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mercoledì 25 febbraio 2026

«L'unica possibilità che abbiamo per combattere la violenza è la parola» Intervista a Enzo Bianchi di Alex Corlazzoli

«L'unica possibilità che abbiamo 
per combattere la violenza è la parola»

Intervista a Enzo Bianchi di Alex Corlazzoli

Scarp de' tenis - Il mensile della Strada - Febbraio 2026     



Non ha dubbi il monaco fondatore di Bose e della fraternità Casa della Madia. C'è troppa superficialità tra chi parla di pace. Servire un'insurrezione non violenta delle coscienze.

«Vergogna! Provo indignazione verso un governo che prevede un aumento dei finanziamenti per l’armamento e il ritorno alla leva militare. Vista la denatalità in atto manderanno i cerbiatti a fare i soldati?».

A quasi 83 anni, Enzo Bianchi, monaco fondatore della comunità di Bose e della fraternità di Casa della Madia dove oggi vive con altri quattro fratelli e due sorelle, non ha peli sulla lingua. Uno dei sostantivi che spesso usa è: parresia, la franchezza. A lui non manca.

Credi ancora nella possibilità della pace quando, mentre dialoghiamo, ci sono cinquantasei guerre in corso?

L’unica possibilità che abbiamo per combattere la violenza che è in noi e negli altri, è la parola. Credo alla pace come dono che viene dal Signore, come qualcosa che può essere instaurato, qua e là nel mondo, laddove gli uomini riescono a dialogare, ma non mi illudo che la pace possa essere per l’intera umanità. Siamo tantissime culture, religioni, popoli spesso in ostilità gli uni contro gli altri per il possesso dei territori, delle risorse. Oggi c’è troppa superficialità tra chi parla di pace. Serve un’insurrezione non violenta delle coscienze.

In Italia nel 2026 è previsto un incremento degli investimenti per l’armamento, eppure i nostri go- vernanti si dicono cristiani.

Sono una vergogna per l’Italia. Ho esultato quando la Conferenza episcopale italiana ha condannato questo riarmo. Solitamente è molto più timida, taciturna. In cuor mio non penso che la maggioranza dei vescovi siano d’accordo con quello che è stato scritto dalla Cei: è la prima volta che con nettezza c’è una chiara presa di posizione della Chiesa contro il riarmo.

In tutta Europa guardano ai giovani pensando al ritorno della leva militare.

Mi vien da ridere: chi manderanno in guerra? Non ci sono più giovani e tra quelli che conosco neanche uno vorrebbe indossare la divisa.

So che hai detto che se fossi stato più giovane saresti salito a bordo della Flotilla.

Sì, sarei assolutamente andato perché a Gaza si è consumato un genocidio. È stato necessario anche quel gesto, in parte annullato dai nostri governanti, compreso il Presidente della Repubblica. Tutti hanno fatto in modo di togliergli quella forza profetica, ma a quei giovani va tutta la mia ammirazione.

Cos’è rimasto del Cristianesimo? Siamo arrivati al termine della sua carica rivoluzionaria o resta una speranza?

Non credo che il Cristianesimo sia finito. Non si manifesterà più in grandi comunità, ma già oggi ci sono gruppi di cristiani che si ritrovano attorno alla parola di Dio, che aspettano come mendicanti di spezzare il pane eucaristico nella Messa, che cercano di fare di Gesù il centro della loro vita e della loro fede. Il fuoco c’è sotto la cenere e divamperà più forte di prima.

Avresti mai immaginato di arrivare a questo punto?

No, dopo il Concilio pensavo di morire in un tempo di realizzazione di quell’evento storico.

Parliamo di denatalità: i dati Istat ci dicono che nel 2024 solo il 21% delle persone tra i 18 e i 49 anni intendono avere un figlio, nei prossimi tre anni, per questioni economiche…

Non è vero. La verità è che i figli richiedono fatica, rinunce che nessuno più vuole. Siamo di fronte al narcisismo della coppia, a generazioni che non amano la vita così come non hanno speranza e fiducia gli uni negli altri. In realtà non vivono la vita piena.

Cosa ti aspetti nel 2026 dal punto di vista politico: sarà l’anno di Trump Nobel per la pace e il tempo in cui Giorgia Meloni si preparerà a continuare questo governo per altri cinque anni?

Non lo so, ma neanche m’importa, perché vedo un’Europa totalmente incapace di darsi un orientamento che non ha più nessun valore, alcun messaggio. La mia tristezza è infinita se penso che da giovane, a dodici anni, volevo essere un cittadino europeo e già avevo la tessera dei Giovani europei. E adesso cos’è l’Ue? Neanche un mosaico, solo un puzzle.

Mi è piaciuto leggere il tuo augurio per l’anno nuovo: “Trovate il tempo per pensare”.

Fermarsi a pensare significa semplicemente avere ragione di quel che si vive e quindi essere consapevoli e responsabili.

Penso che oggi sia venuta meno l’empatia. È così?

Non c’è più il desiderio o la curiosità dell’altro, ognuno sta bene da sé. Ti sei mai chiesto perché nelle nuove generazioni manca totalmente la dimensione dell’amicizia? Dall’adolescenza passano subito a fare l’amore, gli affetti non interessano più, devono consumare l’amore. Anche le famiglie non si incontrano più e se lo fanno, spesso, è per interesse, per un calcolo.

Alla tua età credi ancora a Dio come quando eri giovane?

No, perché la fede cambia come la preghiera, di età in età. Nella vecchiaia è molto più tormentata. Ho avuto molte conversazioni su questo tema con il cardinal Carlo Maria Martini: mi parlava dei suoi dubbi, delle sue domande e io mi stupivo. Ma ora anch’io passo attraverso questa fase in cui più che la fede resta l’amore per Cristo. La fede a volte barcolla…

Qual è il dubbio maggiore che hai?

La nientità, la tentazione del nulla che noi monaci conosciamo ma che da vecchi si fa più insistente.

Hai quasi 83 anni ma vivi come se fossi davvero un giovane.

Non demordo, questa fiducia e questo entusiasmo mi sono dati dall’amore per il Signore Gesù Cristo.

Hai un sogno per il nuovo anno appena cominciato?

Vorrei semplicemente non soffrire fisicamente. Poi la corsa l’ho fatta, tutto il resto lo metto nelle mani di Dio…


Introduzione di Leone XIV al libro “Peace Be with You!”: Solo cuori pacifici possono costruire una pace giusta e duratura


Introduzione di Leone XIV al libro “Peace Be with You!”

Solo cuori pacifici
possono costruire
una pace giusta e duratura


Da martedì 24 febbraio, nelle librerie degli Stati Uniti d’America e dei Paesi anglofoni esce, edito da Harper Collins, il volume di Leone XIV Peace Be with You!, versione inglese di E pace sia!, pubblicato nell’agosto scorso dalla Libreria Editrice Vaticana. Di seguito diamo, in una nostra traduzione, il testo dell’introduzione inedita scritta dal Papa.

La pace è uno dei grandi temi del nostro tempo ed è sia un dono sia un impegno: un dono di Dio costruito da uomini e donne nei secoli.

Viviamo in un mondo ferito da troppi conflitti e colpito da ostilità cruente. Un nazionalismo estremo calpesta i diritti dei più deboli. Ancor prima di essere frantumata sul campo di battaglia, la pace viene sconfitta nel cuore umano quando cediamo all’egoismo e all’avidità e quando permettiamo agli interessi di parte di prevalere invece di guardare al bene comune. Molti autori hanno detto che è quando ci rifiutiamo di ascoltare le storie delle altre persone che iniziamo a privarle della loro dignità. Depersonalizzare gli altri è il primo passo verso ogni guerra. Conoscere gli altri, invece, è un pregustare la pace. Ma per conoscere, prima bisogna sapere come amare. Sant’Agostino ha detto che «non si conosce nessuno se non per mezzo dell’amicizia» (Ottantatré questioni diverse, 71).

Vorrei riflettere qui su questa doppia dimensione della pace, che è verticale (la pace come dono dall’Alto) e orizzontale (la pace come responsabilità di ogni persona).

La pace è un dono che Dio ha dato agli uomini e alle donne di ogni tempo attraverso la nascita di Gesù a Betlemme. Gli angeli hanno annunciato pace in terra perché Dio si è fatto uomo. Egli ha abbracciato l’umanità in modo così profondo da distruggere con la sua croce l’ostilità del peccato. Sant’Agostino scrive: «Anche noi saremo gloria a Dio nell’alto dei cieli quando nella risurrezione del corpo spiritualizzato saremo rapiti sulle nubi incontro a Cristo; purché però, ora che siamo sulla terra, ricerchiamo la pace con buona volontà» (Discorsi, 193). La gloria di Dio è discesa sulla terra per renderci partecipi della sua infinita bontà. Questo dono chiama in azione la responsabilità della nostra risposta, della nostra “buona volontà”, come scrive il santo d’Ippona.

Inoltre, la pace è il dono che il Risorto ha offerto ai suoi discepoli. È una pace “ferita” dalle piaghe della crocefissione, perché la pace di Gesù sgorga da un cuore che ama e che si lascia colpire dalla sofferenza di ogni tempo e luogo. «Il Signore dopo la sua risurrezione apparve ai suoi discepoli e li salutò dicendo: La pace sia con voi. Ecco, la pace è il saluto della salvezza, poiché lo stesso termine “salute” prende il nome dalla salvezza» (sant’Agostino, Discorsi, 116).

Tuttavia la pace è anche un impegno e una responsabilità per ognuno di noi. Pace significa insegnare ai bambini a rispettare gli altri e a non bullizzare gli altri quando giocano. Pace significa vincere il nostro orgoglio personale e lasciare spazio all’altro, nella nostra famiglia, sul lavoro, nello sport. Pace è quando il nostro cuore e la nostra vita sono abitati dal silenzio, dalla meditazione e dall’ascolto di Dio; perché Dio non benedice mai la violenza, non approva mai l’approfittarsi degli altri o il frenetico abuso dell’unica Terra che sta sfigurando il Creato, una carezza del Creatore.

Possiamo sentirci impotenti dinanzi alle tante guerre che si stanno combattendo nel mondo. Possiamo rispondere in vari modi a quella che ho definito la «globalizzazione dell’impotenza»: i credenti possono, prima di tutto e anzitutto, dare voce alla preghiera. La preghiera è una forza «disarmata» che cerca solo il bene comune, senza eccezioni. Pregando, disarmiamo il nostro ego e diventiamo capaci di gratuità e sincerità.

Oltretutto, il nostro cuore è il campo di battaglia più importante. È lì che dobbiamo imparare la vittoria incruenta ma necessaria sugli impulsi di morte e le tendenze alla dominazione: solo cuori pacifici possono costruire un mondo di pace. Dobbiamo praticare una cultura di riconciliazione, creando laboratori nonviolenti, luoghi in cui la diffidenza verso gli altri possa diventare un’occasione d’incontro. Il cuore è la fonte della pace; qui dobbiamo imparare a incontrarci invece di scontrarci, a fidarci invece di diffidare, ad ascoltare e a comprendere invece di chiuderci agli altri.

Infine, la politica e la comunità internazionale hanno la responsabilità di agevolare la mediazione nei conflitti, utilizzando l’arte del dialogo e della diplomazia. «Signore Dio, [...] donaci la pace, la pace del riposo, la pace del sabato, la pace senza tramonto»: con queste parole di sant’Agostino, chiediamo al Padre di concedere al nostro mondo, a tutte le persone, specialmente a quelle più dimenticate e che soffrono di più, la grazia benedetta di una pace giusta e duratura.
(fonte: L'Osservatore Romano 24/02/2026)


martedì 24 febbraio 2026

Mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, dopo i naufragi nel Canale di Sicilia: «Non è una tragedia, è una scelta politica»


L'arcivescovo Lorefice dopo i naufragi nel Canale di Sicilia: «Non è una tragedia, è una scelta politica»

Un appello contro le politiche di abbandono e per la dignità dei circa mille dispersi


L'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice tuona contro il silenzio delle stragi nel Canale di Sicilia: «Non è una tragedia, ma precise scelte politiche disumane». In una lettera commovente indirizzata all’ONG Mediterranea Saving Humans, il prelato esprime profondo rammarico per non poter salpare con loro verso un mare Nostrum ancora «scosso e scandalizzato» dall’ennesima ondata di morte, figlia di politiche che ignorano i diritti umani e il diritto internazionale sul soccorso.

Il grido profetico dall’arcivescovado di Palermo

Lorefice non usa giri di parole: «Ennesima strage - non è una tragedia! - consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche di ieri e di oggi», scrive, puntando il dito su violazioni sistematiche delle convenzioni Onu che impongono il salvataggio in mare. Il suo riferimento è ai naufragi fantasma nel Canale di Sicilia durante e dopo il ciclone Harry, tra il 18 e il 21 gennaio 2026, quando tempeste con onde alte metri e raffiche oltre 80 km/h hanno inghiottito gommoni partiti da Sfax in Tunisia e zone SAR libiche, lasciando circa mille dispersi secondo stime di Refugees in Libya e Mediterranea. L’arcivescovo elogia la missione dell’Ong come un «segno forte e prezioso» per rompere il «sonno degli occhi narcotizzati», denunciando un’Europa e un’Italia prigioniere di leggi che privilegiano «contenimento e abbandono», trasformando in criminali chi osa attraversare il mare in cerca di vita, libertà e pace.

Il mare restituisce i corpi: scene dal lutto silenzioso

Nelle ultime settimane, dalle coste trapanesi a quelle pelagiche, il Mediterraneo ha vomitato i resti di questa carneficina invisibile: un corpo emerso il 5 febbraio isolotto della Colombaia a Trapani, recuperato in mare aperto dalla Capitaneria di Porto; cinque cadaveri a Pantelleria tra inizio e metà febbraio, tra cui possibili minori trascinati sulle scogliere o galleggianti in mare, con i Vigili del Fuoco impegnati in operazioni strazianti. Poi, il 15 febbraio al largo di Marsala un uomo con giubbotto salvagente, il 16 a Torrazza di Petrosino un altro sulla spiaggia dopo una mareggiata furiosa, e ancora due recuperi distinti a San Vito Lo Capo e Custonaci grazie all’occhio vigile di pescatori locali. A fine gennaio, Lampedusa piangeva tre vittime certe – due gemelline di un anno e un uomo dalla Guinea, stroncati dall’ipotermia durante uno sbarco disperato – mentre in Calabria, da Tropea, arrivavano altri quattro corpi sul Tirreno. Almeno 13 in Sicilia, 15-17 totali nel Sud Italia: corpi mutilati dai pesci, senza documenti né nomi, con procure come quelle di Trapani e Paola che dispongono autopsie per svelare violenze o cause precise in un puzzle di orrore sommerso.

Radici politiche di un cimitero marino

Quelle di Lorefice non sono parole isolate, ma un’accusa radicale a un sistema che pianifica l’oblio: ritardi nei soccorsi SAR, assegnazioni di porti lontani alle navi umanitarie, assenza di registri sulle partenze forzate da Libia e Tunisia. Il Viminale celebra un calo del 58% negli sbarchi di gennaio, ma le ONG come Mediterranea e ASGI contano oltre 1000 morti invisibili, inclusi i due cadaveri in decomposizione avvistati dalla Humanity 1 in zona libica e quello sull’Ocean Viking nei primi giorni di febbraio. Il ciclone Harry ha solo amplificato un dramma strutturale – rotte letali come il Canale di Sicilia, che dal 2014 reclama oltre 25mila vite – con partenze suicide sotto tempesta e soccorsi insufficienti, mentre rotte alternative verso Sardegna o Algeria emergono come nuove frontiere del terrore.

Un appello universale all’umanità

«Di fronte a tutto questo siamo chiamati a reagire, non come esponenti di un partito o tifosi di una squadra, ma come donne e uomini che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano», conclude Lorefice, evocando il diritto inalienabile alla mobilità per ogni essere umano. Mentre Mediterranea salpa per vigilare e rompere il silenzio, Alarm Phone e piattaforme come MEM.MED chiedono safe corridors e indagini urgenti. Da Palermo, questa voce profetica squarcia il velo su un cimitero marino che non tace: per gli ultimi aggiornamenti su naufragi Sicilia 2026, migrant deaths Mediterraneo e ciclone Harry, il grido dell’arcivescovo resta un monito ineludibile.
(fonte: La Sicilia, articolo di Laura Mendola 22/02/2026)

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“Nel Mediterraneo l’ennesima strage – non è una tragedia! – consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche” 
 

Messaggio dell'Arcivescovo Mons. Corrado Lorefice a Mediterranea Saving Humas 
nel giorno in cui a Trapani si commemorano i migranti morti negli ultimi giorni nell'indififferenza generale

Testo integrale

Carissime e Carissimi tutti,

sono sinceramente dispiaciuto di non poter prendere il largo con voi ad accarezzare le martoriate acque del Mare Nostro ancora scosse e scandalizzate dall’ennesima strage – non è una tragedia!consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche – di ieri e di oggi –, colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell’essere umano, in violazione del diritto internazionale e delle convenzioni sul soccorso. Tutti Vi abbraccio fraternamente e di vero cuore!

Il Vostro oggi – a seguito dei naufragi avvenuti nel Canale di Sicilia durante e dopo il ciclone “Harry”, che hanno causato circa mille dispersi – è un segno forte e prezioso, un richiamo chiaro a sconvolgere il silenzio e a svegliare il sonno degli occhi di noi tutti, narcotizzati da scelte politiche che pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace, forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità. Queste vittime – questi volti e questi corpi cancellati dei poveri – sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come criminali quanti prendono il largo come “pescatori di uomini di donne” in balia delle onde. Questi corpi umani che il mare ha riconsegnato sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi.

Questi sono corpi umani. Come i nostri. Con una loro storia, relazioni, desideri, sofferenze, attese. Abbiamo negato loro il diritto ad una vita dignitosa, alla mobilità, alla libertà. Non li abbiamo accolti. Non siamo andati a cercarli sulla rotta del Mediterraneo centrale. Abbiamo ora il dovere, con la cenere in testa, di porre in essere le procedure necessarie per l’identificazione dei corpi riaffiorati e di dare certa e degna sepoltura alle vittime. Non possiamo disattendere la richiesta dei familiari che, dilaniati dalla sofferenza, cercano i propri cari.

Carissime, Carissimi, il vostro gesto oggi torna a dare voce alla memorabile domanda che Papa Francesco rivolse al mondo intero nel suo indimenticabile primo Viaggio Apostolico, a Lampedusa: «“Adamo dove sei?”, “Dov’è il tuo fratello?”, sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: “Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?”. Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie?» (Omelia, 8 luglio 2013). Ci è di grande sostegno la visita a Lampedusa programmata da Papa Leone XIV il 4 luglio prossimo.

Cari amici, unito a voi spiritualmente invoco il Signore della vita perché queste nostre sorelle e questi nostri fratelli possano adesso raggiungere la sospirata accoglienza nel cuore di Dio. Come cantava il poeta: «Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e arriverò» (C. Pavese, da Il mestiere di vivere).

Di fronte a tutto questo siamo chiamati a reagire, non come esponenti di un partito o tifosi di una squadra, ma come donne e uomini che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano. È l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo – come non pensare in questo momento all’altra strage in atto della Striscia di Gaza! –, quell’umanità che pare progressivamente sparire dall’orizzonte della politica contemporanea, dominata dalle derive nazionalistiche, dalla competizione spietata, dalla guerra ai poveri e ai migranti, dal rifiuto dell’altro. Sembrano essere questi oggi i principi dell’azione politica, esibiti senza vergogna, sbandierati come valori.

Non cessiamo di dare voce, con il nostro impegno concreto e operoso, a quanti nel Mediterraneo continuano a trovare morte piuttosto che vita. Diamo forma ai loro sogni. Lo dicevo alla Città di Palermo durante l’ultimo Festino di Santa Rosalia: «Sognare insieme. […] Sognare un mondo un mondo senza guerra e senza sopraffazione; un mondo senza armi e dove non valga la legge del più forte; un mondo in cui i poveri siano innalzati e i potenti, i narcisi, vengano buttati giù dai loro troni; un mondo dove i popoli del Sud povero trovino pace e benessere; un mondo dove il colore della pelle sia come un arcobaleno e i migranti vengano accolti con calore, come persone umane, come fratelli».

Uniti. Insieme. Per “ri-cor-dare”, per irrorare di amore i cuori e dare speranza.

Palermo, 20 febbraio 2026

X Corrado Lorefice
Arcivescovo di Palermo
(fonte: Chiesa di Palermo 22/02/2026)

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Lorefice sui migranti morti:
«Sono corpi umani, non numeri da propaganda»
Guarda il servizio di TrmWeb Sicilia


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Vedi anche i post precedenti:

Ucraina: l’urgenza di costruire la pace dopo quattro anni di dolore e resistenza


Intervista con l’arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč, Sviatoslav Shevchuk

Ucraina: l’urgenza di costruire la pace
dopo quattro anni di dolore e resistenza


È un anniversario «tragico» e una «vergogna per l’umanità» quello dei quattro anni dall’inizio dell’invasione militare russa dell’Ucraina: «Nessuno avrebbe mai immaginato» una guerra in Europa di tale durata. È quanto afferma l’arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč, Sviatoslav Shevchuk, in un’intervista ai media vaticani in vista dell’anniversario dei quattro anni dall’inizio della guerra il 24 febbraio 2022. L’arcivescovo greco-cattolico ricorda che la guerra è in realtà iniziata già nel 2014 con l’occupazione della Crimea e di parte del Donbass orientale. «Il numero dei civili morti e feriti continua ad aumentare — dichiara Shevchuk —. Posso dire che nemmeno all’inizio dell’invasione, nel 2022, la situazione era così drammatica come oggi, soprattutto durante questo inverno, in particolare nella capitale ucraina».

A Kyiv si sta vivendo una vera tragedia, che alcuni chiamano oggi “Kholodomor”, dal termine ucraino kholod, che significa “freddo”. Un richiamo alla grave carestia dell’Holodomor, il “genocidio della fame” che causò la morte di milioni di ucraini durante l’epoca di Stalin nell’Ucraina sovietica dal 1932 al 1933.

«I russi — riprende il presule — stanno distruggendo metodicamente le infrastrutture vitali delle città ucraine, in particolare della capitale». In molti quartieri non c’è il gas; si cucina con l’elettricità, che è necessaria anche per pompare l’acqua potabile nei palazzi di nove o venti piani. «Questo inverno molte centrali, costruite in epoca sovietica e di cui i russi, quindi, conoscevano i progetti, sono state distrutte — prosegue —. Quando la temperatura è scesa sotto i venti gradi, non è stato più possibile fornire elettricità e acqua calda; i tubi si sono congelati e spaccati, e anche i sistemi igienico-sanitari sono stati gravemente danneggiati».

Davanti ai grandi palazzi sono stati così allestiti i cosiddetti “Centri di resilienza”: tende riscaldate con generatori, dove le persone possono ricaricare i dispositivi, bere un tè caldo, stare insieme e riscaldarsi. «Presso la nostra cattedrale abbiamo aperto un Centro di resilienza nel rifugio semiinterrato», racconta Shevchuk, spiegando che «molte persone dormono lì e, di fatto, ci vivono: dobbiamo provvedere a tutto, perché non possono rientrare nelle loro case». «Il sindaco di Kyiv ha invitato chi può a lasciare temporaneamente la città; si stima che quasi mezzo milione di persone sia partito — afferma l’arcivescovo —. Tuttavia, molti restano perché lavorano o non hanno alternative. Scuole, università, supermercati, ospedali e farmacie sono aperti, ma il grande problema resta il funzionamento delle infrastrutture vitali».

Secondo l’arcivescovo maggiore di Kyiv, «di fronte a questa tragedia siamo tutti uguali, cerchiamo di stare uniti, aiutarci e anche di trovare un senso cristiano». Shevchuk osserva poi che «uno degli obiettivi dei bombardamenti è proprio scoraggiare la popolazione, costringerla ad abbandonare le proprie case. Alcuni analisti sostengono che si voglia creare una zona cuscinetto senza civili, per facilitare manovre militari. Ma la gente resta, non parte, e noi cerchiamo di far arrivare gli aiuti dove ci sono anche bambini e anziani. Forse il nemico si aspettava che gli ucraini fuggissero, ma non è così».

Da una parte una grande forza e una prova di resistenza del popolo ucraino, dall’altra il dolore che cresce con così tanti morti e feriti. «Secondo la Missione Onu per i diritti umani in Ucraina — evidenzia il presule —, il 2025 è stato l’anno più letale per i civili dall’inizio dell’invasione. Il numero di civili uccisi e feriti è aumentato del 31% rispetto al 2024 e del 70% rispetto al 2023. Più si parla di accordi di pace, più il sangue scorre in terra ucraina. Mentre i potenti del mondo si incontrano per discutere su chi esercitare più pressione, il popolo soffre».

«Non c’è nessuna famiglia in Ucraina che non abbia vissuto il dolore o il lutto per la perdita di un fratello, una sorella, un genitore o un figlio, uccisi o feriti», dichiara Shevchuk, facendo riferimento ad un questionario sottoposto durante un programma di accompagnamento per i sacerdoti e le persone consacrate dal quale è emerso che «la stragrande maggioranza dice di non volersi prendere vacanze o riposare», un dato che secondo gli psicoterapeuti «è un segno di trauma». «Perciò accompagniamo i nostri sacerdoti attraverso un programma di “guarigione delle ferite”: chi ha vissuto e superato la propria sofferenza diventa un “medico ferito”, in grado di comprendere chi soffre e di guidarlo verso la guarigione, anche psicologica e mentale. La salute mentale e spirituale è al centro del nostro impegno».

Ma la martoriata Ucraina ha ricevuto tanta solidarietà dalla Chiesa universale. «Siamo veramente grati al Santo Padre e a tutti i fratelli e le sorelle in Cristo, a tutte le persone di buona volontà che hanno espresso vicinanza», dichiara l’arcivescovo di Kyiv. La solidarietà internazionale, d’altra parte, ha avuto alti e bassi. «Ricordo i primi giorni della guerra, quando gli aiuti umanitari arrivavano in grande quantità da diversi Paesi d’Europa e del mondo — afferma —. L’anno scorso, invece, nel 2025, gli aiuti erano quasi scomparsi. Ottenere approvazioni per i progetti destinati a chi non aveva mezzi per sopravvivere era sempre più difficile. All’inizio del 2025 si stimava che circa cinque milioni di persone in Ucraina fossero in insicurezza alimentare, ma solo 2,5 milioni potevano ricevere assistenza. Questo inverno, tragico per il freddo e le difficoltà, le immagini di persone che soffrono però cercano di resistere, hanno riacceso la solidarietà internazionale, ricordando febbraio-marzo 2022». Menziona in particolare l’impegno del cardinale Grzegorz Ryś, arcivescovo di Cracovia, che ha prontamente risposto ad una richiesta d’aiuto stanziando sul conto della Caritas un milione di zloty: «Quattro giorni dopo i primi camion con generatori erano già in viaggio verso Kyiv». «Oggi viviamo un’ondata di solidarietà che va oltre il sostegno economico», osserva il presule ucraino. Shevchuk insiste infine su un aspetto che ritiene «vergognoso», ovvero che in quattro anni «la comunità internazionale non sia riuscita a fermare la mano micidiale dell’aggressore». Alcuni storici, sottolinea il presule, «hanno osservato che, nelle nostre terre, la Seconda guerra mondiale durò meno dell’attuale aggressione russa contro l’Ucraina. È qualcosa che non avrebbe mai dovuto iniziare e che ora deve finire. Perciò, in questo triste anniversario, chiedo a tutti di fare una promessa a Dio e a se stessi: costruire la pace».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Svitlana Dukhovych 23/02/2026)



lunedì 23 febbraio 2026

Dichiarazione dei vescovi della Calabria: «Il mare ci chiede conto»


Dichiarazione dei vescovi della Calabria:
«Il mare ci chiede conto»


Un salvagente arancione. È quello che il comandante della Guardia Costiera di Tropea ha riconosciuto tra le onde, prima ancora di capire che attorno a quel salvagente c’era ancora un uomo. O quel che ne restava. Quella macchia di colore nel grigio del Tirreno è diventata, per noi, il simbolo di questa stagione: una vita che aveva cercato di salvarsi, e non ce l’aveva fatta.

Da Scalea ad Amantea, da Paola a Tropea, da Pantelleria a Custonaci: le coste della nostra terra e della Sicilia hanno accolto nelle ultime settimane almeno quindici corpi senza nome, restituiti dal Mediterraneo dopo i naufragi silenziosi che il ciclone Harry ha consumato tra il 15 e il 22 gennaio. Secondo le organizzazioni umanitarie, i dispersi totali potrebbero essere un migliaio. Un numero che non è una statistica: è una comunità intera inghiottita dal mare mentre l’Europa guardava altrove.

Noi vescovi di Calabria non possiamo tacere.

Lo diciamo con il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Lo diciamo con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Lo diciamo consapevoli che quello che sta accadendo non è una tragedia isolata.

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni certifica che nei primi mesi del 2026 i morti sono triplicati: 452 vittime nel solo mese di gennaio, contro 93 dell’anno precedente. Meno arrivi, più morti.

Il nostro primo pensiero e la nostra preghiera di pastori sono rivolti a ognuno di loro, ai loro cari rimasti in patria o che forse li stanno attendendo.

Ai nostri fedeli chiediamo di non abituarsi. Di non lasciare che la notizia di un altro corpo trovato in spiaggia diventi ordinaria amministrazione. Il comandante Durante si è gettato tra le onde per recuperare quel che restava di un uomo. Vogliamo che la nostra Chiesa sia capace della stessa umanità. Dobbiamo pregare per alimentare la speranza, vincere la nostra indifferenza e aprire spazi di accoglienza prima di tutto nella nostra mente e nel nostro cuore.

Chiediamo alle istituzioni italiane ed europee di essere all’altezza della migliore tradizione di civiltà del nostro paese e del nostro continente che crede nella sacralità di ogni essere umano e soprattutto se in difficoltà lo accoglie e se ne prende cura. Chiediamo quindi di aprire corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria.

Chiediamo che le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani ricevano ogni risorsa necessaria per dare un nome a chi è stato restituito dal mare e per accertare le responsabilità.

Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore.

Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio.

I Vescovi della Conferenza Episcopale Calabra

22 febbraio 2026
(fonte: Conferenza Episcopale Calabra 22/02/2026)

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Vedi anche il post precedente:



ANGELUS 22/02/2026 Papa Leone XIV: la Quaresima, cammino luminoso. Diamo spazio al silenzio e all'ascolto I Domenica di Quaresima, 22 febbraio 2026

ANGELUS

Piazza San Pietro
I Domenica di Quaresima, 22 febbraio 2026

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Leone XIV: la Quaresima, cammino luminoso.
Diamo spazio al silenzio e all'ascolto

All'Angelus della prima Domenica del tempo che precede la Pasqua, Leone XIV ricorda il modo in cui Gesù ha vinto gli inganni del demonio e parla della penitenza come itinerario che non impoverisce la nostra umanità, ma la arricchisce, purifica e rafforza. Invita a far tacere un po’ tv, radio, smartphone. Ricchezza, fama e potere, aggiunge, "sono solo miseri surrogati della gioia per cui siamo fatti e, alla fine, ci lasciano inevitabilmente ed eternamente insoddisfatti, inquieti e vuoti"

Leone XIV dalla finestra del Palazzo apostolico per la recita dell'Angelus della prima Domenica di Quaresima

Il deserto, le tentazioni del diavolo, l'ancoraggio allo Spirito Santo che non risparmia le fatiche della condizione umana ma offre la via di resistere a inganni e insidie. È lo scenario dei quaranta giorni di dure prove sperimentate da Gesù e raccontate dalla liturgia della prima Domenica di Quaresima che offre al Papa - da poco rientrato in Vaticano dopo la visita pastorale appena compiuta nella parrocchia romana del Sacro Cuore di Gesù, accanto alla stazione Termini - l'avvio per una catechesi fondata sul senso di un percorso, quello che prelude alla Pasqua di Resurrezione, definito "luminoso". Già nell'omelia della Messa presieduta con la comunità guidata dai Salesiani, sottolineava il "dramma", a motivo di Satana, che incalza costantemente la libertà dell'uomo. E, tuttavia, nel saluto ai fedeli che lo hanno accolto, dava il 'la' a questo Tempo forte che è anche "tempo di gioia, perché sappiamo tutti che il Signore vuole riceverci".

La penitenza per far fiorire la vita

È la "vita" l'orizzonte che intende sottolineare Leone, sia quando commenta le difficoltà affrontate da Gesù, sia quando le riporta all'oggi del cristiano. La penitenza che insegna il Vangelo non è fine a se stessa, dunque, ma viatico per la pienezza della gioia; non è solo uno strumento che pone di fronte ai propri limiti, ma l'occasione "per superarli e per vivere". Lo ripete, il Papa, dinanzi a 20 mila fedeli che si sono raccolti in piazza San Pietro.

La liturgia, con questa Parola di vita, ci invita a guardare alla Quaresima come a un itinerario luminoso in cui, con la preghiera, il digiuno e l’elemosina, possiamo rinnovare la nostra cooperazione con il Signore nel realizzare il capolavoro unico della nostra vita. Si tratta di permettere a Lui di rimuovere le macchie e di guarire le ferite che il peccato può aver prodotto in essa, e di impegnarci a farla fiorire in tutta la sua bellezza fino alla pienezza dell’amore, unica fonte della felicità vera.

Ricchezza, fama, potere: surrogati della gioia

Il Pontefice cita San Paolo VI laddove rimarcava che la penitenza, lungi dall’impoverire la nostra umanità, la arricchisce, purificandola e rafforzandola. Consapevole dello scoraggiamento che può segnare la sfida con il maligno, e dell'attrazione per "vie di appagamento meno faticose", Leone mette in guardia dall'abbaglio della ricchezza, della fama, del potere. E precisa:

Queste, che sono state anche le tentazioni di Gesù, sono però solo miseri surrogati della gioia per cui siamo fatti e, alla fine, ci lasciano inevitabilmente ed eternamente insoddisfatti, inquieti e vuoti.

Far tacere un po’ i televisori, le radio, gli smartphone

Infine, sulla traccia di Sant'Agostino, a cui ancora una volta il Papa ricorre, l'esortazione è a fortificarsi alla fonte dell'orazione e delle opere di misericordia. E, in un'epoca in cui il silenzio è un bene sempre più raro, incoraggia a trovarlo e a dilatarlo attraverso rinunce concrete:

Diamo spazio al silenzio; facciamo tacere un po’ i televisori, le radio, gli smartphone. Meditiamo la Parola di Dio, accostiamoci ai Sacramenti; ascoltiamo la voce dello Spirito Santo, che ci parla nel cuore, e ascoltiamoci a vicenda, nelle famiglie, negli ambienti di lavoro, nelle comunità. Dedichiamo tempo a chi è solo, specialmente agli anziani, ai poveri, ai malati. Rinunciamo al superfluo e condividiamo ciò che risparmiamo con chi manca del necessario.
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 22/02/2026)

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LEONE XIV
(testo integrale)


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi, Prima Domenica di Quaresima, il Vangelo ci parla di Gesù che, condotto dallo Spirito, va nel deserto e viene tentato dal diavolo (cfr Mt 4,1-11). Dopo aver digiunato per quaranta giorni, sente il peso della sua umanità: a livello fisico la fame e a livello morale le tentazioni del diavolo. Prova la stessa fatica che tutti sperimentiamo nel nostro cammino e, resistendo al demonio, mostra a noi come vincerne gli inganni e le insidie.

La liturgia, con questa Parola di vita, ci invita a guardare alla Quaresima come a un itinerario luminoso in cui, con la preghiera, il digiuno e l’elemosina, possiamo rinnovare la nostra cooperazione con il Signore nel realizzare il capolavoro unico della nostra vita. Si tratta di permettere a Lui di rimuovere le macchie e di guarire le ferite che il peccato può aver prodotto in essa, e di impegnarci a farla fiorire in tutta la sua bellezza fino alla pienezza dell’amore, unica fonte della felicità vera.

Certo, si tratta di un cammino esigente, e il rischio è di scoraggiarci, o di lasciarci affascinare da vie di appagamento meno faticose, come la ricchezza, la fama e il potere (cfr Mt 4,3-8). Queste, che sono state anche le tentazioni di Gesù, sono però solo miseri surrogati della gioia per cui siamo fatti e, alla fine, ci lasciano inevitabilmente ed eternamente insoddisfatti, inquieti e vuoti.

Per questo San Paolo VI insegnava che la penitenza, lungi dall’impoverire la nostra umanità, la arricchisce, purificandola e rafforzandola nel suo procedere verso un orizzonte che ha «come termine l’amore e l’abbandono nel Signore» (Cost. ap. Paenitemini, 17 febbraio 1966, I). La penitenza, infatti, mentre ci rende consapevoli dei nostri limiti, ci dà la forza per superarli e per vivere, con l’aiuto di Dio, una comunione sempre più intensa con Lui e tra noi.

In questo tempo di grazia, pratichiamola generosamente, assieme all’orazione e alle opere di misericordia: diamo spazio al silenzio; facciamo tacere un po’ i televisori, le radio, gli smartphone. Meditiamo la Parola di Dio, accostiamoci ai Sacramenti; ascoltiamo la voce dello Spirito Santo, che ci parla nel cuore, e ascoltiamoci a vicenda, nelle famiglie, negli ambienti di lavoro, nelle comunità. Dedichiamo tempo a chi è solo, specialmente agli anziani, ai poveri, ai malati. Rinunciamo al superfluo e condividiamo ciò che risparmiamo con chi manca del necessario. Allora, come dice Sant’Agostino, «la nostra preghiera, fatta in umiltà e carità, nel digiuno e nell’elemosina, nella temperanza e nel perdono, dando cose buone e non restituendo quelle cattive, allontanandosi dal male e facendo il bene» (Sermo 206, 3), raggiungerà il Cielo e ci darà pace.

Alla Vergine Maria, Madre che sempre assiste i suoi figli nella prova, affidiamo il nostro cammino quaresimale.

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Dopo l'Angelus


Cari fratelli e sorelle,

Sono passati ormai quattro anni dall’inizio della guerra contro l’Ucraina. Il mio cuore va ancora alla drammatica situazione che sta sotto gli occhi di tutti: quante vittime, quante vite e famiglie spezzate, quanta distruzione, quante sofferenze indicibili! Davvero ogni guerra è una ferita inferta all’intera famiglia umana: lascia dietro di sé morte, devastazione e una scia di dolore che segna generazioni.

La pace non può essere rimandata: è un’esigenza urgente, che deve trovare spazio nei cuori e tradursi in decisioni responsabili. Per questo rinnovo con forza il mio appello: tacciano le armi, cessino i bombardamenti, si giunga senza indugio a un cessate-il-fuoco e si rafforzi il dialogo per aprire la strada alla pace.

Invito tutti a unirsi nella preghiera per il martoriato popolo ucraino e per tutti coloro che soffrono a causa di questa guerra e di ogni conflitto nel mondo, perché possa risplendere sui nostri giorni il dono tanto atteso della pace.

Ed ora rivolgo il mio saluto a tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini italiani e di vari Paesi.

Benedico di cuore le Suore Operaie di Gesù, nel centenario di fondazione del loro Istituto. Saluto la Scuola di San Giuseppe Calasanzio di Prievidza in Slovacchia; e rivolgo il mio incoraggiamento alle Associazioni che si impegnano ad affrontare insieme le malattie rare.

Saluto il gruppo dell’Apostolato della Preghiera di Biella, i fedeli di Nicosia, di Castelfranco Veneto e del Decanato di Melegnano; i cresimandi di Boltiere, i ragazzi della Comunità pastorale Santa Maria Maddalena di Milano e gli scout di Tarquinia.

Auguro a tutti una buona domenica e un buon cammino di Quaresima.

Guarda il video


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Vedi anche il post precedente:





VISITA PASTORALE Parrocchia del “Sacro Cuore di Gesù" davanti alla Stazione Termini - Leone XIV: “siate un presidio di prossimità, una presenza viva e vicina alle sfide di questo quartiere”

VISITA PASTORALE

Parrocchia del “Sacro Cuore di Gesù" a Via Marsala (Roma)
I Domenica di Quaresima, 22 febbraio 2026

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La visita di Leone alla parrocchia del Sacro Cuore davanti alla Stazione Termini:
“siate un presidio di prossimità, una presenza viva e vicina alle sfide di questo quartiere” 


La visita di Papa Leone XIV alla parrocchia salesiana del Sacro Cuore di Gesù, nel quartiere Castro Pretorio, davanti alla stazione Termini, è stata una mattinata di festa, preghiera e ascolto. Nel cortile della basilica, gremito da circa mille persone provenienti da numerosi Paesi, il Pontefice ha voluto subito fermarsi con i più piccoli, salutandoli con spontaneità e affetto.

“Che bello vedere tutti questi bambini qui davanti! Un applauso per loro!”, sono state le parole del suo saluto iniziale. Leone XIV ha ricordato il “calore dell’accoglienza” che caratterizza questa comunità, lo stesso che già Papa Francesco aveva lodato visitando la parrocchia nel 2014.
“Sappiamo tutti che il Signore vuole riceverci, vuole accoglierci, tanto come questa parrocchia! Quanto è bello trovarci in un posto dove tutti e tutte sono benvenuti! Grazie a voi, grazie a questa parrocchia!”, ha aggiunto esortando i presenti a “vivere la gioia della vita”. “Quanto è bello essere vivi, avere questo dono di vita che il Signore ci dà”, ha osservato.

Tra gli applausi, il Pontefice si è soffermato sul nome stesso della parrocchia, richiamando il cuore come “simbolo di amore, di carità, di questa generosità dell’amore del Signore che non conosce limiti”. Limiti che non sono neppure quelli delle nazionalità, come dimostra la varietà di lingue, volti e storie presenti nel cortile. “Rappresentano questa unità, comunione e fratellanza, questo vivere insieme che solo Gesù può rendere possibile. È l’amore di Gesù, è la sua misericordia che ci ha convocato questa mattina.”

Leone XIV ha poi rivolto un saluto particolare alla comunità dei salesiani, ringraziandoli per una storia che non guarda solo al passato ma che continua a vivere oggi “questa bellissima tradizione di servizio, di carità, di lavoro con i giovani”.

Durante la Messa, il Papa ha richiamato l’attenzione su cinque catecumeni che riceveranno i sacramenti nella Veglia di Pasqua, indicandoli come segno di un inizio che riguarda tutta la comunità. “Specialmente in questo Tempo di Quaresima siamo chiamati a riscoprire la grazia del Battesimo, come sorgente di vita che abita in noi e che, in modo dinamico, ci accompagna nel più assoluto rispetto della nostra libertà.”

Nell’omelia, Leone XIV ha parlato anche del “dramma” dell’indipendenza dell’uomo e della tentazione antica che attraversa il giardino delle origini e il deserto di Gesù. “Il Vangelo sembra rispondere all’antico dilemma: posso realizzare la mia vita in pienezza dicendo sì a Dio? Oppure, per essere libero e felice, devo liberarmi di Lui?”

La Chiesa, presidio di prossimità

Il Pontefice ha collegato queste domande alla vita concreta del territorio. Fu Papa Leone XIII a chiedere a san Giovanni Bosco di costruire la basilica “in un crocevia unico della città”, destinato a diventare sempre più centrale. Oggi, intorno alla stazione Termini, convivono studenti universitari, pendolari, immigrati in cerca di lavoro, giovani rifugiati coinvolti nei progetti di integrazione promossi dai Salesiani. “In ciascuno di voi vedo un presidio di prossimità, una presenza viva e vicina alle sfide di questo quartiere.”

Le contraddizioni della Stazione Termini

A pochi passi dalla basilica emergono con forza le contraddizioni del nostro tempo. Il Papa ha ricordato i “fratelli che non hanno una casa”, accolti dalla Caritas di via Marsala e dall’ostello Don Luigi Di Liegro, realizzato in uno dei fabbricati del complesso della Stazione Termini, in via Marsala, la stessa strada su cui si affaccia la basikica del Sacro Cuore e la Curia Generalizia deli Salesianii, con le altre attività dell’Istituto.

“In pochi metri si possono toccare la spensieratezza di chi parte e arriva con tutte le comodità e la fatica di chi non ha un tetto; le tante potenzialità di bene e una violenza dilagante; la voglia di lavorare onestamente e i traffici illeciti.”, ha commentao Leone. In un’intervista ai media vaticani, la coordinatrice dell’ostello, Luana Melia, ha sottolineato: “Non siamo luoghi che cronicizzano il disagio, ma spazi che, offrendo servizi oltre il pasto e il letto, aiutano a prevenire conflitti e situazioni esplosive”.

Il dono al Pontefice

La Messa è stata concelebrata, tra gli altri, dal cardinale Baldo Reina, vicario per la diocesi di Roma, dal cardinale titolare Giuseppe Versaldi, dal rettor maggiore dei Salesiani don Fabio Attard, dal superiore della Circoscrizione Salesiana Italia Centrale don Roberto Colameo e dal parroco don Javier Ortiz Rodriguez. Proprio quest’ultimo ha donato al Papa un’icona del Sacro Cuore, ringraziandolo per una visita che auspica sia balsamo per le “ferite sociali” del quartiere e “ripartenza di un progetto pastorale caricato con pace, speranza e impegno cristiano”.

Al termine della liturgia, Leone XIV ha visitato le Camerette di Don Bosco, dietro il coro e i locali della sacrestia, dove il Santo visse durante il suo ultimo viaggio a Roma nel 1887. Prima di rientrare in Vaticano, il Pontefice si è raccolto in preghiera davanti al Tabernacolo, affidando al Cuore di Gesù la comunità del Sacro Cuore e le vite che ogni giorno si incrociano davanti alla stazione Termini.

I salesiani nel cuore del Papa

È stato un gesto semplice, ma carico di significato, a colpire più di ogni altro il parroco del Sacro Cuore a Castro Pretorio, don Javier Ortiz Rodriguez, al termine della visita di Leone XIV. “Ho presentato al Papa il gruppo del consiglio pastorale e anche un professore volontario di italiano. Dopo averlo presentato gli ha detto: ‘Il prossimo allievo posso diventare io'”, ha raccontato il parroco ai giornalisti. “È stato un grande atto di umiltà e di vicinanza”, ha aggiunto, sottolineando come quel momento abbia espresso in modo immediato lo stile del Pontefice.

Don Ortiz Rodriguez ha ricordato che la parrocchia del Sacro Cuore non è nuova a visite papali: “Sono venuti tre Papi al Sacro Cuore: Giovanni Paolo II nel 1987, Papa Francesco nel 2014 e oggi Papa Leone XIV. Il regalo più grande di questa visita è stata la vicinanza alla gente della nostra parrocchia e del nostro quartiere”. Una presenza che, secondo il parroco, ha lasciato un segno concreto e incoraggiante.

La chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Castro Pretorio, definita da Papa Francesco come “nel centro della periferia”, è descritta dallo stesso parroco come un crocevia umano e sociale, una sorta di “porto di terra”. “Qui passano tante persone diverse”, ha spiegato, “ed è un luogo in cui emergono fragilità spesso invisibili”. Dal 2023 è stato avviato un nuovo progetto pastorale per avvicinare in particolare i giovani e le persone che vivono sole. “C’è tanta solitudine”, ha osservato don Ortiz Rodriguez. “Ci sono palazzi con molti bed and breakfast e uno o due appartamenti abitati da anziani soli”. In questo contesto, la visita del Papa rappresenta “una grande spinta” per continuare e rafforzare il lavoro pastorale.

Durante l’incontro con la comunità salesiana, il Pontefice ha anche condiviso un ricordo personale, riferito poi ai giornalisti da don Francesco Marcoccio, rettore della Basilica del Sacro Cuore e direttore della sede centrale dei Salesiani di Don Bosco. “Quando ero ragazzo sono andato anche dai salesiani per un incontro vocazionale, però poi siete arrivati al secondo posto, perché sono entrato dagli agostiniani. Ma questo cuore salesiano mi è rimasto”, avrebbe detto Papa Leone XIV, aggiungendo con un sorriso che “in questi dieci mesi di pontificato ho visitato più comunità salesiane che agostiniane”.

Don Marcoccio ha riferito anche il contenuto più pastorale dell’incontro: il Papa “ci ha ringraziato per il lavoro che facciamo con i più poveri e per l’impegno dei salesiani nel mondo”. Un ringraziamento accompagnato da un’esortazione chiara: “Ci ha invitato a lavorare in rete con le altre realtà ecclesiali e a mettere insieme i giovani con i più poveri”. Un’indicazione che risuona in modo particolare in una parrocchia come quella di Castro Pretorio, chiamata ogni giorno a coniugare accoglienza, prossimità e attenzione alle nuove forme di povertà urbana.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 22/02/2026)

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SANTA MESSA

OMELIA DI LEONE XIV


Carissimi fratelli e sorelle,

qualche giorno fa, con il rito delle Ceneri, abbiamo dato inizio al cammino quaresimale. La Quaresima è un tempo liturgico intenso, che ci offre l’occasione di riscoprire la ricchezza del nostro Battesimo, per vivere da creature pienamente rinnovate grazie all’incarnazione, alla morte e alla risurrezione di Gesù.

La prima Lettura e il Vangelo, che abbiamo ascoltato, in dialogo tra loro ci aiutano a riscoprire proprio il dono del Battesimo come grazia che incontra la nostra libertà. Il racconto della Genesi ci riporta alla nostra condizione di creature, messe alla prova non tanto da un divieto, come spesso si crede, quanto da una possibilità: la possibilità di una relazione. L’essere umano è cioè libero di riconoscere e accogliere l’alterità del Creatore, il quale riconosce e accoglie l’alterità delle creature. Per impedire tale possibilità, il serpente insinua la presunzione di poter azzerare ogni differenza tra le creature e il Creatore, seducendo l’uomo e la donna con l’illusione di diventare come Dio. Satana li spinge a impossessarsi di qualcosa che – così dice – Dio vorrebbe negare loro per mantenerli sempre in uno stato di inferiorità. Questo affresco della Genesi è un capolavoro insuperato che rappresenta il dramma della libertà.

Il Vangelo sembra rispondere all’antico dilemma: posso realizzare la mia vita in pienezza dicendo “sì” a Dio? Oppure, per essere libero e felice, devo liberarmi di Lui?

La scena delle tentazioni di Cristo, in fondo, affronta questo drammatico interrogativo. Essa ci conduce a scoprire la vera umanità di Gesù che, come insegna la Costituzione conciliare Gaudium et spes, rivela l’uomo a se stesso: «Nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» (GS, 22). Infatti vediamo il Figlio di Dio che, opponendosi alle insidie dell’antico Avversario, ci mostra l’uomo nuovo, l’uomo libero, epifania della libertà che si realizza dicendo “sì” a Dio.

Questa nuova umanità nasce dal fonte battesimale. E allora – specialmente in questo Tempo di Quaresima – siamo chiamati a riscoprire la grazia del Battesimo, come sorgente di vita che abita in noi e che, in modo dinamico, ci accompagna nel più assoluto rispetto della nostra libertà.

Anzitutto è il Sacramento stesso ad essere dinamico, perché ciò che offre non si esaurisce all’interno dello spazio e del tempo del rito, ma è una grazia che accompagna costantemente la vita intera, sostenendo la nostra sequela di Cristo. Ma il Battesimo è dinamico anche perché ci mette sempre di nuovo in cammino, dal momento che la grazia è una voce interiore che ci sollecita a conformarci a Gesù, liberando la nostra libertà perché essa trovi compimento nell’amore di Dio e del prossimo.

Comprendiamo così la natura relazionale del Battesimo, che chiama a vivere l’amicizia con Gesù e, così, ad entrare nella sua comunione con il Padre. Questa relazione piena di grazia ci rende capaci di vivere anche un’autentica prossimità con gli altri, una libertà che – a differenza di quanto il diavolo propone a Gesù – non è ricerca del proprio potere, ma amore che si dona e che ci rende tutti fratelli e sorelle. Afferma infatti San Paolo: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).

Fratelli e sorelle, il Papa Leone XIII chiese a San Giovanni Bosco di costruire proprio qui la chiesa dove noi oggi ci troviamo. Egli aveva intuito la centralità di questo luogo, accanto alla Stazione Termini e in un crocevia unico della città, destinato a diventare nel tempo ancora più importante.

Per questo, carissimi, incontrandovi oggi vedo in voi uno speciale presidio di prossimità, di vicinanza dentro le sfide di questo territorio. In esso infatti sono numerosi i giovani universitari, i pendolari che vanno e vengono per motivi di lavoro, gli immigrati in cerca di occupazione, i giovani rifugiati che hanno trovato nella sede qui a fianco, per iniziativa dei Salesiani, la possibilità di incontrare coetanei italiani e realizzare progetti di integrazione; e poi ci sono i nostri fratelli che non hanno una casa e che trovano accoglienza negli spazi della Caritas di via Marsala. In pochi metri si possono toccare le contraddizioni di questo tempo: la spensieratezza di chi parte e arriva con tutte le comodità e coloro che non hanno un tetto; le tante potenzialità di bene e una violenza dilagante; la voglia di lavorare onestamente e i commerci illeciti delle droghe e della prostituzione.

La vostra parrocchia è chiamata a farsi carico di queste realtà, ad essere lievito di Vangelo nella pasta del territorio, a farsi segno di vicinanza e di carità. Ringrazio i Salesiani per l’opera instancabile che portano avanti ogni giorno, e incoraggio tutti a continuare ad essere proprio qui una piccola fiammella di luce e di speranza.

Maria Ausiliatrice sostenga sempre il nostro cammino, ci renda forti nel momento della tentazione e della prova, per vivere pienamente la libertà e la fraternità dei figli di Dio.

Guarda il video integrale della S. Messa


domenica 22 febbraio 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - I DOMENICA DI QUARESIMA anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


I DOMENICA DI QUARESIMA anno A

22 Febbraio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, con il Mercoledì delle Ceneri si è aperto per noi il Tempo della Quaresima. Esso è tempo propizio perché ognuno di noi possa ripensare al proprio battesimo ed alla novità che esso ha instaurato nella nostra esistenza. Invochiamo, allora, con fiducia Dio nostro Padre, perché ci faccia crescere come veri suoi figli e fratelli, ed insieme diciamo:

R/   Convertici a Te,  o Padre


Lettore

- Guarda benigno, o Padre, il tuo popolo radunato in assemblea. Accresci in esso la consapevolezza di essere legato a Te con vincoli indissolubili, grazie al dono della vita di Gesù tuo Figlio. Fa’ che tutto il popolo cristiano sappia lasciarsi coinvolgere in questa tua Alleanza, in questa storia di amore, per testimoniare a tutti i popoli il tuo disegno di salvezza. Preghiamo.

- Suscita, o Padre, in ogni comunità cristiana ed in ogni singolo cristiano una fame vera della tua Parola. Fa’ che tutti trovino in Gesù, tuo Figlio, il modello di un ascolto a cuore aperto del tuo disegno di amore rivolto ad ogni creatura umana. Dona a tutti la gioia e la costanza di sostare quotidianamente nell’ascolto della Scrittura Santa. Preghiamo.

- Benedici e sostieni quanti nelle varie parti del mondo si adoperano per la pace tra le nazioni. Dona coraggio e costanza a tutte quelle associazioni, che operano in zone di guerra, prestando aiuto alle martoriate popolazioni civili. Ti preghiamo, inoltre, per quelle donne e quegli uomini, che nella loro professione di giornalismo mettono a repentaglio la loro vita per un servizio alla verità. Preghiamo.

- Ricordati, o Padre, di tutte quelle persone, provenienti dalle Filippine, dall’India, dallo Sri-Lanka e da altri paesi stranieri, che si mettono al servizio dei nostri anziani. Benedici le loro fatiche, non sempre riconosciute ed apprezzate. Preghiamo.

- Ti preghiamo e ti affidiamo, o Padre, tutte le persone a noi care e che in questo momento vivono momenti di prova a causa di malattie molto gravi. Sii vicino a loro con la tua Parola e con il tuo Santo Spirito. Dona pazienza e spirito di servizio a quanti operano in ambito ospedaliero. Preghiamo.

- Davanti a te, o Padre, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo delle vittime delle molteplici guerre che affliggono il mondo; delle vittime sul lavoro e sulle strade. A tutti concedi la Beatitudine eterna. Preghiamo.


Per chi presiede

Accogli, o Padre, le nostre preghiere: non abbandonarci nella tentazione e donaci la forza di superare ogni prova, per maturare nelle fede e adorarti come il nostro unico e vero Dio. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

AMEN.