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lunedì 9 marzo 2026

ANGELUS 8 marzo 2026 Papa Leone XIV: servire l'umanità assetata di verità e giustizia, no alle contrapposizioni - Maria, Regina della Pace interceda per coloro che soffrono a causa della guerra e accompagni i cuori lungo sentieri di riconciliazione e di speranza.

ANGELUS

Piazza San Pietro
III Domenica di Quaresima, 8 marzo 2026

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Leone XIV: servire l'umanità assetata di verità e giustizia,
no alle contrapposizioni

All'Angelus della terza domenica di Quaresima, quando si può "intensificare il cammino", dice Leone, la vicenda della Samaritana suggerisce di attivarsi per cercare l'incontro autentico con l'altro, abbandonando ogni pregiudizio. Così si potrà offrire anche ai "reietti" l'opportunità di dissetarsi alla vera sorgente spirituale che è Gesù. "Quante persone cercano nella Chiesa questa stessa delicatezza, questa disponibilità!"


Scorgendo il Papa affacciato dal Palazzo apostolico (@Vatican Media)

La terza Domenica di Quaresima coincide, oggi, con la giornata internazionale della donna. E proprio di uno dei personaggi femminili più affascinanti dei Vangeli, della prima di tante annunciatrici della Buona Notizia, la liturgia domenicale offre il racconto: è quello della Samaritana che si reca a prendere acqua al pozzo e trova Gesù. L’incontro con Lui attiva nel profondo di ciascuno 'una sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna', come si legge nel testo di Giovanni. All'Angelus, di fronte a una piazza San Pietro gremita di 15 mila persone, il Papa si sofferma su questa sete e sull'acqua del Messia, rigeneratrice.

Gesù è la risposta alla nostra sete

Per evidenziare la liberazione interiore sperimentata dalla Samaritana, Leone XIV attinge a un'altra donna straordinaria, la giovane Etty Hillesum, la mistica ebrea morta ad Auschwitz, che, anche nei campi di concentramento, scelse continuare a credere nell’umanità. Peraltro, in questi giorni, anche il cardinale Koovakad l'ha citata in una conferenza dedicata a donne, leadership e dialogo. Nel suo diario, lei scriveva che la sorgente spirituale le appariva sovente coperta da pietre e sabbia: "allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo". È l'immagine di un riportare alla luce:

Carissimi, non c’è energia spesa meglio di quella che dedichiamo a liberare il cuore. Per questo, la Quaresima è un dono

Nella Chiesa si cerca delicatezza e disponibilità

"Là dove noi non vediamo nulla, la Grazia è già in azione e i frutti sono pronti da raccogliere", avverte il successore di Pietro, commentando le parole di Gesù ai discepoli con cui li invitava a guardare alle belle sorprese dei campi pronti per la mietitura. Gesù supera le convenzioni dell'epoca che suggerivano un atteggiamento di pregiudizio e distanza verso donne che, come lei, non erano più legate al proprio marito. Lui "le parla, la ascolta, le dà credito senza secondi fini e senza disprezzo". Da qui l'insegnamento per l'oggi:

Quante persone cercano nella Chiesa questa stessa delicatezza, questa disponibilità! E come è bello quando perdiamo il senso del tempo per dare attenzione a chi incontriamo, così com’è.

Servire l'umanità assetata di verità e giustizia

La testimonianza della Samaritana ha un valore straordinario e di grande attualità: "dal suo villaggio di disprezzati e reietti", afferma il Papa, molti vengono incontro a Gesù, e anche in loro la fede sgorga come acqua pura. È l'incontro il fattore decisivo, fa intendere il Pontefice - che nel pomeriggio di oggi si recherà nel quartiere romano di Torrevecchia per la sua quarta visita pastorale nella parrocchia Santa Maria della Presentazione -, l'incontro sincero, aperto, capace di scavalcare ogni stigma sociale.

Chiediamo oggi di poter servire, con Gesù e come Gesù, l’umanità assetata di verità e di giustizia. Non è il tempo delle contrapposizioni tra un tempio e l’altro, tra “noi” e gli “altri”.
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 08/03/2026)

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LEONE XIV
(testo integrale)


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Il dialogo fra Gesù e la donna samaritana, la guarigione del cieco nato e la risurrezione di Lazzaro, fin dai primi secoli della storia della Chiesa, illuminano il cammino di chi, a Pasqua, riceverà il Battesimo e inizierà una vita nuova. Queste grandi pagine evangeliche, che leggiamo a partire da questa domenica, sono donate ai catecumeni, ma nello stesso tempo vengono riascoltate da tutta la comunità, perché aiutano a diventare cristiani oppure, se lo si è già, a esserlo con più autenticità e più gioia.

Gesù, infatti, è la risposta di Dio alla nostra sete. Come suggerisce alla Samaritana, l’incontro con Lui attiva nel profondo di ciascuno «una sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» ( Gv 4,14). Quante persone, in tutto il mondo, cercano anche oggi questa sorgente spirituale! «A volte riesco a raggiungerla – scriveva la giovane Etty Hillesum nel suo diario –, più sovente essa è coperta da pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo». Carissimi, non c’è energia spesa meglio di quella che dedichiamo a liberare il cuore. Per questo, la Quaresima è un dono: entriamo nella terza settimana e possiamo ormai intensificare il cammino!

Nel Vangelo è scritto anche che «giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che [Gesù] parlasse con una donna» (Gv 4,27). Fanno così fatica a sentire come propria la sua missione, che il Maestro li deve provocare: «Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura» (Gv 4,35). Il Signore dice ancora alla sua Chiesa: “Alza gli occhi e riconosci le sorprese di Dio!”. Nei campi, quattro mesi prima della mietitura, non si vede quasi nulla. Ma là dove noi non vediamo nulla, la Grazia è già in azione e i frutti sono pronti da raccogliere. La messe è molta: forse gli operai sono pochi, perché distratti da altre attività. Gesù, invece, è attento. Quella donna samaritana, stando alle consuetudini, avrebbe dovuto semplicemente ignorarla; invece Gesù le parla, la ascolta, le dà credito senza secondi fini e senza disprezzo.

Quante persone cercano nella Chiesa questa stessa delicatezza, questa disponibilità! E come è bello quando perdiamo il senso del tempo per dare attenzione a chi incontriamo, così com’è. Gesù dimenticava persino di mangiare, tanto lo nutriva la volontà di Dio di raggiungere tutti nel profondo (cfr Gv 4,34). Così la Samaritana diventa la prima di tante evangelizzatrici. Dal suo villaggio di disprezzati e reietti, molti, per la sua testimonianza, vengono incontro a Gesù, e anche in loro la fede sgorga come acqua pura.

Sorelle e fratelli, a Maria, Madre della Chiesa, chiediamo oggi di poter servire, con Gesù e come Gesù, l’umanità assetata di verità e di giustizia. Non è il tempo delle contrapposizioni tra un tempio e l’altro, tra “noi” e gli “altri”: gli adoratori che Dio cerca sono uomini e donne di pace, che lo adorano in Spirito e verità (cfr Gv 4,23-24).

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

dall’Iran e da tutto il Medio Oriente continuano a giungere notizie che destano profonda costernazione. Agli episodi di violenza e devastazione, e al diffuso clima di odio e paura, si aggiunge il timore che il conflitto si allarghi, e altri Paesi della regione, tra cui il caro Libano, possano sprofondare nuovamente nell’instabilità.

Eleviamo la nostra umile preghiera al Signore, perché cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi, e si apra uno spazio di dialogo, nel quale si possa sentire la voce dei popoli. Affido questa supplica a Maria, Regina della Pace: interceda per coloro che soffrono a causa della guerra e accompagni i cuori lungo sentieri di riconciliazione e di speranza.

Oggi, 8 marzo, ricorre la Giornata della donna. Rinnoviamo l’impegno, che per noi cristiani è fondato sul Vangelo, per il riconoscimento della pari dignità dell’uomo e della donna. Purtroppo molte donne, fin dall’infanzia, sono ancora discriminate e subiscono varie forme di violenza: a loro in modo speciale va la mia solidarietà e la mia preghiera.

Do il benvenuto agli studenti provenienti da College Station, Texas, da Kansas City, Missouri, da Fort Wayne, Indiana, negli Stati Uniti d’America, e da Jerez e Cádiz in Spagna; come pure al gruppo di pellegrini da Perù, Panama, Honduras, México e Cile.

Saluto i fedeli di Brescia, Castrolibero, Gravina di Puglia, Perugia, e delle parrocchie San Clemente Papa e San Pio da Pietrelcina in Roma.

Saluto la comunità “Casa di Maria” di Roma, il gruppo di cresimandi della Diocesi di Orvieto-Todi, i ragazzi di Mantova e la squadra di rugby di Rovigo.

Auguro a tutti una buona domenica.

Guarda il video


domenica 8 marzo 2026

William Shakespeare: In piedi, in piedi, signori, davanti a una donna - 8 marzo Giornata internazionale della donna - Perché celebrarla? ... ma non solo l'8 marzo!!!



In piedi,
in piedi, signori, davanti a una donna,
per tutte le violenze consumate su di lei,
per le umiliazioni che ha subito,
per quel suo corpo che avete sfruttato
per l’intelligenza che avete calpestato
per l’ignoranza in cui l’avete tenuta
per quella bocca che le avete tappato
per la sua libertà che le avete negato
per le ali che le avete tarpato
per tutto questo
in piedi, Signori, in piedi davanti a una Donna.

E se ancora non vi bastasse,
alzatevi in piedi ogni volta che lei vi guarda l’anima
perché lei la sa vedere
perché lei sa farla cantare.

In piedi, sempre in piedi,
quando lei entra nella stanza e tutto risuona d’amore
quando lei vi accarezza una lacrima,
come se foste suo figlio!
Quando se ne sta zitta
nasconde nel suo dolore
la sua voglia terribile di volare.

Non cercate di consolarla
quando tutto crolla attorno a lei.
No, basta soltanto che vi sediate accanto a lei,
e che aspettiate che il suo cuore plachi il battito
che il mondo torni tranquillo a girare
e allora vedrete che sarà lei la prima
ad allungarvi una mano e ad alzarvi da terra,
innalzandovi verso il cielo
verso quel cielo immenso
a cui appartiene la sua anima
e dal quale voi non la strapperete mai
per questo in piedi
in piedi
davanti a una donna.

                                           William Shakespeare


Questi versi vengono attribuiti a Shakespeare (1564-1616), molto conosciuti nella versione breve, qui ne riportiamo la versione integrale.
Sono passati più di quattro secoli, ma purtroppo sembra siano ancora tristemente attuali...

La Giornata internazionale della donna si celebra l’8 marzo, in molti luoghi del mondo.

La Giornata internazionale della donna – non molto correttamente chiamata “festa della donna” – non è sempre stata l’8 marzo. La prima festa della donna fu celebrata negli Stati Uniti nel febbraio 1909 su iniziativa del Partito socialista americano, che aveva invitato tutte le donne a partecipare a una manifestazione in favore del diritto di voto femminile.

La prima volta a essere celebrata un 8 marzo fu nel 1914, forse perché quell’anno era una domenica.

In moltissimi paesi è tradizione regalare fiori alle donne l’8 marzo, ma la relazione tra i fiori di mimosa e la Festa della donna c’è solo in Italia.

In Italia la Giornata internazionale della donna cominciò a essere celebrata anche dopo la Seconda guerra mondiale su iniziativa del Partito Comunista Italiano e dell’Unione delle Donne in Italia (UDI). Secondo i racconti dell’epoca, inizialmente si voleva usare come fiore simbolo della festa la violetta, un fiore con una lunga tradizione nella sinistra europea; alcune dirigenti del Partito Comunista però si opposero: la violetta era un fiore costoso e difficile da trovare. L’Italia era appena uscita dalla guerra e molti si trovavano in condizioni economiche precarie e avrebbero avuto molte difficoltà a procurarsi le violette. Tra questi dirigenti c’era Teresa Mattei, una ex partigiana che negli anni successivi avrebbe continuato a battersi per i diritti delle donne. (Di lei è diventato leggendario uno scambio che ebbe con un deputato liberale a proposito della parità tra uomini e donne all’interno della magistratura: «Signorina, ma lei lo sa che in certi giorni del mese le donne non ragionano?», chiese il deputato. E lei rispose: «Ci sono uomini che non ragionano tutti i giorni del mese».)

Venne allora proposto di adottare un fiore molto più economico, che fiorisse alla fine dell’inverno e che fosse facile da trovare nei campi: da qui nacque l’idea della mimosa. (Anni dopo, in un’intervista Mattei disse: «La mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette. Mi ricordava la lotta sulle montagne e poteva essere raccolto a mazzi e gratuitamente».)

Anche se la Giornata internazionale della donna non divenne una ricorrenza popolare fino agli anni Settanta, la tradizione della mimosa ebbe successo e si mantiene ancora oggi. 

Essenzialmente questa ricorrenza dovrebbe essere l'opportunità per fare il punto sulla condizione delle donne nell'attuale società.

A distanza di tanti anni dall’approvazione della nostra Costituzione (22 dicembre 1947, in vigore il 1° gennaio 1948) – che ha sancito, in via definitiva, l’eguaglianza e la parità tra tutte le persone, senza distinzioni - la realtà dei fatti in tutti i campi dimostra che la promulgazione di una legge, da sola, non basta. Non è sufficiente che un principio venga affermato, ma va anche difeso, promosso e concretamente attuato... 

Tutti abbiamo il dovere di prendere consapevolezza dei numerosi problemi irrisolti e renderci conto di quanto debba essere ancora fatto anche nel nostro Paese e soprattutto... non solo l'8 marzo!!!

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - III DOMENICA DI QUARESIMA anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


III DOMENICA DI QUARESIMA anno A

8 Marzo 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Dio, nostro Padre, ricerca adoratori in Spirito e verità. Animati dall’azione rinnovatrice dello Spirito Santo e sostenuti da Gesù, vero nostro Signore, innalziamo a Lui, Salvatore del mondo, le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Convertici a Te,  o Gesù, Salvatore del mondo

Lettore


- Nella tua fatica, che è un tutt’uno con la tua passione di amore, Tu Signore Gesù vieni incontro alla tua Chiesa al pozzo della Scrittura santa. Rischiara i suoi occhi, apri il suo orecchio, perché nelle parole della Scrittura possa incontrare il tuo Volto, che è il volto dell’Amante e dello Sposo. Preghiamo.

- Ti preghiamo, Signore Gesù, per questo nostro mondo, dominato dalla violenza e dalla logica del più forte. Con il soffio del tuo Spirito frantuma i cuori induriti dei governanti, che vedono nella guerra la vera soluzione ai conflitti internazionali. Abbatti i pensieri deliranti di questi tre folli, che spingono il mondo verso l’abisso. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore Gesù, il cammino delle donne verso un riconoscimento pieno della loro identità di persone libere ed uguali sia in ambito civile che in quello ecclesiale. Apri il cuore e la mente di tanti maschi e mariti, portati a considerare la donna che gli sta di fronte come un oggetto da possedere. Fa’ che uomini e donne possano camminare insieme, imparando ad accogliersi nella reciproca diversità. Preghiamo.

- Ti preghiamo, Signore Gesù, per il nostro Paese, che si prepara ad affrontare questa prova referendaria. Fa’ crescere in tutti, ma in modo particolare in quanti si professano cristiani e cristiane, una piena consapevolezza che l’amore verso l’altro passa anche dal partecipare al voto in modo libero e convinto. Preghiamo.

- Sii vicino, Signore Gesù, a tutte quelle persone, che sono alle prese con malattie incurabili ed a quelle che si ritrovano all’ultimo stadio della loro vita. Dona vigore e resistenza a tutte quelle famiglie, che hanno una persona disabile in casa e che richiede un’assistenza continua. Scenda la tua benedizione sulle persone anziane sole, accudite da persone provenienti da altri paesi e da altre culture. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo delle vittime del femminicidio e dell’omofobia, dell’odio religioso e razziale. Doni a tutti di gioire nella Gerusalemme celeste. Preghiamo.


Per chi presiede

Signore Gesù, esaudisci le nostre preghiere e fa’ che, in questa celebrazione eucaristica, come la samaritana attorno al pozzo della S. Scrittura, possiamo anche noi attingere l’acqua viva della tua Parola che rinnova la nostra vita. Te lo chiediamo perché tu sei il Salvatore del mondo, vivente nei secoli dei secoli.

AMEN.

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 18 - 2025/2026 - III DOMENICA DI QUARESIMA anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

III DOMENICA DI QUARESIMA - anno A

Vangelo:
Gv 4,5-42

Dopo l'incontro con Nicodemo e Giovanni Battista, figure di quanti in Israele sono in attesa del Messia, Gesù incontra una samaritana, simbolo di tutti coloro che sono taglati fuori dalla salvezza, tutti però accomunati dalla medesima ricerca di un'acqua che riesca davvero a dissetare. L'episodio è un unicum in tutti i Vangeli, dove Gesù sembra rivestirsi dei panni di un moralista, un indagatore della vita privata di una donna. Il brano non intende descrivere una lezione di morale matrimoniale, quanto piuttosto di teologia; Gesù non sta intentando un processo alla vita di una donna inquieta, ma desidera condurre la stessa a riconoscere il suo peccato di idolatria. Il dialogo avviene tra Gesù, Parola del Padre, e la comunità dei credenti raffigurata dalla samaritana, non fa riferimento alla sua vita privata (come una lettura superficiale del testo potrebbe suggerire) ma al suo rapporto con quel Dio che dice di adorare. Il brano si comprende meglio se viene letto alla luce dell'esperienza d'amore del profeta Osea che, a partire dalla sua sfortunata vita matrimoniale, per primo utilizzò l'immagine nuziale per indicare la relazione d'amore tra Dio, lo Sposo, e il popolo di Israele, la sposa (cfr. Os 2,2ss). Gesù, lo Sposo, va in cerca della sposa, la comunità infedele perché idolatra, per ricondurla al Padre offrendo se stesso, fonte d'acqua viva, affinché anche la sposa fedifraga impari ad amare allo stesso modo. L'adulterio della samaritana consisteva nell'aver abbandonato il Dio di Israele per servire altre cinque divinità - i Baal - importate in Samaria da abitanti di origine pagana (il termine Baal traduce sia Signore che marito), per onorare le quali i samaritani avevano eretto cinque templi su altrettante colline della Samaria (cfr. 2Re17,24-41). Questa la ragione per la quale i samaritani erano odiati dagli ebrei e ben si comprende la meraviglia della donna alla richiesta di Gesù. Ogni ebreo, infatti, avrebbe preferito morire di sete piuttosto che domandare da bere ad una samaritana. Gesù, invece, le si fa accanto perché ha a cuore il bene della donna e le offre il suo amore, un amore che tutti i suoi idoli non potranno mai offrirle, un amore totalmente gratuito che domanda solo di essere accolto come acqua limpida di sorgente. E alla donna che chiede dov'è che bisogna rendere culto a Dio, Gesù risponde che il Padre non ha bisogno del servizio dell'uomo, ma è Lui stesso che si dona agli uomini servendoli. Vero culto gradito a Dio è quello di un amore simile al Suo, un amore così grande che non si lascia condizionare dalla risposta dell'uomo ma, attraverso Gesù, il vero Sposo; lo riscatta dai suoi fallimenti e gli fa dono del suo stesso Spirito, perché possa, finalmente, anche lui amare il Padre e i fratelli.


sabato 7 marzo 2026

TERRA DI DIO E' IL FUTURO - III DOMENICA DI QUARESIMA ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

TERRA DI DIO E' IL FUTURO 
Commento al Vangelo a cura 
di P. Ermes Maria Ronchi



Domenica III di Quaresima 
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore - gli dice la donna -, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Gv 4,5-42


TERRA DI DIO E' IL FUTURO -  Commento di p. Ermes Ronchi

La domanda che il Maestro rivolge non è mai: Da dove vieni, o: Che cosa hai fatto? Ma sempre: Verso dove sei diretto? Non il passato è la terra di Dio, ma il futuro.

Gesù siede stanco al pozzo, attende qualcuno, attende me.

Giunge una donna senza nome e dalla vita fragile. Dammi da bere. Dio ha sete, ma non di acqua. Ha sete di essere amato. Dal momento che ti mette in vita, Dio ti invita alle nozze con lui.

Quella donna che proviene dal popolo di Samaria, rappresenta tutta l’umanità, è la sposa che se n’è andata dietro ad altri amori, e che Dio, lo sposo, vuole riconquistare.

Gesù le dice: Se tu conoscessi il dono di Dio…

Ecco il corteggiamento di Dio.

Ti darò un’acqua che diventa sorgente. Ci insegna che c’è un mezzo, uno soltanto, per raggiungere il cuore profondo di ciascuno. E non è il rimprovero, la critica, l’accusa, ma far gustare un di più di bellezza, un di più di bontà, di vita, di primavera,

Una sorgente è molto più di ciò che serve alla tua sete; è senza misura, senza fine, senza calcolo, senza sforzo. Esuberante ed eccessiva. Non sgorga per sé, ma per gli altri. E così fa Dio, venuto a sedersi allo stesso tuo muretto.

Quando parla con le donne Gesù va dritto al cuore, conosce il loro linguaggio, infatti le dice: Vai a chiamare tuo marito, chiama colui che ami.

Va diritto al centro. Perché su questo, sul dare e ricevere amore, si pesa la beatitudine della vita. “Non ho marito”. E qui appare il messia di suprema delicatezza, che trova verità e bene anche in quella vita accidentata, fra storie andate in frantumi. Vede la sincerità del cuore ed è su questo frammento d’oro che si appoggia il resto del dialogo. Si interessa del passato solo per dirle, per due volte: Sei sincera, bene. Non ci sono rimproveri, giudizi o critiche, neppure consigli, tipo “vai prima a sistemare la situazione e poi torna qui”. La domanda che il Maestro rivolge a tutti non è mai: Da dove vieni, o: Che cosa hai fatto? Ma sempre: Verso dove sei diretto? Non il passato è la terra di Dio, ma il futuro.

Allora la donna non si ritrae ma continua il dialogo. Su di un problema di fede. Dove andremo, dice, per adorare Dio? Sul nostro monte o sul vostro, a Gerusalemme? La risposta è capovolgente: non su un monte, non nel tempio, ma dentro. E dovunque. Sei tu il Tempio, dove vive Dio. Gesù rompe barriere tra razze, sesso, fedi, culture, e dice a quella donna, che è straniera, che è eretica, che è stata tradita e forse ha tradito: Dio lo possiamo cercare oltre la foresta dei riti e delle formule, cercando in spirito e verità.

E la donna lasciata la sua anfora, corre in città. C’è uno che mi ha detto tutto di me… Il suo passato, che era la sua debolezza, diventa adesso la sua forza, le ferite di ieri sono feritoie di energia e speranza. Proprio sopra la fragilità costruisce la sua testimonianza. Un messaggio per ciascuno di noi: non temere le tue debolezze, ma costruiscici sopra. Non nasconderle, sono la tua verità. A due mani con Lui , il peggio che hai avuto può diventare il meglio che hai, per dissetare altri.

ALBERTO NEGLIA: Stare davanti a Dio come figli e con gli uomini come fratelli: Mt 6,1-18 (VIDEO INTEGRALE)

Stare davanti a Dio come figli 
e con gli uomini come fratelli: 
Mt 6,1-18
Alberto Neglia

VIDEO INTEGRALE


25.02.2026 - Terzo  dei MERCOLEDI' DELLA BIBBIA 2026

Il DISCORSO DELLA MONTAGNA (Mt 5-7)
La “Magna Charta” del cristiano
per un progetto di umanizzazione del mondo

promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona P.G. (ME)




          «Buona cosa è la preghiera con il digiuno e l’elemosina» (Tb 12,8). Così dice l’angelo Raffaele a Tobia, evidenziando che queste esperienze sono i pilastri dell’esperienza di fede.

         Gesù le evidenzia e le propone all’interno del discorso della montagna, nel brano evangelico sul quale questa sera rifletteremo, mettendoci in guardia, però, sul modo di esprimerle con il nostro vissuto. Infatti, qualunque nostra azione può essere fatta in due modi opposti: per autocompiacerci avere lode e riconoscimento dagli uomini, oppure per piacere a colui che da sempre ci loda e riconosce come figli.

           Le opere, anche quelle per sé buone, sono buone, per me, solo se fatte davanti a Dio, per amore e in umiltà; diversamente se fatte davanti agli uomini, per autoaffermazione e vanità, da ipocriti (l’ipocrita è un attore, una maschera…). La vita è una sceneggiata, dove ognuno litiga con l’altro per primeggiare. L’apparire agli occhi degli uomini è il DNA di ogni male, che ha la sua radice nel non sapere chi siamo agli occhi di Dio.
...

5. Preghiera e responsabilità del mondo

      La preghiera sottrae la persona dalla banalità e da una logica perversa e di disordine, dalle alienazioni, la rende consapevole della sua dignità e della sua vocazione e rimette il credente in relazione, in libertà e senza paura, con Dio e con gli altri. La preghiera ci fa stare nel mondo da responsabili perché ci mette negli occhi l’orizzonte di Dio.

          Se la preghiera ci introduce nel ritmo di Dio, ci fa vedere meglio la volontà del Padre, essa ci aiuta pure a penetrare più profondamente la realtà, e ci fa assumere la responsabilità con la stessa dedizione di colui che ci abita e impedisce alla nostra carità di disincarnarsi.

     Pregando, allora, non abbandoniamo il mondo e i suoi drammi, ma impariamo a vederlo semplicemente in una mutata disposizione. È esperienza in cui viene spostato il centro del nostro pensare e del nostro agire: dall’io a Dio. Egli diventa la sorgente che coinvolge tutte le nostre potenzialità e le spinge al compimento.

        Nella preghiera veniamo coinvolti da colui che ci visita a vivere da figli, da uomini liberi, e veniamo anche rassicurati: «Non abbiate paura, sono io» (Gv 6,20), dove quel “sono io” vuol dire io vi do il mio respiro, io vi accompagno, vi apro la strada della vita. Se, nella preghiera, ci affidiamo a lui e ci lasciamo plasmare dallo Spirito di Gesù, che si è aperto al futuro, agli altri fino a donare la vita, allora, assieme a lui impariamo anche noi ad aprirci e a saper donare la vita. Quando impariamo ad accettare di “dare la vita”, allora qualsiasi paura svanirà, perché il dono di sé, consumato fino alla fine in obbedienza al Padre, è la difficile ma liberante risposta della fede alla paura.


GUARDA IL VIDEO
Incontro integrale


Guarda anche i post già pubblicati: 

#FANGO - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#FANGO
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Incuriosita de sape’ che c’era, / una colomba scese in un pantano, / s’inzaccherò le penne e bonasera./ Un rospo disse: «Commarella mia, / vedo che, pure te, caschi ner fango». / «Però nun ce rimango», / rispose la colomba e volò via.

C’è persino una canzone di Jovanotti intitolata Fango nel suo album Safari (2008). Il pantano che abbiamo evocato – come si intuisce dal dialetto romanesco – è cantato invece da Trilussa, il delizioso cultore della quotidianità della capitale in cui era nato nel 1871 ove morirà nel 1950. La sua bonaria arguzia, attraverso metafore e parabole, registrava le vicende, i costumi, i vizi e le virtù dei popolani capitolini, facendoli però assurgere a simboli universali. È il caso del contrasto tra il rospo e la colomba. Da un lato, c’è chi sguazza nella palude fangosa della corruzione, dell’indifferenza morale, persino della criminalità; d’altro lato, c’è chi riesce a custodire un’onestà che gli permette di volare più alto, in un orizzonte limpido.

Tuttavia – ed è questa la lezione dei versi di Trilussa – può accadere che un giorno questa persona dalla fedina etica immacolata ceda a una tentazione, oppure si trovi in un contesto che lo ingarbuglia o, ancora, sia sedotto da un’amicizia che approfitta della fragilità umana di ogni creatura. Nell’immagine sono le ali della colomba che si inzaccherano di fango: essa, però, conserva ancora la forza di scuotersi, liberarsi da quel peso e ritrovare la purezza dell’aria. C’è un noto aforisma di Oscar Wilde che fa confessare a tutti la comune debolezza ma anche fa sperare nella redenzione: «Siamo nati nel fango ma solo alcuni di noi guardano le stelle».

(Fonte: “Il Sole 24 Ore - Domenica”  1 marzo 2026)

venerdì 6 marzo 2026

Papa Leone XIV: non esiste una Chiesa ideale, Dio c’è anche nella fragilità dei suoi membri

Non esiste una Chiesa ideale,
Dio c’è anche nella fragilità 
dei suoi membri
Papa Leone XIV


I Documenti del Concilio Vaticano II.
II. Costituzione dogmatica Lumen gentium

2. La Chiesa, realtà visibile e spirituale


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Oggi proseguiamo il nostro approfondimento sulla Costituzione conciliare Lumen gentium, Costituzione dogmatica sulla Chiesa.

Nel primo capitolo, là dove si intende soprattutto rispondere alla domanda su cosa sia la Chiesa, essa viene descritta come «una realtà complessa» (n. 8). Ora ci domandiamo: in che consiste tale complessità? Qualcuno potrebbe rispondere che la Chiesa è complessa in quanto “complicata”, e dunque difficile da spiegare; qualcun altro potrebbe pensare che la sua complessità derivi dal fatto di essere un’istituzione carica di duemila anni di storia, con caratteristiche diverse rispetto a ogni altra aggregazione sociale o religiosa. Nella lingua latina, però, la parola “complessa” indica piuttosto l’unione ordinata di aspetti o dimensioni diverse all’interno di una medesima realtà. Per questo la Lumen gentium può affermare che la Chiesa è un organismo ben compaginato, nel quale convivono la dimensione umana e quella divina, senza separazione e senza confusione.

La prima dimensione è subito percepibile, in quanto la Chiesa è una comunità di uomini e donne che condividono la gioia e la fatica di essere cristiani, con i loro pregi e difetti, annunciando il Vangelo e facendosi segno della presenza di Cristo che ci accompagna nel cammino della vita. Eppure, tale aspetto – che si manifesta anche nell’organizzazione istituzionale – non è sufficiente a descrivere la vera natura della Chiesa, perché essa possiede anche una dimensione divina. Quest’ultima non consiste in una perfezione ideale o in una superiorità spirituale dei suoi membri, ma nel fatto che la Chiesa è generata dal disegno d’amore di Dio sull’umanità, realizzato in Cristo. La Chiesa, perciò, è allo stesso tempo comunità terrena e corpo mistico di Cristo, assemblea visibile e mistero spirituale, realtà presente nella storia e popolo pellegrinante verso il cielo (LG, 8; CCC, 771).

La dimensione umana e quella divina si integrano armoniosamente, senza che l’una si sovrapponga all’altra; così la Chiesa vive in questo paradosso: è una realtà insieme umana e divina, che accoglie l’uomo peccatore e lo conduce a Dio.

Per illuminare tale condizione ecclesiale, la Lumen gentium rimanda alla vita di Cristo. Infatti, chi incontrava Gesù lungo le strade della Palestina, faceva esperienza della sua umanità, dei suoi occhi, delle sue mani, del suono della sua voce. Chi decideva di seguirlo era spinto proprio dall’esperienza del suo sguardo ospitale, dal tocco delle sue mani benedicenti, dalle sue parole di liberazione e di guarigione. Allo stesso tempo, però, andando dietro a quell’Uomo, i discepoli si aprivano all’incontro con Dio. La carne di Cristo, infatti, il suo volto, i suoi gesti e le sue parole manifestano in modo visibile il Dio invisibile.

Alla luce della realtà di Gesù, possiamo adesso tornare alla Chiesa: quando la guardiamo da vicino, vi scopriamo una dimensione umana fatta di persone concrete, che a volte manifestano la bellezza del Vangelo e altre volte faticano e sbagliano come tutti. Tuttavia, proprio attraverso i suoi membri e i suoi limitati aspetti terreni, si manifestano la presenza di Cristo e la sua azione di salvezza. Come diceva Benedetto XVI, non c’è opposizione tra Vangelo e istituzione, anzi, le strutture della Chiesa servono proprio alla «realizzazione e concretizzazione del Vangelo nel nostro tempo» (Discorso ai Vescovi della Svizzera, 9 novembre 2006). Non esiste una Chiesa ideale e pura, separata dalla terra, ma solo l’unica Chiesa di Cristo, incarnata nella storia.

In questo consiste la santità della Chiesa: nel fatto che Cristo la abita e continua a donarsi attraverso la piccolezza e fragilità dei suoi membri. Contemplando questo perenne miracolo che avviene in lei, comprendiamo il “metodo di Dio”: Egli si rende visibile attraverso la debolezza delle creature, continuando a manifestarsi e ad agire. Per questo Papa Francesco, in Evangelii gaudium, esorta tutti a imparare «a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cfr Es 3,5)» (n. 169). Questo ci rende capaci ancora oggi di edificare la Chiesa: non soltanto organizzando le sue forme visibili, ma costruendo quell’edificio spirituale che è il corpo di Cristo, attraverso la comunione e la carità tra di noi.

La carità, infatti, genera costantemente la presenza del Risorto. «Voglia il cielo – affermava Sant’Agostino – che tutti pongano mente solo alla carità: essa solo, infatti, vince tutte le cose, e senza di essa tutte le cose non valgono niente; ovunque essa si trovi, tutto attira a sé» (Serm. 354,6,6).

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Saluti

Je salue cordialement les personnes de langue française, en particulier les pèlerins venus des paroisses et des établissements scolaires de France. Frères et soeurs, fidèles à notre engagement baptismal, efforçons-nous de construire l’Église chaque jour, en organisant non seulement ses formes visibles, mais aussi en renforçant l’unité entre nous par la communion, la charité et le pardon réciproque. Que Dieu vous bénisse !

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua francese, in particolare ai pellegrini provenienti dalle parrocchie e dagli Istituti scolastici di Francia. Fratelli e sorelle, fedeli al nostro impegno battesimale, sforziamoci di costruire ogni giorno la Chiesa, organizzandone non solo le forme visibili, ma rafforzando l’unità tra di noi, attraverso la comunione, la carità e il perdono reciproco. Dio vi benedica!]

I greet all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from England, India, the Philippines, Singapore, Vietnam and the United States of America. With prayerful good wishes that this Lent will be a time of grace and spiritual renewal for you and your families, I invoke upon all of you joy and peace in our Lord Jesus Christ.

Mit Freude heiße ich die Pilger deutscher Sprache willkommen. Wir wollen diese Fastenzeit im Geist der Buße und der Umkehr fortsetzen und Gottes Barmherzigkeit und Frieden für uns und für die ganze Welt erflehen.

[Sono lieto di accogliere i pellegrini di lingua tedesca. Continuiamo il nostro cammino quaresimale in spirito di penitenza e di conversione, implorando la misericordia e la pace di Dio per noi e per il mondo intero.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. En este tiempo de Cuaresma, pidamos al Señor que nos ayude a seguir edificando la Iglesia en la vivencia ordinaria de nuestra fe, expresada de manera particular a través de la oración, el ayuno y la caridad. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,愿你们向慈善与仁爱的天主敞开心扉,使祂的恩宠更新你们,让你们能成为祂喜乐的见证人。我衷心的降福你们!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, aprite i vostri cuori al Signore buono e misericordioso, affinché la sua grazia vi rinnovi e possiate essere suoi gioiosi testimoni. Vi benedico di cuore.]

Uma cordial saudação aos fiéis de língua portuguesa, de modo especial ao grupo de jovens de Meixomil, em Portugal! Feita de homens e mulheres, a Igreja é divina: mesmo com a nossa pequenez e limitação, podemos sempre ser instrumentos nas mãos de Deus para a edificação da Sua Igreja. Deus vos abençoe!

[Un cordiale saluto ai fedeli di lingua portoghese, in modo speciale al gruppo giovanile di Meixomil], nel Portogallo! Fatta di uomini e donne, la Chiesa è divina: pure con la nostra piccolezza e limitazione, possiamo sempre essere strumenti nelle mani di Dio per l’edificazione della Sua Chiesa. Dio vi benedica!]

أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة. الكَنِيسَةُ مَدعُوَّةٌ إلى أنْ تَكونَ مُرسَلَةً بَينَ جَمِيعِ الأُمَمِ لِكَي تُعلِنَ البُشرَى السَّارَّةَ بأنَّ يسوعَ المَسِيحَ هو سَلامُنا. بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba. La Chiesa è chiamata ad essere missionaria tra tutte le genti per portare il lieto annuncio che Gesù Cristo è la nostra pace. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Serdecznie pozdrawiam Polaków. Dziś w liturgii wspominamy św. królewicza Kazimierza, znamienitego patrona Polski i Litwy oraz wielu diecezji i parafii. Codziennie modlił się słowami: Omni die dic Mariae, ucząc synowskiej miłości do Maryi, Matki i Królowej. Niech jego wstawiennictwo pomaga odkrywać, że w Maryi Pannie podziwiamy prawdziwą godność każdej kobiety i jej powołania. Wszystkich was błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi. Oggi nella liturgia ricordiamo il Santo Principe Casimiro, celebre Patrono della Polonia e della Lituania, nonché di numerose Diocesi e Parrocchie. Egli ogni giorno pregava con le parole: Omni die dic Mariae, insegnando l’amore filiale verso Maria, Madre e Regina. La sua intercessione ci aiuti a scoprire che nella Vergine Santa ammiriamo la vera dignità di ogni donna e della sua vocazione. Vi benedico tutti!]

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare saluto due Istituti religiosi che celebrano significativi anniversari di fondazione: le Sorelle Francescane del Vangelo e le Suore Francescane Missionarie Volontarie dei Poveri, e auguro ogni bene per le rispettive comunità. Saluto poi i Membri della Comunità Magnificat; la Consociazione Nazionale delle Associazioni Infermieri; i fedeli delle varie parrocchie, specialmente quelli di Isola Capo Rizzuto, Siliqua e Vallermosa, invocando per tutti pace e cristiana prosperità.


Il mio pensiero va infine ai malati, agli sposi novelli e ai giovani. La Quaresima ci esorta a riconoscere Cristo come suprema speranza dell’uomo. Invito voi, cari giovani, ad essere testimoni coraggiosi del Vangelo, per incidere positivamente nei vari ambienti di vita. A voi, cari ammalati, raccomando la virtù della pazienza, perché la vostra sofferenza, unita a quella di Cristo, sia offerta gradita al Padre. E incoraggio voi, cari sposi novelli, a scoprire il valore della preghiera nella «chiesa domestica» che avete formato. A tutti la mia benedizione!


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“Iran? Nasceranno nuovi odi. La pace non interessa più a nessuno, Bergoglio inascoltato”: l’intervista a padre Alex Zanotelli


“Iran? Nasceranno nuovi odi.
La pace non interessa più a nessuno, 
Bergoglio inascoltato”:
l’intervista a padre Alex Zanotelli
di Alex Corlazzoli


Il missionario comboniano: "Netanyahu criminale di guerra, Trump ha bisogno di uno psichiatra, i governi sono prigionieri dell'industria bellica"



05.03.2026 - Per Donald Trump “servirebbe uno psichiatra”. Benjamin Netanyahu “è un criminale di guerra”. Pedro Sanchez è “l’unico vero politico in Europa”. La Nato “va rifondata”. I parroci “hanno tradito il Vangelo” e il pacifismo “non interessa più a nessuno” perché “i governi sono prigionieri del complesso militare-industriale” basti vedere l’Italia “dove il ministero della Difesa è nelle mani di Guido Crosetto, a capo di un’impresa creata come joint venture tra Fincantieri e Leonardo”. Sono le parole di padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, attivista pacifista che da anni vive nel quartiere “La Sanità” a Napoli dopo essere stato in missione in Africa. Nelle ore in cui l’Iran è sotto attacco da parte di Israele e Stati Uniti, nel suo “quartier generale” (una stanza nel campanile della chiesa), l’87enne nato a Livo, in provincia di Trento, si informa leggendo i quotidiani di tutto il mondo per farsi un’idea di quanto sta accadendo.

Padre Zanotelli, dov’è finito pacifismo? In passato di fronte a una simile crisi saremmo già scesi in piazza…
Ciò che più mi amareggia è l’indifferenza quasi totale delle parrocchie. È come se Gesù non avesse mai detto nulla. Se le comunità fossero davvero intrise del Vangelo sarebbe diverso. Oggi sono passive. Non reagiscono a nulla. Da anni insistiamo perché non investano i loro soldi nelle cosiddette “banche armate” ma non lo fanno. Temo che la teologia sia diventata borghese. Le nostre celebrazioni restano mistiche, non entrano nella vita. Papa Francesco disse che “non ci può essere una guerra giusta” ma nemmeno lui è stato ascoltato. L’enciclica di Bergoglio “Laudato si” chiamava in causa il disastro planetario che ora stiamo provocando con questi conflitti. Ma sa che le dico?

Prego.
Non me la prendo con i preti ma con le facoltà teologiche: cosa insegnano?

E l’associazionismo?
La verità è che non basta più scendere in piazza: dobbiamo mettere in atto azioni concrete per “disturbare” i governi. Un esempio. Un tempo praticavamo l’obiezione fiscale: se l’Italia raggiunge il 3% del Pil in investimenti in armi, noi dobbiamo alla pari rifiutarci di pagare le tasse per quella cifra. La disobbedienza civile resta fondamentale. Il problema è che la grande stampa e la tv non ne vogliono sapere di tutto ciò, sono a favore del sistema. Ancora una volta mi chiedo: i media cattolici dove sono finiti? Penso ai settimanali, ai quotidiani che ci sono in diverse diocesi…

E così nel mondo politico solo il primo ministro spagnolo ha preso posizione contro Trump.
Cosa la stupisce? Nel contesto in cui siamo la militarizzazione della società è accettata. Non c’è la capacità di capire che stiamo rischiando tutto. Viviamo in un sistema capitalistico, dove la cosa più importante è il profitto. La Germania che perderà 500mila lavoratori nelle fabbriche automobilistiche li sta riversando nelle aziende che producono armi. Sanchez è l’unico vero politico che abbiamo in Europa. Guardiamo anche al nostro Paese: il Partito democratico non prende posizione chiare sulla guerra. Anche Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli sono timidi. Meloni ha chinato il capo alla Nato che ha concordato un aumento storico della spesa militare al 5% del Pil entro il 2035. Così salta la scuola, la sanità pubblica. Aveva ragione Dante Alighieri a dire “hanno perduto il ben dell’intelletto”.

Con lo scontro tra Stati Uniti, Israele e Iran, ora la guerra tra Ucraina e Russia e la crisi a Gaza passano in secondo piano.
Il genocidio del popolo palestinese è stato oscurato da questa nuova crisi. È certamente una delle ragioni, quest’ultima, per la quale Netanyahu ha voluto bombardare l’Iran in un momento in cui pian piano, grazie alla giovane popolazione, avrebbero potuto cambiare la situazione. Così, invece, i radicali prenderanno di nuovo le redini del Paese e nulla si modificherà. Anzi, nasceranno nuovi odi, ci sarà un nuovo scontro tra i musulmani estremisti e l’Occidente.

Vuole dirmi che dobbiamo aspettarci un altro 11 settembre?
È inevitabile. L’Isis tornerà con forza sul campo.

In questo scenario i nostri governi e i media sembrano non accorgersi del conflitto tra Pakistan e Afghanistan e delle guerre in Africa.
Non si parla nemmeno di ciò che sta avvenendo in Sudan, in Congo, in Somalia, nell’Africa centrale. C’è in atto una neo-colonizzazione dell’Africa. La Cina ha messo le mani su quell’area da tempo. Trump punta ai minerali del Congo. L’Italia ha intavolato il piano “Mattei” per ottenere gas e petrolio. Ma mi lasci aggiungere un concetto.

Dica.
Tutte queste guerre sono complici del surriscaldamento del pianeta che ci porterà alla distruzione. Abbiamo già superato l’obiettivo fondamentale dell’Accordo di Parigi sul clima di contenere l’aumento entro 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali per prevenire catastrofi climatiche, puntando alla neutralità carbonica entro fine secolo. Accanto a questo, la chiusura dello Stretto di Hormuz porterà ad un aumento dei costi del petrolio con conseguenze che tra qualche mese incideranno sulle tasche dei cittadini. La verità sta nelle indimenticabili parole del presidente Usa, Dwight Eisenhower, che disse nel suo ultimo discorso alla nazione: “Vedo un solo percolo per gli Stati Uniti, il complesso militare industriale di questo Paese”. Ora tutti i Paesi sono prigionieri di questa situazione.

Se le dico Donald Trump che pensa?
A chi l’ha votato, a chi anche tra il clero americano lo ha scelto: è inspiegabile. Trump è un uomo malato che ha bisogno di uno psichiatra. Lo scriva, la prego. Non temo. Per fortuna, negli Usa ci sono delle istituzioni che stanno reagendo: penso alla Corte Suprema. Trump potrebbe anche perdere le elezioni di metà mandato ma non sarà facile disfarsi di una persona così.

E cosa pensa di Netanyahu?
“È un criminale di guerra. Non riesco a dire altro. Ciò che ha fatto è un genocidio, è ormai chiaro. Come Chiesa dobbiamo riflettere sul fondamentalismo religioso che c’è in Israele. Le confessioni dovrebbero fare un grande sforzo per aiutare i fedeli a leggere in maniera intelligente e critica la Bibbia.

Cosa voterà al referendum sulla giustizia?
Un enorme no. Faccio parte anche del comitato referendario per il No di Napoli. È evidente che il governo vuole mettere le mani sulla magistratura; noi dobbiamo impedirglielo. Il mio grazie va al procuratore generale della mia città Aldo Policastro e a al procuratore Nicola Gratteri per il coraggio con il quale hanno preso parte a questa competizione, spiegando con chiarezza alla gente ciò che accadrà se passerà il Sì.

(Fonte: Fatto Quotidiano)

Enzo Bianchi - Il grande mistero del dolore umano

Enzo Bianchi
Il grande mistero del dolore umano
Nella solitudine e nella nostra notte tenebrosa continuiamo a invocare Dio, che sembra assente perché invisibile, ma che ci è sempre accanto


Famiglia Cristiana - 1° Marzo 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Oggi pomeriggio sono andato a far visita a una persona malata da anni, una persona colpita da una malattia autoimmune che la fa soffrire notte e giorno. Ha il viso solcato dalle lacrime e continua a sperare in una guarigione. Con le lacrime agli occhi mi prende la mano tra le sue e mi dice con aria piena di sconforto: “Perché? Perché soffrire così tanto? Che significato può avere?”. Poi chiude gli occhi emettendo qualche gemito. Io non ho parole, resto muto, la guardo e mi commuovo anch’io. Anche la fede non sembra capace di suggerirmi nulla. Posso solo dire che il mio cuore piange accanto al cuore di chi amo e soffre.

Gesù il Signore, anche lui, ha conosciuto la sofferenza, ha pianto, ha gridato al Padre, forse in un dolore più forte e più profondo del nostro: “Abbà padre, perché (a che pro) mi hai abbandonato?”. Gesù non ha cessato di pregare Dio, di invocarlo, di chiedergli liberazione e soprattutto il dono dello Spirito santo che gli facesse comprendere il senso di quello che stava vivendo. Mistero grande quello del dolore. Pensaci, o cristiano: nella sofferenza, nella notte tenebrosa, nel silenzio di Dio tu, cristiano, continui a chiamare e pregare il tuo Dio che pare assente, perché è invisibile, eppure è presente più che mai. È accanto a te per tenerti per mano, farti guadare il fiume e accoglierti al di là della morte per essere sempre con te.

Il dolore, questo mistero! Milioni di umani venuti al mondo soffrono, eppure anche loro esistono per ricevere la vita in abbondanza e la consolazione già di qui. Cristiano, ogni sofferenza è attraversata con te da Gesù, la tua vita!
(fonte: Blog dell'autore)


giovedì 5 marzo 2026

“UNA CAREZZA E UNA LACRIMA” Messaggio di Don Mimmo Battaglia per il piccolo Domenico

UNA CAREZZA E UNA LACRIMA” 
Messaggio di Don Mimmo Battaglia
per il piccolo Domenico



     “I bambini piccoli dormono con i pugni chiusi. Come se stringessero qualcosa di prezioso che nessuno deve portar loro via. Domenico aveva due anni. Ha stretto così la vita, con quella stessa ostinazione tenace e silenziosa, per due mesi interi, circondato dall’amore dei suoi genitori. Poi i pugni si sono aperti. E Domenico è andato.
         Quei pugni chiusi sono un Vangelo che nessun discorso riesce a scrivere. Dicono che la vita – ogni vita,anche la più piccola, anche quella che il mondo fatica a guardare negli occhi – vale la pena di essere difesa fino in fondo. Non è una scelta ideologica: è qualcosa di più antico, di più profondo, che viene da prima di noi, da Qualcuno che ci ha voluti a sua immagine, ha benedetto ogni esistenza con la carezza che si riserva ai figli amati, desiderati, nella cui somiglianza ci si rispecchia. Secondo me Domenico sapeva di assomigliare a Dio, con quel sapere muto e assoluto dei bambini. Lo hanno saputo anche i suoi genitori, che non hanno mai smesso di lottare accanto a lui. Lo ha saputo il personale della terapia intensiva: ognigesto, una preghiera silenziosa; ogni presenza al capezzale, un atto d’amore verso una vita piccola e sacra.
           Eppure c’è un momento – e chi ha attraversato certe stanze di ospedale lo riconosce, lo porta dentro di sé anche quando non riesce a nominarlo – in cui l’amore cambia forma. In cui custodire la vita non significa più prolungarla a ogni costo, ma accompagnarla con un’altra qualità di cura: più silenziosa, più intima, più simile al tenere per mano che al combattere. È il momento in cui i genitori del piccolo Domenico hanno compreso che non andava più trattenuto, ma accompagnato.
              Non una resa, non un abbandono, ma una decisione maturata nel silenzio, tra lacrime e lucidità. A volte tra notizie contrastanti ed emozioni confuse. La scelta di accogliere ciò che stava accadendo, senza più forzare il tempo, senza pretendere risposte diverse da quelle che la realtà stava consegnando. Restare accanto non per trattenere, ma per accompagnare: con lucidità, con tenerezza, con un amore capace di affidarsi.
          Patrizia, sua madre, lo diceva con una semplicità disarmante: in quella casa verso cui stava andando, suo figlio aveva un nuovo compito, diventare un angelo. È un linguaggio che nasce dalla fede, certo, ma anche dal bisogno profondo di dare un senso a un passaggio così grande, di continuare a sentirlo dentro una storia che non finisce, ma cambia forma.
             Riconoscere quel momento non è una sconfitta. È forse il gesto d’amore più difficile e più vero che esista: quello che si fa piccolo, che si consegna, che rinuncia a sé stesso per il bene dell’altro, anche quando l’altro è così piccolo da non potertelo chiedere a parole.
           Nelle ultime due settimane sono tornato più volte in ospedale. Camminavo lungo quei corridoi con le mani vuote, niente, se non la mia presenza. A volte è l’unica cosa che si può offrire. E forse è anche la più necessaria. Ho stretto quelle mani segnate dall’attesa. Ho pregato con loro nel silenzio: con quella preghiera che non chiede spiegazioni, che non negozia, che semplicemente si consegna.
C’è qualcosa che porto nell’anima e stento a descrivere. Ogni volta che accarezzavo la sua manina,
           Domenico, anche nel silenzio del coma, versava una lacrima. Una sola. Trattenuta a fatica, come un segreto che il corpo non riesce a custodire. Come se quella carezza raggiungesse un luogo che nessun farmaco sa addormentare davvero: quel centro ultimo dove la persona, tutta intera, non smette mai di amare e di essere amata. Era la sua voce. Era il suo “ci sono”. E in quella lacrima c’era più presenza che in mille parole dette ad alta voce. C’era una soglia attraversata, un filo sottilissimo tra due mondi che non si spezza, ma vibra. Io lo sentivo. Non con le orecchie, ma con qualcosa di più antico: con quella parte di noi che riconosce l’altro anche quando l’altro non può rispondere.
          Una carezza e una lacrima: un alfabeto fatto di pelle, di silenzi, di attesa, di acqua pura. Non sapevo se mi sentisse. Non sapevo dove fosse la sua coscienza in quel mare immobile. Ma sapevo che qualcosa arrivava. Perché il corpo non mente quando l’anima viene toccata. Una lacrima sola. Mai un pianto. Mai uno scatto. Solo quel segno leggero, come un “sì” sussurrato. E allora ho compreso che l’amore non ha bisogno di condizioni favorevoli per esistere. Non ha bisogno di risposte articolate, di occhi aperti, di parole coerenti. L’amore resta anche quando tutto sembra sospeso.
Resta come brace sotto la cenere. Resta come un battito ostinato.
           Forse la medicina misura i parametri, i riflessi, le reazioni. Ma c’è un luogo che non si lascia monitorare: quello in cui la persona è ancora relazione, ancora legame, ancora storia. Lì, Domenico non era un corpo in coma. Era un figlio. Il figlio di Patrizia e Antonio. Era mio, nostro figlio. E io, accarezzando quella manina, sentivo che non stavo solo consolando lui. Stavo imparando qualcosa sull’essere umano. Che c’è un nucleo inviolabile che non si spegne facilmente. Che la coscienza forse si assottiglia, ma la relazione resta come un’impronta indelebile.
           Quella lacrima mi ha insegnato più di molti libri. Mi ha insegnato che la persona non coincide mai del tutto con la sua condizione clinica. Che anche nell’ombra più fitta c’è un varco. Un passaggio minuscolo attraverso cui l’amore continua a circolare.
           Ed è in quella stanza che ho percepito come certe parole del Vangelo tornano a pesare come pietre. La compassione, non la parola, ma la realtà viva che porta dentro: patire con, farsi carico del dolore dell’altro senza cercarne l’uscita, senza proteggersi. Ho pregato per Domenico. L’ho fatto nell’unico modo in cui si riesce a pregare davanti a certi misteri: col silenzio, con la presenza, con quella fede nuda che non argomenta e non pretende, ma si consegna. Perché la preghiera non è convincere Dio a stare dalla nostra parte. È scoprire, con stupore, che ci stava già, prima ancora che aprissimo la bocca, prima ancora che trovassimo le parole. Pregare era custodire Domenico dentro quella luce, non perché la luce potesse cambiare il decorso di una tragedia, ma perché nessuna vita, nemmeno quella che la medicina non riesce a salvare, rimane fuori dall’abbraccio di Dio.
               Viviamo in un tempo che ha paura del limite. Lo combatte, lo nega, lo aggira con accanimento. Come se ammettere che c’è qualcosa di fronte a cui non possiamo nulla fosse una sconfitta. Ma il limite non è ilcontrario della vita: ne è la forma. La misura sacra entro cui ogni cosa riceve un nome, un volto, un peso.E imparare ad abitarlo – senza rassegnarsi, senza arrendersi, ma anche senza la pretesa di essere noi l’ultima parola su tutto – è forse il gesto più umano e più cristiano che esista.
         Eppure la morte di un bambino è un abisso. Non c’è altra parola. Non c’è teologia che la addomestichi, non c’è spiegazione che la renda accettabile, non c’è discorso che chiuda quella ferita. La morte innocente, quella che urla verso il cielo come il grido di Giobbe, come il pianto di tutte le madri del mondo, è il punto in cui la fede smette di essere un sistema e diventa o un abbandono o una resa.
Io scelgo l’abbandono. Non la resa. L’abbandono fiducioso di chi sa che al centro del Vangelo c’è un Dio che al dolore del mondo non ha risposto con una spiegazione, ma con una presenza: un Figlio sceso fino al grido del Venerdì Santo, per dirci che anche nell’abisso, soprattutto nell’abisso, c’è Qualcuno che ci aspetta con le mani aperte.
              Oggi gli diciamo addio. Due anni: pochi, al conto del mondo. Ma interi, pienissimi. Ha ricevuto amore, tanto amore. Lo ha restituito, come sanno fare soltanto i bambini: semplicemente essendo lì, semplicemente esistendo. La sua vita breve non era una vita incompiuta: era intera. E adesso è Oltre, in quella pienezza che noi intravediamo solo di sbieco, solo per lampi, nei momenti rari in cui la realtà si fa così sottile da lasciar passare qualcosa dall’altra parte.
         I bambini piccoli dormono con i pugni chiusi. È un gesto antico, istintivo, come se volessero trattenere il mondo, come se temessero che qualcosa possa sfuggire. Domenico adesso ha le mani aperte. Non stringe più nulla. Non trattiene. Non difende. Le sue dita sono distese come chi ha smesso di opporsi e ha scelto, senza parole, di affidare. E da quelle mani aperte c’è qualcosa che ci è stato consegnato: una lacrima. Una sola. Non un grido. Non una richiesta. Una lacrima come eredità.
           Allora la domanda resta sospesa tra noi, più esigente di qualunque risposta: sappiamo custodire ciò che ci è stato affidato? Sappiamo custodire i più fragili, quando non possono difendersi, quando non possono spiegarsi, quando l’unico linguaggio che resta è una vibrazione impercettibile? Le mani aperte di Domenico non chiedono spiegazioni. Chiedono coscienza, delicatezza, un amore capace di non voltarsi dall’altra parte.
            Forse i bambini chiudono i pugni perché la vita è ancora tutta da afferrare. Forse le mani aperte, invece, sono il segno di chi ha già consegnato tutto. Saremo capaci di accogliere la consegna di Domenico senza lasciarla cadere? Perché in quella consegna, in quella lacrima c’è un mandato. C’è la responsabilità di diventare custodi. E se sapremo farlo – con tenerezza, con rispetto, con fedeltà – allora quella lacrima non sarà stata solo un segno. Ma il sogno del piccolo Domenico: quello di un mondo capace di custodire i bambini, di accompagnare il dolore, di ritrovare senso anche nei momenti più bui. Senza aver bisogno di molte parole.
             Affidandosi a un alfabeto silenzioso. Quello di una carezza e di una lacrima.”

+ don Mimmo Card. Battaglia
Arcivescovo Metropolita di Napoli
(Fonte: sito della diocesi)