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sabato 4 aprile 2026

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 22 - 2025/2026 - DOMENICA DI PASQUA - RISURREZIONE DEL SIGNORE anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

DOMENICA DI PASQUA
RISURREZIONE DEL SIGNORE - anno A

Vangelo:

Facciamo ancora e sempre fatica a comprendere che Gesù non poteva rimanere prigioniero della morte, perché egli è il Kyrios, il Signore della vita. Lo cerchiamo, sfiduciati e piangenti, dentro il sepolcro, il «mnemeion», il luogo del memoriale, dove tutti un giorno saremo riuniti, ma esso è vuoto. La Vita ha vinto sulla morte! La morte, in se stessa, non è un male, lo è, invece, il nostro modo di concepirla come la fine della vita e di tutto, una vita - la nostra - vissuta idolatrando noi stessi, spesa solo al servizio del nostro smisurato ego: è ciò che Paolo chiama «il pungiglione della morte» (1Cor 15,55). Gesù, invece, non ha trattenuto nulla per sé, nemmeno la vita, ma l'ha spezzata e divisa con tutti coloro che ha incontrato e beneficato, perché potessero partecipare del suo immenso dono d'amore. Gesù non sta più nel sepolcro perché ha fatto della sua intera esistenza una totale offerta d'amore al Padre e ai fratelli, per questa ragione la morte non ha potere su di Lui. La Resurrezione di Gesù è "lo sfraghis", il sigillo della fedeltà della sua vita al sogno d'amore di Dio, è il segno che il Padre ha gradito il modo di vivere del Figlio, che lo ha trovato conforme al suo originario disegno sull'umanità. La tomba, perciò, non può essere la sua dimora definitiva, bensì «il letto nuziale dove il Signore si è unito all'umanità intera comunicando a tutti il soave profumo della Sua vita» (cit.)

Buona Pasqua


Tra morte e vita, il significato profondo del Sabato Santo, giorno di silenzio e senza celebrazioni

Tra morte e vita, il significato profondo del Sabato Santo,
giorno di silenzio e senza celebrazioni


Il giorno prima della Pasqua è aliturgico, cioè privo di celebrazioni in tutte le chiese, in attesa della Veglia che viene celebrata a partire da qualche ora prima della mezzanotte e durante la quale si celebra solennemente la Risurrezione di Gesù dai morti

Se nel Giovedì Santo predomina la solennità dell’istituzione dell’Eucaristia e nel Venerdì Santo la mestizia, il dolore e la penitenza per la Passione e morte di Gesù, con la sua sepoltura; nel Sabato Santo invece predomina il silenzio, il raccoglimento, la meditazione, per Gesù che giace nel sepolcro prima della gioia della Domenica di Pasqua con l’annuncio della Risurrezione.

A partire dal IV secolo in alcuni luoghi, in questo giorno i candidati al Battesimo (catecumeni), facevano la loro pubblica professione di fede, prima di venire ammessi nella Chiesa, rito che avveniva poi nella Veglia di Pasqua.
Verso il XVI secolo, si cominciò con un’anticipazione della Vigilia alla mattina del Sabato Santo, forse perché non era consigliabile stare di notte fuori casa, ad ogni modo questa anticipazione al mattino del Sabato, è durata fino agli ultimi anni Cinquanta del XX secolo: verso le 10-11 del mattino del sabato si “scioglievano” la campane dai legami messi la sera del Giovedì Santo per l’annuncio della Risurrezione

Poi con la riforma liturgica Conciliare, tutto è ritornato come alle origini e il Sabato ha ripreso il significato del giorno della meditazione e penitenza; l’oscurità nelle chiese è totale, non vi sono celebrazioni liturgiche, né Sante Messe; è l’unico giorno dell’anno che non si può ricevere la Comunione, tranne nel caso di Viatico per gli ammalati gravi.

Tutto è silenzio nell’attesa dell’evento della Resurrezione. Quanto tempo restò sepolto nel sepolcro Gesù? Furono tre giorni non interi, dalla sera del Venerdì fino all’alba del giorno dopo la festa del Sabato ebraico, che oggi è la Domenica di Pasqua, ma che per gli Ebrei era il primo giorno della settimana; in tutto durò circa 40 ore.
Bisogna dire che con la liturgia odierna, la “Veglia Pasquale” è prevista in buona parte delle nostre chiese e cattedrali, con inizio verso le 22 del sabato; ma la Veglia pasquale, madre di tutte le Veglie celebrate dalla liturgia cristiana, pur iniziando nell’ultima ora del sabato, di fatto appartiene alla Liturgia solenne della Pasqua.
Durante la “Veglia” viene benedetto il fuoco, il “cero pasquale”, l’acqua battesimale; cercando di far coincidere il canto del “Gloria”, con il suono delle campane a festa, verso mezzanotte. In altre zone la “Veglia” inizia verso mezzanotte e quindi la liturgia eucaristica prosegue nelle prime ore notturne.
(fonte: Famiglia Cristiana 04/04/2026)


venerdì 3 aprile 2026

Giovedì Santo 02/04/2026 SANTA MESSA IN COENA DOMINI - Leone XIV: Quell’amore umile che salva il mondo

SANTA MESSA IN COENA DOMINI
Basilica di San Giovanni in Laterano 
Giovedì Santo, 2 aprile 2026

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Nel Giovedì santo Leone XIV ha presieduto la messa in Coena Domini nella basilica di San Giovanni in Laterano

Quell’amore umile che salva il mondo


Nella basilica di San Giovanni in Laterano, dove è custodita la cattedra del Papa, segno del suo essere pastore, il Vescovo di Roma ha ritrovato i propri sacerdoti. Nel luogo in cui i cristiani celebrarono per la prima volta liberamente l’Eucaristia, Leone XIV ha presieduto, ieri pomeriggio, 2 aprile, nel vespro del Giovedì santo, la messa nella Cena del Signore, con il rito della lavanda dei piedi.

Quel gesto umile compiuto da Gesù nei confronti dei dodici apostoli, il Papa lo ha ripetuto, prostrandosi dinanzi ad altrettanti sacerdoti romani. Undici erano stati ordinati il 27 giugno scorso dallo stesso Leone XIV. Don Renzo Chiesa, invece, è direttore spirituale del Pontificio Seminario Romano Maggiore. Con questo gesto il Pontefice ha voluto sostenerli nel cammino intrapreso per le strade di Roma, confermandoli nella fede e mostrando loro come il primo compito sia il servizio che si compie nell’amore.

La celebrazione ha segnato l’inizio del Triduo pasquale. Dopo la processione introitale, snodatasi sulle note del canto Nostra gloria è la Croce, il Vescovo di Roma — indossando i paramenti bianchi e oro tradizionali del Giovedì santo — ha raggiunto l’altare, lo ha baciato e incensato in segno di venerazione. Quindi, si è recato alla sua sede. Nella mano sinistra, aveva lo stesso pastorale utilizzato lo scorso 6 gennaio, solennità dell’Epifania del Signore e conclusione del Giubileo della speranza. Una scelta ben legata al tempo pasquale, con Cristo liberato dai chiodi e nell’atto di ascendere al Padre. Il Gloria, risuonato nella basilica “Madre di tutte le Chiese”, non sarà infatti più cantato fino alla solennità della Pasqua di Risurrezione.

Alla liturgia della Parola, in italiano, la prima lettura è stata un passo dal libro dell’Esodo (12, 1-8. 11-14), il Salmo intonato è stato il 115, «Il tuo calice, Signore, è dono di salvezza», e la seconda lettura è stata tratta dalla prima lettera di san Paolo ai Corinzi (11, 23-26). Il Vangelo di Giovanni (13, 1-15), proclamato dal diacono, ha fatto memoria dell’Ultima Cena e della lavanda dei piedi da parte di Gesù agli apostoli.

Il medesimo gesto Leone XIV lo ha compiuto al termine dell’omelia: deposte le vesti liturgiche e cinto da un grembiule bianco, il Papa ha lavato i piedi ai dodici sacerdoti della diocesi di Roma, disposti ai lati dell’altare in due file da sei, leggermente rialzate su apposite pedane. Versata l’acqua da una brocca in un catino dorato, ha lavato, asciugato e baciato i piedi di ognuno dei presbiteri.

Alla preghiera dei fedeli, particolari intenzioni sono state elevate per il popolo di Dio, affinché in esso germogli «l’amore vicendevole»; per la Chiesa di Roma, perché sia unita al suo pastore; per la pace dell’umanità, così che si convertano i cuori di quanti si chiudono «alla fraternità»; per le persone affrante, i peccatori pentiti, i poveri e i sofferenti, perché siano guariti e soccorsi; e per l’assemblea, affinché desideri sempre più «una vita santa».

A conclusione della celebrazione, nel silenzio di tutti i presenti, Leone XIV si è inginocchiato davanti al Santissimo Sacramento, posto sull’altare. Quindi, sulle note del Pange lingua e del Tantum ergo, — gli struggenti inni opera di san Tommaso d’Aquino — il Papa ha portato il Santissimo in processione fino alla Cappella della Reposizione, incensandolo dopo averlo deposto nel tabernacolo e inginocchiandosi nuovamente davanti ad esso per un momento di adorazione. Infine, in silenzio, l’assemblea si è sciolta.

Con Leone XIV hanno concelebrato una ventina di cardinali, insieme ad arcivescovi, vescovi e sacerdoti. Durante la preghiera eucaristica sono saliti all’altare il cardinale Baldo Reina, vicario generale per la diocesi di Roma, e tre porporati dell’ordine dei vescovi: il segretario di Stato, Pietro Parolin, il vicedecano del Collegio, Leonardo Sandri, e Marc Ouellet, predecessore di Prevost alla guida del Dicastero per i vescovi.

Il rito è stato guidato dall’arcivescovo Diego Ravelli, maestro delle Celebrazioni liturgiche, e animato dai cori della Cappella Sistina e della diocesi di Roma, diretti dai maestri Marcos Pavan e Marco Frisina.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Benedetta Capelli 03/04/2026)

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OMELIA DI LEONE XIV
(testo integrale)


Cari fratelli e sorelle,

la solenne liturgia di questa sera ci fa entrare nel Triduo Santo della passione, morte e risurrezione del Signore. Varchiamo questa soglia non come spettatori, né per inerzia, ma coinvolti a titolo speciale da Gesù stesso: come invitati alla Cena nella quale il pane e il vino diventano per noi Sacramento di salvezza. Partecipiamo infatti a un banchetto durante il quale Cristo «avendo amato i suoi, che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1): il suo amore si fa gesto e cibo per tutti, rivelando la giustizia di Dio. Nel mondo, proprio lì dove il male imperversa, Gesù ama definitivamente, per sempre, con tutto sé stesso.

Durante quest’ultima Cena, Egli lava i piedi ai suoi apostoli, dicendo: «Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,15). Il gesto del Signore fa tutt’uno con la mensa alla quale ci ha invitato. È un esempio del sacramento: mentre ne conferma il senso, ci consegna un compito che vogliamo assumere come nutrimento per la nostra vita. L’evangelista Giovanni sceglie la parola greca upódeigma per raccontare l’evento cui è stato presente: significa “ciò che è mostrato proprio sotto gli occhi”. Quel che il Signore ci fa vedere, prendendo l’acqua, il catino e il grembiule, è molto di più che un modello morale. Egli ci consegna infatti la sua stessa forma di vita: lavare i piedi è gesto che fa sintesi della rivelazione di Dio, segno esemplare del Verbo fatto carne, sua memoria inconfondibile. Facendo propria la condizione del servo, il Figlio rivela la gloria del Padre scardinando i criteri mondani che sporcano la nostra coscienza.

Insieme alla muta sorpresa dei suoi discepoli, persino l’umano orgoglio ci fa aprire gli occhi su ciò che sta accadendo: come Pietro, che dapprima resiste all’iniziativa di Gesù, anche noi dobbiamo «apprendere sempre di nuovo che la grandezza di Dio è diversa dalla nostra idea di grandezza, […] perché sistematicamente desideriamo un Dio del successo e non della Passione» (Omelia della Messa in coena Domini, 20 marzo 2008). Queste parole di Papa Benedetto XVI riconoscono lucidamente che noi siamo sempre tentati di cercare un Dio che “ci serve”, che ci faccia vincere, che sia utile come il denaro e il potere. Non comprendiamo invece che Dio ci serve davvero, sì, ma col gesto gratuito e umile di lavare i piedi: ecco l’onnipotenza di Dio. Così si compie la volontà di dedicare la vita a chi, senza questo dono, non può esistere. Il Signore sta in ginocchio per lavare l’uomo, per amore suo. E il dono divino ci trasforma.

Col suo gesto, infatti, Gesù purifica non solo la nostra immagine di Dio dalle idolatrie e dalle bestemmie che l’hanno sporcata, ma purifica la nostra immagine dell’uomo, che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto. Vero Dio e vero uomo, Cristo ci dà invece un esempio di dedizione, di servizio e di amore. Abbiamo bisogno del suo esempio per imparare ad amare, non perché ne siamo incapaci, ma proprio per educare noi stessi, gli uni gli altri, all’amore vero. Imparare ad agire come Gesù, Segno che Dio imprime nella storia del mondo, è il compito di tutta una vita.

Egli è il criterio autentico, il «Maestro e Signore» (Gv 13,13) che toglie tutte le maschere del divino e dell’umano. Il suo esempio non lo offre quando tutti sono felici e gli vogliono bene, ma nella notte in cui veniva tradito, nel buio dell’incomprensione e della violenza, affinché sia ben chiaro che il Signore non ci ama perché siamo buoni e puri: ci ama, e perciò ci perdona e ci purifica. Il Signore non ci ama se ci facciamo lavare dalla sua misericordia: ci ama, e perciò ci lava, sicché possiamo corrispondere al suo amore.

Impariamo da Gesù questo servizio reciproco. Non ci chiede infatti di ricambiarlo verso di Lui, ma di condividerlo fra noi: «Dovete lavare i piedi gli uni agli altri» (Gv 13,14). Così commentava Papa Francesco: questo «è un dovere che mi viene dal cuore. Lo amo. Amo questo e amo farlo perché il Signore così mi ha insegnato» (Omelia della Messa in coena Domini, 28 marzo 2013). Egli non parlava di un astratto imperativo, un comando formale e vuoto, ma esprimeva il suo obbediente fervore per la carità di Cristo, fonte ed esempio della nostra carità. L’esempio dato da Gesù, infatti, non può essere imitato per convenienza, di malavoglia o con ipocrisia, ma solo per amore.

Lasciarci servire dal Signore è dunque condizione per servire come ha fatto Lui. «Se non ti lasci lavare», disse Gesù a Pietro, «non avrai parte con me» (Gv 13,8): se non mi accogli come servo, non puoi credermi e seguirmi come Signore. Lavando la nostra carne, Gesù purifica la nostra anima. In Lui, Dio ha dato esempio non di come si domina, ma di come si libera; di come si dona la vita, non di come la si distrugge.

Allora, davanti a un’umanità in ginocchio per molti esempi di brutalità, inginocchiamoci anche noi come fratelli e sorelle degli oppressi. È così che vogliamo seguire l’esempio del Signore, avverando quel che abbiamo ascoltato dal libro dell’Esodo: «Questo giorno sarà per voi un memoriale» (Es 12,14). Sì, tutta la storia biblica converge in Gesù, vero agnello pasquale. Attraverso di Lui le figure antiche trovano pieno significato, perché il Cristo salvatore celebra la Pasqua dell’umanità, aprendo per tutti il passaggio dal peccato al perdono, dalla morte alla vita eterna: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me» (1Cor 11,24).

Rinnovando i gesti e le parole del Signore, proprio questa sera facciamo memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e dell’Ordine sacro. L’intrinseco legame tra i due Sacramenti rappresenta la perfetta donazione di Gesù, sommo Sacerdote ed Eucaristia vivente in eterno: nel pane e nel vino consacrati sta infatti il «Sacramento d’amore, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolmata di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura» (Cost. dogm. Sacrosantum Concilium, 47). Nei vescovi e nei presbiteri, costituiti «sacerdoti della nuova Alleanza» secondo il comando del Signore (Concilio di Trento, De Missae Sacrificio, 1), sta il segno della sua carità verso tutto il Popolo di Dio, che siamo chiamati a servire, amati confratelli, con tutto noi stessi.

Il Giovedì Santo è perciò giorno di ardente gratitudine e di fraternità autentica. L’adorazione eucaristica di questa sera, in ogni parrocchia e comunità, sia tempo per contemplare il gesto di Gesù, mettendoci in ginocchio come ha fatto Lui, e chiedendo la forza di imitarlo nel servizio con lo stesso amore.

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Giovedì Santo 02/04/2026 SANTA MESSA DEL CRISMA - Leone XIV: In questa ora oscura della storia rinnovare il “sì” a Cristo che porta la pace


SANTA MESSA DEL CRISMA

Basilica di San Pietro 
Giovedì Santo, 2 aprile 2026


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Nel Giovedì santo Leone XIV ha presieduto la messa crismale nella basilica Vaticana

In questa ora oscura
della storia rinnovare il “sì”
a Cristo che porta la pace


«In quest’ora oscura della storia è piaciuto a Dio inviarci a diffondere il profumo di Cristo dove regna l’odore della morte. Rinnoviamo il nostro “sì” a questa missione che ci chiede unità e che porta la pace». È l’invito di Leone XIV ai numerosi sacerdoti che stamani, Giovedì santo, hanno concelebrato con lui la Messa crismale nella basilica Vaticana.

Nel giorno in cui la Chiesa fa memoria dell’Eucarestia, e giornata sacerdotale per eccellenza, Papa Prevost ha presieduto per la prima volta come Vescovo di Roma il rito in cui vescovi e presbiteri rinnovano le promesse sacerdotali. Nella circostanza, sono stati anche consacrati gli oli che poi saranno utilizzati durante l’anno per i sacramenti del Battesimo, della Cresima o dell’unzione degli infermi.

All’omelia il Pontefice si è soffermato su tre dimensioni della missione cristiana: distacco, incontro e incomprensione. Riguardo alla prima, ha spiegato, si tratta di distaccarsi da ciò che è familiare e certo, affinché «nessuno luogo diventi un recinto». Bisogna svuotare sé stessi, perché «l’amore è vero soltanto se disarmato».

Da qui deriva l’urgenza dell’incontro, poiché nel corso della storia, la missione cristiana è stata spesso stravolta da «logiche di dominio». Invece, in ambito pastorale, sociale e politico, il bene non può mai venire «dalla prevaricazione».

Da ultimo, il tema dell’incomprensione: «La croce è parte della missione», ha sottolineato il successore di Pietro, e rende l’invio «spaventoso», ma con essa «l’occupazione imperialistica del mondo è interrotta» e «la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata».

Infine, Leone XIV ha ricordato san Óscar Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso sull’altare nel 1980: «I santi fanno la storia», ha concluso, e «in un mondo conteso tra potenze che lo devastano», sorge «un popolo nuovo, non di vittime ma di testimoni».
(fonte: L'Osservatore Romano 02/04/2026)

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OMELIA DI LEONE XIV
(testo integrale)


Cari fratelli e sorelle,

siamo ormai alle soglie del Triduo Pasquale. Di nuovo il Signore ci porterà al vertice della sua missione, perché la sua passione, morte e risurrezione divengano il cuore della nostra missione. Quanto stiamo per rivivere, infatti, ha in sé la forza di trasformare ciò che l’orgoglio umano tende in genere a irrigidire: la nostra identità, il nostro posto nel mondo. La libertà di Gesù cambia il cuore, cura le ferite, profuma e fa brillare i nostri volti, riconcilia e raduna, perdona e risuscita.

Nel primo anno in cui presiedo la Messa Crismale come Vescovo di Roma, desidero riflettere con voi sulla missione a cui Dio ci consacra come suo popolo. È la missione cristiana, la stessa di Gesù, non un’altra. Ad essa ciascuno partecipa secondo la propria vocazione e in una personalissima obbedienza alla voce dello Spirito, mai però senza gli altri, mai trascurando o rompendo la comunione! Vescovi e presbiteri, rinnovando le nostre promesse, siamo a servizio di un popolo missionario. Siamo con tutti i battezzati il Corpo di Cristo, unti dal suo Spirito di libertà e di consolazione, Spirito di profezia e di unità.

Quanto Gesù vive nei momenti culminanti della sua missione è anticipato dall’oracolo di Isaia, da Lui indicato nella sinagoga di Nazaret come Parola che «oggi» si avvera (cfr Lc 4,21). Nell’ora della Pasqua, infatti, diventa definitivamente chiaro che Dio consacra per inviare. «Mi ha mandato» (Lc 4,18), dice Gesù, descrivendo quel movimento che lega il suo Corpo ai poveri, ai prigionieri, a chi brancola nel buio e a chi si trova oppresso. E noi, membra del suo Corpo, chiamiamo “apostolica” una Chiesa inviata, sospinta oltre sé stessa, consacrata a Dio nel servizio delle sue creature: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20,21).

Sappiamo che essere mandati comporta, per prima cosa, un distacco, ovvero il rischio di lasciare ciò che è familiare e certo, per inoltrarsi nel nuovo. È interessante che «con la potenza dello Spirito» (Lc 4,14), disceso su di Lui dopo il battesimo nel Giordano, Gesù ritorni in Galilea e venga «a Nazaret, dove era cresciuto» (Lc 4,16). È il luogo che ora deve lasciare. Si muove «secondo il suo solito» (v. 16), ma per inaugurare un tempo nuovo. Dovrà ora partire definitivamente da quel villaggio, affinché maturi ciò che vi è germogliato, sabato dopo sabato, nell’ascolto fedele della Parola di Dio. Ugualmente chiamerà altri a partire, a rischiare, perché nessun luogo diventi un recinto, nessuna identità una tana.

Carissimi, noi seguiamo Gesù, il quale «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso» (Fil 2,6-7): ogni missione comincia da quel tipo di svuotamento in cui tutto rinasce. La nostra dignità di figli e figlie di Dio non può esserci tolta, né andare perduta, ma nemmeno gli affetti, i luoghi, le esperienze all’origine della nostra vita possono essere cancellati. Siamo eredi di tanto bene e insieme dei limiti di una storia in cui il Vangelo deve portare luce e salvezza, perdono e guarigione. Così, non c’è missione senza riconciliazione con le nostre origini, coi doni e i limiti della formazione ricevuta; ma, allo stesso tempo, non c’è pace senza partenze, non c’è consapevolezza senza distacco, non c’è gioia senza rischio. Siamo il Corpo di Cristo se andiamo avanti, facendo i conti col passato senza venirne imprigionati: tutto si ritrova e si moltiplica se prima è lasciato andare, senza paura. È un primo segreto della missione. E non lo si sperimenta una volta sola, ma in ogni ripartenza, ad ogni ulteriore invio.

Il cammino di Gesù ci rivela che la disponibilità a perdere, a svuotarsi, non è fine a se stessa, ma condizione di incontro e di intimità. L’amore è vero soltanto se disarmato, ha bisogno di pochi ingombri, di nessuna ostentazione, custodisce delicatamente debolezza e nudità. Fatichiamo a buttarci in una missione così esposta, eppure non c’è “lieto annuncio ai poveri” (cfr Lc 4,18) se andiamo a loro coi segni del potere, né vi è autentica liberazione se non diventiamo liberi dal possesso. Tocchiamo qui un secondo segreto della missione cristiana. Dopo quella del distacco vi è la legge dell’ incontro. Sappiamo che nel corso della storia la missione è stata non di rado stravolta da logiche di dominio, del tutto estranee alla via di Gesù Cristo. San Giovanni Paolo II ha avuto la lucidità e il coraggio di riconoscere come «per quel legame che, nel Corpo mistico, ci unisce gli uni agli altri, tutti noi, pur non avendone responsabilità personale e senza sostituirci al giudizio di Dio che solo conosce i cuori, portiamo il peso degli errori e delle colpe di chi ci ha preceduto». 

Di conseguenza, è ormai prioritario ricordare che né in ambito pastorale, né in ambito sociale e politico il bene può venire dalla prevaricazione. I grandi missionari sono testimoni di avvicinamenti in punta di piedi, che hanno per metodo la condivisione della vita, il servizio disinteressato, la rinuncia a qualunque strategia di calcolo, il dialogo, il rispetto. È la via dell’incarnazione, che sempre di nuovo prende forma di inculturazione. La salvezza, infatti, può essere accolta da ciascuno soltanto nella lingua materna. «Come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?» ( At 2,8). La sorpresa di Pentecoste si ripete quando non pretendiamo di dominare noi i tempi di Dio, ma abbiamo fiducia nello Spirito Santo, che «c’è, anche oggi, come al tempo di Gesù e degli Apostoli: c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro. C’è e non si è mai perso d’animo rispetto al nostro tempo; al contrario sorride, danza, penetra, investe, avvolge, arriva anche là dove mai avremmo immaginato». 

Per stabilire questa sintonia con l’invisibile, occorre arrivare là dove si è inviati con semplicità, onorando il mistero che ogni persona e ogni comunità porta con sé. Siamo ospiti: lo siamo come vescovi, come preti, come religiose e religiosi, come cristiani. Per ospitare, in effetti, dobbiamo imparare a farci ospitare. Anche i luoghi in cui la secolarizzazione sembra più avanzata non sono terra di conquista, o di riconquista: «Nuove culture continuano a generarsi in queste enormi geografie umane dove il cristiano non suole più essere promotore o generatore di senso, ma riceve da esse altri linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù. […] È necessario arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle città». Questo avviene solo se nella Chiesa camminiamo insieme, se la missione non è avventura eroica di qualcuno, ma testimonianza viva di un Corpo dalle molte membra.

Vi è poi una terza dimensione, la più radicale forse, della missione cristiana. Si manifesta già nella violenta reazione degli abitanti di Nazaret alla parola di Gesù la drammatica possibilità dell’incomprensione e del rifiuto: «All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù» (Lc 4,28-29). Sebbene la lettura liturgica abbia omesso questa parte, quanto ci apprestiamo a celebrare da stasera ci impegna a non fuggire, ma a “passare in mezzo” alla prova, come Gesù, il quale, «passando in mezzo a loro, si mise in cammino» (Lc 4,30). La croce è parte della missione: l’invio si fa più amaro e spaventoso, ma anche più gratuito e dirompente. L’occupazione imperialistica del mondo è allora interrotta dall’interno, la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata. Il Messia povero, prigioniero, rifiutato, precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova.

Quante risurrezioni anche a noi è dato sperimentare, quando, liberi da un atteggiamento difensivo, discendiamo nel servizio come un seme nella terra! Nella vita, possiamo attraversare situazioni in cui tutto pare finito. Ci chiediamo allora se la missione sia stata inutile. È vero: a differenza di Gesù, noi viviamo anche fallimenti che dipendono dall’insufficienza nostra o altrui, spesso da un groviglio di responsabilità, di luci e ombre. Ma possiamo fare nostra la speranza di molti testimoni. Ne ricordo uno, che mi è particolarmente caro. Un mese prima della sua morte, sul quaderno degli Esercizi spirituali, il santo Vescovo Óscar Romero così annotava: «Il nunzio di Costa Rica mi ha messo in guardia da un pericolo imminente proprio in questa settimana… Le circostanze impreviste si affronteranno con la grazia di Dio. Gesù Cristo aiutò i martiri e, se ce ne sarà bisogno, lo sentirò molto vicino quando gli affiderò il mio ultimo respiro. Ma, più dell’ultimo istante di vita, conta dargli tutta la vita e vivere per Lui… Mi basta, per essere felice e fiducioso, sapere con certezza che in Lui è la mia vita e la mia morte; che, nonostante i miei peccati, in Lui ho riposto la mia fiducia e non resterò confuso, e altri proseguiranno, con più saggezza e santità, il lavoro per la Chiesa e per la patria».

Sorelle e fratelli carissimi, i santi fanno la storia. È questo il messaggio dell’Apocalisse. «Grazia a voi e pace da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra» (Ap 1,5). Questo saluto fa sintesi del cammino di Gesù in un mondo conteso tra potenze che lo devastano. Al suo interno sorge un popolo nuovo, non di vittime, ma di testimoni. In quest’ora oscura della storia è piaciuto a Dio inviarci a diffondere il profumo di Cristo dove regna l’odore della morte. Rinnoviamo il nostro “sì” a questa missione che ci chiede unità e che porta la pace. Sì, noi ci siamo! Superiamo il senso di impotenza e di paura! Noi annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta.

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Enzo Bianchi: Il mistero del giusto condannato

Enzo Bianchi
Il mistero del giusto condannato

Il male spesso sembra prevalere, ma viene vinto dalla giustizia disarmata , che non risponde con la violenza alla violenza. E’ l’insegnamento di Gesù


Famiglia Cristiana - 29 Marzo 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Nelle nostre vite ci sono periodi e ore di gioia, di successo, di pienezza di vita. Anche Gesù, che era uomo in tutto come noi, umanissimo, le ha vissute e le ha gustate. Quel giorno dell’ingresso in Gerusalemme, attorniato dalla sua comunità festante, mentre su un mansueto e umile asino Gesù si avvicinava alla città santa, acclamato come figlio di David, Unto del Signore, deve aver provato tale ebbrezza. Finalmente riconosciuto! Eppure Gesù non si illude: chi gridava “gloria” presto lo abbandonerà e lo giudicherà degno di condanna, persona nociva per la religione e la società. Com’è stato possibile un tale tradimento? Com’è possibile che chi era giudicato “buono” sia stato condannato come malvagio? Eppure è avvenuto e c’è una sola spiegazione: “In un mondo ingiusto il giusto prima o poi deve soffrire molte cose, deve essere condannato, deve essere perseguitato e a volte messo a morte!” (cf. Sap 2, 12-22). 
È avvenuto per Gesù, è avvenuto per tanti giusti del Signore di essere perseguitati e condannati: profeti, giusti, martiri… Dio non voleva la morte di Gesù e neppure Gesù desiderava morire in croce, ma il prezzo che il giusto deve pagare in questo mondo è proprio la morte, la condanna, deve fare la fine dei malfattori. È così che il giusto compie la volontà di Dio: non si vendica, non reca offesa ma anzi perdona, intercede per i suoi persecutori.

È grande il mistero del male: sembra vincere, sembra sopraffare i giusti e invece è vinto dalla giustizia disarmata, quella di Gesù, il Figlio di Dio.

Il cammino pasquale è proprio questo: avere gli atteggiamenti di Dio anche di fronte ai nemici, sempre, e perdonare.
(fonte: Blog dell'autore)


giovedì 2 aprile 2026

Naufragio a Lampedusa - Don Carmelo Rizzo (parroco Lampedusa), “Stragi che si possono evitare, perché ancora?” - Oliviero Forti (Caritas Italiana), “testimoni di un’ennesima tragedia del mare e dell’indifferenza”

Naufragio a Lampedusa

Don Carmelo Rizzo (parroco Lampedusa), 
“Stragi che si possono evitare, perché ancora?”

(Foto ANSA/SIR)

“Siamo tutti scossi. Una cosa è parlarne, un’altra è viverlo”. È la testimonianza di don Carmelo Rizzo, parroco di Lampedusa, dopo il naufragio avvenuto oggi al largo dell’isola, che ha causato almeno 19 morti a causa del maltempo e del freddo. “Tra l’altro qua c’è brutto tempo, vento e acqua, e quindi si fa quello che si può”, racconta, sottolineando l’impegno dei soccorritori “Meno male che c’è la Croce Rossa”. Il sacerdote parla di “stragi che si possono evitare” e confessa lo smarrimento di fronte all’ennesima tragedia: “Non so nemmeno che dire, per l’ennesima volta”. Quindi rilancia il grido che si leva da Lampedusa: “Garantire viaggi sicuri per queste persone che cercano un po’ di speranza”. 

Drammatiche le immagini dei soccorsi: “Vedere gente che scendeva in ipotermia così, più morta che viva. Viene da dire: perché ancora?”. Don Rizzo allarga lo sguardo pensando alle guerre che causano morti in tutto il mondo, aumentando anche i flussi migratori e richiama le parole di Papa Francesco: “Affinché non accada più, non solo preghiamo, facciamo qualcosa”. 

Alle porte della Pasqua, l’augurio del sacerdote siciliano è che la risurrezione di Gesù porti realmente pace e che questa possa regnare innanzitutto nei cuori. “Come si fa a dormire in pace sapendo che le cose si potrebbero evitare? Non è che ce l’abbiamo con il politico di turno, questo o quell’altro, però diciamo: perché? La domanda che viene è: perché ancora?”. Di fronte a quanto accade, prevale il senso di impotenza: “Sembra quasi che assistiamo in maniera passiva a tutto questo”. 

Infine l’impegno della comunità: “Noi naturalmente pregheremo per tutti, per le vittime, per i familiari, anche per chi esce in mare con queste condizioni meteo per soccorrere. Anche loro rischiano con un mare così, però lo fanno. Lo fanno perché ogni vita è sacra e va salvata”. Una comunità locale che si raccoglie in una preghiera definita “semplice, accorata” per le vittime e i loro familiari, in uno spirito aperto e condiviso anche con i migranti di fede musulmana.
(fonte: Sir 01/04/2026)

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Oliviero Forti (Caritas Italiana), 
“testimoni di un’ennesima tragedia del mare e dell’indifferenza”


“Siamo testimoni di un’ennesima tragedia del mare e dell’indifferenza, consumatasi negli stessi giorni in cui, nelle calde aule di Bruxelles, si festeggiava l’approvazione della nuova proposta di regolamento per i Rimpatri dei cittadini stranieri. Una misura che consentirà alla “civile” Europa di rispedire i migranti nei loro paesi, assoggettandoli a misure sempre più restrittive destinate a colpire i diritti e le tutele dei più vulnerabili”. Lo dice al Sir Oliviero Forti, responsabile del Servizio accoglienza e integrazione migranti e rifugiati di Caritas Italiana, dopo il naufragio avvenuto oggi al largo dell’isola, che ha causato almeno 19 morti a causa del maltempo e del freddo. 

“Quando il corpo entra nello stadio avanzato dell’ipotermia, i brividi cessano, il sangue si addensa e il cuore, esausto, smette di battere. Il cervello, in uno straziante paradosso, può perfino illudere la vittima di avere caldo mentre la vita la abbandona. Questo è quanto accade a una persona che muore di freddo. Oggi, i corpi di 19 naufraghi, tra cui due bambini, sono giunti a Lampedusa e il referto medico è stato inequivocabile: deceduti per ipotermia. Il freddo, goccia dopo goccia, ha spento la loro resistenza e la loro voglia di futuro”.

Forti sottolinea “il paradosso più oscuro di questi giorni”. “Da un lato, il Mediterraneo continua a restituire corpi, vittime di un freddo che non ha avuto pietà; dall’altro, Bruxelles stringe le maglie dei diritti, approvando norme che allontanano ancora di più la possibilità di una accoglienza degna di questo nome. Mentre qui si muore di freddo, lì si discute di respingimenti. Mentre due bambini chiudono gli occhi per sempre, aggrappati al petto dei genitori nel tentativo disperato di trovare calore, nei palazzi del potere si brinda a un’Europa che si fa fortezza, sempre più chiusa, sempre più distante da quel mare che continua a fare il suo mestiere più crudele: restituire i corpi dei migranti.
È in questo paradosso, tra chi muore di freddo nel Mediterraneo e chi brinda nei palazzi del potere, che siamo chiamati a celebrare la Pasqua del Signore”.
(fonte: Sir 01/04/2026)

Intervista a padre Patton autore delle meditazioni per il Venerdì santo del Papa al Colosseo: Anche oggi una Via crucis


Intervista a padre Patton autore delle meditazioni per il Venerdì santo del Papa al Colosseo

Anche oggi una Via crucis


«Nelle riflessioni e nelle preghiere è evidente l’ispirazione dalla realtà attuale e da persone concrete», in particolare dalle sofferenze dei cristiani in Medio Oriente a causa della guerra. Il sacerdote Francesco Patton, dell’ordine dei Frati minori, sintetizza così l’origine delle meditazioni scritte per la Via crucis che sarà presieduta da Leone XIV al Colosseo la sera del prossimo 3 aprile, Venerdì santo. Custode di Terra Santa dal 20 maggio 2016 al 24 giugno scorso, in questa intervista ai media vaticani il sacerdote francescano spiega anche come la scelta del Pontefice sia avvenuta anche in concomitanza con l’ottavo centenario della morte del Poverello di Assisi,

Padre Patton, il Papa ha voluto affidare a lei la redazione delle meditazioni che accompagneranno la Via crucis del Venerdì Santo al Colosseo. È un segno inequivocabile dell’attenzione del Santo Padre per la Terra Santa e per le tragedie che attraversano i Paesi del Medio Oriente.

Leone XIV, fin dal giorno della sua elezione, ha continuamente invocato il dono della pace. Ha espresso vicinanza e solidarietà non solo alla Terra Santa, ma a tutti i Paesi, le popolazioni e le persone che stanno soffrendo a causa della guerra. Questa, del resto, è la linea della Chiesa da più di 100 anni, da quando il 1° agosto del 1917 Benedetto XV rifiutò di benedire gli eserciti, definì «inutile strage» la guerra che si stava combattendo e invitò i responsabili delle nazioni belligeranti a pervenire a una pace giusta e duratura attraverso il negoziato, il rispetto del diritto internazionale, la restituzione dei territori occupati, il ripristino della libera circolazione, il disarmo che liberi risorse da investire per il bene comune e lo sviluppo. Da allora la Chiesa ha sempre espresso vicinanza alle popolazioni provate dalla guerra e ha ripetuto più volte la condanna dei conflitti armati che continuano a essere una “inutile strage”. Quasi ogni domenica dopo l’Angelus e ogni mercoledì al termine della sua catechesi all’udienza generale Papa Prevost ha insistito sulla necessità di pervenire alla pace, ripeto, non solo in Terra Santa ma in tutti i Paesi (sono circa 60) che sono coinvolti attualmente in guerre sanguinose. E domenica scorsa ha usato parole molto forti per rigettare la violenza perpetrata in nome di Dio, dicendo che Dio non ascolta la preghiera dei guerrafondai dalle mani sporche di sangue.

Immagino che per lei ricevere questo invito sia stata una sorpresa.

Una sorpresa molto grande, direi. Concretamente sono stato contattato dalla Segreteria di Stato, che mi ha detto che il Santo Padre, in concomitanza con l’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, aveva dato loro l’indicazione di chiedermi di preparare le meditazioni. La cosa mi ha intimorito e al tempo stesso onorato.

Nello scrivere queste meditazioni, cosa l’ha maggiormente ispirata?

Ho preso ispirazione dal testo dei Vangeli, privilegiando l’evangelista Giovanni, che ha uno sguardo penetrante sul mistero della Passione del Signore; e poi dagli “Scritti” di san Francesco, che sono una miniera di spiritualità cristiana. Nelle riflessioni e nelle preghiere è evidente che l’ispirazione viene anche dalla realtà attuale e da persone concrete nelle quali — in questi anni — ho potuto rivedere i personaggi della Via crucis. Dove parlerò della sofferenza delle madri e delle donne sono evidenti in filigrana donne di cui anche «L’Osservatore Romano» ha scritto e che incarnano oggi la figura di Maria, della Veronica, delle donne di Gerusalemme. Dietro alla riflessione sulla concezione distorta del potere e sull’abuso del potere ci sono fatti di cronaca internazionale che sono sotto gli occhi di tutti; il Cireneo ha il volto di tanti volontari e operatori umanitari (e anche della comunicazione) che ho potuto incontrare in questi anni e che hanno rischiato la loro vita per prendersi cura di qualcuno, o far conoscere la verità, e senza nemmeno essere cristiani. Nelle riflessioni, le situazioni concrete che vengono nominate non vogliono però scatenare un giudizio su singole persone, ma invitare a riflettere, a porsi delle domande e — se necessario — anche a cambiare. Il messaggio è essenzialmente religioso e vuole esprimere la vicinanza di Gesù Cristo, in quanto Figlio di Dio incarnato, a ciascuna persona umana. Ho cercato di fare in modo che la Via crucis del Colosseo prendesse ispirazione dalla Via crucis che ogni venerdì facciamo lungo la Via Dolorosa e al tempo stesso attingesse alla spiritualità di san Francesco per aiutare i credenti a “camminare sulle orme di Gesù” e i non credenti a scoprire che a Gesù sta a cuore ognuno di noi, e che in lui può trovare speranza e ragione di vita anche chi l’ha ormai perduta. Il mio desiderio è che incontrando Gesù Cristo e camminando dietro a Lui verso il Calvario ogni persona percepisca la Sua vicinanza e il Suo amore; percepisca che Gesù Cristo ha dato la vita per ciascuno di noi e vuole portare ognuno di noi a “tornare al Padre” insieme a Lui, a trovare la vita in senso pieno grazie a Lui e a vivere la condizione umana, che è finita e mortale, con l’orizzonte della Pasqua, della Risurrezione, della vita eterna, della partecipazione alla vita stessa di Dio.

Padre Francesco, il suo mandato custodiale ha attraversato in nove anni vicende di grande gravità: la guerra civile in Siria, il Covid, la guerra a Gaza. Ora, al termine del suo incarico, lei ha deciso di rimanere, come semplice frate, in Terra Santa: sul monte da cui Mosè poté solo vederla. Perché ha scelto proprio il monte Nebo?

Più esattamente ho dato la mia disponibilità a vivere sul Monte Nebo. Dopo tanti anni spesi in servizi di autorità e di governo, sentivo il bisogno di tornare a vivere come semplice frate minore. Poter vivere in una piccola fraternità, un po’ periferica, mi permette di recuperare un ritmo più regolare di preghiera, di riprendere a studiare, di mettermi a servizio dei pellegrini, di fare servizi umili. Poi il Monte Nebo ha avuto sempre un grande fascino su di me, sia perché è legato alla figura di san Mosè che è di una ricchezza straordinaria, che mi piace poter approfondire, sia perché questo luogo è stato per secoli un monastero e un santuario bizantino, poi inghiottito dalle vicende della storia e finito in rovina, e infine rinato cento anni fa grazie ai frati della Custodia di Terra Santa, che qui in Giordania hanno saputo entrare in amicizia con la famiglia beduina che ne aveva la proprietà e che dopo aver venduto il sito alla Custodia nel 1932 è rimasta a collaborare con noi. È un luogo di incontro per tutti e con tutti, frequentato da cristiani e musulmani e dove tutti possono respirare quel clima di fede e pace che trasmette, e dove tutti possono ottenere «la guarigione del corpo e dell’anima», come diceva un pellegrino del V secolo.

I cristiani di Terra Santa vivono una Via crucis quotidiana. Il cui esito è sempre più spesso la migrazione. Come si può essere sale della terra in quelle condizioni?

È molto difficile, ma non impossibile. I cristiani che vivono oggi in Terra Santa assomigliano molto ai cristiani della prima generazione, hanno gli stessi pregi e gli stessi limiti, e probabilmente anche lo stesso Dna. In ogni caso se 2000 anni fa Gesù diceva ai pochi discepoli che aveva: «Non temere piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto rivelarvi i misteri del Regno», è perché anche allora i discepoli erano statisticamente irrilevanti, ma avevano scoperto il senso vero della vita, quello rivelato da Gesù nel discorso della montagna, col vertice delle beatitudini, del perdono per i nemici e della misericordia; quello rivelato attraverso l’accoglienza dei piccoli, delle donne, dei poveri, degli ammalati, ma anche dei pubblicani, dei peccatori e delle prostitute; quello rivelato mettendosi a lavare i piedi ai suoi, e poi dando la vita e vincendo la morte per noi. Essere cristiani in Terra Santa (ma in tutti i luoghi del mondo in cui i cristiani sono pochi e/o perseguitati) è una vocazione e una missione: siamo chiamati a mostrare il volto misericordioso di Dio che accoglie ogni persona senza distinzione di genere, di nazionalità e di religione; e siamo chiamati — anche in questo modo — a rivelare la dignità filiale, di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, che ogni persona ha, anche chi appartiene a un altro popolo, anche chi ha sbagliato, anche chi mi ha fatto del male.

Le religioni strumento di pace. Eppure, le guerre in Medio Oriente, diversamente dai decenni passati, hanno sempre più un riferimento religioso. Anche Israele, che nasce in un contesto laico di impronta occidentale, oggi sembra essere preda di un fondamentalismo di impronta messianica. Cosa è successo?

È successo quello che è successo anche altrove, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino, sono cadute le ideologie secolari e chi era al potere ha cominciato a strumentalizzare le religioni per creare identità e contrapposizione. Potremmo dire che sono tornati di moda gli “zeloti”, che al tempo di Gesù giustificavano la violenza in nome di Dio. Oggi gli “zeloti” li troviamo dappertutto: li troviamo nel mondo musulmano attraverso una galassia di movimenti fondamentalisti armati; li troviamo nel mondo ebraico, e sono ben rappresentati dai coloni e da coloro che li supportano politicamente a livello locale e internazionale; li troviamo anche tra i cristiani, che ahimè arrivano a invocare strane benedizioni che vanno nella direzione opposta da quella indicata domenica scorsa da Leone XIV, e 2000 anni fa da Gesù nel Getsemani; li troviamo perfino in versione secolare nei laicismi di Stato che censurano le espressioni religiose in modo discriminatorio e persecutorio. Quello che succede in Israele non è un’anomalia, ma una tendenza globale. In questo contesto la Chiesa ha un ruolo importantissimo da giocare, quello di riproporre alcuni capisaldi evangelici: bisogna dare a Cesare ciò che è di Cesare ma a Dio ciò che è di Dio. Bisogna cioè desacralizzare e secolarizzare il potere politico e al tempo stesso garantire la libertà religiosa per tutti. Bisogna togliere il terreno sotto i piedi sia al fondamentalismo religioso sia alla strumentalizzazione politica della religione. Per fare questo bisogna anche convincere i leader religiosi di tutte le religioni a cooperare tra di loro per delegittimare qualsiasi strumentalizzazione della religione per giustificare la violenza. I principi posti nel Documento sulla Fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande imam di Al-Azhar, e recepiti nell’enciclica Fratelli tutti sarebbero un ottimo punto di partenza per una specie di “ONU” delle religioni. Ovviamente occorre anche educare i fedeli in questa prospettiva, pur sapendo che gli “zeloti” si opporranno a questo in modo strenuo e adducendo essi stessi motivazioni religiose.

Il conflitto israelo-palestinese dura ormai da 80 anni. Il 95% dei contendenti di oggi non ha mai conosciuto la pace. Le chiedo molto semplicemente: ci sarà mai pace in Terra Santa?

Prima o poi ci sarà, inevitabilmente, ma il cammino sarà ancora lungo, ci vorrà un cambio generazionale, un cambio di classe politica (sperando di non cadere dalla padella nella brace) e soprattutto un cambio culturale. Oggi — purtroppo — mancano veri profeti e uomini che abbiano una visione, ma questo non è un problema solo in Israele e Palestina o in Medio Oriente, questo è un problema globale. Ci sono comunque dei segni positivi nella società civile, penso al movimento avviato dall’israeliano Maoz Inon e dal palestinese Aziz Abu Sarah, o da quello delle “Madri che camminano scalze per la pace” o delle “Women of faith for peace” e tanti altri piccoli gruppi che si spera possano crescere. Le nostre stesse scuole sono un esempio di questa educazione alla convivenza e alla fraternità. Come ho ripetuto più volte in questi anni esiste però anche una responsabilità politica, che è quella di introdurre nel sistema scolastico programmi obbligatori di educazione al rispetto e all’accoglienza dell’altro, alla gestione dei conflitti e alla pace, sul modello di quello che si fa a Rondine, la cittadella della pace nell’aretino. Questo non vale solo per Israele e Palestina, ma anche per i Paesi europei.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Roberto Cetera 01/04/2026)


mercoledì 1 aprile 2026

L'augurio di Pasqua del cardinale Matteo Zuppi «Questa è una buona Pasqua: scegliamo la via della pace in tempi di violenza e di guerra»

L'augurio di Pasqua del cardinale Matteo Zuppi
«Questa è una buona Pasqua:
scegliamo la via della pace in tempi di violenza e di guerra»

In occasione della Pasqua, il Cardinale Arcivescovo ha inviato il suo augurio nel quale, tra l’altro, afferma: «In questi tempi tutti noi sperimentiamo l’ombra della morte che diventa terribile nella violenza e nella guerra. Proprio in questo tempo, qui, c’è l’annuncio della Pasqua, della Resurrezione, della presenza viva del Signore che con l’amore vince tutto, vince il male, ed è la Passione che chiede anche a noi da che parte stare. Il primo giorno dopo il sabato, quando il Sepolcro è aperto – prosegue l’Arcivescovo – è la vita che non finisce, la vita che è per sempre, e anche noi siamo chiamati a scegliere quello che conta e che dura. Questa è una buona Pasqua: scegliamo la via della pace in tempi di violenza e di guerra, la via per sconfiggere tutto ciò che è complice del male. Buona Pasqua a tutti».

Guarda il video

(fonte: Chiesa di Bologna)

L’intenzione di preghiera del Papa per il mese di aprile 2026 Preghiamo perché i sacerdoti in crisi non si sentano "eroi solitari" ma figli amati

L’intenzione di preghiera del Papa per il mese di aprile 2026
Preghiamo perché i sacerdoti in crisi non si sentano "eroi solitari" ma figli amati


Nel video per le intenzioni del mese di preghiera di aprile, Leone XIV auspica un ascolto privo di giudizi e un ringraziamento "senza pretendere la perfezione" nei confronti dei pastori. Prega perché siano concesse loro amicizie sincere e "un po' di umorismo quando le cose non vanno come sperato"

Guarda il video

Non semplici "funzionari" o "eroi solitari", ma pastori sostenuti nella preghiera, circondati da "amicizie sane", e capaci di ricorrere a "un po' di umorismo quando le cose non vanno come sperato". È dedicato ai sacerdoti in crisi il video con l’intenzione di Leone XIV per il mese di aprile, diffuso attraverso la campagna multimediale "Prega con il Papa" promossa dalla sua Rete mondiale di preghiera, in collaborazione con il Dicastero per la Comunicazione. La scelta non è casuale: il 26 del mese prossimo, nella IV domenica di Pasqua, detta "del Buon Pastore", ricorrerà la 63.ma Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. Nella circostanza, il Pontefice presiederà, nella basilica Vaticana, la messa con le ordinazioni presbiterali. Nel video diffuso il 31 marzo — informa una nota della Rete — si vuole porre dunque "l’accento sull’accompagnamento umano e spirituale dei presbiteri che attraversano momenti di difficoltà".

"Dietro ogni ministero c'è una vita"

In particolare, il Papa invita i fedeli e le persone di buona volontà "a fermarsi un momento in preghiera, per riconoscere e approfondire la consapevolezza che dietro ogni ministero c’è una vita che ha anch’essa bisogno di vicinanza e ascolto".

Ti affidiamo tutti i sacerdoti, soprattutto quelli che attraversano momenti di crisi, quando la solitudine pesa, i dubbi oscurano il cuore e la stanchezza sembra più forte della speranza.

La cura dei sacerdoti del popolo di Dio

Il Vescovo di Roma ricorda, inoltre, che i presbiteri non sono "né funzionari né eroi solitari, ma figli amati, discepoli umili e preziosi, e pastori sostenuti dalla preghiera del loro popolo". Per questo, esorta a riscoprire la dimensione comunitaria del ministero sacerdotale, invitando i fedeli ad "ascoltarli senza giudicare, a ringraziare senza pretendere la perfezione e ad accompagnarli con vicinanza e preghiera sincera". La cura dei sacerdoti, infatti, è una responsabilità condivisa da tutto il popolo di Dio.

Tu che conosci le loro lotte e ferite, rinnova in loro la certezza del tuo amore incondizionato.

L'intenzione di preghiera del Papa

Amicizie, sostegno e "un po' di umorismo"

Infine, Leone XIV chiede che i presbiteri possano contare su "amicizie sane, reti di sostegno fraterno, un po’ di umorismo quando le cose non vanno come sperato, e la grazia di riscoprire sempre la bellezza della loro vocazione", senza perdere mai "la fiducia" nel Signore, né "la gioia di servire la Chiesa con cuore umile e generoso".

Fa’ che sappiamo sostenere coloro che spesso ci sostengono.

Pregare e agire

Dal canto suo, il direttore internazionale della Rete mondiale di preghiera del Papa, il gesuita Cristóbal Fones, evidenzia "l’importanza dell’accompagnamento umano, dell’amicizia sincera e, soprattutto, del sostegno nella preghiera", in quanto "i sacerdoti hanno bisogno di sapere che non sono soli". La fraternità sacerdotale, la vita condivisa e la preghiera del popolo di Dio emergono così come "fonti essenziali di grazia, capaci di rinnovare la loro vocazione e sostenerli nella missione quotidiana". In quest’ottica, la Rete sottolinea che l’intenzione di preghiera per il mese di aprile "non è solo un invito a pregare, ma anche ad agire: promuovere spazi di ascolto, favorire comunità accoglienti, evitare critiche distruttive e rafforzare i legami come comunità". Opera pontificia affidata alla Compagnia di Gesù, la Rete mondiale di preghiera del Papa è presente in oltre novanta Paesi e riunisce una comunità spirituale di più di 22 milioni di persone, impegnate a vivere ogni giorno con disponibilità a collaborare alla missione di Cristo.
(fonte: Vatican News 31/03/2026)


martedì 31 marzo 2026

13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese - Due lettere a confronto (2ª parte: la lettera dell'insegnante)

13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese
Due lettere a confronto
(2ª parte: la lettera dell'insegnante)



Vedi il post precedente:

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La professoressa Chiara Mocchi, accoltellata da un suo alunno di terza media, a Trescore, sta meglio e, tramite il suo avvocato Angelo Lino Murtas, appena uscita dalla terapia intensiva ha scritto una lettera pubblicata dal Corriere della Sera, che riportiamo qui di seguito. 

* Il testo della lettera dell'insegnante di francese Chiara Mocchi *

A tutti voi,
adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori, personale sanitario, autorità, forze dell’ordine, familiari, giornalisti, e persone che mi avete circondato da subito di affetto e solidarietà. Sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, al mio legale, ma con il cuore colmo di gratitudine.

Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande, né che avrei attraversato una prova così profonda. Eppure eccomi qui, ancora viva. E questo lo devo a molti di voi. In un attimo, un gesto improvviso e incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo. Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare, è stata drammatica quanto irreale. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare.

Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità. Ai colleghi che sono intervenuti senza alcuna esitazione, rischiando personalmente per mettermi in salvo: il vostro sangue freddo e la vostra forza hanno creato una barriera tra me e la morte. Agli studenti che hanno gridato aiuto, che hanno pianto, che si sono spaventati e hanno visto qualcosa che nessuno dovrebbe vedere a tredici anni: sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti.

Al personale dell’elisoccorso, che ha bloccato un’emorragia devastante, che ha lottato contro il tempo, che mi ha restituito un battito stabile con un a lunga trasfusione, mentre la linfa della vita usciva dalle mie ferite: non dimenticherò mai le vostre mani ferme e la vostra calma. Ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari che mi hanno accolto, curato e operato con una delicatezza che va oltre il dovere: siete stati famiglia. Alle forze dell’ordine e alle autorità, presenti subito, attente, rispettose, che hanno messo ordine nel caos e garantito sicurezza a tutti. A mio fratello Giampaolo, che ha tremato, pregato, vegliato accanto a me senza mai perdere la speranza. All’avvocato Angelo Lino Murtas, che mi sta accompagnando con sensibilità e competenza in un percorso che non avrei mai immaginato di dover affrontare.

Ai genitori, che mi scrivono, che mi abbracciano anche se solo da lontano, che hanno raccontato ai propri figli il valore dell’empatia e della vita.
A chiunque mi sta mandando messaggi, preghiere, pensieri, anche senza conoscermi: li ho sentiti arrivare tutti, uno per uno, come fili che mi hanno ricucito l’anima. Oggi sono ancora debole, la voce è un soffio, il corpo ha ferite profonde ancora fresche. Ma il mio spirito è vivo. E questa vita è un dono che non sprecherò.

So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo e unicamente con coraggio. Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori.

Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande. A tutti voi, dal profondo del cuore: grazie.

Grazie per avermi salvata, sorretta, pensata, custodita.
Grazie per darmi la forza di guardare avanti, non indietro, e soprattutto il sogno di potercela fare ancora.

Con commossa gratitudine
Prof. Chiara Mocchi


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* La riflessione di Tonio Dell'Olio *

È una lettera che nasce dal dolore e si apre alla vita quella della professoressa Chiara Mocchi, colpita da un suo alunno tredicenne. Parole dettate “con la voce ancora flebile”, ma con un cuore “colmo di gratitudine”.

Il racconto non indugia sull’orrore – “un gesto improvviso e incomprensibile” che ha trasformato la scuola in incubo – ma sulla rete di umanità che subito si è stretta attorno a lei: colleghi che “hanno creato una barriera tra me e la morte”, studenti impauriti ma vivi nel suo affetto, soccorritori e sanitari dalle “mani ferme”, capaci di restituirle il battito. 
Colpisce la scelta radicale: “non porto rabbia né paura nel cuore”. Persino verso chi l’ha ferita si affaccia uno sguardo che interroga, non condanna: un ragazzo che “forse nel profondo non saprà neanche perché”. 

E a tutti dice: “Non lasciamoci vincere dal buio”. È qui la lezione più alta: la ferita non come muro, ma “ponte”, occasione per una scuola più attenta e una comunità più unita. 

Nel corpo ancora segnato, lo spirito resta saldo: “questa vita è un dono che non sprecherò”. E l’orizzonte è il ritorno, semplice e luminoso: “tornerò in classe”. Non eroismo retorico, ma educazione viva, che sceglie la nonviolenza come forma più esigente di verità.
(fonte: Mosaico dei giorni 27/03/2026) 

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* La riflessione di Paola Spotorno *

«Come si torna in aula dopo questo trauma?»

Si apre per tutti un momento di profonda riflessione. Un momento di cura: per il corpo della docente, a cui va il mio più affettuoso abbraccio, e cura dello spirito e delle emozioni per il ragazzo coinvolto. Perché, ancora una volta, la scuola è chiamata non solo a insegnare, ma a comprendere, accogliere e, per quanto possibile, ricucire.

La prof Chiara Mocchi accoltellata a scuola dal suo studente aTrescore Balneario, Bergamo

Al mattino, quando vado a scuola, lungo la strada incontro studenti delle mie classi e anche di altre. Con molti di loro scambio un saluto: “Buongiorno, prof”, “Buongiorno”. Li vedo diversi: alcuni più sereni, altri ancora assonnati, qualcuno indifferente. Eppure, con loro mi sento tranquilla, serena per una nuova giornata che inizia, per una nuova sfida. Varco il portone della scuola, salgo le scale, continuo a salutare. È casa per me, ma credo anche un po’ per gli studenti: forse non la casa più bella ed elegante che uno sognerebbe, ma c’è sicuramente per tutti il calore di un luogo sicuro e accogliente.
Per questo sono rimasta sopraffatta, sorpresa e profondamente addolorata dal grave fatto di cronaca che ha coinvolto una collega, accoltellata questa mattina proprio sulla porta della sua classe, all’inizio delle lezioni, da un suo alunno. Uno di quegli alunni che incontri e saluti fuori da scuola, magari più incupito e meno socievole, dal quale però non ti aspetteresti un gesto del genere, perché non rientra tra le possibilità che immaginiamo nel nostro lavoro; un lavoro, il nostro, che è fatto di incontri, a volte anche di scontri, che esistono perché la relazione ne è il cuore, diviso tra professionalità, passione, ideali e, soprattutto, valori che attraverso le nostre lezioni cerchiamo di trasmettere. E l’insegnante che è stata ferita faceva dei valori un punto di forza della sua professione. Si impegnava per sé e per gli altri: essere RSU come è lei, rappresentante sindacale, significa assumersi responsabilità rispetto ai diritti dei colleghi. Chi lo fa crede nei diritti, nella contrattazione, nella possibilità di trovare un punto di convergenza per il bene comune. E chi si spende così per i colleghi, lo fa ancora di più per i propri studenti.

E questo rende se possibile più assurdo e inspiegabile il gesto di questo studente che si è presentato a scuola con quella maglietta con la scritta “vendetta”, una parola terribile e con quei pantaloni mimetici che evocano scenari di guerra. Spontaneamente allora mi chiedo che cosa spinga tanti ragazzi a comportamenti così oppositivi, così difficili da leggere. La scuola? Non credo, è un malessere che nasce e cresce fuori ma che trova ormai troppo spesso la sua esplosione negli edifici scolastici, nelle aule dove si chiede ancora di condividere spazi e regole comuni , dove ci sono adulti che mettono limiti, dove tutto è reale e il virtuale va lasciato fuori dalla porta. E quando il malessere diventa insopportabile e la relazione affettiva più significativa diventa “la mia ragazza virtuale” (comprata sui social) allora è probabile che virtuale e reale si siano definitivamente confusi. Basta allora un cellulare appeso al collo per riprendere la scena del proprio gesto ribelle, da postare sui social, per far diventare quel momento un videogioco violento.

Fuggire nel virtuale per non affrontare le proprie difficoltà, accettare le frustrazioni che inevitabilmente la vita porta con sé e trovare così solo nella vendetta nel farsi giustizia da soli una riparazione ai presunti torti. Ora si apre per tutti un momento di profonda riflessione. Un momento di cura: cura concreta per il corpo della docente, a cui va il mio più affettuoso abbraccio, e cura dello spirito e delle emozioni per il ragazzo coinvolto. Perché, ancora una volta, la scuola è chiamata non solo a insegnare, ma a comprendere, accogliere e, per quanto possibile, ricucire.
(fonte: Famiglia Cristiana 30/03/2026)

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* La seconda lettera dell'insegnante di francese Chiara Mocchi *


«Proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro»

Tutto il Paese è ancora sotto shock per l’accoltellamento della professoressa di francese dell’istituto “Leonardo Da Vinci” di Trescore Balneario, nel bergamasco. Dopo il grande spavento delle prime ore, in cui l’attenzione era tutta catalizzata sulle condizioni di salute di Chiara Mocchi, una volta migliorata è arrivato il momento delle riflessioni. La professoressa aveva già scritto una prima comunicazione per ringraziare chi le è stata vicino in quelle 24 ore da incubo. Oggi è arrivata una seconda lettera, dettata direttamente dall'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dove la donna è tutt’ora ricoverata.

Questa nuova testimonianza si apre con la descrizione di quei tragici istanti: «La mattina del 25 marzo 2026, davanti alla mia aula, un mio alunno tredicenne – confuso, trascinato e “indottrinato” dai social – mi ha colpita all’improvviso, ripetutamente al collo e al torace con un pugnale». Ma il peggio è stato evitato grazie al «solo coraggio immenso di un altro mio alunno, E., anche lui tredicenne, che mi ha invece difesa rischiando la sua stessa vita».

La professoressa prosegue poi raccontando i dettagli crudi dell’aggressione: «Una potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio».

Successivamente, l’arrivo dell’eliambulanza del servizio “Blood on Board” ha permesso il trasporto d'urgenza. Chiara Mocchi ricorda con commozione il «momento del decollo, ho visto dall’alto le finestre della mia scuola: prima vuote, poi improvvisamente riempirsi dei volti dei miei amati ragazzi. Mi salutavano agitando le mani con disperazione, le lacrime agli occhi. Era come se volessero trattenermi ancora un po’ con loro».

Il racconto si sposta poi sul confine sottile tra la vita e la morte, nel momento critico in cui i medici lottavano contro il tempo: «Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più”. Poi la luce nei miei occhi si è spenta e ho sentito di sprofondare nel buio più profondo. E proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro. Come se stesse rientrando lentamente nel mio corpo, attraverso le vene. Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una!” Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo. Oggi la mia gratitudine va al mio alunno E., ai donatori, ai soccorritori, a chi mi ha tenuta aggrappata a questo mondo che amo e che non voglio lasciare».

La professoressa conclude con un pensiero che la commuove profondamente: «Penso – e non è un sogno – che il sangue che ora scorre nelle mie vene sia quello del mio avvocato Angelo Lino Murtas, donatore Avis da oltre 45 anni, che aveva donato il sangue proprio il giorno prima. Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita. È lo stesso spirito con cui mio padre fondò l’Avis-Aido della Media Val Cavallina, con quel motto che da sempre custodisco nel cuore: “Una goccia di sangue può salvare una vita”. Forse non immaginava che un giorno quella vita sarebbe stata proprio quella di sua figlia».

L’insegnante termina la lettera con un invito rivolto a tutti coloro che leggeranno le sue parole, affinché chiunque «trovi il coraggio e la volontà di diventare donatore. Di affidare una piccola parte del proprio sangue all’Avis, affinché possa scorrere nelle vene di chi, come me, senza quelle gocce non ci sarebbe più».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Filippo Rizzardi e Daniela Bilanzuoli 30/03/2026)


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* News dal sito La Tecnica della Scuola 31/03/2026*

«L’insegnante accoltellata da un suo studente è stata dimessa dall’ospedale: 
“Vuole tornare a scuola il prima possibile”»

La docente accoltellata dallo studente tredicenne lo scorso 25 marzo in provincia di Bergamo è stata finalmente dimessa dall’ospedale Papa Giovanni XXIII del capoluogo lombardo. Lo conferma La Presse.

La 57enne ha potuto lasciare la struttura sanitaria dopo alcuni giorni di cure e osservazione. Le sue condizioni, secondo quanto emerso, sono in miglioramento e non desterebbero più particolari preoccupazioni dal punto di vista clinico.

Secondo quanto riferito dal suo legale “vuole tornare a scuola il prima possibile”, manifestando così la volontà di riprendere la propria attività didattica e di tornare alla normalità dopo il grave episodio di violenza che l’ha coinvolta.

“Voleva assolutamente tornare a casa per la Settimana Santa. È stata dimessa qualche ora fa e ora si trova a casa del fratello”, ha raccontato il suo legale all’Adnkronos, come riporta Rtl 102.5. Per la guarigione della 57enne “ci vorrà ancora tempo. Il taglio al collo è molto profondo e si spera non restino lesioni permanenti”, ha aggiunto.

Nonostante tutto, però, “l’umore è sempre forte: ha un bel carattere e vuole tornare il prima possibile a scuola, per accompagnare i ragazzi di terza all’esame. Vuole farlo al meglio e non si arrende”, anche se “le ferite, non solo fisiche ma anche interiori, devono ancora guarire”.

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«Insegnante accoltellata, Valditara vuole premiare il ragazzo che l’ha difesa.
Crepet: “Servitrice dello Stato a 1500 euro al mese”»


Il caso della docente 57enne accoltellata in una scuola media, in provincia di Bergamo, da uno studente tredicenne che prima di aggredirla ha scritto un “manifesto” e si è presentato a scuola con una maglietta con scritto “vendetta“.

Ieri, 30 marzo, la professoressa ha lasciato l’ospedale dopo cinque giorni, e ha diffuso una seconda lettera in cui ha ringraziato chi le ha salvato la vita, dal personale ospedaliero allo studente che ha cacciato l’aggressore a calci e lo ha allontanato.

“Lo studente è un eroe”

Come riporta SkyTg24, il legale della donna ha detto: “È indubbiamente un eroe. Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui, come mi ha riferito la mia assistita. Sono intenzionato a proporlo per una medaglia”.

Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, a quanto apprende l’Adnkronos, ha anche chiamato la dirigente scolastica dell’istituto per invitare lo studente che è intervenuto a difesa dell’insegnante e la sua classe al ministero, per ringraziarlo e premiarlo per il suo coraggio.

Crepet: “Dare una medaglia alla docente”

Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, intervenuto sul Nove, ha detto la sua: “Quello che trovo straordinario in questa vicenda orrenda è la professoressa. Uscire dalla rianimazione, l’hai scampata per un nanosecondo, vai appena il secondo giorno nel reparto di medicina e detti ad un tuo avvocato, ‘non tirate su un muro nei confronti di quel ragazzo, io non odio quel ragazzo’. Mamma mia. Allora questo Stato deve dare un riconoscimento anche di latta a questa donna perché questa è una servitrice dello Stato a 1.500€, va rispettata, ha rischiato la vita, ha detto che tornerà a scuola subito appena i medici gli daranno l’ok”.

“Ci rendiamo conto che c’abbiamo anche queste perle? Questo dà fiducia ai ragazzi. Perché io fossi un ragazzo vorrei andare da quella professoressa lì vorrei averla che mi legge Baudelaire”, ha concluso.

Crepet loda Valditara

Crepet, in questi giorni, ha anche commentato la decisione del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara di visitare la docente in ospedale: “Intanto, credo che il ministro abbia fatto una cosa molto giusta andando in ospedale ad assicurarsi sulle condizioni di una sua dipendente e dando anche un segnale. Detto questo, continuo a pensare che ci vorrebbe una bella onorificenza da parte del Presidente della Repubblica. Sarebbe un bel modo per dare una nuova visione dell’importanza della scuola”.

Ecco cosa, secondo lui, si dovrebbe fare: “Non ha senso agire all’ultimo secondo per prevenire i reati se non si fa nulla prima. Innanzitutto bisogna intervenire nella scuola, valorizzando la professione degli insegnanti e garantendo l’autonomia scolastica. E poi c’è quello che io chiamo ‘un vuoto artistico’ da riempire. I giovani oggi non hanno creatività. Una soluzione ce l’avrei: via i social per i tredicenni e facciamo convenzioni con artisti. Un mimo, un illustratore, una ballerina, un musicista: vengano a scuola ad aprire il cervello di chi guarda e ascolta”.

“O ancora: prevediamo un’ora a settimana nella scuole medie in cui si parta dalla dama e si arrivi agli scacchi. Sarebbe un ottimo modo per aprire le teste e liberare il pensiero. La nostra atrofia di adulti è ridicola e dannosa: oggi narrare e ascoltare è un gesto rivoluzionario”, ha aggiunto.

“Solo un prodotto finale”

Per Crepet c’era da aspettarsi un evento del genere: “C’è un rapporto diretto tra la mancanza di ascolto e la coltellata: quel gesto è pura frustrazione. Basta leggere quello che ha scritto quel ragazzo, roba molto forte. Ma lui è solo un prodotto finale: come si fa a non capire che questa è l’elegia del non vedere nulla? Eppure lo abbiamo già conosciuto in altre epoche, non è una novità. L’elemento nuovo è la presenza del cellulare, e allora mi chiedo come mai non si possa aprire un ragionamento su uno strumento che in certe situazioni diventa estremamente pericoloso. Lasciamo ai nostri figli la possibilità di crescere con i loro tempi e i loro errori. E invece gli adulti oggi stanno ‘truccando’ i bambini col rischio di mandarli fuori giri: io li chiamo ‘bambini Abarth’, e il tredicenne di Bergamo ne è un esempio: non è ascoltato, di lui non frega nulla a nessuno. Se ti puoi mettere una shirt con scritto vendetta e nessuno ti ferma, cosa devi fare di più, andare nudo in chiesa?”.