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giovedì 16 luglio 2026

Perché i ricchi sono sempre più ricchi (e cosa aspettarsi dal futuro)

Perché i ricchi sono sempre più ricchi
(e cosa aspettarsi dal futuro)

Dalle piattaforme tech ai colossi della finanza, la nuova élite globale gode di rendite e posizioni dominanti. L’AI, se non governata, potrebbe accentuare il fenomeno.


La ricchezza globale continua a crescere. Ma sempre meno persone ne raccolgono i frutti. Negli ultimi anni il patrimonio mondiale ha raggiunto livelli record, sostenuto da una serie di fattori tra cui la corsa dei mercati finanziari, il boom tecnologico e l’aumento del valore delle imprese, delle Borse e del mercato immobiliare. Eppure è una crescita non uniforme: una quota sempre più ampia della ricchezza finisce nelle mani di una élite ristretta. È un qualcosa, secondo molti, di profondamente connaturato alle distorsioni del capitalismo contemporaneo. Che cosa ci dicono i numeri?

Secondo il World inequality report 2026, il 10% più ricco della popolazione mondiale possiede circa tre quarti della ricchezza totale, mentre la metà più povera dell'umanità si divide appena il 2%. Ancora più impressionante è il dato relativo allo 0,001% più ricco: meno di 60mila persone, la capienza di un impianto sportivo medio-grande, detiene una ricchezza che è tre volte quella della metà più povera del pianeta.

La fotografia è confermata anche da Oxfam. Nel suo ultimo rapporto l’organizzazione evidenzia che nel solo 2025 il patrimonio dei miliardari è cresciuto di oltre il 16%, raggiungendo il massimo storico di 18.300 miliardi di dollari. Dal 2020 la loro ricchezza è aumentata di oltre l’80%, a un ritmo molto superiore rispetto alla crescita dell'economia mondiale.

Ma perché la ricchezza tende a concentrarsi?

Una delle spiegazioni è quella proposta dall’economista Thomas Piketty. Nel suo Il capitale nel XXI secolo sostiene che, quando il rendimento del capitale cresce più velocemente dell'economia, chi possiede patrimoni vede aumentare la propria ricchezza molto più rapidamente di chi vive del proprio lavoro. Se questo meccanismo non viene corretto da politiche fiscali, redistributive o da forti shock economici, la concentrazione della ricchezza tende ad aumentare.

In un rapporto di qualche tempo fa, l’Ocse aveva segnalato la necessità di rafforzare i sistemi fiscali per migliorare l’efficacia delle tassazioni per i redditi più alti. Eppure, in diversi Paesi dell’area Ocse, le disuguaglianze economiche continuano ad ampliarsi, anche per effetti di aliquote fiscali più basse, esenzioni e detrazioni per categorie di reddito e patrimonio.

Negli ultimi vent’anni, poi, nel percorso verso la digitalizzazione si sono affermati modelli “winner takes all”, già descritti in diversi report delle Nazioni unite, in cui poche aziende globali conquistano fette sempre maggiori di mercato sfruttando i dati, le tecnologie e la proprietà intellettuale. È il caso delle grandi piattaforme tech, ma anche dei colossi della finanza e del lusso, che concentrano valore molto superiore delle industrie tradizionali.

La variabile AI

L’intelligenza artificiale aumenterà inevitabilmente le disuguaglianze o genererà una ricchezza diffusa? È una delle grandi domande che accompagneranno l’economia dei prossimi anni. Un recente rapporto dell’Onu mette in guardia dal rischio che l’AI allarghi il divario non solo tra Paesi ma anche tra grandi imprese e il resto dell’economia, se non accompagnata da regole adeguate e investimenti diffusi. È la conclusione a cui arriva anche lo studio dello scienziato Alireza Zandieh, “Artificial intelligence, economic inequality, and financial barriers to sustainable peace”, pubblicato a giugno sulla rivista Social Sciences & Humanities Open: l’AI, così come si sta sviluppando oggi, finirà col rafforzare la concentrazione della ricchezza e del potere economico.

In un intervento uscito poche settimane fa sul suo Substack, Paul Krugman arriva persino a chiedersi se l’AI possa produrre una vera e propria “inequality apocalypse”, uno scenario in cui i guadagni di produttività finiscono quasi interamente nelle mani dei proprietari delle aziende tecnologiche. L’allarme, va ricordato, arriva da un economista tutt’altro che ostile all’innovazione, che ha più volte rigettato gli scenari catastrofici di disoccupazione di massa.

Non tutti però condividono questa lettura. Daron Acemoğlu, Nobel per l’economia nel 2024, continua a dire che “l’AI non determina automaticamente né crescita, né disuguaglianza; dipende da come viene progettata”. L’economista distingue fra automation AI e augmentation AI, con la seconda che aumenta la produttività dei lavoratori invece di sostituirli.

Secondo il Fondo monetario internazionale, che ad aprile ha pubblicato un documento interessante sul tema, l'intelligenza artificiale potrebbe aumentare la produttività globale e generare nuova ricchezza in misura paragonabile ad altre grandi rivoluzioni tecnologiche. La differenza, spiegano gli economisti dell’Fmi, la faranno le politiche: investimenti nelle competenze, concorrenza, sistemi fiscali e redistribuzione determineranno se i benefici saranno diffusi oppure finiranno concentrati in poche mani.

La nuova geografia della ricchezza

Qualunque sarà l’esito di questa sfida, una trasformazione è già in corso. Negli ultimi vent'anni è cambiato il modo in cui si crea ricchezza e, di conseguenza, anche chi la possiede. Il baricentro del capitale si è spostato dai settori tradizionali (industria, immobiliare ed energia) verso tecnologia, software, semiconduttori, spazio e, appunto, intelligenza artificiale. Sempre più spesso la ricchezza nasce da asset immateriali: algoritmi, brevetti, dati, software e piattaforme digitali. L’esempio più eclatante è quello di Elon Musk. Dopo la nuova valutazione record di Space X sul mercato privato, l’imprenditore è entrato nell’Olimpo dei trilionari, con un patrimonio che supera il Pil del Sudafrica e di oltre 150 nazioni.

Una nuova élite che non vive solo di rendite, ma concentra contemporaneamente capitale, reddito da lavoro (spesso altamente qualificato) e naturalmente la proprietà di grandi imprese. È il concetto di homoploutia, approfondito in una recente intervista a Le Monde dall’economista Branko Milanović: le stesse persone (homo) sono ricche (ploutia) sia in termini di reddito da capitale che da lavoro. L’Italia, fa notare Milanović, ha probabilmente il più alto tasso di homoploutia al mondo: circa il 40% di coloro che appartengono al decile di reddito più alto cumulano entrambe le forme di ricchezza, rispetto al 25-30% circa in altre economie.


Questo non significa che il mondo stia diventando complessivamente più povero. Al contrario. Secondo le classificazioni della Banca Mondiale, che ogni anno suddivide 218 economie in quattro fasce di reddito, nel 1987 quasi un Paese su tre apparteneva alla categoria a basso reddito, mentre oggi è poco più di uno su dieci. E l'aggiornamento del 2026 conferma questa tendenza: sei Paesi, tra cui Vietnam, Filippine e Sri Lanka, sono saliti nella fascia di reddito superiore.

Aumenta anche la ricchezza personale, come conferma il recente Global Wealth Report di Ubs basato su un campione di 56 Paesi: nel 2025 è è aumentata di oltre il 10%, il ritmo più sostenuto degli ultimi anni, e quasi un milione di persone è entrato nella categoria dei milionari.

Il punto però è un altro: come segnala Ubs, la ricchezza cresce, ma più velocemente nella parte alta della distribuzione. E le conseguenze vanno oltre la semplice disuguaglianza economica. Una maggiore concentrazione dei patrimoni significa anche maggiore capacità di influenzare i mercati, orientare gli investimenti, finanziare innovazione e, in alcuni casi, incidere direttamente sul processo politico.

Il rapporto Ubs, osserva Leonardo Becchetti, economista dell’Università di Roma Tor Vergata, “è una buona notizia a metà perché la crescita della ricchezza significa più risorse potenziali per investimenti, innovazione, transizione energetica, salute, istruzione, imprese e lavoro. Ma il punto decisivo è capire se questa ricchezza diventa generativa o resta concentrata in rendite e posizioni dominanti”.

Equità: sì, ma come?

È uno dei motivi per cui il dibattito sulla tassazione dei grandi patrimoni, sull'antitrust e sulla regolazione delle piattaforme digitali è tornato al centro dell'agenda internazionale. Sul fronte fiscale, il G20 ha rilanciato la discussione su una maggiore cooperazione contro l'elusione dei grandi patrimoni. Su impulso della presidenza brasiliana, l'economista Gabriel Zucman ha proposto una tassa minima globale del 2% sui patrimoni dei miliardari, una misura che secondo le stime potrebbe generare 200-250 miliardi di dollari l'anno da destinare a investimenti e servizi pubblici. L'idea ha raccolto il sostegno di Paesi come Spagna e Sudafrica. Intanto l’Unione europea ha rafforzato gli strumenti per limitare il potere delle grandi piattaforme con il Digital markets act, imponendo nuovi obblighi ai cosiddetti “gatekeeper” digitali, mentre negli Stati Uniti il dibattito antitrust contro i colossi della tecnologia si è sostanziato nelle azioni del Dipartimento di Giustizia contro Google e con le cause avviate nei confronti di Meta e Amazon. Sullo sfondo resta la sfida forse più complessa: definire regole comuni per l'intelligenza artificiale. L'AI Act europeo rappresenta il primo tentativo organico di regolamentazione, ma la partita è ormai globale.

A giugno Piketty e i colleghi del World inequality lab hanno pubblicato il Global justice report, nel quale immaginano uno scenario al 2100 con una drastica riduzione della concentrazione dei grandi patrimoni attraverso politiche fiscali globali. Scrivono, tra l’altro, che “non basta misurare la ricchezza, bisogna immaginare un futuro in cui sia distribuita diversamente”. Perché nessuna concentrazione è irreversibile. Ma di certo non si corregge da sola.

Copertina: Kit Suman/unsplash
(fonte: Futura Network, articolo di Andrea De Tommasi 07/07/2026)


16 LUGLIO SOLENNITÀ DELLA BEATA VERGINE MARIA DEL MONTE CARMELO - La memoria delle origini dei Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo - Il significato dello Scapolare della Madonna del Carmine

16 LUGLIO
SOLENNITÀ DELLA BEATA VERGINE MARIA DEL MONTE CARMELO



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Fraternità Carmelitana
di Pozzo di Gotto (ME)

Fr. Egidio Palumbo

La memoria delle  origini dei Fratelli 
della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo

Ingresso della Chiesetta del primo
monastero carmelitano sul Monte Carmelo
La valle del Monte Carmelo dove fu
costruito il primo monastero carmelitano













L’Ordine dei Frati Carmelitani fu fondato da una comunità di frati eremiti latini, che si stabilirono sul Monte Carmelo in Palestina verso la fine del XII secolo (forse dal 1192, dopo la terza crociata) e gli inizi del XIII secolo, dopo aver compiuto il pellegrinaggio penitenziale ai Luoghi della memoria del Signore Gesù nella Terra Santa, quando essa era occupata dall’Islam e i cristiani organizzavano le crociate per la sua liberazione.

I nostri eremiti, padri fondatori, scelsero di dimorare sul Monte Carmelo, presso la “fonte di Elia”, perché quel luogo evocava le vicende del profeta Elia (cf. 1Re 17-19.21; 2Re 1-9.11). Essi manifestarono così l’intenzione di voler imitare lo stile monastico del profeta Elia, poiché è dentro questa prospettiva che la figura biblica del profeta Elia veniva interpretata dalla tradizione patristico-monastica medievale: Elia era considerato il modello esemplare del monaco.
Ma i nostri padri fondatori erano motivati anche da un ideale più strettamente evangelico (propositum), vale a dire, rimanere e dimorare stabilmente in Terra Santa – terra a quel tempo politicamente instabile e altamente rischiosa per la vita a causa dell’occupazione dell’Islam –, per testimoniare profeticamente che è possibile seguire Cristo e obbedire al suo Vangelo (cf. 2Cor 10,5), dimorando nella Terra Santa come fratelli nel Signore e rivestendosi dell’“armatura di Dio” (cf. 2Cor 10,3-5; Ef 6,10-17), al fine di assumere uno stile di vita evangelico disarmato, disarmante e pacifico, rinunciando a odiarsi e distruggersi, non solo tra cristiani e musulmani, ma anche tra cristiani.

Dopo alcuni anni, i nostri padri fondatori vollero affinare e consolidare il loro ideale evangelico (propositum), evolvendo gradualmente il loro stile di vita da semplice gruppo di eremiti a fratelli eremiti viventi in comunità. Per realizzare questa evoluzione, chiesero ad Alberto, patriarca latino di Gerusalemme, di redigere uno scritto, una breve “forma di vita” di sequela del Signore, che tracciasse le linee bibliche, teologico-spirituali e giuridiche essenziali per crescere come fratelli (fratres) viventi in comunità. Il patriarca latino, dopo attento ascolto del loro “propositum”, tra il 1206 e il 1214 consegnò loro il breve scritto, che denominò «vitae formula». I frati eremiti su indicazione di questo scritto diedero forma alla loro vita, costruirono il monastero e la chiesetta, che dedicarono alla Vergine Maria, a colei che in quanto Sorella, Madre e Patrona, prega con e per il popolo di Dio e per tutta l’umanità (cf. At 1,14).
Dopo varie approvazioni pontificie, la “vitae formula”, scritta dal patriarca Alberto, ricevette da papa Innocenzo IV nel 1247 l’approvazione definitiva e il riconoscimento di vera e propria Regola, dopo che lo stesso papa fece inserire nel testo alcune integrazioni, al fine di permettere ai frati eremiti del Monte Carmelo, venendo a dimorare in Europa, una ulteriore evoluzione del loro stile di vita, ovvero di poter assumere lo stile evangelico-apostolico dei Frati Mendicanti (francescani e domenicani).

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Il significato dello Scapolare della Madonna del Carmine


La celebrazione solenne della Madonna del Carmine apparve in Inghilterra verso la fine del XIV secolo. Successivamente, a partire dal XVI secolo, si diffuse in tutto l’Ordine Carmelitano come festa titolare, dove già dal XV secolo veniva associato a questa festa il dono dell’“abito di Maria”, quello che a partire dal XVI secolo, con il diffondersi delle confraternite, si dirà lo Scapolare (o Abitino) della Madonna del Carmine.

Dunque, secondo la tradizione spirituale carmelitana, lo Scapolare non evoca la veste battesimale, come alcuni tendono a dire oggi, bensì l'“abito di Maria”: “abito” nel senso latino di “habitus”, cioè modo di essere, stile di vita. Ricevere e indossare lo Scapolare del Carmine significa accogliereMaria come modello di vita cristiana, seguendo il primato della sequela di Cristo e del suo vangelo, partecipando alla vita della Chiesa e ispirandosi al carisma e alla spiritualità del Carmelo.
Questo richiede ad ognuno – a seconda della vocazione ricevuta – di compiere una scelta esistenziale, vale a dire accogliere Maria come sorella nella fede e discepola del Signore:
♦ nell'ascolto orante quotidiano della Parola di Dio;
♦ nella preghiera perseverante;
♦ nell’attitudine contemplativa, imparando a discernere nelle pieghe complicate e complesse della vita e della storia i segni della presenza operante di Dio;
♦ nel costruire ovunque relazioni di fraternità e di sororità, di pace e di giustizia, di custodia e cura del creato;
♦ nell'annunzio e testimonianza del vangelo;
♦ nel servizio solidale e liberante verso i poveri, gli impoveriti, i senza voce e gli “scarti” di umanità del nostro tempo;
♦ nell'impegno a promuovere la vera dignità della donna e dell'uomo maschio, affinché siano liberati da ogni forma di patriarcato/matriarcato e in particolare da ogni forma di maschilismo tossico, per ricostruire una relazione uomo-donna più autentica, più umana e più conforme al Vangelo.
Questo, e altro ancora, significa ricevere e indossare lo Scapolare del Carmine, tenendo conto della situazione esistenziale e storica in cui oggi viviamo.

Un’autorevole conferma di accoglienza di Maria come modello di vita cristiana, ci viene dal vangelo che si proclama nella Solennità del 16 luglio della Commemorazione della B. V. Maria del Monte Carmelo. Si tratta della pagina di Giovanni 19,25-27: «Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé».

Alla luce di questa pagina evangelica, l’atto di ricevere lo Scapolare del Carmine rievoca e attualizza il gesto della consegna – da parte di Gesù – della Donna-Madre al figlio-discepolo amato e dell'invito rivolto al figlio-discepolo amato ad accogliere la Madre come un dono prezioso per crescere nel cammino di sequela del Signore Gesù.

Il figlio-discepolo amato rappresenta tutti noi cristiani. Perciò, per vivere meglio l’impegno battesimale della sequela di Cristo Gesù e dell’inserimento nella vita ecclesiale, noi cristiani siamo esortati ad accogliere Maria nel cammino di fede della nostra vita, ad accoglierla come un dono gratuito, prezioso e splendente della Bellezza di Dio. «Madre e Decoro del Carmelo»: così, noi carmelitani, invochiamo colei che ci è Madre, Sorella in umanità e nella fede e Discepola esemplare del Signore Gesù.


mercoledì 15 luglio 2026

GIANFRANCO RAVASI: Fondamentalismo religioso. Viaggio fra fedi e apocalissi degli Stati Uniti


Fondamentalismo religioso.
Viaggio fra fedi e apocalissi
degli Stati Uniti
di Gianfranco Ravasi


Paolo Naso, Dio benedica l’America, Claudiana, pagg. 256, € 21

«Gli errori della filosofia sono sempre ridicoli; gli errori della religione sono sempre pericolosi». Così il filosofo scozzese settecentesco David Hume. Nella stessa linea due secoli dopo, nei suoi Labirinti Jorge Luis Borges asseverava che «è più facile morire per una religione che viverla autenticamente». La conferma è davanti agli occhi di tutti ancora oggi col fenomeno del fondamentalismo religioso che non merita subito e solo l’aggettivo “islamico”, come si è soliti dire, perché ora assume anche la più recente denominazione evangelical. È un ombrello ampiamente disteso negli Stati Uniti per abbracciare – secondo un sondaggio del Pew Center – sia pure in modo fluido, un terzo di quella popolazione, prevalentemente bianco e di adesione politica repubblicana.

Molti ricordano la scena sconcertante di un’accolta di capi e pastori religiosi che imponevano le mani su un Trump assiso in cattedra e appena eletto alla presidenza, invocando su di lui l’irradiazione della grazia divina. Questa immagine è nella copertina di un testo veramente esemplare di Paolo Naso, che ha alle spalle una docenza in Scienza politica alla Sapienza di Roma e in varie università americane. A livello metodologico generale egli riesce a raggiungere un esito piuttosto raro (e, confesso, invidiabile): il rigore e la ricchezza della documentazione addotta non sono incrinati ma valorizzati da una scrittura quasi narrativa che avvince e convince il lettore.

A margine ricordiamo che, all’insegna della “teologia della prosperità” – a cui accenneremo tra poco – o di pulsioni apocalittiche o del motto «Dio, vita, famiglia, libero mercato» una serie sempre più fitta di politici latino-americani si accodano al trumpismo e al suo “Faith Office” diretto dalla (si fa per dire) teologa Maga Paula White-Cain. Tanto per esemplificare, lasciando a parte lo stravagante convertito ebreo Milei, la sua vicepresidente Victoria Villaruel è legata ai lefebvriani; il presidente cileno è membro conservatore dell’istituto secolare cattolico tedesco di Schönstatt; la presidente della Costa Rica Laura Fernández Delgado si dichiara «cattolica integrale e devota delle tradizioni»; il candidato alle presidenziali brasiliane del 2027 Flavio Bolsonaro è sostenuto dalla fondamentalista “lobby della Bibbia”.

Ritorniamo, però, al libro di Naso che comprende ma travalica l’attualità. La trama che propone è, infatti, diacronica e risale fino alla genesi del fondamentalismo protestante, reazione alla teologia liberale e all’esegesi critica incarnata dalla figura emblematica dello studioso tedesco Adolph von Harnack (1851-1930). Discriminante anche per il successo mediatico fu il processo cosiddetto “delle scimmie” nel tribunale di Dayton (Tennessee), rigettando un docente che aveva appoggiato la teoria evoluzionista contro il creazionismo che ancora oggi gode di seguaci, pronti a confondere teologia e scienza.

Il percorso prosegue con la Grande Depressione culminata nel 1929. Essa generò una sorta di Grande Pressione dello Spirito, alimentata dalla galassia fondamentalista e pentecostale. Si giunge, così, all’ondata evangelistica degli anni della Guerra Fredda che vide anche fremiti razzisti mai sopiti. Fin da giovane anch’io ricordo la figura potente e carismatica, anche a livello politico, del pastore battista Billy Graham. Naso registra un delta molto ramificato di esperienze “evangelicali” che ebbero nella citata “teologia della prosperità” il loro archetipo teorico. Detto in modo semplificato, essa è una riedizione della scritturistica “teoria della retribuzione” sostenuta, ad esempio, dagli amici del biblico Giobbe e da lui rigettata. Essa è retta da due binomi antitetici: giustizia-premio / delitto-castigo.

Riscrivendoli, la ricchezza e il benessere sono segno inequivocabile della fede e giustizia del soggetto che è così benedetto da Dio. Viceversa la maledizione divina si addensa sul povero e l’emarginato, considerati peccatori. Si saldò, così, una santa alleanza tra il fondamentalismo evangelico e la politica conservatrice seguita anche da un populismo reazionario. A questo punto il percorso ci introduce alla Casa Bianca, ben prima che vi si insediasse Trump: anche un pacato Jimmy Carter era figlio della “Bible Belt”, l’area agricola e tradizionalista della profonda provincia americana, ove era incastonata la sua Georgia, anche se poi deluse i suoi seguaci evangelical con un’intervista-confessione a «Playboy». Più amato fu Ronald Reagan sotto il cui mandato si registrò l’irruzione del televangelismo e progressivamente la scalata del Grand Old Party.

Una tappa lacerante come l’11 settembre 2001 non poteva non sfociare in un’ulteriore rinascita religiosa contro l’«asse del male» espressione di impronta spirituale suggerita al presidente Bush dal suo ghostwriter che era un evangelicale, una formula allargata in toni di oratoria sacra nella successiva campagna bellica di “Iraqi freedom”. Iniziarono a occhieggiare profili apocalittici con fiammeggianti visioni millenariste e con l’epifania dell’Anticristo, dello scontro dell’Armageddon, della simbologia biblica, elementi destinati a sfociare poi in una confluenza verso la “terra promessa”, Israele, persino a fianco dei coloni ebrei e del sionismo cristiano.

Questo incompleto e scheletrico tracciato non rende ragione dell’impressionante ricerca condotta da Naso su un’enorme massa di documenti, attestazioni, eventi, movimenti spesso fluidi, con un intricato intreccio tra religione, politica e società (si scorrano i quasi 150 soggetti presenti nel «Indice della associazioni, enti, chiese» che affiorano nel saggio). In particolare suggeriamo – giunti al termine del viaggio in quel mondo – di raccogliere le sue significative «domande per concludere» che suggellano un terreno nel quale siamo ancora oggi fortemente impantanati.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore - Domenica” - 12 luglio 2026)

Andrea Tornielli La parola del Papa è sempre quella del Pastore


La parola del Papa è sempre quella del Pastore

Una riflessione sul ruolo del Successore di Pietro e sul suo Magistero


Anche quando parla di pace e di guerra, di accoglienza ai migranti o di come restare umani nell’epoca dell’intelligenza artificiale, il Successore di Pietro è e resta sempre un leader spirituale. Il fatto che il Vescovo di Roma, in forza dei Patti Lateranensi del 1929 che hanno risolto la “Questione Romana”, sia anche sovrano dello Stato più piccolo del mondo – meno di mezzo chilometro quadrato nel cuore della capitale italiana – non significa infatti che egli agisca o si esprima da politico quando tocca i temi che riguardano le vicende della nostra umanità.

Lo spiegava bene Paolo VI, intervenendo il 4 ottobre 1965 all’Assemblea generale delle Nazioni Unite: “Questo incontro, voi tutti lo comprendete – disse Papa Montini - segna un momento semplice e grande. Semplice, perché voi avete davanti un uomo come voi; egli è vostro fratello, e fra voi, rappresentanti di Stati sovrani, uno dei più piccoli, rivestito lui pure, se così vi piace considerarci, d’una minuscola, quasi simbolica sovranità temporale, quanta gli basta per essere libero di esercitare la sua missione spirituale, e per assicurare chiunque tratta con lui, che egli è indipendente da ogni sovranità di questo mondo”. Il Papa in trasferta negli Stati Uniti subito dopo aggiungeva parlando di sé stesso: “Egli non ha alcuna potenza temporale, né alcuna ambizione di competere con voi; non abbiamo infatti alcuna cosa da chiedere, nessuna questione da sollevare; se mai un desiderio da esprimere e un permesso da chiedere, quello di potervi servire in ciò che a Noi è dato di fare, con disinteresse, con umiltà e amore”.

È vero, per garantire l’assoluta libertà del Vicario di Cristo, quasi cent’anni fa venne stabilito che vi fosse un minuscolo fazzoletto di terra dove il Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa universale fosse anche sovrano, dunque capo di Stato. Ma si trattò e si tratta di una convenzione per riconoscere proprio questa necessità di indipendenza da qualsiasi altro Stato e non l’affermazione di una doppia missione. Ogni esaltazione o sovradimensionamento del ruolo del Pontefice quale capo di Stato, ogni sottolineatura dell’importanza di questo ruolo risulta dunque fuorviante perché va a scapito della sua unica vera missione di Pastore universale. Un Pastore che parla ai cattolici, ai cristiani, ai credenti e a tutti gli uomini di buona volontà con l’unico intento di annunciare il Vangelo, il suo messaggio di amore, di fratellanza e di pace “disarmata e disarmante”.

Lo sottolineò bene proprio l’allora cardinale Giovanni Battista Montini, cardinale arcivescovo di Milano, intervenendo in Campidoglio il 10 ottobre 1962, alla vigilia dell’inaugurazione del Concilio Ecumenico Vaticano II. In quel discorso il futuro Papa, parlando della fine del potere temporale della Chiesa con la caduta dello Stato Pontificio avvenuta nel 1870, disse: “Fu allora che il papato riprese con inusitato vigore le sue funzioni di maestro di vita e di testimonio del Vangelo, così da salire a tanta altezza nel governo spirituale della Chiesa e nell’irradiazione morale sul mondo, come prima non mai”.

Quando chiede che la vita umana sia sempre rispettata e tutelata in ogni fase della sua esistenza, quando parla di pace pensando al bene dei popoli e chiede di porre fine alla folle corsa al riarmo anche superando il concetto di “guerra giusta”, quando invita al dialogo e al negoziato richiamando il Magistero della Dottrina sociale, quando chiede di considerare i migranti come persone da accogliere senza mai dimenticare la loro dignità umana, quando ci ricorda che i poveri sono al centro del Vangelo e che dobbiamo costruire società più giuste ed eque, quando difende il diritto alla libertà religiosa, quando sottolinea l’importanza di custodire il Creato per trasmetterlo ai nostri figli e nipoti, il Successore di Pietro non sta parlando da capo di Stato. Sta semplicemente annunciando il Vangelo.
(fonte: Vatican News, editoriale di Andrea Tornielli 13/07/2026)


martedì 14 luglio 2026

Don Mimmo Battaglia: “IL MALE CHE IMPARA LE BUONE MANIERE” - Lettera ai potenti della terra

“IL MALE CHE IMPARA
LE BUONE MANIERE”
Don Mimmo Battaglia, 
Cardinale Arcivescovo di Napoli 




LETTERA AI POTENTI DELLA TERRA


“Ai potenti della terra, pace a voi!

Il male non arriva sempre sfondando una porta.

A volte entra in silenzio.

Indossa un abito elegante.

Sorride davanti alle telecamere.

Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori.

E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere.

È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.

Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare.

Questo è il vero scandalo.

Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale.

E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte.

Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma.

Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile.

È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata.

Il nome della donna che potrebbe restare senza marito.

Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre.

Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve. È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.

Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.

Da cristiano, non posso accettarlo.

Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere.

Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi.

Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti.

Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo.

Sono due civiltà.

Bisogna scegliere.

Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio.

Un’arma non diventa innocente perché viene donata.

Non diventa muta perché non spara.

Non diventa umana perché porta inciso un nome.

Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato.

Fate qualcosa di più difficile.

Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.

Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola. 
Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. 
Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.

E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota.

Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro.

Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce.

Guardate quella sedia prima di parlare di armi.

Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi.

Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi.

E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti.”

† don Mimmo Battaglia

Arcivescovo Metropolita di Napoli

(Fonte: sito della Diocesi)

Jannik Sinner, ovvero l’arte di non restare prigionieri degli errori passati che aiuta a costruire presente e futuro


Jannik Sinner,
ovvero l’arte di non restare prigionieri degli errori passati
che aiuta a costruire presente e futuro

Il campione altoatesino mostra in campo una qualità vincente e saggia che sarebbe bello saper applicare nella vita

Tennis - Wimbledon Jannik Sinner in azione subito dopo aver perso il primo set nella finale 2026 REUTERS

Un errore e subito dopo un ace o un punto di particolare pregio, gestito con coraggio, determinazione e sicurezza. Saper “dimenticare” temporaneamente l’errore appena trascorso, senza rimuginarvi, senza lasciare che si incisti in testa guastando il prosieguo della partita è una caratteristica che Jannik Sinner ha dimostrato fin da giovanissimo, ma che emerge vieppiù man mano che avanza e che la posta in gioco si fa difficile, perché il palcoscenico e la pressione che gravano sul favorito crescono a ogni vittoria importante.

È una delle sue caratteristiche davvero vincenti, perché un po’ contro natura: è naturale rammaricarsi degli errori, rischiare che inneschino il meccanismo perverso della paura di sbagliare che porta l’ansia a dominare il campo e a indurre a sbagliare di nuovo. Jannik, invece, riesce a sbagliare e anche a stare nel disagio di una situazione critica sul campo, mantenendo il controllo di sé, senza lasciarsi imprigionare dai pensieri negativi che come tutti deve avere, e anzi nonostante tutto a guardare avanti e a focalizzarsi sempre costruttivamente sul punto successivo, anziché ruminare distruttivamente su quello precedente mandato in rete o fuori dalle righe. E ci riesce anche quando l’errore ha determinato una occasione ghiotta non colta che lo ha mandato sotto, passibile di farsi decisiva. In queste situazioni, Jannik invece di tremare, di farsi venire il “braccino” come si dice in gergo, spesso si supera al punto successivo dando il meglio di sé, a maggior ragione se costretto a giocarlo sotto pressione perché decisivo.

In questo modo, ripara l’errore nell’immediato. E solo dopo, portata la barca in porto, fuor di metafora la partita fuori dalle sabbie mobili, analizza a freddo la partita nel bene e nel male, per poi lavorare con costanza sui propri punti deboli per imparare a non ricadere nelle medesime fragilità, in definitiva per crescere, per apprendere dal passato senza restarvi invischiato.

Certo, a differenza del campo da tennis, che in fondo resta un gioco ancorché serio a quel livello, la vita espone a errori gravidi di conseguenze, anche irreparabili. Impossibile “dimenticare” quel genere di sbagli, fortunatamente rari, ma ce ne sono altri, non così gravi, di cui siamo bravissimi ugualmente a restare prigionieri, anche quando le conseguenze sono state marginali o superate. Ma sono i diritti dell’uomo a dire che anche chi ha sbagliato gravemente ha diritto a una possibilità di ravvedersi, ma il ravvedimento passa anche dalla presa di coscienza degli errori commessi e della possibilità successiva di “perdonarli” a se stessi, per non ripeterli e migliorarsi.

Ecco, sarebbe bello poter imparare dalla forza interiore del ragazzo altoatesino, a non ancora 25 anni e già così maturo, a portarsi nella quotidianità, nel lavoro, a scuola, nelle relazioni, con la stessa saggezza che Jannik riesce ad applicare al tennis. Sarebbe bello imparare dalle partite di Sinner a perdonarsi i propri limiti del passato, non per leggerezza o per protervia come farebbe chi se li mette alle spalle per rimuoverli e rivendicarli, ma per restare concentrati sul miglioramento di se stessi, sulla vita davanti, su quello che di buono e di bene si può ancora fare per costruire e costruirsi, anziché restare prigionieri di ciò che si è già sbagliato e che, rimasticato all’infinito, rischia di compromettere la parte costruttiva di quello che rimane, oltreché la serenità e l’equilibrio
(fonte: Famiglia Cristiana 13/07/2026)

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Vedi anche il più recente dei nostri post su Sinner:
Jannik Sinner, fuori al secondo turno a Parigi, perché non è la fine del mondo

#Il cavallo e il toro - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#Il cavallo e il toro
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Un cavallo e un toro videro il loro padrone prepararsi per andare in guerra. Il cavallo si allarmò, mentre il toro era certo di non avere nulla da perdere. Il padrone sellò il cavallo e partì, ma poco dopo giunse la notizia di un accordo tra le parti nemiche. Il padrone decise di festeggiare l’evento con gli amici. E, così, sgozzò il toro.

La parabola appartiene allo sterminato patrimonio di racconti morali elaborati nei secoli dal mondo arabo, le cui lezioni rivelano però un valore universale. Qui è bollata la stupidità dell’egoismo. Il toro è ben soddisfatto della sua sicurezza, irride la disgrazia altrui e non prevede che la sua sorte fortunata può improvvisamente ribaltarsi. Spesso la cura ottusa del proprio interesse non fa intuire i rischi che ci circondano e, così, ci si ritrova costretti a un amaro risveglio.

Liberamente potremmo intuire anche che questo apologo ci ripropone una maggiore sensibilità nei confronti degli altri, alzando almeno per un momento la testa dal proprio “particulare”. Il poeta secentesco inglese John Donne invitava a chiederci per chi suoni la campana della morte perché essa non segna solo il trapasso di un altro, ma è un po’ come il nostro rintocco perché anche noi siamo mortali, nonostante il presente benessere.
Partecipare delle sofferenze altrui è un atto di umanità. 
L’immigrato affamato non è una questione estranea al tuo quieto vivere, è un appello al tuo egoismo perché si apra alla solidarietà. Ricorda, inoltre, che anche per te può esserci il giorno del bisogno e della miseria.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore - Domenica” del 12 luglio 2026)

lunedì 13 luglio 2026

Fame di giustizia e carità per costruire un mondo nuovo


Fame di giustizia e carità
per costruire
un mondo nuovo


La «fame di giustizia» e di «autentica carità», quella che non si sazia con un piatto in tavola, ma che è strumento fondamentale per la costruzione di un mondo nuovo. È questa la «fame» che Leone XIV ha richiamato sabato 11 luglio, nel Borgo Laudato si’, all’interno dei giardini delle Ville Pontificie di Castel Gandolfo. Insieme a lui, seduti ai tavoli appositamente allestiti presso il Padiglione del Riposo, duecento persone che vivono in condizione di vulnerabilità sociale nel territorio della diocesi di Roma. Ospiti speciali per un’iniziativa speciale denominata «A pranzo con il Papa» e che segue quella svoltasi lo scorso anno nel medesimo luogo, in favore dei più fragili assistiti dalla Caritas di Albano.

Dopo il saluto di benvenuto dei cardinali Baggio e Reina e dell’arcivescovo Marín de San Martín, il Papa parla a braccio, ma le sue parole nascono dal cuore per descrivere «una Chiesa che veramente sa aprire le porte, accogliere, ricevere tutti; dove c’è amore per tutti e dove nessuno è nemico, dove tutti sappiamo vivere la riconciliazione, il perdono, la pace».

Là dove Gesù è presente alla mensa, aggiunge il Vescovo di Roma, allora si sta «veramente costruendo un mondo diverso, un mondo di speranza, un mondo che è luce» di fronte al buio che scaturisce «dalla violenza, dall’odio, dalla discriminazione». Di qui, l’esortazione a lavorare insieme per eliminare le cause della povertà e delle ingiustizie «che ancora esistono nel nostro mondo».

Nata dalla collaborazione tra il Centro di Alta Formazione Laudato si’, il Dicastero per il Servizio della carità e la diocesi di Roma, l’odierna iniziativa è stata scandita da diversi momenti che hanno preceduto il pranzo con il Papa, tra cui la messa con la liturgia della custodia della creazione e la visita guidata nel Borgo Laudato si’.
(fonte: L'Osservatore Romano 11 luglio 2026)

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Leggi anche:


ANGELUS 12 luglio 2026 - Leone XIV: "il mondo ha bisogno di pace e frutti di bene" - "Non lasciamo che i venti di guerra spengano la fiammella della speranza e della pace" (commento, testo e video integrale)

ANGELUS

Piazza della Libertà (Castel Gandolfo)  
Domenica, 12 Luglio 2026

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Leone XIV: il mondo ha bisogno di pace e frutti di bene

All’Angelus, recitato da Castel Gandolfo, il Papa commenta la parabola del seminatore e parla di quei “miracoli d’amore” che accadono quando il seme trova una terra feconda e non ostile. “Dio non smette di credere in noi - dice - e in quello che possiamo diventare giorno per giorno se con fede ci abbandoniamo a Lui”


E’ il primo Angelus di Leone a Castel Gandolfo dove il Papa si è trasferito per trascorrere un breve periodo estivo di riposo e preghiera. L’accoglienza di residenti, turisti e fedeli, radunati in Piazza della Libertà, su cui affaccia il Palazzo apostolico, nonostante il sole allo zenit e la colonnina di mercurio che sfiora i 40 gradi, è grande e festosa. Leone nella catechesi commenta la celebre parabola del seminatore che descrive la generosità e la fiducia con cui Dio sparge la sua Parola nel nostro cuore.

Miracoli d’amore

A volte, come nel racconto dell’evangelista Matteo, il seme incontra un terreno duro, insensibile, sassoso o invaso da rovi, altre una terra feconda e pronta alla semina. E’ in quei momenti, afferma il Pontefice, che accadono “miracoli d’amore” capaci di cambiare tutto il resto. Perciò Dio insiste e non smette di seminare, “perché sa che la potenza del suo amore è più forte della nostra debolezza”.

La generosità di Dio nei nostri confronti non è ingenua, ma sapiente, e sa cogliere in noi la possibilità di un bene di cui a volte nemmeno noi ci rendiamo conto. Per questo il Signore, che conosce bene il terreno del nostro cuore, meglio di quanto noi stessi lo conosciamo, non smette di credere in noi, in quello che siamo e in quello che possiamo diventare, giorno per giorno, se con fede ci abbandoniamo a Lui.

I frutti dello Spirito

Citando San Giovanni Crisostomo, il Papa insiste sull’opportunità di continuare a seminare nel cuore dell’uomo per generare quei frutti dello Spirito, di cui il mondo ha tanto bisogno.

Così, dalla gratuità e dalla fiducia con cui il seme è sparso e dall’umiltà e dalla disponibilità con cui è ricevuto, crescono in noi e si diffondono i frutti dello Spirito Santo, che sono, come insegna San Paolo: «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Quanto il nostro mondo ha bisogno di questi frutti: di esserne riempito e trasformato!

Riposo e preghiera

Non manca, prima della recita della preghiera mariana, l’invito di Leone XIV in questo tempo di vacanze, ad accostare al riposo e al sano divertimento, l’ascolto, la lettura della Parola di Dio, il silenzio e la preghiera, per ritornare alle occupazioni quotidiane rinnovati nel corpo e nello spirito e “sempre più capaci di cooperare alla crescita del Regno di Dio”, annunciando il Vangelo. Anche Leone ammette, salutando i pellegrini che gli hanno riservato un'accoglienza straordinaria, di essere in quel "bel borgo" per trovare ristoro in questi giorni di forte calura estiva. Allo striscione enorme che campeggia nella piazza con su scritto "Benvenuto Papa Leone", ai cori, il Pontefice risponde con un insolito giro in papamobile, al termine dell'Angelus, per lasciarsi raggiungere dai fedeli e salutare tutti più da vicino.
(fonte: Vatican News, articolo di Cecilia Seppia 12/07/2026)

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Il testo integrale:
Leone XIV


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e buona domenica!

Oggi, nella liturgia, l’Evangelista Matteo ci presenta la Parabola del seminatore (cfr Mt 13,1-23), che descrive la generosità e la fiducia con cui Dio sparge la sua Parola nel nostro cuore e la sua potenza in noi.

Gesù stesso, il Verbo fatto uomo, che ha dato la vita per la nostra salvezza, è il seme che il Padre continua a spargere nel mondo perché, morendo, porti molto frutto (cfr Gv 12,24). È vero, a volte incontra in noi un terreno duro e insensibile, altre volte distratto, simile al suolo battuto dei sentieri, al terreno sassoso, ai cespugli dei rovi; ma ci sono momenti in cui trova una terra ricettiva e feconda, e allora si innescano miracoli d’amore capaci di cambiare tutto il resto, come certamente abbiamo sperimentato anche noi nella nostra vita. Per questo il Padre non smette di seminare, perché sa che la potenza del suo amore è più forte della nostra debolezza (cfr 2Cor 12,9-10).

San Giovanni Crisostomo, riferendosi alla “semente” della Parola di Dio, afferma: «Come può essere ragionevole seminare sulle spine, sul terreno sassoso, sulla strada? Nel caso dei semi e della terra non sarebbe ragionevole, mentre nel caso delle anime e degli insegnamenti ciò è molto lodevole» (Omelie sul Vangelo di Matteo, 44, 3), perché nelle mani di Dio è possibile che «il luogo sassoso si trasformi e diventi terra fertile, che la strada non sia più calpestata e non sia esposta a tutti i passanti, ma sia terreno pingue, che le spine siano eliminate e i semi godano di una situazione di grande sicurezza» (ibid.).

La generosità di Dio nei nostri confronti non è ingenua, ma sapiente, e sa cogliere in noi la possibilità di un bene di cui a volte nemmeno noi ci rendiamo conto. Per questo il Signore, che conosce bene il terreno del nostro cuore, meglio di quanto noi stessi lo conosciamo, non smette di credere in noi, in quello che siamo e in quello che possiamo diventare, giorno per giorno, se con fede ci abbandoniamo a Lui.

Così, dalla gratuità e dalla fiducia con cui il seme è sparso e dall’umiltà e dalla disponibilità con cui è ricevuto, crescono in noi e si diffondono i frutti dello Spirito Santo, che sono, come insegna San Paolo: «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Quanto il nostro mondo ha bisogno di questi frutti: di esserne riempito e trasformato!

Impegniamoci, allora, specialmente in questi giorni di ferie, a dare spazio all’ascolto, alla lettura e alla meditazione della Parola di Dio, coltivando, assieme al riposo e al sano divertimento, anche momenti significativi di silenzio e di preghiera. Ritorneremo alle nostre occupazioni abituali rinnovati nel corpo e nello spirito, pronti ad annunciare la Buona Notizia del Vangelo e sempre più capaci di cooperare alla crescita del Regno di Dio.

Ci aiuti in questo Maria, Regina degli Apostoli e Stella dell’evangelizzazione.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

saluto gli abitanti di questo bel borgo, Castel Gandolfo, nel quale sto trascorrendo alcuni giorni di ristoro, e accolgo con gioia tutti voi, pellegrini da ogni parte del mondo!

Tornano purtroppo a soffiare i venti della guerra in Medio Oriente, in Ucraina e in numerose altre parti del mondo, seminando violenza, terrore e morte e colpendo, ancora una volta, tanti innocenti. Non lasciamo che questi venti spengano la fiammella della speranza e della pace, anche quando essa sembra fragile e vacillante.

Rinnovo il mio auspicio affinché si percorra con perseveranza la via del dialogo, dell’incontro e della diplomazia, unico cammino capace di condurre a una pace giusta e duratura, nella quale i popoli possano vivere riconciliati, nella sicurezza reciproca e nel rispetto della dignità di ogni persona.

Oggi ricorre la “Domenica del Mare”. Il mio pensiero va a tutti i marittimi, i pescatori e i lavoratori portuali del mondo che, segnati dalla lontananza dei propri cari e talvolta dalla paura per i conflitti che attraversano le vie del mare, sostengono con un lavoro paziente e silenzioso il commercio e la vita di molti popoli.

Infine, mi unisco nella preghiera ai numerosi fedeli polacchi, riuniti nell’annuale Pellegrinaggio davanti all’icona di Jasna Góra, perché, come “discepoli missionari”, siano testimoni gioiosi del Vangelo. Buona domenica a tutti!



Guarda il video


domenica 12 luglio 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
12 Luglio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, la Parola che il Signore oggi ci ha donato, ci apre alla speranza che non delude: Dio nostro Padre, in Gesù, suo Figlio, non smette di seminare e di donare gratuitamente il suo amore, perché è certo che ci sarà un cuore che accoglie e che porti frutto. Con animo riconoscente, allora, innalziamo al Signore le nostre preghiere ed insieme diciamo:


R/   Signore Gesù, ravviva la nostra speranza

Lettore


- Tu, Signore Gesù, continui a gettare il seme della tua Parola, che è spirito e vita, nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. Fa’ che la tua Chiesa ed ogni comunità cristiana, presente nei vari angoli della terra, crescano sempre più nella capacità di prestare ascolto alla tua Parola e di poterla tradurre in vita vissuta. Preghiamo.

- Il mondo di oggi, Signore Gesù, predilige andare dietro ad altre parole, che apparentemente sembrano più allettanti, ma che alla fine portano solo frutti di morte e non di vita. Illumina il cuore e la mente di tutti quei popoli e di quei governanti, che non si rendono conto di precipitare se stessi ed il mondo intero in un abisso di odio e di disumanità. Preghiamo.

- A Te, Signore Gesù, vogliamo affidare il popolo del Venezuela e soprattutto le persone provate dal terremoto e dalla grave mancanza di aiuti internazionali. Ti affidiamo, inoltre, tutti quei Paesi, in cui persiste uno stato di guerra, o di pesante dittatura, come in Sudan, nel Congo e nel Myanmar. Preghiamo.

- Volgi, Signore Gesù, il tuo sguardo sui ragazzi e sulle ragazze del nostro Paese. Togli dal loro cuore i sentimenti di sfiducia, di paura e di violenza. Aiutali a non cadere nella facile illusione di trovare la felicità nello sballo e nella droga. Sii vicino a quanti hanno la lucidità di immaginare che questo mondo, fondato sull’arricchimento immediato e sulla competizione, può essere cambiato e rinnovato nei valori umani ed evangelici della fraternità e della solidarietà. Preghiamo

- Davanti a te, Signore Gesù Risorto, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo ancora delle vittime delle guerre sparse nel mondo e spesso dimenticate, e delle vittime del terremoto in Venezuela. Dona a tutti di contemplare il tuo Volto di Amore e di Pace. Preghiamo.



Per chi presiede

Signore Gesù, accogli le supplice della tua Chiesa in preghiera. Fa’ che i semi del Vangelo ricevuti in questa celebrazione eucaristica, mettano radici profonde nei nostri cuori, perché solo così possiamo essere testimoni della tua Parola che ora accogliamo nella fede. Te lo chiediamo perché sei nostro Maestro e Pastore, vivente nei secoli dei secoli.

AMEN.