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giovedì 23 aprile 2026

VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV pellegrino nel Continente africano - 19/04/2026 Gli incontri della giornata - Papa Leone XIV in Angola: «Costruire speranza e giustizia superando vecchie divisioni e corruzione» - Nella "Fatima" dell'Angola tra musica e fede «Benvenuto nella casa della mamma»


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE

13-23 APRILE 2026


Domenica 19 aprile 2026

LUANDA – MUXIMA – LUANDA 

10:00 SANTA MESSA a Kilamba
Regina Caeli

15:45 Partenza in elicottero dall’Aeroporto di Luanda “4 de Fevereiro” per Muxima
16:15 Arrivo all’Eliporto di Muxima
16:30 PREGHIERA DEL SANTO ROSARIO nella spianata antistante il Santuario di “Mama Muxima”
17:45 Partenza in elicottero dall’Eliporto di Muxima all’Aeroporto di Luanda “4 de Fevereiro”
18:15 Arrivo all’Aeroporto di Luanda “4 de Fevereiro”

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Leone XIV pellegrino nel Continente africano - Angola

Costruire speranza e giustizia
superando vecchie divisioni e corruzione

Alla Messa nella spianata di Kilamba, commentando il brano di Vangelo sui discepoli di Emmaus, il Papa invoca per gli angolani, in un Paese ferito da una lunga guerra civile, una Chiesa che li accompagni e che raccolga "il grido dei suoi figli". Poi raccomanda di non mescolare con la fede “elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale”

In papamobile tra i fedeli a Kilamba (@Vatican Media)

La musica che accoglie Leone XIV, giunto nella spianata di Kilamba, a una trentina di chilometri dalla capitale dell'Angola, per presiedere la Messa, è piena di gioia, sebbene abbia perso l’insistenza ritmica della marimba. Ha acquistato la passionalità della tradizione sonora portoghese, europea: le percussioni hanno ceduto il passo all'armonia e alla coralità. Algeria e Camerun, prime due tappe del viaggio apostolico del Pontefice in Africa, sono musicalmente lontane. Ora a dominare il pentagramma c'è sacralità mista a dramma. È la musica giusta per raccontare due storie di dolore e di amore. Quella di Gesù che accompagna due discepoli verso casa, a Emmaus, e li consola riaprendo i loro occhi alla speranza. E quella della Chiesa che affianca l’Angola e si prende cura delle sue cicatrici, tracce dolorose della sua storia recente.

Scompaiano l'odio e la violenza

Il sobborgo di Kilamba, che tutti chiamano la "città fantasma", è un luogo dove le multinazionali cinesi hanno costruito appartamenti costosi, che pochi angolani possono permettersi di abitare. Festoso il benvenuto dei fedeli, quando il Vescovo di Roma attraversa in papamobile i settori in cui la spianata è suddivisa, salutandoli e benedicendoli.

Nell’omelia della Messa di stamani, 19 aprile, la prima che presiede in Angola, il Papa - dall'enorme tenso-struttura semisferica allestita come altare - parla ad un Paese diviso e ancora ferito da quasi trent’anni di guerra civile e porta al suo popolo la speranza che viene dalla “grazia di Cristo Risorto”.

Possiamo e vogliamo costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta.

Un Paese bellissimo e ferito, che ha fame di speranza

Nella terza domenica di Pasqua, il Vangelo del giorno, proclamato in lingua portoghese davanti a circa 100 mila fedeli, descrive il ritorno di due discepoli di Gesù da Gerusalemme al loro villaggio, Emmaus. Il loro cuore, spiega ancora Leone XIV, è “ferito e triste”: avevano confidato nel loro Maestro, lo avevano seguito” e l’hanno visto morire. Si sentono “delusi e sconfitti”. Nel cammino di ritorno verso casa, ne parlano ancora, rielaborano la perdita, condividono quanto hanno vissuto, “col rischio però di restare imprigionati nel dolore, chiusi alla speranza”, aggiunge il Papa. Nel brano dell’evangelista Luca, il Pontefice vede “rispecchiata la storia dell’Angola”, un “Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità”.

La folla di persone alla Messa (@Vatican Media)

Ottenuta l’indipendenza dal Portogallo nel 1975, l’Angola non è divenuto una nazione stabile. I vari gruppi militari che avevano combattuto contro il potere coloniale – tra tutti il Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola, di ispirazione marxista, e l’Unita, sostenuta da Stati Uniti e Sudafrica - hanno iniziato una lunga guerra civile, terminata solo nel 2002 dopo aver mietuto circa 500 mila vittime. Un dolore che ha segnato il Paese, condannandolo ad uno “strascico di inimicizie e divisioni, di risorse, sperperate e di povertà”. Come è accaduto ai due discepoli di Gesù, di ritorno sulla via verso Emmaus: si può perdere la speranza e rimanere “paralizzati dallo scoraggiamento”, “quando per lungo tempo si è immersi in una storia così marchiata dal dolore”.

Guardare oltre il dolore

La soluzione, per il popolo dell’Angola, come per i due discepoli di Emmaus, non scaturisce dall’attuazione di una propria strategia: è un dono, che viene dall’Alto.

Il Signore si affianca ai due discepoli delusi e a corto di speranza e, facendosi loro compagno di strada, li aiuta a rimettere insieme i pezzi di quella storia, a guardare oltre il dolore (…). Ecco tracciata anche per noi, per voi, cari fratelli e sorelle angolani, la strada per ricominciare: da una parte la certezza che il Signore ci accompagna e ha compassione di noi, dall’altra l’impegno che Egli ci chiede.

La vicinanza del Signore la “sperimentiamo” con forza nella preghiera e nell’Eucaristia: queste sono le dimensioni spirituali in cui “incontriamo Dio”. Per questo “occorre sempre vigilare”, avverte il Papa, sulle “forme di religiosità tradizionale” che pur appartenendo “alle radici della vostra cultura”, rischiano di confondere, con una rischiosa mescolanza di “elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale”. Il Pontefice invita i cattolici dell’Angola a “fidarsi dei vostri Pastori” e a tenere lo sguardo “fisso su Gesù” e li incoraggia all’”impegno generoso” che lenisce le ferite e riaccende la speranza.

La spianata di Kilamba gremita di fedeli e, in fondo, la tenso-struttura dove il Papa ha presieduto la Messa.

Una Chiesa che si fa pane e si spezza per i suoi figli

Nelle conseguenze di una storia di violenza, dentro le “problematiche sociali ed economiche” e “le diverse forme di povertà”, la Chiesa, sottolinea il Vescovo di Roma, ha il compito di accompagnare il Paese, “raccogliere il grido dei suoi figli” e donarsi come pane spezzato, proprio come Gesù si è affiancato ai due discepoli delusi e disorientati.

L’Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno.

Le parole finali di Leone XIV, al termine della sua omelia, sono pronunciate per scuotere un Paese arenato e rimetterlo in cammino verso il domani.

Fratelli e sorelle, oggi c’è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro. Non abbiate paura di farlo!

Anche la preghiera dei fedeli chiede al "Dio della speranza e della pace" di sostenere la Chiesa e i suoi pastori, e "quanti si dedicano al bene pubblico e servono i più poveri e i malati".

Lavorare ogni giorno nel “cantiere” della pace

Parole che nutrono la “ragione” e ispirano la “volontà” di continuare a fare il bene, come sottolinea nel discorso di ringraziamento al termine della Messa, l’arcivescovo di Luanda, monsignor Filomeno do Nascimento Vieira Dias. “Grazie per averci ricordato che dobbiamo essere un popolo unito nel bene, nella verità e nella giustizia – dice il presule - un popolo di fratelli, mano nella mano, impegnato nella felicità e nel benessere dell’altro, senza lasciare nessuno ai margini, nessuno indietro, nessuno dimenticato, nessuno ferito”.

Monsignor Vieira Dias ricorda infine le parole del Pontefice in Libano, quando, in occasione del suo primo viaggio apostolico, invitava a considerare il “desiderio di riconciliazione e di pace” come “un cantiere aperto”, cui bisogna lavorare con “tenacia” e “perseveranza”. Un ricordo che ha il sapore di un impegno quotidiano per tutto il popolo dell’Angola. Poi l’arcivescovo di Luanda riceve in dono dal Papa un calice per l’Eucaristia. Il segno di una presenza, che incoraggia ogni operatore di pace a non considerarsi mai solo nella sua fatica.
(fonte: Vatican News, articolo di Daniele Piccini 19/04/2026)

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 Il Papa e la Mamã, la preghiera di Leone nella "Fatima" dell'Angola tra musica e fede

Nella spianata antistante il santuario di Mamã Muxima, nel nord del Paese, trentamila fedeli cantano, ballano e recitano il Rosario insieme al Pontefice. Un evento intriso di "felicidade" e della profonda spiritualità che caratterizza il popolo angolano venuto massiccio ad accogliere il Successore di Pietro

Leone XIV gira in golf-kart tra i trentamila fedeli riuniti nella spianata del santuario di Mamã Muxima, nel nord dell'Angola

Si suda, si balla, si canta nella spianata del Santuario di Mamã Muxima. Si prega e si mangia (pure), si brandiscono bandiere e coroncine e “coroncione” – viste le dimensioni di alcune – del Rosario, si applaude “prima con due dita, poi tre, poi quattro”, si urla a squarciagola e con la fronte imperlata di sudore: “Papa Leão décimo quarto bem-vindo à casa da mamãe”. In una fantomatica gara di festosità e accoglienza al Papa, i fedeli – tanti, tantissimi – radunati, in questo luogo dove la spiritualità si fonde alla natura selvaggia, guadagnerebbero certamente i primi posti. E ce ne voleva a competere con i camerunensi che a Papa Leone hanno riservato un’ospitalità “straordinaria”, come ha detto lui stesso in aereo. Qui nel santuario di Nossa Senhora de Muxima, nel comune di Quiçama, a circa 130 km a sud-est della capitale Luanda, c’è però la “Mamã”, la mamma, colei a cui affidare ogni consolazione, e oggi c’è il Papa, il “Vicario di Cristo” (come annunciano gli speaker ad ogni evento) venuto a recitare il Rosario e a portare il messaggio di “speranza, riconciliazione e pace” (come recita il motto del viaggio).

Il Papa tra i fedeli a Muxima (@Vatican Media)

La festa dei fedeli

E allora “alegria”, “felicidade”, “festa” in un turbinio di colori e odori e di polvere che, ad ogni folata di vento, appanna gli occhiali da sole e si sedimenta su braccia e gambe. Una polvere divenuta questo pomeriggio un tappeto di gioia, tra danze e canti, tra chi mangia noccioline, carne bollita portata in appositi contenitori, o beve acqua a litri e bevande esotiche indefinite. Trentamila fedeli a pregare con rosari annodati intorno alle mani, al collo, ai fianchi. "Mangia, prega, ama", verrebbe da dire, pensando al noto romanzo. Sì, ama, perché se c’è una peculiarità del popolo dell’Africa è quella di far sentire amato l’ospite che viene da fuori; tanto più se si tratta del Papa, colui in cui ripongono speranze in un cambiamento, a fronte di tante difficoltà, e in un rafforzamento della fede, a fronte di tante minacce.

"Benvenuto nella casa della mamma"

Un avvenimento che probabilmente resterà nella storia dell’Angola questa preghiera del Successore di Pietro nel santuario costruito nel XVII secolo dai portoghesi, tra quelli più famosi e visitati del Paese e del Continente, quattro secoli fa importante snodo della tratta degli schiavi che venivano imbarcati per le Americhe. Una cornice naturale che meriterebbe già di per sé un dipinto o una fotografia tra fusione del verde della foresta equatoriale e dell’acqua del fiume Kwanza. Dalla Mamã Muxima, la “Madre del Cuore” in lingua kimbundu, una delle lingue più parlate nel nord dell’Angola, il Papa giunge poco prima delle 16.30 in elicottero accolto dal vescovo di Viana, Emilio Sumbelelo. Un’ovazione accompagna il suo arrivo; un’altra c’era già stata un quarto d’ora prima alla proiezione sui maxischermi della diretta tv del Pontefice che sale a bordo dell’elicottero, allaccia le cinture e indossa le cuffie areonautiche. “O Papa! o Papa!”, si grida dai settori transennati che seguono l’incitamento dello speaker dal palco a battere le mani e a cantare insieme al coro di donne e bambine con le t-shirt bianche e il pano, una sorta di pareo, azzurro. Cantano tutti un inno alla “Poderosa”, seguendo bongos e chitarre elettriche. “Papa Leão décimo quarto bem-vindo à casa da mamãe”, gridano ogni tanto. Una donna lo ha urlato così forte da aver avuto un colpo di tosse. A fianco la figlia piccola con le treccine annodate a mo’ di Rosario.

Papa Leone nella chiesetta della Mamã Muxima (@Vatican Media)

Silenzio e preghiera

Tutto, però, a un certo punto si blocca, si stacca, si interrompe quando Leone XIV fa il suo ingresso nella chiesetta sopraelevata sulla falesia della Mamã Muxima. Il Papa prega e tutti insieme a lui. Nel piccolo luogo di culto, dove è forte l’odore di vernice fresca sul tetto e le rifiniture delle nicchie sono dipinte di giallo e di blu, la luce - sia quella naturale che quelle artificiali - è tutta proiettata sulla Madre, la statua che attira ogni mese e ogni anno migliaia di pellegrini e fedeli che, come a Fatima, percorrono in ginocchio la spianata che conduce al santuario e partecipano a una suggestiva processione notturna con le candele accese.

Una suora in preghiera con il Papa (@Vatican Media)

In ginocchio davanti alla Vergine

Non si sente nemmeno uno scricchiolio, solo il trillo di tre passerotti che intrufolatisi nella chiesa girano indisturbati arrivando fino alla corona d’oro della Madonna. Il Papa entra, lo accoglie il rettore Albeto Mpindi e due diaconi gli porgono un crocifisso e l’acqua benedetta con cui lui asperge il santuario. Si inginocchia, poi, Leone, ai piedi di Mamã Muxima, vi resta alcuni istanti in silenzio, infine depone ai suoi piedi due mazzi di fiori portati da due ragazze. Ancora uno sguardo verso l’alto, un inchino, l’uscita – questa volta con la ripresa di cori e canti – e l’inizio del giro in in golf-cart. Non tira un filo d’aria, i vestiti sono resi pesanti dall’afa terribile, ma tutti tornano a muoversi, a ondeggiare, ad alzare le braccia al cielo e a correre da una parte all’altra al passaggio del Pontefice. Che, accarezza bambini e afferra loro le mani, saluta benedice, culla una neonata passatagli dai gendarmi in braccio. “Muxima, Muxima”, è il sottofondo musicale.

Una donna in ginocchio davanti alla Madre del cuore (@Vatican Media)

Centro mondiale della cristianità

Poi, di nuovo, un secondo stacco, un tacet - volendo usare un linguaggio musicale - all’ingresso di Papa Leone sotto l’arcata del palco bianco e l’inizio del Rosario. Il raccoglimento dura lungo tutta la recita dei Misteri gloriosi e il pronunciamento dell’intervento del Papa. Un’orazione, un incitamento a costruire “un mondo migliore”.

“Mama Muxima, tueza kokué, Mama Muxima, tutambululé”, scandisce il Papa. “Mamma del cuore, veniamo a te, per offrirti tutto”. È l’inno alla Madonna ripetuto quando tutto intorno è buio, la calura si è estinta e il fiume è divenuto nero. L’esultanza finora trattenuta riesplode. Ripartano i canti, si interrompono con la benedizione finale, e poi riprendono. Il Papa si ferma alcuni secondi davanti alla statua mariana presente sul palco e adornata di fiori, poi saluta tutti e si congeda con un ultimo sguardo da questa “Fatima” dell’Angola, divenuta per qualche ora il centro mondiale della cristianità.

Muxima al calar della sera (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, editoriale di Salvatore Cernuzio 19/04/2026)

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Leone XIV in 


(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 18/04/2026)

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Testi e video integrali

SANTA MESSA a Kilamba

Alle ore 10:00 locali, dopo aver effettuato un giro in papamobile tra i fedeli, il Papa ha presieduto la Celebrazione Eucaristica nella spianata di Kilamba.
Dopo i riti di introduzione e la liturgia della Parola, il Papa ha pronunciato la sua omelia.

Al termine della Santa Messa, l'Arcivescovo di Luanda, S.E. Mons. Monsignor Filomeno do Nascimento Vieira Dias, ha rivolto alcune parole di ringraziamento al Santo Padre.

Il Papa rientra in sagrestia e, successivamente, si trasferisce in auto alla Nunziatura Apostolica dove pranza in forma privata.






Pubblichiamo di seguito l’Omelia che Papa Leone XIV ha pronunciato nel corso della Celebrazione:


Cari fratelli e sorelle,

con il cuore pieno di gratitudine celebro l’Eucaristia in mezzo a voi. Grazie a Dio per questo dono e grazie a voi per la festosa accoglienza!

In questa Terza Domenica di Pasqua il Signore ci ha parlato con il Vangelo dei discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35). Lasciamoci illuminare da questa Parola di vita.

Due discepoli del Signore, con il cuore ferito e triste, partono da Gerusalemme per ritornare nel loro villaggio di Emmaus. Hanno visto morire quel Gesù in cui avevano confidato e che avevano seguito e, adesso, delusi e sconfitti, ritornano alle loro case. Per la strada «conversavano tra di loro di tutto quello che era accaduto» (v. 14). Hanno bisogno di parlarne, di raccontarsi ancora ciò che hanno visto, di condividere quanto hanno vissuto, col rischio però di restare imprigionati nel dolore, chiusi alla speranza.

Fratelli e sorelle, in questa scena iniziale del Vangelo vedo rispecchiata la storia dell’Angola, di questo Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità. Infatti, il conversare lungo la via dei due discepoli, che ripensano con sconforto a quanto è accaduto al loro Maestro, riporta alla memoria il dolore da cui questo vostro Paese è stato segnato: una lunga guerra civile con il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà.

Quando per lungo tempo si è immersi in una storia così marchiata dal dolore, si corre il rischio dei due discepoli di Emmaus: perdere la speranza e rimanere paralizzati dallo scoraggiamento. Essi infatti camminano, eppure sono ancora fermi ai fatti avvenuti tre giorni prima quando hanno visto morire Gesù; conversano tra di loro, ma senza sperare in una via di uscita; parlano ancora di quello che è accaduto, con la fatica di chi non sa come ricominciare, né se sia possibile farlo.

Carissimi, la Buona Notizia del Signore, anche oggi per noi, è proprio questa: Egli è vivo, è risorto e cammina al nostro fianco mentre percorriamo la strada della sofferenza e dell’amarezza, aprendo i nostri occhi perché possiamo riconoscere la sua opera e donandoci la grazia di ripartire e di ricostruire il futuro.

Il Signore si affianca ai due discepoli delusi e a corto di speranza e, facendosi loro compagno di strada, li aiuta a rimettere insieme i pezzi di quella storia, a guardare oltre il dolore, a scoprire che non sono da soli nel cammino e che un futuro, abitato ancora dal Dio dell’amore, li attende. E quando Egli si ferma a cena con loro, si siede a tavola e spezza il pane, allora «si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (v. 31).

Ecco tracciata anche per noi, per voi, cari fratelli e sorelle angolani, la strada per ricominciare: da una parte la certezza che il Signore ci accompagna e ha compassione di noi, dall’altra l’impegno che Egli ci chiede.

La compagnia del Signore la sperimentiamo soprattutto nella relazione con Lui, nella preghiera, nell’ascolto della sua Parola che fa ardere il nostro cuore come quello dei due discepoli, e soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia. È qui che noi incontriamo Dio. Perciò, occorre sempre vigilare su quelle forme di religiosità tradizionale, che certamente appartengono alle radici della vostra cultura, ma al contempo rischiano di confondere e di mescolare elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale. Restate fedeli a quanto insegna la Chiesa, fidatevi dei vostri Pastori e tenete fisso lo sguardo su Gesù, che si rivela in particolare nella Parola e nell’Eucaristia. In entrambe sperimentiamo che il Signore Risorto cammina accanto a noi e, uniti a Lui, anche noi vinciamo le morti che ci assediano e viviamo da risorti.

A questa certezza di non essere soli lungo il cammino si unisce anche un impegno generoso che possa lenire le ferite e riaccendere la speranza. Infatti, se i due di Emmaus riconoscono Gesù quando spezza il pane per loro, ciò significa che anche noi dobbiamo riconoscerlo così: non soltanto nell’Eucaristia, ma ovunque c’è una vita che diventa pane spezzato, ovunque qualcuno si fa dono di compassione come Lui.

La storia del vostro Paese, le conseguenze ancora difficili che sopportate, le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà invocano la presenza di una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli. Una Chiesa che, con la luce della Parola e il nutrimento dell’Eucaristia, sa rianimare la speranza perduta. Una Chiesa fatta di persone come voi che si donano così come Gesù spezza il pane per i due discepoli di Emmaus. L’Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno.

Con la grazia di Cristo Risorto possiamo diventare questo pane spezzato che trasforma la realtà. E come l’Eucaristia ci ricorda che siamo un solo corpo e un solo spirito, uniti all’unico Signore, anche noi possiamo e vogliamo costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta.

Fratelli e sorelle, oggi c’è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro. Non abbiate paura di farlo! Gesù Risorto, che percorre la strada con voi e per voi si spezza come pane, vi incoraggia a essere testimoni della sua risurrezione e protagonisti di una nuova umanità e di una nuova società.

In questo cammino, carissimi, potete contare sulla vicinanza e sulla preghiera del Papa! Ma anch’io so di poter contare su di voi, e vi ringrazio! Vi affido alla protezione e all’intercessione della Vergine Maria, Nostra Signora di Muxima, perché sempre vi sostenga nella fede, nella speranza e nella carità.

Al termine della messa domenicale celebrata a Kilamba il Papa ha guidato la recita del Regina caeli introducendola con le parole che diamo di seguito in una traduzione dal portoghese.

Cari fratelli e sorelle,

ci uniamo ora nella preghiera a Maria Regina Caeli, Regina del Cielo, per condividere con lei, nostra Madre e compagna di cammino, la gioia della Risurrezione.

Con questo canto gioioso non vogliamo cancellare né soffocare il grido di chi soffre, ma piuttosto abbracciarlo e unirlo alla nostra voce, in un’armonia nuova, perché anche nel dolore resti viva la luce della fede, e con essa la speranza in un mondo migliore.

Mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi contro l’Ucraina, che continuano a colpire anche i civili. Esprimo la mia vicinanza a quanti soffrono e assicuro la mia preghiera per tutto il popolo ucraino. Rinnovo l’appello perché tacciano le armi e si persegua la via del dialogo.

È motivo di speranza, invece, la tregua annunciata in Libano, che rappresenta un germoglio di sollievo per il popolo libanese e per il Levante. Incoraggio coloro che si stanno adoperando per una soluzione diplomatica a proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente.

Cristo ha vinto la morte, ed è con questa certezza che tutti noi, uniti a Lui e in Lui come un solo corpo, oggi e ogni giorno ci impegniamo a far crescere attorno a noi i frutti della Pasqua, che sono amore, giustizia vera e pace, al di là di ogni ostacolo e difficoltà.

Ci aiuti la Madre di Gesù, Madre del Cuore, a sentire sempre viva e forte, vicino a noi, la presenza del suo Figlio risorto.


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Partenza in elicottero dall’Aeroporto di Luanda “4 de Fevereiro” per Muxima

Alle ore 15.25 Papa Leone XIV si è trasferito in auto all’Aeroporto internazionale di Luanda 4 de fevereiro. Dopo il congedo da parte di alcune autorità locali, il Santo Padre si è trasferito in elicottero (MI-171SH) da Luanda a Muxima.


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Arrivo all’Eliporto di Muxima

Arrivato all’eliporto di Muxima, il Pontefice è stato accolto da alcune Autorità locali: il Governatore provinciale di Icolo e Bengo e da alcuni membri del Comitato di accoglienza. Successivamente, si è trasferito in papamobile al Santuario di Mama Muxima




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PREGHIERA DEL SANTO ROSARIO

Alle ore 16.30, il Papa, accompagnato dal Vescovo di Viana, Mons. Emílio Sumbelelo, ha attraversato la spianata in golf-cart e ha raggiunto il Santuario di Nossa Senhora da Muxima, dove è stato accolto dal Rettore, il quale gli ha donato la croce e l’acqua benedetta per l’aspersione.


Successivamente, il Santo Padre è entrato nel Santuario per un breve momento di preghiera e di adorazione del Santissimo Sacramento. Al termine, ha reso omaggio alla Madonna con una offerta di fiori, poi è uscito per raggiungere il palco nella Spianata.

Dopo le parole di benvenuto del Vescovo di Viana, il Papa ha dato inizio alla recita del Santo Rosario.

Al termine, intorno alle ore 17.30 circa il Papa si è trasferito in auto all’Eliporto di Muxima e, dopo il congedo da parte di alcune Autorità locali, è salito a bordo dell’elicottero per rientrare all’aeroporto internazionale di Luanda e trasferirsi in auto alla Nunziatura Apostolica per la cena in privato.






Pubblichiamo di seguito il Discorso che il Santo Padre Leone XIV ha rivolto ai presenti dopo la Preghiera del Santo Rosario:

Cari fratelli e sorelle,

carissimi giovani, membri della Legione di Maria e devoti di Mama Muxima, la Madre del cuore, con gioia condivido con voi questo momento di preghiera mariana.

Abbiamo recitato assieme il Santo Rosario, devozione antica e semplice, nata nella Chiesa come preghiera per tutti. San Giovanni Paolo II lo ha definito la preghiera di un cristianesimo che ha conservato la «freschezza delle origini e si sente spinto dallo Spirito di Dio a “prendere il largo” […] per ridire, anzi “gridare” Cristo al mondo come Signore e Salvatore» (Lett. ap. Rosarium Virginis Mariae, 1).

Guardando tutti voi, Chiesa viva e giovane di Angola, e condividendo questo momento intenso e ricco di fervore, mi sembra che le parole del mio Santo Predecessore si adattino in modo del tutto speciale a questa grande comunità, in cui certamente si sentono la freschezza della fede e la forza dello Spirito.

Ci troviamo in un Santuario dove, per secoli, tanti uomini e donne hanno pregato, in momenti gioiosi e anche in circostanze tristi e molto dolorose della storia di questo Paese. Qui da tanto tempo Mama Muxima si adopera nascostamente a tenere vivo e pulsante il cuore della Chiesa, un cuore fatto di cuori: i vostri, e quelli di tante persone che amano, pregano, festeggiano, piangono e a volte addirittura, nell’impossibilità di venire materialmente, affidano a lettere e messaggi postali le proprie richieste e i propri voti, come ha ricordato Sua Eccellenza. Mama Muxima accoglie tutti, ascolta tutti e prega per tutti.

Abbiamo meditato i Misteri gloriosi della vita di Gesù, contemplando nella sua glorificazione il nostro destino e nel suo amore la nostra missione. Cristo, nella Pasqua, ha vinto la morte, mostrandoci la via per tornare al Padre. E perché anche noi possiamo percorrere questa via luminosa e impegnativa, rendendo il mondo intero partecipe della sua bellezza, ci ha donato il suo Spirito, che ci anima e ci sostiene nel cammino e nella missione. Come Maria, anche noi siamo fatti per il Cielo, e verso il Cielo camminiamo con gioia, guardando a Lei, Madre buona e modello di santità, per portare la luce del Risorto ai fratelli e alle sorelle che incontriamo, come abbiamo fatto simbolicamente all’inizio di ciascuna “decina”, attraverso rappresentanti di ogni vocazione e ogni età.

Come ha ricordato Monsignor Sumbelelo, questo Santuario, dedicato all’Immacolata Concezione, è stato spontaneamente “ribattezzato” dai fedeli Santuario della “Madre del cuore”. È un titolo bellissimo, che ci fa pensare al Cuore di Maria: un cuore limpido e sapiente, capace di conservare e meditare gli eventi straordinari della vita del Figlio di Dio (cfr Lc 2,19.51). Pregando assieme, anche noi abbiamo fatto così, lasciandoci accompagnare da Maria nel ricordo di Gesù. Abbiamo ripercorso con Lei vari momenti della vita del suo Figlio, per alimentare in noi un amore universale come il suo (cfr Rosarium Virginis Mariae, 11).

Recitare il Rosario, allora, ci impegna ad amare ogni persona con cuore materno, in modo concreto e generoso, e a spenderci per il bene gli uni degli altri, specialmente dei più poveri. Una mamma ama i suoi figli, pur diversi uno dall’altro, tutti allo stesso modo e con tutto il cuore. Anche noi, davanti alla Madre del cuore, vogliamo promettere di fare lo stesso, adoperandoci senza misura affinché a nessuno manchi l’amore, e con esso il necessario per vivere in modo dignitoso ed essere felice: perché chi ha fame abbia di che sfamarsi, perché tutti i malati possano ricevere le cure necessarie, perché ai bambini sia garantita un’adeguata istruzione, perché gli anziani vivano serenamente gli anni della loro maturità. A tutte queste cose pensa una mamma: a tutte queste cose pensa Maria, e invita anche noi a condividere la sua sollecitudine.

Cari giovani, cari membri della Legione di Maria, cari fratelli e sorelle, la Madonna ci chiede di lasciarci coinvolgere dai sentimenti del suo cuore, per essere come Lei operatori di giustizia e portatori di pace. Qui c’è un grande progetto in corso: la costruzione di un nuovo Santuario, che possa ospitare tutti quelli che vengono in pellegrinaggio. Specialmente voi, giovani, prendetelo come un segno. Anche a voi, infatti, la Madre del Cielo affida un grande progetto: quello di costruire un mondo migliore, accogliente, dove non ci siano più guerre, né ingiustizie, né miseria, né disonestà, e dove i principi del Vangelo ispirino e plasmino sempre più i cuori, le strutture e i programmi, per il bene di tutti.

È l’amore che deve trionfare, non la guerra! Questo ci insegna il cuore di Maria, il cuore della Mamma di tutti. Partiamo, allora, da questo Santuario come “angeli-messaggeri” di vita, per portare a tutti la carezza di Maria e la benedizione di Dio.

Mama Muxima, tueza kokué, Mama Muxima, tutambululé: “Mamma del cuore, veniamo a te, per offrirti tutto”. Così dice l’Inno a Mama Muxima, e continua: “Veniamo per chiedere la tua benedizione”.

Carissimi, offriamo tutto a Maria, donandoci tutti ai fratelli, e accogliamo con gioia, per sua intercessione, la benedizione del Signore, per portarla a chiunque incontriamo. Amen.


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Partenza in elicottero dall’Eliporto di Muxima 

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Arrivo all’Aeroporto di Luanda “4 de Fevereiro” 



Catanzaro, quei bambini stretti tra le braccia della madre: quando il dolore diventa più forte della vita

Catanzaro, quei bambini stretti tra le braccia della madre: quando il dolore diventa più forte della vita

Nella notte una donna di Catanzaro si è buttata dalla finestra con i suoi tre bambini in braccio. Ma quel gesto non deve solo farci disperare, deve interrogarci sulla solitudine e sul carico mentale delle mamme

Un mazzo di fiori sul luogo a Catanzaro dove una donna si è gettata dal balcone tenendo in braccio tre figli.
Catanzaro 22 aprile 2026.ANSA/LUANA COSTA

Dispera leggere, aprendo i giornali questa mattina, della donna di Catanzaro che si è lanciata ieri notte dal terzo piano dell'edificio in cui abitava con i suoi tre figli mentre il marito dormiva. Non ci si rassegna all'idea che lei e i due bambini più piccoli, uno di 4 anni e uno di 4 mesi, siano morti e che la sorellina di 5 anni e mezzo, sia ricoverata in rianimazione in condizioni gravissime.

Gli investigatori della squadra Mobile di Catanzaro, insieme al personale della polizia scientifica, hanno compiuto un sopralluogo all'interno dell'appartamento in cui viveva la donna, ma dalle indagini coordinate dal pm Graziella l'ipotesi ritenuta più probabile è che si tratti di omicidio-suicidio, di un gesto volontario.

Un gesto che ci interroga singolarmente e che interroga la società intera - al di là delle fatiche specifiche di questa donna - sul carico mentale delle mamme che sta diventando insostenibile, in una società sempre più egoista e parcellizzata dove sempre di più le famiglie sono senza reti familiari intorno e senza un supporto per confidare le naturali stanchezze della maternità. Sulla solitudine profonda di questa donna.

Ma quel che più spacca il cuore, da mamma, è leggere che i suoi tre figli li teneva in braccio. Stretti proprio in quel gesto speciale che dice dell'unità viscerale che ti lega a loro, il gesto per eccellenza dell'accudimento, della protezione e della fiducia. Chissà quante altre volte li avrà stretti a sé per consolare un pianto o per festeggiare un traguardo. Proprio in quel gesto questa donna ieri notte ha scelto la morte invece della vita. Lei che gli ha donato la vita per ben tre volte.

Ecco allora perché è giusto che se ne parli anche in assenza di elementi utili a interpretare, se non il riferito dei vicini che la descrivevano come una donna riservata, discreta e di chiesa. Non per rincorrere l'ennesima notizia di cronaca nera che ci fa accapponare la pelle, ma perché ognuna di queste tragedie porta con sé il fallimento di una società intera, ognuno di questi gesti ci provoca nel profondo dell'umano.

Com'è possibile che una donna innamorata della vita, tanto da decidere di affrontare ben tre gravidanze, non trovi uno spiraglio di luce intorno a sé a cui aggrapparsi per non scegliere il buio, quello definitivo? Il marito, un'amica, un parente, un numero verde o uno sportello a cui aggrapparsi per chiedere aiuto.

Com'è possibile che una madre stringa i suoi tre figli non per ringraziare il Signore del dono ricevuto e della meraviglia che suscitano in noi ogni minuto, ma per lanciarsi dalla finestra perché schiacciata da un peso insopportabile?

Cosa possiamo fare noi tutti perché un gesto del genere non si ripeta mai più?

Per non parlare della figlia più grande che ora è in ospedale che lotta tra la vita e la morte. Ti auguriamo piccolina di sopravvivere alla caduta e alla ferita profonda che si aprirà quando, risvegliandoti, dovrai affrontare la realtà. Troppo grande e troppo feroce per la tua piccola età, tu che - come i tuoi fratellini - meritavi solo di giocare, sognare, crescere e sperare, circondata dalla certezza dell'amore.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Chiara Pelizzani 22/04/2026)


mercoledì 22 aprile 2026

VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV pellegrino nel Continente africano - Camerun e Angola 18/04/2026 In un minuto la sesta giornata di Papa Leone XIV in Africa


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE

13-23 APRILE 2026


Sabato 18 aprile 2026

YAOUNDÉ – LUANDA 

09:30 SANTA MESSA all’Aeroporto di Yaoundé-Ville

12:00 CERIMONIA DI CONGEDO all'Aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen
12:30 Partenza in aereo dall'Aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen per Luanda
Parole del Santo Padre ai giornalisti durante il volo diretto a Luanda

15:00 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Luanda “4 de Fevereiro”
CERIMONIA DI BENVENUTO
15:40 VISITA DI CORTESIA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA nel Palazzo Presidenziale
16:15 INCONTRO CON LE AUTORITÀ, CON LA SOCIETÀ CIVILE E CON IL CORPO DIPLOMATICO
19:00 INCONTRO PRIVATO CON I VESCOVI DELL’ANGOLA


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Ultimo dei tre giorni trascorsi dal Pontefice in Camerun, dove ha presieduto la Messa presso l’aeroporto di Yaoundé-Ville, prima di partire per la capitale dell’Angola, Luanda, dove ha incontrato il presidente della Repubblica, le autorità e i vescovi del Paese


La mattina di sabato 18 aprile, Leone XIV ha presieduto la Messa all’aeroporto di Yaoundé-Ville, nell’ultimo dei tre giorni trascorsi in Camerun, sesta giornata del suo viaggio apostolico in Africa. Al termine, raggiunto l’aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen, si è congedato dalle autorità civili e religiose del Paese e alle 12:47 è decollato verso Luanda, capitale dell’Angola, dove è atterrato, all’aeroporto “4 de Fevereiro”, attorno alle ore 14:45 locali (ore 15:45 di Roma). È stato ricevuto dal presidente della Repubblica, João Manuel Gonçalves Lourenço, nel Palazzo presidenziale e ha incontrato le autorità, la società civile e il corpo diplomatico del Paese. Attorno alle ore 19 locali, il Papa ha avuto un colloquio privato con i vescovi dell’Angola.
(fonte: Vatican News 18/04/2026)

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Vedi anche i post precedenti:

Come se Dio non ci fosse di Raniero La Valle

Come se Dio non ci fosse 
di Raniero La Valle


Stiamo vivendo una svolta storica, carica di simboli e presagi, che nell’ultima settimana ha raggiunto probabilmente il punto di caduta più vicino all’abisso. Noi però abbiamo l’impressione che la fase stia cambiando e che forse nei prossimi mesi comincerà la risalita e torneremo a vedere la luce.

Nell’incontro per la pace nella cattedrale di Bamenda in Camerun, papa Leone ha fatto un discorso in cui ha denunciato (in inglese) che il mondo è devastato da una manciata di tiranni (nelle altre lingue tradotto però in “dominateurs”, “dominatori”, “oppressori”, “signori della guerra”, come se “a handful of tyrans” fosse detto solo per qualcuno che parla in inglese) discorso che è stato considerato come una svolta del pontificato.

Non si tratterebbe però di una svolta, a prendere per buona la verità proclamata da Trump nella sua invettiva contro il Papa, e cioè che non ci sarebbe un papa Leone in Vaticano, se non ci fosse stato lui, Trump, alla Casa Bianca. Detta da Trump è una millanteria, ma non è affatto escluso che il Conclave o la Provvidenza abbiano inteso suscitare il primo Papa americano della storia per metterlo di fronte al primo antipapa americano della storia. Un Papa che doveva essere tanto più autentico e credibile, quanto più l’antipapa fosse stato grottesco e arrogante e addirittura avesse giocato a fare il messia; lo abbiamo visto infatti nei fumetti della Casa Bianca presentarsi ed essere presentato come l’“alter Christus”, evocando l’anomos, l’uomo senza legge di cui parla san Paolo in una lettera ai Tessalonicesi (la seconda), “colui che s’innalza sopra ogni essere, pretendendo di essere Dio”. Si profilava dunque in quel Conclave un contrasto tra Vaticano e Casa Bianca.

Non avremmo mai pensato di assistere di nuovo nel nostro tempo a un conflitto tra Papato e Impero. In realtà però non stava per ripetersi il vecchio conflitto tra Chiesa e potere politico, non si trattava infatti di un contrasto per il potere come nella lotta per le investiture, stava invece per andare in scena un dramma storico e religioso in cui ne va del futuro dell’umanità. E questa antitesi, rimasta a lungo coperta, si è alfine manifestata in tutta la sua portata quando il Giovedì santo, nella liturgia della lavanda dei piedi, il Papa ha fatto il ritratto dell’“l’uomo che si crede potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene potente quando è temuto”; a sua volta Trump minacciava poi di cancellare la civiltà persiana in una notte; allora il Papa gli ha mandato a dire, in inglese, che questo non era accettabile, che c’era di mezzo ben più che il diritto internazionale, c’era una questione morale, c’erano i bambini, gli anziani, gli innocenti; e allora Trump lo ha attaccato apertamente accusandolo di essere debole contro il crimine e pessimo in politica estera, e il Papa ha detto di non aver paura, che avrebbe continuato ad annunciare il Vangelo e a testimoniare la pace, e poi è arrivato il vicepresidente Vance che gli ha contestato la sua idea del Dio che rifiuta la guerra e gli ha consigliato di andare a lezione di teologia.

E allora si è visto come fosse un presagio la scelta che il mite cardinale Prevost aveva fatto al momento della sua elezione al pontificato prendendo il nome di Leone. I simboli hanno una forza potente, simbolo viene dal greco sun-ballo, vuol dire mettere due cose insieme, una cosa che richiama l’altra, in un reciproco rinvio. Nel simbolo del nome prescelto, papa Leone intendeva riferirsi a Leone XIII, alla sua enciclica Rerum novarum, e invece l’incognita della storia doveva far sì che il simbolo lo accomunasse all’altro Leone, al primo Leone, quel Leone Magno, che alla periferia dell’Impero, a Mantova, sul Mincio, 1600 anni fa aveva fermato Attila, il re dei barbari Unni, più predone che “flagello di Dio”, come dice Wikipedia, ma meno pericoloso di Trump che ha un esercito senza eguali. E poiché improvvisamente tutto il mondo è stato posto di fronte a questo spettacolo del Papa americano che si mette di contro al presidente americano e il mondo ne è stato profondamente turbato, noi pensiamo che questo evento non sarà senza conseguenze, che qualcosa accadrà, che crescerà la resistenza, che da qui possa cominciare la risalita, che la corsa al precipizio possa fermarsi e “si pieghi la durezza dei potenti”.

Ancora con la forza dei simboli è successo che proprio in questi stessi giorni dovesse aversi il viaggio che il papa ha fatto in Algeria e si recasse ad Ippona, dove fu vescovo quell’Agostino che è alla fonte della sua ispirazione. Agostino esacerbò il contrasto tra salvezza e dannazione, ma non separò la città di Dio dalla città degli uomini, non mise la città di Dio sull’altra sponda del cielo, ma la riconobbe qui sulla terra a incrociare quella degli uomini. E allora forse c’è qui la risposta a una questione che era rimasta aperta per noi. Un grande filosofo del Novecento, Martin Heidegger, ci aveva lasciato il presagio che ormai, a questo grado di crisi cui è pervenuto il corso storico, in balia com’è di una tecnica incontrollata, che non è più (solo) uno strumento ma è un grande artificio di dominio sull’uomo, “solo un Dio ci possa salvare”.

Ma quale Dio, se il cimento della modernità è stato proprio di fare “come se Dio non ci fosse”, fondandosi sull’unica ipotesi dell’autosufficienza umana? Questo è il problema che abbiamo ereditato dal Novecento. Ma che cosa davvero ci ha lasciato detto Heidegger? Certamente non si tratta di far conto su un miracolo di salvezza che piombi dall’esterno, che scenda dall’alto di una trascendenza divina; ed ecco che l’11 aprile, nella veglia di preghiera per la pace il Papa ha detto un’altra cosa, ha espresso una radicale chiamata in causa di Dio e degli uomini insieme perché insieme mantengano la loro parola, che è di vita e non di morte, e Caino sia vinto e la pace sia fatta. Cioè ha proposto una partnership tra Dio e l’uomo. quella che il laico Claudio Napoleoni chiamava “una rinnovata cooperazione tra Dio e l’uomo, una rinnovata cooperazione”.

Lucio Caracciolo ha detto che questo discorso valeva tutto un pontificato, non ce ne potrà essere un altro eguale. Ma se questo è vero, vuol dire ammettere, che a questo punto solo un Dio ci può salvare. Per la cultura moderna è un trauma, che infatti essa rifiuta. Con molto acume in una recente trasmissione televisiva il prof. Zagrebelsky ha chiamato a convalida il pastore martire del nazismo Dietrich Bonhoeffer, un padre dell’evangelizzazione moderna, che rivendicava l’età adulta dell’uomo, secondo il quale gli uomini devono vivere come uomini che se la cavano senza Dio, etsi Deus non daretur”. Questa è infatti l’ipotesi formulata 300 anni prima di lui dal cristiano calvinista olandese Ugo Grozio, che ne fece il fondamento del diritto naturale, comunque valido “anche nella blasfema ipotesi che Dio non ci sia o non si occupi dell’umanità”.

Ma Bonhoeffer disse qualche cosa di più: che “il Dio che ci fa vivere nel mondo senza l’ipotesi di lavoro Dio, è il Dio al cospetto del quale siamo in ogni momento. Con e al cospetto di Dio noi viviamo senza Dio”: il che non vuol dire affermare che Dio non ci sia e che ogni comportamento umano sia indifferente all’esserci o non esserci di Dio. Ma è un esserci in modo diverso da quello che avevamo sospettato, e diversa è la sua trascendenza: Dio non è «l’Essere più alto, più potente, più buono, questa non è vera autentica trascendenza, non è autentica esperienza di Dio, ma un pezzo di mondo prolungato; il nostro rapporto con Dio è una nuova vita nell’”esistere per gli altri” (il riferimento è all’essere di Cristo). «“Il trascendente non è doveri infiniti, irraggiungibili, ma il prossimo dato volta per volta, raggiungibile. Dio in forma umana, non l’uomo in e per sé, ma “l’uomo per gli altri”, quindi il Crocefisso. L’uomo che vive del trascendente”». E vai a fare la guerra con questa ipotesi del Dio che non c’è! Se così è da pensarsi la salvezza possibile, è chiaro che questo vuol dire ammettere che oggi, per uscirne, non basta dare alla ragione dell’uomo il soprappiù dell’intelligenza artificiale, che anzi può essere perfino alienante, ma che occorre dare al cuore dell’uomo il soprappiù dello Spirito e il coraggio della libertà di un Dio richiamato dal suo esilio.

Ma allora qui si manifesta il vero divario tra il papa Leone e il falso messia dell’ideologia trumpiana e del MAGA; la differenza tra un Dio che non è il Dio degli eserciti e nemmeno il Dio delle forze armate americane che combattevano contro i nazisti in Francia, il Dio cioè uscito dalla teologia di Vance, ma è il Dio uscito dal Vangelo di papa Leone, che rifiuta la guerra e non ascolta le preghiere di chi ha le mani che grondano sangue, è il Dio dell’iperbole di papa Francesco, che “primerea”, cioè arriva prima nell’amore, prima ancora che l’uomo lo invochi, ed è talmente buono da potersi pensare perfino che l’inferno sia vuoto, anche gli inferni che Trump promette di scatenare ad ogni ultimatum.

(Foto: “Prima Loro” - 20 aprile 2026)

#Per anni immobile - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

Il Breviario di Gianfranco Ravasi
#Per anni immobile

Ricordo la donna per anni immobile / su una sedia a rotelle, il suo sguardo / fisso alla finestra sugli aceri, ora spogli / ora in rigoglio allo sbocco del viale… / Salda al pari di quelle finestre, / la fronte nitida come i tratti cromati / delle sedie, mai ebbe a lagnarsi, mai / indulse al peso di un’emozione.

L’immagine è nitida nel suo profilo. Una donna «immobile su una sedia a rotelle» fissa lo sguardo oltre la finestra. Essa permane anche se le stagioni passano e segnano il loro fluire attraverso le foglie ora in rigoglio ora caduche di un albero. Permane immobile senza tradire l’onda delle emozioni, delle sofferenze, della solitudine. A dipingere questo ritratto è un poeta, l’irlandese Seamus Heaney (1939-2013), Nobel della letteratura nel 1995: della sua poesia Field of vision («Campo visivo») abbiamo ritagliato due strofe di grande umanità e intensità.

Abbiamo voluto evocare questi versi così autentici perché siamo tutti consapevoli che – mentre lietamente ci muoviamo per la città, ci rechiamo al lavoro, facciamo un salto dal pasticcere o dal giornalaio o passeggiamo in un parco – dietro le pareti dei palazzi, all’interno di stanze silenziose ci sono migliaia di persone simili a quella donna. Sono gli infermi, gli anziani, i solitari, i dimenticati, i poveri, gli stranieri. Essi hanno forse davanti a sé il telefono e aspettano uno squillo; ma ormai nessuno più si ricorda di loro. Nessuno preme il campanello della porta per annunciarsi, nessuno più farà loro una carezza. È di costoro che vorremmo che si parlasse, è a loro che dovremmo pensare, magari a quel vecchio parente o amico dimenticato per chiamarlo o visitarlo…

(Fonte:  “Il Sole 24 Ore - Domenica” - 12 aprile 2026)