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martedì 12 maggio 2026

Psicologia. I nuovi leader e la manipolazione delle masse di Massimo Recalcati

Psicologia. 
I nuovi leader 
e la manipolazione delle masse 
di Massimo Recalcati


(Pubblicato su "La Repubblica" - 7 maggio 2026) 

Il nome di Gustave Le Bon attraversa sotterraneamente tutto il Novecento. In particolare, la sua Psicologia delle folle, pubblicata nel 1895, costituisce infatti uno degli sfondi teorici fondamentali della Psicologia delle masse e analisi dell’Io di Freud.

Lo stesso Mussolini riconobbe apertamente il proprio debito nei confronti di quel testo cogliendo nella sua riflessione una chiave decisiva per comprendere la forza politico-emotiva della massa. L’intuizione principale di Le Bon consiste nel pensare alla massa non come alla somma di individui ma come un vero e proprio fenomeno collettivo.

La massa cancella innanzitutto le individualità singolari offrendo loro l’illusione di un’appartenenza che le libererebbe dall’angoscia che comporta la responsabilità soggettiva. Non a caso Le Bon evidenzia il carattere fondamentalmente regressivo della massa: le pulsioni più primordiali (violenza, odio, fanatismo, infatuazione, idolatria emotiva) si possono scatenare senza che vi sia mai un vero responsabile.

Al centro non c’è la dimensione etica della scelta individuale perché ogni massa si costituisce per “contagio” abbassando la soglia critica del pensiero per intensificare una spinta all’agire irrazionalmente passionale. La massa assorbe le individualità singolari in un soggetto collettivo acefalo che offre ai suoi membri una identità granitica: la cessione della propria libertà individuale ha come contropartita l’assicurazione di una protezione inscalfibile.

Freud ha radicalizzato l’intuizione di Le Bon mostrando come la massa si organizzi sempre attorno a un processo identificatorio inconscio di tipo verticale: per costituirsi essa ha bisogno di un capo, di un leader autoritario, di una figura capace di occupare il posto del “padre primigenio”. È solo questa identificazione a istituire in ultima istanza i legami libidici che uniscono la massa come se fosse un solo grande corpo. Non è sufficiente che gli individui stiano insieme: è necessario che essi amino una sola immagine, un solo capo, che si riconoscano in un unico emblema identitario.

Nel nostro tempo però la massa non assomiglia più al cemento armato che aveva caratterizzato le grandi masse totalitarie del ’900, non è più un blocco monolitico. Assistiamo piuttosto al fenomeno della sua radicale atomizzazione: la massa che si organizza intorno al nuovo potere dei social network non sembra avere più un padrone, un leader al quale identificarsi, un padre primigenio a proprio fondamento. 
Il cemento armato che istituiva la massa novecentesca lascia il posto a uno sciame ondivago. 
La dispersione rizomatica prevale sulla concentrazione identitaria.

I social network rappresentano il laboratorio più evidente di questa metamorfosi: la folla digitale non possiede più necessariamente un centro stabile ma si dispiega attraverso propagazioni rapide, identificazioni intermittenti, esplosioni emotive improvvise. L’odio collettivo può condensarsi per qualche giorno attorno a un bersaglio per poi disperdersi immediatamente verso un nuovo oggetto.

La cultura occidentale dominata dalle nuove tecnologie ha dissolto il fenomeno novecentesco della massa come una entità compatta studiato da Le Bon e da Freud. Nondimeno, questa atomizzazione della massa contemporanea deve tenere conto sempre più del ritorno di padri-primigeni, di leader ordalici (Putin, Trump, Netanyahu, Khamenei) che pretenderebbero di rianimare la vecchia massa identitaria.

Da una parte abbiamo allora la massa-sciame che caratterizzerebbe il mondo occidentale nell’epoca del dominio della cultura-social e dall’altra parte la massa identitaria come ritorno dello spettro totalitario.
 Il fenomeno della guerra non può, infatti, essere concepito a partire dall’atomizzazione della massa ma solo dal suo compattamento identitario. Si tratta di una medesima spinta a ricompattare l’angoscia collettiva attorno a immagini forti di identità, nazione, nemico, appartenenza.

Siamo dunque davanti a due fenomeni che sembrano antagonisti: da una parte la massa-sciame della cultura digitale occidentale, dall’altra il ritorno della massa identitaria organizzata attorno a leader ordalici.

In realtà questi due fenomeni non si escludono: l’atomizzazione neoliberale della massa produce infatti soggetti sempre più esposti all’angoscia, alla precarietà e alla solitudine. Ed è proprio questa fragilità diffusa a rendere possibile il ritorno pulsionale di identificazioni solide. Quanto più il soggetto si sente disperso, tanto più desidera un’identità rigida in grado di proteggerlo dall’incertezza.

Nell’Europa dominata dall’individualismo neoliberale, dall’impero della cultura digitale, dunque dall’atomizzazione rizomatica delle masse, la necessità del riarmo — provocata dall’attuale destabilizzazione dell’ordine geopolitico — appare a molti come un ritorno spettrale del passato.

La guerra richiede sempre una costruzione dell’identità collettiva alla quale deve corrispondere l’individuazione di un nemico altrettanto stabile che consenta una saldatura emotiva capace di convertire l’angoscia individuale in una appartenenza fusionale.

(Fonte: sito dell' autore)

lunedì 11 maggio 2026

LEONE XIV al REGINA CAELI - Il mondo si ostina nel male, ma Dio non ci lascia soli nelle prove della vita

REGINA CAELI

Piazza San Pietro
VI Domenica di Pasqua, 10 maggio 2026


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Leone XIV: il mondo si ostina nel male,
ma Dio non ci lascia soli nelle prove della vita

Nella catechesi del Regina Cæli in Piazza San Pietro, il Papa riflette sul valore delle relazioni autentiche: non implicano "ricatti" né "sospensioni dubbiose", tantomeno "ma" o "forse", ma diventano sorgente di doni offerti "senza voler possedere". Segno dell'amore divino per l'uomo è il Paraclito, dono da accogliere rifiutando l'oppressione del povero, l'esclusione del debole e l'uccisione dell'innocente

I fedeli in Piazza San Pietro (@Vatican Media)

“Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. L’affermazione di Gesù durante l’Ultima Cena spiazza i discepoli e i fedeli di oggi, perché solleva da una relazione vittima di dubbi o ricatti. È limpida nel suo donarsi senza riserve, senza pretendere un ritorno. È un dono di amore perché promette un sostegno nelle prove della vita, quel Paraclito che “il mondo non può ricevere” ostinandosi nell’oppressione dei poveri, nell’esclusione dei deboli, nell’uccisione degli innocenti. Sono queste le riflessioni che Papa Leone XIV offre ai circa 25mila fedeli raccolti in Piazza San Pietro la mattina del 10 maggio per la recita del Regina Caeli.

Liberi dagli equivoci

La catechesi del Pontefice si fonda sul brano del Vangelo di Giovanni, e sulle parole pronunciate da Gesù mentre “fa del pane e del vino il segno vivo del suo amore”. Indicando l’osservanza dei comandamenti come diretta conseguenza di ciò, il Signore “ci libera da un equivoco”, osserva il vescovo di Roma:

Dall’idea che siamo amati se osserviamo i comandamenti: la nostra giustizia sarebbe allora condizione per l’amore di Dio. Al contrario, l’amore di Dio è condizione per la nostra giustizia.

Una vista di Piazza San Pietro (@Vatican Media)

Amore da cui scaturisce amore

Assolvere ai comandamenti secondo la volontà di Dio, afferma il Papa, significa quindi riconoscere il suo amore per noi, “così come Cristo lo rivela al mondo”, invitando alla relazione e non a “un ricatto o una sospensione dubbiosa”.

Ecco perché il Signore ci comanda di amarci gli uni gli altri come Egli ci ha amato: è l’amore di Gesù a far nascere in noi l’amore.

Relazioni senza “ma” e “forse”

Legami che generano altri legami e che in Cristo trovano la loro espressione più chiara: un amore “fedele per sempre, puro e incondizionato”, che non conosce “ma” e “forse”, e si dona “senza voler possedere”, dando vita “senza prendere nulla in cambio”.

Poiché Dio ci ama per primo, anche noi possiamo amare; e quando amiamo davvero Dio, ci amiamo davvero tra di noi.

Ordine di vita che risana dai falsi amori

Tutto ciò, evidenzia ancora Leone XIV, riguarda concretamente la vita stessa: “solo chi l’ha ricevuta può vivere, e così solo chi è stato amato può amare”.

I comandamenti del Signore sono perciò un ordine di vita che ci risana da falsi amori; sono uno stile spirituale, che è via alla salvezza.

Il Paraclito, segno di una relazione incrollabile

Segno dell’amore di Dio per l’uomo, afferma il Pontefice, è anche la promessa del Paraclito, dono che “non ci lascia soli nelle prove della vita”. “Avvocato difensore” e “Spirito della verità” che tuttavia “il mondo non può ricevere” perché ostinato nel male. Corrispondere all’amore universale di Gesù significa allora trovare nello Spirito Santo un alleato incrollabile.

Sempre e dovunque possiamo allora testimoniare Dio, che è amore: questa parola non significa un’idea della mente umana, ma la realtà della vita divina, per la quale tutte le cose sono state create dal nulla e redente dalla morte.

Uniti come popolo

Attraverso l’offerta di un amore vero ed eterno, Gesù condivide la sua identità di “Figlio amato”. Un’affermazione che smentisce “l’Accusatore, cioè l’avversario del Paraclito, lo spirito contrario al nostro difensore”.

Infatti, mentre lo Spirito Santo è forza di verità, questo Accusatore è padre della menzogna, che vuole contrapporre l’uomo a Dio e gli uomini tra loro: proprio l’opposto di quel che fa Gesù, salvandoci dal male e unendoci come popolo di fratelli e sorelle nella Chiesa.
(fonte: vatican News articolo di Edoardo Giribaldi  03/05/2026)

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Il testo integrale:
Leone XIV


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi nel Vangelo abbiamo ascoltato alcune parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli durante l’Ultima Cena. Mentre fa del pane e del vino il segno vivo del suo amore, Cristo dice: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15). Quest’affermazione ci libera da un equivoco, cioè dall’idea che siamo amati se osserviamo i comandamenti: la nostra giustizia sarebbe allora condizione per l’amore di Dio. Al contrario, l’amore di Dio è condizione per la nostra giustizia. Osserviamo davvero i comandamenti, secondo la volontà di Dio, se riconosciamo il suo amore per noi, così come Cristo lo rivela al mondo. Le parole di Gesù sono allora un invito alla relazione, non un ricatto o una sospensione dubbiosa.

Ecco perché il Signore ci comanda di amarci gli uni gli altri come Egli ci ha amato (cfr Gv 13,34): è l’amore di Gesù a far nascere in noi l’amore. Cristo stesso è il criterio, il canone dell’amore vero: quello fedele per sempre, puro e incondizionato. Quello che non conosce né “ma” né “forse”, quello che si dona senza voler possedere, quello che dà vita senza prendere nulla in cambio. Poiché Dio ci ama per primo, anche noi possiamo amare; e quando amiamo davvero Dio, ci amiamo davvero tra di noi. Accade come per la vita: solo chi l’ha ricevuta può vivere, e così solo chi è stato amato può amare. I comandamenti del Signore sono perciò un ordine di vita che ci risana da falsi amori; sono uno stile spirituale, che è via alla salvezza.

Proprio perché ci ama, il Signore non ci lascia soli nelle prove della vita: ci promette il Paraclito, cioè l’Avvocato difensore, lo «Spirito della verità» (Gv 14,17). È un dono che «il mondo non può ricevere» (ibid.), finché si ostina nel male che opprime il povero, esclude il debole, uccide l’innocente. Chi invece corrisponde all’amore che Gesù ha verso tutti, trova nello Spirito Santo un alleato che mai viene meno: «Voi lo conoscete – dice Gesù – perché Egli rimane presso di voi e sarà in voi» (ibid.). Sempre e dovunque possiamo allora testimoniare Dio, che è amore: questa parola non significa un’idea della mente umana, ma la realtà della vita divina, per la quale tutte le cose sono state create dal nulla e redente dalla morte.

Offrendoci l’amore vero ed eterno, Gesù condivide con noi la sua identità di Figlio amato: «Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi» (v. 20). Questa coinvolgente comunione di vita smentisce l’Accusatore, cioè l’avversario del Paraclito, lo spirito contrario al nostro difensore. Infatti, mentre lo Spirito Santo è forza di verità, questo Accusatore è «padre della menzogna» (Gv 8,44), che vuole contrapporre l’uomo a Dio e gli uomini tra loro: proprio l’opposto di quel che fa Gesù, salvandoci dal male e unendoci come popolo di fratelli e sorelle nella Chiesa.

Carissimi, pieni di gratitudine per questo dono, affidiamoci all’intercessione della Vergine Maria, Madre del Divino Amore.

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Dopo il Regina Caeli

Cari fratelli e sorelle,

ho appreso con preoccupazione le notizie sull’aumento delle violenze nella Regione del Sahel, in particolare in Ciad e in Mali, colpiti da recenti attacchi terroristici. Assicuro la mia preghiera per le vittime e la vicinanza a quanti soffrono. Auspico che cessi ogni forma di violenza e incoraggio ogni sforzo per la pace e lo sviluppo in quell’amata terra.

Il 10 maggio, ogni anno, si celebra la “Giornata dell’amicizia copto-cattolica”. Rivolgo un saluto fraterno a Sua Santità Papa Tawadros II e assicuro la mia preghiera a tutta l’amata Chiesa copta, nella speranza che il nostro cammino di amicizia ci conduca all’unità perfetta in Cristo, che ci ha chiamato “amici” (cfr Gv 15,15).

Ed ora rivolgo il mio benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini di diversi Paesi! In particolare, saluto il gruppo “Guardie d’onore al Sacro Cuore di Gesù”, da varie città d’Italia, e i “Volontari per l’evangelizzazione” legati alla famiglia di Radio Maria; come pure l’Associazione di volontariato “Komen Italia”, impegnata per la prevenzione dei tumori al seno.

Desidero ringraziare per l’accoglienza che caratterizza il popolo delle Isole Canarie, per aver permesso l’arrivo della nave da crociera “Hondius” con i malati di hantavirus. Sono contento di potermi incontrare con voi il mese prossimo nella mia visita alle Isole.

E un pensiero speciale va oggi a tutte le mamme! Per intercessione di Maria, la Madre di Gesù e nostra, preghiamo con affetto e gratitudine per ogni mamma, specialmente per quelle che vivono in condizioni più difficili. Grazie! Che Dio vi benedica!

E a tutti auguro una buona domenica.



Enzo Bianchi La carità rende vere fede e speranza

Enzo Bianchi
La carità rende vere fede e speranza

L’ultima delle virtù teologali fa sì che le altre due siano autenticamente cristiane e non degenerino in facili fanatismi o rovinose illusioni


Famiglia Cristiana - 3 Maggio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Abbiamo cercato di comprendere le virtù o meglio le “forze” cristiane per eccellenza, quelle forze o energie innestate nel cristiano con il battesimo e perciò chiamate “teologali”, doni di Dio.

La fede infatti uno non se la dà, ma la accoglie, e così la speranza genuina nel cuore del credente perché lo Spirito santo la fa nascere e la sostiene. Ma va ricordato che la fede e la speranza sono impensabili senza la carità: la terza virtù dono di Dio, quella dell’amore, viene come ultima perché dà possibilità alle due che la precedono di essere secondo il cuore di Dio, di essere il sentimento di Cristo. Pierpaolo Pasolini, un cristiano senza chiesa che leggeva in profondità il cristianesimo scrisse che “la fede e la speranza senza la carità sono mostruose”. Basti pensare come nel secolo scorso i totalitarismi come il nazismo si nutrivano di fede e speranza senza la carità! Perché la fede può dare origine a fanatismo, la speranza a illusioni che si rivelano falsità. Solo la carità permette alle altre due virtù di essere cristiane. D’altronde è ciò che annuncia anche Paolo nell’inno alla carità, nella Prima lettera ai Corinti: “Se anche avessi una fede da trasportare le montagne se non ho la carità non sono nulla” (1Cor 13,2).

Ecco perché noi vediamo alcuni che non hanno la fede ma vivono la carità verso i fratelli e le sorelle in umanità. Nel disegno di Dio sarà questo amore che Dio vedrà come causa della loro salvezza, hanno infatti riconosciuto il primato dell’amore.
(fonte: blog dell'autore)


domenica 10 maggio 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - VI DOMENICA DI PASQUA anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


VI DOMENICA DI PASQUA anno A

10 Maggio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, il Signore è presente in mezzo a noi con la sua Parola e con il suo Spirito. È questa la ragione della nostra speranza in Colui che è pronto ad ascoltare le nostre preghiere. Per questo con fiducia diciamo insieme:

R/   Riempici del tuo amore, Signore

Lettore

- Signore Gesù, Tu hai voluto fare di noi, che siamo stati battezzati nel tuo Nome, la tua Chiesa. Non noi abbiamo scelto Te, ma Tu hai scelto noi, perché imparassimo a vivere del tuo amore. Donaci la consapevolezza di appartenere a Te e di essere pronti a testimoniare di fronte al mondo la verità dell’amore vissuta nell’accoglienza reciproca e nell’apertura verso ogni persona umana. Preghiamo.

- Ti presentiamo, Signore Gesù, tutti quei drammi, che tanta parte dell’umanità di oggi è costretta a sperimentare. In particolare ti vogliamo offrire il dolore dei popoli Ucraino, Palestinese, Libanese, Iraniano. Vogliamo anche presentarti le sofferenze dei popoli del Centro Africa anch’essi lacerati dalla guerra e dai massacri. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore Gesù, i ragazzi ed i giovani di questo nostro Paese, che si ritrovano a vivere una condizione di estrema incertezza. Sono tanti quelli che son andati all’estero, quelli che abbandonano gli studi o che hanno smesso di cercare un lavoro. E sono tanti anche quelli sui quali pesa la grave tentazione della droga e dell’alcool. Dona a coloro che hanno responsabilità politiche, educative ed economiche uno sguardo più lungimirante, capace di sostenere la speranza dei ragazzi e dei giovani. Preghiamo.

- Ricordati, Signore Gesù, di tutte quelle persone che sono provate dalla malattia e dall’abbandono dei propri familiari. Sii vicino a tutte quelle famiglie che si ritrovano ad affrontare situazioni molto pesanti a causa della presenza di un familiare malato mentale o non più autosufficiente. La presenza del tuo Santo Spirito sia per tutti loro sostegno e conforto. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo delle vittime dell’indifferenza e delle vittime dell’economia, della finanza e delle nuove tecnologie che guardano cinicamente ai propri interessi e profitti. Tu che sei il Figlio amato del Padre, accogli tutti alla tua presenza di amore e di pace. Preghiamo.


Per chi presiede

Ascolta, o Signore Gesù, le nostre preghiere e donaci lo Spirito della verità, affinché in ogni situazione della vita sappiamo rendere ragione della speranza che è in noi. Te lo chiediamo perché tu vivi regni con Dio Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli.

AMEN.


VISITA PASTORALE DI PAPA LEONE XIV A NAPOLI 08/05/2026 - I mille colori di una città capace di sperare nonostante le difficoltà

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE LEONE XIV
A NAPOLI

8 MAGGIO 2026

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ore 15,15 Atterraggio presso la Rotonda Diaz a Napoli
Il Santo Padre è accolto da:
1. Card. Domenico Battaglia, Arcivescovo di Napoli
2. On. Roberto Fico, Presidente della Regione Campania
3. Dott. Michele Di Bari, Prefetto di Napoli
4. Dott. Gaetano Manfredi, Sindaco di Napoli
immediato trasferimento in auto al Duomo di Napoli

ore 15,45 Nella Cattedrale: Incontro con il Clero e i Consacrati
- adorazione del Santissimo Sacramento
- saluto del Card. Domenico Battaglia
- preghiera e lettura di un brano del Vangelo

* discorso del Santo Padre

al termine, nella sagrestia, il Santo Padre saluta alcuni Collaboratori della Curia Diocesana

ore 16,30 Il Santo Padre lascia il Duomo e si trasferisce in auto a Piazza del Plebiscito
ore 17,00 Piazza del Plebiscito: Incontro con la Cittadinanza
Il Santo Padre entra nella Basilica di San Francesco di Paola e saluta la Comunità dei Padri Minimi e alcune Autorità
Il Santo Padre prende posto sulla scalinata della Basilica:
- saluto del Card. Domenico Battaglia
- saluto del Sindaco di Napoli, Dott. Gaetano Manfredi
- animazione dei giovani della pastorale giovanile

* discorso del Santo Padre

- Atto di affidamento alla Vergine Maria, e Benedizione

ore 18,30 Trasferimento in auto alla Rotonda Diaz
Il Santo Padre si congeda dalle Autorità che Lo hanno accolto all’arrivo
ore 19,30 Atterraggio all’eliporto del Vaticano

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Leone XIV in visita pastorale a Napoli

I mille colori di una città capace di sperare
nonostante le difficoltà


Restituire a Napoli un’immagine non di semplice «cartolina» per i visitatori, ma di «cantiere aperto, dove si costruisce una pace concreta, verificabile nella vita quotidiana delle persone». Così Leone XIV ha incoraggiato la città «dai mille colori» ieri, venerdì 8 maggio, primo anniversario del pontificato, giungendo in visita pastorale nel capoluogo campano dopo la tappa del mattino a Pompei.

Atterrato alle 14.17 alla Rotonda Diaz, sul lungomare Caracciolo, il Papa è stato accolto dal cardinale arcivescovo Domenico Battaglia, dal presidente della Regione Campania, Roberto Fico, dal prefetto di Napoli, Michele Di Bari, e dal sindaco Gaetano Manfredi.

Si è subito trasferito in auto alla cattedrale di Santa Maria Assunta, che custodisce le reliquie di san Gennaro, vescovo e martire, patrono della città. Nel tragitto — durante il quale ha ricevuto in dono una pizza appena sfornata con su scritto il proprio nome — un unico lungo chiassoso cordone di persone, famiglie con bambini di ogni età. Le scuole sono state chiuse per consentire a tutti di partecipare a questa grande festa itinerante, caratterizzata da striscioni con inviti a visitare parrocchie, cori entusiasti e sventolii di bandierine del Vaticano, gialle e bianche come la miriade di cappellini indossati dai fedeli.

Accolto dalla musica e dai canti dei bambini radunati sulla gradinata del duomo, scelto per incontrarvi i vescovi, il clero, i religiosi e le religiose, il Pontefice si è trattenuto per qualche istante alle soglie della porta principale per salutare i fedeli raccolti all’esterno.

Entrato nella cattedrale sulle note di Tu sei Pietro, ha venerato il crocifisso e, raggiunta la Real Cappella del Tesoro di san Gennaro, si è inginocchiato davanti al Santissimo Sacramento, sostando per qualche istante in preghiera: oltre 2.500 i presenti in questo luogo, scrigno di fede, che non custodisce solo le reliquie dell’amato san Gennaro ma le domande di un intero popolo.

Poi ha attraversato la navata centrale benedicendo i fedeli e ha salutato i vescovi presenti nel transetto. Quindi, il cardinale Battaglia gli ha porto la teca del reliquiario contenente l’ampolla del sangue di san Gennaro. Dall’altare maggiore, dove si trovava anche il busto del santo, tra applausi e grida «Viva il Papa», dopo averla baciata e venerata, Leone XIV l’ha mostrata all’assemblea orante.

Al saluto dell’arcivescovo sono seguite la lettura del Salmo 117 e la proclamazione del Vangelo di Luca (24, 13-31) sui discepoli di Emmaus, il cui versetto «Camminava con loro» è stato il tema della visita.

Dopo aver impartito la benedizione apostolica, il Pontefice ha sostato brevemente nella basilica di santa Restituta, prima cattedrale della città raggiungibile dall’interno dell’odierno duomo. Lì, assieme al cardinale arcivescovo ha incontrato la mamma del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di 2 anni morto il 21 febbraio scorso all’ospedale Monaldi di Napoli, dopo un trapianto di cuore con un organo danneggiato. Al termine, in sagrestia ha salutato alcuni collaboratori della Curia diocesana.

All’uscita, Leone XIV ha accennato a dirigere il coro di un gruppo di giovani che cantava «’O surdato ’nnammurato», una delle più famose canzoni in dialetto napoletano.

Alle 16.10 è salito sull’auto scoperta per dirigersi verso piazza del Plebiscito, salutando i cittadini affacciati ai balconi e alle finestre. Dopo venti minuti e due chilometri percorsi tra ali di folla festante, è giunto alla terza tappa di un racconto simbolico iniziato sul mare della Rotonda Diaz, proseguito nella «casa» del santo patrono partenopeo e concluso nel fulcro della dimensione collettiva di una città in cui ogni angolo sembra essere già stato narrato e dove le strade non portano altrove ma riportano agli uomini.

Sono stati 1.500 i volontari coinvolti nell’evento, 30mila i posti a sedere allestiti in piazza per l’incontro del Pontefice con la cittadinanza, altri 20mila i fedeli stimati nelle vie circostanti, almeno duemila i giovani riunitisi in una giornata primaverile calda, nonostante il sole abbia fatto capolino solo poco prima dell’arrivo del Papa.

Canti gioiosi si sono levati quando, alle 16.30, il Papa è giunto sulla piazza a bordo dell’auto scoperta e ha girato per tutti i reparti, mentre la folla agitava i cappellini invocando «Papa Leone». Ad accogliere la gente di Napoli l’imponente colonnato le cui braccia si incontrano nella basilica di San Francesco da Paola. Qui davanti il vescovo di Roma è sceso dalla vettura e ha ricevuto un mazzo di fiori bianchi, quindi ha salutato alcuni disabili e persone fragili seduti nelle prime file ed è entrato nell’edificio sacro neoclassico per salutare la comunità dei padri Minimi, ordine fondato nel XV secolo proprio dal santo calabrese cui è intitolata la basilica, patrono della gente di mare.

Il Pontefice ha preso poi posto sulla scalinata, addobbata con fiori gialli e bianchi. Hanno pronunciano i loro saluti il cardinale Battaglia e il sindaco Manfredi. Al termine, il prefetto Di Bari ha consegnato al Papa una Natività realizzata da un maestro presepiale di San Gregorio Armeno e una Madonna del Buon Consiglio realizzata da Genny Di Virgilio.

Canti eseguiti dal coro di giovani della diocesi diretto da Carlo Morelli — tra cui la celebre «’O sole mio» — si sono alternati ai racconti e alle testimonianze offerte a Leone XIV seguendo il filo conduttore di Emmaus, col focus sulla vicinanza di Gesù risorto a chi avanza nella fatica e nel disorientamento. «Le voci di Napoli», ha definito Leone XIV le parole di Rebecca Rocco e Fabio Varrella.

A conclusione del suo discorso, dopo una pausa di silenzio il Papa ha compiuto l’atto di affidamento alla Vergine Maria davanti alla statua dell’Immacolata Concezione fatta realizzare nella prima metà del XIX secolo dal venerabile don Placido Baccher e portata in piazza in occasione del secondo centenario dell’Incoronazione. Alla Madonna il Pontefice ha affidato Napoli coi suoi «sogni feriti» e la «speranza ostinata».

Un brusio si è diffuso tra la folla quando il Vescovo di Roma ha citato «il grido di chi cerca dignità e il silenzio di chi ha paura», le «mani oneste di chi saluta» e quelle stanche «di chi ha sbagliato»; si commuovevano le madri pensando «ai giovani con la valigia in mano» e ai bambini «che giocano tra le crepe dei palazzi» senza smettere «di cercare il mare».

Da Leone XIV la supplica perché Napoli, città dai «mille colori», trovi «il coraggio della scelta» e «la forza di rialzarsi a ogni caduta» e «non piegare la schiena davanti al male», trasformandosi in «unica tavola dove nessuno è escluso», «il caffè sa di fratellanza e il pane si divide ancora».

Al termine il Papa ha deposto un mazzo di fiori bianchi ai piedi della statua mariana. Dopo circa due ore di dialogo con la cittadinanza, alle 18.30 si è congedato con un ultimo saluto a braccio e impartendo una benedizione speciale ai malati presenti. «Grazie a tutti e “Viva Napoli”», ha detto prima di salire in auto sulle note di «Resta qui con noi» per trasferirsi alla Rotonda Diaz. Decollato alle 18.53, l’elicottero con il Pontefice a bordo è atterrato alle 19.38 presso l’eliporto Vaticano.

Intanto, mentre iniziavano a cadere le prime gocce di pioggia, pian piano piazza del Plebiscito si svuotava, tornavano a popolarsi i vicoli, dove anche il silenzio gesticola, tra fili di panni stesi e motorini appoggiati ai muri, nelle botteghe dalle saracinesche abbassate e nei murales sgargianti, nei mille volti di Maradona e nei nastri azzurri che di giorno si confondono con il cielo.

Un cielo più luminoso, per questa città a volte crocifissa ma sempre tesa al compimento del terzo giorno, specialmente ora che Leone XIV ha indicato l’orizzonte a quanti vogliono, malgrado tutto, ostinatamente sperare.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Lorena Leonardi 09/05/2026)

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INCONTRO CON IL CLERO E I CONSACRATI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cattedrale Metropolitana di Santa Maria Assunta (Napoli)

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Parole del Santo Padre prima dell'incontro con i Vescovi, il clero, i religiosi e le religiose


Ciao Napoli! Buongiorno! Sono venuto a Napoli per trovare questo calore che solo Napoli sa offrire! Grazie per questa accoglienza! Grazie! È una benedizione di Dio trovarci insieme, sono molto contento di poter essere qui questo pomeriggio: un tempo molto breve ma molto significativo. E questa prima fermata proprio qui al Duomo, la cattedrale di Napoli, dove voglio anche fare quest’omaggio a San Gennaro, tanto importante per la vostra devozione, la vostra fede!

Saluto Sua Eminenza, tutti voi, grazie per essere qui, pregheremo insieme, chiediamo la Benedizione di Dio su tutti voi, su tutta Napoli. Grazie! Grazie!

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Eminenza, Eccellenze,
cari presbiteri, religiose e religiosi,
fratelli e sorelle!

Grazie, Eminenza, per il saluto che mi ha rivolto anche a nome dei presenti e dell’intera Chiesa che vive a Napoli. È una grande gioia per me visitare questa città, ricchissima di arte e di cultura, situata nel cuore del Mediterraneo e abitata da un popolo inconfondibile e gioioso, nonostante il peso di tante fatiche. Il mio venerato predecessore, Papa Francesco, venendo qui nel 2015, disse: «La vita a Napoli non è mai stata facile, però non è mai stata triste! È questa la vostra grande risorsa: la gioia, l’allegria» (Incontro con la popolazione di Scampia, 21 marzo 2015). Oggi sono qui anche per farmi contagiare da questa gioia. Grazie per la vostra accoglienza!

In questo spirito di amicizia e di fraternità, desidero condividere con voi una breve riflessione, che spero possa sostenervi, incoraggiarvi nel cammino e offrire qualche spunto utile alla vita ecclesiale e pastorale.

C’è una parola che risuona nel mio cuore ascoltando il racconto evangelico dei due discepoli di Emmaus: la parola cura. Come quei due discepoli, anche noi spesso portiamo avanti il nostro cammino senza riuscire a interpretare i segni della storia e, a volte, scoraggiati e delusi da tanti problemi o per le speranze personali e pastorali che sembrano non realizzarsi, abbiamo il volto triste e l’amarezza nel cuore. Gesù, però, si affianca e cammina con noi, ci accompagna per aprirci a una nuova luce: il suo è l’atteggiamento di chi si prende cura.

Il contrario della cura è la trascuratezza. E subito vengono in mente alcuni esempi: la trascuratezza delle strade e degli angoli della città, quella delle aree comuni, quella delle periferie e, ancor più, tutte quelle situazioni in cui è la vita stessa a essere trascurata, quando si fa fatica a custodirne la bellezza e la dignità. Vorrei però che ci fermassimo, prima di tutto, sull’importanza della cura interiore, che è cura del nostro cuore, della nostra umanità e delle nostre relazioni.

Lo dico anzitutto a coloro che, nella Chiesa, sono chiamati a un ruolo di responsabilità, a un servizio di governo, a una speciale consacrazione. Penso anzitutto ai preti, alle religiose e ai religiosi, perché il peso del ministero e la fatica interiore che ne consegue, oggi sono diventati, per certi versi, ancora più gravosi rispetto al passato.

Napoli è una città dai mille colori, in cui la cultura e le tradizioni del passato si mescolano alla modernità e alle innovazioni; è una città in cui una religiosità popolare spontanea ed effervescente si intreccia con numerose fragilità sociali e con i molteplici volti della povertà; è una città antica ma in continuo movimento, abitata da molta bellezza e nel contempo segnata da tante sofferenze e perfino insanguinata dalla violenza.

In questo contesto, l’agire pastorale è chiamato a una continua incarnazione del messaggio evangelico, perché la fede cristiana professata e celebrata non si limiti a qualche evento emotivo ma penetri profondamente nel tessuto della vita e della società. Il peso, però, soprattutto per i presbiteri, è grande. Penso alla fatica di ascoltare le storie che vi vengono consegnate, di intercettare quelle più nascoste che hanno bisogno di venire alla luce, di perseverare nell’impegno di un annuncio evangelico che possa offrire orizzonti di speranza e incoraggiare la scelta del bene; penso alle famiglie affaticate e ai giovani spesso disorientati che vi proponete di accompagnare, e a tutti i bisogni, umani, materiali e spirituali, che i poveri vi affidano bussando alle porte delle vostre parrocchie e delle vostre associazioni. A ciò si aggiunge, spesso, un senso di impotenza e di smarrimento quando constatiamo che i nostri linguaggi e il nostro agire sembrano non adeguati alle nuove domande e sfide di oggi, specialmente dei più giovani. Il carico umano e pastorale è certamente alto, rischia di appesantire, di logorare, di esaurire le nostre energie, e a volte può essere ancora più aggravato da una certa solitudine e dal senso di isolamento pastorale.

Per questo abbiamo bisogno di cura. Anzitutto la cura della vita interiore e spirituale, alimentando costantemente la nostra relazione personale con il Signore nella preghiera e coltivando la capacità di ascoltare ciò che si agita dentro di noi, per fare discernimento e lasciarci illuminare dallo Spirito. Ciò richiede anche il coraggio di saperci fermare, di non aver paura di interrogare il Vangelo sulle situazioni personali e pastorali che viviamo, per non ridurre il ministero a una funzione da svolgere.

La cura del nostro ministero, però, passa anche attraverso la fraternità e la comunione. Una fraternità radicata in Dio, che si esprime nell’amicizia e nell’accompagnamento vicendevole, così come nella condivisione di progetti e iniziative pastorali. Essa va considerata «come elemento costitutivo dell’identità dei ministri, non solo come un ideale o uno slogan» (Lett. ap. Una fedeltà che genera futuro, 16). Allo stesso tempo, proprio perché oggi siamo più esposti alle derive della solitudine vivendo in un ambiente culturale più complesso e frammentato, la fraternità chiede di essere coltivata e promossa, magari anche con nuove «forme possibili di vita comune» (ivi, 17), in cui i presbiteri possano aiutarsi a vicenda ed elaborare insieme l’azione pastorale. Si tratta non solo di partecipare a qualche incontro o evento, ma di lavorare per vincere la tentazione dell’individualismo. Pensiamoci preti e religiosi insieme! Esercitiamoci nell’arte della prossimità!

Papa Francesco ha affermato che a un certo individualismo diffuso nelle nostre diocesi «dobbiamo reagire con la scelta della fraternità». E aggiungeva: «Questa comunione chiede di essere vissuta cercando forme concrete adeguate ai tempi e alla realtà del territorio, ma sempre in prospettiva apostolica, con stile missionario, con fraternità e semplicità di vita» (Incontro con i sacerdoti diocesani, Cassano all’Jonio, 21 giugno 2014).

Non dimentichiamo, poi, che questa esigenza di comunione ci riguarda in primo luogo in quanto battezzati, chiamati a formare l’unica Chiesa di Cristo. Essa perciò va cercata, incoraggiata e vissuta in tutte le nostre relazioni umane e pastorali, nelle quali un ruolo di primaria importanza è quello dei laici e degli operatori pastorali. Il camminare insieme alla sequela del Signore e il portare avanti la missione evangelizzatrice valorizzando i diversi carismi e ministeri risponde all’identità stessa della Chiesa: la Chiesa è mistero di comunione e ciascuno, a partire dal Battesimo, è chiamato ad essere una pietra viva dell’edificio, un apostolo del Vangelo, un testimone del Regno.

Al riguardo, so che avete vissuto un tempo di grazia celebrando il Sinodo diocesano. È stato un processo che ha rimesso in movimento l’intera comunità ecclesiale, chiamandola a interrogarsi sul proprio modo di essere e di annunciare il Vangelo in questa terra. Vorrei invitarvi a custodire e fare vostro anzitutto il metodo del Sinodo: un esercizio di ascolto reciproco, un coinvolgimento che non ha escluso nessuno, una sinergia umana, pastorale e spirituale tra parrocchie, realtà associative, consacrati e laici, cercando di dare voce anche a chi solitamente resta ai margini. Questo ascolto ha fatto emergere con chiarezza le attese, le ferite e le speranze, restituendovi l’immagine di una Chiesa chiamata a uscire da sé stessa, a convertire il proprio stile, a incarnarsi tra la gente come luce di speranza.

Ciò che vi chiedo dunque è questo: ascoltatevi, camminate insieme, create una sinfonia di carismi e ministeri, e così trovate le modalità per passare da una pastorale di conservazione a una pastorale missionaria, capace di intercettare la vita concreta delle persone.

È una missione che richiede l’apporto di tutti. In una città segnata da disuguaglianze, disoccupazione giovanile, dispersione scolastica e fragilità familiari, l’annuncio del Vangelo non può prescindere da una presenza concreta e solidale, che coinvolge tutti e ciascuno, preti, religiosi, laici. Tutti sono soggetti attivi della pastorale e della vita della Chiesa e non solo collaboratori, perché l’impegno e la testimonianza di ciascuno possano generare una comunità presente e attenta, capace di essere lievito nella pasta. Una comunità che sa progettare e proporre percorsi che aiutano le persone a vivere l’esperienza del Vangelo e a riceverne impulsi per rinnovare la città di Napoli.

Carissimi fratelli e sorelle, conosco lo speciale legame che vi unisce al vostro Patrono San Gennaro; ma la grazia di Dio è stata con voi così generosa che ha suscitato tante altre figure di Santi e Sante nel corso della vostra storia. Vi affido a loro e all’intercessione di Maria, Vergine Assunta e Madre premurosa. E non dimenticate: siete dentro una storia d’amore – quella del Signore per il suo popolo – che è iniziata prima di voi e non finisce con voi; ci siete dentro come tessere uniche e necessarie; ci siete dentro perché, anche nelle fitte trame del buio, voi possiate accendere una luce.

Non abbiate paura, non scoraggiatevi e siate, per questa Chiesa e per questa città, testimoni di Cristo e seminatori di futuro!






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INCONTRO CON LA CITTADINANZA

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Piazza del Plebiscito (Napoli)

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Fratelli e sorelle, grazie per la vostra bella accoglienza!

Questo abbraccio, di questa piazza, è un po’ come il Colonnato di San Pietro a Roma: voi sapete accogliere con questo calore! Grazie davvero!

Ringrazio il Signor Sindaco per le parole che mi ha rivolto, saluto tutte le Autorità civili e militari presenti, mentre rinnovo la mia gratitudine a Sua Eminenza l’Arcivescovo e a quanti siete qui convenuti.

Sullo sfondo della scena evangelica dei discepoli di Emmaus, si sono alternate alcune voci che ci hanno introdotto a questo nostro bellissimo incontro. Sono le voci di Napoli, perla del Mediterraneo che il Vesuvio guarda dall’alto, voci in cui riecheggia l’antica bellezza di questa città bagnata dal mare e baciata dal sole, e in cui trovano spazio, però, anche ferite, povertà e paure. Queste voci raccontano di una Napoli che spesso cammina stanca, disorientata e delusa come i due discepoli del Vangelo, che ha bisogno di quella prossimità offerta loro da Gesù; voci di un popolo che, ancora oggi, avverte la necessità di fermarsi per chiedersi: che cosa conta davvero?

Fratelli, sorelle, in questa città scorre un anelito di vita, di giustizia e di bene che non può essere sopraffatto dal male, dallo scoraggiamento e dalla rassegnazione. Per questo è necessario che – non da soli, ma insieme – ci domandiamo: che cosa conta davvero? Che cosa è necessario e importante per riprendere il cammino nello slancio dell’impegno invece che nella stanchezza del disinteresse, nel coraggio del bene invece che nella paura del male, nella cura delle ferite invece che nell’indifferenza?

Napoli vive oggi un drammatico paradosso: alla notevole crescita di turisti fatica a corrispondere un dinamismo economico capace di coinvolgere davvero l’intera comunità sociale. La città rimane ancora segnata da un divario sociale che non separa più il centro dalle periferie, ma è addirittura marcato all’interno di ogni area, con periferie esistenziali annidate anche nel cuore del centro storico. In molte zone si scorge una vera e propria geografia della disuguaglianza e della povertà, alimentata da problemi irrisolti da tempo: la disparità di reddito, le scarse prospettive di lavoro, la carenza di strutture adeguate e di servizi, l’azione pervasiva della criminalità, il dramma della disoccupazione, la dispersione scolastica e altre situazioni che appesantiscono la vita di molte persone. Dinanzi a queste realtà, che talvolta assumono dimensioni preoccupanti, la presenza e l’azione dello Stato è più che mai necessaria, per dare sicurezza e fiducia ai cittadini e togliere spazio alla malavita organizzata.

In questo contesto, sono tanti i napoletani che coltivano il desiderio di una città riscattata dal male e guarita dalle sue ferite. Spesso si tratta di veri e proprio eroi del sociale, donne e uomini che si prodigano ogni giorno con dedizione, talvolta anche solo col portare avanti fedelmente il proprio dovere, senza apparire, perché la giustizia, la verità, la bellezza si facciano largo tra le strade, nelle istituzioni, nelle relazioni. Queste persone non devono restare isolate, e perché il loro impegno pervada il tessuto profondo della città, c’è bisogno di creare una connessione, di lavorare in rete, di fare comunità.

Sono felice di poter dire che la Chiesa a Napoli è un “collante” che contribuisce notevolmente a questo lavoro di rete, per tenere insieme gli sforzi dei singoli e connettere le energie, i talenti e le aspirazioni di molti. Lo ha fatto promuovendo un Patto Educativo, che ha trovato una risposta generosa nelle Istituzioni – il Comune, la Regione, il Governo – e anche in tante realtà ecclesiali e del Terzo settore. Vorrei perciò lanciare un appello a tutti voi: non si spezzi questa rete che vi unisce, non si spenga questa luce che avete iniziato ad accendere nel buio, non perda il suo colore questo sogno che state realizzando per una Napoli migliore e più bella! Continuate a portare avanti questo Patto, radunate le forze, lavorate insieme, camminate uniti – Istituzioni, Chiesa e società civile – per sollevare la città, preservare i vostri figli dalle insidie del disagio e del male, per restituire a Napoli la sua chiamata ad essere capitale di umanità e di speranza.

Desidero poi ricordare il cammino intrapreso, da parte di questa città, per riscoprire la propria vocazione millenaria: essere ponte naturale tra le sponde del Mediterraneo. Napoli non deve restare una semplice “cartolina” per i visitatori, ma deve diventare un cantiere aperto, dove si costruisce una pace concreta, verificabile nella vita quotidiana delle persone.

La pace parte dal cuore dell’uomo, attraversa le relazioni, si radica nei quartieri e nelle periferie, e si allarga fino ad abbracciare la città intera e il mondo. Per questo sentiamo urgente lavorare anzitutto dentro la città stessa. Qui la pace si costruisce promuovendo una cultura alternativa alla violenza, attraverso gesti quotidiani, percorsi educativi e scelte pratiche di giustizia.

Sappiamo, infatti, che non esiste pace senza giustizia, e che la giustizia, per essere autentica, non può mai essere disgiunta dalla carità. È in questa prospettiva che nascono e si sviluppano esperienze come la Casa della Pace, che accoglie bambini e madri in difficoltà, e Casa Bartimeo, luogo di accompagnamento per giovani e adulti in situazioni di fragilità: segni concreti di una pace che si fa ospitalità, cura e possibilità di riscatto.

Inoltre insieme, comunità ecclesiale e comunità civile, vi state impegnando a rendere Napoli una “piattaforma” di dialogo interculturale e interreligioso. Attraverso convegni, premi internazionali e percorsi di accoglienza, anche di giovani provenienti da contesti di conflitto – come Gaza –, voi potete continuare a dare voce, dal basso, a una cultura della pace, contrastando la logica dello scontro e della forza delle armi come presunta soluzione dei conflitti.

In questo senso, Napoli continua a rivelare il suo cuore profondo nell’accoglienza dei migranti e dei rifugiati, vissuta non come emergenza ma come opportunità di incontro e di arricchimento reciproco. E questo è possibile soprattutto grazie al lavoro della Caritas diocesana, che ha anche trasformato il Porto di Napoli da semplice luogo di approdo a segno vivo di accoglienza, integrazione e speranza.

Fratelli e sorelle, Napoli ha bisogno di questo sussulto, di questa dirompente energia del bene, del coraggio evangelico che ci rende capaci di rinnovare ogni cosa. Che sia un impegno di tutti: assumetelo e portatelo avanti tutti insieme! Fatelo specialmente con i giovani, che non sono soltanto destinatari ma protagonisti del cambiamento. Si tratta non solo di coinvolgerli, ma di riconoscere loro spazio, fiducia e responsabilità, perché possano contribuire in modo creativo alla costruzione del bene. In una realtà spesso segnata da sfiducia e mancanza di opportunità, i giovani rappresentano una risorsa viva e sorprendente. Lo dimostra l’esperienza del Museo Diocesano Diffuso, dove tanti di loro si impegnano a custodire e raccontare il patrimonio culturale e spirituale della città con linguaggi nuovi e accessibili. Lo dimostrano i giovani che, negli oratori, si dedicano con passione all’educazione dei più piccoli, diventando punti di riferimento credibili e testimoni di relazioni sane. Lo dimostrano, ancora, i numerosi volontari che si spendono nei servizi di carità, nelle iniziative sociali e nei percorsi di accompagnamento delle fragilità.

Queste esperienze non sono marginali: sono già segni concreti di una Chiesa giovane e di una città che può rigenerarsi. Sono certo che non mancherete di continuare a coltivarli con audacia, con la passione e con l’entusiasmo che vi contraddistingue.

Vi ringrazio, carissimi, per l’accoglienza e affido tutti voi all’intercessione di Maria Santissima e di San Gennaro. Il Signore vi renda sempre fedeli al Vangelo e benedica la città di Napoli!

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Saluto finale di Papa Leone XIV prima di lasciare Piazza del Plebiscito

Allora prima di andare via facciamo il nostro ringraziamento al coro e a tutti i musicisti di questa sera. Grazie! E grazie a tutti i malati che ci hanno accompagnato questa sera: una benedizione speciale per voi! Grazie, grazie… Grazie a tutti e “Viva Napoli”.









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