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martedì 10 febbraio 2026

«Io invece non ti dimenticherò mai»


Il tema scelto da Papa Leone XIV per la VI Giornata mondiale dei nonni e degli anziani

«Io invece
non ti dimenticherò mai»


«Io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49, 15). Sottolinea come l’amore di Dio per ogni persona non venga mai meno neanche nella fragilità della vecchiaia, il tema scelto da Leone XIV per la VI Giornata mondiale dei Nonni e degli Anziani, che quest’anno si celebra domenica 26 luglio, nella festa dei santi Gioacchino ed Anna. Lo ha reso noto stamane un comunicato stampa del Dicastero per i Laici, la famiglia e la vita, in cui si specifica che le parole volute del Pontefice, tratte dal libro del profeta Isaia, si pongono come «un messaggio di consolazione e di speranza per tutti i nonni e gli anziani, specialmente per coloro che vivono nella solitudine o si sentono dimenticati»; allo stesso tempo, il versetto «è un richiamo per le famiglie e le comunità ecclesiali a non dimenticarli, riconoscendo in loro una presenza preziosa e una benedizione».

La Giornata, istituita da Papa Francesco nel 2021, si celebra ogni IV domenica di luglio e si presenta come «un’occasione per far giungere agli anziani la vicinanza della Chiesa e per valorizzare il loro contributo nelle famiglie e nelle comunità».

Quest’anno la data coincide con la festa dei nonni di Gesù, Gioacchino e Anna, e l’invito del Papa è a celebrare la ricorrenza con una liturgia eucaristica nella chiesa cattedrale di ogni diocesi. Il Dicastero promotore metterà a disposizione specifici strumenti pastorali per consentire a Chiese particolari, realtà associative e comunità ecclesiali di tutto il mondo di trovare le modalità più adatte per valorizzare l’evento nel proprio contesto locale.
(fonte: L'Osservatore Romano 10 febbraio 2026)




Antonio Spadaro: Diplomazia come trasfigurazione

Antonio Spadaro

Diplomazia
come trasfigurazione


«Non desiderare la sparizione delle nostre miserie, bensì la grazia che le trasfiguri». In L’ombra e la grazia, Simone Weil affida a questa frase una regola esigente: non cercare scorciatoie che cancellino il male ma imparare a sopportarlo fino a mutarne il senso. È una disciplina dello sguardo, prima ancora che un principio spirituale. E può diventare, sorprendentemente, una chiave per comprendere la diplomazia nel suo significato più profondo. La diplomazia non è mai stata soltanto l’arte del compromesso o la gestione elegante dei rapporti di forza. È, piuttosto, una pratica di trasformazione: un esercizio lento e spesso fuori dai riflettori attraverso il quale il conflitto non viene rimosso ma sottratto alla sua inerzia distruttiva e tradotto in linguaggio, gesto, forma.

Parlare di diplomazia come “trasfigurazione” significa riconoscere che essa opera secondo una logica analoga a quella della Trasfigurazione narrata nei Vangeli: un evento che non interrompe il cammino verso la croce, non elimina il conflitto né sospende la storia, ma per un istante ne rivela il senso. Sul monte non viene abolita la marcia verso Gerusalemme, né neutralizzata la violenza che incombe; ciò che cambia è la percezione di ciò che è in gioco. Allo stesso modo, nella pratica diplomatica, la trasfigurazione non coincide con la soluzione immediata delle crisi ma con la capacità di sottrarle alla loro deriva assolutizzante. In questo senso la grazia evocata da Simone Weil non è un elemento estraneo alla politica ma il nome di quella forza fragile che consente alle relazioni internazionali di non essere interamente governate dalla logica della forza, mantenendo aperto uno spazio di parola, di tempo e di responsabilità condivisa.

Nel lessico classico delle relazioni internazionali, la diplomazia appare come una tecnica: negoziare, mediare, contenere, dissuadere. Tuttavia, dietro questa superficie procedurale, si nasconde una dimensione più profonda: la capacità di cambiare il significato stesso di una relazione. Là dove domina l’immaginario del nemico, la diplomazia introduce la possibilità dell’interlocutore; dove tutto sembra ridursi a interessi contrapposti, apre uno spazio in cui può emergere una narrazione diversa, non immediatamente funzionale, ma umana. È, in termini weiliani, un modo di non vagheggiare la sparizione dei conflitti, ma desiderare la loro trasformazione.

In questo senso, la diplomazia lavora sul tempo. Non sul tempo accelerato delle decisioni istantanee, né su quello spettacolare delle dichiarazioni pubbliche, ma su un tempo che potremmo definire “intermedio”. La trasfigurazione non avviene per rottura improvvisa, ma per spostamento progressivo. La grazia non cancella la miseria ma la attraversa.

Questa dimensione è evidente se si osserva la diplomazia non come semplice strumento del potere, ma come pratica simbolica. Ogni incontro diplomatico mette in scena un rituale: luoghi neutri, formule misurate, linguaggi calibrati. Nulla è casuale. In questi rituali si tenta di contenere l’eccesso della violenza e di offrirle una forma. La forma, qui, non è ornamento, ovviamente: è ciò che impedisce al conflitto di tracimare, senza pretendere di negarne l’esistenza.

Anche quando si intende la diplomazia in modo disincantato — col realismo strategico che pensa a un equilibrio instabile tra interessi nazionali — affiora implicitamente l’idea che essa serva a trasformare la forza in ordine, la minaccia in sistema, la paura in calcolo. La trasfigurazione, in questo caso, non è morale ma strutturale: la violenza non scompare, ma cambia statuto. Non viene espulsa dalla storia, viene resa abitabile.

Nel tessuto geopolitico odierno, segnato da guerre prolungate, tensioni regionali e un rinnovato ricorso alla logica della forza, questa visione è una risposta alla crisi della politica stessa. Mentre gli organi multilaterali si affaticano nel fronteggiare conflitti che sembrano allargarsi come crepe sotterranee, la diplomazia viene richiamata alla sua forma più autentica: quella che non antepone posizioni di potere alla dignità delle persone e non rifiuta l’esistenza dell’altro come interlocutore.

Proprio la fragilità di un ordine internazionale scosso dall’uso ricorrente della violenza mette in evidenza l’urgenza di una diplomazia che non sogna l’impossibile sparizione di tutte le miserie del mondo ma tenta di trasfigurarle.

La diplomazia non è mera tattica ma — come più volte ha affermato Papa Francesco — un esercizio di misericordia applicato alla politica internazionale; una diplomazia della misericordia che pretende di mantenere aperta la porta della parola anche quando la polarizzazione sembra renderla impossibile. È una pratica che assume il conflitto come dato reale, senza assolutizzarlo.

Questo approccio ha una natura “profetica”, che non mira a imporre una visione univoca, bensì a sviluppare visioni originali e creative in grado di generare processi nuovi e sostenibili. Le crisi contemporanee, dalla guerra in Ucraina ai conflitti in Medio Oriente, passando per tensioni latenti in Africa, Asia e oltre, non sono soltanto dispute territoriali o gare di potere: sono ferite profonde nella trama della convivenza umana. In tali scenari, la diplomazia non si limita a “risolvere” il conflitto ma cerca di trasformarlo, decifrando le ragioni profonde del dissidio e facendo spazio alla dignità dell’altro.

Questa visione si radica anche nella convinzione che il conflitto non debba essere negato o represso ma riconosciuto e trasceso. Accettare le tensioni come elemento costitutivo della storia umana senza lasciarsi imprigionare da esse significa, ancora una volta, rinunciare all’illusione della sparizione e affidarsi a un lavoro più lento, più fragile, più esigente.

In un’epoca dominata dalla retorica della rapidità e dalle risposte immediate, dove spesso l’opinione pubblica e i governi misurano la “forza” politica nella capacità di imporre condizioni, la diplomazia come trasfigurazione invita alla lentezza, alla cura e alla visione ampia.

Così concepita, la diplomazia non è un semplice strumento di ordine internazionale ma un laboratorio di senso. Richiede la capacità di ascoltare, di sostenere il peso delle differenze, di mantenere la conversazione aperta anche quando è faticosa. In un mondo segnato da tensioni multiple e da una persistente fragilità delle istituzioni globali, questa forma di diplomazia offre non una scorciatoia ma una via possibile per trasformare la logica della contrapposizione in un dialogo continuo e creativo. È qui, in questa tensione trasformativa, che la diplomazia come trasfigurazione diventa necessaria per il futuro della convivenza umana, una chiave interpretativa concreta per leggere alcuni dei conflitti più laceranti del nostro tempo. Indica un metodo: trasformare il modo stesso in cui il conflitto viene abitato e narrato.

Il caso venezuelano lo mostra con particolare chiarezza. Per anni, il Paese è stato schiacciato tra sanzioni, isolamento, retoriche contrapposte e un progressivo impoverimento della popolazione. In questo contesto, l’azione diplomatica della Santa Sede non si è configurata come arbitrato tecnico né come legittimazione politica, ma come una presenza costante, anche quando il dialogo sembrava esaurirsi. Interrompere ogni canale avrebbe significato consegnare definitivamente la società alla polarizzazione. Qui la diplomazia non trasfigura il conflitto risolvendolo ma impedendo che diventi totale: mantiene un margine di parola, una soglia minima di fiducia, una possibilità di futuro che non coincide con il presente.

Nella tragedia palestinese, la diplomazia come trasfigurazione assume un carattere ancora più radicale perché tocca l’intreccio delicato tra religione, territorio e identità. Il rischio costante è la sacralizzazione del conflitto: Dio trasformato in giustificazione, la fede ridotta a bandiera. La diplomazia deve collocarsi in controtendenza, rifiutando gerarchie di dolore, insistendo sul volto concreto delle vittime e ricorrendo a gesti simbolici che restituiscano alla religione la sua funzione più autentica: disinnescare l’assolutizzazione dell’identità. Non risolvere la disputa territoriale ma impedire che diventi una guerra metafisica.

Nella guerra in Ucraina la tentazione è duplice: ridurre tutto a una logica militare o invocare una pace astratta che eluda la giustizia. La postura adeguata è quella del non-allineamento etico: non equidistanza ma rifiuto di una narrazione che renda impossibile il futuro. Questa diplomazia non chiede di dimenticare l’aggressione ma di non trasformare la guerra in destino, tenendo insieme ciò che la politica tende a separare: verità e dialogo, denuncia e ascolto.

Quando la politica perde immaginazione e la guerra diventa linguaggio ordinario, la diplomazia non promette di fermare il cammino della storia né di cancellarne le ferite; offre però abbastanza luce perché quel cammino non venga scambiato per un destino cieco. È in questa capacità di attraversare il conflitto senza assolutizzarlo che la diplomazia, come spazio di metamorfosi del senso, rimane uno degli ultimi luoghi in cui il futuro può ancora essere pensato come responsabilità condivisa.
(fonte: L'Osservatore Romano 22/01/2026)

Addio ad Antonino Zichichi, lo scienziato che riconosceva Dio nell’armonia dell’universo

Addio ad Antonino Zichichi,
lo scienziato che riconosceva Dio nell’armonia dell’universo

Fisico delle particelle di fama mondiale e grande divulgatore nonché collaboratore di Famiglia Cristiana, Zichichi, morto oggi all’età di 96 anni, ha sempre sostenuto che la scienza non allontana da Dio ma conduce allo stupore davanti a una logica profonda iscritta nel cosmo. Una vita spesa tra ricerca, fede e dialogo, senza mai separare le leggi della natura dalla domanda sul Creatore.

Il fisico Antonino Zichichi si è spento lunedì 9 febbraio all'età di 96 anni ANSA

È morto oggi all’età di 96 anni Antonino Zichichi, fisico di fama mondiale e grande divulgatore scientifico. Dal 2001 al 2006 fu anche nostro collaboratore e teneva la rubrica “Il mondo della scienza”. Con lui scompare una delle figure più originali del panorama culturale italiano ed europeo: uno scienziato capace di muoversi ai massimi livelli della ricerca internazionale senza mai rinunciare a un dialogo aperto con la fede, la spiritualità e le grandi domande di senso.

Esperto di fisica subnucleare, professore emerito di Fisica Superiore all’Università di Bologna, Zichichi ha dedicato la sua vita non solo allo studio delle leggi fondamentali della materia, ma anche alla diffusione della cultura scientifica, convinto che conoscenza e responsabilità morale dovessero procedere insieme.

Una vita nella scienza

La rubrica "Il mondo della scienza" tenuta da
Antonino Zichichi su Famiglia Cristiana
Dopo la formazione universitaria, Zichichi si impose presto come uno dei protagonisti della fisica delle alte energie. Lavorò nei principali centri di ricerca internazionali, tra cui il CERN di Ginevra, dove guidò gruppi sperimentali di primissimo piano. Nel 1965 il suo team osservò per la prima volta l’antideutone, un risultato fondamentale nello studio dell’antimateria. Fu presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e della European Physical Society, contribuendo a rafforzare il ruolo dell’Europa nella ricerca scientifica mondiale. Al tempo stesso seppe mantenere uno sguardo attento alle ricadute etiche e sociali del progresso tecnologico, in particolare sui temi dell’energia, della pace e delle emergenze planetarie.

Nel 1963 fondò a Erice il Centro di Cultura Scientifica “Ettore Majorana”, che sotto la sua direzione è diventato un luogo di incontro tra scienziati, premi Nobel, giovani ricercatori e studiosi di ogni parte del mondo. Un laboratorio non solo di ricerca, ma anche di dialogo tra saperi, culture e visioni del mondo.

Scienza e fede, senza contrapposizioni

Zichichi non ha mai nascosto la propria fede cattolica, anzi l’ha considerata parte integrante della sua ricerca. Nei suoi libri – tra cui L’Infinito, L’irresistibile fascino del Tempo, Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo e Tra Fede e Scienza – ha sostenuto che la scienza, lungi dal negare Dio, può aiutare a riconoscere una logica profonda nell’universo. «La scienza dà a tutti una grande dignità intellettuale», amava ripetere, «ed è lo strumento che ci fa capire di essere fatti a immagine e somiglianza del Creatore». Una posizione che gli è valsa critiche e incomprensioni in parte della comunità scientifica, ma anche grande attenzione e affetto da parte del mondo cattolico e di chi cercava un dialogo non ideologico tra ragione e fede.

Antonino Zichichi riceve la Bibbia dalle mani di papa Francesco
 durante la celebrazione
 nella Basilica di San Pietro il 26 gennaio 2020




Il divulgatore, il volto televisivo

Zichichi è stato anche un divulgatore straordinario. Il grande pubblico lo ricorda per le sue apparizioni televisive, per quello sguardo intenso e gli occhi spalancati che sembravano voler andare oltre lo schermo, e per la capacità di spiegare concetti complessi con immagini semplici e parabole efficaci.

Negli ultimi anni, fedele alla sua missione di comunicatore, aveva scelto persino i social network: lo scorso anno era approdato su Instagram, dove parlava di scienza e spiritualità con parole pacate e profonde: «Auguro a tutti voi seguaci del sapere scientifico e della spiritualità — scriveva — un periodo di riflessione e gratitudine. E che ci ispiri a esplorare la meraviglia dell’universo con mente aperta e cuore grato».

Gli affetti, il dolore, la memoria

Alla fine del 2024 era morta Maria Ludovica, la compagna di una vita. Anche lei scienziata di grande valore, ricercatrice negli Stati Uniti e a Ginevra nel campo della biologia molecolare, figlia del fisico Gilberto Bernardini, protagonista della rinascita della fisica italiana ed europea nel dopoguerra.

Dopo la nascita del terzo figlio, nel 1962, Maria Ludovica aveva lasciato la ricerca. A tavola, come ricordava il figlio Fabrizio, scherzava spesso con il marito: «Se avessi continuato a fare ricerca e tu stavi a casa a gestire i figli, il Nobel lo prendevo io».

Nel ricordarla, un anno dopo la scomparsa, Zichichi aveva affidato ai social un pensiero denso di scienza e amore:
«La scienza insegna che nulla si perde davvero: ogni particella lascia un’impronta, ogni forma di energia continua il suo viaggio. Così anche l’amore – quello vero – non svanisce. Si trasforma, si trasmette, diventa parte della nostra struttura più profonda».

Gli ultimi anni

Pur continuando a viaggiare tra la Svizzera e Roma, negli ultimi anni Zichichi amava ritirarsi nel sole di San Vito Lo Capo, nell’estremo occidente della sua Sicilia. Spesso era accanto a lui il nipote Manfredi, una finestra aperta sul mondo dei giovani, a cui raccontava storie di scienza e di vita. «L’importante», aveva detto pochi mesi fa, «è divulgare, far conoscere con entusiasmo le straordinarie tappe che la scienza conquista perché riguardano la nostra vita, il nostro domani. Bisogna aprirsi senza paura». Amava camminare, seguire l’attualità con sguardo preoccupato per un mondo che vedeva sempre più chiuso nel conflitto e nella mancanza di dialogo, ma senza rinunciare alle cose leggere: il Festival di Sanremo, la televisione, i saggi scientifici letti la sera.

Un’eredità che resta

Con Antonino Zichichi se ne va non solo un grande fisico, ma un testimone culturale che ha creduto nella responsabilità morale della scienza e nella possibilità di un dialogo fecondo tra fede e ragione.
La sua eredità vive nei centri di ricerca, nei libri, negli studenti, ma anche in quella convinzione profonda che conoscere il mondo significhi, in fondo, prendersene cura.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Antonio Sanfrancesco 09/02/2026)


lunedì 9 febbraio 2026

Tonio Dell'Olio: Quell’alleanza economico-militare

Tonio Dell'Olio
 
Quell’alleanza economico-militare
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  9 Febbraio 2026


Leone XIV ieri ha concluso l’Angelus con un’affermazione tanto perentoria quanto provocatoria e rischiosa: “Continuiamo a pregare per la pace – ha detto. Le strategie di potenza economica e militare – ce lo insegna la storia – non danno futuro all’umanità. Il futuro sta nel rispetto e nella fratellanza tra i popoli”. 

Una vera e propria denuncia netta e senza scampo di quell’alleanza tanto distruttiva da compromettere lo stesso destino della storia. Il papa ha avuto il coraggio di contestare pubblicamente quanto sta avvenendo sotto gli occhi di tutti e senza che si alzino obiezioni di sostanza. 

Oggi non sono le guerre a richiedere armi ma le armi a provocare le guerre. Siamo governati dalla logica del profitto che bisogna raggiungere a tutti i costi (e al massimo) sulla pelle della gente. 

Da un’altra angolatura l’aveva detto con chiarezza persino un presidente Usa, Dwight D. Eisenhower: “Nei consigli di governo dobbiamo guardarci dall’acquisizione di un’influenza indebita, voluta o meno, da parte del complesso militare-industriale. Il potenziale per una disastrosa crescita di potere mal riposto esiste e persisterà.” E poi aggiunse: “Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i nostri processi democratici”. 
Era il 17 gennaio 1961 e la situazione era incomparabilmente meno minacciosa rispetto allo strapotere di quell’alleanza oggi.


ANGELUS 08/02/2026 Papa Leone XIV: è la comunione con Gesù che ci fa luce di pace per il mondo

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 8 febbraio 2026

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Leone XIV:
è la comunione con Gesù che ci fa luce di pace per il mondo

Prima della recita della preghiera mariana dell’Angelus, in questa quinta domenica del Tempo ordinario, il Papa sottolinea che anche quando le ferite della vita affievoliscono in noi la gioia dell’incontro con il Signore, Lui non ci getterà mai via. E invita a praticare gesti concreti di solidarietà “che interrompono l’ingiustizia”


Il Papa dalla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico durante l'Angelus (@Vatican Media)

Per essere davvero “il sale della terra” e “la luce del mondo” dobbiamo “lasciarci alimentare” e illuminare “dalla comunione con Gesù”. Solo così, come i discepoli trasformati dall’incontro col Maestro delle Beatitudini, potremo essere portatori della “gioia vera”, quella che da’ un sapore alla vita e fa venire alla luce “ciò che prima non era”. Così Papa Leone XIV rilegge, nella catechesi prima dell’Angelus, davanti a migliaia di fedeli in piazza San Pietro in una giornata velata da nuvole, il Vangelo di Matteo protagonista della liturgia di questa quinta domenica del Tempo ordinario.

Senza alcuna esibizione saremo allora come una città sul monte, non solo visibile, ma anche invitante e accogliente: la città di Dio in cui tutti, in fondo, desiderano abitare e trovare pace.

Piazza San Pietro con i fedeli venuti pe la preghiera dell'Angelus (@Vatican Media)

Una sete di giustizia che attiva misericordia e pace

La gioia che può fare di noi sale e luce, prosegue il Papa, “sprigiona da uno stile di vita, da un modo di abitare la terra e di vivere insieme” che risplende in Gesù. E’ il sapore nuovo “dei suoi gesti e delle sue parole”

Dopo che lo si è incontrato, sembra insipido e opaco ciò che si allontana dalla sua povertà di spirito, dalla sua mitezza e semplicità di cuore, dalla sua fame e sete di giustizia, che attivano misericordia e pace come dinamiche di trasformazione e di riconciliazione.

I gesti concreti di accoglienza che fermano l’ingiustizia

Leone XIV guarda anche alle parole del profeta Isaia nella Prima Lettura, quando elenca i gesti concreti che interrompono l’ingiustizia: “dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire chi vediamo nudo, senza trascurare i vicini e le persone di casa”. Isaia evoca una luce che “sorgerà come l’aurora” per scacciare le tenebre e guarire le ferite.

Dio non ci getterà mai via

Ferite che si aprono nel cuore di chi rinuncia alla gioia, nel sale che perde sapore e che, dice Gesù, “a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”.

Quante persone – forse è capitato anche noi – si sentono da buttare, sbagliate. È come se la loro luce sia stata nascosta. Gesù, però, ci annuncia un Dio che mai ci getterà via, un Padre che custodisce il nostro nome, la nostra unicità.

Gesti di apertura agli altri che riaccendono la gioia

Ogni ferita, assicura il Pontefice, guarirà accogliendo la parola delle Beatitudini e rimettendoci a camminare sulla via del Vangelo.

Sono infatti gesti di apertura agli altri e di attenzione, quelli che riaccendono la gioia. Certo, nella loro semplicità ci pongono controcorrente.

La tentazione, infatti, come per Gesù, è quella di esibire e far valere la propria identità, ma così si sarebbe perso il sapore “che ritroviamo ogni domenica nel Pane spezzato: la vita donata, l’amore che non fa rumore”.

Fedeli all'Angeius del Papa di questa domenica (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 08/02/2026)

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LEONE XIV
(testo integrale)


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Dopo avere proclamato le Beatitudini, Gesù si rivolge a coloro che le vivono, dicendo che grazie a loro la terra non è più la stessa e il mondo non è più nel buio. «Voi siete il sale della terra. […] Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,13-14). È infatti la gioia vera a dare un sapore alla vita e a far venire alla luce ciò che prima non era. Questa gioia sprigiona da uno stile di vita, da un modo di abitare la terra e di vivere insieme che va desiderato e scelto. È la vita che risplende in Gesù, il sapore nuovo dei suoi gesti e delle sue parole. Dopo che lo si è incontrato, sembra insipido e opaco ciò che si allontana dalla sua povertà di spirito, dalla sua mitezza e semplicità di cuore, dalla sua fame e sete di giustizia, che attivano misericordia e pace come dinamiche di trasformazione e di riconciliazione.

Il profeta Isaia elenca gesti concreti che interrompono l’ingiustizia: dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire chi vediamo nudo, senza trascurare i vicini e le persone di casa (cfr Is 58,7). «Allora – continua il profeta - la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto» (v. 8). Da una parte la luce, quella che non si può nascondere, perché è grande come il sole che ogni mattina scaccia le tenebre; dall’altra una ferita, che prima bruciava e ora guarisce.

È doloroso, infatti, perdere sapore e rinunciare alla gioia; eppure, è possibile avere questa ferita nel cuore. Gesù sembra mettere in guardia chi lo ascolta, perché non rinunci alla gioia. Il sale che ha perso sapore, dice, «a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente» (Mt 5,13). Quante persone – forse è capitato anche noi – si sentono da buttare, sbagliate. È come se la loro luce sia stata nascosta. Gesù, però, ci annuncia un Dio che mai ci getterà via, un Padre che custodisce il nostro nome, la nostra unicità. Ogni ferita, anche profonda, guarirà accogliendo la parola delle Beatitudini e rimettendoci a camminare sulla via del Vangelo.

Sono infatti gesti di apertura agli altri e di attenzione, quelli che riaccendono la gioia. Certo, nella loro semplicità ci pongono controcorrente. Gesù stesso fu tentato, nel deserto, da altre strade: far valere la sua identità, esibirla, avere il mondo ai propri piedi. Respinse, però, le vie in cui si sarebbe perso il suo vero sapore, quello che ritroviamo ogni domenica nel Pane spezzato: la vita donata, l’amore che non fa rumore.

Fratelli e sorelle, lasciamoci alimentare e lasciamoci illuminare dalla comunione con Gesù. Senza alcuna esibizione saremo allora come una città sul monte, non solo visibile, ma anche invitante e accogliente: la città di Dio in cui tutti, in fondo, desiderano abitare e trovare pace. A Maria, Porta del cielo, rivolgiamo ora lo sguardo e la preghiera, perché ci aiuti a diventare e rimanere discepoli del suo Figlio.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Ieri a Huércal-Overa, in Spagna, è stato beatificato don Salvatore Valera Parra, parroco pienamente dedito al suo popolo, umile e premuroso nella carità pastorale. Il suo esempio di prete centrato sull’essenziale sia di stimolo ai sacerdoti di oggi ad essere fedeli nella quotidianità vissuta con semplicità e austerità.

Con dolore e preoccupazione ho appreso dei recenti attacchi contro varie comunità in Nigeria, che hanno causato gravi perdite di vite umane. Esprimo la mia vicinanza orante a tutte le vittime della violenza e del terrorismo. Auspico che le Autorità competenti continuino ad adoperarsi con determinazione per garantire la sicurezza e la tutela della vita di ogni cittadino.

Oggi, memoria di Santa Giuseppina Bakhita, si celebra la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. Ringrazio le religiose e tutti coloro che si impegnano per contrastare ed eliminare le attuali forme di schiavitù. Insieme a loro dico: la pace comincia con la dignità!

Assicuro la mia preghiera per le popolazioni del Portogallo, del Marocco, della Spagna – in particolare di Grazalema in Andalusia – e dell’Italia meridionale – specialmente di Niscemi in Sicilia –, colpite da inondazioni e frane. Incoraggio le comunità a rimanere unite e solidali, con la materna protezione della Vergine Maria.

Ed ora do il benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini italiani e di vari Paesi. Saluto i fedeli di Melilla, Murcia e Malaga, in Spagna; quelli venuti dalla Bielorussia, dalla Lituania e dalla Lettonia; gli studenti di Olivenza, Spagna, e i cresimandi di Malta. Saluto anche i giovani collegati con noi da tre oratori della diocesi di Brescia.

Continuiamo a pregare per la pace. Le strategie di potenza economica e militare – ce lo insegna la storia – non danno futuro all’umanità. Il futuro sta nel rispetto e nella fratellanza tra i popoli.

Auguro a tutti una buona domenica.

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Milano Cortina 2026 - Le Olimpiadi invernali fra valori e realtà - San Siro applaude Mattarella e le luci a cinque cerchi

Giuseppe Savagnone
Le Olimpiadi invernali fra valori e realtà


Le Olimpiadi nascono per unire

«Le Olimpiadi nascono per unire, non per dividere. Il Comitato Olimpico Internazionale ha più volte ribadito che lo sport deve restare uno spazio neutrale, fondato su rispetto, dialogo e convivenza pacifica. Inserire criteri politici nella partecipazione degli atleti significa minare uno dei pilastri fondamentali del movimento olimpico (…). La funzione delle Olimpiadi non è giudicare i governi, ma offrire agli atleti un terreno di confronto leale e universale».

Queste parole, del blog israeliano (ma in lingua italiana) «Israele 360», riassumono bene lo spirito olimpico, che in questi giorni molti esponenti della politica e del giornalismo hanno fatto a gara ad evocare, ricordando come le origini di queste manifestazioni si possano fare risalire all’antica Grecia, dove esse comportavano la sospensione di tutte le attività belliche.

In un mondo ultimamente martoriato da aspri conflitti politici e militari, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina rappresentano agli occhi di molti una bella occasione per riscoprire, in nome del valore universalmente umano dello sport, ciò che unisce gli abitanti del nostro pianeta, mettendo finalmente da parte, almeno in questi giorni, ciò che li divide.

Occupati a celebrare queste ottimistiche prospettive, i quotidiani del 5 febbraio, alla viglia dell’apertura dei giochi olimpici, hanno – con la sola eccezione di «Avvenire» – dimenticato di ricordare, nelle loro prime pagine, che proprio in quel giorno scadeva il trattato New START tra Stati Uniti e Russia, pilastro del controllo degli armamenti nucleari, che stabiliva dei limiti allo sviluppo incontrollato dei due più grandi arsenali nucleari del mondo. È stato papa Leone a chiedere che non lo si lasci cadere senza tentare neppure di sostituirlo con accordi equivalenti. Ma non sembra che il suo appello – unica voce concretamente in linea con la logica della pace olimpica – sia stato ascoltato.

Non è l’unica perplessità di fronte al quadro ideale rappresentato da «Israele 360». Ce n’è una che riguarda proprio l’ammissione ai Giochi Olimpici dello Stato ebraico. L’ondata di proteste svoltesi in molti paesi europei per la spietata violenza dell’esercito di Tel Aviv nella Striscia di Gaza si era rivolta anche contro la partecipazione degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Parigi e di Milano-Cortina. A questo era stato risposto che «lo sport deve restare uno spazio neutrale».

E tuttavia è un dato di fatto che non tutti i paesi sono rappresentati. Gli atleti di Russia e Bielorussia sono stati esclusi dalle qualificazioni, coerentemente con la linea seguita dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO) fin dal 2023, dopo l’invasione dell’Ucraina e che ha impedito loro di partecipare anche alle Olimpiadi di Parigi nell’estate del 2024. Un’esclusione che non li ha riguardati solo come squadra ufficialmente rappresentativa dei loro rispettivi paesi, ma in quanto singoli che avessero voluto gareggiare a titolo semplicemente personale come «atleti neutrali».

Invece, alla fine dell’ottobre scorso, il CIO ha confermato che Israele avrebbe potuto partecipare. Il direttore esecutivo, Christophe Dubi, ha spiegato: «Il caso è diverso da quello di Russia e Bielorussia. Su Israele e Palestina è un caso speciale perché abbiamo due Comitati Olimpici nazionali e entrambi ottemperano alla Carta Olimpica». Una linea ribadita da Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano-Cortina 2026, che ha precisato: «Attenzione, non stiamo parlando dei governi di quei Paesi, ma stiamo parlando dei Comitati Olimpici».

E in effetti, nel 2023, il CIO ha deciso di sospendere il Comitato Olimpico russo per violazione della Carta Olimpica, dopo «la decisione unilaterale di includere, tra i suoi membri, le organizzazioni sportive regionali che sono sotto l’autorità del Comitato Olimpico Nazionale dell’Ucraina (vale a dire Donetsk, Kherson, Luhansk e Zaporizhzhia)», decisione che «costituisce una violazione della Carta olimpica perché viola l’integrità territoriale del Comitato Olimpico dell’Ucraina, come riconosciuto dal CIO in conformità con la Carta Olimpica».

Il problema, dunque, non riguarderebbe la politica, ma la conformità dei rispettivi Comitati olimpici alle regole stabilite dalla Carta olimpica. Mentre quello di Israele non la viola, quella di Russia e Ucraina lo fa, includendo arbitrariamente le organizzazioni sportive delle regioni sottratte con la forza all’Ucraina.

Sport e politica

Sembrerebbe tutto chiarito. Senonché, se si dà uno sguardo alla storia delle Olimpiadi, si scopre che in passato – e scegliamo solo i casi verificatisi dopo la seconda guerra mondiale – l’esclusione di alcuni Stati non è stata dovuta alla regolarità o meno dei loro Comitati Olimpici, ma alla loro politica. Nelle Olimpiadi estive del 1948, tenutesi a Londra, non furono accettati gli atleti di Germania e Giappone a causa del ruolo di questo Stati nella Seconda guerra mondiale. E il Sudafrica è rimasto escluso dai Giochi Olimpici dal 1964 al 1992 a causa della segregazione razziale imposta dal regime dell’apartheid.

Se ora Israele viene dichiarato, come abbiamo visto, «un caso speciale», ciò significa che in questo caso si decide di prescindere, a differenza che in passato, dalla realtà politica. Come del resto teorizzava il blog israeliano che abbiamo citato all’inizio: «Inserire criteri politici nella partecipazione degli atleti significa minare uno dei pilastri fondamentali del movimento olimpico». Perché «la funzione delle Olimpiadi non è giudicare i governi, ma offrire agli atleti un terreno di confronto leale e universale».

Anche volendo dimenticare che in passato non è stato così, non si può sfuggire alla sensazione che, così intesa, questa pace olimpica sia un modo per sfuggire alla realtà, o, peggio ancora, per nasconderla. Perché, in questa ricostruzione dell’universalità creata dallo sport, tutti sono buoni ( tranne i russi e i bielorussi).

In questo modo la legge dello sport – basata sulla Carta Olimpica – diventa un alibi per ignorare la sistematica violazione di quella che finora aveva regolato le reali relazioni tra i popoli, che è il diritto internazionale, sostituito oggi apertamente dalla legge del più forte. Il riferimento ai Comitati Olimpici non può far dimenticare che questi Comitati sono a loro volta espressione dei loro rispettivi governi, con il loro ruolo nella costruzione o nella distruzione della pace di cui le Olimpiadi vogliono essere il simbolo.

La stella insanguinata

Il caso dei Israele è un esempio evidente. Davvero si può considerare realizzato il compito dei Giochi Olimpici di realizzare «uno spazio neutrale, fondato su rispetto, dialogo e convivenza pacifica», quando a celebrare questi valori ci sono rappresentanti di un paese il cui primo ministro è stato condannato dalla Corte Penale Internazionale per «crimini contro l’umanità» e giudicato da una autorevole Commissione indipendente dell’ONU colpevole di «genocidio»?

Davvero si possono accogliere come esempi di sportività, da additare ai giovani, atleti che gareggiano sotto una bandiera insanguinata dalla strage di decine di migliaia di donne e bambini innocenti, secondo l’accusa mossa non da fanatici antisemiti, ma da moltissimi che la condannano, sia dall’interno dello Stato ebraico sia dal mondo della diaspora? Si può chiudere gli occhi su ciò che sta accadendo, malgrado la tregua, a Gaza e in Cisgiordania, dove, con spietata sistematicità che ricorda lo stile dei nazisti, l’esercito israeliano, sventolando la stella di Davide, sta continuando ad uccidere, ferire, affamare e assiderare le persone e a distruggere le loro case spianandole con i bulldozer?

Nell’antica Grecia le Olimpiadi comportavano l’effettiva interruzioni delle operazioni militari. Noi rischiamo di evocare con commozione questo passato fingendo di non sapere che oggi i violenti continuano a esercitare indisturbati la loro violenza, con la nostra silenziosa complicità.

Il caso degli Stati Uniti

Ma la domanda si può porre anche nei confronti degli Stati Uniti, che non solo hanno sostenuto Israele in queste stragi di innocenti, ma hanno a loro volta inaugurato, da quando Trump ha ricevuto il secondo mandato, uno stile politico che ha sconvolto tutte le regole etiche e giuridiche fino a questo momento ritenute indiscutibili e che è basato sul principio che il diritto coincide con la forza.

Alle Olimpiadi di Milano-Cortina l’ospite d’onore è J.D. Vance, il vice di Trump, che ha più volte sostenuto con convinzione la legittimità della politica sia estera che interna del presidente. In nome dei valori olimpici si celebra una persona che ha difeso il diritto degli Stati Uniti di impadronirsi del petrolio di un paese vicino, il Venezuela, definendo questa operazione tipicamente coloniale una “liberazione”, anche se in realtà quello che si voleva e che si è ottenuto non è l’avvento di un regime democratico – come si illudeva la leader dell’opposizione a Maduro e premio Nobel per la pace Machado – , ma il mantenimento del vecchio sistema di potere, purchè disposto alla totale sottomissione nei confronti degli Stati Uniti.

Vance è anche colui che ha difeso senza esitazione i metodi dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), la famigerata Agenzia per l’immigrazione di cui abbiamo visto con i nostri occhi, grazie ai filmati trasmessi da tutte le televisioni, l’inaudita brutalità nei confronti non solo dei poveri immigrati, ma degli stessi cittadini americani, due dei quali, a Minneapolis, nel Minnesota, sono stati uccisi a sangue freddo per strada sotto gli occhi inorriditi dei passanti. Da qui la rivolta della popolazione di questo Stato, che ha manifestato per giorni la sua rabbia e la sua indignazione di fonte ai metodi criminali dell’Agenzia.

Anzi, a scortare lui e la delegazione statunitense ci sono proprio agenti dell’ICE, tra le proteste di molti che ritengono inaccettabile la loro presenza sul territorio italiano. Il governo, data la massiccia impopolarità che le ultime vicende di Minneapolis hanno guadagnato all’ICE, si è trovato in evidente imbarazzo. Nell’informativa alla Camera, il ministro si è difeso dalle accuse dicendo: «Stiamo parlando di una polemica completamente infondata», perché «l’ICE non svolge e non potrà mai svolgere attività operative di polizia sul nostro territorio nazionale».

Resta il fatto che, questa giustificazione del governo sul piano giuridico, non risolve affatto la questione sul piano simbolico. Che un corpo di polizia straniero dedito sistematicamente alla violenza più cieca, soprattutto verso le persone inermi, fino ad assassinarle gratuitamente, non possa esercitare la sua brutalità anche sul nostro territorio è scontato. Ma la sua presenza è una conferma del fatto che lo spirito olimpico, esaltato dalla retorica istituzionale, è contraddetto dalla realtà.

In questo tempo devastato dalla crisi di tutti i criteri etici che un tempo – anche se spesso trasgrediti di fatto (ma di nascosto) – erano, in linea di principio, il punto di riferimento della politica, il pericolo è che la celebrazione dei valori dello sport scada nella pura e semplice retorica e finisca per fornire una implicita legittimazione a comportamenti pratici dei governi che invece devono indignarci.

Se non vogliamo dar ragione a chi in queste Olimpiadi vede solo un business miliardario e desideriamo davvero farne un punto di partenza per una svolta, non trasformiamo questa bella esperienza di impegno, di generosità e di lealtà in un regno delle fate, ma prendiamone spunto per chiedere alla politica di ritrovare questa dimensione di umanità.
(fonte: Tuttavia 06/02/2026)

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Milano Cortina 2026
San Siro applaude Mattarella e le luci a cinque cerchi

Lo stadio partecipa con le lucine, applaude il Presidente e si commuove per la bandiera umana che sfila per Armani
 
La colomba della pace disegnata con la coreografia mentre Ghali recita versi di Gianni Rodari sulla pace REUTERS

Gli dei dell’Olimpo non litigheranno questa notte: Alberto Tomba e Deborah Compagnoni a Milano, Sofia Goggia a Cortina, difficile metterli d’accordo più di così, con i nomi che più nella storia hanno onorato le nevi di casa. Dopo tante polemiche in corso di staffetta, nessun errore sotto i cerchi olimpici esplosi in una pioggia d’oro. Lo stadio ha capito e gradito, Sofia soprattutto, che quattro anni fa aveva perso per infortunio il suo posto da portabandiera, aveva diritto a un risarcimento.

Gli altri due sono per l’Italia il simbolo imperituro dell’Olimpiade invernale, come lo è Gustav Thöni, che ha passato la fiamma a Sofia. Qualche applauso in meno per lui, peccato, ma forse era solo questione di distanza anagrafica: tanti tra i presenti non erano nati, ma allo stadio non ci sono didascalie. Bisogna cogliere al volo, sapendo che tanto sfuggirà, che resteranno suggestioni, emozioni.

Milano Cortina 2026 Olympics - Opening Ceremony - San Siro Stadium, Milan, Italy - February 06, 2026. Italian President Sergio Mattarella during the opening ceremony Pool via REUTERS/Andreas Rentz TPX IMAGES OF THE DAY (Pool via REUTERS)

I nodi geometrici di Leonardo cui è ispirato il doppio braciere di Milano Cortina 2026, per esempio, sono importanti, sono una firma, quasi: nodi, ossia "vincoli", Vinci. Entrano di sguincio in tante opere, in tante pagine. Sei di questi fogli dormono alla Biblioteca Ambrosiana, una delle più antiche se non la più antica biblioteca aperta al pubblico al mondo. Citarli nel braciere, è stato un modo elegante di evocare una storia di spessore senza essere didascalici né scontati: con Leonardo, dalla Gioconda liscia e gassata, al treno inventato in Non ci resta che piangere cadere nel già visto è un attimo. Anche se è stato strano a un certo punto veder la fiaccola entrare nello stadio e poi, passando per le mani delle stelle della pallavolo, andarsene via per accendersi altrove.

C'erano una volta i cartoncini colorati, gli impermeabili bianchi a fingere stadi di fiocchi di neve. Non ci sono più. A San Siro Milano Cortina 2026 l'apporto del pubblico è stato un tripudio di lucine che cambiavano colore secondo le esigenze. Poeticamente bianche all'inizio, d'oro mentre salivano i cerchi, certo il momento più scenografico dentro lo stadio. Coloratissime mentre Mace al podio, trasformato in console del dj, faticava a riempire il vuoto delle delegazioni dedite agli sport della neve, tutte ovviamente lontano da Milano. Era nel conto la diffcoltà della sfilata dell'Olimpiade diffusa che solo l'espediente televisivo è riuscito (forse) in occasione della cerimonia a riaggregare nelle sue siderali distanze.

Vista dallo stadio, dove Milano e Cortina restavano divise al netto degli schermi, la sfilata ha funzionato da cartina di tornasole della "biodiversità" sportiva: il Canada grande Paese di ghiaccio e di neve mezzo qui e mezzo là, Cina e Corea che dominano il ghiaccio tutte a Milano a camminare nella spirale dello stadio, dove prima di vedere un portabandiera in carne e ossa dietro le dive d'argento che davano il nome alle Nazioni, s'è dovuta attendere l'Amenia, quelle venute prima tutte a Cortina.

Marco Balich aveva promesso di far cantare San Siro e per certi versi ha mantenuto, ma non forse dove si aspettava: il pubblico non ha seguito tanto il "Volare" di Mariah Caray, agghindata con stola bianca da diva anni Cinquanta, quanto Laura Pausini e la seconda stanza dell'inno di Mameli, al punto in cui cambia ritmo: prima non si poteva a causa dell'arrangiamento pop che a qualcuno potrà non piacere ma che lo stadio pare aver gradito. Molto istituzionale invece il Nessun dorma di Bocelli, forse citazione dell'omologo, fatte le debite proporzioni, di Luciano Pavarotti a Torino 2006.

Altissime anche le quotazioni di Leopardi/Favino, con la lettura dell'infinito. Altre rime rispetto a quelle cui sono abituate le curve del Meazza, al loro ultimo evento di tale portata, cui non potevano mancare Beppe Bergomi e Franco Baresi, entrati insieme per primi con la fiaccola.

La temperatura esterna, verso le 21.30 ha cominciato a dare una bava di vento naturale alla bandiera italiana sul pennone, a far soffrire il pubblico sugli spalti (il vento dell'alzabandiera era finto), e a congelare coreografi e cantanti di lì in poi, soprattutto le donne come Cecilia Bartoli e Brenda Lodiagiani fasciate in scollati agli abiti da sera, ma almeno ha graziato un poco all'inizio da una parte l'Amore alato che, in una elegantissima coreografia, ha celebrato Canova e il suo classicismo, e dell'altra l'ombelico scoperto dell'omaggio a Raffaella Carrà, cui lo stadio ha risposto ballando.

Ma è stato davanti all'incedere della bandiera italiana vivente che avanzava come si sarebbe fatto in un defilé di Giorgio Armani che su San Siro è calato un silenzio commosso prima che comparisse in bianco e nero sullo schermo la foto dello stilista milanese da poco scomparso che tanto ha dato allo sport italiano e che come ultima cosa ha disegnato le divise dei portabandiera, anche se molti magari sugli spalti non lo sapevano perché non c'è nessuno a dirglielo. Però hanno colto. E in questo sì la Cerimonia di Milano Cortina 2026 ha mantenuto la sua promessa di immediatezza, trasmettendo emozioni come un grande teatro di musica, danze e mimo, qualcosa vibra anche dove non ci sono parole didascalie: lunghezze d'onda che portano luce, colori, suoni, a costo di qualche caduta nel kitsch, come i tre poveri Rossini, Puccini e Verdi ridotti a maschere di carnevale, a cantare un inguardabile Milano Cortina al ritmo di Vamos a la playa dei Righeira.

Invece visti da lontano i tre enormi tubetti di tempera rosso, giallo e blu, colori primari da cui nascono tutti i colori del mondo, nella loro ironica naïveté sono stati efficaci: le stoffe scese da lontano sembravano proprio colore puro che colava.

Se Israele e Stati Uniti, J.D. Vance, inquadrato un attimo, hanno raccolto qualche fischio e l’Ucraina un grande tifo, il presidente Sergio Mattarella ha preso applausi scroscianti e unanimi, fin dalla comparsa, sorridente e spiritosa, nel video dell’arrivo in tram con Valentino Rossi, a riprova del feeling tra il presidente e lo sport. Molto applaudito, e giustamente, il discorso che non sembrava di circostanza, della Presidente del Cio Kirsty Coventry, che ha parlato agli atleti con il sentimento autentico di chi sa che cosa si prova per esserci passato. Una autenticità che dagli spalti si è avvertita. Grande tributo dei presenti anche ai volontari, applausi scroscianti a ogni citazione.

Chissà se Ghali, chiamato a interpretare Promemoria di Gianni Rodari, dal centro del palco ha capito di essere stato protagonista del momento in assoluto più poetico, quando i ragazzi di una coreografia tutta under 20, hanno invocato la pace formando una colomba bianca al centro del palco, sostituendo il tradizionale volo dei colombi (qualcuno gli avrà spiegato nel frattempo che la Cerimonia prevede solo le lingue ufficiali (francese, inglese e lingua del Paese ospitante)? Bella performance però, elegante.

Mentre la sfilata azzurra al grido di "bravo bravissimo" al ritmo di un Barbiere di Siviglia rock ha restituito all'Olimpiade la sua anima il tanto di leggerezza che una cosa che si chiama Giochi non dovrebbe mai perdere. Rendendo l’immagine di un Paese che sa celebrare e persino autocelebrarsi con un filo di autoironia senza eccedere in retorica.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Elisa Chiari 07/02/2026)

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Vedi anche il post precedente:


domenica 8 febbraio 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

8 Febbraio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, se accettiamo di restare alla scuola di Gesù, nostro Maestro e Signore, si apre anche per noi la possibilità di essere per il mondo che ci circonda un punto di luce, che permetta a chi è smarrito di ritrovare il giusto orientamento e il senso vero della vita che dà sapore a questo. Con fiducia innalziamo al Signore Gesù le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Ascoltaci,  Signore


Lettore


- Signore Gesù, fa’ che la Chiesa resti sempre la tua fedele discepola, per imparare da Te come costruire la “casa-esistenza” delle Beatitudini. Solo ancorata al tuo Vangelo, essa può essere per la comunità dei popoli la città posta sul monte, che indica a tutti che si può uscire dalla città di Caino per dare vita alla città della convivialità e della pace. Preghiamo.

- Accompagna e custodisci, Signore Gesù, tutto il mondo della vita religiosa. Si tratta di uomini e donne, che, con la loro scelta radicale del Vangelo, testimoniano l’irruzione del Regno di Dio nel cuore della storia umana e che è possibile vivere come fratelli e sorelle nel segno della gratuità e dell’accoglienza reciproca. Preghiamo.

- Affidiamo a Te, Signore Gesù ed al Padre tuo e nostro, le sofferenze e lo smarrimento di quei popoli, che stanno pagando un prezzo altissimo per questo disordine mondiale, provocato dalle folli politiche nazionalistiche. Disarma Tu il cuore di quei governanti e di tutti quei movimenti e partiti politici, che coltivano pensieri e progetti di guerra e non di pace. Preghiamo.

- Ti preghiamo, Signore Gesù, per il nostro Paese e per coloro che lo governano. Dona luce e sapienza a tutti quei cittadini tentati di rinchiudersi nella rassegnazione e nell’indifferenza. Fa’ che sorga nel cuore di ogni cittadino una volontà di partecipazione e di esprimere con coraggio le proprie idee. Suscita tra noi degli artigiani della pace, ma anche persone innamorate della giustizia e della difesa del valore assoluto di ogni persona umana, da qualsiasi parte provenga. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo di tutti coloro che sono stati perseguitati, torturati e uccisi a motivo della loro testimonianza del Vangelo e per il valore della giustizia. Dona loro di contemplare il tuo Volto di Luce e di Pace. Preghiamo.


Per chi presiede

Signore Gesù, tu ci inviti a dare a questa terra il sapore della tua Sapienza e ad essere l’umile riflesso della tua Luce: aiutaci a crescere in uno stile vita che sia somigliante al tuo. Te lo chiediamo perché sei nostro Maestro e Signore, vivente nei secoli dei secoli.

AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 14 - 2025/2026 - V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

Vivere le Beatitudini è la condizione per far parte del Regno di Dio, è accogliere e incarnare la Parola di Gesù che fa di noi «il sale della terra e la luce del mondo». Sale che conferisce sapore alla vita e alle relazioni, preserva dalla corruzione della morte e dona al mondo la vera Sapienza che è il sapore stesso di Gesù. Se non 'sappiamo' di Gesù, la nostra esistenza non vale niente e non serve a nessuno. «Chi ha il sapore di Gesù è Luce. In Gesù infatti siamo illuminati, veniamo alla luce della nostra realtà e nasciamo come veri figli a vita nuova» (cit.). E chi viene illuminato dalla lampada della Parola del Maestro a sua volta fa luce a tutti coloro che incontra. Il mondo è strutturato sulla brama del potere, del possedere e dell'apparire, oscura tenebra che lo avvolge. La luce di Gesù, che rifulge dall'alto della croce, permette invece di scorgere l'inganno del divisore e gli restituisce la verità del suo splendore. Per questa ragione Gesù ci esorta a lasciarci coinvolgere dalla sua Parola e dal suo vissuto, a scaldarci e a infiammarci al fuoco del suo amore, a situare la nostra povera lucerna non più sotto il "moggio" dell'opportunismo, del disimpegno e dell'egoismo, ma sul lucerniere della convivialità, della prossimità e del servizio umile ad ogni fratello.


sabato 7 febbraio 2026

GENTE CHE ACCAREZZA LA VITA “Voi siete sale, quello che impedisce alla storia di corrompersi. Siete luce, quella che misura il tempo e che scaccia le paure; gente che ogni giorno accarezza la vita e ne fa emergere il bello.” - V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

GENTE CHE ACCAREZZA LA VITA


Voi siete sale, quello che impedisce alla storia di corrompersi. 
Siete luce, quella che misura il tempo e che scaccia le paure; 
gente che ogni giorno accarezza la vita e ne fa emergere il bello.



In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». Mt 5,13-16

  
GENTE CHE ACCAREZZA LA VITA
 
Voi siete sale, quello che impedisce alla storia di corrompersi. Siete luce, quella che misura il tempo e che scaccia le paure; gente che ogni giorno accarezza la vita e ne fa emergere il bello.


Che meraviglia il Vangelo!

Voi siete un giacimento di sale, di luce e di sapore. Sale, dono del mare e del sole. Luce, figlia primogenita della creazione, che dona bellezza alle cose, addizione di gusto e di senso.

Gesù non è venuto a portare un nuovo sistema di pensiero, il suo è irradiamento di luce, spargimento di sale, contagio di fuoco e di gusto. Ma il sale è anche un simbolo spirituale: Voi, discepoli, come il sale, avete il compito di far emergere dai vostri oceani interiori, che ci minacciano e al contempo ci generano, una forza, un bene, un gusto che sono già lì in voi, che chiedono solo di innalzarsi alla luce.

Deve esserci qualcosa di sacro nel sale se lo incontriamo nel mare, nel pane, nei riti dell’ospitalità, nelle lacrime.

Voi siete il sale, cioè quello che impedisce alla storia di corrompersi. Siete un’intensificazione del gusto del vivere. Voi siete la luce, cioè quella che misura il tempo, che scaccia le paure.

Mi conosco bene, non sono né luce né sale. Eppure il Vangelo mi incalza: Non fermarti alla superficie di te e al ruvido dell’argilla di cui sei fatto; cerca in profondità, verso la cella segreta del cuore, e troverai una lucerna accesa e una manciata di sapore cristallino. Voi siete luce. Gesù lo annuncia alla mia anima bambina, si fida di quella parte di me che sa ancora incantarsi e accendersi.

Se il sale resta chiuso nel suo barattolo non serve a niente, la sua vocazione è disperdersi nel cibo. La luce non illumina se stessa, ma le cose su cui si posa, e non torna indietro alla sua sorgente. Allo stesso modo: «Se mi chiudo nel mio io, pur adorno di tutte le virtù, e non partecipo all’esistenza degli altri, posso essere privo di peccati, e tuttavia vivo in una condizione di peccato» (G. Vannucci).

Osserva l’umiltà del sale e della luce. Non attirano l’attenzione su di sé, non si mettono al centro. Non hanno lo scopo di perpetuare se stessi, ma di valorizzare l’altro. E così è la Chiesa: non è un fine, ma un mezzo per rendere migliore la vita delle persone.

Osservo la luce: non fa violenza, ma accarezza le cose, le avvolge e con il suo tocco ne fa emergere i colori e la bellezza. I cristiani sono rabdomanti delle stesse cose nelle persone! Fanno emergere il bello e il buono, il dono dell’intelligenza, dei talenti, della fame di giustizia.

Fanno come il Signore, che vede nelle sue creature la luce prima del buio, la primavera dentro l’inverno, il santo prima del peccatore, l’invisibile dentro il visibile. Così noi, “quelli del Vangelo”, siamo gente che ogni giorno accarezza la vita e ne fa emergere il bello; nei nostri occhi deve splendere la venerazione per ogni vivente. «Ecco io carezzo la vita, perché profuma di te» (Rumî).

Accarezzi la vita, e sulle mani ti resta il profumo di Dio.