con il cuore freddo. “La protesta è un modo di preghiera”, disse. Meglio la rabbia che si rivolge a Dio del moralismo che parla di Dio senza ascoltare chi soffre.

È entrata in vigore in questi giorni la legge 5 agosto 2026, n. 140, che apre ai condannati tossicodipendenti e alcoldipendenti con pena, anche residua, fino a otto anni una detenzione domiciliare da scontare, se il programma di recupero è residenziale, in comunità terapeutica. I giornali la chiamano “svuota-carceri”: è un’etichetta, non una categoria giuridica. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha parlato di almeno diecimila persone che potrebbero uscire. Le risorse coprono per il 2026 circa cinquecento posti, e le linee guida attuative sono attese entro centoventi giorni. Intanto i detenuti sono 64.741 su 46.343 posti realmente disponibili, con un affollamento del 139,7%. A Lecce quasi 1.500 reclusi per 780 posti. Trentotto i suicidi nei primi sette mesi dell’anno. Quasi un detenuto su due assume sedativi o ipnotici.

La statistica e il verso dicono la stessa cosa. Solo che uno dei due nomina la vergogna.

Nessuno pensi che una poesia risolva tutto questo. Non aggiunge un posto letto, non finanzia una comunità, non scrive un decreto. Fa un’altra cosa, e non è poco: restituisce un soggetto là dove il sistema conta presenze. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. È una norma, non un auspicio.

I versi premiati saranno incisi sulla ceramica e collocati sul lungomare di Santa Caterina. Usciranno dal carcere prima di chi li ha scritti. Chi li leggerà, camminando davanti al mare, dovrà decidere se sono la voce di una colpevole o la preghiera di una persona. La Costituzione ha già risposto: sono la stessa cosa.
(fonte: SIR, articolo di Riccardo Benotti 22/08/2026)




Minori e digitale. - Dopo le soluzioni adottate in Australia e Francia per i social, la proposta di legge a tutela dei bimbi da 0 a 3 anni in Italia

Minori e digitale.
 
Dopo le soluzioni adottate in Australia e Francia per i social, la proposta di legge a tutela dei bimbi da 0 a 3 anni in Italia

Proteggere bambini e ragazzi da contenuti dannosi sui social, ma anche preservare il loro sviluppo neurocognitivo. Questo è il filo conduttore delle leggi approvate in Australia e Francia, ora da rivedere dopo che il Consiglio costituzionale francese ha censurato l'articolo 1 della legge, e di una proposta di legge presentata in Italia

Foto Calvarese/SIR

L’uso di smartphone, tablet e social da parte dei minori preoccupa sempre di più per gli effetti che può provocare su bambini e adolescenti. Una preoccupazione condivisa in tutto il mondo e sostenuta da diversi studi. Intanto, il 15 aprile 2026 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato che un’app europea per la verifica dell’età è tecnicamente pronta e sarà presto disponibile per consentire agli utenti di dimostrare la propria età quando accedono alle piattaforme online. Questa soluzione risponde al dovere di

“proteggere i nostri figli nel mondo online, così come lo facciamo nel mondo offline”,

ha spiegato la presidente, in modo efficace e armonizzato a livello europeo. Sarà facile da usare, perché la si potrà configurare con il passaporto o la carta d’identità che serviranno per dimostrare la propria età quando si accede ai servizi online, “nel rispetto dei più elevati standard di privacy al mondo” e su qualsiasi dispositivo. Ed è anche completamente open source, cioè potrà essere utilizzata dai Paesi partner su scala globale. “L’Europa offre una soluzione gratuita e facile da usare che può proteggere i nostri figli da contenuti dannosi e illegali” e le piattaforme “non avranno più scuse”.

La prima nazione al mondo ad aver adottato una legge sul divieto dei social ai minori è l’Australia. La nuova norma è entrata in vigore il 9 dicembre 2025 in Australia, stabilendo che i ragazzi sotto i 16 anni non possono più accedere o aprire account su YouTube, TikTok, Facebook, Snapchat, Instagram, X, Reddit, Twitch e Threads. Previste multe milionarie per le aziende che non rispettino il divieto, mentre i ragazzi under 16 o i loro genitori non vengono sanzionati o multati se riescono ad accedere. Per evitare sanzioni le piattaforme devono individuare e disattivare gli account di under 16; impedire la creazione di nuovi account; contrastare i tentativi di aggiramento; prevedere procedure per correggere gli errori di identificazione dell’età. Neppure i genitori possono dare il consenso per derogare al divieto. L’accesso è vietato in modo assoluto sotto i 16 anni. A marzo 2026 la legge è stata perfezionata concentrandosi soprattutto sui social con caratteristiche come feed infiniti, sistemi di raccomandazione algoritmica, “like” e altre funzioni progettate per aumentare il coinvolgimento.

La Francia aveva approvato il 21 luglio 2026 una legge che vieta l’accesso ai social network ai minori di 15 anni. La misura sarebbe dovuta entrare in vigore dal 1° settembre 2026 per i nuovi profili, con un periodo di transizione per gli account già esistenti fino a gennaio 2027. Ma la legge ha subito una battuta d’arresto, nei giorni scorsi. Infatti, il Consiglio costituzionale francese ha censurato l’articolo 1 della legge sulla protezione dei minori dai rischi legati all’utilizzo dei social network, ritenendo che il divieto, così come formulato dal legislatore, producesse un’ingerenza, non sufficientemente giustificata, nella libertà di espressione e comunicazione. Il Consiglio costituzionale non ha stabilito che la protezione dei minori online sia illegittima. Ha contestato il modo in cui il legislatore francese ha cercato di raggiungere quell’obiettivo. La decisione è particolarmente rilevante perché è intervenuta a poche settimane dall’entrata in vigore prevista della misura e mette in discussione uno dei provvedimenti simbolo della politica francese di protezione dei minori nell’ambiente digitale. Alla luce di tutto ciò, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha incaricato il primo ministro Sébastien Lecornu di preparare un nuovo testo della legge sul divieto dei social per gli under 15 “nel più breve tempo possibile”, un testo che sia “giuridicamente solido” e “tenga conto della decisione del Consiglio costituzionale e del quadro europeo”, ha riferito l’Eliseo.

Non sono solo i social fruiti da minori prima dei 15/16 anni a preoccupare. L’uso di smartphone e tablet inizia molto prima. Il neurologo Pierluigi Brustenghi, nel 2025, in un incontro promosso dal Centro per il libro e la lettura, spiegava:

“Da circa dieci anni stanno arrivando lavori che documentano quale danno dall’uso del digitale ha il cervello in età evolutiva. Il cervello matura a 25 anni, ma la maturazione è ritardata se i bambini sono precocemente dotati di smartphone e tablet, perché si producono alterazioni sinaptiche patologiche”.

Nel 2024 la Oxford University ha incoronato parola dell’anno l’espressione “brain-rot” che significa “cervello macerato”, “marciume cerebrale”.

(Foto Terre des Hommes)
Per rispondere all’allarme sociale che già i piccolissimi “scrollano” con in mano uno smartphone o un tablet, è presentata il 23 luglio al Senato su iniziativa della senatrice Simona Malpezzi e promossa insieme alla Società italiana di pediatria e a Fondazione Terre des Hommes Italia Ets la proposta di legge “Disposizioni per la regolamentazione dell’esposizione ai dispositivi digitali nei bambini e nelle bambine da zero a tre anni a tutela del loro sviluppo neurocognitivo, fisico e relazionale e per la promozione di un graduale accesso al loro utilizzo durante la minore età”. Il disegno di legge prevede niente smartphone, tablet e altri dispositivi digitali sotto i tre anni, più sostegno ai genitori fin dalla gravidanza e servizi per la prima infanzia senza schermi.

Il testo, sostenuto in maniera bipartisan da parlamentari di tutti i gruppi politici, punta a introdurre Linee guida nazionali sull’esposizione agli schermi dei bambini e bambine, codificandola come prassi estremamente dannosa e da evitare entro i tre anni di vita. Una legge per costruire un’alleanza con i genitori e che chiama a raccordo tutto il sistema che ruota attorno al bambino: corsi preparto, punti nascita, consultori e pediatri, tutti chiamati ad accompagnare il neo genitore a prendere coscienza di come, una crescita sana, non debba includere il digitale nei primi trentasei mesi di vita del bambino.

Di qui l’importanza della formazione dei professionisti sanitari, educativi e sociali sui rischi legati a un utilizzo troppo precoce dei dispositivi digitali, nonché la costruzione di una struttura di governance atta a rendere la legge strumento dinamico e flessibile, capace di cogliere l’evoluzione del fenomeno, con attenzione e rigore scientifico. La proposta nasce da un patrimonio crescente di evidenze scientifiche secondo cui l’esposizione precoce e non appropriata ai dispositivi digitali può avere ricadute sullo sviluppo dei bambini e delle bambine. La revisione della letteratura scientifica condotta dalla Commissione Dipendenze digitali della Società italiana di pediatria, che ha analizzato 78 studi sugli effetti dell’esposizione digitale, evidenzia infatti come

ogni 30 minuti di schermo in più al giorno possono raddoppiare il rischio di ritardo del linguaggio. Ed effetti negativi si riscontrano anche sulle capacità attentive ed esecutive, sulla regolazione emotiva, sul sonno e sulla relazione tra adulto e bambino.
(fonte: SIR, articolo di Gigliola Alfaro 17/08/2026)