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mercoledì 3 giugno 2020

"A confronto con il Vangelo. La svolta di papa Bergoglio" di Andrea Riccardi


A confronto con il Vangelo. 
La svolta di papa Bergoglio
di Andrea Riccardi

Il messaggio di Francesco. Un tempo si parlava di alternanza tra Pontefici religiosi e politici. La distinzione non può reggere oggi, come del resto forse mai


Durante le settimane di coronavirus, papa Francesco ha acquistato rinnovato risalto, non fosse che per la trasmissione quotidiana della messa che, solo sul TG1, ha raccolto un milione e mezzo di ascolti. Sono passati sette anni dall'elezione di un Papa che «viene dalla fine del mondo»: una svolta in una Chiesa colpita dal trauma delle dimissioni di Benedetto XVI, motivate da forte senso di responsabilità più che da gravi questioni di salute. Nel 1978, c'era stata la svolta dell'elezione del Papa «straniero», proveniente dal mondo comunista. In realtà Wojtyla, per soli due anni, non era nato suddito asburgico, come Pio X e Pio XI (e i lombardi Roncalli e Montini venivano, anni dopo, da terre prima asburgiche). Ratzinger poi non era distante dal cuore centroeuropeo del cattolicesimo. I Papi europei sono stati convinti del ruolo religioso del Continente per la Chiesa nel mondo. Ma anche del ruolo politico: Pio XII favorì l'integrazione europea comprendente i protestanti, superando l'Europa latino-cattolica; Wojtyla fece dell'unità europea il suo orizzonte.

Con Bergoglio, c'è un salto nel papato. I commentatori hanno faticato a collocare Francesco nel panorama cattolico. C'è talvolta un diffuso fastidio, piuttosto irrazionale, di fronte a una figura che si smarca dalla continuità nella gestione del potere politico dei Papi, specie in aspetti esteriori e protocollari. Pure i predecessori dopo il Vaticano II si sono mossi in tal senso, pur con altro passo. E' una tensione antica, tanto che Bernardo di Chiaravalle criticava Eugenio III, Papa nel 1145: «tu sembri essere succeduto non a Pietro ma a Costantino». Per il teologo conciliare, padre Chenu, era arrivata la «fine dell'era costantiniana» con una Chiesa missionaria, amica dei poveri, in cui «vive» il Vangelo, più che diritto o filosofia.

Francesco, con scarna semplicità, si presenta come prete e vescovo. È segnato dalla storia argentina e dalla formazione gesuitica. È stato protagonista del documento di Aparecida, con cui i vescovi latinoamericani hanno rilanciato la Chiesa nel Continente. Soprattutto colpisce l'evangelismo che vibra in lui, con il richiamo alla conversione, impastato dalle Scritture. Chi l'ascolta percepisce un Vangelo vivo, più che ideologia o visione del mondo.

Questo crea ovviamente simpatie e antipatie. Costante è l'insistenza sui poveri: la Chiesa dei poveri del Vaticano II vissuta nel contatto con i feriti della vita, ma anche congiungendo mistica del povero (evangelica) e impegno sociale con ben altra vibrazione dalla prassi istituzionale delle grandi organizzazioni assistenziali cattoliche. Migranti e rifugiati, cui spesso il Papa si riferisce, sono un tema ostico ai settori nazional-cattolici. La lettura della Exsul Familia di Pio XII sui migranti (1952) mi colpisce. Pacelli afferma un sorgivo «diritto a uno spazio vitale» della famiglia migrante: è più radicale di Francesco, anche se in situazione diversa. Bergoglio, come posizione sociale, si colloca in una postura «terza», estraneo alle suggestioni marxiste, ma critico del capitalismo globale. Nel 1981, proprio Giovanni Paolo II confidò ad Andreotti che pensava per la Polonia futura: «né capitalismo né marxismo». Per l'Urss post '89, consigliava di non appiattirsi sul capitalismo.

Come Bergoglio guarda l'Europa? Su questo, Ferruccio de Bortoli lo interrogò nella prima intervista. Non richiamo poi i vari interventi ufficiali, ma solo l'ultima operazione di pressione, da lui fatta, in tempo di Covid-19 (culminata nell'appello di Pasqua), per un'UE solidale con il Sud, che ha il punto di forza nel rapporto con Angela Merkel, sensibile al pensiero del Papa.
Per quel che riguarda il governo del primo Papa globale in un mondo scomposto, gli accorpamenti e gli aggiustamenti non hanno creato una nuova architettura d'istituzioni. Il centralismo romano, spiacente a varie Chiese locali, s'è moderato, ma il governo romano resta punto di coesione. Il Papa, accessibile a molti, governa con uno stile che ad alcuni ricorda in qualcosa il proposito generale, cui fa capo immediatamente l'azione della Compagnia di Gesù. In realtà, come la società globale, la Chiesa vive un'incerta transizione: non si delineano già le istituzioni di domani.

Intanto il Papa pone al centro il confronto personale e ecclesiale con il Vangelo. E, percorrendo questa strada, si colloca come un autorevole leader globale e spirituale. Un tempo si parlava di alternanza tra Papi religiosi e politici. Bergoglio, Papa religioso o politico? La distinzione non può reggere oggi, come del resto forse mai.

Pubblicato sul Corriere della Sera 01/06/2020


martedì 2 giugno 2020

Bose deve continuare ad essere una comunità ecumenica animata dallo Spirito e guidata dalla Parola di Dio

Sulla vicenda della Comunità di Bose e del suo fondatore Enzo Bianchi
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Ecco il comunicato pubblicato sul sito Monastero di Bose
Il nostro cammino

"All’indomani della solennità della Pentecoste, la Comunità di Bose ha accolto la notizia che il suo fondatore, fr. Enzo Bianchi, assieme a fr. Goffredo Boselli e a sr. Antonella Casiraghi hanno dichiarato di accettare, seppure in spirito di sofferta obbedienza, tutte le disposizioni contenute nel Decreto della Santa Sede del 13 maggio 2020. Fr. Lino Breda l’aveva dichiarato immediatamente, al momento stesso della notifica.

A partire dai prossimi giorni, dunque, per il tempo indicato nelle disposizioni, essi vivranno come fratelli e sorella della Comunità in luoghi distinti da Bose e dalle sue Fraternità.

Ai nostri amici e ospiti che ci hanno accompagnato con la preghiera e l’affetto in questi giorni difficili chiediamo di non cessare di intercedere intensamente per tutti noi monaci e monache di Bose ovunque ci troviamo a vivere.

Pregate per ciascuno di noi, e per la Comunità nel suo insieme, perché possa proseguire nel solco del suo carisma fondativo: fedele alla sua vocazione di comunità monastica ecumenica di fratelli e sorelle di diverse confessioni cristiane, continui a testimoniare quotidianamente l’evangelo in mezzo agli uomini e alle donne del nostro tempo."


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"Non cosi tra voi"
di Enrico Peyretti 

"La vicenda di Bose e il Vaticano si è chiusa, ora, 1° giugno, con l'obbedienza degli allontanati. Rimane in tutti gli amici e gli osservatori l'amarezza per le divisioni interne come per i metodi dell'intervento d'autorità. In tutte le comunità evangeliche c'è da riflettere umilmente sulla necessaria testimonianza di pace paziente e positiva, di concorde soluzione dei conflitti naturali, di come va esercitato nella chiesa il ministero dell'unità e della guida. Senza di ciò non c'è veramente la chiesa fraterna. Osservando i poteri del mondo, Gesù ha detto: "Non così tra voi". E' stato un dolore: che ora sia un umile insegnamento, a tutti i gradi di responsabilità. E che le cose di tutti siano gestite da tutti." 
(Fonte: facebook) 

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Bose, una lettera
di Lidia Maggi

Cosa vuol dire Bose per me, pastora evangelica? E, insieme a me, per chi vive la fede in una chiesa protestante? Il faticoso momento attuale mi ha sollecitato a pormi queste domande.
La comunità di Bose non ha rappresentato per me l’incontro con l’esotico (con quella dimensione monastica che le chiese della Riforma hanno perlopiù espulso dal loro orizzonte) o con una risorsa utile per coltivare lo spirito ecumenico. Più radicalmente, la forma delle fede vissuta a Bose mi ha interpellata nella mia identità più profonda, a proposito di quel marcatore identitario che caratterizza il cristianesimo riformato, ovvero la centralità della Parola. Su quell’aspetto a proposito del quale ad un protestante verrebbe spontaneo dire: su questo non ho bisogno di sollecitazioni esterne, mi basta la mia tradizione. E invece quante volte ho sperimentato lo stupore di apprendere dalle sorelle e dai fratelli di Bose l’arte dell’ascolto della Parola attestata nelle Scritture.
Sono grata a Bose per avermi illuminata ed educata alla ricchezza della Parola. Se c’è un merito che mi sento di riconoscere a questa comunità è quello di aver creato un ambiente che fa da cassa di risonanza alla voce plurale delle Scritture e alla loro infinita interpretazione. A Bose ho sperimentato una buona acustica, in grado di far risuonare la Parola nei tanti linguaggi di cui è capace lo Spirito. Ho udito il suono spesso dimenticato della radice ebraica delle Scritture.

Penso con ammirazione e gratitudine al prezioso lavoro di scavo operato da Alberto Mello. Come anche al contributo di Sabino Chialà per la comprensione dell’ebraismo apocalittico. Ho gustato il tono profetico e l’intelligenza spirituale dell’insegnamento di Enzo Bianchi. Mi ha incantata la ricca lettura esistenziale delle Scritture offerta da Luciano Manicardi. Per non parlare della sapienza di Daniel Attinger, capace di ricomporre la comunione infranta tra l’interpretazione biblica protestante e quella cattolica. Parlando della mia esperienza, non posso che ricordare solo alcuni nomi. Ho fin da subito intuito che a Bose l’ecumenismo non era una questione di buona educazione o diplomazia. Le diverse chiese dell’ecumene cristiana sono altrettante esegesi dell’unica Parola necessaria. Per una pastora protestante, il mondo ortodosso è quanto di più distante si possa immaginare nel dare forma all’esperienza di fede. È stata Bose a farmi scoprire il fascino del mondo ortodosso, colto nella sua pluralità. Il cristianesimo non è certo iniziato nel XVI secolo – come siamo tentati di ritenere, noi protestanti.
Lo sapevo, certo, ma è stata Bose a mostrarmi le ricchezze delle tradizioni patristiche e monastiche. Ricordo ancora lo stupore nel leggere i detti dei padri e delle madri del deserto, accompagnata dalla lettura sapiente di Lisa Cremaschi; come anche per quel cantiere di forme cristiane che sono le diverse regole, verso cui ha indirizzato il mio sguardo Cecilia Falchini ed Edoardo Arborio Mella. Anche se potrà sembrare incredibile, persino un mondo evangelico a me poco noto è stato disvelato solo a Bose. Penso alla sorprendente curiosità intellettuale e spirituale di Guido Dotti, al respiro internazionale dei convegni organizzati dalla comunità.
E poi, la bellezza della liturgia, con quella traduzione del Salterio che coniuga rigore, ritmo e linguaggio evocativo. Le sorelle e i fratelli di Bose, tutte e tutti, mi hanno insegnato l’arte della preghiera comunitaria, la poesia della fede. Una bellezza che si irradia dal culto per innervare ogni aspetto, attingendo alle ricchezze della letteratura, della pittura, della musica. Bellezza dialogica, capace di far entrare in risonanza mondi diversi. Sono stata a Bose poche volte, introdotta dalla cura di Lino Breda.
Ma la mia frequentazione della comunità è andata ben oltre la presenza fisica. Libri, conferenze, contributi che mi sono giunti grazie ad amici e ai suggerimenti di mio marito, hanno tessuto un legame profondo con queste sorelle e fratelli che mi mostrano un altro volto del monachesimo, capace di coniugare la spiritualità più profonda con le inquietudini dell’esistenza e gli scenari politici. Bose rappresenta un dono preziosissimo e ad ampio raggio di divulgazione della Parola; una generosità che si traduce in disponibilità ad animare incontri parrocchiali, partecipazione a convegni, interventi puntuali nel dibattito pubblico. Un esempio di chiesa in uscita, grazie al primato dell’ascolto della Parola. Per tutto questo sento Bose come parte del mio corpo. Per questo la sua ferita è la mia. Nel giorno di pentecoste invoco su questa bellissima comunità lo spirito di guarigione, di riconciliazione e consolazione.


Leggi il nostro post già pubblicato:
Enzo Bianchi - Bose - Santa Sede e la speranza di ritrovare al più presto una piena comunione


Per approfondire leggi anche:


Per un 2 giugno nonviolento


Per un 2 giugno nonviolento

Si chiama Repubblica Italiana, è nata il 2 giugno del 1946, in un’urna elettorale, figlia della Resistenza e del Referendum. Democratica, unitaria, parlamentare, ha superato i traumi della dittatura e della guerra e ha poi partorito la Costituzione.

È questa la Repubblica che festeggiamo dopo 74 anni. È la nostra forma di stato, è il nostro patto istituzionale. Quando parliamo di “patria” (ma sarebbe meglio chiamarla “matria”, al femminile, come nella lingua tedesca, heimat, che dà un senso di cura, di casa, di accoglienza materna), parliamo della Repubblica che ha contribuito alla nascita dell’Europa concepita a Ventotene, che ne ha allargato i confini, che è inclusiva, aperta al futuro. Ecco, questa è la Repubblica, la patria che
noi festeggiamo.

I simboli della “difesa della Patria” oggi sono le mascherine, i guanti, il disinfettante; simboli di tutela della vita, della salute dei più deboli e fragili. Gli strumenti militari, invece, cacciabombardieri, blindati e corazzate non sono serviti a fermare il virus, non ci hanno difeso.

La proposta di rendere istituzionale l’organizzazione della Difesa non militare nasce dalla constatazione che essa è già operante nella società civile, e per questo ha raccolto il sostegno e l’adesione delle reti impegnate sui temi della pace, del disarmo, della nonviolenza, del servizio civile, della solidarietà, (Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Forum Nazionale per il Servizio Civile, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci!, Tavolo Interventi Civili di Pace).

Dunque, se davvero vogliamo difendere la Repubblica, dobbiamo potenziare le forme della difesa civile, non armata e nonviolenta. È per questo che proprio oggi, 2 giugno, abbiamo fatto un ulteriore passo con la Campagna “Un’altra difesa è possibile”, presentando al Parlamento una Petizione (in base all’articolo 50 della Costituzione), per chiedere un provvedimento legislativo sulla Difesa civile non armata e nonviolenta. Vogliamo rimuovere l’ostacolo delle enormi spese militari ed avere a disposizione risorse per garantire la difesa costituzionale, sanità, istruzione, formazione, ricerca, servizio e protezione civile.

Abbiamo avviato la Campagna “Un’altra difesa è possibile” nel 2014, con un testo di legge di iniziativa popolare depositato alla Camera con cinquantamila firme, poi accolto da oltre settanta parlamentari e assegnato alle Commissioni difesa e affari costituzionali.

Ora vogliamo rilanciare, e lo facciamo con la forma della Petizione, coinvolgendo direttamente i Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati. Abbiamo chiesto loro un incontro urgente, perché non possiamo permetterci di perdere ulteriormente tempo e sperperare altro denaro nelle spese militari. La patria/matria, la Repubblica, è sotto attacco, colpita da ingiustizie, povertà, disoccupazione, inquinamento, e deve essere difesa con misure efficaci, che solo la Difesa civile non armata e nonviolenta può offrire.

Dopo la pandemia e l’emergenza sanitaria, le forze da mettere in campo sono quelle del lavoro, medici e infermieri, le categorie delle arti e dei mestieri, gli studenti, gli educatori, gli immigrati, i bambini e le bambine, le madri e i padri, le ragazze e i ragazzi del Servizio civile universale.

Queste sono le vere ricchezze della Repubblica che ripudia la guerra.
Mao Valpiana
presidente del
Movimento Nonviolento
e coordinatore della campagna
Un’altra difesa è possibile

2 giugno 2020, Festa della Repubblica

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Don Sacco: basta frecce tricolori, sanno di guerra

Intervista al coordinatore nazionale di Pax Christi. Oggi è la festa della Repubblica. Non c’è la parata militare, ma ci sono le Frecce tricolori che da una settimana svolazzano nei cieli d’Italia


Frecce Tricolori a Trieste


Don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, proprio non si riesce a celebrare la Repubblica senza armi?

È stato detto che ci «abbracciano». In sé le Frecce non fanno nulla di male, anche se si spendono soldi che invece potrebbero essere usati meglio. Il problema è culturale: le Frecce sdoganano l’idea della guerra non come una cosa brutta, che ammazza e dilania i corpi, ma di una guerra tecnologica, elegante, che dà prestigio.

A proposito di guerra tecnologica: non molto distante dalla sua parrocchia a Cesara (Vb) c’è Cameri, dove si producono F35.

Le Frecce tricolori in un certo senso sono funzionali agli F35, perché implicitamente «sponsorizzano» l’alta tecnologia militare. Nei mesi scorsi, quando molte fabbriche erano chiuse per la pandemia, a Cameri si è continuato a lavorare per produrre i cacciabombardieri, con la scusa del rispetto dei tempi di consegna e con il ricatto di mettere a rischio i posti di lavoro. Nel mio territorio ci sono molte industrie di rubinetti, servono per dare acqua, non per trasportare bombe. Quelle però sono state chiuse. Eppure anche lì erano in gioco posti di lavoro non meno importanti.

Le spese militari continuano ad essere ingenti: nel 2019 si è registrato l’aumento più consistente dalla fine della guerra fredda, l’Italia è al dodicesimo posto nella classifica mondiale, con una spesa di 26,8 miliardi di dollari (dati Sipri). A cosa servono tutte queste armi?

Servono soprattutto a chi le produce e a chi le vende. Intorno alle armi ci sono molte bugie e troppi interessi. C’è una lobby fortissima. Io ricordo sempre che padre Zanotelli trent’anni fa fu cacciato da Nigrizia, mensile dei comboniani, per la sue denunce del traffico armi, contro «Spadolini piazzista d’armi», dal titolo di un suo editoriale. Oggi le cose non sono migliorate.

Dalla relazione del governo al Parlamento sull’export di armi italiane, risulta che ne vendiamo due terzi armi a Paesi extra Ue ed extra Nato…

Le vendiamo all’Egitto, al regime di Al Sisi, che non rispetta i diritti umani, pensiamo a Giulio Regeni. Vendiamo bombe, prodotte in Sardegna, all’Arabia Saudita, che da anni bombarda lo Yemen. Vendiamo armi alla Turchia. Che altro c’è da aggiungere? Gli interessi sono immensi, spesso la politica tace o è succube di questa logica, tranne rare eccezioni. Eppure oggi è la festa di una Repubblica fondata su una Costituzione che afferma che «l’Italia ripudia la guerra».

Cosa ha pensato dei mezzi militari che portavano via le bare dei morti di Covid?

Una tragedia enorme, con migliaia di morti. Ma il rischio è che nell’immaginario comune passi l’idea che l’esercito sia l’unica forza capace di intervenire nell’emergenza. Poi però, una volta terminata, torna a preparare la guerra. Per questo dico che dovremmo investire su corpi civili di pace, perché non siamo in guerra.

"Pentecoste: sentiamoci tutti fratelli anche nella lotta" di Cristiana Dobner

Pentecoste:
sentiamoci tutti fratelli anche nella lotta
di Cristiana Dobner


Lo Spirito non annulla l’intelligenza, non sbarra la porta alla ricerca, ben al contrario sollecita a collaborare a quel disegno di salvezza di noi che ci sappiamo, tutti, figli di Dio. Allora la pandemia sarà pervasa dal Soffio, da noi stessi che agiremo sempre con consapevolezza e grande


Pentecoste, cinquanta giorni dopo la celebrazione della sconfitta della morte con la Luce del Risorto, ogni anno ci apre uno squarcio nuovo ed inedito sul dono che porta all’umanità e alla Chiesa tutta.
Non si tratta però di un dono ma del Dono, dello Spirito stesso che ci investe e ci trasforma.
Pneuma è lo Spirito di Dio, viene a liberarci da ogni legame che limita la nostra vita condizionandola e ci conduce invece alla libertà autentica. Tocca ed incendia il profondo del nostro desiderio di guardare a Dio e ad ogni cosa proprio come a dono di Dio: non come a qualche cosa da trattenere in mano e non mollare, quanto piuttosto come ad una spinta, ad una sollecitazione a guardare se stessi, gli altri e la storia intera dell’umanità con uno sguardo nuovo e del tutto svincolato da impedimenti negativi.
Lo Spirito ci porta nella direzione del Logos, come insegna il Prologo del Vangelo di Giovanni, cioè verso la Parola, verso Gesù Cristo. In Lui ogni nostro interrogativo, anche quello che parte dal più profondo del cuore, trova la sua luce di chiarezza e la sua ragione.

Tutti in Lui possiamo riconoscerci, guardarci come fratelli, come sorelle 
e quindi intenderci l’un l’altro.

La Scrittura afferma: “Lo Spirito viene in aiuto della nostra debolezza”. Dobbiamo ammettere che questa dimensione ci appartiene, la tocchiamo con mano sia nel nostro sentire, sia nel nostro corpo. È un dato tipico del nostro essere fragili umani.
Egli però, se Gli apriamo la porta del cuore e del nostro essere, ci infonde forza e coraggio. Ci insegna a pregare ma anche a vivere in pienezza, pur in tempi calamitosi come il nostro, flagellato dalla pandemia.
I suoi “gemiti ineffabili” possono sgorgare dal di dentro, sfiorare la nostra esperienza quotidiana suscitando il desiderio che forgia una mentalità diversa e, lentamente, plasmare in noi quella di Cristo. Non in astratto ma nell’esperienza viva con presa diretta.
Il disegno di Dio che, fin dalla creazione, ci dice come il primo ad amarci con tenerezza, con hesed, è proprio Egli stesso, il Creatore, vuole farsi strada, vuole magnetizzarci e farci comprendere che proprio in questa adesione sta tutta la nostra salvezza.
I gemiti ineffabili sono Suoi, dello Spirito, che prega in noi e per noi. Dobbiamo apprendere ad ascoltarLo, seguirLo.

Non dobbiamo ritrovarci a osservare il nostro ombelico in quel gioco fra io e me che è inconcludente e dannoso, dobbiamo osare lasciarci trasportare, affidarci in libertà gioiosa, smettere di sproloquiare in un monologo che borbotta stentatamente e, al contrario, slanciarci in una lode serena.

Ogni stanchezza interiore allora scomparirà. Ogni tormento e difficoltà troveranno un coraggio cui attingere.
Anche in questa Pentecoste in cui non possiamo accogliere il Dono in una notte di veglia corale, alla luce delle fiaccole, a maggior ragione dobbiamo lasciar vibrare la nostra sensibilità interiore all’unisono. Sentirci tutti fratelli e sorelle in una lotta che ci sembra impari e, magari, già carica di sconfitta, mentre lo sguardo può poggiare su Gesù Cristo a cui lo Spirito, il Soffio, ci conduce. Ed è vittoria.
Solo allora potremo dare risposta a quegli interrogativi che urgono dentro di noi e fuori, nel mondo, premono con pressione: perché? Che cosa significa tutto questo?
Lo Spirito non annulla l’intelligenza, non sbarra la porta alla ricerca, ben al contrario sollecita a collaborare a quel disegno di salvezza di noi che ci sappiamo, tutti, figli di Dio.
Allora la pandemia sarà pervasa dal Soffio, da noi stessi che agiremo sempre con consapevolezza e grande umanità verso tutti e ciascuno.
(fonte: Sir 31/05/2020)


lunedì 1 giugno 2020

2 giugno Festa della Repubblica Insieme per la pace e i valori della Repubblica... Un'altra Difesa è possibile!


Un'altra Difesa è possibile!
Campagna per la difesa civile non armata e nonviolenta


UNA PETIZIONE AL PARLAMENTO PER RILANCIARE LA CAMPAGNA

In occasione e in preparazione della Festa della Repubblica, e della sua Costituzione che ripudia la guerra, le sei Reti promotrici della Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Forum Nazionale per il Servizio Civile, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci!, Tavolo Interventi Civili di Pace) rilanciano la mobilitazione con una richiesta diretta a Camera e Senato.

Le reti dell’associazionismo italiano che si occupano di pace, disarmo, solidarietà e servizio civile rilanciano unitamente la mobilitazione che chiede riconoscimento e sostegno a chi difende i valori costituzionali senza ricorrere alle armi. La nuova fase della Campagna “Un’altra difesa è possibile” vuole aprire un’ulteriore interlocuzione con le istituzioni. 

“Ci rivolgiamo a Senato e Camera per offrire un dialogo tra società civile e organi parlamentari sul tema attualissimo e decisivo della difesa della Patria – afferma Mao Valpiana, coordinatore della Campagna e presidente del Movimento Nonviolento, intervenendo a nome delle 6 Reti promotrici –. Abbiamo scelto di utilizzare lo strumento della Petizione, previsto dall’articolo 50 della Costituzione, per rivolgerci al Parlamento e chiedere di legiferare per l’istituzione del Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta“. 

Nel corso della 17a legislatura la nostra Campagna era riuscita a raccogliere le firme sufficienti per una Proposta di Legge di iniziativa popolare, successivamente trasformata in Proposta di Legge parlamentare con più di 70 firmatari incardinata nelle competenti Commissioni della Camera dei Deputati. Con il passo odierno chiamiamo di nuovo in causa i Parlamentari della Repubblica, a partire dalla Presidente del Senato On. Maria Elisabetta Alberti Casellati e dal Presidente della Camera dei Deputati On. Roberto Fico a cui abbiamo inviato richiesta di incontro con i rappresentanti della Campagna.

In questi mesi l’intera comunità nazionale ha difeso, con costi e impegno altissimi, la salute individuale e la sanità pubblica. È stato giusto così. Non c’è bene superiore del diritto al vita per tutte e tutti, il resto viene dopo.

La difesa della Patria, cioè l’integrità della nostra comunità, è affidata dalla Costituzione ai cittadini ed è un sacro dovere che riguarda ciascuno. La difesa civile, non armata e nonviolenta è già riconosciuta da diverse sentenze della Corte Costituzionale, ed è presente nella legislazione vigente. Va implementata, va rafforzata, va finanziata; c’è bisogno di un quadro normativo e l’istituzione del Dipartimento è necessaria per avere uno strumento operativo ed efficace al fine di coordinare le varie forme di difesa civile non armata e nonviolenta: dal Servizio Civile universale alla Protezione civile, dai Corpi civili di pace ad un Istituto di ricerca per la risoluzione nonviolenta dei conflitti. 

Oggi il bilancio del comparto della Difesa è assorbito interamente dai costi della difesa militare armata, con tutto ciò che ne deriva a riguardo di nuovi sistema d’arma, strutture, esercizio ed anche con un impatto su import ed export militare. Noi chiediamo oggi quantomeno il riconoscimento della parità costituzionale tra difesa militare e difesa civile: pari dignità, pari legittimità. Senza chiedere ulteriori sacrifici ai cittadini, proponiamo una contrazione delle spese militari a vantaggio di maggiori finanziamenti per la difesa civile. 

La nostra proposta di Legge prevede, infatti, che ai cittadini contribuenti sia offerta l’opzione fiscale, con la possibilità di scegliere se destinare il proprio contributo al finanziamento del Dipartimento per la difesa civile non armata e nonviolenta.

“Il 2 giugno è la festa della Repubblica – conclude Valpiana – concepita nell’urna referendaria, quindi con il più civile dei processi democratici. Queste sono le nostre radici. La Repubblica che ripudia la guerra ha bisogno della Difesa civile non armata e nonviolenta“.



Dichiarazioni dei rappresentanti delle sei Reti promotrici

Martina Pignatti Morano, co-referente Tavolo Interventi Civili di Pace

“Sono centinaia nel mondo gli operatori di pace italiani che oggi gestiscono progetti di riconciliazione, mediazione, dialogo tra fazioni e comunità in conflitto, accompagnamento nonviolento dei difensori dei diritti umani, monitoraggio e denuncia degli attacchi contro i civili. Salvano vite umane ogni giorno e pongono le basi per una pace sostenibile. I più giovani lo stanno facendo come Corpi Civili di Pace in un programma sperimentale del Servizio Civile Nazionale, i più esperti come cooperanti, consulenti di organizzazioni internazionali o di ambasciate di altri paesi. E’ ora che l’Italia riconosca dignità al lavoro di pace nonviolento e che lavori per organizzare a finanziare contingenti di Corpi Civili di Pace nel mondo, a sostegno della società civile locale”.

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Licio Palazzini, presidente Conferenza Nazionale Enti Servizio Civile

“Per reagire alle minacce alla nostra sicurezza (clima, salute, lavoro) non servono le armi, serve una difesa civile e nonviolenta.
Il Servizio Civile Universale è già oggi, anche se in misura parziale, un’esperienza di difesa civile. Parziale perché per carenza di fondi solo il 50% di giovani che chiede di partecipare è poi avviato al servizio. Ma non solo di soldi si tratta. Stenta a entrare nelle istituzioni la realtà e l’attualità della difesa civile. La proposta di legge generata dalla Campagna Un’altra difesa è possibile è la risposta. Per questo sosteniamo la campagna e sollecitiamo il Parlamento a legiferare in materia, a partire proprio dalla proposta firmata da decine di migliaia di cittadini e depositata in Parlamento.”

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Sergio Bassoli, segreteria Rete della Pace

“La pandemia ha scoperto le fragilità e le contraddizioni del nostro sistema. Il 2 giugno, festa della Repubblica, ci deve far riflettere su una contraddizione oramai non più giustificabile: la mancanza di un sistema di difesa civile e nonviolenta. Oggi più che mai è indispensabile riordinare le priorità e la spesa pubblica in funzione dei bisogni delle persone e del territorio. Occorre superare un concetto di altri tempi, che vuole la difesa in funzione del nemico, della guerra, del doverci difendere da un esercito invasore, quindi, delegando e relegando la difesa esclusivamente alle armi ed al militare. Il ripudio della guerra richiede un salto culturale e politico netto a partire proprio dal concetto e dalla pratica della difesa che sempre più deve essere a supporto ed a protezione della collettività, dei diritti umani, del lavoro, dell’ambiente, della solidarietà e della cooperazione tra i popoli”.

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Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci!

“Riteniamo che prima possibile il Parlamento debba approvare una legge per l’istituzione del dipartimento per la difesa civile non armata e nonviolenta. Serve mettersi a servizio di attività ed iniziative concrete sulla base della consapevolezza del fatto che oggi la vera sicurezza è sociale ed ambientale. Di questo abbiamo bisogno e i rischi e le minacce che vediamo minare le nostre comunità possono essere affrontati solo con impegni e investimenti nella sicurezza che la difesa non armata può portare. Proponiamo un cambiamento radicale anche nell’uso della spesa pubblica”.

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Enrico Maria Borrelli, presidente Forum Nazionale Servizio Civile

“La strada che noi indichiamo con questa proposta di legge è quella di coinvolgere i cittadini in azioni di solidarietà, di educazione e promozione culturale, di impegno attivo verso la comunità e a favore dei singoli. Questo è per noi il modello di difesa più efficace, quello che si preoccupa di prevenire i conflitti sociali, di avvicinare le differenze culturali e religiose, di tutelare i diritti dei più deboli. Educando i cittadini a questo garantiremo al futuro di questo paese una pace duratura. Anche in questo caso l’Italia potrebbe mostrare all’Europa e al mondo una buona pratica innovativa”.

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Francesco Vignarca, coordinatore Rete Italiana per il Disarmo

“Siamo felici di accompagnare le altre sei Reti promotrici in questa nuova fase della nostra mobilitazione. Tutte le nostre altre campagne (per la riduzione delle spese militari, per la riduzione della produzione e commercio di armamenti) saranno completate solamente quando sarà data opportunità a tutti i cittadini e le cittadine di accedere ad una forma istituzionalizzata di difesa non armata e nonviolenta. Dobbiamo costruire una vera salvaguardia: delle persone, delle vite, della salute, dell’ambiente. Ripartiamo con grande slancio tutti insieme”.

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Domani 2 giugno, Festa della Repubblica, incontro online dei costruttori e costruttrici di pace .. verso la prossima Marcia #PerugiAssisi

Diversamente felici

Diversamente felici
Il ragazzo autistico che insegna la serenità

Federico è un ragazzo romano di 26 anni e diverso tempo fa ha fatto un sogno che lo ha portato a ridefinire le sue coordinate verso un destino che si sta rivelando sempre più stupefacente. Ma la sua storia inizia da molto lontano, in anni in cui la solitudine, l’insensatezza, il dolore e un forte senso di frustrazione governavano gran parte delle sue giornate. Da bambino, infatti, gli venne diagnosticata una forma severa di autismo che lo condannava a una sorta di “lockdown esistenziale”, ma che soprattutto non lasciava speranze di miglioramento. Eppure il grande desiderio di «sfuggire all’incomprensione e strappare ogni giorno frammenti di significato» (come racconta nel suo libro di esordio Quello che non ho mai detto scritto a soli 20 anni) lo ha portato a cercare di irrompere nell’indecifrabilità del mondo dei “neurotipici”, fatto di regole e modalità difficili da integrare con il suo sistema cognitivo: un mondo che era chiaro non si sarebbe mai accorto di lui se non fosse stato lui stesso a fare il primo passo. E di passi Federico ne ha fatti davvero tanti.

Negli anni e con grandi sforzi, nonostante ancora oggi non sappia parlare, ha trovato il modo per comunicare e raccontare il mondo dell’autismo dal di dentro con un essenziale e nitido senso di realismo, infrangendo le barriere del pregiudizio e dell’invisibilità. «Sono i sogni che fanno la storia» afferma con decisione e oggi ha appena dato alle stampe il suo terzo libro, tiene conferenze, scrive su riviste (su internet è facile trovarlo). Federico ha visto un destino possibile e così ha trasformato la sua diversità da punto di disfatta in vocazione di vita, senza fuggire da essa e da se stesso.

Il tuo motto di vita ormai noto è «diversamente abile e diversamente felice». L’essenza del tuo messaggio irradia il fascino della contentezza che si coglie esserne l’approdo. D’altra parte questo stesso fascino crea in noi anche un senso di destabilizzazione: come può una persona autistica affermare di essere felice? C’è forse un segreto per la felicità che tu puoi insegnarci visto che noi neurotipici talvolta sembriamo esserne sguarniti?

Perché una persona autistica dovrebbe essere infelice? Perché la sua mente non funziona come la vostra? Ecco il feroce razzismo insito nel concetto di normalità, un razzismo ancora più pericoloso in quanto inconsapevole. Con i propri comportamenti di sottile esclusione si costruiscono campi di sterminio esistenziale per i non normali. Escludere non è omicidio esistenziale dell’altro? Per quanto riguarda la felicità, il discorso è molto semplice. Bisogna superare dentro di sé ogni paura e ogni pretesa verso la vita. Deporre la propria tirannia verso la propria vita. Ciò apre l’occhio e rende capaci di vedere che l’esistenza vita è meravigliosa di suo, anche se alcuni eventi desiderati non si realizzano.

C’è un passaggio nel tuo primo libro in cui descrivi l’autismo come un “trauma” permanente e scrivi che: «Ogni limite che riduce la nostra capacità di gestire la realtà ci allontana dalla vita e diviene quindi un terrore di morte». Pensi che ci sia il modo di “riavvicinarsi alla vita” e di convivere con il terrore e l’incapacità di accettare e gestire il limite, che non riguarda solo le persone autistiche ma specifica l’essere nel mondo di ogni persona?

Il mio limite non va fuggito ma amato. Il tuo limite sei tu allo specchio. Molti vorrebbero fuggire dai propri limiti, lavare via i propri errori, cancellare i propri traumi. Questo è il modo migliore per averli sempre più addosso tutta la vita. Loro implorano inclusione e tu li fuggi? Imploreranno più forte. Tu accoglili e quando si saranno placati potrai serenamente valutare cosa si può fare per loro.

Nonostante la tua giovane età le persone ti riconoscono una non comune saggezza “sulle profondità dell’umano” che tu scandagli in lungo e largo nei numerosi momenti meditativi durante le tue “passeggiate autistiche”, silenziosissime. La tua convinzione è che tutti abbiano un drammatico bisogno di silenzio, sia individuale che relazionale. Eppure a molti il silenzio desta quasi imbarazzo e così si rischia di «riempire il mondo di chiacchiere», come affermi. Puoi aiutarci a capire meglio?

Il silenzio è il più potente strumento di conoscenza dell’universo. Non parlo solo di un silenzio esterno che pure serve ma soprattutto di un silenzio interiore che è prosciugare il flusso dei propri pensieri ed emozioni. Questo farsi morti consente di sperimentare che a morire è solo un io superficiale, quello che senza posa rimesta il nulla. Questa morte fa spazio e rende possibile l’emergere di un io più profondo, vero, essenziale che non ha bisogno di moto perpetuo per esistere. Consiglio vivamente anche il silenzio relazionale. Fare qualcosa insieme, anche solo una passeggiata, senza parlare, guardarsi, pensare ma con il cuore concentrato sul cuore dell’altro. Vedrete che abisso che diventa la relazione.

Racconti spesso del tuo dialogo con Dio, che tu lo immagini a guardare il mondo proprio come fai tu, con il sistema autistico. Può sembrare un’affermazione singolare e non esattamente intuitiva. Puoi spiegarci cosa intendi?

Io non ho pretese su Dio come credo lui non ne abbia su di me. Semplicemente quando sono al culmine del mio silenzio interiore, nella quiete del nulla di me, mi sovviene di essere al cospetto di Dio. Stiamo insieme così senza dire nulla. Non credo ce ne sia bisogno. Parlare mi sembra una sconfitta. Se si è in sintonia vera non ce n’è nessun bisogno.

Che progetti hai per il tuo prossimo futuro?

Oh mamma mia, nessuno! I progetti sono molto pericolosi. Generano aspettative che marciscono in pretese. Io mi sveglio ogni mattina consapevole che avrò bisogno di un po’ di dono di me esattamente come di un po’ di acqua e di cibo. Il dono di sé è un bisogno primario. Mi interrogo su ieri per fare meglio domani. Ho anche dei programmi se qualcuno me li chiede e vedo che sono per il bene. Ma chi è felice ha progetti? Secondo me no perché sta bene così. Sarei folle a sfidare il cielo con una torre di Babele che sotto sotto è idolatria del proprio io. Io sono felice anche solo di fare colazione. Mi basta e questo bastare è meraviglioso. Non c’è limite a quanto si può perseguire la propria essenzialità dentro di sé e facendolo la vita diventa sempre più bella.



«Abbiamo tanto bisogno della luce e della forza dello Spirito Santo!» Papa Francesco Regina Coeli 31/05/2020 (foto, testo e video)

REGINA CAELI
Piazza San Pietro
Domenica, 31 maggio 2020





Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi che la piazza è aperta, possiamo tornare. È un piacere!

Oggi celebriamo la grande festa di Pentecoste, nel ricordo dell’effusione dello Spirito Santo sulla prima Comunità cristiana. Il Vangelo odierno (cfr Gv 20,19-23) ci riporta alla sera di Pasqua e ci mostra Gesù risorto che appare nel Cenacolo, dove si sono rifugiati i discepoli. Avevano paura. «Stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”» (v. 19). Queste prime parole pronunciate dal Risorto: «Pace a voi», sono da considerare più che un saluto: esprimono il perdono, il perdono accordato ai discepoli che, per dire la verità, lo avevano abbandonato. Sono parole di riconciliazione e di perdono. E anche noi, quando auguriamo pace agli altri, stiamo dando il perdono e chiedendo pure il perdono. Gesù offre la sua pace proprio a questi discepoli che hanno paura, che stentano a credere a ciò che pure hanno veduto, cioè il sepolcro vuoto, e sottovalutano la testimonianza di Maria di Magdala e delle altre donne. Gesù perdona, perdona sempre, e offre la sua pace ai suoi amici. Non dimenticatevi: Gesù non si stanca mai di perdonare. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono.

Perdonando e radunando attorno a sé i discepoli, Gesù fa di essi una Chiesa, la sua Chiesa, che è una comunità riconciliata e pronta alla missione. Riconciliata e pronta alla missione. Quando una comunità non è riconciliata, non è pronta alla missione: è pronta a discutere dentro di sé, è pronta alle [discussioni] interne. L’incontro con il Signore risorto capovolge l’esistenza degli Apostoli e li trasforma in coraggiosi testimoni. Infatti, subito dopo dice: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (v. 21). Queste parole fanno capire che gli Apostoli sono inviati a prolungare la stessa missione che il Padre ha affidato a Gesù. «Io mando voi»: non è tempo di stare rinchiusi, né di rimpiangere: rimpiangere i “bei tempi”, quei tempi passati col Maestro. La gioia della risurrezione è grande, ma è una gioia espansiva, che non va tenuta per sé, è per darla. Nelle domeniche del Tempo pasquale abbiamo ascoltato dapprima questo stesso episodio, poi l’incontro con i discepoli di Emmaus, quindi il buon Pastore, i discorsi di addio e la promessa dello Spirito Santo: tutto questo è orientato a rafforzare la fede dei discepoli – e anche la nostra – in vista della missione.

E proprio per animare la missione, Gesù dona agli Apostoli il suo Spirito. Dice il Vangelo: «Soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo”» (v. 22). Lo Spirito Santo è fuoco che brucia i peccati e crea uomini e donne nuovi; è fuoco d’amore con cui i discepoli potranno “incendiare” il mondo, quell’amore di tenerezza che predilige i piccoli, i poveri, gli esclusi… Nei sacramenti del Battesimo e della Confermazione abbiamo ricevuto lo Spirito Santo con i suoi doni: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, conoscenza, pietà, timore di Dio. Quest’ultimo dono – il timore di Dio – è proprio il contrario della paura che prima paralizzava i discepoli: è l’amore per il Signore, è la certezza della sua misericordia e della sua bontà, è la fiducia di potersi muovere nella direzione da Lui indicata, senza che mai ci manchino la sua presenza e il suo sostegno.

La festa di Pentecoste rinnova la consapevolezza che in noi dimora la presenza vivificante dello Spirito Santo. Egli dona anche a noi il coraggio di uscire fuori dalle mura protettive dei nostri “cenacoli”, dei gruppetti, senza adagiarci nel quieto vivere o rinchiuderci in abitudini sterili. Eleviamo ora il nostro pensiero a Maria. Lei era lì, con gli Apostoli, quando è venuto lo Spirito Santo, protagonista con la prima Comunità dell’esperienza mirabile della Pentecoste, e preghiamo Lei perché ottenga per la Chiesa l’ardente spirito missionario.

Dopo il Regina Caeli

Cari fratelli e sorelle,

sette mesi fa si concludeva il Sinodo Amazzonico; oggi, festa di Pentecoste, invochiamo lo Spirito Santo perché dia luce e forza alla Chiesa e alla società in Amazzonia, duramente provata dalla pandemia. Tanti sono i contagiati e i defunti, anche tra i popoli indigeni, particolarmente vulnerabili. Per intercessione di Maria, Madre dell’Amazzonia, prego per i più poveri e i più indifesi di quella cara Regione, ma anche per quelli di tutto il mondo, e faccio appello affinché non manchi a nessuno l’assistenza sanitaria. Curare le persone, non risparmiare per l’economia. Curare le persone, che sono più importanti dell’economia. Noi persone siamo tempio dello Spirito Santo, l’economia no.

Oggi in Italia si celebra la Giornata Nazionale del Sollievo, per promuovere la solidarietà nei confronti dei malati. Rinnovo il mio apprezzamento a quanti, specialmente in questo periodo, hanno offerto e offrono la loro testimonianza di cura per il prossimo. Ricordo con gratitudine e ammirazione tutti coloro che, sostenendo i malati in questa pandemia, hanno dato la loro vita. Preghiamo in silenzio per i medici, i volontari, gli infermieri, tutti gli operatori di salute e tanti che hanno donato la loro vita in questo periodo.

Auguro a tutti una buona domenica di Pentecoste. Abbiamo tanto bisogno della luce e della forza dello Spirito Santo! Ne ha bisogno la Chiesa, per camminare concorde e coraggiosa testimoniando il Vangelo. E ne ha bisogno l’intera famiglia umana, per uscire da questa crisi più unita e non più divisa. Voi sapete che da una crisi come questa non si esce uguali, come prima: si esce o migliori o peggiori. Che abbiamo il coraggio di cambiare, di essere migliori, di essere migliori di prima e poter costruire positivamente la post-crisi della pandemia.

Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci, in piazza!

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domenica 31 maggio 2020

«Eccomi, manda me» Il testo integrale del Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale 2020

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 2020

«Eccomi, manda me» (Is 6,8)


Cari fratelli e sorelle,

Desidero esprimere la mia gratitudine a Dio per l’impegno con cui in tutta la Chiesa è stato vissuto, lo scorso ottobre, il Mese Missionario Straordinario. Sono convinto che esso ha contribuito a stimolare la conversione missionaria in tante comunità, sulla via indicata dal tema “Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo”.

In questo anno, segnato dalle sofferenze e dalle sfide procurate dalla pandemia da covid 19, questo cammino missionario di tutta la Chiesa prosegue alla luce della parola che troviamo nel racconto della vocazione del profeta Isaia: «Eccomi, manda me» (Is 6,8). È la risposta sempre nuova alla domanda del Signore: «Chi manderò?» (ibid.). Questa chiamata proviene dal cuore di Dio, dalla sua misericordia che interpella sia la Chiesa sia l’umanità nell’attuale crisi mondiale. «Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca... ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: “Siamo perduti” (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme» (Meditazione in Piazza San Pietro, 27 marzo 2020). Siamo veramente spaventati, disorientati e impauriti. Il dolore e la morte ci fanno sperimentare la nostra fragilità umana; ma nello stesso tempo ci riconosciamo tutti partecipi di un forte desiderio di vita e di liberazione dal male. In questo contesto, la chiamata alla missione, l’invito ad uscire da se stessi per amore di Dio e del prossimo si presenta come opportunità di condivisione, di servizio, di intercessione. La missione che Dio affida a ciascuno fa passare dall’io pauroso e chiuso all’io ritrovato e rinnovato dal dono di sé.

Nel sacrificio della croce, dove si compie la missione di Gesù (cfr Gv 19,28-30), Dio rivela che il suo amore è per ognuno e per tutti (cfr Gv 19,26-27). E ci chiede la nostra personale disponibilità ad essere inviati, perché Egli è Amore in perenne movimento di missione, sempre in uscita da se stesso per dare vita. Per amore degli uomini, Dio Padre ha inviato il Figlio Gesù (cfr Gv 3,16). Gesù è il Missionario del Padre: la sua Persona e la sua opera sono interamente obbedienza alla volontà del Padre (cfr Gv 4,34; 6,38; 8,12-30; Eb 10,5-10). A sua volta Gesù, crocifisso e risorto per noi, ci attrae nel suo movimento di amore, con il suo stesso Spirito, il quale anima la Chiesa, fa di noi dei discepoli di Cristo e ci invia in missione verso il mondo e le genti.

«La missione, la “Chiesa in uscita” non sono un programma, una intenzione da realizzare per sforzo di volontà. È Cristo che fa uscire la Chiesa da se stessa. Nella missione di annunciare il Vangelo, tu ti muovi perché lo Spirito ti spinge e ti porta» (Senza di Lui non possiamo far nulla, LEV-San Paolo, 2019, 16-17). Dio ci ama sempre per primo e con questo amore ci incontra e ci chiama. La nostra vocazione personale proviene dal fatto che siamo figli e figlie di Dio nella Chiesa, sua famiglia, fratelli e sorelle in quella carità che Gesù ci ha testimoniato. Tutti, però, hanno una dignità umana fondata sulla chiamata divina ad essere figli di Dio, a diventare, nel sacramento del Battesimo e nella libertà della fede, ciò che sono da sempre nel cuore di Dio.

Già l’aver ricevuto gratuitamente la vita costituisce un implicito invito ad entrare nella dinamica del dono di sé: un seme che, nei battezzati, prenderà forma matura come risposta d’amore nel matrimonio e nella verginità per il Regno di Dio. La vita umana nasce dall’amore di Dio, cresce nell’amore e tende verso l’amore. Nessuno è escluso dall’amore di Dio, e nel santo sacrificio di Gesù Figlio sulla croce Dio ha vinto il peccato e la morte (cfr Rm 8,31-39). Per Dio, il male – persino il peccato – diventa una sfida ad amare e amare sempre di più (cfr Mt 5,38-48; Lc 23,33-34). Perciò, nel Mistero pasquale, la divina misericordia guarisce la ferita originaria dell’umanità e si riversa sull’universo intero. La Chiesa, sacramento universale dell’amore di Dio per il mondo, continua nella storia la missione di Gesù e ci invia dappertutto affinché, attraverso la nostra testimonianza della fede e l’annuncio del Vangelo, Dio manifesti ancora il suo amore e possa toccare e trasformare cuori, menti, corpi, società e culture in ogni luogo e tempo.

La missione è risposta, libera e consapevole, alla chiamata di Dio. Ma questa chiamata possiamo percepirla solo quando viviamo un rapporto personale di amore con Gesù vivo nella sua Chiesa. Chiediamoci: siamo pronti ad accogliere la presenza dello Spirito Santo nella nostra vita, ad ascoltare la chiamata alla missione, sia nella via del matrimonio, sia in quella della verginità consacrata o del sacerdozio ordinato, e comunque nella vita ordinaria di tutti i giorni? Siamo disposti ad essere inviati ovunque per testimoniare la nostra fede in Dio Padre misericordioso, per proclamare il Vangelo della salvezza di Gesù Cristo, per condividere la vita divina dello Spirito Santo edificando la Chiesa? Come Maria, la madre di Gesù, siamo pronti ad essere senza riserve al servizio della volontà di Dio (cfr Lc 1,38)? Questa disponibilità interiore è molto importante per poter rispondere a Dio: “Eccomi, Signore, manda me” (cfr Is 6,8). E questo non in astratto, ma nell’oggi della Chiesa e della storia.

Capire che cosa Dio ci stia dicendo in questi tempi di pandemia diventa una sfida anche per la missione della Chiesa. La malattia, la sofferenza, la paura, l’isolamento ci interpellano. La povertà di chi muore solo, di chi è abbandonato a se stesso, di chi perde il lavoro e il salario, di chi non ha casa e cibo ci interroga. Obbligati alla distanza fisica e a rimanere a casa, siamo invitati a riscoprire che abbiamo bisogno delle relazioni sociali, e anche della relazione comunitaria con Dio. Lungi dall’aumentare la diffidenza e l’indifferenza, questa condizione dovrebbe renderci più attenti al nostro modo di relazionarci con gli altri. E la preghiera, in cui Dio tocca e muove il nostro cuore, ci apre ai bisogni di amore, di dignità e di libertà dei nostri fratelli, come pure alla cura per tutto il creato. L’impossibilità di riunirci come Chiesa per celebrare l’Eucaristia ci ha fatto condividere la condizione di tante comunità cristiane che non possono celebrare la Messa ogni domenica. In questo contesto, la domanda che Dio pone: «Chi manderò?», ci viene nuovamente rivolta e attende da noi una risposta generosa e convinta: «Eccomi, manda me!» (Is 6,8). Dio continua a cercare chi inviare al mondo e alle genti per testimoniare il suo amore, la sua salvezza dal peccato e dalla morte, la sua liberazione dal male (cfr Mt 9,35-38; Lc 10,1-12).

Celebrare la Giornata Missionaria Mondiale significa anche riaffermare come la preghiera, la riflessione e l’aiuto materiale delle vostre offerte sono opportunità per partecipare attivamente alla missione di Gesù nella sua Chiesa. La carità espressa nelle collette delle celebrazioni liturgiche della terza domenica di ottobre ha lo scopo di sostenere il lavoro missionario svolto a mio nome dalle Pontificie Opere Missionarie, per andare incontro ai bisogni spirituali e materiali dei popoli e delle Chiese in tutto il mondo per la salvezza di tutti.

La Santissima Vergine Maria, Stella dell’evangelizzazione e Consolatrice degli afflitti, discepola missionaria del proprio Figlio Gesù, continui a intercedere per noi e a sostenerci.

Roma, San Giovanni in Laterano, 31 maggio 2020, Solennità di Pentecoste

Franciscus


«Lo Spirito ci ama e conosce il posto di ognuno nel tutto: per Lui non siamo coriandoli portati dal vento, ma tessere insostituibili del suo mosaico.» Papa Francesco Omelia Pentecoste 31/05/2020 (foto, testo e video)

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI PENTECOSTE
Basilica di San Pietro - Cappella del Santissimo Sacramento
Domenica, 31 maggio 2020








OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

«Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito» (1 Cor 12,4). Così scrive ai Corinzi l’apostolo Paolo. E prosegue: «Vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio» (vv. 5-6). Diversi e uno: San Paolo insiste a mettere insieme due parole che sembrano opporsi. Vuole dirci che lo Spirito Santo è quell’uno che mette insieme i diversi; e che la Chiesa è nata così: noi, diversi, uniti dallo Spirito Santo.

Andiamo dunque all’inizio della Chiesa, al giorno di Pentecoste. Guardiamo gli Apostoli: tra di loro c’è gente semplice, abituata a vivere del lavoro delle proprie mani, come i pescatori, e c’è Matteo, che era stato un istruito esattore delle tasse. Ci sono provenienze e contesti sociali diversi, nomi ebraici e nomi greci, caratteri miti e altri focosi, visioni e sensibilità differenti. Tutti erano differenti. Gesù non li aveva cambiati, non li aveva uniformati facendone dei modellini in serie. No. Aveva lasciato le loro diversità e ora li unisce ungendoli di Spirito Santo. L’unione – l’unione di loro diversi – arriva con l’unzione. A Pentecoste gli Apostoli comprendono la forza unificatrice dello Spirito. La vedono coi loro occhi quando tutti, pur parlando lingue diverse, formano un solo popolo: il popolo di Dio, plasmato dallo Spirito, che tesse l’unità con le nostre diversità, che dà armonia perché nello Spirito c’è armonia. Lui è l’armonia.

Veniamo a noi, Chiesa di oggi. Possiamo chiederci: “Che cosa ci unisce, su che cosa si fonda la nostra unità?”. Anche tra noi ci sono diversità, ad esempio di opinioni, di scelte, di sensibilità. Ma la tentazione è sempre quella di difendere a spada tratta le proprie idee, credendole buone per tutti, e andando d’accordo solo con chi la pensa come noi. E questa è una brutta tentazione che divide. Ma questa è una fede a nostra immagine, non è quello che vuole lo Spirito. Allora si potrebbe pensare che a unirci siano le stesse cose che crediamo e gli stessi comportamenti che pratichiamo. Ma c’è molto di più: il nostro principio di unità è lo Spirito Santo. Lui ci ricorda che anzitutto siamo figli amati di Dio; tutti uguali, in questo, e tutti diversi. Lo Spirito viene a noi, con tutte le nostre diversità e miserie, per dirci che abbiamo un solo Signore, Gesù, un solo Padre, e che per questo siamo fratelli e sorelle! Ripartiamo da qui, guardiamo la Chiesa come fa lo Spirito, non come fa il mondo. Il mondo ci vede di destra e di sinistra, con questa ideologia, con quell’altra; lo Spirito ci vede del Padre e di Gesù. Il mondo vede conservatori e progressisti; lo Spirito vede figli di Dio. Lo sguardo mondano vede strutture da rendere più efficienti; lo sguardo spirituale vede fratelli e sorelle mendicanti di misericordia. Lo Spirito ci ama e conosce il posto di ognuno nel tutto: per Lui non siamo coriandoli portati dal vento, ma tessere insostituibili del suo mosaico.

Torniamo al giorno di Pentecoste e scopriamo la prima opera della Chiesa: l’annuncio. Eppure vediamo che gli Apostoli non preparano una strategia; quando erano chiusi lì, nel Cenacolo, non facevano la strategia, no, non preparano un piano pastorale. Avrebbero potuto suddividere la gente in gruppi secondo i vari popoli, parlare prima ai vicini e poi ai lontani, tutto ordinato... Avrebbero anche potuto aspettare un po’ ad annunciare e intanto approfondire gli insegnamenti di Gesù, per evitare rischi... No. Lo Spirito non vuole che il ricordo del Maestro sia coltivato in gruppi chiusi, in cenacoli dove si prende gusto a “fare il nido”. E questa è una brutta malattia che può venire alla Chiesa: la Chiesa non comunità, non famiglia, non madre, ma nido. Egli apre, rilancia, spinge al di là del già detto e del già fatto, Lui spinge oltre i recinti di una fede timida e guardinga. Nel mondo, senza un assetto compatto e una strategia calcolata si va a rotoli. Nella Chiesa, invece, lo Spirito garantisce l’unità a chi annuncia. E gli Apostoli vanno: impreparati, si mettono in gioco, escono. Un solo desiderio li anima: donare quello che hanno ricevuto. È bello quell’inizio della Prima Lettera di Giovanni: “Quello che noi abbiamo ricevuto e abbiamo visto, diamo a voi” (cfr 1,3).

Giungiamo finalmente a capire qual è il segreto dell’unità, il segreto dello Spirito. Il segreto dell’unità nella Chiesa, il segreto dello Spirito è il dono. Perché Egli è dono, vive donandosi e in questo modo ci tiene insieme, facendoci partecipi dello stesso dono. È importante credere che Dio è dono, che non si comporta prendendo, ma donando. Perché è importante? Perché da come intendiamo Dio dipende il nostro modo di essere credenti. Se abbiamo in mente un Dio che prende, che si impone, anche noi vorremo prendere e imporci: occupare spazi, reclamare rilevanza, cercare potere. Ma se abbiamo nel cuore Dio che è dono, tutto cambia. Se ci rendiamo conto che quello che siamo è dono suo, dono gratuito e immeritato, allora anche noi vorremo fare della stessa vita un dono. E amando umilmente, servendo gratuitamente e con gioia, offriremo al mondo la vera immagine di Dio. Lo Spirito, memoria vivente della Chiesa, ci ricorda che siamo nati da un dono e che cresciamo donandoci; non conservandoci, ma donandoci.

Cari fratelli e sorelle, guardiamoci dentro e chiediamoci che cosa ci ostacola nel donarci. Ci sono, diciamo, tre nemici del dono, i principali: tre, sempre accovacciati alla porta del cuore: il narcisismo, il vittimismo e il pessimismo. Il narcisismo fa idolatrare se stessi, fa compiacere solo dei propri tornaconti. Il narcisista pensa: “La vita è bella se io ci guadagno”. E così arriva a dire: “Perché dovrei donarmi agli altri?”. In questa pandemia, quanto fa male il narcisismo, il ripiegarsi sui propri bisogni, indifferenti a quelli altrui, il non ammettere le proprie fragilità e i propri sbagli. Ma anche il secondo nemico, il vittimismo, è pericoloso. Il vittimista si lamenta ogni giorno del prossimo: “Nessuno mi capisce, nessuno mi aiuta, nessuno mi vuol bene, ce l’hanno tutti con me!”. Quante volte abbiamo sentito queste lamentele! E il suo cuore si chiude, mentre si domanda: “Perché gli altri non si donano a me?”. Nel dramma che viviamo, quant’è brutto il vittimismo! Pensare che nessuno ci comprenda e provi quello che proviamo noi. Questo è il vittimismo. Infine c’è il pessimismo. Qui la litania quotidiana è: “Non va bene nulla, la società, la politica, la Chiesa…”. Il pessimista se la prende col mondo, ma resta inerte e pensa: “Intanto a che serve donare? È inutile”. Ora, nel grande sforzo di ricominciare, quanto è dannoso il pessimismo, il vedere tutto nero, il ripetere che nulla tornerà più come prima! Pensando così, quello che sicuramente non torna è la speranza. In questi tre – l’idolo narcisista dello specchio, il dio-specchio; il dio-lamentela: “io mi sento persona nelle lamentele”; e il dio-negatività: “tutto è nero, tutto è scuro” – ci troviamo nella carestia della speranza e abbiamo bisogno di apprezzare il dono della vita, il dono che ciascuno di noi è. Perciò abbiamo bisogno dello Spirito Santo, dono di Dio che ci guarisce dal narcisismo, dal vittimismo e dal pessimismo, ci guarisce dallo specchio, dalle lamentele e dal buio.

Fratelli e sorelle, preghiamolo: Spirito Santo, memoria di Dio, ravviva in noi il ricordo del dono ricevuto. Liberaci dalle paralisi dell’egoismo e accendi in noi il desiderio di servire, di fare del bene. Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi. Vieni, Spirito Santo: Tu che sei armonia, rendici costruttori di unità; Tu che sempre ti doni, dacci il coraggio di uscire da noi stessi, di amarci e aiutarci, per diventare un’unica famiglia. Amen.

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Il Papa ai sacerdoti romani: nella tempesta non avete abbandonato il gregge


Il Papa ai sacerdoti romani: 
nella tempesta non avete abbandonato il gregge

In una lettera indirizzata al clero romano, Francesco ricorda le molteplici ferite causate dalla pandemia: "Come comunità presbiterale non siamo stati estranei a questa realtà e non siamo stati a guardarla alla finestra", il distanziamento ha rafforzato "il senso di appartenenza"


Quella di Francesco è la lettera di un vescovo ai sacerdoti della propria diocesi, a pastori del popolo di Dio che hanno toccato con mano il dolore della gente a causa dell’emergenza sanitaria. Una crisi imprevedibile ogni giorno accompagnata da numeri, percentuali e statistiche che avevano “nomi, volti, storie condivise”. “Come comunità presbiterale - scrive il Papa - non siamo stati estranei a questa realtà e non siamo stati a guardarla alla finestra; inzuppati dalla tempesta che infuriava, voi vi siete ingegnati per essere presenti e accompagnare le vostre comunità: avete visto arrivare il lupo e non siete fuggiti né avete abbandonato il gregge”. 

Rafforzato il senso di appartenenza

Papa Francesco avrebbe voluto incontrare il clero romano in questo tempo pasquale e celebrare insieme ai sacerdoti della sua diocesi la Messa crismale. Ma non essendo possibile una celebrazione “di carattere diocesano”, il Pontefice ha scelto di rivolgersi con una lettera ad ogni presbitero “per essere più vicino”, “condividere e confermare il cammino”. Francesco riferisce di aver ricevuto per posta elettronica o per telefono, durante l’attuale tempo di pandemia, le testimonianze di molti sacerdoti su “questa situazione imprevista e sconcertante”. “Sebbene fosse necessario mantenere il distanziamento sociale - sottolinea il Papa - questo non ha impedito di rafforzare il senso di appartenenza, di comunione e di missione”.

Come i primi discepoli

Le parole di Francesco, rivolte ai sacerdoti romani, si legano all’esperienza della “prima comunità apostolica”, che pure “visse momenti di confinamento, isolamento, paura e incertezza”. “Trascorsero cinquanta giorni tra l’immobilità, la chiusura, e l’annuncio incipiente che avrebbe cambiato per sempre la loro vita”. I discepoli furono poi sorpresi da Gesù che disse loro: “Pace a voi!”. Anche in questo tempo - scrive il Papa citando la Costituzione pastorale “Gaudium et spes” - sentiamo che “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.

“Sebbene fosse necessario mantenere il distanziamento sociale questo non ha impedito di rafforzare il senso di appartenenza, di comunione e di missione.”

Tra insicurezze e paure

Dopo il drammatico periodo vissuto, si apre ora “una nuova fase” - aggiunge il Papa - che richiede “saggezza, lungimiranza e impegno comune” in modo che “gli sforzi e i sacrifici fatti finora non siano vani”. Una pagina nuova dopo un tempo funestato dal dolore e dall’insicurezza: “Abbiamo patito la perdita repentina - scrive Francesco - di familiari, vicini, amici, parrocchiani, confessori, punti di riferimento della nostra fede”. “Abbiamo visto i volti sconsolati di coloro che non hanno potuto stare vicino e dire addio ai propri cari nelle loro ultime ore”. Il tempo del lutto è stato anche quello dello sconforto. “Abbiamo visto la sofferenza e l’impotenza – sottolinea il Papa - degli operatori sanitari”. “Tutti abbiamo sentito l’insicurezza e la paura di lavoratori e volontari”.

Solitudine e isolamento

Le difficoltà provocate dalla pandemia hanno generato non solo sofferenze fisiche. “Abbiamo ascoltato e visto le difficoltà e i disagi - scrive il Papa - del confinamento sociale: la solitudine e l’isolamento soprattutto degli anziani; l’ansia, l’angoscia e il senso di non-protezione di fronte all’incertezza lavorativa e abitativa; la violenza e il logoramento nelle relazioni”. “La paura ancestrale del contagio è tornata a colpire con forza. Abbiamo condiviso anche le angoscianti preoccupazioni di intere famiglie che non sanno cosa mettere nei piatti la prossima settimana”.

Ci siamo sentiti confusi e indifesi

Alle preoccupazioni si sono aggiunti limiti umani ingranditi da una situazione nuova e ignota. “Abbiamo sperimentato – osserva Papa Francesco - la nostra stessa vulnerabilità e impotenza”. “Frastornati da tutto ciò che accadeva, abbiamo sentito in modo amplificato la precarietà della nostra vita e degli impegni apostolici”. “L’imprevedibilità della situazione ha messo in luce la nostra incapacità di convivere e confrontarci con l’ignoto, con ciò che non possiamo governare o controllare e, come tutti, ci siamo sentiti confusi, impauriti, indifesi”. “Viviamo anche quella rabbia sana e necessaria che ci spinge a non farci cadere le braccia di fronte alle ingiustizie”.

Abbiamo vissuto l’ora del pianto del Signore

La pandemia ha posto pastori e popolo di Dio davanti a sfide nuove. “La complessità di ciò che si doveva affrontare - spiega il Papa nella lettera - non tollerava ricette o risposte da manuale; richiedeva molto più di facili esortazioni o discorsi edificanti, incapaci di radicarsi e assumere consapevolmente tutto quello che la vita concreta esigeva da noi”. “Possiamo dire che abbiamo vissuto comunitariamente l’ora del pianto del Signore”.

Tutti sulla stessa barca

Il Pontefice sottolinea che “in tali circostanze non è facile trovare la strada da percorrere”. “La pandemia non conosce aggettivi, confini e nessuno può pensare di cavarsela da solo. Siamo tutti colpiti e coinvolti”. “La narrativa di una società della profilassi, imperturbabile e sempre pronta al consumo indefinito è stata messa in discussione, rivelando la mancanza di immunità culturale e spirituale davanti ai conflitti”.

Spianare strade nuove

Guardando al futuro, Francesco ricorda che “sarà indispensabile sviluppare un ascolto attento ma pieno di speranza, sereno ma tenace, costante ma non ansioso che possa preparare e spianare le strade che il Signore ci chiama a percorrere”. “Sappiamo che dalla tribolazione e dalle esperienze dolorose non si esce uguali a prima. Dobbiamo essere vigilanti e attenti”. La strada da percorrere non è esente da rischi: “Esposti e colpiti personalmente e comunitariamente nella nostra vulnerabilità e fragilità e nei nostri limiti - scrive il Santo Padre - corriamo il grave rischio di ritirarci e di stare a ‘rimuginare’ la desolazione che la pandemia ci presenta, come pure di esasperarci in un ottimismo illimitato”.

Una nuova comunità apostolica

La pandemia è anche una occasione di rinnovamento. Certamente, aggiunge il Papa, “avremmo preferito che tutto ciò che è accaduto non fosse successo”. Ma ogni tempo “è adatto per l’annuncio della pace, nessuna circostanza è priva della grazia”. Il Signore “è stato in grado di trasformare ogni logica e dare un nuovo significato alla storia e agli eventi”. “La sua presenza in mezzo al confinamento e alle assenze forzate annuncia, per i discepoli di ieri come per noi oggi, un nuovo giorno capace di mettere in discussione l’immobilità e la rassegnazione e di mobilitare tutti i doni al servizio della comunità”. “Con la sua presenza, il confinamento è diventato fecondo dando vita alla nuova comunità apostolica”.

Il tempo del Signore

La fede, scrive il Papa, ci permette “una realistica e creativa immaginazione” e “ci invita ad instaurare un tempo sempre nuovo: il tempo del Signore”. Francesco esorta i sacerdoti a lasciarsi guidare dal Risorto. “Se una presenza impalpabile è stata in grado di scompaginare e ribaltare le priorità e le apparentemente inamovibili agende globali che tanto soffocano e devastano le nostre comunità e nostra sorella terra, non temiamo che sia la presenza del Risorto a tracciare il nostro percorso, ad aprire orizzonti e a darci il coraggio di vivere questo momento storico e singolare”. “Un pugno di uomini paurosi è stato capace di iniziare una corrente nuova, annuncio vivo del Dio con noi. Non temete”.

Lasciarsi sorprendere dal Risorto

Francesco esorta i sacerdoti a lasciarsi sorprendere ancora una volta dal Risorto. “Che sia Lui, dal suo costato ferito, segno di quanto diventa dura e ingiusta la realtà, a spingerci a non voltare le spalle alla dura e difficile realtà dei nostri fratelli”. “Che sia Lui a insegnarci ad accompagnare, curare e fasciare le ferite del nostro popolo, non con timore ma con l’audacia e la prodigalità evangelica della moltiplicazione dei pani; con il coraggio, la premura e la responsabilità del samaritano; con la gioia e la festa del pastore per la sua pecora ritrovata; con l’abbraccio riconciliante del padre che conosce il perdono; con la pietà, la delicatezza e la tenerezza di Maria di Betania; con la mansuetudine, la pazienza e l’intelligenza dei discepoli missionari del Signore”.

Mettiamo le fragilità nelle mani del Signore

La lettera del Papa ai sacerdoti romani si conclude con una esortazione: “Lasciamo che sia la Pasqua, che non conosce frontiere, a condurci creativamente nei luoghi dove la speranza e la vita stanno combattendo, dove la sofferenza e il dolore diventano uno spazio propizio per la corruzione e la speculazione, dove l’aggressività e la violenza sembrano essere l’unica via d’uscita”. “Mettiamo nelle mani piagate del Signore come offerta santa - scrive infine il Papa - la nostra fragilità, la fragilità del nostro popolo, quella dell’umanità intera”.
(fonte: Vatican News, articolo di Amedeo Lomonaco 30/05/2020)