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sabato 23 maggio 2026

Cesare Di Pietro, ausiliare di Messina, è il nuovo vescovo di Locri-Gerace


Cesare Di Pietro, ausiliare di Messina,
è il nuovo vescovo di Locri-Gerace

Attuale vescovo ausiliare di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela, è la nuova guida scelta dal Papa per la diocesi calabrese. Classe 1964, con una formazione che unisce giurisprudenza, teologia e storia della Chiesa, è stato ordinato sacerdote nel 1997 e nominato vescovo da papa Francesco nel 2018

Il nuovo vescovo di Locri-Gerace Cesare Di Pietro

È monsignor Cesare Di Pietro, che arriva da Messina, il nuovo vescovo della diocesi di Locri-Gerace. È questa la scelta del Papa, resa nota alle 12 di sabato, che ha affidato la guida pastorale della diocesi calabrese a una figura già profondamente radicata nell’esperienza pastorale, accademica e amministrativa della Chiesa siciliana. Mons. Di Pietro succede a Mons. Francesco Oliva, che ha guidato la diocesi calabrese dal 5 maggio 2014 e che ha compiuto 75 anni lo scorso gennaio, raggiungendo dunque il limite d'età previsto dal Codice di Diritto Canonico per la presentazione della rinuncia all'ufficio pastorale

Nato a Messina il 12 marzo 1964, Di Pietro ha alle spalle un percorso formativo articolato e significativo. Dopo la laurea in Giurisprudenza conseguita presso l’Università di Messina, ha intrapreso il cammino ecclesiastico dedicandosi agli studi teologici e storici, fino a conseguire il dottorato in Storia della Chiesa presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma.

Un profilo, il suo, che unisce competenze giuridiche e sensibilità storico-ecclesiale, elementi che hanno segnato profondamente il suo servizio pastorale.

L’ordinazione e il servizio episcopale a Messina

Di Pietro è stato ordinato sacerdote il 25 ottobre 1997. Nel maggio del 2018 Papa Francesco lo ha nominato vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela.

L’ordinazione episcopale è stata celebrata il 2 luglio 2018. Da allora, Mons. Di Pietro ha assunto diversi incarichi pastorali, formativi e amministrativi, diventando uno dei più stretti collaboratori dell’arcivescovo messinese.

Tra le responsabilità attualmente ricoperte figura anche quella di Vicario Generale, oltre all’attività accademica come docente di Storia della Chiesa, ambito nel quale continua a formare nuove generazioni di sacerdoti e laici impegnati.

Un profilo di equilibrio e dialogo

La possibile destinazione alla diocesi di Locri-Gerace viene interpretata come la scelta di un pastore capace di coniugare rigore organizzativo e attenzione pastorale. Il suo profilo è infatti descritto come equilibrato, preparato e particolarmente sensibile ai temi della formazione, della vicinanza alle comunità e della presenza della Chiesa nel tessuto sociale.

In territori complessi e ricchi di sfide sociali come quelli della Calabria, la figura di un vescovo con esperienza di governo ecclesiale e conoscenza delle dinamiche pastorali può rappresentare un elemento decisivo per il cammino delle comunità locali.
(fonte: Famiglia Cristiana 23/05/2026)

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Messaggio di saluto di mons. Cesare Di Pietro alla diocesi di Locri-Gerace

Nel suo Messaggio di saluto, indirizzato alla Chiesa di Locri-Gerace, Mons. Cesare Di Pietro ha espresso sentimenti di gratitudine, fiducia e vicinanza pastorale. Aprendo con le parole della Prima Lettera di Giovanni — “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!” — il Vescovo eletto ha definito la sua nomina un dono di Cristo Buon Pastore e un segno della materna protezione della Vergine Maria.
Mons. Di Pietro ha ricordato il momento in cui il Nunzio Apostolico gli ha comunicato la volontà del Santo Padre, l’11 maggio scorso, mentre la Locride celebrava Nostra Signora dello Scoglio, sottolineando come il suo cuore si sia subito orientato verso la nuova missione. Nel messaggio, il Vescovo eletto: esprime riconoscenza a Mons. Oliva e ai suoi predecessori; rivolge un saluto cordiale al Presbiterio, ai Diaconi, ai Consacrati e ai Laici; manifesta particolare attenzione verso giovani, famiglie, immigrati e persone fragili; assicura un dialogo rispettoso con le Autorità civili e istituzionali; rinnova l’impegno al dialogo ecumenico e interreligioso; estende un saluto anche a coloro che si dichiarano non credenti, nel segno della ricerca condivisa del bene.
Il Vescovo eletto affida il cammino comune alla protezione della Vergine Maria e dei Santi della Diocesi, assicurando la sua preghiera e chiedendo di essere accompagnato spiritualmente nel nuovo ministero.

Visualizza allegato
(fonte: Diocesi LocriGerace)


VENTO SUL CUORE “Nella vita e nella Bibbia, Dio non segue schemi. Lo Spirito Santo fa cose che non t’aspetti, con somma fantasia. A noi dona tutto ciò di cui abbiamo bisogno per essere piccola tessera di pace nel mosaico della vita.” - DOMENICA DI PENTECOSTE ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

VENTO SUL CUORE


Nella vita e nella Bibbia, Dio non segue schemi. 
Lo Spirito Santo fa cose che non t’aspetti, con somma fantasia. 
A noi dona tutto ciò di cui abbiamo bisogno per essere piccola tessera di pace nel mosaico della vita. 


La sera di quel giorno, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Gv 20,19-23

  
VENTO SUL CUORE
 
Nella vita e nella Bibbia, Dio non segue schemi. Lo Spirito Santo fa cose che non t’aspetti, con somma fantasia. A noi dona tutto ciò di cui abbiamo bisogno per essere piccola tessera di pace nel mosaico della vita.

Oggi la Parola di Dio prova una sinfonia di linguaggi, per dire lo Spirito. Sono semplici fessure, piccole feritoie sul mistero. Il Libro degli Atti ci porta a 50 giorni dopo Pasqua; in quel giorno è accaduto qualcosa che ha sconvolto gli Apostoli. Un gruppo deluso improvvisamente trova l’audacia di affrontare la città che uccide i Profeti, predicando a viso aperto qualcosa di incredibile: Quel Gesù che voi avete ucciso è risorto.

E non erano professionisti della Parola, avevano un vocabolario da pescatori! Era lo Spirito con il suo imprevedibile uragano, come rombo di vento, un bagliore di fuoco, vento e terremoto che spalanca le porte e le parole. E la prima Chiesa, arroccata sulla difensiva, viene lanciata fuori. Il vento dello Spirito li ha riempiti fino a farli sembrare “come ubriachi”.

La seconda porta che si apre sul mistero è quella del salmo tra le letture, occhi che guardano lontano: “Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra” (Sal 103). Una delle affermazioni più belle della Bibbia: tutta la terra è colma, piena, gravida, una divina liturgia santifica l’universo, lo fa grembo di vita.

La terza porta di Pentecoste è aperta dalla seconda lettura (1Cor 12). Lo Spirito che consacra la diversità dei carismi, dei ministeri, delle operazioni, sposa vite diverse, accende vocazioni differenti, benedice la genialità e l’unicità di ogni vita. E’ la diversità la parola chiave, e non l’omologazione. Ognuno piccola tessera d’oro nel grande mosaico di Dio.

Lo Spirito vuole discepoli inventori di strade di pace, e non banali ripetitori. E se io manco la mia vita spirituale, il grande mosaico che Dio va costruendo subirà una disarmonia, una stonatura.

Il Vangelo infine racconta la Pentecoste nella casa, ci riporta a quanto era successo 50 giorni prima: “stette in mezzo a loro, soffiò su di loro e disse: ricevete lo Spirito santo e la mia pace”.

Lo Spirito viene per farci vivere, leggero e quieto, umile e testardo. Lo Spirito è all’opera perché Cristo diventi mia pace, mia lingua, mia passione, mia vita, perché anch’io come minimo apostolo, diventi un po’ come loro, ubriaco di Dio, maniaco di lui, come erano quei magnifici monaci antichi chiamati “i folli di Dio”.

Lo Spirito, il vento sugli abissi, il fuoco del roveto, l’amore in ogni amore, lo Spirito Santo è Dio in libertà, che non sopporta statistiche. Gli studiosi cercano ricorrenze e schemi costanti. Dicono: nella Bibbia Dio agisce così. Non credeteci. Nella vita e nella Bibbia, Dio non segue schemi. Lo Spirito Santo fa cose che non t’aspetti, con somma fantasia. Dà a Maria un figlio fuorilegge, a Elisabetta un figlio profeta. E a noi dona tutto ciò di cui abbiamo bisogno per essere piccola tessera di pace nel mosaico della vita.

Solo una tessera, ma che sia d’oro.


Rapporto Istat 2026: meno figli, giovani via e oltre 2 milioni di famiglie in povertà assoluta


Rapporto Istat 2026: meno figli, giovani via e oltre 2 milioni di famiglie in povertà assoluta

(Foto di Quirinale.it)

Nel nostro Paese le disuguaglianze economiche rimangono marcate, più di un quinto della popolazione dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà o con grande difficoltà e circa un quarto ha difficoltà ad affrontare spese impreviste con le proprie risorse. Poco meno della metà della popolazione non à stata in grado di risparmiare nell’ultimo anno. Quasi 11 milioni di individui (pari al 18,6% della popolazione) si trovano in una condizione di rischio di povertà, che resta drammaticamente stabile ai massimi storici, mentre oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di oltre 5,7 milioni di persone, sono in povertà assoluta. E la povertà assoluta continua a interessare soprattutto le famiglie numerose, quelle con i minori, gli stranieri e i residenti nel Mezzogiorno.

E’ quanto certifica uno dei Capitoli (il 2° Capitolo relativo a “Popolazione e società”) del Rapporto annuale 2026 dell’ISTAT, giunto alla sua trentaquattresima edizione, che offre un quadro informativo integrato sulle sfide che l’Italia è chiamata ad affrontare in ambito economico, demografico e sociale. Un Capitolo che delinea un Paese attraversato da profondi cambiamenti demografici, da persistenti disuguaglianze territoriali e sociali e da un mercato del lavoro che fatica a valorizzare appieno il capitale umano, soprattutto quello giovane e femminile. Una situazione che pone sfide rilevanti per la sostenibilità economica e sociale e che richiede politiche integrate in grado di sostenere la natalità, l’occupazione e l’accesso equo ai servizi. L’Istat specifica che si diffondono forme specifiche di disagio, come la povertà energetica, che riflette l’aumento dei costi e la fragilità dei redditi e conferma che un fattore di protezione decisivo sono senz’altro i livelli di istruzione più elevati che si associano a condizioni di vita migliori e a un minore rischio di disagio economico. Il Rapporto, nel considerare la continua diminuzione del numero medio di figli e la costante posticipazione della genitorialità (che determina uno squilibrio demografico, per fortuna attenuato da una dinamica migratoria positiva, con ingressi dall’estero superiori alle uscite, che contribuisce alla tenuta demografica e al ricambio generazionale), si sofferma sulle intenzioni di fecondità, che rappresentano un indicatore cruciale per comprendere i progetti familiari degli individui.

“Più della metà delle persone ritiene, si legge nel Rapporto Istat 2026, che la propria situazione finanziaria peggiorerebbe con l’arrivo di un figlio nei tre anni successivi (52,6 per cento). Le donne manifestano timori riguardo alle proprie opportunità lavorative più spesso degli uomini (49,9 contro 24,0 per cento). In modo speculare, questi ultimi prevedono un peggioramento delle opportunità lavorative della partner in misura doppia rispetto alle donne (34,7 contro 15,0 per cento). Le preoccupazioni legate al lavoro, all’autonomia personale e alla realizzazione di altri obiettivi di vita possono arrivare a scoraggiare i progetti riproduttivi. A conferma di questi timori, infatti, chi non intende avere figli mostra aspettative di peggioramento associate all’avere un figlio più elevate rispetto a chi invece desidera averne, soprattutto per quanto riguarda aspetti come le opportunità di lavoro (42,6 per cento contro il 33,6 per cento tra chi intende averne), la vicinanza con il partner (14,2 per cento contro 4,0 per cento) e la possibilità di realizzare altri obiettivi nella vita (32,8 per cento contro 24,3 per cento)”.

E’ in atto una trasformazione dei valori e delle priorità individuali, associata alla presenza di barriere strutturali: precarietà lavorativa, difficoltà abitative, carenza di servizi per l’infanzia, squilibri nei carichi di cura, incertezza economica e instabilità delle relazioni. Anche l’impegno di cura verso i propri genitori, in un Paese fatto sempre più di anziani, frena le prospettive genitoriali, ben più di quello verso i propri figli. Più di una persona su dieci, tra coloro che non intendono avere figli, è così impegnata nel curare i genitori anziani, da rinunciare a un progetto di genitorialità (11,5 per cento: 12,9 tra gli uomini e 10,4 tra le donne). L’impatto della cura dei genitori anziani si manifesta in modo consistente dai 35 anni (12,0 per cento tra i 35 e i 44 anni) e la prospettiva di prendersi cura contemporaneamente della generazione precedente e di quella successiva fa sì che 763 mila persone rinuncino a progetti di fecondità. Comprendere perché molte intenzioni non si traducano in scelte concrete è, dunque, un passaggio chiave per promuovere condizioni più favorevoli alla realizzazione dei desideri riproduttivi e, più in generale, per sostenere la vitalità demografica del Paese. Anche il 3° Capitolo del Rapporto, relativo a “Capitale umano e sociale” conferma che le disuguaglianze sociali limitano il pieno sviluppo del capitale umano, ampliano i divari economici e alimentano forme di esclusione che indeboliscono la coesione e la vitalità del tessuto sociale.

Qui il Rapporto ISTAT 2026
 (fonte: Pressenza, articolo di Giovanni Caprio 22.05.26)



venerdì 22 maggio 2026

A 11 anni dalla Laudato si’ Leone XIV va nella “Terra dei fuochi”, sfregiata da inquinamento, camorra e tumori


A 11 anni dalla Laudato si’ Leone XIV va nella “Terra dei fuochi”, sfregiata da inquinamento, camorra e tumori

Il 23 maggio 2015 papa Francesco pubblicava la lettera enciclica Laudato si’, in cui parlava dell’ecologia integrale, che presuppone il rispetto della persona umana e dei suoi diritti fondamentafranli, e la cura della Terra, la nostra casa comune. 11 anni dopo, Leone XIV ricorderà simbolicamente quell’enciclica in uno dei luoghi simboli della violenza spietata che uccide le persone e devasta l’ambiente: la Terra dei fuochi, in Campania, dove si muore per i rifiuti tossici disseminati nel terreno, risultato di un traffico internazionale dei rifiuti e dell’inefficacia della politica

Il corteo dei cittadini di Acerra, nel Napoletano, in piazza per contro i roghi di rifiuti 
che continuano ad inquinare la cosiddetta “Terra dei Fuochi”, 7 settembre 2019. ANSA / CIRO FUSCO

Nei primi anni del 2000 lavoravo come cronista tra Napoli e provincia per un giornale e un settimanale di cronaca. Un giorno, fui contattata da alcuni abitanti di Acerra, un comune tra Napoli, nolano e casertano. Mi segnalavano un fatto inquietante. In alcuni pozzi l’acqua fredda ribolliva. Non era un fenomeno vulcanico: stava succedendo qualcosa di grave.

DA CAMPANIA FELIX A TERRA DEI FUOCHI

L’antica Campania Felix, così definita dallo scrittore latino Plinio il Vecchio nel I secolo dopo Cristo per la sua eccezionale fertilità, era stata violentata dalla camorra e stava per diventare la “Terra dei fuochi”. Questa espressione fu usata solo qualche anno dopo da Legambiente, che in diversi rapporti parlò dei traffici illegali della “Rifiuti spa“, per denunciare l’inquinamento di ampie aree del napoletano e del casertano (e non solo), in cui si bruciavano i rifiuti tossici per eliminarli, rendendo l’aria irrespirabile e il terreno inquinato. Ma dietro quei roghi – anzi sotto – c’era molto di più. C’erano fusti radioattivi e altri rifiuti speciali interrati dalla camorra, provenienti da aziende del Nord Italia e finanche dall’estero, per un traffico internazionale che culminava in Campania.

Nel comune acerrano, dunque, mi riferirono gli abitanti, accadevano fatti inquietanti. C’erano troppi tumori. E nascevano animali deformati. Ricordo ancora un mostruoso agnello con due teste. Chiunque transitasse in quel comune, del resto, da anni vedeva acqua giallastra, puzzolente e schiumosa, proveniente da una fabbrica locale, scorrere nei canali di scolo delle campagne. Un ulteriore inquinamento avvenuto per anni quotidianamente, alla luce del sole.

Un momento della manifestazione contro i roghi tossici a Napoli. 25 ottobre 2014. ANSA/CESARE ABBATE/

Cominciai dunque ad occuparmi della cosiddetta “emergenza rifiuti” durata decenni, rapportandomi quotidianamente con i sindaci e i residenti delle zone coinvolte. In particolare, ci fu un confronto continuo con l’allora sindaco di Acerra, Michelangelo Riemma, molto impegnato nella difesa del territorio e aspramente contrario alla realizzazione del termovalorizzatore (poi costruito) nel suo comune. Si scoprì poi che in un quinto dei pozzi di Acerra – e Riemma lo denunciò in un’audizione in Parlamento – l’acqua era fortemente inquinata. C’erano metalli pesanti e «anomalie magnetometriche imputabili alla presenza nel sottosuolo di masse con proprietà ferromagnetiche».

Anche i terreni, irrigati con quelle acque, risultarono contaminati e, con loro, gli animali. Migliaia di pecore, capre, bovini e bufale che brucavano l’erba di quei pascoli furono destinati al macello. Quegli animali erano malati, proprio come i loro padroni. E in migliaia sparirono, incredibilmente, di notte, rivenduti sottobanco o macellati di nascosto con documenti falsi, o interrati, senza rispettare le procedure di smaltimento. Un altro giro d’affari gestito dalla camorra. E i controlli?


Il corteo dei cittadini di Acerra, nel Napoletano, in piazza per contro i roghi di rifiuti 
che continuano ad inquinare la cosiddetta “Terra dei Fuochi” , 7 settembre 2019. ANSA / CIRO FUSCO

AUMENTANO TUMORI E MALFORMAZIONI

Nello stesso periodo, ottenni copia del Registro tumori coordinato da Mario Fusco dell’allora Asl Napoli 4. Nei primi anni del 2000 c’era un’incidenza maggiore rispetto al resto d’Italia per i tumori ai polmoni, alla laringe, al fegato, alle vie urinarie e il linfoma non Hodgkin. C’era inoltre un aumento delle malformazioni nei neonati. Nel quinquennio successivo, emergeva invece un aumento marcato dei tumori della prostata (+19%) e del colon-retto (+10%), e incrementi dei tumori del pancreas, del rene e del testicolo nei maschi. Per le donne aumentavano i tumori del colon retto, della tiroide e della mammella.

Per noi che vivevamo in quelle zone, era una tortura quotidiana. L’aria era irrespirabile, la raccolta dei rifiuti non funzionava. I cittadini differenziavano la spazzatura, che poi veniva sversata in cumuli indifferenziati per strada, con una puzza terribile e il proliferare di insetti e topi. I roghi venivano appiccati quotidianamente ovunque: anche a ridosso di case e campagne, secondo una regia criminale preordinata. L’azione dell’ex presidente della Campania e commissario per i rifiuti, Antonio Bassolino, fu fortemente contestata. Vennero spesi ingenti capitali per spedire fuori regione i rifiuti, e si accumularono oltre 5 milioni di tonnellate di ecoballe non riciclabili. Successivamente, si arrivò all’inaugurazione del termovalorizzatore di Acerra, tra innumerevoli polemiche e proteste, per la vetustà della struttura e per la continua devastazione di un territorio già fortemente inquinato.

Fu promessa una bonifica. E i cittadini, dopo decenni, la stanno ancora aspettando.

Presidio all’esterno dell’inceneritore di Acerra dei gruppi ambientalisti, 29 agosto 2022. ANSA/CESARE ABBATE

LE RIVELAZIONI DEI PENTITI: TRA VENT’ANNI QUI MORIRANNO TUTTI

Il peggio, tuttavia, si scoprì con le dichiarazioni di alcuni pentiti della camorra. Il problema non era solo l’aria irrespirabile. Su un territorio di 1.100 km² tra le province di Napoli e Caserta erano stati sepolti o dati alle fiamme milioni di tonnellate di rifiuti industriali, tossici, radioattivi e ospedalieri. A partire dagli anni ‘90, il boss pentito Carmine Schiavone, cugino dell’allora capo dei casalesi Francesco Schiavone, detto Sandokan, aveva raccontato ai magistrati dell’enorme traffico di rifiuti tossici che dal Nord Italia e dall’estero venivano sversati nelle campagne e nelle cave del napoletano e del casertano. Era il 1997 quando dichiarò ai parlamentari della Commissione d’inchiesta sui rifiuti che i residenti rischiavano di morire nell’arco di vent’anni. Purtroppo, quei verbali furono coperti dal segreto di Stato per 16 anni. Solo nel 2013 furono desecretati. Intanto, però, le voci giravano e i ritrovamenti pure: in un terreno, scavando, fu ritrovato un intero tir interrato col suo carico tossico. Ci fu chi raccontò che, di notte, mentre si costruivano i palazzi, nei cantiere si lasciavano entrare i tir che scaricavano strani fusti tossici. Erano voci e trovarono successivamente conferma: si spiegava così quell’impennata di tumori che colpiva le famiglie di singoli palazzi o quartieri. Non c’erano regole e non c’era coscienza. I rifiuti tossici furono sepolti anche vicino alle scuole dell’infanzia. Ogni buco era un nascondiglio perfetto per un business illegale milionario, che riuniva illecitamente l’Italia.

Protesta all’inceneritore di Acerra da parte dei gruppi di precari e disoccupati organizzati. 
14 novembre 2013. ANSA/CESARE ABBATE

LE FALDE ACQUIFERE INQUINATE

Alla luce di quanto vivevano, gli abitanti della Terra dei fuochi non bevevano l’acqua dei rubinetti, che tra l’altro usciva spesso torbida, scura, a volte con uno strano sapore. Un’altra spesa che i residenti si sono accollati di fronte ad una bonifica mai avvenuta. E i loro timori hanno trovato conferma. Come sappiamo, quando la polvere si nasconde sotto il tappeto, non scompare. Si accumula e ad un certo punto il problema diviene evidente. Da uno studio del 2026 della Federico II, è infatti stato scoperto che nelle falde acquifere di molti comuni di tutte le province campane si superano i limiti di legge per diverse sostanze tossiche. Ad esempio il TCE, tricloroetilene, classificato come sicuramente cancerogeno (gruppo a) per le persone. Provoca danni al sistema nervoso, aumenta l’incidenza della malattia di Parkinson, provoca il tumore del rene, del fegato e il linfoma non-Hodgkin. Superamenti anche per il PCE (tetracloroetilene), sostanza classificata come probabilmente cancerogena, e rinvenuta oltre i limiti nelle acque sotterranee di 4 province su 5 (esclusa Benevento). Può provocare danni a fegato e reni, ai polmoni e al cervello.

La conclusione è che la popolazione campana si avvelena ogni giorno, bevendo acqua, cucinando, irrigando i campi, lavandosi, andando a scuola… A Villa Literno, nel casertano, per esempio, le acque tossiche escono anche dai rubinetti di edifici pubblici, come la scuola, la stazione dei carabinieri, gli uffici comunali… L’Università Federico II ha chiesto alla Regione di prendere urgenti provvedimenti nelle zone interessate. Ad Acerra, come prevedibile, la sostanza più cancerogena, TCE, è presente in valori elevati: appare evidente l’associazione con l’elevato aumento dei tumori nell’area. Parliamo di zone densamente abitate, e note per le produzioni agricole, per cui dalla Regione è partita una richiesta alle Asl, per «verifiche specifiche sugli usi irrigui, sull’esposizione indiretta e sulle possibili interferenze con la filiera agroalimentare. La contaminazione può determinare esposizioni dirette per usi domestici non controllati, esposizioni indirette attraverso la catena alimentare, nonché possibili effetti sugli ecosistemi, anche con fenomeni di bioaccumulo».

Deposito di ecoballe di Villa Literno, 11 giugno 2016. ANSA/Presidenza del Consiglio dei ministri/ TIBERIO BARCHIELLI

L’ALLARME DELLA MARINA AMERICANA AI MARINES: NON BEVETE QUELL’ACQUA

Nessuno. Nessuno degli amministratori che nell’ultimo ventennio hanno guidato la Campania può dire di non aver saputo. E nemmeno i governi nazionali possono addurre questa giustificazione. E la legge 147/2025 del governo Meloni, che ha convertito il decreto Terra dei fuochi, è un primo (tardivo) passo, ma non basta a bonificare una situazione incancrenita da decenni.

Già nel 2008, per esempio, il locale comando americano U.S. Navy condusse dei test sulle acque, sull’aria e sul terreno delle aree dove vivevano i soldati americani tra Napoli e Caserta. La Marina americana coinvolse nello studio l’Agenzia regionale per la protezione ambientale Campania (ARPAC) e le istituzioni furono informate dei risultati. Anche allora fu evidente la presenza di TCE: fu imposto l’uso di acqua in bottiglia ai militari americani e chi risiedeva nelle zone più a rischio fu trasferito in aree più sicure. Tra le sostanze individuate c’era anche la diossina, che provoca danni alla pelle, al fegato, predispone per il diabete e altro ancora.
Un momento della manifestazione pacifica “Fiume in piena” per dire no al “biocidio”. 
L’iniziativa è stata promossa dall’associazione “Terra dei Fuochi”, Napoli, 16 novembre 2013. ANSA / CIRO FUSCO

AUMENTANO I TUMORI MALIGNI, ANCHE NEI BAMBINI

In Campania l’inquinamento è confermato anche per le PFAS. Secondo i dati dell’ARPAC, in undici falde acquifere sotterranee «si riscontrano superamenti dei limiti di quantificazione per varie specie di PFAS: PFBS, PFOS, PFHxA , PFHxS , PFPeA , PFHpA, PFOA, 6:2 FTS, PFBA, PFHpS, PFNA, FDoDA». Tutte queste sostanze provocano anche malformazioni nei neonati e, purtroppo, i tumori maligni colpiscono anche i più piccoli, sin dai primi mesi di vita.

Lo testimonia il Registro tumori della Campania (pag. 57), che certifica un aumento significativo dei tumori ai reni, polmoni, colon e retto, tiroide, testicoli, mammella, linfoma non Hodgkin… Nei maschi i primi cinque tumori in Campania per tassi di incidenza sono rappresentati da quelli del polmone, della prostata, del colon-retto, della vescica e del fegato. Nelle donne il primo tumore in assoluto è quello della mammella, seguito dai tumori del colon retto; del polmone (con trend in costante aumento), della tiroide e del corpo dell’utero.

Come si legge nell’ultima pagina del registro tumori, a proposito dei bambini, la sopravvivenza a 5 anni dopo una diagnosi di tumore maligno è in media pari all’84%. Per le leucemie, si arriva all’87%. «Al contrario i tumori maligni del sistema nervoso centrale e i sarcomi dell’osso mostrano le più basse probabilità di sopravvivenza, rispettivamente pari al 54% e al 68%.

In Campania, per questi tumori, sopravvive poco più della metà dei piccoli malati.

Papa Leone XIV. Credit: ANSA/Riccardo Antimiani.

23 MAGGIO, PAPA LEONE XIV INCONTRERÀ I FEDELI

Ai genitori di questi bambini, ai malati, ai fedeli della Terra dei fuochi parlerà, sabato 23 maggio, papa Leone XIV, che li incontrerà proprio ad Acerra, terra simbolo della strage silenziosa provocata dall’accordo micidiale tra camorra e aziende di Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Marche…, ed estere – a cui lo Stato non ha ancora dato una risposta. L’occasione sarà data dall’undicesimo anniversario della lettera enciclica Laudato si’ pubblicata da papa Francesco il 24 maggio 2015, in cui parlava dell’ecologia integrale, che presuppone il rispetto della persona umana e dei suoi diritti fondamentali, e la cura della Terra, la nostra casa comune.

In quell’occasione così importante, Leone XIV ha scelto di andare in uno dei luoghi simbolo della devastazione, umana e ambientale. La visita del papa riaccenderà i riflettori su questa terra ferita: speriamo che dopo la sua partenza la politica non li spenga, ancora una volta.
(fonte: Città Nuova, articolo di Sara Fornaro 20/05/2026)



Santa Rita: la forza del perdono che parla al mondo ferito e in guerra

Santa Rita: la forza del perdono
che parla al mondo ferito e in guerra

Milioni di fedeli celebrano Santa Rita, la “santa degli impossibili”, simbolo di pace e riconciliazione. La sua vita, segnata da dolore, coraggio e fede incrollabile, continua a offrire speranza a un mondo attraversato da guerre e divisioni, ricordando che l’amore può trasformare ogni ferita

(Foto Calvarese/SIR)

Sono milioni nel mondo i fedeli di Santa Rita da Cascia che, con grande intensità, festeggiano, in tutto il mondo, la sua festa il 22 maggio. E migliaia sono quelli che da ogni parte d’Italia si muoveranno per raggiungere la città umbra, pregare e rendere omaggio a santa Rita. Lei, la “Santa degli impossibili”, figura universale di pace, perdono e speranza, capace ancora oggi in grado di toccare l’animo dell’uomo moderno.

“Santa Rita continua a parlare al mondo perché ha vissuto fino in fondo il dolore umano senza lasciare che diventasse odio”, afferma suor Maria Grazia Cossu, Madre Badessa del Monastero di Santa Rita da Cascia. “Oggi più che mai sentiamo il bisogno della sua testimonianza. In un mondo ferito da guerre, divisioni e violenza, Rita ci ricorda che il perdono non è debolezza, ma una forza capace di cambiare la storia delle persone e delle comunità”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

La storia di questa santa continua infatti a interpellare il mondo. Santa Rita, al secolo Margherita Lotti, nacque a Roccaporena tra il 1371 e il 1381, in un’epoca segnata da tensioni politiche e rivalità familiari. I genitori, Antonio e Amata, erano conosciuti come “pacieri” del territorio. Rita cresce in questo clima, osservando i genitori impegnati a ricomporre conflitti e a ricucire rapporti difficili e spesso spezzati. È un apprendistato silenzioso che segna profondamente la sua visione del mondo: la pace, per lei, non sarà mai un concetto astratto, ma un lavoro quotidiano.

Sposa, da giovane, Paolo di Ferdinando di Mancino, uomo dal carattere deciso e inserito nelle dinamiche politiche del tempo. La loro vita familiare è fatta di fatiche e tenerezze, di differenze e compromessi, nel tentativo di tenere insieme casa e relazioni e di trasformare la quotidianità in un luogo di crescita.

Il dramma arriva all’improvviso: Paolo viene assassinato nei pressi del “Mulinaccio”, vittima di una vendetta legata alle tensioni tra fazioni. Rita accorre, ma può solo raccogliere il suo ultimo respiro. In un gesto che rivela tutta la sua lucidità, nasconde la camicia insanguinata per impedire ai figli di alimentare la spirale dell’odio. È un atto di coraggio civile, prima ancora che spirituale: interrompere la catena della violenza, anche quando il dolore è personale e bruciante.

La morte dei due figli, avvenuta poco dopo, la lascia sola. È un vuoto che potrebbe schiacciarla, ma che per Rita diventa un varco. Decide di entrare nel monastero di Santa Maria Maddalena a Cascia, un desiderio che coltivava da tempo. Ma il suo ingresso non è semplice: incontra resistenze, pregiudizi e ostacoli. Lei, però, non si tira indietro. È una donna determinata, una donna di preghiera, profondamente devota a Sant’Agostino e a San Nicola da Tolentino, allora beato. Questa determinazione la sostiene nel cammino verso la vita religiosa.

In monastero vive un’esistenza di intensa interiorità. È una presenza discreta ma incisiva: si dedica alla preghiera, al servizio e alla cura delle sorelle. È qui che riceve il segno della spina sulla fronte, una ferita che la accompagnerà per anni e che diventerà simbolo della sua partecipazione alla Passione di Cristo.

(Foto: Monastero Santa Rita, Cascia)

Negli ultimi mesi di vita, ormai gravemente malata, Rita chiede un segno: sapere se le sue preghiere per la pace nella sua famiglia siano state ascoltate. Una parente, recatasi a Roccaporena in pieno inverno, trova una rosa sbocciata e gliela porta. Quel fiore fuori stagione diventa un’icona universale: la rosa di Rita, simbolo di speranza contro ogni logica, promessa che la grazia può fiorire anche nei momenti più duri.

Si racconta anche che, durante il periodo del noviziato, la Madre Badessa, per provare la sua umiltà, le abbia comandato di piantare e innaffiare un arido legno. Lei obbedisce e il Signore la premia facendo fiorire una vite rigogliosa. È per questo che la vite è il simbolo della pazienza, dell’umiltà e dell’amore di Rita verso le sue consorelle e, più in generale, verso l’altro.

Ancora oggi, la testimonianza di questo prodigio è, per tutti i fedeli, la vite di Santa Rita. Quella che si vede oggi nel chiostro del monastero non è la stessa della tradizione: risale a più di duecento anni fa. Nonostante ciò, continua a rappresentarne il forte valore simbolico.

Rita muore nel 1457. Da allora, numerosi miracoli avvenuti per sua intercessione vengono raccolti nel Codex miraculorum. Nel 1626 arriva la beatificazione e nel 1900 la canonizzazione, anche se il suo culto era già ampiamente diffuso e lei era ormai conosciuta come la “santa degli impossibili”.

Una figura che continua a esercitare un fascino particolare perché parla a un mondo che, pur cambiato, resta ferito da molti conflitti. Rita parla di pace e perdono in un tempo che esalta l’individualismo e in un mondo che teme il dolore. Insegna che anche le ferite possono diventare luoghi di luce. La sua rosa, sbocciata contro ogni previsione, continua a raccontare che nulla è davvero impossibile per chi sceglie l’amore.
(fonte: Sir, articolo di Raffaele Iaria 22/05/2026)


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Vedi anche il post:


#IDEE MORTE - Breviario di Gianfranco Ravasi

#IDEE MORTE 
Breviario di Gianfranco Ravasi


Un’idea morta produce più fanatismo di un’idea viva; 
anzi soltanto quella morta ne produce.
Poiché gli stupidi, come i corvi, sentono solo le cose morte.

Uscì nel 1979 col titolo Nero su nero, e il suo autore, Leonardo Sciascia (1921-1989) l’aveva definito il suo «diario pubblico», fatto di considerazioni spesso incisive, affidate sempre a un dettato limpido ed essenziale. È il caso di questa affermazione che riceve ancora oggi conferma, come lo è stato nei secoli. Ci sono pensieri inconsistenti, vani o, peggio, fatiscenti e “marci” che purtroppo ispirano emozioni, passioni, esaltazioni folli.
Fiorisce spesso in molti un’attrazione diabolica per la perversione, un gusto macabro per ciò che è sporco, corrotto, infame. Il fanatismo religioso, ideologico o politico si abbevera a teorie simili a morte gore, rincorre progetti devastanti. Il fondamentalismo, la stupida acquiescenza agli slogan, l’isteria  nazionalistica e tante altre malattie del pensiero producono solo morte.

Lo stesso Sciascia, in un’altra notissima opera, Candido (1967), applicava questa interpretazione anche alla ricchezza che è bella, ma morta, soprattutto morta anche se bella.
Molti sono protesi verso carogne ideologiche, nutrendosi di falsità; sono rigidi nel difendere i loro interessi, arroccati nella tutela del loro orizzonte. Quanto abbiamo scritto finora a commento del testo di Sciascia potrà sembrare a molti lettori una tirata savonaroliana. È vero, ma in qualche momento a sé stessi, prima che agli altri, è necessario proporre una sorta di vaccino spirituale, certamente forte ma terapeutico contro ogni degenerazione del pensiero.

(Fonte: Pubblicato su "Il Sole 24Ore - Domenica" - 10.05.2026)

giovedì 21 maggio 2026

Tonio Dell'Olio: La giustizia non basta

Tonio Dell'Olio
 
La giustizia non basta
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  21 maggio 2026

Davide Cavallo è lo studente ventiduenne accoltellato e picchiato il 12 ottobre 2025, in corso Como a Milano, da cinque ragazzi fino a riportare una lesione midollare permanente. Ieri il tribunale ha pronunciato la sentenza con una pena esemplare per due dei suoi aggressori.

Una decisione necessaria, perché senza giustizia una società smarrisce il senso del limite e della responsabilità. Ma ieri, in quell’aula, è accaduto qualcosa che va oltre il diritto e perfino oltre la condanna. A porte chiuse, Davide ha chiesto di abbracciare i suoi aggressori spezzando così la logica che spesso domina il nostro tempo: quella della vendetta, dell’odio che chiama altro odio, della vita ridotta a un interminabile regolamento di conti. 

Nessun gesto potrà cancellare il dolore, né restituire a Davide la vita di prima. Eppure quell’abbraccio ha mostrato che la giustizia, da sola, non basta. È necessario riconoscere l’umanità dell’altro, persino quando ha sbagliato in modo terribile. Vuol dire non lasciare l’ultima parola al male. 

In un Paese dove troppo spesso la violenza giovanile genera solo paura e invocazioni di pene sempre più dure, Davide ci consegna una domanda radicale: che società vogliamo costruire dopo la condanna? Gettare la chiave o scommettere su un altro futuro? Quel gesto non assolve nessuno. Ma indica una strada capace di generare vita nuova. Per le vittime, per i colpevoli e per tutti noi.

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UDIENZA GENERALE 20/05/2026 Leone XIV: la liturgia si traduca in vita, rendiamo concreto ciò che celebriamo

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 20 maggio 2026


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Il Papa: la liturgia si traduca in vita,
rendiamo concreto ciò che celebriamo

Proseguendo il ciclo sui documenti del Concilio Vaticano II, all'udienza generale il Pontefice tiene la prima catechesi sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium e spiega che "la ritualità della Chiesa esprime la sua fede" e al contempo "plasma l’identità ecclesiale", la "proclamazione della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la preghiera comune" incoraggiano e rinnovano i credenti "nella loro missione"

Un momento dell'udienza generale (@VATICAN MEDIA)

Inizia la serie di catechesi dedicate alla Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium Leone XIV all’udienza generale tenuta questa mattina, 20 maggio, in piazza San Pietro, nell’ambito del ciclo sui documenti del Concilio Vaticano II. Accanto a lui, oggi il catholicos della Chiesa Apostolica Armena – Sede di Cilicia Aram I, ricevuto lunedì scorso e al quale indirizza parole di benvenuto.

Immersi nel mistero di Cristo

“La liturgia nel mistero della Chiesa”, questo il primo tema scelto dal Papa per spiegare i contenuti del primo documento promulgato dall’assise ecumenica, voluto per “intraprendere una riforma dei riti” e “condurre la Chiesa a contemplare e ad approfondire … il mistero di Cristo”. La liturgia, infatti, ne tocca “il cuore” essendo “lo spazio, il tempo e il contesto in cui la Chiesa riceve da Cristo la propria stessa vita”. Quando si parla di “mistero di Cristo” non ci si riferisce “una realtà oscura”, chiarisce il Pontefice, ma al “disegno salvifico di Dio, nascosto dall’eternità e rivelato in Cristo”.

Ecco, dunque, il Mistero cristiano: l’evento pasquale, vale a dire la passione, la morte, la risurrezione e la glorificazione di Cristo, che proprio nella liturgia ci è reso sacramentalmente presente, così che ogni volta che partecipiamo all’assemblea riunita “nel suo nome” siamo immersi in questo Mistero.


Nella liturgia la comunione con Cristo

Cristo è in pratica “il principio interiore del mistero della Chiesa”, che è il “popolo santo di Dio”, il quale è “nato” dal “fianco” di Gesù trafitto “sulla croce”, specifica Leone. Infatti, nella liturgia, Cristo “con la potenza” dello “Spirito”, “santifica e associa la Chiesa, sua sposa, alla sua offerta al Padre” ed “è presente nella Parola proclamata, nei Sacramenti, nei ministri che celebrano, nella comunità radunata” e soprattutto “nell’Eucaristia”.

Secondo Sant’Agostino, celebrando l’Eucaristia la Chiesa “riceve il Corpo del Signore e diventa ciò che riceve”: diventa il Corpo di Cristo, “dimora di Dio per mezzo dello Spirito”. Questa è “l’opera della nostra redenzione”, che ci configura a Cristo e ci edifica nella comunione. Nella santa liturgia, tale comunione si realizza “per mezzo dei riti e delle preghiere”.

Il Papa mentre saluta alcuni partecipanti all'udienza (@Vatican Media)

Il culmine verso cui tende la Chiesa

Nella “ritualità” la Chiesa “esprime la sua fede”, ma al contempo la ritualità “plasma l’identità ecclesiale”, specifica il Papa, perché “la Parola proclamata, la celebrazione del Sacramento, i gesti, i silenzi, lo spazio” rappresentano e danno “forma al popolo convocato dal Padre, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo”. Dunque “la liturgia è al servizio del mistero di Cristo”, per questo la Sacrosanctum Concilium la definisce “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia”. Ogni “attività” della Chiesa - “la predicazione, il servizio dei poveri, l’accompagnamento delle realtà umane” - “converge” nella liturgia, che è linfa vitale per i credenti.

La liturgia sostiene i fedeli immergendoli sempre e di nuovo nella Pasqua del Signore e, perciò, attraverso la proclamazione della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la preghiera comune, essi sono ristorati, incoraggiati e rinnovati nel loro impegno di fede e nella loro missione. In altre parole, la partecipazione dei fedeli all’azione liturgica è al tempo stesso “interiore” ed “esteriore”.

Una panoramica di piazza San Pietro (@Vatican Media)

Una dinamica etica e spirituale

Genera “una dinamica etica e spirituale” la liturgia, precisa il Pontefice, perciò “si traduce in vita e domanda un’esistenza fedele, capace di rendere concreto ciò che è stato vissuto nella celebrazione”.

“La liturgia edifica ogni giorno coloro che sono nella Chiesa come tempio santo nel Signore”, e forma una comunità aperta e accogliente verso tutti. Essa è infatti abitata dallo Spirito Santo, ci introduce nella vita del Cristo, ci rende suo Corpo e, in tutte le sue dimensioni, rappresenta un segno dell’unità di tutto il genere umano in Cristo.

Il Papa tra la folla (@Vatican Media)

Lasciarsi plasmare

Nella Lettera apostolica Desiderio desideravi sulla formazione liturgica del popolo di Dio Papa Francesco scrive che “il mondo ancora non lo sa, ma tutti sono stati invitati al banchetto di nozze dell’Agnello”, ricorda, infine, Leone XIV, che incoraggia tutti a lasciarsi “plasmare” nella liturgia “dai riti, dai simboli, dai gesti e soprattutto dalla viva presenza di Cristo”.

Il Papa mentre benedice una bambina (@Vatican Media)

Pregare lo Spirito Santo perchè rinnovi il mondo

Salutando i 25mila presenti in piazza, il Pontefice rammenta ai pellegrini polacchi la pubblicazione, quarant’anni fa, della Lettera Enciclica Dominum et Vivificantem, nella quale Giovanni Paolo II rimarca che "lo Spirito Santo è la 'Luce dei cuori' e ci permette di 'chiamare per nome il bene e il male'. Da qui l'invito, nell'imminenza della Pentecoste, a chiedere "allo Spirito di Dio di risvegliare le coscienze umane con i suoi doni, di distoglierle dall’ingiustizia, dalla violenza e dalla guerra e di rinnovare il volto della terra". Invito rivolto pure nel saluto ai fedeli di lingua tedesca e portoghese, esortati ad invocare lo Spirito Santo perché rinnovi i cuori "e la faccia della terra" e a pregare Dio per "una rinnovata effusione dello Spirito Santo sulla sua Chiesa".

Il Papa mentre saluta gli sposi novelli (@VATICAN MEDIA)

Il saluto ai gruppi italiani

A conclusione dell'udienza, il saluto, in italiano, al gruppo giunto da Cascia per far benedire la Fiaccola del perdono e della pace, simbolo del gemellaggio con Chicago, la città scelta quest'anno per diffondere il messaggio e i valori di Santa Rita in occasione delle celebrazioni legate alla memoria liturgica.

Leone XIV mentre benedice la Fiaccola del perdono e della pace (@Vatican Media)

E prima della benedizione finale il Papa indirizza il suo pensiero ai partecipanti alla manifestazione promossa dal Movimento dell’etica nello sport, sottolinea agli atleti, i quali hanno la nobile missione di "custodire l’anima dello sport", che "il vero traguardo non è la vittoria materiale, ma il rispetto dell’avversario, la lealtà del gioco e l'inclusione di tutti".

Leone XIV riceve in dono un paio di scarpe da ginnastica (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 20/05/2026)

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LEONE XIV

Saluto del Santo Padre a Sua Santità Aram I, Catholicos di Cilicia

Sono molto lieto di dare il benvenuto a Sua Santità Aram I, Catholicos di Cilicia della Chiesa Apostolica Armena, insieme all’illustre delegazione che lo accompagna. Questa visita fraterna rappresenta un’importante occasione per rafforzare i legami di unità che già esistono tra noi, mentre ci avviciniamo alla piena comunione tra le nostre Chiese. ...


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I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 1. La liturgia nel mistero della Chiesa


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Iniziamo oggi una serie di catechesi sul primo Documento promulgato dal Concilio Vaticano II: la Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium (SC).

Elaborando questa Costituzione, i Padri conciliari hanno voluto non solo intraprendere una riforma dei riti, ma condurre la Chiesa a contemplare e ad approfondire quel legame vivo che la costituisce ed unisce: il mistero di Cristo. La liturgia, in effetti, tocca il cuore stesso di questo mistero: essa è insieme lo spazio, il tempo e il contesto in cui la Chiesa riceve da Cristo la propria stessa vita. Nella liturgia infatti, «si attua l’opera della nostra redenzione» (SC, 2), che fa di noi una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo che Dio si è acquistato (cfr 1Pt 2,9).

Come ha manifestato il triplice rinnovamento – biblico, patristico e liturgico – che ha attraversato la Chiesa nel corso del XX secolo, il Mistero in questione non designa una realtà oscura, ma il disegno salvifico di Dio, nascosto dall’eternità e rivelato in Cristo, secondo l’affermazione di San Paolo (cfr Ef 3,3-6). Ecco, dunque, il Mistero cristiano: l’evento pasquale, vale a dire la passione, la morte, la risurrezione e la glorificazione di Cristo, che proprio nella liturgia ci è reso sacramentalmente presente, così che ogni volta che partecipiamo all’assemblea riunita «nel suo nome» (Mt 18,20) siamo immersi in questo Mistero.

Cristo stesso è il principio interiore del mistero della Chiesa, popolo santo di Dio, nato dal suo fianco trafitto sulla croce. Nella santa liturgia, con la potenza del suo Spirito, Egli continua ad agire. Santifica e associa la Chiesa, sua sposa, alla sua offerta al Padre. Esercita il suo sacerdozio assolutamente unico, Lui che è presente nella Parola proclamata, nei Sacramenti, nei ministri che celebrano, nella comunità radunata e, in sommo grado, nell’Eucaristia (cfr SC, 7). È così che, secondo Sant’Agostino (cfr Serm., 277), celebrando l’Eucaristia la Chiesa «riceve il Corpo del Signore e diventa ciò che riceve»: diventa il Corpo di Cristo, «dimora di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2,22). Questa è «l’opera della nostra redenzione», che ci configura a Cristo e ci edifica nella comunione.

Nella santa liturgia, tale comunione si realizza «per mezzo dei riti e delle preghiere» (SC, 48). La ritualità della Chiesa esprime la sua fede – secondo il celebre detto lex orandi, lex credendi –, e al tempo stesso plasma l’identità ecclesiale: la Parola proclamata, la celebrazione del Sacramento, i gesti, i silenzi, lo spazio, tutto questo rappresenta e dà forma al popolo convocato dal Padre, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo. Ogni celebrazione diventa così una vera epifania della Chiesa in preghiera, come ha ricordato san Giovanni Paolo II (Lett. ap. Vicesimus quintus annus, 9).

Se la liturgia è al servizio del mistero di Cristo, si comprende perché sia stata definita «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (SC, 10). È vero che l’azione della Chiesa non si limita alla sola liturgia, tuttavia ogni sua attività (la predicazione, il servizio dei poveri, l’accompagnamento delle realtà umane) converge verso questo «culmine». Nel senso inverso, la liturgia sostiene i fedeli immergendoli sempre e di nuovo nella Pasqua del Signore e, perciò, attraverso la proclamazione della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la preghiera comune, essi sono ristorati, incoraggiati e rinnovati nel loro impegno di fede e nella loro missione. In altre parole, la partecipazione dei fedeli all’azione liturgica è al tempo stesso «interiore» ed «esteriore».

Ciò significa pure che essa è chiamata a dispiegarsi concretamente lungo tutta la vita quotidiana, in una dinamica etica e spirituale, cosicché la liturgia celebrata si traduce in vita e domanda un’esistenza fedele, capace di rendere concreto ciò che è stato vissuto nella celebrazione: è in questo modo che la nostra vita diventa «sacrificio vivente, santo e gradito a Dio», realizzando il nostro «culto spirituale» (Rm 12,1).

In questo modo, «la liturgia edifica ogni giorno coloro che sono nella Chiesa come tempio santo nel Signore» (SC, 2), e forma una comunità aperta e accogliente verso tutti. Essa è infatti abitata dallo Spirito Santo, ci introduce nella vita del Cristo, ci rende suo Corpo e, in tutte le sue dimensioni, rappresenta un segno dell’unità di tutto il genere umano in Cristo. Come diceva Papa Francesco, «il mondo ancora non lo sa, ma tutti sono stati invitati al banchetto di nozze dell’Agnello (Ap 19,9)» (Lett. ap. Desiderio desideravi, 5).

Carissimi, lasciamoci plasmare interiormente dai riti, dai simboli, dai gesti e soprattutto dalla viva presenza di Cristo nella liturgia, che avremo ancora modo di approfondire nelle prossime Catechesi.

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli della parrocchia Regina Pacis di Angri che celebra il Centenario di fondazione e li esorto a guardare a Maria per lasciarsi attrarre dal suo esempio e dalla sua santità. Saluto poi il gruppo della Basilica Santa Rita da Cascia e sarò lieto di benedire la Fiaccola del perdono e della pace simbolo del gemellaggio con la città di Chicago.

Accolgo con affetto i partecipanti alla manifestazione promossa dal Movimento dell’etica nello sport e ringrazio i giovani atleti che hanno realizzato un saggio ispirato alle loro attività sportive. Cari amici, voi avete una missione nobile: custodire l’anima dello sport. Ricordate che il vero traguardo non è la vittoria materiale, ma il rispetto dell’avversario, la lealtà del gioco e l'inclusione di tutti.

Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli, augurando a ciascuno di servire sempre Dio nella gioia e di amare il prossimo con spirito evangelico.

A tutti la mia benedizione!




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Ero malato e (non) siete venuti a visitarmi. Andrò in prigione: verrete a visitarmi?


Ero malato e (non) siete venuti a visitarmi. Andrò in prigione: verrete a visitarmi?

La tragedia di Modena ci invita a meditare di nuovo sulle parole di Gesù dedicate agli stranieri da accogliere, ai malati da visitare, ai carcerati da andare a trovare.

Foto di Arun Anoop su Unsplash

Molti italiani sono razzisti e hanno una storia eccellente di razzismo.

Noi abbiamo inventato il fascismo e le leggi razziali non le abbiamo copiate dai nazisti, ma erano già l’essenza del movimento che sconvolse il novecento. Noi, il razzismo, l’abbiamo applicato in Africa: uccidendo, torturando, violentando, acquistando schiave bambine a costo zero per la nostra lussuria e questo ben al di là delle leggi del ’38.

Noi abbiamo la lega: ve la ricordate la lega appena nata? Io ero in campagna a raccogliere mele e pere e ricordo i discorsi che facevano gli anziani, vecchi ex socialisti, conquistati dalla retorica violenta contro i meridionali. Ancora oggi il terrone, nel mio paese, è il terrone, anche se la lega è riuscita nella grande impresa di conquistare chi prima disprezzava.

Poi ascolti Salvini che, in tono sarcastico, si riferisce al responsabile dei fatti di Modena dicendo “eh, avrà problemi psichiatrici, sarà disoccupato, ecc.”, e ti accorgi che già qui c’è un grosso problema. Il problema è la necessità retorica di costruire a piacere una gerarchia di problemi.

Ma voi avete l’idea di cosa voglia dire essere borderline? Essere schizofrenico? Essere malato di mente? Come si fa a mettere sullo stesso piano la disoccupazione e la malattia mentale?

Eppure un discorso simile l’ho letto anche oggi anche sulla mia bacheca. Come se la malattia psichiatrica fosse una scusa, una certificazione scolastica per non svolgere le verifiche come gli altri.

Mi rendo conto, inoltre, che malattia psichiatrica è un termine orrendo, inadatto, non scientifico, perché i problemi della mente hanno infinite sfumature e declinazioni, sulle quali di sicuro non sono competente, ma di quest’ultime ne ho viste parecchie e, con la stragrande maggioranza, si può vivere con ottimo profitto per sé e per gli altri.

Certo, dipende anche moltissimo da cosa la società, stato compreso, è disposto a fare. E non mi pare che negli ultimi anni si sia fatto molto in questo campo…

Il fatto che la malattia psichiatrica sia collegata a quel mondo produttivo che oggi non riguarda solo l’ambito della produzione di merci ma tutti gli ambiti – dalla formazione scolastica al divertimento – non lo dico io: lo diceva Mark Fisher in quel piccolissimo capolavoro che è “Realismo capitalista”.

Allora, se si riesce a congiungere i puntini, non si può non accorgersi che la mente può andare in tilt quando all’esterno c’è un ambiente che respinge invece che accogliere, con esiti tragici, dalla strage al suicidio – e in Italia, soprattutto tra i giovani, abbiamo più esperienze dei secondi che delle prime.

“Ma la radicalizzazione…?”. C’è, nessuno nega che vi sia radicalizzazione, anzi di questo passo progredirà di sicuro col tempo. Quando ti senti respinto, preso in giro, in una parola “emarginato”, è naturale ti venga una sete di vendetta. Se non fai parte del gioco vuoi interromperlo. Vi ricordate quando eravate bambini? Succedeva questo: se ne avevamo il potere e il gioco non ci piaceva, lo facevamo saltare, con una scusa qualsiasi. Però – spiace deludere i novelli Bruzzone – qui pare non ci sia radicalizzazione. Ho letto perfino che il responsabile è ateo.

La radicalizzazione c’è e la sentiremo sempre di più, ma sarà un grande buffet su cui gettarsi. Nel frattempo, a Taranto, per Sako Bakari nemmeno un fiore. Ma noi non siamo razzisti, sono loro ad essere islamisti…
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Franco Ferrari 19/05/2026)

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