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lunedì 1 giugno 2026

31 Maggio 2026 - Papa Leone XIV all'angelus: "La vita di Dio è meravigliosa e coinvolgente, dà pace al nostro cuore, spesso così inquieto, e ci fa incontrare fratelli e sorelle nella gioia dello Spirito. La Trinità ci fa amare tutto e tutti..."

SOLENNITÀ DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

PAPA LEONE XIV
 
ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 31 maggio 2026


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Con la solennità di Pentecoste, una settimana fa, si è concluso il Tempo pasquale. Celebrando oggi il Mistero di Dio Trinità ci è offerta la possibilità di ripensare il cammino percorso, a partire dal suo centro: la vita di Dio che si è donata a noi in Gesù Cristo. Questa vita è una comunione dinamica, inesauribile, feconda, che ora ci coinvolge: lo Spirito che lega il Padre e il Figlio è stato infatti riversato nei nostri cuori, così che nel mondo prende forma la Chiesa, sacramento di comunione, spazio di incontro, di amore e di vita in cui cielo e terra già si toccano.

Il Vangelo della Liturgia odierna (Gv 3,16-18) ci presenta Nicodemo, una personalità di rilievo in Israele che sentì una profonda attrazione per Gesù. Infatti andò a trovarlo – di notte, per non essere visto –, desideroso di conoscere meglio questo misterioso Maestro e di porgli delle domande. Ospitandolo, il Signore diede importanza alla sua ricerca. Lo sorprese, suggerendogli che è possibile anche a un adulto rinascere; gli lasciò intuire che la vita di Dio avrebbe potuto trasformare la sua vita. Gesù parlò a Nicodemo dello Spirito Santo, illuminò la sua notte con la verità che nella festa di oggi risuona in tutte le nostre chiese: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (v. 16). E ancora: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (v. 17).

Carissimi, nel Mistero di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, siamo a casa, come Nicodemo si sentì a casa presso Gesù. La vita di Dio è meravigliosa e coinvolgente, dà pace al nostro cuore, spesso così inquieto, e ci fa incontrare fratelli e sorelle nella gioia dello Spirito. La Trinità ci fa amare tutto e tutti: scopriamo che ogni creatura è fatta per la comunione, la relazione, l’incontro. E, per contrasto, comprendiamo perché le divisioni, le polarizzazioni, il disprezzo delle diversità portano nel mondo distruzione, tristezza e aridità.

Nicodemo faceva parte del Sinedrio, il Consiglio dei capi d’Israele. Quando nel Sinedrio sentì parole di disprezzo verso Gesù, invitò tutti ad ascoltarlo prima di condannarlo. Aveva ricevuto da Dio, attraverso Cristo stesso, lo Spirito della comunione, che apre il cuore alla nuova verità e alla vera novità. Chi non accoglie questo Spirito invecchia presto, nel lamento; si trova solo, non ha mai l’animo in festa. Oggi, invece, cari fratelli e sorelle, è festa! La festa di Dio è la nostra festa. Per questo San Paolo scrive ai Corinzi: «Siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell'amore e della pace sarà con voi» (2 Cor 13,11).

Ed ora, con la preghiera dell’Angelus, ci rivolgiamo alla Vergine Maria: nel suo “sì” alla divina Volontà fiorisca anche il nostro “sì” all’amore della Santissima Trinità.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

in questo mese di maggio da tutta la Chiesa si è levata una corale invocazione di pace. Specialmente attraverso la preghiera del santo Rosario, come una catena ininterrotta ha affidato all’intercessione della Vergine Maria i popoli martoriati dalla guerra. Possa la divina Sapienza illuminare la coscienza di chi ha autorità e orientare le decisioni verso la ricerca sincera di una pace giusta e duratura.

Oggi in Italia si celebra la 25ª “Giornata del sollievo”. Sono vicino alle persone malate e a quanti se ne prendono cura; ringrazio e incoraggio tutti coloro che diffondono la cultura della prossimità e della cura.

Saluto con affetto tutti voi che siete venuti oggi in Piazza San Pietro, romani e pellegrini!

In particolare, do il benvenuto al Vescovo e ai pellegrini della Diocesi di Kumba, in Camerun; come pure al coro parrocchiale di Dunajska Luzna, in Slovacchia. Saluto i polacchi qui presenti e anche i partecipanti al grande pellegrinaggio al Santuario di Piekary, dove Maria è venerata come Madre della Giustizia Sociale.

Saluto il Gruppo Alpini di Rivoli, i ragazzi di San Zeno Naviglio, e i partecipanti alla “Staffetta dell’inclusione” con alcuni vessilli realizzati da studenti di scuole superiori italiane.

Auguro a tutti una buona domenica.



Enciclica “Magnifica Humanitas”. Un manifesto umanista di Josè Tolentino de Mendonça

Enciclica “Magnifica Humanitas”. 
Un manifesto umanista 
di Josè Tolentino de Mendonça



Nomen omen, il nome è un presagio, una sorta di indicazione stradale o di missione annunciata. 
Se possiamo dire che ciò vale per i nomi in generale, a maggior ragione quest’idea è vera in relazione al nome che un Papa sceglie, tanto più che lo fa in totale libertà. Il nome, inatteso, scelto da Papa Prevost ha suscitato perciò una grande curiosità che trova ora una risposta incisiva nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, presentata nel mese in cui si celebra il 135° anniversario dell’Enciclica Rerum Novarum. Se con la sua coraggiosa presa di posizione sulla questione operaia, Papa Leone XIII apriva la modernità «a quella riflessione sulla società, sull’economia e sulla politica che oggi chiamiamo “Dottrina sociale della Chiesa”» (MH, 3), Papa Leone XIV vuole oggi che quell’audacia di visione sulla realtà concreta non vada perduta, perché crede che essa sia parte integrante della vocazione della Chiesa. È questa la convinzione profonda che guida il programma pastorale del suo pontificato e trova nel suo nome una limpida chiave di lettura.

Leone non teme l’enormità del compito di interpretare i problemi del nostro tempo, fissando apertamente lo sguardo su uno scenario ambiguamente carico di speranze e paure. Né teme di apparire profeticamente in controtendenza, con un discorso che alcuni interessati contesteranno come «cupo o pessimista». In realtà, egli interpreta il presente non «come un destino chiuso, ma come un campo aperto alla conversione personale e collettiva» (MH, 210). È questa combinazione profetica di coraggio spirituale e intelligenza storica che, va detto, fanno di questa enciclica uno dei testi più importanti del XXI secolo, un manifesto umanista che mette a fuoco la domanda epocale su cui siamo oggi chiamati a decidere il futuro stesso dell’umanità: che «cosa voglia dire custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». Nella passività generalizzata di opinioni pubbliche disinformate e indifferenti e nel ritardo di governanti in affanno di discernimento, la voce della chiesa si leva, attraverso l’enciclica, al servizio di tutta l’umanità, testimone disarmato e disarmante ma potente del dovere di non subordinare l’essere umano alla potenza della macchina: il dovere inderogabile di rimanere umani.

Il pericolo è che i vantaggi economici del formidabile progresso tecnologico in atto rendano ciechi nei confronti dei rischi di un suo decorso privo di regole: non possiamo ignorare, mette in guardia il Papa, che in questa quarta rivoluzione industriale che stiamo vivendo con la transizione digitale, la dignità umana sia esposta ad una minaccia radicale. Le potenzialità di questo nuovo strumento sono tante, ma altrettanti sono i pericoli. Per questo, sin dalla prima frase dell’enciclica si afferma che ci troviamo confrontati con «una scelta decisiva» (e la parola «scelta» ricorre undici volte nel testo). Scelta tra il sistema della meritocrazia (che il Papa definisce un’ideologia particolarmente insidiosa, perché sostituisce l’ontologia con l’efficacia della prestazione) e il riconoscimento della dignità inalienabile della persona umana; scelta tra la concentrazione del potere e della ricchezza nelle mani di pochi (aziende e piattaforme tecnologiche…) e la destinazione universale dei beni; scelta tra il duplice errore di demonizzare o idolatrare gli strumenti da un lato e la strategia pubblica di governarli con criteri trasparenti e democratici dall’altro; scelta tra l’accelerazione del paradigma tecnocratico puro e duro e l’impegno per lo sviluppo umano integrale. Investire semplicemente la tecnologia di un potere messianico (l’enciclica parla del rischio di una «divinizzazione») significa pretendere surrettiziamente che essa possa sostituire o trascendere l’umano. La tecnologia non è neutra, perché assume la posizione ideologica e gli interessi di chi la concepisce, la finanzia, la possiede, la regola o la utilizza. In quanto tale, «non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito» (MH, 206).

Si comprende, quindi, come l’approccio metodologico della Magnifica Humanitas sia promuovere una riflessione di natura culturale, analizzando ad esempio alcuni dei dispositivi teorici che fungono da bandiera per i centri di potere tecnologico e colonizzano gli immaginari espressi sui social network e nei media. Il messaggio veicolato da quest’ideologia tecnologica è un’allucinazione del futuro, in cui si vendono sempre più i vantaggi dell’indiscriminato potenziamento meccanico dell’uomo e della sua ibridazione con l’automazione e si confeziona un’idea contraffatta di progresso come superamento dell’umano. È un insidioso humus ideologico che trova crescente espressione e nelle diverse correnti del transumanesimo e del postumanesimo.

Di fronte a questo scenario distopico, una delle proposte forti del Papa è quella di sottolineare il ruolo chiave dell’educazione, poiché al momento ci troviamo impreparati a governare la svolta storica che stiamo vivendo. L’educazione è davvero centrale, perché se non ci educhiamo come esseri umani, liberi, consapevoli e responsabili, la macchina finirà presto per educarci come utenti e manipolarci come algoritmi, senza che ce ne rendiamo conto. È urgente, quindi, un’educazione alla convivenza responsabile con il digitale, senza temere di introdurre misure regolative di sobrietà, protezione e limitazione. La difesa dell’umano nell’era digitale è una questione pubblica, poiché l’Intelligenza Artificiale può essere un’alleata o un acceleratore di catastrofi sociali. Sta alle società e a ciascuno di noi fare la propria parte. Papa Leone XIV fa appello alla coscienza globale. Ed è essenziale il modo in cui lo fa. Contrariamente agli autoritarismi esasperati di tante leadership contemporanee, con il suo stile umile e fermo, Leone ci offre un documento epocale che non procede per diktat e ultimatum ma fornisce strumenti di riflessione e decisione autonoma e creativa: una piattaforma spirituale e culturale per cominciare a lavorare seriamente tutti insieme sul nostro comune futuro.

(Fonte:  “La Stampa” - 26 maggio 2026)

Leggi anche il post già pubblicato:
- Papa Leone XIV presenta la sua prima enciclica Magnifica humanitas

domenica 31 maggio 2026

Leone XIV, il Rosario è una preghiera che diventa missione e profezia

Recita del Rosario con Papa Leone XIV

Grotta di Nostra Signora di Lourdes nei Giardini Vaticani
Sabato, 30 maggio 2026




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Leone XIV, il Rosario è una preghiera che diventa missione e profezia

La conclusione del Mese Mariano nei Giardini Vaticani e la preghiera per la pace




E’ della più belle tradizioni vaticane quella della recita del Rosario alla Grotta di Lourdes nei Giardini. E Papa Leone XIV per il secondo anno partecipa a questo momento speciale davanti alla copia della Grotta di Massabielle che i francesi regalarono a Leone XII.

E in questo 2026 si prega per la pace, perché “Contemplare con Maria i misteri del Rosario ci conduce a riconoscere in Gesù Cristo l’unica definitiva Parola, che il Padre ha pronunciato, Parola di pace per tutti coloro che ritornano a Lui con il cuore pentito”.

Un Rosario al quale si sono collegati tanto santuari mariani in ogni parte del mondo.

I Misteri Gaudiosi, le preghiere alternate ai canti, l’omaggio dei fiori bianchi all’altare della Grotta da parte del Papa, e il tramonto estivo di Roma portano i fedeli ad ascoltare la riflessione di Leone XIV che spiega che la pace “non è una teoria da verificare in laboratorio, né un’ingenua illusione, né un affare da gestire per interesse. Quando la si ricerca con cuore sincero, essa è piuttosto un impegno quotidiano della nostra vita: scaturisce dalla giustizia e dall’amore, come armonia che unisce le persone, le famiglie, le comunità, i popoli. Anche in questo tempo di tensioni e conflitti, la pace diventa possibile quando si vuole ascoltare il grido di chi ne è privato: bambini innocenti, madri e padri angosciati, prigionieri maltrattati, profughi, persone sofferenti di ogni età. Tutti costoro hanno sulle labbra una sola parola: pace!”.

Una invocazione a Maria che “porge l’orecchio” perché la pace è dono di Dio che “abbatte i muri dell’inimicizia, che vince l’arroganza con l’umiltà e riscatta dal peccato l’intera creazione”.

E allora “ogni volta che ritorniamo al Signore, la sua pace diventa il nostro impegno, secondo i compiti e le responsabilità di ciascuno”.

Il Rosario è una preghiera che “diventa così missione e profezia: non dovrà più esserci pianto di innocenti nelle nostre città; nessuno dovrà fuggire dalla propria casa per la minaccia delle bombe; la bramosia di potere e la violenza delle parole lasceranno il passo alla sete di giustizia e di verità. Ma ognuno può e deve fare la sua parte, cominciando da cose piccole ma importanti, astenendosi da ogni violenza verbale o fisica, nella vita di ogni giorno e anche nei social media”.

Ognuno può diventare un pacificatore, perché “la pace vera inizia in un cuore che ama; viene testimoniata da labbra che pronunciano parole di riconciliazione; si riflette negli occhi che guardano al mondo con mitezza e saggezza. Questa è la vera forza, la forza della verità e dell’amore.

Dio cerca costruttori di pace! La nostra Madre Santissima ci aiuti a rispondergli ogni giorno il nostro “eccomi”, non a parole ma con i fatti”.

Nelle preghiere si pensa alle vittime delle guerre e anche per le famiglie lacerate. Ma anche per “quanti soffrono la violenza della guerra, per i prigionieri e quanti subiscono umiliazioni che attentano la dignità della persona, perché non perdano la speranza e trovino il conforto di quanti si dedicano al superamento della violenza”.

Negli schermi le immagini dai santuari collegati. Dopo aver impartito la Benedizione il Papa si è intrattenuto a lungo a salutare anziani e malati.

Moltissimi coloro che hanno seguito la recita del Rosario dai maxi schermi in Piazza san Pietro.
(fonte: ACIStampa, articolo di Angela Ambrogetti 30/05/2026)

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DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AL TERMINE DEL ROSARIO NEI GIARDINI VATICANI



«Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con fiducia» (Sal 85,9). Le parole del Salmo accompagnano bene la nostra preghiera del Rosario questa sera, perché esprimono la speranza della quale sentiamo il bisogno, soprattutto davanti alle difficoltà e alle violenze del tempo presente.

Disponiamo allora il nostro cuore all’ascolto della Parola di Dio, così che nella preghiera possiamo comprendere il senso di quanto accade nella storia, riconoscendo la provvidenza di Dio che sempre la guida e ci soccorre. La Vergine Maria è modello del credente, che porge l’orecchio del cuore per ascoltare “che cosa dice Dio”. Ella ci è di esempio con la sua obbedienza, che accoglie l’incarnazione del Figlio di Dio nel grembo.

Contemplare con Maria i misteri del Rosario ci conduce a riconoscere in Gesù Cristo l’unica definitiva Parola, che il Padre ha pronunciato, Parola di pace per tutti coloro che ritornano a Lui con il cuore pentito. Il Signore non ci abbandona mai, anche quando noi lo dimentichiamo, anche quando perdiamo la via, Egli viene a cercarci e si fa vicino con l’amore di sempre. Come ricorda il profeta Isaia: «Io pongo sulle labbra: pace, pace ai lontani e ai vicini» (Is 57,19). Chi ha fiducia in Dio comprende questo annuncio di pace e ne diventa artefice, costruendola con le sue stesse mani (cfr Mt 5,9).

La pace, infatti, non è una teoria da verificare in laboratorio, né un’ingenua illusione, né un affare da gestire per interesse. Quando la si ricerca con cuore sincero, essa è piuttosto un impegno quotidiano della nostra vita: scaturisce dalla giustizia e dall’amore, come armonia che unisce le persone, le famiglie, le comunità, i popoli. Anche in questo tempo di tensioni e conflitti, la pace diventa possibile quando si vuole ascoltare il grido di chi ne è privato: bambini innocenti, madri e padri angosciati, prigionieri maltrattati, profughi, persone sofferenti di ogni età. Tutti costoro hanno sulle labbra una sola parola: pace!

Noi lo sappiamo: la pace è sempre possibile perché è dono di Dio. Questa pace, la sua pace, ha il volto di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, che nella sua vita donata per noi ha riconciliato il cielo e la terra. Come scrive l’Apostolo Paolo: «Egli è la nostra pace» (Ef 2,14): Colui che abbatte i muri dell’inimicizia, che vince l’arroganza con l’umiltà e riscatta dal peccato l’intera creazione.

Quando il Signore Gesù è con noi e ci comportiamo da veri discepoli del suo amore, allora lo Spirito Santo può realizzare ciò che appare umanamente impossibile. Quando invece ci si allontana da Dio, ci si allontana anche dall’uomo, dal nostro prossimo, restando indifferenti al suo dolore. Ogni volta che ritorniamo al Signore, la sua pace diventa il nostro impegno, secondo i compiti e le responsabilità di ciascuno.

La nostra preghiera diventa così missione e profezia: non dovrà più esserci pianto di innocenti nelle nostre città; nessuno dovrà fuggire dalla propria casa per la minaccia delle bombe; la bramosia di potere e la violenza delle parole lasceranno il passo alla sete di giustizia e di verità. Ma ognuno può e deve fare la sua parte, cominciando da cose piccole ma importanti, astenendosi da ogni violenza verbale o fisica, nella vita di ogni giorno e anche nei social media.

Cari fratelli e sorelle, la pace vera inizia in un cuore che ama; viene testimoniata da labbra che pronunciano parole di riconciliazione; si riflette negli occhi che guardano al mondo con mitezza e saggezza. Questa è la vera forza, la forza della verità e dell’amore.

Dio cerca costruttori di pace! La nostra Madre Santissima ci aiuti a rispondergli ogni giorno il nostro “eccomi”, non a parole ma con i fatti.

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Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - Solennità della SS. Trinità anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


SANTISSIMA TRINITA' anno A

31 Maggio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, nel ricevere il battesimo siamo stati segnati “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Questo segno dice chiaramente la nostra appartenenza al mistero di Dio, che in Gesù si è rivelato come relazione e comunione di persone, e nello stesso tempo esso ci ricorda che noi tutti siamo fatti per vivere la comunione con Dio e con i fratelli e le sorelle nella fede e in umanità. Uniti in profonda comunione di Spirito, innalziamo alla Trinità Santa le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Ascoltaci, o Dio Trinità

Lettore

- Trinità Santa – Padre, Figlio e Spirito Santo – oceano di pace e di comunione, fate sì che la Chiesa diventi sempre più un vero prolungamento dell’umanità di Gesù, uno spazio in cui si possa gustare la bellezza di sentirsi uniti in un vincolo di vera fraternità e sororità. Solo così essa potrà annunziare al mondo che l’umanità è fatta non per disintegrarsi, ma per camminare verso la terra della comunione e della fraternità universale. Preghiamo.

- Padre Santo, Tu che ami il mondo di un amore smisurato da donare il tuo Figlio, perché non vuoi che si perda nessuna delle tue creature umane, soffia il tuo Santo Spirito su questa umanità incapace di dare un senso alle grandi potenzialità culturali e sociali che si ritrova tra le mani. Dona sapienza ed umanità ai governanti, dalle cui decisioni dipende in buona parte la possibilità che l’umanità intera oggi abbia un futuro. Preghiamo.

- Trinità Santa, mistero di amore donato e ricevuto. La violenza nelle famiglie e nelle città, le guerre che lacerano il nostro mondo, ci dicono che non siamo capaci di amare e così di uscire fuori dal bunker del proprio egoismo e autoreferenzialità. Trinità Santa, sii presente in ogni casa, perché le persone che la abitano scoprano sempre più che la vita si può gustare veramente là dove ognuno è pronto ad aprirsi alla relazione con l’altro o con l’altra, perché amare non vuol dire possedere, ma donarsi gratuitamente. Preghiamo.

- Trinità Santa, che amate vivere una comunione non chiusa ma aperta al mondo, che include e non rigetta nessuno, aiutateci ad essere più attenti e più profetici nel valutare i nostri linguaggi quotidiani e le scelte di una politica e di una scuola che prediligono la via della competizione aggressiva e dell’esclusione, invece di praticare con sapienza e intelligenza la via dell’accoglienza, della cura e dell’integrazione dell’altro. Preghiamo.

- Dio Trinità, fonte della vita, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo delle vittime del femminicidio e dell’emarginazione. Tutti possano godere la gioia della comunione dei santi. Preghiamo.


Per chi presiede

Trinità Santa, Padre che ci hai creati, Figlio che ci hai redenti, Spirito che ci doni luce e forza, rendeteci consapevoli della vostra Presenza in mezzo a noi, affinché diveniamo nel mondo testimoni del vostro amore gratuito e fedele. Per Cristo nostro Signore.

AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 30 - 2025/2026 - SANTISSIMA TRINITA' anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

SANTISSIMA TRINITA' - anno A

Vangelo:

Il Padre da sempre ama i suoi figli, anche se i figli raramente ricambiano il suo amore andando dietro ai loro idoli. Egli, però, non è un giudice implacabile che punisce, ma un Padre che è solo capace di amare offrendo a tutti pienezza di vita, affinché tutti possiamo diventare veri figli suoi vivendo da fratelli. Nonostante la nostra "sklerokardia", la nostra durezza di cuore, il Padre mai si stanca di noi, non ci odia, non è nauseato per i nostri continui tradimenti, anzi, è innamorato di noi talmente tanto che ci fa dono del suo Figlio Unigenito, perché possiamo imparare ad amare come Lui ci ama: «fino alla fine», fino al dono totale di sé. In Gesù, nel suo vissuto, facciamo esperienza di un amore che sconfigge il peccato e distrugge l'idolo satanico che abbiamo costruito con le nostre stesse mani: la falsa immagine del Padre. Solo guardando a Gesù, il Figlio amato, impariamo ad amarci gli uni gli altri. Generati a vita nuova dalle sue ferite, ci riscopriamo sorelle e fratelli nella Chiesa, Comunità di fede e di amore che riflette il volto amante del Figlio amato che, nello Spirito Santo, rivela a noi l'essenza stessa del Padre.


sabato 30 maggio 2026

TRINITA’: OLTRE LA PIETRA “Davanti alla Trinità io mi sento piccolo ma abbracciato come un bambino: abbracciato dentro un vento in cui naviga l’intero creato e che ha nome comunione.” - SANTISSIMA TRINITA' ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

OLTRE LA PIETRA


Davanti alla Trinità io mi sento piccolo 
ma abbracciato come un bambino: 
abbracciato dentro un vento in cui naviga l’intero creato 
e che ha nome comunione. 


In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salva per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio». Gv 3,16-18
  
OLTRE LA PIETRA
 
Davanti alla Trinità io mi sento piccolo ma abbracciato come un bambino: abbracciato dentro un vento in cui naviga l’intero creato e che ha nome comunione.

Nella festa della Trinità, il racconto di Dio diventa racconto dell’uomo. Il dogma della Trinità dice che vivere è convivere, come in cielo così in terra.

Il primo male ricordato dalla Bibbia non è il peccato dell’albero proibito, è Dio stesso a dichiararlo: Non è bene che l’uomo sia solo. È male che Adamo sia solo, il primo male assoluto è la solitudine. Neanche Dio può stare solo, è Trinità, legame d’amore, nodo di comunione.

Nella prima lettura Mosè sale sul monte con due tavole di pietra. Pensa di incidervi sopra la legge, qualcosa di definitivo e senza appello. E invece Dio fa tutt’altro, va più lontano e passa davanti a Mosè.

Passa: non lo chiuderai in parole di pietra; passa e proclama cinque nomi, uno più bello dell’altro: misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco di grazia, ricco di fedeltà. Proclama la prima di tutte le rivelazioni, misericordia e tenerezza, le proclama passando come un vento che accarezza Mosè con le sue tavole rimaste vuote. Come si fa a scrivere compassione e bontà su tavole di pietra? E allora Mosè capisce e chiede non una legge di pietra ma semplicemente: che il Signore cammini in mezzo a noi. A noi: che se ne fa Mosè di un Dio tutto per sé?

Al termine di una giornata puoi anche non aver mai pensato a Dio, mai pronunciato il suo nome. Ma se hai donato bontà, se hai dato un aiuto disinteressato, se hai lavorato per la giustizia e la pace, anche senza saperlo tu hai fatto la più bella professione di fede nella Trinità.

Nel Vangelo Gesù dialoga con Nicodemo, l’uomo delle paure, che è andato da lui di nascosto, di notte. E Gesù gli parla d’amore. Nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo concreto, pratico, forte, il verbo dare. Amare non è un fatto sentimentale, non equivale a emozionarsi ma a dare, un verbo di mani e di gesti.

Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato. Salvato da che cosa? Dall’unico grande peccato: che è il disamore. Quello che spiega tutta la storia di Gesù non è il peccato dell’uomo ma l’amore per l’uomo; non qualcosa da togliere via dalla nostra vita, ma qualcosa da aggiungere: perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia più vita.

Dio ha tanto amato il mondo, leggiamo, quindi non ha amato soltanto gli uomini; ma il mondo intero, la terra, le messi, e piante e animali.

E se lui lo ha amato, lo farò anch’io: voglio custodirlo e coltivarlo, con tutta la sua ricchezza e bellezza, e lavorare perché la vita fiorisca in tutte le sue forme, e racconti Dio e sia frammento della sua Parola.

Davanti alla Trinità io mi sento piccolo ma abbracciato come un bambino: abbracciato dentro un vento in cui naviga l’intero creato e che ha nome comunione.

venerdì 29 maggio 2026

Cappellani militari alla parata del 2 giugno??? Ma anche NO!

Cappellani militari alla parata del 2 giugno???
Ma anche NO!


“… Ai preti-soldato è richiesta la divisa di ordinanza: veste talare con stellette, fascia, basco nero con fregio dell’Ordinariato militare e guanti neri, come si legge nella comunicazione interna inviata da monsignor Siddi, vicario generale della diocesi castrense, che ha i gradi e il salario di generale di divisione…”

Il Consiglio nazionale di Pax Christi, sconcertato e indignato dalla recente disposizione dell’ordinariato militare che ha comunicato la presenza in grande spolvero dei cappellani militari alla parata del prossimo 2 giugno, condivide a fa propria l’ Opinione di don Tonio Dell’Olio del 29 maggio, sulle pagine on line di Mosaico di Pace, rivista promossa dallo stesso Movimento:

Cappellani militari alla parata? Ma anche no!

Nel Mosaico dei giorni del 22 maggio scorso avevamo riproposto – come facciamo ormai ogni anno – l’idea che la “parata” del 2 giugno venisse smilitarizzata. La Festa della Repubblica, infatti, celebra una Costituzione fondata sul lavoro, non sulle armi. Ma quest’anno quella richiesta aveva un motivo ulteriore e più urgente: l’appello lanciato dalle pagine di Avvenire da un gruppo di amici provenienti da culture ed esperienze diverse, uniti dall’idea che la pace non possa essere evocata mentre si esibiscono strumenti di guerra.

Avevamo anche suggerito che ad aprire simbolicamente una parata civile fossero gli italiani della Global Sumud Flotilla: uomini e donne che rappresentano oggi una delle esperienze più avanzate di presenza nonviolenta nei conflitti, nel Mediterraneo e accanto ai popoli feriti dalla guerra.

Per tutta risposta apprendiamo oggi, da un articolo di Luca Kocci sul Manifesto, che per la prima volta alla parata militare sfilerà anche un drappello di cappellani militari. Una scelta improvvida e profondamente antievangelica. Non solo perché contraddice il richiamo di Papa Leone XIV a una pace “disarmata e disarmante”, ma anche perché ignora il percorso avviato dalla Chiesa italiana per ripensare radicalmente il ruolo dell’assistenza spirituale nelle Forze armate. È scritto nero su bianco nel Documento di sintesi del Sinodo delle Chiese italiane (24, c) e nella Nota pastorale firmata dai vescovi italiani “Educare a una pace disarmata e disarmante” (3, e).

La partecipazione dei cappellani alla parata segna, invece, un’integrazione ancora più marcata dei preti dentro l’apparato militare, nella sua logica e nella sua mentalità. E tutto questo con ingenti risorse pubbliche. È un segnale preoccupante, che occorre invertire con urgenza se vogliamo restare credibili nell’annuncio evangelico della pace: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27).
(fonte: Pax Christi 29/05/2026)

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Vedi anche i nostri post precedenti:

80 anni di Repubblica, un’Italia in piazza per la Pace: fino al 2 giugno le iniziative per disarmo e nonviolenza

80 anni di Repubblica, un’Italia in piazza per la Pace:
fino al 2 giugno le iniziative per disarmo e nonviolenza


Da Verona a Firenze, da Roma a Monte Sole: la società civile per un’Italia che ripudia la guerra celebra gli 80 anni della Repubblica e rilancia la campagna “Un’altra difesa è possibile”

Di fronte alla corsa al riarmo che sta travolgendo l’Europa, la società civile italiana alza la voce e si mobilita. Lo fa rivendicando i capisaldi della Costituzione e ricordando che la sicurezza non si misura in miliardi di spesa militare, che la dignità dei popoli non si difende con le bombe, che la pace non è assenza di guerra ma costruzione quotidiana di giustizia e diritti. Lo fa ricordando che fin dall’inizio chi ha fondato la Repubblica italiana ha scelto di ripudiare la guerra, e che quella scelta vale ancora oggi. 

Una grande mobilitazione, in risposta all’appello lanciato da Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci per celebrare gli 80 anni della Repubblica con iniziative civili, pacifiste e nonviolente, in tutta Italia si sono moltiplicate fiaccolate, biciclettate, convegni e presidi. Un calendario fitto, che parte stasera da Verona e culmina il 2 giugno in più città italiane. Obiettivo comune: restituire alla Festa della Repubblica il suo autentico carattere costituzionale, quello di una Repubblica che ripudia la guerra, sottraendola alle parate militari e al clima di riarmo che domina il dibattito pubblico europeo.

Il nostro appello ha mosso l’Italia. Perché la risposta è stata straordinaria: decine di realtà (associazioni, reti locali, comunità ecclesiali, sindacati, scuole) hanno aderito e organizzato proprie iniziative, animate da un filo conduttore: l’articolo 11 della Costituzione non è retorica, è un impegno concreto che oggi, di fronte alla corsa al riarmo europeo, va rivendicato con forza. ...



82ª ASSEMBLEA GENERALE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Leone XIV: Avere il coraggio dell’essenziale

82ª ASSEMBLEA GENERALE
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Aula del Sinodo
Giovedì, 28 maggio 2026


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Leone XIV ai vescovi della Conferenza episcopale italiana

Avere il coraggio dell’essenziale


«Abbiamo il coraggio dell’essenziale»! È l’esortazione rivolta da Leone XIV ai vescovi italiani riuniti nell’Aula del Sinodo in occasione dell’82a assemblea generale . E “coraggio” è stata la parola che il Papa ha ripetuto più volte raccomandando in particolare quello «di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo; di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo; di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande; di lasciarci evangelizzare dai poveri; di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria».

DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV


Carissimi fratelli nell’episcopato, buongiorno!

Grazie, Eminenza, per le parole che mi ha rivolto. Un caro saluto a quanti sono stati eletti a svolgere un servizio nella Conferenza Episcopale, in particolare al Vicepresidente, e a ciascuno di voi. Per vostro tramite, desidero esprimere il mio affetto a tutte le Chiese che sono in Italia, ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate, alle famiglie, ai catechisti, agli educatori, ai giovani, agli anziani, ai poveri, ai malati, a quanti vivono la fede nella semplicità della vita quotidiana e a quanti, magari senza saperlo, portano nel cuore una sete di Dio.

È quanto abbiamo la grazia di constatare in diversi modi, anche in un tempo come il nostro, segnato dalla complessità. L’ho sperimentato direttamente nelle mie recenti visite a Pompei, a Napoli e ad Acerra. Molti segni ci parlano di stanchezza, di frammentazione, di solitudine. Nelle nostre comunità possiamo talvolta avvertire la fatica di trasmettere la fede, la difficoltà di coinvolgere le nuove generazioni. Ma il Vangelo ci riscuote. Gesù, guardando le folle, non vede un problema da risolvere, vede una messe, vede il campo di Dio: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!» (Lc 10,2). Seminatore instancabile, Dio esce ogni giorno nel mondo e sparge con generosità nei cuori il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che libera. Sì, grazie a Dio, la messe è molta. Il nostro primo compito è questo: fare nostro lo sguardo del Signore. Non lamentarci soltanto dei terreni induriti né soffermarci semplicemente ai dati statistici, ma saper vedere, con gli occhi del Risorto, il raccolto che Dio stesso ci prepara.

Fratelli carissimi, lo Spirito Santo ci doni cuori ardenti dello slancio di Cristo; e susciti numerosi e santi operai per lavorare con noi.

Allora, con questo sguardo, la priorità è il Vangelo: ce lo dice San Francesco d’Assisi, a ottocento anni dal suo transito al Cielo; ce lo ricordano la Evangelii nuntiandi di San Paolo VI e la Evangelii gaudium di Papa Francesco. Perché è dal Vangelo che nasce la fede, come incontro vivo con Cristo, morto e risorto, presente nella sua Chiesa. Oggi, nel contesto in cui siamo chiamati a operare, confrontandoci con altre prospettive di vita e con sfide antropologiche inedite, riportare al centro il Vangelo è il dono che dà entusiasmo alla nostra vita di Vescovi e l’urgenza che ci spinge.

Siamo dunque chiamati a domandarci: quale volto di Dio lasciamo trasparire nella predicazione, nella catechesi, nella liturgia, nella carità, nella vita delle nostre comunità? In che modo favoriamo l’incontro con Cristo e che cosa significa oggi, per noi e per le nostre Chiese, iniziare altri alla vita cristiana? Sono domande che, come pastori, dobbiamo sempre porci, senza mai darle per scontate.

Ecco, dunque, la rinnovata attenzione all’iniziazione cristiana, che non può essere pensata solo come preparazione ai Sacramenti. Essa è il “grembo” in cui una comunità genera alla fede e introduce nella vita pasquale, nella comunione con il Signore, nella fraternità ecclesiale. Si tratta di riscoprire il Battesimo come realtà viva ed esistenziale; e «non è possibile comprendere pienamente il Battesimo se non all’interno dell’Iniziazione Cristiana, ossia dell’itinerario attraverso cui il Signore, mediante il ministero della Chiesa e il dono dello Spirito, ci introduce nella fede pasquale e ci inserisce nella comunione trinitaria ed ecclesiale» (Documento finale della XVI Assemblea del Sinodo dei Vescovi, 24). È una sottolineatura molto importante, questa della più recente Assemblea del Sinodo dei Vescovi, perché colloca il cammino che si apre con il Battesimo all’interno di una Chiesa che crede, celebra, accompagna, genera. Una Chiesa che, mentre gioisce stupita di fronte ai catecumeni giovani e adulti, è poi capace di sostenere la loro perseveranza dopo lo slancio iniziale.

La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare; comunità nelle quali la Parola di Dio non resta ai margini, ma illumina le scelte, dove l’Eucaristia è davvero fonte e culmine, dove i poveri non sono destinatari esterni di un servizio, ma fratelli e sorelle nei quali il Signore ci parla; dove i giovani sono volti e voci e storie con cui dialogare; dove le famiglie non sono lasciate sole e le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura.

Proprio per questo, noi Vescovi siamo chiamati a un ascolto profondo: ascoltare la Parola di Dio, ascoltare il Popolo di Dio, e quindi ascoltare i segni dei tempi, ascoltare anche ciò che mette in discussione le nostre abitudini pastorali. Dove l’ascolto è vero, la comunità non si chiude in se stessa, ma diventa luogo di discernimento e di missione e, a tal fine, sa rinnovarsi.

È questo il senso del Cammino sinodale che avete portato a compimento e che, come avete sottolineato, ora deve diventare stile permanente. Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato che a Dio è piaciuto santificare e salvare gli uomini non separatamente e senza alcun legame fra loro, ma costituendoli in un popolo che lo riconoscesse nella verità e lo servisse nella santità (cfr Cost. dogm. Lumen gentium, 9). Chiesa sinodale è quella in cui ciascuno, secondo la propria vocazione, può offrire il dono ricevuto dallo Spirito per l’edificazione comune. La partecipazione, dunque, non è una concessione: è un’esigenza della comunione e della missione e, perciò, deve diventare metodo, responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e nel rispetto del compito proprio del Vescovo. Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia richiama il valore degli organismi di partecipazione, come luoghi nei quali il discernimento delle comunità può prendere corpo. Non basta, però, che questi strumenti esistano, occorre verificare che funzionino davvero.

In questo processo, le varie strutture della CEI sono chiamate a continuare a svolgere il loro servizio di comunione, coordinamento, discernimento e sostegno alle Chiese che sono in Italia. Proprio perché ha questo ruolo, l’organizzazione della Conferenza Episcopale va modellata alla luce delle esigenze della missione e delle mutate condizioni storiche. Non si tratta di imitare schemi organizzativi esterni, né di ridurre tutto a efficienza amministrativa, ma di domandarsi quale fisionomia aiuti oggi i Pastori e le Chiese locali ad annunciare meglio il Vangelo, a camminare insieme, a rendere possibile una partecipazione effettiva, ordinata e feconda. Quando è vissuta nello Spirito, questa verifica non indebolisce la comunione ma la purifica.

Cari fratelli, il Signore non ci chiede di misurare la fecondità della Chiesa con i criteri del numero, della visibilità o dell’influenza. «Quando guardiamo con gli occhi di Dio, scopriamo che Egli ha scelto la via della piccolezza, per discendere in mezzo a noi. […] Questa logica della piccolezza è la vera forza della Chiesa. Essa, infatti, non risiede nelle sue risorse e nelle sue strutture, né i frutti della sua missione derivano dal consenso numerico, dalla potenza economica o dalla rilevanza sociale. La Chiesa, al contrario, vive della luce dell’Agnello e, radunata attorno a Lui, è sospinta per le strade del mondo dalla potenza dello Spirito Santo”» (Discorso nell’Incontro di preghiera, Istanbul, 28 novembre 2025).

Abbiamo il coraggio dell’essenziale! Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo. Il coraggio di una catechesi che sia cammino di iniziazione e formazione permanente alla vita cristiana. Il coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo. Il coraggio di organismi di partecipazione vivi. Il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande. Il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri. Il coraggio di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria delle Chiese in Italia. Un popolo viene generato da madri e padri nella fede, da comunità che sanno dire, con la vita prima ancora che con le parole: «Abbiamo trovato il Messia» (Gv 1,41). L’Italia ha bisogno di questa testimonianza.

Affido il vostro cammino alla Vergine Maria, Madre della Chiesa. Lei ha accolto il dono, ha custodito la Parola, ha camminato con i discepoli, ha atteso lo Spirito nel Cenacolo. Vi aiuti a essere «radicati e costruiti su di Lui, saldi nella fede» (Col 2,7), a custodire l’essenziale, a generare nella fede, a camminare con il Popolo di Dio, a riconoscere la voce del Signore che ancora chiama, consola e invia.

Vi accompagno con la mia benedizione. Grazie!

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giovedì 28 maggio 2026

A colloquio con il nuovo presidente della Fondazione Migrantes, arcivescovo Corrado Lorefice: Rispondere ai muri con il diritto alla mobilità


A colloquio con il nuovo presidente della Fondazione Migrantes,
arcivescovo Corrado Lorefice

Rispondere ai muri
con il diritto alla mobilità


Salvaguardare il diritto alla mobilità degli esseri umani e rispondere alla tendenza all’innalzamento di muri e confini che umiliano e schiavizzano. Sono le sfide e priorità che accompagneranno l’incarico del nuovo presidente della Commissione episcopale per le migrazioni della Cei e della Fondazione Migrantes, monsignor Corrado Lorefice, eletto nel corso della 82ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Nato nel 1962 a Ispica, in provincia di Ragusa, Lorefice è arcivescovo metropolita di Palermo dal 2015 e subentra alla guida della Commissione e della Fondazione a monsignor Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e abate di Pomposa.

Da Palermo, posizione privilegiata, Lorefice ha sempre vissuto la necessità per il Mediterraneo di rispondere alla vocazione di essere luogo di scambio di culture. Un mare, indica l’arcivescovo ai media vaticani, «che non è chiamato ad essere cimitero o luogo di respingimenti», ma divenuto tale a causa di «scelte nefaste che stiamo facendo nel mondo, in Europa e purtroppo anche in Italia», scelte che portano a «pescare uomini, visto che ancora non si riesce a farli passare con tutti gli altri», esseri umani che «non possono esser né rigettati in mare, né riportati nei lager che sono sotto i nostri occhi».

Ormai «non si ragiona più in termini di casa comune, ma si pensa ad innalzare muri», una tendenza alla quale occorre rispondere, perché «chi vuole avere il diritto alla mobilità rischia di essere umiliato, schiavizzato, riportato con la forza lì nei confini che noi uomini abbiamo costituito, invalicabili».

«Ci sono pietre scartate – indica Lorefice citando l’enciclica di Papa Leone XIV Magnifica Humanitas – che invece debbono diventare testata d'angolo, perché il mondo riparte solo dall'accoglienza, dalla solidarietà».

Grande fiducia per la nomina di monsignor Lorefice è stata espressa da Fondazione Migrantes, «conoscendo bene il suo magistero dal tratto umano e il suo servizio svolto in questi anni a Palermo e in una regione, la Sicilia, che è generosa e perseverante nell’accoglienza, nell’accompagnamento e nella cura pastorale delle persone migranti». Al presidente uscente, monsignor Perego, va poi il ringraziamento di Migrantes, «per i tanti anni spesi al servizio delle persone che sono al centro della nostra missione». Il suo, viene indicato, «è stato un servizio competente, prezioso e riconoscibile».

La nomina di Lorefice è stata accolta con gioia dalla Chiesa di Palermo che, nel garantire al suo pastore pieno supporto, indica come, «per la Chiesa italiana», quello di monsignor Lorefice «a favore delle donne, degli uomini e dei bambini che migrano – attraverso le rotte del Mediterraneo, in mare e via terra – fuggendo da condizioni di povertà estrema ma anche da persecuzioni e che desiderano essere accolti nel pieno rispetto della loro dignità, sia un impegno prezioso portato avanti alla luce dell’annuncio del Vangelo e del rispetto degli elementari diritti di ogni essere umano».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Francesca Sabatinelli 28/05/2026)


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Vedi anche il post precedente:



Tonio Dell'Olio: Rising dreams Sogni verso il cielo - La bandiera-aquilone di Gaza in vetta all’Everest: “Sono i sogni dei bambini della Striscia”

Tonio Dell'Olio
 
Rising dreams - Sogni verso il cielo
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  28 maggio 2026

C’è chi sale sull’Monte Everest per conquistare una vetta. E chi, invece, trasforma quell’impresa estrema in un gesto umano e politico, capace di parlare al mondo. Leonardo Avezzano ha scelto la seconda strada: arrivato sul punto più alto della Terra col progetto “Rising dreams”, ha fatto volare un aquilone con i colori della bandiera palestinese e i sogni dei bambini della Striscia di Gaza.

Un’immagine potente, quasi disarmante, che ha il potere di una preghiera. Perché mentre laggiù il cielo è attraversato dalle bombe, qualcuno ha voluto affidarlo ai desideri, ai disegni, alle speranze di chi continua a vivere sotto assedio. 

Tutt’altro che un gesto simbolico “inutile”, come qualcuno potrebbe pensare. I simboli sono ciò che tiene viva la coscienza del mondo quando la politica tace e l’abitudine rischia di rendere normale l’orrore.
Ogni gesto che rompe l’indifferenza, ogni voce che restituisce un nome alle vittime, ogni scelta che costringe a guardare negli occhi il dolore dei bambini, contribuisce a salvare qualcosa della nostra umanità. 

Da quella cima ghiacciata, a quasi novemila metri di altezza, quell’aquilone ha ricordato il grido dei bambini di Gaza. Anche un’impresa estrema può diventare un atto di pace: un modo per dire che i bambini non sono numeri, ma vite, sogni, futuro.

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La bandiera-aquilone di Gaza in vetta all’Everest:
“Sono i sogni dei bambini della Striscia”

Un aquilone nato tra le macerie di Gaza ha raggiunto la vetta più alta della Terra. Dentro, le parole e i desideri dei bambini palestinesi portati sull’Everest dall’alpinista giordano-palestinese Mostafa Salameh e dal filmmaker italiano Leonardo Avezzano.


Un aquilone realizzato con una bandiera palestinese e ricoperto dai messaggi scritti a mano dai bambini di Gaza è arrivato sulla cima dell’Everest. A portarlo fino a 8849 metri di altezza sono stati l’alpinista giordano-palestinese Mostafa Salameh e il filmmaker italiano Leonardo Avezzano, protagonisti della spedizione “Rising Dreams”.

La salita si è conclusa il 21 maggio alle 10:48 del mattino, quando il “Kite of Dreams” ha raggiunto la vetta più alta del Pianeta. L’obiettivo della spedizione non era soltanto alpinistico, ma simbolico e politico: è stato un gesto per riportare all’attenzione internazionale le condizioni dei bambini di Gaza, nel pieno della guerra, della crisi umanitaria e del blocco che continua a colpire la Striscia.

Secondo quanto comunicato dagli organizzatori, l’aquilone conteneva sogni, pensieri e messaggi scritti dai bambini palestinesi. Un gesto che Salameh ha definito come “un atto di solidarietà, resistenza e speranza”, capace di dimostrare che “anche tra le macerie i sogni continuano a sopravvivere”.

Mostafa Salameh, rifugiato palestinese e alpinista ha guidato il progetto insieme ad Avezzano, che ha documentato l’intero viaggio: dalle strade di Gaza fino alla cima dell’Everest. Il materiale raccolto dovrebbe diventare parte di un racconto audiovisivo dedicato alla spedizione e alle storie dei bambini coinvolti.

Rising Dreams

La campagna, chiamata “Rising Dreams”, ha anche uno scopo di raccolta fondi a sostegno dei bambini di Gaza attraverso la Al Khair Foundation. Gli organizzatori ricordano che oltre 1,1 milioni di bambini nella Striscia vivono oggi in condizioni di fame e assedio, mentre migliaia hanno subito mutilazioni o traumi psicologici legati al conflitto.

Nel comunicato viene inoltre sottolineato il ruolo fondamentale degli sherpa nepalesi che hanno accompagnato la spedizione, definiti “essenziali per ogni salita all’Everest” grazie alla loro esperienza e conoscenza della montagna.

Pochi giorni dopo la vetta, il team di “Rising Dreams” ha partecipato anche a un incontro pubblico a Kathmandu, organizzato da associazioni culturali nepalesi e trasmesso in streaming globale. All’evento si sono collegati in diretta Zoom anche alcuni bambini di Gaza, trasformando il ritorno dalla spedizione in un momento di testimonianza e confronto collettivo.
(fonte: MontagnaTv 26/05/2026)

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Everest, alpinista italiano in vetta
con i sogni dei bambini di Gaza

Un aquilone palestinese sul tetto del mondo contro la guerra

L'alpinista italiano Leonardo Avezzano ha portato fino alla cima dell'Everest un aquilone con i colori della bandiera palestinese e i sogni scritti dai bambini di Gaza. A guidare la spedizione era l'alpinista giordano-palestinese Mostafa Salameh, che però non è riuscito a raggiungere la vetta. L'iniziativa punta a richiamare l'attenzione sulle conseguenze della guerra sui più piccoli. "Si tratta soprattutto di far capire al mondo quello che è accaduto a Gaza - afferma Salameh - Questi sono sogni: tutti i bambini hanno sogni e possono realizzarli se noi li aiutiamo. A Gaza è tutto più difficile. Per questo avevamo bisogno che il mondo intero lo sapesse. E quale modo migliore per farlo se non portare tutto questo sul tetto del mondo". "Questi sogni - prosegue - si realizzeranno. Perché questi bambini sono resilienti, restano sulla loro terra nonostante tutto quello che vedete a Gaza. È tutto distrutto: le loro case, le scuole, le università, gli ospedali, i luoghi di gioco, tutto. Ma loro sono ancora lì". "Hanno sogni che vogliono realizzare. E penso che portare questi sogni sul tetto del mondo significhi dire loro che nulla è impossibile". "La prima cosa che ho pensato di fare, una volta arrivato in vetta, è stata alzare il drappo, alzare l'aquilone e dedicare questo sforzo che abbiamo compiuto ai bambini di Gaza", dice Leonardo Avezzano, alpinista italiano


(fonte: askanews Nepal 26/05/2026)