VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE
13-23 APRILE 2026
Domenica 19 aprile 2026
LUANDA – MUXIMA – LUANDA
10:00 SANTA MESSA a Kilamba
Regina Caeli
15:45 Partenza in elicottero dall’Aeroporto di Luanda “4 de Fevereiro” per Muxima
16:15 Arrivo all’Eliporto di Muxima
16:30 PREGHIERA DEL SANTO ROSARIO nella spianata antistante il Santuario di “Mama Muxima”
17:45 Partenza in elicottero dall’Eliporto di Muxima all’Aeroporto di Luanda “4 de Fevereiro”
18:15 Arrivo all’Aeroporto di Luanda “4 de Fevereiro”
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Leone XIV pellegrino nel Continente africano - Angola
Costruire speranza e giustizia
superando vecchie divisioni e corruzione
Alla Messa nella spianata di Kilamba, commentando il brano di Vangelo sui discepoli di Emmaus, il Papa invoca per gli angolani, in un Paese ferito da una lunga guerra civile, una Chiesa che li accompagni e che raccolga "il grido dei suoi figli". Poi raccomanda di non mescolare con la fede “elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale”
In papamobile tra i fedeli a Kilamba (@Vatican Media)
La musica che accoglie Leone XIV, giunto nella spianata di Kilamba, a una trentina di chilometri dalla capitale dell'Angola, per presiedere la Messa, è piena di gioia, sebbene abbia perso l’insistenza ritmica della marimba. Ha acquistato la passionalità della tradizione sonora portoghese, europea: le percussioni hanno ceduto il passo all'armonia e alla coralità. Algeria e Camerun, prime due tappe del viaggio apostolico del Pontefice in Africa, sono musicalmente lontane. Ora a dominare il pentagramma c'è sacralità mista a dramma. È la musica giusta per raccontare due storie di dolore e di amore. Quella di Gesù che accompagna due discepoli verso casa, a Emmaus, e li consola riaprendo i loro occhi alla speranza. E quella della Chiesa che affianca l’Angola e si prende cura delle sue cicatrici, tracce dolorose della sua storia recente.
Scompaiano l'odio e la violenza
Il sobborgo di Kilamba, che tutti chiamano la "città fantasma", è un luogo dove le multinazionali cinesi hanno costruito appartamenti costosi, che pochi angolani possono permettersi di abitare. Festoso il benvenuto dei fedeli, quando il Vescovo di Roma attraversa in papamobile i settori in cui la spianata è suddivisa, salutandoli e benedicendoli.
Nell’omelia della Messa di stamani, 19 aprile, la prima che presiede in Angola, il Papa - dall'enorme tenso-struttura semisferica allestita come altare - parla ad un Paese diviso e ancora ferito da quasi trent’anni di guerra civile e porta al suo popolo la speranza che viene dalla “grazia di Cristo Risorto”.
Possiamo e vogliamo costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta.
Un Paese bellissimo e ferito, che ha fame di speranza
Nella terza domenica di Pasqua, il Vangelo del giorno, proclamato in lingua portoghese davanti a circa 100 mila fedeli, descrive il ritorno di due discepoli di Gesù da Gerusalemme al loro villaggio, Emmaus. Il loro cuore, spiega ancora Leone XIV, è “ferito e triste”: avevano confidato nel loro Maestro, lo avevano seguito” e l’hanno visto morire. Si sentono “delusi e sconfitti”. Nel cammino di ritorno verso casa, ne parlano ancora, rielaborano la perdita, condividono quanto hanno vissuto, “col rischio però di restare imprigionati nel dolore, chiusi alla speranza”, aggiunge il Papa. Nel brano dell’evangelista Luca, il Pontefice vede “rispecchiata la storia dell’Angola”, un “Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità”.
La folla di persone alla Messa (@Vatican Media)
Ottenuta l’indipendenza dal Portogallo nel 1975, l’Angola non è divenuto una nazione stabile. I vari gruppi militari che avevano combattuto contro il potere coloniale – tra tutti il Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola, di ispirazione marxista, e l’Unita, sostenuta da Stati Uniti e Sudafrica - hanno iniziato una lunga guerra civile, terminata solo nel 2002 dopo aver mietuto circa 500 mila vittime. Un dolore che ha segnato il Paese, condannandolo ad uno “strascico di inimicizie e divisioni, di risorse, sperperate e di povertà”. Come è accaduto ai due discepoli di Gesù, di ritorno sulla via verso Emmaus: si può perdere la speranza e rimanere “paralizzati dallo scoraggiamento”, “quando per lungo tempo si è immersi in una storia così marchiata dal dolore”.
Guardare oltre il dolore
La soluzione, per il popolo dell’Angola, come per i due discepoli di Emmaus, non scaturisce dall’attuazione di una propria strategia: è un dono, che viene dall’Alto.
Il Signore si affianca ai due discepoli delusi e a corto di speranza e, facendosi loro compagno di strada, li aiuta a rimettere insieme i pezzi di quella storia, a guardare oltre il dolore (…). Ecco tracciata anche per noi, per voi, cari fratelli e sorelle angolani, la strada per ricominciare: da una parte la certezza che il Signore ci accompagna e ha compassione di noi, dall’altra l’impegno che Egli ci chiede.
La vicinanza del Signore la “sperimentiamo” con forza nella preghiera e nell’Eucaristia: queste sono le dimensioni spirituali in cui “incontriamo Dio”. Per questo “occorre sempre vigilare”, avverte il Papa, sulle “forme di religiosità tradizionale” che pur appartenendo “alle radici della vostra cultura”, rischiano di confondere, con una rischiosa mescolanza di “elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale”. Il Pontefice invita i cattolici dell’Angola a “fidarsi dei vostri Pastori” e a tenere lo sguardo “fisso su Gesù” e li incoraggia all’”impegno generoso” che lenisce le ferite e riaccende la speranza.
La spianata di Kilamba gremita di fedeli e, in fondo, la tenso-struttura dove il Papa ha presieduto la Messa.
Una Chiesa che si fa pane e si spezza per i suoi figli
Nelle conseguenze di una storia di violenza, dentro le “problematiche sociali ed economiche” e “le diverse forme di povertà”, la Chiesa, sottolinea il Vescovo di Roma, ha il compito di accompagnare il Paese, “raccogliere il grido dei suoi figli” e donarsi come pane spezzato, proprio come Gesù si è affiancato ai due discepoli delusi e disorientati.
L’Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno.
Le parole finali di Leone XIV, al termine della sua omelia, sono pronunciate per scuotere un Paese arenato e rimetterlo in cammino verso il domani.
Fratelli e sorelle, oggi c’è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro. Non abbiate paura di farlo!
Anche la preghiera dei fedeli chiede al "Dio della speranza e della pace" di sostenere la Chiesa e i suoi pastori, e "quanti si dedicano al bene pubblico e servono i più poveri e i malati".
Lavorare ogni giorno nel “cantiere” della pace
Parole che nutrono la “ragione” e ispirano la “volontà” di continuare a fare il bene, come sottolinea nel discorso di ringraziamento al termine della Messa, l’arcivescovo di Luanda, monsignor Filomeno do Nascimento Vieira Dias. “Grazie per averci ricordato che dobbiamo essere un popolo unito nel bene, nella verità e nella giustizia – dice il presule - un popolo di fratelli, mano nella mano, impegnato nella felicità e nel benessere dell’altro, senza lasciare nessuno ai margini, nessuno indietro, nessuno dimenticato, nessuno ferito”.
Monsignor Vieira Dias ricorda infine le parole del Pontefice in Libano, quando, in occasione del suo primo viaggio apostolico, invitava a considerare il “desiderio di riconciliazione e di pace” come “un cantiere aperto”, cui bisogna lavorare con “tenacia” e “perseveranza”. Un ricordo che ha il sapore di un impegno quotidiano per tutto il popolo dell’Angola. Poi l’arcivescovo di Luanda riceve in dono dal Papa un calice per l’Eucaristia. Il segno di una presenza, che incoraggia ogni operatore di pace a non considerarsi mai solo nella sua fatica.
(fonte: Vatican News, articolo di Daniele Piccini 19/04/2026)
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Il Papa e la Mamã, la preghiera di Leone nella "Fatima" dell'Angola tra musica e fede
Nella spianata antistante il santuario di Mamã Muxima, nel nord del Paese, trentamila fedeli cantano, ballano e recitano il Rosario insieme al Pontefice. Un evento intriso di "felicidade" e della profonda spiritualità che caratterizza il popolo angolano venuto massiccio ad accogliere il Successore di Pietro
Leone XIV gira in golf-kart tra i trentamila fedeli riuniti nella spianata del santuario di Mamã Muxima, nel nord dell'Angola
Si suda, si balla, si canta nella spianata del Santuario di Mamã Muxima. Si prega e si mangia (pure), si brandiscono bandiere e coroncine e “coroncione” – viste le dimensioni di alcune – del Rosario, si applaude “prima con due dita, poi tre, poi quattro”, si urla a squarciagola e con la fronte imperlata di sudore: “Papa Leão décimo quarto bem-vindo à casa da mamãe”. In una fantomatica gara di festosità e accoglienza al Papa, i fedeli – tanti, tantissimi – radunati, in questo luogo dove la spiritualità si fonde alla natura selvaggia, guadagnerebbero certamente i primi posti. E ce ne voleva a competere con i camerunensi che a Papa Leone hanno riservato un’ospitalità “straordinaria”, come ha detto lui stesso in aereo. Qui nel santuario di Nossa Senhora de Muxima, nel comune di Quiçama, a circa 130 km a sud-est della capitale Luanda, c’è però la “Mamã”, la mamma, colei a cui affidare ogni consolazione, e oggi c’è il Papa, il “Vicario di Cristo” (come annunciano gli speaker ad ogni evento) venuto a recitare il Rosario e a portare il messaggio di “speranza, riconciliazione e pace” (come recita il motto del viaggio).
Il Papa tra i fedeli a Muxima (@Vatican Media)
La festa dei fedeli
E allora “alegria”, “felicidade”, “festa” in un turbinio di colori e odori e di polvere che, ad ogni folata di vento, appanna gli occhiali da sole e si sedimenta su braccia e gambe. Una polvere divenuta questo pomeriggio un tappeto di gioia, tra danze e canti, tra chi mangia noccioline, carne bollita portata in appositi contenitori, o beve acqua a litri e bevande esotiche indefinite. Trentamila fedeli a pregare con rosari annodati intorno alle mani, al collo, ai fianchi. "Mangia, prega, ama", verrebbe da dire, pensando al noto romanzo. Sì, ama, perché se c’è una peculiarità del popolo dell’Africa è quella di far sentire amato l’ospite che viene da fuori; tanto più se si tratta del Papa, colui in cui ripongono speranze in un cambiamento, a fronte di tante difficoltà, e in un rafforzamento della fede, a fronte di tante minacce.
"Benvenuto nella casa della mamma"
Un avvenimento che probabilmente resterà nella storia dell’Angola questa preghiera del Successore di Pietro nel santuario costruito nel XVII secolo dai portoghesi, tra quelli più famosi e visitati del Paese e del Continente, quattro secoli fa importante snodo della tratta degli schiavi che venivano imbarcati per le Americhe. Una cornice naturale che meriterebbe già di per sé un dipinto o una fotografia tra fusione del verde della foresta equatoriale e dell’acqua del fiume Kwanza. Dalla Mamã Muxima, la “Madre del Cuore” in lingua kimbundu, una delle lingue più parlate nel nord dell’Angola, il Papa giunge poco prima delle 16.30 in elicottero accolto dal vescovo di Viana, Emilio Sumbelelo. Un’ovazione accompagna il suo arrivo; un’altra c’era già stata un quarto d’ora prima alla proiezione sui maxischermi della diretta tv del Pontefice che sale a bordo dell’elicottero, allaccia le cinture e indossa le cuffie areonautiche. “O Papa! o Papa!”, si grida dai settori transennati che seguono l’incitamento dello speaker dal palco a battere le mani e a cantare insieme al coro di donne e bambine con le t-shirt bianche e il pano, una sorta di pareo, azzurro. Cantano tutti un inno alla “Poderosa”, seguendo bongos e chitarre elettriche. “Papa Leão décimo quarto bem-vindo à casa da mamãe”, gridano ogni tanto. Una donna lo ha urlato così forte da aver avuto un colpo di tosse. A fianco la figlia piccola con le treccine annodate a mo’ di Rosario.
Papa Leone nella chiesetta della Mamã Muxima (@Vatican Media)
Silenzio e preghiera
Tutto, però, a un certo punto si blocca, si stacca, si interrompe quando Leone XIV fa il suo ingresso nella chiesetta sopraelevata sulla falesia della Mamã Muxima. Il Papa prega e tutti insieme a lui. Nel piccolo luogo di culto, dove è forte l’odore di vernice fresca sul tetto e le rifiniture delle nicchie sono dipinte di giallo e di blu, la luce - sia quella naturale che quelle artificiali - è tutta proiettata sulla Madre, la statua che attira ogni mese e ogni anno migliaia di pellegrini e fedeli che, come a Fatima, percorrono in ginocchio la spianata che conduce al santuario e partecipano a una suggestiva processione notturna con le candele accese.
Una suora in preghiera con il Papa (@Vatican Media)
In ginocchio davanti alla Vergine
Non si sente nemmeno uno scricchiolio, solo il trillo di tre passerotti che intrufolatisi nella chiesa girano indisturbati arrivando fino alla corona d’oro della Madonna. Il Papa entra, lo accoglie il rettore Albeto Mpindi e due diaconi gli porgono un crocifisso e l’acqua benedetta con cui lui asperge il santuario. Si inginocchia, poi, Leone, ai piedi di Mamã Muxima, vi resta alcuni istanti in silenzio, infine depone ai suoi piedi due mazzi di fiori portati da due ragazze. Ancora uno sguardo verso l’alto, un inchino, l’uscita – questa volta con la ripresa di cori e canti – e l’inizio del giro in in golf-cart. Non tira un filo d’aria, i vestiti sono resi pesanti dall’afa terribile, ma tutti tornano a muoversi, a ondeggiare, ad alzare le braccia al cielo e a correre da una parte all’altra al passaggio del Pontefice. Che, accarezza bambini e afferra loro le mani, saluta benedice, culla una neonata passatagli dai gendarmi in braccio. “Muxima, Muxima”, è il sottofondo musicale.
Una donna in ginocchio davanti alla Madre del cuore (@Vatican Media)
Centro mondiale della cristianità
Poi, di nuovo, un secondo stacco, un tacet - volendo usare un linguaggio musicale - all’ingresso di Papa Leone sotto l’arcata del palco bianco e l’inizio del Rosario. Il raccoglimento dura lungo tutta la recita dei Misteri gloriosi e il pronunciamento dell’intervento del Papa. Un’orazione, un incitamento a costruire “un mondo migliore”.
“Mama Muxima, tueza kokué, Mama Muxima, tutambululé”, scandisce il Papa. “Mamma del cuore, veniamo a te, per offrirti tutto”. È l’inno alla Madonna ripetuto quando tutto intorno è buio, la calura si è estinta e il fiume è divenuto nero. L’esultanza finora trattenuta riesplode. Ripartano i canti, si interrompono con la benedizione finale, e poi riprendono. Il Papa si ferma alcuni secondi davanti alla statua mariana presente sul palco e adornata di fiori, poi saluta tutti e si congeda con un ultimo sguardo da questa “Fatima” dell’Angola, divenuta per qualche ora il centro mondiale della cristianità.
Muxima al calar della sera (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, editoriale di Salvatore Cernuzio 19/04/2026)
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Leone XIV in
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 18/04/2026)
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Testi e video integrali
SANTA MESSA a Kilamba
Alle ore 10:00 locali, dopo aver effettuato un giro in papamobile tra i fedeli, il Papa ha presieduto la Celebrazione Eucaristica nella spianata di Kilamba.
Dopo i riti di introduzione e la liturgia della Parola, il Papa ha pronunciato la sua omelia.
Al termine della Santa Messa, l'Arcivescovo di Luanda, S.E. Mons. Monsignor Filomeno do Nascimento Vieira Dias, ha rivolto alcune parole di ringraziamento al Santo Padre.
Il Papa rientra in sagrestia e, successivamente, si trasferisce in auto alla Nunziatura Apostolica dove pranza in forma privata.
Pubblichiamo di seguito l’Omelia che Papa Leone XIV ha pronunciato nel corso della Celebrazione:
Cari fratelli e sorelle,
con il cuore pieno di gratitudine celebro l’Eucaristia in mezzo a voi. Grazie a Dio per questo dono e grazie a voi per la festosa accoglienza!
In questa Terza Domenica di Pasqua il Signore ci ha parlato con il Vangelo dei discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35). Lasciamoci illuminare da questa Parola di vita.
Due discepoli del Signore, con il cuore ferito e triste, partono da Gerusalemme per ritornare nel loro villaggio di Emmaus. Hanno visto morire quel Gesù in cui avevano confidato e che avevano seguito e, adesso, delusi e sconfitti, ritornano alle loro case. Per la strada «conversavano tra di loro di tutto quello che era accaduto» (v. 14). Hanno bisogno di parlarne, di raccontarsi ancora ciò che hanno visto, di condividere quanto hanno vissuto, col rischio però di restare imprigionati nel dolore, chiusi alla speranza.
Fratelli e sorelle, in questa scena iniziale del Vangelo vedo rispecchiata la storia dell’Angola, di questo Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità. Infatti, il conversare lungo la via dei due discepoli, che ripensano con sconforto a quanto è accaduto al loro Maestro, riporta alla memoria il dolore da cui questo vostro Paese è stato segnato: una lunga guerra civile con il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà.
Quando per lungo tempo si è immersi in una storia così marchiata dal dolore, si corre il rischio dei due discepoli di Emmaus: perdere la speranza e rimanere paralizzati dallo scoraggiamento. Essi infatti camminano, eppure sono ancora fermi ai fatti avvenuti tre giorni prima quando hanno visto morire Gesù; conversano tra di loro, ma senza sperare in una via di uscita; parlano ancora di quello che è accaduto, con la fatica di chi non sa come ricominciare, né se sia possibile farlo.
Carissimi, la Buona Notizia del Signore, anche oggi per noi, è proprio questa: Egli è vivo, è risorto e cammina al nostro fianco mentre percorriamo la strada della sofferenza e dell’amarezza, aprendo i nostri occhi perché possiamo riconoscere la sua opera e donandoci la grazia di ripartire e di ricostruire il futuro.
Il Signore si affianca ai due discepoli delusi e a corto di speranza e, facendosi loro compagno di strada, li aiuta a rimettere insieme i pezzi di quella storia, a guardare oltre il dolore, a scoprire che non sono da soli nel cammino e che un futuro, abitato ancora dal Dio dell’amore, li attende. E quando Egli si ferma a cena con loro, si siede a tavola e spezza il pane, allora «si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (v. 31).
Ecco tracciata anche per noi, per voi, cari fratelli e sorelle angolani, la strada per ricominciare: da una parte la certezza che il Signore ci accompagna e ha compassione di noi, dall’altra l’impegno che Egli ci chiede.
La compagnia del Signore la sperimentiamo soprattutto nella relazione con Lui, nella preghiera, nell’ascolto della sua Parola che fa ardere il nostro cuore come quello dei due discepoli, e soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia. È qui che noi incontriamo Dio. Perciò, occorre sempre vigilare su quelle forme di religiosità tradizionale, che certamente appartengono alle radici della vostra cultura, ma al contempo rischiano di confondere e di mescolare elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale. Restate fedeli a quanto insegna la Chiesa, fidatevi dei vostri Pastori e tenete fisso lo sguardo su Gesù, che si rivela in particolare nella Parola e nell’Eucaristia. In entrambe sperimentiamo che il Signore Risorto cammina accanto a noi e, uniti a Lui, anche noi vinciamo le morti che ci assediano e viviamo da risorti.
A questa certezza di non essere soli lungo il cammino si unisce anche un impegno generoso che possa lenire le ferite e riaccendere la speranza. Infatti, se i due di Emmaus riconoscono Gesù quando spezza il pane per loro, ciò significa che anche noi dobbiamo riconoscerlo così: non soltanto nell’Eucaristia, ma ovunque c’è una vita che diventa pane spezzato, ovunque qualcuno si fa dono di compassione come Lui.
La storia del vostro Paese, le conseguenze ancora difficili che sopportate, le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà invocano la presenza di una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli. Una Chiesa che, con la luce della Parola e il nutrimento dell’Eucaristia, sa rianimare la speranza perduta. Una Chiesa fatta di persone come voi che si donano così come Gesù spezza il pane per i due discepoli di Emmaus. L’Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno.
Con la grazia di Cristo Risorto possiamo diventare questo pane spezzato che trasforma la realtà. E come l’Eucaristia ci ricorda che siamo un solo corpo e un solo spirito, uniti all’unico Signore, anche noi possiamo e vogliamo costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta.
Fratelli e sorelle, oggi c’è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro. Non abbiate paura di farlo! Gesù Risorto, che percorre la strada con voi e per voi si spezza come pane, vi incoraggia a essere testimoni della sua risurrezione e protagonisti di una nuova umanità e di una nuova società.
In questo cammino, carissimi, potete contare sulla vicinanza e sulla preghiera del Papa! Ma anch’io so di poter contare su di voi, e vi ringrazio! Vi affido alla protezione e all’intercessione della Vergine Maria, Nostra Signora di Muxima, perché sempre vi sostenga nella fede, nella speranza e nella carità.
Al termine della messa domenicale celebrata a Kilamba il Papa ha guidato la recita del Regina caeli introducendola con le parole che diamo di seguito in una traduzione dal portoghese.
Cari fratelli e sorelle,
ci uniamo ora nella preghiera a Maria Regina Caeli, Regina del Cielo, per condividere con lei, nostra Madre e compagna di cammino, la gioia della Risurrezione.
Con questo canto gioioso non vogliamo cancellare né soffocare il grido di chi soffre, ma piuttosto abbracciarlo e unirlo alla nostra voce, in un’armonia nuova, perché anche nel dolore resti viva la luce della fede, e con essa la speranza in un mondo migliore.
Mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi contro l’Ucraina, che continuano a colpire anche i civili. Esprimo la mia vicinanza a quanti soffrono e assicuro la mia preghiera per tutto il popolo ucraino. Rinnovo l’appello perché tacciano le armi e si persegua la via del dialogo.
È motivo di speranza, invece, la tregua annunciata in Libano, che rappresenta un germoglio di sollievo per il popolo libanese e per il Levante. Incoraggio coloro che si stanno adoperando per una soluzione diplomatica a proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente.
Cristo ha vinto la morte, ed è con questa certezza che tutti noi, uniti a Lui e in Lui come un solo corpo, oggi e ogni giorno ci impegniamo a far crescere attorno a noi i frutti della Pasqua, che sono amore, giustizia vera e pace, al di là di ogni ostacolo e difficoltà.
Ci aiuti la Madre di Gesù, Madre del Cuore, a sentire sempre viva e forte, vicino a noi, la presenza del suo Figlio risorto.
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Partenza in elicottero dall’Aeroporto di Luanda “4 de Fevereiro” per Muxima
Alle ore 15.25 Papa Leone XIV si è trasferito in auto all’Aeroporto internazionale di Luanda 4 de fevereiro. Dopo il congedo da parte di alcune autorità locali, il Santo Padre si è trasferito in elicottero (MI-171SH) da Luanda a Muxima.
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Arrivo all’Eliporto di Muxima
Arrivato all’eliporto di Muxima, il Pontefice è stato accolto da alcune Autorità locali: il Governatore provinciale di Icolo e Bengo e da alcuni membri del Comitato di accoglienza. Successivamente, si è trasferito in papamobile al Santuario di Mama Muxima
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PREGHIERA DEL SANTO ROSARIO
Alle ore 16.30, il Papa, accompagnato dal Vescovo di Viana, Mons. Emílio Sumbelelo, ha attraversato la spianata in golf-cart e ha raggiunto il Santuario di Nossa Senhora da Muxima, dove è stato accolto dal Rettore, il quale gli ha donato la croce e l’acqua benedetta per l’aspersione.
Dopo le parole di benvenuto del Vescovo di Viana, il Papa ha dato inizio alla recita del Santo Rosario.
Al termine, intorno alle ore 17.30 circa il Papa si è trasferito in auto all’Eliporto di Muxima e, dopo il congedo da parte di alcune Autorità locali, è salito a bordo dell’elicottero per rientrare all’aeroporto internazionale di Luanda e trasferirsi in auto alla Nunziatura Apostolica per la cena in privato.
Pubblichiamo di seguito il Discorso che il Santo Padre Leone XIV ha rivolto ai presenti dopo la Preghiera del Santo Rosario:
Cari fratelli e sorelle,
carissimi giovani, membri della Legione di Maria e devoti di Mama Muxima, la Madre del cuore, con gioia condivido con voi questo momento di preghiera mariana.
Abbiamo recitato assieme il Santo Rosario, devozione antica e semplice, nata nella Chiesa come preghiera per tutti. San Giovanni Paolo II lo ha definito la preghiera di un cristianesimo che ha conservato la «freschezza delle origini e si sente spinto dallo Spirito di Dio a “prendere il largo” […] per ridire, anzi “gridare” Cristo al mondo come Signore e Salvatore» (Lett. ap. Rosarium Virginis Mariae, 1).
Guardando tutti voi, Chiesa viva e giovane di Angola, e condividendo questo momento intenso e ricco di fervore, mi sembra che le parole del mio Santo Predecessore si adattino in modo del tutto speciale a questa grande comunità, in cui certamente si sentono la freschezza della fede e la forza dello Spirito.
Ci troviamo in un Santuario dove, per secoli, tanti uomini e donne hanno pregato, in momenti gioiosi e anche in circostanze tristi e molto dolorose della storia di questo Paese. Qui da tanto tempo Mama Muxima si adopera nascostamente a tenere vivo e pulsante il cuore della Chiesa, un cuore fatto di cuori: i vostri, e quelli di tante persone che amano, pregano, festeggiano, piangono e a volte addirittura, nell’impossibilità di venire materialmente, affidano a lettere e messaggi postali le proprie richieste e i propri voti, come ha ricordato Sua Eccellenza. Mama Muxima accoglie tutti, ascolta tutti e prega per tutti.
Abbiamo meditato i Misteri gloriosi della vita di Gesù, contemplando nella sua glorificazione il nostro destino e nel suo amore la nostra missione. Cristo, nella Pasqua, ha vinto la morte, mostrandoci la via per tornare al Padre. E perché anche noi possiamo percorrere questa via luminosa e impegnativa, rendendo il mondo intero partecipe della sua bellezza, ci ha donato il suo Spirito, che ci anima e ci sostiene nel cammino e nella missione. Come Maria, anche noi siamo fatti per il Cielo, e verso il Cielo camminiamo con gioia, guardando a Lei, Madre buona e modello di santità, per portare la luce del Risorto ai fratelli e alle sorelle che incontriamo, come abbiamo fatto simbolicamente all’inizio di ciascuna “decina”, attraverso rappresentanti di ogni vocazione e ogni età.
Come ha ricordato Monsignor Sumbelelo, questo Santuario, dedicato all’Immacolata Concezione, è stato spontaneamente “ribattezzato” dai fedeli Santuario della “Madre del cuore”. È un titolo bellissimo, che ci fa pensare al Cuore di Maria: un cuore limpido e sapiente, capace di conservare e meditare gli eventi straordinari della vita del Figlio di Dio (cfr Lc 2,19.51). Pregando assieme, anche noi abbiamo fatto così, lasciandoci accompagnare da Maria nel ricordo di Gesù. Abbiamo ripercorso con Lei vari momenti della vita del suo Figlio, per alimentare in noi un amore universale come il suo (cfr Rosarium Virginis Mariae, 11).
Recitare il Rosario, allora, ci impegna ad amare ogni persona con cuore materno, in modo concreto e generoso, e a spenderci per il bene gli uni degli altri, specialmente dei più poveri. Una mamma ama i suoi figli, pur diversi uno dall’altro, tutti allo stesso modo e con tutto il cuore. Anche noi, davanti alla Madre del cuore, vogliamo promettere di fare lo stesso, adoperandoci senza misura affinché a nessuno manchi l’amore, e con esso il necessario per vivere in modo dignitoso ed essere felice: perché chi ha fame abbia di che sfamarsi, perché tutti i malati possano ricevere le cure necessarie, perché ai bambini sia garantita un’adeguata istruzione, perché gli anziani vivano serenamente gli anni della loro maturità. A tutte queste cose pensa una mamma: a tutte queste cose pensa Maria, e invita anche noi a condividere la sua sollecitudine.
Cari giovani, cari membri della Legione di Maria, cari fratelli e sorelle, la Madonna ci chiede di lasciarci coinvolgere dai sentimenti del suo cuore, per essere come Lei operatori di giustizia e portatori di pace. Qui c’è un grande progetto in corso: la costruzione di un nuovo Santuario, che possa ospitare tutti quelli che vengono in pellegrinaggio. Specialmente voi, giovani, prendetelo come un segno. Anche a voi, infatti, la Madre del Cielo affida un grande progetto: quello di costruire un mondo migliore, accogliente, dove non ci siano più guerre, né ingiustizie, né miseria, né disonestà, e dove i principi del Vangelo ispirino e plasmino sempre più i cuori, le strutture e i programmi, per il bene di tutti.
È l’amore che deve trionfare, non la guerra! Questo ci insegna il cuore di Maria, il cuore della Mamma di tutti. Partiamo, allora, da questo Santuario come “angeli-messaggeri” di vita, per portare a tutti la carezza di Maria e la benedizione di Dio.
Mama Muxima, tueza kokué, Mama Muxima, tutambululé: “Mamma del cuore, veniamo a te, per offrirti tutto”. Così dice l’Inno a Mama Muxima, e continua: “Veniamo per chiedere la tua benedizione”.
Carissimi, offriamo tutto a Maria, donandoci tutti ai fratelli, e accogliamo con gioia, per sua intercessione, la benedizione del Signore, per portarla a chiunque incontriamo. Amen.
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Partenza in elicottero dall’Eliporto di Muxima
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Arrivo all’Aeroporto di Luanda “4 de Fevereiro”
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