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venerdì 9 ottobre 2026

Divieto di stendere i panni in un comune francese: “Non siamo a Napoli”. Maurizio De Giovanni: “Qui sono un inno alla vita, all’amicizia, all’unione”

Divieto di stendere i panni in un comune francese:
“Non siamo a Napoli”. 
 
Maurizio De Giovanni:
“Qui sono un inno alla vita, all’amicizia, all’unione”

Un sindaco di un piccolo paesino d’oltralpe per spiegare l’ordinanza che vieta di stendere il bucato fuori ai balconi tira in ballo il capoluogo partenopeo. Lo scrittore napoletano Maurizio De Giovanni, famoso per il commissario Ricciardi e i “bastardi di Pizzofalcone”, ricorda al Sir la bellezza e la complessità della città

(Foto ANSA/SIR)

Thizy les Bourgs è un piccolo centro del Rodano francese, nella regione Auvergne-Rhône-Alpes. Poco meno di seimila abitanti, dal 2013 riunisce cinque ex comuni, Thizy, Bourg-de-Thizy, Mardore, Marnand e La Chapelle-de-Mardore, e conserva ancora l’aspetto di un piccolo mosaico di borghi. A settembre Rémi Berthoux, sindaco di Thizy les Bourgs, eletto a marzo scorso a capo di una coalizione di estrema destra, firma un’ordinanza in cui stabilisce il divieto di stendere “biancheria e qualsiasi altro oggetto” su balconi, finestre e facciate degli immobili quando siano visibili dalle vie pubbliche. Gli stendini sui balconi restano invece ammessi, purché non superino l’altezza della ringhiera. L’ordinanza interviene anche su vasi e altri oggetti sistemati sui balconi quando sporgono oltre il parapetto e risultano visibili dall’esterno. Le violazioni possono essere accertate dalla polizia e dagli agenti autorizzati. Per il Comune la presenza di bucato e oggetti sulle facciate comprometterebbe “pulizia e immagine degli immobili”. Fin qui, una scelta che rientra nell’amministrazione di un comune. Solo che, qualche tempo dopo, viene fatto un post su Facebook sulla pagina del comune per pubblicizzare la scelta: “No, non siamo a Napoli!”. E ancora: “Anche a Thizy-les-Bourgs ciascuno può contribuire, nel proprio piccolo, al prestigio e all’immagine del nostro Comune”. 

Non si è fatta attendere la risposta, a mezzo social, di Carlo Puca, assessore all’Immagine della Città di Napoli: “Caro sindaco Berthoux, ha ragione: a Thizy-les-Bourgs non siete a Napoli. E glielo dico con sincero dispiacere, perché si perde parecchio. Capiamo la volontà di decoro urbano, ci mancherebbe. Ogni amministratore ha il diritto di regolare il proprio territorio. Ma per giustificare un divieto non serviva usare Napoli come termine di paragone negativo, come sinonimo di ciò che ‘non si deve essere’. È una battuta facile, che banalizza una città complessa riducendola a cartolina folkloristica o, peggio, a controesempio. Napoli non è un’etichetta da brandire per marcare le distanze. È una metropoli di oltre due millenni di storia, di arte, musica, cucina, filosofia, e sì, anche di lenzuola stese al sole. Cose che, tra l’altro, asciugano benissimo e a costo ambientale zero”. 

Sulla vicenda abbiamo sentito lo scrittore napoletano Maurizio De Giovanni.

Secondo lei, che necessità c’era di tirare in ballo Napoli?

(Foto: ANSA/SIR)
Dovremmo chiederlo a questo signore, che mi risulta peraltro appartenere a una parte politica nota per la sua illuminata e progressista visione del mondo… Quello che voglio dire a questo signore è che non conosco la città da lui è amministrata, non so quanti milioni di turisti abbia e sicuramente saranno molti di più di quelli che vengono a Napoli a confrontarsi con la cultura millenaria della città.
Io credo che Napoli si colloca in uno spazio culturale che annovera forse 7-8 capitali nel mondo, non di più. Festeggiamo i 2.500 anni di storia documentata, ma probabilmente sono molti di più.

Cosa rappresentano a Napoli i panni stesi?

I panni stesi sono una connessione, uniscono due famiglie che si trovano in due palazzi diversi e se i portoni sono sfalsati anche in due indirizzi diversi, due strade diverse, eppure sono unite dalla comune gestione dei famosi panni stesi, che

sono una bandiera, sono uno striscione, un inno alla vita, all’amicizia, all’unione.

Napoli ha moltissime realtà che parlano di unione, di solidarietà e di accoglienza. Unione, solidarietà e accoglienza sono tre elementi che purtroppo scarseggiano molto a livello mondiale, quindi direi che ancora una volta Napoli si propone come un laboratorio di civiltà per il resto del pianeta. Io invito personalmente il sindaco della cittadina francese, se gradisce, a venire a Napoli qualche giorno e gli facciamo capire che Napoli è un modello da imitare, non da sfuggire.

Questa Napoli da cartolina rappresentata dal sindaco francese, in realtà, non fotografa la vera anima della città…

Napoli non è una, Napoli è una molteplicità, 
Napoli è un sostantivo plurale, questo va capito una volta per tutte.

Napoli è l’area più densamente popolata del continente, in Europa non c’è un luogo più densamente popolato di Napoli, sono 3 milioni e mezzo di persone che abitano la città metropolitana, senza soluzione di continuità, non c’è un pezzo di campagna, lei può girare per un luogo dove abitano 3 milioni e mezzo di persone senza mai uscire dall’area urbana, è una grande capitale del sud del mondo, è come Istanbul, come Atene, come Rio, come Buenos Aires, non è possibile interpretare Napoli da un unico punto di vista, nessuno può dire ti faccio vedere la vera Napoli, anzi tutti lo possono dire: qualsiasi Napoli ti facciano vedere è un luogo dove tu trovi tutte le luci e tutte le ombre possibili, quindi pensare di ridurla a un paradigma, pensare di ridurla a un’unica declinazione è folle, è facilissimo dimostrare il contrario, per quanto bella o brutta lei mi definisca la città, io le faccio vedere il suo opposto in mezz’ora, questo è il bello, per chi viene a vedere da fuori, questo è il bello di Napoli, tanto che io trovo piatta e noiosa qualsiasi altra città. Indubbiamente, ci sono in ogni città tante bellezze, tante bruttezze, ma tutte insieme, così come a Napoli da nessuna parte.

I mille colori di cui parlava Pino Daniele…

Direi di più: oltre ai mille colori ci sono 10.000 sfumature per ogni colore, quindi non c’è dubbio, in tutto, dall’arte all’architettura, dall’archeologia all’enogastronomia, non c’è luogo che abbia tante diversità.

Bisognerebbe far capire al sindaco francese che la diversità è una ricchezza, che la disuguaglianza è un guaio.
(fonte: Sir, articolo di Gigliola Alfaro 09/10/2026)


Alessandro D'Avenia: L’autunno è un metodo

Alessandro D'Avenia
L’autunno è un metodo
Corriere della Sera, 28 settembre 2026


In autunno è più facile vedere Dio che abita nei paradossi: frutti maturi e rami spogli, chi dà la vita la ritrova.

Nel racconto biblico della creazione non si narra come le cose sono state fatte un tempo, ma il rapporto che la Vita ha con le cose in ogni tempo. Non l’inizio del mondo ma il suo perenne iniziare: la Vita si dà sempre di nuovo (il riposo del settimo giorno è custodia non distacco) e tutto è con-creato (i sei giorni), cioè collegato. Della Vita godiamo multiformi quotidiane epifanie nella vita, ma niente di ciò che è vivo è la Vita stessa. Lei è invisibile, inesauribile, eterna.

In autunno però mostra di più il suo gioco, proprio perché fine e inizio coincidono. Il verde assorbito nei frutti maturi lascia spazio ai colori caldi del nostro destino: riposa e rinasci. Siamo vivi, ma non siamo la Vita. Possiamo trasmetterla o distruggerla, gli unici due modi di starci dentro, per compimento e rinascita o per esaurimento e aridità: la vita in te e attorno a te aumenta o si spegne?

Van Gogh nel settembre del 1888 scriveva al fratello che in quel periodo i colori non gli bastavano: «Non te lo dirò mai abbastanza, sono estasiato estasiato estasiato da ciò che vedo. Tutto questo dà aspirazioni d’autunno, un entusiasmo che fa passare il tempo senza accorgersene».

Ecco la ricreazione autunnale: cogli frutti maturi e ritirati, concentrati e riposa nella Vita, radicati nel silenzio e rinasci. Torna creatura e sarai ricreato perché finire è iniziare. L’autunno non è un sentimento, è il metodo della Vita nella vita.
(fonte: sito dell'autore)

Nessuno basta a se stesso. Anche l’uomo più potente della terra ha bisogno degli altri, senza di loro é nessuno di Gennaro Matino

Nessuno basta a se stesso. 
Anche l’uomo più potente della terra
 ha bisogno degli altri, 
senza di loro é nessuno 
di Gennaro Matino


Ci hanno insegnato a farcela da soli. A non chiedere. A non dipendere. A chiamare libertà il non avere bisogno di nessuno. Tu basti a te stesso. Poi arriva una malattia, una guerra, un figlio che non torna, un vicino che bussa. E la frase su cui avevamo costruito il mondo si spezza: tu non basti a te stesso. È una notizia capace di rovinare il sonno a chi comanda. Perché se nessuno basta a se stesso, il mio destino entra nei conti di qualcun altro. E quello di qualcun altro entra nei miei.

Non posso dichiararmi estraneo alla fame che vedo, alla solitudine che incontro, alla violenza che pago perché resti lontana dai miei occhi. La nostra epoca ha fatto dell’autosufficienza una religione senza altari. Devi saperti vendere, curare, difendere, aggiornare. Devi essere imprenditore della tua vita, possibilmente sorridendo. Se cadi, avrai sbagliato strategia. Se non ce la fai, non ti sei impegnato abbastanza. Così una società che toglie appigli può perfino rimproverare chi precipita di non aver imparato a volare. E intanto, dietro ogni persona che proclama di essersi fatta da sola, c’è una folla che non compare nella fotografia: chi l’ha cresciuta, istruita, curata; chi ha pulito la strada percorsa per arrivare al lavoro; chi ha raccolto ciò che trova sul tavolo. Dire “ce l’ho fatta da solo” è facile quando il lavoro degli altri è stato reso invisibile.

A volte basta domandarsi chi ha tenuto in piedi la propria giornata per accorgersi che la risposta non è mai “io”. A Napoli conosciamo la differenza fra una porta aperta e una porta socchiusa. Un pianerottolo può diventare una piccola patria; può diventare anche il luogo dove si sente piangere qualcuno e si alza il volume della televisione. Non è il folklore dell’aiutarsi a vicenda a salvarci. Una mano tesa è preziosa, ma non può sostituire una scuola che funzioni, una casa accessibile, cure che arrivino in tempo. La generosità privata, quando deve coprire ogni giorno i vuoti della politica, finisce per diventare la prova del suo fallimento.

“Nessuno basta a se stesso” riguarda anche chi sembra avere tutto. Il potente che non ascolta confonde il silenzio intorno a sé con il consenso. L’uomo ricco può pagare perché gli venga risparmiata ogni attesa, non perché qualcuno gli dica la verità. Una nazione può alzare muri, riempire arsenali, promettere ai suoi cittadini di essere finalmente al sicuro da sola. Poi scopre che il grano, l’acqua, il clima, la pace non riconoscono i suoi confini. La terra presenta il conto a tutti, senza chiedere il passaporto. C’è un equivoco da sciogliere: avere bisogno degli altri non significa consegnarsi al loro potere. La dipendenza imposta umilia; l’interdipendenza riconosciuta obbliga a distribuire il potere.

È per questo che la democrazia è faticosa. Costringe a sedersi allo stesso tavolo con chi non abbiamo scelto, a sopportare una voce che interrompe la nostra, a difendere diritti che forse non useremo mai. Quando qualcuno promette di liberarci da questa fatica, di decidere da solo e in fretta, ci vende come forza ciò che spesso è soltanto incapacità di convivere. Eppure siamo diventati bravissimi a mettere distanza tra noi e le conseguenze dei nostri gesti. Un clic ordina, qualcuno corre. Un prezzo scende, qualcuno guadagna meno. Una bomba parte, il video si interrompe prima che si veda chi resta sotto le macerie. Lontano abbastanza perché non ci si senta responsabili; vicino abbastanza perché tutto funzioni a nostro vantaggio.

È questa la soglia morale del nostro tempo: il punto in cui l’altro smette di essere una funzione della mia comodità e torna a essere una persona. Non chiedo di voler bene a tutti. Sarebbe una formula troppo facile, e forse disonesta. Chiedo qualcosa di più difficile: accettare che anche la persona che non conosco abbia voce nel mondo in cui vivo. Che il bambino nato dalla parte sbagliata di un confine non sia un imprevisto amministrativo. Che l’anziano solo non sia un problema da delegare alla domenica di un volontario. Che il lavoratore invisibile non sparisca insieme al pacco che mi lascia davanti alla porta.

L’autonomia vera comincia quando smettiamo di vergognarci del bisogno e di approfittare di quello altrui. Quando sappiamo chiedere aiuto senza sentirci sconfitti e offrirlo senza trasformarlo in un debito. Quando capiamo che una vita riuscita non è una fortezza ben rifornita, ma una tavola alla quale qualcuno può ancora aggiungere una sedia. Nessuno basta a se stesso. Neppure noi che scriviamo, leggiamo e poi chiudiamo il giornale convinti di aver fatto la nostra parte.
La frase comincia a dire la verità solo quando cambia ciò che accade dopo: una telefonata, un voto, una scelta di lavoro, una porta che finalmente si apre. La soglia è lì. Dall’altra parte non c’è un mondo senza paura. C’è qualcuno che aspetta. E forse sta aspettando proprio noi.

(Fonte: “la Repubblica – Napoli" 4 ottobre 2026)

giovedì 8 ottobre 2026

“Scelgo di non odiare”, le parole di pace e perdono di padre Maccalli

“Scelgo di non odiare”,
le parole di pace e perdono di padre Maccalli

Il terzo libro del missionario della Società Missioni Africane è “un’enciclica dal basso a favore della pace e da cui ripartire – scrive – per uscire dal vicolo cieco della guerra”. Ai media vaticani padre Gigi racconta il peso dell’esperienza che lo ha marchiato a fuoco e del perdono offerto, unica strada per “una pace disarmata e disarmante” come invoca sempre Papa Leone. “Questo libro è il mio squarcio di cielo, a seguito di una sventura che mi ha spogliato e mi ha provato"

La copertina del libro: "Scelgo di non odiare"

Guarire il cuore dalla tentazione della violenza, amare i nemici anche se questa “è una parola amara al pari di una medicina”, ribadire che la guerra è incompatibile con il Vangelo, restare sempre umani. A prima vista potrebbero sembrare solo una lista di temi anche slegati tra loro e invece sono incarnati nella vita e nella storia di padre Pier Luigi Maccalli, il missionario della Società Missioni Africane, che tante volte Radio Vaticana ha raccontato. Proprio l’emittente pontificia ha avuto uno spazio, o meglio ha offerto un momento di respiro, nel lungo sequestro del missionario, durato due anni, dal 2018 al 2020 iniziato in Niger e conclusosi in Mali. Attraverso una piccola radio data dai rapitori e nel pieno del deserto del Sahel, padre Gigi aveva ascoltato la Messa di Pentecoste celebrata da Papa Francesco. Una carezza, un appiglio, il segno che Dio gli parlava anche se tante volte lo aveva sentito lontano e distante.

“Ho visto l’abisso del male”

Il rientro in Italia ha segnato anche l’inizio di un’avventura letteraria. Il silenzio, le prevaricazioni, le catene hanno portato il missionario a ripensare durante la prigionia alla sua vocazione e alla sua testimonianza di fede. Ne è nato un primo libro “Catene di libertà” a cui è seguito “Liberate la pace”. Da quest’ultima pubblicazione è stato realizzato, proprio con Radio Vaticana – Vatican News, un podcast dal titolo: “La pace in ostaggio”. A giugno è andato alle stampe “Scelgo di non odiare”, pubblicato da EMI, Editrice Missionaria Italiana. Padre Gigi Maccalli è tornato negli studi di Palazzo Pio per rilanciare ancora una volta parole di pace e di perdono.

Qual è la genesi di questo nuovo libro e perché tanta passione per la pace?

Il libro che ho scritto ha un contesto immediato ma ne ha un secondo forse più personale. 
Il contesto più immediato sono state le immagini di guerra e le parole armate ascoltate nei tanti notiziari televisivi e radiofonici che mi hanno spinto a scrivere questo libro, perché la maggior parte dei commenti che ascolto sulle guerre in corso sono intonati al riarmo, alla risposta armata, all'aumento della spesa militare. In me è nato come un bisogno di dire: "No! C'è un'altra strada". Questo libro è un grido di dissenso, un no deciso a tutte le guerre e al tempo stesso una proposta alternativa a sostegno della pace in sintonia con l'unica voce discordante in questo concerto di guerrafondai: quella di Papa Leone che predica la pace e la pace disarmata. 
C’è poi un contesto più personale. Ho visto da dentro, il volto cattivo e disumano della guerra. Sono stato prigioniero per oltre due anni, trattenuto come ostaggio, incatenato da miliziani jihadisti in una guerra tutt’ora in corso nel Sahel africano e come vittima innocente desidero parlare e dare voce alle tante vittime di guerra per dire: no alle armi, no alla violenza. Io scelgo la pace e la pace è possibile, ma non come la dà il mondo con bombe e strage di innocenti. A distanza di sei anni da quel rapimento, posso dire che ho raggiunto la consapevolezza che le sventure servono ad evitarci il peggio. Sono parole che trovo in una scrittrice francese, Christiane Singer: il peggio è aver passato tutta la vita rimanendo alla superficie delle cose, non essere stati scaraventati in un'altra dimensione. C’è anche una bella immagine e riguarda l'autunno che, spogliando gli alberi dalle loro foglie, lascia vedere il cielo. Questo libro è il mio squarcio di cielo a seguito di una sventura che mi ha spogliato, mi ha provato, mi ha riprogettato in profondità, oltre quella superficialità e quella superficie nella quale noi spesso viviamo e nella quale ci fermiamo. Questo libro è il frutto di questo sguardo verso un cielo diverso, altro.

Hai detto due no imprescindibili: non uccidere, non rispondere al malvagio con la violenza. Sei un uomo di fede, ma questo può essere valido anche per chi non crede?

Sì, io ho perdonato chi mi ha incatenato, chi mi ha rubato due anni di libertà e ho sentito e provato in me una grande pace. Ma questa pace non è acquisita una volta per sempre, va gestita, va governata, anche con dei no. Ci sono due no fondamentali che fanno argine al fluire di questo fiume che è l'umanità. Io la immagino così l’umanità come un grande fiume che ha bisogno di argini per poter scorrere pacificata. Il primo argine è non uccidere, il secondo argine non rispondere al malvagio con la violenza. Il quinto comandamento è la regola d'oro che è presente anche in tante tradizioni religiose non cristiane. Tra queste due sponde scorre il fiume di un'umanità pacificata, ma quando uno di questi argini si rompe, il fiume deborda in disumanità e fa disastri. L'essenziale dimenticato che questo libro vuole richiamare sono questi due versetti del discorso della montagna di Gesù. In Matteo 5,39 avete sentito dire: “Occhio per occhio, dente per dente, ma io vi dico, non opponetevi al malvagio”. E poi il 5,44: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”. Questi due no fondamentali hanno ispirato in me un metodo che propongo anche in questo libro, è “il metodo del doppio rifiuto”: dire no alle parole e agli atteggiamenti negativi, non odiare, non usare violenza, non picchiare. Rompere questi argini è rischiare un'esondazione pericolosa, è un'azione di disumanità.

C’è una parte del tuo libro in cui parli della pedagogia della pace, dell’importanza anche per i bambini più piccoli di non giocare con le armi, che non abbiano la possibilità di relazionarsi con la violenza, ma di contrastare quel linguaggio bellico spesso sinonimo di grandezza. Un fronte su cui lavorare…

L'ultimo capitolo è proprio improntato all’educazione alla pace, che deve cominciare fin da piccoli. Io lancio questa provocazione: disarmare i giocattoli dei nostri bambini. Io stesso ho giocato facendo la guerra, giocando a guardia e ladri e così via, ma educare fin da piccoli ad una logica del rispetto dell'altro, della persona, penso sia molto importante. Disarmare le nostre parole, disarmare i nostri atteggiamenti, disarmare anche l'educazione che deve spingere sempre verso il rispetto di ogni persona. E nelle scuole oggi credo sia importante fare un discorso di educazione alla pace e alla non-violenza.

Padre Pier Luigi Maccalli negli studi di Radio Vaticana - Vatican News (@VaticanNews)

C'è in questo libro la richiesta di una moratoria per la guerra come crimine inammissibile. È una richiesta che coinvolge anche i liturgisti.

Sì, io propongo in maniera forte di abolire tutte le guerre. Lo dico non per fare un raffronto sul passato, ma lo dico in rapporto alle guerre di oggi, che sono dominate dalle tecnologie. L'Intelligenza artificiale adesso gestisce azioni e interventi che causano delle stragi ancora più forti. E non c'è bunker, non c'è luogo di difesa possibile, perché le bombe specie quelle atomiche distruggono tutto. La stessa terra, l'aria, l'acqua saranno inquinate e non permetteranno la sopravvivenza anche di un ipotetico superstite in una guerra. Io sono convinto che un giorno le guerre saranno abolite. È una profezia che non è mia, l'hanno fatta tanti altri, mi ispiro in tal senso a don Primo Mazzolari, profeta di pace. Guardo la storia e vedo che la schiavitù è stata abolita anche se ci sono voluti secoli perché questa acquisizione diventasse patrimonio di tutta l'umanità. Credo sia importante pensare di arrivare un giorno ad abolire tutte le guerre che non sono altro che un crimine contro l'umanità, ma tutto questo va preparato. Il mio libro può essere uno spunto. La provocazione che lancio anche ai miei confratelli liturgisti è quello di disarmare la preghiera. È vero, nella Bibbia ci sono passaggi molto forti, molto violenti, che vanno contestualizzati. È un linguaggio che va compreso nel suo ambiente storico ma dico anche che, con l'avvento di Gesù, ci è stato rivelato il volto di Dio Padre misericordioso. La preghiera deve essere espressione di un Dio che ci ama, che è solo amore. Io penso che disarmare certe espressioni intonate al Dio degli eserciti, al Dio onnipotente che sistema tutto e tutti, siano un avanzare in una relazione nuova che Gesù ci ha rivelato. Dio è onnipotente nell'amore. Gesù è la rivoluzione della tenerezza e della non violenza. Sinceramente lo dico a partire da me stesso. Ho avuto le catene ai piedi, hanno usato espressioni di insulti, di disprezzo nei miei confronti. Non auguro a nessuno di vivere ciò che ho vissuto. Non lo auguro nemmeno a mio peggior nemico. Perché dovrei ora pregare un Salmo che inneggia le catene, che inneggia la vendetta? Sto chiedendo che le parole siano purificate, che siano espressioni di un cuore che ama, un cuore che perdona, un cuore che non arriva alla violenza.

Tutto questo prepara il terreno alla teologia per la pace, che “indica la dimensione attraverso la quale scandagliare tutto il mistero di Dio, di Cristo e della Chiesa, finalizzato all'annuncio del Regno di Dio, che ha nello shalom messianico il suo cuore”...

Sì, una teologia per la pace vuol dire mettere al centro il Regno di Dio, verso cui camminiamo tutti, anche in comunione con le diverse confessioni religiose. E qui il centro è Cristo e il suo annuncio centrato sul Regno di Dio che lui propone con parabole e con gesti. La teologia per la pace non ha confini da difendere, ma ha un orizzonte verso cui camminare tutti insieme. Qui, penso, possiamo trovare un elemento forte di ecumenismo, di impegno che ci deve accomunare anche con le diverse confessioni religiose.

Hai scritto: “Pace e dialogo sono i due piedi su cui cammina il mio impegno missionario”...

Sì, io sono un testimone, sono un missionario che crede nella Magnifica humanitas, in questa umanità magnifica che Dio ha creato, che Dio ha voluto e che ama. Credo che oggi siamo chiamati, come umanità, a un cambio di passo, a un cambio di parole disarmate, a costruire ponti di fraternità, a scegliere di non odiare. Il dialogo e la pace sono le grandi sfide alle quali siamo chiamati nell'attualità e nella missione oggi.

C’è un proverbio africano che citi in “Scelgo di non odiare” e che recita: “Quando gli elefanti combattono è sempre l'erba a rimanere calpestata”.

Ho ammirato come missionario in Africa la cultura del proverbio che viene sempre a sigillo di una palabra, di una discussione anche animata, quasi a dare una parola di saggezza come soluzione finale. E questo proverbio dice bene quanto le guerre dei potenti distruggono e fanno soffrire la gente semplice, i piccoli, i fragili, i vecchi come i bambini. Dopo ogni guerra ci troviamo senza futuro e senza memoria. Con la guerra tutto si distrugge. Prendere a cuore questa saggezza che viene dai proverbi ci può aiutare a intravedere questa nuova strada che è fatta di pace, di perdono e di non violenza.

“Ho visto l'abisso del male nel cuore della guerra e mi dissocio da ogni politica di riarmo. Io scelgo la non violenza e l'amore del nemico per accendere la sua pace”. Parli di non violenza, non violenza attiva, sottolinei più volte l’importanza di amare del nemico. Il nemico – scrivi - è colui che richiede l'ascolto anche da parte di chi subisce la violenza. È una rivoluzione veramente molto impegnativa, però è l'unica strada...

Sì, e la prendo da Gesù, dal discorso della montagna. Io penso che i capitoli 5, 6, 7 andrebbero messi proprio al centro di una riflessione sulla non violenza attiva e sulla pace. È “La profezia della non violenza”, il secondo capitolo, un ampio commentario di questo senso profondo delle parole di Gesù che propone di porgere l'altra guancia, che non è remissività, non è passività, ma è un richiamo a un plus di umanità, al rispetto della dignità umana. È una proposta anche all'aggressore per svegliarsi da questo sonno di violenza nel quale è caduto; uscire da questa logica di azione-reazione perché Gesù propone una terza via, la non violenza attiva, che ha ispirato tante persone, da Martin Luther King, a Gandhi, a Mandela, tanti non violenti. Noi come cristiani dobbiamo essere i primi portatori di questo messaggio, perché il cristiano è per vocazione un non violento. E abbiamo tanti modi di dire e di fare per esprimere il nostro dissenso attraverso l'obiezione di coscienza, il boicottaggio, le azioni creative e simboliche di sostegno anche a chi ha subito un sopruso, ma anche come proposta all'aggressore di conversione. In fondo, la non violenza propone di invitare il nemico a diventare amico. Mi piace citare il Salmo 85: “Giustizia e pace si baceranno”. La pace è un abbraccio con questo nemico diventato amico. La proposta di Gesù è rivoluzionaria, è nel cassetto di tutti i cristiani, dimenticata. È da riscoprire, ridarle forza e metterla al centro della nostra riflessione e del nostro impegno.

Padre Gigi, com'è la tua vita a sei anni dal rilascio, un tempo nel quale hai avuto modo di rielaborare tutta la tua esperienza, di ripensare anche la tua missionarietà. Sei tornato in Africa: com'è stato anche tornare in quelle terre che senti come casa tua?

Sì, ho avuto la gioia di ritornare nel settembre del 2024 in Niger, a Niamey, proprio il 17 settembre, quasi a chiudere una parentesi. Tutto infatti era cominciato quel 17 settembre 2018. Poter tornare su quella terra, poter abbracciare tante persone che con me hanno sofferto questo rapimento, è stato un momento di grande gioia misto a tristezza, a lacrime, perché abbracciare queste persone che hanno un volto, hanno una carne, una storia condivisa, è stato per me bello perché sono libero. Ho detto loro “grazie” ma al tempo stesso oggi sono triste perché loro sono ancora in una situazione di grande insicurezza. Mi hanno detto: “Il Signore ha liberato te, libererà anche noi”. È stato uno scambio di profonda umanità, di aiuto reciproco, non dimenticherò e io spero un giorno di poter ritornare anche al villaggio. Questo mio desiderio lo metto nelle mani del Signore e glielo affido come intenzione, come desiderio, perché un giorno possa celebrare con loro il mio “grazie” per quanto mi hanno dato e per quanto hanno sostenuto la speranza in una mia liberazione.

Senti il mal d'Africa stando qui?

Mi sento oggi impegnato a testimoniare, a dare parole di pace, di perdono, perché vedo un gran bisogno anche nella nostra società. Penso che ciò che ho ricevuto dalla missione, dall'Africa, oggi sia mio impegno poterlo condividere con le comunità cristiane qui in Italia. La missione è ovunque. Questo mal d'Africa non è semplicemente qualcosa che mi porta nostalgia ma mi sprona ad essere oggi testimone di una fede che ha bisogno di incarnarsi, di rinnovarsi anche nelle nostre comunità. Rifare il vocabolario della fede, mettere al centro la pace, mettere al centro il dialogo, il rispetto dalle persone è un compito importante per le scuole, per la società e per le nostre comunità cristiane.
(fonte: Vatican News, articolo di Benedetta Capelli 07/10/2026)

Padre Pier Luigi Maccalli racconta il suo libro "Scelgo di non odiare"


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Per approfondire vedi anche il nostro post (all'interno i link a quelli precedenti):



La via dettata da San Francesco: una lezione per l’oggi. Mattarella e Zuppi ad Assisi: “Disarmare le mani e il cuore”. (testi e video integrali)


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La via dettata da San Francesco: una lezione per l’oggi. Mattarella e Zuppi ad Assisi: “Disarmare le mani e il cuore”.


“La sua povertà, così cercata e desiderata, fu rottura concreta con l’idolatria del denaro; la sua umiltà non aveva nulla di ingenuo, nasceva da una sete esigente di verità; la sua obbedienza non fu remissività, ma una faticosa, ponderata ricerca delle ragioni superiori dell’unità del popolo cristiano e della Chiesa. Ricordare, oggi, l’insegnamento di Francesco al mondo contemporaneo vuol dire porre in luce alcuni fondamenti decisamente attuali anch’essi della sua predicazione: la dignità di ogni persona, il rispetto del Creato, la pace”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, parlando ad Assisi alla cerimonia in occasione della Festa nazionale di San Francesco, nell’ottavo centenario della morte. 
“In questi tempi segnati da guerre insensate e crudeli, da tanta violenza, manipolazione, arroganza, come ha detto, giorni fa, Leone XIV, l’auspicio è che il sole di Francesco possa illuminare il mondo, convertire le menti indurite dell’odio, indicare la via della pace, della speranza, della serenità, fraterna convivenza” ha aggiunto il Capo dello Stato. “Oggi terribili conflitti insanguinano tante parti del mondo – ha proseguito Mattarella – e addirittura da alcune parti si tornano a benedire le armi e a porre gli eserciti sotto insegne religiose: Francesco ci insegna che non c’è colpa maggiore di quella di uccidere altri uomini in nome di Dio. Non renderemmo giustizia al santo di Assisi se la sua figura fosse esaurita in quella di un ecologista, pacifista e operatore caritatevole ante litteram”. 

Nella Basilica Papale di San Francesco, il Presidente della Repubblica ha assistito alla Santa Messa celebrata dal cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, e ha presenziato all’accensione della lampada votiva dei Comuni d’Italia da parte del sindaco di Assisi, Valter Stoppini. 
Al termine della celebrazione, dalla Loggia del Sacro Convento, sono intervenuti Fra Marco Moroni, Custode del Sacro Convento di San Francesco, e il Presidente Mattarella. 

“In questa stagione – ha detto il cardinale Zuppi – siamo tentati e sedotti dalla cultura della potenza, volgare e invadente, ingannevole, frutto di enfasi mal riposte e di sfacciati ed enormi interessi economici, di nazionalismi che rovinano le nazioni, di campagne che creano il nemico invece di cercare quello che unisce”. Celebrando la Festa di San Francesco, il card. Matteo Zuppi ha sottolineato che “il suo e il nostro è un mondo segnato da guerre terribili ma Francesco ci ricorda che la guerra non è un destino. Non c’è tempo da perdere, il divisore imbroglia e fa credere che troviamo la pace con le armi e non con il dialogo e il diritto”. Nell’omelia ha ricordato che “San Francesco, proprio perché aveva chiaro chi era e in che cosa credeva, non aveva paura di incontrare tutti e di essere vicino a chiunque, non con la spada, ma con il dialogo, fratello senza supponenza e distanza. Ci aiuta in questo tempo minaccioso a capire che solo insieme troviamo la risposta e solo se la pace è con tutti è davvero pace”. 

E’ una giornata speciale ad Assisi, lo ricorda anche fra Marco Moroni, custode del Sacro Convento. “Il presidente Mattarella ci fa un regalo grande, grande, desideravamo davvero la sua presenza e lui ce la dona a nome di tutta l’Italia. Quest’anno è davvero tutta l’Italia, non solo metaforicamente, che dona l’olio per la lampada che è davanti a San Francesco. Siamo tutti insieme, uniti, per ricordare San Francesco, che è davvero il santo di tutti”.
(fonte: Umbria Domani 04/10/2026)

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Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della Festa nazionale di San Francesco d'Assisi

 

Sono trascorsi ottocento anni dalla morte di San Francesco, patrono d’Italia insieme a un’altra grande santa, Caterina da Siena.

La distanza temporale che ci separa da quell’evento, non ha in alcun modo ridotto il suo fascino e il suo carisma, che vive ben oltre i confini dell’Italia e della stessa Cristianità, di cui è figlio e figura eminente.

Profeta di pace, di amore, di rispetto per il Creato, il suo insegnamento è patrimonio universale per le donne e gli uomini di tutti i tempi e di tutte le latitudini, credenti o non credenti, cristiani o fedeli di altre religioni. ...


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Festa di San Francesco: omelia del Card. Matteo Zuppi




Laudato si’! Noi, che spesso non sappiamo ringraziare e che ci sentiamo vittime, scambiando il dono per un diritto e come avviene sempre agli egocentrici, ci uniamo alla dolce e forte voce di San Francesco e dei suoi tanti, incalcolabili, figli per dire sempre, anche nelle avversità, tanto più al termine di questo centenario: Laudato si’.
Laudato si’, mi Signore per frate Francesco, immagine viva di Cristo, tuo Figlio, che continua a mostrarci il volto dell’eterno Padre, che ci aiuta a vedere la sua presenza e a fare la sua volontà, quella che niente della nostra povera vita vada perduto e che nessuno sia perduto, neppure il nemico, nostro fratello lupo che ha bisogno di pace e di pane. E noi possiamo darglieli e, se diamo, troviamo la pace, per lui e per noi. Laudato si’, perché frate Francesco è pieno di gioia e tutti noi la cerchiamo. L’ha trovata e ci insegna a trovarla, la rende possibile, facile per tutti. Frate Francesco continua a parlarci al cuore, non con dotta lezione o precisi e impietosi giudizi, ma con la sua vita, i suoi gesti e le sue tante parole.




UDIENZA GENERALE 7/10/2026 Leone XIV: La Chiesa è mondo già riconciliato con Dio

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro 
Mercoledì, 7 ottobre 2026

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All’udienza generale la catechesi di Leone XIV sulla Costituzione conciliare «Gaudium et spes»

La Chiesa è mondo già riconciliato con Dio


Il credente non può accettare l’oppressione dei poveri 
né le strutture inique che perpetuano l’ingiustizia

La Chiesa, scriveva sant’Agostino, «è mondo già riconciliato con Dio»; per questo «i suoi metodi non sono di ordine politico, ma consistono nella testimonianza della fede e della carità insieme con l’impegno per la giustizia, la pace, la fraternità». Lo ha spiegato Leone XIV all’udienza generale di mercoledì 7, in piazza San Pietro, riprendendo, dopo il viaggio apostolico in Francia, le catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II.

Soffermandosi in particolare sulla Costituzione Gaudium et spes, e approfondendo il quarto capitolo della prima parte, dedicato alla missione della Chiesa nel mondo contemporaneo, il Pontefice ha evidenziato come il credente non possa «accettare l’oppressione dei poveri né le strutture inique che perpetuano condizioni di ingiustizia».

Ai 32.000 fedeli presenti e a quanti lo seguivano attraverso i media il Papa ha fatto notare come «la logica del profitto e la manipolazione dell’informazione» rischino «di esercitare una indebita pressione affinché le persone si conformino a uno stile di vita centrato sul consumo di beni materiali», mentre invece «il nostro cuore è fatto per guardare in alto». Al termine, salutando i vari gruppi, in occasione della memoria liturgica della Beata Vergine del Rosario ha ribadito l’importanza della preghiera mariana.

Leggi anche:
(fonte: L'Osservatore Romano 07/10/2026)

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Leone XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione Gaudium et spes. 5. La missione della Chiesa nel mondo contemporaneo (GS, 40-45)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!


Riprendendo la riflessione sulla Costituzione conciliare Gaudium et spes (GS), oggi consideriamo il quarto capitolo della prima parte, dedicato alla missione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Prima di tutto il Concilio ricorda che la Chiesa non è “sopra” o “accanto” al mondo, ma come innestata in esso. «Mundus reconciliatus Ecclesia», scriveva S. Agostino (Sermo 96): la Chiesa è mondo già riconciliato con Dio; siamo pellegrini sulla terra e con questo mondo condividiamo la fragilità e la bellezza (cfr GS, 41).

Come il Figlio di Dio si è incarnato per dare la vita al mondo e riconciliarlo con il Padre, così la Chiesa abita nel mondo come segno dell’incarnazione di Dio per manifestare il suo disegno di renderci tutti suoi figli in un’unica grande famiglia umana. Perciò, la Chiesa cammina nella storia in mezzo alle genti e alle culture, e «questo intreccio di vita con i popoli le fa comprendere sempre più che la sua missione ha una portata storica e comporta una responsabilità nei confronti del modo in cui si tessono le relazioni sociali» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 19).

La prima missione della Chiesa è quella di aiutare le persone ad essere attente alle domande profonde della vita: quelle sulla nostra origine e il nostro destino, così come quelle sul senso dell’amore e del dolore (cfr GS, 41). La logica del profitto a tutti i costi e la manipolazione dell’informazione rischiano di esercitare una indebita pressione affinché le persone si conformino a uno stile di vita centrato sul consumo di beni materiali, ma il nostro cuore è fatto per guardare in alto.

I Padri del Concilio ricordano che la missione della Chiesa si realizza anche nel contribuire alla costruzione della città terrena. Tuttavia, i suoi metodi e la sua finalità non sono primariamente di ordine politico, bensì consistono nella testimonianza della fede e della carità, insieme con l’impegno per la giustizia, la pace, la fraternità. Adorando Cristo, il Giusto morto per gli ingiusti, il credente non può accettare l’oppressione dei piccoli e dei poveri, come pure quelle strutture inique che perpetuano condizioni di dipendenza e di ingiustizia. La Dottrina sociale della Chiesa orienta l’azione dei cristiani, che collaborano con tutte le persone di buona volontà nel promuovere il bene comune. Alla Chiesa, dunque, «niente sta più a cuore che di servire al bene di tutti e di potersi liberamente sviluppare sotto qualsiasi regime che rispetti i diritti fondamentali della persona e della famiglia e riconosca le esigenze del bene comune» (GS, 42).

Per compiere con efficacia la missione evangelica è necessario che ogni battezzato si impegni a cooperare con la grazia dello Spirito Santo, affinché la sua fede sia viva e si esprima in comportamenti coerenti. Infatti, come ricordano i Padri conciliari, il distacco tra fede professata e vita quotidiana «va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo» (GS, 43).

Gaudium et spes riserva una menzione particolare (cfr ibid.) alla missione dei fedeli laici, i quali, in forza del Battesimo, sono chiamati ad animare il mondo con lo spirito cristiano e la visione del Vangelo. Luoghi principali di questa azione, che può ben dirsi sacerdotale, sono indubbiamente la famiglia e l’attività lavorativa, ma essa si estende ad ogni ambiente di vita.

La Chiesa, infine, è sempre attenta a ciò che nella società avviene e si sviluppa (cfr GS, 44). È compito di tutto il Popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, discernere ciò che nelle culture del nostro tempo è degno di considerazione, avendo sempre come supremo criterio di discernimento la Parola di Dio e la Tradizione della Chiesa. Questo richiede un animo equilibrato e libero dalle mode culturali, capace di guardare al mondo in modo positivo e, al contempo, saldo nel custodire e presentare il messaggio evangelico nella sua integralità. Infatti, «non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo» (Discorso alla Plenaria del Dicastero per l’Evangelizzazione - Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione del mondo, 28 maggio 2026).

Carissimi, la Chiesa, mentre è in cammino nella storia, «ha di mira un solo fine: che venga il regno di Dio e si realizzi la salvezza di tutta l’umanità» (GS, 45). A questo fine essa tende soprattutto attraverso la santità personale e l’amore fraterno. Scriveva San Paolo VI: «Senza questo contrassegno di santità, la nostra parola difficilmente si aprirà la strada nel cuore dell’uomo del nostro tempo, ma rischia di essere vana e infeconda» (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 76). Pertanto, facciamoci docili all’azione dello Spirito Santo, perché ci aiuti a vivere in santità e carità, così che il mondo possa credere e sperare.

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai Frati Minori della Puglia e del Molise, ai fedeli delle parrocchie di Montenero di Bisaccia e di Bisceglie, all’Associazione nazionale Direttori Amministrativi e Finanziari.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. L’odierna memoria liturgica della Beata Vergine Maria del Rosario mi offre l’opportunità per ricordare l’importanza del Santo Rosario, preghiera mariana tanto cara alla tradizione della Chiesa. Vi invito a recitarla per sperimentare il conforto della nostra Madre celeste, rifugio sicuro in mezzo alle difficoltà della vita.

A tutti la mia Benedizione.


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mercoledì 7 ottobre 2026

L’intenzione di preghiera del Papa per il mese di ottobre 2026: La Chiesa sia una casa aperta per chi soffre di ansia e depressione


L’intenzione di preghiera del Papa per il mese di ottobre 2026

La Chiesa sia una casa aperta
per chi soffre di ansia e depressione


Al Dio che «conosce le luci e le ombre che ci abitano» e le ferite «silenziose che a volte nessuno vede», Leone XIV affida tutte le persone, «fratelli e sorelle», che «affrontano le sfide della salute mentale». Lo fa nel video con l’intenzione di preghiera per il mese di ottobre, diffuso il 1° ottobre, attraverso la Rete Mondiale di Preghiera del Papa che promuove, in collaborazione con il Dicastero per la Comunicazione, la campagna «Prega con il Papa».

Il Pontefice raccomanda al «Dio della vita» chi soffre di «ansia», «depressione» e «qualsiasi altra malattia mentale»: ferite tanto più dolorose in quanto vissute spesso nella solitudine e, non meno di rado, nell’indifferenza del prossimo. Si appella alla misericordia del Signore affinché perdoni l’insensibilità e la disattenzione verso chi patisce fragilità mentali e chiede la grazia di una comunità ecclesiale capace di accogliere e chinarsi, come il buon samaritano, sulle piaghe psichiche di chiunque soffra.

«Perdonaci per le volte in cui abbiamo distolto lo sguardo, alimentando lo stigma e la discriminazione verso le persone con malattie mentali. Fa’ che la tua Chiesa sia una casa aperta, uno spazio sicuro dove tutti abbiano un posto, una comunità che accompagna e non esclude, che ascolta senza giudicare e si avvicina senza paura».

Il pensiero di Leone XIV va inoltre a quanti «si prendono cura», «con pazienza e amore», di queste persone: professionisti, familiari e volontari. «Uomini e donne» che sanno costruire ponti di «comprensione e consolazione». Il Papa prega per loro, affinché ricevano il «dono» della «forza e della comprensione» che li renda in grado di «sostenere» il disagio.

Infine, invoca lo Spirito di Dio: scenda sulla Chiesa e la renda sensibile verso le ferite di chi soffre di disagi mentali, tanto da comprendere sempre più questo servizio come un suo proprio compito pastorale: «Impariamo ad accogliere e integrare la cura della salute mentale nella vita e nella missione delle nostre comunità e di tutta la Chiesa, e così diventiamo un segno vivo della tua misericordia, che non abbandona mai e sempre ristora».

Secondo il Mental Health Atlas 2024 — un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che fotografa, su scala mondiale, il livello di organizzazione e sviluppo dei sistemi di salute mentale dei diversi Paesi — più di un miliardo di persone sul Pianeta soffre di malattie psichiche. A fronte dell’enormità di questa piaga globale, solo il 2 per cento del budget sanitario viene destinato a fronteggiare questa emergenza: una copertura finanziaria ferma al 2017. Paesi ad alto reddito investono circa 65 dollari pro capite in salute mentale, mentre i Paesi economicamente svantaggiati riescono a spendere appena pochi centesimi.

«Tante persone intorno a noi hanno sofferto o soffrono di una malattia mentale — riflette il direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, padre Cristóbal Fones, SJ —, persone che spesso non hanno potuto esprimere la propria sofferenza, che si sono sentite giudicate, incomprese e senza speranza. Per questo, come Chiesa, ci uniamo per aprire il nostro cuore a questa realtà e per pregare insieme, durante tutto il mese, per tutte loro e anche per coloro che le accompagnano».

La Rete Mondiale di Preghiera del Papa ricorda, in una nota, che numerose istituzioni ecclesiali già si occupano di questa realtà, come l’Associazione Internazionale dei Ministri Cattolici della Salute Mentale, le università cattoliche, i tanti gruppi di sostegno e recupero, le parrocchie e le comunità di accoglienza. «Il ministero cattolico della salute mentale non consiste nel diagnosticare, prescrivere o curare. Accompagniamo coloro che percorrono un cammino difficile e li aiutiamo a scoprire la dignità che Dio ha dato loro: questo ministero consiste nell’amare e nell’accompagnare», ha affermato monsignor John Patrick Dolan, vescovo di Phoenix, negli Stati Uniti d’America, che nel dicembre del 2022 ha fondato l’Ufficio diocesano del Ministero della Salute Mentale, uno dei primi nel suo genere nel Paese.
(fonte: L'Osservatore Romano articolo di Daniele Piccini 01/10/2026)

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7 ottobre. Tre anni di massacri a Gaza e il grido del Papa: “Fino a quando, Signore?”


7 ottobre. Tre anni di massacri a Gaza
e il grido del Papa: “Fino a quando, Signore?” 

Il messaggio di Leone XIV a padre Romanelli dopo l’ennesimo attacco. Il parroco della Sacra Famiglia: “Gaza è a pezzi, tritata. Ma noi non ci fermiamo. Il 7 ottobre pregheremo il Rosario per la fine della guerra”


“Fino a quando, Signore?”. È una domanda breve, quasi un grido, quella che Papa Leone XIV ha affidato a un messaggio personale a padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia di Gaza. Una domanda che attraversa il dolore di una popolazione stremata e sembra raccogliere, insieme, le lacrime delle famiglie che hanno perso i propri cari, la paura dei bambini, l’angoscia di chi vive ancora sotto le tende e la speranza ostinata di chi, nonostante tutto, continua a pregare e a lavorare per la pace.

Il messaggio del Papa è arrivato dopo il nuovo raid israeliano che ha colpito un edificio residenziale nel quartiere di Rimal, nella parte occidentale di Gaza City. Cinque civili sono morti e numerose altre persone sono rimaste ferite. Tra le vittime anche Maysa Khader Ibrahim Abu Daoud e sua figlia Mary Hafez Michel Najjar, appartenenti alla comunità cristiana greco-ortodossa di Gaza.

Erano riuscite da poco a trovare un nuovo rifugio e stavano cercando di ricominciare. Anche questo, nella Striscia, è diventato un gesto di coraggio: provare a ricominciare quando intorno ci sono macerie, rifiuti, edifici distrutti e bambini feriti o mutilati.

“Prego per loro, per le famiglie e per tutta Gaza”

“Buongiorno, padre Gabriel. Da quando ho appreso la dolorosa notizia della morte di Maysa e Mary, prego Dio per loro, per le loro famiglie e per l’intera comunità di Gaza. Fino a quando, Signore? Grazie per l’accompagnamento alla parrocchia e a tante persone che desiderano vivere in pace. Benedizioni, un abbraccio affettuoso”.

Sono le parole che Leone XIV ha inviato direttamente a Romanelli. Poche righe, ma dense di quella vicinanza che la piccola comunità cristiana di Gaza ha sperimentato anche durante i mesi più drammatici della guerra.

Per padre Gabriel, quelle parole sono state una consolazione profonda. “È davvero una consolazione che il Papa abbia pensato a noi, che preghi per noi e per tutti quelli che lavorano per la pace”, racconta. E sottolinea soprattutto la sensibilità pastorale del Pontefice: “Ci ha colpito come sempre la vicinanza del Santo Padre e poi pure la sua sensibilità pastorale di pregare per loro, per le vittime, di nominarle, pregare per le famiglie, per tutta la comunità”.

La morte di Maysa e Mary, spiega il parroco, ha colpito duramente una comunità già profondamente ferita. “Siamo scioccati”, dice, ricordando che erano civili, persone che stavano dormendo nella loro casa. E il dolore non riguarda soltanto le vittime dell’ultimo bombardamento, ma una comunità cristiana che durante la guerra ha già pagato un prezzo altissimo.

Secondo il sacerdote, sono 62 i cristiani morti durante il conflitto, 25 dei quali uccisi nei bombardamenti. Per questo l’attacco di Rimal ha riaperto ferite che non si sono mai veramente rimarginate.

“Lacera il cuore”, afferma padre Romanelli. E torna la domanda del Papa: “Fino a quando, Signore?”.

Gaza “è a pezzi, tritata”

La tragedia non è soltanto quella delle vittime dell’ultimo raid. È una devastazione che continua a segnare ogni aspetto della vita quotidiana.

“Gaza è a pezzi, ‘tritata’”, racconta padre Romanelli, ricorrendo a un’immagine terribile per descrivere una terra sulla quale sembra essersi abbattuto uno tsunami capace di spazzare via case, infrastrutture, sicurezza e futuro.

Eppure proprio in questo scenario la parrocchia della Sacra Famiglia continua a resistere.

“Se noi da parrocchia, da oasi spirituale e umana per chi soffre quale siamo, ci fermiamo, e non contribuiamo alla pace, alla giustizia, è davvero finita”.

È questa la scelta di Romanelli e della comunità che lo affianca: non arrendersi alla logica della guerra. Continuare a pregare, assistere, ascoltare, celebrare, accompagnare. Continuare a essere presenti.

Con le Missionarie della Carità, la parrocchia è diventata uno dei pochi luoghi nei quali tante persone possono ancora trovare una forma di accoglienza e di protezione. Non soltanto attraverso l’assistenza materiale, ma anche attraverso la vicinanza spirituale.

Perché dopo anni di guerra non bastano più soltanto acqua, cibo e medicine. Servono anche una prospettiva, la libertà, la possibilità di immaginare un domani.

“La gente è allo stremo delle forze”

La tregua non ha cancellato le conseguenze della guerra. E la situazione umanitaria resta drammatica.

“Ogni giorno di più di guerra è un giorno buio e peggiora la situazione”, spiega Romanelli. Il sacerdote ricorda che, anche dopo la fine dei bombardamenti a tappeto, la vita della popolazione non è tornata alla normalità.

Gli aiuti umanitari entrano, ma restano insufficienti. Le organizzazioni che distribuiscono cibo sono costrette a fare i conti con risorse che non bastano per tutti.

E soprattutto ci sono milioni di persone che vivono senza una vera casa.

“Le piogge per tutti quelli che vivono nelle tende saranno un problema enorme”, avverte il parroco. La parola “tenda”, osserva, è quasi impropria: si tratta spesso di teli improvvisati, stesi sulla terra sabbiosa e in condizioni igieniche drammatiche.

“È un disastro!”, ripete.

L’inverno rischia di aggravare ulteriormente una situazione già insostenibile. Per questo Romanelli chiede che alla necessaria assistenza alimentare si aggiungano materiali per la ricostruzione e per le riparazioni.

“Quando c’è un’emergenza, se tu non rispondi subito, ogni giorno sarà peggiore del precedente”.

È un appello rivolto alla comunità internazionale e ai responsabili politici perché la tregua non rimanga soltanto una sospensione delle ostilità, ma diventi l’inizio di un percorso concreto verso la fine della guerra.

Il 7 ottobre nel segno del Rosario

La data del 7 ottobre porta con sé un peso enorme. È il giorno dell’attacco di Hamas del 2023 che ha innescato l’attuale guerra e che continua a rappresentare una ferita profonda per la società israeliana. Ma è anche una data che, a Gaza, richiama due anni di devastazione e sofferenza.

Padre Romanelli vuole trasformare quel giorno in un momento di preghiera.

“Ci auguriamo che questo terribile ricordo sia invece un nuovo inizio per noi”, spiega. La comunità celebrerà la festa della Beata Vergine Maria del Rosario, “Signora della Pace”, con una giornata di preghiera, una Messa e una processione simbolica.

La richiesta sarà semplice e universale: la fine della guerra, la giustizia, la pace tra Palestina e Israele.

È una preghiera che nasce nel cuore di una comunità che ha conosciuto il dolore in modo diretto e che proprio per questo non vuole smettere di credere nella possibilità della pace.

La Chiesa come ultimo presidio di umanità

Anche il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, ha espresso cordoglio per le vittime, mentre la comunità greco-ortodossa ha ricordato Maysa e Mary nei funerali celebrati nella chiesa di San Porfirio.

Sono gesti che testimoniano come, nel cuore della tragedia, le diverse comunità cristiane continuino a rappresentare un presidio di umanità.

La Sacra Famiglia non è soltanto una chiesa. È diventata, nel corso di questi anni, un luogo simbolico nel quale la preghiera si intreccia con l’assistenza, la solidarietà con la resistenza alla disperazione.

Padre Romanelli lo ripete con una semplicità che diventa una lezione: “Noi non ci fermiamo”.

Non fermarsi significa continuare ad accompagnare chi soffre. Significa non lasciare sole le famiglie. Significa pregare per le vittime senza distinguere il dolore in base alla loro appartenenza. Significa chiedere pace e giustizia per israeliani e palestinesi.

E significa anche custodire, dentro una terra devastata, uno spazio nel quale la speranza possa ancora sopravvivere.

Un futuro che passa anche dalle urne

Il futuro politico della regione potrebbe essere segnato anche dalle prossime elezioni, alle quali israeliani e palestinesi sono chiamati nei prossimi mesi. Il cardinale Pizzaballa invita però alla cautela nel valutare ciò che questi appuntamenti potranno realmente produrre.

“Non so se da questi voti potremo davvero capire dove stiamo andando. Ma certo saranno un momento importante di verifica su dove le attuali leadership hanno portato i loro popoli”.

È una considerazione che rimanda alla responsabilità della politica, chiamata a misurarsi con una domanda che ormai non può più essere rinviata: come trasformare una tregua fragile in una pace vera?

A Gaza, intanto, padre Romanelli continua il suo ministero. E mentre le macerie raccontano ciò che è stato distrutto, la comunità della Sacra Famiglia prova a custodire ciò che ancora resta: la vita, la fede, la solidarietà, la memoria delle vittime e la speranza.

Il 7 ottobre, nel cuore di una delle terre più ferite del mondo, il Rosario sarà dunque una preghiera per la pace.

Una risposta umile, ma potentissima, alla domanda che Leone XIV ha scritto a padre Gabriel: “Fino a quando, Signore?”.

E forse proprio in quella domanda, condivisa dal Papa con una comunità che soffre, c’è già il rifiuto di considerare normale ciò che normale non può diventare mai: la morte di civili, la distruzione delle case, la paura dei bambini, la fame, l’esilio e una guerra che sembra non voler finire.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 06/10/2026)