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giovedì 21 maggio 2026

Tonio Dell'Olio: La giustizia non basta

Tonio Dell'Olio
 
La giustizia non basta
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  21 maggio 2026

Davide Cavallo è lo studente ventiduenne accoltellato e picchiato il 12 ottobre 2025, in corso Como a Milano, da cinque ragazzi fino a riportare una lesione midollare permanente. Ieri il tribunale ha pronunciato la sentenza con una pena esemplare per due dei suoi aggressori.

Una decisione necessaria, perché senza giustizia una società smarrisce il senso del limite e della responsabilità. Ma ieri, in quell’aula, è accaduto qualcosa che va oltre il diritto e perfino oltre la condanna. A porte chiuse, Davide ha chiesto di abbracciare i suoi aggressori spezzando così la logica che spesso domina il nostro tempo: quella della vendetta, dell’odio che chiama altro odio, della vita ridotta a un interminabile regolamento di conti. 

Nessun gesto potrà cancellare il dolore, né restituire a Davide la vita di prima. Eppure quell’abbraccio ha mostrato che la giustizia, da sola, non basta. È necessario riconoscere l’umanità dell’altro, persino quando ha sbagliato in modo terribile. Vuol dire non lasciare l’ultima parola al male. 

In un Paese dove troppo spesso la violenza giovanile genera solo paura e invocazioni di pene sempre più dure, Davide ci consegna una domanda radicale: che società vogliamo costruire dopo la condanna? Gettare la chiave o scommettere su un altro futuro? Quel gesto non assolve nessuno. Ma indica una strada capace di generare vita nuova. Per le vittime, per i colpevoli e per tutti noi.

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UDIENZA GENERALE 20/05/2026 Leone XIV: la liturgia si traduca in vita, rendiamo concreto ciò che celebriamo

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 20 maggio 2026


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Il Papa: la liturgia si traduca in vita,
rendiamo concreto ciò che celebriamo

Proseguendo il ciclo sui documenti del Concilio Vaticano II, all'udienza generale il Pontefice tiene la prima catechesi sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium e spiega che "la ritualità della Chiesa esprime la sua fede" e al contempo "plasma l’identità ecclesiale", la "proclamazione della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la preghiera comune" incoraggiano e rinnovano i credenti "nella loro missione"

Un momento dell'udienza generale (@VATICAN MEDIA)

Inizia la serie di catechesi dedicate alla Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium Leone XIV all’udienza generale tenuta questa mattina, 20 maggio, in piazza San Pietro, nell’ambito del ciclo sui documenti del Concilio Vaticano II. Accanto a lui, oggi il catholicos della Chiesa Apostolica Armena – Sede di Cilicia Aram I, ricevuto lunedì scorso e al quale indirizza parole di benvenuto.

Immersi nel mistero di Cristo

“La liturgia nel mistero della Chiesa”, questo il primo tema scelto dal Papa per spiegare i contenuti del primo documento promulgato dall’assise ecumenica, voluto per “intraprendere una riforma dei riti” e “condurre la Chiesa a contemplare e ad approfondire … il mistero di Cristo”. La liturgia, infatti, ne tocca “il cuore” essendo “lo spazio, il tempo e il contesto in cui la Chiesa riceve da Cristo la propria stessa vita”. Quando si parla di “mistero di Cristo” non ci si riferisce “una realtà oscura”, chiarisce il Pontefice, ma al “disegno salvifico di Dio, nascosto dall’eternità e rivelato in Cristo”.

Ecco, dunque, il Mistero cristiano: l’evento pasquale, vale a dire la passione, la morte, la risurrezione e la glorificazione di Cristo, che proprio nella liturgia ci è reso sacramentalmente presente, così che ogni volta che partecipiamo all’assemblea riunita “nel suo nome” siamo immersi in questo Mistero.


Nella liturgia la comunione con Cristo

Cristo è in pratica “il principio interiore del mistero della Chiesa”, che è il “popolo santo di Dio”, il quale è “nato” dal “fianco” di Gesù trafitto “sulla croce”, specifica Leone. Infatti, nella liturgia, Cristo “con la potenza” dello “Spirito”, “santifica e associa la Chiesa, sua sposa, alla sua offerta al Padre” ed “è presente nella Parola proclamata, nei Sacramenti, nei ministri che celebrano, nella comunità radunata” e soprattutto “nell’Eucaristia”.

Secondo Sant’Agostino, celebrando l’Eucaristia la Chiesa “riceve il Corpo del Signore e diventa ciò che riceve”: diventa il Corpo di Cristo, “dimora di Dio per mezzo dello Spirito”. Questa è “l’opera della nostra redenzione”, che ci configura a Cristo e ci edifica nella comunione. Nella santa liturgia, tale comunione si realizza “per mezzo dei riti e delle preghiere”.

Il Papa mentre saluta alcuni partecipanti all'udienza (@Vatican Media)

Il culmine verso cui tende la Chiesa

Nella “ritualità” la Chiesa “esprime la sua fede”, ma al contempo la ritualità “plasma l’identità ecclesiale”, specifica il Papa, perché “la Parola proclamata, la celebrazione del Sacramento, i gesti, i silenzi, lo spazio” rappresentano e danno “forma al popolo convocato dal Padre, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo”. Dunque “la liturgia è al servizio del mistero di Cristo”, per questo la Sacrosanctum Concilium la definisce “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia”. Ogni “attività” della Chiesa - “la predicazione, il servizio dei poveri, l’accompagnamento delle realtà umane” - “converge” nella liturgia, che è linfa vitale per i credenti.

La liturgia sostiene i fedeli immergendoli sempre e di nuovo nella Pasqua del Signore e, perciò, attraverso la proclamazione della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la preghiera comune, essi sono ristorati, incoraggiati e rinnovati nel loro impegno di fede e nella loro missione. In altre parole, la partecipazione dei fedeli all’azione liturgica è al tempo stesso “interiore” ed “esteriore”.

Una panoramica di piazza San Pietro (@Vatican Media)

Una dinamica etica e spirituale

Genera “una dinamica etica e spirituale” la liturgia, precisa il Pontefice, perciò “si traduce in vita e domanda un’esistenza fedele, capace di rendere concreto ciò che è stato vissuto nella celebrazione”.

“La liturgia edifica ogni giorno coloro che sono nella Chiesa come tempio santo nel Signore”, e forma una comunità aperta e accogliente verso tutti. Essa è infatti abitata dallo Spirito Santo, ci introduce nella vita del Cristo, ci rende suo Corpo e, in tutte le sue dimensioni, rappresenta un segno dell’unità di tutto il genere umano in Cristo.

Il Papa tra la folla (@Vatican Media)

Lasciarsi plasmare

Nella Lettera apostolica Desiderio desideravi sulla formazione liturgica del popolo di Dio Papa Francesco scrive che “il mondo ancora non lo sa, ma tutti sono stati invitati al banchetto di nozze dell’Agnello”, ricorda, infine, Leone XIV, che incoraggia tutti a lasciarsi “plasmare” nella liturgia “dai riti, dai simboli, dai gesti e soprattutto dalla viva presenza di Cristo”.

Il Papa mentre benedice una bambina (@Vatican Media)

Pregare lo Spirito Santo perchè rinnovi il mondo

Salutando i 25mila presenti in piazza, il Pontefice rammenta ai pellegrini polacchi la pubblicazione, quarant’anni fa, della Lettera Enciclica Dominum et Vivificantem, nella quale Giovanni Paolo II rimarca che "lo Spirito Santo è la 'Luce dei cuori' e ci permette di 'chiamare per nome il bene e il male'. Da qui l'invito, nell'imminenza della Pentecoste, a chiedere "allo Spirito di Dio di risvegliare le coscienze umane con i suoi doni, di distoglierle dall’ingiustizia, dalla violenza e dalla guerra e di rinnovare il volto della terra". Invito rivolto pure nel saluto ai fedeli di lingua tedesca e portoghese, esortati ad invocare lo Spirito Santo perché rinnovi i cuori "e la faccia della terra" e a pregare Dio per "una rinnovata effusione dello Spirito Santo sulla sua Chiesa".

Il Papa mentre saluta gli sposi novelli (@VATICAN MEDIA)

Il saluto ai gruppi italiani

A conclusione dell'udienza, il saluto, in italiano, al gruppo giunto da Cascia per far benedire la Fiaccola del perdono e della pace, simbolo del gemellaggio con Chicago, la città scelta quest'anno per diffondere il messaggio e i valori di Santa Rita in occasione delle celebrazioni legate alla memoria liturgica.

Leone XIV mentre benedice la Fiaccola del perdono e della pace (@Vatican Media)

E prima della benedizione finale il Papa indirizza il suo pensiero ai partecipanti alla manifestazione promossa dal Movimento dell’etica nello sport, sottolinea agli atleti, i quali hanno la nobile missione di "custodire l’anima dello sport", che "il vero traguardo non è la vittoria materiale, ma il rispetto dell’avversario, la lealtà del gioco e l'inclusione di tutti".

Leone XIV riceve in dono un paio di scarpe da ginnastica (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 20/05/2026)

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LEONE XIV

Saluto del Santo Padre a Sua Santità Aram I, Catholicos di Cilicia

Sono molto lieto di dare il benvenuto a Sua Santità Aram I, Catholicos di Cilicia della Chiesa Apostolica Armena, insieme all’illustre delegazione che lo accompagna. Questa visita fraterna rappresenta un’importante occasione per rafforzare i legami di unità che già esistono tra noi, mentre ci avviciniamo alla piena comunione tra le nostre Chiese. ...


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I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 1. La liturgia nel mistero della Chiesa


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Iniziamo oggi una serie di catechesi sul primo Documento promulgato dal Concilio Vaticano II: la Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium (SC).

Elaborando questa Costituzione, i Padri conciliari hanno voluto non solo intraprendere una riforma dei riti, ma condurre la Chiesa a contemplare e ad approfondire quel legame vivo che la costituisce ed unisce: il mistero di Cristo. La liturgia, in effetti, tocca il cuore stesso di questo mistero: essa è insieme lo spazio, il tempo e il contesto in cui la Chiesa riceve da Cristo la propria stessa vita. Nella liturgia infatti, «si attua l’opera della nostra redenzione» (SC, 2), che fa di noi una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo che Dio si è acquistato (cfr 1Pt 2,9).

Come ha manifestato il triplice rinnovamento – biblico, patristico e liturgico – che ha attraversato la Chiesa nel corso del XX secolo, il Mistero in questione non designa una realtà oscura, ma il disegno salvifico di Dio, nascosto dall’eternità e rivelato in Cristo, secondo l’affermazione di San Paolo (cfr Ef 3,3-6). Ecco, dunque, il Mistero cristiano: l’evento pasquale, vale a dire la passione, la morte, la risurrezione e la glorificazione di Cristo, che proprio nella liturgia ci è reso sacramentalmente presente, così che ogni volta che partecipiamo all’assemblea riunita «nel suo nome» (Mt 18,20) siamo immersi in questo Mistero.

Cristo stesso è il principio interiore del mistero della Chiesa, popolo santo di Dio, nato dal suo fianco trafitto sulla croce. Nella santa liturgia, con la potenza del suo Spirito, Egli continua ad agire. Santifica e associa la Chiesa, sua sposa, alla sua offerta al Padre. Esercita il suo sacerdozio assolutamente unico, Lui che è presente nella Parola proclamata, nei Sacramenti, nei ministri che celebrano, nella comunità radunata e, in sommo grado, nell’Eucaristia (cfr SC, 7). È così che, secondo Sant’Agostino (cfr Serm., 277), celebrando l’Eucaristia la Chiesa «riceve il Corpo del Signore e diventa ciò che riceve»: diventa il Corpo di Cristo, «dimora di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2,22). Questa è «l’opera della nostra redenzione», che ci configura a Cristo e ci edifica nella comunione.

Nella santa liturgia, tale comunione si realizza «per mezzo dei riti e delle preghiere» (SC, 48). La ritualità della Chiesa esprime la sua fede – secondo il celebre detto lex orandi, lex credendi –, e al tempo stesso plasma l’identità ecclesiale: la Parola proclamata, la celebrazione del Sacramento, i gesti, i silenzi, lo spazio, tutto questo rappresenta e dà forma al popolo convocato dal Padre, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo. Ogni celebrazione diventa così una vera epifania della Chiesa in preghiera, come ha ricordato san Giovanni Paolo II (Lett. ap. Vicesimus quintus annus, 9).

Se la liturgia è al servizio del mistero di Cristo, si comprende perché sia stata definita «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (SC, 10). È vero che l’azione della Chiesa non si limita alla sola liturgia, tuttavia ogni sua attività (la predicazione, il servizio dei poveri, l’accompagnamento delle realtà umane) converge verso questo «culmine». Nel senso inverso, la liturgia sostiene i fedeli immergendoli sempre e di nuovo nella Pasqua del Signore e, perciò, attraverso la proclamazione della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la preghiera comune, essi sono ristorati, incoraggiati e rinnovati nel loro impegno di fede e nella loro missione. In altre parole, la partecipazione dei fedeli all’azione liturgica è al tempo stesso «interiore» ed «esteriore».

Ciò significa pure che essa è chiamata a dispiegarsi concretamente lungo tutta la vita quotidiana, in una dinamica etica e spirituale, cosicché la liturgia celebrata si traduce in vita e domanda un’esistenza fedele, capace di rendere concreto ciò che è stato vissuto nella celebrazione: è in questo modo che la nostra vita diventa «sacrificio vivente, santo e gradito a Dio», realizzando il nostro «culto spirituale» (Rm 12,1).

In questo modo, «la liturgia edifica ogni giorno coloro che sono nella Chiesa come tempio santo nel Signore» (SC, 2), e forma una comunità aperta e accogliente verso tutti. Essa è infatti abitata dallo Spirito Santo, ci introduce nella vita del Cristo, ci rende suo Corpo e, in tutte le sue dimensioni, rappresenta un segno dell’unità di tutto il genere umano in Cristo. Come diceva Papa Francesco, «il mondo ancora non lo sa, ma tutti sono stati invitati al banchetto di nozze dell’Agnello (Ap 19,9)» (Lett. ap. Desiderio desideravi, 5).

Carissimi, lasciamoci plasmare interiormente dai riti, dai simboli, dai gesti e soprattutto dalla viva presenza di Cristo nella liturgia, che avremo ancora modo di approfondire nelle prossime Catechesi.

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli della parrocchia Regina Pacis di Angri che celebra il Centenario di fondazione e li esorto a guardare a Maria per lasciarsi attrarre dal suo esempio e dalla sua santità. Saluto poi il gruppo della Basilica Santa Rita da Cascia e sarò lieto di benedire la Fiaccola del perdono e della pace simbolo del gemellaggio con la città di Chicago.

Accolgo con affetto i partecipanti alla manifestazione promossa dal Movimento dell’etica nello sport e ringrazio i giovani atleti che hanno realizzato un saggio ispirato alle loro attività sportive. Cari amici, voi avete una missione nobile: custodire l’anima dello sport. Ricordate che il vero traguardo non è la vittoria materiale, ma il rispetto dell’avversario, la lealtà del gioco e l'inclusione di tutti.

Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli, augurando a ciascuno di servire sempre Dio nella gioia e di amare il prossimo con spirito evangelico.

A tutti la mia benedizione!




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Ero malato e (non) siete venuti a visitarmi. Andrò in prigione: verrete a visitarmi?


Ero malato e (non) siete venuti a visitarmi. Andrò in prigione: verrete a visitarmi?

La tragedia di Modena ci invita a meditare di nuovo sulle parole di Gesù dedicate agli stranieri da accogliere, ai malati da visitare, ai carcerati da andare a trovare.

Foto di Arun Anoop su Unsplash

Molti italiani sono razzisti e hanno una storia eccellente di razzismo.

Noi abbiamo inventato il fascismo e le leggi razziali non le abbiamo copiate dai nazisti, ma erano già l’essenza del movimento che sconvolse il novecento. Noi, il razzismo, l’abbiamo applicato in Africa: uccidendo, torturando, violentando, acquistando schiave bambine a costo zero per la nostra lussuria e questo ben al di là delle leggi del ’38.

Noi abbiamo la lega: ve la ricordate la lega appena nata? Io ero in campagna a raccogliere mele e pere e ricordo i discorsi che facevano gli anziani, vecchi ex socialisti, conquistati dalla retorica violenta contro i meridionali. Ancora oggi il terrone, nel mio paese, è il terrone, anche se la lega è riuscita nella grande impresa di conquistare chi prima disprezzava.

Poi ascolti Salvini che, in tono sarcastico, si riferisce al responsabile dei fatti di Modena dicendo “eh, avrà problemi psichiatrici, sarà disoccupato, ecc.”, e ti accorgi che già qui c’è un grosso problema. Il problema è la necessità retorica di costruire a piacere una gerarchia di problemi.

Ma voi avete l’idea di cosa voglia dire essere borderline? Essere schizofrenico? Essere malato di mente? Come si fa a mettere sullo stesso piano la disoccupazione e la malattia mentale?

Eppure un discorso simile l’ho letto anche oggi anche sulla mia bacheca. Come se la malattia psichiatrica fosse una scusa, una certificazione scolastica per non svolgere le verifiche come gli altri.

Mi rendo conto, inoltre, che malattia psichiatrica è un termine orrendo, inadatto, non scientifico, perché i problemi della mente hanno infinite sfumature e declinazioni, sulle quali di sicuro non sono competente, ma di quest’ultime ne ho viste parecchie e, con la stragrande maggioranza, si può vivere con ottimo profitto per sé e per gli altri.

Certo, dipende anche moltissimo da cosa la società, stato compreso, è disposto a fare. E non mi pare che negli ultimi anni si sia fatto molto in questo campo…

Il fatto che la malattia psichiatrica sia collegata a quel mondo produttivo che oggi non riguarda solo l’ambito della produzione di merci ma tutti gli ambiti – dalla formazione scolastica al divertimento – non lo dico io: lo diceva Mark Fisher in quel piccolissimo capolavoro che è “Realismo capitalista”.

Allora, se si riesce a congiungere i puntini, non si può non accorgersi che la mente può andare in tilt quando all’esterno c’è un ambiente che respinge invece che accogliere, con esiti tragici, dalla strage al suicidio – e in Italia, soprattutto tra i giovani, abbiamo più esperienze dei secondi che delle prime.

“Ma la radicalizzazione…?”. C’è, nessuno nega che vi sia radicalizzazione, anzi di questo passo progredirà di sicuro col tempo. Quando ti senti respinto, preso in giro, in una parola “emarginato”, è naturale ti venga una sete di vendetta. Se non fai parte del gioco vuoi interromperlo. Vi ricordate quando eravate bambini? Succedeva questo: se ne avevamo il potere e il gioco non ci piaceva, lo facevamo saltare, con una scusa qualsiasi. Però – spiace deludere i novelli Bruzzone – qui pare non ci sia radicalizzazione. Ho letto perfino che il responsabile è ateo.

La radicalizzazione c’è e la sentiremo sempre di più, ma sarà un grande buffet su cui gettarsi. Nel frattempo, a Taranto, per Sako Bakari nemmeno un fiore. Ma noi non siamo razzisti, sono loro ad essere islamisti…
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Franco Ferrari 19/05/2026)

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mercoledì 20 maggio 2026

Il vescovo di Modena: «Attaccare gli immigrati non serve, un modenese e due egiziani che fermano El Koudri è la risposta migliore alla xenofobia»

Il vescovo di Modena: «Attaccare gli immigrati non serve, un modenese e due egiziani che fermano El Koudri è la risposta migliore alla xenofobia»

«Bisogna rafforzare i percorsi di integrazione soprattutto per le seconde generazioni», dice monsignor Erio Castellucci sul caso dell’attentatore di Modena, «molti sono nati in Italia e sono nostri concittadini ma spesso sono isolati e covano rabbia. Il fatto che dopo un modenese siano intervenuti due egiziani a bloccarlo è un segno importante. Incontrerei El Koudri e lo ascolterei per cercare di capire cosa lo ha spinto a fare quello che ha fatto»

Salim El Koudri bloccato a terra dopo l’aggressione avvenuta a Modena in un fotogramma tratto da un video pubblicato su Instagram ANSA

«La prima immagine che mi porto dentro è quella di una città che si è stretta attorno alle vittime e ai loro familiari, una città profondamente colpita, preoccupata, ma anche commossa per la rapidità dei soccorsi e per il coraggio di chi è intervenuto immediatamente, inseguendo il giovane che ha commesso il crimine. Attorno alle forze dell’ordine, agli operatori sanitari e a tutte le persone presenti sul posto si è creata subito una forte solidarietà».

È il commento di monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola nonché vicepresidente della Cei per l’Italia settentrionale, sulla tragedia di sabato, che ha sconvolto Modena e riportato al centro il tema della violenza giovanile, della marginalità e del disagio psichico.

L'arcivescovo di Modena Erio Castellucci

Eccellenza, cosa bisogna fare per evitare che la paura degeneri in rabbia e chiusura?

«Dopo questo episodio sono cresciute la paura e un senso di instabilità che per Modena resta qualcosa di insolito. Negli ultimi tempi, però, alcuni segnali preoccupanti c’erano già stati: penso agli episodi legati alle baby gang oppure all’accoltellamento, a fine dicembre, del sacerdote colombiano don Rodrigo Grajales Gaviria, che era cappellano delle comunità latinoamericane e che per poco non ha perso la vita. Anche in quel caso c’era dietro una situazione di forte disagio psichico: si trattava di un uomo di 29 anni, italiano, seguito dai servizi sociali, ma evidentemente non sempre si riesce a fare tutto ciò che sarebbe necessario. Per fortuna la città ha reagito subito. Migliaia di persone si sono ritrovate domenica in Piazza Grande per lanciare messaggi di pace, di riconciliazione e di ripartenza. Anche come Chiesa ci siamo mossi subito e abbiamo preparato un’intenzione di preghiera dei fedeli da leggere in tutte le messe della diocesi, nelle oltre 200 parrocchie. Un modo per sentirci uniti, per condividere il dolore e la speranza».

Cosa fare adesso?

Salim El Koudri, il 31enne che a Modena ha investito
 7 persone e ne ha accoltellata una il 16 maggio scorso (ANSA)
«Bisogna riflettere a fondo sull’origine di questo gesto assurdo. Da quello che si riesce a capire emerge soprattutto un grande isolamento, una chiusura rispetto a ogni forma di vita comunitaria: la comunità religiosa di appartenenza, che nel caso di Salim El Koudri era quella islamica, ma anche gli amici, le relazioni, il lavoro, che mancava completamente. A Ravarino, dove viveva, lo descrivono come una persona strana, molto chiusa in se stessa. Sono tutti segnali che raccontano un disagio sociale profondo e che dobbiamo imparare a leggere con maggiore attenzione. Il rischio, altrimenti, è di trovarsi continuamente davanti a tragedie di questo tipo senza riuscire a prevenirle. Se pensiamo anche all’accoltellamento di don Rodrigo oppure a certi episodi legati alle baby gang, vediamo che spesso, andando a scavare un po’ più a fondo, emerge proprio una sofferenza sociale molto forte, una solitudine che non è stata intercettata in tempo».
  • Alcuni politici hanno sollevato il tema dell’integrazione, spesso difficile, degli immigrati di seconda generazione.
«Certamente è da prendere in considerazione ma non nella forma del permesso di soggiorno che per me non c’entra nulla. Piuttosto nella forma della domanda su come accompagnare e includere chi nasce qui, è cittadino italiano a tutti gli effetti, ma appartiene a comunità che talvolta non trovano pienamente il loro humus culturale e che potrebbero aver bisogno di un accompagnamento più attento, di opportunità ulteriori. Sembra che questo ragazzo lamentasse il fatto di non trovare lavoro, di non sentirsi accolto. Sono aspetti che vanno comunque verificati con cautela ma che rimandano a una questione reale. In ogni caso, il punto non è colpevolizzare gli immigrati o fare proclami che riducano le possibilità di integrazione. Al contrario, bisogna chiedersi come rendere questo processo più fluido e più profondo. Ma soprattutto, per me, il tema centrale resta un altro: quello di intercettare l’isolamento, di affinare le “antenne” capaci di cogliere la solitudine. È questo che interpella le comunità cristiane e tutte le realtà civili, dalla scuola allo sport, dall’università al tessuto sociale nel suo insieme. Perché l’isolamento è spesso il sintomo più evidente, ma anche la radice di altre fragilità, fino a gravi disagi psichici».

I soccorsi dopo che l'auto a velocità sostenuta e guidata da Salim El Koudri ha falciato una decina di persone a piedi, in centro a Modena (ANSA)

Salim El Koudri ora è detenuto in isolamento e ha chiesto al suo legale Fausto Gianellli una Bibbia e di parlare con un prete. Lei sarebbe disposto a incontrarlo? E cosa gli direbbe?

«Prima di tutto lo ascolterei, per cercare di capire che cosa lo ha mosso. Ho sentito le dichiarazioni del suo avvocato secondo cui si sta rendendo conto della enormità di ciò che ha fatto, ma ne parla quasi come se fosse qualcosa di distinto da sé. Dice “che lavoro, che cosa brutta”, ma forse non ha ancora collegato pienamente a se stesso quello che è accaduto. Proverei quindi ad ascoltarlo molto, e poi a vedere se ci sono possibilità di un percorso, naturalmente non da parte mia direttamente, ma attraverso esperti che possano cominciare a ricostruire questa personalità. Se poi vorrà intraprendere anche un cammino di fede, c’è la figura del cappellano nelle carceri, ma in situazioni di questo tipo mi sembra che sia soprattutto espressione di uno smarrimento, di un bisogno di aggrapparsi a qualcosa. È comunque prematuro pensare a questo: prima di tutto bisogna cercare di ricostruire l’umano».

La manifestazione in piazza Grande a Modena del 17 maggio (ANSA)

Cosa ha significato il fatto che siano intervenuti tre cittadini per fermarlo?

«È stato il segno, importantissimo che, in un attimo, si può scegliere anche di mettere a rischio la propria incolumità per aiutare gli altri, per impedire che l’autore di un crimine si dilegui. Ed è stato simbolicamente molto importante che il primo a inseguirlo sia stato un modenese e che subito dopo siano arrivati due cittadini egiziani: sono stati loro tre a bloccarlo immediatamente. Questo dato mi sembra significativo anche rispetto a certe letture in chiave xenofoba che circolano sui social. Bisognerebbe fare i conti con la realtà di chi è intervenuto concretamente. Queste persone avrebbero potuto anche pensare: “Io non c’entro, non voglio rischiare, lo lascio andare tanto lo prenderanno”. Invece c’è stata prontezza, generosità e senso di responsabilità. E questa è una testimonianza molto bella per tutta la città».

State pensando a iniziative da preparare per i prossimi giorni?

«Insieme ad alcuni uffici diocesani vogliamo organizzare un momento di riflessione che dovrebbe tenersi all’inizio di giugno. L’idea è quella di partire da quanto è accaduto e affrontare soprattutto il tema della solitudine, dei giovani e delle seconde generazioni. Non vogliamo lasciar cadere tutti gli spunti che questa vicenda porta con sé, ma provare a capire se possano nascere anche delle prassi concrete, se si possano rendere più sensibili, più “attente”, per così dire, le antenne delle nostre comunità cristiane e anche delle altre realtà civili. L’auspicio è che possa essere un incontro non solo ecclesiale ma anche interreligioso e aperto alla comunità civile».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Antonio Sanfrancesco 19/05/2026)


La meravigliosa “Magnifica humanitas” di Leone XIV - Il commento di Alfonso Navarra

La meravigliosa “Magnifica humanitas” di Leone XIV
 
Il commento di Alfonso Navarra


Vatican News ne ha così annunciato la presentazione:

Magnifica humanitas. Questo il titolo della prima lettera enciclica di Leone XIV “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.

Il documento sarà pubblicato il prossimo 25 maggio e reca la firma del Pontefice in data del 15 maggio, nel 135° anniversario della promulgazione della enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII.

La presentazione di Magnifica humanitas avrà luogo il giorno stesso della pubblicazione, il 25 maggio, alle ore 11.30, presso l’Aula del Sinodo, alla presenza dello stesso Leone XIV.

I relatori saranno i cardinali Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e Michael Czerny S.J., prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Poi la professoressa Anna Rowlands, teologa e docente presso la Durham University nel Regno Unito; Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic (USA) e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dell’Intelligenza artificiale; la professoressa Leocadie Lushombo i.t., docente di teologia politica e pensiero sociale cattolico presso la Jesuit School of Theology / Santa Clara University, in California.

La conclusione sarà affidata al cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin.

Seguiranno l’intervento e la benedizione di Papa Leone.


COMMENTO DI ALFONSO NAVARRA:

1. Un titolo che ci interpella: Magnifica humanitas

Che gioia leggere questo titolo. “La grandezza dell’umano” è parola che cura, dopo anni in cui l’umano è stato calpestato a Gaza, in Ucraina, nel Mediterraneo, nei luoghi di lavoro precario.

Papa Leone XIV parte dall’alto: non dall’emergenza, ma dalla vocazione. Ci ricorda che ogni persona porta in sé una dignità che nessuna guerra, nessuna crisi climatica, nessun mercato può cancellare.

Per noi nonviolenti è musica: Capitini diceva che “la realtà di tutti è la mia realtà”. Carlo Cassola invitava a preparare la pace attraverso primi gesti coraggiosi di disarmo. Magnifica humanitas sembra dire la stessa cosa con linguaggio evangelico. LINGUAGGIO e gesti disarmati e disarmanti per la pace!

2. Le anticipazioni: pace, clima, lavoro e obiezione algoretica come unico cammino

Gli uffici vaticani anticipano che l’enciclica terrà insieme pace, custodia del creato, dignità del lavoro e difesa dell’umano dall’intelligenza artificiale. È esattamente la nonviolenza integrale che pratichiamo da anni: clima-pace-lavoro, e ora anche algoretica.

Se davvero Leone XIV indicherà che non c’è ecologia senza disarmo, non c’è lavoro degno nell’economia di guerra, e che ogni sviluppo tecnico deve realizzarsi in condizioni ordinate al bene integrale della persona, avremo un alleato potente. L’obiezione algoretica — il diritto a dire “no” quando l’algoritmo decide sulla vita, sul lavoro, sulla guerra — diventa così nuova frontiera della nonviolenza. Come l’obiezione di coscienza rifiuta il fucile, l’obiezione algoretica rifiuta la delega cieca alla macchina.

Aspettiamo con fiducia il passaggio sulla conversione: dalle armi al pane, dalle basi militari alle comunità energetiche, dagli algoritmi di guerra agli algoritmi di cura. Sarebbe il modo più concreto per magnificare l’umano oggi.

3. L’attesa sull’obiezione di coscienza

Le prime note stampa parlano di “responsabilità personale davanti alla violenza”. È linguaggio vicino all’obiezione di coscienza. Noi che lavoriamo all’Albo delle Obiettrici e degli Obiettori alla Guerra ci auguriamo che Magnifica humanitas riconosca questa scelta come via profetica per i laici e per i credenti.

Sarebbe un segno forte se un Papa all’inizio del nuovo corso digitale indicasse la nonviolenza attiva — di coscienza e algoretica — non come eccezione eroica, ma come spiritualità ordinaria del tempo presente.

4. Le donne e la pace: l’umano è plurale

Humanitas non è neutra. È maschile e femminile, è del Nord e del Sud del mondo.

Virginia Woolf ci ha insegnato che le donne, escluse per secoli dal potere, hanno uno sguardo diverso sulla guerra. Siamo certi che Leone XIV, nel magnificare l’umano, saprà dare parola a questa differenza.

L’obiezione femminile alla guerra è parte della magnifica humanitas che la Chiesa può aiutare a far fiorire.

5. Dal 25 maggio in poi: camminare insieme

Noi Disarmisti Esigenti leggeremo l’enciclica il giorno stesso, con la matita in mano e il cuore aperto. Se, come speriamo, Magnifica humanitas sarà bussola per disarmare l’economia, la politica e la tecnica, saremo i primi a portarla nelle piazze, nelle scuole, nei consigli comunali.

Perché la nonviolenza non fa sconti alla verità, ma sa anche riconoscere quando una parola autorevole sposta la storia. E se questa enciclica aiuterà una sola fabbrica d’armi a diventare laboratorio di pale eoliche, o un solo algoritmo di sorveglianza a diventare strumento di cura, avrà già magnificato l’umano.
(fonte: Pressenza 19.05.26)

martedì 19 maggio 2026

“La gioia del Vangelo resta viva”: all’Antonianum il convegno sull’eredità spirituale di Papa Francesco


“La gioia del Vangelo resta viva”:
all’Antonianum il convegno
sull’eredità spirituale di Papa Francesco 

Papa Francesco

Una riflessione intensa sull’eredità umana, spirituale e pastorale lasciata da Papa Francesco alla Chiesa e al mondo contemporaneo. È questo il cuore del convegno “L’eredità spirituale di Papa Francesco per la Chiesa e per l’umanità”, svoltosi il 16 maggio presso la Pontificia Università Antonianum e promosso da Angele Rachel Bilegue, accompagnata spiritualmente dal Pontefice nel corso della sua vita. L’incontro, coordinato da Lucia Antonioli, ha riunito 52 partecipanti e quattro relatori, che hanno condiviso testimonianze, riflessioni ed esperienze personali legate al pontificato di Francesco.

L’eredità comunicativa di Papa Francesco e la voce degli ultimi

Ad aprire il convegno è stato Piero Di Domenicantonio, che ha approfondito il tema dell’eredità comunicativa di Papa Francesco a partire dalla sua esperienza di giornalista dell’Osservatore Romano. E nel suo intervento ha presentato anche il progetto L’Osservatore di Strada, iniziativa editoriale dedicata a dare voce ai poveri e agli emarginati, realtà sostenuta e conosciuta direttamente da Papa Francesco. Di Domenicantonio ha evidenziato come il Pontefice abbia sempre incoraggiato una comunicazione capace di partire dalle periferie esistenziali, mettendo al centro le persone più fragili e dimenticate.

Sorella Angele: “La gioia è stata il cuore del magistero di Francesco”

Particolarmente toccante l’intervento di Sorella Angele Rachel Bilegue, che ha approfondito il significato dell’eredità spirituale lasciata da Papa Francesco soffermandosi sul tema centrale della “gioia”, elemento ricorrente nel suo magistero.

La religiosa ha richiamato due documenti fondamentali del pontificato: Evangelii Gaudium e Amoris Laetitia, sottolineando come il messaggio cristiano proposto dal Papa sia sempre stato fondato sulla gioia del Vangelo e sull’amore vissuto nella quotidianità delle relazioni umane.

Accanto alla riflessione teologica, Sorella Angele ha condiviso anche una testimonianza personale sulla sua relazione spirituale e filiale con Papa Francesco. Il racconto si è sviluppato in tre momenti significativi: il tempo vissuto accanto al Pontefice durante la sua vita, il periodo del ricovero al Policlinico Gemelli e la continuità di questo legame spirituale anche dopo la sua morte.

Una testimonianza intensa che ha restituito ai presenti il volto umano e paterno di Francesco, descritto come una guida spirituale capace di accompagnare con semplicità, ascolto e attenzione concreta verso le persone.

Le testimonianze di don Giorgetta e don Bellino

Nel corso del convegno è intervenuto anche Benito Giorgetta, che ha condiviso alcuni episodi personali legati alla sua amicizia con Papa Francesco, mettendone in luce la straordinaria semplicità e umanità.

Attraverso i racconti contenuti nel suo libro Ho incontrato Francesco, don Giorgetta ha ricordato in particolare l’esperienza vissuta accanto al Pontefice durante il viaggio verso la Giornata Mondiale della Gioventù 2023, sottolineando la capacità di Francesco di far sentire ogni persona accolta e ascoltata.

A concludere gli interventi è stato Michele Bellino, che ha raccontato quanto il magistero di Papa Francesco abbia inciso profondamente sul suo ministero sacerdotale. Con emozione ha ricordato l’unico incontro avuto con il Pontefice durante la visita papale a Bari, definendolo un momento determinante del proprio percorso umano e pastorale.

Un’eredità spirituale che continua a parlare alla Chiesa e al mondo

Il convegno si è concluso in un clima di profonda partecipazione e gratitudine, evidenziando come l’eredità di Papa Francesco continui a rappresentare un punto di riferimento non solo per la Chiesa, ma anche per la società contemporanea.

Dalle testimonianze emerse è apparso con forza il tratto distintivo del pontificato di Francesco: una fede vissuta nella prossimità, nell’ascolto e nell’attenzione agli ultimi, capace ancora oggi di parlare al cuore delle persone e di indicare alla Chiesa uno stile evangelico fondato sulla misericordia, sulla fraternità e sulla gioia del Vangelo.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Letizia Lucarelli 18/05/2026)


#FIUME E AFFLUENTI - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#FIUME E AFFLUENTI 
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Pochi fiumi nascono da grandi sorgenti; moltissimi si ingrossano raccogliendo acque. (“Flumina pauca vides de magnis fontibus orta, plurima collectis multiplicantur aquis”), Amores (II, 1, 11-12)

Tutti ricordano la sua parabola biografica: da acclamato e brillante protagonista dell’alta società augustea al triste e decennale esilio nella sperduta città di Tomi, sul Mar Nero per decreto imperiale. Rimane, comunque, la grandezza della poesia di Ovidio, ed è da una sua opera che abbiamo desunto questa citazione: si tratta di una delle varie raccolte poetiche galanti dedicate all’amore e all’eros, i Remedia amori, 407 distici pubblicati tra l’1 e il 2 d.C. (il poeta era nato a Sulmona nel 43 a.C. e morirà al confino attorno al 18 d.C.). L’immagine del fiume che si ingrossa ricevendo le acque degli affluenti era cara a Ovidio che l’aveva ripresa variandola anche in altri suoi testi ed è trasparente nel suo significato simbolico.

Il tema è sostanzialmente quello dell’esperienza. È vero che si nasce con una dotazione personale, con gradi diversi di intelligenza, con temperamenti e capacità mutevoli da un individuo ad altro. Ma è indiscutibile che sarà il corso del fiume della vita ad arricchire nel bene e a pervertire nel male quell’iniziale eredità. Se è vero che i piccoli ruscelli fanno grandi i fiumi, arricchendoli con gli affluenti, è altrettanto certo che – fuor di metafora – l’educazione, gli ambienti sociali, le amicizie, le derive morali, gli incontri e gli scontri creano la fisionomia completa di ogni persona. E a contribuire a questa crescita non sono solo le grandi vicende ma anche la semplice e modesta quotidianità. S. Agostino ricordava, infatti, in un suo commento biblico che «molte gocce riempiono un fiume». È per questo che dobbiamo gratitudine ai tanti che ci hanno resi più dotati attraverso il loro insegnamento e il loro esempio.

(Fonte:  "Il Sole 24 Ore - Domenica" - 17 maggio 2026)

lunedì 18 maggio 2026

LEONE XIV al REGINA CAELI - Come i santi “della porta accanto”, ogni credente diffonda comunione e pace


REGINA CAELI

Piazza San Pietro
Domenica, 17 maggio 2026

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Il Papa: come i santi “della porta accanto”,
ogni credente diffonda comunione e pace

Al Regina Caeli nella solennità dell’Ascensione, il Pontefice sottolinea che Gesù non si allontana, ma unisce a sé l’umanità nel cammino verso il Padre. Un cammino che, vissuto secondo il Vangelo, trasforma il quotidiano e dilata l’orizzonte verso la pienezza della vita in Dio



Non una “promessa lontana” ma un “legame vivo”, capace di attrarci verso la gloria celeste in un “cammino di ascesa” la cui via è tracciata dalla Madonna e dai santi “della porta accanto”, uomini e donne “con cui viviamo le nostre giornate, papà, mamme, nonni”: persone “di ogni età e condizione, che con gioia e impegno si sforzano sinceramente di vivere secondo il Vangelo”.

Così, con concretezza e semplicità, Leone XIV ha parlato ai circa 20mila fedeli riuniti in piazza San Pietro per il Regina Caeli di domenica 17 maggio, solennità dell’Ascensione del Signore.

Verso la piena comunione

L’accadimento che, quaranta giorni dopo la risurrezione, porta Gesù in cielo davanti ai suoi discepoli, può forse evocare “un evento lontano” anche se “in realtà non è così”, ha spiegato il Papa, perché a Gesù “siamo uniti, come membra al capo, in un unico corpo” e di conseguenza il suo ascendere al Cielo “attira anche noi, con Lui, verso la piena comunione con il Padre”.

Tutta la vita di Cristo è un moto di ascesa, che abbraccia e coinvolge, attraverso la sua umanità, l’intera scena del mondo, elevando e riscattando l’uomo dalla sua condizione di peccato, portando luce, perdono e speranza là dove c’erano tenebre, ingiustizia e disperazione, per giungere alla vittoria definitiva della Pasqua.

L’Ascensione, quindi, secondo il Vescovo di Roma in qualche modo “attrae anche noi verso la gloria celeste, dilatando ed elevando già in questa vita il nostro orizzonte e avvicinando sempre più il nostro modo di pensare, di sentire e di agire alla misura del cuore di Dio”.

Piazza San Pietro gremita di fedeli (@Vatican Media)

Una salita quotidiana verso il cielo

Così, con l’esempio della vita e degli insegnamenti di Gesù, e con il sostegno e la preghiera dei santi “della porta accanto” – quanti vivono ogni giorno praticamente secondo il Vangelo tracciando la via dell’ascesa – è possibile imparare “a salire giorno per giorno verso il Cielo”, accrescendo la “vita divina” ricevuta nel Battesimo e diffondendo nel mondo “frutti preziosi di comunione e di pace”.

Fedeli in Piazza San Pietro (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Lorena Leonardi 17/05/2026)

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Il testo integrale:
Leone XIV


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi, in molti Paesi del mondo, si celebra la Solennità dell’Ascensione del Signore.

L’immagine di Gesù che – come dice il testo biblico (cfr At 1,1-11) –, elevandosi da terra, sale verso il Cielo, può farci percepire questo Mistero come un evento lontano. In realtà non è così. A Gesù, infatti, noi siamo uniti, come membra al capo, in un unico corpo, e il suo ascendere al Cielo attira anche noi, con Lui, verso la piena comunione con il Padre. Sant’Agostino, in proposito, diceva: «Il fatto che il capo va avanti costituisce la speranza delle membra» (Sermo 265, 1.2).

Tutta la vita di Cristo è un moto di ascesa, che abbraccia e coinvolge, attraverso la sua umanità, l’intera scena del mondo, elevando e riscattando l’uomo dalla sua condizione di peccato, portando luce, perdono e speranza là dove c’erano tenebre, ingiustizia e disperazione, per giungere alla vittoria definitiva della Pasqua, in cui il Figlio di Dio «morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita» (Prefazio pasquale I).

L’Ascensione, allora, non ci parla di una promessa lontana, ma di un legame vivo, che attrae anche noi verso la gloria celeste, dilatando ed elevando già in questa vita il nostro orizzonte e avvicinando sempre più il nostro modo di pensare, di sentire e di agire alla misura del cuore di Dio.

E di questo cammino di ascesa noi conosciamo la via (cfr Gv 14,1-6). La troviamo in Gesù, nel dono della sua vita, nei suoi esempi e nei suoi insegnamenti, come pure la vediamo tracciata nella Vergine Maria e nei santi: quelli che la Chiesa ci offre a modello universale e quelli – come amava chiamarli Papa Francesco – “della porta accanto” (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 7), con cui viviamo le nostre giornate, papà, mamme, nonni, persone di ogni età e condizione, che con gioia e impegno si sforzano sinceramente di vivere secondo il Vangelo.

Con loro, col loro sostegno e grazie alla loro preghiera possiamo imparare anche noi a salire giorno per giorno verso il Cielo, facendo oggetto dei nostri pensieri, come dice san Paolo, tutto «quello che è vero […], giusto, […] amabile» (Fil 4,8) e mettendo in pratica, con l’aiuto di Dio, quello che abbiamo «ascoltato e veduto» (v. 9), facendo crescere, in noi e attorno a noi, la vita divina che abbiamo ricevuto nel Battesimo e che ci attira costantemente in Alto, verso il Padre, e diffondendo nel mondo frutti preziosi di comunione e di pace.

Ci aiuti Maria, Regina del Cielo, che in ogni momento illumina e guida il nostro cammino.

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Dopo il Regina Caeli

Cari fratelli e sorelle,

ricorre oggi, in diversi Paesi, la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che quest’anno ho voluto dedicare al tema “Custodire voci e volti umani”. In quest’epoca dell’intelligenza artificiale incoraggio tutti a impegnarsi nel promuovere forme di comunicazione sempre rispettose della verità dell’uomo, alla quale orientare ogni innovazione tecnologica.

Da oggi a domenica prossima si svolge la Settimana Laudato si’, dedicata alla cura del creato e ispirata all’Enciclica di Papa Francesco. In questo anno giubilare di San Francesco d’Assisi, ricordiamo il suo messaggio di pace con Dio, con i fratelli e con tutte le creature. Purtroppo, in questi ultimi anni, a causa delle guerre, i progressi in questo campo sono stati molto rallentati. Perciò incoraggio i membri del Movimento Laudato si’ e tutti coloro che lavorano per un’ecologia integrale a rinnovare l’impegno. La cura per la pace è cura per la vita!

Saluto tutti voi, cari fedeli di Roma e pellegrini di diversi Paesi! In particolare do il benvenuto ad alcune Bande musicali provenienti dalla Germania, alla Confraternita “Sant’Antonu di u Monti” di Ajaccio e al gruppo di studenti dell’Università del Montana, negli Stati Uniti d’America.

Saluto i giovani di Oppido Mamertina, gli animatori di Lorenzaga in Diocesi di Concordia-Pordenone e i ragazzi della Cresima della Diocesi di Genova.

A tutti auguro una buona domenica!




Clima e salute: un nuovo modo di pensare il mondo


Clima e salute: un nuovo modo di pensare il mondo

Un gruppo di avvocati decisi ad affermare il legame tra norme giuridiche e sostenibilità ha fondato l’associazione “Diritto per l’Ambiente” e lancia l’appello per discutere insieme su un tema centrale di questa sfida: l’impatto del riscaldamento globale sulla salute

L'inquinamento associato all'aumento delle temperature produce effetti concreti sulla salute

Mesi più caldi “di sempre”, “temperature record”, gli appelli degli scienziati ormai si susseguono puntuali per ricordare al mondo che siamo nel pieno di una crisi climatica e dobbiamo invertire la rotta. Perché il riscaldamento globale non è più solo una questione ambientale, da relegare all’interno delle comunità scientifiche, ma una delle principali sfide che coinvolge l’intera società. Incide sulla vita quotidiana, la salute, l’economia e rende evidente quando le scelte individuali e collettive siano intrecciate. In questo contesto di responsabilità condivisa, nasce l’associazione “Diritto per l’Ambiente” presentata a Roma l’11 maggio a Palazzo di Giustizia. L’iniziativa è di un gruppo di avvocati, ma aperta a tutti, decisi ad affermare e difendere il legame tra diritti umani e sostenibilità. Non solo. Se è chiaro che le grandi transizioni anche in ambito ambientale devono passare attraverso leggi, regolamenti e direttive, istituzioni e cittadini sono chiamati a contribuire, ciascuno con il proprio ruolo, alla costruzione di un modello più sostenibile.

Clima e salute: la sfida del nostro tempo

L’obiettivo lo spiegano chiaramente gli stessi promotori dell’iniziativa che vogliono impegnarsi “a contribuire alla tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi nell’interesse delle future generazione, utilizzando il ‘Diritto’, ossia il complesso delle norme che costituiscono l’ordinamento giuridico nazionale sovranazionale”. L’idea è dunque di superare una visione frammentata dei problemi ambientali e adottare un approccio che tenga insieme diritti, sviluppo e tutela. Per questo hanno invitato a discuterne insieme a loro medici, giornalisti rappresentanti della Pubblica amministrazione, urbanisti e giuristi. E non è un caso che per il primo incontro pubblico l’associazione abbia scelto un tema centrale di questa sfida: l’impatto del riscaldamento globale sulla salute. Chiaro fin dal titolo, l’obiettivo dell’incontro: “Riscaldamento climatico e diritto alla salute nelle grandi città: cuocere, fuggire o agire”. Il diritto in questo quadro ha infatti un ruolo chiave: garantire che la tutela della salute e dell’ambiente non resti solo un principio astratto, ma un impegno concreto nelle politiche e nelle decisioni condivise a tutti i livelli.

“Una responsabilità condivisa”

Lo stesso orientamento ribadito dall’Organizzazione mondiale della sanità che parla di crisi climatica come una delle minacce principali per le popolazioni. L’aumento delle temperature e della frequenza degli eventi estremi, l’inquinamento dell’aria delle città stanno avendo effetti concreti su adulti e bambini. I dati parlano chiaro: c’è un incremento della mortalità legata al caldo, la diffusione delle malattie infettive e l’aggravamento di patologie respiratorie e cardiovascolari. E non si si tratta di scenari futuri, ma di dinamiche già in atto.

“I più ignorano il problema e molti lo proiettano nel futuro: ma alcuni recenti studi e articoli di stampa ci fanno comprendere che il tema è attuale e che, allo stesso tempo, possiamo fare subito qualcosa per cercare di mitigare (almeno) gli effetti del cambiamento climatico. Ci ha colpito, ad esempio, un recente studio inglese che definisce le ondate di calore come dei ‘killer silenziosi’ e la sfida che devono affrontare le grandi città per cercare di mitigare tale preoccupante fenomeno. Per cercare di mitigare (almeno) tali nefaste conseguenze si può, si deve fare qualcosa subito”. Hanno accolto l’invito al confronto del presidente dell’associazione Arnaldo Del Vecchio: Sabrina Alfonsi, assessore all’ambiente di Roma Capitale; Rosario Carrano, magistrato del Consiglio di Stato; Elisabetta Salvatori, responsabile Sezione Soluzioni Integrate e Nature-based per la rigenerazione Urbana del Dipartimento Enea-Sspt; Lisa Iotti, giornalista Rai3; Laura Reali, pediatra e presidente Isde (Medici per l’ambiente), Roma e Lazio; Francesco Varone, pneumologo; Aldo Olivo, dirigente urbanistica e ambiente al Comune di Formello in provincia di Roma; Alessandro De Pasquale, presidente nazionale Anaip.

Un solo equilibrio

La pandemia di Covid-19, ha reso evidente un principio spesso trascurato: la salute è una sola, ed è risultato dell’equilibrio tra ambiente, società ed economia. Non esistono confini netti tra la salute umana e quella degli ecosistemi. Quando uno di questi si altera le conseguenze si propagano rapidamente. L’obiettivo è dunque di cercare di tradurre in azioni concrete questa consapevolezza affermando che c’è un legame tra diritto alla salute e il modo con cui gestione ambiente, territorio e risorse.

C’è dunque bisogno di trovare un nuovo modo di pensare il mondo. Perché proteggere il Pianeta significa inevitabilmente proteggere la nostra salute.
(fonte: La Repubblica, articolo di Fiammetta Cupellaro 05/05/2026)