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venerdì 22 marzo 2019

22 marzo Giornata mondiale dell’acqua - Papa Francesco: L’acqua è un bene prezioso, non lasciamo indietro nessuno, sono in gioco la vita e la dignità delle persone.


22 marzo Giornata mondiale dell’acqua

Papa Francesco:
L’acqua è un bene prezioso, 
non lasciamo indietro nessuno, 
sono in gioco 
la vita e la dignità delle persone



Rispettare il «diritto umano fondamentale» dell’accesso all’acqua perché sono in gioco «la vita delle persone e la loro stessa dignità»: è l’appello lanciato da Papa Francesco nel messaggio indirizzato al direttore generale della Fao venerdì 22 marzo, giornata mondiale dell’acqua, che quest’anno ha per motto: «Non lasciare nessuno indietro».
Scritto in spagnolo, la sua lingua madre, il testo del Pontefice è stato letto da monsignor Fernando Chica Arellano, osservatore permanente della Santa Sede presso la Fao, l’Ifad e il Pam — le agenzie Onu del polo di Roma impegnate nella lotta alla fame — durante l’incontro celebrativo della giornata, svoltosi al mattino nel quartier generale della Fao.


La guerra per l’oro blu

· Gli appelli del Pontefice per l’accesso all’acqua potabile e sicura ·

La guerra mondiale per l’«oro blu»: non ha mai usato giri di parole Papa Francesco per richiamare «il diritto di ogni persona all’accesso all’acqua potabile e sicura» e denunciare lo scandalo della sete. In occasione della Giornata mondiale dell’acqua, che si celebra il 22 marzo su iniziativa delle Nazioni Unite, le parole del Pontefice pongono l’allarmante questione «se, in mezzo a questa “terza guerra mondiale a pezzetti” che stiamo vivendo, non stiamo andando verso la grande guerra mondiale per l’acqua». E con questa denuncia, rilanciata al workshop sulle risorse idriche organizzato dalla Pontificia accademia delle scienze il 24 febbraio del 2017, il Papa ha fatto anche presente, più volte, che l’accesso all’«acqua potabile è un diritto umano essenziale e una delle questioni cruciali del mondo attuale». Di qui i suoi appelli agli stati, ricordando la drammatica realtà che costituisce una vergogna per l’umanità: mille bambini muoiono ogni giorno a causa di malattie espressamente collegate all’acqua.

«San Francesco chiama l’acqua “sorella”» ha scritto, poi, il Papa nel messaggio al summit internazionale su acqua e clima, organizzato in Campidoglio nell’ottobre 2018. Chiedendo insistentemente di «trovare vie per preservare questo bene prezioso». E a un ragionamento organico sull’acqua, Francesco ha dedicato una parte specifica dell’enciclica Laudato si’. Le drammatiche statistiche della sete, tra sprechi e ingiustizie, rivelano che la mancanza di acqua porta povertà, malattia e morte. Eppure, sostiene Francesco, in molti paesi in cui la popolazione non ha accesso regolare all’acqua potabile c’è la fornitura di armi. Mentre la corruzione e gli interessi di un’economia che esclude e uccide continuano a prevalere sugli sforzi che, in modo solidale, dovrebbero garantire l’accesso all’acqua. Ed è dunque «prevedibile che il controllo dell’acqua da parte di grandi imprese mondiali si trasformi in una delle principali fonti di conflitto».
(fonte: L'Osservatore Romano 21 marzo 2019)

Francesco: l’acqua non sia una mera merce, 
l'accesso a questo bene è un diritto

Nel messaggio per l’odierna Giornata mondiale dell’acqua, Francesco ribadisce che l’accesso a questo bene è un diritto umano fondamentale che deve essere rispettato perché sono in gioco la vita e la dignità delle persone


L'acqua è un bene essenziale per l'equilibrio degli ecosistemi e per la sopravvivenza umana ed è necessario gestirla e prendersene cura in modo che non sia contaminata o persa. È quanto sottolinea il Papa nel messaggio per l’odierna Giornata mondiale dell’acqua incentrata sul tema “Acqua per tutti: non lasciare nessun indietro” e indetta dalle Nazioni Unite. In occasione di questa giornata, il Pontefice ha anche scritto un tweet: “Ringraziamo Dio per sorella acqua, elemento tanto semplice e prezioso, e impegniamoci perché sia accessibile a tutti”.



Ingiustizie da sanare

L'aridità del pianeta, osserva il Santo Padre nel messaggio, si estende a nuove regioni e le popolazioni di queste terre soffrono sempre di più a causa della mancanza di fonti d'acqua adatte al consumo. Non lasciare nessuno indietro, scrive Francesco, significa impegnarsi per porre fine a questa ingiustizia. Il lavoro congiunto, spiega il Papa, è essenziale per sradicare questo male che flagella così tanti nostri fratelli e sorelle. Si devono unire gli sforzi nella ricerca del bene comune, vedendo nell’altro un volto concreto. Solo attraverso questo sforzo, si legge nel messaggio, le misure adottate avranno il sapore dell'incontro e la capacità di rispondere a un'ingiustizia che deve essere sanata.

Educare le nuove generazioni

Non lasciare nessuno dietro, aggiunge il Papa, significa anche essere consapevoli della necessità di rispondere con fatti concreti: non solo attraverso il mantenimento o il miglioramento delle strutture idriche, ma anche investendo nel futuro, educando le nuove generazioni ad utilizzare e ad avere cura dell'acqua. Questa presa di coscienza, sottolinea Francesco, è una priorità in un mondo in cui tutto viene scartato e disprezzato e che, in molti casi, non comprende l'importanza delle risorse a nostra disposizione.

Sfida educativa

Le nuove generazioni sono chiamate - insieme a tutti gli abitanti del pianeta - a valorizzare e a difendere questo bene. È un compito, sottolinea Francesco, che inizia con la consapevolezza di quelle persone che subiscono le inevitabili conseguenze dei cambiamenti climatici e di tutti coloro che sono vittime di una o più forme di sfruttamento e contaminazione delle acque. Questa sfida educativa, scrive il Papa, genererà una nuova visione di questo bene, formando generazioni che valorizzano e amano le risorse della Terra.

Artefici del futuro

Siamo tutti artefici del futuro e la comunità internazionale, conclude il Papa, sta già investendo nel domani del nostro pianeta. È necessario sviluppare piani di finanziamento come anche progetti idrici a lungo raggio. Questa fermezza porterà a superare la visione di trasformare l'acqua in una mera merce, regolata esclusivamente dalle leggi del mercato.
(fonte: Vatican News, articolo di Amedeo Lomonaco 22/03/2019)




Quaresima. Esercizi spirituali on line: la proposta dei carmelitani - Un cammino spirituale con Edith Stein

Quaresima. Esercizi spirituali on line:
la proposta dei carmelitani

Ogni settimana, il venerdì, è possibile scaricare meditazioni e video dedicati a Edith Stein, la religiosa oggi santa morta ad Auschwitz-Birkenau nel 1942


Il ritiro spirituale a portata di clic

Sperimentare il silenzio, il deserto, le consolazioni spirituali dei grandi mistici e meditare la Parola di Dio da casa propria o dalla postazione di lavoro utilizzando semplicemente un computer, uno smartphone, un tablet. Corrono su Internet gli Esercizi spirituali di Quaresima. Come già accade da anni, anche nel 2019 l’Ordine dei carmelitani scalzi d’Italia, di Parigi e di Austria (assieme alla loro la casa editrice Ocd) ha lanciato la proposta controcorrente degli “Esercizi spirituali online” per vivere questo tempo forte lontano dalle tentazioni e alla scoperta dell’essenziale. Il tutto alla portata di un semplice clic.
Ad accompagnare il ritiro via web (che viene proposto anche per il tempo di Avvento) sono quest’anno le riflessioni di santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein (1891-1942), la religiosa e filosofa tedesca di origine ebraica che scelse di entrare nel Carmelo in età adulta e morta nel 1942 nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. «Abbiamo scelto questa grande mistica – spiega nel video di presentazione il carmelitano scalzo di Vienna, padre Roberto Maria Pirastu – per il suo speciale rapporto con il mistero pasquale». Una scelta singolare quella di aver pensato a una consacrata colta «complessa e semplice» come Stein – osserva ancora il carmelitano di origini sarde – proprio per il suo passaggio da «un’esperienza di agnosticismo» a una vita all’insegna del Vangelo.
Accedendo al sito www.esercizi-online.karmel.at o scrivendo direttamente alla mail esercizi-online@karmel.at si potrà, dopo aver compilato un modulo, ricevere settimanalmente le riflessioni e degli spunti per vivere al meglio i quaranta giorni che preparano alla Pasqua. La prima riflessione degli “Esercizi online” è stata lanciata lo scorso 6 marzo, Mercoledì delle Ceneri. «Ogni venerdì di Quaresima – si legge nella presentazione su Internet – riceverete un messaggio di posta elettronica settimanale». Un’opportunità offerta ogni fine settimana per aiutare a compiere un cammino di vero rinnovamento interiore. «Nel messaggio di posta elettronica troverete – si legge ancora nel sito www.esercizi-online.karmel.at – un commento alla prima Lettura della Messa di domenica, alcuni testi di Edith Stein con suggerimenti di riflessione, un riassunto video della settimana e il calendario della Quaresima con sei brevi meditazioni e immagini».


Gli Esercizi spirituali sul web sono stati pensati e curati da un’articolata équipe di carmelitani francesi: Philippe Hugelé, Jean-Alexandre, Dominique, Raphaëlle e Marie-Noëlle. A cadenzare l’iniziativa quaresimale sono anche parole come «conversione», «digiuno», «rinuncia». «Abbiamo voluto proporre per questo nuovo corso di Esercizi – racconta ancora nel video padre Roberto Maria Pirastu – alcuni spunti pratici rivolti alla vita di tutti i giorni. Ma soprattutto è un invito da parte nostra a leggere i testi di Edith Stein per meditarli e mettersi così in cammino con lei e ritornare a quella fonte che è Dio, il “Dio dei Padri”, il “Dio che salva” come direbbe la grande carmelitana».

Ecco il video di presentazione:


Guarda anche il post:


«Dio con il suo amore bussa alla porta del nostro cuore. Perché? ... per portarci per mano alla salvezza. Quanto amore c’è dietro di questo!» Papa Francesco Udienza Generale 20/03/2019 (foto, testo e video)


UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 20 marzo 2019

Il Papa è arrivato alle 9.15 in piazza San Pietro, e ha cominciato il consueto appuntamento del mercoledì, a cui partecipano 12.500 fedeli, stando ai dati della Prefettura Pontificia, facendo salire a bordo della papamobile 7 bambini, maschi e femmine, riconoscibili dai cappellini gialli e bianchi che indossano per l’occasione. Come di consueto, i bambini sono i protagonisti del giro della jeep bianca scoperta tra i settori delimitati dal colonnato del Bernini. Il Papa li ha accarezzati e baciati, con gesti anche premurosi, come quando ha rimesso un cappuccio in testa a un bambino per ripararlo dal vento che glielo aveva strappato, o quando ha consolato un bimbo che piangeva con parole e sorrisi rassicuranti. Tra i gruppi presenti all’udienza generale, c’è oggi anche “La Carovana della Terra”, iniziativa nata nel 2015 per promuovere la pace e l’abolizione delle armi nucleari. Ha raggiunto oggi piazza San Pietro anche una piccola rappresentanza di fedeli provenienti dagli Emirati Arabi Uniti, l’ultimo viaggio internazionale del Papa, che alla fine di questo mese si appresta a partire alla volta delMarocco. Al termine del giro tra i vari settori della piazza, prima di compiere il tratto a piedi che lo separa dalla sua postazione al centro del sagrato, Francesco si è congedato dai suoi piccoli ospiti, facendoli scendere dalla papamobile e salutandoli uno ad uno.







Catechesi sul “Padre nostro”: 10. Sia fatta la tua volontà

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Proseguendo le nostre catechesi sul “Padre nostro”, oggi ci soffermiamo sulla terza invocazione: «Sia fatta la tua volontà». Essa va letta in unità con le prime due – «sia santificato il tuo nome» e «venga il tuo Regno» – così che l’insieme formi un trittico: «sia santificato il tuo nome», «venga il tuo Regno», «sia fatta la tua volontà». Oggi parleremo della terza.

Prima della cura del mondo da parte dell’uomo, vi è la cura instancabile che Dio usa nei confronti dell’uomo e del mondo. Tutto il Vangelo riflette questa inversione di prospettiva. Il peccatore Zaccheo sale su un albero perché vuole vedere Gesù, ma non sa che, molto prima, Dio si era messo in cerca di lui. Gesù, quando arriva, gli dice: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». E alla fine dichiara: «Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Lc 19,5.10). Ecco la volontà di Dio, quella che noi preghiamo che sia fatta. Qual è la volontà di Dio incarnata in Gesù? Cercare e salvare quello che è perduto. E noi, nella preghiera, chiediamo che la ricerca di Dio vada a buon fine, che il suo disegno universale di salvezza si compia, primo, in ognuno di noi e poi in tutto il mondo. Avete pensato che cosa significa che Dio sia alla ricerca di me? Ognuno di noi può dire: “Ma, Dio mi cerca?” - “Sì! Cerca te! Cerca me”: cerca ognuno, personalmente. Ma è grande Dio! Quanto amore c’è dietro tutto questo.

Dio non è ambiguo, non si nasconde dietro ad enigmi, non ha pianificato l’avvenire del mondo in maniera indecifrabile. No, Lui è chiaro. Se non comprendiamo questo, rischiamo di non capire il senso della terza espressione del “Padre nostro”. Infatti, la Bibbia è piena di espressioni che ci raccontano la volontà positiva di Dio nei confronti del mondo. E nel Catechismo della Chiesa Cattolica troviamo una raccolta di citazioni che testimoniano questa fedele e paziente volontà divina (cfr nn. 2821-2827). E San Paolo, nella Prima Lettera a Timoteo, scrive: «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (2,4). Questa, senza ombra di dubbio, è la volontà di Dio: la salvezza dell’uomo, degli uomini, di ognuno di noi. Dio con il suo amore bussa alla porta del nostro cuore. Perché? Per attirarci; per attirarci a Lui e portarci avanti nel cammino della salvezza. Dio è vicino ad ognuno di noi con il suo amore, per portarci per mano alla salvezza. Quanto amore c’è dietro di questo!

Quindi, pregando “sia fatta la tua volontà”, non siamo invitati a piegare servilmente la testa, come se fossimo schiavi. No! Dio ci vuole liberi; è l’amore di Lui che ci libera. Il “Padre nostro”, infatti, è la preghiera dei figli, non degli schiavi; ma dei figli che conoscono il cuore del loro padre e sono certi del suo disegno di amore. Guai a noi se, pronunciando queste parole, alzassimo le spalle in segno di resa davanti a un destino che ci ripugna e che non riusciamo a cambiare. Al contrario, è una preghiera piena di ardente fiducia in Dio che vuole per noi il bene, la vita, la salvezza. Una preghiera coraggiosa, anche combattiva, perché nel mondo ci sono tante, troppe realtà che non sono secondo il piano di Dio. Tutti le conosciamo. Parafrasando il profeta Isaia, potremmo dire: “Qui, Padre, c’è la guerra, la prevaricazione, lo sfruttamento; ma sappiamo che Tu vuoi il nostro bene, perciò ti supplichiamo: sia fatta la tua volontà! Signore, sovverti i piani del mondo, trasforma le spade in aratri e le lance in falci; che nessuno si eserciti più nell’arte della guerra!” (cfr 2,4). Dio vuole la pace.

Il “Padre nostro” è una preghiera che accende in noi lo stesso amore di Gesù per la volontà del Padre, una fiamma che spinge a trasformare il mondo con l’amore. Il cristiano non crede in un “fato” ineluttabile. Non c’è nulla di aleatorio nella fede dei cristiani: c’è invece una salvezza che attende di manifestarsi nella vita di ogni uomo e donna e di compiersi nell’eternità. Se preghiamo è perché crediamo che Dio può e vuole trasformare la realtà vincendo il male con il bene. A questo Dio ha senso obbedire e abbandonarsi anche nell’ora della prova più dura.

Così è stato per Gesù nel giardino del Getsemani, quando ha sperimentato l’angoscia e ha pregato: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22,42). Gesù è schiacciato dal male del mondo, ma si abbandona fiducioso all’oceano dell’amore della volontà del Padre. Anche i martiri, nella loro prova, non ricercavano la morte, ricercavano il dopo morte, la risurrezione. Dio, per amore, può portarci a camminare su sentieri difficili, a sperimentare ferite e spine dolorose, ma non ci abbandonerà mai. Sempre sarà con noi, accanto a noi, dentro di noi. Per un credente questa, più che una speranza, è una certezza. Dio è con me. La stessa che ritroviamo in quella parabola del Vangelo di Luca dedicata alla necessità di pregare sempre. Dice Gesù: «Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente» (18,7-8). Così è il Signore, così ci ama, così ci vuole bene. Ma, io ho voglia di invitarvi, adesso, tutti insieme a pregare il Padre Nostro. E coloro di voi che non sanno l’italiano, lo preghino nella lingua propria. Preghiamo insieme.

Recita del Padre Nostro

Guarda il video della catechesi

Saluti:

...
APPELLO PER LE INONDAZIONI IN AFRICA

In questi giorni, grandi inondazioni hanno seminato lutti e devastazioni in diverse regioni del Mozambico, dello Zimbabwe e del Malawi. A queste care popolazioni esprimo il mio dolore e la mia vicinanza. Affido le molte vittime e le loro famiglie alla misericordia di Dio e imploro conforto e sostegno per quanti sono colpiti da questa calamità.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.
...
Un pensiero particolare rivolgo ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli.

Il cammino di Quaresima, che stiamo percorrendo, sia occasione per ciascuno di autentica conversione, affinché possiamo giungere alla piena maturità di fede in Cristo, desiderosi di diffondere il suo Vangelo in ogni ambiente di vita in cui ci troviamo. 

Guarda il video integrale



La tragedia annunciata. Rogo nella nuova tendopoli San Ferdinando, morto un migrante. Alex Zanotelli: BASTA BARACCOPOLI. RESTITUIAMO DIGNITÀ AI MIGRANTI

La tragedia annunciata. 
Rogo nella nuova tendopoli San Ferdinando,
morto un migrante

La tendopoli si trova a poca distanza dalla vecchia baraccopoli, abbattuta definitivamente il 7 marzo scorso, dopo che, in un anno, si erano registrate tre vittime sempre a causa di incendi


Un nuovo morto in un incendio a San Ferdinando. Questa volta a bruciare è stata una tenda della nuova tendopoli dove il 7 marzo sono stati trasferiti parte dei lavoratori immigrati che vivevano nella baraccopoli smantellata 15 giorni fa. La vittima è Sylla Noumo, 32 anni, originario del Senegal.

L'incendio è scoppiato attorno alle 6 e ha riguardato una tenda aggiunta a quella della struttura originaria realizzata nel 2017. La nuova tendopoli doveva ospitare 450 persone ma dopo i trasferimenti di due settimane fa si è arrivati a 850. Per fare questo si sono aggiunte molte tende occupando spazi di sicurezza e vie di fuga. Inoltre mentre le tende messe nel 2017 dalla Protezione civile regionale sono di ultima generazione e ignifughe, quelle aggiunte sono vecchie e non ignifughe.

Quella bruciata è proprio una di quelle aggiunte. Si trovava sul fondo della tendopoli, vicino alla tenda-moschea, difficile da raggiungere proprio per mancanza di spazi di sicurezza. Così malgrado l'intervento dei vigili del fuoco del presidio fisso per il ragazzo, si dice ventenne, non c'è stato scampo. È il quarto morto bruciato a San Ferdinando in poco più di un anno.

E il trasferimento era scattato proprio dopo l'ultimo, Moussa Ba, morto il 16 febbraio. Ma si continua a morire tra le fiamme. A conferma che una vera e sicura soluzione per gli immigrati ancora non c'è.
(fonte: Avvenire, articolo di Antonio Maria Mira venerdì 22 marzo 2019)


BASTA BARACCOPOLI. 
RESTITUIAMO DIGNITÀ AI MIGRANTI
di Alex Zanotelli


Non avevo mai visto la baraccopoli di San Ferdinando, un comune della piana di Gioia Tauro (Reggio Calabria). Fino all’11 gennaio. Quel giorno ero a Riace per mettere a punto il progetto della fondazione “È stato il vento” (che è a buon punto e ha lo scopo di far ripartire l’esperienza di Riace sull’accoglienza e l’integrazione dei migranti) e nel pomeriggio ho incontrato Mimmo Lucano che si è offerto di accompagnarmi.

Nella baraccopoli, meglio chiamarla tendopoli perché sono perlopiù ambienti costruiti con teli di plastica, vivono duemila migranti, quasi tutti africani, che raccolgono arance. Non so nemmeno come descriverlo questo posto, tanto è inospitale e inadatto a viverci. Ci hanno pensato i migranti a spiegarci che la misura è colma: «Siamo stanchi chi essere fotografati, di finire sui giornali e poi tutto rimane così com’è». Hanno ragione.

Nel corso della visita, abbiamo parlato con molti migranti e poi ci siamo confrontati con alcuni sindacalisti dell’Unione sindacale di base. È nata così l’idea di creare un comitato per la demolizione della baraccopoli. Ci siamo dati appuntamento il 1° di febbraio a San Ferdinando per rendere pubblica questa decisione. In una sala traboccante di gente, c’erano il sindaco Andrea Tripodi, l’ex sindaco Giuseppe Lavorato, amatissimo dalla gente, che ha fatto un gran bel intervento, e altri sindaci della Piana di Gioia Tauro.

Prima di intervenire, ho chiesto semplicemente un momento di silenzio per le vittime della baraccopoli, uccisi in questi anni dalle forze dell’ordine, dal fuoco e dal razzismo. E ho ricordato i loro nomi: Sekine Traorè (maliano), Becky Mose, Soumaila Sacko (maliano) e Jaithe Surawa. Jaithe, un ragazzino del Gambia, 18 anni, aveva lasciato scritto ne suo quaderno: «Nella mia vita voglio fare cose belle». Becky Mose, giovane nigeriana, era passata da Riace e aveva avuto la carta d’identità firmata dal sindaco Mimmo Lucano.

Quindi ho ribadito che è inaccettabile che in Italia ci sia una situazione degradata come questa, contraria alla dignità umana. Non possiamo trattare così i braccianti agricoli migranti. Durante il dibattito, è emerso che l’Unione europea ha dato un milione di euro per cominciare dare delle case decenti a queste persone. Non si è mosso nulla, eppure ci sono 35mila appartamenti vuoti nella Piana e in governo non ha mai fatto niente… Tra l’altro nel 2018 la prefettura di Reggio Calabria voleva costruire un altro campo vicino all’inceneritore di Gioia Tauro: il colmo dei colmi!

Alla fine abbiamo deciso di lanciare ufficialmente il comitato per la demolizione della baraccopoli. La Regione Calabria ha messo a disposizione delle risorse per il trasferimento dei migranti negli appartamenti della Piana. Il problema dobbiamo risolverlo noi e lo dobbiamo fare umanamente. Va trovata una soluzione per restituire dignità a queste persone e per farle uscire dal giro nefando del caporalato, gestito dalla ’ndrangheta. Una delle leve per cambiare questa situazione è di sindacalizzare i migranti e di farli dialogare con i braccianti calabresi. Creando un fronte comune contro la ’ndrangheta.

Tutto questo non è avvenuto, è intervenuto prima Salvini e da stamattina le ruspe (nella foto) hanno iniziato a demolire le baracche. I loro occupanti sono altrove. In pochi hanno accettato di entrare nei Cas o negli Sprar, la maggior parte si è dispersa nei dintorni, nell'attesa che i militari se ne vadano. In molti non hanno più nemmeno un rifugio in plastica e lamiera dove passare la notte.
(fonte: Nigrizia - INCONTRI E VOLTI - MARZO 2019)



STRAGE IN NUOVA ZELANDA - Il ricordo delle vittime - La preghiera del Papa - Le importanti parole della premier - La danza maori in onore delle vittime

STRAGE IN NUOVA ZELANDA


Cinquanta famiglie piangono la scomparsa di un loro caro, morto per mano di Brenton Tarrant, il suprematista bianco di 28 anni che ha compiuto la strage nelle due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda. 
Le autorità lavorano senza sosta per stabilire l’identità di tutte le 50 vittime, provenienti da diversi Paesi del mondo (tra cui Giordania, India, Pakistan, Bangladesh, Afghanistan, Fiji, Somalia e Arabia Saudita). Come racconta la Bbc, alcuni di loro erano rifugiati, convinti di aver trovato finalmente la sicurezza in Nuova Zelanda. Ecco chi sono alcune delle persone morte ...


Dopo la recita dell'Angelus della seconda domenica di Quaresima, Papa Francesco ha invitato i fedeli presenti in Piazza San Pietro ad unirsi nella preghiera per le vittime della strage di Christchurch, in Nuova Zelanda.



LA PREMIER: "L'ATTENTATORE NON MERITA DI ESSERE CHIAMATO PER NOME"

Jacinda Ardern lo ha affermato durante il suo intervento al Parlamento. Un discorso forte ed equilibrato, nel quale ha sottolineato la tradizione di apertura e inclusione del Paese e la vicinanza alla comunità musulmana. 

(Foto Reuters: la premier Jacinda Ardern con una donna sopravvissuta al massacro)

«As-salamu alaykum», la pace sia con voi: con la tradizionale espressione di saluto del mondo arabo la premier neozelandese Jacinda Ardern, 38 anni, ha esordito nel suo discorso tenuto davanti al Parlamento, a pochi giorni dal massacro nelle due moschee di Christchurch, in cui hanno sono state uccise 50 persone, per la maggioranza immigrati, fra cui anche rifugiati. «Quel venerdì», ha dichiarato la prima ministra, «è diventato il nostro giorno più buio».



La Ardern si è rivolta alla comunità musulmana, alle persone colpite, con un messaggio di vicinanza e inclusione, sottolineando che “sono cittadini neozelandesi, loro sono noi”. E ha aggiunto: «Noi non possiamo conoscere il vostro dolore, ma possiamo accompagnarvi in ogni passo. Noi possiamo, e vogliamo, circondarvi con i nostri cuori».


Ci si domanda, afferma la premier, come sia stato possibile che un atto del genere sia accaduto qui, «in un Paese orgoglioso di essere aperto, pacifico, basato sulla diversità. Ci sono molte domande che necessitano una risposta». E ha ricordato che la legislazione sulle armi dovrà essere modificata.

Nel suo intervento la premier ha compiuto una scelta importante: ignorare il nome della persona responsabile dell’attacco, con una ragione ben precisa. «L’attentatore cercava notorietà», ha spiegato la prima ministra, «ed è questo il motivo per cui non mi sentirete mai pronunciare il suo nome. E’ un terrorista, un criminale, un estremista, ma nel mio discorso rimarrà senza nome. Cercava notorietà, ma qui, in Nuova Zelanda, non gli concederemo niente, nemmeno il suo nome».

La Ardern ha voluto ricordare, in particolare, la figura di Daoud Naby, il primo ad essere ucciso nella moschea Al Noor, il 71enne ingegnere in pensione immigrato dall'Afghanistan che aveva ricevuto all'ingresso della moschea l'attentatore, rivolgendosi a lui con un saluto di benvenuto: “Hello brother", salve fratello. «Siamo un Paese di 200 nazionalità, 160 idiomi differenti, noi apriamo la porta agli altri e diciamo “benvenuti”», ha dichiarato la premier. «E l’unica cosa che ora dobbiamo cambiare è che dobbiamo chiudere le porte a chi arriva per portare odio e terrore». E ha aggiunto: «Desideriamo che ogni membro della nostra comunità si senta sicuro. Sicurezza significa essere liberi dalla paura della violenza».

Infine, un appello all’intero Paese: «Il prossimo venerdì sarà passata una settimana dall’attentato. Membri della comunità musulmana si riuniranno per pregare in quel giorno. Sosteniamoli nella loro celebrazione. Noi siamo una cosa sola, loro sono noi». Concludendo con un saluto nella lingua indigena maori “Tatau tatau” e di nuovo con il saluto in lingua araba “A voi la pace, la misericordia di Dio e la sua benedizione”.

La Nuova Zelanda, profondamente scossa dal terribile attentato terroristico, non cede davanti all’odio integralista, razzista e xenofobo e conferma la sua tradizione di apertura, dialogo e integrazione stringendosi intorno alla comunità islamica colpita. We are one, ha detto la Ardern. Siamo uniti, una cosa sola, senza differenze tra etnie, culture, religioni. È la frase che nei giorni successivi alla strage è comparsa nei messaggi deposti nei luoghi colpiti accanto a fiori e candele. Nei giorni scorsi, anche i rappresentanti dei nativi maori hanno partecipato alla commemorazione delle vittime. E alcuni gruppi di studenti hanno eseguito l’haka, la famosa danza rituale maori, come tributo nei confronti dei fedeli musulmani che hanno perso la vita nelle moschee. 

Leader del Partito laburista neozelandese, entrata in Parlamento nel 2008 (a 28 anni), quando è stata eletta premier nel 2017, a 37 anni, la Ardern ha conquistato il record della donna più giovane al mondo alla guida di un Governo. Per lei anche un altro primato: diventata mamma a giugno del 2018 di una bambina, Neve Te Aroha, è stata la seconda donna - dopo Benazir Bhutto in Pakistan nel 1990 - a dare alla luce un figlio durante il suo mandato da premier. Rientrata al lavoro dopo sei settimane di congedo maternità, ha suscitato scalpore, e segnato un altro momento storico, quando lo scorso è arrivata all’assemblea generale delle Nazioni unite perfettamente a suo agio e sorridente con tutta la famiglia: il compagno Clarke Gayford e la loro bambina di tre mesi.

(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Giulia Cerqueti 20/03/2019)

La danza Haka in onore delle 50 vittime dell’attentato del 15 marzo a Christchurch, in Nuova Zelanda. È l’iniziativa messa in campo da un gruppo di bikers che si sono esibiti davanti a una delle due moschee teatro dell’attacco di Brenton Tarrant, il 28enne che ha sparato sui fedeli riuniti per la preghiera del venerdì. Il video mostra i motociclisti impegnati nelle urla e nelle mosse tipiche della danza Maori neozelandese davanti a un gruppo di persone. Alla fine dell'esibizione, scattano gli applausi. Il gruppo si è esibito per alcuni minuti, circondato da fiori e cartelli lasciati in questi ultimi giorni per ricordare chi ha perso la vita nell’attacco


Non ha sbagliato una mossa che sia una. Chiamata a gestire le conseguenze della peggiore strage che Nuova Zelanda ricordi — 50 musulmani uccisi da un suprematista bianco — la 38enne Jacinda Ardern ne sta uscendo da gigante. I suoi detrattori (e la più giovane donna premier al mondo ne ha tanti, fuori e dentro il Labour Party) tacciono. Erano sicuri di vederla scivolare, perché va bene la "Jacindamania" che nel 2017 prese tutti e risollevò un partito in caduta libera, e passi pure la celebrazione che di lei fece la stampa mondiale per la figlia partorita durante l’incarico, ma ora bisogna fare i conti con la storia, e con l’Isis che, attraverso il suo portavoce Abu Hassan alMuhajir, ha appena minacciato rappresaglia. E, invece, questa donna di Stato che sa essere empatica e dura, compassionevole e ferma, non scivola affatto. 
Dunque, Jacinda Ardern. Poche ore dopo l’attentato di Christchurch, si è presentata in città con una delegazione del governo, indossando un velo nero in segno di rispetto. Li ha abbracciati tutti, i familiari delle vittime. Ha pianto con loro. Ha tracciato una linea, quella dell’accoglienza e della solidarietà, e ha fatto capire che da lì la Nuova Zelanda non arretra di un millimetro. «Noi rappresentiamo la diversità, la gentilezza, la compassione. Siamo e rimarremo un rifugio per chi condivide i nostri valori». 
Empatica, ma tosta come un chiodo quando si è scagliata contro Facebook, colpevole di non aver tolto con prontezza il video della mattanza girato dall’attentatore, l’australiano Brenton Tarrant. Ha anche preteso la riforma della blanda normativa sulla detenzione di armi, che includerà molto probabilmente la messa al bando dei fucili simil-militari come quelli usati dall’Innominato. Innominato, sì, perché Jacinda Ardern ha voluto togliere all’attentatore la dignità del nome. «Con il suo atto terroristico cercava molte cose, e tra queste la notorietà», ha spiegato davanti al Parlamento. «Non mi sentirete più pronunciare il suo nome. È un terrorista, un criminale, un estremista»
...



giovedì 21 marzo 2019

Quei due bravi ragazzi: Riccardo e Rahmi




Quei due bravi ragazzi: Riccardo e Rahmi


Davanti alla follia terrorista di un senegalese, cittadino italiano, che voleva dare fuoco a uno scuolabus che non avrebbe dovuto condurre (visti i precedenti per guida sotto effetto dell'alcol e per abusi su minori, sic!), due bravi ragazzi hanno evitato la strage.

Riccardo, italiano, che recupera un cellulare per chiamare i soccorsi e Ramhi che come indica il suo nome, già a occhio, italiano non è, che con sangue freddo chiama il 112. Rahmi dichiara ai carabinieri quando tutto è finito: "Sapevo che qualcuno sarebbe arrivato. Ho dato la posizione e ho detto ai compagni di stare calmi. Ancora pochi minuti. E infatti siete arrivati".

51 persone (un numero così tremendamente assonante ai morti della strage primatista della Nuova Zelanda venerdì scorso, certamente una casualità) sono salve grazie a quei due bravi ragazzi e alla risposta pronta dei controlli capillari sul territorio dell'Arma.

Eccola qui l'Italia che riesce a difendersi dal terrore, dall'odio, dalla discriminazione. L'Italia buona. Non buonista né spaccata e divisa. L'Italia che nasce dalle nostre scuole, nonostante tutto.

Una reazione da manuale, potrebbero dire gli specialisti dell'antiterrorismo, nata dal sangue freddo e dall'unità operativa tra Riccardo e Rahmi. Tra l'italiano e l'immigrato, che nel loro vissuto sono solo compagni di scuola, e fiduciosi nelle istituzioni.

Mentre il carabiniere eroe che ha spaccato il finestrino ha dichiarato che in quel momento ha pensato solo alla salvezza dei ragazzi, che avrebbero essere, italiani e non, i suoi figli.

E' stata questa la loro salvezza e di tutti gli altri insieme. E' così che si sconfigge il terrorismo. E' stata una prova degna della danza Haka Maori che i compagni di scuola di due vittime della strage di Christchurch hanno ballato il giorno dei loro funerali. Una danza che indica solo due cose: fierezza e unità.
(fonte: huffingtonpost.it, articolo di Maria Antonietta Calabrò 21/03/2019)


DON LUIGI CIOTTI: «21 MARZO, UNA GIORNATA DA RICORDARE»

DON LUIGI CIOTTI:
«21 MARZO, UNA GIORNATA DA RICORDARE»

«Quel giorno nel 2014, quando appoggiai commosso la stola di Peppe Diana sulle spalle del Papa l’ho sentito vivo tra noi»



Venticinque anni. Non c’è stato un giorno in cui non abbiamo sentito la presenza di don Peppe Diana attraverso l’impegno di chi, con tenacia e spesso coraggio (essendo un impegno, ahinoi, ancora troppo controcorrente), cerca non solo di “seguire” il Vangelo ma di viverlo, di tradurlo in scelte e comportamenti, dentro e fuori dalla Chiesa. Ma se c’è stato un giorno in cui don Diana lo abbiamo sentito non solo presente, ma vivo, è stato il 21 marzo del 2014 nella chiesa di San Gregorio a Roma, alla vigilia della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, che si svolse quell’anno a Latina. Quel giorno, a San Gregorio, papa Francesco incontrò un migliaio di famigliari delle vittime, tra cui quelli di don Diana e don Pino Puglisi. E al momento della benedizione, appoggiai con commozione sulle spalle del Papa la stola di don Peppe.

Francesco parlò ai famigliari con grande trasporto, ringraziandoli per la loro quotidiana testimonianza, per la scelta difficile di non chiudersi ma di trasformare vuoti tanto strazianti in impegno per la giustizia. E poi si rivolse a quelli che definì i “grandi assenti”, gli uomini e le donne della mafia, esortandoli “in ginocchio” a una conversione: «Il potere e il denaro che accumulate è sporco di sangue», sottolineò, «e non potrete portarlo nell’altra vita». Don Peppe quel giorno era vivo nelle parole e nello slancio di un Papa che incarnava la Chiesa che Peppe aveva sognato e per la quale aveva messo in gioco la sua vita, una Chiesa che non si limita appunto a predicare il Vangelo ma lo vive, facendone un concreto strumento di liberazione e di giustizia a partire da questa Terra.

Ecco perché oggi è essenziale fare del ricordo un pungolo di coscienza, una memoria viva. E un grande stimolo ci viene, in questo frangente in cui la sacra parola “popolo” rischia di diventare un concetto ambiguo, strumentale, una foglia di fico alla sete di potere dei “populisti”, proprio dal documento Per amore del mio popolo non tacerò, che don Peppe scrisse e pubblicò insieme ai sacerdoti della foranìa di Casal di Principe nel Natale del 1991, pochi mesi prima delle stragi di mafia, di quella storia di immane violenza che la mattina del 19 marzo 1994 uccise il corpo ma non lo spirito di quel giovane, scomodo prete che si apprestava a celebrare la Messa.

Colpisce, di quel testo, la profezia e la profondità di sguardo. Don Peppe non si limita a denunciare il male, ma ne mette in luce il legame con un più generale vuoto di coscienza e di civiltà. C’è la descrizione puntuale della mafia camorristica, il suo evolversi già come mafia imprenditoriale, mafia non solo delle armi, ma della tangente e dell’appalto. Ci sono le responsabilità politiche, i vuoti amministrativi e istituzionali, la burocrazia, il clientelismo, il dilagare della corruzione. C’è l’invito alla Chiesa a «farsi più tagliente e meno neutrale», più coerente con «la prima beatitudine del Vangelo che è la povertà», in quanto «distacco dal superfluo, da ogni ambiguo compromesso e privilegio». Ci sono insomma le indicazioni essenziali per costruire comunità in cui tutti contribuiscano alla libertà e dignità di ciascuno. Per ricordare don Diana è allora importante meditare sulle sue parole, ma occorre anche trasformare la meditazione in azione, occorre fare del suo messaggio il nostro impegno.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di don Luigi Ciotti)

#21marzo #2019 XXIV Giornata della Memoria e dell’Impegno che ricorda di tutte le vittime innocenti delle mafie - #Padova la piazza principale
#DonCiotti: "Il primo diritto di ogni persona é essere chiamato per nome ..
Il 21 di marzo, primo giorno di primavera, abbiamo scelto di ricordare tutte le vittime di mafie con la stessa forza e con la stessa intensità! "....

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Vedi anche i post precedenti:

Cardinale Gualtiero Bassetti: «Per un cattolico è immorale vedere nel migrante un nemico da combattere o da odiare»


Bassetti: 
“Per un cattolico è immorale vedere nel migrante un nemico”

Il monito del presidente della Cei: rigurgiti xenofobi emersi in questo clima di paura esasperata

Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana
«Per un cattolico è immorale vedere nel migrante un nemico da combattere o da odiare». Negli ultimi tempi «si è diffuso un clima di paura, a volte alimentato in modo irresponsabile, che ha fatto emergere rigurgiti xenofobi». Parole durissime quelle del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente dei vescovi italiani, che diventano un monito nei giorni dell’ennesimo braccio di ferro tra il ministro dell’Interno Salvini e una nave Ong piena di disperati del mare. Vengono in mente il giuramento sul Vangelo del leader leghista, i richiami all’«accoglienza prudente» di papa Francesco e le polemiche - presenti e accese anche nelle parrocchie - sull’atteggiamento da tenere nei confronti degli immigrati.


Eminenza, un cattolico come deve rapportarsi al tema migranti?

«I cattolici devono rapportarsi al tema dei migranti con grande amore e fede certa, tenendo sempre a mente il Vangelo di Matteo: “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto”. Papa Francesco ha donato alla Chiesa 4 verbi per affrontare la sfida delle migrazioni internazionali: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Quattro verbi che sintetizzano una lunga serie di azioni pastorali ma che hanno un unico grande significato: attraverso l’accoglienza noi scegliamo di accogliere Cristo nella nostra vita e difendiamo la dignità inviolabile di ogni essere umano. Perché – è bene ricordarlo con fermezza – i migranti fanno parte dell’unica famiglia umana e non sono cittadini di serie B. I migranti sono gli ultimi, i piccoli e i poveri di questo mondo e come disse Paolo VI i poveri appartengono alla Chiesa per “diritto evangelico”. Con altrettanta fermezza vorrei ribadire un concetto che forse scomoda i benpensanti: per un cattolico è assolutamente immorale vedere nel migrante un nemico da combattere o da odiare».

L’Italia è inquinata dal razzismo?

«L’Italia è un Paese con una grande tradizione umanitaria ed è abitata da un popolo gioioso e creativo che nei momenti di difficoltà ha sempre dato il meglio di sé. Quindi non direi che l’Italia è inquinata dal razzismo. Penso, però, che negli ultimi anni, complice una durissima crisi economica, si è diffuso un clima di paura e di incertezza, a volte alimentato in modo irresponsabile, che ha contaminato lo spirito pubblico fino a far emergere alcuni rigurgiti xenofobi».

Come bisogna affrontare il diffondersi di populismi e sovranismi? Quali sono i pericoli che ne derivano?

«Ogni epoca storica ha avuto i suoi “ismi” pericolosi: comunismo, fascismo, nazismo, laicismo, relativismo e via discorrendo. Solitamente, tutte queste ideologie hanno promesso all’uomo un paradiso in Terra che consisteva nel benessere e nella felicità. Oggi come ieri bisogna quindi stare molto attenti nel promettere al popolo delle facili ricette. Il rischio grosso è che con il passar del tempo queste ricette si traducano facilmente in soluzioni illusorie e quindi possano generare ancor più frustrazione e rabbia sociale. Penso dunque che sarebbe opportuno tornare a guardare con saggezza e realismo alla tradizione del popolarismo sturziano e al personalismo di Maritain. Il popolo infatti non si accarezza con gli slogan e le promesse mirabolanti ma lo si aiuta a crescere fornendo risposte concrete e parole di verità».

A 100 anni dall’appello di don Sturzo, che cosa sono chiamati a essere e a fare i cattolici in politica? E che ruolo dovrebbero avere i preti e i vescovi?

«I cattolici in politica sono chiamati a mettere in pratica autenticamente la logica del servizio: non si fa politica per carriera, per soldi o per bramosia di potere, ma come impegno di umanità e santità. La politica è una missione in cui i cattolici possono rendere testimonianza al Vangelo servendo con carità il proprio Paese. I pastori invece hanno un altro grande compito: quello di esortare alla fedeltà del magistero della dottrina sociale della Chiesa Cattolica, alla comunione fraterna e alla solidarietà tra le persone. Non mi stancherò mai di dirlo: il laicato cattolico deve superare, una volta per tutte, questa vecchia e sterile divisione tra chi si occupa solo di bioetica e chi soltanto di povertà. Il messaggio sociale del cristianesimo è unitario e si basa sulla salvaguardia della dignità della persona umana in ogni circostanza: dalla maternità al lavoro, dal rapporto con la scienza alla cura dei migranti».

Uno dei temi cruciali per la Chiesa è la famiglia: qual è lo “stato di salute” della famiglia? Di che cosa ha più bisogno? 

«A me sembra che oggi siamo in presenza di “famiglie sole” che vivono in un mondo liquido ma che, nonostante le moltissime difficoltà, continuano ad essere “la roccia” della nostra società. Fare una famiglia oggi è un atto di eroismo incredibile perché significa andare totalmente controcorrente. Contro un sistema sociale e culturale che privilegia ogni forma di individualismo rispetto alla famiglia e favorisce ogni desiderio al di là di ogni responsabilità. Oggi sembra quasi impossibile parlare al mondo dell’esistenza di un amore per sempre, che non finisce e non si divide. Eppure, nonostante questa lunga serie di ostacoli che rendono difficile la vita delle coppie, la famiglia continua ad essere un baluardo, anzi, una roccia della nostra esistenza. La prima cosa di cui oggi c’è assoluto bisogno consiste nel ribadire, con forza, che l’unione matrimoniale tra un uomo e una donna, aperta ai figli, non è una struttura residuale della storia, ma è la cellula fondamentale ed insostituibile del nostro vivere in comune».

Che cosa dovrebbero fare i governanti in ambito familiare? C’è un modello di politiche familiari di qualche paese straniero a cui Lei farebbe riferimento?

«I paesi stranieri, soprattutto quelli con una democrazia ancora giovane e con un passato autoritario, non li prenderei come esempio: devono ancora maturare, hanno molta strada da fare. Riguardo all’Italia la prima considerazione da fare è un po’ amara. Perché, al di là delle tante parole, siamo ancora indietro sulle politiche familiari. Il presente e il recente passato sono infatti caratterizzati da tante chiacchiere e pochi fatti. Io penso, invece, che ci siano almeno tre campi su cui agire concretamente: in primo luogo, un nuovo welfare più vicino alle famiglie che non si traduca soltanto in piccoli interventi monetari ma che produca un nuovo intervento sociale a sostegno delle coppie giovani, dei precari, delle donne e della natalità; in secondo luogo, un rafforzamento dell’alleanza scuola-famiglia, in cui gli alunni siano al centro del progetto educativo, i docenti siano valorizzati nella loro professionalità, e le famiglie siano salvaguardate da ogni deriva ideologica in campo educativo; in terzo luogo, infine, ciò di cui c’è più bisogno, oggi, è una nuova organizzazione del lavoro che si basi sul cosiddetto fattore famiglia». 

In che senso?

«Occorre ripensare i tempi di lavoro e bilanciarli con quelli di un armonico sviluppo morale e civile, non solo economico, della famiglia. Sono sicuro che se un lavoratore è inserito in un ambiente di lavoro sereno, rispettoso dei tempi familiari, lavori meglio e la società nel suo insieme ne può trarre beneficio».

Che cosa pensa delle tensioni attorno al Congresso della famiglia di Verona?

«La famiglia sta particolarmente a cuore alla Chiesa, proprio per questo ci dispiace che finisca in polemiche strumentali».

Quanto serviva davvero il reddito cittadinanza?

«Tutto ciò che va in soccorso ai poveri è senza dubbio positivo. E quindi, come Chiesa, riceve la nostra attenzione e il nostro riconoscimento. Direi, però, che ci troviamo di fronte soltanto all’inizio di un tentativo di aiuto nei confronti di chi è in difficoltà. Le politiche di lotta alla povertà, probabilmente, dovranno avere un carattere più organico e non potranno ridursi soltanto all’erogazione temporanea di un reddito. Sarebbe opportuno, infatti, fornire un sostegno diretto al lavoro e all’occupazione. E in più bisognerebbe dare un’attenzione particolare, come ho già detto prima, alle donne in maternità».

A che punto è il piano della Chiesa italiana nella lotta ad abusi e pedofilia?

«Rispetto a questo tema così doloroso la Chiesa in Italia non è rimasta a guardare. Fin dalle Linee guida del 2012 – quelle nuove saranno presentate all’Assemblea generale del prossimo maggio – la Cei ricerca gli strumenti più adeguati a contrastare ogni sorta di abusi. Tra i vescovi, infatti, è ferma la consapevolezza che il primo interesse deve essere rivolto ai ragazzi feriti e alle loro famiglie, ritrovando quel “Me ne importa, mi sta a cuore” di don Milani e, al contempo, rigettando ogni forma di strumentalizzazione. La recente istituzione del Servizio nazionale per la tutela dei minori vuole rispondere a queste priorità, con un cambio di passo fondato su prevenzione e formazione. Il Servizio è al lavoro, a partire dalla costituzione dei Servizi regionali e interdiocesani: con la nomina dei vescovi incaricati da ogni Conferenza episcopale regionale, si sta completando un primo tratto del percorso. A seguire, si individueranno diocesi per diocesi uno o più referenti, da avviare a una formazione specifica. Il territorio già si muove in questo senso, penso alla Lombardia, al Trentino-Alto Adige, all’Emilia Romagna, alla Sardegna: segno dell’adesione convinta al cambio di mentalità chiesto dal Papa».

Papa Francesco: come descriverebbe il suo Pontificato?

«Lo descriverei in tre modi. Innanzitutto, come un pontificato profetico che ha raccolto lo spirito del Concilio vaticano II e ha rilanciato alcune categorie che erano finite un po’ ai margini. Penso per esempio al dialogo interreligioso, alla conversione pastorale e alla sinodalità. E in secondo luogo, come il pontificato dell’annuncio del Vangelo sine glossa: l’Evangelii gaudium non è solo il documento programmatico ma è il cuore pulsante dell’azione pastorale di Francesco. Tutto ruota attorno a questo documento pontificio che delinea la cifra morale, spirituale e sociale del pontificato. E infine, è il pontificato delle periferie. Le periferie umane – si pensi per esempio a Bangui, nella Repubblica Centrafricana, dove è iniziato il giubileo della misericordia – e le periferie esistenziali del mondo contemporaneo. Il Papa ha dunque restituito la centralità a Cristo e ha dato l’immagine di una Chiesa che, a raggiera, è diffusa nel mondo intero». 

Come percepisce il futuro prossimo della Chiesa? Quali sono le Sue principali preoccupazioni e ansie e quali le speranze?

«Il futuro non ci appartiene, ma penso che in questi anni sono stati avviati dei processi i cui frutti si potranno comprendere tra molto tempo. Il grande tema della sinodalità, per esempio, se opportunamente sviluppato saprà fornire alla Chiesa un volto nuovo, sempre più autentico, partecipato e meno autoreferenziale. Un primo passaggio lo avremo nell’incontro di riflessione e di spiritualità per la pace nel Mediterraneo che si svolgerà a Bari nel febbraio 2020. Quella sarà una prima grande occasione per sperimentare concretamente lo spirito sinodale e per proporre soluzioni concrete per i problemi che affliggono il Mediterraneo».

La donna nella Chiesa: è un rapporto e una presenza che deve ricevere maggiore attenzione e riconoscimento?

«Senza dubbio sì. Occorre una presenza femminile di qualità e non solo di quantità. È necessario, per il bene della Chiesa, una maggiore presenza femminile nei luoghi di indirizzo pastorale e nei ruoli apicali della Chiesa. Non certo per una questione di suddivisione delle cariche in base ad una sorta di quota rosa ma per avere una visione diversa e più completa. Sono sicuro che su molti temi, tutti noi pastori abbiamo molto da imparare dalle donne».

Una versione sintetizzata dell’articolo è stata pubblicata nell‘edizione odierna del quotidiano La Stampa
(fonte: La Stampa, articolo di Domenico Agassi jr 20/03/2019)



mercoledì 20 marzo 2019

20 marzo Giornata mondiale della Felicità - La felicità secondo papa Francesco - Da dove nasce e perché si celebra oggi ....


La felicità secondo papa Francesco

Il 20 marzo è la «Giornata mondiale della felicità» indetta dall'Onu. In questo video proponiamo alcuni pensieri di Papa Francesco sulla felicità


La domanda in apparenza è semplice: cosa desideriamo per la nostra vita? Ancora più facile la risposta: la felicità per noi stessi e per le persone cui vogliamo bene. I “problemi” arrivano quando proviamo a definire una vita felice. Qualcuno la fa coincidere con il successo economico e professionale. Altri con un’esistenza lunga e senza malattie. Altri ancora con il benessere e la realizzazione dei propri figli. 

La verità è che non esiste una formula precisa, tantomeno una ricetta per arrivarci in modo certo. O meglio, la fede cristiana indica in Gesù la felicità assoluta e nell’amore la strada maestra per raggiungerla, ma modi e tempi per percorrerla sono differenti in ciascuno di noi. Un dato comune comunque esiste ed è “donarsi”.

«La felicità è una merce favolosa: più se ne dà e più se ne ha», scrive Blaise Pascal, mentre san Tommaso D’Aquino punta anche sulla crescita spirituale e intellettuale: «Nessun desiderio eleva tanto l’uomo quanto il desiderio di conoscere la verità». 
Parte dall’attenzione agli altri anche santa Teresa di Calcutta nella sua celebre meditazione: «Le persone che si amano in modo totale e sincero sono le più felici del mondo. Magari hanno poco, magari non hanno nulla, ma sono persone felici. Tutto dipende dal modo in cui ci amiamo». Dal canto suo san Francesco punta sul pragmatismo della fede: «Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile».

Pensieri, riflessioni spirituali anche molto differenti che però convergono su un punto: l’uomo non basta mai a se stesso, la felicità può essere raggiunta solo realizzando in pienezza la volontà del Padre, lasciandosi stringere dal suo amore misericordioso. «Ci hai fatti per Te, o Signore e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te», sintetizza sant’Agostino.
(fonte: Avvenire, articolo di Riccardo Maccioni - Video a cura di Alessandro Saccomandi)


Giornata della Felicità: da dove nasce e perché si celebra oggi



Si celebra ogni 20 marzo a ricordarci che anche la felicità è un bene prezioso: l’International Day of Happiness, ovvero la Giornata mondiale della Felicità istituita dalla Nazioni Unite sette anni or sono, vuole essere un modo per mettere da parte il nervosismo e le cose brutte e dare importanza alla contentezza e alle gratificazioni nella vita delle persone in tutto il mondo. Ma è davvero così semplice? Da dove nasce in realtà la Giornata mondiale della Felicità e perché la si celebra oggi?

Il tema di quest’anno è “Happier Together”, incentrato su ciò che abbiamo in comune piuttosto che su ciò che ci divide. Tutti vogliono essere felici e la vita è più felice quando siamo insieme. Sorridiamo agli altri, aiutiamo il prossimo, pensiamo in positivo e contagiamo chi ci sta intorno.

Nei fatti, l’idea che l’Onu abbia istituito una Giornata internazionale della felicità ha ricevuto critiche su parecchi fronti nel corso degli anni. Come si legge nella risoluzione, la felicità è uno “scopo fondamentale dell’umanità” e per arrivare a questo obiettivo è necessario uno sviluppo sostenibile ottenuto da una equilibrata crescita economica, dalla lotta alla povertà e dalla ricerca del benessere. Dunque? Perché tutto ciò accada è necessaria di base un’armonia politica, sociale ed economica. Nulla di più complicato.

Ma forse ciò che possiamo fare singolarmente è tenere a mente che siamo tutti umani e che la vita non consiste solo nel sopravvivere ma anche nel confortare il prossimo e nel rendere migliore ogni singolo momento: il miglior modo, insomma, per dirsi che in fondo la felicità umana è una questione molto seria.
Da dove e perché nasce la Giornata mondiale della Felicità e perché si celebra oggi

Fu il filantropo, attivista, statista e poi consigliere Onu Jayme Illien a gettare le basi di quella che sarebbe diventata la Giornata mondiale della Felicità, portando nel 2011 in assemblea l’idea e il concetto di creare un momento volto a sensibilizzare soprattutto gli alti funzionari delle Nazioni Unite.

Illien si fece così autore della risoluzione delle Nazioni Unite 66/281 “Giornata internazionale della felicità”, che è stata infine adottata dal consenso unanime di tutti i 193 stati membri dell’Onu il 28 giugno 2012.


Scriveranno nella risoluzione: “l’Assemblea Generale, consapevole che la ricerca della felicità è un obiettivo umano fondamentale, riconoscendo anche la necessità di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, lo sradicamento della povertà, la felicità e il bene di tutti i popoli, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata internazionale della Felicità e invita tutti gli Stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali e regionali, nonché la società civile, comprese le organizzazioni non governative e gli individui, a osservare la Giornata Internazionale della Felicità in modo appropriato, anche attraverso l’educazione e attività di sensibilizzazione del pubblico […]”.

Cosa vuol dire? Che la felicità (o la “ricerca della felicità”, come quel diritto inalienabile incluso nella Costituzione degli Stati Uniti) è una questione di primaria importanza: l’infelicità è di fatto un terreno fertile per il malcontento sociale con un circolo vizioso conseguente di crimine, conflitto e insicurezza. Ed è un problema serio anche per le imprese: i luoghi di lavoro infelici sono meno produttivi, hanno livelli più elevati di assenze per malattia, sono meno innovativi e meno divertenti.


Ma perché il 20 marzo? Perché è una giornata indissolubilmente legata all’equinozio di primavera, un fenomeno universalmente sentito come occasione di rinascita e di festa. E non solo, pare che questa data sia anche legata alla storia dello stesso Illien. Trentadue anni prima di fondare la Giornata Internazionale della Felicità, infatti, Jayme Illien era un orfano salvato dalle strade di Calcutta, in India, dall’ente di beneficenza della International Mission of Hope charities di Madre Teresa. Jayme Illien fu in seguito adottato – probabilmente proprio in questi giorni – da una donna americana bianca di 45 anni di nome Anna Belle Illien. Dopo l'adozione, Anna Belle Illien fondò la Illien Adoptions International, una società di assistenza sociale per minori senza fini di lucro.


Se anche solo per un attimo una giornata così vale a ricordarci quanto la serenità e la felicità siano importanti, un momento del genere sia soprattutto da monito a governi, istituzioni e imprese perché creino le condizioni più favorevoli affinché un uomo possa ritenersi felice e soddisfatto. Qualsiasi visione di un futuro migliore include necessariamente questo aspetto.

Nel frattempo noi? Infondiamo positività e sicurezza nelle nostre famiglie, nelle nostre scuole, nella nostra comunità e tentiamo di farla girare questa felicità!
(fonte: greenMe 20/03/2019)


... Siamo davvero felici nella nostra vita quotidiana? Cosa dovremmo fare per raggiungere la vera felicità? ...
Possiamo allenarci alla felicità quasi come se andassimo ogni giorno in palestra e dedicare almeno 30 minuti al giorno al nostro benessere.
Ecco i 10 consigli di Christian Boiron per ricercare ogni giorno la felicità e il benessere, con effetti positivi sia per noi stessi che per le persone che ci circondano. ...



E' la giornata della felicità: secondo l'ultimo sondaggio Doxa, l'Italia si colloca a metà classifica del Net Happiness Index (NHI) : il 47% simile a quello di Germania e Svezia (48%). L'indice raggiunge il suo massimo nella fascia d'età più giovane e il minimo nell'età di mezzo 45-54 anni, maggiore fra gli studenti, minore fra i disoccupati. Niente di nuovissimo per la verità se non che a livello globale le persone sono comunque irriducibilmente ottimiste.
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Mangiare in compagnia è il segreto della felicità ...
Non manca anche l'altruismo: il 45% si dichiara più soddisfatto ad acquistare per gli altri piuttosto che per sé, un sentimento accompagnato, nel 38% dei casi, dall’impazienza di consegnare il dono e condividere il momento di gioia. Le risposte dei soci confermano anche il punto di vista dell’Accademia della Felicità. La Dott.ssa Francesca Zampone, Presidentessa e Master Coach, spiega come il donare sia una delle chiavi per una vita più felice. “Condividere e donare attiva le aree del cervello connesse con il piacere e proprio per questo motivo ci rende felici. Dare agli altri, nel senso proprio di fare un regalo, è infatti una buona cosa non solo per i beneficiari ma anche per coloro che compiono questo gesto. Il dono stimola la connessione sociale, la fiducia e rende felici. Molti studi, inoltre, hanno dimostrato che migliora anche il nostro stato di salute".