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mercoledì 5 agosto 2026

Ceuta: là dove muore un sogno

Ceuta: là dove muore un sogno


Un minore non accompagnato di 12 anni, entrato in Spagna, viene scortato da un soldato spagnolo verso il confine tra Spagna e Marocco mentre il bambino implora di non essere rimandato in Marocco dall’enclave spagnola di Ceuta. L’espulsione forzata del minore non accompagnato è stata bloccata da un alto funzionario pochi metri prima che il ragazzo raggiungesse il confine, dopo che residenti e giornalisti avevano segnalato che il migrante era minorenne.

Il testo dell’arcivescovo di Palermo, cardinale Corrado Lorefice, sugli sconvolgenti fatti di Ceuta, dei quali l’Europa si accinge a discutere nelle prossime ore, mi ha colpito per tanti motivi, in particolare per questo passaggio: «Al di là delle necessarie valutazioni politiche e dei provvedimenti legislativi, eventi come quelli di Ceuta rimangono la cartina di tornasole dello squilibrio enorme del mondo, della distribuzione iniqua delle ricchezze, del restringimento delle democrazie in tutto il pianeta (e dei relativi diritti sociali, civili, economici), della crisi climatica. Tutto condensato in quella disperata speranza di Europa dei migranti».

Dalla Chiesa ci si possono aspettare, davanti agli sconvolgimenti dell’oggi, parole che ci dicano quel che proviamo a dirci senza riuscirci, perché il cuore sa renderci comunque inquieti, ma deboli se lasciati soli con le nostre paure. Molto si è scritto su Ceuta, su intrighi, finanziamenti, finalità. Fatti ormai quasi certi, molto rilevanti.

Ma comunque le parole dell’arcivescovo di Palermo mi hanno aiutato ad andare più a fondo, visto che sul mio passaporto c’è scritto “Unione Europea”, per capire dove sono e come: e poi quando, cioè in che tempo. È il tempo della paura dell’altro, una paura che disumanizza. Numeri simili aiutano tutto questo con facilità. Ma le facce, e le storie, sono lì.

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Grazie al testo di Lorefice mi sono ricordato di un altro testo, che a suo tempo colpì per forza, precisione, chiarezza:

Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, «un costante cammino di umanizzazione», cui servono «memoria, coraggio, sana e umana utopia». Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia. Grazie.

Aveva capito molte cose di questo nostro oggi chi lo ha scritto.

Era il 6 maggio 2016, dieci anni fa, poco di più; papa Francesco tenne il suo celebre discorso in occasione della consegna del premio Carlo Magno, mai fino ad allora conferito a un papa, e disse di volerlo offrire per l’Europa. Molti si dissero colpiti, credenti e non, in particolare dal passaggio finale, quello sul sogno, appena citato. È andata come temeva?

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Quell’utopia ribadita, non sarebbe soltanto “accoglienza”, passerebbe, a mio avviso, anche da un discorsetto con il Marocco. Padre Paolo Dall’Oglio ci aprì gli occhi sull’esistenza di un’oscura cloaca, dove nuotano insieme spie, terroristi, trafficanti d’uomini, di droga. Non è un discorso da approfondire?

È parte del discorso sui diritti umani, un discorso che non taglia buoni e cattivi con l’accetta. Se basta un fischio per far buttare a mare 60mila persone, forse il problema non va solo spostato ma anche affrontato. Ma se resto solo davanti a quelle immagini, quelle masse di “zombi” (parola usata da Elon Musk nell’immediatezza dei fatti) mi fanno paura, punto.

Affrontare il problema dove nasce (qualcuno un tempo diceva di aiutarli a casa loro) aiuterebbe a capire che qui c’è anche un altro problema, e accogliere quando e quanto possibile in inverno demografico farebbe star meglio tutta l’Europa:

Questa “famiglia di popoli”, lodevolmente diventata nel frattempo più ampia, in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai Padri. Quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari. Tuttavia, sono convinto che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all’anima dell’Europa e che anche “le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità”.

In effetti: in che consiste oggi il nuovo progetto europeo?

Dopo l’introduzione, papa Francesco in quel discorso infatti ha ricordato di aver detto al Parlamento Europeo che si sentiva un’aria di Europa vecchia:

Un’Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione; un’Europa che si va “trincerando” invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società; dinamismi capaci di coinvolgere e mettere in movimento tutti gli attori sociali (gruppi e persone) nella ricerca di nuove soluzioni ai problemi attuali, che portino frutto in importanti avvenimenti storici; un’Europa che lungi dal proteggere spazi si renda madre generatrice di processi.

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In questo tempo in cui non si parla più di politica internazionale, ma solo di geopolitica, come se fossero la stessa cosa, l’Europa sembra convinta che lo spazio sia superiore al tempo, i processi non servono: la risposta è lo spazio.

Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?

A questo punto, nel discorso di Francesco, arriva Elie Wiesel e la memoria:

sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, diceva che oggi è capitale realizzare una “trasfusione di memoria”. È necessario “fare memoria”, prendere un po’ di distanza dal presente per ascoltare la voce dei nostri antenati. La memoria non solo ci permetterà di non commettere gli stessi errori del passato ma ci darà accesso a quelle acquisizioni che hanno aiutato i nostri popoli ad attraversare positivamente gli incroci storici che andavano incontrando. La trasfusione della memoria ci libera da quella tendenza attuale spesso più attraente di fabbricare in fretta sulle sabbie mobili dei risultati immediati che potrebbero produrre «una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana».

Ricordati Schuman e De Gasperi, la solidarietà concreta e le basi nuove di paziente e lunga cooperazione, Francesco in quel discorso si è quindi soffermato su uno dei suoi autori preferiti, Erich Przywara e il suo libro, L’idea di Europa, affermando:

La bellezza radicata in molte delle nostre città si deve al fatto che sono riuscite a conservare nel tempo le differenze di epoche, di nazioni, di stili, di visioni. Basta guardare l’inestimabile patrimonio culturale di Roma per confermare ancora una volta che la ricchezza e il valore di un popolo si radica proprio nel saper articolare tutti questi livelli in una sana convivenza. I riduzionismi e tutti gli intenti uniformanti, lungi dal generare valore, condannano i nostri popoli a una crudele povertà: quella dell’esclusione. E lungi dall’apportare grandezza, ricchezza e bellezza, l’esclusione provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, gli apporta meschinità. Le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale.

Parlava ai fautori della remigrazione? Li sentiva arrivare, nell’aria? «Il tempo ci sta insegnando che non basta il solo inserimento geografico delle persone, ma la sfida è una forte integrazione culturale». Segue, in tutta la sua chiarissima forza, la citazione di Konrad Adenauer: «Il futuro dell’Occidente non è tanto minacciato dalla tensione politica, quanto dal pericolo della massificazione, della uniformità del pensiero e del sentimento; in breve, da tutto il sistema di vita, dalla fuga dalla responsabilità, con l’unica preoccupazione per il proprio io».

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A questo punto non poteva che occuparsi di dialogo, quello che proponeva di inserire in tutti i curriculi scolastici: una cultura che privilegi il dialogo come forma di incontro: «La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione».

Oggi più che di dialogo si parla di riarmo: innanzitutto riarmo di chi? E per quale politica, di chi? Nel nome di quale volontà di negoziazione, nella chiarezza di quali intenti? «Oggi ci urge poter realizzare “coalizioni” non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose. Coalizioni che mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici. Coalizioni capaci di difendere il popolo dall’essere utilizzato per fini impropri. Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro».

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In quel discorso c’è molto altro, a partire dal lungo paragrafo sui giovani. Ne ho ricordato soltanto alcuni passaggi a mio avviso decisivi per questo dopo-Ceuta e le chiare strumentalità.

Perché la domanda su chi sia l’uomo non riguarda solo il re del Marocco – riguarda anche chi lo potrebbe aver spinto, come si è scritto; ma riguarda certo anche noi, il nostro modo di guardare e capire questo tempo segnato da paure e rabbie che nascondono la speranza d’Europa di cui ha parlato l’arcivescovo di Palermo.

Una speranza che non riguarda Ie diverse criminalità.
(fonte: Settimana News, articolo di Riccardo Cristiano 04/08/2026)


Educazione. Valorizzare l’unicità dei singoli ragazzi di Massimo Recalcati

Educazione. 
Valorizzare l’unicità dei singoli ragazzi 
di Massimo Recalcati


(Pubblicato su “la Repubblica” - 2 agosto 2026) 

Ho raccontato in un vecchio e fortunato libro del mio primo giorno di scuola: una maestra arcigna guardò i nostri volti di bambini emozionati e spaventati dalla solennità dell’occasione per intimorirci dicendoci: «Voi siete tutti delle viti storte e io sono il paletto e il filo di ferro. E il mio compito è quello di raddrizzarvi!». Una versione botanica dell’educazione si imponeva così come variante coerente di quella moralmente disciplinare che aveva ispirato la nostra scuola prima della grande e giusta contestazione del ’68. Ma cosa vede oggi un educatore quando guarda un bambino che come ogni bambino è storto a suo modo? Sempre una vite storta da raddrizzare, un difetto da correggere oppure una promessa? Vede una forza che ancora deve trovare la sua forma oppure una materia grezza da plasmare?

Il carattere quasi classico di questa domanda tende oggi a riproporsi con urgenza. 
Da diverse parti tuonano educatori di ogni specie a rimpiangere la triste botanica della mia vecchia maestra e il suo altrettanto triste fervore repressivo. In un tempo dove il discorso educativo è allo sbando, l’ideale della normalizzazione disciplinare sembra ottenere sempre più consensi. Tutto deve funzionare e rientrare nei parametri efficientistici della prestazione. L’educazione rischia in questo modo di ridursi a una pratica di addestramento: correggere, disciplinare, adattare. Come se il compito dell’adulto fosse quello di trasformare ogni stortura in una linea retta. Salvo constatare che l’autorevolezza dei cosiddetti adulti si è nel frattempo infragilita e appare, di conseguenza, inadatta a svolgere il compito che le viene affidato.

Nondimeno, in questa prospettiva, il disegno di fondo resta tale e quale a quello propagandato dalla mia maestra: raddrizzare le viti storte. Eppure dovrebbe esistere un’altra idea possibile dell’educazione che non rimpianga la virile imposizione del dovere e della disciplina come necessarie fortificazioni dell’Ego. Si tratta di un’idea il cui presupposto è quello di non considerare la stortura della vite come un incidente da eliminare, ma come l’espressione più propria della singolarità. Educare, in questa prospettiva, non significa conformare la vita a un ideale prestabilito ma valorizzare il piano inclinato, le attitudini particolari, i talenti, persino le stramberie non come rilievi irregolari da piallare, ma come manifestazioni del proprio desiderio più autentico.

Per questa ragione l’educazione dovrebbe implicare come suo presupposto etico non l’odio, ma l’amore per la stortura. È la grande lezione che Sartre affida alle oltre duemila pagine del suo magistrale L’idiota della famiglia. Al centro del suo racconto non c’è soltanto la vita di Gustave Flaubert, ma il mistero racchiuso in ogni processo di soggettivazione. Il piccolo Gustave appare agli occhi della sua famiglia come un bambino inadeguato, minorato, insufficiente. Non corrisponde affatto agli ideali coltivati dal padre e dalla madre. È il figlio senza avvenire, destinato a mancare l’appuntamento con la vita, è, appunto, l’idiota della famiglia. È una scena che gli psicoanalisti conoscono bene: ogni famiglia costruisce una geografia fantasmatica di aspettative distribuendo ruoli, compiti, mandati coi quali attribuire ai figli dei destini.

L’intuizione di Sartre consiste, però, nel mostrare come Flaubert non diventi un genio malgrado il destino dell’idiota che gli viene assegnato dal piano di famiglia. Sarebbe una storia troppo semplice. Sarebbe il racconto edificante dell’emancipazione, della vittoria finale e del riscatto del grande scrittore da una infanzia infelice. Al contrario, il bambino idiota non scompare nel genio ma è ciò che rende possibile il genio.

Non è, cioè, il genio che cancella l’idiota come si potrebbe facilmente pensare, ma è proprio l’esistenza dell’idiota a rendere possibile il genio. Il giovane Gustave scopre che nel suo sentimento costante di estraneità nei confronti del mondo e del linguaggio condiviso era custodita la possibilità.

(Fonte:  sito dell'autore) 

martedì 4 agosto 2026

La rabbia, la rivolta. La cura che rigenera

La rabbia, la rivolta. La cura che rigenera

La rabbia e i “no” che dicono desiderio di essere capiti e accolti. E’ sempre questione di corpi, corpi denegati e corpi che possono aprirsi anche a un futuro diverso. Ne parlano Maria Inglese, medico psichiatra, e Ivo Lizzola, pedagogista e nostro collaboratore


Maria Inglese. I “no” degli arrabbiati. Il non detto

Rabbia e rivolta. Rivolta e dissenso. Quale valore hanno i “no” che l’altro può rivolgere a “noi”, ad esempio in una relazione terapeutica? Parto dalla posizione di osservazione privilegiata avuta negli anni di lavoro come psichiatra penitenziaria nel carcere della mia città. Quelli che mi capitava di incontrare in carcere erano giovani uomini, per lo più stranieri, con una grandissima rabbia che parlava del viaggio e delle umiliazioni incontrate. Rabbia e ferita che si incontravano nei loro corpi, ammalati e pieni di tagli, nelle giornate vuote attraversate da tentativi di “evasione” chimica.

Un desiderio di vita nonostante

Penso che questi siano “uomini in rivolta”, secondo la declinazione che ne dà Albert Camus[1], giovani uomini che nel dire “no” esprimono nonostante tutto un desiderio di vita, di riscatto, di autodeterminazione. Per riuscire a incontrarli nel nodo della ribellione dovevamo riconoscere la loro rivolta: non si può semplicemente metterli in una categoria (ad esempio detenuti stranieri, senza fissa dimora, senza tessuto sociale, senza famiglia e senza lavoro, tossicodipendenti, pazienti psichiatrici), nella dimensione della marginalità (sono giovani uomini che non hanno nulla, non hanno più nulla, vengono da luoghi di grande sofferenza, di grande dolore e di grandi traumi), nella rivolta portano una domanda di significato, esprimono un dissenso.

L’avvenire di una rivolta di Julia Kristeva è un testo molto utile per questa riflessione.

Gli uomini in rivolta della nuova specie, sono gli individui arrabbiati che hanno perso il senso decisivo e specifico della rivolta, tutti e tutte sono impegnati in un’esistenza difficile e spesso dolorosa, e portano avanti lotte rischiose. Condividono tuttavia qualche cosa di nuovo che probabilmente c’è sempre stato ma diventa ormai confessabile ed addirittura rivendicato. Scoprono per esperienza che non ci sono risposte alle impasse sociali, storiche e politiche senza un’esperienza interiore, radicale, esigente, singolare, capace di appropriarsi della complessità del prima per decidere del poi. Per evitare il non-senso del rifiuto vendicativo che doppio, simmetrico e impotente denuncia l’avversario senza un’alternativa sensata. Non basta avere un programma, servono uomini e donne con esperienze interiori singolari, dubbiose, intransigenti e solo a queste condizioni riformatrici. Uomini e donne che sappiano trasmettere e condividere una parola in rivolta e solo a questo prezzo innovativa. Oggi la vita psichica si salverà solo se concederà a sé stessa il tempo e lo spazio delle ribellioni. Rompere, rammendare, rifare. La rivolta permanente consiste nel rimettere in discussione il se, il tutto e il nulla. Se siamo ancora in tempo, però, scommettiamo sull’avvenire della rivolta. Mi rivolto, dunque siamo, diceva Camus. Mi rivolto dunque saremo [2].

È un testo che ci obbliga a riposizionarci in qualche modo, ad interrogare le nostre politiche di accoglienza, le nostre pratiche di cura, il nostro immaginario su cosa significa mettersi in viaggio.

Ivo Lizzola. La parola dei corpi violati. Difficile

Trasmettere e condividere una parola in rivolta: è un passaggio difficile, a molti non riesce. Troppo il dolore, forte la paralisi della comunicazione, atrofizzata la diponibilità all’incontro: a poter sentire “siamo”.

Le donne e gli uomini che entrano in questa situazione, piano piano maturano una sorta di evidenza di non appartenersi più. Tu hai un corpo pieno di vita, di desideri, senti speranze e compiti assegnati dalla tua famiglia, che ti ha inviato come una sonda verso altrove, per poter riaprire il tempo, quello che senti nel tuo corpo. Hai corpi a cui sei legato: da affetti, da storie, da promesse, da memorie. Arrivi in Italia e il tuo corpo violato non riesce più ad abitare la promessa e la speranza, viene recluso e trova come unica modalità di inclusione quella dello schiavismo dentro le reti della criminalità organizzata, della disponibilità all’umiliazione e all’abuso. Questa schiavitù diventa schiavitù nel tuo senso di colpa e di debito insolvibile. Il tuo corpo, che non ti appartiene ormai più, può diventare un corpo di sperimentazioni e di violenza.

La cura e la sua pena

Per tornare a scoprire nel proprio corpo il riserbo ed il mistero della nascita ci vuole un cammino impegnativo, che passa da una rivolta, e diventa quasi un ritorno all’umano. In pratiche di riconoscimento e cura che possono essere molto faticose, alle quali si resiste. Vale la pena la cura? Perché la cura è sempre anche una pena. Per giungere a cogliere che la cura vale la pena serve che una relazione di riconoscimento si stia istituendo. Occorre una tessitura di strategie e di forme di incontro molto delicate, affinché possa istituirsi, costituirsi, aprirsi un nuovo orizzonte di significati e di scambi in fiducia, bisogna che nasca la possibilità di credere. Che, in qualche modo, faccia sorgere quello che prima nella rivolta, non sapevi cosa fosse, se non vita che chiede di continuare a vivere, a rifiorire. Nel corpo proprio anzitutto: ed è una cosa fragile perché lì abitano anche il tagliarsi, le abulie, lo stordirsi.

Imparare ad essere “di qualcuno"

Un incontro, “sei di qualcuno” nella cura. Un movimento del sentire: corpo, occhi, sguardo, mani, occhi, sobrietà nel disporci l’uno di fronte all’altro. E questo sottilissimo legame sul confine può rompersi da un momento all’altro, se sbagli una parola, o ne usi una che fa riemergere un conato di risentimento, anche solo ricordando il colore, del tuo essere troppo bianco per essere sopportabile, ad esempio. Eppure in alcuni casi si superano questi scogli, avviene questo incontro, nudo e vero, che permette altro.

Maria parlava di vite segnate da separazioni, fratture e discontinuità. Mi capita di incontrare operatori della cura che si fan vicini a persone dal tempo “perduto”, o nella frattura, nella compromissione che una patologia porta nelle biografie e nelle relazioni.

Apprendere a rideclinare della vita, come apprendere il declinare, è arte nuova. La grande questione è che se il tempo è interrotto non si ripresenterà più come prima; sarà forse possibile riprendere un tempo altro, aperto, fuori dalla nebbia, ma soltanto grazie alla faticosa operazione di una rideclinazione.

Maria Inglese. Giovani in viaggio verso le nostre terre. Ma quale futuro?

Quello che capita di incontrare in carcere sono giovani uomini che prendono la strada del viaggio, dell’approdo verso le nostre terre, con una necessità, per sfuggire a violenze e povertà, ma anche per incontrare un sogno, un progetto. Il progetto di proiettarsi in un futuro.

Sento che manca alle descrizioni e alle analisi rispetto al problema dell’immigrazione questo interrogativo: quale futuro? Quale futuro si cerca? Quale si chiude? Quale si apre? In carcere il futuro è un’emergenza vera. È urgente incontrare questi giovani uomini in carcere, e saperli incontrare in quello che è il loro progetto di futuro. Non vengono per caso, spesso sono stati scelti dalle loro famiglie per arrivare e di solito vengono scelti per questo viaggio perché ritenuti i migliori. Stiamo assistendo ad una disattivazione di generazioni del futuro, persone che vanno dai 20 ai 30 anni, persone che per il loro villaggio possono essere l’unica speranza. Mettiamo in atto un’operazione, drammaticamente inconcepibile, una collaborazione alla disattivazione del loro futuro e, aggiungo, del nostro. Per questo si può parlare di un’emergenza.

Ivo Lizzola. Mettersi accanto alla gente in rivolta. La repressione non genera

“Disattivare” il futuro di qualcuno è rubare la speranza. Cioè fare rinsecchire l’attesa che il tempo a venire possa riservare un nuovo inizio, sia tempo di promessa. È sottilissima e profonda violenza. Quel che può rompere l’avvelenamento è tornare a sentirsi in trame di vite che cercano vita, si incontrano e ospitano, creando spazi di risonanza, come indica Harmut Rosa. Occorre cercarsi.

Torniamo agli incontri con la rivolta di uomini, di donne, di giovani vite in esecuzione penale, o fuori. Incontri la loro rivolta per non lasciarla tale, se così si può dire. Quando incontri un ragazzo, un uomo, una donna in rivolta, devi porti di fianco: a una rivolta non tua ma sua. Ponendoti ad ascoltarla da un lato la riconosci, non ti confondi e non la giudichi. Anche se questo un po’ darà fastidio, o ferirà, tutti e due.

Curare, come educare, è ferirsi, l’incontro stesso è ferita. E questo è importante perché l’altro, incontrandoti, non resti imprigionato nella sua rivolta, cosa che succede se davanti a lui c’è solo la condiscendenza, oppure la forza della repressione. È prezioso aver di fronte un incontro con chi ti resiste, ma che è anche teso al riconoscimento. Nel momento in cui c’è riconoscimento e risonanza ci si muove, “si diventa”: è molto faticoso, è quasi invitare la rivolta a dirsi altrimenti dentro uno spazio di attesa che forse si è creato. C’è chi entra e in questo spazio la rivolta può avere la capacità di farsi storia e percorso.

La rivolta porta dentro meccanismi rigenerativi ma ne porta anche di distruttivi. È meglio parlarsi con franchezza e così, con alcuni, cominciare un confronto, una ricerca. È difficile trattare la rivolta perché nel momento in cui la incontri ti chiede e le chiedi un cambiamento. Diversa è una violenza senza fine, non intenzionata a creare un cambiamento ma solo a distruggere.
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[1] A. Camus, L’uomo in rivolta, Bompiani, Milano 2002
[2] J. Kristeva, L’avvenire di una rivolta, Il Nuovo Melangolo, Genova 2013

(fonte:La barca e il mare, articolo di Ivo Lizzola 28/07/2026)


#Il cielo nello stagno - Il breviario di Gianfranco Ravasi

#Il cielo nello stagno  
Il breviario di Gianfranco Ravasi


Nell’acqua di uno stagno si specchia il cielo. Ma se vi getti un sasso, l’immagine si romperà in cerchi concentrici e il cielo sparirà.

Han Fei, morto nel 233 a.C., era un filosofo del diritto che, però, costellava i suoi scritti con aneddoti, aforismi, apologhi, tanto da renderli un gioiello dell’antica letteratura cinese. A questo autore appartiene la suggestiva considerazione simbolica sopra citata, la cui trasparenza metaforica è semplice e quindi universale. Forse può essere accostata a una battuta di Eugenio Montale: «L’uomo di oggi guarda, ma non contempla. Vede ma non pensa». Ma ritorniamo all’immagine di Han Fei. Se ci si mette davanti a uno stagno durante una gita in campagna, è forte la tentazione di gettarvi un sasso per infrangere quell’immobilità. E così quello specchio mirabile, che ci rendeva disponibile il cielo col suo splendore, i suoi colori, i giochi delle nubi e il senso dell’infinito, cade in frantumi e noi ci fermiamo a guardare il movimento delle onde e il fuggire dei girini e l’agitarsi delle foglie galleggianti.

Ebbene, nella vita, siamo molto attenti a tutto ciò che fa rumore e scompiglia, alle realtà più immediate e provocatorie. Non sappiamo né contemplare, né pensare, né approfondire, né entrare nel segreto delle cose semplici o cogliere la bellezza degli eventi minimi. Come lo stagno riflette e rimanda al cielo, così molte realtà possono spingerci verso l’Alto, l’Altro, l’Oltre, ossia verso il mistero e il trascendente, verso il divino. 
Spesso purtroppo noi siamo tentati di scagliare un sasso per fare fracasso o per sconvolgere quella quiete. Scopriamo, invece, il linguaggio segreto del mondo, forse proprio in questi giorni di sosta e di vacanza.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore” - 2 agosto 2026)

lunedì 3 agosto 2026

L’intenzione di preghiera del Papa per il mese di agosto 2026 Preghiamo per l'evangelizzazione nelle città

L’intenzione di preghiera del Papa per il mese di agosto 2026

Preghiamo per l'evangelizzazione nelle città


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L’intenzione per il mese di agosto diffusa attraverso la Rete mondiale di preghiera del Papa

Per l’evangelizzazione
nelle città


«Signore Gesù, rendici tuoi testimoni nella città, missionari coraggiosi e creativi, che annunciano con la vita il tuo Amore, capace di superare la fretta, il rumore e l’anonimato». È l’orazione «per l’evangelizzazione nelle città» elevata da Leone XIV nel video con l’intenzione per il mese di agosto, diffuso venerdì 31 luglio, attraverso la Rete mondiale di preghiera del Papa, in collaborazione con il Dicastero per la Comunicazione.

Mediante la campagna multimediale «Prega con il Papa», il Pontefice rivolge un pensiero a chi resta in città nel mese solitamente dedicato, più di altri periodi nell’anno, alle vacanze. Nei contesti urbani che in estate generalmente si spopolano, la chiamata a testimoniare il Signore continua e suscita, anche e soprattutto quando i ritmi tornano a essere vorticosi, una ricerca di significato.

La proposta del Pontefice di pregare per le comunità urbane, alcune divenute di proporzioni enormi che arrivano a sfiorare i 40 milioni di abitanti — come ad esempio Giacarta, Dacca o Tokyo —, è dunque tanto più importante quanto crescenti stanno diventando le sfide sociali ed economiche delle metropoli.

Nella sua invocazione, Leone XIV si rivolge al «Buon Pastore» che percorre strade e piazze, entra «nei palazzi prestigiosi e nei quartieri più umili» e accompagna silenziosamente milioni di persone che cercano un senso «in mezzo al rumore e alla fretta».

Il Signore, prosegue il Vescovo di Roma, conosce «il cuore della città», caratterizzato da luci e ombre, frastuono e solitudine: «Sappiamo — sottolinea il Papa — che le città sono chiamate ad essere luoghi di libertà e opportunità, ma possono anche trasformarsi in spazi di anonimato e isolamento». Di qui, la preghiera per «uno sguardo nuovo, capace di scoprire nella vita urbana un terreno fecondo per annunciare il tuo Vangelo», grazie a «una fede creativa e profonda, che non si fermi alle parole, ma si incarni in gesti semplici e vicini».

«Rendici una Chiesa in uscita — è quindi la supplica di Leone XIV al Padre —, capace di tendere la mano alle periferie, di portare consolazione nella solitudine e di seminare fraternità dove regna l’indifferenza». Solo così, infatti, le comunità urbane potranno essere «case aperte e accoglienti, luoghi dove si condivide la speranza, dove nessuno si senta invisibile e dove la gioia del tuo Vangelo illumini la vita nascosta di tanti fratelli e sorelle».

L’intenzione di preghiera del Pontefice — si legge in una nota della Rete mondiale — giunge in un momento storico in cui «quasi il 45 per cento della popolazione mondiale vive in aree urbane, rendendo le grandi città uno dei principali campi di missione del nostro tempo». La crescita demografica ormai «ha favorito un’elevata concentrazione di persone, generando sfide di carattere sociale e comunitario: quartieri, edifici, zone commerciali e periferie che, per molti, diventano luoghi anonimi e solitari».

In questo contesto «la solitudine incide sulla salute mentale» e, in modo particolare, sui più giovani: «Il 35 per cento di loro riconosce che essa influisce sulla propria vita quotidiana, nonostante una connessione digitale pressoché permanente». Nello specifico, la solitudine urbana si manifesta in «relazioni superficiali, nella scarsa vicinanza con vicini e comunità, nella sensazione di non appartenere a nessun luogo, nella mancanza di sostegno emotivo nei momenti difficili e nella scarsità di spazi di incontro autentico nei quartieri».

Per questo, spiega il gesuita Cristóbal Fones, direttore internazionale della Rete mondiale di preghiera del Papa, l’orazione di Leone XIV «è un invito rivolto a tutti a una riflessione in cui, a partire dalla trasformazione interiore che nasce dall’autentica preghiera apostolica, lo Spirito Santo potrà donarci luce su come costruire città più giuste e accoglienti nei nostri contesti».

Opera pontificia affidata alla Compagnia di Gesù, la Rete mondiale di preghiera del Papa — presente in oltre 90 Paesi, con una comunità spirituale di più di 22 milioni di persone —, sottolinea infine che questa forma di evangelizzazione serve a rendere visibile il Vangelo nell’invisibile: «Nella città, dove molti passano inosservati — e spesso anche la fede — si tratta di seminare presenza, legame e compassione in ciò che è nascosto e quotidiano».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Antonella Palermo 31/07/2026)


Papa Leone XIV all'Angelus: “Carissimi, Cristo sazia davvero la fame dell’umanità, la nostra fame di verità e di vita.” ... “Continuiamo a pregare per la pace”

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 2 Agosto 2026

Leone XIV


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Quando ascoltiamo il Vangelo, sentiamo spesso raccontare dei segni compiuti da Gesù: sono gesti che manifestano la sua speciale dedizione per noi, cioè la salvezza che Egli porta nel mondo. Il Signore viene ricordato come Colui che dà senso alla vita, liberandola dal male e dal peccato.

Mentre dà la vista ai ciechi e ai sordi l’udito, Cristo non compie soltanto azioni portentose, ma annuncia a tutti che il Regno di Dio è vicino. Perciò il Vangelo di quest’oggi (Mt 14,13-21) testimonia che Gesù non si limita a dare i sensi a chi ne manca, ma dà gusto ai nostri sensi. Al sordo, che torna a sentire, il Signore rivolge la Buona Novella da ascoltare; al cieco, che torna a vedere, mostra la splendida opera della redenzione che si compie per lui. Allo stesso modo, Gesù dona a chi ha fame il cibo da mangiare: l’episodio della moltiplicazione dei pani significa che l’incontro col Signore è un’esperienza nutriente. Nel deserto, cioè nel luogo del nostro bisogno, Cristo è pane di vita. Con Lui l’essenziale è sovrabbondante: «Tutti mangiarono a sazietà» e ne avanzarono «dodici ceste piene» (v. 20). Questo numero evidenzia che il dono del Signore è universale, e che la sua provvidenza per noi non viene mai meno.

Carissimi, Cristo sazia davvero la fame dell’umanità, la nostra fame di verità e di vita. Al contempo, il suo gesto ci insegna che nulla va sprecato, quando viene condiviso. L’accumulo e lo scarto, invece, sono due lati di uno stesso male: l’ingordigia. Questa malattia dell’animo fa perdere i sensi perché ubriaca di ricchezze, al punto da dimenticare coloro che piangono per fame e gridano per sete. E così, davanti all’opulenza delle cose che marciscono, stanno le mani tese di chi non ha mensa, le case bruciate di chi non ha pace.

Nel deserto della guerra e dell’arroganza, guardiamo con quanta benevolenza il Signore «alzò gli occhi al cielo», «recitò la benedizione», «spezzò i pani e li diede» ai suoi discepoli, perché li distribuissero alla folla (cf. v. 19). In questo miracolo della carità riconosciamo le azioni tipiche di Gesù, che trovano nell’Ultima Cena il loro culmine. Allora, infatti, il Figlio di Dio ci consegna la sua stessa vita come nostro fratello in umanità. Mentre gustiamo la grazia dell’Eucaristia, impegniamoci a testimoniare la sua bellezza nei nostri gesti quotidiani, a cominciare dalla benedizione della tavola, quando condividiamo il pane in famiglia e tra amici. In compagnia di Gesù, anche le vacanze possono diventare tempo di fraterna serenità, coinvolgendo chi, accanto a noi, è nel bisogno.

Chiediamo dunque alla Vergine Maria, madre premurosa, di farci crescere nella carità, perché a nessuno manchi il pane quotidiano.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

sigo con preocupación la alarmante situación en Ceuta, pidiendo a Dios, por medio de la intercesión de Nuestra Señora de África, que se puedan encontrar soluciones de paz, de estabilidad y de justicia.

[seguo con preoccupazione l’allarmante situazione a Ceuta, chiedendo a Dio, per l’intercessione di Nostra Signora d’Africa, che si possano trovare soluzioni di pace, di stabilità e di giustizia.]

Continuiamo a pregare per la pace, perché nel mondo cessino le guerre e si trovino soluzioni diplomatiche ai conflitti. Ricordiamo tutte le vittime delle ostilità, soprattutto i più deboli e indifesi: bambini, anziani, malati. Il Signore conforti coloro che soffrono e benedica l’opera di chi porta aiuto e consolazione.

In questi giorni ricorre il “Perdono di Assisi”. San Francesco ottenne questa Indulgenza da Papa Onorio III, nel 1216, ispirato, mentre era in preghiera alla Porziuncola, da una visione di Gesù e di Maria, circondati dagli Angeli. Ringraziamo il Signore per tale grande dono e facciamone tesoro, specialmente nell’ottavo centenario del “Transito” del Poverello di Assisi, che proprio alla Porziuncola morì il 3 ottobre 1226.

Saluto tutti voi, romani e pellegrini provenienti da vari Paesi: in particolare i “Giovanissimi” delle Parrocchie di Saccolongo e Creola (Padova), i giovani della Parrocchia di San Giovanni Bosco in Altamura e i ragazzi della Collaborazione Pastorale di Castelfranco Veneto, accompagnati dai loro sacerdoti e animatori.

A tutti auguro una buona domenica!

Guarda il video



domenica 2 agosto 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
2 Agosto 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, buono è il Signore Dio verso tutti e la sua tenerezza si espande su tutte le sue creature. A Lui con fiducia filiale esprimiamo le nostre preghiere e le nostre intercessioni, ed insieme diciamo: 


R/   Ravviva il nostro amore, o Signore

 

Lettore


- Signore Dio, conduci la tua Chiesa nel deserto, luogo di spogliazione e di riduzione all’essenzialità, ma anche luogo di ascolto della Parola e di educazione alla libertà. Donale il tuo sguardo capace di accoglienza e di misericordia verso ogni creatura umana, specialmente verso le persone più deboli e fragili e più emarginate. Preghiamo

- Sii vicino, Signore Dio, a tutte le comunità cristiane, che ogni domenica si radunano nel tuo Nome attorno alla mensa della Parola e del pane spezzato del tuo Figlio Gesù. Aiutale ad uscire dall’individualismo e dal devozionalismo, diventare come il tuo Figlio: pane che si dona con gesti di gratuità e di condivisione. Preghiamo. 

- Ti affidiamo, Signore Dio, quell’immensa folla di giovani che si è riversata sulle coste della Spagna, desiderosi di un futuro migliore. Ti chiediamo perdono per le parole ciniche, crudeli e senza pietà che sono state rivolte dalle nazioni Europee, compresa l’Italia, verso quella folla di giovani disperati e affamati di futuro. Fa rinascere, o Dio, nella coscienza di questa nostra Europa, che a parole si dice cristiana, il senso vero dell’umanità, della compassione e dell’ospitalità. Preghiamo

- Dona, o Signore Dio, ai governanti e a noi cittadini di questo nostro Paese il coraggio di prendere le distanze da una politica di odio, di rancore e di vendetta. E donaci la sapienza per saper elaborare progetti che diano prospettive di futuro ai nostri giovani e a coloro che hanno varcato la soglia della povertà. Preghiamo

- Davanti a te, Signore Dio paziente e misericordioso, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo del continuo e silenzioso sterminio nella striscia di Gaza del popolo palestinese, dei morti dimenticati nel Mar Mediterraneo e, qui in Italia, dei morti sui luoghi di lavoro. Dona a tutti di contemplare il tuo Volto di Padre compassionevole.  Preghiamo.


Per chi presiede

O Dio Padre Buono, tu inviti tutti al banchetto della tua Sapienza e provvedi ai bisogni di coloro che ti cercano: esaudisci le preghiere del tuo popolo, che ha fame del tuo amore e della tua compassione. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. 

AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 39 - 2025/2026 - XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

«Date loro voi stessi da mangiare!» è il comando di Gesù rivolto ai discepoli. Il brano evangelico è una vera e propria profezia del Banchetto Messianico e richiama uno dei pricipali compiti del Re Messia, quello, cioè di assicurare il pane al popolo di Israele (cfr. 2Sam 6,19). Quanto Gesù fa è soprattutto anticipo del Mistero Eucaristico, ciò che compirà durante il Seder di Pasqua e che i suoi discepoli continueranno a compiere in sua memoria. La scena si svolge in un luogo deserto e vede i discepoli domandare a Gesù di congedare (gr. apolyo) le folle, identico verbo utilizzato dall'evangelista per indicare il divorzio (cfr. 5,31 ; 19,3-9).
Da questo indizio possiamo facilmente dedurre che il Banchetto Messianico è anche un Banchetto Nuziale: Gesù è lo Sposo e la Comunità la Sposa. All'origine dell'azione di Gesù, perciò, c'è l'amore, il suo infinito amore per la sua Sposa, le sue viscere di misericordia per il suo popolo. Questa è la mensa che il Signore Gesù ha preparato, dove tutti possono mangiare e saziarsi: «Solo questo Pane, benedetto, spezzato e condiviso, ci sazia e ci dona la Vita Eterna» (cit.)

sabato 1 agosto 2026

DOMENICA DELLE MANI MOLTIPLICATE - È bello che Dio ci salvi, ma è ancor più bello che lo faccia attraverso le persone; è bello che Dio operi nel mondo, ma più bello ancora è che operi attraverso la nostra povertà. - XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

DOMENICA DELLE MANI MOLTIPLICATE


È bello che Dio ci salvi,
ma è ancor più bello che lo faccia attraverso le persone;
è bello che Dio operi nel mondo,
ma più bello ancora è che operi attraverso la nostra povertà.


In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini. Mt 14,13-21
  
DOMENICA DELLE MANI MOLTIPLICATE
 
È bello che Dio ci salvi, ma è ancor più bello che lo faccia attraverso le persone; è bello che Dio operi nel mondo, ma più bello ancora è che operi attraverso la nostra povertà.

Domenica del pane che trabocca dalle mani e dalle ceste. Del pane che, povero e ricco, buono da solo e buono con tutto, ha dentro la terra e il cielo, l’acqua e il fuoco.

La storia inizia con la morte del Battista all’interno di un banchetto grottesco e drammatico, a seguito del quale Gesù vuole ritirarsi in un luogo in disparte; ma è inseguito dalla gente, scende dalla barca e si ritrova immerso nella folla. E che cosa fa? Vede, e ha compassione. Importantissimo termine, di una carica infinita. Per lui guardare e amare sono la stessa cosa, come per Dio.

Gesù prova dolore per il dolore dell’uomo, è ferito dalle ferite di chi ha davanti. E capovolge i suoi programmi: voleva un luogo in disparte e invece si trova risucchiato dal vortice della vita dolente.

Vorrei essere uno tra i tanti, quella sera, sul lago. Li invidio non per il pane, ma per la seduzione che li trattiene lì, più forte della fame, della notte, della paura.

Lo ascoltano ed ecco due imperativi a confronto: mandali a comprare, dicono gli apostoli. Mentalità che è la nostra, razionale, logica: se vuoi qualcosa, lo paghi.

Gesù alza la posta: voi stessi date loro da mangiare! Fatelo voi! Sfamare l’uomo è cosa consegnata ai discepoli. Lo sappiamo che spetta a Dio, ma lui la mette direttamente nelle nostre mani. I cinque pani passano dalle mani di uno di loro a quelle di Gesù, da quelle di Gesù a quelle dei dodici, e poi a quelle di tutti i cinquemila. È bello che Dio ci salvi, ma è ancor più bello che lo faccia attraverso le persone; è bello che Dio operi nel mondo, ma più bello ancora è che operi attraverso la nostra povertà.

Quella sera tutti sono sfamati. Buoni e meno buoni, meritevoli e no, peccatori pentiti e chi non lo è ancora. Ne sono degni? Domanda assurda. Certo che no! Chi è degno di Dio? Davanti al Signore la dignità è data solo dalla fame.

Il profeta ripete nella prima lettura: Chi ha fame venga e mangi, senza denaro né spesa. Nessuna meritocrazia presso Dio, in lui vige la logica del dono, del pane gioioso e immeritato. «Una religione che non si occupi anche della fame, delle topaie dove vivono i poveri, dei veleni che avvelenano la terra l’acqua e l’aria, è sterile come la polvere» (M. L. King).

Il miracolo del pane è raccontato come una questione di mani. Un moltiplicarsi di mani, più che di pane. Che infatti passa di mano in mano: dai discepoli a Gesù, da lui di nuovo ai discepoli, da questi alla folla. Allora apriamo le nostre mani! Qualunque sia il tuo pane, apri il pugno chiuso. Imita il germoglio che si schiude, il seme che si spacca, la nuvola che sparge le sue gocce. Per dare pane a chi ha fame e accendere fame di cose grandi in chi è sazio di solo pane.


Enzo Bianchi Il vero spazio sacro è mio fratello

Enzo Bianchi
Il vero spazio sacro è mio fratello
 
Per il cristiano il luogo più benedetto non è una chiesa, una cappella o un tabernacolo, ma ogni persona in cui si rende presente Cristo


Famiglia Cristiana - 26 Luglio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Purtroppo per molti cristiani esiste ancora lo “spazio sacro”, uno spazio al quale si deve attenzione, riverenza, di cui si deve avere consapevolezza, e questo spazio sacro è costituito dalla chiesa, dalla cappella, dal luogo per la preghiera. In realtà questi spazi sono semplicemente “spazi altri” rispetto al quotidiano trambusto del vivere, ma il vero spazio sacro per il cristiano è costituito dal luogo della Presenza di Dio!

Con Gesù non il tempio è sacro, non più il sabato, non più la legge di purità, ma è lui il luogo sacro, luogo della Presenza di Dio.

Così per noi cristiani il sacro va innanzitutto individuato nel corpo del fratello o della sorella che incontriamo, nella relazione che viviamo.

Nella parabola del samaritano il sacerdote e il levita che non si fermano di fronte all’uomo sofferente, morente, incappato nei briganti, discernono il sacro nel tempio, non lo sanno discernere nel corpo del bisognoso. Il samaritano invece sì! E discernendo il sacro nel fratello non solo lo salva ma cura il corpo di Cristo.

Scriveva Giovanni Crisostomo: “Cosa c’è più sacro di un uomo, di una donna? Questi sono più sacri del sacramento che veneri e copri di oro e di argento!”. E Alano di Lille: “Cosa c’è più sacro di un tabernacolo? Un fratello, un povero, un sofferente!”.

Arriverà il giorno in cui si porterà in processione un povero? Sarà un’epifania cristiana!
(fonte: blog dell'autore)


venerdì 31 luglio 2026

Leone XIV: “Sono il Papa, solo per caso americano”.


Leone XIV: “Sono il Papa, solo per caso americano”.

Le radici della famiglia Prevost, il sogno di tornare negli Usa e 
l’appello ad accogliere i migranti 

Papa Prevost pronuncia il discorso di accettazione della “Liberty Medal”

L’eredità di una famiglia costruita dall’incontro tra popoli diversi, il desiderio di tornare presto negli Stati Uniti, il richiamo alla tradizione americana dell’accoglienza e un forte invito a costruire ponti anziché muri. Nell’intervista concessa alle emittenti statunitensi NBC e Telemundo, Papa Leone XIV ripercorre la propria storia personale e familiare, spiegando come le sue origini abbiano profondamente segnato il suo modo di guardare al mondo e al ministero petrino.

“La mia storia familiare mi ricorda che tutti possiamo essere, prima o poi, stranieri in cerca di una casa”, racconta il Pontefice, ricordando come i nonni siano arrivati negli Stati Uniti da immigrati. Un’esperienza che continua a ispirare il suo sguardo verso chi oggi è costretto a lasciare il proprio Paese.

I miei nonni arrivarono negli Stati Uniti come immigrati”, osserva. “Ogni persona porta con sé una storia, una speranza e un desiderio di costruire un futuro migliore”. Per questo, aggiunge, “quando dimentichiamo il volto concreto delle persone, rischiamo di perdere anche la nostra umanità”.

Leone XIV ricorda anche una pagina complessa della propria genealogia. “Dal lato di mia madre ci sono persone che furono schiave e persone che furono proprietarie di schiavi”. Una memoria che, spiega, lo invita a guardare alla storia senza rimuoverne le contraddizioni, ma trasformandole in un’occasione di riconciliazione e di rispetto della dignità di ogni essere umano.

Proprio questa esperienza personale porta il Papa a respingere qualsiasi lettura nazionalistica del proprio pontificato.

“Mi considero più il Papa che, solo per caso, è americano”, afferma con decisione. Il suo ministero, sottolinea, appartiene alla Chiesa universale e non può essere identificato con una particolare appartenenza nazionale.

Parlando degli Stati Uniti, Leone XIV non nasconde però l’affetto per il Paese in cui è nato. “Quello che amo dell’America è il senso della libertà, il senso delle opportunità e il fatto che, nel corso delle generazioni, abbia invitato persone provenienti da tutto il mondo a diventare parte di un’unica nazione”.

Per il Pontefice è proprio questa la ricchezza dell’esperienza americana. “La bellezza nasce quando impariamo a superare le differenze e a riconoscere la ricchezza di ogni essere umano”. Una società, osserva, cresce quando è capace di integrare culture e storie differenti, trasformando la diversità in una risorsa.

Da qui anche il suo messaggio rivolto ai migranti.”Vorrei dire loro di non perdere la speranza. Vivete in modo ordinato, cercando sempre di fare ciò che è giusto. Certamente, se qualcuno ha commesso reati o crimini, non è così che si costruisce una società. Ma dobbiamo imparare a vivere insieme nella pace, senza perdere il coraggio e la speranza”. Un invito che coniuga il rispetto delle leggi con il dovere di non smarrire mai la centralità della persona umana, evitando che il fenomeno migratorio venga ridotto esclusivamente a un problema politico o di sicurezza.

Il Papa torna poi sul tema che accompagna fin dall’inizio il suo pontificato: la pace. “La pace non nasce quando una parte impone la propria volontà all’altra, ma quando ci si mette in ascolto reciproco con rispetto e pazienza”, afferma, indicando nel dialogo l’unica strada capace di superare le profonde polarizzazioni del mondo contemporaneo. “La sfida più grande è imparare a riconoscere la dignità dell’altro, anche quando la pensa diversamente da noi. Abbiamo bisogno di persone capaci di costruire ponti e non muri, di favorire l’incontro e non lo scontro”.

In questa prospettiva anche la missione della Chiesa assume un significato preciso. “Viviamo un tempo segnato da guerre, violenze e profonde divisioni, ma proprio per questo il mondo ha bisogno di speranza. Non possiamo arrenderci al pessimismo né pensare che il male abbia l’ultima parola. Ogni gesto di solidarietà, ogni scelta di dialogo e ogni attenzione verso chi soffre contribuiscono a costruire un futuro diverso”.

Per Leone XIV la speranza non rappresenta un sentimento ingenuo, ma una responsabilità concreta affidata ai cristiani e a tutti gli uomini di buona volontà. “La Chiesa è chiamata a essere vicina alle persone, soprattutto a quelle che vivono situazioni di fragilità, povertà ed emarginazione. La speranza non è ingenuità, ma la certezza che il bene può ancora crescere anche nelle situazioni più difficili.”

Nel corso dell’intervista il Pontefice guarda anche al futuro, lasciando intendere che un viaggio negli Stati Uniti potrebbe non essere lontano. “Mi vedranno là. Proprio oggi stavamo guardando il calendario per i prossimi due anni. Non c’è ancora nulla di definitivo, ma spero davvero di andarci presto”. Sarebbe il primo viaggio nel Paese natale del primo Papa statunitense della storia. Un ritorno che, alla luce delle parole pronunciate nell’intervista, avrebbe soprattutto il significato di riaffermare quella vocazione all’incontro tra popoli e culture che la stessa storia della famiglia Prevost testimonia da generazioni e che Leone XIV continua a indicare come uno dei pilastri del suo pontificato.
(fonte: Faro di Roma, articolo di S.I. 30/07/2026)



Benvenuti nell’era del fuoco

L’Europa brucia nella morsa del caldo e degli incendi.
Sarà questa la nuova normalità?

Benvenuti nell’era del fuoco


Mentre in Europa fa sentire i suoi effetti quella che viene definita la “quarta ondata” di caldo, la durata e l’intensità di questi fenomeni già collocano l’estate 2026 abbondantemente sopra la media degli anni passati. In molti non ricordano praticamente alcuna interruzione nella morsa di caldo record che da diverse settimane attanaglia non solo l’Europa Mediterranea, ma anche Paesi meno abituati alle temperature estreme. E l’allarme, inevitabilmente, è sulla prospettiva di un futuro prossimo in cui questa sarà la “nuova normalità” causata dal cambiamento climatico.

Almeno 2.700 persone — secondo uno studio elaborato dall’Imperial College di Londra, dal Met Office e dalla London School of Hygiene and Tropical Medicine — potrebbero essere morte in Inghilterra e Galles a causa del caldo record che ha colpito il Regno Unito tra maggio e giugno. Il Comitato britannico per i cambiamenti climatici, l’organismo responsabile della consulenza al governo in materia, ha avvertito che il Regno Unito «non è pronto» ad affrontare le conseguenze del caldo estremo. In un rapporto pubblicato a maggio stimava che entro il 2050 il 92% delle abitazioni britanniche sarebbe risultato troppo caldo, in quanto sprovviste di impianti di condizionamento così come gli ospedali e le scuole. Anche in Germania, dove l’Istituto Robert Koch ha segnalato oltre 5.000 morti in più per il caldo record di fine giugno, c’è un acceso dibattito sull’installazione dei climatizzatori.

A preoccupare gran parte d’Europa, inoltre, sono gli incendi che secondo gli esperti potrebbero interessare alcune aree del continente anche fino a novembre. Francia, Spagna e Italia sono tra i Paesi più colpiti. Solo nella regione sud-occidentale francese della Gironda i roghi boschivi hanno devastato oltre 42.000 ettari di terreni, un’area equivalente a 56.000 campi da calcio. In Spagna il ministero dell’Interno ha convocato per oggi una riunione d’emergenza con le regioni per coordinare gli interventi, mentre il vasto incendio divampato nei giorni scorsi a Burgohondo, nella provincia di Ávila, è ormai sotto controllo ma ha bruciato circa 50.000 diventando il più esteso mai registrato nel Paese. Centinaia di migliaia sono gli sfollati. In Italia gli incendi stanno martoriando il Gargano, mentre resta complessa l’emergenza che da giorni interessa il versante montano sopra Marina di Maratea; vasti roghi interessano anche il Crotonese e il Molise. Ma gli incendi stanno devastando anche il Regno Unito dove il principe Wiliam, erede al trono britannico e nello storico impegno di suo padre Re Carlo III in difesa dell’ambiente, ha definito lo scenario in Europa «un severo monito rispetto alle sfide poste da un clima sempre più estremo».

Gli incendi sono dovuti a una serie di cause, ma è ormai impossibile negare che ci sia una relazione tra la bolla di calore estremo e il cambiamento climatico. Le ultime proiezioni elaborate dai principali centri di calcolo internazionali, indicano come il fenomeno di El Niño stia affrontando una fase di accelerazione e intensificazione eccezionale. Gli esperti ipotizzano la formazione di un vero e proprio “Super El Niño” per la stagione invernale 2026/2027, con anomalie termiche superficiali pronte a superare le soglie critiche misurate soltanto durante i grandi eventi del passato. Il problema è legato al fatto che El Niño quest’anno arriverà su un pianeta già troppo caldo.

A risentire di questo sono anche i nostri mari: secondo l’ultimo rapporto del progetto “Mare Caldo” di Greenpeace, diffuso ieri, a fine giugno le temperature superficiali del Mediterraneo al largo della Francia meridionale e dell’Italia occidentale erano più alte di circa 6 °C rispetto alla media di lungo periodo. E il calore che si accumula in estate sulla superficie del mare viene trasferito anche sott’acqua, facendo registrare temperature fino a 25°C anche a 30-40 metri di profondità. A completare il quadro la siccità prolungata, che fa soffrire i fiumi e i laghi. In Italia, secondo un rapporto di Legambiente, il Lago Maggiore ha perso 43 milioni di metri cubi d’acqua tra fine giugno e i primi giorni di luglio, mentre il Lago Trasimeno ha perso quasi due metri rispetto allo zero idrometrico comportando una drastica limitazione della navigazione dei traghetti.

L’emergenza in Europa attesta delle difficoltà ormai croniche a livello globale, anch’esse imputabili al cambiamento climatico. Uno scenario di crisi ambientale causato dalle attività umane che, in Europa e nel mondo, richiama i governi all’azione e ad un’inversione di rotta. Troppo spesso, invece, gli Stati e le grandi aziende oltre a non pensare alla tutela dell’ambiente in “casa propria” portano avanti attività che rischiano di alimentare l’inquinamento nei Paesi in via di sviluppo e il cambiamento climatico a livello globale. Viene così disattesa la storica pronuncia che proprio un anno fa, il 23 luglio 2025, ha emesso la Corte internazionale di giustizia riconoscendo che la «violazione degli obblighi climatici da parte di uno Stato» costituisce «un atto illecito a livello internazionale che impegna la sua responsabilità». Un parere non vincolante — arrivato dopo una richiesta presentata a L’Aja da migliaia di organizzazioni e pensata, ancor prima, dagli studenti di legge dell’università dello Stato insulare minacciato dall’innalzamento dei mari di Vanuatu — che stabilisce un nesso diretto tra cambiamenti climatici e danni all’effettivo godimento di diritti umani, «come il diritto alla salute e ad un adeguato tenore di vita». Si tratta di una questione non più rinviabile: «La pace — ha recentemente ammonito Papa Leone XIV in un video messaggio a una conferenza sul clima in Austria — è minacciata da una mancanza di rispetto per il Creato, dal saccheggio di risorse naturali e da un progressivo declino della qualità della vita a causa del cambiamento climatico».
(fonte. L'Osservatore Romano, articolo di Valerio Palombaro 29/07/2026)