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giovedì 25 febbraio 2021

"Nell’ora dei vaccini non siamo tutti fratelli" di Giuseppe Savagnone - "Vaccini per tutti, per giustizia e ragione. E sia il tempo di Martino" di Francesco Ognibene


"Nell’ora dei vaccini non siamo tutti fratelli"
di Giuseppe Savagnone

Una distribuzione «enormemente ineguale e ingiusta»

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha ribadito il 17 febbraio scorso, in un discorso al Consiglio di sicurezza, che la distribuzione dei vaccini nel mondo è stata «enormemente diseguale e ingiusta»: dieci Paesi si sono accaparrati il 75% di tutti i vaccini Covid-19 messi a disposizione dalle case farmaceutiche, mentre ce ne sono più di centotrenta che non hanno ricevuto neppure una dose.

Sulla stessa lunghezza d’onda la denuncia di the ONE Campaign – una ONG che si batte contro povertà e malattie prevedibili –, secondo cui le nazioni con le economie più avanzate nel mondo hanno accumulato un miliardo di dosi di vaccino anti-Covid in più del necessario, mentre molti di quelli in via di sviluppo non hanno ricevuto ancora neppure una fiala.

Da settimane Guterres invita i Paesi ricchi a non cedere alla logica del «nazionalismo dei vaccini» e, anche nel discorso del 17 febbraio, ha insistito perché si realizzi con urgenza «un piano globale delle vaccinazioni che riunisca tutti quelli che hanno il potere e le capacità scientifica, tecnologica e finanziaria richieste». «In questo momento critico», ha detto il segretario generale dell’ONU, l’equità sui vaccini è la più grande prova morale che la comunità globale si trova di fronte».

Parte da questo dato la proposta del presidente francese Emmanuel Macron, che ha chiesto all’Europa e agli Stati Uniti di inviare il 5% delle loro forniture ai Paesi che ne mancano del tutto. In realtà, la preoccupazione di Macron non è solo di ordine umanitario. I soli vaccini che stanno arrivando ai Paesi più poveri vengono dalla Russia e dalla Cina, che trovano in questo frangente un’occasione per allargare la loro influenza politica, specialmente in Africa. Ultimamente, però, il G7 sembra puntare, piuttosto che sulla redistribuzione dei vaccini, sul finanziamento del piano mondiale per la loro somministrazione, facendo esplicita menzione della necessità di aiutare i Paesi poveri, ma senza cambiare le regole di fondo che hanno determinato l’attuale squilibrio.

L’appello della «Fratelli tutti»

A pochi mesi dalla promulgazione dell’enciclica «Fratelli tutti» (4 ottobre 2020) l’emergenza della pandemia viene a confermare la tragica attualità della denunzia di papa Bergoglio e del suo appello a una svolta radicale nella gestione delle risorse a livello planetario. Proprio in apertura del documento si trova il riferimento a Francesco d’Assisi, il quale «invita a un amore che va al di là delle barriere della geografia e dello spazio» e «dichiara beato colui che ama l’altro “quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui”» (n.1). È la logica del Vangelo, che il pontefice propone come sola risposta, anche a livello umano, al ritorno di un’idea dell’unità del popolo e della nazione» che «crea nuove forme di egoismo e di perdita del senso sociale mascherate da una presunta difesa degli interessi nazionali» (n.11).

Una speranza delusa

Proprio nella «Fratelli tutti» si esprimeva la speranza che l’emergenza della pandemia costituisse un’occasione di fraternità: «Una tragedia globale come la pandemia del Covid-19 ha effettivamente suscitato per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme» (n.32).

La vicenda dei vaccini sta purtroppo dimostrando che il prevalere degli egoismi nazionali non è debellato dalla globalizzazione, anzi stabilisce con essa un’alleanza perversa e conferma le considerazioni più negative dell’enciclica. «Siamo più soli che mai in questo mondo massificato che privilegia gli interessi individuali e indebolisce la dimensione comunitaria dell’esistenza. Aumentano piuttosto i mercati, dove le persone svolgono il ruolo di consumatori o di spettatori. L’avanzare di questo globalismo favorisce normalmente l’identità dei più forti che proteggono sé stessi, ma cerca di dissolvere le identità delle regioni più deboli e povere, rendendole più vulnerabili e dipendenti. In tal modo la politica diventa sempre più fragile di fronte ai poteri economici transnazionali che applicano il “divide et impera”» (n.12).

La fallacia della teoria della «mano invisibile»

Non è lo spettacolo che abbiamo avuto sotto gli occhi in queste settimane, dove, in stretta sinergia con gli egoismi nazionali, è apparso evidente il potere incontrollato delle multinazionali farmaceutiche, il cui fondamentale movente è di trarre il maggior profitto possibile dalla catastrofe umanitaria in atto?

Certo, dirà qualcuno, hanno fatto miracoli nel realizzare in pochi mesi quello che in tempi normali richiedeva un lavoro di anni. E che in questo abbiano avuto di mira il loro vantaggio economico non è una colpa, ma la logica dell’impresa in un sistema di mercato. E in fondo il loro interesse era lo stesso della comunità, confermando l’idea del fondatore dell’economia politica, Adam Smith, secondo cui c’è una «mano invisibile» che fa convergere gli interessi dei privati, pur caratterizzati da un fisiologico egoismo, nel bene di tutti.

Ma proprio quello a cui stiamo assistendo, a livello mondiale, nel caso della pandemia costituisce la più chiara smentita della teoria liberista di Smith. Lasciando il campo al gioco degli interessi particolari, il risultato è che quelli dei più forti prevalgono su quelli dei più deboli e, ben lungi dall’armonizzarsi con essi, in un bene comune in cui alla fine siano appagate le esigenze di tutti, li schiacciano senza pietà.


La posizione della Chiesa

Si verifica ciò che dice la «Fratelli tutti»: «Certe parti dell’umanità sembrano sacrificabili a vantaggio di una selezione che favorisce un settore umano degno di vivere senza limiti» (n.18). Centinaia di milioni di persone si stanno trovano ai margini della corsa alla salvezza fisica, perché sprovviste del denaro necessario ad avere quello che altri, più fortunati, sono riusciti ad avere, grazie alla maggiore capacità dei loro Paesi di pagare il prezzo richiesto dalle case farmaceutiche.

Davanti a questo vale la decisa presa di posizione della Chiesa, espressa nella «Fratelli tutti»: «Il mondo esiste per tutti, perché tutti noi esseri umani nasciamo su questa terra con la stessa dignità. Le differenze di colore, religione, capacità, luogo di origine, luogo di residenza e tante altre non si possono anteporre o utilizzare per giustificare i privilegi di alcuni a scapito dei diritti di tutti» (n.118).

Il potere incontrollato dell’economia

La logica puramente capitalistica delle multinazionali farmaceutiche – «gli affari sono affari…» – si è peraltro evidenziata anche nei confronti degli stessi Paesi ricchi, talora costretti a contratti iugulatori dalla loro condizione di debolezza verso chi deteneva il quasi monopolio di un farmaco indispensabile. Per non parlare dei ritardi e del mancato rispetto di questi accordi, di cui alcuni paesi sono stati vittime, protestando e minacciando azioni legali, ma trovandosi obbligati, alla fine, a fare buon viso a cattivo gioco.

È il prevalere del potere economico su quello politico, energicamente denunziato da papa Francesco, sia nell’ultima enciclica, sia nella precedente, «Laudato si’» , con il conseguente venir meno del primato del bene comune a favore degli interessi privati.

Non sembra esagerato prevedere che – se è vero, come sostengono alcuni scienziati, che il Covid-19 è solo il primo di una serie di virus che potrebbero in futuro aggredire l’umanità provocando pandemie non meno gravi di quella in corso – il mondo di domani è destinato ad essere controllato non dai politici, non dai militari, non dagli scienziati, ma dalle multinazionali farmaceutiche, da cui dipenderà la sopravvivenza fisica delle popolazioni.

C’è a chiedersi se sia questo il senso della giusta valorizzazione della proprietà privata. Citando la sua enciclica precedente, Francesco ha ricordato nella «Fratelli tutti» che «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata» (n.120).

«Se li mori moiano»

Ma il deterioramento più grave non è quello che colpisce il sistema, bensì la regressione umana che questa situazione rivela. Le parole del segretario generale dell’ONU costituiscono una risposta a chi trovava pessimistica l’affermazione della «Fratelli tutti» secondo cui «nel mondo attuale i sentimenti di appartenenza a una medesima umanità si indeboliscono» (n.30).

Questo appare ancora più doloroso se si pensa che buona parte della popolazione privilegiata appartiene all’area occidentale del pianeta, cresciuta nella tradizione cristiana. Torna in mente il caso di quel frate, cappellano su una nave negriera, che nel suo diario, registrando con preoccupazione la difficile situazione in cui i naviganti si trovavano a causa di una bonaccia che immobilizzava il veliero, soprattutto la mancanza d’acqua, annotava con innocente franchezza il suo auspicio che il capitano decidesse di riservarla, da quel momento in poi, di riservarla solo all’equipaggio, non distribuendola più agli schiavi ammassati nella stiva. «E, se li mori moiano», concludeva, «ci vuol pazienza».

Può darsi che si trovino dei rimedi parziali alla grave situazione di discriminazione e di ingiustizia che abbiamo davanti agli occhi. Ma i problemi che essa evidenzia non si risolvono con mosse tattiche. È il sistema che va cambiato. Questo, però, esige un risveglio delle coscienze e una mobilitazione dell’opinione pubblica dei Paesi sviluppati – a cominciare dal nostro. L’alternativa è tra l’indifferenza di cui parla papa Francesco, e una rivolta etica (non necessariamente religiosa) che rifiuti di rassegnarsi a pensare che «se li mori moiano, ci vuol pazienza».
(fonte: Tuttavia  19/02/2021)


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"Vaccini per tutti, per giustizia e ragione. 
E sia il tempo di Martino"
di Francesco Ognibene

... Ha ragione due volte il responsabile dell’Oms quando dice che «la pandemia ha smascherato le disuguaglianze del mondo», perché insieme a quelle planetarie sta scoperchiando anche la nostra miopia, la pretesa di «essere sani in un mondo malato», come disse il Papa in piazza San Pietro il 27 marzo, per poi chiarire il punto in più occasioni.

«Sarebbe triste – disse nell’udienza del 19 agosto – se nel vaccino per il Covid 19 si desse la priorità ai più ricchi! Sarebbe triste se questo vaccino diventasse proprietà di questa o quella nazione e non fosse universale e per tutti». Concetto ripreso ora da Ghebreyesus quando prende amaramente atto dei milioni di vaccinazioni nel Nord del mondo e delle poche migliaia in 130 nazioni del cosiddetto Sud, annotando come «proprio gli strumenti che dovrebbero aiutarci a superare la crisi, i vaccini, possono esacerbare le disuguaglianze», perché «non riusciremo a porre fine alla pandemia da nessuna parte finché non lo faremo ovunque».

Ma la caccia globale a nuovi milioni di dosi per assicurare munizioni alla campagna vaccinale rischia di spazzar via questo allarme come un’istanza nobile e irrealistica: chi annuncerebbe oggi non il raddoppio dei flaconi in arrivo bensì la loro parziale riduzione per consentire a un Paese povero di iniziare a proteggersi, fosse anche solo con una dose ogni dieci? 
...

Una iniqua divisione dei vaccini ci renderebbe ancor più malati, di un virus incurabile. Se ogni uomo mi è fratello non posso sopportare che debba aspettare la fine del mio turno. Il mondo nuovo e più giusto che attendiamo di veder sorgere dal deserto della crisi si fonda anche così.



mercoledì 24 febbraio 2021

Don Roberto Malgesini: “Una vita per gli altri”. In un video vita e testimonianze di chi ha conosciuto, incontrato e amato il sacerdote ucciso a Como



Don Roberto Malgesini: “Una vita per gli altri”. 
In un video vita e testimonianze sul sacerdote ucciso a Como
 
“Aveva negli occhi la tenerezza di Dio”. “La sua giornata partiva sempre dalla preghiera e dall’Eucarestia”. “Don Roberto è amore”. “Mi fa pensare a una Chiesa popolare, che cammina in mezzo alla gente”. “Ci insegna a prenderci cura degli altri”. Sono alcune delle testimonianze, compresa quella del vescovo di Como Oscar Cantoni e di amici, volontari e confratelli, sulla figura di don Roberto Malgesini, nato a Morbegno il 14 agosto 1969.


Sacerdote della diocesi lariana, nel 2008 inizia un’esperienza di servizio e accoglienza degli ultimi presso la parrocchia di san Rocco, nel centro di Como, abitando in canonica e dando ospitalità a chi la richiede.

Il 15 settembre 2020, alle 8 del mattino, mentre si prepara a caricare l’auto con le colazioni del giorno, sulla piazzetta di fronte la canonica di San Rocco, Ridah, uno dei suoi assistiti, lo avvicina e lo uccide a coltellate. Una folla partecipa ai suoi funerali. Papa Francesco a più riprese ha parlato di don Roberto, definendolo “testimone della carità verso i più poveri”, annoverandolo tra i “servi fedeli di Dio, che non fanno parlare di sé, ma vivono così, servendo”. In vista della Giornata dei missionari martiri del 24 marzo, la Fondazione Missio, in collaborazione con “Luci nel mondo”, il “Settimanale della diocesi di Como”, il Centro missionario diocesano di Como, ha realizzato un video intitolato “Una vita per gli altri”, disponibile nel sito di Missio.

Don Malgesini, dice l’amico sacerdote don Roberto Bartesaghi, direttore della Caritas diocesana di Como, “aveva una teologia semplice. Al mattino presto, quando preparava la colazione per i più bisognosi, viveva un momento intenso di preghiera”. E ancora: “sin da quando ci siamo conosciuti, all’inizio del cammino in seminario, Roberto persona umile, è sempre stato alla ricerca dei tempi con cui poter stare con il Signore”. Ma ora che don Roberto non c’è più, chi raccoglie la sua eredità? Il testimone di don Roberto, dicono amici, conoscenti, parrocchiani e preti, è diventato collettivo. “Questo è il miracolo del martirio”, si legge nel sito di Popoli e Missione: “i poveri della città non sono lasciati soli, c’è anzi, un’attenzione in più per tutti”.
(fonte: Sir 23/02/2021)

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Don Roberto Malgesini, una vita per gli altri
Il video racconto di chi lo ha conosciuto,
incontrato e amato



Don Roberto Malgesini nasce a Morbegno il 14 agosto 1969. Si diploma ragioniere, lavora in banca ma dentro di lui si consolida la vocazione al sacerdozio. Entra in seminario a Como e diventa sacerdote il 13 giugno 1998. Per 10 anni è vicario in varie realtà parrocchiali della diocesi.

Nel 2008 inizia un’esperienza di servizio e accoglienza degli ultimi presso la parrocchia di san Rocco, nel centro di Como, abitando la canonica e dando ospitalità a chi la richiede.

Da 10 anni con dei volontari gestisce un servizio di colazioni per chi ne ha bisogno e che distribuisce sulla scalinata di via De Cristoforis.

La sua attività a servizio degli ultimi si allarga nel tempo a carcerati, senzatetto, richiedenti asilo.

Accompagna giovani e coppie verso la loro vocazione: al sacerdozio o alla vita famigliare.

È conosciuto da molte persone in città, intreccia relazioni, mette in moto decine di volontari che con lui gestiscono varie situazioni.

Il 15 settembre 2020 alle 8, mentre si prepara a caricare l’auto con le colazioni del giorno, sulla piazzetta di fronte la canonica di San Rocco, Ridah, uno dei suoi assistiti lo avvicina e lo uccide a coltellate. Como rimane profondamente colpita dall’evento.

Una folla partecipa ai suoi funerali. Papa Francesco a più riprese ha parlato di don Roberto, definendolo “testimone della carità verso i più poveri”, annoverandolo tra i “servi fedeli di Dio, che non fanno parlare di sé, ma vivono così, servendo”.

CLICCANDO QUI, alla pagina 4 trovi la scheda didattica e le interviste correlate alla storia.
(fonte: MissioItalia 22/02/2021)

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Vedi anche alcuni dei nostri post precedenti (all'interno link ad altri post):

INSIEME TROVARE IL CORAGGIO DI LOTTARE PER "LA BUONA VITA" - Intervista al NUOVO ARCIVESCOVO DOMENICO BATTAGLIA, PER TUTTI “DON MIMMO”, di Maria Elefante

INSIEME TROVARE 
IL CORAGGIO DI LOTTARE 
PER "LA BUONA VITA" 
Intervista al NUOVO ARCIVESCOVO DOMENICO BATTAGLIA, 
PER TUTTI “DON MIMMO”, 
di Maria Elefante

                                    

Buonasera, vi chiedo permesso». Prima i volti e le storie che ha incontrato nel suo primo giorno da arcivescovo metropolita di Napoli, poi lui. E, una volta in chiesa, giunto all’altare, monsignor Domenico Battaglia, 58 anni, calabrese come l’allenatore del Napoli Rino Gattuso, ha salutato e ha chiesto di poter entrare a fare parte di una nuova comunità.

...


Questo vuole dire “Chiesa aperta”. Come la intende lei? 
«Credo e vivo la Chiesa che parte dall’uomo, dal basso. Senza fughe e senza infngimenti. Il nostro è un Dio di parte, e compito della Chiesa è di vivere senza “neutralità”. Non la diplomazia o la nostalgia, ma solo parresìa e la profezia sono capaci di farci essere ciò che siamo chiamati a essere, vivendo l’unica fedeltà a Dio e al Vangelo. Sine glossa. Una Chiesa che vive l’Essenziale, perciò dalle porte aperte in cui non occorre nemmeno bussare perché sei già atteso, salvato dalla tua solitudine e capace di indicare anche tu traguardi inediti. Sono i traguardi del Regno».

Parole che rimandano al concetto di “autorità”, da lei inteso come speranza, perché chi ha questo compito deve «aumentare la bellezza della vita delle prossime generazioni». Una grande responsabilità. 
«È in crisi il concetto di autorità. Ma la vera autorità non può non poggiare su una più solida autorevolezza, che è capace di coniugare insieme, senza schizofrenie, gesti e parole. È di autorevolezza che c’è bisogno. Ne hanno bisogno soprattutto le nuove generazioni che, spesso senza dirlo, si attendono adulti più significativi, capaci di amare il territorio e quanti lo abitano, oltre il culto del benessere individuale. È da una più solida cultura del “noi” e della “cura” che potremo fare spazio anche a una politica dagli orizzonti più ampi, dialettici sì ma non divisivi, capace di avere a cuore la sorte di tutti, dentro pratiche di giustizia, di liberazione, di prossimità».

Ancora prossimità. A Napoli, terra difficile, può diventare la chiave per aiutare i più fragili a non cedere alle tentazioni dell’anti-Stato? 
«Recentemente papa Francesco ha detto che dovremmo poter chiedere ai poveri: “Come posso aiutarti?”. Questa è la prospettiva delle comunità cristiane, una prossimità accogliente e carica di umanità che ha bisogno di risposte complete e lungimiranti che solo insieme possiamo cercare e dare, dando precedenza alle persone più che alla burocrazia, ascoltando il grido talvolta inascoltato di quanti non ce la fanno più, evitando di rendere gli altri invisibili ai nostri occhi e a quelli della città. Questo tempo pandemico, con tutte le deprivazioni che ha portato, sollecita che emerga anzitutto “la buona vita” a poter offrire la propria mano, prima che arrivino altri consegnando i poveri a un sistema iniquo e difficile da abbandonare. Senza deleghe, occorre far crescere il senso di cittadinanza, attiva e consapevole, dando e ridando ai giovani il gusto dell’impegno disinteressato e gratuito per gli altri, per il territorio, per la città, per il futuro. Il male e ciò che nuoce al bene delle collettività, e si vince alla radice solo con una più convinta consapevolezza del bene comune, ma anche con percorsi di crescita e di promozione della dignità di ciascuno. Non possiamo più rimandare e nessuno può rimanere spettatore. Solo insieme potremo trovare il coraggio di lottare contro culture che si annidano nelle pieghe di questa terra capace di stupire, ma sottomessa alla camorra e ad affaristi che ingrassano sulle sofferenze dei disoccupati, di chi, per portare il pane a casa, è capace di tutto».
 
(Testo parziale tratto da "Famiglia Cristiana"  n. 7 del 14 febbraio 2021)

Guarda anche il post già pubblicato:
- Mons. Domenico Battaglia, per tutti don Mimmo, ha iniziato il suo servizio come pastore della Chiesa di Napoli da 'pellegrino' dalla periferia al centro... insieme agli 'ultimi' - Cronaca e video dell'omelia


martedì 23 febbraio 2021

Ruolo delle donne nella Chiesa - Piccoli importanti (e sottovalutati) passi avanti di Francesco

Ruolo delle donne nella Chiesa
Piccoli importanti (e sottovalutati)
passi avanti di Francesco
 

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PRIMA SOTTOSEGRETARIA AL SINODO

Ruolo chiave a una donna Svolta del Papa 
di Giovanni Panettiere

Che il Papa non sfugga alla retorica del genio femminile, di wojtyliana memoria, è una sacrosanta verità. Più volte l’abbiamo sentito dire che Maria "è più importante degli apostoli" e che "la Chiesa è donna". Sulla necessità di conferire spazi maggiori alle eredi della Maddalena, la prima testimone della Resurrezione e per questo apostola del cuore della fede cristiana, i buoni propositi hanno avuto per lo più il sopravvento sui fatti concreti. Bergoglio non è tipo da vedere e agire in simultanea. E non solo, perché come Papa è chiamato a tenere unito l’equipaggio (prima ancora che i passeggeri) della barca di Pietro: per non sbagliare, da gesuita predica il discernimento che necessita dei suoi tempi. Anche lunghi come quelli che l’hanno spinto a costituire una flemmatica commissione di studio sulle diaconesse, ma anche a siglare due (attese) riforme nelle ultime settimane dopo che lo scorso anno aveva preferito (temendo ripercussioni sulla Chiesa universale) non assecondare i vescovi dell’Amazzonia che chiedevano l’istituzione di nuovi ministeri femminili in un contesto ecclesiale a trazione fortemente rosa.

Così Francesco prima ha avvicinato le donne all’altare, togliendo del tutto ai maschi il monopolio sul lettorato e l’accolitato, poi ha nominato una suora sottosegretario del Sinodo dei vescovi (l’organismo d’indirizzo della Chiesa sulle sfide della modernità). Poco importa se la prescelta sia o meno un’obbediente alla linea. Conta che per la prima volta una donna sarà uguale ai maschi (vescovi), avrà diritto di voto nell’istituzione chiave per la sinodalità bergogliana e dei successori. Sono svolte simboliche, non si nega, ma Ecclesia non facit saltus. Le riforme si conquistano a piccoli passi. Figurarsi nella Chiesa dove Francesco passerà alla storia per l’avvio dei cambiamenti (dalla pastorale familiare alla questione di genere) più che per la loro completa realizzazione.

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Il Papa nomina la prima donna con diritto di voto al Sinodo
di Francesco Lepore

La scelta di Natalie Becquart, suora dell’Istituto La Xavière di spiritualità ignaziana, è storica ma non così sorprendente. Da anni il Pontefice argentino identifica quello della sinodalità come «il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio»



«Esorto tutti, autorità pubbliche e società civile, a supportare le vittime della violenza nella famiglia: sappiamo purtroppo che sono le donne, sovente insieme ai loro figli, a pagare il prezzo più alto». È questo il solo riferimento esplicito, e di peso, alle donne – anche se non ne mancano indirettamente in relazione alle diverse forme di sfruttamento e alla tratta delle persone – che Papa Francesco ha fatto nel discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Discorso che, muovendosi sul duplice binario della fraternità e dell’umanesimo integrale quale antidoto unico alle crisi contemporanee (sanitaria, politica, ambientale, economico-sociale e, soprattutto dei rapporti umani), può definirsi, senza tema di smentita, come uno dei più completi e politicamente importanti degli ultimi anni.

E alla testimonianza di una donna, l’ex schiava sudanese Bakhita poi divenuta religiosa canossiana e canonizzata da Giovanni Paolo II nel 2000, si è richiamato sempre ieri Bergoglio per invitare «a mettere al centro le persone trafficate, le loro famiglie, le loro comunità» nel video messaggio per la 7° Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta delle persone.

Ma il vero segnale di attenzione alle donne e di rinnovamento bergogliano al femminile, sia pur a piccoli passi, è giunto il 6 febbraio con la nomina di Nathalie Becquart a sottosegretaria della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi. Si tratta infatti di un’assoluta novità da quando un tale organismo permanente fu istituito da Paolo VI (15 settembre 1965). Ma anche di un messaggio chiaro e inequivocabile da parte di Francesco: da anni il Papa argentino identifica quello della sinodalità come «il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio» e, non a caso, sul tema della sinodalità della Chiesa ha indetto per il 2022 la XVI° Assemblea generale del Sinodo dei vescovi.

La nomina di suor Becquart, notificata insieme con quella dell’agostiniano Luis Marín de San Martín (ulteriore novità perché è la prima volta che la Segreteria del Sinodo ha due sottosegretari), risponde infatti – come dichiarato dal cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei vescovi – alla chiara volontà del Papa, «che ha, più volte, sottolineato l’importanza che le donne siano maggiormente coinvolte nei processi di discernimento e di decisione ecclesiali; e già negli ultimi Sinodi il numero di donne partecipanti come esperte o uditrici è aumentato».

Una scelta quanto mai indovinata quella di Natalie Becquart, suora dell’Istituto La Xavière di spiritualità ignaziana, fondato cent’anni fa a Marsiglia da Claire Monestès.

Nata a Fointenblaeu nel 1969, si è diplomata all’École des Hautes Études commerciales di Parigi nel 1992 ed è entrata 1995 tra le Xavières nel 1995 dopo un anno di volontariato in Libano e due anni di esperienza professionale come consulente di marketing e comunicazione. Ha studiato filosofia e teologia al Centre Sèvres – Facultés Jésuites e sociologia all’École des Hautes Études en Sciences sociales (Ehess) a Parigi, conseguendo poi la licenza in Ecclesiologia con una tesi sulla sinodalità presso il Boston College School of Theology and Ministry.

Diversi gli incarichi ricoperti nell’ambito del marketing e nella formazione dei giovani: direttrice spirituale della Rete della Gioventù ignaziana, coordinatrice nazionale del Programma di scoutismo per i giovani delle zone urbane e direttrice del Servizio nazionale per l’Evangelizzazione dei giovani e per le Vocazioni (Snejv) in seno alla Conferenza episcopale fancese (2012-2018). Dal 2015 al 2018 è stata inoltre membro del Consiglio episcopale della diocesi di Nanterre su designazione del vescovo Michel Aupetit.

Autrice di numerose pubblicazioni, suor Nathalie Becquart è stata particolarmente impegnata nella preparazione del Sinodo su giovani, fede e discernimento vocazionale sia in Francia sia in Vaticano. Al di là del Tevere ha svolto il ruolo di coordinatrice generale del pre-sinodo nel marzo 2018 e di uditrice al Sinodo sui giovani nell’ottobre 2018. Nel maggio 2019 è stata nominata da Papa Francesco consultrice della Segreteria Generale del Sinodo dei vescovi.

Ma la nomina della Xavière segna anche un ulteriore passo in avanti verso l’ottenimento di quanto chiesto ripetutamente da uditrici e consultrici: il riconoscimento alle donne del diritto di voto al Sinodo, di cui suor Becquart gode in virtù dell’incarico di sottosegretaria. È da capire se un tale diritto sarà esteso ad altre donne, che parteciperanno al Sinodo del 2022 ma è indubitabile che la strada è stata aperta.

Il tema fu dibattuto il 7 novembre scorso tra il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, e la sociologa Paola Lazzarini, fondatrice di Donne per la Chiesa, durante il Festival de Linkiesta. In quell’occasione il porporato «Il Papa sta insistendo molto sulla sinodalità come esercizio del nostro camminare insieme. Credo che si troveranno dei meccanismi per cui chiunque partecipa al Sinodo abbia poi piena responsabilità di esprimere il proprio pensiero anche con i voti».

A distanza di mesi Paola Lazzarini, che al Festival aveva insistito sull’inaccettabilità di una tale limitazione per le sole donne, dichiara oggi a Linkiesta: «Sono molto felice della notizia della nomina di suor Nathalie Becquart a sottosegretaria del Sinodo dei vescovi e anche più del fatto che le verrà riconosciuto il diritto di votare il documento finale della prossima Assemblea generale. È dall’ottobre del 2018 che il nostro gruppo, insieme a tante altre donne di tutto il mondo, si spende per portare alla luce la profonda incongruenza di una partecipazione femminile ai sinodi che non preveda il diritto di voto. Sapere che suor Nathalie voterà ci riempie di speranza, direi che ci fa sentire ascoltate! Ora attendiamo notizie certe rispetto all’allargamento di questo diritto a tutte le donne che parteciperanno. Vorrei però che fosse chiaro che non si tratta di un passo avanti per le donne, ma per tutta la Chiesa. Quella Chiesa sinodale di cui Papa Francesco non si stanca di parlare e che noi donne vogliamo aiutarlo a costruire».

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Grammatica e sintassi del ministero ecclesiale. 
“Spiritus Domini” come “cambio di paradigma”
di Andrea Grillo


Il compito della teologia - come dice una lunga tradizione e come di recente è stato sintetizzato da papa Francesco nel famoso discorso alla Collegio degli scrittori della Civiltà Cattolica (cfr. qui) – è servizio ecclesiale che si nutre di tre “i”: inquietudine, incompletezza e immaginazione. Ovviamente il magistero della cattedra pastorale si nutre in modi differenziati del lavoro teologico. Lo assume, lo studia, lo tollera e talvolta lo contrasta. A sua volta il magistero della cattedra teologica, che elabora la tradizione nel senso più completo e più libero, si trova a interagire con il magistero episcopale e papale in forme ora più pacate, ora più conflittuali.

Resta comunque la grande differenza tra la “immediata efficacia” del magistero episcopale e la “efficacia mediata” del magistero teologico. In tal senso proseguire sulla strada aperta dalle proposizioni del magistero è una parte del lavoro che la teologia compie “per mestiere”. Non ha carattere eventuale, ma necessario.

In questo caso vorrei soffermarmi sulla rilettura di due testi, che nei giorni 10-11 gennaio 2021 – meno di un mese fa – papa Francesco ha firmato sul tema dei “ministeri istituiti” e che rappresentano, per la teologia cattolica del ministero ecclesiale, un passaggio che non è esagerato definire “di svolta”. Siamo di fronte ad un “cambio di paradigma”, sui cui effetti facciamo fatica ad esercitare una adeguata immaginazione.

Come sempre, anche di Cristoforo Colombo, si potrebbe dire: è stato un errore, voleva andare in India e ha fallito. Anche di questi due testi recenti si è potuto leggere: nulla di nuovo, ci si limita a registrare quello che si fa da 50 anni, siamo sempre in ritardo, una cosa ridicola…

In realtà in questi due testi troviamo, per la prima volta espresso in modo ufficiale nella lunga storia della chiesa cattolica antica, medievale, moderna e contemporanea, il superamento di una “riserva maschile del ministero ecclesiale” che è stata considerata, per molti secoli, elemento che apparteneva alla “sostanza del ministero stesso”. Questo passo ha un valore in sé, che supera una “evidenza classica”, assumendo una nuova visione. Perciò vorrei presentare i punti di novità dei due testi e porre in luce come appaiano ufficialmente forme argomentative la cui fecondità non sarà facile arrestare in futuro.

a) Il Motu Proprio “Spiritus Domini”

Con una tecnica non rara, il primo documento, direttamente operativo, è assai breve e si limita a compiere, con la autorità di un “motu proprio”, una modifica del Codice di Diritto canonico (can. 230), del quale fa cadere la “riserva maschile” stabilita per quelli che venivano chiamati, prima del 1972, “ordini minori” e che da allora sono chiamata “ministeri istituiti”. E’ evidente che questa “svolta” – che fa cessare la esclusiva maschile per l’accesso a lettorato e accolitato – si basa sul grande “cambio di paradigma” che prima il Concilio Vaticano II aveva realizzato sul piano degli “ordini maggiori”, e che Ministeria quaedam di Paolo VI ha realizzato sul piano degli “ordini minori”. Riassumiano sinteticamente questi due passaggi:

- Il Concilio rilegge gli ordini maggiori in modo assai articolato: recupera l’episcopato all’interno del sacramento dell’ordine come suo vertice; esclude il suddiaconato; supera la strutturale distinzione tra “potestas ordinis” e “potestas iurisdictionis”.

- Con Ministeria quaedam non solo si riducono a “due” gli ordini minori (da 4 o 5 che erano), ma essi vengono scorporati dal sacramento dell’ordine e incardinati sul sacramento del battesimo. Non sono più “gradi inferiori” del ministero ordinato, ma “articolazioni ufficiali” dei carismi dei battezzati.

Si tratta di una rilettura potente, sistematicamente e praticamente assai audace, i cui effetti lentamente stanno prendendo corpo e forma. Ma in quella riforma, che pure aveva così profondamente ripensato la tradizione, la “riserva maschile” ad ogni grado del ministero – istituito o ordinato – restava degna di venerazione e dunque non superata.

b) La lettera che accompagna “Spiritus Domini”

In una lettera, che reca la data del giorno successivo, papa Francesco espone le argomentazioni che hanno condotto al provvedimento del giorno precedente. E nel testo si trova una appassionata rilettura della tradizione ministeriale della Chiesa, la quale, nella storia, senza mai deflettere dalla fedeltà alla parola ricevuta dal Signore, interpreta diversamente le forme della autorità e l’esercizio di “uffici” per la vita della Chiesa. La “interpretazione che la chiesa dà di sé” fa parte della sua tradizione. E così, senza che vi sia infedeltà, è possibile che alcune forme siano sostituite da altre: anche questo non è “superamento”, ma “inveramento” della tradizione. Sul piano ermeneutico il testo lavora con finezza sulla pretesa “riserva maschile”, in vista di una comprensione più ampia. Si passa da una visione più stretta ad una più larga del ministero fondato su battesimo, cresima e eucaristia.

Al centro della lettera vi è una frase che ha un valore decisivo: “Essendo il sacramento dell’Ordine riservato ai soli uomini, ciò era fatto valere anche per gli ordini minori.” Sul piano teologico si tratta di una “descrizione” di ciò che “per secoli” si è ritenuto vincolante e, diremmo, sostanziale. Ma, se esaminiamo dal punto di vista sistematico, le novità con cui oggi facciamo i conti sono almeno tre:

- gli ordini minori non sono più tali, ma sono, appunto, ministeri istituiti, che discendono dalla iniziazione cristiana, non dal sacramento dell’ordine;

- la riserva agli uomini oggi non riguarda il “sacramento dell’ordine”, ma la “ordinazione sacerdotale”, ossia il grado dell’episcopato e del presbiterato, non quello del diaconato;

- la relazione tra ministeri ordinati e ministeri istituiti non è parallela alla evidenza della riserva maschile: il grado del diaconato, pur essendo interno ai “ministeri ordinati”, non è coperto dalla riserva citata dalla Lettera e risalente a “Ordinatio sacerdotalis” del 1994.

Questo significa che, tra la distinzione interna al ministero operata da Paolo VI nel 1972 e le parole di Giovanni Paolo II sul sacerdozio non vi è completa sovrapposizione. L’esercizio della parola autorevole, nella Chiesa, non è riservata soltanto a battezzati di sesso maschile. Ciò che è stato venerabile, come la riserva, non è “di sostanza” per l’esercizio del ministero. E questo è, appunto, un vero cambio di paradigma.

c) Le parole definitive e le nuove evidenze

Anche la sociologia, o la fisiologia, come la geografia o la fisica, ha le sue “nuove evidenze”. La antica prassi di “ordinare” al lettorato e all’accolitato solo uomini aveva trovato, nella storia, diverse argomentazioni. La donna non è dotata di autorità; la donna, nel generare, è puramente passiva; la donna non deve avvicinarsi alle cose sacre perché, almeno una volta al mese, risulta impura. Un universo di cultura sociologica, fisiologica, biologica ha fatto sentire la sua autorità anche presso i teologi. Alcuni di essi continuano a frequentare questi pregiudizi, come se fossero parola di Dio.

Singolarissimo è osservare come queste visioni abbiano avuto la forza di convincere anche i più saggi tra gli uomini del passato: sul divieto di battezzare e di insegnare della donna Tertulliano è stato un maestro molto ascoltato, e quando Tommaso d’Aquino ha avuto la forza di correggerlo, ha dovuto ricorrere ad una evidenza non teologica, ma sociologica. Usando la sua “arte del distinguere” il Dottore Angelico ha formalizzato uno “spazio di autorità femminile” rigorosamente privato. Alla donna si poteva riconoscere autorità, ma solo residuale e mai in pubblico. Questa argomentazione, che prima non esisteva, ha resistito fino al XIX secolo. Così, un secolo dopo, poco prima della sua morte, Giovanni XXIII, in Pacem in terris, poteva riconoscere nella “entrata della donna nello spazio pubblico” uno dei “segni dei tempi” della nostra epoca. Per questo la piccola variazione testuale proposta da “Spiritus Domini” è un cambio di paradigma. La donna entra ufficialmente, con tutti i crismi, nello spazio pubblico della autorità ecclesiale. Non saranno certo le distinzioni sistematiche antiche o recenti a poter precludere a questo inizio tutto il suo sviluppo, pastorale ed ecclesiale. La riserva maschile, che è stata ritenuta sostanziale all’esercizio di ogni autorità ecclesiale, non è più, in quanto tale, una garanzia per la tradizione. Questo è un punto di non ritorno, per riflettere sul quale non basta una pur preziosa “teologia di autorità”, ma occorre che la teologia metta in campo tutta la sua autorità, senza paura e con molta pazienza.

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Per approfondire riproponiamo solo alcuni dei nostri numerosi post, a partire dai più recenti, sul ruolo delle donne nella Chiesa:

Enzo Bianchi: Il senso della quaresima

Enzo Bianchi
Il senso della quaresima

La Repubblica - 22 febbraio 2021


Un tempo la quaresima giungeva destando in molti sentimenti di stizza, a volte di noia, altre di rigetto. Per pochi era un “tempo favorevole”, accolto non per “fare” qualche particolare opera ma per cercare e ritrovare la verità del proprio essere. Chi viveva la quaresima come digiuno, mortificazione ascetica, occasione per “fare la carità”, non faceva cose cattive ma cose che – per dirla con Gesù – possono compiere anche quei “religiosi”, sempre presenti in ogni comunità umana, che cercano anzitutto una ricompensa e non conoscono né l’arte della gratuità né quella dell’autenticità profonda del cuore.

La quaresima potrebbe invece essere un tempo in cui tutti, credenti o non credenti, possiamo compiere un discernimento e rafforzare la capacità di dire dei “sì” e dei “no” convinti, scaturiti dalla nostra coscienza e dal progetto di convivenza umana che portiamo nel cuore, disegno che richiede una realizzazione insieme agli altri nella storia, senza esenzioni. Tanto più che questa è la seconda quaresima che viviamo nella pandemia, abbattutasi inaspettata e improvvisa su di noi. Mi ha veramente impressionato attraversare il giorno di carnevale due città del Piemonte: non c’erano coriandoli, né maschere, nessun segno di festa: quaresima per tutti!

In tale situazione mi sembra di poter dire che molti elementi della quaresima sono richiesti a tutti, uomini e donne, giovani e anziani, ricchi e poveri: tutti chiamati all’ascolto, alla cura degli altri, alla compassione. Ma la pandemia non è certo vissuta da tutti alla stessa maniera. Siamo sulla stessa barca? No, su barche diverse! Dobbiamo riconoscere che per tutti essa comporta limiti, rinunce, assunzione di responsabilità che limitano le nostre libertà. Resta però vero che alcuni, colpiti dal Covid, vanno soli e abbandonati verso la morte, mentre altri possono contare su un’assistenza che li salva: lo constatiamo tutti i giorni!

Tuttavia la pandemia, come altre volte nella storia, ci obbliga a un’esperienza comune segnata da sofferenza, clausura, quarantena, rinunce. Abbiamo assistito, per esempio, a rivolte per la mancata riapertura delle piste da sci sulle nostre montagne. Eppure questa è solo una rinuncia a un divertimento, non a un bene che, se manca, minaccia la nostra vita. Si tratta di rimandare a domani qualcosa a cui si rinuncia oggi per acquistare la salute, per vincere il devastatore, per poter al più presto ricominciare a vivere in pienezza relazioni e incontri. Del resto, nelle nostre esistenze quotidiane la rinuncia a volte è necessaria non perché ci mortifica o ci “contiene” ma perché la presenza dell’altro significa un limite reale per noi.

Certo, alcune limitazioni sono davvero pesanti e causano lo scatenarsi di pulsioni e violenze che non sapevamo ci abitassero. Anche qui si tratta però di imparare a conoscere se stessi, a lavorare su di sé, a esercitarsi in atteggiamenti che causino relazione, rispetto, amore, e non provochino, al contrario, inimicizia, cattiveria, rigetto e violenza.

Questa la quaresima per tutti, quaranta giorni all’anno per vigilare su chi siamo e su cosa siamo diventati nel tempo. Theodor Adorno ci aveva avvertiti: anche la ragione può diventare folle se non sa interrogarsi sul cammino percorso e sui giorni che si vivono, se non aiuta a radunare le energie per prevenire e reagire.
(fonte: Blog dell'autore)

lunedì 22 febbraio 2021

Il cardinale Mauro Piacenza: l'attualità e il senso della penitenza cristiana

Quaresima. 
Il cardinale Piacenza: 
l'attualità e il senso della penitenza cristiana

Con una lettera il penitenziere maggiore presso il Tribunale della Penitenzieria Apostolica, cardinale Mauro Piacenza, si rivolge ai fedeli per spiegare il significato profondo dei gesti che la Chiesa invita a praticare nel tempo forte della Quaresima. Tempo di penitenza, scrive, ma anche partecipazione alla vittoria definitiva di Cristo sul male, che sola può portare gioia e salvezza all'umanità oggi provata dalla pandemia


Quaresima e pandemia: due tempi, l’uno che scandisce il calendario liturgico e la vita della Chiesa, l’altro che incide oggi sul vissuto di tutta l’umanità, hanno alcune parole in comune che sembravano superate, almeno in Occidente. E’ da questa costatazione che il penitenziere maggiore cardinale Mauro Piacenza, inizia la sua riflessione proposta ai fedeli in una lettera diffusa oggi (18/02/2021). Proprio ora, si legge nel testo, “ai cittadini di tutto il mondo viene chiesto di rinunciare, almeno in parte, all’esercizio delle libertà personali, di sacrificare il proprio “stile di vita” con l’adozione delle necessarie precauzioni igienico-sanitarie, di obbedire alle indicazioni dell’autorità costituita, anche quando impedissero l’assistenza, se non l’estremo saluto, ad un familiare ricoverato”.

Restrizioni e penitenza in attesa di un futuro positivo

Per sollecitare i cittadini a questa disponibilità prima impensabile, i mass media, osserva il cardinale Piacenza, veicolano tre messaggi: la denuncia di “un pericolo imminente di fronte al quale ciascuno è responsabile per sé e per gli altri”; l’annuncio di “un orizzonte futuro, sostanzialmente positivo”; l’assicurazione che “all’attesa e al sacrificio richiesti è fissato un termine”. Il porporato fa notare che, almeno in parte, queste sono da sempre le coordinate anche della penitenza cristiana nel tempo quaresimale. E spiega che, infatti, nella Colletta del Mercoledì delle Ceneri chiediamo a Dio di iniziare con il digiuno e la penitenza un cammino di conversione che ci permetta la vittoria contro “lo spirito del male”, il nemico in agguato. Ma subito ci viene “dischiuso un orizzonte positivo, che è la vittoria conquistata dalla Croce di Cristo” a cui tutti sono chiamati a partecipare. Infine, viene posto un termine al combattimento, “rappresentato dal “numero sacro” dei quaranta giorni, tempo di vera conversione e di salvezza”.

La vittoria di Cristo: salvezza dell'anima e del corpo

Nella lettera il penitenziere maggiore sottolinea che il male di cui si parla in questo caso e la vittoria su di esso, hanno “un’importanza imparagonabile per la vita dell’uomo, perché riguardano non soltanto il bene temporale della salute corporale, ma quello ben più radicale della salvezza eterna e dell’anima e del corpo”. Il cardinale Piacenza prosegue scrivendo che proprio per questo la Quaresima inizia con l’imposizione delle ceneri e la formula penitenziale “Ricordati che polvere sei e in polvere ritornerai” che ci ricorda il nostro essere creature dipendenti in tutto il nostro essere da Dio, e la cui vita, umanamente destinata a finire, “ha nel grande Cielo di Dio, e non nelle cose della terra, il senso pieno e lo scopo ultimo”. Il porporato fa poi delle precisazioni riguardo alla penitenza intesa in senso cristiano: essa, scrive, contiene in sé “una profondissima gioia ed un senso di irriducibile giustizia, che vanno riscoperti”, non è, inoltre, un tentativo di ottenere da Dio ciò che con le proprie forze non si riesce a raggiungere, ma espressione di una volontà “di rispondere con tutto se stessi a quell’Amore, tutto divino e tutto umano, che in Cristo si è addossato il male del mondo e, con la propria croce e risurrezione, ha rinnovato l’universo sconquassato dal peccato”. La penitenza cristiana è dunque, prosegue, una virtù donata dallo Spirito, con cui l’uomo consegna la propria vita al Signore, accettando di soffrire con Lui e partecipando così alla Vita nuova di Cristo che sottoponendosi alla croce, “si è assiso alla destra del trono di Dio”.

La vera penitenza cristiana trasfigura l'attuale emergenza

Dalla viva presenza del Redentore “centro del cosmo e della storia” prendono forma, afferma il cardinale Piacenza, quelle attenzioni che appartengono alla tradizione liturgica e spirituale della Chiesa e di cui offre l’elenco: “una giusta considerazione di sé nell’esame di coscienza; la conversione del rapporto con Dio, con se stessi e con i fratelli attraverso le pratiche della preghiera, del digiuno e dell’elemosina; la memoria quotidiana di Cristo presente attraverso l’offerta dei “fioretti quaresimali”; la memoria della Sua Passione redentrice nella pia pratica della Via Crucis; la recita dei salmi penitenziali; le litanie dei santi, che sono la vera grande “maggioranza” nel mondo di Dio; le rogazioni, mai abolite e oggi così urgenti; la contemplazione amorosa di Cristo, Crocifisso e Risorto, nella celebrazione e adorazione eucaristica; la preghiera, fiduciosa e accorata, alla Beata Vergine Maria Addolorata (…) già pienamente partecipe della gloria della Risurrezione”. Ed è a lei che si rivolge concludendo la lettera il cardinale, perché ci aiuti a maturare la vera penitenza cristiana “che sola è capace di abbracciare e vedere trasfigurata in occasione di salvezza l’attuale emergenza pandemica”, riportando nei cuori gioia e libertà.
(fonte: Vatican News, articolo di Adriana Masotti 18/02/2021)


Il Papa fa visita ad Edith Bruck, sopravvissuta ad Auschwitz - Edith Bruck: "con il Papa un abbraccio tra fratelli"

Il Papa fa visita ad Edith Bruck, sopravvissuta ad Auschwitz

La scrittrice ungherese, quasi novantenne, vive da lungo tempo a Roma. L’Osservatore Romano l’aveva intervistata lo scorso gennaio per la Giornata della Memoria. Francesco, rimasto colpito dalla sua testimonianza, oggi a sorpresa ha voluto andare a incontrarla nella sua abitazione in centro città

Papa Francesco con Edith Bruck

Ha letto la sua intervista, che racconta dell’orrore vissuto da lei e dalla sua famiglia nel tempo della persecuzione nazista, e ne è rimasto molto colpito. Così ha chiesto di poterla incontrare e si è recato a farle visita nella sua abitazione. Papa Francesco questo sabato pomeriggio ha lasciato il Vaticano e si è diretto nel centro di Roma, per una visita privata a casa di Edith Bruck, scrittrice ebrea di origini ungheresi che ha trascorso due terzi della sua vita in Italia. Durante il colloquio, il Papa ha rivolto queste parole alla signora Edith Bruck: “Sono venuto qui da lei per ringraziarla della sua testimonianza e rendere omaggio al popolo martire della pazzia del populismo nazista e con sincerità le ripeto le parole che ho pronunciato dal cuore allo Yad Vashem e che ripeto davanti ad ogni persona che come lei ha sofferto tanto a causa di questo: perdono Signore a nome dell’umanità”. La Sala Stampa della Santa Sede rende noto che "la conversazione con il Papa ha ripercorso quei momenti di luce di cui è stata costellata l’esperienza dell’inferno dei lager e ha evocato i timori e le speranze per il tempo che viviamo, sottolineando il valore della memoria e il ruolo degli anziani nel coltivarla e tramandarla ai più giovani. Dopo circa un’ora, Papa Francesco e la Signora Bruck si sono salutati e il Papa ha fatto ritorno in Vaticano". All’incontro era presente il direttore dell’Osservatore Romano, Andrea Monda, che lo scorso 26 gennaio aveva messo in pagina una toccante intervista alla scrittrice, realizzata da Francesca Romana de’ Angelis. Il Papa ha donato una menorah, il candelabro a sette bracci della religione ebraica, e un libro, il Talmud babilonese.


Edith Bruck ha dedicato la sua vita a testimoniare quanto ha visto. Furono due sconosciuti, di cui raccolse l’ultima voce nel campo di concentramento di Bergen–Belsen, a chiederle di farlo: “Racconta, non ti crederanno, ma se tu sopravvivi racconta, anche per noi”. E lei ha tenuto fede alla promessa. Ciò che colpisce, nel leggere gli episodi descritti nell’intervista, è lo sguardo di speranza che Edith riesce a trasmettere. Anche quando racconta dei momenti più bui, dell’abisso di orrore nel quale lei, bambina, è stata immersa perdendo buona parte della sua famiglia, non manca mai di fissare sempre il suo sguardo su un particolare bello e buono, su qualche accenno di umanità che le ha permesso di continuare a vivere e a sperare.

Papa Francesco con Edith Bruck

Così, nel descrivere la vita del ghetto dopo essere stata strappata insieme ai suoi genitori e ai suoi fratelli dalla casa nel villaggio rurale dove viveva, ecco che racconta di un uomo non ebreo che regala un carro di viveri per aiutare i perseguitati. Mentre dice di quando lavorava a Dachau per scavare trincee ecco che ricorda un soldato tedesco che gli lancia la sua gavetta da lavare, “ma al fondo aveva lasciato della marmellata per me”. E mentre descrive il suo lavoro nelle cucine per gli ufficiali ecco spuntare la figura del cuoco che le ha chiesto come si chiamasse e all’udire la risposta pronunciata da Edith con voce tremante ha risposto: “Ho una bambina della tua età”. Detto questo, “tirò fuori dalla tasca un pettinino e guardando la mia testa con i capelli appena appena ricresciuti me lo regalò. Fu la sensazione di trovarmi davanti dopo tanto tempo un essere umano. Mi commosse quel gesto che era vita, speranza”. Bastano pochi gesti per salvare il mondo, conclude Edith Bruck, che oggi ha accolto in casa sua il Vescovo di Roma venuto per incontrarla.

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Edith Bruck: "con il Papa un abbraccio tra fratelli"

In una intervista a Vatican News, la scrittrice ungherese esprime la propria commozione per la visita di Francesco che, nel pomeriggio, si è recato nella sua casa nel centro di Roma. "Ho pianto appena è arrivato. L’ho abbracciato, baciato"

Papa Francesco con Edith Bruck

È un piccolo villaggio ungherese il luogo natio, nel 1931, di Edith Bruck, ultima di sei figli di una povera famiglia ebrea. Nell’aprile del 1944, insieme ai genitori e a due fratelli, viene deportata in ghetto e poi nei lager di Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta insieme alla sorella Judit, approda dopo diversi anni in Italia e si stabilisce a Roma. In una intervista rilasciata all’Osservatore Romano, lo scorso mese di gennaio per la Giornata della Memoria, ha ricordato gli orrori vissuti durante il tragico periodo della persecuzione nazista. Papa Francesco l’ha voluta incontrare e si è recato nel pomeriggio in visita privata nella sua casa nel centro di Roma. Un incontro che Edith Bruck definisce "inimmaginabile". A Vatican News rivela che durante il colloquio, il Papa ha ricordato diversi passaggi del suo libro "Il pane perduto" pubblicato da "La nave di Teseo" nella collana Oceani.


Sono ancora sotto shock positivo. Abbiamo parlato molto a lungo. Ha detto che ha letto il mio libro. Ha citato molte parti del libro. Il Papa è arrivato alle 16.00 ed è andato via verso le 18.00. È stato un incontro inspiegabile. Io sono ancora emozionata. Ho pianto appena è arrivato. L’ho abbracciato, baciato. Era una cosa molto bella e con la voce tremante ho presentato le poche persone che erano in casa. Il Papa ha parlato anche della Shoah. Ha chiesto perdono personalmente. Ha parlato un po' dell'Argentina. Ero talmente colpita, che non riuscivo a pronunciare una parola come si deve.

Cosa si prova a ricevere Papa Francesco nella propria casa?

R. - Non potevo immaginare una cosa così. Quando l’ho visto sulla porta, sono scoppiata a piangere. Anche lui mi ha abbracciato. Eravamo tutti e due dentro pieni di commozione. Non si poteva reggere la commozione.

Quello di Papa Francesco è stato un abbraccio paterno?

R.- Si, anzi ha detto: siamo fratelli.

Dunque un incontro tra fratelli anche molto conviviale…

R. - Il Papa ha mangiato un dolce con della ricotta. Ho preparato una bella poltrona con dei cuscini. E poi gli ho dato una mia poesia che ha apprezzato moltissimo. Eravamo tutti sbalorditi. Veramente un incontro inimmaginabile. È rimasto quasi due ore. È stata una cosa incredibile vederlo a casa. Mi sono molto commossa.

Ricordiamo quegli orrori vissuti nel campo di concentramento di Auschwitz, dove lei ha conosciuto il male assoluto. Ma anche tra quelle tenebre. ha vissuto momenti di luce

R. - Si, ho raccontato questo al Papa. Io le chiamo le cinque luci. Ho raccontato di tutti e cinque queste luci. Il Papa ha detto che sapeva tutto. E ricordava il mio libro quasi riga per riga.

E ha anche ricordato al Papa che in quel periodo drammatico ci fu anche un piccolo gesto pieno di vita. A compierlo fu un cuoco…

R. - Ho raccontato anche questo episodio. Il Papa ricordava anche questo. Al campo di concentramento a Dachau, un cuoco mi dice: tu come ti chiami ? E mi hai regalato un pettinino. Il Papa ha ricordato l’episodio del pettinino. Mentre parlavamo, io e il Papa eravamo sulla stessa linea umana.

I suoi genitori e uno dei suoi fratelli non sono sopravvissuti. Lei ha detto di essersi salvata grazie a sua sorella…

R. - Mi ha aiutato molto. Io credo che senza di me, lei non sarebbe sopravvissuta. Anche io senza di lei non sarei sopravvissuta. Era più grande di me di quattro anni. Mi sosteneva. Ha preso anche dei giubbotti che non potevo più trascinare. Certamente, ci siamo sostenute a vicenda. Adesso purtroppo non c'è più. Lei è svenuta quattro volte e io urlavo: non lasciarmi! Ho vissuto delle cose allucinanti. Tutto quello che ho vissuto non si può raccontare né scrivere in mille libri. Non si può descrivere il dolore, l’indignazione morale. Non si potrà mai raccontare, fino in fondo, anche se io non faccio altro che raccontare e scrivere.

A proposito di raccontare e ricordare, un soldato tedesco che ha separato lei da sua madre all'arrivo al campo di concentramento, in realtà le ha salvato la vita…

R. – Si, è successo proprio all’arrivo. Ero con mia madre. Mi hanno destinato con mia madre al crematorio nella parte sinistra. Ma l’ultimo soldato tedesco ha sussurrato e mi ha detto di andare a destra. Io in quel momento non ho capito cosa volesse dire. Mi sono aggrappata alla carne di mia madre. Non volevo lasciarla. Alla fine il soldato, non sapendo come separarci, ha colpito mia madre con un calcio del fucile. Lei è caduta e poi non l’ho più vista. Ha colpito anche me e mi ha trascinato fin quando poi non mi sono trovata a destra. In quel momento non sapevo che voleva salvarmi.

Oggi ha condiviso alcuni di questi ricordi con Papa Francesco. Una giornata indelebile che salda la memoria con la speranza…

R. - Anche il Papa era molto addolorato per questi innocenti che sono stati annientati. Ma la speranza c'è sempre. C’è sempre una minuscola luce, anche nel buio più pesto. Senza la speranza, non possiamo vivere. Nei campi di concentramento bastava un tedesco che ti guardava con uno sguardo umano. Bastava un gesto. Bastava uno sguardo umano. Mi hanno regalato un guanto bucato, mi hanno lasciato della marmellata nella gavetta. Lì era la vita, dentro. Quella è speranza.

«Mettetevi questo nella testa e nel cuore: con il diavolo mai si dialoga, non c’è dialogo possibile. Soltanto la Parola di Dio.» Papa Francesco - Angelus del 21 febbraio 2021 (Testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 21 febbraio 2021


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Mercoledì scorso, con il rito penitenziale delle ceneri, abbiamo iniziato il cammino della Quaresima. Oggi, prima domenica di questo tempo liturgico, la Parola di Dio ci indica la strada per vivere in maniera fruttuosa i quaranta giorni che conducono alla celebrazione annuale della Pasqua. È la strada percorsa da Gesù, che il Vangelo, con lo stile essenziale di Marco, riassume dicendo che Egli, prima di incominciare la sua predicazione, si ritirò per quaranta giorni nel deserto, dove fu tentato da Satana (cfr 1,12-15). L’Evangelista sottolinea che «lo Spirito sospinse Gesù nel deserto» (v. 12). Lo Spirito Santo, disceso su di Lui subito dopo il battesimo ricevuto da Giovanni nel fiume Giordano, lo stesso Spirito ora lo spinge ad andare nel deserto, per affrontare il Tentatore, per lottare contro il diavolo. L’intera esistenza di Gesù è posta sotto il segno dello Spirito di Dio, che lo anima, lo ispira, lo guida.

Ma pensiamo al deserto. Fermiamoci un momento su questo ambiente, naturale e simbolico, così importante nella Bibbia. Il deserto è il luogo dove Dio parla al cuore dell’uomo, e dove sgorga la risposta della preghiera, cioè il deserto della solitudine, il cuore staccato da altre cose e solo, in quella solitudine, si apre alla Parola di Dio. Ma è anche il luogo della prova e della tentazione, dove il Tentatore, approfittando della fragilità e dei bisogni umani, insinua la sua voce menzognera, alternativa a quella di Dio, una voce alternativa che ti fa vedere un’altra strada, un’altra strada di inganno. Il Tentatore seduce. Infatti, durante i quaranta giorni vissuti da Gesù nel deserto, inizia il “duello” tra Gesù e il diavolo, che si concluderà con la Passione e la Croce. Tutto il ministero di Cristo è una lotta contro il Maligno nelle sue molteplici manifestazioni: guarigioni dalle malattie, esorcismi sugli indemoniati, perdono dei peccati. Dopo la prima fase in cui Gesù dimostra di parlare e agire con la potenza di Dio, sembra che il diavolo abbia la meglio, quando il Figlio di Dio viene rifiutato, abbandonato e, infine, catturato e condannato a morte. Sembra che il vincitore sia il diavolo. In realtà, proprio la morte era l’ultimo “deserto” da attraversare per sconfiggere definitivamente Satana e liberare tutti noi dal suo potere. E così Gesù ha vinto nel deserto della morte per vincere nella Risurrezione.

Ogni anno, all’inizio della Quaresima, questo Vangelo delle tentazioni di Gesù nel deserto ci ricorda che la vita del cristiano, sulle orme del Signore, è un combattimento contro lo spirito del male. Ci mostra che Gesù ha affrontato volontariamente il Tentatore e lo ha vinto; e al tempo stesso ci rammenta che al diavolo è concessa la possibilità di agire anche su di noi con le tentazioni. Dobbiamo essere consapevoli della presenza di questo nemico astuto, interessato alla nostra condanna eterna, al nostro fallimento, e prepararci a difenderci da lui e a combatterlo. La grazia di Dio ci assicura, con la fede, la preghiera e la penitenza, la vittoria sul nemico. Ma io vorrei sottolineare una cosa: nelle tentazioni Gesù mai dialoga con il diavolo, mai. Nella sua vita Gesù mai ha fatto un dialogo con il diavolo, mai. O lo scaccia via dagli indemoniati o lo condanna o fa vedere la sua malizia, ma mai un dialogo. E nel deserto sembra che ci sia un dialogo perché il diavolo gli fa tre proposte e Gesù risponde. Ma Gesù non risponde con le sue parole; risponde con la Parola di Dio, con tre passi della Scrittura. E questo dobbiamo fare anche tutti noi. Quando si avvicina il seduttore, incomincia a sedurci: “Ma pensa questo, fa quello...”. La tentazione è di dialogare con lui, come ha fatto Eva; e se noi entriamo in dialogo con il diavolo saremo sconfitti. Mettetevi questo nella testa e nel cuore: con il diavolo mai si dialoga, non c’è dialogo possibile. Soltanto la Parola di Dio.

Nel tempo di Quaresima, lo Spirito Santo sospinge anche noi, come Gesù, ad entrare nel deserto. Non si tratta – abbiamo visto – di un luogo fisico, ma di una dimensione esistenziale in cui fare silenzio, metterci in ascolto della parola di Dio, «perché si compia in noi la vera conversione» (Orazione colletta I Dom. di Quaresima B). Non avere paura del deserto, cercare più momenti di preghiera, di silenzio, per entrare in noi stessi. Non avere paura. Siamo chiamati a camminare sui sentieri di Dio, rinnovando le promesse del nostro Battesimo: rinunciare a Satana, a tutte le sue opere e a tutte le sue seduzioni. Il nemico è lì accovacciato, state attenti. Ma mai dialogare con lui. Ci affidiamo alla materna intercessione della Vergine Maria.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Rivolgo il mio cordiale saluto a tutti voi, romani e pellegrini. In particolare, saluto i fedeli polacchi. Oggi il mio pensiero va al Santuario di Płock, in Polonia, dove novant’anni fa il Signore Gesù si manifestò a Santa Faustina Kowalska, affidandole uno speciale messaggio della Divina Misericordia. Mediante San Giovanni Paolo II, quel messaggio è giunto al mondo intero, e non è altro che il Vangelo di Gesù Cristo, morto e risorto, che ci dona la misericordia del Padre. Apriamogli il cuore, dicendo con fede: “Gesù, confido in Te”.

Saluto i giovani e gli adulti del gruppo Talità Kum della parrocchia di San Giovanni dei Fiorentini in Roma. Grazie della vostra presenza! E avanti con gioia nei vostri progetti di bene.

A tutti auguro una bella domenica: bella, c’è il sole, e una buona domenica! E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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domenica 21 febbraio 2021

Il 21 febbraio del 2001 Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, diventava cardinale... Sono passati 20 anni, ma Papa Francesco ha mantenuto lo stesso "stile".

Il 21 febbraio del 2001 Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, diventava cardinale... Sono passati 20 anni, 
ma Papa Francesco ha mantenuto lo stesso "stile".


 

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CARDINALE, CON L’ABITO DEL PREDECESSORE.


Mons. Jorge Mario Bergoglio, Papa Francesco, il 21 febbraio 2001 diventava cardinale.

La prima e unica reazione, il 21 gennaio 2001, dopo l’annuncio di Papa Wojtyla della creazione di 42 nuovi porporati, elenco in cui appariva il suo nome, fu un breve comunicato dell’arcivescovato: “Essere cardinale, diceva la nota, rappresenta una maggiore vicinanza al Papa e una collaborazione con il Sommo Pontefice nel servizio alla Chiesa Universale. E’ il Papa che decide e in questo caso sono assolutamente certo che si tratta di una speciale considerazione e affetto verso la sede di Buenos Aires. Tutti i fedeli di questa città sono sotto lo sguardo del Santo Padre e poiché è questa la città capitale del Paese è uno sguardo che si estende a tutti gli argentini. Giovanni Paolo II vuole molto bene all’Argentina. Ancora ricordo la sua voce vibrante e il suo incoraggiamento nel corso della sua visita (al Paese): ‘Argentina! Alzati!’. Il Papa segue da vicino i problemi della nostra patria con cuore paterno“.

Poi J. M. Bergoglio accentuò ancora di più la sua conosciuta riservatezza e discrezione. Non rilasciò nessuna intervista e non accettò festeggiamenti e eventi celebrativi, neanche al suo rientro dopo aver ricevuto la beretta e l’anello cardinalizio. Continuò il suo lavoro pastorale come ogni giorno senza cambiare una sola riga della sua fitta agenda di impegni. Il futuro cardinale non volle neanche comprare gli abiti cardinalizi e fece adattare alla sua taglia quelli del suo predecessore, il card. Quarracino, piuttosto robusto. Ad un gruppo di fedeli che annunciarono la loro intenzione di accompagnarlo a Roma per il Concistoro del 21 febbraio 2011, mons. Bergoglio chiese accoratamente di non farlo e di destinare il denaro a opere di assistenza ai più bisognosi.

J. M. Bergoglio, nel 2001, era una figura ecclesiastica argentina e latinoamericana di grande prestigio e rilevanza. Forse lo era un po’ meno nell’ambito internazionale anche se nelle sfere ecclesiali era molto conosciuto. Oltre alla sua discrezione si parlava spesso della sua singolare capacità di combinare una severità tenera con una poco comune umanità e partecipazione. Si ricordava spesso anche la sua totale e continua vicinanza al suo clero e al riguardo, oggi, si conoscono i suoi comportamenti più unici che rari, come ad esempio, assistere, anche di notte, sacerdoti malati o in fin di vita. Anche dopo la “nomina” cardinalizia J. M. Bergoglio continuò a fare ciò che faceva sempre. Il suo edicolante – Luis Del Regno – ricorda che, ogni mattina, da lunedì a sabato, buttava oltre il cancello della casa di J. M. Bergoglio, dentro una busta di plastica – legata con un grosso elastico – i principali quotidiani e settimanali. “Il cardinale ogni fine del mese passava a pagare e mi ridava indietro i 30 elastici”, aggiunge Del Regno e precisa: “La domenica non c’era consegna dei giornali poiché lui passava puntualmente alle 5.30 del mattino, chiacchierava con me 10 minuti, e poi prendeva l’autobus 28 per recarsi a Lugano dove dava del mate cocido ai ragazzi malati”.

Il 18 marzo 2013 da Santa Marta Papa Francesco fece una telefonata a Luis Del Regno ma l’edicolante era assente e perciò parlò con il figlio Daniel, il quale non credette alla persona che diceva di essere il “cardinale Jorge” convinto che fosse uno scherzo di un amico. “Dai Luis, è una cosa seria. Sono Jorge Bergoglio e ti chiamo da Roma”, si sentì dire il figlio dell’edicolante e poi aggiunge: “Mi ha chiesto per noi, per i membri della famiglia, per papà in particolare, mi ha chiesto di pregare per lui e alla fine mi ha detto di sospendere la consegna dei giornali … perché tu sai cosa è successo …”. (tratto da un articolo di Luis Badilla del 2015 in Terre d'America)

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20 anni fa Jorge Mario Bergoglio diventava cardinale 


L’arcivescovo di Buenos Aires riceveva la porpora nel 2001. Torniamo indietro nel tempo e ripercorriamo la storia da quel giorno con i nostri ospiti, tra cui il direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione, Andrea Tornielli in una ricca puntata di "Doppio Click", programma della Radio Vaticana in onda tutti i venerdì

È il 21 febbraio del 2001. Papa Giovanni Paolo II, nell’omelia in occasione del Concistoro ordinario pubblico, sottolinea che è un giorno speciale: “Oggi è festa grande per la Chiesa universale, che si arricchisce di quarantaquattro cardinali”. Tra i nuovi porporati c’è anche l’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, che verrà eletto Sommo Pontefice il 13 marzo del 2013. “La Roma ‘cattolica’ - aggiunge Papa Wojtyla pronunciando parole già proiettate nel futuro - si stringe attorno ai nuovi cardinali in un abbraccio caloroso, nella consapevolezza che si sta scrivendo un'altra pagina significativa della sua storia bimillenaria”. “La nave della Chiesa - afferma sempre in quell’occasione Giovanni Paolo II - s'accinge a ‘prendere nuovamente il largo’ per portare nel mondo il messaggio della salvezza. Insieme vogliamo scioglierne le vele al vento dello Spirito, scrutando i segni dei tempi e interpretandoli alla luce del Vangelo per rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche (Gaudium et spes, 4)”.
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Il prete è chiamato ad avere un cuore che si commuove