Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



domenica 10 maggio 2026

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 27 - 2025/2026 - VI DOMENICA DI PASQUA anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

VI DOMENICA DI PASQUA anno A

Vangelo:

Il Padre rimane sempre fedele alle sue promesse amando i suoi figli di un amore eterno, divino, totale, coinvolgente, «fino alla fine». Gesù ora domanda ai suoi di amare in Lui quanto hanno contemplato e amato nel Padre. Amare Gesù è il cuore della fede della Chiesa, il pieno compimento dello "Shemà Israel" (cfr. Dt 6,5), il "Kelal Gadol baTorah", il Comandamento più grande della Legge. E' un Amore che non si traduce solo in un pio sentimento nei suoi confronti, ma che ci invia ad amare tutti, divenendo direttamente responsabili della vita e della felicità dei fratelli, a vivere cioè la Parola ascoltata nell'accoglienza e nel servizio umile. «Amare: voce del verbo morire» (T. Bello). Solo l'amore vissuto nel servizio spalanca le porte all'ingresso nella «nuova ed eterna alleanza». Se davvero ci amiamo non saremo più soli, perché il Consolatore pianterà la sua Tenda in noi e in mezzo a noi, trasformando la nostra esistenza in un tempio della sua dimora. E' lo Spirito di Verità-Fedeltà che coloro che vivono secondo le logiche del mondo non possono conoscere, perché posseduti da un altro spirito, quello della forza, del potere e della menzogna, spirito che genera e conduce alla morte. Innestati, allora, nel Figlio come i tralci alla Vite, siamo resi degni, per Grazia mediante lo Spirito Santo, di vivere l'Amore del Padre che fa di noi dei figli amati e capaci di amare, veri fratelli fra di noi.


sabato 9 maggio 2026

QUESTIONE DI GIUSTO SAPORE “Amatevi come io vi ho amato. Non quanto, ma come, con lo stile di chi ama per primo e in perdita.” - VI DOMENICA DI PASQUA ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

QUESTIONE DI GIUSTO SAPORE


Amatevi come io vi ho amato.
Non quanto, ma come,
con lo stile di chi ama per primo e in perdita. 


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui». Gv 14,15-21
  
QUESTIONE DI GIUSTO SAPORE
 
Amatevi come io vi ho amato. Non quanto, ma come, con lo stile di chi ama per primo e in perdita.

Se c’è un Vangelo dal sapore mistico, è questo. La sua prima parola è un “se”: se mi amate. Un punto di partenza libero, leggero, paziente. Nessuna minaccia o ricatto, puoi aderire e rifiutarti in totale libertà. Ma, “se mi ami”, ci saranno conseguenze, “impossibile amarti impunemente”, cantava padre Turoldo: amarlo è pericoloso, si paga in moneta di vita.

In questo brano Gesù chiede per la prima volta esplicitamente di essere amato. Finora aveva detto: Amerai Dio, amerai il prossimo tuo, vi amerete gli uni gli altri… ora aggiunge se stesso agli obiettivi dell’amore. Non lo rivendica, lo spera. Perché l’amore non si impone, non si finge, non si mendica.

In questi sette versetti per sette volte Gesù ripete le preposizioni “con, presso, in”: sarò con voi, verrò presso di voi, in voi, voi in me, io in voi. Come tralci uniti alla madre vite, goccia nella sorgente, scintilla del roveto, respiro nel suo vento. «Pisciculi Domini, pesciolini del Signore immersi dentro il suo mare» (Tertulliano).

Chi osserva i ‘miei comandamenti’ rivendica Gesù, ‘ i miei’. Non quindi le antiche Dieci Parole, ma quei gesti che riassumono la sua vita, quelli che vedendoli non ti puoi sbagliare perché è davvero Lui: quando lava i piedi, spezza il pane, prepara il pesce per i suoi amici dopo una notte di fatica, quando vede il dolore, si ferma e tocca.

Dire che il ‘suo’ comando è l’amore, non è esatto. Amare lo hanno fatto in molti, sotto tutti i cieli, in tutti i tempi. Il ‘suo’ comando non è neanche ama il prossimo tuo, è già nella Legge di Mosè. E neppure: ama il prossimo come te stesso, perché non posso essere io il metro o la bilancia dell’amore. Il comando davvero ‘suo’ è: Amatevi come io vi ho amato. Non quanto, ma come, con lo stile di chi ama per primo, ama in perdita, ama senza contraccambio, ama fino in fondo, di un amore asimmetrico, unilaterale, senza clausole. Amare è questione di qualità, di stile, di esattezza, di giusto sapore.

E c’è in questo Vangelo come un girotondo, un testacoda. Il primo versetto constata: Se mi amate osserverete i comandamenti e l’ultimo versetto capovolge la frase: Se osservate i comandamenti mi amate. Sembrano contraddirsi: il primo dà come un anticipo all’amore sul fare; l’ultimo trasferisce questo primato al fare rispetto al sentire. Si tratta non di contrapporre i due versetti, ma di sovrapporli, leggendoli insieme: le mani rivelano il cuore, ma è il cuore che muove le mani.

“Io vivo e voi vivrete”. Una vita che sarà come la mia, di una qualità indistruttibile, capace di attraversare la storia e l’eternità. Fede viva è passare da un cristianesimo di semplice conforto a un cristianesimo di innamoramento: tornare tutti ad amare Dio da innamorati e non da perdenti o da sottomessi.

Allora vivremo. Allora sì.

VISITA PASTORALE DI PAPA LEONE XIV A POMPEI 08/05/2026 - Il Papa a Pompei: «Solo la carità assicura vittorie certe» - «Dio plachi gli odi fratricidi e illumini i leader delle nazioni»

VISITA PASTORALE DI PAPA LEONE XIV
A POMPEI

8 MAGGIO 2026


_____________________________


ore 8,00 Decollo dall’eliporto del Vaticano
ore 8,50 Atterraggio nell’area meeting del Santuario di Pompei
Il Santo Padre è accolto da:
1. S.E. Mons. Tommaso Caputo, Arcivescovo Prelato di Pompei, Delegato Pontificio per il Santuario
2. On. Roberto Fico, Presidente della Regione Campania
3. Dott. Michele Di Bari, Prefetto di Napoli
4. Dott. Gaetano Manfredi, Sindaco della Città Metropolitana di Napoli
5. Dottoressa Andreina Esposito, Sindaco in carica f.f. di Pompei

ore 9,00 Il Santo Padre raggiunge a piedi la Sala Luisa Trapani, dove incontra il “Tempio della Carità”: persone provenienti da situazioni di disagio, accolte nei diversi Centri del Santuario di Pompei
- saluto di S.E. Mons. Tommaso Caputo
- saluti di tre Ospiti

* parole del Santo Padre

ore 9,30 Il Santo Padre lascia la Sala Luisa Trapani, e in auto attraversa le vie adiacenti e la Piazza antistante il Santuario
ore 9,45 All’ingresso del Santuario il Santo Padre è accolto dal Rettore, Mons. Pasquale Mocerino, che porge il Crocifisso da venerare e l’acqua per l’aspersione
Nel Santuario sono presenti Ammalati e persone con disabilità (che seguiranno la Messa dagli schermi)

* Benedizione e parole di saluto del Santo Padre

ore 10,00 Cappella di San Bartolo Longo: venerazione delle spoglie del Santo Fondatore del Santuario; saluto ai Vescovi presenti
Cappella della Riconciliazione: saluto ai Sacerdoti del Santuario
Il Santo Padre riveste i paramenti sacri nella sagrestia
ore 10,30 Piazza Bartolo Longo: Concelebrazione eucaristica

* omelia * Supplica alla Madonna di Pompei

prima della Benedizione finale, ringraziamento di S.E. Mons. Tommaso Caputo, e scambio dei doni

ore 12,30 Dopo aver deposto i paramenti, il Santo Padre saluta i Collaboratori della Delegazione Pontificia
ore 13,00 Sala Marianna De Fusco: pranzo

ore 15,00 Decollo dall’area meeting del Santuario di Pompei

*********************

Il Papa a Pompei: «Solo la carità assicura vittorie certe»

Leone incontra le persone più fragili prima di entrare nel santuario. Ascolta le testimonianze e, ricordando san Bartolo Longo, chiede di unire preghiera e azione. «L’amore compie miracoli oltre ogni aspettativa»

REUTERS

Entra nella «città di Maria» benedicendo prima le persone più fragili. Papa Leone sceglie di incontrare il cosiddetto “Tempio della carità” prima ancora di rendere omaggio alla Madonna all’interno del Santuario. Ascolta le testimonianze di chi viveva per strada e ha trovato qui rifugio e conforto, di genitori che hanno dato la disponibilità a prendersi cura di bambini con bisogni speciali - un piccolo nato senza arti e una bambina alla quale erano stati dati pochi mesi di vita e che ha già compiuto quattro anni - di una mamma che ha cercato di sottrarsi a una relazione tossica e che ora riesce a vivere con la sua secondogenita in una casa famiglia gestita dalla diocesi. «Oggi, Padre Santo, il benvenuto Glielo dà una rappresentanza di bambini, di ragazzi e di adulti accolti nelle diverse Opere, che fanno corona al Santuario, nelle quali si attua una pedagogia intrisa di umanità, di fede, di amore, di preghiera», spiega l’arcivescovo prelato di Pompei e delegato Pontificio del Santuario, monsignor Tommaso Caputo. «Queste Opere», spiega a papa Leone, «sono sorrette dalla silenziosa dedizione delle suore domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei, fondate dai coniugi Longo nel 1897, dai Fratelli delle Scuole Cristiane, a Pompei dal 1907, da famiglie collegate a diversi movimenti ecclesiali, dagli aderenti all’Ordine di Malta, alle Misericordie, ad associazioni di volontariato». Si tratta di «una stupenda comunione di carismi a servizio di persone ferite da situazioni di disagio sociale e bisognose di sostegno materiale e spirituale».

Il Papa ascolta e si intenerisce. Si alza dalla sedia e scende a baciare genitori e bambini. Stringe mani e accarezza. E anche le sue parole arrivano come un balsamo. «Grazie per quello che fate», li incoraggia. Aggiungendo: «Questo è un luogo di grazia, in cui la Madonna del Rosario e San Bartolo riuniscono uomini e donne di ogni età, provenienza e condizione, per portarli all’unica Fonte di quell’amore universale che solo può dare al mondo serenità e concordia: per portarli a Dio».

Ricorda che «San Bartolo Longo, che ho avuto la gioia di canonizzare il 19 ottobre scorso», chiamava Pompei «”luogo dell’amore che scalda il cuore”, “trionfo di fede e carità”: virtù che definiva “due ali congiunte in un medesimo volo”. Tale realtà è ancora ben viva e visibile. Qui, nelle Opere del Santuario, si sperimenta ogni giorno la potenza della Risurrezione di Cristo che, nell’amore, rigenera i cuori alla vita buona del Vangelo. Qui il “Tempio della Carità” e il “Tempio della Fede” si sostengono a vicenda». Spiega che «la preghiera alimenta l’accoglienza, l’affetto, il servizio e l’impegno generoso di tanti, nei Centri educativi, nelle Case Famiglia, alla Mensa per i poveri, intitolata a Papa Francesco. E l’amore compie miracoli che vanno ben oltre ogni sforzo e aspettativa: nelle membra di chi soffre e ancora di più nelle anime».

Bartolo Longo, ricorda papa Leone, quando arrivò nella Valle di Pompei «vi trovò una terra afflitta da tanta miseria, abitata da pochi contadini molto poveri, funestata dalla malaria e dai briganti. Egli seppe vedere, però, in tutti, il volto di Cristo: nei grandi e nei piccoli, e in particolare negli orfani e nei figli dei carcerati, a cui fece sentire, con la sua tenerezza, il palpito del cuore di Dio». E, a chi prediceva per i figli la stessa sorte dei genitori rispondeva che «l’amore può spingere al bene anche i ragazzi più difficili e che, in ogni campo d’azione, solo la carità assicura vittorie certe, grandi e definitive. Aveva ragione, e lo ha dimostrato facendo di questo luogo, con fede e con impegno, un centro di vita cristiana e di devozione a Maria Santissima conosciuto in tutto il mondo».

Alla base di tutto Bartolo Longo metteva «il Santo Rosario. Posto simbolicamente a fondamento del Santuario e della città, esso è il motore nascosto che rende possibile tutto il resto», sottolinea il Papa. E per questo raccomanda «perciò a tutti voi di tenere sempre viva e di diffondere questa antica e bellissima devozione, grazie alla quale, contemplando i Misteri della vita di Gesù con gli occhi semplici e materni di Maria, “quanto Egli ha operato” penetra nei nostri cuori e trasforma la nostra esistenza».

A tutti quelli che sono impegnati nelle opere di carità, inoltre lascia un programma di vita da seguire: «Essere uomini e donne di preghiera, per riflettere, come specchi tersi e umili, la luce che viene da Dio. Così alimenterete, con gesti e parole, la fiamma d’amore che San Bartolo ha acceso e sarete, nel servizio, nel dialogo e nella vita di fede, modelli credibili e guide sapienti per questa meravigliosa gioventù».

Ai bambini, ai ragazzi, ai giovani raccomanda «di avere fiducia in chi, con amore, si prende cura della vostra crescita, e ancora di più – e sempre nella vostra vita – di confidare in Gesù, il Figlio di Dio, crocifisso e risorto, che ci salva e ci libera, l’Amico che non ci abbandona né ci respinge mai, il Fratello che ci comprende e che cammina sempre con noi. Lasciatevi coinvolgere e spingere dalla gioia che viene dalle sue parole e dai suoi esempi, e annunciatela a tutti. Il nostro mondo ne ha tanto bisogno, e voi, che ben la conoscete, potete esserne, con la vostra freschezza, i testimoni più convincenti».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Annachiara Valle 08/05/2026)

*********************

SALUTO DEL SANTO PADRE
ALLE PERSONE ACCOLTE NELLE OPERE CARITATIVE DEL SANTUARIO

Santuario della Beata Maria Vergine del S. Rosario di Pompei
(Opere del Santuario di Pompei, Sala Luisa Trapani)

_____________________________


Fratelli e sorelle carissimi, buongiorno e grazie!

Sono molto contento di incontrare tutti voi, che in vari modi siete legati alle Opere di carità del Santuario di Pompei: persone accolte, religiosi, educatori e volontari. Saluto e ringrazio particolarmente il Vescovo per le parole che mi ha rivolto e voi che avete condiviso le vostre testimonianze.

È bello per me iniziare questa Visita Pastorale sulle orme di San Bartolo Longo, che ho avuto la gioia di canonizzare il 19 ottobre scorso. Egli chiamava Valle di Pompei “luogo dell’amore che scalda il cuore”, “trionfo di fede e carità”: virtù che definiva “due ali congiunte in un medesimo volo”.

Tale realtà è ancora ben viva e visibile. Qui, nelle Opere del Santuario, si sperimenta ogni giorno la potenza della Risurrezione di Cristo che, nell’amore, rigenera i cuori alla vita buona del Vangelo. Qui il “Tempio della Carità” e il “Tempio della Fede” si sostengono a vicenda. La preghiera alimenta l’accoglienza, l’affetto, il servizio e l’impegno generoso di tanti, nei Centri educativi, nelle Case Famiglia, alla Mensa per i poveri, intitolata a Papa Francesco. E l’amore compie miracoli che vanno ben oltre ogni sforzo e aspettativa: nelle membra di chi soffre e ancora di più nelle anime.

Quando San Bartolo giunse per la prima volta a Valle di Pompei, vi trovò una terra afflitta da tanta miseria, abitata da pochi contadini molto poveri, funestata dalla malaria e dai briganti. Egli seppe vedere, però, in tutti, il volto di Cristo: nei grandi e nei piccoli, e in particolare negli orfani e nei figli dei carcerati, a cui fece sentire, con la sua tenerezza, il palpito del cuore di Dio.

A chi poi gli diceva che i suoi giovani erano destinati alla stessa sorte dei loro genitori, rispondeva che l’amore può spingere al bene anche i ragazzi più difficili e che, in ogni campo d’azione, solo la carità assicura vittorie certe, grandi e definitive. Aveva ragione, e lo ha dimostrato facendo di questo luogo, con fede e con impegno, un centro di vita cristiana e di devozione a Maria Santissima conosciuto in tutto il mondo.

Alla base di tutto, però, come abbiamo detto, c’è la preghiera e in particolare il Santo Rosario. Posto simbolicamente a fondamento del Santuario e della città, esso è il motore nascosto che rende possibile tutto il resto. Raccomando perciò a tutti voi di tenere sempre viva e di diffondere questa antica e bellissima devozione, grazie alla quale, contemplando i Misteri della vita di Gesù con gli occhi semplici e materni di Maria, “quanto Egli ha operato” penetra nei nostri cuori e trasforma la nostra esistenza (cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Rosarium Virginis Mariae, 16 ottobre 2002, 13).

Fratelli e sorelle, sacerdoti, religiose e religiosi, coniugi impegnati nelle Case Famiglia, educatori, volontari, sia questo il vostro programma di vita: essere uomini e donne di preghiera, per riflettere, come specchi tersi e umili, la luce che viene da Dio. Così alimenterete, con gesti e parole, la fiamma d’amore che San Bartolo ha acceso e sarete, nel servizio, nel dialogo e nella vita di fede, modelli credibili e guide sapienti per questa meravigliosa gioventù.

E a voi bambini, ragazzi e giovani, raccomando di avere fiducia in chi, con amore, si prende cura della vostra crescita, e ancora di più – e sempre nella vostra vita – di confidare in Gesù, il Figlio di Dio, crocifisso e risorto, che ci salva e ci libera, l’Amico che non ci abbandona né ci respinge mai, il Fratello che ci comprende e che cammina sempre con noi. Lasciatevi coinvolgere e spingere dalla gioia che viene dalle sue parole e dai suoi esempi, e annunciatela a tutti. Il nostro mondo ne ha tanto bisogno, e voi, che ben la conoscete, potete esserne, con la vostra freschezza, i testimoni più convincenti.

Carissimi, questo è un luogo di grazia, in cui la Madonna del Rosario e San Bartolo riuniscono uomini e donne di ogni età, provenienza e condizione, per portarli all’unica Fonte di quell’amore universale che solo può dare al mondo serenità e concordia: per portarli a Dio. Stringiamoci a Lui, mentre gli affidiamo, per le mani di Maria, l’umanità intera, sicuri che, con l’aiuto della sua grazia, niente potrà fermarci nel compiere il bene e la speranza in un futuro di pace, qui e ovunque, avrà il suo compimento.

Grazie per quello che fate! Andate avanti con generosità e fiducia. Vi assicuro il mio ricordo nella preghiera, vi raccomando all’intercessione della Madre del Cielo e di San Bartolo e vi benedico tutti di cuore.

Regina del Santo Rosario di Pompei, prega per noi!

San Bartolo, prega per noi!




*********************

SALUTO DEL SANTO PADRE
AI MALATI E ALLE PERSONE CON DISABILITÀ

Santuario della Beata Maria Vergine del S. Rosario di Pompei


_____________________________


Saluto del Santo Padre ai fedeli


Grazie, grazie! Buongiorno a tutti! Buongiorno Pompei!

Grazie per la vostra presenza. Fra poco ci prepariamo per celebrare la Santa Messa, questo bellissimo incontro con Gesù Cristo nell’Eucaristia: Gesù che sempre cammina con noi, vicino a noi. E qui in questo Santuario sappiamo bene che la Mamma è sempre con noi, la nostra Madre Maria ci accompagna con la sua intercessione, il suo amore, è sempre con i suoi figli.

Con questa fiducia pregheremo insieme e celebreremo la gioia di essere battezzati discepoli di Gesù Cristo, chiamati tutti a essere la presenza di Cristo nel mondo.

Grazie, grazie. Ci vediamo fra poco.

____________________________________


Saluto del Santo Padre alle persone malate e con disabilità


Buongiorno a tutti! Sia lodato Gesù Cristo.

Che bella giornata! Quante benedizioni il Signore ha voluto dare a tutti noi oggi! Io mi sento il primo benedetto per poter venire qui al Santuario della Madonna nel giorno della Supplica, in questo anniversario. Grazie a tutti voi per essere qui!

Adesso ci prepariamo a celebrare la Santa Messa. Voi potete seguire da qui, sugli schermi. Siamo tutti uniti in Gesù Cristo, con la nostra Mamma Maria, in questa bellissima benedizione, in questa bellissima giornata. Gesù anche oggi ci fa vicino, Gesù che è sempre con noi, che cammina con noi. Dio vi benedica tutti!

La benedizione di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo scenda su di voi e con voi rimanga sempre. Amen.




 

 



*********************

Il Papa a Pompei: Dio plachi gli odi fratricidi 
e illumini i leader delle nazioni

Nella Messa celebrata davanti al Santuario della Beata Vergine Maria del Rosario, Leone XIV ricorda la sua elezione, l'8 maggio dello scorso anno, sul soglio pontificio e spiega che il saluto dell'angelo Gabriele alla Madonna dice a tutti che "sulle macerie" dell'"umanità provata dal peccato" e "incline a prevaricazioni, sopraffazioni e guerre, è venuta la carezza di Dio", della sua misericordia. Dinanzi ai conflitti odierni serve un nuovo impegno economico, politico, spirituale e religioso


Esattamente un anno fa, quando mi è stato affidato il ministero di Successore di Pietro, era proprio la giornata della Supplica alla Vergine. Questa bellissima giornata della Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei. Dovevo dunque venire qui, a porre il mio servizio sotto la protezione della Vergine Santa.

Da piazza Bartolo Longo Leone XIV torna indietro nel tempo. Il suo pensiero, per un istante, va a dodici mesi fa, ad un'altra piazza: Piazza San Pietro, dove, l’8 maggio, appena eletto Papa dai 133 cardinali elettori, riceveva l’abbraccio del colonnato del Bernini colmo di fedeli. Trecentosessantacinque giorni dopo, ascoltandolo durante la Messa presieduta davanti al Santuario della Beata Vergine Maria del Rosario, nel giorno della visita pastorale a Pompei e a Napoli, lo applaudono fedeli e pellegrini, arrivati da diverse parti della Campania e della Penisola, per festeggiare il suo primo anno di pontificato e pregare Maria.

Impegnarsi per la pace

In visita pastorale nella cittadina alle pendici del Vesuvio, per la coincidenza della data della sua elezione al soglio pontificio con quella della supplica alla Madonna, e quest’anno anche con il 150.mo anniversario della posa della prima pietra del santuario mariano, il Pontefice spiega di essere venuto anche per seguire le orme di Leone XIII, che ha ispirato la scelta del suo nome, e che “tra gli altri meriti” ha pure “quello di aver sviluppato un ampio Magistero sul Santo Rosario”. Ma il Papa rinnova anche quell’invito rivolto lo scorso anno dalla Loggia centrale della Basilica vaticana a impetrare l’intercessione di Maria perché ci sia pace nel mondo. Dall'altare che dà le spalle al Santuario, tutto bianco, adornato con fiori dello stesso colore e gialli, lo rafforza con la richiesta di una mobilitazione a vari livelli, annodandola alla corona del Rosario, che “spinge lo sguardo verso i bisogni del mondo” e quelle urgenze evidenziate da Giovanni Paolo II, nella Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae: la “famiglia, che risente dell’indebolimento del legame coniugale” e la “pace, messa a repentaglio dalle tensioni internazionali e da un’economia che preferisce il commercio delle armi al rispetto della vita umana”.

Le guerre che ancora si combattono in tante regioni del mondo chiedono un rinnovato impegno non solo economico e politico, ma anche spirituale e religioso. La pace nasce dentro il cuore.

Non rassegnarsi alle cronache di morte

Il Pontefice, che indossa una casula bianca dallo stolone azzurro con ricami dorati, chiaro rinvio ai simbolici colori mariani, rafforza le sue parole richiamando l’iniziativa di Giovanni Paolo II ad Assisi, dove “leader delle principali religioni” pregarono per la pace, e gli inviti propri e del suo predecessore Francesco “ai fedeli di tutto il mondo” a pregare per lo stesso scopo.

Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono. Da questo Santuario, la cui facciata San Bartolo Longo concepì come un monumento alla pace, oggi eleviamo con fede la nostra Supplica.

I celebranti rivolti verso i fedeli (@Vatican Media)

Credere nella potenza divina dell'amore

“Venga dal Dio della pace un’effusione sovrabbondante di misericordia”, è l’invocazione di Leone XIV mentre il sole squarcia la coltre di nuvole grigie che coprivano dal mattino il cielo. La sua preghiera, che domanda intercessione alla Vergine del Rosario, la cui immagine è oggi innalzata al centro dell'altare, si leva perché vengano toccati “i cuori”, placati “i rancori e gli odi fratricidi” e illuminati “quanti hanno speciali responsabilità di governo”.

Nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore. Questa potenza divina dell'amore che Gesù, il Signore, ci ha rivelato e donato. Crediamo in Lui, speriamo in Lui, seguiamo Lui!

Un momento della celebrazione (@Vatican Media)

La carezza di Dio sull’umanità

Un’omelia intensa, quella di Leone XIV, che commentando il Vangelo dell’Annunciazione si sofferma sul mistero dell’incarnazione, sulla “Luce” irradiatasi dal “grembo di Maria”, che ha dato “senso pieno alla storia e al mondo”. Per questo il “saluto che l’angelo Gabriele rivolge alla Vergine”, quel “Rallegrati, piena di grazia”, esorta “a gioire”.

L’Ave Maria è un invito alla gioia: dice a Maria, e in lei a tutti noi, che sulle macerie della nostra umanità provata dal peccato e pertanto sempre incline a prevaricazioni, sopraffazioni e guerre, è venuta la carezza di Dio, la carezza della misericordia, che prende in Gesù un volto umano.

Maria, dunque, è “Madre della misericordia”, e poiché “discepola della Parola e strumento della sua incarnazione” è “la ‘piena di grazia’. Tutto in lei è grazia”. Nel suo “Eccomi” nasce Gesù, ma anche la Chiesa, e lei diventa così “Madre di Dio – Theotòkos – e Madre della Chiesa”.

L’eco del saluto dell’angelo Gabriele

Nella riflessione del Papa anche un approfondimento sul significato della preghiera che “affonda le radici nella storia della salvezza”, nel saluto dell’Angelo alla Madonna.

“Ave Maria”! La ripetizione di questa preghiera nel Rosario è come l’eco del saluto di Gabriele, un’eco che attraversa i secoli e guida lo sguardo del credente a Gesù, visto con gli occhi e il cuore della Madre. Gesù adorato, contemplato, assimilato in ciascuno dei suoi misteri, affinché con San Paolo possiamo dire: "Non vivo più io, ma Cristo vive in me".

Il palco allestito davanti al Santuario della Beata Vergine Maria del Rosario (@VATICAN MEDIA)

Un atto d’amore che conduce a Gesù

Nei grani della corona, “preceduta dalla proclamazione della Parola di Dio, incastonata tra il Padre nostro e il Gloria”, l’Ave Maria, ripetendosi, “è un atto di amore”, specifica il Pontefice, come l’amorevole ripetersi “senza stancarsi: “Ti voglio bene”. Conduce a Gesù e “porta all’Eucaristia”, nella quale, diceva Bartolo Longo definendola “Rosario vivente”, “tutti i misteri si ritrovano … in una forma attiva e vitale”.

Il Rosario ha una fisionomia mariana, ma un cuore cristologico ed eucaristico. Se la Liturgia delle Ore scandisce i tempi della lode della Chiesa, il Rosario scandisce il ritmo della nostra vita riportandola continuamente a Gesù e all’Eucaristia. Generazioni di credenti sono state plasmate e custodite da questa preghiera, semplice e popolare, e al tempo stesso capace di altezze mistiche e scrigno della più essenziale teologia cristiana.

Il Papa mentre incensa il crocifisso (@Vatican Media)

Il Rosario sorgente di carità

E quel pronunciare, nelle “Ave Maria”, continuamente Gesù è come fare esperienza di ciò che accadeva nella casa di Nazaret, dove tante volte il nome di Gesù sarà stato ripetuto da Maria e Giuseppe, ma anche di quella degli apostoli, abituati a parlare quotidianamente con il Maestro. La preghiera del Rosario è dunque giungere a Cristo attraverso Maria, prosegue il Papa, è “un compendio del Vangelo”. Accompagnato da meditazioni, come quelle offerte da San Bartolo Longo ai pellegrini perché non fosse “una recita meccanica”, ha un “respiro biblico, cristologico e contemplativo”. Per questo è anche “sorgente di carità. Carità verso Dio, carità verso il prossimo”, aggiunge il Papa, ricordando che “Longo è stato apostolo del Rosario e, nello stesso tempo, apostolo della carità”. E se lui a Pompei, “accolse orfani e figli di carcerati”, oggi le Opere del Santuario offrono aiuti a piccoli e deboli.

L'offertorio (@Vatican Media)

La supplica a Maria

Concelebrano con il Pontefice l'arcivescovo prelato di Pompei, monsignor Tommaso Caputo, e il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, che si alternano nella preghiera eucaristica. Poi dopo il rito della comunione, a mezzogiorno in punto, Leone XIV inizia la Supplica alla Vergine del Rosario: "O Madre, implora per noi misericordia dal tuo Figlio divino e vinci con la clemenza il cuore dei peccatori. Sono nostri fratelli e figli tuoi che costano sangue al dolce Gesù e contristano il tuo sensibilissimo cuore. Mostrati a tutti quale sei, Regina di pace e di perdono". Riecheggia l'orazione composta da Bartolo Longo nel lontano 1883, alternata a tre Ave Maria e il Papa, prima del Salve Regina, prega infine la Vergine: "Concedi il trionfo alla Religione e la pace alla umana Società".

Leone XIV affiancato da monsignor Caputo e dal cardinale Battaglia (@Vatican Media)

Il saluto dell'arcivescovo prelato di Pompei

Al termine della Messa, il saluto di ringraziamento di monsignor Caputo. "Abbiamo vissuto uno straordinario nuovo inizio di cui Lei, venuto a confermarci nella fede, si è fatto testimone e Padre - dice il presule -. In un momento così difficile per il mondo, attraversato da un malefico vento di guerra, Lei è qui a riannodare alla corona del Rosario della Beata Vergine Maria tutte le ragioni che continuano a indicare la via della fratellanza, del dialogo e della pace". L'arcivescovo prelato dichiara che la visita del Papa, "nel primo anniversario del pontificato, dà nuova vita al cuore della 'Nuova Pompei', qual è il Santuario", il quale oggi "entra nella storia di Pompei, come legame di amore e di incrollabile fedeltà al Papa e alla Santa Madre Chiesa". Infine, guardando alla Pompei nata sulle ceneri dell'antica città romana distrutta nel I secolo da una violenta eruzione del Vesuvio, monsignor Caputo afferma che da questo sfondo "la spiritualità del Rosario si delinea quale annuncio di Cristo, risurrezione e vita dell’uomo" e conclude: "Oggi con Lei si apre per noi un cammino nuovo di questo annuncio perché la Sua presenza ci ricorda che nell’unico Cristo noi siamo uno".

Leone XIV e monsignor Tommaso Caputo (@Vatican Media)

Scrosciano applausi prima della benedizione finale del Pontefice che, a ricordo della celebrazione, dona al Santuario un calice consegnandolo all'arcivescovo prelato, il quale gli regala, a sua volta, un cammeo raffigurante l'immagine della Madonna di Pompei, lavorato a mano su Conchiglia Sardonica con la tecnica di incisione a bulino, commissionata a un maestro incisore di Torre del Greco. Poi viene intonato un canto, il Papa lascia l'altare e riceve il caloroso abbraccio dei fedeli che lo salutano con gioia.
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 08/05/2026)

*********************

SANTA MESSA
E SUPPLICA ALLA MADONNA DI POMPEI

OMELIA DEL SANTO PADRE

Piazza Bartolo Longo, antistante il Santuario della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei

_____________________________


Cari fratelli e sorelle!

“L’anima mia magnifica il Signore”. Queste parole, con cui abbiamo risposto alla prima Lettura, sgorgano dal cuore della Vergine Maria mentre presenta ad Elisabetta il frutto del suo grembo, Gesù, il Salvatore. Dopo di lei canteranno per Cristo Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, e il vecchio Simeone. Questi tre cantici scandiscono ogni giorno la lode della Chiesa nella Liturgia delle Ore. Sono lo sguardo dell’antico Israele, che vede compiute le sue promesse; sono lo sguardo della Chiesa Sposa, protesa verso il suo Sposo divino; sono implicitamente lo sguardo dell’intera umanità, che trova risposta al suo anelito di salvezza.

Centocinquant’anni fa, ponendo la prima pietra di questo Santuario, nel luogo in cui l’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo aveva sepolto sotto la cenere i segni di una grande civiltà proteggendoli per secoli, San Bartolo Longo, insieme alla moglie contessa Marianna Farnararo De Fusco, gettava le basi non solo di un tempio, ma di una intera città mariana. Così egli esprimeva la consapevolezza di un disegno di Dio, che San Giovanni Paolo II, parlando in questo luogo di grazia il 7 ottobre 2003, a conclusione dell’Anno del Rosario, rilanciava per il Terzo Millennio, nella prospettiva della nuova evangelizzazione: «Oggi – egli diceva – come ai tempi dell’antica Pompei, è necessarioannunciare Cristo a una società che si va allontanando dai valori cristiani e ne smarrisce persino la memoria».

Esattamente un anno fa, quando mi è stato affidato il ministero di Successore di Pietro, era proprio la giornata della Supplica alla Vergine, questa bellissima giornata della Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei! Dovevo dunque venire qui, a porre il mio servizio sotto la protezione della Vergine Santa. L’aver poi scelto il nome di Leone, mi pone sulle orme di Leone XIII, che ebbe, tra gli altri meriti, anche quello di aver sviluppato un ampio Magistero sul Santo Rosario. A tutto ciò si aggiunge la recente canonizzazione di San Bartolo Longo, apostolo del Rosario. Questo contesto ci fornisce una chiave per riflettere sulla Parola di Dio appena ascoltata.

Il Vangelo dell’Annunciazione ci introduce al momento in cui il Verbo di Dio si fa carne nel grembo di Maria. Da questo grembo si irradia la Luce che dà il senso pieno alla storia e al mondo. Il saluto che l’angelo Gabriele rivolge alla Vergine è un invito a gioire: «Rallegrati, piena di grazia» (Lc 1,28; cfr Sof 3,14). Sì, l’Ave Maria è un invito alla gioia: dice a Maria, e in lei a tutti noi, che sulle macerie della nostra umanità provata dal peccato e pertanto sempre incline a prevaricazioni, sopraffazioni e guerre, è venuta la carezza di Dio, la carezza della misericordia, che prende in Gesù un volto umano. Maria diventa così Madre della misericordia. Discepola della Parola e strumento della sua incarnazione, si rivela davvero la “piena di grazia”. Tutto in lei è grazia! Offrendo al Verbo la propria carne, ella diventa anche, come insegna il Concilio Vaticano II sulla scorta di Sant’Agostino, «madre delle membra (di Cristo) … perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono le membra» (Cost. dogm. Lumen gentium, 53; cfr S. Agostino, De S. Virginitate, 6). Nell’“Eccomi” di Maria nasce non soltanto Gesù, ma anche la Chiesa, e Maria diventa insieme Madre di Dio – Theotòkos – e Madre della Chiesa.

Grande mistero! Tutto avviene nella potenza dello Spirito Santo, che adombra Maria e rende fecondo il suo grembo verginale. Questo momento della storia ha una dolcezza e una potenza che attraggono il cuore e lo portano a quell’altezza contemplativa in cui germoglia la preghiera del Santo Rosario. Una preghiera che, sorta e sviluppatasi progressivamente nel secondo Millennio, affonda le radici nella storia della salvezza, e proprio nel Saluto dell’Angelo alla Vergine ha come il suo preludio. “Ave Maria”! La ripetizione di questa preghiera nel Rosario è come l’eco del saluto di Gabriele, un’eco che attraversa i secoli e guida lo sguardo del credente a Gesù, visto con gli occhi e il cuore della Madre. Gesù adorato, contemplato, assimilato in ciascuno dei suoi misteri, affinché con San Paolo possiamo dire: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,19).

Preceduta dalla proclamazione della Parola di Dio, incastonata tra il Padre nostro e il Gloria, l’Ave Maria che si ripete nel Santo Rosario è un atto di amore. Non è forse proprio dell’amore ripetere senza stancarsi: “Ti voglio bene”? Un atto di amore che, sui grani della corona, come ben si vede nel quadro mariano di questo Santuario, ci fa risalire a Gesù, e ci porta all’Eucaristia, «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (Lumen gentium, 11). Ne era convinto San Bartolo Longo quando scriveva: «L’Eucaristia è il Rosario vivente, e tutti i misteri si ritrovano nel santo Sacramento in una forma attiva e vitale» (Il Rosario e la Nuova Pompei, 1914, p. 86). Aveva ragione. Nell’Eucaristia i misteri della vita di Cristo si ritrovano tutti, per così dire, concentrati nel memoriale del suo sacrificio e nella sua presenza reale. Il Rosario ha una fisionomia mariana, ma un cuore cristologico ed eucaristico (cfr Lett. ap. Rosarium Virginis Mariae, 1). Se la Liturgia delle Ore scandisce i tempi della lode della Chiesa, il Rosario scandisce il ritmo della nostra vita riportandola continuamente a Gesù e all’Eucaristia.

Generazioni di credenti sono state plasmate e custodite da questa preghiera, semplice e popolare, e al tempo stesso capace di altezze mistiche e scrigno della più essenziale teologia cristiana. Cosa c’è infatti di più essenziale dei misteri di Cristo, del suo santo Nome, pronunciato con la tenerezza della Vergine Maria? È in questo Nome, e in nessun altro, che noi possiamo essere salvati (cfr At 4,12). Ripetendolo in ogni Ave Maria, facciamo in qualche modo l’esperienza della casa di Nazaret, quasi riascoltando la voce di Maria e di Giuseppe nei lunghi anni in cui Gesù visse con loro. Facciamo anche l’esperienza del Cenacolo, dove gli Apostoli con Maria attesero l’effusione dello Spirito Santo. È quello che ci ha additato la prima Lettura. Come non pensare che, in quel tempo tra l’Ascensione e la Pentecoste, Maria e gli Apostoli facessero a gara nel ricordare i diversi momenti della vita di Gesù? Non doveva sfuggirne nessun dettaglio! Tutto era da ricordare, assimilare, imitare. Nasce così il cammino contemplativo della Chiesa, di cui, a somiglianza dell’Anno liturgico, il Rosario offre la sintesi nella meditazione quotidiana dei santi Misteri. Giustamente il Rosario è stato considerato un compendio del Vangelo, che San Giovanni Paolo II ha voluto integrare con i Misteri della luce. Anche questa dimensione fu vivissima in San Bartolo Longo, che offrì ai pellegrini profonde meditazioni per sottrarre il Santo Rosario alla tentazione di una recita meccanica e assicurargli il respiro biblico, cristologico e contemplativo che lo deve caratterizzare.

Sorelle e fratelli, se il Rosario è “pregato” e, oserei dire, “celebrato” in questo modo, esso è anche, per naturale conseguenza, sorgente di carità. Carità verso Dio, carità verso il prossimo: due facce della stessa medaglia, come ci ricordava la seconda Lettura, tratta dalla prima Lettera di San Giovanni, concludendo con l’esortazione: «Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3,18). Perciò San Bartolo Longo è stato apostolo del Rosario e, nello stesso tempo, apostolo della carità. In questa Città mariana egli accolse orfani e figli di carcerati, mostrando la forza rigenerante dell’amore. Qui anche oggi i più piccoli e i più deboli sono accolti e accuditi nelle Opere del Santuario. Il Rosario spinge lo sguardo verso i bisogni del mondo, come la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae sottolineava, proponendo in particolare due intenzioni che rimangono di pressante attualità: la famiglia, che risente dell’indebolimento del legame coniugale, e la pace, messa a repentaglio dalle tensioni internazionali e da un’economia che preferisce il commercio delle armi al rispetto della vita umana.

Quando San Giovanni Paolo II indisse l’Anno del Rosario – l’anno prossimo si compirà un quarto di secolo –, lo volle porre in modo speciale sotto lo sguardo della Vergine di Pompei. I tempi da allora non sono migliorati. Le guerre che ancora si combattono in tante regioni del mondo chiedono un rinnovato impegno non solo economico e politico, ma anche spirituale e religioso. La pace nasce dentro il cuore. Lo stesso Pontefice, nell’ottobre 1986, aveva radunato ad Assisi i leader delle principali religioni, invitando tutti a pregare per la pace. In diverse occasioni anche recenti, sia Papa Francesco che io abbiamo chiesto ai fedeli di tutto il mondo di pregare per questa intenzione. Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono. Da questo Santuario, la cui facciata San Bartolo Longo concepì come un monumento alla pace, oggi eleviamo con fede la nostra Supplica. Gesù ci ha detto che tutto può ottenere la preghiera fatta con fede (cfr Mt 21,22). E San Bartolo Longo, pensando alla fede di Maria, la definisce “onnipotente per grazia”. Per sua intercessione, venga dal Dio della pace un’effusione sovrabbondante di misericordia, che tocchi i cuori, plachi i rancori e gli odi fratricidi, illumini quanti hanno speciali responsabilità di governo.

Fratelli e sorelle, nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore, questa potenza divina dell’amore che Gesù, il Signore, ci ha rivelato e donato. Crediamo in Lui, speriamo in Lui, seguiamo Lui!


Supplica alla Madonna di Pompei 



Guarda il video integrale


Primo anniversario del pontificato di Leone XIV - Testimoni del Vangelo attraverso l’unità

Primo anniversario del pontificato di Leone XIV

Andrea Tornielli
Testimoni del Vangelo attraverso l’unità


La pace e l’unità della Chiesa sono stati i due temi ricorrenti e portanti del primo anno di pontificato di Leone XIV, che continua a chiedere preghiere per queste intenzioni. Se la pace si è imposta come urgenza a motivo del moltiplicarsi di insensati conflitti e la progressiva erosione del diritto internazionale, l’unità della Chiesa è un filo rosso che attraversa tutto il magistero del Vescovo di Roma nato a Chicago e diventato missionario in Perú. Il modo con cui Leone ha ripetuto i suoi appelli all’unità dei credenti in Cristo è particolarmente significativo e nulla ha a che vedere con l’esigenza di “normalità” o di una tranquillità che sopisca le differenze e magari annacqui i contrasti. Il Papa l’ha spiegato chiaramente nel discorso ai cardinali durante il concistoro straordinario del 7 gennaio 2026, quando, presentando la prospettiva conciliare abbracciata dai pontificati dei predecessori, ha parlato dell’attrazione citando queste parole di Benedetto XVI: «La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per “attrazione”: come Cristo attira tutti a sé con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della Croce, così la Chiesa compie la sua missione nella misura in cui, associata a Cristo, compie ogni sua opera in conformità spirituale e concreta alla carità del suo Signore». Papa Leone, dopo aver ricordato che il suo immediato predecessore «si è trovato perfettamente in accordo con questa impostazione e l’ha ripetuta più volte in diversi contesti», aggiungeva: «Oggi con gioia io la riprendo e la condivido con voi. E invito me e voi a fare bene attenzione a quello che Papa Benedetto indicava come la “forza” che presiede a questo movimento di attrazione: tale forza è la Charis, è l’Agape, è l’Amore di Dio che si è incarnato in Gesù Cristo…».

In quel discorso Leone XIV affermava: «L’amore di Cristo ci spinge in quanto ci possiede, ci avvolge, ci avvince. Ecco la forza che attrae tutti a Cristo... L’unità attrae, la divisione disperde. Mi pare che lo riscontri anche la fisica, sia nel micro che nel macrocosmo. Dunque, per essere Chiesa veramente missionaria, cioè capace di testimoniare la forza attrattiva della carità di Cristo, dobbiamo anzitutto mettere in pratica il suo comandamento, l’unico che Egli ci ha dato, dopo aver lavato i piedi dei discepoli: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”».

Le parole di Gesù in proposito indicano il cuore della missione: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri». L’unità della Chiesa si manifesta dunque in questa capacità di vivere, per grazia, relazioni nuove con i fratelli e le sorelle. Si manifesta in questa capacità di volersi bene e perdonarsi reciprocamente, facendo risplendere la comunione che nell’esperienza cristiana autenticamente vissuta prevale su qualsiasi differenza e divisione. Si manifesta in questa capacità di superare tensioni e conflitti riconoscendoci tutti chiamati, tutti peccatori perdonati bisognosi di misericordia e servi inutili, tutti ugualmente inondati di un amore infinito che non abbiamo meritato. Si manifesta nella capacità di vivere la sinodalità, che altro non è se non il modo concreto di essere in comunione nella Chiesa.

È così, è solo quando vive così, che la comunità cristiana attrae. E attrae quando non è autocentrata, quando non pensa di rifulgere di luce propria o scimmiotta le strategie di marketing delle agenzie pubblicitarie, quando non fomenta la polarizzazione ideologica. La comunità cristiana attrae, ed è dunque missionaria, quando riflette, attraverso la sua unità, la luce di un Altro, sapendo offrire a tutti quell’abbraccio di misericordia che essa stessa per prima ha sperimentato e continua a sperimentare giorno per giorno nell’incontro con Cristo.

L’unità della Chiesa non è conformismo né quieto vivere, ma l’esito di un amore che ci avvolge e desidera irradiarsi ovunque, facendo prevalere l’essere insieme sui protagonismi, la comunione sulla divisione, la mitezza sulla prepotenza, parole di pace sul linguaggio di odio che purtroppo affligge tanta parte del mondo digitale. L’unità della Chiesa non riguarda soltanto i cristiani e neanche soltanto i credenti. Lo spiegava Papa Leone nella Messa per l’inizio del suo ministero petrino esprimendo «il grande desiderio» di «una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato», invitando il mondo a guardare a Cristo, ad avvicinarsi a Lui, ad ascoltare «la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia: nell’unico Cristo noi siamo uno. E questa è la strada da fare insieme, tra di noi ma anche con le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace».

In un’ora drammatica per la storia dell’umanità, in un mondo dilaniato dalle guerre, l’unità della Chiesa è profezia di pace per tutti.
(fonte: L'osservatore Romano 07/05/2026)

*********************

venerdì 8 maggio 2026

Primo anniversario del pontificato di Leone XIV - La pace disarmata e disarmante di Leone XIV: papa di Chicago… e di Chiclayo


Primo anniversario del pontificato di Leone XIV
La pace disarmata e disarmante di Leone XIV: papa di Chicago… e di Chiclayo

A un anno dall’elezione di papa Leone, una riflessione su come questo pontefice, partito “in sordina” come più orientato ad ascoltare che a parlare, stia accompagnando la Chiesa in un cambiamento d’epoca; tenendo insieme le sue diverse anime, e rimanendo fermo nell’annuncio del Vangelo

Papa Leone a Pompei nel primo anniversario del suo pontificato, 8 maggio 2026. ANSA/Cesare Abbate

Quella sera dell’8 maggio di un anno fa, ci siamo subito resi conto che Leone non sarebbe stato Francesco, almeno nello stile. Dirompente, nel 2013, era stato quel “buona sera” di Bergoglio accompagnato da quella “fine del mondo”, che faceva presagire che le cose sarebbero cambiate. Almeno alcune cose sarebbero cambiate nella Chiesa. E Francesco ci ha provato – lo avevano eletto per questo – e, sicuramente, ha portato uno stile nuovo nelle “sacre stanze” come pure nel mondo.

Prevost si è presentato sul loggione di San Pietro in silenzio: lo sguardo fisso sulla folla, una emozione evidente. Ha subito fatto intendere la sua capacità di ascolto. Uscito dal Conclave, pareva essere più orientato ad ascoltare il respiro, le grida, i canti della folla piuttosto che dire qualcosa. E, tuttavia, ha detto e anche tanto. È, poi, trapelato che, capito come sarebbe andato a finire il Conclave, durante il pranzo si era appartato per stendere un testo, da cui è subito uscita la parola che potremmo definire la cifra di quest’anno di papato del primo pontefice americano. «La pace sia con voi» e, poi, «una pace disarmata e disarmante», subito diventato uno slogan usato da più parti.

Molti osservatori, quella sera di maggio, avevano commentato con sorpresa una elezione così veloce fra poco più di cento persone che, di fatto, si conoscevano poco o, quasi, niente. Ma non era questa la sola questione di cui meravigliarsi. Questi dodici mesi hanno mostrato come un americano sul soglio di Pietro che parla costantemente di pace, invitando al dialogo e al rispetto, in un mondo dove il diritto è, ormai, solo quello del più forte, sia anch’esso una profezia.

Leone pareva essere partito in sordina: nessun gesto eclatante, nessuna “prima volta”, la specialità di Francesco in una molteplicità di settori. Un tono sempre pacato, ma altrettanto fermo, capace di indirizzare riconoscenza e ringraziamenti all’interlocutore prima di intervenire con eventuali appunti o moniti. Alcuni giornalisti mi hanno confidato che lo considerano un “papa noioso”. Eppure, giorno dopo giorno, hanno cominciato ad arrivare decisioni importanti e per niente avventate, sia nella curia che nella nomina dei vescovi. Con calma, ascoltando pastori, teologi, clero e laici, ha dato continuità alla sinodalità, grande lascito del papa argentino, forse più nell’indicazione ecclesiale che nel suo stile di conduzione della Chiesa.

Il primo viaggio lo ha fatto nel Principato di Monaco, facendo sollevare più di un dubbio, se paragonato all’andata del predecessore a Lampedusa. Eppure, assai intelligentemente, dal pulpito del “paradiso fiscale” del Mediterraneo, Prevost ha parlato delle sperequazione economiche, della povertà nel mondo delle folle e dell’estrema ricchezza di pochi straricchi: uno scandalo. Come continente per il suo primo viaggio ha scelto l’Africa abbinando quella subsahariana a quella Nord, dove in Algeria, non solo ha fatto visita ai luoghi del padre Agostino, ma si è immerso nel mondo musulmano.

Tuttavia, è nelle ultime settimane che si è delineata sempre più la valenza di questa scelta del Collegio cardinalizio. In un teatro mondiale dove la parola “guerra” è ormai ben più usata di quella “pace”, Leone ha continuato instancabilmente in ogni suo intervento a proporre le vie della pace senza accontentarsi di tornare alla “pace disarmata e disarmante”, ma invitando tutti a “disarmare i cuori”. E lui stesso ha mostrato cosa significa “disarmare il cuore” con le sue risposte pacate e mai minimamente conflittuali davanti agli attacchi di Trump e della sua amministrazione per bocca anche di cattolici, come il vice-presidente Vance. L’attuale papa ha mostrato con chiarezza e fermezza quanto il suo centro di interesse sia il Vangelo e, per nessun motivo, intenda scostarsi da esso, neppure di fronte ai cosiddetti “grandi” e alla loro supponenza prepotente.

In tempi moderni non era mai successo un attacco così frontale nei confronti del pontefice. Prevost lo ha accolto con cuore evangelico, disarmato, pronto dopo pochi giorni, a ricevere il numero tre di quella amministrazione americana che ha deciso di ingaggiare un confronto frontale col Vaticano. E se i simboli ci fanno capire qualcosa, teniamo presente il suo regalo al Segretario di Stato americano: una penna fatta di legno di ulivo, simbolo di pace, ha commentato.

Prevost con questa politica e testimonianza sta, fra l’altro, ricompattando i cattolici americani, spaccati fra Repubblicani e Democratici e, in larga maggioranza, critici del papato precedente. Ha operato scelte oculate nella nomina dei vescovi, in alcuni posti chiave, come pure del Nunzio. Un papa americano che pareva impensabile fino ad un anno fa, è il risultato del coraggio dei cardinali: un coraggio che coinvolge una buona dose di profezia in quanto non si immaginava che l’amministrazione Trump si spingesse a tanto sia a livello bellico che di scontro col Vaticano. Il papa americano sa come porsi di fronte al suo Paese e agli attuali leader, ma lo fa con la parola e la vita evangelica.

Intanto, si coglie in questo americano, che molti hanno definito il “meno americano” fra i cardinali entrati in Conclave, l’attenzione a tutte le questioni aperte da Francesco: la riforma della Curia, l’introduzione di donne al suo interno, il non scendere a compromessi sulla questione degli abusi, il ricordarsi che la Chiesa è chiamata ad essere missionaria, aperta al mondo e agli altri.

E, tuttavia, ci sono anche altre questioni che prima o poi il nuovo papa sarà chiamato ad affrontare. Per esempio, il millenarismo è una questione sempre più pericolosa che sta giustificando i grandi regimi che sembrano dettare legge oggi: quello di Trump negli USA, quello di Netanyau in Israele, ma anche quello di Putin in Russia. Il magistero di Leone dovrà affrontare questo aspetto inatteso che è arrivato a portare pastori pentecostali che pregano nello Studio Ovale della Casa Bianca imponendo le mani sul presidente Trump. E, accanto a questo, c’è la questione di un mondo – soprattutto in occidente – che non rinuncia allo spirituale, ma sembra negare il religioso e si costruisce una religione “fai da te”.

Dunque, un’agenda tutt’altro che semplice per il papa di Chicago, ma anche di Chiclayo (la cittadina peruviana dove ha esercitato la sua missione come vescovo per tanti anni), e soprattutto seguace di Agostino che aveva avuto il coraggio di accompagnare la Chiesa attraverso quel cambiamento d’epoca che sembra riproporsi oggi in modo nuovo, forse altrettanto violento, ma senza dubbio molto complesso.
(fonte: Città Nuova, articolo di Roberto Catalano 08/05/2026)