La rabbia dei giovani
e il vuoto educativo
di Eraldo Affinati
I ragazzi lanciano pietre. Fanno esplodere petardi. Ribaltano cassonetti. Rompono bottiglie. Entrano in palestra con lo scooter. Spaccano tutto. Molti si preoccupano: sembra qualcosa di più delle solite occupazioni di inizio autunno, anche perché la rivolta si espande a macchia d’olio in varie parti del Vecchio Continente e non riguarda soltanto gli studenti delle medie superiori, ma coinvolge gli universitari, senza parlare delle organizzazioni sindacali che hanno proclamato lo stato di agitazione del personale docente.
Poi ci sono anche i ragazzini che scalciano i passanti, così, per superare la noia, dicono. Danno fuoco ai barboni e picchiano i disabili. Lo fanno in gruppo, come predatori urbani. Oltreoceano, lo sappiamo, va ancora peggio: quelli che noi chiamiamo i Bes (alunni con bisogni educativi speciali), ordinano in Rete le mitragliatrici, senza che i genitori se ne accorgano se le fanno spedire a casa con un pacco Amazon, poi indossano la mimetica e aprono il fuoco contro i bambini. Vogliono estirpare le radici.
Cosa sta succedendo? Se avessimo lo sguardo corto, noi italiani faremmo presto a citare i più recenti provvedimenti governativi in materia di istruzione, del resto palesemente strumentali e propagandistici, tetto massimo d’immigrati nelle aule, divieto del burqa e multe ai genitori stranieri che non sanno l’italiano, ma queste sono soltanto le punte emergenti dell’iceberg. Per capirci qualcosa forse dovremmo tornare molto più indietro. Uscire dagli schemi elaborati dai sociologi. Mettere da parte le divisioni ideologiche. Evitare le tesi precostituite. La letteratura ci può aiutare. Andiamo a riprenderci I ragazzi terribili di Jean Cocteau. Risfogliamo Il signore delle mosche di William Golding. Se lo leggessimo con occhi disincantati, persino Pinocchio potrebbe illuminare i lati oscuri dei bravi ragazzi.
Gli scrittori di ogni epoca ci hanno spiegato che dietro la passione giovanile si possono nascondere i draghi malefici della specie umana: se tu lasci nel vuoto spirituale un quindicenne, privandolo di qualsiasi riferimento, illudendolo sulla natura della libertà, facendogli credere che se commette un danno la può passare liscia, senza pagare il prezzo del risarcimento, rischi grosso. La sua energia spesso tumultuosa ti si rivolgerà contro. Ed è quanto, a mio avviso, sta accadendo: a ben pensare, la rivoluzione digitale rappresenta un esito della cultura novecentesca. Ad esempio la poesia simbolista, non tutta per fortuna, ha sottilmente legittimato l’oscurità, come se un verso incomprensibile nei suoi passaggi analogici più arditi possedesse maggior valore rispetto a una frase di senso compiuto. Molta arte contemporanea, faccio riferimento a numerose cosiddette installazioni, assomiglia a una truffa percettiva.
Voi direte: cosa c’entra con la violenza giovanile? Diciamo che se il linguaggio non è più legato all’esperienza, può diventare un veleno. Ci lamentiamo che molti ragazzi disertano le urne. Rinunciano a esercitare il diritto di voto. Ma quale credibilità possono avere per un sedicenne di oggi certi personaggi politici quando parlano sui piccoli e grandi schermi?
Proviamo a sceneggiare la protesta interiore dell’Adolescente Tipo. Posso sognare tutto e il suo contrario. Non mi date limiti, giusto? Soprattutto non sapete incarnarli. Vi limitate a richiamarmi al rispetto di precetti nei quali voi stessi sotto sotto non credete. Mi lasciate da solo nella deflagrazione del desiderio che avete organizzato e di cui godete, mentre il pianeta sta andando alla deriva. Allora non avrò più freni. È questa la mia rabbia contro tutti e nessuno. Eccomi qui ad accendere i fumogeni, fronteggiare gli idranti, tirare i sassi.
Molte delle recenti proteste sono comprensibili. È difficile non essere d’accordo con i manifestanti quando gridano: «Soldi alla scuola e non alla guerra». Ma se raschiamo più a fondo scopriremo altro. Dietro certi slogan largamente condivisibili pulsa la febbre antica della gioventù ferita, frutto di un’inquietudine che chiede a tutti noi una riformulazione operativa del concetto di responsabilità nei confronti delle future generazioni.
(Fonte: “La Stampa” - 17 ottobre 2026)
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