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venerdì 12 giugno 2026

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV IN SPAGNA 6-12 GIUGNO 2026 - In un minuto la quinta giornata di Leone XIV in Spagna

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV
IN SPAGNA

6-12 GIUGNO 2026

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Mercoledì, 10 giugno 2026

BARCELLONA - MONTSERRAT - BARCELLONA
10:50 VISITA AL CENTRO PENITENZIARIO “BRIANS 1”
12:00 PREGHIERA DEL SANTO ROSARIO nell’Abbazia di Nostra Signora di Montserrat
13:00 Pranzo con la comunità benedettina di Montserrat
 
16:30 INCONTRO CON LE REALTÀ DI CARITÀ E ASSISTENZA DIOCESANE nella Chiesa di San Agustí
19:30 SANTA MESSA nella Basilica della Sagrada Família
Inaugurazione della torre di Gesù Cristo

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In un minuto la quinta giornata di Leone XIV in Spagna

Le immagini esclusive di Vatican Media che raccontano l'arrivo e gli appuntamenti di Leone XIV in Spagna, nel quinto giorno del suo quarto viaggio apostolico


La visita al Centro penitenziario Brians 1, la preghiera del Santo Rosario all'abbazia di Nostra Signora di Montserrat. Nel pomeriggio l'incontro con le realtà di carità e assistenza diocesane e infine la Santa Messa presieduta nella basilica della Sagrada Família. Questi i momenti salienti della quinta giornata di Papa Leone XIV nell'ambito del suo viaggio apostolico in Spagna.

La scuola sarà sempre meglio della merda

La scuola sarà sempre meglio della merda

Alberto Varinelli*, prete e insegnante, alla fine dell’anno scolastico si rivolge al ministro Valditara. Siccome dà come certo che il ministro non avrà modo e tempo di leggere la lettera, si permette di essere sincero. A cominciare dal titolo scelto, che è nobile nonostante: è tratto, infatti dalla celebre “Lettera a una professoressa”, della scuola di Barbiana, dove era parroco e, anche lui, insegnante, un certo don Lorenzo Milani.


Caro Ministro Valditara, un altro anno scolastico è terminato.

Non ho speranza alcuna che lei un giorno legga queste righe che le rivolgo. Tuttavia, qualora dovesse accadere, sono certo che saprà comprendere il titolo di questo scritto. Lei, che ha recentemente riformato la scuola italiana, sa bene che l’espressione “La scuola sarà sempre meglio della merda” è tratta da quel capolavoro redatto dalla Scuola di Barbiana, intitolato “Lettera a una professoressa”, che ogni persona che si accinge alla professione di docente, di qualunque disciplina, dovrebbe leggere.

Credo che Lucio, il giovane che aveva 36 mucche nella stalla, pronunciando questa frase riportata nel testo sopracitato, avesse ragione. Tuttavia, anche se gli scempi peggiori non riusciranno mai a rovinare la bellezza della scuola, mi permetto di condividere qualche riflessione, tra le tante che si potrebbero fare.

Si parla di “didattica per competenze”. E invece...

La prima: si parla molto di didattica per competenze. L’idea è decisamente interessante, in quanto si acquisisce, con questa modalità, un insegnamento essenziale della pedagogia contemporanea, ossia il fatto che “sapere” e “saper fare”, non debbano mai essere disgiunti.

Come si spiega, allora l’attuale modalità di assunzione dei docenti? Uomini e donne, che hanno affrontato seriamente anni e anni di studio, umiliati da test che non misurano veramente il sapere e nulla hanno a che vedere con il saper fare; così, rischiano di superare i concorsi persone che conoscono le cose più inutili e non chi veramente saprebbe, con passione, insegnare qualcosa ai nostri ragazzi.

Peraltro, è interessante che il governo di cui lei fa parte, a parole paladino della giustizia, sia stato ripetutamente condannato per la questione del precariato e, nonostante questo, continui, come nulla fosse, a spendere milioni in concorsi dove tanta gente che risulta idonea non sa se e quando potrà mai avere un posto di ruolo nella scuola.

Mi permetto un paio di osservazioni didattiche, Signor Ministro. Da prete dovrei esultare della lettura della Bibbia fin dalla scuola primaria, invece mi metto le mani nei pochi capelli che mi sono rimasti. Come verrà letto quel testo, come l’Iliade, l’Odissea e l’Eneide? Come un poema epico? Le nostre maestre, per lo più laureate in Scienze della Formazione primaria, che forse non hanno nemmeno mai visto in vita loro una Bibbia, che cosa sapranno dire ai nostri ragazzi di questo testo, certamente fondamentale per l’umanità, ma che richiede competenze per essere letto?

Si dovrebbe dare molta importanza alla filosofia. E invece...

Mi riferisco, ora, a un altro grado di scuola, nello specifico la scuola secondaria di secondo grado. Ho letto della radicale revisione dei programmi del curriculum di filosofia nei licei. Mi ha colto un senso di angoscia profondo: senza mezzi termini, temo la sua riforma condurrà, pian piano, alla sparizione della filosofia dalle nostre scuole. Perché?

La mia personale impressione è che insegnare agli studenti a pensare, a leggere con spirito critico e con profondità di analisi le grandi questioni dell’umanità e del vivere quotidiano delle persone, faccia molta paura. Così, meglio togliere dalle scuole chi insegna a pensare, meglio evitare quei grandi autori che, condivisibili o meno, hanno formato il pensiero di generazioni e generazioni. Mi spaventa l’idea, sottesa alla riforma della scuola recentemente proposta, per la quale, fondamentalmente, ogni tipo di istruzione superiore dovrebbe essere finalizzata a imparare un lavoro, come se l’esercizio del pensiero forse tempo perso. Il pregio della nostra scuola è sempre stato quello di offrire ai ragazzi variegate possibilità, da quella di un apprendimento delle competenze e abilità necessarie per un lavoro pratico, offerte dalle scuole professionali, fino agli studi ad alto contenuto teorico, offerti dai licei: perché cambiare ciò che va bene?

Ci sarebbe bisogno di insegnanti specializzati per gli alunni disabili. E invece...

Un’ultima questione, Signor Ministro, che mi sta particolarmente a cuore. Penso con particolare commozione a quei “tesori”, così infatti li chiamava San Luigi Palazzolo, che sono i ragazzi disabili. Chiedo scusa, ma non riesco ad accettare che accanto a loro possa esserci chiunque.

Mi spiega, gentilmente, come può stare un laureato in farmacia, piuttosto che in scienze motorie, piuttosto che in agraria, accanto a una grave situazione di autismo o altre forme di disabilità? Perché la vicinanza alle persone più fragili deve essere delegata a chi non ha alcuna competenza in materia e, talvolta, nemmeno alcun desiderio di stare con queste persone, se non quello di uno stipendio e di punteggi in graduatoria, in attesa di passare ad altro impiego?

Perché tante persone specializzate, quali laureati in Scienze dell’Educazione e Scienze Pedagogiche, devono vedersi sopravanzare da persone completamente incompetenti, loro che si sono specificamente formate per stare accanto a chi ha più bisogno?

No, non accetterei la risposta che per educare non ci vogliono una laurea o titoli specifici! Se permette, un bravo studente di liceo, dopo l’esame di maturità, saprebbe insegnare italiano, storia, geografia, matematica, scienze, religione, educazione fisica in una scuola secondaria di primo grado meglio di tanti laureati! Eppure, solo per i più fragili non serve una laurea o non servono competenze specifiche.

Questa è una vergogna! Caro Ministro, ritorno all’inizio: la scuola, grazie alla presenza dei nostri ragazzi, che sono il nostro futuro e ai quali non riesco a non voler bene, sarà sempre, sempre meglio della merda! Ma sarebbe sbagliato pensare di provare a migliorarla, la scuola, invece che distruggerla? La ringrazio per l’attenzione.

Cordialmente

Don Alberto Varinelli
(fonte:La barca e il mare 10/06/2026)


* Alberto Varinelli

Prete, è vicario parrocchiale presso la parrocchia di Seriate (BG). Insegna religione. Laureato in Scienze dell’educazione, è appassionato di dinamiche educative e della scuola. Cerca di trovare la mediazione tra la Parola di Dio e le esperienze dell’uomo.

giovedì 11 giugno 2026

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV IN SPAGNA 6-12 GIUGNO 2026 - Con il coraggio dei bambini

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV
IN SPAGNA

6-12 GIUGNO 2026

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Mercoledì, 10 giugno 2026

BARCELLONA - MONTSERRAT - BARCELLONA

16:30 INCONTRO CON LE REALTÀ DI CARITÀ E ASSISTENZA DIOCESANE nella Chiesa di San Agustí
19:30 SANTA MESSA nella Basilica della Sagrada Família
Inaugurazione della torre di Gesù Cristo


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Con il coraggio dei bambini


«E un fanciullo li guiderà». Il versetto di Isaia 11, 6 è il commento perfetto alla giornata del Papa di ieri, 10 giugno, a Barcellona. Nel mondo rovesciato, paradossale dell’Antico Testamento, in attesa delle Beatitudini, dove «il lupo dimorerà insieme con l’agnello», i piccoli non sono guidati ma sono le guide.

Ieri Papa Leone si è incontrato con due bambini, Renzo e Valentina: il primo l’ha “interrogato”, la seconda lo ha “istruito” e il Pontefice, seguendo la profezia di Isaia, si è lasciato guidare.

Renzo è il bambino che ha prima scritto e poi letto, nella chiesa di Sant’Agostino gremita di gente, una lettera zeppa di domande “impossibili” come quelle dei bambini, le uniche degne di essere fatte. E il Papa si è compiaciuto e divertito a rispondergli, abbracciandolo al termine di un dialogo pieno di sofferenze e tenerezza.

Valentina è la bambina che ha accolto il Papa davanti alla Sagrada Família e ha spiegato, mostrando un piccolo plastico, come è fatta la Torre di Gesù che, al termine della messa, Leone XIV ha inaugurato con la sua benedizione. Valentina è una fanciulla non vedente ma, aiutandosi con il tatto su questo plastico fatto ad hoc per i ciechi, ha illustrato per filo e per segno la grandiosa opera architettonica. Non contenta, alla fine ha regalato al Papa un suo disegno con queste paradossali parole: «Santità, questo è un disegno della Torre. L’ho disegnata il primo giorno che l’ho vista, è così che io la capisco, attraverso il tatto». Valentino ha “visto” la Torre. E soprattutto è riuscita a farla vedere. La scena è stata intensa, emozionante. Il Papa, accompagnato dai Reali di Spagna, ascoltava la “lezione” in silenzio, con ammirazione.

Renzo e Valentina, proprio come nel finale del bellissimo racconto Cattedrale di Carver: un cieco chiede al protagonista di spiegargli cos’è una cattedrale, una domanda quasi impossibile. E alla fine pensa bene di mettere la propria mano su quella del suo interlocutore (lo scrittore, il vero cieco), e guidarla nell’impresa di un disegno; insieme disegnano una cattedrale e alla fine, nell’ultimo tratto, gli chiede di continuare a disegnare chiudendo gli occhi. A volte è necessario fare un salto nel buio per incontrare la luce e finalmente vedere.

Martedì sera, 9 giugno, alla Veglia allo stadio di Barcellona, il Papa aveva espresso proprio questo concetto invitando le migliaia di giovani ad attraversare le oscurità della vita per scoprire che in quelle ombre si nasconde una grande luce. Bisogna avere il coraggio di fare questo salto, il coraggio di un bambino.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Andrea Monda 11/06/2026)

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Valentina, la giovane non vedente che ha illustrato al Pontefice la Torre di Gesù Cristo

L’essenziale è invisibile agli occhi


Dalla base, con le finestre triangolari, alla «perfetta piramide» del quarto braccio della croce, «leggermente diverso dagli altri»: è una descrizione degna di un manuale di architettura, che scorre fluida come fa un dito indice sulle parole messe in fila, una accanto all’altra. Invece a scorrere sono le mani aperte e sensibili di Valentina, tredicenne cieca dalla nascita, mentre accarezza le forme geometriche del modello della Torre di Gesù Cristo della Sagrada Família, offrendone a Leone XIV una spiegazione. Dalle dodici aperture che la circondano «si può ammirare tutta la Torre», inizia Valentina, vestita di scuro e con i capelli semiraccolti con due mollettine. Poi continua ed è un susseguirsi di «vetrate colorate», luce che filtra «dalle cornici che possiamo vedere qui», indica la ragazza: le mani leggere si muovono sulle superfici del modello, che sembra farsi materia sotto alle sue dita. «La torre, che prima aveva quattro lati, ora ne ha otto»: è una lezione di aritmetica tattile e Valentina pone accenti sapienti su quel che merita di essere «ammirato» e non solo visto.

Nel silenzio dei presenti e nell’attenzione del Papa, sotto lo sguardo benevolo dei Reali spagnoli, risuonano le parole di una ragazzina che in punta di dita scompagina il concetto di limite: i punti panoramici di ogni braccio terminano con una lastra di vetro appuntita «perché Gaudí aveva immaginato che da quella lastra potesse emanare un raggio di luce». Valentina sa di cosa parla, conosce bene le ombre e le distingue dalla luce. E in un mondo di ciechi che, pur vedendo, non vedono, un disegno della Torre fatto «il primo giorno che l’ho vista, è così che la percepisco, attraverso il tatto» — ha detto consegnandolo nelle mani del Pontefice — dimostra che l’essenziale è davvero invisibile agli occhi. 
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Lorena Leonardi 11/06/2026)


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INCONTRO CON LE REALTÀ DI CARITÀ E ASSISTENZA DIOCESANE

Chiesa di Sant’Agostino (Barcellona)
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Alle ore 15.30, il Santo Padre si è trasferito in auto alla Chiesa di San Agustí nel quartiere del Raval di Barcellona.

Al suo arrivo, il Pontefice è stato accolto dall’Arcivescovo Metropolita di Barcellona, l’Em.mo Cardinale Juan José Omella Omella, e dal Parroco, P. Faustin John Mlelva, che gli ha porto la croce e l’acqua benedetta per l’aspersione.

Dopo le parole di benvenuto del Cardinale Arcivescovo, la testimonianza di un rappresentante della Caritas diocesana, una testimonianza sul tema delle dipendenze e una sul tema della tratta delle donne, è stato eseguito un canto.

Quindi, il Santo Padre, subito dopo una video testimonianza e la lettura di alcune domande a Lui rivolte, ha pronunciato il Suo discorso.

Al termine dell’incontro, dopo la Benedizione e un canto finale, il Santo Padre ha salutato alcuni membri delle associazioni caritative.

 







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DISCORSO DEL SANTO PADRE


Cari fratelli e sorelle, buon pomeriggio!

Ringrazio il Cardinale Arcivescovo per il cordiale benvenuto e per le parole che mi ha rivolto, così come anche il delegato della pastorale sociale e coloro che hanno condiviso con noi le loro testimonianze sulle realtà caritative e di assistenza diocesane. Vorrei ringraziare Renzo per la sua lettera e per le domande che mi fa: cercherò di rispondere ad alcune.

Quella a cui ho già risposto è che non volevo essere Papa, né come giovane né come vecchio, ma, quando il Signore chiama, bisogna rispondere “sì”.

Prima di rispondere alle domande vorrei solo dirvi: grazie mille per l’accoglienza! Qui mi sento davvero a casa. E grazie per tutto ciò che rappresentate. Il motivo, penserete, è ovvio, evidente: è Sant’Agostino; ma vi racconto che la prima volta che sono venuto in questa chiesa – non c’era questo Arcivescovo che è qui al mio fianco – era il 1984. Stavo viaggiando via terra da Roma a León e sono arrivato e ho detto: “Sapete? A Barcellona c’è una chiesa di Sant’Agostino, andiamo a visitarla”. Era chiusa. Oggi è aperta, e com’è bello trovare una chiesa con una comunità di Agostiniani e con tante persone che vivono, che lodano Dio, che trovano comunità, accoglienza, integrazione in questa chiesa e in questa pastorale sociale. Grazie mille a tutti, davvero.

Riguardo alla domanda sul calcio, tutti sanno che adesso gioco a tennis. Giocavo a calcio, ma football americano, un po’ più violento! Ma anche con i seminaristi, quando ero a Trujillo, giocavo a calcio, in difesa, se può interessare, non ero un gran goleador. Ma quando sono stato la prima volta a Roma, lì ho vissuto la prima esperienza del “Mundial”, nel 1982, che era qui in Spagna. Poi, in Perù, con i seminaristi, seguivo molto le squadre locali; ma giocavo anche con i seminaristi; un po’ di sport fa bene a tutti, bisogna cercare di mantenere, per così dire, una buona salute: corpo, mente e anima. Quindi, questo ha fatto davvero parte della mia vita. Inoltre, il calcio ci aiuta anche a ricordare una cosa molto importante: che la vita non è una gara da vivere da soli, è qualcosa che si gioca in squadra, e bisogna imparare a correre insieme. Quindi, in questo senso, chi è in grado di diventare una stella ma non passa mai la palla, non permette agli altri di entrare in partita e probabilmente finirà per perdere. E quindi, pensando anche a noi e a come integrarci in una squadra, vorrei anche riconoscere e congratularmi per tutto quello che state facendo qui.

Seconda domanda, già ho risposto, ma seguo un po’ il testo, se no ci perdiamo e finiamo alle otto e mezza!

Mi chiedi se da piccolo volessi diventare Papa. Beh, Renzo, credo di no. Credo di non averci mai pensato. Ma posso dirti questo: da piccolo sentivo il desiderio di dedicare la mia vita a Dio. Non sapevo ancora del tutto come, né dove mi avrebbe portato il Signore. Col tempo ho scoperto che Gesù mi chiamava a seguirlo come sacerdote, e che quel cammino passava per l’ordine di sant’Agostino. Ma questo non vale solo per me. Ogni bambino è un sogno di Dio. Anche tu, Renzo, lo sei. Dio desidera la felicità di tutti e vuole che, fin da piccoli e per tutta la vita, conserviamo un cuore come quello dei fanciulli (cf. Mt 18,3): capace di fidarsi, pieno di bontà. Il Signore vuole che siamo suoi amici e che non ci allontaniamo da Lui. Per questo motivo, più importante che chiedersi se uno sarà sacerdote, medico, maestro, padre di famiglia o altro, è essenziale chiedersi se vogliamo essere amici di Gesù. Perché l’amicizia con Gesù ci dà gioia, ci rende liberi e ci aiuta a vedere, passo dopo passo, la vocazione e il cammino che Dio ha pensato per ciascuno.

Non è facile, Renzo, trovare la risposta alla tua domanda sul perché ci siano persone alle quali succedono cose cattive e, invece, ad altre no. Pensare alla vita di Gesù ci può aiutare. La Parola di Dio ci dice che nostro Signore «passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo» (At 10,38) e, tuttavia, sappiamo che fu crocifisso. La sua storia però non finisce lì, perché il terzo giorno è risuscitato, ha vinto il male, ha vinto la morte. Attraverso la vita di Gesù Cristo, Dio ci mostra che, anche se c’è sofferenza, Egli non abbandona mai alcuno dei suoi figli, perché ci ha preparato una gioia eterna dove non ci saranno più sofferenze né dolore. Abbiamo fiducia, dunque: Gesù è con noi, ci aiuta e ci accompagna, e ci dà forza per affrontare i momenti difficili che possiamo incontrare nella vita.

Riguardo ai nonni, sì, i nonni sono molto importanti nella vita delle famiglie. Non dovrebbero mai restare soli. Spesso sono loro a prendersi cura dei nipoti mentre i genitori vanno a lavorare e così, con affetto e dedizione, aiutano i bambini a conoscere l’amore di Dio e del prossimo, affinché metta radici nei loro cuori e un giorno diventino uomini e donne buoni. E come dobbiamo ricambiare l’amore? Con amore. È quello che Gesù desidera che facciamo. Prendersi cura e accompagnare i nostri nonni nella loro vecchiaia, così come loro, un tempo, si presero cura di noi. Non permettiamo che la solitudine e l’abbandono diventino normali nella vita degli anziani. Ciò è qualcosa di molto triste. Teniamo il nostro cuore aperto a tutti loro. E anche se non sono i nostri nonni, non permettiamo che si sentano soli né indifesi. Perché, se non vogliamo la solitudine per noi stessi, non dobbiamo permetterla nemmeno per gli altri.

Alla domanda se dobbiamo perdonare sempre, Gesù ci risponde di sì. Un giorno Pietro gli chiese: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli disse: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,21-22). Con questo Gesù voleva dire: perdona sempre. Occorre però capire bene che cosa significa perdonare. Perdonare non significa dire che il male è stato giusto, né permettere a qualcuno di continuare a fare del male. Non significa dimenticare per forza, come se nulla fosse accaduto. Perdonare significa non lasciare che l’odio diventi padrone del nostro cuore. Gesù ci chiede di perdonare perché è l’unico modo per sperimentare la pace di Dio e guarire le ferite spirituali. Quando perdoniamo, imitiamo l’esempio di Gesù, che perdonò coloro che lo crocifiggevano. La nostra disponibilità a perdonare è condizione per il perdono che riceviamo da Dio.

Fratelli e sorelle,

essere qui, in questa chiesa di Sant’Agostino, apre il nostro cuore a una verità che il santo vescovo di Ippona ci indica: essere cristiani è, innanzitutto, un dono, una grazia. Fondati in Cristo, che è la pietra viva, percepiamo l’azione dello Spirito Santo, con la convinzione che ogni sforzo compiuto sinceramente per cooperare con Lui in favore del nostro prossimo sarà benedetto dal Padre celeste, nel quale poniamo la nostra speranza. Come membra del corpo mistico di Cristo, siamo realmente legati al destino di coloro che Dio ama e invita a condividere la sua vita.

Chiamati ad amare Dio e, per amore di Lui, i nostri fratelli, siamo anche inviati a incontrare tutti. Il cristiano, oltre a essere gentile e amabile, deve essere compassionevole, amare senza interesse e cercare il bene degli altri, sapendo che in ogni fratello e sorella che soffre è lo stesso Signore a chiedere e ricevere, a essere accolto o rifiutato, amato o disprezzato.

La carità evangelica, fondata in Gesù Cristo e alimentata dal suo amore, dà forma e identità alla vita personale e comunitaria di ogni cristiano. Da ciò deriva che ogni comunità ecclesiale diocesana, mossa dalla carità e istruita dallo Spirito Santo, è chiamata ad avvicinarsi, secondo le proprie possibilità e capacità, con discrezione, delicatezza e perseveranza alle ferite e ai bisogni dei più piccoli e vulnerabili per alleviare le loro sofferenze e porre rimedio alla loro povertà. Voi tutti lo fate imitando la generosità del nostro Signore Gesù Cristo che, per amore nostro, essendo ricco, si fece povero per arricchirci con la sua grazia e la sua salvezza, chiamandoci a riconoscerlo e soccorrerlo nei più bisognosi (cf. Mt 25,40).

Per questo, è una gioia incontrare questa sera tutti voi che, in modi diversi, siete concretamente legati all’assistenza, all’accompagnamento e alla promozione di coloro che ne hanno più bisogno, soprattutto nei tempi che stiamo vivendo, nei quali sembra essersi perso il senso della sacra dignità della persona umana.

Vorrei sottolineare che come cristiani siamo chiamati al compito di rendere presente l’amore di Dio per ogni uomo e ogni donna, nel tessuto della storia. Il libro della Genesi ci narra che «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò» (Gn 1,27).

In ciò risiede la dignità inalienabile di ogni essere umano, che non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze che accumula o dal ruolo che svolge, ma dal dono che lo precede e lo eccede, dato da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno (cf. Magnifica humanitas, 50).

Il Signore, dunque, ci invita ad accogliere ogni donna come sorella e ogni uomo come fratello. Figli dello stesso Padre, ogni persona è costitutivamente fatta per la relazione; è stata pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con la creazione (cfr. ibid.). Un’espressione singolare di questo desiderio divino si realizza nelle realtà caritative e di assistenza diocesane di cui voi fate parte e che portate avanti con impegno e dedizione, con la consapevolezza che la persona umana sta al centro dell’azione della Chiesa (cf. Gaudium et spes, 24) e che la carità è «il più grande comandamento sociale» (CCC, 1889).

Vi incoraggio affinché, uniti ai vostri pastori, continuiate ad animare questi apostolati, dando testimonianza del Vangelo e mostrando al mondo la bellezza della vita cristiana, che anticipa qui e ora la giustizia e la pace che saranno perfette nel Regno di Dio. Siate, quindi, testimoni credibili della speranza cristiana nel servizio sollecito ai fratelli e alle sorelle che, in una condizione di vita precaria, segnata dalla privazione, dalla fragilità o dalla marginalizzazione, oltre all’aiuto materiale e al sostegno morale, necessitano di Dio, della sua amicizia, della sua benedizione, della sua Parola, dei suoi Sacramenti e della proposta di un percorso di crescita e di maturazione nella fede (cf. Evangelii gaudium, 200).

Depongo ai piedi di Nostra Signora del Buon Consiglio il vostro lavoro e la vostra dedizione, affinché la sua intercessione vi accompagni e il Signore faccia abbondantemente fruttificare tutto il bene che cercate. Che Dio vi benedica. Molte grazie.

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SANTA MESSA

Basilica della Sagrada Família (Barcellona)
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Alle ore 18.30, il Santo Padre Leone XIV si è trasferito in auto e successivamente in papamobile alla Basilica della Sagrada Família per presiedere la Santa Messa e la benedizione per l’inaugurazione della Torre di Gesù Cristo.

Al suo arrivo, alle ore 19.00, il Papa è stato accolto dal Re di Spagna, Felipe VI e dalla Regina Letizia. Prima di recarsi in sagrestia, Leone XIV ha visitato la cripta e la tomba di Antoni Gaudì accompagnato dall’Arcivescovo Metropolita di Barcellona, Em.mo Cardinale Juan José Omella Omella.

Alle ore 19.30 il Papa ha presieduto la Celebrazione Eucaristica.

Dopo i riti di introduzione e la Liturgia della Parola in catalano e spagnolo, Papa Leone XIV ha pronunciato l’omelia.

Al termine della Santa Messa, dopo le parole di ringraziamento dell’Arcivescovo Metropolita di Barcellona, il Pontefice ha raggiunto l’esterno della Basilica per l’inaugurazione della Torre di Gesù Cristo e per la benedizione dei fedeli.

Quindi il Papa ha assistito a uno spettacolo di luci e fuochi d’artificio e, prima di congedarsi dal Re di Spagna, ha svelato una targa commemorativa.




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OMELIA DEL SANTO PADRE


«O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra» (Sal 8,2.10).

Con la lode di questo Salmo, così pieno di gioia e stupore, saluto tutti voi, carissimi fratelli e sorelle. Esprimo riconoscenza alle Loro Maestà e ringrazio il Signor Cardinale Juan José Omella, Arcivescovo di Barcellona, così come gli altri fratelli nell’Episcopato e quanti si uniscono alla nostra preghiera: i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose e i seminaristi. In questa sera, festa per tutta la città di Barcellona, estendo il mio grato saluto alle Autorità nazionali, regionali e locali, nonché ai membri di altre comunità cristiane e di altre religioni che partecipano alla nostra azione di grazie.

Oggi, infatti, la Basilica della Sacra Famiglia ci accoglie, aprendo le sue porte come braccia spalancate per invitare ciascuno a questo altare, all’ascolto della parola di Dio, che ci costituisce famiglia amata dal Signore, nutrita dalla sua stessa vita nell’Eucaristia. È così che Barcellona, la ciutat comtal, e tutta la Catalogna si radunano in questo tempio, segno di unità e di concordia, e alzano lo sguardo per incontrare il volto di Dio Padre, raggiante nel suo Figlio fatto uomo, Gesù Cristo.

Mentre rendiamo grazie al Signore per la sua carità verso di noi, lo lodiamo per quel che opera nella nostra vita. Lo ringraziamo in particolare per questa straordinaria Basilica, che Papa Benedetto XVI ha dedicato nel 2010, ricordando che è segno visibile del Dio invisibile, per la cui gloria svettano le sue torri (cfr Omelia per la dedicazione, 7 novembre 2010). In continuità con la preghiera del mio Predecessore, tra poco benedirò la torre più alta, quella di Gesù Cristo.

Questa chiesa è un unico edificio, composto di molte pietre. Una casa che cresce con costanza negli anni, secondo un identico progetto. Noi tutti siamo le pietre vive di quest’opera, che ha Cristo per fondamento e culmine, inizio e fine. Molto più di un monumento, la Basilica della Sacra Famiglia è ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento.

Non abitiamo dunque un’opera incompiuta, ma un tempio ancora in costruzione. La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa, che vogliamo onorare con coerenza. La nostra gratitudine diventa allora impegno, mentre cooperiamo al progetto di Dio, cioè alla costruzione cui Egli stesso ci chiama. Poiché siamo tempio dello Spirito Santo (cfr 1Cor 6,16.19), quest’opera coincide con la nostra vita, che Dio pensa come un capolavoro da realizzare insieme.

In proposito, custodiamo nel cuore la parola rivolta dal Signore al re Davide: «Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?» (2Sam 7,5). Al contrario, «il Signore ti annuncia che farà a te una casa» (v. 11). Con quest’annuncio, la Scrittura ci insegna che non siamo noi a dare un posto a Dio, come se fosse l’elemento di una serie o la parte di un tutto più grande di Lui. È invece Dio che dà posto a noi, e il posto che ci dona è il suo cuore: il posto del Figlio, per noi che eravamo estranei; il posto dell’Amato, per noi che siamo peccatori.

Questa sua volontà si compie mediante Gesù: possiamo allora cogliere il senso di quel che abbiamo ascoltato nel Vangelo, quando il Signore dice ai farisei: «Se non crederete che Io Sono, morirete nei vostri peccati» (Gv 8,24). Parole forti, che non sono affatto minacce, né un ricatto. Sono un invito di salvezza, cioè un appello alla libertà da parte di Cristo, che vuole per noi il bene definitivo, eterno. Davanti alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi. “Io Sono”: questo è il Nome santissimo che Dio consegnò a Mosè dal roveto ardente, rivelando la propria indistruttibile fedeltà. Fatto uomo, Egli diventa per noi l’Emmanuele, sorgente di grazia e di perdono, di salvezza e di vita nuova. Carissimi, non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria.

Questa sera ricordiamo dunque che la Croce di Cristo, posta in cima a questa Basilica, è la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno. Tutte e tre le facciate della Sacra Famiglia lo attestano: il Primo si fa ultimo per noi nella Natività; col suo Sacrificio ci redime mediante la Passione; la sua morte ci dona vita eterna facendoci partecipi della gloria divina. Ammirando la torre di Gesù Cristo, alziamo a Lui lo sguardo, a Lui che solo ci svela la verità di Dio e la verità di noi stessi. Guardando a Cristo possiamo vedere il mondo con occhi rinnovati: la torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza. Nella Croce di Gesù la nostra fede raggiunge il vertice, come professa l’iscrizione che è posta alla base della guglia: “Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, tu solus Altissimus”. Questa Croce brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo.

Sì, la luce di Cristo brilla nelle tenebre, anche se le tenebre non l’hanno accolta (cfr Gv 1,5.11). Questo rifiuto non fa però venir meno l’amore di Dio: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo», dice il Signore, «allora conoscerete che Io Sono e che nulla faccio da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato» (Gv 8,28). Occorre passare attraverso la passione del Crocifisso, per essere illuminati dalla gloria del Risorto: da sempre, infatti, il Padre insegna a dare la vita e il Figlio, che la riceve da Lui, a tutti la dona con potenza di Spirito Santo. Ecco perché proprio la Croce è il segno luminoso del suo amore.

La fede dà forma alle pietre e senso all’edificio che stiamo abitando insieme. Nella nostra preghiera scopriamo perciò l’originario legame delle cose con Dio, creatore del cielo e della terra: Egli è l’artista che ha impresso il suo splendore nel cosmo. Creato a sua immagine, l’uomo corrisponde all’opera di Dio col proprio ingegno: è così che l’artista fa del talento una lode e della creatività la testimonianza del Creatore stesso. Come architetto ardente di fede, il venerabile Antoni Gaudì pensò questi spazi volendo raccontare i misteri della vita del Signore: in tal modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che porta all’incontro con Cristo nato, morto e risorto per noi. Insieme a Gaudì, commemorando il centenario della sua morte, ricordiamo e ringraziamo questa sera tutti i promotori e i benefattori, gli artisti e le maestranze che cooperano a edificare un capolavoro architettonico che è anche un eloquente catechesi fatta di pietre, di colori e di luce. Nella sua saggezza, la Chiesa rinnova così la Biblia pauperum delle antiche cattedrali, che sono in sé stesse ricchissimi messaggi di evangelizzazione. In questo tempio d’immagini appare ancor più evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione.

Cari fratelli e sorelle, la bellezza di questo tempio ci sproni ad imparare sempre più dal nostro Maestro e Signore l’arte di vivere secondo il suo Vangelo. Mentre alziamo lo sguardo a Lui, il Crocifisso Risorto, impegniamoci a sollevare il viso di chi è nella polvere (cfr 1Sam 2,8). E dimostriamo così che la Sacra Famiglia è la chiesa più alta del mondo non per primeggiare in classifiche mondane, ma per guidare i passi del popolo di Dio pellegrino in questa terra di Catalogna, con la croce che illumina il cammino, come lampada accesa nell’attesa del ritorno dello Sposo.

Dio sia benedetto per sempre!

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Papa Leone XIV benedice la nuova Torre di Gesù della Sagrada Família






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VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV IN SPAGNA 6-12 GIUGNO 2026 - Ai piedi di Maria deponiamo le corazze del cuore









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VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV
IN SPAGNA

6-12 GIUGNO 2026

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Mercoledì, 10 giugno 2026

BARCELLONA - MONTSERRAT - BARCELLONA

10:50 VISITA AL CENTRO PENITENZIARIO “BRIANS 1”
12:00 PREGHIERA DEL SANTO ROSARIO nell’Abbazia di Nostra Signora di Montserrat
13:00 Pranzo con la comunità benedettina di Montserrat

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Alle ore 10.10 di questa mattina, il Santo Padre Leone XIV ha lasciato la Casa Arcivescovile di Barcellona e si è trasferito in auto al Centro penitenziario Brians 1.

Al suo arrivo, il Papa è stato accolto dal Direttore della struttura e hanno raggiunto insieme la sala conferenze, dove lo attendevano tre cappellani, un gruppo di detenute e un gruppo di volontari.

Dopo un canto, le parole di benvenuto del Direttore del Centro penitenziario, la testimonianza del delegato diocesano della pastorale penitenziaria, padre Jesús Bel, e le testimonianze di due detenute, Montse e Josefina, Leone XIV ha rivolto il Suo saluto ai presenti.

Al termine dell’incontro, dopo la benedizione, lo scambio e il canto finale, il Pontefice ha salutato alcuni detenuti della struttura.

Alle ore 11.20, il Santo Padre Leone XIV si è trasferito in auto e successivamente in golf-cart all’Abbazia di Nostra Signora di Montserrat per la Preghiera del Santo Rosario

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Ai piedi di Maria deponiamo le corazze del cuore

Leone XIV nella basilica di Nostra Signora di Montserrat per la preghiera del rosario.
E ai detenuti del Centro penitenziario Brians 1 ricorda che
gli errori non determinano l’identità di una persona.


Deporre ai piedi della Vergine «le corazze che hanno indurito poco a poco il cuore». Così ha esortato Leone XIV presiedendo il rosario nella basilica di Nostra Signora di Montserrat stamane, mercoledì 10 giugno, secondo giorno a Barcellona e quinto del viaggio apostolico in Spagna.

Nel suo discorso il Papa ha denunciato la violenza che può nascondersi nelle parole e negli atteggiamenti: «la critica che umilia, la condanna che distrugge e l’aggressività che divide», «armature apparenti» con cui si tenta di proteggere ferite, paure o sofferenza causata dalle ingiustizie. Alla Madonna il Pontefice ha quindi rivolto una supplica affinché «l’odio lasci il posto alla speranza e alla pace», si rinunci «alle parole offensive, al giudizio affrettato, alle maldicenze e alle calunnie», e si coltivi «l’amore in famiglia, tra amici, sul posto di lavoro, nei social network, nelle discussioni politiche e nelle comunità cristiane».

Di speranza per un «orizzonte meraviglioso» oltre ogni barriera fisica e nonostante i cuori induriti dalla solitudine e dal rimorso per gli sbagli commessi, il Papa aveva parlato precedentemente nella prima parte della mattinata, dopo aver raggiunto in auto, dalla Casa arcivescovile di Barcellona, sua residenza nella metropoli catalana, il Centro penitenziario Brians 1, per incontrare detenuti e operatori del carcere e ascoltare alcune testimonianze.

«Gli errori della vita non determinano l’identità di una persona», aveva rimarcato, perché l’amore misericordioso di Dio, «sempre al di sopra di quanto bene o male abbiamo fatto», consente di scoprire come «il passato non condanni il futuro», ma «offra la possibilità di cambiare le nostre decisioni e le nostre scelte», come accaduto a sant’Agostino nel suo percorso di vita.

Per tutti, sempre, c’è la possibilità di ricominciare da capo: «Essere umani ed essere cristiani — aveva sottolineato il Vescovo di Roma — non consiste nel non sbagliare, ma nel crescere nella capacità di convertirsi, pentirsi, emendarsi e, soprattutto, di riconciliarsi e perdonare».

Ogni essere umano «è “degno” per il semplice fatto “di essere stato voluto, creato e amato da Dio”»: una «verità consolante» valida «in modo particolare, per voi, cari fratelli e sorelle», aveva detto il Papa rivolgendosi alle donne e agli uomini reclusi, «che portate il peso di essere lontani dai vostri cari e, inoltre, soffrite a causa della vostra attuale condizione. Quando vi verrà la tentazione di sentirvi inferiori e penserete che non valga la pena andare avanti, “alzate lo sguardo” verso Colui che, attraverso la presenza di tante persone, non smette mai di mostrarvi il suo amore e la sua vicinanza», aveva aggiunto richiamando il motto del viaggio apostolico.

Al termine della recita del Rosario, il Pontefice si è trattenuto a pranzo con la comunità benedettina cui è affidata la cura pastorale dell’Abbazia di Nostra Signora di Montserrat. Nel pomeriggio, Leone XIV incontra le realtà di carità e assistenza diocesane nella chiesa di Sant’Agostino, nota come la «cattedrale dei poveri» per il profondo legame sociale con il quartiere multietnico del Raval e, in serata, presiede la celebrazione eucaristica nella basilica della Sagrada Família, dove assisterà all’inaugurazione della torre di Gesù Cristo e a uno spettacolo di luci e fuochi d’artificio dal palco all’esterno dell’edificio sacro.
(fonte: L'Osservatore Romano 10/06/2026)

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VISITA AL CENTRO PENITENZIARIO “BRIANS 1”

Centro Penitenziario “Brians 1” (Barcellona)
Mercoledì, 10 giugno 2026
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SALUTO DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle,

grazie a tutti per la vostra accoglienza così piena di simpatia e cordialità!

Mi sento edificato dalla testimonianza che hanno condiviso Montse e Josefina. Grazie mille. Ringrazio anche padre Jesús per le sue parole, che mettono in luce l’impegno dei cappellani e dei volontari della pastorale penitenziaria diocesana di Sant Feliu de Llobregat.

Ogni essere umano è “degno” per il semplice fatto «di essere stato voluto, creato e amato da Dio» (cfr. Magnifica humanitas, 52). Non esiste, quindi, alcuna situazione che induca il Signore a distogliere da noi il suo sguardo. È una verità consolante che ci accompagna in ogni momento e che ci ricorda come il suo amore misericordioso sia sempre al di sopra di quanto bene o male abbiamo fatto.

Questo vale, in modo particolare, per voi, cari fratelli e sorelle, che portate il peso di essere lontani dai vostri cari e, inoltre, soffrite a causa della vostra attuale condizione. Quando vi verrà la tentazione di sentirvi inferiori e penserete che non valga la pena andare avanti, «alzate lo sguardo» verso Colui che, attraverso la presenza di tante persone, non smette mai di mostrarvi il suo amore e la sua vicinanza.

Anche se l’oppressione e la tristezza segnano alcuni momenti del vostro cammino, ricordate che gli errori della vita non determinano l’identità di una persona. Sant’Agostino, nelle sue Confessioni, ci racconta il suo percorso di vita e ce ne parla: se confidiamo nella grazia divina e ce ne lasciamo guidare e trasformare, scopriamo come nella nostra vita il passato non condanni il futuro, ma ci offra la possibilità di cambiare le nostre decisioni e le nostre scelte.

Facciamo spazio al Signore nel nostro cuore e cerchiamo il suo volto. Lasciamoci accompagnare dal suo amore. Aggrappiamoci a Lui, che ci invita continuamente alla speranza e ci mostra un orizzonte meraviglioso che nessuna barriera fisica può impedirci di raggiungere. Oggi, Egli continua a parlarci nel profondo delle nostre coscienze per farci scoprire che ha la sua dimora in mezzo a noi. Aspetta solo che gli diamo una possibilità.

Cari amici e amiche, vi invito a continuare a sognare il sogno di Dio. A ciascuno di voi dico: Dio ti ama così come sei, ma ti sogna migliore! Il Signore permette a tutti noi di ricominciare sempre da capo, poiché essere umani ed essere cristiani non consiste nel non sbagliare, ma nel crescere nella capacità di convertirsi, pentirsi, emendarsi e, soprattutto, di riconciliarsi e perdonare.

Vi affido in modo particolare all’intercessione materna di Nostra Signora de la Merced e con tutto l’affetto chiedo al Signore di benedirvi. Molte grazie.

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Parole del Santo Padre per accompagnare il dono dell’icona mariana



Vogliamo lasciare come dono, anche per ricordare questa visita, questa immagine della nostra Madre Maria, la Vergine che ci accompagna sempre con amore di madre e che mai dimentica i suoi figli.

La benedizione di questo momento vi accompagni sempre. Grazie!


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PREGHIERA DEL SANTO ROSARIO

Abbazia di Nostra Signora di Montserrat
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DISCORSO DEL SANTO PADRE



Saluto cordialmente Vostra Eccellenza, Mons. Xavier Gómez García, l’Abate di Montserrat Manel Gasch i Hurios, nonché i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i seminaristi e tutti i fedeli che partecipano a questo pellegrinaggio, in modo particolare i bambini e le bambine che ci accompagnano oggi. Grazie per averci accolto, grazie per la vostra presenza.

Sono lieto di poter venire ai piedi della Moreneta per affidarle, pieno di fiducia nella sua intercessione materna, il mio servizio petrino e la missione della Chiesa nel mondo, che grida chiedendo giustizia e pace.

Con emozione ho ricordato i miei anni come parroco della parrocchia di Santa Maria di Montserrat a Trujillo, in Perù. La Moreneta mi ha sempre accompagnato. Grazie, Catalogna, per la tua fede!

Le mura di questo santuario potrebbero raccontarci le innumerevoli storie di devozione, gratitudine e speranza che hanno contemplato nel corso dei secoli attorno alla Mare de Déu di Montserrat e sono state anche testimoni del sangue versato per amore di Gesù Cristo.

Al loro interno sono state custodite le gioie e i dolori, le letizie e le lacrime di tanti fedeli, ed esse hanno ascoltato anche le voci celestiali del canto infantile della più antica Escolanía d’Europa.

Quando il mio Predecessore, Papa Francesco, nel 2023 ha offerto la rosa d’oro a questa venerata immagine, ci invitava a considerare come, per centinaia di anni, i fedeli, senza distinzione, siano passati da questo Santuario recitando il rosario, perché Maria, Mare de Déu, è fondamentale nella vita di ogni cristiano. In quella stessa occasione egli ha sottolineato: «Davanti alla Madre, è come se si risvegliassero i sentimenti più nobili di una persona» (Discorso ai membri della Confraternita della “Mare de Déu” di Montserrat, 7 ottobre 2023). In effetti, ella suscita in noi profonde conversioni, come quella di sant’Ignazio di Loyola, il quale in questo luogo suggestivo, dopo una notte di preghiera davanti alla Vergine, consegnò le sue armi da cavaliere, momento che segnò l’inizio di una nuova vita al servizio di Gesù Cristo.

Con questo stesso atteggiamento filiale, vi invito oggi ad accogliere l’invito di Maria: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5). Queste parole pronunciate a Cana di Galilea contengono un vero e proprio programma di vita cristiana, perché Maria ci conduce verso Cristo e ci insegna ad ascoltare la sua voce, a obbedire alla sua parola e a lasciarci trasformare da Lui. La volontà di Gesù è chiara: «Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15,17). Si tratta di un amore che ha in Lui stesso la sua misura e la sua fonte: «Come io ho amato voi» (v. 12). Per questo, quando Maria ci dice: «Fate quello che vi dirà», ci invita a raggiungere un cuore riconciliato con i criteri del Vangelo.

Gesù ci mostra la via della misericordia, della riconciliazione, della verità e della mitezza. Allo stesso tempo, smaschera la violenza che può nascondersi nelle nostre parole e nei nostri atteggiamenti: la critica che umilia, la condanna che distrugge e l’aggressività che divide. Tale violenza nascosta può spesso rivestirsi di armature apparenti con cui cerchiamo di proteggere le nostre ferite, le nostre paure o la sofferenza causata dalle ingiustizie.

Contempliamo Maria di Montserrat che ci mostra Gesù come un bambino indifeso che riposa sul suo grembo, dal momento che Lei è qui, accanto al Figlio, invitandoci ad amarci gli uni gli altri. Deponiamo oggi ai suoi piedi le corazze che hanno indurito poco a poco il cuore.

Il Bambino Gesù che Maria tiene tra le braccia non porta armature e sarà Lui stesso che poi, nudo sulla croce, si abbandonerà totalmente al Padre per salvarci con la forza disarmata e disarmante dell’amore.

Alziamo lo sguardo a Maria e supplichiamola di aiutarci a rivestirci unicamente delle armi di Dio, come esorta san Paolo: «Attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, […] prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio» (Ef 6,14-17).

Oggi, come pellegrini a Montserrat, manifestiamo il sincero desiderio di riaffermare il nostro servizio a Dio Padre, che ci ha rivelato Gesù Cristo, il quale ci dice: « Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9,37).

Consideriamo anche come la Vergine, nella sua mano destra, regga la sfera del mondo, segno della sua cura materna, perché il mondo intero trova posto nel suo cuore. Ella ci invita a riconoscerci fratelli e sorelle, così che nessuno sia escluso e la comunione sia più forte di ogni divisione.

Chiediamo a Maria, Regina della pace, di insegnarci a rinunciare alle parole offensive, al giudizio affrettato, alle maldicenze e alle calunnie. E che impariamo a custodire e a coltivare l’amore in famiglia, tra amici, sul posto di lavoro, nei social network, nelle discussioni politiche e nelle comunità cristiane, affinché l’odio lasci il posto alla speranza e alla pace.

Che Maria, Madre della Chiesa, ci orienti sempre verso Gesù. Vi invito a onorarla con queste parole:

Per i catalani sarai sempre la Principessa,
per gli spagnoli e per il mondo intero tutto l’amore;
di’ a noi: «Siete il mio tesoro,
io sono la vostra madre, non temete»

Così sia.
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Saluto del Santo Padre dal balcone dell’abbazia di Montserrat

 

Grazie, grazie!
Fratelli e sorelle, buongiorno!

Grazie per essere qui. Grazie per questa bellissima manifestazione di fede. Tutti uniti in un’unica famiglia, accolti dalla nostra Madre Maria, la Vergine di Montserrat.

La gioia, l’entusiasmo, il profondo senso di fede che stiamo vivendo in questi giorni: prima a Madrid, in questi giorni a Barcellona, in Catalogna, poi alle Canarie: tutta la Spagna piena di fede, di amore, piena di questo desiderio di lodare Dio, di rendere grazie a Dio e di essere uniti.

Grazie alla Catalogna per aver accolto tante persone provenienti da altri Paesi, perché insegna come integrare tutti in un’unica famiglia.

Grazie alla comunità di fede, alla comunità dei nostri fratelli monaci, che accolgono tutti i pellegrini che vengono a pregare Maria, nostra Signora.

Grazie a ciascuno e a tutti voi che siete qui questa mattina, per ricordare a tutti, in Catalogna, in Spagna, nel mondo, che la fede dà vita e la fede dà speranza.

Ed è Maria, che Gesù ci ha dato come Madre dalla croce, è Maria che ci accompagna, che è espressione di amore materno che ci accompagnerà sempre.

[Benedizione]

Grazie, grazie a tutti.




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Vedi anche il post (all'interno i link a quelli precedenti):