La scuola non è un’isola
Ai fatti violenti compiuti da giovani si risponde chiamando sempre in causa la scuola, come se essa non fosse dentro un contesto sociale e comunicativo di continua aggressività; e mentre il governo sceglie di reprimere, in realtà taglia sulla necessaria prevenzione.
A leggere non pochi ‘articoli’ usciti via via sulla terribile vicenda accaduta in una scuola di La Spezia — con la morte di Youssef Abanoud, ucciso in classe da un compagno —, insieme ad altri episodi simili di aggressività giovanile di cui la ‘cronaca’ non perde una notizia, viene lo sconforto. Non solo per il fatto in sé, certamente gravissimo, certamente segno di una situazione giovanile complessa, ma per tutta la retorica che ne segue; perché poi agli eventi drammatici si unisce la solita squallida trafila di speculazioni, politiche e comunicative, per raccattare qualche misero punti di consenso, per animare le discussioni da bar o da serale di Rete4… ed emerge, in modo più o meno subdolo, che, insomma, la colpa è della scuola e degli insegnanti che non hanno fatto, non hanno agito per tempo, etc… Come se, ad esempio, stando a quanto pare sia successo nei mesi scorsi a La Spezia grazie a un insegnante, mettere in cerchio degli adolescenti per far esprimere delle emozioni profonde, anche contraddittorie o ‘di morte’, comporterebbe subito l’avviso dell’autorità giudiziaria. Non vedendo, invece, l’utilità di un simile esercizio, che cerca di esternalizzare, dare spazio anche a pulsioni negative: e oggi, sinceramente, chi lo fa con i ragazzi e le ragazze?
Perché, in fondo, che siano comportamenti aggressivi o auto-aggressivi, in crescita tra gli adolescenti, c’è sempre del disagio da accogliere, comprendere, gestire; c’è sempre un percorso educativo che da una parte chiede e chiama alla responsabilità seria dei propri gesti, ma poi domanda anche ascolto.
E la scuola? Questa scuola che ‘non farebbe abbastanza’, questa scuola — leggi insegnanti, in buona sostanza — che si arrabatta in mille educazioni, mille burocrazie, fondi e bandi, programmi e progetti, in strutture ed edifici che, spesso, già stanno dicendo ai ragazzi quanto lo Stato (la comunità) crede in quello che essi fanno: ossia poco o niente…
Il punto è che si continua a pensare alla scuola come a un’isola, non figlia e sorella della società in cui essa è, in cui tutti siamo: ma se la scena mondiale è dominata da quattro anziani ‘bulli’ che fanno della violenza e dell’aggressività il loro distintivo e la loro bussola, che legittimano la forza e la menzogna come strumenti di dominio; se l’economia è regno della competitività sfrenata, dove conta l’accumulo e il debole perisca; se la comunicazione è un semplice prendere atto o, troppo sovente, un solleticare l’immagine tossica del dominatore, facendo leva sugli istinti più bassi e più emotivi del pubblico, da impaurire, da spaventare, per invocare ‘legge e ordine’; se la demografia ci dice di una società sempre più vecchia, sempre più nostalgica… e ugualmente violenta (perché l’aggressività non è certo solo dei ragazzi)…
E se, soprattutto, ogni azione violenta non fa altro che produrre una semplice idea di repressione per accontentare il pubblico che beve da tv, giornali e social le continue narrazioni di mostri, evitando ogni analisi, ogni richiamo alla realtà… bene, se tutto questo accade, crediamo davvero che la barchetta sgangherata della scuola possa attraversare indenne la tempesta, con il suo carico di umanità fragile, disorientata, in formazione? Che la scuola salvi, guarisca, rammendi, essa sola, essa unica?
I giovani, la scuola, tutti assorbono questo clima velenoso di violenza. Una scuola che è stata piegata (e piagata) nel corso degli anni da logiche che sono solo economiche e non certo educative. E ci si stupisce di quanto accade?
Il tempo pieno, l’aumento delle ore di presenza a scuola, soprattutto negli anni delicatissimi della preadolescenza, non aumenta, anzi; le ore di scienze motorie sono le medesime da decenni; i percorsi artistici e creativi sono lasciati alla buona volontà di qualche insegnante generoso, senza una vera ideazione globale; le biblioteche scolastiche sono aperte a macchia di leopardo; le classi pollaio, che per il ministro non inficiano il clima educativo, sono non raramente la norma, soprattutto in quartieri e in istituti dove il disagio richiederebbe ben altre presenze di adulti; gli sportelli psicologici, quando ci sono, hanno la disponibilità di una manciata di ore; pochi i percorsi per i genitori, e spesso così facoltativi che ci va chi non ne ha veramente bisogno: e come raggiungere allora le famiglie, prima che esploda la cronaca? Senza parlare del far west del mondo digitale, che si fatica a regolare per non toccare interessi molto corposi.
Ora, si parla di mettere in certi casi i metal detector nelle scuole e simili azioni di matrice più poliziesca che educativa; l’ottica, pur nell’aumento dei reati, è insomma quella della repressione, che senza una seria prevenzione è semplicemente propaganda pseudo-rassicurante.
Invece, tanto per stare ai numeri, l’attuale governo ha portato il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, che nasce nel 2016 con una dotazione di 100 milioni, a 3 milioni; il Fondo politiche giovanili è stato dimezzato; il Fondo per l’infanzia e l’adolescenza ha perso il 10%; i comuni devono far fronte a bisogni crescenti con bilanci più magri (fonte Dataroom, Corriere della sera); la quota di PIL spesa in istruzione è scesa al 3.9%, dando all’Italia l’invidiabile posto di terz’ultimo paese in UE dopo Romania e Irlanda, contro una media UE del 4.7% (fonte Openpolis).
Di cosa, dunque, stiamo parlando?
E ma la famiglia… ma la scuola, signora mia, i giovani di oggi, i professori…
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Sergio Di Benedetto 02/02/2026)
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Vedi anche il post precedente:













