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venerdì 18 settembre 2026

Tonio Dell'Olio Quando la patria diviene un vitello d’oro

Tonio Dell'Olio
 
Quando la patria diviene un vitello d’oro
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  16 settembre 2026


Un Paese non è screditato da chi ne denuncia i crimini, ma dai crimini che si rifiuta di guardare. Eppure un ministro israeliano chiede che Yuval Abraham e Rachel Szor, registi di Naza, siano privati della cittadinanza. La loro colpa è di aver raccolto le testimonianze di ventiquattro militari e uomini dell’intelligence sulle operazioni a Gaza.

Il film racconta sistemi algoritmici che selezionano gli obiettivi e calcolano quanti civili possano essere “sacrificati”. Dietro la gelida precisione dell’intelligenza artificiale, però, restano decisioni umane: qualcuno progetta, autorizza, preme un tasto; qualcun altro muore. 

La reazione del potere è istruttiva. Invece di accertare i fatti, processa le coscienze. Invece di interrogarsi sulle vittime, accusa di tradimento chi rende visibile il meccanismo che le produce. 
Peccato gravissimo: la patria diviene il vitello d’oro che pretende silenzio e obbedienza. 

Ma cittadino leale non è chi approva tutto. È chi impedisce al proprio Paese di smarrire l’anima. 

Quelle voci, raccolte di notte sui tetti di Tel Aviv, non sono contro Israele: sono contro la disumanità che divora palestinesi e israeliani. 

Si può revocare un passaporto, minacciare un autore, censurare un film. Non si può togliere la cittadinanza alla coscienza. Né impedire alla verità, prima o poi, di tornare a casa.

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giovedì 17 settembre 2026

XXXIII anniversario del Martirio del Beato Giuseppe Puglisi - Don Mimmo Battaglia scrive una lettera a don Pino


“Caro don Pino, uomo disarmato davanti a uomini armati,
un sorriso davanti alla morte.
Possono spezzarti il corpo,
ma non possono più fermare ciò che hai messo in cammino”

Nella Chiesa Cattedrale la Celebrazione Eucaristica nel XXXIII anniversario del Martirio del Beato Giuseppe Puglisi presieduta dall'Arcivescovo di Napoli, il Cardinale Domenico Battaglia

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XXXIII anniversario del Martirio del Beato Giuseppe Puglisi

Celebrazione Eucaristica presieduta dal Card. Domenico Battaglia
Arcivescovo di Napoli

Chiesa Cattedrale, 15 settembre 2026


E’ stato il Card. Domenico Battaglia, Arcivescovo di Napoli, a presiedere nella Chiesa Cattedrale di Palermo la Celebrazione Eucaristica nel XXXIII anniversario del Martirio del Beato Giuseppe Puglisi. In luogo dell’omelia, il Card. Battaglia ha offerto una sua “lettera” a don Pino Puglisi:

Lettera a don Pino Puglisi

Questa sera avrei potuto pronunciare un discorso.

Avrei potuto parlare del beato Giuseppe Puglisi, del sacerdote, dell’educatore, del martire. Avrei potuto ricordare le date, ricostruire gli avvenimenti, cercare parole solenni per raccontare ciò che accadde qui, trentatré anni fa.

Ma ci sono uomini dei quali non si riesce a parlare al passato.

Uomini che, quando li chiami per nome, sembrano voltarsi.

Per questo ho scelto di non pronunciare un discorso su don Pino. Ho scelto di scrivergli una lettera. Perché le lettere si scrivono a chi è lontano, è vero. Ma qualche volta si scrivono anche a chi è diventato così vicino da non poter essere raccontato: soltanto chiamato.

E allora permettetemi di cominciare così.

Caro don Pino.

Caro don Pino,

sono passati trentatré anni.

Gli uomini li contano così, gli anni: uno dopo l’altro. Li mettono in fila per convincersi che il tempo proceda diritto e che ciò che è accaduto rimanga indietro.

Ma il tempo di Dio non cammina in quel modo.

Il tempo di Dio torna.
Riapre le porte.
Raccoglie le parole lasciate cadere.
Fa germogliare ciò che credevamo sepolto.

Per questo, Pino, tu non sei rimasto indietro.

Sei ancora qui.

Sei nella voce di un ragazzo che rifiuta il primo favore della mafia. Sei nelle mani di una madre che protegge suo figlio dalla strada. Sei in un insegnante che non si rassegna. Sei in un prete che apre una porta quando tutti gli consigliano di chiuderla.

Sei in ogni uomo che, davanti al male, non domanda se riuscirà a vincere.
Domanda soltanto da quale parte deve stare.

Tu avevi capito una cosa semplice e terribile: la mafia non comincia con una pistola.

Comincia molto prima.

Comincia quando a un bambino viene rubata la possibilità d’immaginare una vita diversa.

Cosa Nostra.
Poltrona di paura.
Altare di omertà.
Scuola di miseria educativa.

Eppure, dentro quella poltrona di paura, abitava il tuo sorriso obliquo.

Camicia chiara, fronte larga, capelli in lite perpetua con il vento di mare.

Portavi in tasca palloni sgonfi e Vangeli consunti. Li rovesciavi nelle mani dei ragazzini come semi in un campo che tutti chiamavano perduto.

Insegnavi loro a leggere il giornale, perché imparassero a leggere anche il mondo. Nessun proclama. Nessuna scorta. Soltanto il Vangelo appeso al filo del quotidiano.

E bastò.

Bastò a smascherare l’invincibilità dei boss. Avevano compreso che un bambino capace di leggere, giocare, scegliere e alzare la testa sarebbe diventato un uomo impossibile da mettere in ginocchio.

Ed ecco il paradosso: quando il potere si accorse di quel prete disarmato, ne decretò la condanna. Perché un Vangelo che cammina scalzo per il vicolo, che ride al sole con i bambini, spezza più catene di mille comizi.

C’è un’intelligenza sovversiva nel dono gratuito: non si compra, non si ricatta, non si arresta. Il male la teme più del piombo.

Fu allora che decisero di fermarti.

Quella sera era il tuo compleanno. Tornavi a casa. Ti aspettavano davanti al portone.

Tu li vedesti.
E sorridesti.

«Me l’aspettavo».

Forse il Vangelo intero è racchiuso in quell’istante.

Un uomo disarmato davanti a uomini armati. Un sorriso davanti alla morte. La certezza che possono spezzarti il corpo, ma non possono più fermare ciò che hai messo in cammino.

Ti uccisero, Pino.

Ma sbagliarono i calcoli.

Pensavano che eliminando un uomo avrebbero cancellato un segno. Non sapevano che i segni di Dio funzionano al contrario: quando vengono spezzati, si moltiplicano.

Come il pane.

Da quella sera sei diventato pane.
Pane per Palermo.
Pane per la Chiesa.
Pane per quanti continuano a vivere nelle periferie dimenticate, dove lo Stato arriva tardi e la criminalità arriva sempre puntuale.

Vengo da Napoli, Pino. Da una città bellissima e ferita, così simile alla tua. Anche lì conosciamo quartieri nei quali nascere può sembrare già una condanna. Anche lì ci sono ragazzi ai quali il male offre un lavoro prima che il bene riesca a offrire una speranza.

Le periferie si assomigliano tutte.

Cambiano i nomi delle strade, ma le madri piangono allo stesso modo. I ragazzi hanno la stessa fame di futuro. E il male usa sempre la medesima menzogna: convincere gli ultimi che non esista nessun’altra possibilità.

Tu ci hai insegnato che la Chiesa deve stare precisamente lì.

Non a osservare le ferite da lontano.
Non a organizzare convegni sulla sofferenza degli altri.
Non a benedire l’ordine apparente delle cose.

Deve stare dentro la ferita.

Deve conoscere i nomi. Deve entrare nelle case. Deve sedersi accanto a chi non conta. Deve sporcarsi le mani di vita, anche quando la vita è confusa, arrabbiata, persino colpevole.

Una Chiesa che non disturba il potere rischia di non consolare più nemmeno i poveri.

Tu disturbavi.

Disturbavi perché eri libero. E gli uomini liberi sono insopportabili per chi governa attraverso la paura.

Non avevi bisogno di gridare. Ti bastava esserci.

In un mondo nel quale tutti volevano essere qualcuno, tu avevi scelto di essere accanto a qualcuno.

Forse è questa la santità.
Non salire, ma scendere.
Non farsi vedere, ma vedere.
Non chiedere agli altri di venire, ma andare a cercarli.

Oggi siamo venuti qui per ricordarti. Ma tu, probabilmente, ci domanderesti di non perdere troppo tempo a ricordare.

Ci indicheresti ancora i bambini.

Ci diresti che la memoria è vera soltanto quando diventa responsabilità. Che deporre un fiore non basta, se poi lasciamo soli coloro per i quali sei morto. Che pronunciare il tuo nome può diventare persino una forma elegante di tradimento, se non abbiamo il coraggio di continuare ciò che hai cominciato.

Avevi detto: «Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto».

Non chiedesti a tutti di fare tutto.

Chiedesti a ciascuno di fare qualcosa.

È in quel “qualcosa” che oggi si misura la nostra fedeltà.

Qualcosa per un ragazzo che sta per perdersi.
Qualcosa per una famiglia soffocata dalla povertà.
Qualcosa per chi denuncia e rimane solo.
Qualcosa per liberare le nostre comunità dal favore, dall’omertà e dalla rassegnazione.
Qualcosa, anche piccolo, purché sia vero.

Perché il bene non ha sempre bisogno di gesti straordinari.

Talvolta gli basta una porta aperta.

La tua porta.

Caro Pino, veglia sulle nostre città.

Veglia su Palermo e su Napoli. Sui vicoli nei quali la bellezza e il dolore abitano nella stessa casa. Sui sacerdoti stanchi, perché non dimentichino per chi sono diventati sacerdoti. Sulla Chiesa, perché non cerchi protezione presso i potenti e non perda mai la libertà di chiamare il male con il suo nome.

Veglia soprattutto sui bambini.

Quando qualcuno dirà loro che non possono cambiare la propria storia, aiutaci a essere lì. A dire il contrario. A raccontare che esiste sempre un’altra strada e che nessun uomo nasce per appartenere alla mafia, alla camorra o alla paura.

Aiutaci a non limitarci a commemorare il tuo martirio.

Insegnaci a renderlo inutile.

Inutile, sì.

Perché nessun altro sacerdote debba morire per aver difeso i bambini. Perché nessun ragazzo debba scegliere tra la fame e il crimine. Perché nessuna madre debba inginocchiarsi davanti alla bara di un figlio.

Quel giorno, Pino, il tuo sangue avrà finalmente terminato di gridare.

E resterà soltanto il sorriso.

Quel sorriso con cui accogliesti persino chi veniva a ucciderti. Non il sorriso di chi si arrende, ma quello di chi sa che il male è già sconfitto, anche quando sembra avere in mano l’ultima parola.

Perché l’ultima parola non appartiene agli assassini.
Non appartiene alla paura.
Non appartiene alla morte.

L’ultima parola appartiene sempre alla vita.

Buon compleanno, Pino.

Continua a camminare con noi.

E quando ci vedrai stanchi, prudenti, tentati di voltarci dall’altra parte, torna a ripeterci la tua frase più semplice.

Ognuno faccia qualcosa.

Noi proveremo a farlo.

Perché si possa fare molto.
Perché si possa fare tutto.
Insieme.

Don Mimmo
(fonte: Chiesa di Palermo Ufficio Stampa 15/09/2026)

UDIENZA GENERALE 16/09/2026 Leone XIV: La diversità dei popoli è arricchimento e non pericolo

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro 
Mercoledì, 16 settembre 2026

La diversità dei popoli è arricchimento e non pericolo

All’udienza generale Leone XIV prosegue le catechesi sui documenti conciliari soffermandosi sul secondo capitolo della «Gaudium et spes»


«La diversità delle persone e dei popoli nel mondo non va considerata come un pericolo o una minaccia, ma come potenzialità di arricchimento e di crescita». Lo ha evidenziato Leone XIV all’udienza generale di stamane, mercoledì 16 settembre, in piazza San Pietro.

Rientrato in Vaticano — al termine della giornata di martedì trascorsa come di consueto a Castel Gandolfo —, il Papa ha proseguito il ciclo di catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II, soffermandosi sul secondo capitolo della costituzione pastorale Gaudium et spes e approfondendo il tema «La comunità umana (GS, 23-32)».

Rivolgendosi ai venticinquemila fedeli presenti e a quanti lo seguivano attraverso i media il Pontefice ha parlato dello sviluppo tecnologico, della diffusione dei mass media e dei social media e del sempre crescente ricorso all’intelligenza artificiale che da una parte «aprono nuove possibilità, abbattendo barriere e distanze» e dall’altra tendono a far diventare le relazioni «sempre meno personali, più virtuali» con il rischio «di abituarsi a delegare agli algoritmi decisioni che spettano solo alla coscienza umana». Di conseguenza, ha aggiunto il vescovo di Roma, «fare in modo che i rapporti sociali abbiano spessore reale e profondità personale è il contributo che la comunità cristiana si propone di offrire».


Leggi anche:
(fonte: L'Osservatore Romano 16/09/2026)

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Leone XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 1-10). 3. La comunità umana (GS, 23-32)


Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Dedicando il secondo capitolo alla “comunità umana”, la Costituzione Gaudium et spes (GS) invita a considerare il «moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini» come «uno degli aspetti più importanti del mondo d’oggi» (n. 23). Questa realtà necessita però di trovare il suo compimento «più profondamente nella comunità delle persone», per la quale è indispensabile «un reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale» (ibid.).

Sono affermazioni che, ai nostri giorni, vedono accresciuta la loro urgenza. Da una parte, infatti, lo sviluppo tecnologico, la diffusione dei mass media e dei social media, il sempre crescente ricorso all’intelligenza artificiale aprono nuove possibilità, abbattendo barriere e distanze; dall’altra, le relazioni tendono a diventare sempre meno personali, più virtuali, e si rischia di abituarsi a delegare agli algoritmi decisioni che spettano solo alla coscienza umana. Fare in modo che i rapporti sociali abbiano spessore reale e profondità personale è, a tale riguardo, il contributo che la comunità cristiana si propone di offrire.

Il Concilio invita ad attingere criteri e forza dal progetto creatore di Dio, il quale ha voluto che «tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli»; per questo «l’amore di Dio e del prossimo è il primo e più grande comandamento», che in Cristo ha avuto la sua piena rivelazione e la sua compiuta attuazione (cfr GS, 24).

Il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della società vanno considerati tra loro come strettamente interdipendenti: contrapporli o separarli significherebbe vanificarli. La storia, anche più recente, conferma questa verità in maniera chiara e, perciò, non bisogna stancarsi di ribadire con i Padri del Vaticano II che «la persona umana, che di natura sua ha assolutamente bisogno d’una vita sociale, è e deve essere principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali» (GS, 25).

In questa prospettiva, Gaudium et spes afferma che la diversità delle persone e dei popoli nel mondo non va considerata come un pericolo o una minaccia, ma come potenzialità di arricchimento e di crescita. La contrapposizione, che a volte degenera in violenza, è un frutto del potere del peccato e di come esso condiziona le mentalità e le azioni, a tutti i livelli, causando distruzione e morte. Occorre aprirsi sempre più alla logica della reciprocità, della condivisione e della cura, come accade anche tra le diverse membra del corpo umano (cfr 1Cor 12,21-25).


In questo punto, la Costituzione pastorale offre anche una sintetica definizione di “bene comune”, ricordando che esso consiste nell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente» (GS, 26). Nello stesso tempo, riconoscendo l’interdipendenza fra i popoli, essa afferma che «ogni gruppo deve tener conto dei bisogni e delle legittime aspirazioni degli altri gruppi, anzi del bene comune dell’intera famiglia umana» (GS, 26).

A partire da questa impostazione, i Padri conciliari indicano poi alcune «conseguenze pratiche di maggiore urgenza» (GS, 27). Anzitutto, il rispetto della persona umana. Dice Gaudium et spes: «Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili: tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose» (ibid.).

Seconda conseguenza: il rispetto e l’amore anche per gli avversari o per quanti hanno modi di pensare e di agire diversi dai propri (cfr GS, 28).

In terzo luogo: la fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini che esige giustizia sociale. Dice il Documento: «Ogni genere di discriminazione circa i diritti fondamentali della persona, sia in campo sociale che culturale, in ragione del sesso, della razza, del colore, della condizione sociale, della lingua o religione, deve essere superato ed eliminato, come contrario al disegno di Dio» (GS, 29).

Infine, i Padri conciliari esortano a superare la mentalità individualistica e ad assumere un atteggiamento di responsabilità e partecipazione (cfr GS, 30-31).

Cari fratelli e sorelle, questa visione dell’umanità come “comunità di persone” è una consegna preziosa che il Concilio Vaticano II ci ha lasciato. Essa aiuta tutti noi a compiere un discernimento personale e comunitario, per valutare con responsabilità i progetti sociali e politici di oggi, in base ai criteri della dignità della persona umana, della giustizia sociale e della libera partecipazione alla costruzione del bene comune. Perché il futuro dell’umanità dipende dall’impegno di ciascuno per collaborare con Dio e con i fratelli a costruire un mondo più umano (cfr GS, 30).

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, specialmente ai sacerdoti del Pontificio Collegio Messicano e ai Seminaristi del Pontificio Collegio Urbano “de Propaganda Fide”: nel formulare i migliori auguri per i vostri studi, vi assicuro il ricordo nella preghiera. Saluto, poi, i Religiosi dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, incoraggiandoli nella sequela di Cristo e nel servizio alle persone più fragili; i fedeli della Parrocchia Santissima Annunziata in Buonabitacolo, venuti per far benedire la Statua della Madonna del Carmine, auspicando per ciascuno una rinnovata devozione verso la Madre di Dio; i partecipanti al Corso per l’assistenza farmaceutica, esortando a integrare competenza scientifica, prossimità e visione integrale della persona umana.

Accolgo con affetto i Cappellani delle carceri italiane, accompagnati dal direttore generale don Raffaele Grimaldi. Carissimi, vi esprimo la mia viva riconoscenza per il vostro importante apostolato in questi luoghi di umana sofferenza: siate sempre presenza viva del Vangelo e della speranza cristiana. In particolare, sono grato all’Ispettorato Generale dei Cappellani e a tutti voi, per la preziosa collaborazione, che rendete a me e alla Segreteria di Stato, nel soccorrere spiritualmente le esistenze travagliate di tanti fratelli e sorelle detenuti che scrivono al Papa per raccontare i loro drammi e le loro ferite.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Nei giorni scorsi, la liturgia ci ha fatto meditare sul mistero della Croce e sui dolori della Madre del Signore. La croce di Cristo e l’esempio della Vergine Addolorata, illuminino la vostra esistenza, cari giovani; vi sostengano nelle prove quotidiane, cari ammalati; e siano di stimolo per voi, cari sposi novelli, ad un’esistenza familiare coerente con i principi evangelici.

A tutti la mia Benedizione.


Guarda il video integrale



mercoledì 16 settembre 2026

“Un’altra difesa è possibile”: cosa significano quelle 50mila firme

“Un’altra difesa è possibile”:
cosa significano quelle 50mila firme


È un «traguardo storico» quello raggiunto dalla campagna “Un’altra difesa è possibile” con il superamento della soglia delle 50mila firme necessarie per depositare in Parlamento il testo di una Proposta di Legge (PdL) d’iniziativa popolare sulla Difesa civile non armata e nonviolenta, in attuazione degli artt. 11 e 52 della Costituzione. Nonostante il disinteresse dei media mainstream e le difficoltà iniziali, la mobilitazione di movimenti della società civile e degli enti locali ha impresso una svolta insperata alla mobilitazione. La raccolta prosegue fino al 18 settembre per rafforzare il mandato politico in vista del dibattito parlamentare e lanciare un segnale chiaro alle forze politiche per il 2027. La PdL – che chiede l’istituzione e il finanziamento di un Dipartimento per la Difesa civile non armata e nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri – sarà consegnata in nei prossimi giorni in Senato, dove ci si augura possa iniziare al più presto il suo iter parlamentare.

Con lo sguardo puntato sulle elezioni del 2027, i promotori della Campagna ritengono di aver fornito «un banco di prova su cui chiamare a pronunciarsi le forze politiche: destinare risorse alla prevenzione dei conflitti, alla mediazione e alla cooperazione, invece che alla sola crescita della spesa militare, è una scelta di campo che riguarda il futuro del Paese».

«L’obiettivo è portare sul tavolo della politica e nel dibattito nazionale il tema di un’altra difesa possibile», spiega Mao Valpiana (presidente del Movimento nonviolento e coordinatore della campagna “Un’altra difesa è possibile”), «spostando fondi pubblici dalla preparazione della guerra alla costruzione della pace».

Questo importante obiettivo è «il segnale di una sensibilità diffusa nel nostro Paese contro la guerra e le spese militari. Ci aspettiamo ora che il Parlamento, invece di altre misure per il riarmo, discuta la proposta di legge e risponda alla domanda che sale dai cittadini e dalle cittadine», aggiunge anche Giulio Marcon (co-portavoce di Sbilanciamoci!).

Sulla stessa lunghezza d’onda Laura Milani (presidente della CNESC): «In questo momento storico, in cui si tende a normalizzare la guerra, a militarizzare la società e a far passare la corsa al riarmo come l’unica via per garantire la sicurezza, è un segnale straordinario che così tante persone abbiano voluto firmare per questa legge di iniziativa popolare. È un invito forte a un cambiamento di prospettiva sul modo di intendere la difesa e su come costruire vere politiche di pace».

«Siamo pronti ad affrontare il confronto con il Parlamento e con l’opinione pubblica sul modello di difesa necessario per il nostro Paese», afferma infine Alfio Nicotra (coordinatore dell’Esecutivo di Rete Italiana Pace Disarmo). La nostra proposta «arriva alle Camere prima della tanto annunciata “riforma Crosetto” dello strumento militare nazionale. Mentre il militarismo mostra su tutti i fronti il proprio fallimento, incapace di risolvere i conflitti e di dare sicurezza ai popoli, il movimento per la pace propone una difesa reale della nostra società e della nostra democrazia, fedele ai principi sanciti dagli articoli 11 e 52 della Costituzione. Questo schieramento vasto e unitario, che ha fatto della nonviolenza e del disarmo il proprio manifesto politico, rappresenta una risorsa importante per la nostra democrazia. In tempi in cui il riarmo viene spacciato come unica soluzione alla guerra mondiale a pezzi, non era facile scrivere una pagina diversa. Invece l’abbiamo scritta, ed è per noi il primo passo nella direzione giusta».

Ricordando don Roberto Malgesini sei anni dopo: «La santità è compiere straordinariamente bene l’ordinario»

Ricordando don Roberto Malgesini sei anni dopo
«La santità è vivere straordinariamente bene l’ordinario.» 
 

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«La santità è vivere straordinariamente bene l’ordinario.» 

È questa la frase che accompagna la prima puntata di “Ho visto dei fratelli”, la nuova rubrica del podcast della Diocesi di Como dedicata a don Roberto Malgesini. A inaugurare questo percorso è il Vescovo Oscar Cantoni, che racconta don Roberto attraverso la sua vita quotidiana, fatta di gesti semplici, incontri, attenzione e prossimità. Una santità vissuta nelle cose di ogni giorno, nel prendersi cura delle persone e nel riconoscere in ciascuno un fratello. Un viaggio attraverso le testimonianze di chi ha conosciuto don Roberto e ha condiviso con lui un tratto di strada, per continuare a scoprire la sua vita e il segno che ha lasciato nella nostra Chiesa.

“Ho visto dei fratelli” 
📅 Ogni 15 del mese 
⏰ Alle 7.30 

Il 15, giorno in cui don Roberto è morto, diventa così un appuntamento per fermarsi, ascoltare e fare memoria. Perché ricordare don Roberto significa anche lasciarsi provocare dalla sua vita e chiederci come, nelle nostre giornate ordinarie, possiamo vivere qualcosa di straordinario.

Guarda il podcast

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«La santità è compiere straordinariamente bene l’ordinario», don Malgesini sei anni dopo

Nel primo episodio del podcast della Diocesi di Como, il cardinale Cantoni ricorda il sacerdote valtellinese: «Un uomo sereno e un prete semplice, capace di chinarsi sui poveri con amore e rispetto».

«Di don Roberto esiste una foto molto bella, che diventa l’icona della sua personalità: lo si vede alle prese con un bambino a cui fa succhiare il latte nel biberon. Quando guardo questo scatto penso sia la migliore raffigurazione della tenerezza di Dio che un uomo può descrivere attraverso la sua umanità».

In poche parole, il cardinale Oscar Cantoni ha riassunto al meglio i tratti più significativi della vita di don Roberto Malgesini, ucciso sei anni fa esatti come ieri. Nel giorno dell’anniversario, la Diocesi di Como ha pubblicato online la prima puntata di “Ho visto dei fratelli”, un podcast dedicato alla figura del sacerdote valtellinese con i ricordi di chi lo ha conosciuto e ha condiviso con lui un tratto di strada.

E non poteva che essere il vescovo Cantoni il primo testimone della vita e delle opere di don Malgesini: legato a lui da una sincera amicizia fin dai tempi del Seminario, nei primi anni di ministero episcopale nella Chiesa lariana lo ha sempre sostenuto e incoraggiato nella sua missione.

Una missione, appunto. Ma non definitela “straordinaria”: no, tutt’altro, visto che «la santità è compiere straordinariamente bene l’ordinario». Ne è convinto il cardinale, pensando anche all’avvio dell’inchiesta diocesana per la causa di beatificazione del Servo di Dio.

«Don Roberto ha vissuto una vita del tutto normale, tranquilla, molto simile alla nostra. Ha semplicemente cercato di valorizzare bene l’ordinario, cioè compiere scelte di bene secondo le occasioni che gli si sono presentate, rispondendo con amore a tutto ciò che gli capitava, con tutte le persone che ha aiutato e confortato».

In merito alla causa di beatificazione, aperta solennemente il 6 giugno a Como, nella prima puntata del podcast Cantoni spiega che «si tratta di un momento di grazia molto forte. Ci stiamo rendendo conto che lo Spirito Santo è vivo e opera nella Chiesa di oggi, in mezzo a noi, con delle persone che credono alla sua azione e collaborano con lui per rendere più bello e più vivibile, ma soprattutto conforme al disegno di Dio, il nostro mondo».

La santità, ovvero «la meta comune di tutti i cristiani», dunque «non è un ideale astratto e irraggiungibile, ma una realtà anche per noi». Dunque, «se don Roberto con il suo stile di vita diventa un modello significativo per noi, allora viene spontanea una domanda: se per lui è possibile diventare santo, perché non posso diventarlo anche io?», si è chiesto il vescovo.

Di don Malgesini «si parla ovunque, oltre i nostri territori, in Italia e all’estero. È piaciuta la sua figura di uomo sereno e prete semplice. Non si dava importanza, né tantomeno si credeva un eroe. Soprattutto ha colpito la sua mitezza verso tutti, anche verso coloro che lo hanno osteggiato e certamente non lo hanno capito. Sorrideva di fronte a certi giudizi duri e non rispondeva al male con il male, ma continuava per la sua strada», il ricordo del cardinale.

«Ha cercato di tradurre il Vangelo soprattutto quando ha imparato a riconoscere nei bisognosi la carne stessa di Gesù. È stato colpito dall’azione di Cristo che riconosce l’azione compiuta verso il povero come fatta a lui. Solo per amore di Gesù si è chinato sui poveri con grande riverenza e rispetto», sempre con «un cuore ospitale» e «mai giudicante».

Il cammino verso la beatificazione è lungo, senza dubbio. Ma i germi di santità, per l’appunto, sono molto evidenti: lo erano già in vita, lo sono ancora adesso. «Don Roberto oggi ci chiede una cosa sola: diventare veri amici di Gesù. Questo è il segreto di don Roberto: chi segue la Parola del Signore e coltiva ogni giorno nella preghiera il proprio rapporto con Dio, si innamora di lui e, con l’aiuto dello Spirito Santo, diventa come lui, mite e umile di cuore, capace di fare della propria vita un dono per tutti i fratelli».
(fonte: La Provincia unica, articolo di Filippo Tommaso Ceriani 15/09/2026)

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Numerosi sono i post che abbiamo dedicato a don Roberto Malgesini, ne segnaliamo solo alcuni per chi volesse saperne di più su di lui:



martedì 15 settembre 2026

Quella mano che non tendiamo più


Quella mano che non tendiamo più


C’è un momento della celebrazione eucaristica che, da qualche anno, è diventato imbarazzante. È il momento in cui il sacerdote dice «scambiatevi un segno di pace» e in tanti, invece di stringere la mano al vicino, abbozzano un sorriso, un cenno del capo, a volte restano proprio fermi.

Non è la prima volta che questo gesto va in difficoltà. Già nel 2014 il Vaticano dovette intervenire perché in molte parrocchie il segno di pace era diventato un piccolo carnevale di abbracci, ci si girava a salutare tutta la fila, i parenti nella panca dietro o il conoscente due file più avanti. Era un eccesso, l’affetto che debordava oltre il gesto e invadeva tutto lo spazio attorno. Roma chiese più sobrietà. Oggi il problema è rovesciato: non più un affetto che esonda, ma un affetto che si ritira. Da un eccesso di confidenza siamo passati a un difetto di prossimità.

Ripercorriamo brevemente i fatti più recenti, perché aiutano a capire quanto sia curiosa la situazione in cui ci troviamo oggi. Nel marzo 2020 le diocesi italiane e la Conferenza Episcopale Italiana sospesero ogni contatto fisico nel segno di pace per motivi sanitari del tutto comprensibili. Tra gennaio e febbraio 2021 fu concesso un ritorno parziale, con un inchino del capo o uno sguardo al posto del contatto. Poi, nel dicembre 2022, la CEI inviò indicazioni per ripristinare la forma consueta dello scambio, insieme all’uso delle acquasantiere. Nel maggio 2023, infine, una nota ha cancellato definitivamente ogni residua restrizione anti-Covid nelle nostre chiese.

Questo significa una cosa semplice: da oltre tre anni non esiste più alcuna indicazione, sanitaria o ecclesiale, che giustifichi l’evitare il contatto nel segno di pace. Eppure, in molte parrocchie quel gesto resta timido o è del tutto scomparso nella sua forma piena. Il virus è passato, le norme sono state ritirate da tempo. Il gesto, per molti, no.

Vale la pena chiedersi il motivo, perché è una domanda che dice qualcosa di più grande di una semplice abitudine liturgica.

Un gesto che deve fare, non solo dire

Prima di capire perché non lo facciamo più, bisogna ricordare cos’è, e qui vale la pena essere precisi, perché la posta in gioco è più alta di quanto sembri. Il segno di pace non è un saluto educato, come una stretta di mano tra colleghi. Nella celebrazione eucaristica arriva in un punto preciso, subito prima della comunione.

Fin dai primi secoli, i cristiani hanno insegnato che questo gesto è legato a una pagina del Vangelo di Matteo, dove Gesù dice che se stai per portare la tua offerta all’altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, devi prima andare a riconciliarti con lui e solo dopo tornare a offrire il tuo dono.

Leggendo bene questa pagina, si parla di due momenti distinti e la liturgia in qualche modo li ricorda entrambi, in due punti diversi della celebrazione eucaristica. Il confiteor, all’inizio, ci dispone alla celebrazione facendoci riconoscere davanti a Dio e ai fratelli la nostra condizione di peccatori. Il segno di pace, prima della comunione, manifesta la volontà di vivere nella pace e nella carità con chi ci sta accanto.

Nessuno dei due gesti, però, sostituisce la riconciliazione vera con chi abbiamo effettivamente offeso: chi sa di avere un torto concreto verso qualcuno non può considerarlo risolto perché ha recitato il confiteor o stretto una mano durante la celebrazione eucaristica. Il rito dispone il cuore e ne manifesta l’intenzione, non certifica un perdono che va comunque cercato e vissuto fuori e dentro la liturgia.

Non basta, allora, che la pace resti un’intenzione astratta, buona, ma mai verificata in un gesto concreto. Il segno di pace chiede che quell’intenzione passi almeno una volta attraverso un corpo, una mano tesa, un gesto che qualcun altro possa vedere e ricevere: un piccolo passo reale verso quella riconciliazione più grande che nessun rito può fare al nostro posto.

Non è sempre stato un gesto di tutti. Prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II, nella celebrazione eucaristica solenne il segno di pace restava riservato al presbiterio, trasmesso dal celebrante ai ministri secondo un ordine preciso, coerente con una liturgia che rifletteva ancora l’assetto sacrale di una società intera. Il Concilio, con la sua visione del popolo di Dio, ha esteso il gesto a tutti i fedeli, riconoscendo che ogni battezzato, non solo il ministro ordinato, partecipa pienamente di quella pace e può quindi mostrarla e riceverla in prima persona. È un gesto, insomma, che oggi tutti possiamo scambiare proprio in forza del battesimo che condividiamo, un dono da valorizzare, non da dare per scontato: quello che oggi facciamo con un gesto della mano, per secoli era stato riservato a pochi.

Proprio per questo fa specie che oggi, a gesto ormai aperto a tutti, siano tanti i fedeli a farne volentieri a meno. Ciò che il Concilio ha voluto restituire al popolo di Dio come segno pieno di una pace condivisa da tutti i battezzati, lo stiamo lasciando cadere in un cenno distratto, quasi non ce ne importasse più nulla. Un’apertura conquistata viene trattata come un peso da cui sottrarsi.

Per questo non è un dettaglio se si svuota. Un saluto formale, un cenno distante, comunica esattamente il contrario di quello che il gesto dovrebbe dire: comunica distanza, non vicinanza. Soprattutto, se il gesto che dovrebbe sigillare la riconciliazione non viene compiuto, resta aperta una domanda scomoda su cosa stiamo davvero portando all’altare.

Perché continuiamo a evitarlo

La cosa curiosa, appunto, è che non manca solo la paura del contagio. Manca anche, da tre anni, ogni indicazione ufficiale che chieda ancora prudenza. Perché allora il gesto resta timido?

La prima ragione è semplice pigrizia dell’abitudine, senza nessun giudizio morale in questo. Non fare qualcosa non richiede sforzo, restare fermi non costa nulla. Tornare a tendere la mano verso uno sconosciuto, invece, richiede un piccolo atto di volontà, vincere un’esitazione che nel frattempo si è fatta abitudine del corpo. E l’abitudine, si sa, tende a restare dove si trova, se nessuno la smuove.

La seconda ragione è più sottile, e proprio la cronologia appena ricordata la mette bene in luce. Durante il Covid, evitare il contatto non era percepito come chiusura verso l’altro, era prudenza, obbedienza a un’indicazione precisa, attenzione alla salute di tutti. Quell’etichetta, «prudenza», è rimasta attaccata al gesto molto più a lungo della prudenza stessa che la Chiesa ha ritenuto superata già a fine 2022. Così molti di noi continuano a vivere l’omissione come un comportamento neutro. Non ci accorgiamo nemmeno che si tratta di una piccola chiusura, perché continuiamo a chiamarla, dentro di noi, con un nome che non le spetta più da tempo.

C’è infine un fattore più ampio, che riguarda tutti, non solo chi partecipa alla celebrazione eucaristica. Viviamo sempre più abituati a incontrare gli altri attraverso uno schermo, che filtra, controlla la distanza, permette di scegliere quando e quanto avvicinarsi. Chi vive così passa sempre meno tempo ad allenarsi al contatto fisico non scelto con chi non conosce. Il segno di pace chiede esattamente questo, un contatto vero, non filtrato, con chi magari non abbiamo mai visto prima. Non stupisce che riesca sempre più difficile.

Non è un problema soltanto italiano, né soltanto di chi frequenta le nostre parrocchie. Chi torna a partecipare alla celebrazione eucaristica dopo anni di lontananza, anche in contesti molto diversi dal nostro, racconta la stessa scena: tende la mano e la trova esitante o non trova nessuna mano ad accoglierla. Chi la racconta si accorge, spesso a proprie spese, di essere finito anche lui, senza volerlo, a rispondere con la stessa esitazione a chi gliela tendeva. Nessuno ha deciso di chiudersi. Ognuno ha soltanto rispecchiato il gesto minimo che ha appena ricevuto.

Il nodo vero

Si potrebbe obiettare che la forma del gesto conta poco, che quello che conta davvero è la pace del cuore e che questa può benissimo starsene dentro di noi anche senza tradursi in un contatto fisico. È un’obiezione che vale la pena prendere sul serio, perché non è banale, ma non regge fino in fondo.

Se la pace di cui parliamo fosse davvero presente, quale impedimento reale ci sarebbe a mostrarla con un gesto tanto semplice quanto tendere una mano? Qui torna utile un’immagine che la lettera di Giacomo usa per un problema strutturalmente identico: una fede che non si traduce mai in opere non è una fede più riservata o più interiore, è semplicemente una fede morta, perché la fede vera per sua natura si mostra in ciò che fa.

Lo stesso vale per la pace di cui parliamo qui. Una pace di coscienza che sistematicamente rifiuta di mostrarsi in un gesto tanto piccolo non è una forma più sobria della stessa pace, è ragionevolmente sospetta di non esserci fino in fondo. Non perché la forma esterna vada idolatrata, ma perché una pace vera, quando trova davanti a sé un fratello e un gesto a portata di mano, normalmente non si trattiene.

Che cosa perdiamo, se non lo riprendiamo

Il cristianesimo non è mai stata una fede da tenere solo nel cuore, nelle intenzioni buone che restano dentro di noi. È una fede che si mostra nei gesti, che ha bisogno del corpo per essere vera fino in fondo. Una fraternità che smette di attraversare la distanza fisica con chi non conosciamo e si accontenta di restare un sentimento, rischia di diventare via via più debole, non perché la fede sia sparita, ma perché le manca l’esercizio che la tiene viva.

Se fuori dalle nostre chiese lamentiamo un mondo dove manca solidarietà, dove cresce la diffidenza verso lo straniero, verso chi è diverso, verso chi non conosciamo, forse dovremmo chiederci quale segno concreto la comunità cristiana stia ancora offrendo per mostrare che è possibile il contrario.

Gesù non ha lasciato dubbi su chi sia il prossimo da amare: non chi ci è vicino per affinità o conoscenza, ma chiunque incontriamo sulla strada, fosse pure uno sconosciuto, fosse pure un nemico, come nella parabola del buon samaritano. Se dentro le nostre chiese perdiamo l’abitudine a farci prossimi anche solo di chi ci siede accanto, che allenamento resta per farci prossimi di chi incontriamo fuori, che non condivide con noi nemmeno la fede?

Il segno di pace, nel piccolo di un’assemblea domenicale, era esattamente questo: la prova che ci si può fare prossimi a chiunque, non per simpatia, ma perché trasformati da un incontro più grande.

Un invito semplice

Non serve una decisione ufficiale, un documento, una direttiva pastorale. Serve che, la prossima domenica, qualcuno tenda per primo la mano, guardi negli occhi chi ha vicino, anche se non lo conosce, anche se è più comodo restare fermi. È un gesto piccolo. Ma è esattamente da gesti come questo che si vede se una comunità crede ancora che si possa essere fratelli di chiunque, o se ha smesso di crederci sul serio.
(fonte: Settimana News, articolo di Edoardo Mattei 28/08/2026)



Tonio Dell'Olio: La vita di Denise

Tonio Dell'Olio
 
La vita di Denise
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  14 settembre 2026


Denise Cosco è morta a trentacinque anni, la stessa età in cui sua madre, Lea Garofalo, fu assassinata dalla 'ndrangheta. In un articolo bellissimo pubblicato su Repubblica, Roberto Saviano ci mette in guardia dalla tentazione di chiamare "destino" questa tragica simmetria. Non sappiamo che cosa abbia attraversato le ultime ore di Denise.

Pretendere di spiegarlo sarebbe una violenza ulteriore. Ma sappiamo ciò che ha dovuto attraversare nei diciassette anni precedenti. 

A diciotto anni ebbe il coraggio di testimoniare contro il padre, gli zii, gli assassini di sua madre. Disse la verità e ne pagò il prezzo: un altro nome, un’altra città, una vita senza biografia, senza poter raccontare chi fosse e perché certe sere piangesse. 

Lo Stato ha protetto il suo corpo, non la sua vita. E noi? L’abbiamo applaudita, trasformata in simbolo e poi lasciata sola. È questa la domanda dolorosa che la morte di Denise ci consegna: che cosa chiediamo a chi rompe con la mafia, se dopo la testimonianza gli sottraiamo relazioni, memoria, futuro? 

I testimoni di giustizia non sono eroi da celebrare un giorno, ma persone da accompagnare ogni giorno. La mafia non deve vincere nei tribunali: le basta che chi si ribella rimanga solo. 
E quel silenzio che segue le condanne, scrive Saviano, non lo produce la 'ndrangheta. Lo produciamo noi. 
Denise non sia un santino né una notizia consumata in fretta. Sia un'accusa alla nostra coscienza: quanta solitudine può sopportare la verità prima di diventare una condanna?

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lunedì 14 settembre 2026

ANGELUS 13/09/2026 - Leone XIV: il perdono è indispensabile, se manca non si può vivere in pace

ANGELUS

Piazza San Pietro 
Domenica, 13 settembre 2026


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Leone XIV: il perdono è indispensabile,
se manca non si può vivere in pace

Nella catechesi dell’Angelus, il Papa esorta a perdonare sempre “anche quando è difficile fare il primo passo”. Il perdono "libera" e "spazza via anche le nubi più fitte" di conflitti, accuse, vendette che distruggono i rapporti e le famiglie e scatenano le guerre. Dal Pontefice anche l'invito a diffondere “la luce serena e risanante dell’amore che vince l’odio e disarma ogni rancore”

Fedeli riuniti in Piazza San Pietro (@Vatican Media)

È il perdono “senza misura” al centro della riflessione del Papa all’Angelus di questa domenica, 13 settembre: il perdono che Gesù ha testimoniato fin sulla croce verso i suoi persecutori. Affacciandosi dalla finestra dello studio del Palazzo Apostolico, Leone XIV ricorda che nel Vangelo della liturgia odierna, Gesù dice a Pietro di perdonare “fino a settanta volte sette”, cioè “oltre ogni limite”, e prosegue con una parabola sul servo a cui viene condonato un enorme debito, che però non mostra la stessa pietà nei confronti di un suo compagno e viene punito.

Dono e perdono alla base dell’esistenza

“Con queste parole - sottolinea Papa Leone - Gesù ci ricorda che dono e perdono sono alla base della nostra esistenza. Tutto ci è dato da Dio per puro amore, e nessuno di noi può dirsi perfetto nel rispondere a tanta bontà”. Come possiamo constatare ogni giorno, la gratuità, che è fonte della nostra stessa vita, “è anche la regola migliore per il nostro stare insieme”.

Il perdono è indispensabile e se manca non si può vivere in pace: prima o poi, nel cuore e tra le persone, nascono conflitti, accuse, rancori, vendette che distruggono i rapporti, dividono le famiglie, scatenano le guerre. Solo il perdono libera e riporta la luce, anche là dove la povertà materiale e morale dell’uomo, per un momento, ha reso cupo l’orizzonte e incerto il cammino. Il perdono, come un buon vento, spazza via anche le nubi più fitte, fino a far rivedere il sole.

L’esperienza di san Pietro: la carità che guarisce e conferma

Un’esperienza, quella del perdono, sperimentata più volte da san Pietro nella sua vita, in particolare quando, dopo aver rinnegato Gesù durante la Passione, lo incontra, risorto, sulla riva del lago di Galilea. Il Signore gli chiederà: "Mi ami?" e lo inviterà a seguirlo. “Proprio come all’inizio - nota il Papa - nel giorno del loro primo incontro, quasi nulla fosse successo”. E “questa carità, che dimentica e guarisce, segnerà per il primo degli Apostoli la conferma della sua missione”.

Perdonare sempre

Papa Leone XIV esorta quindi a chiedere alla Vergine Maria, Madre di Misericordia, “che ci aiuti a perdonare, sempre, anche quando è difficile fare il primo passo, e a diffondere, con coraggio e costanza, la luce serena e risanante dell’amore che vince l’odio e disarma ogni rancore”.
(fonte: Vatican News, articolo di DDebora Donnini 13/09/2026)

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PAPA LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi il Vangelo (cfr Mt 18,21-35) ci parla di un valore fondamentale della vita cristiana: il perdono. Gesù lo ha insegnato e testimoniato fin sulla croce, dove ha pregato il Padre per i suoi persecutori con le parole che tutti conosciamo: «Perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).

Nel brano odierno, Pietro interroga il Maestro proprio su questo tema: «Signore – gli chiede –, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?» (Mt 18,21). Le sue parole mostrano un cuore generoso: il numero sette, infatti, nella Bibbia simboleggia la pienezza, e “perdonare sette volte” vuol dire perdonare con grande larghezza. La risposta di Gesù, però, va oltre: «Non ti dico fino a sette volte – afferma –, ma fino a settanta volte sette» (v. 22), cioè oltre ogni limite, senza misura.

E per chiarire meglio il suo pensiero, il Salvatore racconta la parabola di un servo che aveva, nei confronti del suo padrone, un debito così grande da essere praticamente insolvibile. Ottenutone il condono per pura misericordia, non aveva però mostrato la stessa pietà nei confronti di un suo compagno, e per questo era stato rimproverato e punito severamente (vv. 23-30).

Con queste parole Gesù ci ricorda che dono e perdono sono alla base della nostra esistenza. Tutto ci è dato da Dio per puro amore, e nessuno di noi può dirsi perfetto nel rispondere a tanta bontà. Per questo la gratuità, che è fonte della nostra stessa vita, è anche la regola migliore per il nostro stare insieme. Lo sperimentiamo ogni giorno. Il perdono è indispensabile e se manca non si può vivere in pace: prima o poi, nel cuore e tra le persone, nascono conflitti, accuse, rancori, vendette che distruggono i rapporti, dividono le famiglie, scatenano le guerre.

Solo il perdono libera e riporta la luce, anche là dove la povertà materiale e morale dell’uomo, per un momento, ha reso cupo l’orizzonte e incerto il cammino. Il perdono, come un buon vento, spazza via anche le nubi più fitte, fino a far rivedere il sole. San Pietro stesso l’ha sperimentato più volte nella sua vita; in particolare quando, dopo aver rinnegato e abbandonato Gesù durante la Passione, incontrandolo risorto, sulla riva del lago, si sentirà rivolgere una sola domanda: «Simone […], mi ami?» (Gv 21,15), unita a un invito: «Seguimi!» (v. 19). Proprio come all’inizio, nel giorno del loro primo incontro, quasi nulla fosse successo. E questa carità, che dimentica e guarisce, segnerà per il primo degli Apostoli la conferma della sua missione.

Chiediamo allora alla Vergine Maria, Madre di Misericordia, che ci aiuti a perdonare, sempre, anche quando è difficile fare il primo passo, e a diffondere, con coraggio e costanza, la luce serena e risanante dell’amore che vince l’odio e disarma ogni rancore.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Two days ago marked the twenty-fifth anniversary of the September 11th terrorist attacks in the United States of America. I renew my prayers for those who lost their lives and for those who continue to bear the wounds of that tragic day. At a time when conflict and violence afflict so many of our brothers and sisters, I invite everyone to pray that the Lord will bestow his gift of peace upon the world.

[Due giorni fa è ricorso il venticinquesimo anniversario degli attentati terroristici dell'11 settembre, negli Stati Uniti d'America. Rinnovo le mie preghiere per quanti hanno perso la vita e per chi porta ancora le ferite di quel tragico giorno. In un momento in cui conflitti e violenze affliggono tanti nostri fratelli e sorelle, invito tutti a pregare perché il Signore doni al mondo la pace.]

Il ricordo del tragico avvenimento di venticinque anni fa ci spinge a rinnovare il nostro impegno per la pace, anzitutto con la preghiera, che affidiamo all’intercessione della Vergine Maria.

Ed ora saluto con affetto tutti voi, romani e pellegrini!

Do il benvenuto ai gruppi venuti da San Paolo del Brasile e a quelli di diversi altri Paesi.

Saluto i membri dell’Associazione Religiosa Jesus Nazareno Cautivo residenti a Roma, il gruppo dell’Oratorio Salesiano di Chieri, i fedeli di Dolianova, in Sardegna, e i pellegrini venuti da Assisi sulla Via di San Francesco.

Saluto la “Famiglia Bellunese” con la Scuola di Erechim, in Brasile; come pure i motociclisti radunati per manifestare per la pace e la vita.

A tutti auguro una buona domenica.