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lunedì 2 novembre 2026

Alberto Maggi: 2 NOVEMBRE… MORTI o DEFUNTI?

Alberto Maggi
2 NOVEMBRE… MORTI o DEFUNTI?


Ogni 2 novembre la Chiesa celebra la Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Per la sua comprensione è di fondamentale importanza soffermarsi sulla terminologia usata. Nella liturgia non si parla genericamente di "morti", ma di "defunti", sebbene nel linguaggio comune i due termini siano spesso considerati sinonimi. Ma non è così, e la differenza tra le due parole è profonda.

Il "morto" (dal latino mortuus) descrive l'evento biologico, la cessazione delle funzioni vitali, lo stato di fine: è uno sguardo puramente orizzontale che si ferma al dato oggettivo dell'assenza di vita fisica e alla constatazione di una chiusura. 
Il "defunto", invece, ci apre a una prospettiva radicalmente diversa. Il verbo defungere, da cui deriva, affonda le sue radici nel latino defungi (composto da de- e fungi), che significa aver compiuto, adempiuto fino in fondo un compito o un ministero. Non indica la cessazione della vita, bensì il compimento di una missione terrena, affinché la vita stessa possa proseguire, trasformata, in forme nuove.

Per un uso corretto del linguaggio e della visione cristiana, bisognerebbe inoltre evitare di contrapporre la vita alla morte. Sarebbe più corretto parlare della nascita e della morte come di due eventi che appartengono entrambi al medesimo ciclo della vita: l’ingresso e l’uscita dall’esistenza terrena sono due porte del medesimo cammino.
In ciascuna di queste due fasi si verificano, in modo paradossale, una nascita e una morte. Nella nascita terrena, il neonato "muore" alla condizione precedente: lascia il grembo materno, luogo di sicurezza e protezione, per affacciarsi verso l'incognito. Ma questa "morte" è la sua unica possibilità di continuare a vivere: solo uscendo dal grembo potrà incontrare la luce e sperimentare l'amore con cui i genitori lo attendevano. Ugualmente nel momento della morte, l’uomo lascia un mondo noto e rassicurante per nascere a una dimensione ulteriore. Solo attraverso questo passaggio l’individuo può sperimentare la pienezza dell’amore di Dio, che lo avvolge della sua luce. Non a caso, fin dai primi secoli del cristianesimo, il giorno della morte dei fedeli veniva chiamato dies natalis, ovvero il "giorno della nascita", il compimento e il coronamento dell'esistenza terrena.

Con la morte la relazione tra i viventi e i defunti non si interrompe, ma cambia modalità di comunicazione. Così come accade nell'arco della vita terrena — in cui il modo di relazionarsi con un bambino è diverso da quello con un adulto o un anziano —, così l'affetto e la comunione con chi ci ha preceduto continuano in una forma nuova, ancora più intensa, spirituale e profonda.

Il messaggio centrale del Vangelo è che, attraverso la morte, la persona continua a esistere in una diversa dimensione, in una continua crescita e trasformazione verso la propria realizzazione definitiva. Come recita il Prefazio della Messa dei Defunti — attingendo a testi liturgici latini antichissimi, tra cui il Sacramentario Gelasiano: «Vita mutatur, non tollitur» (La vita non viene tolta, ma trasformata).
Questa formula rappresenta l'espressione più antica e limpida della fede della Chiesa di fronte al mistero della morte. A passare oltre è la persona nella sua interezza, non una semplice astrazione. Come scrive Paolo nella Prima Lettera ai Corinti: «Si semina un corpo materiale, risorge un corpo spirituale» (1 Cor 15,44); «E come abbiamo portato l'immagine dell'uomo di terra, così porteremo l'immagine dell'uomo celeste» (1 Cor 15,49).
La vita, trasformata e impreziosita dal patrimonio di bene che ciascuno reca con sé, entra con la morte nella pienezza della comunione divina. Lo afferma con forza l’autore dell’Apocalisse: «Beati fin d'ora i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono» (Ap 14,13).
Accostando in modo paradossale due concetti apparentemente opposti — il morire e l’essere beati —, la Scrittura ricorda che la morte fisica non ha l’ultima parola. La morte non è una sconfitta, né un annientamento o una dolorosa attesa nel vuoto, ma il definitivo passaggio verso la pienezza della Vita.
(fonte: bacheca fb dell'autore)


ANGELUS 01/11/2026 - Leone XIV: La Vergine Maria, beata perché ha creduto alla parola del Signore, accompagni i nostri passi sulla via della santità, affinché non ci stanchiamo di costruire la pace, sia nelle situazioni più importanti sia in quelle della vita di ogni giorno.

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI
PAPA LEONE XIV
ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 1° novembre 2026

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Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

La solennità di Tutti i Santi, che oggi celebriamo, ci invita a gustare la gioia di quella innumerevole famiglia di uomini e donne che, seguendo il Signore Gesù, hanno fatto della propria vita un dono a Dio e al prossimo e che, nei differenti percorsi di santificazione, hanno desiderato «l’oceano dell’infinito amore», secondo una bella espressione di Papa Benedetto XVI (Lett. enc. Spe salvi, 12).

La Liturgia della Parola di questa festa ce li descrive come una «moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (Ap 7,9). Oggi, infatti, celebriamo tutti i santi: quelli che la Chiesa ha riconosciuto come tali e anche i tantissimi che non lo sono stati ma che Dio conosce. Come ci ricorda il Vangelo odierno (cfr Mt 5,1-12), si tratta di poveri in spirito, ma ricchi dell’amore di Dio. Hanno volti rigati dalle lacrime, ma consolati nella preghiera. Sono miti di fronte alla violenza e ricompensati dal Padre. Affamati di giustizia e saziati nell’intimo della coscienza. Disponibili al perdono e abbracciati dalla misericordia. Disarmati nel cuore, ma custoditi da Dio. Costruttori di pace, chiamati per nome da Dio. Perseguitati e offesi, ma forti nella fede e nella carità.

È proprio vero che è impossibile “contare” la schiera di questi fratelli e sorelle, e non solo numericamente: la santità, infatti, non è riducibile a nessun calcolo, perché così è il bene che tutti i santi hanno diffuso attorno a sé nel mondo. Guardando ad essi con ammirazione ci chiediamo: queste persone, con la grazia di Dio, che cosa hanno generato? Essenzialmente gesti e scelte d’amore, che superano i calcoli dell’avidità e la prepotenza del male che a volte sembra prevalere. I santi e le sante sono il segno più bello e più forte del Regno di Dio che viene, anzi – come insegna Gesù – che è già in mezzo a noi (cfr Lc 17,20-21). Inoltre, questa moltitudine beata abbraccia le più diverse provenienze, culture e situazioni di vita: la santità non è un privilegio per pochi, ma è una vocazione universale che interpella ciascuno di noi lì dove viviamo. Questo è il messaggio carico di speranza della festa di oggi: Dio vede il bene che noi non vediamo, conosce storie che noi non conosciamo, raggiunge cuori ai quali noi non abbiamo accesso.

La Vergine Maria, beata perché ha creduto alla parola del Signore, accompagni i nostri passi sulla via della santità, affinché non ci stanchiamo di costruire la pace, sia nelle situazioni più importanti sia in quelle della vita di ogni giorno.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri, a Savannah, Georgia, negli Stati Uniti d’America, sono stati beatificati Pedro da Corpa e quattro Compagni, religiosi dell’Ordine dei Frati Minori, uccisi in odio alla fede nel 1597. Originari della Spagna, risposero con generosità alla chiamata del Signore per evangelizzare le popolazioni dell’America, fino al dono della propria vita. Invochiamo l’intercessione di questi martiri per tutti i missionari del Vangelo.

In questi giorni si è svolta l’azione umanitaria a favore della popolazione civile nella città di Oleshky. Auspico che la collaborazione tra le parti, che ha reso possibile questo doveroso gesto di umanità, faccia crescere la volontà di dialogo e porti a nuove iniziative concrete di pace. Affidiamo a Maria, Regina della pace e di tutti i Santi, quanti in ogni parte del mondo soffrono a causa delle guerre.

Da ieri fino al 13 novembre si svolgono a Dakar, capitale del Senegal, i Giochi Olimpici Giovanili, per atleti dai 15 ai 18 anni. È il primo evento olimpico organizzato nel Continente africano. Oltre alle gare, questi Giochi comprendono incontri educativi e culturali per promuovere i valori olimpici e la conoscenza tra giovani di tutto il mondo. Ecco di nuovo un segno di speranza che viene dal mondo dello sport! Saluto e benedico di cuore tutti i partecipanti.

Dall’8 al 15 novembre avrà luogo a Roma la Missione con i poveri, promossa dai Frati Minori. Mi congratulo con i figli di San Francesco che, con questa iniziativa, mettono i poveri al centro, così come faceva il Signore Gesù e come ha fatto San Francesco d’Assisi. E ringrazio le istituzioni civili e le forze dell’ordine che hanno dato piena collaborazione.

Ed ora saluto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi!

Accolgo con gioia i fedeli siro-malabaresi con i loro Pastori. Carissimi, con voi ringrazio il Signore per lo sviluppo delle vostre comunità in tutta l’Europa.

Saluto il gruppo “Capiteo” di Borbiago di Mira, in provincia di Venezia; come pure i partecipanti alla “Corsa dei Santi”, che anche quest’anno le Missioni Don Bosco hanno organizzato a Roma per promuovere lo sport come esperienza educativa.

Domani pomeriggio, nella Commemorazione di tutti i fedeli defunti, celebrerò la Messa nel Cimitero del Verano. In questi giorni sentiamoci uniti nella comunione dei santi all’immensa famiglia dei fratelli e delle sorelle che ci hanno preceduto nel pellegrinaggio terreno, e preghiamo per i defunti, specialmente per quelli che nessuno ricorda.

Grazie a tutti e buona festa!

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domenica 1 novembre 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - Solennità di Tutti i Santi

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


Solennità di Tutti i Santi
1° novembre 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, uniti in comunione fraterna con i Santi del cielo e con tutti i credenti, pellegrini sulla terra, eleviamo a Dio nostro Padre le nostre suppliche e le nostre intercessioni ed insieme diciamo:   

R/   Santifica la tua Chiesa, o Padre

 

Lettore


- Padre Santo, datore di ogni bene, Tu hai voluto che la tua Chiesa, radunata nel tuo nome, fosse in mezzo agli uomini come segno e strumento di unità e di vera comunione fraterna, arricchiscila del tuo Santo Spirito, perché diventi sempre più conforme all’immagine del tuo Figlio Gesù, assumendo lo stile di vita delle Beatitudini. Preghiamo. 

- Ti ringraziamo, o Padre Santo, per le tante persone sante, uomini e donne delle Beatitudini, che hanno inciso nel cammino della nostra vita e che ci hai dato la possibilità di poter conoscere sia di persona, sia attraverso i loro scritti o racconti delle loro vite: persone umili, persone capaci di piangere sulle disgrazie altrui, persone miti, amanti della giustizia, misericordiosi e compassionevoli, puri di cuore e trasparenti nel modo di essere, e di agire, costruttori di pace e capaci di donare la vita per gli altri. Sii benedetto, o Padre, perché susciti sempre in mezzo a noi nuovi testimoni del Vangelo delle Beatitudini. Preghiamo. 

- Tu, Padre Santo, nella diversità delle tante fedi continui a chiamare ogni uomo e ogni donna ad una vita veramente santa, cioè piena di senso, aperta a relazioni autentiche con gli altri e sempre capace di suscitare e custodire la comunione. Fa’ che, nonostante le differenze religiose, possiamo ritrovarci uniti nell’amore per la vita e nella custodia della “casa comune” che è il nostro creato. Preghiamo. 

- Dio della Gloria, che chiami tutti i tuoi figli ad essere santi ed immacolati nell’amore, per la fede e l’intercessione di Maria e di tutti i Santi e le Sante, converti il nostro cuore al Vangelo delle Beatitudini, disperdi i pensieri dei violenti e conferma tutti i credenti nel cammino verso la fraternità e la pace. Preghiamo. 

- Ti affidiamo, o Dio fonte della santità, i nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]. Ti affidiamo i martiri cristiani, coloro che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello; ti affidiamo le vittime della guerra, della persecuzione e della tortura a causa della giustizia, della religione, dell’appartenenza ad una etnìa. Concedi a tutti di contemplare lo splendore del tuo Volto, in comunione con tutti i Santi e le Sante della Gerusalemme celeste.  Preghiamo.


Per chi presiede

Padre Santo e fonte di ogni santità, aiutaci a vivere la vera felicità del vangelo delle Beatitudini, che ci hai donato attraverso la forma di vita e le parole del tuo Figlio Gesù, il Messia che tu hai inviato, benedetto nei secoli dei secoli.

AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 52 - 2025/2026 - Solennità di Tutti i Santi

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

Solennità di Tutti i Santi

Vangelo: 

Le Beatitudini costituiscono la Magna Charta del Regno, il documento di Identità di Gesù e di chiunque crede e spera in Lui. Il Discorso della Montagna, di cui il nostro brano fa parte, si estende per ben tre capitoli del Vangelo di Matteo (5-7) e costituisce una vera e propria catechesi battesimale, un itinerario di vita cristiana, la stessa vita di Gesù, offerta a coloro che lo amano e desiderano seguirlo. Infatti, «tutto ciò che Gesù afferma in questi versetti è quanto Lui stesso vive» (cit.). Allora come oggi, appare evidente che le vie di Dio non sono le nostre vie (cfr. Is 55,1-11), il suo progetto sull'umanità non coincide con il nostro, anzi è esattamente all'opposto, due modi di valutare e vivere l'esistenza totalmente antitetici. Possiamo ancora udire l'eco dell'appello di Gesù che ci invita alla conversione (Mt 4,17), un cambiamento di mentalità, un radicale capovolgimento del modo di intendere i rapporti umani e la vita. Per noi sono beati i forti, i potenti, i ricchi, coloro che possono e contano. Per Gesù, invece, sono beati i poveri, i disprezzati, gli oppressi, gli umili e gli umiliati, chi nulla può e conta. Questi dodici meravigliosi versetti non hanno come destinatari solo preti e religiosi, gli addetti ai lavori, essi sono l'imperativo categorico, il vademecum irrinunciabile per quanti - battezzati e non - sono alla ricerca della propria identità di uomini, la lampada che illumina il cammino di tutta la vita. A cominciare da coloro che credono in Gesù, quelli che hanno liberamente operato l'Opzione Fondamentale, quella cioè di seguirlo, facendo di Lui la loro vita e la loro regola di vita.


sabato 31 ottobre 2026

TUTTI I SANTI - ANGELI TRAVESTITI D’ARCOBALENO "Le beatitudini non sono le vie per entrare più facilmente in paradiso, ma il segreto per stare bene qui, l’alternativa per un mondo migliore." - Solennità TUTTI I SANTI - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

TUTTI I SANTI - ANGELI TRAVESTITI D’ARCOBALENO


Le beatitudini non sono 
le vie per entrare più facilmente in paradiso, 
ma il segreto per stare bene qui, 
l’alternativa per un mondo migliore.


In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Mt 5,1-12a
  

TUTTI I SANTI - ANGELI TRAVESTITI D’ARCOBALENO
 
"Le beatitudini non sono le vie per entrare più facilmente in paradiso, ma il segreto per stare bene qui, l’alternativa per un mondo migliore."


A Cafarnao, sulla collina, per la prima volta i poveri odono risuonare parole in favore degli ultimi.

Gesù è il nuovo Mosè sul monte, ma con una differenza sostanziale: fa passare dall’etica del dovere a ubbidire solo alla felicità, perché le beatitudini non sono un altro elenco di comandamenti, sono la bella notizia che la gioia è amica di Dio.

La genialità di Gesù consiste nel fatto che non le fonda su di un divieto. Non mette paletti, lui apre territori nuovi che sprizzano umanità. Ci assicura che la strada verso Dio non è lastricata di proibizioni, ma di doni e profezie.

Gesù ha diviso ogni beatitudine in due parti: la prima mette a fuoco una categoria che diresti perdente: poveri, miti, bastonati…; la seconda racconta di un dono, offerto dalla mano di Dio.

Scandiscono due tempi: il primo è al presente: ‘quelli che piangono’, il secondo al futuro: ‘saranno consolati’. Il presente è la nostra cronaca, il futuro è dono. Ma il punto di svolta è nel ‘perché’, nel motivo: perché di essi è il Regno, perché avranno la terra, perché vedranno Dio.

Beati i poveri perché poveri? No. Ma perché non è immobile la loro storia: l’opera di Dio li raggiunge. Beati perché è arrivato Uno che si è fatto povero con loro, e così il mondo inizia a cambiare. E poi sono arrivati anche i suoi discepoli a camminare con i poveri, che sono come passeri nel nido delle Sue mani.

C’è da tremare, a pensare al contrario delle beatitudini: beati i ricchi, beati quelli che fanno piangere, beati i violenti, gli sporchi, i cattivi. Da tremare, a pensare che mondo terribile ne uscirebbe. Le beatitudini allora non sono le vie per entrare più facilmente in paradiso, ma il segreto per stare bene qui, l’alternativa per un mondo migliore.

Beato… e pensiamo subito ai sinonimi: felice, gioioso, fortunato. Ma il termine è molto di più. Lo trovi nella prima parola del primo salmo, gli fa eco la prima parola del primo discorso di Gesù, passa attraverso i profeti, raggiunge e si annoda con un altro filo del meraviglioso arazzo biblico: ‘alzati!’, esortazione che riecheggia cento e cento volte, come un filo rosso che attraversa tutti i libri: “Beato” è l’uomo che si alza e va (Salmo 1,1).

Beato vuol dire: in piedi, avanti, alzatevi, voi poveri; in piedi voi miti; avanti, Dio cammina con voi! In piedi voi che siete a terra. Sono le parole della speranza, che è la testarda idea che la fede è un cantiere di vita bella e gioiosa.

Ascolto Gesù e capisco che i silenziosi legislatori del mondo sono uomini e donne teneri e limpidi. Sono loro i tessitori segreti del meglio, costruttori di pace che sussurrano ordini al futuro, piccoli miglioratori del mondo.

Le beatitudini sono le ferite della vita trasformate in fessure, in crepe, attraverso le quali filtra un arcobaleno insperato. Sono arcobaleni, sono angeli travestiti. Angeli senza ali, ma che annunciano: Dio regala gioia a chi produce amore.

CETTINA MILITELLO - La sinodalità: una Chiesa popolo di Dio in cammino, tra speranza e realtà (Testo e video)



La sinodalità: 
una Chiesa popolo di Dio in cammino, 
tra speranza e realtà
di Cettina Militello


21.10.2026 - Secondo dei Mercoledì della Spiritualità 2026

promossi dalla Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

".. La novità del Vaticano II sta innanzitutto nel disegno esplicito di riallacciare il rapporto con la modernità oltre le sterili condanne che hanno sancito rotture progressive, senza per altro arginarne la spinta secolarizzante. Riallacciare i rapporti con la modernità voleva dire anche raccogliere e mettere in circolo i movimenti di rinnovamento che, più o meno condannati, avevano avviato a un recupero delle fonti, della storia innanzitutto, ma poi, con metodologia critica, della Scrittura, dei Padri, della tradizione liturgica, teologica, canonica… Si colloca in questo quadro la riscoperta del popolo di Dio come connotato identitario e accomunante i membri tutti della Chiesa, senza distinzione di genere e di grado. Tale dato identitario è radicato nel battesimo, meglio nella iniziazione cristiana, Si tratta di un elemento fondativo che precede e regge ogni distinzione successiva. Quest’ultima non cancella la partecipazione comune al munus regale sacerdotale e profetico. Al contrario ne chiede l’esercizio. Riconosce la profezia comune, la presenza in tutti e ciascuno dei carismi e, come diremmo con linguaggio post-conciliare, ne chiede la traduzione in ministeri. La sua espressione massima è il sensus fidei di cui è portatore l’intero popolo di Dio, senza distinzione alcuna. Il popolo di Dio è altresì individuato nella sua indole peregrinante. È una comunità di uomini e donne, alacremente impegnati a implementare il regno di Dio di cui sono segno mentre incedono verso Cristo che torna. Il capitolo II di LG, al n, 9 descrive l’identità e le caratteristiche di questo popolo. I nn. 10-11 ne leggono la soggettualità nelle azioni sacramentali. Il n. 12 ne declina lo statuto profetico. Il che trova riscontro ai nn. 30-34 del capitolo IV. D’altra parte il capitolo V ne indica la comune vocazione alla santità e il capitolo VII l’indole peregrinante.  .. "
..
Dal mio punto di vista i punti fermi come le sfide, i nodi insomma, sono quelli che ho indicato alla fine della mia introduzione agli Atti del convegno che ha voluto offrire al Sinodo il contributo dell’Istituto Costanza Scelfo. 

I suoi dieci punti riletti oggi attestano insieme una attesa in parte disattesa ma anche la caparbia speranza che la Chiesa acquisisca uno stile e un volto, uno statuto autenticamente sinodale. Scrivevo:
  1. La sinodalità prima che stile e metodo dice l’identità della Chiesa originariamente raduno/assemblea     2. In essa ogni credente ha un suo proprio dono diretto alla crescita del corpo 
 3. Occorre riscoprire e discernere l’exousia che connota ogni dono e lo flette come regalità/sacerdozio/profezia 
   4. Proprio la presenza dello Spirito e il dono/nome proprio di ciascuno esige la partecipazione di tutti ai processi di elaborazione/confessione/trasmissione/celebrazione della fede e alle decisioni operative che ne conseguono 
   5. Occorre estromettere le criteriologie gerarcologiche, androcentriche, sacrali accettando la sfida della convergenza/sinfonia dei doni e consentirne quanto più possibile l’autorevole traduzione in ministeri, mettendo in atto criteri di discernimento volti al riconoscimento compartito della competenza propria a ciascuno. 
 6. Occorre espungere il clericalismo e rompere le dicotomiche asimmetrie maschio/femmina; chierici/laici così da ripensare il ministero fuori dalle logiche mondanizzanti e violente del potere per riacquisirlo come vicendevole servizio 
 7. Create a immagine della Trinità e chiamate a compartirne la vita, le Chiese tutte devono testimoniarne l’indole di comunione e attestare il principio dell’inter-relazione come costitutivo del mistero di Dio e delle sue stesse creature
  8. La sinodalità è operatività inter-relazionale, duttile a forme sempre nuove, comunque radicate nell’originario camminare insieme che connota gli uomini e le donne tutti, credenti e non credenti 
  9. Diviene sussidiarietà aprendosi all’ecosistema planetario globale di cui tutti e tutte facciamo parte 10. Dice la Chiesa come vigile interprete dei segni dei tempi, vuoi nella conversione permanente dei soggetti vuoi nella permanente e necessaria riforma delle sue strutture. 

Precisavo che il mio non era un decalogo esaustivo ma provocatorio. Si può facilmente costatare come non pochi punti convergano con il magistero di Francesco. Ma nella prassi restano tanti i temi caldi e le questioni aperte… Discernimento, carismi, soggettualità battesimale, autorevolezza, ministero e altro ancora si incrociano con il nodo ineludibile di una riforma della Chiesa possibile solo a partire da una interrelazione sinodale, perciò fraterna e sororale.
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Serve un’economia che persegua, con la collaborazione di tutti, il bene comune di Marianna Mazzuccato

Serve un’economia che persegua,
con la collaborazione di tutti,
il bene comune
di Marianna Mazzuccato*


*Economista e docente all’University College di Londra, dirige l’Institute for Innovation and Public Purpose, è membro del Comitato per le Politiche di Sviluppo delle Nazioni Unite e collabora inoltre con l’Ocse.



Quando ho cercato di mettere in pratica le idee proposte nei miei libri precedenti, è diventato sempre piú chiaro che per accostarci efficacemente ai grandi problemi che oggi abbiamo davanti – come garantire a tutti assistenza sanitaria e lottare contro i cambiamenti climatici – non serve soltanto uno Stato innovatore e politiche economiche orientate alle missioni, ma anche un’economia nuova basata su un’azione collettiva che gravita intorno al bene comune, perché tutti i problemi con cui ci misuriamo possono essere affrontati soltanto attraverso la collaborazione tra soggetti diversi e attraverso la loro intelligenza collettiva. Se non saremo in grado di lavorare insieme, mettendo al centro la creazione collettiva del valore, non potremo sperare di raggiungere risultati «buoni». 
E soprattutto, «buono» non può voler dire semplicemente riempire le falle facendo le cose che il settore privato non fa: dev’essere un obiettivo da raggiungere insieme, non una correzione per qualcosa che manca. Finché saranno concepiti solo come rimedi all’assenza di investimenti privati in determinate aree, i «beni pubblici» (come le strade, la difesa nazionale e la ricerca di base) non saranno una teoria del pubblico, ma solo una teoria di quello che il settore privato non fa. E finché i «beni comuni» (come laghi e boschi gestiti dalle comunità) saranno una soluzione di ripiego di fronte all’incapacità di imprese e organismi pubblici di gestirli, strutturare le ambizioni e collaborare in modo proattivo intorno a obiettivi condivisi continuerà a essere complicato. Un approccio che prende le mosse da un fallimento, di qualunque genere, è negativo e reattivo per definizione e destinato, in ultima analisi, all’insuccesso.

In tutto il libro svilupperò il concetto che un’economia del bene comune è un’economia focalizzata sui risultati, con la partecipazione, l’apprendimento, la trasparenza, la reciprocità e la condivisione dei benefici come elementi centrali della collaborazione per raggiungere questi risultati. Significa predisporre nel modo giusto fin dall’inizio le relazioni e le strutture economiche, invece di correggerle e raccogliere i cocci a posteriori. Questa prospettiva sposta la domanda da «Che cosa dovrebbe fare lo Stato (o le imprese)?» a «Come possiamo lavorare insieme — noi governi, imprese, comunità, individui — per risolvere sfide che riguardano tutti? E come ci valutiamo a vicenda nel quadro di questo processo?»

Il bene comune non può essere una correzione a posteriori, dev’essere l’asse portante di tutte le relazioni economiche. Per esempio, durante una pandemia, se l’obiettivo è consentire a tutte le persone in tutto il mondo di poter accedere ai vaccini (il risultato), non basta semplicemente fabbricarne tanti (la produzione): è come li si fabbrica che conta. Allo stesso modo, se si istituisce un fondo con l’obiettivo di contribuire a migliorare la vita delle persone che abitano nella foresta amazzonica brasiliana, allora quello che conta è quanto queste persone sono coinvolte nella gestione del fondo. Per il bene comune, è indispensabile che l’obiettivo sia al centro delle collaborazioni per l’innovazione e della struttura dei meccanismi di finanziamento, per garantire che la conoscenza e il potere siano condivisi. È questo che intendo quando dico che dobbiamo occuparci anche della predistribuzione e non solo della ridistribuzione.

Sostengo da tempo, nei miei libri e in altri scritti, che il problema del capitalismo non è la crescita in sé, ma il modo in cui ci approcciamo alla crescita. I parametri che utilizziamo sono sbagliati perché confondono il prezzo con il valore, al punto che inquinare fa crescere il PIL, se qualcuno viene pagato per bonificare le aree colpite. Il metodo di valutazione dei costi e dei benefici è sbagliato, perché non teniamo conto del fatto che i costi del non agire (in ambiti come i cambiamenti climatici) sono piú alti dei costi dell’agire. L’approccio che usiamo per valutare la situazione è sbagliato, perché diamo la priorità ai risultati immediati invece che a una trasformazione nel lungo periodo dell’economia nel suo complesso. E infine, è sbagliato il dibattito: da un lato chi invoca la decrescita e dall’altro chi sostiene che la crescita è prioritaria, anche a discapito della risoluzione di problemi come il riscaldamento globale. È concentrandoci su obiettivi di ampio respiro che influenzano la struttura dei contratti pubblico-privato in tutta l’economia, come una decarbonizzazione dei trasporti attraverso investimenti nella mobilità sostenibile, è focalizzandoci sull’impatto a lungo termine delle misure, per non rimanere invischiati in discussioni asfittiche sui (falsi) vincoli di bilancio, ed è facendo in modo di valorizzare e ricompensare tutti coloro che contribuiscono alla salute, al benessere e alla produttività delle nostre economie che potremo arrivare ad avere una crescita buona. Quello che fa questo libro è dedicare molta piú attenzione alle modalità dei rapporti fra tutti gli attori e all’importanza fondamentale che hanno per l’obiettivo della crescita buona: i rapporti tra imprese e Stato (per esempio i diritti di utilizzo dell’acqua e i diritti di proprietà), tra capitale e lavoro (per esempio la condivisione dei benefici) e tra cittadini e Stato (per esempio avere la possibilità concreta di far sentire la propria voce e contribuire alle decisioni a livello locale). A che serve parlare di una nuova economia piú verde se tutti questi rapporti replicano i problemi di fondo della vecchia economia?

Per focalizzarmi su questi rapporti, attingerò alla tradizione filosofica del bene comune, dagli antichi Greci che si preoccupavano della «vita buona» fino ai moderni pensatori comunitaristi che mettono l’accento sulle relazioni e la costruzione di comunità, e anche gli approcci olistici derivati dalla filosofia non occidentale, incentrati sulla dipendenza reciproca degli individui e su un rapporto piú stretto con la natura. Tutto ciò significa soprattutto dedicare attenzione non solo a come tutti gli attori economici si relazionano tra loro, ma anche a cosa vogliamo conseguire.

(Fonte:  “La Stampa”  -  27 ottobre 2026)

venerdì 30 ottobre 2026

C’è ancora bisogno dello spirito di Assisi di Tonio Dell'Olio

C’è ancora bisogno dello spirito di Assisi 
di Tonio Dell'Olio


Si sono concluse ieri ad Assisi le giornate di dialogo e preghiera per la pace promosse dalla Comunità di Sant'Egidio, a quarant'anni dallo storico incontro voluto da Giovanni Paolo II. Tre giorni di testimonianze e confronti tra religioni e culture differenti. Un grido corale contro la guerra.

Nel suo videomessaggio Leone XIV ha scandito: 
“Non c'è nessuna guerra santa: solo la pace è santa!”. 
Ed è stato proprio Papa Prevost a condensare mirabilmente il senso del processo nato nel 1986:
 “Proprio in questi tempi di cultura della potenza – ha detto –, c’è bisogno di far crescere lo spirito di Assisi, che è rifiuto della legittimazione religiosa della guerra, spirito di mediazione e dialogo, esperienza contemplativa e azione creativa per un futuro di pace. 
Sì, perché la pace deve tornare a essere l’ideale comune dei popoli, la stella che guida ogni nostra scelta, il criterio che smaschera l’ingiustizia, l’orizzonte comune di tutte le genti”.
Il patriarca Bartolomeo I durante la preghiera cristiana ha interrogato con coraggio le Chiese: quarant'anni di dialoghi non sono bastati a fermare guerre, nazionalismi e fondamentalismi, anche cristiani. Abbiamo continuato a incontrarci senza incidere abbastanza sulla storia. 
Una provocazione che non possiamo eludere. 
Non basta chiedere a Dio di disarmare il mondo se custodiamo le armi nei nostri cuori.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 28.10.2026)

Enzo Bianchi: L’arte di scegliere secondo Dio

Enzo Bianchi
L’arte di scegliere secondo Dio   
 
Famiglia Cristiana - 18 ottobre 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?


Il discernimento è un dono da coltivare per imparare a leggere ciò che abita il cuore 
e per orientarsi nelle situazioni complesse della vita

Parlare di “discernimento spirituale” è ormai abbastanza consueto per i cristiani. Ma l’uso che spesso si fa di questa categoria rivela che il suo reale significato resta oscuro.

Occorre anzitutto precisare che l’espressione “discernimento degli spiriti” (1Cor 12,10) appartiene al vocabolario di san Paolo e indica un’operazione che potremmo definire in questo modo: la capacità, per dono di Dio, di distinguere ciò che lo Spirito santo suggerisce al cuore del cristiano. In altre parole, il discernimento è il senso interiore delle cose, la pronta e vigile capacità di capire e scegliere ciò che è bene in ogni situazione, di “valutare ciò che è meglio” (Fil 1,10): esso nasce dall’azione dello Spirito santo nel cuore dei cristiani (cf. 1Gv 2,20.27), Spirito di Dio che si unisce al nostro spirito. Il discernimento spirituale non può dunque essere considerato una tecnica o una “ricetta predefinita”, ma è la grazia di una conoscenza affinata e critica, proveniente da una luce interiore, ispirata e sostenuta dalla Parola di Dio.

Mettere in atto tutte le proprie facoltà intellettuali per giungere a esercitare il discernimento è un dono e una responsabilità. È un lavoro indispensabile nella vita spirituale, per “discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, gradito e maturo” (Rm 12,1), per “distinguere il bene dal male” (Eb 5,14); è quell’operazione preventiva di provare, esaminare sé stessi e il proprio comportamento (cf. 2Cor 13,5; Gal 6,4), oppure “gli spiriti” (1Gv 4,1), per non confondere la fede con qualsiasi ispirazione. La vita infatti è complessa, sempre esposta al male e al bene, tentata dal divisore e nel contempo animata dalle energie dello Spirito santo.

Immerso in questa complessità, il cristiano è chiamato sovente a scegliere un’azione piuttosto che un’altra, ad accogliere o rifiutare una chiamata. Proprio qui si situa la necessità del discernimento, carisma che va invocato, custodito e costantemente affinato; fino a possedere, se Dio lo concede, quella chiaroveggenza spirituale che è vera partecipazione allo sguardo di Dio sugli uomini, sulle cose e sugli eventi, attraverso un progressivo cedere alla sua grazia che ci attira.

Pubblichiamo postuma questa puntata della rubrica che fratel Enzo Bianchi ci aveva consegnato prima di lasciarci.
(fonte: Altrimenti, blog dell'autore)


giovedì 29 ottobre 2026

Disarmare le parole di Tonio Dell'Olio

Disarmare le parole 
di Tonio Dell'Olio


Tra i tanti forum dell'incontro internazionale per la pace ad Assisi, uno ha interrogato il ruolo dell'informazione. Marco Girardo, direttore di Avvenire, ha proposto di disarmare tre parole che condizionano il nostro modo di leggere il mondo: emergenza, competizione, inevitabilità.

La prima alimenta la paura, pretende risposte immediate e sottrae tempo alla comprensione dei processi. La seconda trasforma ogni relazione in una sfida mentre l'altro diventa un concorrente e la convivenza si trasforma in una lotta per prevalere. La terza è forse la più pericolosa: presenta come ineluttabili scelte che sono invece frutto di interessi e decisioni umane. Anche la guerra. Quali alternative? Processo, cooperazione, possibilità. Un cambio di paradigma che interpella anzitutto il mondo dell’informazione. Perché raccontare soltanto arsenali, strategie militari e rapporti di forza significa assumere lo sguardo di chi governa la guerra, lasciando nell'ombra chi costruisce la pace. L'informazione non è innocente. Può alimentare la rassegnazione oppure restituire ai cittadini la libertà di immaginare un altro scenario possibile. Può convincerci che la guerra sia il nostro destino oppure mostrare che la pace è una possibilità concreta, già praticata da tanti. Disarmare le parole è il primo passo per disarmare le coscienze dalla cultura della guerra. E ha concluso il suo intervento con una frase lapidaria e carica di provocazione: “La profezia comincia quando qualcuno trova il coraggio di dire che ciò che appare inevitabile è ancora una scelta”.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 27.10.2026)

Gli occhi di bronzo dell’ambizione di Gianfranco Ravasi

Gli occhi di bronzo dell’ambizione 
di Gianfranco Ravasi


L’ambizione ha occhi di bronzo,
che mai il sentimento riesce a inumidire.


Siamo soliti usare l’espressione “faccia di bronzo” per rappresentare una persona impudente e arrogante: nessuna contrazione facciale permette di intuire l’ipocrisia certa del suo comportamento. In una vasta raccolta delle opere del poeta tedesco Friedrich Schiller (1759-1805) – sì, quello del Don Carlos, del Guglielmo Tell e dell’Inno alla gioia della «Nona sinfonia» di Beethoven – mi imbatto in un’opera minore intitolata Fiesco e, per caso, l’attenzione mi cade sulla definizione dell’ambizione sopra citata. Qui di bronzo sono gli occhi e l’immagine è particolarmente felice con l’aggiunta delle lacrime impossibili a scorrere da quelle superfici fredde e cieche.

Possiamo anche attribuire una qualche funzione all’ambizione, ma solo quando ne rimane un pizzico, simile a una spezia: può essere un incentivo a non impigrirsi, a realizzare le proprie capacità, a stimolare le risorse nascoste. Detto questo, bisogna però condividere subito l’osservazione di Schiller: l’ambizioso che ha lasciato spazio alla sua passione non conosce più sentimento, calpesta implacabilmente tutti e tutto per la carriera e per il successo. Un altro grande scrittore come Tolstoj nel suo testo Il regno di Dio è in voi giustamente osservava che «l’ambizione non può permettersi di accordarsi con la bontà; essa s’accorda solo con l’orgoglio, l’astuzia e la crudeltà». È necessario, allora, tener a freno questa belva interiore che forse sonnecchia in noi, prima che inizi a divorare sentimenti, valori, dignità e ci riduca a essere dure facce con occhi di bronzo.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore” - 25 ottobre 2026)

mercoledì 28 ottobre 2026

Videomessaggio di Leone XIV ai partecipanti ad Assisi all’Incontro internazionale “Pace disarmata e disarmante”: Non c’è nessuna guerra santa: solo la pace è santa!


Leone XIV con un videomessaggio si rivolge ai partecipanti ad Assisi all’Incontro internazionale “Pace disarmata e disarmante”

Non c’è nessuna guerra santa: 
solo la pace è santa!


«In questi tempi di cultura della potenza», in cui sempre più spesso si tende a dare una «legittimazione religiosa» ai conflitti, Leone XIV torna a riaffermare con forza che «non c’è nessuna guerra santa: solo la pace è santa!». Lo fa attraverso un videomessaggio inviato ai partecipanti all’Incontro internazionale «Pace disarmata e disarmante» che nella serata odierna si conclude ad Assisi, dopo aver riunito da domenica 25 ha riunito Capi di Chiese e Leader religiosi di tutto il mondo per fare memoria del quarantesimo anniversario dello storico appuntamento di preghiera per la pace convocato da san Giovanni Paolo II nel 1986 proprio nella cittadella francescana.

Com’è noto Leone XIV aveva programmato di parteciparvi di persona, ma a causa del recente intervento chirurgico ha dovuto rinunciare. Non ha rinunciato però a far avere il proprio messaggio, ribadendo sulla scia del predecessore Wojtyła «il legame intrinseco che unisce un autentico atteggiamento religioso con la viva sensibilità per la pace».

Ecco allora che quest’ultima, nella visione di Papa Prevost, «deve tornare a essere l’ideale comune dei popoli, la stella che guida ogni scelta, il criterio che smaschera l’ingiustizia, l’orizzonte comune di tutte le genti», con la conseguente esortazione a «ricostruire ovunque la pace», non a «preparare altre guerre».

E l’arma è una soltanto: «la preghiera», che «può sembrare debole di fronte alle potenze del mondo, ma è la forza umile dei credenti». Per questo, il Pontefice rimarca la necessità di invocare Dio affinché «tocchi il cuore di chi vuole la guerra e il terrorismo» e sulla scia della nota preghiera del Poverello di Assisi «faccia di noi strumenti disarmati della sua pace».

Del resto la preghiera è anche «scuola di dialogo», conclude il Papa, e «il mondo ha bisogno» di quest’ultimo, «perché al linguaggio dell’arroganza si sostituisca quello della pace, del negoziato, della comprensione».

Leggi anche:
(fonte: L'Osservatore Romano 27 ottobre 2026)

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L’Islam che disarma di Tonio Dell'Olio



L’Islam che disarma 
di Tonio Dell'Olio


Se a pronunciare certe parole fosse stato un vescovo, forse non ci avrebbero sorpreso.
Invece ieri alla cerimonia di inaugurazione delle giornate per il 40° delle Giornate dello spirito di Assisi le ha pronunciate Nasaruddin Umar, ministro per gli Affari religiosi dell’Indonesia e grande imam della moschea di Giacarta.

“Ogni insegnamento che alimenta l’odio è un tradimento di Dio”.
 Una condanna senza attenuanti di chi arruola il nome dell’Altissimo nelle proprie guerre. Ma Umar è andato oltre: ha chiesto se quarant’anni di dialogo siano serviti a chi soffre o siano rimasti chiusi nelle sale dei convegni. La risposta è un programma: moschee, chiese, sinagoghe e templi diventino centri di carità, di pace e di azione per il clima. Nella sua moschea, ha raccontato, si usa energia solare, si ricicla l’acqua, si aprono spazi sicuri. Si chiama ”ecoteologia”: distruggere il creato è peccare contro il Creatore. Ma disarmare non significa solo deporre missili, ma rinunciare alla presunzione di essere superiori agli altri. 
Umar ha accostato Francesco d’Assisi, disarmato davanti alla guerra, a Maometto, che rinunciò alla vendetta. È una voce musulmana autorevole, concreta, esigente che non disarma solo dagli strumenti di morte e dallo sfruttamento della terra ma anche dall’immagine monolitica dell’Islam che ci viene consegnata troppo spesso. E interrogarci: siamo disposti ad ascoltarla, o preferiamo i nostri pregiudizi che credono solo nell’Islam che alimenta il terrorismo e nega i diritti umani?

(Fonte: Mosaico dei giorni - 27 ottobre 2026)

martedì 27 ottobre 2026

Guerra e pane

Guerra e pane


Nei giorni scorsi, diverse navi mercantili che trasportavano grano e cereali sono state colpite da attacchi con droni nel Mar Nero, in particolare al largo delle coste della Bulgaria e nelle zone economiche esclusive della regione.

Per sé, si tratta di una notizia che non fa scalpore: è uno dei tanti eventi di una guerra che sembra non finire mai. Ma fa capolino un elemento nuovo: le navi colpite trasportavano cereali e, soprattutto, grano. La guerra ucraina sta diventando anche la guerra del grano e quindi del pane. Il quale non è un cibo qualsiasi: è il cibo per eccellenza, il cibo di base. Perfino quando qualcuno mangia poco o per carenza o per punizione, si dice che è “a pane e acqua”. Come a dire che il pane è l’ultimo cibo che resta quando tutti gli altri sono venuti a mancare. Quando, per disgrazia, manca anche quello, rimane solo la fame.

Viene in mente, anche in questo caso, il significato del termine “compagno”. Quella parola sembra derivare da “cum” e “panis”, “colui con il quale si mangia il pane insieme” e, naturalmente, siccome si condivide la mensa e soprattutto quell’elemento essenziale, si condividono anche le idee, gli stili di vita. La parola è stata poi segnata da significati politici: i partiti di sinistra la usavano – e qualche volta, timidamente, la usano ancora – per designare coloro con i quali non si condivide non tanto il pane, quanto il resto, tutto il resto: le visioni politiche, le lotte sindacali, i grandi progetti…

Ora, la guerra, è la negazione di tutto questo, l’esatto contrario. E’ probabile che i generali che hanno bombardato le navi con il grano non si dilettino gran che con delle raffinatezze linguistiche su compagno e “cum panis”. Hanno semplicemente bombardato. Con questo ci hanno detto che la guerra è la fine di ogni forma di compagnia. Lo sapevamo già, ma quegli zelanti protagonisti della guerra si sono incaricati di ricordarcelo un’altra volta.
(fonte: LA BARCA E IL MARE, articolo di Alberto Carrara 21/10/2026)