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giovedì 19 febbraio 2026

Mercoledì delle Ceneri – Statio, processione penitenziale e Santa Messa - Leone XIV: Il nostro peccato e il peso di un mondo che brucia - Non fermiamoci tra le ceneri del mondo, ma convertiamoci e ricostruiamo

Mercoledì delle Ceneri
18 febbraio 2026

STATIO E PROCESSIONE PENITENZIALE
ore 16.30 Chiesa di Sant’Anselmo

SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI
ore 17.00 Basilica di Santa Sabina

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Andrea Tornielli
Il nostro peccato e il peso di un mondo che brucia

L’omelia di Leone XIV alla Messa del Mercoledì delle Ceneri e la nostra responsabilità


“Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!” Le parole pronunciate da Papa Leone nell’omelia della Messa delle Ceneri fotografano una realtà del nostro tempo: viviamo circondati da persone, imprese e istituzioni di ogni livello che difficilmente ammettono di aver sbagliato. Noi facciamo un’enorme fatica ad ammettere di aver sbagliato e a chiedere perdono riconoscendo il nostro errore, i nostri errori. L’inizio della Quaresima è una grande occasione per i cristiani di riconoscersi peccatori, bisognosi di aiuto e di perdono, e colpisce come il Successore di Pietro abbia voluto sottolinearne la dimensione comunitaria: “La Chiesa esiste anche come profezia di comunità che riconoscono i propri peccati”. Invece di cercare sempre il nemico esterno, invece di guardare al mondo considerandoci sempre nel giusto e dalla parte giusta, siamo chiamati a un atteggiamento controcorrente e ad una “coraggiosa assunzione di responsabilità”, personale ma anche collettiva.

Perché è vero che il peccato “è personale”, come ha sottolineato il Papa. Ma è altrettanto vero – ha aggiunto riecheggiando l’enciclica Sollicitudo rei socialis di san Giovanni Paolo II – che esso “prende forma negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo, negli atteggiamenti con cui reciprocamente ci condizioniamo, non di rado all’interno di vere e proprie ‘strutture di peccato’ di ordine economico, culturale, politico e persino religioso”.

Tra queste si potrebbero ad esempio iscrivere alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario che produce enormi squilibri e ingiustizie, definiti da Papa Francesco nella sua prima esortazione apostolica “un’economia che uccide”. O gli enormi interessi economici che muovono il grande mercato del riarmo, bisognoso di essere alimentato da conflitti permanenti.
Le ceneri sul capo di ciascuno e della comunità nel suo insieme ci invitano a sentire, ha detto ancora Leone XIV, “il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura”.

Nell’intraprendere il cammino quaresimale è dunque importante questa con-partecipazione, nella coscienza che il peccato personale si amplifica e si cristallizza in “strutture di peccato”. È per questo che ricevendo la cenere sul capo siamo chiamati a un esame di coscienza sui nostri errori ma anche su quelli che si riverberano su larga scala. E dunque nel sentire il peso di un mondo che brucia possiamo chiederci, come comunità, come Paese, come Europa, come organizzazioni internazionali: abbiamo fatto tutto il possibile per porre fine alla tragica guerra in Ucraina, che ha avuto inizio con l’aggressione russa nel 2022? È stato fatto tutto il possibile per cercare soluzioni negoziate o l’unico vero obiettivo perseguito è oggi soltanto quello della folle corsa al riarmo? Come è stato possibile assistere, dopo l’attacco disumano perpetrato da Hamas contro gli israeliani, alla totale distruzione di Gaza con i suoi oltre settantamila morti? Perché non si è fatto nulla concretamente per porre fine alla strage? Com’è possibile accettare che vi siano Paesi dove la libera espressione della protesta popolare viene soffocata nel sangue con migliaia di vittime? E ancora, come è possibile accettare per quieto vivere o per appartenenze politiche, il perpetuarsi dell’ecatombe che avviene nel Mar Mediterraneo, con i migranti che vi affogano?
“Riconoscere i nostri peccati per convertirci – ha concluso il Papa - è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire”.
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 18/02/2026)


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Il Papa: non fermiamoci tra le ceneri del mondo,
ma convertiamoci e ricostruiamo

Leone XIV alla Messa nella Basilica di Santa Sabina per l'avvio del cammino della Quaresima: la Chiesa “è profezia di comunità che riconoscono i propri peccati”. Attraverso questo tempo di penitenza, nel Triduo pasquale celebreremo il passaggio dall’impotenza, anche davanti alle “ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli”, alle possibilità di Dio


Riconoscere i nostri peccati per convertirci è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire. Allora il Triduo pasquale, che celebreremo al culmine del cammino quaresimale, sprigionerà tutta la sua bellezza e il suo significato.

Per Papa Leone XIV, questo ci chiede la storia e la coscienza di cristiani: chiamare per nome la morte, portarne i segni come la cenere, “ma testimoniare la resurrezione”. Leone lo sottolinea nell’omelia della sua prima Messa con il rito delle Ceneri da Pontefice, questo pomeriggio, 18 febbraio, nella Basilica di Santa Sabina all’Aventino.

Il Papa apre la statio quaresimale nella chiesa di Sant'Anselmo all'Aventino (@Vatican Media)

La profezia di San Paolo VI e le ceneri

Così Papa Leone apre il cammino quaresimale della Chiesa. E ricorda la forte profezia di San Paolo VI, in un rito delle Ceneri celebrato durante un’udienza generale in Basilica, il 23 febbraio 1966, sull’autosuggestione dell’uomo moderno e la sua “apologia della cenere”, in una cultura dominata dalla “metafisica dell’assurdo e del nulla”.

Noi oggi possiamo riconoscere la profezia che queste parole contenevano, e sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura.

L’avvio a Sant’Anselmo e la processione

La Liturgia stazionale si era aperta nella chiesa di Sant’Anselmo all’Aventino, con l’orazione di Leone XIV: “Accompagna con la tua benevolenza Padre misericordioso, i primi passi del nostro cammino penitenziale perché all’osservanza esteriore corrisponda un profondo rinnovamento dello spirito. Di seguito la processione penitenziale verso la basilica di Santa Sabina, scandita dalle litanie dei santi. A varcare la soglia i monaci benedettini di Sant’Anselmo, i padri domenicani di Santa Sabina, vescovi e cardinali insieme ai fedeli.

Il Papa in processione dalla chiesa di Sant'Anselmo alla Basilica di Santa Sabina (@Vatican Media)

Il popolo di Dio riconosce i propri peccati

Nell’omelia, guardando alla Prima Lettura e alla chiamata del profeta Gioele: “Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne”, il Papa ricorda che anche oggi al quaresima “è un tempo forte di comunità”.

Sappiamo come sia sempre più difficile radunare le persone e sentirsi popolo, non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto. Addirittura, qui prende forma un popolo che riconosce i propri peccati, cioè che il male non viene da presunti nemici, ma ha toccato i cuori, è dentro la propria vita e va affrontato in una coraggiosa assunzione di responsabilità.

Dopo il peccato, ammettere lo sbaglio e cambiare

Leone XIV sottolinea quindi che “il peccato è personale”, ma prende forma “negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo”, non di rado “all’interno di vere e proprie ‘strutture di peccato’ di ordine economico, culturale, politico e persino religioso”.

Opporre all’idolatria il Dio vivente – ci insegna la Scrittura – significa osare la libertà e ritrovarla attraverso un esodo, un cammino. Non più paralizzati, rigidi, sicuri nelle proprie posizioni, ma radunati per muoversi e cambiare. Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!

I giovani, la Quaresima, e un modo più giusto di vivere

Più che in passato, prosegue il Pontefice, i giovani avvertono il richiamo del Mercoledì delle Ceneri, anche in contesti secolarizzati.

Sono loro, infatti, i giovani, a cogliere distintamente che un modo di vivere più giusto è possibile e che esistono delle responsabilità per ciò che nella Chiesa e nel mondo non va. Occorre, dunque, cominciare da dove si può e con chi ci sta.

La portata missionaria della Quaresima

L’invito di Papa Leone XIV è allora quello di sentire “la portata missionaria della Quaresima”, per aprire il lavoro su noi stessi “a tante persone inquiete e di buona volontà, che cercano le vie per un autentico rinnovamento di vita, nell’orizzonte del Regno di Dio e della sua giustizia”. Il profeta Gioele ci pungola così: “Perché si dovrebbe dire fra i popoli: ‘Dov’è il loro Dio?’”, e questo tempo quaresimale, per il Papa, ci sollecita a quelle conversioni, “inversioni di marcia”, che “rendono più credibile il nostro annuncio”. Attraverso questa penitenza, spiega, nel Triduo pasquale saremo poi coinvolti “nel passaggio dalla morte alla vita, dall’impotenza alle possibilità di Dio”.

Il Papa durante l'omelia nella Basilica di Santa Sabina (@Vatican Media)

Le “statio” quaresimali e la testimonianza dei martiri

I pionieri di questo nostro cammino verso la Pasqua, conclude Leone XIV, sono i martiri antichi e contemporanei. L’antica tradizione romana delle stationes quaresimali, e quella di Santa Sabina è la prima, “è educativa: rinvia tanto al muoversi, come pellegrini, quanto alla sosta – statio – presso le ‘memorie’ dei Martiri, su cui sorgono le basiliche di Roma”. Sono una miriade di semi “che hanno preparato la messe abbondante che tocca a noi raccogliere”. La Quaresima, come ci ha suggerito il Vangelo di Matteo, “liberandoci dal voler essere visti a tutti i costi”, ci insegna a vedere piuttosto “ciò che nasce, ciò che cresce, e ci sospinge a servirlo”. Così chi digiuna, prega e ama nel segreto, per il Pontefice, si pone in sintonia col Dio della vita: “A Lui riorientiamo, con sobrietà e con gioia, tutto il nostro essere, tutto il nostro cuore”.

Dopo l'omelia, la benedizione e l'imposizione delle ceneri. È il cardinale Angelo De Donatis, penitenziere maggiore a metterle sul capo di Papa Leone che poi le impone sui fedeli.

Il cardinale De Donatis, penitenziere maggiore, impone le ceneri sul capo di Leone XIV (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 18/02/2026)


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OMELIA DI LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle,

all’inizio di ogni Tempo liturgico, riscopriamo con gioia sempre nuova la grazia di essere Chiesa, comunità convocata per ascoltare la Parola di Dio. Il profeta Gioele ci ha raggiunti con la sua voce che porta ciascuno fuori dal proprio isolamento e fa della conversione un’urgenza inseparabilmente personale e pubblica: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti» (Gl 2,16). Menziona le persone di cui non sarebbe difficile giustificare l’assenza: le più fragili e meno adatte ai grandi assembramenti. Poi il profeta nomina lo sposo e la sposa: sembra chiamarli fuori dalla loro intimità, perché si sentano parte di una comunità più grande. Quindi tocca ai sacerdoti, che già si trovano – quasi per dovere – «tra il vestibolo e l’altare» (v. 17); sono invitati a piangere e a trovare le parole giuste per tutti: «Perdona, Signore, al tuo popolo!» (v. 17).

La Quaresima, anche oggi, è un tempo forte di comunità: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne» (Gl 2,16). Sappiamo come sia sempre più difficile radunare le persone e sentirsi popolo, non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto. Addirittura, qui prende forma un popolo che riconosce i propri peccati, cioè che il male non viene da presunti nemici, ma ha toccato i cuori, è dentro la propria vita e va affrontato in una coraggiosa assunzione di responsabilità. Dobbiamo ammettere che si tratta di un atteggiamento controcorrente, ma che, quando è così naturale dichiararsi impotenti davanti a un mondo che brucia, costituisce una vera e propria alternativa, onesta e attraente. Sì, la Chiesa esiste anche come profezia di comunità che riconoscono i propri peccati.

Certo, il peccato è personale, ma prende forma negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo, negli atteggiamenti con cui reciprocamente ci condizioniamo, non di rado all’interno di vere e proprie “strutture di peccato” di ordine economico, culturale, politico e persino religioso. Opporre all’idolatria il Dio vivente – ci insegna la Scrittura – significa osare la libertà e ritrovarla attraverso un esodo, un cammino. Non più paralizzati, rigidi, sicuri nelle proprie posizioni, ma radunati per muoversi e cambiare. Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!

Oggi, fra noi, si tratta proprio di questa possibilità. E non è un caso che numerosi giovani, anche in contesti secolarizzati, avvertano più che in passato il richiamo di questo giorno, il Mercoledì delle Ceneri. Sono loro, infatti, i giovani, a cogliere distintamente che un modo di vivere più giusto è possibile e che esistono delle responsabilità per ciò che nella Chiesa e nel mondo non va. Occorre, dunque, cominciare da dove si può e con chi ci sta. «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,2). Sentiamo, quindi, la portata missionaria della Quaresima, non certo per distrarci dal lavoro su noi stessi, quanto per aprirlo a tante persone inquiete e di buona volontà, che cercano le vie per un autentico rinnovamento di vita, nell’orizzonte del Regno di Dio e della sua giustizia.

«Perché si dovrebbe dire fra i popoli: “Dov’è il loro Dio?”» (Gl 2,17). La domanda del profeta è come un pungolo. Ricorda anche a noi quei pensieri che ci riguardano e sorgono fra chi osserva come da fuori il popolo di Dio. La Quaresima ci sollecita infatti a quelle inversioni di marcia – conversioni – che rendono più credibile il nostro annuncio.

Sessant’anni fa, poche settimane dopo la conclusione del Concilio Vaticano II, San Paolo VI volle celebrare pubblicamente il Rito delle ceneri, rendendo visibile a tutti, nel corso di un’Udienza generale nella Basilica di San Pietro, il gesto che anche oggi stiamo per compiere. Ne parlò come di una «severa e impressionante cerimonia penitenziale» (Paolo VI, Udienza generale, 23 febbraio 1966), che urta il senso comune e allo stesso tempo intercetta le domande della cultura. Diceva: «Ci si può chiedere, noi moderni, se questa pedagogia sia ancora comprensibile. Rispondiamo affermativamente. Perché è pedagogia realista. È un severo richiamo alla verità. Ci riporta alla visione giusta della nostra esistenza e del nostro destino».

Questa “pedagogia penitenziale” – diceva Paolo VI – «sorprende l’uomo moderno sotto due aspetti»: il primo è «quello della sua immensa capacità di illusione, di auto-suggestione, di inganno sistematico di sé stesso sopra la realtà della vita e dei suoi valori». Il secondo aspetto è «il fondamentale pessimismo» che Papa Montini riscontrava ovunque: «La maggior parte della documentazione umana offertaci oggi dalla filosofia, dalla letteratura, dallo spettacolo – diceva – conclude per proclamare l’ineluttabile vanità di ogni cosa, l’immensa tristezza della vita, la metafisica dell’assurdo e del nulla. Questa documentazione è un’apologia della cenere».

Noi oggi possiamo riconoscere la profezia che queste parole contenevano, e sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura.

«Dov’è il loro Dio?», si chiedono i popoli. Sì, carissimi, ce lo chiede la storia, e prima ancora la coscienza: chiamare per nome la morte, portarne su di noi i segni, ma testimoniare la risurrezione. Riconoscere i nostri peccati per convertirci è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire. Allora il Triduo pasquale, che celebreremo al culmine del cammino quaresimale, sprigionerà tutta la sua bellezza e il suo significato. Lo farà avendoci coinvolto, attraverso la penitenza, nel passaggio dalla morte alla vita, dall’impotenza alle possibilità di Dio.

I martiri antichi e contemporanei brillano, per questo, come pionieri del nostro cammino verso la Pasqua. L’antica tradizione romana delle stationes quaresimali – di cui questa di oggi è la prima – è educativa: rinvia tanto al muoversi, come pellegrini, quanto alla sosta – statio – presso le “memorie” dei Martiri, su cui sorgono le basiliche di Roma. Non è forse una sollecitazione a metterci sulle tracce delle testimonianze mirabili di cui ormai il mondo intero è disseminato? Riconoscere luoghi, storie e nomi di chi ha scelto la via delle Beatitudini e ne ha portato fino in fondo le conseguenze. Una miriade di semi che, anche quando sembravano andare dispersi, sepolti nella terra hanno preparato la messe abbondante che tocca a noi raccogliere. La Quaresima, come ci ha suggerito il Vangelo, liberandoci dal voler essere visti a tutti i costi (cfr Mt 6, 2.5.16), ci insegna a vedere piuttosto ciò che nasce, ciò che cresce, e ci sospinge a servirlo. È la sintonia profonda che nel segreto di chi digiuna, prega e ama si stabilisce col Dio della vita, il Padre nostro e di tutti. A Lui riorientiamo, con sobrietà e con gioia, tutto il nostro essere, tutto il nostro cuore.

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UDIENZA GENERALE 18/02/2026 Papa Leone XIV: "Preghiera e digiuno da gesti e commenti che feriscono"

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 18 febbraio 2026

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Papa Leone XIV:
Preghiera e digiuno da gesti e commenti che feriscono

All’udienza generale nel mercoledì delle Ceneri, inizio della Quaresima, il Pontefice esorta a una «vera conversione del cuore»


Nel pomeriggio all’Aventino la “Statio” e la processione penitenziale a Sant’Anselmo con la messa a Santa Sabina

Preghiera e digiuno «da gesti e commenti che feriscono gli altri»: li ha auspicati Leone XIV all’udienza generale nel mercoledì delle Ceneri. Lo ha fatto salutando nella loro lingua i fedeli spagnoli e dell’America latina presenti in piazza San Pietro per l’inizio della Quaresima, «tempo di grazia». Un invito ripetuto anche agli altri gruppi linguistici, affinché il cammino di quaranta giorni in preparazione alla Pasqua conduca a una vera conversione. In precedenza, il Papa aveva proseguito il ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II. Dopo aver approfondito nelle settimane scorse la Costituzione dogmatica Dei Verbum, si è soffermato sulla Lumen gentium, in particolare sul tema: «Il mistero della Chiesa, sacramento dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». La Chiesa, ha detto in proposito, «vive come presenza santificatrice in mezzo a un’umanità ancora frantumata, quale segno efficace di unità e riconciliazione tra i popoli».

Nel pomeriggio il vescovo di Roma celebra i riti del mercoledì delle Ceneri recandosi all’Aventino per la “Statio” e la processione penitenziale nella chiesa di Sant’Anselmo e la messa nella basilica di Santa Sabina.
(fonte: L'Osservatore Romano 18/02/2026).

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LEONE XIV

Catechesi. I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Lumen gentium. 
1. Il mistero della Chiesa, sacramento dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Il Concilio Vaticano II, ai cui documenti stiamo dedicando le catechesi, quando ha voluto descrivere la Chiesa si è anzitutto preoccupato di spiegare da dove essa tragga la sua origine. Per farlo, nella Costituzione dogmatica Lumen gentium, approvata il 21 novembre 1964, ha attinto dalle Lettere di San Paolo il termine “mistero”. Scegliendo tale vocabolo non ha voluto dire che la Chiesa è qualcosa di oscuro o di incomprensibile, come a volte comunemente si pensa quando si sente pronunciare la parola “mistero”. Esattamente il contrario: infatti, quando San Paolo utilizza, soprattutto nella Lettera agli Efesini, tale parola, egli vuole indicare una realtà che prima era nascosta e ora è stata rivelata.

Si tratta del disegno di Dio che ha uno scopo: unificare tutte le creature grazie all’azione riconciliatrice di Gesù Cristo, azione che si è attuata nella sua morte in croce. Questo si sperimenta prima di tutto nell’assemblea riunita per la celebrazione liturgica: lì le diversità sono relativizzate, ciò che conta è trovarsi insieme perché attratti dall’Amore di Cristo, che ha abbattuto il muro di separazione tra persone e gruppi sociali (cfr Ef 2,14). Per San Paolo il mistero è la manifestazione di quanto Dio ha voluto realizzare per l’umanità intera e si fa conoscere in esperienze locali, che gradualmente si dilatano fino a includere tutti gli esseri umani e perfino il cosmo.

La condizione dell’umanità è una frantumazione che gli esseri umani non sono in grado di riparare, benché la tensione verso l’unità abiti il loro cuore. In questa condizione si inserisce l’azione di Gesù Cristo, il quale, mediante lo Spirito Santo, vince le forze della divisione e il Divisore stesso. Trovarsi insieme a celebrare, avendo creduto all’annuncio del Vangelo, è vissuto come attrazione esercitata dalla croce di Cristo, che è la manifestazione suprema dell’amore di Dio; è sentirsi convocati insieme da Dio: per questo si usa il termine ekklesía, cioè assemblea di persone che riconoscono di essere convocate. Sicché vi è una certa coincidenza tra questo mistero e la Chiesa: la Chiesa è il mistero reso percepibile.

Questa convocazione, proprio perché è attuata da Dio, non può tuttavia limitarsi a un gruppo di persone, ma è destinata a diventare esperienza di tutti gli esseri umani. Perciò il Concilio Vaticano II, all’inizio della Costituzione Lumen gentium, afferma così: «La Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (n. 1). Con l’impiego del termine “sacramento” e la conseguente spiegazione, si vuole indicare che la Chiesa è nella storia dell’umanità espressione di quanto Dio vuol realizzare; per cui, guardando ad essa, si coglie in qualche misura il disegno di Dio, il mistero: in questo senso la Chiesa è segno. Inoltre, al termine “sacramento” si aggiunge anche quello di “strumento”, proprio per indicare che la Chiesa è un segno attivo. Infatti, quando Dio opera nella storia coinvolge nella sua attività le persone che sono destinatarie della sua azione. È mediante la Chiesa che Dio raggiunge l’obiettivo di unire a sé le persone e di riunirle tra di loro.

L’unione con Dio trova il suo riflesso nell’unione delle persone umane. È questa l’esperienza di salvezza. Non a caso nella Costituzione Lumen gentium al capitolo VII, dedicato all’indole escatologica della Chiesa pellegrinante, al n. 48, si utilizza di nuovo la descrizione della Chiesa come sacramento, con la specificazione “di salvezza”: «E invero il Cristo – dice il Concilio –, quando fu levato in alto da terra, attirò tutti a sé (cfr Gv 12,32 gr.); risorgendo dai morti (cfr Rm 6,9) immise negli apostoli il suo Spirito vivificatore, e per mezzo di Lui costituì il suo corpo, che è la Chiesa, quale sacramento universale della salvezza; assiso alla destra del Padre, opera continuamente nel mondo per condurre gli uomini alla Chiesa e, attraverso di essa, congiungerli più strettamente a sé e renderli partecipi della sua vita gloriosa col nutrimento del proprio corpo e del proprio sangue».

Questo testo permette di capire il rapporto tra l’azione unificatrice della Pasqua di Gesù, che è mistero di passione, morte e risurrezione, e l’identità della Chiesa. Nel contempo esso ci rende grati di appartenere alla Chiesa, corpo di Cristo risorto e unico popolo di Dio pellegrinante nella storia, che vive come presenza santificatrice in mezzo a un’umanità ancora frantumata, quale segno efficace di unità e riconciliazione tra i popoli.

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Saluti

...

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ...

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. All’inizio della Quaresima vi esorto a vivere con intenso spirito di preghiera questo tempo liturgico per giungere, interiormente rinnovati, alla celebrazione del grande mistero della Pasqua di Cristo, rivelazione suprema dell’amore misericordioso di Dio.

A tutti la mia benedizione!


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mercoledì 18 febbraio 2026

Ibrahim Faltas: Ancora senza pace

 Ibrahim Faltas

In Terra Santa la guerra non è finita, nonostante la tregua.
Il grido di dolore della popolazione martoriata che chiede salvezza

Ancora senza pace


Una bambina piange disperata, il suo volto tocca la terra bagnata anche dalle sue lacrime, sembra abbracciare il luogo di sepoltura di suo padre per ricevere il calore di chi le è stato rubato e che non può più riabbracciare. Il padre di questa bambina sperava di poter essere ancora un sostegno per la sua famiglia ed è morto, ucciso durante la tregua che poteva portare alla fine di una tragedia. È ancora questa l’immagine di Gaza, questo è quello che ancora succede a Gaza.

La speranza non ha abbandonato chi sopravvive da due anni e mezzo alla follia della violenza: tutti abbiamo creduto ad un progetto di pace vero e possibile. La guerra, perché ci ostiniamo a chiamarla guerra, non è finita in Terra Santa. Non sono finiti i bombardamenti, non è arrivato il cibo, non sono stati distribuiti farmaci vitali, non sono state allestite tende, non è stato possibile salvare vite per la mancanza di ospedali e di operatori sanitari. La tregua annunciata non ha portato ai risultati desiderati sulla strada della pace: da ottobre sono diminuiti i morti e sono aumentate le ferite dei corpi e delle anime di chi soffre a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme. L’impegno preso dalla comunità internazionale più di quattro mesi fa non ha prodotto azioni risolutive di pace.

Chi vuole la pace, chi rispetta la vita agisce per raggiungere più velocemente chi non ha più nulla e opera per dare sollievo, aiuto e salvezza a chi ha perso la speranza della pace. Mentre si organizzano consigli di amministrazione e si raccolgono adesioni a strumenti commerciali, la gente continua a morire a Gaza. Mentre si studia come smaltire l’enorme quantità di macerie che hanno seppellito corpi, storie, ricordi, vengono colpiti i familiari che scavano a mani nude quel che resta delle loro case per cercare i corpi dei loro cari.

In Cisgiordania e a Gerusalemme si cerca di sopravvivere a tante limitazioni e difficoltà, si tenta di proteggere e di tutelare i propri luoghi di origine appartenuti a generazioni da tempo immemorabile mentre proprietari nuovi e sconosciuti si appropriano di quelle case e di quei terreni grazie a documenti freschi di stampa e a leggi appena emanate che non rispettano la vita e la storia di un popolo.

Chi vuole la pace, non può accettare che un bambino, a cui è già stata negata la serenità dell’infanzia e che ha necessità di aiuto e di protezione, debba seppellire chi gli ha donato la vita. La verità della pace non può essere sepolta con quel padre amato e con i tanti morti innocenti di Gaza. La speranza della pace non può essere sepolta da chi provoca ingiustizie e discriminazioni in Terra Santa. La complicità dell’indifferenza e del silenzio non devono seppellire la verità e la giustizia.

«Domandate pace per Gerusalemme» non è solo un invito del salmo a pregare per la pace in Terra Santa, è la richiesta di pace per una terra martoriata che continua a soffrire e non ha più voce per chiedere pace.

Chiedere pace per la Terra Santa è rispetto per la dignità della vita e riguarda ogni essere umano in ogni angolo del mondo. Sarà pace nel mondo quando le lacrime di un bambino non bagneranno la terra che nasconde il corpo di un padre, sarà pace nel mondo quando ogni bambino, come quella bambina che piange disperata, avrà il calore di una casa, di cibo, di cure e avrà un sorriso per ricordare l’amore e l’abbraccio di suo padre, morto durante la tregua che ancora non ha dato pace a Gaza.
(fonte: L'Osservatore Romano 17 febbraio 2026)


Enzo Bianchi - Ritorniamo alla radice delle cose

Enzo Bianchi
Ritorniamo alla radice delle cose

La Quaresima ci porti a riflettere sul limite e la morte per tornare a ciò che è essenziale


Famiglia Cristiana - 15 Febbraio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

La Quaresima è il tempo che il Signore ci concede per un ritorno a lui, una conversione. Sappiamo che la Quaresima è un tempo in cui soprattutto preghiera, digiuno e condivisione dei beni (cf. Mt 6,1-6.16-18) devono occupare ciascuno di noi e la comunità cristiana nel suo insieme. Ma io credo che ci sia una cosa che sta prima ancora di ogni forma di penitenza, di ascesi o di disciplina e che la spiritualità medioevale aveva capito bene, prevedendo per il giorno delle Ceneri la frase: “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”.

È il tema della memoria della morte che per noi cristiani dovrebbe essere non un motivo di ripiegamento su noi stessi, non un motivo per assumere una spiritualità di mortificazione, ma semplicemente dovrebbe essere l’accettazione del limite radicale, il limite che è inscritto in ciascuna delle nostre vite: la fine della vita, la morte. Noi viviamo all’interno di una cultura che la rimuove, in cui dunque è scomparso il senso del limite, il senso della finitezza. Non credo neanche che pensiamo di essere eterni; siamo soltanto superficiali a non prendere in considerazione il limite della morte che ci abita, questo limite della morte che si esplicita in tante contraddizioni che cerchiamo di rimuovere, di non vedere, di non accettare, di non attraversare.

Allora se in questa Quaresima imparassimo semplicemente ad accettare che la vita è dura per tutti e che ognuno di noi non può stornare la prova, la sofferenza – psichica, fisica, o quella sociale che ci viene dallo stare in mezzo agli altri –, ma che ci è chiesto di accettarla come condizione umana, questo significherebbe fare il grande passo per entrare nella dinamica pasquale. Non moltiplichiamo discipline, penitenze, osservanze: andiamo alla radice.
(fonte: Blog dell'autore)

martedì 17 febbraio 2026

Appello: Cristiani per l’Europa. La forza della speranza

Appello
Cristiani per l’Europa. La forza della speranza



“È bello diventare pellegrini di speranza. Ed è bello continuare ad esserlo, insieme!”. Questo è l’invito che Papa Leone XIV, a conclusione del Giubileo della Speranza, ha rivolto a tutte le nostre Chiese affinché il tempo che si apre sia “l’inizio della speranza”. Come presidenti di Conferenze Episcopali Europee, sentiamo la responsabilità di accogliere l’invito del Papa e di condividerlo. Viviamo in un mondo lacerato e polarizzato da guerre e violenza. Molti nostri concittadini sono angosciati e disorientati. L’ordine internazionale è minacciato. In questa situazione, l’Europa deve riscoprire la sua anima per poter offrire al mondo intero il suo indispensabile apporto al “bene comune”. Potremo farlo riflettendo su ciò che ha contribuito a fondare l’Europa. Dal punto di vista storico, dopo le civiltà ellenistica e romana, il cristianesimo è stato uno dei fondamenti essenziali del nostro continente. Ha plasmato in larga misura il volto di un’Europa umanista, solidale e aperta al mondo.
Oggi viviamo in un’Europa pluralistica, caratterizzata da diversità linguistiche, differenze culturali regionali e numerose tradizioni religiose e spirituali. Sebbene i cristiani siano meno numerosi, ciò non impedisce loro di tornare, con coraggio e perseveranza, al fondamento della loro speranza.
All’indomani di una guerra devastante, con lo sterminio di milioni di persone per ragioni razziali, religiose e identitarie, l’urgenza di costruire un mondo nuovo si è imposta come un’evidenza. Molti laici cattolici hanno concepito, con determinazione, l’Europa come una casa comune e si sono impegnati a sviluppare un nuovo quadro internazionale, in particolare attraverso la creazione delle Nazioni Unite. L’obiettivo era la realizzazione di una società riconciliata, concepita come punto di convergenza e garanzia del rispetto reciproco delle specificità, un baluardo di libertà, uguaglianza e pace.
Nella Dichiarazione che portò alla creazione della CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, primo passo verso l’Unione Europea, i redattori affermavano con saggezza: “Il contributo organizzato e vitale che un’Europa può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. L’Europa non si farà in un colpo solo, né attraverso una costruzione d’insieme; essa si farà attraverso realizzazioni concrete, creanti anzitutto una solidarietà di fatto”. I padri fondatori dell’Europa, Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, ispirati dalla loro fede cristiana, non erano ingenui sognatori, ma gli architetti di un edificio magnifico, seppur fragile. “Poiché amavano Cristo, amavano anche l’umanità e si impegnarono per unirla”, come ha più volte sottolineato San Giovanni Paolo II, ricordando il ruolo dei cristiani nella costruzione dell’Europa.
Konrad Adenauer, il 25 marzo 1957, nel suo discorso in occasione dei Trattati istitutivi della CEE e della CEEA, dichiarò: “Fino a poco tempo fa, molti erano coloro che consideravano irrealizzabile l’accordo che oggi consacriamo ufficialmente (…). Sappiamo quanto sia grave la nostra situazione, che può trovare una soluzione soltanto con l’unificazione dell’Europa; sappiamo anche che i nostri progetti non sono egoistici, ma mirano a promuovere il benessere del mondo intero. La Comunità europea persegue esclusivamente fini pacifici e non è diretta contro nessuno (…). Il nostro obiettivo è collaborare con tutti per promuovere il progresso nella pace”.
La tragedia omicida della Seconda Guerra Mondiale mise in guardia la generazione fondatrice dell’Europa dalla tentazione dei regimi totalitari che si nutrono del nazionalismo per perseguire obiettivi egemonici, il cui esito non può essere che la guerra. “Il nazionalismo esacerbato è una forma di idolatria: colloca la nazione al posto di Dio e contro l’umanità”, affermava Alcide De Gasperi, sottolineando che “L’Europa unita non è nata contro le patrie, ma contro i nazionalismi che le hanno distrutte”.
L’Europa non può essere ridotta a un mercato economico e finanziario, pena il tradimento della visione iniziale dei suoi padri fondatori. Nel rispetto dello stato di diritto e rifiutando le logiche esclusiviste dell’isolazionismo e della violenza, opterà per la risoluzione sovranazionale dei conflitti, scegliendo meccanismi e alleanze adeguati. Dovrà essere sempre pronta a riprendere il dialogo, anche in casi di conflitto, e adoperarsi per la riconciliazione e la pace. L’Europa è chiamata a ricercare alleanze che gettino le basi per un’autentica solidarietà tra i popoli.
Nonostante i numerosi movimenti euroscettici in diversi Paesi del Continente, gli europei si sono riavvicinati gli uni agli altri, soprattutto dopo l’inizio della guerra in Ucraina. Un quadro internazionale sta morendo e uno nuovo deve ancora nascere. Papa Francesco, consapevole che ci troviamo in un periodo di cambiamento epocale, lo ha definito così: “Nel secolo scorso, essa ha testimoniato all’umanità che un nuovo inizio era possibile: dopo anni di tragici scontri, culminati nella guerra più terribile che si ricordi, è sorta, con la grazia di Dio, una novità senza precedenti nella storia. Le ceneri delle macerie non poterono estinguere la speranza e la ricerca dell’altro, che arsero nel cuore dei Padri fondatori del progetto europeo. Essi gettarono le fondamenta di un baluardo di pace, di un edificio costruito da Stati che non si sono uniti per imposizione, ma per la libera scelta del bene comune, rinunciando per sempre a fronteggiarsi. L’Europa, dopo tante divisioni, ritrovò finalmente sé stessa e iniziò a edificare la sua casa. (…) Alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa. Il suo compito coincide con la sua missione: l’annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell’andare incontro alle ferite dell’uomo, portando la presenza forte e semplice di Gesù, la sua misericordia consolante e incoraggiante” (Discorso in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, 6 maggio 2016).
Il mondo ha bisogno dell’Europa. È questa l’urgenza che i cristiani devono far propria per potersi poi impegnare con decisione, ovunque si trovino, per il suo futuro con la stessa viva consapevolezza dei padri fondatori. “Vissuta come impegno disinteressato al servizio della città, al servizio dell’uomo, la politica può diventare un impegno d’amore verso il proprio simile”, spiegava Robert Schuman. In nome della loro fede, i cristiani sono chiamati a condividere con tutti gli abitanti del continente europeo la loro speranza di una fraternità universale.

Card. Jean-Marc Aveline
Arcivescovo di Marsiglia
Presidente della Conferenza Episcopale Francese 

Card. Matteo Maria Zuppi
Arcivescovo di Bologna
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

Mons. Georg Bätzing
Vescovo di Limburgo
Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca

Mons. Tadeusz Wojda
Arcivescovo di Danzica
Presidente della Conferenza Episcopale Polacca

(fonte: CEI 13/02/2026)

È bene per i cristiani partecipare al Carnevale? - La gioia e l’allegria del Carnevale spiegate da Joseph Ratzinger


È bene per i cristiani partecipare al Carnevale?

Dipende dal tono e dai contenuti della festa. Divertirsi è gradito a Dio, ma bisogna evitare gli eccessi

© Gaëtan Zarforoushan / Flickr / CC

Il Carnevale si celebra da millenni. Alcuni dicono che venisse festeggiato già nell’antico Egitto, 5.000 anni fa, mentre altri lo fanno risalire all’Impero Romano, derivante dalle feste di Saturno (feste invernali a Roma) e di Bacco, il dio del vino, da cui la parola “baccanale”, che era una festa senza limiti.

Tra i popoli cristiani, soprattutto nel Medioevo, quando durante la Quaresima si vivevano digiuni molto rigorosi e penitenze straordinarie, il Carnevale era la festa che si celebrava nei tre giorni precedenti il Mercoledì delle Ceneri, giorno in cui inizia la Quaresima, e consisteva nel mangiare, bere e ballare abbondantemente.

In seguito vennero introdotte le maschere, rese famose nel Carnevale di Venezia nell’XI secolo. Le maschere servivano a nascondere il volto, e quelli del Carnevale erano gli unici giorni in cui nelle strade si confondevano nobili, plebei e schiavi, perché tutti ballavano e mangiavano senza sosta.

La parola “Carnevale” deriva dal latino “carne levare”, ovvero eliminare la carne nelle case e nei negozi, perché si avvicinava la Quaresima e durante il Medioevo i popoli cristiani di Europa ed Eurasia trascorrevano i 40 giorni della Quaresima, fino alla festa della resurrezione di Cristo, senza mangiare carne.

Dovendo poi eliminare la carne, si facevano grandi mangiate e bevute, sempre accompagnate da travestimenti e balli nelle strade, perché il Carnevale si viveva e si vive in strada. Era come recuperare le feste pagane dei saturnali (feste d’inverno) e dei baccanali, inserite in un calendario cristiano. I festeggiamenti duravano nei tre giorni precedenti l’inizio della Quaresima.

Nei Paesi latini d’Europa, il Carnevale inizia già la settimana precedente, con la celebrazione del “martedí grasso” (in Francia “mardi-gras”) e del “giovedì grasso”, in cui si mangiano insaccati di maiale.

In numerosi Carnevali dell’America Latina figura il Rey Momo, un personaggio centrale, come c’è il Rey Carnestoltas, di analoga etimologia latina del Carnevale, che in alcuni Paesi del Mediterraneo è il re delle feste di Carnevale e viene rappresentato da un pupazzo brutto, mezzo diabolico, che riceve lo scherno o l’ammirazione delle comparse.

Il Carnevale è molto popolare nell’Europa di tradizione cristiana, in America Latina e anche in Africa, dove già esisteva una lunga tradizione nell’uso di maschere, travestimenti molto vistosi e balli. Sono famosi, tra gli altri, i Carnevali di Nigeria, Tanzania e Congo.

In Asia non si conosce il Carnevale, visto che manca la tradizione della Quaresima cristiana, ma tra tutti i popoli di questo continente si celebrano grandi feste con maschere, travestimenti e balli tipici in coincidenza con la metà dell’inverno (estate australe) o dell’estate (inverno australe).

Furono i conquistadores spagnoli e portoghesi a “esportare” le feste di Carnevale in America Latina, che ha finito per essere il continente dei Carnevale più famosi. Il più noto è ovviamente quello di Rio de Janeiro (Brasile), in cui si mescolano due tradizioni: quella dei conquistadores portoghesi e quella dei neri giunti dall’Africa, che hanno “importato” il samba, il ballo tipico in Brasile, Uruguay e Paraguay.

Non c’è Carnevale senza samba, anzi, il più grande teatro all’aperto del mondo è il Sambodromo di Rio, in cui le “strade” formate dalle scuole di samba brasiliane sfilano su carri pieni di persone mascherate, soprattutto di donne in abiti succinti che ballano il samba.

Ci sono sambodromi anche in altri Paesi, come il Paraguay, dove è stato costruito il terzo sambodromo più grande dell’America Latina.

Anche se il samba non è la salsa, ballo tipico dei Paesi dell’America Centrale e tropicale, sono famosi anche i Carnevali di Porto Rico, Santo Domingo, Colombia, Argentina e Cile, solo per citarne alcuni.

Ogni Paese apporta le proprie caratteristiche alle feste carnevalesche, anche se l’essenza è sempre la stessa: sfilate, cibo e bevande in abbondanza, balli, comparse, maschere, travestimenti e sfilate al suono della musica tipica del Paese, sempre allegra e movimentata. Il Carnevale non si festeggia solo nelle capitali, ma in tutte le città, come in Europa.

Accanto agli abiti succinti indossati da alcune donne, ci sono anche quelli pesantissimi che sono una vera e propria opera d’arte, come nel caso del Carnevale di Santa Cruz de Tenerife, nelle Isole Canarie (Spagna), dove si elegge la “Regina” del Carnevale.

In Colombia è famoso il Carnevale di Barranquilla, e in Messico il Carnevale è un richiamo per il turismo proveniente dagli Stati Uniti. Anche in Ecuador e Bolivia, Costa Rica e Guatemala, Cuba ed El Salvador il Carnevale è una festa popolare e coincide con i tre giorni precedenti il Mercoledì delle Ceneri.

In molti luoghi il Carnevale termina con la “sepoltura” della sardina, il pesce quaresimale tipico nel Medioevo.

Si è discusso molto sul fatto che il Carnevale sia o meno una realtà pagana. La tradizione dice di sì, e in alcuni Carnevali spagnoli le comparse usano anche vestiti e simboli che ridicolizzano la religione cristiana, come travestimenti da vescovi e papi.

Molti si chiedono se il Carnevale sia una festa cristiana, e la risposta è “No”, anche se si è approfittato di questa festa per farla coincidere con il calendario cristiano della Quaresima e della Settimana Santa.

Il Carnevale è una festa di origine pagana recuperata nel Medioevo e che la Chiesa di Roma ha tollerato, come è avvenuto in tutte le civiltà in cui c’erano dei giorni all’anno dedicati a festeggiamenti sfrenati.

Altri si chiedono se essendo una festa pagana sia un bene o un male per un cristiano partecipare al Carnevale. In via di principio non c’è niente di male a partecipare al Carnevale, anche se tutto dipende dal tono e dai contenuti della festa.

Per ogni cristiano non è bene mangiare troppo, ubriacarsi o assumere droghe, perché danneggiano la salute del corpo e quindi vanno contro il quinto comandamento, che impone il dovere di a curare il proprio corpo senza esporlo a lesioni come quelle provocate dagli eccessi di alcool o droghe o dalle grandi mangiate.

Ciò non vuol dire che si debba smettere di partecipare alle feste, ma solo che in esse il cristiano deve dimostrare la sua sobrietà e la sua temperanza. Divertirsi è sempre gradito a Dio, ma il divertimento che danneggia il proprio corpo con eccessi non è sano.
(fonte: Aleteia, testo di Salvador Aragonés Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti 24/02/17)

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La gioia e l’allegria del Carnevale spiegate da Joseph Ratzinger

In una riflessione pubblicata nel 1974, il futuro Benedetto XVI illustrava perché questa festa che precede il tempo di Quaresima ha a che fare con l’umanità profonda della fede cristiana. E sottolineava: «Noi cristiani non lottiamo contro, ma a favore dell’allegria»

Maschere a Venezia ANSA

«In merito al Carnevale non siamo forse un po’ schizofrenici? Da una parte diciamo molto volentieri che il carnevale ha diritto di cittadinanza proprio in terra cattolica, dall’altra poi evitiamo di considerarlo spiritualmente e teologicamente. Fa dunque parte di quelle cose che cristianamente non si possono accettare, ma che umanamente non si possono impedire? Allora sarebbe lecito chiedersi: in che senso il cristianesimo è veramente umano?». Comincia così la riflessione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger sul Carnevale, il periodo che precede la Quaresima e in qualche modo ha a che fare con il calendario liturgico cattolico. La riflessione è contenuta nel libro Speranza del grano di senape (Queriniana, Brescia 1974).

«L’origine del carnevale», spiegava Ratzinger, «è senza dubbio pagana: culto della fecondità ed evocazione di spiriti vanno insieme. La chiesa dovette insorgere contro questa idea e parlare di esorcismo che scaccia i demoni i quali rendono gli uomini violenti e infelici. Ma dopo l’esorcismo emerse qualcosa di nuovo, completamente inaspettato, una serenità demonizzata: il carnevale fu messo in relazione con il mercoledì delle ceneri, come tempo di allegria prima del tempo della penitenza, come tempo di una serena autoironia che dice allegramente la verità che può essere molto strettamente congiunta con quella del predicatore della penitenza. In tal modo il carnevale, una volta sdemonizzato, nella linea del predicatore veterotestamentario può insegnarci: “C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere…” (Qo 3,4)».

Per questo, continuava, «anche per il cristiano non è sempre allo stesso modo tempo di penitenza. C’è anche un tempo per ridere. L’esorcismo cristiano ha distrutto le maschere demoniache, facendo scoppiare un riso schietto e aperto. Sappiamo tutti quanto il carnevale sia oggi non raramente lontano da questo clima e in qualche misura sia diventato un affare che sfrutta la tentabilità dell’uomo. Regista è mammona e i suoi alleati. Per questo noi cristiani non lottiamo contro, ma a favore dell’allegria. La lotta contro i demoni e il rallegrarsi con chi è lieto sono strettamente uniti: il cristiano non deve essere schizofrenico, perché la fede cristiana è veramente umana».

Uno dei carri del Carnevale di Viareggio 2025 (ANSA)

In un altro intervento, contenuto nel volume Cercate le cose di lassù. Riflessioni per tutto l’anno (Paoline), Benedetto XVI si soffermava sulle origini del Carnevale indagando il legame con il cristianesimo.

Ecco la sua riflessione: «Il carnevale non è certo una festa religiosa. Tuttavia non è concepibile senza il calendario delle festività liturgiche. Perciò una riflessione sulla sua origine e sul suo significato può essere utile anche per capire la fede. Le radici del carnevale sono molteplici: ebree, pagane, cristiane. Nel calendario delle festività ebraiche ad esso corrisponde all’incirca la festa dei Purim, che ricorda la salvezza di Israele dall’incombente persecuzione degli ebrei nel regno di Persia.

La gioia scatenata con cui la festa viene celebrata vuol essere espressione del senso di liberazione che, in questo giorno, non è solo memoria, ma promessa: chi è nelle mani del Dio di Israele, è libero in partenza dalle insidie dei suoi nemici.

Al tempo stesso, dietro a questa festa scatenata e profana, che aveva e ha tuttavia il suo posto nel calendario religioso, c’e quella conoscenza del ritmo del tempo, validamente espressa nel Libro del Qoèlet. Ogni momento non è il momento giusto per ogni cosa: l’uomo ha bisogno di un ritmo, e l’anno gli dà questo ritmo, nel creato e nella storia che la fede presenta nel corso dell’anno. Siamo così giunti all’anno liturgico, che fa percorrere all’uomo l’intera storia della salvezza nel ritmo del creato, ordinando e purificando così il caos e la molteplicità del nostro essere. In questo ciclo di creazione e storia non è tralasciato nessun aspetto umano, e solo così viene salvato tutto ciò che è umano, i lati oscuri come quelli luminosi, la sensorialità come la spiritualità.

Tutto riceve il proprio posto nell’insieme che gli dà un senso e lo libera dall’isolamento. Perciò è sciocco voler prolungare il carnevale come vorrebbero affari e scadenzari: questo tempo arbitrario diventa noia, perché in esso l’uomo diviene soltanto creatore di se stesso, è lasciato solo e si trova davvero abbandonato. Il tempo non è più il molteplice dono del creato e della storia, ma il mostro che divora se stesso, l’ingranaggio vuoto dell’eternamente uguale, che ci fa girare in un cerchio insensato.

Ma torniamo alle radici del carnevale. Accanto ai precedenti ebraici ci sono quelli pagani, il cui volto truce e minaccioso ci fissa ancora dalle maschere dei paesi alpini e svevo-germanici. Qui si celebravano i riti della cacciata dell’inverno, dell’esorcismo delle potenze demoniache. A questo punto possiamo notare qualcosa di molto significativo: la maschera demoniaca si trasforma, nel mondo cristiano, in una divertente mascherata, la lotta pericolosissima con i demoni si cambia in gaudio prima della gravità della Quaresima. In questa mascherata avviene ciò che riscontriamo spesso nei salmi e nei profeti: essa diviene scherno di quegli dei, che chi conosce il vero Dio non deve più temere.

Le maschere degli dei sono divenute uno spettacolo divertente, esprimono la gioia sfrenata di coloro che possono trovare motivi di comicità in ciò che prima faceva paura. In questo senso è presente nel carnevale la liberazione cristiana, la libertà dell’unico Dio, che rende perfetta quella libertà ricordata dalla festa ebraica del Purim».
(fonte: Famiglia Cristiana 16/02/2026)

Salvare foto di Alessandro D'Avenia

Salvare foto 
di Alessandro D'Avenia


Nelle prime settimane dell’anno si è diffusa la trovata social di postare le proprie foto di dieci anni fa, quelle del 2016. Sono andato a vedere le mie, non per postarle, ma per giocare con il tempo. Il 2016 era lì, in una galleria che raccontava un anno, senza le parti noiose o superflue, perché fotografiamo ciò che deve venire alla luce (la fotografia è proprio questo: scrivere con la luce grazie a una camera oscura). Il 2016 non era nostalgicamente perduto nella memoria (del telefono) ma era il sogno del 2026. Noi non passiamo, ma diventiamo ciò che vogliamo venga alla luce dalla camera oscura del cuore: il 2016 non è «passato prossimo» ma «passato promosso», divenuto carne nel 2026, la continuità dell’io è che cosa e quanto amiamo. Portiamo oltre il gioco: guardiamo le foto di gennaio 2026 e vedremo già il 2036, e non grazie agli oroscopi. Il futuro non è davanti, come siamo convinti nella nostra concezione lineare e progressiva del tempo, che è una convenzione spaziale, in alcune culture infatti il futuro è dietro perché ignoto e davanti c’è il passato perché ancora visibile.
Il futuro è dentro: dimmi che cosa hai «in memoria» (a cuore) e ti dirò chi sarai. 
Il 2036 fiorirà (nel bene o nel male) dal 2026. Il presente è «futuro interiore», tempo «salvato» come «salvate» sono le foto: da cosa? Dalla morte: «immortaliamo» ciò che speriamo essere «immortale». E che cosa c’è di «eterno» nelle «istantanee» del 2026, tanto da vedere già il 2036?

Nella maggior parte delle foto che ho scattato ci sono persone che amo immerse in paesaggi «da ricordare». Fra dieci anni voglio quindi questi due piani di realtà: relazioni salde e il miracolo del mondo, non come sfondo, ma come fondamento. L’universo ci precede di almeno 14 miliardi di anni, ricordandoci che non siamo il suo centro ma che non siamo separati dal cosmo, non l’abbiamo fatto, ma ci è dato in custodia perché ci sostiene. Possiamo crescere, creare, conoscerci, amarci solo grazie a una madrepatria comune: «pose l’uomo nel giardino perché lo lavorasse e custodisse» (Gn 2,15), dove l’uomo è l’umanità, tutti e ciascuno. Quando ce ne dimentichiamo, cominciano i guai.

Trovo poi la foto di una lettera scritta a mano, che ho voluto fotografare per averla con me e perché è scritta a mano, mano di pianista: «Ero immersa nella scrittura del mio nuovo album che volevo dedicare all’arte del vivere e “Resisti, cuore” è arrivato proprio mentre cercavo parole e immagini capaci di chiarire ciò che suono. “Daimon” è liberamente ispirato all’Odissea riletta alla luce del suo libro. Le invio il lavoro in anteprima come gesto di sincera gratitudine». A volte mi chiedo a che serva creare bellezza in un mondo dove conta solo l’utile e il potere, ma poi mi ricordo che noi vediamo ciò in cui crediamo (la dimensione spirituale determina il mondo che creiamo attorno a noi), e se vediamo solo l’utile e il potere è perché l’utile e il potere sono il nostro credo, come mostra l’andazzo generale. Chi trova il tempo per scrivere a mano (gesto che non risponde all’utile o al potere) ha un credo diverso e crea un mondo diverso, più vero, bello, giusto. Questa foto predice che tra dieci anni voglio vivere ancora in questo accordo di cose e persone, solo apparentemente separate, come coloro che, pur non conoscendosi, si salutano sui sentieri di montagna, perché bellezza e fatica affiliano (rendono figli) e quindi affratellano. Una madrepatria comune fatta di scambio di talenti. Coloro che questa madrepatria non ce l’hanno diventano «come alberi che hanno dimenticato le radici e credono che il fruscio dei loro rami sia la loro forza e la loro vita», così il poeta Rilke, in Appunti sulla melodia delle cose, descrive chi, scambiando realtà e rappresentazione, dimentica di coltivare la vita. Non cito a caso le parole del poeta, le ritrovo tra le immagini dei primi giorni dell’anno perché una lettrice di questa rubrica mi ha mandato la foto delle righe sottolineate sul libro da cui sono tratte, l’ho «salvata» come promemoria per quando non riesco più a sentire la melodia delle cose, la vita di Dio in tutto e tutti.

Mi accade quando finisco «nella» rete e non «in» rete, non sorretto da legami e accolto nelle cadute, ma preso nella tela del ragno; quando credo reale solo ciò che mi ruba l’attenzione che oggi è materia prima più preziosa del petrolio se pensiamo che le aziende più ricche al mondo sono «estrattrici di attenzione». Chi la estrae da noi ci rende infatti dipendenti, ci profila, manipola, vende oggetti e idee. Ma proprio questa estrazione impoverisce, se non esaurisce, mente e cuore, perché a fare i giacimenti di intelligenza e amore è proprio l’attenzione accordata nel tempo a qualcosa o qualcuno. La trama del mondo, la rete che lo regge, non è il web con il suo clickbait (siamo prede), ma i nodi e i legami creati da milioni di atti di gentilezza, cura, attenzione, ignoti ai media perché non «irretiscono ma sono più reali dei clic. Senza i clic al massimo crolla un prodotto, senza i legami invece crolla la vita: lavoro, educazione, amicizie, amori la fondano molto più dei social che ci paralizzano e svuotano da dentro come i ragni fanno con le prede, i legami invece ci sostengono, liberano e riempiono. Per questo trovo foto di pranzi e cene con familiari e amici (e magari di un piatto riuscito bene per poterlo rifare anche nel 2036), e non quelle del gossip di gennaio da cui siamo stati irretiti: sappiamo più di Corona che di nostra sorella.

E poi c’è la foto dei muffin con gocce di cioccolato, preparati da un’alunna per festeggiare, a sorpresa, il compleanno di un compagno (in classe i ragazzi hanno appeso un calendario con i compleanni di tutti). È vero, la stoffa del mondo è l’attenzione che accordiamo nel tempo a qualcosa o qualcuno, senza questo, la vita perde consistenza: il filo si spezza, la trama si buca. Fra dieci anni quel ragazzo ricorderà questa «attenzione», non il video virale. Anche per me fra dieci anni spero ci sarà ciò che ho salvato oggi, perché è ciò che mi salva: la vita eterna nel 2016, nel 2026 o nel 2036 è la stessa. 
Perché dovrei preferire mille evanescenti distrazioni passeggere alle tre o quattro piccole eternità che ho già?

(Fonte: blog dell'autore)

lunedì 16 febbraio 2026

Leone XIV a Regina Pacis: “Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia”

VISITA PASTORALE
Parrocchia “S. Maria Regina Pacis a Ostia Lido”
VI domenica del Tempo Ordinario, 15 febbraio 2026


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Leone XIV a Regina Pacis:
“Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia”

Il Papa ha visitato la prima parrocchia romana dall'inizio del pontificato. Da Ostia l'invito ad impegnarsi per la pace, in un momento in cui "molte nubi ancora oscurano il mondo".

(Foto ANSA/SIR)

“Un raggio di luce nel cielo plumbeo della guerra”. Così Leone XIV ha definito la parrocchia di Santa Maria Regina Pacis a Ostia Lido, oggetto della sua prima visita pastorale ad una parrocchia romana dall’inizio del pontificato. Centodieci anni dopo la costruzione di una parrocchia intitolata a Maria Regina della Pace, per volere di Benedetto XV durante la prima guerra mondiale, Leone ha descritto il tragico panorama attuale esortando ad opporre alla logica della guerra la “forza disarmante della mitezza”, in un tempo in cui

“molte nubi oscurano ancora il mondo, con il diffondersi di logiche contrarie al Vangelo, che esaltano la supremazia del più forte, incoraggiano la prepotenza e alimentano la seduzione della vittoria ad ogni costo, sorde al grido di chi soffre e di chi è indifeso”.

Il Papa è arrivato nel grande piazzale antistante la parrocchia che guarda al mare intorno alle 16. Al suo arrivo ha incontrato, nel campo dietro la chiesa, i bambini del catechismo e i giovani e, in palestra, gli anziani, gli ammalati, i poveri e i volontari della Caritas. “La speranza siete voi!”, le parole a braccio rivolte ai giovani: “E dovete riconoscere che nel vostro cuore, nella vostra vita, nella vostra gioventù c’è speranza, per oggi e domani. Speriamo che questi momenti che vivremo insieme siano veramente fonte di pace, di gioia, di felicità per tutti noi, per tutta la comunità di Ostia”. Alle 17 l’inizio della messa, al termine della quale Leone XIV ha incontrato il Consiglio pastorale in una sala della parrocchia.

“Opponiamo a questa deriva la forza disarmante della mitezza, continuando a chiedere pace, e ad accoglierne e coltivarne il dono, con tenacia e umiltà”,

l’appello del Papa.

“Non è difficile possedere la pace”, la citazione di Sant’Agostino: “Se la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica”. “E questo perché la nostra pace è Cristo, che si conquista lasciandosi conquistare e trasformare da lui, aprendogli il cuore, e aprendolo, con la sua grazia, a quanti lui stesso pone sul nostro cammino”, ha spiegato il Pontefice: “Fatelo anche voi, giorno per giorno. Fatelo insieme, come comunità, con l’aiuto di Maria, Regina della Pace”.

“La legge donata da Dio al suo popolo non è in contrasto con la sua libertà, ma al contrario è la condizione per farla fiorire”,

l’esordio dell’omelia. “Vedere nei comandamenti del Signore non una legge oppressiva, ma la sua pedagogia per l’umanità che va cercando pienezza di vita e di libertà”, l’invito di Leone XIV, che ha citato l’incipit della Gaudium et spes, definito “una delle espressioni più belle del Concilio Vaticano II, in cui si sente quasi palpitare il cuore di Dio attraverso il cuore della Chiesa”. “Questa profezia di salvezza si effonde in modo sovrabbondante nella predicazione di Gesù, che inizia sulle rive del lago di Galilea con l’annuncio delle Beatitudini e prosegue mostrando il senso autentico e pieno della legge di Dio”, ha commentato il Pontefice. Quest’ultima, per Leone, consiste in “una fedeltà a Dio fondata sul rispetto e sulla cura dell’altro nella sua sacralità inviolabile, da coltivare, prima ancora che nei gesti e nelle parole, nel cuore”: “E’ lì, infatti, che nascono i sentimenti più nobili, ma anche le profanazioni più dolorose: le chiusure, le invidie, le gelosie, per cui chi pensa male del proprio fratello, nutrendo sentimenti cattivi nei suoi confronti, è come se nel proprio intimo lo stesse già uccidendo”.

“Chiunque odia il proprio fratello è omicida”,

ha ribadito il Papa. “Quanto sono vere queste parole!”, ha commentato: “E quando anche a noi succedesse di giudicare gli altri e di disprezzarli, ricordiamoci che il male che vediamo nel mondo ha le sue radici proprio lì, dove il cuore diventa freddo, duro e povero di misericordia”.

“Lo si sperimenta anche qui, a Ostia, dove pure, purtroppo, la violenza esiste e ferisce,

prendendo piede talvolta tra i giovani e gli adolescenti, magari alimentata dall’uso di sostanze”, il riferimento allo scenario attuale: “oppure ad opera di organizzazioni malavitose, che sfruttano le persone coinvolgendole nei loro crimini e che perseguono interessi iniqui con metodi illegali e immorali”. “Di fronte a tali fenomeni invito tutti voi, come comunità parrocchiale, uniti alle altre realtà virtuose che operano in questi quartieri – l’esortazione rivolta ai presenti – a continuare a spendervi con generosità e coraggio per spargere nelle vostre strade e nelle vostre case il buon seme del Vangelo”.

“Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia”,

ha raccomandato Leone: “Al contrario diffondete rispetto e armonia, cominciando col disarmare i linguaggi e poi investendo energie e risorse nell’educazione, specialmente dei ragazzi e della gioventù”. “Che in parrocchia possano imparare l’onestà, l’accoglienza, l’amore che supera i confini”, l’auspicio per i giovani: “imparare ad aiutare non solo quelli che ricambiano e salutare non solo quelli che salutano, ma ad andare verso tutti in modo gratuito e libero; imparare la coerenza tra la fede e la vita, come ci insegna Gesù, quando dice: ‘Se presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono’”.
(fonte: Sir, articolo di M.Michela Nicolais 15/02/2026)

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SANTA MESSA
 
OMELIA DI LEONE XIV

Cari fratelli e sorelle,

è per me motivo di grande gioia essere qui e vivere con la vostra comunità il gesto da cui la “domenica” prende il proprio nome. È “il giorno del Signore” perché Gesù Risorto viene in mezzo a noi, ci ascolta e ci parla, ci nutre e ci invia. Così, nel Vangelo che oggi abbiamo ascoltato, Gesù ci annuncia la sua “legge nuova”: non soltanto un insegnamento, ma la forza per attuarlo. È la grazia dello Spirito Santo che scrive nel nostro cuore in modo indelebile e porta a compimento i comandamenti dell’antica alleanza (cfr Mt 5,17-37).

Attraverso il Decalogo, dopo l’uscita dall’Egitto, Dio aveva sancito l’alleanza col suo popolo, offrendo un progetto di vita e una via di salvezza. Le “Dieci parole” dunque si collocano e si comprendono all’interno del cammino di liberazione, grazie al quale un insieme di tribù divise e oppresse si trasforma in un popolo unito e libero. Quei comandamenti appaiono così, nel lungo cammino attraverso il deserto, come la luce che mostra la strada; e la loro osservanza si comprende e si compie non tanto come un adempimento formale di precetti, quanto come un atto d’amore, di corrispondenza riconoscente e fiduciosa al Signore dell’alleanza. Dunque, la legge donata da Dio al suo popolo non è in contrasto con la sua libertà, ma al contrario è la condizione per farla fiorire.

Così, la prima Lettura, tratta dal libro del Siracide (cfr 15,16-21), e il Salmo 118, con cui abbiamo cantato la nostra risposta, ci invitano a vedere nei comandamenti del Signore non una legge oppressiva, ma la sua pedagogia per l’umanità che va cercando pienezza di vita e di libertà.

In proposito, all’inizio della Costituzione pastorale Gaudium et spes, troviamo una delle espressioni più belle del Concilio Vaticano II, in cui si sente quasi palpitare il cuore di Dio attraverso il cuore della Chiesa. Dice il Concilio: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 1).

Questa profezia di salvezza si effonde in modo sovrabbondante nella predicazione di Gesù, che inizia sulle rive del lago di Galilea con l’annuncio delle Beatitudini (cfr Mt 5,1-12) e prosegue mostrando il senso autentico e pieno della legge di Dio. Dice il Signore: «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna» (Mt 5,21-22). Indica, così, come via di pienezza dell’uomo, una fedeltà a Dio fondata sul rispetto e sulla cura dell’altro nella sua sacralità inviolabile, da coltivare, prima ancora che nei gesti e nelle parole, nel cuore. È lì, infatti, che nascono i sentimenti più nobili, ma anche le profanazioni più dolorose: le chiusure, le invidie, le gelosie, per cui chi pensa male del proprio fratello, nutrendo sentimenti cattivi nei suoi confronti, è come se nel proprio intimo lo stesse già uccidendo. Non a caso San Giovanni afferma: «Chiunque odia il proprio fratello è omicida» (1Gv 3,15).

Quanto sono vere queste parole! E quando anche a noi succedesse di giudicare gli altri e di disprezzarli, ricordiamoci che il male che vediamo nel mondo ha le sue radici proprio lì, dove il cuore diventa freddo, duro e povero di misericordia.

Lo si sperimenta anche qui, a Ostia, dove pure, purtroppo, la violenza esiste e ferisce, prendendo piede talvolta tra i giovani e gli adolescenti, magari alimentata dall’uso di sostanze; oppure ad opera di organizzazioni malavitose, che sfruttano le persone coinvolgendole nei loro crimini e che perseguono interessi iniqui con metodi illegali e immorali.

Di fronte a tali fenomeni invito tutti voi, come Comunità parrocchiale, uniti alle altre realtà virtuose che operano in questi quartieri, a continuare a spendervi con generosità e coraggio per spargere nelle vostre strade e nelle vostre case il buon seme del Vangelo. Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia. Al contrario diffondete rispetto e armonia, cominciando col disarmare i linguaggi e poi investendo energie e risorse nell’educazione, specialmente dei ragazzi e della gioventù. Sì, che in parrocchia possano imparare l’onestà, l’accoglienza, l’amore che supera i confini; imparare ad aiutare non solo quelli che ricambiano e salutare non solo quelli che salutano, ma ad andare verso tutti in modo gratuito e libero; imparare la coerenza tra la fede e la vita, come ci insegna Gesù, quando dice: «Se presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24).

Sia questa, carissimi, la meta dei vostri sforzi e delle vostre attività, per il bene di chi è vicino e di chi è lontano, affinché anche chi è schiavo del male possa incontrare, attraverso di voi, il Dio dell’amore, il solo che libera il cuore e rende veramente felici.

Papa Benedetto XV, centodieci anni fa, volle questa Parrocchia intitolata a Santa Maria Regina Pacis. Lo fece nel pieno del primo conflitto mondiale, pensando anche alla vostra comunità come a un raggio di luce nel cielo plumbeo della guerra. A distanza di tempo, purtroppo, molte nubi oscurano ancora il mondo, con il diffondersi di logiche contrarie al Vangelo, che esaltano la supremazia del più forte, incoraggiano la prepotenza e alimentano la seduzione della vittoria ad ogni costo, sorde al grido di chi soffre e di chi è indifeso.

Opponiamo a questa deriva la forza disarmante della mitezza, continuando a chiedere pace, e ad accoglierne e coltivarne il dono, con tenacia e umiltà. Sant’Agostino insegnava che «non è difficile possedere la pace […]. Se […] la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica» (Sermo 357, 1). E questo perché la nostra pace è Cristo, che si conquista lasciandosi conquistare e trasformare da Lui, aprendogli il cuore, e aprendolo, con la sua grazia, a quanti Lui stesso pone sul nostro cammino.

Fatelo anche voi, care sorelle e cari fratelli, giorno per giorno. Fatelo insieme, come comunità, con l’aiuto di Maria, Regina della Pace. Sia Lei, Madre di Dio e Madre nostra, a custodirci e proteggerci sempre. Amen.

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