Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



lunedì 16 febbraio 2026

Leone XIV a Regina Pacis: “Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia”

VISITA PASTORALE
Parrocchia “S. Maria Regina Pacis a Ostia Lido”
VI domenica del Tempo Ordinario, 15 febbraio 2026


********************

Leone XIV a Regina Pacis:
“Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia”

Il Papa ha visitato la prima parrocchia romana dall'inizio del pontificato. Da Ostia l'invito ad impegnarsi per la pace, in un momento in cui "molte nubi ancora oscurano il mondo".

(Foto ANSA/SIR)

“Un raggio di luce nel cielo plumbeo della guerra”. Così Leone XIV ha definito la parrocchia di Santa Maria Regina Pacis a Ostia Lido, oggetto della sua prima visita pastorale ad una parrocchia romana dall’inizio del pontificato. Centodieci anni dopo la costruzione di una parrocchia intitolata a Maria Regina della Pace, per volere di Benedetto XV durante la prima guerra mondiale, Leone ha descritto il tragico panorama attuale esortando ad opporre alla logica della guerra la “forza disarmante della mitezza”, in un tempo in cui

“molte nubi oscurano ancora il mondo, con il diffondersi di logiche contrarie al Vangelo, che esaltano la supremazia del più forte, incoraggiano la prepotenza e alimentano la seduzione della vittoria ad ogni costo, sorde al grido di chi soffre e di chi è indifeso”.

Il Papa è arrivato nel grande piazzale antistante la parrocchia che guarda al mare intorno alle 16. Al suo arrivo ha incontrato, nel campo dietro la chiesa, i bambini del catechismo e i giovani e, in palestra, gli anziani, gli ammalati, i poveri e i volontari della Caritas. “La speranza siete voi!”, le parole a braccio rivolte ai giovani: “E dovete riconoscere che nel vostro cuore, nella vostra vita, nella vostra gioventù c’è speranza, per oggi e domani. Speriamo che questi momenti che vivremo insieme siano veramente fonte di pace, di gioia, di felicità per tutti noi, per tutta la comunità di Ostia”. Alle 17 l’inizio della messa, al termine della quale Leone XIV ha incontrato il Consiglio pastorale in una sala della parrocchia.

“Opponiamo a questa deriva la forza disarmante della mitezza, continuando a chiedere pace, e ad accoglierne e coltivarne il dono, con tenacia e umiltà”,

l’appello del Papa.

“Non è difficile possedere la pace”, la citazione di Sant’Agostino: “Se la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica”. “E questo perché la nostra pace è Cristo, che si conquista lasciandosi conquistare e trasformare da lui, aprendogli il cuore, e aprendolo, con la sua grazia, a quanti lui stesso pone sul nostro cammino”, ha spiegato il Pontefice: “Fatelo anche voi, giorno per giorno. Fatelo insieme, come comunità, con l’aiuto di Maria, Regina della Pace”.

“La legge donata da Dio al suo popolo non è in contrasto con la sua libertà, ma al contrario è la condizione per farla fiorire”,

l’esordio dell’omelia. “Vedere nei comandamenti del Signore non una legge oppressiva, ma la sua pedagogia per l’umanità che va cercando pienezza di vita e di libertà”, l’invito di Leone XIV, che ha citato l’incipit della Gaudium et spes, definito “una delle espressioni più belle del Concilio Vaticano II, in cui si sente quasi palpitare il cuore di Dio attraverso il cuore della Chiesa”. “Questa profezia di salvezza si effonde in modo sovrabbondante nella predicazione di Gesù, che inizia sulle rive del lago di Galilea con l’annuncio delle Beatitudini e prosegue mostrando il senso autentico e pieno della legge di Dio”, ha commentato il Pontefice. Quest’ultima, per Leone, consiste in “una fedeltà a Dio fondata sul rispetto e sulla cura dell’altro nella sua sacralità inviolabile, da coltivare, prima ancora che nei gesti e nelle parole, nel cuore”: “E’ lì, infatti, che nascono i sentimenti più nobili, ma anche le profanazioni più dolorose: le chiusure, le invidie, le gelosie, per cui chi pensa male del proprio fratello, nutrendo sentimenti cattivi nei suoi confronti, è come se nel proprio intimo lo stesse già uccidendo”.

“Chiunque odia il proprio fratello è omicida”,

ha ribadito il Papa. “Quanto sono vere queste parole!”, ha commentato: “E quando anche a noi succedesse di giudicare gli altri e di disprezzarli, ricordiamoci che il male che vediamo nel mondo ha le sue radici proprio lì, dove il cuore diventa freddo, duro e povero di misericordia”.

“Lo si sperimenta anche qui, a Ostia, dove pure, purtroppo, la violenza esiste e ferisce,

prendendo piede talvolta tra i giovani e gli adolescenti, magari alimentata dall’uso di sostanze”, il riferimento allo scenario attuale: “oppure ad opera di organizzazioni malavitose, che sfruttano le persone coinvolgendole nei loro crimini e che perseguono interessi iniqui con metodi illegali e immorali”. “Di fronte a tali fenomeni invito tutti voi, come comunità parrocchiale, uniti alle altre realtà virtuose che operano in questi quartieri – l’esortazione rivolta ai presenti – a continuare a spendervi con generosità e coraggio per spargere nelle vostre strade e nelle vostre case il buon seme del Vangelo”.

“Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia”,

ha raccomandato Leone: “Al contrario diffondete rispetto e armonia, cominciando col disarmare i linguaggi e poi investendo energie e risorse nell’educazione, specialmente dei ragazzi e della gioventù”. “Che in parrocchia possano imparare l’onestà, l’accoglienza, l’amore che supera i confini”, l’auspicio per i giovani: “imparare ad aiutare non solo quelli che ricambiano e salutare non solo quelli che salutano, ma ad andare verso tutti in modo gratuito e libero; imparare la coerenza tra la fede e la vita, come ci insegna Gesù, quando dice: ‘Se presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono’”.
(fonte: Sir, articolo di M.Michela Nicolais 15/02/2026)

********************

SANTA MESSA
 
OMELIA DI LEONE XIV

Cari fratelli e sorelle,

è per me motivo di grande gioia essere qui e vivere con la vostra comunità il gesto da cui la “domenica” prende il proprio nome. È “il giorno del Signore” perché Gesù Risorto viene in mezzo a noi, ci ascolta e ci parla, ci nutre e ci invia. Così, nel Vangelo che oggi abbiamo ascoltato, Gesù ci annuncia la sua “legge nuova”: non soltanto un insegnamento, ma la forza per attuarlo. È la grazia dello Spirito Santo che scrive nel nostro cuore in modo indelebile e porta a compimento i comandamenti dell’antica alleanza (cfr Mt 5,17-37).

Attraverso il Decalogo, dopo l’uscita dall’Egitto, Dio aveva sancito l’alleanza col suo popolo, offrendo un progetto di vita e una via di salvezza. Le “Dieci parole” dunque si collocano e si comprendono all’interno del cammino di liberazione, grazie al quale un insieme di tribù divise e oppresse si trasforma in un popolo unito e libero. Quei comandamenti appaiono così, nel lungo cammino attraverso il deserto, come la luce che mostra la strada; e la loro osservanza si comprende e si compie non tanto come un adempimento formale di precetti, quanto come un atto d’amore, di corrispondenza riconoscente e fiduciosa al Signore dell’alleanza. Dunque, la legge donata da Dio al suo popolo non è in contrasto con la sua libertà, ma al contrario è la condizione per farla fiorire.

Così, la prima Lettura, tratta dal libro del Siracide (cfr 15,16-21), e il Salmo 118, con cui abbiamo cantato la nostra risposta, ci invitano a vedere nei comandamenti del Signore non una legge oppressiva, ma la sua pedagogia per l’umanità che va cercando pienezza di vita e di libertà.

In proposito, all’inizio della Costituzione pastorale Gaudium et spes, troviamo una delle espressioni più belle del Concilio Vaticano II, in cui si sente quasi palpitare il cuore di Dio attraverso il cuore della Chiesa. Dice il Concilio: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 1).

Questa profezia di salvezza si effonde in modo sovrabbondante nella predicazione di Gesù, che inizia sulle rive del lago di Galilea con l’annuncio delle Beatitudini (cfr Mt 5,1-12) e prosegue mostrando il senso autentico e pieno della legge di Dio. Dice il Signore: «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna» (Mt 5,21-22). Indica, così, come via di pienezza dell’uomo, una fedeltà a Dio fondata sul rispetto e sulla cura dell’altro nella sua sacralità inviolabile, da coltivare, prima ancora che nei gesti e nelle parole, nel cuore. È lì, infatti, che nascono i sentimenti più nobili, ma anche le profanazioni più dolorose: le chiusure, le invidie, le gelosie, per cui chi pensa male del proprio fratello, nutrendo sentimenti cattivi nei suoi confronti, è come se nel proprio intimo lo stesse già uccidendo. Non a caso San Giovanni afferma: «Chiunque odia il proprio fratello è omicida» (1Gv 3,15).

Quanto sono vere queste parole! E quando anche a noi succedesse di giudicare gli altri e di disprezzarli, ricordiamoci che il male che vediamo nel mondo ha le sue radici proprio lì, dove il cuore diventa freddo, duro e povero di misericordia.

Lo si sperimenta anche qui, a Ostia, dove pure, purtroppo, la violenza esiste e ferisce, prendendo piede talvolta tra i giovani e gli adolescenti, magari alimentata dall’uso di sostanze; oppure ad opera di organizzazioni malavitose, che sfruttano le persone coinvolgendole nei loro crimini e che perseguono interessi iniqui con metodi illegali e immorali.

Di fronte a tali fenomeni invito tutti voi, come Comunità parrocchiale, uniti alle altre realtà virtuose che operano in questi quartieri, a continuare a spendervi con generosità e coraggio per spargere nelle vostre strade e nelle vostre case il buon seme del Vangelo. Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia. Al contrario diffondete rispetto e armonia, cominciando col disarmare i linguaggi e poi investendo energie e risorse nell’educazione, specialmente dei ragazzi e della gioventù. Sì, che in parrocchia possano imparare l’onestà, l’accoglienza, l’amore che supera i confini; imparare ad aiutare non solo quelli che ricambiano e salutare non solo quelli che salutano, ma ad andare verso tutti in modo gratuito e libero; imparare la coerenza tra la fede e la vita, come ci insegna Gesù, quando dice: «Se presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24).

Sia questa, carissimi, la meta dei vostri sforzi e delle vostre attività, per il bene di chi è vicino e di chi è lontano, affinché anche chi è schiavo del male possa incontrare, attraverso di voi, il Dio dell’amore, il solo che libera il cuore e rende veramente felici.

Papa Benedetto XV, centodieci anni fa, volle questa Parrocchia intitolata a Santa Maria Regina Pacis. Lo fece nel pieno del primo conflitto mondiale, pensando anche alla vostra comunità come a un raggio di luce nel cielo plumbeo della guerra. A distanza di tempo, purtroppo, molte nubi oscurano ancora il mondo, con il diffondersi di logiche contrarie al Vangelo, che esaltano la supremazia del più forte, incoraggiano la prepotenza e alimentano la seduzione della vittoria ad ogni costo, sorde al grido di chi soffre e di chi è indifeso.

Opponiamo a questa deriva la forza disarmante della mitezza, continuando a chiedere pace, e ad accoglierne e coltivarne il dono, con tenacia e umiltà. Sant’Agostino insegnava che «non è difficile possedere la pace […]. Se […] la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica» (Sermo 357, 1). E questo perché la nostra pace è Cristo, che si conquista lasciandosi conquistare e trasformare da Lui, aprendogli il cuore, e aprendolo, con la sua grazia, a quanti Lui stesso pone sul nostro cammino.

Fatelo anche voi, care sorelle e cari fratelli, giorno per giorno. Fatelo insieme, come comunità, con l’aiuto di Maria, Regina della Pace. Sia Lei, Madre di Dio e Madre nostra, a custodirci e proteggerci sempre. Amen.

********************

Guarda il video della S. Messa


#Sarò breve - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#Sarò breve
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Si potrebbero classificare le attività umane secondo il numero di parole di cui hanno bisogno: più gliene occorrono e più c’è da pensar male del loro carattere.

Nitido e tagliente è questo giudizio presente in quel capolavoro incompiuto che è L’uomo senza qualità dello scrittore austriaco Robert Musil (1880-1942). Spesso ci imbattiamo in persone aureolate da un alone di parole e proprio attraverso questo fumo dorato riescono a nascondere il vuoto che sta nel loro pensiero e nel loro agire. A questo punto vorrei lasciare il commento a un sacerdote e scrittore spirituale molto popolare che ebbi anche come amico, Alessandro Pronzato (1932-2018), desumendolo dalla sua opera Piccoli passi verso l’uomo. Tra parentesi, molti anni fa quando papa Francesco fu in visita a Cuba e all’ormai vecchio e malato Fidel Castro, gli consegnò proprio un libro “sapienziale” di don Alessandro, tradotto in spagnolo.

Ecco la scenetta esemplare da lui proposta e che è accaduta un po’ a tutti. «Ci sono tipi che esordiscono: Sarò breve… Tu guardi smarrito la trentina di fogli che tengono in mano. Non te ne risparmiano neppure uno. Non una virgola. Non una parola. Bisognerebbe, a un certo punto, alzarsi tutti in piedi e dire a uno di questi chiacchieroni incontinenti: Quando hai finito, ricordati di spegnere la luce». Lo sproloquio è il vizio della comunicazione del nostro tempo che, da un lato, ha adottato un linguaggio semplificato e fatto di slogan e, dall’altro, ha imboccato la via del talk show, e non dimentichiamo che talk in inglese è “chiacchierare”. Ritroviamo, allora, sobrietà e sostanza nel nostro parlare. Il monito di Cristo è lapidario: «Sia il vostro parlare: sì, sì; no, no. Il di più viene dal maligno… Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Matteo 5,37; 7,21).

(Fonte:  “Il Sole 24 Ore - Domenica”  8 febbraio  2026)


domenica 15 febbraio 2026

Milano Cortina 2026 - Federica Brignone, secondo oro in gigante, il mondo si inchina


Federica Brignone, secondo oro in gigante,
il mondo si inchina

Un’Olimpiade fuori scala per la campionessa dopo l’infortunio di aprile che poteva essere la fine di tutto

Le avversarie battute si inchinano a Federica Brignone dopo il gigante REUTERS

Se il successo sportivo avesse uno strumento di misurazione in questo momento andrebbe fuori scala: la Federica Brignone che, dopo il SuperG, vince il gigante olimpico di Milano Cortina 2026, sarebbe già nella storia senza i 10 mesi trascorsi dopo il gravissimo infortunio dell’aprile scorso. Due ori nella stessa edizione nello sci alpino hanno il solo precedente di Alberto Tomba. Ma così è un’altra galassia, siamo fuori dalla geometria euclidea: lo provano l’inchino delle avversarie appena battute, gli abbracci delle altre subito dopo. Non si rosica se ti batte chi compete in un altro universo.

Il controllo di cui Federica Brignone ha parlato in questi giorni si è visto dai binari immaginari sui quali i suoi sci si muovono senza scodare mai, senza alzare un filo di neve, come se sciare fosse la cosa più naturale al mondo, cosa che non è e non può essere nel dolore che solo due giorni fa raccontava come una costante della sua vita da 10 mesi in qua.

Certo lo è stata in altri momenti della vita, lo è stata nella scorsa stagione, la migliore mai vissuta in Coppa del mondo, ed è come se la memoria inconsapevole del corpo ritrovasse sugli sci gli automatismi, a dispetto di tutto, dell’istinto di conservazione, della paura umanissima.

Racconta di essersi sentita fin troppo tranquilla Federica, di non aver neanche capito di essere davanti a tutte, arriva quasi frastornata. Nessuno ha parole, nemmeno lei. Fa quasi tenerezza mentre racconta di essersi goduta la sciata, senza peso, non poteva averne chi aveva già dimostrato tutto oltre il richiesto, e forse ha davvero sciato come se non fossero le Olimpiadi, come se non ci fosse qualcosa da vincere, ma solo il piacere di scendere nella neve, di sentire il rumore caratteristico degli sci, il senso di libertà che solo gli sci danno, soprattutto a chi ha pensato di non poterlo provare più.

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

15 Febbraio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, il Signore Gesù dopo averci indicato la via della felicità, adesso nella pagina del Vangelo di oggi si propone come il Maestro, che ci insegna l’arte di ascoltare in profondità la Legge che il Padre ha donato al suo popolo. Coscienti delle nostre resistenze e incomprensioni, rivolgiamo al Signore Gesù le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Donaci la tua luce,  Signore


Lettore


- Tu, Signore Gesù, che sei il Figlio, il cui cuore è totalmente aperto alla volontà del Padre ed alla sua giustizia, guida ed orienta la tua Chiesa, perché impari da Te come vivere in pienezza quei dieci comandamenti, che Dio Padre ha donato a Mosé sul Monte Sinai. Preghiamo.

- Apri, Signore Gesù, la mente ed il cuore del presidente israeliano e del suo governo, affinché possano risentire come rivolto a loro, oggi, il comandamento del “Tu non uccidere”. Dona loro di svegliarsi dal sonno e di comprendere che Dio non si onora dando la morte, ma custodendo la vita degli altri. Preghiamo.

- Accogli, Signore Gesù, le nostre suppliche unite al dolore ed al sangue di quanti in Palestina, in Ucraina, nel Sudan, in Iran ed in tante altre parti della terra sperimentano sulla loro pelle la disumanità ed il cinismo di chi vuole imporre con la forza il proprio interesse. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore Gesù, il mondo del lavoro nel nostro Paese. Sii vicino a quanti ogni mattina escono da casa per portare in famiglia un pezzo di pane, lavorato con onestà. Ti affidiamo le persone costrette a turni estenuanti e molte volte senza un compenso adeguato e i lavoratori che, soprattutto nell’edilizia, mettono a rischio la propria vita. Ricordati di tutto il mondo sommerso fatto di persone migranti, sfruttate e senza diritti. Preghiamo.

- Signore Gesù, Tu che hai conosciuto la fragilità della condizione umana, non distogliere il tuo sguardo da chi è visitato dalla malattia, e in particolare, da chi si ritrova ad affrontare una malattia oncologica o autoimmunitaria. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime della “tratta” degli organi e della “tratta” delle donne; le vittime della violenza nelle famiglie, nei quartieri e sul lavoro. A tutti dona la gioia di riposare nella tua Pace. Preghiamo.


Per chi presiede

Ascolta, Signore Gesù, la voce della tua Chiesa in preghiera. Aiutaci a non avere vergogna di assimilare la tua sapienza di custode della vita, della Pace e della fraternità. Te lo chiediamo perché sei nostro Fratello e Maestro, vivente nei secoli dei secoli.

AMEN.


ANGELUS 15/02/2026 Papa Leone XIV: non basta non uccidere, bisogna amare e rispettare la dignità umana

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 15 febbraio 2026

*************

Leone XIV: non basta non uccidere,
bisogna amare e rispettare la dignità umana

All’Angelus in Piazza San Pietro, Leone XIV parla di quella “giustizia superiore” che non si limita ad osservare i comandamenti per sentirsi a posto davanti a Dio, ma apre all’amore e ci impegna in esso. Tanti gli esempi mutuati dal Vangelo su cui il Pontefice si sofferma: con gli amici, i nemici, la moglie, il marito, i fratelli, fondamentale è cogliere l’esigenza d’amore


Non una giustizia minima ma un amore grande, non una coscienza pulita ma un cuore capace di amare, è il messaggio chiave della catechesi che Papa Leone pronuncia all'Angelus in Piazza San Pietro, finalmente assolata, nel primo appuntamento pubblico di questa domenica che lo porterà più tardi al civico 13 di Piazza Regina Pacis, per la visita alla parrocchia di Santa Maria Regina Pacis a Ostia lido e l’incontro con l’intera comunità, fatta di famiglie, giovani e anziani, malati, ma anche poveri e migranti.

Una giustizia superiore

Parlando di quella "Legge antica" che trova il vero compimento solo nell’amore di Cristo, il Papa riprende il “Discorso della montagna”, che Gesù pronuncia dopo aver proclamato le Beatitudini, e spiega come sia un invito a entrare nella novità del Regno di Dio, e ci riveli subito il vero significato dei precetti contenuti nella Legge di Mosè: non utili a “soddisfare un bisogno religioso esteriore e sentirsi a posto davanti a Dio", ma per "farci entrare nella relazione con Lui e con i fratelli”. Quindi non più solo una questione di coscienza pulita, ma una giustizia superiore che ci impegna ad amare.

Il compimento della Legge è proprio l’amore, che ne realizza il significato profondo e lo scopo ultimo. Si tratta di acquisire una “giustizia superiore” a quella degli scribi e dei farisei, una giustizia che non si limita a osservare i comandamenti, ma ci apre all’amore e ci impegna nell’amore.

Cogliere l’esigenza d’amore

E’ una novità che sconvolge ma non nega il passato, ci dice piuttosto che la Legge, data a Mosè e ai profeti, è solo una via per iniziare a conoscere Dio e il suo progetto sulla storia, poi con la venuta di Cristo, entriamo in una relazione nuova, come figli del Padre, come fratelli tra noi. E allora cosa vuol dire rispettare la legge? Gli esempi che il Vangelo ci offre sono tanti e concreti e soprattutto riguardano la vita di tutti i giorni, le persone che amiamo, i nemici, gli avversari, e i nostri comportamenti.

Gesù ci insegna che la vera giustizia è l’amore e che, dentro ogni precetto della Legge, dobbiamo cogliere un’esigenza d’amore. Infatti, non basta non uccidere fisicamente una persona, se poi la uccido con le parole oppure non rispetto la sua dignità. Allo stesso modo, non basta essere formalmente fedele al coniuge e non commettere adulterio, se in questa relazione manca la tenerezza reciproca, l’ascolto, il rispetto, il prendersi cura di lei o di lui e il camminare insieme in un progetto comune.

La logica di Dio

Mentre invoca da Maria l’aiuto necessario a farci entrare nella logica del Regno di Dio e comprendere appieno questa rivoluzione dell’amore, Leone XIV arriva al cuore della Scrittura:

Il Vangelo ci offre questo prezioso insegnamento: non serve una giustizia minima, serve un amore grande, che è possibile grazie alla forza di Dio.

Al termine della preghiera mariana il pensiero del Pontefice è per le popolazioni del Madagascar colpite dalla furia del ciclone Gezani con oltre 40 morti e migliaia di sfollati che ancora non riescono a rientrare nelle proprie case.
(fonte: Vatican News, articolo di Cecilia Seppia 15/02/2026)

*************

LEONE XIV
(testo integrale)

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Anche oggi ascoltiamo dal Vangelo una parte del “discorso della montagna” (cfr Mt 5,17-37). Dopo aver proclamato le Beatitudini, Gesù ci invita a entrare nella novità del Regno di Dio e, per guidarci in questo cammino, rivela il vero significato dei precetti della Legge di Mosè: essi non servono a soddisfare un bisogno religioso esteriore per sentirsi a posto davanti a Dio, ma a farci entrare nella relazione d’amore con Dio e con i fratelli. Per questo Gesù dice di non essere venuto ad abolire la Legge, «ma a dare il pieno compimento» (v. 17).

Il compimento della Legge è proprio l’amore, che ne realizza il significato profondo e lo scopo ultimo. Si tratta di acquisire una “giustizia superiore” (cfr v. 20) a quella degli scribi e dei farisei, una giustizia che non si limita a osservare i comandamenti, ma ci apre all’amore e ci impegna nell’amore. Gesù, infatti, prende in esame proprio alcuni precetti della Legge che si riferiscono a casi concreti della vita, e utilizza una formula linguistica – le antinomie – proprio per far vedere la differenza tra una formale giustizia religiosa e la giustizia del Regno di Dio: da una parte: «Avete inteso che fu detto agli antichi», e dall’altra Gesù che afferma: «Ma io vi dico» (cfr vv. 21-37).

Questa impostazione è molto importante. Ci dice che la Legge è stata data a Mosè e ai profeti come una via per iniziare a conoscere Dio e il suo progetto su di noi e sulla storia o, per usare un’espressione di San Paolo, come un pedagogo che ci ha guidati a Lui (cfr Gal 3,23-25). Ma ora Lui stesso, nella persona di Gesù, è venuto in mezzo a noi, il quale ha portato a compimento la Legge, facendoci diventare figli del Padre e donandoci la grazia di entrare in relazione con Lui come figli e come fratelli tra di noi.

Fratelli e sorelle, Gesù ci insegna che la vera giustizia è l’amore e che, dentro ogni precetto della Legge, dobbiamo cogliere un’esigenza d’amore. Infatti, non basta non uccidere fisicamente una persona, se poi la uccido con le parole oppure non rispetto la sua dignità (cfr vv. 21-22). Allo stesso modo, non basta essere formalmente fedele al coniuge e non commettere adulterio, se in questa relazione mancano la tenerezza reciproca, l’ascolto, il rispetto, il prendersi cura di lei o di lui e il camminare insieme in un progetto comune (cfr vv. 27-28.31-32). A questi esempi, che Gesù stesso ci offre, ne potremmo aggiungere altri ancora. Il Vangelo ci offre questo prezioso insegnamento: non serve una giustizia minima, serve un amore grande, che è possibile grazie alla forza di Dio.

Invochiamo insieme la Vergine Maria, che ha donato al mondo il Cristo, Colui che porta a compimento la Legge e il progetto della salvezza: Ella interceda per noi, ci aiuti a entrare nella logica del Regno di Dio e a vivere la sua giustizia.

____________________________

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

sono vicino alle popolazioni del Madagascar colpite, a poca distanza di tempo, da due cicloni, con inondazioni e frane. Prego per le vittime e i loro familiari e per quanti hanno subito gravi danni.

Ricorre nei prossimi giorni il Capodanno lunare, celebrato da miliardi di persone in Asia orientale e in altre parti del mondo. Questa gioiosa festa incoraggi a vivere con più intensità le relazioni familiari e l’amicizia; porti serenità nelle case e nella società; sia occasione per guardare insieme al futuro costruendo pace e prosperità per tutti i popoli. Con gli auguri per il nuovo Anno, esprimo a tutti il mio affetto, mentre invoco su ciascuno la benedizione del Signore.

Sono lieto di salutare tutti voi, romani e pellegrini, in particolare i fedeli della parrocchia di San Lorenzo de Cadice, Spagna, e quelli venuti dalle Marche.

Do il benvenuto a studenti e professori della All Saints Catholic School di Sheffield e del Thornleigh Salesian College di Bolton, in Inghilterra, della Scuola di Vila Pouca di Aguiar in Portogallo, del Colegio Altasierra di Siviglia e della Scuola “Edith Stein” di Schillingfürst in Germania.

Saluto i partecipanti al Convegno nazionale del Movimento Studenti Cattolici – FIDAE; i cresimandi di Almenno San Salvatore e quelli di Lugo, Rosaro, Stallavena e Alcenago; i bambini della Scuola “San Giuseppe” di Bassano del Grappa e quelli dell’Istituto Salesiano “Sant’Ambrogio” di Milano; i ragazzi di Petosino e i giovani di Solbiate e Cagno.

A tutti auguro una buona domenica.

Guarda il video


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 15 - 2025/2026 - VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:
Mt 5,17-37

«Non sono venuto per abolire ma per compiere», dice Gesù. La legge, in se stessa, è buona, ma non ha il potere di condurre a salvezza nessuno, perché porta al suo interno le contaminazioni delle tradizioni umane ed è spesso velata, come incrostata, dalla cultura del tempo e del luogo. E' ciò che il profeta Isaia chiamava «un imparaticcio di precetti umani» (Is 29,13). La Legge lascia intravedere, come in un'immagine sfocata, soltanto le «terga di Dio» (cfr. Es 33,23), ma non è l'assoluto, non è Dio. Solo a Gesù è concessa l'autorità per «annullare la Legge fatta di prescrizioni e di decreti» (Ef 2,15), Legge che Egli porta a compimento attraverso il comandamento dell'amore per tutti: amici e nemici, buoni e cattivi, santi e peccatori, senza trascurare nessuno. La Parola e il vissuto di Gesù ci aiutano ad operare il giusto discernimento che ci rende capaci di individuare "la perla preziosa" in mezzo a tante cianfrusaglie umane. E' la gioiosa scoperta del Vangelo che spalanca il cuore e la mente alla comprensione del grande Mistero di Dio, l'ineffabile progetto d'amore per l'uomo «nascosto da secoli in Dio» (Ef 3,9) e che ora si è reso visibile in Gesù di Nazareth, Figlio di Dio e fratello nostro. E' il Vangelo dell'Amore quella Giustizia che supera la giustizia di scribi e farisei, «L'amore, infatti, non fa del male al prossimo. Dunque, il pieno compimento della Legge è l'Amore» (Rm 13,10).


sabato 14 febbraio 2026

AMA LA VITA PICCOLA “Gesù non demolisce la legge, ma riassume tutto in uno strabiliante comando nuovo e antico: tu amerai. C’è da guarire il cuore, per poi guarire la vita.” - VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

AMA LA VITA PICCOLA


Gesù non demolisce la legge, ma riassume tutto in uno strabiliante comando nuovo e antico: tu amerai. 
C’è da guarire il cuore, per poi guarire la vita.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto (...). Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio (...). Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo! Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna (...). Mt 5,17-37

  
AMA LA VITA PICCOLA
 
Gesù non demolisce la legge, ma riassume tutto in uno strabiliante comando nuovo e antico: tu amerai. C’è da guarire il cuore, per poi guarire la vita.

Gesù ha appena annunciato le beatitudini e la delusione degli ascoltatori è totale. L’attesa era che Israele diventasse una potenza, conquistando terre e popoli e invece hanno ascoltato Gesù dire: Beati i poveri!

E ancora: Non sono venuto ad abolire la legge, ma a portarla a compimento. Non si riferisce alle centinaia di precetti della legge mosaica, ma alla salvaguardia del cuore della legge, portato alla sua piena fioritura. Gesù non demolisce, ma riassume tutto in uno strabiliante comando nuovo. Nuovo e antico: tu amerai. Senza trascurare i dettagli, senza dimenticare i piccoli gesti, amando la vita piccola.

Gesù porta avanti la storia dell’uomo su due linee di fondo: la linea del cuore e la linea della persona.

La linea del cuore: Fu detto: non ucciderai; ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, cioè chiunque alimenta dentro di sé rabbie e rancori, è già in cuor suo un omicida. Ritorna al tuo cuore e guariscilo, solo dopo potrai curare tutta la tua vita. Va’ alla sua radice.

Chi non ama suo fratello è omicida (1Gv 3,15). Significa che non serve uccidere per togliere la vita, basta non amare; non amare è un lento morire, che si propaga. E se tu disprezzi il fratello, il tuo futuro sarà la Geenna, l’immondezzaio di Gerusalemme, cioè tu fai spazzatura della tua vita, la butti nell’immondizia. E’ l’intera tua umanità che marcisce e va in fumo.

La linea della persona: Se tu guardi una donna per desiderarla sei già adultero. Non dice: se tu desideri qualcuno. Non è il desiderio a essere condannato, ma quel “per”, vale a dire quando tu metti in moto gesti e parole con lo scopo di sedurre e possedere, tu pecchi contro la bellezza e l’integrità di quella persona. È un peccato di adulterio nel senso originario del verbo adulterare: tu alteri, falsifichi, manipoli, immiserisci la persona. Le rubi il sogno e l’immagine di Dio.

Lo scopo della legge morale non è altro che custodire, coltivare, far fiorire l’umanità dell’uomo. La sua convinzione, che il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato, lo perderà sulla croce. Per aver messo la persona prima della legge di Mosè, per questa bestemmia Gesù sarà condannato a morte.

Ma chi potrà osservare questi vangeli impossibili? Se la rabbia è già omicidio o se uno sguardo può essere già adulterio? Eppure queste inquietanti pagine del Vangelo sono anche le più umane, qui ritroviamo la radice della vita buona, torniamo a bere alla sorgente del cuore.

Dice la Bibbia: Custodisci il tuo cuore perché in esso è la sorgente della vita. Allora il Vangelo è facile, umanissimo, felice, anche quando dice parole che danno le vertigini. Non aggiunge fatica, non cerca eroi, ma uomini e donne veri. C’è da guarire il cuore, per poi guarire la vita.


Giuseppe Savagnone: Il blocco navale, essere cristiani ed essere umani

Giuseppe Savagnone
Il blocco navale, essere cristiani ed essere umani

Foto da rawpixel.com

Una svolta sull’immigrazione

È di questi giorni il varo, da parte del nostro governo, del disegno di legge in cui si prevede il «blocco navale» per impedire l’ingresso nelle nostre acque territoriali di imbarcazioni con a bordo migranti, segnando, a quanto afferma un quotidiano molto vicino al governo, una «svolta sull’immigrazione». In un video la presidente del Consiglio, sfoggiando ancora una volta la grinta che tanto piace agli italiani, lo ha celebrato come un grande successo personale: «Abbiamo finalmente potuto mantenere un altro impegno che avevamo preso con i cittadini nel nostro programma di governo: per tutti quelli che dicevano che era impossibile voglio ricordare che niente è davvero impossibile per chi è determinato».

La premier non ha mancato di sottolineare il proprio ruolo centrale nella svolta della politica europea che ha reso legittima questa misura, da sempre esclusa in base a criteri umanitari che oggi, grazie a lei, sono stati finalmente superati: «È una opzione – ha detto – compatibile con le nuove regole europee, che l’Italia ha contribuito a formare, a dimostrazione che tutto il lavoro che abbiamo fatto finora sta imprimendo una svolta totale nella gestione del fenomeno in Europa».

Ma di che cosa esattamente si tratta? Lo spiega l’art. 10 , dove si dice che «nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’interno». Costituiscono minaccia grave «il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale; la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini; le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale; gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza».

Se il disegno di legge sarà approvato, come è prevedibile, sarà possibile al governo impedire alle navi delle Ong che soccorrono i naufraghi – già penalizzate dalle norme che le costringono a non realizzare più di un salvataggio per volta e a recarsi, per sbarcarli, in porti spesso molto lontani – di entrare nelle acque territoriali italiane. Più in generale, il blocco blinda le vie di accesso alle nostre coste, alzando una barriera insuperabile di fronte a cui le imbarcazioni dei migranti saranno destinate o al naufragio, o al rientro nelle acque libiche e tunisine, dove i profughi saranno accolti dagli aguzzini e dai lager a cui speravano di essere scampati.

Una legge in contrasto col nostro ordinamento giuridico

Nei confronti delle nuove misure sono state sollevate obiezioni di carattere giuridico. Giorgia Meloni ha parlato di «una opzione compatibile con le nuove regole europee». Ma il passaggio in acque territoriali è materia regolata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), ratificata anche dall’Italia e quindi divenuta anche in Italia legge nazionale in virtù dell’art. 117 della Costituzione, che impone il rispetto «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Nemmeno le regole europee possono invalidare e sostituire queste norme.

Ora, la Convenzione suddetta elenca già tassativamente i casi in cui uno Stato può interdire l’ingresso nelle proprie acque: uso della forza, spionaggio, esercitazioni militari, traffici illegali di persone o merci, pesca o ricerca non autorizzate. Uno Stato «non può aggiungere arbitrariamente nuove eccezioni, specialmente se violano l’obbligo di soccorso e la tutela dei diritti fondamentali», spiega Giuseppe Cataldi, ordinario di Diritto internazionale all’Università L’Orientale di Napoli e presidente dell’Associazione internazionale del diritto del mare, in una intervista al «Fatto quotidiano». Invece è proprio quello che fa il ddl del governo, che, alle fattispecie previste tassativamente, aggiunge arbitrariamente «pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie internazionali ed eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza».

Siamo dunque di fronte a una chiara violazione del diritto internazionale, il che non stupisce da parte di un governo che, nella persona della premier Meloni e del vice-premier, Salvini ha sempre sottolineato la sua stima incondizionata e la sua piena sintonia con quel Donald Trump per cui il diritto ormai coincide con la forza. E non è un caso che la parola magica, per giustificare questa misura come per tutta la politica interna ed estera del presidente degli Stati Uniti, sia la parola «sicurezza».

Il prezzo umano dei successi

Colpisce il fatto che a questa scelta – di decisiva importanza, secondo la nostra premier - i media e l’opinione pubblica abbiano dedicato assai meno attenzione che alla ripresa delle indagine per il delitto di Garlasco, avvenuto diciotto anni fa. Eppure qualche domanda essa dovrebbe sollevarla.

Una nasce spontanea ascoltando le parole di compiacimento che la nostra premier pronuncia esaltando i risultati della sua politica migratoria: «I numeri che abbiamo raggiunto in questi anni, -60% di sbarchi, +55% di rimpatri, ci incoraggiano a fare ancora meglio e vogliamo farlo».

Dove sono finite le persone che non sono più riuscite a sbarcare e quelle che abbiamo rimpatriato nei paesi da cui erano fuggite? Possibile che nessuno sembri chiederselo? Meloni sicuramente non lo fa. La sua viene presentata come una vittoriosa campagna contro dei delinquenti. In realtà, coloro di cui si parla, contrariamente a quanto ci è stato ripetuto continuamente, sono esseri umani fuggiti dal loro mondo di povertà e di violenza per cercare da noi, col nostro aiuto, una vita migliore.

Se sono fuori-legge, lo sono solo nel senso che le leggi xenofobe fatte da questo governo e a quelli precedenti – per lo più sotto l’impulso della Lega, quasi sempre al potere negli anni bui di questa Seconda Repubblica – hanno impedito loro di giungere legalmente nel nostro paese, costringendoli a spendere i loro poveri risparmi e a rischiare le loro vite per fare clandestinamente un viaggio che i ricchi stranieri fanno in aereo, con tanto di passaporto.

Per questo hanno lasciato le loro case, il loro lavoro, le loro relazioni umane, avventurandosi in luoghi inospitali, attraversando deserti in balìa di trafficanti di esseri umani che li trattavano come bestie, e sono arrivati sulle coste del Mediterraneo, in Libia e in Tunisia, da dove speravano di partire per l’Italia.

Ma i nostri governi – il primo è stato quello di “sinistra” presieduto dall’on. Gentiloni, sotto la gestione del ministro Minniti, ma poi ha continuato quello attuale – hanno fatto accordi con i leader libici e con il presidente-dittatore tunisino che, in cambio di lauti finanziamenti, si sono impegnati a impedire le partenze e hanno bloccato coloro che arrivavano dalle più vare regioni dell’Africa in campi di detenzione che tutti gli osservatori internazionali descrivono come veri e propri lager. Ecco spiegata la diminuzione delle partenze.

Malgrado queste restrizioni violente, a un certo numero di persone è stato concesso di partire, in cambio di soldi o, per le donne, di prestazioni sessuali, ma sono state stipate su barconi fatiscenti e abbandonate in mezzo al Mediterraneo, esposte alle condizioni metereologiche avverse e a rischio continuo di naufragio.

E proprio da questi naufragi cercavano di salvarli le navi delle Ong, riuscendoci sempre di meno per le misure con cui il nostro governo ha sistematicamente ostacolato la loro opera. Così molti non sono arrivati mai in Italia semplicemente perché sono affogati. Leggiamo su «Avvenire» che solo a gennaio almeno 375 migranti sono stati dichiarati morti o dispersi a seguito di molteplici naufragi “invisibili” nel Mediterraneo centrale, in condizioni meteorologiche estreme, con centinaia di altre morti che si ritiene non siano state registrate.

Ma è davvero per il bene dell’Italia?

È per il bene dell’Italia, dicono molti. Altrimenti la nostra economia tracollerebbe. Tanto è vero che anche gli altri paesi europei stanno adottando la linea Meloni. A smentire questa tesi, però, c’è l’esempio della Spagna, la cui crescita economica è attualmente la più elevata d’Europa – più del doppio dell media europea – proprio grazie, dicono gli osservatori, ai migranti. Proprio in questi giorni ha fatto scalpore la notizia che in Spagna sono stati regolarizzati 500.000 migranti.

Perché il governo spagnolo ha seguito una politica opposta alla nostra, considerando gli immigrati una risorsa. Così nel 2025 il Pil spagnolo è cresciuto del 2,9%., mentre quello italiano dello 0,4%.

Certo, questo implica una vera accoglienza, non quella che in Italia facciamo chiudendo nei Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio) quelli che riescono ad arrivare e ostacolando in ogni modo la loro integrazione, col risultato di inchiodarli alla loro condizione di emarginati. Il governo spagnolo si è impegnato a mettere questi stranieri in condizione di inserirsi nel sistema produttivo, ovviando così alla crisi demografica che travaglia l’Europa e mettendo così al sicuro il sistema pensionistico. A differenza dell’Italia, dove gli imprenditori chiedono più mano d’opera e molti economisti italiani seri denunziano l’impossibilità dell’Inps di continuare a pagare le pensioni agli anziani, a causa della riduzione dei contributi dei giovani.

La divaricazione tra la Chiesa e il nostro governo

Ma c’è anche un altro aspetto della questione migranti, che il disegno di legge sul blocco navale solleva. Lo ha messo in luce papa Leone XIV, ai primi dello scorso ottobre, in un’omelia in pazza San Pietro. «Penso ai fratelli migranti, che hanno dovuto abbandonare la loro terra, spesso lasciando i loro cari, attraversando le notti della paura e della solitudine, vivendo sulla propria pelle la discriminazione e la violenza», ha detto il Papa all’inizio dell’omelia. E ha continuato: «Quelle barche che sperano di avvistare un porto sicuro e quegli occhi carichi di angoscia e speranza non possono e non devono trovare la freddezza dell’indifferenza o lo stigma della discriminazione!».

Paradossalmente il laicista governo socialista di Sanchez sta facendo una politica migratoria molto più conforme allo spirito del vangelo e alla visione della Chiesa che non la nostra premier Meloni, che ha sempre dichiarato di ispirarsi all’insegnamento dei papi e il nostro vice-premier Salvini, che fino a poco tempo fa esibiva nei suoi discorsi la Bibbia e il rosario.

La divaricazione tra il nostro governo e la posizione di papa Leone – in perfetta continuità con i suoi predecessori – è evidenziata da un altro discorso del pontefice, alla fine dello stesso mese di ottobre, dove affronta esplicitamente, tra l’altro, il tema cruciale della sicurezza. «Gli Stati, ha detto il pontefice, hanno il diritto e il dovere di proteggere i propri confini, ma ciò dovrebbe essere bilanciato dall’obbligo morale di fornire rifugio. Con l’abuso dei migranti vulnerabili, non assistiamo al legittimo esercizio della sovranità nazionale, ma piuttosto a gravi crimini commessi o tollerati dallo Stato. Si stanno adottando misure sempre più disumane – persino politicamente celebrate – per trattare questi “indesiderabili” come se fossero spazzatura e non esseri umani».

In un mondo occidentale che – negli Stati Uniti con Trump, in Europa e in Italia con la linea Meloni – sembra aver perduto di vista il senso della dignità delle persone, la Chiesa cattolica sembra essere rimasto oggi l’ultimo punto di riferimento per la salvaguardia di ciò che significa essere non solo cristiani, ma anche semplicemente umani.
(fonte: Tuttavia 13/02/2025)

Enzo Bianchi Una questione di grandezza d’animo

Enzo Bianchi
Una questione di grandezza d’animo

Gesù accoglieva le persone con gratuità e sapeva coglierne la realtà migliore, oltre il peccato

Famiglia Cristiana - 8 Febbraio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?


La nobiltà d’animo è una virtù che appare fuori posto nella nostra società, dove sempre più si applaude chi ostenta una condotta segnata da volgarità e arroganza. Potremmo meditare su come la Scrittura pone davanti ai nostri occhi questa virtù mediante le esortazioni a quel sentire e pensare in grande che sono propri di Dio (cf. Es 34,6). Ma preferisco considerare alcuni comportamenti vissuti da Gesù e quindi, proprio per questo, ispiranti per noi.

Ora, la nobiltà d’animo di Gesù consisteva innanzitutto nell’essere credibile, perché egli diceva ciò che pensava e faceva ciò che diceva. Più in profondità, la sua affidabilità nasceva dalla scelta di non essere autoreferenziale: Gesù trovava la sua forza in Dio e annunciava il suo Regno, non se stesso! La sua grandezza si manifestava inoltre nel suo essere capace di gratuità, di incontrare le persone senza secondi fini: una gratuità che creava un clima di ospitalità, di fiducia e di libertà in cui l’altro poteva sentirsi accolto e, attingendo alla sua intelligenza, decidere cosa fare della propria vita. Infine, Gesù è stato capace di sentire in grande, di vedere la realtà migliore di quella che appare, di cogliere l’altro più grande del suo peccato.

Sì, con la sua vita Gesù ci ha narrato che, quando si incontra in verità un uomo, egli cessa di essere ciò che i nostri schemi lo rendono ed è semplicemente un essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Così l’esempio di Gesù può ispirare la nobiltà d’animo a noi suoi discepoli, chiamati nel cammino di sequela dietro a lui ad aprire il nostro cuore e il nostro respiro alla dimensione stessa di Dio perché, come ricordava Ignazio di Antiochia, «il cristianesimo è una questione di grandezza d’animo» (Ai romani III,3).
(fonte: Blog dell'autore)


venerdì 13 febbraio 2026

MESSAGGIO PER LA QUARESIMA 2026 - Leone XIV: in Quaresima digiuno anche dalle parole che feriscono gli altri - Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione

MESSAGGIO DI LEONE XIV
PER LA QUARESIMA 2026

****************

Leone XIV:
in Quaresima digiuno anche dalle parole che feriscono gli altri

Nel suo messaggio per il tempo di preparazione alla Pasqua 2026, dal titolo: “Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione”, il Papa chiede forme di “astensione concreta” come “disarmare il linguaggio” e coltivare la gentilezza, ma anche di ascoltare la Parola di Dio e il grido degli ultimi, e di farlo insieme, nelle nostre comunità, aperte all’accoglienza di chi soffre

Papa Leone XIV (foto d'archivio)

Nel suo messaggio per la Quaresima 2026, Papa Leone XIV invita a chiedere la grazia per un tempo che “renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi” e perché tutti abbiano “la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro”. Infine invita ad impegnarsi “affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”.

Un tempo per rimettere Dio al centro della nostra vita

Un testo reso pubblico oggi, 13 febbraio, ma firmato il 5 febbraio, memoria di Sant’Agata vergine e martire, dal titolo “Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione”. Nel tempo di quaranta giorni che precede la Pasqua, e che si apre mercoledì 18 febbraio, ricorda infatti il Papa, la Chiesa “ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno”.

Ascolto della Parola e del grido di chi soffre

In questo cammino di conversione è fondamentale lasciarsi raggiungere dalla Parola di Dio, sottolinea Leone XIV, e rinnovare la decisione di seguire Gesù fino a Gerusalemme, “dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione”. Per questo richiama l’importanza di dare spazio a questa Parola attraverso l’ascolto, che è un tratto distintivo di Dio stesso. Il Signore che parla a Mosè nel roveto ardente gli dice infatti di aver udito il grido del suo popolo oppresso in Egitto. Un “Dio coinvolgente”, commenta il Pontefice, che ci raggiunge con pensieri “che fanno vibrare il cuore”

Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta.

In questo modo, prosegue Papa Leone, ci lasciamo istruire da Dio ad ascoltare come lui, fino a riconoscere, e qui cita la sua Esortazione apostolica Dilexi te, che “la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa”.

Il digiuno dispone all’accoglienza della Parola

Il Papa ricorda poi che il digiuno, esercizio ascetico “insostituibile nel cammino di conversione”, è una pratica concreta “che dispone all’accoglienza della Parola di Dio”.

Serve quindi a discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo.

Il digiuno e la fame di giustizia

Quindi Leone XIV cita Sant’Agostino, che ne “L’utilità del digiuno” ricorda che solo gli angeli si saziano del “pane” della giustizia, mentre gli uomini, in vita, “ne hanno fame, sono tutti protesi nel desiderio di esso”.

Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.

Disarmare il linguaggio, rinunciare alle parole taglienti

Il Pontefice ricorda però che nel digiuno va sempre evitato l’orgoglio, e va quindi vissuto “nella fede e nell’umiltà”, in comunione con il Signore, e deve sempre includere “anche altre forme di privazione volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio”. Per questo invita tutti “a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo”.

Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.

Insieme in comunità, compiere un cammino condiviso

Dopo “ascolto” e “digiuno”, la terza parola del messaggio di Papa Leone XIV è “insieme”, perché “la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno”. Ricorda che la Scrittura narra che il popolo d’Israele si radunava “per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge” e praticare il digiuno, “in modo da rinnovare l’alleanza con Dio”.

Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale.

Nelle nostre comunità ecclesiali, come pure nell’umanità “assetata di giustizia e riconciliazione”, conclude il Papa, “la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni”, come la qualità del dialogo, e la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà.
(fonte: vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 13/02/2025)

****************

Ascoltare e digiunare.
La Quaresima come tempo di conversione

Cari fratelli e sorelle!

La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno.

Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione.

Ascoltare

Quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro.

Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido» (Es 3,7). L’ascolto del grido dell’oppresso è l’inizio di una storia di liberazione, nella quale il Signore coinvolge anche Mosè, inviandolo ad aprire una via di salvezza ai suoi figli ridotti in schiavitù.

È un Dio coinvolgente, che oggi raggiunge anche noi coi pensieri che fanno vibrare il suo cuore. Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta. Entrare in questa disposizione interiore di recettività significa lasciarsi istruire oggi da Dio ad ascoltare come Lui, fino a riconoscere che «la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa». [1]

Digiunare

Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo “fame” e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo.

Sant’Agostino, con finezza spirituale, lascia intravedere la tensione tra il tempo presente e il compimento futuro che attraversa questa custodia del cuore, quando osserva che: «Nel corso della vita terrena compete agli uomini aver fame e sete di giustizia, ma esserne appagati appartiene all’altra vita. Gli angeli si saziano di questo pane, di questo cibo. Gli uomini invece ne hanno fame, sono tutti protesi nel desiderio di esso. Questo protendersi nel desiderio dilata l’anima, ne aumenta la capacità». [2] Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.

Tuttavia, affinché il digiuno conservi la sua verità evangelica e rifugga dalla tentazione di inorgoglire il cuore, dev’essere sempre vissuto nella fede e nell’umiltà. Esso domanda di restare radicato nella comunione con il Signore, perché «non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio». [3] In quanto segno visibile del nostro impegno interiore di sottrarci, con il sostegno della grazia, al peccato e al male, il digiuno deve includere anche altre forme di privazione volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio, poiché «solo l’austerità rende forte e autentica la vita cristiana». [4]

Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.

Insieme

Infine, la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno. Anche la Scrittura sottolinea questo aspetto in molti modi. Ad esempio, quando narra, nel libro di Neemia, che il popolo si radunò per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge e, praticando il digiuno, si dispose alla confessione di fede e all’adorazione, in modo da rinnovare l’alleanza con Dio (cfr Ne 9,1-3).

Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale. In questo orizzonte, la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione.

Carissimi, chiediamo la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi. Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore.

Di cuore benedico tutti voi e il vostro cammino quaresimale.

Dal Vaticano, 5 febbraio 2026, memoria di Sant’Agata, vergine e martire.

LEONE PP. XIV

-----------------------------------------------
[1] Esort. ap. Dilexi te (4 ottobre 2025), 9.
[2] S. Agostino, L’utilità del digiuno, 1, 1.
[3] Benedetto XVI, Catechesi (9 marzo 2011).
[4] S. Paolo VI, Catechesi (8 febbraio 1978).