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martedì 25 febbraio 2020

“MEDITERRANEO FRONTIERA DI PACE” - 23/02/2020 VISITA DI PAPA FRANCESCO A BARI - SANTA MESSA e ANGELUS (cronaca, foto e video)


VISITA DEL SANTO PADRE FRANCESCO A BARI
IN OCCASIONE DELL’INCONTRO DI RIFLESSIONE E SPIRITUALITÀ
“MEDITERRANEO FRONTIERA DI PACE”
SANTA MESSA
Corso Vittorio Emanuele II (Bari)
VII Domenica del Tempo Ordinario, 23 febbraio 2020


Lungo il Corso Vittorio Emanuele II, chiuso dal palco papale sul cui sfondo giganteggia la riproduzione di un rosone romanico con il colore azzurro del Mare Mediterraneo, la folla di quarantamila fedeli ha assistito con grande raccoglimento alla Messa, riservando al Pontefice, all'arrivo e alla partenza, particolare calore. Oltre alle autorità locali, come autorità istituzionali sono presenti oggi il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, e la Ministra per l’agricoltura, Teresa Bellanova, entrambi pugliesi. Mentre il premier Giuseppe Conte, con una telefonata al cardinale presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, ha annunciato di dover rinunciare alla trasferta barese per continuare a gestire da Roma l'emergenza Coronavirus.

Con il Papa hanno concelebrato, oltre ai 58 membri dell'Incontro, 18 cardinali, tutti i vescovi pugliesi, un centinaio di altri vescovi italiani, 4 patriarchi orientali, 500 sacerdoti, 100 diaconi e 600 religiosi. Molto belli e ben eseguiti i canti di don Antonio Parisi, alla guida del coro diocesano (80 persone), e dell'orchestra del Conservatorio di Bari, formata da 25 elementi.

Quasi mille i volontari hanno supportato le forze dell'ordine per garantire l'ordinato svolgimento dell'evento. Circa 500 provenivano dalle parrocchie della diocesi, altri 300 dalla Protezione civile regionale, un centinaio dal sistema sanitario e sono presenti anche circa 60 addetti alla sicurezza della Polizia locale. Treni speciali dalla provincia e servizi navetta da e per i parcheggi allestiti nella periferia barese hanno agevolato il flusso e il deflusso dei pellegrini, che nella zona della celebrazione hanno potuto seguire la liturgia, anche grazie a una decina di maxischermi






OMELIA


Gesù cita l’antica legge: «Occhio per occhio e dente per dente» (Mt 5,38; Es 21,24). Sappiamo che cosa voleva dire: a chi ti toglie qualcosa, tu toglierai la stessa cosa. Era in realtà un grande progresso, perché impediva ritorsioni peggiori: se uno ti ha fatto del male, lo ripagherai con la stessa misura, non potrai fargli di peggio. Chiudere le contese in pareggio era un passo avanti. Eppure Gesù va oltre, molto oltre: «Ma io vi dico di non opporvi al malvagio» (Mt 5,39). Ma come, Signore? Se qualcuno pensa male di me, se qualcuno mi fa del male, non posso ripagarlo con la stessa moneta? “No”, dice Gesù: non-violenza, nessuna violenza.

Possiamo pensare che l’insegnamento di Gesù persegua una strategia: alla fine il malvagio desisterà. Ma non è questo il motivo per cui Gesù chiede di amare anche chi ci fa del male. Qual è la ragione? Che il Padre, nostro Padre, ama sempre tutti, anche se non è ricambiato. Egli «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (v. 45). E oggi, nella prima Lettura, ci dice: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo!» (Lv 19,2). Ossia: “Vivete come me, cercate quello che io cerco”. Gesù ha fatto così. Non ha puntato il dito contro quelli che l’hanno condannato ingiustamente e ucciso crudelmente, ma ha aperto loro le braccia sulla croce. E ha perdonato chi gli ha messo i chiodi nei polsi (cfr Lc 23,33-34).

Allora, se vogliamo essere discepoli di Cristo, se vogliamo dirci cristiani, questa è la via, non ce n’è un’altra. Amati da Dio, siamo chiamati ad amare; perdonati, a perdonare; toccati dall’amore, a dare amore senza aspettare che comincino gli altri; salvati gratuitamente, a non ricercare alcun utile nel bene che facciamo. E tu puoi dire: “Ma Gesù esagera! Dice persino: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,44); parla così per destare l’attenzione, ma forse non intende veramente quello”. Invece sì, intende veramente quello. Gesù qui non parla per paradossi, non usa giri di parole. È diretto e chiaro. Cita la legge antica e solennemente dice: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici”. Sono parole volute, parole precise.

Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano. È la novità cristiana. È la differenza cristiana. Pregare e amare: ecco quello che dobbiamo fare; e non solo verso chi ci vuol bene, non solo verso gli amici, non solo verso il nostro popolo. Perché l’amore di Gesù non conosce confini e barriere. Il Signore ci chiede il coraggio di un amore senza calcoli. Perché la misura di Gesù è l’amore senza misura. Quante volte abbiamo trascurato le sue richieste, comportandoci come tutti! Eppure il comando dell’amore non è una semplice provocazione, sta al cuore del Vangelo. Sull’amore verso tutti non accettiamo scuse, non predichiamo comode prudenze. Il Signore non è stato prudente, non è sceso a compromessi, ci ha chiesto l’estremismo della carità. È l’unico estremismo cristiano lecito: l’estremismo dell’amore.

Amate i vostri nemici. Oggi ci farà bene, durante la Messa e dopo, ripetere a noi stessi queste parole e applicarle alle persone che ci trattano male, che ci danno fastidio, che fatichiamo ad accogliere, che ci tolgono serenità. Amate i vostri nemici. Ci farà bene porci anche delle domande: “Io, di che cosa mi preoccupo nella vita: dei nemici, di chi mi vuole male? O di amare?”. Non preoccuparti della cattiveria altrui, di chi pensa male di te. Inizia invece a disarmare il tuo cuore per amore di Gesù. Perché chi ama Dio non ha nemici nel cuore. Il culto a Dio è il contrario della cultura dell’odio. E la cultura dell’odio si combatte contrastando il culto del lamento. Quante volte ci lamentiamo per quello che non riceviamo, per quello che non va! Gesù sa che tante cose non vanno, che ci sarà sempre qualcuno che ci vorrà male, anche qualcuno che ci perseguiterà. Ma ci chiede solo di pregare e amare. Ecco la rivoluzione di Gesù, la più grande della storia: dal nemico da odiare al nemico da amare, dal culto del lamento alla cultura del dono. Se siamo di Gesù, questo è il cammino! Non ce n’è un altro.

È vero, ma tu puoi obiettare: “Comprendo la grandezza dell’ideale, ma la vita è un’altra cosa! Se amo e perdono, non sopravvivo in questo mondo, dove prevale la logica della forza e sembra che ognuno pensi a sé”. Ma allora la logica di Gesù è perdente? È perdente agli occhi del mondo, ma vincente agli occhi di Dio. San Paolo ci ha detto nella seconda Lettura: «Nessuno si illuda, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio» (1 Cor 3,18-19). Dio vede oltre. Sa come si vince. Sa che il male si vince solo col bene. Ci ha salvati così: non con la spada, ma con la croce. Amare e perdonare è vivere da vincitori. Perderemo se difenderemo la fede con la forza. Il Signore ripeterebbe anche a noi le parole che disse a Pietro nel Getsemani: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11). Nei Getsemani di oggi, nel nostro mondo indifferente e ingiusto, dove sembra di assistere all’agonia della speranza, il cristiano non può fare come quei discepoli, che prima impugnarono la spada e poi fuggirono. No, la soluzione non è sfoderare la spada contro qualcuno e nemmeno fuggire dai tempi che viviamo. La soluzione è la via di Gesù: l’amore attivo, l’amore umile, l’amore «fino alla fine» (Gv 13,1).

Cari fratelli e sorelle, oggi Gesù, col suo amore senza limiti, alza l’asticella della nostra umanità. Alla fine possiamo chiederci: “E noi, ce la faremo?”. Se la meta fosse impossibile, il Signore non ci avrebbe chiesto di raggiungerla. Ma da soli è difficile; è una grazia che va chiesta. Chiedere a Dio la forza di amare, dirgli: “Signore, aiutami ad amare, insegnami a perdonare. Da solo non ci riesco, ho bisogno di Te”. E va chiesta anche la grazia di vedere gli altri non come ostacoli e complicazioni, ma come fratelli e sorelle da amare. Molto spesso chiediamo aiuti e grazie per noi, ma quanto poco chiediamo di saper amare! Non chiediamo abbastanza di saper vivere il cuore del Vangelo, di essere davvero cristiani. Ma «alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore» (S. Giovanni della Croce, Parole di luce e di amore, 57). Scegliamo oggi l’amore, anche se costa, anche se va controcorrente. Non lasciamoci condizionare dal pensiero comune, non accontentiamoci di mezze misure. Accogliamo la sfida di Gesù, la sfida della carità. Saremo veri cristiani e il mondo sarà più umano.


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ANGELUS

Cari fratelli e sorelle,

mentre siamo riuniti qui a pregare e a riflettere sulla pace e sulle sorti dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo, sull’altra sponda di questo mare, in particolare nel nord-ovest della Siria, si consuma un’immane tragedia. Dai nostri cuori di pastori si eleva un forte appello agli attori coinvolti e alla comunità internazionale, perché taccia il frastuono delle armi e si ascolti il pianto dei piccoli e degli indifesi; perché si mettano da parte i calcoli e gli interessi per salvaguardare le vite dei civili e dei tanti bambini innocenti che ne pagano le conseguenze.

Preghiamo il Signore affinché muova i cuori e tutti possano superare la logica dello scontro, dell’odio e della vendetta per riscoprirsi fratelli, figli di un solo Padre, che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi (cfr Mt 5,45). Invochiamo lo Spirito Santo perché ognuno di noi, a partire dai gesti di amore quotidiani, contribuisca a costruire relazioni nuove, ispirate alla comprensione, all’accoglienza, alla pazienza, ponendo così le condizioni per sperimentare la gioia del Vangelo e diffonderla in ogni ambiente di vita. La Vergine Maria, la “Stella del mare” [Santa Madre di Dio] alla quale guardiamo come esempio più alto di fedeltà a Gesù e alla sua parola, ci aiuti a camminare su questa strada.

Prima di recitare insieme l’Angelus, ringrazio di cuore tutti i Vescovi e quanti hanno partecipato a questo incontro sul Mediterraneo come frontiera di pace; come pure coloro – e sono tanti! – che in diversi modi hanno lavorato per la sua buona riuscita. Grazie a tutti! Avete contribuito a far crescere la cultura dell’incontro e del dialogo in questa regione così importante per la pace nel mondo.


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“È benvenuto, ancora una volta, Santo Padre, qui a Bari, città dell’incontro, dell’accoglienza, come lei stesso l’ha definita il 7 luglio 2018, pellegrino di pace per il Medio Oriente”. Sono le parole di ringraziamento di mons. Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto, al Papa, al termine della messa in Corso Vittorio Emanuele II, a cui hanno partecipato – in tutta l’area – 40mila persone. “Felice è davvero la città di Bari”, ha detto Cacucci citando un canto di antica tradizione e dando il benvenuto al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “Felici noi tutti, a nostra volta pellegrini di pace, coperti dal manto tenero e misericordioso della nostra patrona, la Vergine Maria Odegitria, Colei che mostra la via. La sua icona, traslata dall’Oriente a Bari, raffigura la colomba della pace, che il Bambino Gesù regge, appoggiato al braccio della Madre, e che oggi consegna a tutti noi, perché, come due anni fa sul sagrato della Basilica di San Nicola, allargando lo sguardo sul Mediterraneo, la facciamo idealmente librare in cielo col nostro ardente desiderio di pace”.

 




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Vedi anche il post precedente:


GENITORI E GIORNALISTI, STATE CALMI, PERCHÉ UN ADULTO IMPAURITO SPAVENTA I BAMBINI di Alberto Pellai


GENITORI E GIORNALISTI, STATE CALMI,
PERCHÉ UN ADULTO IMPAURITO SPAVENTA I BAMBINI
di Alberto Pellai

Scuole chiuse, bambini a casa per una settimana. Sembra una vacanza. Ma intorno c’è un clima di terrore. Coltiviamo fiducia e speranza e non l’ansia. E diciamolo anche a chi oggi fa informazione


Scuole chiuse, bambini a casa per una settimana. Per loro è una vacanza. Ma intorno a loro c’è un clima di terrore. Ansia evidente sul volto dei genitori, supermercati svuotati. Adulti costantemente attaccati ai media per sapere l’ultima novità sul rischio da coronavirus. E poi l’aggiornamento costante sul numero dei morti e dei feriti. E’ come un bollettino di guerra: solo che questa volta la guerra sembra arrivata nel cortile della propria abitazione. Il nemico sembra pronto a invadere il territorio di casa e a oltrepassare l’uscio che separa il dentro dal fuori. “Dentro” e “fuori” sono due parole nonché immagini da tenere in considerazione di fronte all’ansia generalizzata che si è creata nel mondo.

Il virus infatti è la “fuori” e può entrare “dentro” il nostro corpo. Questo è l’evento avverso, che va prevenuto. Questo è il motivo per cui gli esperti e il governo, di conseguenza, stanno facendo di tutto, perché la minaccia che è fuori di noi non penetri nel corpo di nessuno. In un mondo globale, - e senza confini, dove tutto è accessibile, improvvisamente si devono introdurre parole e processi che si chiamano “isolamento” e “Quarantena”. La libertà di alcuni, che vivono in zona rossa, viene contingentata e limitata. Sembrano scene di un altro mondo, ectopico, tra l’altro già descritto in molti film e romanzi. Per noi, invece, oggi è principio di realtà al quale dobbiamo attenerci.

Al tempo stesso, i bambini vivono il dentro e il fuori in modo molto differente. Per loro, il “dentro” è il nido, il nucleo famigliare, la casa, lo spazio che produce un senso di protezione e sicurezza che è il risultato del senso di fiducia e affidamento che nutrono nei confronti dei loro genitori e in generale degli adulti che si prendono cura della loro crescita.

Ma quegli adulti, ora, sembrano poco affidabili. Sono spaventatissimi, in ansia, in preda a comportamenti irrazionali. Si muovono come se davvero si stesse avvicinando a grande velocità la fine del mondo. Fanno provviste, misurano la febbre, cambiano i progetti, chiamano i parenti vicini e lontani per sapere come stanno. Insomma si mostrano in un evidente stato confusionale e ipereccitato, appaiono spaventati. E quando un bambino ha vicino a sé un adulto che dovrebbe proteggerlo - e che invece si trova in uno stato emotivo confuso, caotico e spaventato - si spaventa a sua volta. Perché un adulto spaventato, per i bambini, diventa automaticamente un adulto spaventante. E automaticamente, produce paure anche nei bambini.

I bambini in questo momento hanno paura del virus, perché ha messo dentro di loro, vivida e pressante, l’immagine della morte. Là fuori, appena oltre la porta di casa, c’è una minaccia invisibile che uccide le persone. E che potrebbe entrare anche a casa nostra. Sapere questa cosa, genera angoscia. E i bambini, sono giustamente angosciati, come il resto del mondo.

Serve rassicurarli. Perché si è vero che là fuori c’è una minaccia. Ma la minaccia è molto relativa. Abbiano enormi possibilità di non ammalarcene. Chi se ne ammala ha moltissime probabilità di guarire. La proporzione tra chi ne sarà colpito e chi no è infinitamente a favore di questa seconda opportunità. Tra l’altro, i bambini sembrano fisiologicamente immuni al contagio. Non si contano ammalati nelle fasce di età più giovani.

Ecco, partite da qui. Dite ai bambini di parlare delle loro paure, ma rendetele relative. Ad oggi, abbiamo tutti più probabilità di farci male in un incidente automobilistico piuttosto che a causa del coronovirus. E ciò nonostante, tutti continuiamo ad andare in auto.

Ciò che ci spaventa ora, sono le misure drastiche che lo stato ha preso per ridurre il rischio di contagio. Lo stato fa il suo dovere: lo fa per proteggerci e non per spaventarci. Tutto qui. Dovremmo far notare ai nostri figli che milioni di persone stanno lavorando per mettere la parola FINE a questa minaccia. Prima o poi quella parola verrà scritta. Fino a quel momento, stiamo calmi e obbedienti verso le indicazioni che ci vengono fornite. E coltiviamo la fiducia e la speranza, molto più che l’ansia e il terrore. Bisognerebbe dire questo anche a chi oggi fa informazione. Perché, in effetti “il cosa” e “il come” dell’informazione che riceviamo hanno spesso un taglio catastrofico. Sia per le parole che vengono scelte, sia per il tono con cui vengono dette. I nostri figli sono i più sensibili a questo modo di comunicare. Ma anche molti adulti, non sono da meno.

Vale proprio la pena di dirlo: Keep calm, gente, Keep calm. Ce la faremo.


lunedì 24 febbraio 2020

“MEDITERRANEO FRONTIERA DI PACE” - 23/02/2020 VISITA DI PAPA FRANCESCO A BARI - INCONTRO CON I VESCOVI (cronaca, foto e video)


VISITA DI PAPA FRANCESCO A BARI 
IN OCCASIONE DELL’INCONTRO DI RIFLESSIONE E SPIRITUALITÀ
“MEDITERRANEO FRONTIERA DI PACE” 
 
23 febbraio 2020


L’elicottero con a bordo Francesco è decollato questa mattina alle 7 dall’eliporto vaticano, per atterrare poco più di un’ora dopo nel piazzale Cristoforo Colombo a Bari. Il Papa è stata accolto da mons. Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto, da Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia, dal prefetto di Bari, Antonella Bellomo, e da Antonio Decaro, sindaco di Bari. Poi il trasferimento in auto alla basilica pontificia di San Nicola, per l’incontro con i vescovi del Mediterraneo dove ha ascoltato l’introduzione del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Gualtiero Bassetti, e gli interventi dell’arcivescovo di Vrhbosna-Sarajevo cardinale Vinko Puljić, e dell’amministratore Apostolico “sede vacante” del Patriarcato Latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, prima di prendere la parola.




“La sua presenza corona di grazia queste giornate di incontro e riflessione, di fraternità e condivisione. L’iniziativa attinge a radici antiche e profonde: incarna, infatti, la visione profetica di Giorgio La Pira, che sin dalla fine degli anni Cinquanta aveva ispirato i ‘dialoghi mediterranei’ e aveva anticipato lo spirito ecumenico che avrebbe soffiato, poi, con grande forza, nel Concilio”. È il saluto del card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, al Papa “Secondo La Pira, i popoli dei Paesi rivieraschi, con l’appartenenza alla comune radice di Abramo, condividono una visione della vita e dell’uomo che, nonostante le profonde differenze, è aperta ai valori della trascendenza”, ha ricordato Bassetti: “E da qui discende la visione comune non solo della sacralità di ogni vita umana, ma anche della sua intangibilità”. “Con questo Incontro abbiamo iniziato a mettere in pratica questa visione, mettendoci in ascolto del Signore e cercando i segni dei tempi nelle parole e nella testimonianza offerta dalla presenza e dalla storia di ciascuno”, ha spiegato il presidente della Cei al Santo Padre: “Ne sono parte le ricchezze delle molteplici tradizioni liturgiche, spirituali, ecclesiologiche: ricchezze che, mentre ci distinguono, contribuiscono a rendere viva e preziosa l’esperienza della comunione”. “Il metodo sinodale, che ha caratterizzato i nostri lavori, segna l’avvio di un processo, che richiede da parte di ciascuno una nuova disponibilità a coinvolgersi con un cuore grande”, ha proseguito Bassetti: “È quanto, ora, intendiamo offrirle, insieme alla sintesi di quanto emerso dalla nostra Assemblea, perché con il Suo magistero ci illumini, ci provochi e ci accompagni”.



“Il Mediterraneo da secoli è al centro di scambi culturali, commerciali e religiosi di ogni tipo, ma è anche stato teatro di guerre, conflitti e divisioni politiche e anche religiose”. Lo ha detto mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico “sede vacante” del Patriarcato latino di Gerusalemme.“Nel presente, anziché diminuire, tutto ciò sembra aumentare”, la denuncia del presule: “Guerre commerciali, fame di energia, disuguaglianze economiche e sociali hanno reso questo bacino centro di interessi enormi. Il destino di intere popolazioni è asservito all’interesse di pochi, causando violenze che sono funzionali a modelli di sviluppo creati e sostenuti in gran parte dall’Occidente. Nel passato anche le Chiese – basti pensare al periodo coloniale – sono state funzionali a tale modello. Oggi desideriamo chiedere perdono, in particolare, per aver consegnato ai giovani un mondo ferito”. “Le nostre Chiese del Nord Africa e del Medio Oriente sono quelle che pagano il prezzo più alto”, l’analisi di Pizzaballa: “Decimate nei numeri, rimaste piccola minoranza, non sono però Chiese rinunciatarie. Al contrario, hanno ritrovato l’essenziale della fede e della testimonianza cristiana. Sono comunità che anche a fronte di enormi difficoltà e addirittura di persecuzioni, sono rimaste fedeli a Cristo”. “Al riguardo, pensiamo in particolare al destino di migliaia di migranti, che fuggono da situazioni di persecuzione e di povertà e che hanno cambiato il volto di molte delle nostre Chiese”, l’esempio scelto da Pizzaballa: “Le Chiese del Medio Oriente e del Nord Africa hanno più volte ribadito che non hanno bisogno solo di aiuti economici, ma innanzitutto di solidarietà, di sentirsi ascoltate, che qualcuno faccia propria la loro difficile realtà, dove però vi è anche la luce di tante testimonianze di fedeltà e di solidarietà umana e cristiana”.

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica di San Nicola (Bari)


Cari fratelli,

sono lieto di incontrarvi e grato ad ognuno di voi per avere accettato l’invito della Conferenza Episcopale Italiana a partecipare a questo incontro che riunisce le Chiese del Mediterraneo. E guardando oggi questa chiesa [la Basilica di San Nicola], mi viene in mente l’altro incontro, quello che abbiamo avuto con i capi delle Chiese cristiane – ortodosse, cattoliche… - qui a Bari. È la seconda volta in pochi mesi che si fa un gesto di unità così: quella era la prima volta, dopo il grande scisma, che eravamo tutti insieme; e questa è una prima volta di tutti i vescovi che si affacciano sul Mediterraneo. Credo che potremmo chiamare Bari la capitale dell’unità, dell’unità della Chiesa – se Monsignor Cacucci lo permette! Grazie dell’accoglienza, Eccellenza, grazie.

Quando, a suo tempo, il Cardinale Bassetti mi presentò l’iniziativa, la accolsi subito con gioia, intravedendo in essa la possibilità di avviare un processo di ascolto e di confronto, con cui contribuire all’edificazione della pace in questa zona cruciale del mondo. Per tale ragione ho voluto essere presente e testimoniare il valore contenuto nel nuovo paradigma di fraternità e collegialità, di cui voi siete espressione. Mi è piaciuta quella parola che voi avete aggiunto al dialogo: convivialità.

Trovo significativa la scelta di tenere questo incontro nella città di Bari, così importante per i legami che intrattiene con il Medio Oriente come con il continente africano, segno eloquente di quanto radicate siano le relazioni tra popoli e tradizioni diverse. La diocesi di Bari, poi, da sempre tiene vivo il dialogo ecumenico e interreligioso, adoperandosi instancabilmente a stabilire legami di reciproca stima e di fratellanza. Non è un caso se proprio qui, un anno e mezzo fa – come ho detto – ho scelto di incontrare i responsabili delle comunità cristiane del Medio Oriente, per un importante momento di confronto e comunione, che aiutasse Chiese sorelle a camminare insieme e sentirsi più vicine.

In questo particolare contesto, vi siete riuniti per riflettere sulla vocazione e le sorti del Mediterraneo, sulla trasmissione della fede e la promozione della pace. Il Mare nostrum è il luogo fisico e spirituale nel quale ha preso forma la nostra civiltà, come risultato dell’incontro di popoli diversi. Proprio in virtù della sua conformazione, questo mare obbliga i popoli e le culture che vi si affacciano a una costante prossimità, invitandoli a fare memoria di ciò che li accomuna e a rammentare che solo vivendo nella concordia possono godere delle opportunità che questa regione offre dal punto di vista delle risorse, della bellezza del territorio, delle varie tradizioni umane.

Ai nostri giorni, l’importanza di tale area non è diminuita in seguito alle dinamiche determinate dalla globalizzazione; al contrario, quest’ultima ha accentuato il ruolo del Mediterraneo, quale crocevia di interessi e vicende significative dal punto di vista sociale, politico, religioso ed economico. Il Mediterraneo rimane una zona strategica, il cui equilibrio riflette i suoi effetti anche sulle altre parti del mondo.

Si può dire che le sue dimensioni siano inversamente proporzionali alla sua grandezza, la quale porta a paragonarlo, più che a un oceano, a un lago, come già fece Giorgio La Pira. Definendolo “il grande lago di Tiberiade”, egli suggerì un’analogia tra il tempo di Gesù e il nostro, tra l’ambiente in cui Lui si muoveva e quello in cui vivono i popoli che oggi lo abitano. E come Gesù operò in un contesto eterogeneo di culture e credenze, così noi ci collochiamo in un quadro poliedrico e multiforme, lacerato da divisioni e diseguaglianze, che ne aumentano l’instabilità. In questo epicentro di profonde linee di rottura e di conflitti economici, religiosi, confessionali e politici, siamo chiamati a offrire la nostra testimonianza di unità e di pace. Lo facciamo a partire dalla nostra fede e dall’appartenenza alla Chiesa, chiedendoci quale sia il contributo che, come discepoli del Signore, possiamo offrire a tutti gli uomini e le donne dell’area mediterranea.

La trasmissione della fede non può che trarre frutto dal patrimonio di cui il Mediterraneo è depositario. È un patrimonio custodito dalle comunità cristiane, reso vivo mediante la catechesi e la celebrazione dei sacramenti, la formazione delle coscienze e l’ascolto personale e comunitario della Parola del Signore. In particolare, nella pietà popolare l’esperienza cristiana trova un’espressione tanto significativa quanto irrinunciabile: davvero la devozione del popolo è, per lo più, espressione di fede semplice e genuina. E su questo mi piace citare spesso quel gioiello che è il numero 48 dell’Evangelii nuntiandi sulla pietà popolare, dove San Paolo VI cambia il nome di “religiosità” in “pietà”, e dove sono presentate le sue ricchezze e anche le sue mancanze. Quel numero deve essere di guida nel nostro annuncio del Vangelo ai popoli.

In quest’area, un deposito di enorme potenzialità è anche quello artistico, che unisce i contenuti della fede alla ricchezza delle culture, alla bellezza delle opere d’arte. È un patrimonio che attrae continuamente milioni di visitatori da tutto il mondo e che va custodito con cura, quale preziosa eredità ricevuta “in prestito” e da consegnare alle generazioni future.

Su questo sfondo l’annuncio del Vangelo non può disgiungersi dall’impegno per il bene comune e ci spinge ad agire come instancabili operatori di pace. Oggi l’area del Mediterraneo è insidiata da tanti focolai di instabilità e di guerra, sia nel Medio Oriente, sia in vari Stati del nord Africa, come pure tra diverse etnie o gruppi religiosi e confessionali; né possiamo dimenticare il conflitto ancora irrisolto tra israeliani e palestinesi, con il pericolo di soluzioni non eque e, quindi, foriere di nuove crisi.

La guerra, che orienta le risorse all’acquisto di armi e allo sforzo militare, distogliendole dalle funzioni vitali di una società, quali il sostegno alle famiglie, alla sanità e all’istruzione, è contraria alla ragione, secondo l’insegnamento di san Giovanni XXIII (cfr Enc. Pacem in terris, 62; 67). In altre parole, essa è una follia, perché è folle distruggere case, ponti, fabbriche, ospedali, uccidere persone e annientare risorse anziché costruire relazioni umane ed economiche. È una pazzia alla quale non ci possiamo rassegnare: mai la guerra potrà essere scambiata per normalità o accettata come via ineluttabile per regolare divergenze e interessi contrapposti. Mai.

Il fine ultimo di ogni società umana rimane la pace, tanto che si può ribadire che «non c’è alternativa alla pace, per nessuno». Non c’è alcuna alternativa sensata alla pace, perché ogni progetto di sfruttamento e supremazia abbruttisce chi colpisce e chi ne è colpito, e rivela una concezione miope della realtà, dato che priva del futuro non solo l’altro, ma anche se stessi. La guerra appare così come il fallimento di ogni progetto umano e divino: basta visitare un paesaggio o una città, teatri di un conflitto, per accorgersi come, a causa dell’odio, il giardino si trasformi in una terra desolata e inospitale e il paradiso terrestre in un inferno. E a questo io vorrei aggiungere il grave peccato di ipocrisia, quando nei convegni internazionali, nelle riunioni, tanti Paesi parlano di pace e poi vendono le armi ai Paesi che sono in guerra. Questo si chiama la grande ipocrisia.

La costruzione della pace, che la Chiesa e ogni istituzione civile devono sempre sentire come priorità, ha come presupposto indispensabile la giustizia. Essa è calpestata dove sono ignorate le esigenze delle persone e dove gli interessi economici di parte prevalgono sui diritti dei singoli e della comunità. La giustizia è ostacolata, inoltre, dalla cultura dello scarto, che tratta le persone come fossero cose, e che genera e accresce le diseguaglianze, così che in modo stridente sulle sponde dello stesso mare vivono società dell’abbondanza e altre in cui molti lottano per la sopravvivenza.

A contrastare tale cultura contribuiscono in maniera decisiva le innumerevoli opere di carità, di educazione e di formazione attuate dalle comunità cristiane. E ogni volta che le diocesi, le parrocchie, le associazioni, il volontariato – il volontariato è uno dei grandi tesori della pastorale italiana – o i singoli si adoperano per sostenere chi è abbandonato o nel bisogno, il Vangelo acquista nuova forza di attrazione.

Nel perseguire il bene comune – che è un altro nome della pace – è da assumere il criterio indicato dallo stesso La Pira: lasciarsi guidare dalle «attese della povera gente». Tale principio, che non è mai accantonabile in base a calcoli o a ragioni di convenienza, se assunto in modo serio, permette una svolta antropologica radicale, che rende tutti più umani.

A cosa serve, del resto, una società che raggiunge sempre nuovi risultati tecnologici, ma che diventa meno solidale verso chi è nel bisogno? Con l’annuncio evangelico, noi trasmettiamo invece la logica per la quale non ci sono ultimi e ci sforziamo affinché la Chiesa, le Chiese, mediante un impegno sempre più attivo, sia segno dell’attenzione privilegiata per i piccoli e i poveri, perché «quelle membra del corpo che sembrano più deboli, sono più necessarie» (1 Cor 12,22) e, «se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1 Cor 12,26).

Tra coloro che nell’area del Mediterraneo più faticano, vi sono quanti fuggono dalla guerra o lasciano la loro terra in cerca di una vita degna dell’uomo. Il numero di questi fratelli – costretti ad abbandonare affetti e patria e ad esporsi a condizioni di estrema precarietà – è andato aumentando a causa dell’incremento dei conflitti e delle drammatiche condizioni climatiche e ambientali di zone sempre più ampie. È facile prevedere che tale fenomeno, con le sue dinamiche epocali, segnerà la regione mediterranea, per cui gli Stati e le stesse comunità religiose non possono farsi trovare impreparati. Sono interessati i Paesi attraversati dai flussi migratori e quelli di destinazione finale, ma lo sono anche i Governi e le Chiese degli Stati di provenienza dei migranti, che con la partenza di tanti giovani vedono depauperarsi il loro futuro.

Siamo consapevoli che in diversi contesti sociali è diffuso un senso di indifferenza e perfino di rifiuto, che fa pensare all’atteggiamento, stigmatizzato in molte parabole evangeliche, di quanti si chiudono nella propria ricchezza e autonomia, senza accorgersi di chi, con le parole o semplicemente con il suo stato di indigenza, sta invocando aiuto. Si fa strada un senso di paura, che porta ad alzare le proprie difese davanti a quella che viene strumentalmente dipinta come un’invasione. La retorica dello scontro di civiltà serve solo a giustificare la violenza e ad alimentare l’odio. L’inadempienza o, comunque, la debolezza della politica e il settarismo sono cause di radicalismi e terrorismo. La comunità internazionale si è fermata agli interventi militari, mentre dovrebbe costruire istituzioni che garantiscano uguali opportunità e luoghi nei quali i cittadini abbiano la possibilità di farsi carico del bene comune.

A nostra volta, fratelli, alziamo la voce per chiedere ai Governi la tutela delle minoranze e della libertà religiosa. La persecuzione di cui sono vittime soprattutto – ma non solo – le comunità cristiane è una ferita che lacera il nostro cuore e non ci può lasciare indifferenti.

Nel contempo, non accettiamo mai che chi cerca speranza per mare muoia senza ricevere soccorso o che chi giunge da lontano diventi vittima di sfruttamento sessuale, sia sottopagato o assoldato dalle mafie.

Certo, l’accoglienza e una dignitosa integrazione sono tappe di un processo non facile; tuttavia, è impensabile poterlo affrontare innalzando muri. A me fa paura quando ascolto qualche discorso di alcuni leader delle nuove forme di populismo, e mi fa sentire discorsi che seminavano paura e poi odio nel decennio ’30 del secolo scorso. Questo processo di accoglienza e dignitosa integrazione è impensabile, ho detto, poterlo affrontare innalzando muri. In tale modo, piuttosto, ci si preclude l’accesso alla ricchezza di cui l’altro è portatore e che costituisce sempre un’occasione di crescita. Quando si rinnega il desiderio di comunione, inscritto nel cuore dell’uomo e nella storia dei popoli, si contrasta il processo di unificazione della famiglia umana, che già si fa strada tra mille avversità. La settimana scorsa, un artista torinese mi ha inviato un quadretto, fatto con la tecnica del bruciato sopra il legno, sulla fuga in Egitto e c’era un San Giuseppe, non così tranquillo come siamo abituati a vederlo nelle immaginette, ma un San Giuseppe con l’atteggiamento di un rifugiato siriano, col bambino sulle spalle: fa vedere il dolore, senza addolcire il dramma di Gesù Bambino quando dovette fuggire in Egitto. È lo stesso che sta succedendo oggi.

Il Mediterraneo ha una vocazione peculiare in tal senso: è il mare del meticciato, «culturalmente sempre aperto all’incontro, al dialogo e alla reciproca inculturazione». Le purezze delle razze non hanno futuro. Il messaggio del meticciato ci dice tanto. Essere affacciati sul Mediterraneo rappresenta dunque una straordinaria potenzialità: non lasciamo che a causa di uno spirito nazionalistico, si diffonda la persuasione contraria, che cioè siano privilegiati gli Stati meno raggiungibili e geograficamente più isolati. Solamente il dialogo permette di incontrarsi, di superare pregiudizi e stereotipi, di raccontare e conoscere meglio se stessi. Il dialogo e quella parola che ho sentito oggi: convivialità.

Una particolare opportunità, a questo riguardo, è rappresentata dalle nuove generazioni, quando è loro assicurato l’accesso alle risorse e sono poste nelle condizioni di diventare protagoniste del loro cammino: allora si rivelano linfa capace di generare futuro e speranza. Tale risultato è possibile solo dove vi sia un’accoglienza non superficiale, ma sincera e benevola, praticata da tutti e a tutti i livelli, sul piano quotidiano delle relazioni interpersonali come su quello politico e istituzionale, e promossa da chi fa cultura e ha una responsabilità più forte nei confronti dell’opinione pubblica.

Per chi crede nel Vangelo, il dialogo non ha semplicemente un valore antropologico, ma anche teologico. Ascoltare il fratello non è solo un atto di carità, ma anche un modo per mettersi in ascolto dello Spirito di Dio, che certamente opera anche nell’altro e parla al di là dei confini in cui spesso siamo tentati di imbrigliare la verità. Conosciamo poi il valore dell’ospitalità: «Alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo» (Eb 13,2).

C’è bisogno di elaborare una teologia dell’accoglienza e del dialogo, che reinterpreti e riproponga l’insegnamento biblico. Può essere elaborata solo se ci si sforza in ogni modo di fare il primo passo e non si escludono i semi di verità di cui anche gli altri sono depositari. In questo modo, il confronto tra i contenuti delle diverse fedi potrà riguardare non solo le verità credute, ma temi specifici, che diventano punti qualificanti di tutta la dottrina.

Troppo spesso la storia ha conosciuto contrapposizioni e lotte, fondate sulla distorta persuasione che, contrastando chi non condivide il nostro credo, stiamo difendendo Dio. In realtà, estremismi e fondamentalismi negano la dignità dell’uomo e la sua libertà religiosa, causando un declino morale e incentivando una concezione antagonistica dei rapporti umani. È anche per questo che si rende urgente un incontro più vivo tra le diverse fedi religiose, mosso da un sincero rispetto e da un intento di pace.

Tale incontro muove dalla consapevolezza, fissata nel Documento sulla fratellanza firmato ad Abu Dhabi, che «i veri insegnamenti delle religioni invitano a restare ancorati ai valori della pace; a sostenere i valori della reciproca conoscenza, della fratellanza umana e della convivenza comune». Anche attorno al sostegno dei poveri e all’accoglienza dei migranti, si può quindi realizzare una più attiva collaborazione tra i gruppi religiosi e le diverse comunità, in modo che il confronto sia animato da intenti comuni e si accompagni a un impegno fattivo. Quanti insieme si sporcano le mani per costruire la pace e praticare l’accoglienza, non potranno più combattersi per motivi di fede, ma percorreranno le vie del confronto rispettoso, della solidarietà reciproca, della ricerca dell’unità. E il contrario è quello che ho sentito quando sono andato a Lampedusa, quell’aria di indifferenza: nell’isola c’era accoglienza, ma poi nel mondo la cultura dell’indifferenza.

Questi sono gli auspici che desidero comunicarvi, cari Confratelli, a conclusione del fruttuoso e consolante incontro di questi giorni. Vi affido all’intercessione dell’apostolo Paolo, che per primo ha solcato il Mediterraneo, affrontando pericoli e avversità di ogni genere per portare a tutti il Vangelo di Cristo: il suo esempio vi indichi le vie lungo le quali proseguire il gioioso e liberante impegno di trasmettere la fede nel nostro tempo.

Come mandato, vi consegno le parole del profeta Isaia, perché diano speranza e comunichino forza a voi e alle vostre rispettive comunità. Davanti alla desolazione di Gerusalemme a seguito dell’esilio, il profeta non cessa di intravedere un futuro di pace e prosperità: «Ricostruiranno le vecchie rovine, rialzeranno gli antichi ruderi, restaureranno le città desolate, devastate da più generazioni» (Is 61,4). Ecco l’opera che il Signore vi affida per questa amata area del Mediterraneo: ricostruire i legami che sono stati interrotti, rialzare le città distrutte dalla violenza, far fiorire un giardino laddove oggi ci sono terreni riarsi, infondere speranza a chi l’ha perduta ed esortare chi è chiuso in se stesso a non temere il fratello. E guardare questo, che è già diventato cimitero, come un luogo di futura risurrezione di tutta l’area. Il Signore accompagni i vostri passi e benedica la vostra opera di riconciliazione e di pace. Grazie.

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Al discorso di Papa Francesco fa seguito il ringraziamento di S.E. Mons. Paul Desfarges, S.I., Arcivescovo di Alger (Algeria), Presidente della Conferenza Episcopale Regionale del Nordafrica (CERNA).

Il Santo Padre saluta quindi i Vescovi partecipanti all’Incontro e poi scende nella cripta della Basilica per venerare le reliquie di San Nicola, e saluta la Comunità dei Padri Domenicani.



Uscendo dalla Basilica, sul sagrato, il Santo Padre rivolge un saluto a quanti sono in attesa sulla Piazza.


SALUTO AI FEDELI SUL SAGRATO DELLA BASILICA DI S. NICOLA


Buongiorno, buongiorno a tutti voi!

Vorrei ringraziarvi, perché so che voi avete aiutato, state aiutando, con le vostre preghiere, il lavoro dei Pastori qui. Grazie, perché le preghiere sono proprio la forza, la forza di una comunità cristiana. I Pastori pregano, però devono lavorare in questi giorni di riflessione. Ma si sono sentiti accompagnati e sicuri con le vostre preghiere. Io ringrazio tanto di questo lavoro, di questo apostolato di pregare, pregare per la Chiesa. Non dimenticatevi: pregare per la Chiesa, per i Pastori… E nei momenti brutti si prega ancora di più, perché deve venire il Signore sempre a risolvere i problemi.

Adesso vorrei darvi la benedizione, ma prima di tutto preghiamo la Madonna. Lei pregò tanto durante la sua vita. Ha pregato tanto, sempre, accompagnando la Chiesa.

Ave Maria…

Benedizione

E grazie, grazie tante!


Guarda il video integrale



I Chiaroscuri – Perché la notte non ci inghiotta di Giuseppe Savagnone


Perché la notte non ci inghiotta 
di Giuseppe Savagnone





L’Inghilterra difende i suoi confini

Due recenti notizie, apparse in contemporanea, ma relative ad eventi che a prima vista non hanno nulla a che fare tra loro, sono indicative del clima che si sta creando in Europa.

La prima riguarda la decisione del governo inglese di negare il visto per motivi di lavoro nel Regno Unito, a partire dal 1° gennaio 2021, a coloro che non conoscono la lingua inglese e non hanno un contratto di lavoro o comunque un alto grado di specializzazione. La misura riguarderà anche i cittadini europei. È uno degli effetti della Brexit e corrisponde alla esigenza da cui essa è nata, che è di “difendere le frontiere” da un ingresso indiscriminato di stranieri.

La gravità di questa decisione si può misurare dal fatto che, secondo il Comitato sulla migrazione – un ente indipendente usato dal governo come consulente – il 70% dei cittadini europei entrati nel Regno Unito dal 2004 a oggi non avrebbe, secondo la nuova normativa, i requisiti per lavorare nel Paese.

Un duro colpo per i nostri giovani lavoratori…

Milioni di ragazzi – tra cui moltissimi italiani – fino ad oggi trovavano a Londra e in altre città inglesi la possibilità di cominciare una nuova storia a partire da zero, lavorando come camerieri, commessi, manovali, imparando gradualmente a parlare la lingua.

Fra pochi mesi tutto questo non sarà possibile. Un duro colpo per i sogni di tanti giovani che vedevano nell’Inghilterra una prospettiva non solo occupazionale, ma anche esistenziale. Nell’immaginario collettivo la Gran Bretagna era diventata il luogo ideale per l’incontro non solo con gli inglesi, ma con l’Europa e con il mondo intero. Un luogo di relazioni personali inedite, di confronto culturale, di opportunità, oltre che economiche, umane.

…per i nostri studenti

La notizia in questione si aggiunge a quella, dei giorni scorsi, secondo cui i ragazzi europei che andranno a studiare in Inghilterra, a partire dal prossimo anno accademico, saranno equiparati a quelli che provengono da qualsiasi altra parte del mondo.

Con effetti economici per loro devastanti, perché le rette universitarie risulteranno più che raddoppiate, passando dai circa 10.000 euro attuali alle cifre che già oggi devono sborsare i loro colleghi cinesi o americani, eh vanno dai 25.000 ai 40.000 euro.

Chi potrà affrontare queste spese? Anche in questo caso, il rapporto profondo tra le nuove generazioni europee e l’Inghilterra verrà compromesso dalla Brexit, riportando il Paese a un isolazionismo che, quali che possano essere i vantaggi materiali attesi, costituisce sicuramente un impoverimento. 

Ma a chi giova?

Già, i vantaggi materiali… Ma è così sicuro che ci siano? Proprio la decisione di chiudere le frontiere ai lavoratori che non parlano inglese e che non sono specializzati sta suscitando le vibrate proteste di vasti settori del mondo economico, a cominciare da quello della ristorazione, il più colpito da queste linee guida.

Finora la libera circolazione delle persone ha garantito a pub, ristoranti e bar del Regno Unito una forza lavoro a modico prezzo e di buona qualità, fatta di giovani volenterosi e intraprendenti. Ma anche il settore dell’edilizia e della sanità si avvalevano di una manovalanza straniera di cui una buona parte proveniva dall’Europa. Alla perdita di una centralità culturale bisogna aggiungere, dunque, la minaccia di gravi danni per l’economia.

Il potere dell’ideologia identitaria

Sorge spontanea la domanda: perché? Cosa ha spinto gli inglesi a una scelta che rischia di costituire una grave perdita per tutti, anche per loro?

La risposta forse si può trovare a partire da un episodio apparentemente minimo, riferito dai media britannici, verificatosi alcuni giorni fa a Norwich, in Inghilterra, dove è stato attaccato un volantino in cui stava scritto: «Qui si parlerà solo inglese o tornatevene a casa vostra». E ancora: «Non tollereremo chi parla altre lingue. Se non sai l’inglese tornatene a casa tua, nel tuo Paese». 

Qui non c’entrano le “ragioni”: è in gioco l’ideologia identitaria che chiude le porte agli altri perché li sente, per il fatto stesso che sono diversi, come una minaccia.

Una strage in Germania

E qui appare il collegamento con l’altra notizia di cui parlavo all’inizio, che è quella della strage compiuta in Germania, ad Hanau, nei pressi di Francoforte, in due bar frequentati da membri della comunità turca di etnia curda. Nove persone uccise e quattro gravemente ferite da un estremista di destra che, prima di suicidarsi, aveva scritto in un messaggio che sentiva la necessità «annientare» certi popoli la cui espulsione dalla Germania non è più possibile.

Un atto terroristico che si aggiunge a quello della settimana scorsa, a Berlino, dove un uomo è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco e altre quattro persone sono rimaste gravemente ferite in una sparatoria avvenuta all’esterno di un teatro, dove era appena terminato uno spettacolo comico turco, e all’altro dello scorso ottobre, sempre in Germania, ad Halle, dove un uomo ha attaccato una sinagoga e un fast food, uccidendo due persone.

L’autore, un militante neonazista, in realtà è riuscito ad uccidere solo due passanti che non erano ebrei, ma era arrivato alla sinagoga con una telecamera fissata sull’elmetto per filmare in diretta web quella che sperava sarebbe stata una strage.

Un clima di odio senza responsabili?

Si sta diffondendo in diversi Paesi europei un clima di odio e di violenza che, dal piano verbale, sempre più tende a passare a quello fisico. Anche in Italia dagli insulti razzisti a Gad Lerner e a Liliana Segre si è passati a veri e propri atti di aggressione. I reati legati al razzismo nel nostro Paese sono quasi raddoppiati dal 2016 ad oggi.

Naturalmente nessun partito se li intesta. Anche per quanto riguarda l’episodio di Hanau, il portavoce di Alternative für Deutschland, “Alternativa per la Germania”, il partito di estrema destra che sta guadagnano consensi ad ogni consultazione elettorale, ha definito il protagonista un «pazzo», rifiutando di attribuire un significato politico alla strage da lui commessa.

Come del resto accade in Italia, dove più volte i rappresentanti della Lega e di Fratelli d’Italia hanno replicato con sdegno alle accuse di razzismo loro mosse, specialmente dopo che avevano rifiutato di firmare l’ordine del giorno contro l’odio proposto da Liliana Segre. Né certamente i fautori della Brexit accetterebbero di avallare i toni del volantino di Norwich.

Eppure un nesso c’è…

È difficile negare, però, che esista un nesso tra il sovranismo, con il suo slogan “Prima noi”, e l’ondata xenofoba e razzista che sta montando in tutta l’Europa. Se si crea a livello ufficiale un clima di conflittualità e di contrapposizione verso chi è “diverso” per nazionalità, cultura, religione, additandolo come una minaccia alla sicurezza, se è all’interno, ai confini se si trova all’esterno, non ci si può stupire se ci sono persone labili o in mala fede che approfittano di questo clima per compiere atti concreti di volenza, interpretandoli come una “difesa”.

La responsabilità dei partiti

Non possiamo restare in silenzio di fronte a questo spaventoso deterioramento del tessuto umano delle nostre società. Qui è in gioco non l’orientamento verso un partito o l’altro, l’essere di destra o di sinistra, perché le scelte a questo livello, in una società democratica, sono tutte legittime. Il problema è “quale” destra e “quale” sinistra.

Per quanto riguarda il nostro Paese, ricordiamo ancora un passato in cui, per quanto riguarda quest’ultima, fu necessario chiedere con fermezza ai suoi sostenitori di prendere le distanze dal terrorismo delle Brigate Rosse e in generale da una logica di violenza che da alcuni era legittimata in nome dell’ideologia comunista. Oggi un’analoga, esplicita presa di distanze si deve chiedere alla destra nei confronti di tutto ciò che ricorda il fascismo e il nazismo.

Prendere le distanza dall’anima delle ideologie violente

Negare l’esistenza del problema, appellandosi all’anacronismo di questo riferimento, significherebbe in realtà rifiutarsi di dare un vera risposta. Perché nessuno pensa che quelle ideologie possano riproporsi esattamente negli stessi termini del passato.

La differenza dei nostri tempi rispetto all’inizio del Novecento è ovvia. È l’anima di quei fenomeni storici che rischia di rivivere, sotto sembianze inevitabilmente diverse. E rispetto a quest’anima oggi i sovranismi – compreso quello italiano – devono chiaramente distanziarsi non solo nelle facili dichiarazioni di principio, ma nello stile pratico.

Perché non torni la notte

La democrazia – ma, più profondamente, la custodia dell’umano – esigono che di questo si parli e che ci si trovi d’accordo. Le differenze partitiche vengono dopo, e ricevono la loro legittimità dalla loro conformità alla nostra Costituzione, in cui questi valori sono espressi senza equivoci. Al di fuori di questa base, che dev’essere comune, c’è la notte del fanatismo.

domenica 23 febbraio 2020

Riflessioni sul #coronavirus - Castigo di Dio? - Situazione attuale e aggiornamenti



Riportiamo il nostro post del 29 agosto 2016 perché, anche se pubblicato in circostanze diverse da quelle attuali, riteniamo ben si adatti alla situazione determinata in questi giorni dal #coronavirus.

IL CASTIGO DI DIO…
di Alberto Maggi

Puntuali, a ogni calamità emergono i tenebrosi necrofori. Sembra che non aspettino altro che le disgrazie, sono il loro abietto alimento. I necrofori sanno che le loro argomentazioni, tremende quanto ridicole, spietate quanto disumane, non hanno alcun fondamento, ma approfittano del momento in cui le persone sono stordite dal dolore e affogate nella disperazione per scagliare le loro inappellabili sentenze, e il verdetto è sempre quello: è il castigo di Dio! E di motivi a Dio per castigare l’umanità non ne mancano, ha solo da scegliere. C’è del sadico piacere in queste persone nell’affondare il coltello sulla piaga del dolore per rivendicare che avevano ragione: l’immoralità della società, la depravazione dei costumi, l’abbandono della pratica religiosa, che cosa altro potevano portare se non terribili castighi divini?

Pur rifacendosi a Dio questi beccamorti mostrano di non conoscerlo minimamente. Dio è Amore (1 Gv 4,8), e nell’amore non c’è alcuna parvenza di castigo. Nel ritratto di Dio che l’apostolo Paolo fa nella Lettera ai Corinti si legge che “l’amore non si adira, non tiene conto del male ricevuto”, che “tutto scusa” (1 Cor 13,5.7), e la buona notizia di Gesù non contiene alcuna minaccia di castighi divini. Il Padre non castiga, perdona, lui è un Dio che nel suo amore arriva a essere “benevolo verso gli ingrati e i malvagi” (Lc 6,35). In nessun brano del vangelo si annunziano castighi per i peccatori, ma si afferma che “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”(Gv 3,17). È una bestemmia pensare che Dio, che ha inviato il suo unico Figlio per salvare il mondo, poi lo voglia distruggere a forza di cataclismi.

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LA POLITICA DEL CORONAVIRUS
Attivare gli anticorpi del cattolicesimo
di Antonio Spadaro

Il coronavirus 2019-nCoV si sta diffondendo nel mondo, generando una sindrome del contagio universale. Il sistema di interconnessione planetaria dell’umanità ci fa sperimentare una condizione paradossale: più siamo connessi, più il contatto si può trasformare in contagio; la comunicazione in contaminazione; le influenze in infezioni.

L’apocalisse è a portata di mano. Scattano gli anticorpi, che impazziscono e si trasformano in sistema immunitario nei confronti di tutto ciò che temiamo di non riconoscere e di non riuscire a controllare. Il virus è ormai da tempo figura dell’immaginario: sin dalle piaghe bibliche fino alla peste dei Promessi Sposi e agli attacchi informatici. I confini dell’anima si restringono con la scoperta della nostra vulnerabilità.

La pandemia in questi casi finisce per essere sempre quella dell’insicurezza e dell’ansia. Il coronavirus sembra essere diventato oggi anche un sintomo (e un simbolo) di una più generale condizione di paura che ci portiamo dentro. ... La paura del futuro: questo è oggi il virus dell’anima. Ma si potrebbe pronunciare una lunga litania di paure. ...

Quali i sintomi del virus? La reazione immunitaria che ci fa percepire il contatto con l’altro, il diverso, come un rischio di contagio si va radicando nelle nostre società e prende varie forme: una concezione angustamente securitaria che comprime i diritti di libertà e lo Stato di diritto; il sovranismo inteso come l’opposto di una politica estera imperniata sul multilateralismo e sull’Europa; l’ostilità verso l’integrazione; l’uso politico del cristianesimo ridotto a «religione civile».

Il ragionamento è: se voglio star bene ed essere sicuro, devo indossare una mascherina e guardarmi dal contatto con l’estraneo. «Dovunque, l’uomo evita d’essere toccato da ciò che gli è estraneo» (Elias Canetti). Vale sul livello personale, vale sul livello politico. L’algoritmo di Facebook ce lo ha insegnato: le relazioni si basano su un calcolo di affinità. Gli algoritmi ci garantiscono di incontrare sostanzialmente chi ci è affine, simile e compatibile.

Viviamo in una bolla filtrata da mascherine che rafforza la nostra identità e ci fa sospettare dell’altro. Ecco perché bisogna smentire la logica dell’algoritmo che ha plasmato le «macchine da guerra» social all’opera nella propaganda nazionalista e sovranista dell’homo homini lupus.

Una specifica forma virale di «paura» è il nazionalismo, che riduce l’idea di «nazione» anch’essa a una bolla filtrata. Pio XI nel 1938, ricevendo gli assistenti ecclesiastici dell’Azione Cattolica, aveva fatto comprendere come il cattolicesimo possieda gli anticorpi per debellare questo virus. Disse: «Cattolico vuol dire universale, non razzistico, non nazionalistico, non separatistico. Queste ideologie non sono cristiane, ma finiscono con il non essere neppure umane».

A differenza della globalizzazione imposta dai mercati, la visione cattolica è universale e pone al centro la persona e i popoli, riconoscendo l’altro, l’estraneo e il diverso come «fratello».

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Il cristiano sente che deve farsi carico delle attese, dei cambiamenti e dei problemi del Paese, che lo interpellano ad agire. Come attivare concretamente, nell’ambito della nostra vita sociale e politica, gli anticorpi contro il virus della pandemia della paura, dell’ansia e dell’odio? ...


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Il Coronavirus è un ammonimento del cielo? 
Risponde Padre Livio Fanzaga



"PADRELIVIOvirus"

Padre Livio di Radio Maria:
"Attraverso questa Pandemia la Madonna da' un messaggio chiarissimo... e già il nome "coronavirus" è un richiamo alla corona del rosario
Questa pandemia del Coronavirus è un avvertimento leggero di Dio..."

Chiamiamolo "PadreLivioVirus"
Ci si contagia ascoltandolo alla Radio ma anche leggendo i suoi libri
I sintomi del contagio sono l'ansia verso il mondo, la perdita di memoria evangelica e la perdita di razionalità su quello che succede realmente.
La cura comporta isolare non se stessi ma lui... spegnendo RadioMaria quando inizia le catechesi e la lettura dei giornali e non sfogliando nemmeno i suoi libri (anche perchè letto uno...)

il CoronaVirus è pericoloso per la salute e crea grossi danni al sistema respiratorio...
il PadreLivioVirus è letale per la fede e crea grossi danni alla nostra idea di Dio, della Chiesa, del mondo... e di noi stessi.
FATE ATTENZIONE!

Questa vignetta, pubblicata subito dopo, non ha bisogno di ulteriori commenti...



Dal Veneto all'Emilia Romagna, gli stop, le chiusure e le restrizioni decise degli ammistratori delle Regioni per contenere la diffusione del virus ...


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Vedi anche il nostro post precedente: