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martedì 17 marzo 2026

Trump e la sua guerra «per divertimento». E intanto Netanyahu sogna l’arrivo del Messia

Trump e la sua guerra «per divertimento».
E intanto Netanyahu sogna l’arrivo del Messia

I leader di Usa e Israele premono perché il conflitto diventi religioso, ma le conferenze episcopali di tutto il mondo e anche gli evangelici americani prendono le distanze e chiedono di tornare al rispetto del diritto internazionale

REUTERS

«Abbiamo totalmente demolito l'isola di Kharg, ma potremmo colpirla ancora qualche volta, giusto per divertimento. L'abbiamo totalmente decimata». 
Le parole di Donald Trump, che rifiuta i tentativi di mediazione per una tregua offerti dai Paesi del Golfo, allontanano una possibile fine della guerra. Il presidente americano, anzi, rilancia e vorrebbe che entrassero in guerra, con lui, anche Francia, Gran Bretagna, Cina, Giappone, Corea del Sud e «altri Paesi», non meglio specificati, «colpiti da questa restrizione artificiale», scrive riferendosi al blocco da parte iraniana dello Stretto di Hormuz dal quale passa gran parte del greggio mondiale. 

Chiede «l’invio di navi da guerra» per trascinare nel conflitto anche altre nazioni. L’Italia, al momento, rifiuta e guarda avanti. Dopo che il Consiglio supremo di Difesa, riunito d’urgenza dal capo dello Stato Sergio Mattarella, lo scorso venerdì, ha ribadito che «l’Italia non partecipa e non parteciperà alla guerra», il nostro Paese sta cercando strade per la de escalation. «Il Consiglio», recitava il comunicato diramato alla fine dei lavori con il presidente della Repubblica, «ha constatato con preoccupazione che la crisi dell’ordine internazionale, incentrato sull’ONU, con la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale anche di fronte a sfide comuni come le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni». E ha sottolineato che «nell’attuale contesto di instabilità - irresponsabilmente aperto dall’aggressione della Russia all’Ucraina – con le progressive lacerazioni della pacifica convivenza internazionale, l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e le numerose violazioni del diritto internazionale, l’Italia è impegnata a ricercare e sostenere ogni sforzo che riporti in primo piano la via negoziale e diplomatica».

Se l’Italia e l’Europa cercano di scongiurare l’allargamento del conflitto, Trump e Netanyahu, al contrario, gettano benzina sul fuoco. Il premier israeliano, parlando alla nazione dalla tv di Stato, ha apertamente sostenuto la sua volontà di «trasformare Israele in una superpotenza contro l’Islam». Sostenendo che, «con la guerra contro l’Iran assisteremo al ritorno del Messia», Netanyahu parla a quella parte di popolazione, i messianici, che sostengono che si possa accelerare la venuta del Messia conquistando tutto il territorio palestinese, compresa la Cisgiordania e allargandosi verso parte del Libano e della Siria, cancellando tutte le altre religioni dall’area e ricostruendo il terzo tempio di Gerusalemme laddove oggi sorge la moschea di Al Aqsa. Una sorta di “guerra santa” condotta, in nome del fanatismo religioso, contro altre religioni. Distruggendo l’Islam «sunnita e sciita che sono una minaccia per il mondo», dice il premier israeliano, «vedremo il ritorno del Messia ma non accadrà giovedì prossimo».

Dal canto suo, anche il segretario di Stato americano, Marco Rubbio, che lo scorso anno era apparso in tv nel giorno del mercoledì delle ceneri con una vistosa croce nera sulla fronte, ha dichiarato che bisogna continuare la guerra in Iran perché il Paese è «guidato da fanatici religiosi».

Chi non ci sta a coinvolgere le religioni in una guerra che sembra avere di mira, invece, il controllo mondiale del petrolio, sono invece proprio i leader mondiali delle religioni. A cominciare dal vescovo Yehiel Curry, presidente della Chiesa evangelica luterana in America (Elca), che ha criticato l’azione contro l’Iran spiegando che «La Chiesa di Gesù Cristo è chiamata a proclamare la pace del regno eterno di Dio e a lavorare per una pace terrena qui e ora». L’esistenza della pace, ha ricordato, «dipende dai leader che danno priorità alla diplomazia rispetto all'impegno militare e alla deterrenza rispetto alla guerra, e dai cittadini ai quali il Governo deve rendere conto prima di prendere in considerazione un’azione militare».

Il vescovo parla di «fallimento della guerra» ricordando che «i costi in termini di vite umane e sicurezza di questo fallimento saranno sostenuti da coloro che meno possono evitarlo: bambini, famiglie e quanti non hanno i mezzi per fuggire. Il suo tributo mortale è stato pagato, e continuerà a essere pagato, con la vita dei nostri vicini, compresi i nostri fratelli in Cristo in Medio Oriente». Per questo sostiene «l'urgente necessità di sforzi diplomatici e umanitari solidi e ben finanziati. I nostri compagni della Chiesa Evangelica Luterana in Giordania e in Terra Santa hanno chiesto alla nostra Chiesa di pregare con fervore per la pace e la sicurezza e di sostenere la dignità e la sicurezza di tutte le persone».

Si sono mosse e si stanno muovendo anche le conferenze episcopali cattoliche di tutto il mondo. 

L’arcivescovo di Chicago, Blase J.Cupich, arcivescovo di Chicago, aveva definito «disgustoso e nauseante» il video della Casa Bianca «Giustizia alla maniera americana» che Trump aveva postato subito dopo l’attacco all’Iran. «Questa rappresentazione orribile in cui una vera guerra con morte reale e sofferenza reale sono trattate come un videogioco dimostra che viviamo in un'epoca in cui la distanza tra il campo di battaglia e il soggiorno è stata drasticamente ridotta. La guerra ora è diventata uno sport da spettatore o un gioco di strategia». Il cardinale Robert W.McElroy, arcivescovo di Washington, ha condannato la decisione degli Stati Uniti di entrare in guerra con l'Iran come «moralmente non legittima. Gli Usa non stavano rispondendo a un attacco iraniano esistente o imminente e oggettivamente verificabile. Come ha dichiarato categoricamente Papa Benedetto, la dottrina cattolica non sostiene la guerra preventiva, cioè una guerra giustificata da speculazioni su eventi futuri. Se la guerra preventiva fosse accettata moralmente allora tutti i limiti alla causa per entrare in guerra sarebbero messi in estremo pericolo». E ancora, dopo essere stato ricevuto in udienza da papa Leone, il cardinale ha ribadito che il governo Trump deve «fare un passo indietro rispetto a strategie e obiettivi che mettono a rischio la pace mondiale. Basta con categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e le politiche distruttive».

Per tutti i vescovi americani, poi, ha parlato l’arcivescovo Paul S Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense: «Il crescente conflitto rischia di trasformarsi in una guerra regionale più ampia», ha affermato chiedendo che si torni «all’impegno diplomatico multilaterale» per evitare «una tragedia di proporzioni immense». I vescovi hanno chiesto anche che i cattolici preghino perché i leader scelgano «il dialogo sulla distruzione».

Si sono mosse anche la Conferenza Episcopale Argentina, tra le prime a reagire alla guerra che ha definito «scioccante». «La violenza», ha ribadito, «non è mai un modo per risolvere i conflitti e porta solo distruzione». I cattolici, invece, sulla scorta di quanto ha predicato papa Francesco e continua a fare papa Leone, devono diventare «artigiani di pace e devono adoperarsi per la cessazione di ogni conflitto»

La Conferenza episcopale cattolica australiana ha condannato un intervento che porta «la perdita di vite umane e la paura e l’incertezza tra la gente comune e la destabilizzazione di una regione già fragile».

La Conferenza episcopale dell’India si è detta «profondamente preoccupata per le crescenti tensioni e i conflitti in corso» e ha chiesto che i leader politici «scelgano consapevolmente la pace rispetto alla violenza perché la violenza e il conflitto generano solo ulteriori sofferenze e disperazione».

La conferenza episcopale del Nord Africa ha denunciato che «la guerra non è mai la strada verso la pace: è sempre il suo fallimento. E, riprendendo quanto dichiarato dalle comunità cristiane in Marocco, ha sottolineato che i cristiani «rifiutano con tutta la forza del Vangelo il ricorso alla violenza e alla guerra come metodo per risolvere i conflitti tra popoli e nazioni».

La Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche ha chiesto la «cessazione immediata delle ostilità» perché «la pace non può essere costruita su minacce o armi che seminano distruzione, dolore e morte».

Tra le prese di posizione, tante quelle degli episcopati europei, si distingue poi quella della Conferenza episcopale cattolica dell’Africa meridionale che ha espresso «sentite condoglianze alle famiglie in lutto, alla comunità sciita e al popolo iraniano» per la morte del leader sciita. Chiedendo la fine del conflitto hanno ricordato le parole di papa Leone per «un dialogo ragionevole, sincero e responsabile».

E proprio a papa Leone è stata recapitata una lettera da parte della autorità religiose iraniane con la quale gli si chiede di prendere posizione apertamente condannando «i crimini efferati americano-sionisti contro la Nazione iraniana». Il messaggio, reso noto dai media della Repubblica dell’Iran e firmato dall'ayatollah Alireza Arafi, direttore dei seminari religiosi iraniani e già membro del Consiglio di leadership ad interim istituito dopo la morte della Guida Suprema, Ali Khamenei, ha definito «gravissima» la sua uccisione. «Un crimine senza precedenti nella storia delle religioni, un insulto a tutti i seguaci delle religioni divine». Una lettera che, insieme a un accenno di dialogo, sembra contenere anche una velata minaccia. Khamenei, secondo Arafi, era «un convinto sostenitore dei diritti delle minoranze, in particolare dei cristiani in Iran». Colpire lui «rappresenta un precedente pericoloso che potrebbe rendere legittimo in futuro prendere di mira altri leader religiosi».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Annachiara Valle 15/03/2026)


lunedì 16 marzo 2026

Tonio Dell'Olio: Ora tocca al Libano

Tonio Dell'Olio
 
Ora tocca al Libano
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  16 Marzo 2026


Più di cento bambini uccisi in Libano non sono un “effetto collaterale”. Sono nomi spezzati, quaderni rimasti aperti, letti vuoti, madri inchiodate a un urlo che non finisce.

Nel sud del Paese, sotto i bombardamenti israeliani, intere famiglie hanno dovuto lasciare la propria casa in pochi minuti, afferrando una coperta, un documento, un figlio per mano e un altro in braccio.
Dal cielo, insieme alle bombe, sono piovuti volantini israeliani di minaccia: andatevene, o il Libano farà la fine di Gaza. 

È così che la guerra entra nelle case: non come una parola astratta, ma come una porta sbattuta dal terrore, come il pane lasciato sul tavolo, come una fotografia di famiglia che non si riesce a salvare.

Noi facciamo fatica a capire la guerra perché la guardiamo da lontano, come fosse una cronaca e non una carne ferita. 
Dovremmo chiudere gli occhi e provare a esserci: sentire il rombo sopra la testa, il bambino che chiede dove dormiremo stanotte, l’umiliazione di fuggire senza sapere se resterà ancora una casa a cui tornare. 
Solo allora comprenderemmo che la guerra non è strategia: è l’abolizione dell’infanzia, è la profanazione della vita, è il crollo dell’umano.


VISITA PASTORALE Parrocchia Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo (Roma) - Leone XIV: "Siete un segno di speranza. Avete creato una comunità che sa accogliere" - "... Dio non può essere arruolato dalle tenebre. Egli viene piuttosto, sempre, a donare luce, speranza e pace all’umanità, ed è la pace che devono cercare quelli che lo invocano." (commento/sintesi, foto, testi e video)

VISITA PASTORALE DI LEONE XIV

Parrocchia Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo (Roma)
IV Domenica di Quaresima, 15 marzo 2026



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Papa Leone XIV a Ponte Mammolo:
"Siete un segno di speranza.
Avete creato una comunità che sa accogliere"

Foto Andrea Pelagatti (Facebook)

Una comunità in festa ha accolto papa Leone XIV al suo arrivo nella parrocchia Sacro Cuore di Gesù a via di Casal dei Pazzi, a Ponte Mammolo. Il Pontefice alle 16 è arrivato per l'incontro con i fedeli, famiglie e giovani che già nei giorni precedenti avevano esposto uno striscione di benvenuto nel quartiere.

Papa Leone a Ponte Mammolo

Molte le persone affacciate ai balconi, per poter scorgere papa Robert Prevost, che alle 17 ha guidato la messa insieme al cardinal Baldo Reina: "Un saluto speciale a chi sta ai balconi, grazie anche a voi. Tutti sono chiamati , invitati, anche se non è possibile entrare per il numero limitato. In Gesù Cristo c’è’ salvezza” le prime parole del Pontefice.

L'incontro con la comunità parrocchiale

Prevost si è poi rivolto ai presenti: "Voi rappresentate la parrocchia che rappresenta il Cuore di Gesù. Il cuore è l'amore di Dio - ha detto -. Voglio ringraziare tutti coloro i quali fanno parte di questa parrocchia che aiutano gli immigrati, gli anziani e a chi è senza lavoro. Siete un segno di speranza in un mondo dove la sofferenza e le difficoltà sono troppo grandi. Prima di venire qui ho sentito una signora che ha perso tutto a causa della guerra. Noi possiamo essere quel segno di speranza in quel mondo in cui non ci sono più questi segni".

“Il Vangelo ci chiama ad accogliere lo straniero”

Leone XIV ha dedicato alcune considerazioni al tema dell'accoglienza, prendendo spunto da quanto riferito dal cardial Reina su una rete di circa cento parrocchie che lavorano per l'integrazione degli stranieri: “C'è un atteggiamento che è quello di chiudere le porte. Il Vangelo ci chiama a vivere uno spirito diverso - ha ricordato -, quello di Gesù che dice 'ero straniero e mi avete accolto'”.

Il saluto a malati, volontari e senza tetto

Il papa ha poi salutato malati, volontari e una rappresentanza di poveri e senza tetto che usufruiscono dei servizi di assistenza presenti nel complesso. Leone ha sottolineato che la parrocchia è intitolata al Sacro Cuore in quanto "il cuore è l'amore di Dio".

“Grazie perché accompagnate chi soffre”

“Voi come parrocchia avete creato una comunità che sa accogliere, segno di speranza in un mondo dove dolore, sofferenza, difficoltà sono troppo grandi - ha concluso Prevost -. Grazie perché accompagnate i malati, chi soffre perché non trova lavoro, chi non ha casa e non sa dove andare”.
(fonte: ROMA TODEY, articolo di Valerio Valeri 15/03/2026)

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Incontro con i bambini e ragazzi


   

Buon pomeriggio a tutti! E bentrovati!

Grazie per questa accoglienza. Buenas tardes! C’è una comunità molto grande di peruviani qui. Bene, bene. E tanti altri. Buon pomeriggio. Grazie.

Interventi bambini 

Buongiorno a tutti!

Voi rappresentate la parrocchia che ha come patrono il Sacro Cuore di Gesù. Il cuore, che cosa rappresenta? L'amore, la carità, l'espressione così grande di Dio infinito; e di Dio, quello che è infinito è il suo amore, la sua grazia, la sua misericordia. E questa è una cosa che in questa parrocchia, in una maniera molto speciale, si fa presente a tante persone. E voglio ringraziare tutti voi, tutti coloro che fanno parte di questa parrocchia: la Caritas, nell'espressione di aiuto per gli immigrati; quelli che accompagnano gli ammalati; quelli che tante volte soffrono perché non trovano lavoro, non hanno casa, non sanno dove andare. E voi, come parrocchia, avete creato una comunità che veramente sa accogliere. E per questo vi ringrazio davvero, perché è un segno di speranza in un mondo dove tante volte il dolore, la sofferenza, le difficoltà, sono troppo grandi.

Ho sentito pochi minuti prima di partire da casa una signora che parlava; diceva che nel mondo non ci sono più segni di speranza; stava soffrendo a causa della guerra e lei chiedeva: “Adesso dove vado?”. Aveva perso tutto. Ma noi che crediamo in Gesù Cristo e che viviamo come fratelli e sorelle uniti, possiamo essere quel segno di speranza anche in un mondo dove non si trovano più questi segni.E perché? Perché crediamo e conosciamo Gesù Cristo, il suo cuore, il suo amore che è sempre con noi. E voi rappresentate questo amore infinito.

Grazie per essere qui e grazie per questo gesto, questa vita di compromiso nella fede, cioè di impegno per la fede, per vivere così l'amore di Dio.

Ora voglio fare anche un saluto speciale. Ci sono tante persone che ci accompagnano; non sono potuti entrare qui dentro, però dai balconi, dal tetto delle case … A tutti un saluto molto grande e grazie anche a voi! Tutti sono invitati, tutti sono chiamati. E così anche noi possiamo rappresentare questa famiglia che non conosce limiti, che vuole invitare tutti a dire: “Venite tutti!”. Anche se non è possibile entrare per il numero di persone, c'è un segno molto importante qui, proprio in questa zona dove tante volte vediamo, sentiamo le difficoltà, tanti problemi: c'è una parrocchia viva, una comunità di fede, una comunità che dice: “Venite tutti”, perché in Gesù Cristo c'è salvezza e noi vogliamo vivere, ricevere e condividere questo grande amore che il Signore ci offre.

Grazie di nuovo per essere qui. Sarà un piacere celebrare con voi la nostra fede, ascoltare la parola di Dio, celebrare l'Eucaristia, rendere grazie al Signore.

Allora continuiamo questo bell’incontro, sapendo che in questi incontri Gesù Cristo si fa vicino a noi. Viviamo la nostra fede e così siamo tutti segno di speranza.

Grazie.

Bene. Siccome tutti non possono entrare in chiesa, daremo anche qui un momento di preghiera e la benedizione a tutti voi.

Preghiamo insieme: Padre nostro…

Benedizione.

Auguri a tutti voi. E viviamo questo incontro con la gioia, perché conosciamo Gesù che è qui con noi. Grazie.

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Incontro con ammalati e anziani



Buonasera a tutti.

È un piacere incontrarvi, avere questa occasione di passare insieme il pomeriggio con la gioia di essere figli e figlie di Dio, fratelli e sorelle tutti, che durante questo tempo della Quaresima, tempo di conversione, tempo per avvicinarci di più al Signore, possiamo trovare veramente una casa, una famiglia, un’esperienza di comunità, dove le porte sono aperte e accolgono tutti. È una bellezza che tante volte nel mondo è difficile trovare. Allora, grazie per essere venuti.

So che qualcuno di voi ha sofferenza, malattia, le difficoltà dell’età che qualche volta si presentano … eppure siete venuti. E vi ringrazio. È un’occasione molto bella anche per me. Sono molto contento di essere qui con voi. E grazie per questa accoglienza.

Il card. Baldo Reina mi stava dicendo un momento fa, che ci sono un centinaio di parrocchie a Roma dove c’è questa accoglienza, anche dopo scuola, cioè la possibilità per le famiglie dei migranti che possono trovare un luogo, un posto, forse cominciando con lo studio dell’italiano, ma anche con altri aiuti, per integrarsi nella società. Vorrei sottolineare il grande valore di questo gesto, perché sappiamo – e non solo in Italia, ma in tante parti del mondo oggi, - un nuovo atteggiamento si sta presentando dove vogliono chiudere porte, dove vogliono dire: “Basta! Che non vengano altri!”. E invece noi come discepoli di Gesù Cristo sappiamo che il Vangelo ci chiama a vivere uno spirito diverso. Il Vangelo ci dice che quando Gesù si presenta e dice: “Sono straniero. Voi mi avete accolto”. E questo è un gesto che facciamo a tutte le persone che rappresentano veramente Gesù Cristo in mezzo a noi.

E allora vi ringrazio per questo bellissimo servizio. Vorrei incoraggiare quelli che vengono, che sicuramente trovano delle difficoltà, ci sono persone che non hanno casa, che grazie a Dio possono trovare qui un posto anche per – non so - la doccia, per qualcosa da mangiare, per un po’ - diciamo - di comunità, persone che ricevono qualcosa. Oggi c’è anche questo, tante volte: la solitudine. Molte persone soffrono, si trovano sole, non trovano con chi parlare, chi può aiutare, chi può accompagnare nel cammino della vita.

E allora una parrocchia che si chiama Sacro Cuore, è una parrocchia che rappresenta questo cuore di Gesù, è veramente un luogo benedetto da Dio, che è chiamata ad essere questa casa di accoglienza, questa casa di fraternità, di carità, di amore, dove le persone che hanno bisogno possono trovare veramente una famiglia. Una famiglia che prega, una famiglia che vive la fede, una famiglia che vive l’autentico amore nella carità fraterna. Grazie a tutti voi, grazie di nuovo per essere qui. È veramente un piacere poter salutare.

Vorrei ringraziare anche il vostro parroco; diamo anche a lui un forte applauso per dire: “Grazie don Francis per tutto quello che fa”. Il parroco non è la parrocchia, ma senza parroco tante volte ci sono delle difficoltà. Allora, lo ringraziamo sinceramente per tutto il servizio e attraverso di lui anche tutti i parroci, tutti i sacerdoti che servono la comunità a Roma.

Poi salutiamo anche Sua Eminenza, il vicario e futuro vescovo, qui accanto a me, don Marco. Una comunità che rappresenta l’amore di Dio è davvero un regalo molto grande. Grazie, grazie a tutti voi.

Benedizione

Grazie, grazie a tutti voi.

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SANTA MESSA 
OMELIA DI LEONE XIV


Carissimi fratelli e sorelle,

la nostra Celebrazione eucaristica, oggi, è più che mai intonata alla gioia. Infatti, la bellezza di questo nostro incontro si inserisce nel contesto della domenica detta “laetare”, cioè “rallegrati”, dalle parole di Isaia: «Rallegrati, Gerusalemme» (Ingresso, cfr Is 66,10).

Questo ci fa riflettere. Attualmente nel mondo molti nostri fratelli e sorelle soffrono a causa di conflitti violenti, provocati dall’assurda pretesa di risolvere i problemi e le divergenze con la guerra, mentre bisogna dialogare senza tregua per la pace. Qualcuno, poi, pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre. Egli viene piuttosto, sempre, a donare luce, speranza e pace all’umanità, ed è la pace che devono cercare quelli che lo invocano.

È il messaggio di questa domenica: al di là di qualsiasi abisso in cui l’uomo possa cadere, a causa dei suoi peccati, Cristo viene a portare un chiarore più forte, capace di liberarlo dalla cecità del male, perché inizi una vita nuova.

L’incontro tra Gesù e il cieco nato (cfr Gv 9,1-41), in effetti, può essere paragonato alla scena di un parto, grazie al quale questi, come un bambino che viene alla luce, scopre un mondo nuovo, vedendo sé stesso, gli altri e la vita con gli occhi di Dio (cfr 1Sam 16,9).

Chiediamoci allora: in che consiste questo sguardo? Cosa rivela? Che cosa vuol dire “guardare con gli occhi di Dio”?

Secondo quanto racconta l’evangelista Giovanni, significa prima di tutto superare i pregiudizi di chi, di fronte a un uomo che soffre, vede solo un reietto da disprezzare, oppure un problema da evitare, richiudendosi nella torre blindata di un individualismo egoista. Tante volte si sentono dire frasi del tipo: “Finché le cose andavano bene, erano tanti gli amici; nel momento della prova, però, molti se ne sono andati, sono spariti!”. Gesù non fa così: guarda il cieco con amore, non come un essere inferiore o una presenza fastidiosa, ma come una persona cara e bisognosa di aiuto. Così il loro incontro diventa un’occasione perché in tutti si manifesti l’opera di Dio.

Nel “segno”, nel miracolo, Gesù rivela la sua potenza divina e l’uomo, quasi ripercorrendo i gesti della creazione – il fango, la saliva – torna a mostrare pienamente la sua bellezza e dignità di creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio. Così, recuperando la vista, diventa testimone di luce.

Certo, questo implica una fatica: deve abituarsi a tante cose prima sconosciute, imparare a distinguere i colori e le forme, reimpostare le sue relazioni, e non è facile. Anzi, l’ostilità che lo circonda cresce, lo provoca, e nemmeno i suoi genitori hanno il coraggio di difenderlo (cfr Gv 9,18-23). Sembra quasi, assurdamente, che chi gli sta vicino voglia annullare quanto è accaduto. Non solo: nell’interrogatorio a cui è sottoposto il cieco che ora ci vede, chi viene processato è soprattutto Gesù, accusato d’aver violato, per guarirlo, il giorno di sabato.

Si rivela, così, negli astanti, un’altra cecità, diversa e ancora più grave: quella di non vedere, proprio davanti a sé, il volto Dio, per cui barattano la possibilità di un incontro salvifico con la sterile sicurezza che dà loro l’osservanza legalistica di una disciplina formale. Di fronte a tale ottusità Gesù non si ferma, mostrando che non c’è “sabato” che possa ostacolare un atto d’amore. Del resto il senso del riposo sabbatico, per il popolo d’Israele – e per noi della domenica, giorno del Signore – è proprio quello di celebrare il mistero della vita come un dono, di fronte al quale nessuno può ignorare il grido di aiuto del fratello e della sorella che soffrono.

Forse, a volte, in tal senso, ciechi possiamo esserlo anche noi, quando non ci accorgiamo degli altri e dei loro problemi. Gesù, invece, ci chiede di vivere in modo diverso, come ben aveva compreso la prima comunità cristiana, in cui i fratelli e le sorelle, costanti nella preghiera, condividevano tutto con gioia e semplicità di cuore (cfr At 2,42-47). Non che mancassero, nemmeno a quei tempi, tribolazioni e ostacoli. Ma loro non si arrendevano: forti del dono del Battesimo, si sforzavano lo stesso di vivere come nuove creature, vivendo in comunione e in pace con tutti e trovando nella comunità una famiglia che li accompagnava e sosteneva.

Carissimi, sono questi i frutti che siamo chiamati a portare come figli della luce (cfr 1Ts 5,4-5); e la vostra Parrocchia da circa novant’anni vive con fedeltà questa missione, con speciale cura delle situazioni di povertà, di emarginazione e di emergenza, con attenzione alla presenza, nel suo territorio, della Casa di reclusione di Rebibbia, e con tanti altri segni di sensibilità e di solidarietà.

So che aiutate tanti fratelli e sorelle, provenienti da altri Paesi, a inserirsi qui: a imparare la lingua, a trovare una casa dignitosa e a esercitare un lavoro onesto e sicuro. Non mancano le difficoltà, purtroppo talvolta accentuate da chi, senza scrupoli, approfitta della condizione di indigenza dei più deboli per fare i propri interessi. Sono però al corrente di quanto tutti voi vi impegnate a far fronte a queste sfide, attraverso i servizi della Caritas, le Case-famiglia per l’accoglienza di donne e mamme in difficoltà e molte altre iniziative. Così come mi è nota la vitalità e la generosità con cui vi spendete per l’educazione dei giovani e dei ragazzi, con l’oratorio e con altre proposte formative.

Sant’Agostino, parlando del volto di Dio, di cui siamo chiamati ad essere specchio nel mondo, diceva ai cristiani del suo tempo: «Quale volto ha l’amore? Quale forma, quale statura, quali piedi, quali mani? […] Ha i piedi, che conducono alla Chiesa; ha le mani, che donano ai poveri; ha gli occhi, coi quali si viene a conoscere colui che è nel bisogno» (In Epistolam Joannis ad Parthos, 7, 10) e aggiungeva, riferendosi alla carità: «Tenetela, abbracciatela: niente è più dolce di essa» (ibid.).

Carissimi fratelli e sorelle, ecco il dono di luce che vi è affidato, perché lo facciate crescere in voi e tra voi in tutta la sua dolcezza e lo diffondiate nel mondo, con la preghiera, la frequenza ai Sacramenti e la carità. Continuate ad impegnarvi così nel vostro cammino.

Il Sacro Cuore di Gesù, a cui la vostra Parrocchia è dedicata, plasmi e custodisca sempre più questa bella comunità, perché, con gli stessi sentimenti di Cristo (cfr Fil 2,5), viva e testimoni con gioia e dedizione il tesoro di grazia che avete ricevuto.

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Saluto finale del Santo Padre al termine della Messa

Tante grazie per questo bel dono: da questa parte sta la foto della parrocchia, per ricordare sempre, ma qui si vede la vita della parrocchia, che è tanto importante! Grazie a tutti voi!

E presentiamo come piccolo dono alla parrocchia questo calice, che rappresenta quello che celebriamo nell’Eucaristia: il corpo e il sangue di Cristo, la comunione tra tutti voi. Tanti auguri a voi e grazie!

Guarda il video integrale della S. Messa


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Incontro con il Consiglio pastorale parrocchiale
(al termine della Messa)


[introduzione di don Francis Refalo]

Bene, allora, abbiamo celebrato insieme l’Eucaristia, e come abbiamo visto tutti, alla fine questo bel dono che mi avete presentato sarà la firma di tutti voi… Diciamo, quella breve battuta che ho detto lì non era una battuta, è vero: l’importanza della partecipazione di persone come voi, che siete disposti a vivere la vostra fede cattolica, facendo a volte dei grandi sacrifici, offrendo il vostro tempo, le vostre energie, il vostro amore per tante persone, diciamo a tutte le “classi”, categorie: italiani, non italiani, giovani, non tanto giovani, però camminando insieme e dando vita e presenza a questa parrocchia.

Durante la celebrazione stavo pensando che in un certo senso le letture che abbiamo ascoltato erano proprio per questo giorno e questa parrocchia. È la vostra esperienza e quanto era bello! Cominciando dall’idea dell’acqua che purifica e che lava: voi avete anche qui nella parrocchia le docce! Le persone che vengono precisamente a trovare vita: quanto è importante l’acqua, in più sensi. E poi davanti all’altare - non so quando è stato fatto, diciamo, un po’ per rinnovare la chiesa - però c’è il fonte battesimale proprio davanti. È un bel segno, specialmente durante la Quaresima, perché, voi sapete, che il tempo di Quaresima, nella lunga tradizione della Chiesa, è stato sempre la preparazione per il Battesimo. E allora è bello questo cammino quaresimale, questo desiderio di tante persone che vogliono avvicinarsi a Cristo. Però bisogna purificarsi, allora, per venire a Cristo nella pienezza, diciamo, della comunione: proprio quello stesso cammino della caritas, della carità, dell’amore di Dio.

Quindi ci sono tanti elementi; dalle persone che pensano che possono vedere, ma sono cieche e le persone tante volte che forse pensano diversamente sono cieche, però con la grazia di Dio sono riuscite a vedere e a capire che la vita è molto più grande di quello che vediamo nella superficialità. Ma tante volte bisogna trovare chi aiuta, chi accompagna, chi dà una mano per vivere questa esperienza di Gesù. E in questo senso, siete voi e sicuramente sono tante altre le persone, che in qualche maniera partecipano in questa vita attiva di una parrocchia chiamata ad essere cuore, Sacro Cuore, a essere questa presenza, testimonianza, dell’amore di Dio nel mondo, a Roma, in questo quartiere, che non è sempre facile.

Non abbiamo parlato, ma il cappellano che era qui, certo è a Rebibbia, che è qui dietro. In un certo senso anche quella vicinanza lì, quella presenza, dovrebbe farci pensare un po’. Le persone che cercano la libertà sicuramente hanno sbagliato, qualche problema esiste, ma anche per loro c’è l’invito a vivere la conversione, a cambiare la loro vita, in situazioni che sono veramente molto, molto, complesse. Lo sappiamo. Però anche questa presenza con la parrocchia, il cappellano, la presenza della Chiesa, l’aiuto sicuramente di altre persone, è una missione molto importante.

Allora io vi ringrazio. Come sempre dico in questi momenti, invito il Vicario se vuole dire una parola, perché penso che sia importante anche approfittare di questi momenti di incontro con tutta la Chiesa, con il Vicario che rappresenta il Vescovo di Roma nella diocesi. Ringrazio la Sua presenza e ascoltiamo un po’ anche una parola in questa occasione. Grazie.

[parla il Card. Baldo Reina]

Grazie anche perché pregate per le intenzioni del Santo Padre, per la missione non solo mia, di tutti noi, di tutta la Chiesa. Allora, un Padre Nostro ancora non fa male.

Preghiamo insieme: Padre Nostro …

Benedizione.

Tanti auguri e grazie e anticipando, come detto, buona Pasqua a tutti!


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Saluto finale ai fedeli prima del rientro in Vaticano


Buonasera a tutti! Buonasera, grazie!

Un saluto grande a tutti voi, buonasera!

Grazie, grazie per essere qui. È un piacere celebrare con voi, l’Eucarestia, la nostra fede, la nostra comunione.

Essere membri di questa parrocchia del Sacro Cuore di Gesù è un'autentica testimonianza dell'amore di Dio nel mondo e qui a Roma. Grazie per tutto quello che voi fate. Grazie per essere questa testimonianza viva.

Grazie, sono molto contento di essere qui con voi. Speriamo che non passino altri 40 anni fino alla prossima visita!

Grazie, grazie al nostro parroco, a tutti coloro che collaborano nella parrocchia, a tutti anche che vivono qui vicino, che riconoscano sempre dove trovare l'amore di Dio nella famiglia cristiana, la famiglia cattolica qui in questa parrocchia.

Possiamo concludere con la benedizione e con questa gioia che viene in questa domenica Laetare. Rallegrati, che viviamo sempre come segno di speranza. Il Signore sia con voi.

Benedizione

Buona serata a tutti. Tanti auguri.


PAPA LEONE XVI: Guariti dall’amore di Cristo, siamo chiamati a vivere un cristianesimo “dagli occhi aperti”. Angelus del 15 marzo 2026 (Testo e video)

Guariti dall’amore di Cristo, 
siamo chiamati a vivere un cristianesimo
 “dagli occhi aperti”. 
Leone XVI

Angelus del 15 marzo 2026



Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Il Vangelo di questa quarta domenica di Quaresima ci racconta la guarigione di un uomo cieco dalla nascita (cfr Gv 9,1-41). Attraverso la simbologia di questo episodio, l’evangelista Giovanni ci parla del mistero della salvezza: mentre eravamo nell’oscurità, mentre l’umanità camminava nelle tenebre (cfr Is 9,1), Dio ha inviato il suo Figlio come luce del mondo, per aprire gli occhi dei ciechi e illuminare la nostra vita.

I profeti avevano annunciato che il Messia avrebbe aperto gli occhi dei ciechi (cfr Is 29,18; 35,5; Sal 146,8). Gesù stesso accredita la propria missione mostrando che «i ciechi riacquistano la vista» (Mt 11,4); e si presenta dicendo: «Io sono la luce del mondo» (Gv 8,12). In effetti, possiamo dire che noi tutti siamo “ciechi dalla nascita”, perché da soli non riusciamo a vedere in profondità il mistero della vita. Perciò Dio si è fatto carne in Gesù, perché il fango della nostra umanità, impastato con il respiro della sua grazia, potesse ricevere una nuova luce, capace di farci vedere finalmente noi stessi, gli altri e Dio nella verità.

Colpisce il fatto che lungo i secoli si sia diffusa l’opinione, presente ancora oggi, secondo cui la fede sarebbe una specie di “salto nel buio”, una rinuncia a pensare, cosicché avere fede significherebbe credere “ciecamente”. Il Vangelo ci dice invece che a contatto con Cristo gli occhi si aprono, al punto che le autorità religiose chiedono con insistenza al cieco guarito: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?» (Gv 9,10); e ancora: «Come ti ha aperto gli occhi?» (v. 26).

Fratelli e sorelle, anche noi, guariti dall’amore di Cristo, siamo chiamati a vivere un cristianesimo “dagli occhi aperti”. La fede non è un atto cieco, un abdicare alla ragione, una sistemazione in qualche certezza religiosa che ci fa distogliere lo sguardo dal mondo. Al contrario, la fede ci aiuta a guardare «dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere» (Enc. Lumen fidei, 18) e, perciò, ci chiede di “aprire gli occhi”, come faceva Lui, soprattutto sulle sofferenze degli altri e sulle ferite del mondo.

Oggi, in particolare, a fronte delle tante domande del cuore umano e delle drammatiche situazioni di ingiustizia, di violenza e di sofferenza che segnano il nostro tempo, c’è bisogno di una fede sveglia, attenta e profetica, che apra gli occhi sulle oscurità del mondo e vi porti la luce del Vangelo attraverso un impegno di pace, di giustizia e di solidarietà.

Chiediamo alla Vergine Maria che interceda per noi, perché la luce di Cristo apra gli occhi del nostro cuore e possiamo dare testimonianza di Lui con semplicità e coraggio.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

Da due settimane i popoli del Medio Oriente soffrono l’atroce violenza della guerra. Migliaia di persone innocenti sono state uccise e moltissime altre costrette ad abbandonare le proprie case. Rinnovo la mia vicinanza orante a tutti coloro che hanno perso i propri cari negli attacchi che hanno colpito scuole, ospedali e centri abitati.

È motivo di grande preoccupazione la situazione in Libano. Auspico cammini di dialogo che possano sostenere le Autorità del Paese nell’implementare soluzioni durature alla grave crisi in corso, per il bene comune di tutti i libanesi.

A nome dei cristiani del Medio Oriente e di tutte le donne e gli uomini di buona volontà, mi rivolgo ai responsabili di questo conflitto: cessate il fuoco! Si riaprano percorsi di dialogo! La violenza non potrà mai portare alla giustizia, alla stabilità e alla pace che i popoli attendono.

Do il benvenuto a tutti voi, presenti oggi in Piazza San Pietro!

Saluto i fedeli venuti da Valencia e Barcelona in Spagna, come pure quelli di Palermo.

Con gioia accolgo alcuni gruppi di ragazzi che si preparano a ricevere il Sacramento della Confermazione: di Berceto, diocesi di Parma; di Tuto, diocesi di Firenze; di Torre Maina e Gorzano, diocesi di Modena-Nonantola. Saluto inoltre i giovani della parrocchia di San Gregorio Magno in Roma e i ragazzi di Capriano del Colle e Azzano Mella, diocesi di Brescia.

A tutti auguro una buona domenica.

GUARDA IL VIDEO
Angelus integrale

domenica 15 marzo 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - IV DOMENICA DI QUARESIMA anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli



IV DOMENICA DI QUARESIMA anno A

15 Marzo 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Gesù, il Cristo, è l’Inviato del Padre, perché ogni uomo e donna possa trovare in Lui quella luce vera, che dia senso e intelligenza alla nostra avventura umana. Con fiducia innalziamo a Dio nostro Padre le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Donaci la tua luce,  o Padre


Lettore

- Manda il tuo Santo Spirito sulla tua Chiesa, o Padre. Lui, che scruta le profondità del cuore, fa’ che aiuti ogni singola comunità cristiana a scoprire ed a comprendere quanto di oscuro e di pesante si nasconda nella sua vita concreta, affinché si apra alla luce del tuo Figlio Gesù, per diventare comunità di discepoli somiglianti a Lui e fedeli al suo Vangelo. Preghiamo.

- Padre Santo, tenebre fitte avvolgono la storia di oggi. Dovunque violenza, distruzione, negazione della vita, rifiuto della tua Parola e del tuo Cristo. Dona a papa Leone e a quanti guidano le varie chiese presenti nei vari continenti, una parola franca e profetica, per portare a tutti la luce del Vangelo. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Padre, la nostra diocesi di Messina con i suoi vescovi Giovanni e Cesare. Accompagna con la forza del tuo Spirito e con la luce del Vangelo le varie comunità parrocchiali e religiose. Fa’ che il loro radunarsi insieme per celebrare l’eucarestia diventi occasione di crescita nella statura del tuo Figlio Gesù e nella comunione fraterna. Preghiamo.

- Guarda, o Padre, con tenerezza e vicinanza i tuoi figli e le tue figlie, provati dalla malattia o dalla malvagità umana. Dona a tutti noi, che sperimentiamo il tuo amore di Padre, di saperci chinare su quanti hanno bisogno di aiuto e di consolazione. Preghiamo.

- Davanti a te, o Padre misericordioso, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo delle vittime delle guerre – frutto della cecità dei governanti – in atto in Palestina, in Libano, in Iran, in Ucraina, in Sudan e in altri Paesi del mondo. Dona a tutti di contemplare la luce del tuo Volto di Padre buono e compassionevole. Preghiamo.


Per chi presiede

Accogli, o Dio, le nostre intercessioni, affinché, rinnovati e illuminati dalla luce del tuo Santo Spirito, possiamo assomigliare sempre di più al tuo Figlio Gesù e crescere secondo la sua statura in umanità, sapienza e grazia. Per Cristo nostro Signore.

AMEN.



"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 19 - 2025/2026 - IV DOMENICA DI QUARESIMA anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

IV DOMENICA DI QUARESIMA - anno A

Vangelo:
Gv 9,1-41

Continua con questa pagina di Vangelo l'itinerario battesimale iniziato con il brano della Samaritana al pozzo (Gv 4,5-42). Si tratta di un cammino di illuminazione nella fede che non ha mai fine, un cammino che ci fa capaci di scoprire la nostra condizione di cecità, sempre bisognosi di guarigione. La pericope comincia con un cieco che alla fine vede e termina con dei presunti vedenti che, in realtà, sono i veri ciechi. Nel mezzo troviamo tutto il processo di illuminazione di colui che è nato cieco. L'evangelista mette in risalto in modo particolare la progressiva conoscenza che il cieco ha di Gesù: all'inizio come «quell'uomo», poi sempre con maggior chiarezza e in profondità: «è un profeta»«viene da Dio», è il «Figlio dell'uomo», e finalmente è il «Signore» che adesso può vedere e adorare. E' il cammino che ogni credente in Gesù è chiamato a percorrere, cammino faticoso che verrà a costare un prezzo altissimo: il rifiuto del mondo. L'ostilità e il rifiuto subiti dal cieco nato sono gli stessi che ha dovuto subire Gesù e che anche la Chiesa è chiamata a sostenere se vorrà rimanere fedele al suo Signore. In ogni tempo vi è un cieco che acquista la capacità di vedere e mostra ai sedicenti vedenti la loro cecità perché anche loro possano aprire gli occhi. Chi, infatti, viene alla luce dovrà sostenere la feroce opposizione di quanti dimorano nelle tenebre, i quali avvertono il dilagare della luce che in alcun modo possono arrestare. E' il dramma doloroso di ogni uomo in cui si compie il faticoso passaggio dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, da quel sistema di omologazione che tutti rende ciechi alla vera e piena libertà, per essere finalmente se stessi. Solo ora l'ex cieco, gettato fuori dalle tenebre di coloro che lo vogliono immerso nella cecità, può incontrare il volto di Colui che gli ha donato la vista e la vita.


sabato 14 marzo 2026

CAREZZE DI LUCE “Gesù unisce il Dio della vita e il Dio della dottrina, e lo fa mettendo al centro l’uomo. La gloria di Dio è un uomo con la luce negli occhi e nel cuore.” - IV DOMENICA DI QUARESIMA ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

CAREZZE DI LUCE


Gesù unisce il Dio della vita e il Dio della dottrina, 
e lo fa mettendo al centro l’uomo. 
La gloria di Dio è un uomo con la luce negli occhi e nel cuore. 


In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa "Inviato". Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c'era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell'uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gv 9,1-41

  
CAREZZE DI LUCE
 
Gesù unisce il Dio della vita e il Dio della dottrina, e lo fa mettendo al centro l’uomo. La gloria di Dio è un uomo con la luce negli occhi e nel cuore.

Gesù sta uscendo dal tempio e vede un uomo cieco dalla nascita, un disabile che, per legge, non può entrarvi. Vede l’invisibile. E si ferma, senza essere chiamato, senza essere pregato. Amici e nemici si perdono a cercare colpe in quell’uomo, tutti insieme a sbagliarsi su Dio. Gesù non ci sta, fugge da quella logica: né lui né i suoi genitori hanno peccato. Il male non viene da Dio. E allora, da dove? Una domanda alla quale né la bibbia nè Gesù stesso danno risposte.

Gesù non vede in quell’uomo nato cieco un punto di arrivo, ma un punto di partenza, di nascita. E senza che il cieco gli chieda niente stende un petalo di fango e saliva su quelle palpebre che coprono il nulla.

Ecco il mio Gesù: è Dio che si sporca le mani con l’uomo, ed è al tempo stesso un uomo che viene contaminato di cielo, contagiato di luce.

Vai a lavarti alla piscina di Siloe… Il cieco si affida al suo bastone e alla parola di uno sconosciuto. Si affida quando il miracolo non c’è ancora, quando c’è solo buio intorno.

Andò alla piscina e tornò che ci vedeva. Non si appoggia più al suo bastone; non siederà più a terra a invocare pietà, ma ritto in piedi cammina con la faccia nel sole, finalmente libero. Finalmente uomo nuovo. Infatti la gente ora non lo riconosce più. È lui, dicono alcuni. No, non è lui. E accade così davvero: uno incontra il Signore e cambia dentro. Si aprono finestre di luce.

Per la seconda volta Gesù guarisce di sabato. E invece del canto di gioia entra nel Vangelo un’infinita tristezza. Perfino i genitori del cieco sembrano vili. Ai farisei non interessa la vita ritornata in quegli occhi, ma la “sana” dottrina. E avviano un processo per eresia. Per difendere la dottrina negano l’evidenza. Ma che religione è questa che non guarda al bene dell’uomo ma solo a se stessa e alle sue regole?

I farisei vorrebbero che il cieco tornasse cieco, per avere ragione loro. Ma il cieco è diventato libero, è diventato forte, tiene testa ai sapienti: io non so di teologia, io sto con la vita, coi fatti: ora ci vedo!

Gesù unisce il Dio della vita e il Dio della dottrina, e lo fa mettendo al centro l’uomo. La gloria di Dio è un uomo con la luce negli occhi e nel cuore.

Per i farisei Gesù, “non viene da Dio, perché non osserva il sabato”; per loro venire da Dio dipende dall’osservanza della legge; per Gesù venire da Dio, dipende da come abiti la terra, se lo fai come Dio che ti prende là dove sei, rotto come sei, e si fa mano viva che aggiusta, che tocca gli occhi e li illumina, che fa ripartire la vita.

Gesù è venuto a portare non il perdono dei peccati, ma molto di più, a portare se stesso. “Io sono la luce del mondo”: luce che accarezza, bellezza che risana, sguardo che consola, forza che fa ripartire la vita.


Card. Zuppi: non ci stanchiamo di dire che la guerra è inutile (Testo e video)

Non ci stanchiamo di dire
che la guerra è inutile
Card. Matteo Zuppi




Il 13 marzo, in occasione della Giornata di preghiera e digiuno promossa dalla Conferenza Episcopale Italiana, il Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, ha celebrato i Vespri nella Collegiata di San Biagio di Cento (Ferrara). Pubblichiamo di seguito l’omelia.

Papa Leone ha chiesto di «fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile». Per questo preghiamo e invochiamo perché la sua richiesta accorata venga accolta. Una spirale diviene un meccanismo di cause e di effetti che nessuno riesce a controllare anche se può fare credere di esserne in grado. La spirale rivela che la guerra ha solo una terribile logica, geometrica, che una volta liberata condiziona anche chi l’ha innescata, costringendolo a fare quello che forse non vorrebbe. È sempre una sconfitta quando la logica della forza pretende di sostituirsi alla paziente arte della diplomazia, da palombari che scandagliano le cause e cercano le trame di dialogo e relazione profonde. La diplomazia è tutt’atro che prendere tempo, dilazionare, non risolvere i problemi. Non è illusione, anzi è lucida comprensione che, se ascoltata, può permettere di fermare la terribile illusione della forza. Scrisse Papa Francesco nella Spes non Confundit: «L’esigenza della pace interpella tutti e impone di perseguire progetti concreti. Non venga a mancare l’impegno della diplomazia per costruire con coraggio e creatività spazi di trattativa finalizzati a una pace duratura» (n.8). È la guerra che crea solo altri problemi ben più gravi dei precedenti. Si arriva a uccidere quelli che sono gli interlocutori con cui si deve o si dovrà negoziare, tradimento infame di qualsiasi regola del dialogo e del rispetto! Come si può credere dopo alla volontà di confronto?

Per risolvere i conflitti bisogna andare e lezione dalla storia, per capirne le cause antiche e recenti, che spesso si sono modificate ma che occorre affrontare perché sia davvero una pace giusta. Ad esempio, la non applicazione degli accordi di Minsk II è motivo importante nel conflitto in Ucraina, come la non applicazione della Risoluzione 1701 in Libano è una delle cause per la non-soluzione della contesa tra Hezbollah e Israele. Senza trattativa si produrranno soltanto una serie infinita di guerre con la spietata logica di abbattere il nemico. Ma chi è nemico? Chi lo definisce tale? Migliaia di persone sono state eliminate, civili che non hanno niente a che vedere con il conflitto, certamente diventati a loro insaputa e senza nessuna responsabilità un obiettivo, qualcuno li definisce spietatamente “obiettivi spazzatura”. L’intelligenza artificiale fa il resto. Si inseriscono centinaia di obiettivi nel sistema e si aspetta di vedere chi si può uccidere e quando. Si eliminano così intere famiglie, colpendo senza sapere o con la presunzione di sapere e di averne diritto. Chi ha diritto? E poi cosa fare dopo, a guerra finita? Non dovrebbe essere questo il rigoroso fine? Possiamo accettare che le persone siano danni collaterali? Dove sono finite le scintille di pace che dovrebbero evitare questi abomini? Non ci stanchiamo di dire che la guerra è inutile. È sempre una sconfitta per tutti. Anche chi vince è uno sconfitto. Chi può credere di vincere o distruggere completamente l’altro? Solo un accordo potrà mettere la situazione in equilibrio. Chi pensa che la guerra sia un ordine non conosce la storia e ha perso la memoria. Cosa resta dopo una guerra? La distruzione, danni ambientali, odi, povertà che preparano quella successiva.

La guerra non è mai uno strumento della politica perché la guerra è una macchina di morte che impone una sua propria logica. Tutte le guerre sono guerra tra civili: fratelli che uccidono fratelli perché in guerra la vita umana perde ogni valore. Il suo veleno non finisce mai, segna e inquina la vita per sempre, nel corpo e nella psiche. Ogni guerra lascia l’aria contaminata da un’epidemia di inimicizia. Ecco perché pregare e digiunare, perché crediamo che tutto può cambiare e da credenti l’impossibile possa realizzarsi.

«Risplenda la tua lampada sopra il nostro cammino, la tua mano ci guidi alla meta pasquale». E la Pasqua è anche la pace piena che Gesù ci affida. Lo abbiamo ascoltato dall’autore della lettera agli Ebrei: «Non ci perdiamo d’animo». Nella Fratelli tutti Papa Francesco ci ricorda quante occasioni abbiamo perduto e delle quali chiedere perdono, ma anche imparare per non farlo più: «Non si colsero pienamente le occasioni offerte dalla fine della guerra fredda, per la mancanza di una visione del futuro e di una consapevolezza condivisa circa il nostro destino comune. Invece si cedette alla ricerca di interessi particolari senza farsi carico del bene comune universale. Così si è fatto di nuovo strada l’ingannevole fantasma della guerra. Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male» (nn.260-261). In questi «tempi bui» vogliamo che brilli la luce di uomini e donne che scelgono di essere artigiani di pace cominciando a disarmare il loro cuore convinti che solo così si può disarmare il mondo dal pregiudizio, dall’odio, dalla vendetta. Dipende da noi.

Nel messaggio per la Quaresima Papa Leone lo ha chiesto in maniera diretta e molto concreta ricordando il senso del digiuno e della sua dimensione comunitaria: «Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore». Ora si arriva all’elogio del tribalismo, alla spinta verso la frammentazione e la divisione sociale accompagnata da un disprezzo verso le istituzioni internazionali e verso la debolezza dell’Europa che, troppo sbilanciata a tutelare i diritti dei più vulnerabili, non sarebbe capace di garantire sicurezza. E guai a quanti per convenienza, opportunismo, ignoranza, calcolo seminano odio, pregiudizi, eccitando l’idea del nemico invece di cercare quello che unisce! Saggiamente un grande europeo recentemente scomparso affermava che «l’Europa può essere utile non solo ai nostri cittadini e paesi, ma può aiutare il mondo intero ad avere regole per una convivenza civile e pacifica». Ma deve avere l’anima per poterlo fare!

Lo spirito religioso può consentire di lavorare per l’unità. Quei cristiani, che coraggiosamente costruirono l’architettura dell’Europa e che lo fecero da cristiani per tutti e insieme a tutti, ispirino altri a cercare con audacia soluzioni per imparare a rendere la pace possibile, a costruire ponti quando ancora c’è il vuoto e muri da oltrepassare, a preparare tavoli di dialogo per studiare garanzie e diritti e doveri convincenti e garantiti, a farlo con visione e responsabilità. Che le religioni tutte si impegnino in questo, perché Pace è il nome di Dio. Insegna la sapienza ebraica espressa dal rabbino Shimon Gamliel che «quando vedeva due persone che si odiavano andava da uno dei due e gli diceva: “perché odi quel tale, che è venuto a casa mia e si è prostrato davanti a me e mi ha detto: mi sono comportato male con quel tale, vai a calmarlo nei miei confronti”: e poi andava dal secondo e gli diceva la stessa cosa che aveva detto al primo e in questo modo metteva pace amore e amicizia tra una persona e l’altra».

«Tutte le bugie sono proibite, ma si può mentire per mettere pace tra una persona e l’altra», dicono i rabbini, spiegando come una giustizia rigorosa fosse incompatibile con la pace e sostenendo la necessità del compromesso come mezzo per temperare la giustizia con la pace. Cerchiamo la pace, anche e soprattutto quando non c’è e sembra impossibile. Non si vive senza. Non rendiamo la pace una tregua. Sant’Agostino dice che «sono degni di maggiore gloria quanti invece di uccidere gli uomini con la spada uccidono la guerra con le parole e ottengono e conservano la pace attraverso la pace piuttosto che fare ricorso alla guerra» (Ep. 229,2). Solo insieme se ne esce. Troviamo i meccanismi capaci di garantire questa interdipendenza che sfugga alla terribile e distruttiva logica della forza.

I nazionalismi, nelle varie edizioni, e i totalitarismi che rovinano le appartenenze siano superati dalla visione di pensarsi insieme e non contro gli altri. E Dio, che ci ricorda che la guerra è un omicidio perché uccide l’uomo, suicidio perché uccide quel corpo cui l’uccisore fa parte e deicidio perché uccide l’immagine e la sua stessa somiglianza, ci aiuti a sentirci parte della stessa famiglia umana e a combattere la vergogna e il disonore di un fratello che alza le mani contro suo fratello. Il giudizio di Dio ci ispiri a dominare l’istinto o il calcolo, le convenienze, e ci aiuti a essere operatori di pace a cominciare da noi stessi, ovunque e dove si scavano le trincee della violenza e dell’odio. Tanti operatori di pace aiuteranno l’architettura per una casa comune di fratelli tutti.

13 Marzo 2026

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Papa Leone e Chiesa italiana invocano la pace. 
Giornata di preghiera e digiuno

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Padre Pasolini: fraternità non è un ideale