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lunedì 31 agosto 2026

ANGELUS 30/08/2026 - Leone XIV: accettare le vie di Dio anche quando non corrispondono alle nostre attese

ANGELUS

Piazza della Libertà (Castel Gandolfo)
Domenica, 30 agosto 2026

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Leone XIV: accettare le vie di Dio anche quando non corrispondono alle nostre attese

All’Angelus da Piazza della Libertà a Castel Gandolfo, il Papa mette in guardia dalla tentazione di pensare che il Signore sbagli o si disinteressi del suo popolo. Nella confusione di circostanze fuori dalle proprie aspettative, incoraggia a seguire l’esempio di Pietro: non interrompere il dialogo, ma mettersi in docile ascolto. “La grandezza del Primo degli Apostoli”, afferma il Pontefice, “si manifesta anche in questo”


Il Papa tra i fedeli (@Vatican Media)

“Sì, credo che tu sei il Messia, ma non è così che si salva il mondo”. Una professione di fede a metà, incompleta, quella che idealmente – dopo la prima, “bellissima” – pronuncia Pietro a Gesù, manifestando il suo dissenso dopo che il Signore svela ai discepoli il Mistero della sua Pasqua. Un’affermazione in cui è facile cadere di primo impulso, specialmente quando le vie di Dio appaiono incomprensibili, diverse da quelle prefigurate. L’invito è a non interrompere il dialogo, ma a mettersi docilmente in ascolto, manifestando con fiducia anche la propria difficoltà di comprensione. In questo sta la “grandezza del Primo degli Apostoli” secondo il suo successore, Papa Leone XIV, che questa mattina, 30 agosto, pronuncia la catechesi dell’Angelus da Piazza della Libertà a Castel Gandolfo, dove ieri ha presieduto la Messa e partecipato alla processione della Madonna del Lago.

Un Messia diverso dalle aspettative

È ancora di fermento l'atmosfera nel cuore del piccolo comune laziale, che i pellegrini riempiono agitando bandiere e ventagli. La riflessione che il Pontefice offre loro si focalizza sulla rivelazione di Gesù, che annuncia ai discepoli il suo destino di sofferenza a Gerusalemme che lo condurrà alla morte e alla resurrezione. Affermazioni ben lontane dalle attese di un Messia “trionfatore e potente”, che nelle idee dei discepoli avrebbe dovuto “sconfiggere e calpestare” i nemici. Già i gesti e le parole del Signore avevano creato scalpore, ma quest’ultimo messaggio “va davvero oltre ogni previsione”, portando Pietro a esclamare: “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai”.

Opporsi alla tentazione di un Dio disinteressato

Un’inversione repentina rispetto al precedente riconoscimento di Gesù come “il figlio del Dio vivente”. Sorpreso e deluso dalle parole del Signore, Pietro sembra ritrattare le sue parole in un’ideale professione che il Pontefice così riformula:

“Sì, credo che tu sei il Messia, ma non è così che si salva il mondo”.

Un moto di zelo, animato da “amore sincero”, ma che porta a una riflessione profonda:

Anche per noi, infatti, non è sempre facile capire e accettare le vie di Dio, specialmente quando sono molto lontane dalle nostre. Allora la tentazione è di pensare, contro ogni logica di fede, che sia il Signore a sbagliare, o peggio ancora a non ascoltarci o a non interessarsi di noi.

Mettersi in ascolto senza giudicare

Di fronte a questa incertezza, e pur nella sua impulsività, il Primo degli Apostoli insegna due cose importanti, secondo il Papa. La prima, è il non avere interrotto il dialogo con Dio. Pratica che Leone XIV invita a perseguire anche manifestando la propria difficoltà nel comprendere ciò che il Signore chiede.

La seconda, è di non giudicare mai l’operare di Dio, ma piuttosto di metterci in ascolto, con umiltà, nella preghiera, di ciò che ci sta rivelando attraverso il suo agire, anche quando non corrisponde alle nostre attese. E la grandezza del Primo degli Apostoli si manifesta anche in questo.

Una fede umile e sincera

Alle parole dure di Pietro, Gesù replica con un’affermazione altrettanto forte: “Va’ dietro a me, Satana!”, spiegando poi che per calcare le sue orme è necessario rinnegare sé stessi, imbracciando la propria croce. E Pietro lo farà, accettando la sfida e rimanendo fedele al Cristo riconosciuto come Redentore, fino al martirio.

Chiediamo allora al Signore di avere anche noi, nella nostra vita di fede e nella nostra preghiera, la stessa sincerità di Pietro, nel dirgli umilmente ciò che davvero sentiamo, anche quando il cuore è confuso, e al tempo stesso di saper coltivare la sua stessa docilità, nell’accettare ciò che ci chiede al di là delle nostre attese.

Una vista di Piazza della Libertà (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Edoardo Giribaldi 30/08/2028)

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PAPA LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e buona domenica!

Oggi il Vangelo ci parla di Gesù che svela ai discepoli il Mistero della sua Pasqua imminente: il Messia – dice – dovrà «andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (Mt 16,21).

Ciò che afferma è molto lontano dalle loro attese di un Messia trionfatore e potente, con il cui aiuto sconfiggere e calpestare i nemici (cfr Sal 108,14). Già avevano avuto modo, nel tempo trascorso con Lui, di stupirsi di tanti suoi gesti e parole. Quest’ultimo messaggio, però, va davvero oltre ogni previsione. In particolare, Pietro manifesta il suo dissenso e rimprovera Gesù, dicendogli: «“Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai”» (v. 22).

Poco prima ha riconosciuto in Lui «il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16). Ora, invece, sorpreso e forse deluso da ciò che sente, in contrasto con la bellissima professione di fede che ha appena fatto, lo rimprovera. Sembra dirgli: “sì, credo che tu sei il Messia, ma non è così che si salva il mondo”. Il suo è un moto di zelo, certamente animato da amore sincero, e nondimeno ci fa riflettere.

Anche per noi, infatti, non è sempre facile capire e accettare le vie di Dio, specialmente quando sono molto lontane dalle nostre. Allora la tentazione è di pensare, contro ogni logica di fede, che sia il Signore a sbagliare, o peggio ancora a non ascoltarci o a non interessarsi di noi. Di fronte a questa incertezza Pietro, pur nella sua impulsività, ci insegna due cose importanti.

La prima è di non interrompere mai, nemmeno in questi momenti, il dialogo con il Signore, anzi di manifestargli con fiducia anche la nostra difficoltà a comprendere ciò che ci chiede.

La seconda, però, è di non giudicare mai l’operare di Dio, ma piuttosto di metterci in ascolto, con umiltà, nella preghiera, di ciò che ci sta rivelando attraverso il suo agire, anche quando non corrisponde alle nostre attese.

E la grandezza del Primo degli Apostoli si manifesta anche in questo.

Gesù gli risponde: «Va’ dietro a me, Satana!» (v. 23), e spiega a lui e agli altri discepoli che, per calcare le sue orme, dovranno rinnegare sé stessi, prendere la loro croce e seguirlo (cfr v. 24). Pietro lo farà: dopo averlo ascoltato, accetterà la sfida e rimarrà fedele alle parole del Cristo, che ha riconosciuto come suo Redentore, per tutta l’esistenza, fino al martirio.

Chiediamo allora al Signore di avere anche noi, nella nostra vita di fede e nella nostra preghiera, la stessa sincerità di Pietro, nel dirgli umilmente ciò che davvero sentiamo, anche quando il cuore è confuso, e al tempo stesso di saper coltivare la sua stessa docilità, nell’accettare ciò che ci chiede al di là delle nostre attese.

Ci aiuti Maria, che è stata obbediente ai disegni di Dio fin sotto la Croce del suo Figlio Gesù.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

da Haiti giungono notizie drammatiche del grave massacro perpetrato a Kenscoff, nel quale hanno perso la vita numerose persone mentre altre sono sequestrate. Esprimo la mia vicinanza orante alle vittime e ai loro familiari e chiedo che vengano rilasciati senza indugio tutti gli ostaggi. Rivolgo un accorato appello a tutti i responsabili affinché si impegnino concretamente per garantire la sicurezza della popolazione e porre fine a ogni forma di violenza.

Assicuro la mia preghiera ai colpiti dalla terribile alluvione che si è verificata in Nepal e Tibet. Preghiamo per chi ha perso la vita, per i feriti e i dispersi, per le famiglie, per i soccorritori. Possa la sollecitudine di tutti contribuire ad alleviare le sofferenze e a recare gli aiuti necessari alla popolazione.

Continuiamo a pregare per la pace. Sant’Agostino, la cui memoria abbiamo celebrato in questi giorni, diceva che «la pace […] è simile al pane del miracolo che cresceva nelle mani dei discepoli mentre lo spezzavano e lo distribuivano» (Sermo 357, 2). Possano aumentare nel mondo quanti con coraggio spezzano e distribuiscono il pane della pace, superando le divisioni, promuovendo la giustizia, praticando il perdono, per il bene di tutti.

On Tuesday, we celebrate the World Day of Prayer for the Care of Creation. This marks the beginning of the Season of Creation – observed by Christians of various denominations – whose theme this year is “Living Water.” As I recalled in the Message for this Day, caring for our common home calls for a conversion of heart, so that what has been used to bring about destruction may instead be directed toward life. I invite everyone to join in prayer and action, that we may become channels of the living water of God’s peace, refreshing our wounded world.

[Martedì celebriamo la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato. Essa segna l’inizio del “Tempo del Creato” – osservato dai cristiani di diverse Confessioni – il cui tema quest’anno è “Acqua viva”. Come ho ricordato nel Messaggio per questa Giornata, la cura della nostra “casa comune” richiede una conversione del cuore, affinché ciò che è stato usato per portare distruzione possa invece essere orientato alla vita. Invito tutti a unirsi, in preghiera e azione, affinché possiamo farci canali di acqua viva della pace di Dio, dona ristoro al nostro mondo ferito].

Saluto tutti voi, fedeli di Castel Gandolfo e pellegrini di vari Paesi! In particolare do il benvenuto ai partecipanti alla manifestazione benefica “Run to Rome”, ai giovani che hanno vissuto il cammino della Via Lucis itinerante, al gruppo dei Devoti della Madonna dei Miracoli di Corbetta e ai motociclisti presenti per il loro tradizionale incontro annuale.

Ringrazio le Forze dell’Ordine e quanti hanno contribuito al mio soggiorno estivo qui a Castel Gandolfo, come pure al servizio a tutela della sicurezza durante gli incontri con i pellegrini. Tante grazie!

Invio il mio cordiale saluto ai fedeli che seguono l’Angelus da Piazza San Pietro.

E a tutti auguro una buona domenica!



domenica 30 agosto 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
30 Agosto 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, la persona di Pietro, con la sua generosità, ma anche con i suoi fraintendimenti, ci rappresenta appieno. Facciamo fatica a comprendere che la via dell’amore, tracciata da Gesù, richieda la rinuncia all’idolatria di se stessi. Per questo con fiducia preghiamo il Signore Gesù ed insieme diciamo:


R/   Ascoltaci, Signore

 

Lettore


- Tu hai voluto, Signore Gesù, che la tua Chiesa fosse come un prolungamento della tua umanità per continuare a mostrare all’intera umanità che non c’è altra via, che conduca alla vita ed alla vita in pienezza, se non la via della comunione e del dono gratuito di sé. Guidala con il tuo Santo Spirito, perché comprenda ogni giorno di più che senza l’ascolto vero della tua Parola si può cadere facilmente nell’idolatria dell’amore di sé, del potere e del denaro. Preghiamo. 

- Signore Gesù, la nostra umanità oggi è in preda al delirio, dovuto all’irruzione della cosiddetta “Intelligenza Artificiale”. Gli Stati non riescono più a parlarsi e all’interno di molti Paesi si è fatta strada la tentazione di dividere la società civile nello schema tribale del “noi e loro”. Tu che sei il Risorto, Vivente in mezzo a noi, scuoti dal sonno questo mondo, perché cammini sulla via della pace e della cooperazione tra i popoli. Preghiamo. 

- Signore Gesù, tu ci hai richiamato a saper leggere i segni del tempo, ma noi ci rifiutiamo di leggere gli eventi di questi giorni di caldo estremo e di gravi alluvioni come un forte richiamo alla conversione. Tu che hai dato la vista ai ciechi, apri gli occhi di quanti apparteniamo ai Paesi più ricchi e più industrializzati per renderci conto che non c’è più altro tempo da perdere. Preghiamo. 

- Volgi il tuo sguardo, Signore Gesù, sulle nostre famiglie. Esse dovrebbero essere il luogo dell’intimità, delle relazioni profonde, dell’accoglienza reciproca, dell’esperienza della gratuità e del perdono, ma non sempre è così. Molto spesso si arriva a gesti inconsulti. Aiuta, Signore Gesù, le famiglie che si dicono cristiane a saper testimoniare che l’amore reciproco è il valore che dà senso e significato alla vita della casa. Preghiamo. 

- Davanti a te, Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime dei terremoti e delle alluvioni, delle vittime della violenza nelle famiglie e tra i ragazzi e i giovani. Dona a tutti di sperimentare la gioia del tuo Amore e della tua Pace. Preghiamo.



Per chi presiede

Accogli, Signore Gesù, le nostre preghiere e anche quelle che sono rimaste nascoste in fondo al nostro cuore. Concedi a tutti noi di poterti seguire sulla via del dono di sé e della solidarietà, per amore di questa nostra umanità inquieta e sofferente. Te lo chiediamo perché Tu sei nostro Signore e compagno di viaggio, vivente nei secoli dei secoli.

AMEN.



SANTA MESSA E PROCESSIONE DELLA “MADONNA DEL LAGO” (Castel Gandolfo) 29 agosto 2026 - Leone XIV: non cedere all’odio davanti a ingiustizie, il male non sfiguri l’umanità - Sul Lago di Albano prega per la Chiesa e per la pace


SANTA MESSA E PROCESSIONE DELLA “MADONNA DEL LAGO”

Chiesa di Maria Santissima del Lago (Castel Gandolfo)
Sabato, 29 agosto 2026


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Il Papa: non cedere all’odio davanti a ingiustizie,
il male non sfiguri l’umanità

Nell’omelia della Messa presieduta nella chiesa di Maria Santissima del Lago a Castel Gandolfo, seguita dalla tradizionale processione, Leone XIV si sofferma sula bellezza di tali “gesti semplici” di devozione, capaci di rinnovare la fede. In un mondo che liquida il perdono a sinonimo di ingenuità e debolezza, credere diventa invece una rotta verso la pace, per “continuare a navigare verso la meta desiderata”


La struttura a ventaglio della chiesa di Maria Santissima del Lago ricorda quella delle assi di un’imbarcazione, che in corrispondenza dell'ideale prua convergono nella croce che sovrasta lo specchio d’acqua incastonato tra i Colli Albani. La bellezza, qui, non parrebbe quindi “un’utopia”. Eppure è sufficiente salpare, immergersi nel mondo per temere la deriva sostenuta da “venti contrari”, che soffiano sul dono di sé riducendolo a ingenuità, sul perdono abbassandolo a debolezza. Dal lago Albano si viene allora ricondotti a quello di Tiberiade, dove, in mezzo alla tempesta, Gesù compie qualcosa di apparentemente utopico, ma concreto: cammina sulle acque, ed esorta ad avere fede: la chiave per ritrovare la pace e “continuare a navigare verso la meta desiderata”.

Dall’altare dell'edificio consacrato da san Paolo VI nell’agosto del 1977, Papa Leone XIV incoraggia nuovamente a percorrere la “via della vita”, quella dell’amore, prendendo poi il largo, primo Pontefice nella storia, sulle acque del Lago Albano. A bordo del Battello Falco dell'Associazione Lungolago Castel Gandolfo, c'è anche un’ospite ormai familiare e non più d’eccezione, visto che la tradizione si ripete dal primo dopo guerra, quando nel piccolo comune laziale non risiedevano più di sei o sette famiglie: il simulacro della Madonna del Lago.

I Papi e la festa della Madonna del Lago

Il Vescovo di Roma presiede la Messa questa sera, 29 agosto, in un clima di festoso raccoglimento, ricordando, oltre a san Paolo VI, anche la partecipazione di san Giovanni II alla festa della Madonna del Lago, promuovendone la memoria e rinnovandone il messaggio. I testi scelti per la liturgia si armonizzano con l’appuntamento tradizionale. Nella prima Lettura, infatti, viene proclamato un passaggio del profeta Geremia: “Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo”.

Sente un impulso incontenibile di portare a tutti il suo messaggio, anche se sa che questo comporterà dover dire e fare cose che a molti non piaceranno, incontrare sofferenze e incomprensioni, fino a diventare “oggetto di derisione ogni giorno”. Ma l’amore lo spinge ad agire per il bene del suo popolo, senza compromessi, fino alla fine.

Amare senza compromessi

Portare il proprio ideale di comunione fino in fondo, senza remore, è anche ciò che insegna a praticare Gesù nel Vangelo. Dopo avere sfamato quattromila uomini e donne con sette pani e pochi pesciolini, il Signore svela ai discepoli le sofferenze che dovrà patire a Gerusalemme, fino alla morte e alla resurrezione.

Spiega come, dopo i tanti miracoli compiuti, manifesterà definitivamente la sua gloria: sacrificando liberamente la sua vita e offrendo se stesso sulla croce come pane spezzato. E precisa che lo stesso dovrà fare chiunque voglia continuare la sua missione: “Se qualcuno vuole venire dietro a me – dice –, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

La Messa nella Chiesa di Maria Santissima del Lago (@Vatican Media)

La gioia del mietitore e l'intenzione del seminatore

“Solo l’amore salva”, quindi. Il Papa esorta a spargere nel mondo i semi di questa “carità infinita”, poiché, come insegnava sant’Agostino, “la gioia del mietitore dimostra l’intenzione del seminatore”.

Purtroppo non tutti comprendono la bellezza, la bontà e la concretezza di questo sogno del Creatore, anzi molti pensano che sia un’utopia. Porgere l’altra guancia – dicono – è da perdenti, donare di fronte al rifiuto è da ingenui, perdonare senza limiti è da deboli. Non c’è da stupirsi. Perfino per Pietro è stato difficile accettare questo modo nuovo e diverso di ragionare. Ma Gesù rimane categorico: solo la via dell’amore è la via della vita.

L'inutilità di odio e violenza

Leone XIV mette inoltre in guarda da pericolose illusioni:

L’odio e la violenza non portano nulla di buono, ma solo distruzione e morte, sempre, anche quando sono risposta a ingiustizie subite. Lo vediamo ogni giorno, dal piccolo del nostro vissuto domestico alla grande scena del mondo.

Perché ogni ambito dello scibile umano ha bisogno di vita, speranza, serenità e pace: dalla propria individualità ai popoli e le nazioni.

Per questo, qualunque sia la ferita, qualunque l’offesa, non permettiamo al male di sfigurare la nostra umanità e di corromperci nel cuore.

Guarda un passaggio dell'omelia del Papa

Avere fede in mezzo alla tempesta

Un impegno che non deve sfociare in scoraggiamento davanti alle difficoltà. È ciò che ricorda la processione stessa, capace di rievocare il già citato miracolo di Gesù che cammina sulle acque, raggiungendo i discepoli impauriti e riconducendoli a riva dopo avere sedato la tempesta.

Proprio quando erano più spaventati, in balia dei venti contrari, li ha esortati ad avere fede, a pregare, per ritrovare pace e, insieme a Lui, continuare a navigare verso la meta desiderata.

Il Papa pronuncia l'omelia (@VATICAN MEDIA)

Gesti semplici e premurosi

Rievocare “gesti semplici”, che si ripetono di generazione in generazione, è un modo efficace per rinnovare fede e devozione. Lo sottolinea il Pontefice, soffermandosi sulla premura della piccola comunità locale nel riunirsi solennemente a rappresentare l’intera Chiesa: “un corpo solo, nella preghiera, nei sentimenti, nei propositi, nello sviluppo ordinato e unanime del nostro essere insieme”.

Stringiamoci, allora, stasera, a Gesù e a Maria, al Figlio e alla Madre, per essere, uniti, non solo sul lago, ma in tutte le notti del mondo, un riflesso rasserenante della presenza di Dio, e un’eco irresistibile del suo amore che invita ad amare.

L'impegno dei Salesiani a Castel Gandolfo

La Messa è concelebrata, tra gli altri, dal vescovo della Diocesi di Albano, monsignor Vincenzo Viva, dal parroco della chiesa di San Tommaso di Villanova a Castel Gandolfo, don Tadeuz Rozmus e dai membri della Casa Generalizia dei Salesiani, don Gabriel Cruz e don Pedro André, in rappresentanza del rettor maggiore, don Fabio Attard. Ricorre infatti il centenario della presenza della congregazione fondata da Don Bosco, chiamati a Castel Gandolfo nel 1926 da Papa Pio XI per aprire l’oratorio e per dedicarsi alla pastorale parrocchiale, con particolare attenzione all’educazione dei giovani e alla loro crescita umana e cristiana.
(fonte: Vatican News, articolo di Edoardo Giribaldi 29/08/2026)

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OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle,

sono lieto di celebrare con voi la Festa della Madonna del Lago, come già hanno fatto in passato alcuni miei Predecessori: San Paolo VI, che ha auspicato e sostenuto la costruzione di questa chiesa dedicata a Maria e l’ha consacrata, e San Giovanni Paolo II, che qui ha voluto ricordarne la memoria e rinnovarne il messaggio.

La Liturgia della Parola ci offre testi che ben si armonizzano con questo appuntamento tradizionale.

Nella prima Lettura il profeta Geremia ci parla del suo bisogno irresistibile di corrispondere alla chiamata che ha ricevuto: «Mi hai sedotto, Signore – dice –, e io mi sono lasciato sedurre […]. Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente […]; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» (Ger 20,7.9). Dio gli ha rivelato di averlo conosciuto e scelto fin dal seno materno (cfr ibid. 1,5), e di amare il suo popolo di amore eterno (cfr ibid. 31,3); gli ha parlato del suo piano di salvezza, e lui non può più tacere. Sente un impulso incontenibile di portare a tutti il suo messaggio, anche se sa che questo comporterà dover dire e fare cose che a molti non piaceranno, incontrare sofferenze e incomprensioni, fino a diventare «oggetto di derisione ogni giorno» (v. 7). Ma l’amore lo spinge ad agire per il bene del suo popolo, senza compromessi, fino alla fine.

È ciò che ci insegna anche Gesù nel Vangelo. Da poco ha sfamato cinquemila uomini con cinque pani e due pesci (cfr Mt 14,15-21), e poi altri quattromila, con sette pani e pochi pesciolini (cfr Mt 15,32-38). Ora, al di là del successo riscosso con quei gesti, spiega ai discepoli il senso Messianico di ciò che ha compiuto: svela loro che dovrà «andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (Mt 16,21).

Gesù spiega come, dopo i tanti miracoli compiuti, manifesterà definitivamente la sua gloria: sacrificando liberamente la sua vita (cfr Gv 10,17-18) e offrendo se stesso sulla croce come pane spezzato. E precisa che lo stesso dovrà fare chiunque voglia continuare la sua missione: «Se qualcuno vuole venire dietro a me – ci dice –, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (v. 24).

Gesù rivela, così, che solo l’amore salva. L’amore che Dio ci ha mostrato facendosi uomo, morendo e risorgendo per noi e, in risposta, quello con cui anche noi ci offriamo umilmente a Lui e ai fratelli: nella costanza fedele della carità di ogni giorno come nei gesti più straordinari, fino al martirio, a volte, come accade purtroppo anche oggi a molti cristiani, in varie parti del mondo.

Sant’Agostino diceva che «la gioia del mietitore […] dimostra l'intenzione del seminatore» (Sermo 330, 2), e noi desideriamo fare nostri i suoi sentimenti: con l’aiuto di Dio, vogliamo spargere ovunque nel mondo i semi della sua carità infinita, senza stancarci, senza misura, perché oggi e sempre qualcuno possa gioire raccogliendone i frutti.

Purtroppo non tutti comprendono la bellezza, la bontà e la concretezza di questo sogno del Creatore, anzi molti pensano che sia un’utopia. Porgere l’altra guancia (cfr Mt 5,39) – dicono – è da perdenti, donare di fronte al rifiuto è da ingenui, perdonare senza limiti (cfr Mt 18,21-22) è da deboli. Non c’è da stupirsi. Perfino per Pietro è stato difficile accettare questo modo nuovo e diverso di ragionare (cfr Mt 16,22). Ma Gesù rimane categorico: solo la via dell’amore è la via della vita.

Non illudiamoci. L’odio e la violenza non portano nulla di buono, ma solo distruzione e morte, sempre, anche quando sono risposta a ingiustizie subite. Lo vediamo ogni giorno, dal piccolo del nostro vissuto domestico alla grande scena del mondo. Tutto conferma quello che Gesù ci ha insegnato: «chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,25).

Cari fratelli e sorelle, abbiamo tanto bisogno di vita, di speranza, di serenità, di pace, in noi stessi, nelle nostre città, tra i popoli e le nazioni. Per questo, qualunque sia la ferita, qualunque l’offesa, non permettiamo al male di sfigurare la nostra umanità e di corromperci nel cuore! Non conformiamoci alla mentalità del mondo (cfr Rm 12,2). Continuiamo ad amare, a donare, a perdonare, offrendoci «come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (v. 1), per preservare e far crescere, in noi e negli altri, la dignità infinita dell’immagine divina che portiamo nell’anima. E non scoraggiamoci se è difficile: la nostra forza è nel Signore, e con il suo aiuto tutto è possibile (cfr Fil 4,13).

Ce lo ricorda anche il rito della processione sul lago, che faremo tra poco. Esso evoca un altro miracolo di Gesù, avvenuto poco prima dei fatti che abbiamo ascoltato, quando il Maestro, sul Lago di Tiberiade, ha raggiunto i discepoli impauriti camminando sulle acque e li ha condotti a riva sedando la tempesta (cfr Mt 8,23-27). Proprio quando erano più spaventati, in balia dei venti contrari, li ha esortati ad avere fede, a pregare, per ritrovare pace e, insieme a Lui, continuare a navigare verso la meta desiderata.

Con questa fede, stasera, partecipiamo all’Eucaristia. Sull’Altare doniamo noi stessi, assieme al pane e al vino. E il Signore unisce le nostre offerte alla sua, le consacra e ce le ridona, trasformate nel suo Corpo e nel suo Sangue, perché le condividiamo, come nutrimento per il cammino. Poi, come i discepoli, lasceremo assieme la riva, recando con noi l’immagine di Maria, nostro modello e guida, per portare lungo le sponde del lago, la benedizione che abbiamo ricevuto.

Sono gesti semplici, con cui rinnoviamo la nostra fiducia in Dio e la nostra devozione filiale alla sua Santissima Madre. E sono tanto più evocativi in quanto resi possibili – come amava ricordare San Paolo VI – dalla premura con cui la piccola comunità che vive qui, custodisce per tutto l’anno questo luogo di pace, perché nei momenti solenni vi si possa riunire tutto il popolo di Dio, proprio come Maria, che ha accolto nel suo grembo e nella casa di Nazareth il Figlio di Dio fatto uomo, perché a tutti potesse giungere la sua salvezza.

Così questo luogo di devozione mariana diventa anche un segno di come la Chiesa si sforzi, giorno per giorno, di fare di tutti noi un corpo solo, nella preghiera, nei sentimenti, nei propositi, nello sviluppo ordinato e unanime del nostro essere insieme, e un simbolo dell’amore con cui il Signore, per mezzo della sua Santissima Madre, ha voluto avvicinarsi a noi come uno di noi, fino a confondersi con la grande folla della nostra umanità (cfr Omelia nella Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, 15 agosto 1977).

Stringiamoci, allora, stasera, a Gesù e a Maria, al Figlio e alla Madre, per essere, uniti, non solo sul lago, ma in tutte le notti del mondo, un riflesso rasserenante della presenza di Dio, e un’eco irresistibile del suo amore che invita ad amare.










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Leone XIV sul Lago di Albano prega per la Chiesa e per la pace

Dopo aver celebrato la Messa, Papa Leone XIV ha presieduto la processione – prima volta di un pontefice – dell’immagine della Madonna del Lago.

Il Papa sul Lago di Albano | | Vatican Media

Dopo aver celebrato la Messa, Papa Leone XIV ha presieduto la processione – prima volta di un pontefice – dell’immagine della Madonna del Lago.

In apertura, il Papa ha recitato la preghiera iniziale: “Ci facciamo pellegrini con Maria per portare con sollecitudine a tutti Cristo nostra unica speranza di salvezza. Come gli apostoli che hanno attraversato il lago insieme a Gesù, così attraversiamo il mare della nostra vita, con la certezza che il Signore sarà sempre con noi”.

Dopo aver percorso poche centinaia di metri il Papa ha raggiunto la riva del Lago di Albano e si è imbarcato dopo l’immagine della Vergine. Con lui anche Monsignor Vincenzo Viva, vescovo di Albano, il parroco della parrocchia di san Tommaso da Villanova a Castel Gandolfo, e suor Raffaella Petrini, Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano.

Terminato il giro del Lago, il Papa è tornato sulla riva insieme alla immagine della Madonna.

Nell’orazione finale, prima di impartire la Benedizione, Papa Leone ha pregato Maria: “Alla tua materna intercessione affidiamo la Chiesa perché sia sempre fedele al Vangelo, coraggiosa nell'annuncio come nel servizio e perseverante nella carità. Alla tua amorevole protezione affidiamo tutti i popoli della terra e incoraggia in tutti il desiderio della pace. Dove cresce l'odio insegnaci il perdono, dove prevale la paura ridona la speranza. Sostieni coloro che hanno responsabilità nella vita pubblica perché promuovono sempre la giustizia, la libertà, la dignità di ogni persona e il bene comune”.
(fonte: ACI Stampa, articolo di Marco Mancini 29/08/2026)

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sabato 29 agosto 2026

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 43 - 2025/2026 - XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

Possiamo considerare il nostro brano una sintesi sull'identità di Gesù e sul progetto d'amore del Padre sull'umanità, e la deludente risposta di Simon Pietro con la sua incapacità di sognare al di là delle proprie attese. Lo scandalo della croce getta una luce sull'abisso che esiste tra il cuore del Padre e quello dell'uomo, tra il suo volto d'amore e le immagini sataniche che di Lui continuamente produciamo. «Davanti all'infamia della croce anche Pietro, la roccia, diventa pietra di scandalo, diabolico inciampo per il Signore stesso» (cit.). Voler fuggire la morte in ogni modo e con qualsiasi mezzo è il desiderio primo di ogni uomo, ma è anche il principio e il fondamento dei nostri egoismi che, invece di portarci la salvezza, ci conducono alla perdizione. Ascoltiamo la Parola, la "riconosciamo", ma siamo sempre tentati di ridurla a misura umana, proiettando su Dio i nostri desideri. Pietro ha ben compreso che Gesù è il Messia, ma la verità di Gesù e del Padre non è quella che lui intende. La fede nel Padre non è un pacchetto preconfezionato di nozioni da mandare e ripetere a memoria. La fede è un cammino lento, faticoso, progressivo che dura tutta la vita, con la compagnia scomoda e dolorosa della Parola della croce. Attraverso l'incontro con il volto del Crocifisso Risorto siamo chiamati a passare dal peccato che conduce alla morte alla vita di Grazia, dalla durezza del cuore al cuore misericordioso del Padre, da una fede rachitica e infantile a una fede robusta e matura tenendo sempre presente che non siamo noi i maestri da seguire e mettendo i nostri piedi, da bravi discepoli, sulle orme del solo e unico Maestro: Gesù.


LA FISICA DELL’AMORE - "È la fisica dell’amore: se dai ti arricchisci, se trattieni ti impoverisci. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato. L’accento non è sul perdere, ma sul trovare. L’esito finale è “trovare vita”, quella cosa che tutti cercano." - XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

LA FISICA DELL’AMORE


È la fisica dell’amore:
se dai ti arricchisci, se trattieni ti impoverisci. 
Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato. 
L’accento non è sul perdere, ma sul trovare. 
L’esito finale è “trovare vita”, quella cosa che tutti cercano.



In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni». Mt 16,21-27
  

LA FISICA DELL’AMORE
 
È la fisica dell’amore: se dai ti arricchisci, se trattieni ti impoverisci. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato. L’accento non è sul perdere, ma sul trovare. L’esito finale è “trovare vita”, quella cosa che tutti cercano.

Se qualcuno vuole venire dietro a me…

Il sogno di Gesù non è uno sterminato corteo di persone che avanzano incespicando con la loro piccola o grande croce addosso, in una infinita Via Crucis. La croce nel Vangelo indica la follia di Dio, la sua lucida follia d’amore.

Gesù detta condizioni da vertigine. La prima: rinneghi se stesso. Parole pericolose, se capite male. Che non significano mortificare la propria persona, ma piuttosto: non sei tu il centro, esci dal tuo io e sconfina, liberati dal tuo ego.

Seconda condizione: Prenda la sua croce. Una delle frasi più fraintese del Vangelo che sembra subire passivamente le inevitabili croci della vita. Ma Gesù non dice “accetta”, dice “prendi”. Non chiede di subire, sembra l’invito a prendere attivamente ciò che incute così tanto timore. Croce, nel Vangelo, non è una malattia o una disgrazia, è la sintesi dell’intera vita di Gesù: Prendi su di te una vita che assomigli alla mia. La vocazione del discepolo non è subire il martirio, ma vivere una vita da messia, essere nella vita donatore di vita; passare nel mondo facendo del bene, da creatura pacificata e amante. Sostituiamo croce con amore, ed ecco: se qualcuno vuole venire con me, prenda su di sé il giogo dell’amore, tutto l’amore di cui è capace, e mi segua. Ciascuno con l’amore addosso, che però ha il suo prezzo: «Là dove metti il tuo cuore, là troverai anche le tue spine e le tue ferite» (F. Fiorillo).

Terza condizione: E mi segua. Prenda su di sé una vita così e edificheremo una magnifica umanità, quella della triplice cura: di sé, degli altri e del creato.

Seguire Gesù è fare come lui, il coraggioso che tocca i lebbrosi e sfida chi vuole uccidere l’adultera, il tenero che si commuove per due passeri e per la figlioletta di Giairo, il rabbi che amava i banchetti. Seguimi: all’orizzonte si stagliano Gerusalemme e i giorni supremi, ma Gesù li affronta scegliendo di non assomigliare ai potenti del mondo. Potere vero, potere divino, è servire. Lui è venuto a portare la supremazia della tenerezza, e i poteri del mondo saranno impotenti contro di essa.

Chi perderà la propria vita così, la troverà. Ci hanno insegnato a mettere l’accento sul perdere la vita. Ma se l’ascolti bene, senti che l’accento non è sul perdere, ma sul trovare. L’esito finale è “trovare vita”. Quella cosa che tutti cercano, in tutti gli angoli della terra, in tutti i giorni che è dato loro di vivere. Perdere per trovare. È la fisica dell’amore: se dai ti arricchisci, se trattieni ti impoverisci. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato.

Gesù porta una rivoluzione copernicana: non metterò me stesso al centro di un piccolo sistema solare dove tutto ruota attorno a me e in funzione di me. Ma io dentro un universo dove ogni creatura, ogni persona si protende verso infiniti altri. Esistere è co-esistere.


Paolo Crepet: «Si cade sette volte per rialzarsi otto». Perché rischiare e ricominciare ci rende più forti


Paolo Crepet: «Si cade sette volte per rialzarsi otto».
 Perché rischiare e ricominciare ci rende più forti

L’esperto parla agli adulti: proteggere troppo i figli li priva di autonomia. Solo fallendo si impara davvero cosa vuol dire crescere e scegliere la propria strada.


Cadere, sbagliare e avere la forza di ripartire. Per Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, la crescita personale passa anche dalla capacità di affrontare l'incertezza, accettare gli errori e ricominciare. Una riflessione che riguarda soprattutto i giovani e un modello educativo sempre più orientato alla sicurezza, alla comodità e alla ricerca di risultati immediati.

In una società nella quale efficienza e produttività sono diventate valori centrali, secondo la riflessione di Crepet il rischio è che le nuove generazioni cerchino soprattutto certezze e risultati da raggiungere velocemente, rinunciando alla fatica, alla scoperta e alla possibilità di mettersi realmente alla prova.

Il punto di partenza è un'idea precisa: la vita non dovrebbe essere circoscritta a ciò che già conosciamo. «La vita è l'opposto del “chilometro zero”», sostiene Crepet, invitando i ragazzi a misurare la propria esperienza attraverso le persone conosciute, le situazioni vissute, i luoghi visitati, le discussioni affrontate e le novità scoperte.

Alla base deve esserci la volontà di desiderare e progettare qualcosa autonomamente, senza limitarsi a seguire percorsi già stabiliti o le aspettative degli altri.

Il rischio della bonaccia esistenziale
Crepet mette in guardia soprattutto dalla tendenza a rinunciare prima ancora di aver provato
Se la paura della fatica arriva prima dell'esperienza, il pericolo è quella che lo psichiatra definisce «bonaccia esistenziale».

Una condizione negativa per un giovane, perché può trasformarsi nella continua ricerca della propria zona di comfort. Restare dove tutto è conosciuto e prevedibile riduce infatti le occasioni di confrontarsi con l'incertezza, con gli errori e con esperienze nuove.

La riflessione coinvolge direttamente anche il ruolo dei genitori. Secondo Crepet, educare non significa garantire continuamente una via di ritorno priva di conseguenze o eliminare ogni difficoltà dal percorso dei figli. «Compito di un genitore non è quello di tenere sempre abbassato il ponte levatoio di casa nella speranza di veder ricomparire i figli delusi da un tentativo che non è andato bene», osserva lo psichiatra.

Il principio è che nulla debba essere considerato automaticamente acquisito. Tentare, impegnarsi e affrontare le difficoltà diventano esperienze capaci di stimolare creatività, autonomia e progettualità.


Crepet: il valore di sbagliare e ricominciare
Qualunque sia il luogo scelto per vivere o la strada professionale intrapresa, per Crepet conta soprattutto la disponibilità a confrontarsi con qualcosa di nuovo. Più il risultato è incerto, maggiore può essere la soddisfazione derivante dall'averci provato. Da qui una delle frasi più significative della sua riflessione: «La grandezza di una persona non si misura soltanto su ciò che costruisce, ma anche sulla sua capacità di ricominciare».

Tentativi ed errori non rappresentano necessariamente un fallimento, ma possono diventare parte del processo di crescita. Crepet sintetizza il concetto con un'immagine immediata: «La vita insegna che si cade sette volte per rialzarsi otto».


L'invidia e il rischio di smettere di costruire se stessi
Il tema del costruire il proprio percorso si lega anche a un'altra riflessione attribuita a Crepet sull'invidia. Quando una persona smette di investire sulle proprie capacità e concentra l'attenzione sui risultati degli altri, il confronto può trasformarsi in frustrazione.

L'invidia viene così interpretata come il possibile segnale di un vuoto lasciato dalla mancanza di obiettivi, progetti e crescita personale. Da qui l'importanza di tornare a concentrarsi sul proprio percorso, sulle competenze da sviluppare e sui traguardi personali, invece di misurarsi continuamente attraverso ciò che fanno gli altri. Il filo che lega queste riflessioni è quindi quello della crescita personale attraverso l'esperienza: uscire dalla zona di comfort, accettare la possibilità di sbagliare, non vivere l'errore come una condanna e conservare la capacità di ripartire. Nella prospettiva indicata da Crepet, ciò che definisce una persona non è soltanto quanto riesce a costruire, ma anche quante volte trova la forza di ricominciare

(Fonte: Il Messaggero - 22.08.2026)

Enzo Bianchi: Dio non manda il dolore, resta con noi

Enzo Bianchi
Dio non manda il dolore, resta con noi  
 
Alla veglia di Barcellona il Papa corregge un’antica idea: il male non è un disegno divino, ma un’esperienza che Cristo condivide con l’uomo


Famiglia Cristiana - 23 agosto 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Leone XIV ancora una volta stupisce: nella semplicità, senza enfasi, fa dichiarazioni importanti e decisive per la vita cristiana. Così nel buio della veglia con i giovani a Barcellona il Papa ha risposto alle loro domande con una chiarezza e una novità di visione che può turbare molti cristiani ancora prigionieri di vecchi paradigmi spirituali, oggi percepiti come estranei al cristianesimo. Papa Leone ha detto: “Non si spiritualizzi il dolore, non lo si rubrichi in fretta come volontà di Dio, perché in quel modo si feriscono e si colpevolizzano le persone. Dio non vuole la sofferenza, la regge accanto a noi”.

Sono parole che devono raggiungerci: la sofferenza è insensata, non è mai né voluta, né causata da Dio che è il Dio della vita piena. La sofferenza è inerente alla condizione umana: siamo “mortali”, così i greci parlavano degli umani, e in questa nostra fragilità malattie, debolezze e ferite che provengono dalla vita sono sempre al lavoro. I cristiani perciò non devono mai, nella maniera più assoluta, benedire la sofferenza, devono opporle una tenace resistenza, ricorrere a tutti i mezzi umani in loro possesso per alleviarla. Dio non gradisce la nostra sofferenza, Dio gradisce quando nella sofferenza continuiamo ad amare, continuiamo ad accettare di essere amati. Dio è accanto a noi quando soffriamo e ci accompagna nel nostro attraversare le sofferenze nella speranza.

La fede ci dice che anche nelle tenebre oscure della morte vicina e dell’esodo da questo mondo, quando siamo tentati di non avere fede, Gesù Cristo sarà là ad accoglierci a braccia aperte per ricolmare di fede i nostri abissi senza fede, per portarci nel Regno con lui. Basterà, anche se vacillano fede e speranza, mantenere saldo l’amore per lui, il Signore, perché allora basta la carità.
(fonte: blog dell'autore)

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venerdì 28 agosto 2026

A Gaza il dolore immenso dei bambini ha anche un numero


A Gaza il dolore immenso dei bambini ha anche un numero

Non più solo testimonianze: un campione di 933 bambini della Striscia certifica, secondo criteri clinici, la portata del trauma bellico su un'intera generazione.

Un bambino palestinese reagisce al luogo colpito dai raid israeliani contro alcune case, a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza. REUTERS/Ibraheem Abu Mustafa

Sette bambini su dieci a Gaza hanno visto con i propri occhi un cadavere dilaniato. Quattro su dieci sono stati bersaglio diretto di colpi d'arma da fuoco. Uno su sette è stato tirato fuori vivo dalle macerie di un edificio bombardato. Non sono stime giornalistiche né testimonianze isolate: sono i risultati di uno studio scientifico condotto nel maggio 2025 su 933 bambini gazawi tra i 3 e i 12 anni, pubblicato a gennaio 2026 dalla rivista internazionale Child and Adolescent Psychiatry and Mental Health. Per la prima volta la sofferenza psichica dell'infanzia di Gaza esce dal registro della testimonianza e entra in quello, più severo e più difficile da liquidare, dei dati.

A firmare la ricerca sono quattordici autori: dodici della facoltà di Medicina della Islamic University of Gaza, guidati dal neurologo Belal Aldabbour, una ricercatrice del Gaza Community Mental Health Program e Latefa Ali Dardas, della facoltà di Infermieristica dell'University of Jordan di Amman. Lo studio - "Trauma and mental health burden of Gaza's displaced children during war" - è stato condotto in trentuno rifugi e tendopoli distribuiti in tre dei cinque governatorati della Striscia: Gaza, la regione centrale e Khan Younis.

Le aree settentrionali e Rafah sono rimaste fuori campione perché, nel maggio 2025, l'82% del territorio di Gaza si trovava sotto ordini di evacuazione israeliani e le operazioni di terra ne rendevano impraticabile l'accesso: un dettaglio metodologico che è già, di per sé, una fotografia della guerra.


Un campione, tre strumenti

I ricercatori hanno intervistato in arabo, tramite il dialetto gazawi per favorire la fiducia dei rispondenti, i caregiver di 933 bambini equamente divisi tra maschi e femmine, età media 7,6 anni. Hanno utilizzato tre strumenti clinici validati a livello internazionale: il Child and Adolescent Trauma Screen (CATS) per i sintomi da stress post-traumatico, lo Strengths and Difficulties Questionnaire (SDQ) per il funzionamento psicosociale, e il Primary Care PTSD Screen per misurare il trauma dei genitori stessi.

I risultati restituiscono un quadro di esposizione traumatica che, scrivono gli autori, "supera quella riscontrata nella maggior parte degli altri contesti bellici contemporanei". Il 95,3% dei bambini ha visto la propria casa distrutta, in tutto o in parte: nei campi profughi siriani il dato oscillava tra il 40 e il 60%. Il 98,4% ha sofferto la fame, contro il 30-50% registrato tra i minori coinvolti nei conflitti in Iraq e Libano. In media, ogni bambino del campione ha subito 6,7 sfollamenti forzati fino al periodo dello studio: tra i minori siriani lo sfollamento era avvenuto, in genere, una o due volte. Il 10,3% ha perso il padre, il 2,4% la madre, quasi il 30% un familiare stretto.

Applicando i punteggi soglia del CATS, il 57,8% dei bambini presenta una probabile diagnosi da stress post-traumatico; con l'algoritmo diagnostico più rigoroso del DSM-5, la quota scende al 15,6%. Il primo dato resta comunque nettamente superiore alla prevalenza del 36% stimata da una meta-analisi del 2021 sui bambini palestinesi esposti a violenza politica prima di questa guerra. Sul fronte del funzionamento psicosociale, il 46,3% del campione rientra nella fascia "anormale" del punteggio totale di difficoltà SDQ: il 55,6% mostra problemi nelle relazioni con i coetanei, il 45,9% deficit nel comportamento pro-sociale, il 41,7% problemi di condotta, questi ultimi concentrati soprattutto tra i maschi.


Le fasi di un collasso

Per comprendere questi numeri occorre ricostruire la sequenza che li ha prodotti. L'occupazione israeliana dei territori palestinesi - Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza - risale al 1967. Dal 2007, dopo la presa di potere di Hamas nella Striscia, Israele ha imposto un blocco terrestre, aereo e marittimo tuttora in vigore, che ha eroso l'economia locale e reso la popolazione dipendente dagli aiuti umanitari. Il 7 ottobre 2023 l'attacco di Hamas nel sud di Israele ha aperto la fase più devastante del conflitto: bombardamenti intensivi, assedio, distruzione sistematica delle infrastrutture sanitarie - secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, tutti i 36 ospedali della Striscia hanno subito danni, e a novembre 2023 l'unico ospedale psichiatrico di Gaza è stato raso al suolo.

Organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International hanno accusato Israele di atti riconducibili al crimine di genocidio, mentre la Corte internazionale di giustizia dell'Aja ha aperto un procedimento sul rispetto della Convenzione contro il genocidio nella condotta della guerra: un contenzioso giuridico e politico tuttora aperto, che il governo israeliano respinge, rivendicando il diritto all'autodifesa dopo il 7 ottobre.

Sul terreno, i dati restano comunque univoci: secondo le stime raccolte da UNICEF, tra ottobre 2023 e i primi mesi del 2026 sono stati uccisi oltre 71mila palestinesi, un terzo dei quali bambini, e la Striscia registra oggi il più alto numero di amputazioni pediatriche della storia recente dei conflitti armati.


A un cessate il fuoco parziale, seguito da una tregua di sei settimane a inizio 2025, è succeduta una nuova escalation: tra marzo e maggio 2025 le forze israeliane hanno ripreso le operazioni di terra, provocando circa 600mila nuovi sfollamenti, oltre 200mila soltanto nella seconda metà di maggio. È in questo esatto momento - mentre gran parte della popolazione veniva nuovamente spinta verso tende e ripari di fortuna, con accesso limitatissimo ad acqua, elettricità e servizi igienici - che i ricercatori hanno raccolto i loro dati. Il campione, cioè, non fotografa il picco della devastazione del 2023-2024, ma la sua persistenza cronica un anno e mezzo dopo, quando l'attenzione internazionale aveva già iniziato a spostarsi altrove.

FILE PHOTO: Palestinian children wait to receive food cooked by a charity kitchen amid shortages of food supplies, as the ongoing conflict between Israel and the Palestinian Islamist group Hamas continues, in Rafah, in the southern Gaza Strip, February 5, 2024. REUTERS/Ibraheem Abu Mustafa/File Photo (REUTERS)

Il trauma che si eredita

Il dato forse più inquietante riguarda gli adulti. Il 78,1% dei caregiver coinvolti nello studio è risultato positivo allo screening per un probabile disturbo da stress post-traumatico: l'80% tra i padri, il 90,3% tra i nonni. Nell'analisi statistica, la gravità dei sintomi post-traumatici dei genitori è risultata tra i predittori più forti del PTSD infantile, insieme all'esposizione cumulativa ai traumi e al numero di difficoltà psicosociali rilevate dallo SDQ. Anche l'assenza della madre come caregiver principale e la condizione di genitori non conviventi aumentano significativamente il rischio.

È il meccanismo che in letteratura viene definito trasmissione intergenerazionale del trauma: genitori sopraffatti dal proprio dolore perdono, almeno in parte, la capacità di fare da filtro protettivo per i figli, che restano esposti sia alla violenza diretta sia al deterioramento del clima affettivo domestico. Gli stessi autori dello studio avvertono che, senza interventi mirati, il ciclo rischia di riprodursi: i bambini di oggi diventeranno genitori segnati da un trauma non elaborato, in un contesto - quello di Gaza - dove gli specialisti di salute mentale erano già rarissimi prima della guerra (meno di uno psichiatra ogni 100mila abitanti) e dove il collasso delle strutture sanitarie ha reso quasi inaccessibile qualunque presa in carico strutturata.


Cosa resta, oltre le percentuali

Gli stessi ricercatori riconoscono i limiti del loro lavoro: uno studio trasversale, basato su questionari compilati dai caregiver e non dai bambini stessi, non può certificare la persistenza dei sintomi nel tempo né la loro reale intensità clinica. Ma proprio questo, secondo gli autori, rende le cifre pubblicate una soglia minima, non un tetto massimo. Il divario tra il 57,8% misurato con i punteggi soglia e il 15,6% dell'algoritmo diagnostico più stringente racconta la difficoltà di applicare griglie cliniche nate altrove a un'esperienza infantile che, in molti casi, sfugge persino alle categorie della psichiatria.

Ciò che i numeri non catturano - la paura di dormire al buio, il non fidarsi più degli adulti, l'aver smesso di giocare - resta comunque scritto tra le righe delle tabelle statistiche: nel 45,9% dei bambini con un comportamento pro-sociale ormai compromesso, nel 41,7% con problemi di condotta, nel dato, quasi mai commentato, secondo cui la fascia più colpita da problemi relazionali con i coetanei sfiora il 56%. Sono numeri che non riguardano soltanto il presente della Striscia, ma la sua prossima generazione: quella che dovrà, un giorno, provare a ricostruirla.
(fonte: Famiglia Cristiana 24/08/2026)