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martedì 27 ottobre 2020

«Intolleranza e razzismo hanno costretto mio figlio a scappare»

«Intolleranza e razzismo hanno costretto mio figlio a scappare»

Lo sfogo del padre di un 19enne: «Ora studia negli Stati Uniti e mi manca molto. Da certa Italia se n’è andato con il dispiacere nel cuore quando il colore della sua pelle è diventato un problema»


Il bambino di 5 anni, fratello del ragazzo che ha lasciato l’Italia


Mi chiamo Giovanni, ho 57 anni, vivo a Milano e sono un padre preoccupato. Ho parlato con mio figlio al telefono, ieri. È negli Stati Uniti a studiare e mi manca molto. Un ragazzo fortunato, penseranno tanti di voi, e per molti versi sì, è un ragazzo fortunato. Perché può contare sulla sua famiglia che lo adora, perché non gli è mai mancato niente, perché è intelligente, generoso, disponibile, e perché è stato cresciuto amorevolmente. Per altri versi invece no, non è un ragazzo fortunato. Per esempio perché ogni tanto ha nostalgia dei suoi amici italiani, dei suoi genitori, del suo fratello più piccolo... Dell’Italia, semplicemente.

E allora perché non torna? chiederete voi. Perché mio figlio - che ha 19 anni - qui da noi è stato aggredito da un virus che stava consumando la sua allegria e la sua voglia di vivere. Quel virus si chiama razzismo. Mio figlio è un ragazzo di colore e dall’Italia - da certa Italia, sia chiaro - se n’è andato con il dispiacere nel cuore quando la sua pelle è diventata un problema. Un copione che si è ripetuto poi anche per suo fratello, che però è troppo piccolo per vivere lontano da casa. E io prego il cielo ogni santo giorno che non torni da scuola o da qualunque altro posto con un’umiliazione da raccontare. Lo so bene, di questi tempi l’attenzione di tutti è per l’altro virus, quello che ruba il respiro. Lo so che nei pensieri della gente non c’è molto spazio per tutto quel che non è covid. Lo capisco. Ma mi permetto di dire che anche in un tempo così segnato da paure e malattia è necessario non abbassare la guardia né la testa davanti all’altro virus, il razzismo.

Lo dico in particolare al mondo della scuola, perché è lì dentro che si formano gli uomini e le donne di domani e poi perché nel caso dei miei figli è dalla scuola che mi sarei aspettato un po’ di attenzione e di buonsenso in più. Dire «sporco negro» e «negro di m..», «black immigrant», «nigger» a ripetizione, aver preteso che uno di loro si spostasse dalla panchina o dal posto tal dei tali perché «negro», averlo preso a pugni in testa, avergli detto cose come «il colore della vostra pelle è come la m...»: credo che tutto questo non sarebbe tollerabile nemmeno per un adulto strutturato e paziente. Figuriamoci per un ragazzino!

Un giorno la professoressa ha chiamato d’urgenza me e mia moglie: voleva dirci che mio figlio - quello che ora è in America - le aveva confidato di patire tutte quelle vessazioni fino a sentirsi una persona inutile al mondo. «Ho pensato anche al suicidio», le aveva confessato. Per quello lei ci aveva convocati in fretta, spaventata. Era troppo. Avevamo resistito un bel po’ all’idea di spostare lui e suo fratello perché gli psicologi ci avevano detto che non erano loro a dover cambiare scuola, era la scuola a dover cambiare nei loro confronti. Sto parlando di una scuola internazionale prestigiosa, la quale non nega niente ma giura in mille modi di aver fatto il possibile per rimediare e provare a prevenire gli episodi di razzismo subiti dai miei figli. Peccato che non ci sia stata concessa la sola cosa che noi chiedevamo. Non la luna.

A quella scuola avevamo chiesto con insistenza un solo passaggio: discutere di ciò che stava succedendo con tutti i genitori. Far arrivare a loro l’errore dei figli. Non per chiedere punizioni esemplari o per umiliarli, ma perché le famiglie non possono essere estranee a un argomento così importante che riguarda i loro ragazzi. Per dirci di no ci hanno obiettato perfino la questione della privacy. E intanto i miei figli per alcuni dei loro coetanei sono rimasti «sporchi negri», magari senza che le loro famiglie ne sapessero nulla. «Sporchi negri» dal 2013, quando tutto è cominciato, fino al 2018, quando sono avvenuti gli ultimi episodi contro il minore dei due. Quando il più grande è partito ho provato perfino a non pagare la retta del più piccolo per dar voce alla mia protesta. Risultato: ha dovuto cambiare, oggi frequenta una scuola pubblica e mi sembra felice. Attenzione, però: non ne faccio una questione di pubblico/privato e se con i miei figli qualcuno ha sbagliato lo diranno i magistrati, che devono decidere sia dal punto di vista penale sia civile.

Quello che però oggi mi preoccupa, nel mio Paese adorato, è sapere che ci sono persone - ragazzini o adulti poco importa - che possono fare a pezzi la vita di altre persone per il colore della loro pelle. Ma davvero siamo ancora a questo punto? Io ho conosciuto mia moglie a New York, dove ho vissuto per anni. Eravamo lì per lavoro, io direttore artistico e fotografo, lei manager del mondo della moda. Lei è nata ai Caraibi e di madrelingua inglese. I nostri figli sono biologici, il primo è nato a new York e ha il doppio passaporto. Sono entrambi bilingue. La scuola privata costava moltissimo. Tutto questo lo sottolineo per dire che non è una questione di povertà, di ambienti degradati e famiglie disagiate, come si dice. Il razzismo ha radici più profonde, è nella cultura, nell’educazione, nella testa, nell’ignoranza. È un virus potente. Tocca a noi tutti essere vaccino, far sentire la nostra voce, non voltarci dall’altra parte. Proprio come sto facendo io ora, perché ho capito che uscire allo scoperto è un dovere, lo devo prima di tutto ai miei figli.

testo raccolto da Giusi Fasano


Don Roberto Malgesini raccontato da Roberto Saviano, Nello Scavo e Chiara Giaccardi

Don Roberto Malgesini raccontato da 
Roberto Saviano, Nello Scavo e Chiara Giaccardi 


“Il 15 settembre, poco dopo le sette del mattino, è stato ucciso a coltellate vicino alla chiesa di San Rocco a Como da un uomo di origine tunisina affetto da problemi psichici... Quando lo hanno interrogato ha raccontato che don Roberto, dopo aver ricevuto le prime pugnalate, gli avrebbe chiesto perdono se non era riuscito ad aiutarlo abbastanza. Quando è stato ucciso don Roberto stava caricando l'auto con le provviste da portare ai senzatetto. Lui era quello che viene comunemente definito ‘un prete di strada’, perché la sua missione pastorale si svolgeva sulla strada. Così ogni mattina si svegliava alle 5, diceva la messa e si preparava per portare la colazione ai senzatetto di Como: tra di loro c’è chi è rimasto improvvisamente senza lavoro ed è finito per strada, e in strada c’è il freddo, c’è la solitudine, c’è la vergogna e allora arrivano l’alcol e le droghe, gli analgesici della disperazione; poi ci sono migranti che non riescono a entrare nei circuiti di accoglienza. A tutti loro Don Roberto, insieme a un gruppo di volontari di Como, forniva cibo, medicine, assistenza. Lui non giudicava, partecipava alla loro sofferenza, accoglieva la loro vita. ...”. 

Con queste parole Roberto Saviano ha iniziato a raccontare domenica sera (25 ottobre) a tutta l’Italia don Roberto Malgesini che ha ricevuto, postuma, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella la Medaglia d’Oro al Merito Civile.


“Ci sembra oggi impossibile immaginarci un bene non proclamato, o non condiviso pubblicamente, un bene che si compie occhi negli occhi, nella ferita curata, nella compagnia. Invece la storia di don Roberto è la storia di un bene che, se non ci fosse stata questa tragedia, non avremmo forse neanche conosciuto, eppure è proprio grazie ad azioni come questa che il nostro dannato mondo viene riparato” ha concluso mostrando il video in cui il parroco di San Rocco curava le ferite al piede di un povero.

Guarda il video

Al termine dell'intervento di Roberto Saviano è seguito quello di Nello Scavo e di don Roberto Bartesaghi grande amico di don Roberto Malgesini.


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Don Roberto ha pagato per molti, placando la sete di vendetta del suo assassino. La morte del sacerdote comasco ha impedito almeno altri due omicidi all’arma bianca. Perché Radhi Mahmoudi aveva in mente una mattanza. E non era dal prete che voleva cominciare.

In cima alla lista delle sue manie persecutorie c’erano due avvocati comaschi, da lui accusati di non essere riusciti a impedire l’espulsione verso la Tunisia, che oramai era data per certa. Un odio che il 53enne serbava anche nei confronti del prefetto Ignazio Coccìa, a suo dire reo di non avere respinto il provvedimento di rimpatrio e di avere partecipato a una congiura ai suoi danni. ...

Leggi tutto l'articolo di Nello Scavo: Il sacrificio di don Roberto ha evitato una mattanza

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Il responsabile della Caritas Roberto Bernasconi, ricordando don Roberto, ha detto che “la città e il mondo non hanno capito la sua missione”.
È una riflessione che condivido abbastanza. Il povero è sempre una provocazione ed è più facile nascondere la polvere sotto il tappeto piuttosto che occuparsene. Don Roberto ci avrebbe costretti a entrare nella complessità di un problema che, tante volte, vogliamo risolvere con degli slogan precostituiti. La sua è stata una figura dirompente.

In che cosa?
Lo è stata dal punto di vista evangelico perché lui, impiegato di banca con una vita normalissima, un bel giorno ha deciso di abbandonare tutto e dedicarsi ai poveri stando per strada non con un’associazione organizzata ma come prete, intendendo la carità come forma di preghiera. E dirompente anche dal punto di vista mediatico, perché di lui non c’è traccia sui media, nessuna intervista, nessuna dichiarazione. Ma non era la scelta di chi si nasconde, bensì quella di chi ha altro da fare e preferisce testimoniare con le opere.

Si potrebbe ribattere che è quello che ogni prete dovrebbe fare. Cosa rende invece così speciale l’opera di don Roberto?
La più grande provocazione per me non è solo che un prete fosse in questo modo, un po’ un “santo della porta accanto”, ma che tanti laici gli stessero accanto con questo stesso stile, lavorando in silenzio nell’ingratitudine della città.
...

Ho l’impressione che don Roberto sia riuscito a fare un piccolo grande miracolo, al di là dei proclami. Perché se dici che il suo esempio non deve andare perduto, vuol dire che domattina qualcuno deve portare la colazione alla gente, non che vai a fare i rastrellamenti per portarli nei centri di rimpatrio del sud come suggerisce qualcuno (il consigliere comunale di Fratelli d’Italia Sergio De Santis, Ndr). Questo sacrificio ha fatto emergere una serie di contraddizioni, ho visto molto arrampicarsi sugli specchi ma anche segnali di apertura più o meno inconsci. Ripartiamo da qui.

Cosa può fare la politica comasca, oggi, per onorare davvero l’esempio di don Roberto?
Ci sono in città esponenti della destra sociale che vivono con profondo disagio quello che è successo in questi anni e c’è anche il pasticcere o il barista che magari votano Lega ma che a don Roberto non riuscivano a dire no e gli regalavano le brioches. Non credo che le cose possano cambiare dall’oggi al domani ma è come se don Roberto ci avesse dimostrato che la vita reale è molto diversa da quello che si dice “social” e la politica dovrebbe prendere esempio dal suo silenzio operoso. E se il sindaco, che in questi giorni ha usato parole di buonsenso, volesse farsi promotore di un nuovo confronto superando i dogmi di partito non verrebbe ricordato per quello che ha dato la multa a don Roberto.

Leggi tutto l'articolo con l'intervista a Nello Scavo: 

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... Forse la Chiesa si vede proprio in questi momenti, quando il senso della mancanza è così forte che diventa presenza che unisce, e desiderio di bene. Colpisce il contrasto tra il numero e la varietà delle persone in preghiera e il carattere di un sacerdote che non era social, che non rilasciava dichiarazioni, che non faceva polemica anche di fronte ad azioni ispirate al principio del 'decoro urbano' più che della carità cristiana.

Mai una parola, solo una quotidianità umile e concreta. La sua magrezza dice quanto poco tenesse per sé di quel che aveva. Il sorriso però non gli mancava mai. Ci sono tanti registri della comunicazione, e il suo era il più autentico. Una vita che parla, e che proprio per questo ha la forza dell’esempio. Che può ispirare altri, dando fiducia che ciascuno può fare qualcosa per rispondere alle sfide di questo tempo, e per rispondere del legame che ci unisce. Un messaggio inequivocabile: la vita, ogni vita, è una storia sacra, e quindi vale la pena spendere la propria perché questo valore sia riconosciuto, soprattutto laddove appare negato. Una comunità orante, quella di lunedì sera, unita attorno al mistero del legame inestricabile tra la vita e la morte. Chi è disposto a perdere la propria vita la trova, dice il Vangelo.

È il dilemma tra sicurezza (dove in nome di una sopravvivenza individuale che diventa non-vita ci si barrica contro gli altri) e salvezza (dove in nome di una pienezza che è di tutti si è disposti persino a perdere la propria vita). Don Roberto ha scommesso sulla salvezza, e la sua morte violenta, per mano di una della tante persone che aveva aiutato, è una sconfitta solo apparente. E che non sia una sconfitta dipende anche da noi. Che chi ami ti può uccidere lo sapevamo già, ne abbiamo tanti esempi nella storia e nel presente. Questo trauma ci consegna un mandato che sta a noi raccogliere: non rassegnatevi all’indifferenza, non girate la testa dall’altra parte lasciando che crescano zone grigie di odio, risentimento e sfruttamento, ma fate la vostra parte. Per ricucire anziché separare, per soccorrere anziché abbandonare, per accompagnare ed essere così accompagnati a prendersi cura della propria umanità altrimenti atrofizzata. Siamo paralitici, e don Roberto, con la sua vita e con la sua morte, ci dice che possiamo prendere il nostro lettuccio e camminare. ...


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Vedi anche i post precedenti (all'interno link ad altri post):
L’incontro commovente tra il Papa e la famiglia di don Roberto Malgesini

Il toccante discorso di addio alla politica dell’ex presidente dell’Uruguay José “Pepe” Mujica (video) - Nel giardino di Pepe Mujica Tonio Dell'Olio

Il toccante discorso di addio alla politica 
dell’ex presidente dell’Uruguay José “Pepe” Mujica  

Quella dell’ex presidente dell’Uruguay José “Pepe” Mujica di formalizzare le sue dimissioni dal Senato e ritirarsi dalla politica è una decisione che aveva preannunciato già qualche settimana fa, quando – ormai malato – aveva deciso di dire addio alla sua vita politica uruguaiana, ma il 20 ottobre formalizza definitivamente il suo addio con un toccante discorso.
Alla guida dell’Uruguay tra il 2010 e il 2015, Mujica già qualche mese fa aveva rinunciato al suo stipendio da senatore, comunque anche quando era in carica aveva donato la quasi totalità delle sue entrate a un programma di edilizia sociale, guadagnandosi l’appellativo di presidente più povero del mondo.
Il discorso di Mujica alla Camera alta è stato una dichiarazione di principi, una sintesi di tutta l’etica che ha alimentato la sua intensa vita politica.

Guarda il video
(Fonte video: El Paìs)

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Nel giardino di Pepe Mujica
Tonio Dell'Olio

Il 20 ottobre, Josè Mujica, l'ex presidente dell'Uruguay, ha presentato le sue dimissioni da senatore. In quell'occasione ha pronunciato un discorso che vale come un corso di preparazione politica. E umana. Quel discorso dice della levatura superiore di un uomo che ha preso molto sul serio la causa dei poveri, ha compreso la missione della politica e il senso dell'esistenza umana. Un uomo che ha saputo mettersi al servizio del bene comune e che ha deciso di togliere l'ingombro della sua presenza quando si è accorto di non poter più svolgere bene quello stesso servizio. Una cosa molto rara nel bosco e nel fitto sottobosco delle istituzioni. Riporto di seguito la traduzione della prima parte: "Voglio ringraziare innanzitutto i miei colleghi. Me ne vado perché la pandemia mi sta gettando nel cestino dei rifiuti. Essere senatore significa parlare con le persone e parlare dappertutto. La partita non si gioca negli uffici e io sono minacciato da tutte le parti: dalla vecchiaia e da una malattia immunologica cronica - se domani appare un vaccino non posso vaccinarmi - . Siete stati pieni di complimenti verso di me, troppo lusinghieri. Ho il mio buon numero di difetti, sono passionale, ma da decenni nel mio giardino non si coltiva l'odio perché ho imparato una dura lezione che la vita mi ha insegnato... quell'odio finisce per farti diventare stupido (estupidizando) perché ti fa perdere l'obiettività di fronte alle cose. L'odio è cieco come l'amore, però l'amore è creatore, l'odio distrugge. E una cosa è la passione e ben altra cosa è coltivare l'odio".
(Fonte: Mosaico dei giorni 26 ottobre 2020)


lunedì 26 ottobre 2020

“I Giorni della Ricerca” - Sergio Mattarella: «La ricerca è un bene comune che sollecita responsabilità comuni»

“I Giorni della Ricerca” - Sergio Mattarella: 
«La ricerca è un bene comune 
che sollecita responsabilità comuni»

Si è tenuta oggi, lunedì 26 ottobre, al palazzo del Quirinale e alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, l’annuale cerimonia dedicata a Fondazione Airc, appuntamento che inaugura “I Giorni della Ricerca”, storica iniziativa che, da 25 anni, informa l’opinione pubblica sui progressi raggiunti nell’ambito della prevenzione, della diagnosi e della cura del cancro.
La cerimonia si è conclusa con l'intervento del Presidente della Repubblica.

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MATTARELLA: "NON DIMENTICHIAMO 
È IL VIRUS IL NEMICO RESPONSABILE DEI NOSTRI SACRIFICI"

In occasione della celebrazione per il Giorno della ricerca il Presidente della Repubblica torna a far appello alla necessità che singoli e istituzioni remino in una sola direzione che poi è quella indicata dalla ricerca per ridurre i danni della pandemia in corso



«Non dimentichiamo che il nemico di tutti e di ciascuno è il virus, che il responsabile di lutti, di sofferenze, di sacrifici, di rinunce, di restrizioni alla vita normale è il virus». Centra il problema, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella intervenendo alla celebrazione del 26 ottobre in occasione dei Giorni della Ricerca. Ribadendo una costante delle occasioni pubbliche recenti, con questa frase il Capo dello Stato ci ricorda che c’è bisogno di un fronte comune, di istituzioni e cittadini, per fronteggiare un nemico esterno, a fronte del quale sono necessari coesione e sguardo lungo. Per questo Mattarella sostiene che nessuno deve «sottrarsi al proprio compito». Ma rassicura: «Abbiamo fiducia perché pensiamo di poter contare su obiettivi comuni».

La ricerca, ovviamente, è il fronte più implicato, quello cui tutto il mondo guarda in attesa di una soluzione che ci liberi dall’angoscia nella quale siamo immersi, ma nell’attesa c’è bisogno della collaborazione di tutti. La ricerca, afferma Mattarella «è un gioco di squadra e nella emergenza mondiale serve non competizione ma dialogo e scambio di informazioni e studi. Ora è tempo di collaborazioni e di alleanze globali, non di egoismi. Bisogna condividere le scoperte come si condivide la sofferenza». «Mentre in tutto il mondo le società sono impegnate in una battaglia difficile contro un virus temibile e in parte ancora scarsamente sconosciuto che provoca sofferenze e morti, frena attività sociali e economiche e impone di evitare relazioni interpersonali.» – spiega il presidente, che in questi giorni avverte il problema da vicino dato che si è contagiato il suo portavoce che per fortuna non ha sintomi gravi e avvisa di non avere avuto contatti diretti con il Presidente nei giorni di incubazione . «Abbiamo ugualmente confermato questo appuntamento perché oggi ci mostra quanto grande sia il valore della ricerca, quanto importante per la nostra vita e per il futuro del nostro Paese e della nostra civiltà, quanto importante sia la consapevolezza che nessuno di noi è estraneo al dovere di sostenere ed incoraggiare la ricerca per poterne poi condividere i risultati».

«I ricercatori italiani stanno facendo valere le loro qualità, e questo è motivo di orgoglio per il nostro Paese», sostiene ma non dimentica che «Per la ricerca scontiamo ritardi e carenze che hanno fatto andare all'estero tanti ricercatori italiani. Abbiamo, però, tante forze umane. Nell'oncologia l’Italia è eccellenza mondiale. Dobbiamo investire ancor di più in ricerca per ampliare le strutture», anche perché come ricorda opportunamente il Presidente, con il Covid le altre patologie non sono finite in lockdown, anzi rimangono e generano sofferenza, ma a causa della pressione del Covid si complica per tante persone affette da altre patologie il ricorso alle cure e alla prevenzione. Il messaggio, però, è fiducioso: «La ricerca vincerà sulla pandemia», a patto che le si dia credito senza dare retta agli imbonitori: «La ricerca si associa anche a un altro termine: “responsabilità”, di cui oggi apprezziamo molto il valore. La società della comunicazione immediata e globale ci mette a disposizione conoscenze fino a ieri inaccessibili. Ma talvolta ciò può anche disorientare, e taluno finisce nel tunnel delle false notizie, delle dicerie, della perversa volontà di ingannare con la disinformazione. Accade persino nel pieno di questa tragica pandemia. Si sentono voci che spingono a comportamenti irresponsabili e sospingono quanti vogliono sottrarsi alle responsabilità collettive. La voce della ricerca, i dati che ci fornisce, le verifiche che conduce, il rigore e la trasparenza delle sue procedure costituiscono un antidoto a queste derive, e ci riportano a una visione razionale dei problemi, senza la quale saremmo più deboli e insicuri».

Per poi concludere con un riferimento alla riduzione delle diseguaglianze di cui tante volte ha parlato nei discorsi degli ultimi tempi: «La Ricerca è anche un metodo. Un modello di corresponsabilità. Ha come beneficiaria la comunità nel suo insieme, e tutti i cittadini senza eccezioni. La solidarietà è punto di partenza e punto di arrivo. Il vaccino e le terapie contro il Covid – che saranno i frutti delle ricerche - dovranno essere posti, da subito, a disposizione di tutti. Senza discriminazione alcuna. Questa è la nostra convinzione, che proviene dalla cultura espressa dalla nostra civiltà».

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La Chiesa ha 13 nuovi cardinali - Cominciamo a conoscerli...

La Chiesa ha 13 nuovi cardinali
Cominciamo a conoscerli...
 

 
Il Papa annuncia un concistoro per 13 nuovi cardinali

Riceveranno la porpora il prossimo 28 novembre: 9 hanno meno di ottant’anni e tra loro c’è il Custode del Sacro Convento di Assisi, padre Mauro Gambetti


Tredici nuovi cardinali per la Chiesa, nove di loro con meno di ottant’anni e dunque con il diritto a partecipare a un futuro conclave, ai quali si aggiungono quattro ultraottantenni. È l’annuncio, come sempre a sorpresa, che Papa Francesco ha fatto al termine dell’Angelus di domenica 25 ottobre, comunicando ai fedeli in Piazza San Pietro e a quanti erano collegati in tutto il mondo la creazione dei nuovi porporati.

Due dei nuovi cardinali appartengono alla Curia Romana: sono il Segretario del Sinodo dei Vescovi, il maltese Mario Grech, e l’italiano Marcello Semeraro, già vescovo di Albano e nuovo Prefetto della Congregazione per le cause dei santi. A loro il Papa ha unito sei pastori di Chiese nel mondo: l’arcivescovo di Kigali, in Ruanda, Antoine Kambanda; l’arcivescovo di Washington, negli Stati Uniti, Wilton Gregory; l’arcivescovo di Capiz, nelle Filippine, Jose Fuerte Advincula; l’arcivescovo di Santiago del Cile, il cappuccino Celestino Aós Braco; il vicario apostolico del Brunei, Cornelius Sim; l’arcivescovo di Siena, Italia, Augusto Paolo Lojudice. Con loro il Papa ha anche nominato l’attuale Custode del Sacro Convento di Assisi, il francescano padre Mauro Gambetti.

Ai nove porporati con meno di ottant’anni, Papa Francesco ha unito anche quattro nuovi cardinali ultraottantenni. Sono Felipe Arizmendi Esquivel, vescovo emerito di San Cristóbal de Las Casas (Messico); il nunzio apostolico Silvano Tomasi, scalabriniano, già osservatore permanente alle Nazioni Unite di Ginevra, che collabora con il Dicastero per lo sviluppo umano integrale; padre Raniero Cantalamessa, cappuccino, predicatore della Casa Pontificia e il parroco del Divino Amore a Castel di Leva, don Enrico Feroci.

I cardinali vestono il colore della porpora che sta a indicare la disponibilità al sacrificio “usque ad sanguinis effusionem”, fino allo spargimento del sangue, al servizio del Successore di Pietro, e anche se risiedono nelle regioni più remote del mondo diventano titolari di una parrocchia della Città Eterna perché incardinati nella Chiesa di cui il Papa è Vescovo.
(fonte: Vatican News 25/10/2020)

Nuove porpore dai confini del mondo

Africa, Asia (dal Brunei alle Filippine), America del Nord e del Sud. Ma anche Italia. E un'attenzione speciale ai figli di san Francesco nell'anno dell'enciclica Fratelli tutti: le biografie dei cardinali annunciati oggi dal Papa


Tredici nuove porpore: ecco i nomi e le biografie dei cardinali che faranno parte del Concistoro indetto oggi al termine dell'Angelus, da Papa Francesco per il prossimo 28 novembre:

Monsignor Mario Grech - segretario generale del Sinodo dei Vescovi - è nato a Qala (Malta), diocesi di Gozo, il 20 febbraio 1957. Dopo la sua ordinazione sacerdotale, il 26 maggio 1984, ha proseguito a Roma gli studi ottenendo la licenza in Utroque Iure all’Università Lateranense e il Dottorato in Diritto Canonico all'Angelicum. Ha ricoperto gli uffici di vicario giudiziale della diocesi, membro del Tribunale Metropolitano di Malta, insegnante di Diritto Canonico in Seminario e membro del Collegio dei Consultori, del Consiglio Presbiterale e di altre commissioni diocesane. Il 26 novembre 2011 Benedetto XVI lo ha nominato vescovo di Gozo fino al 2 ottobre 2019 quando è stato nominato da Papa Francesco pro-segretario generale del Sinodo dei Vescovi per assumere l'incarico di segretario generale Il 15 settembre 2020.

Monsignor Marcello Semeraro - prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi - è nato a Monteroni di Lecce il 22 dicembre 1947. Ordinato presbitero l’8 settembre 1971 si è formato nel Pontificio Seminario Regionale Pugliese Pio XI di Molfetta e, successivamente, ha perfezionato gli studi di teologia alla Pontificia Università Lateranense in Roma, iniziando a insegnare Teologia dogmatica nell’Istituto Teologico Pugliese e Ecclesiologia nella Facoltà di Teologia della P.U.L. Trasferito come vescovo alla Chiesa Suburbicaria di Albano il 1° ottobre 2004, il 15 ottobre 2020 Papa Francesco lo ha nominato a capo del dicastero per le Cause dei Santi. Attualmente è amministratore apostolico ad nutum Sanctae Sedis del Monastero Esarchico di S. Maria di Grottaferrata. Membro della Congregazione delle Cause dei Santi e della Segreteria per la Comunicazione. Consultore della Congregazione per le Chiese Orientali. Il 13 aprile 2020 è stato nominato come segretario del "Consiglio di Cardinali" per l’aiuto al Santo Padre nel governo della Chiesa Universale.

Monsignor Antoine Kambanda, arcivescovo di Kigali (Rwanda), è nato il 10 novembre 1958 nella medesima arcidiocesi. La sua famiglia è stata uccisa durante la guerra del 1994, tranne un fratello, che vive attualmente in Italia. Ha studiato in Burundi, Uganda e Kenya ed è rientrato in Rwanda dopo aver terminato la Filosofia e due anni di Teologia. È stato ordinato sacerdote l’8 settembre 1990 da San Giovanni Paolo II, in occasione della sua visita pastorale in Rwanda. Dal 1990 al 2005 è stato professore e prefetto del Seminario Minore di Ndera (Kigali); ha conseguito a Roma il Dottorato in Teologia Morale ricoprendo tra l'altro, gli incarichi di direttore della Caritas Diocesana di Kigali, della Commissione diocesana di Giustizia e Pace. Il 7 maggio 2013 è stato nominato vescovo della diocesi di Kibungo fino al 19 novembre 2018 quando il Santo Padre Francesco lo ha nominato arcivescovo di Kigali.

Monsignor Wilton Gregory - arcivescovo di Washington - è nato il 7 dicembre 1947 a Chicago nell'Illinois dove ha svolto gli studi filosofici al Niles College e quelli teologici al Saint Mary of the Lake Seminary. Successivamente ha conseguito il Dottorato in Liturgia presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo a Roma. È stato ordinato sacerdote il 9 maggio 1973 per l’arcidiocesi di Chicago svolgendo in seguito diversi incarichi, anche come professore di Liturgia al Saint Mary of the Lake Seminary a Mundelain, membro dell'Ufficio arcidiocesano per la Liturgia e Maestro delle Cerimonie dei Cardinali Cody e Bernardin (1980-1983). È stato nominato vescovo titolare di Oliva ed Ausiliare di Chicago nel 1983 e arcivescovo metropolita di Atlanta nel 2004. In seno alla Conferenza dei vescovi Usa è stato presidente dal 2001-2004. Il 4 aprile 2019 Papa Francesco lo ha nominato arcivescovo metropolita di Washington.

Monsignor Jose F. Advincula - arcivescovo di Capiz, nelle Filippine - è nato in Dumalag il 30 marzo 1952. È stato ordinato sacerdote per l’arcidiocesi di Capiz il 14 aprile 1976 e successivamente direttore spirituale del Seminario St. Pius X, svolgendo gli incarichi di professore e decano degli Studi. Ha svolto gli studi di Psicologia e di Diritto Canonico tra Manila e Roma ottenendo la Licenza in Diritto Canonico. Tornato in patria, ha prestato servizio nel Seminario di Vigan, Nueva Segovia, e poi in quello regionale di Jaro. Nel 1995 è stato nominato rettore del Seminario St. Pius X di Capiz, divenendo difensore del Vincolo, promotore di giustizia ed infine vicario giudiziale a Capiz e il 15 luglio 2001 è stato nominato vescovo di San Carlos. È stato membro della Commissione per la Dottrina della Fede e Commissione per le Popolazioni Indigene.

Monsignor Celestino Aós Brac - dell'Ordine dei Frati minori cappuccini, arcivescovo di Santiago del Cile - è nato a Artaiz, in Spagna, il 6 aprile 1945. Inviato nel 1983 nel Cile, oltre agli incarichi in ambito parrocchiale, è stato economo provinciale dei Cappuccini nel Paese e promotore di giustizia del Tribunale ecclesiastico di Valparaiso, giudice del Tribunale dell’Arcidiocesi di Concepción e tesoriere dell’Associazione cilena di diritto canonico. Vescovo di Copiapó nel 2014, ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 18 ottobre successivo. Il 23 marzo 2019 è stato nominato amministratore apostolico “sede vacante et ad nutum Sanctae Sedis” dell’Arcidiocesi di Santiago de Chile. Il 27 dicembre 2019 Papa Francesco lo ha nominato arcivescovo di Santiago de Chile.

Monsignor Cornelius Sim - vescovo di Puzia di Numidia e Vicario apostolico di Brunei - è nato a Seria nel Brunei il 16 settembre 1951. E' divenuto sacerdote dopo la laurea in Ingegneria. Il 20 ottobre 2004 San Giovanni Paolo II ha elevato al rango di Vicariato Apostolico la Prefettura Apostolica di Brunei e lo ha nominato come primo Vicario Apostolico assegnandogli la sede titolare vescovile di Puzia di Numidia.

Monsignor Augusto Paolo Lojudice - arcivescovo di Siena-Colle Val d’Elsa-Montalcino - è nato a Roma il 1° luglio 1964, dopo l’ordinazione - il 6 maggio 1989 - ha svolto numerosi incarichi e ministeri per la diocesi della capitale. Padre spirituale al Pontificio Seminario Romano Maggiore (2005-2014), dal 2014 al 2015 è stato parroco della parrocchia San Luca al Prenestino. Il 6 marzo 2015 viene eletto alla sede titolare di Alba Marittima e ausiliare di Roma. Ha ricevuto la consacrazione episcopale il 23 maggio dello stesso anno. È segretario della Commissione Episcopale della Cei per le Migrazioni. Il 6 maggio 2019 il Papa Francesco lo ha nominato arcivescovo dell’arcidiocesi di Siena-Colle Val d’Elsa-Montalcino.

Fra Mauro Gambetti - Custode del Sacro Convento di Assisi - è nato il 27 ottobre 1965 a Castel San Pietro Terme (Bologna), dopo la laurea in Ingegneria meccanica nel settembre 1992 ha iniziato il suo cammino nell’Ordine dei Frati Minori Conventali di cui, dopo l’anno di noviziato, ha professato la vita e la regola definitivamente il 20 settembre 1998. Dopo il Baccalaureato in Teologia, ha conseguito la Licenza in Antropologia Teologica a Firenze. Ordinato presbitero l’8 gennaio 2000 a Longiano (Forlì-Cesena),nella primavera 2009 i confratelli della la Provincia Bolognese di Sant’Antonio di Padova l’hanno eletto loro superiore (ministro provinciale), ufficio da cui ha cessato il 22 febbraio 2013, quando è stato chiamato ad assumere l'incarico di Custode generale della Custodia Generale del Sacro Convento di San Francesco in Assisi per il quadriennio 2013-2017. Eletto presidente della Federazione intermediterranea dei Ministri provinciali dei Frati Minori Conventuali, è stato anche riconfermato come Custode generale ad Assisi per il quadriennio 2017-2021.

Monsignor Felipe Arizmendi Esquivel - vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas, in Messico - è nato il primo maggio 1940 a Chiltepec, municipio di Coatepec Harinas (Stato di Messico, allora arcidiocesi di Messico e oggi diocesi di Toluca). Ordinato sacerdote il 25 agosto 1963 a Toluca, svolge numerosi incarichi a livello diocesano. Nel triennio 1986-1989 ha presieduto l'"Organización de Seminarios de América Latina" e in seguito ha lavorato come esperto nel "Departamento de Vocaciones" del Celam. Il 7 febbraio 1991 viene nominato vescovo di Tapachula e il 7 marzo successivo riceve l’ordinazione episcopale. E’ questo il periodo in cui svolge il ruolo di segretario generale del Celam. Il 31 marzo 2000 Giovanni Paolo II lo nomina Vescovo di San Cristóbal de Las Casas. Incarico svolto fino al 03 novembre 2017.

Monsignor Silvano Maria Tomasi - arcivescovo titolare di Asolo, Nunzio apostolico - è nato il 12 ottobre 1940 a Casoni di Mussolente, provincia di Vicenza. Ordinato sacerdote il 31 maggio 1965 nella Congregazione religiosa Missionari di San Carlo – Scalabriniani, sviluppa la sua formazione culturale in Italia e negli Stati Uniti. Negli anni ‘80 ricopre il ruolo di primo direttore dell’Ufficio della Pastorale per i Migranti e dei Refugiati (PCMR) della Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti (NCCB/USCC). Dalla fine del 1989 fino a giugno 1996 è segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti. Il 27 giugno 1996 è nominato arcivescovo titolare di Cercinia e nunzio apostolico in Etiopia, Eritrea e Osservatore presso l’Unione Africana. Il 24 aprile 1999 è arcivescovo di Asolo e il 23 dicembre 2000 viene nominato nunzio apostolico in Gibuti. Dal 2003 al 2016 ricopre le cariche di osservatore permanente della Santa Sede presso l’Ufficio delle Nazioni Unite e Istituzioni Specializzate a Ginevra e di osservatore permanente presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Il 9 aprile 2016 Papa Francesco lo ha nominato membro del già Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, oggi Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Padre Raniero Cantalamessa - dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini, predicatore della Casa Pontificia - è nato a Colli del Tronto, nella regione italiana delle Marche, il 22 Luglio 1934. Laureato in Teologia a Friburgo, Svizzera, e in Lettere classiche all’Università Cattolica di Milano. Già professore ordinario di Storia delle origini cristiane e Direttore del Dipartimento di scienze religiose dell’Università del Sacro Cuore di Milano, è stato membro della Commissione Teologica Internazionale dal 1975 al 1981 e, per 12 anni, membro della Delegazione cattolica per il dialogo con le Chiese Pentecostali. Nel 1979 ha lasciato l’insegnamento per dedicarsi a tempo pieno al ministero della Parola. È stato nominato da Giovanni Paolo II Predicatore della Casa Pontificia nel 1980 e poi confermato in tale incarico da Benedetto XVI nel 2005 e da Papa Francesco nel 2013. In questa veste detta ogni settimana, in Avvento e in Quaresima, una meditazione in presenza del Papa, dei cardinali, vescovi, prelati e superiori generali di ordini religiosi. I suoi numerosi libri sono stati tradotti in una ventina di lingue.

Monsignor Enrico Feroci - parroco a Santa Maria del Divino Amore a Castel di Leva a Roma - è nato il 27 agosto 1940 a Pizzoli. Entrato a undici anni nel Pontificio Seminario Romano Minore e dopo gli studi liceali al Seminario Romano Maggiore, è stato ordinato sacerdote il 13 marzo 1965 e poi assistente e vicerettore presso il Seminario Romano Minore.Viceparroco e poi parroco di San Frumenzio ai Prati Fiscali, è stato per molti mandati Prefetto della IX Prefettura, membro del Consiglio dei Prefetti, del Consiglio Presbiterale, del Consiglio per gli affari economici, del Collegio dei Consultori della Diocesi, partecipando e collaborando da vicino alla realizzazione di tutti gli eventi ecclesiali diocesani di quegli anni, come il Sinodo della Chiesa di Roma (1987-1992), la Missione Cittadina che precedette il Giubileo del 2000. È stato nominato Cappellano di Sua Santità il 13 ottobre 1995. Dal 2017 è Rettore del Santuario del Divino Amore e dal 2018 Rettore del Seminario della Madonna del Divino Amore. Il primo settembre 2019 è stato nominato parroco della Parrocchia Santa Maria del Divino Amore a Castel di Leva.
(fonte: Vatican News 25/10/2020)

«La verifica che io amo Dio è che amo il prossimo. Finché ci sarà un fratello o una sorella a cui chiudiamo il nostro cuore, saremo ancora lontani dall’essere discepoli come Gesù ci chiede.» Papa Francesco Angelus 25/10/2020 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 25 ottobre 2020


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nell’odierna pagina evangelica (cfr Mt 22,34-40), un dottore della Legge domanda a Gesù quale sia «il grande comandamento» (v. 36), cioè il comandamento principale di tutta la Legge divina. Gesù risponde semplicemente: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”» (v. 37). E subito aggiunge: «Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”» (v. 39).

La risposta di Gesù riprende e unisce due precetti fondamentali, che Dio ha dato al suo popolo mediante Mosè (cfr Dt 6,5; Lv 19,18). E così supera il trabocchetto che gli è stato teso «per metterlo alla prova» (v. 35). Il suo interlocutore, infatti, cerca di trascinarlo nella disputa tra gli esperti della Legge sulla gerarchia delle prescrizioni. Ma Gesù stabilisce due cardini essenziali per i credenti di tutti i tempi, due cardini essenziali della nostra vita. Il primo è che la vita morale e religiosa non può ridursi a un’obbedienza ansiosa e forzata. C’è gente che cerca di compiere i comandamenti in modo ansioso o forzato, e Gesù ci fa capire che la vita morale e religiosa non può ridursi a un’obbedienza ansiosa e forzata, ma deve avere come principio l’amore. Il secondo cardine è che l’amore deve tendere insieme e inseparabilmente verso Dio e verso il prossimo. Questa è una delle principali novità dell’insegnamento di Gesù e ci fa capire che non è vero amore di Dio quello che non si esprime nell’amore del prossimo; e, allo stesso modo, non è vero amore del prossimo quello che non attinge dalla relazione con Dio.

Gesù conclude la sua risposta con queste parole: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (v. 40). Ciò significa che tutti i precetti che il Signore ha dato al suo popolo devono essere messi in rapporto con l’amore di Dio e del prossimo. Infatti, tutti i comandamenti servono ad attuare, ad esprimere quel duplice indivisibile amore. L’amore per Dio si esprime soprattutto nella preghiera, in particolare nell’adorazione. Noi trascuriamo tanto l’adorazione a Dio. Facciamo la preghiera di ringraziamento, la supplica per chiedere qualche cosa…, ma trascuriamo l’adorazione. È adorare Dio proprio il nocciolo della preghiera. E l’amore per il prossimo, che si chiama anche carità fraterna, è fatto di vicinanza, di ascolto, di condivisione, di cura per l’altro. E tante volte noi tralasciamo di ascoltare l’altro perché è noioso o perché mi toglie del tempo, o di portarlo, accompagnarlo nei suoi dolori, nelle sue prove… Ma troviamo sempre il tempo per chiacchierare, sempre! Non abbiamo tempo per consolare gli afflitti, ma tanto tempo per chiacchierare. State attenti! Scrive l’apostolo Giovanni: «Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20). Così si vede l’unità di questi due comandamenti.

Nel Vangelo di oggi, ancora una volta, Gesù ci aiuta ad andare alla sorgente viva e zampillante dell’Amore. E tale sorgente è Dio stesso, da amare totalmente in una comunione che niente e nessuno può spezzare. Comunione che è dono da invocare ogni giorno, ma anche impegno personale perché la nostra vita non si lasci schiavizzare dagli idoli del mondo. E la verifica del nostro cammino di conversione e di santità è sempre nell’amore del prossimo. Questa è la verifica: se io dico “amo Dio” e non amo il prossimo, non va. La verifica che io amo Dio è che amo il prossimo. Finché ci sarà un fratello o una sorella a cui chiudiamo il nostro cuore, saremo ancora lontani dall’essere discepoli come Gesù ci chiede. Ma la sua divina misericordia non ci permette di scoraggiarci, anzi ci chiama a ricominciare ogni giorno per vivere coerentemente il Vangelo.

L’intercessione di Maria Santissima ci apra il cuore per accogliere il “grande comandamento”, il duplice comandamento dell’amore, che riassume tutta la legge di Dio e da cui dipende la nostra salvezza.


Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

seguo con particolare preoccupazione le notizie che giungono dalla Nigeria, circa gli scontri violenti avvenuti di recente tra le Forze dell’ordine e alcuni giovani manifestanti. Preghiamo il Signore affinché si eviti sempre ogni forma di violenza, nella costante ricerca dell’armonia sociale attraverso la promozione della giustizia e del bene comune.

Saluto tutti voi, romani e pellegrini venuti da diversi Paesi: famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni e singoli fedeli. In particolare, saluto il gruppo “Cellula di evangelizzazione” della Parrocchia San Michele Arcangelo in Roma; e anche i ragazzi dell’Immacolata, che sono abbastanza oggi!

Il prossimo 28 novembre, alla vigilia della prima Domenica di Avvento, terrò un Concistoro per la nomina di tredici nuovi Cardinali. Ecco i nomi dei nuovi Cardinali:

Mons. Mario Grech, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi;

Mons. Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi;

Mons. Antoine Kambanda, Arcivescovo di Kigali, in Rwanda;

Mons. Wilton Gregory, Arcivescovo di Washington;

Mons. José Advincula, Arcivescovo di Capiz, nelle Filippine;

Mons. Celestino Aós Braco, Arcivescovo di Santiago del Cile;

Mons. Cornelius Sim, Vescovo titolare di Puzia di Numidia e Vicario Apostolico di Brunei, Kuala Lumpur;

Mons. Augusto Paolo Lojudice, Arcivescovo di Siena-Colle Val d’Elsa-Montalcino;

Fra Mauro Gambetti, francescano conventuale, Custode del Sacro Convento di Assisi.

Insieme ad essi unirò ai membri del Collegio Cardinalizio:

Mons. Felipe Arizmendi Esquivel, Vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas, in Messico;

Mons. Silvano M. Tomasi, Arcivescovo titolare di Asolo, Nunzio Apostolico;

Fra Raniero Cantalamessa, cappuccino, Predicatore della Casa Pontificia;

Mons. Enrico Feroci, parroco a Santa Maria del Divino Amore a Castel di Leva.

Preghiamo per i nuovi Cardinali, affinché, confermando la loro adesione a Cristo, mi aiutino nel mio ministero di Vescovo di Roma, per il bene di tutto il santo popolo fedele di Dio.

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video



domenica 25 ottobre 2020

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXX Domenica Tempo Ordinario – Anno A



Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)






Preghiera dei Fedeli

  XXX Domenica Tempo Ordinario – Anno A

25 ottobre 2020  



Colui che presiede

Fratelli e sorelle, dopo aver ascoltato la Parola del Signore ed aver ricevuto il dono del suo comandamento, innalziamo al Signore con fiducia le nostre preghiere ed insieme diciamo: 

R/ Pietà di noi, o Signore 


Lettore 

- Signore Gesù, Tu hai scelto per Te un popolo che avesse per legge il nuovo precetto di amare come tu ci hai amati, così da essere in mezzo all’umanità germe di unità e di speranza. Perdona questa tua Chiesa, che nelle sue istituzioni ed in molti dei suoi membri spesso tradisce l’amore. Manda su di essa il fuoco del tuo Santo Spirito. Preghiamo. 

- Ti preghiamo, Signore Gesù, per tutti i popoli della terra e per i loro governanti. Ti preghiamo per quanti sono tentati di ricorrere al diabolico strumento della guerra. La luce del tuo Santo Spirito ispiri in tutti pensieri di pace, di dialogo e non di sopraffazione. Preghiamo. 

- Ti affidiamo, Signore Gesù, tutte le persone impegnate nel mondo del lavoro. Ascolta il grido silenzioso di quei giovani e adulti che vengono ricattati o malpagati. Ricordati di quella moltitudine di migranti, che lavorano in agricoltura sfruttati e malpagati, e che si ritrovano a vivere in baracche prive di servizi. Preghiamo. 

- Sii presente, Signore Gesù, nelle nostre case. Aiutaci a fare dell’amore reciproco lo stile del nostro vivere quotidiano. Visita con la tua grazia tutte quelle famiglie dove è venuto meno l’arte del dialogo e della pazienza. Fa’ che impariamo a mettere amore dove c’è odio e rancore. Preghiamo. 

- Davanti a te, Signore Gesù Risorto, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti e delle vittime del coronavirus [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime della violenza nelle famiglie e nei quartieri delle città. Accogli tutti nella tua misericordia. Preghiamo


Colui che presiede 

Signore Gesù, donaci la forza del tuo Spirito, affinché prendiamo le distanze da ogni forma di idolatria e volgiamo il nostro guardo verso Dio, amandolo con tutto il nostro essere e amando il prossimo allo stesso modo di come Tu ami noi stessi e tutta l’umanità. Te lo chiediamo perché sei nostro Maestro e Signore, nei secoli dei secoli. AMEN.


"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 50/2019-2020 (A)

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)




Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica
a cura di Santino Coppolino

XXX Domenica del Tempo Ordinario (ANNO A) 

Vangelo:



Per i farisei, i fedeli custodi della Torah che per l'ennesima volta tentano Gesù per farlo cadere in trappola, il comandamento più grande, il Kelal Gadol ba Torah, è l'osservanza del Sabato, il comandamento che anche il Santo - benedetto sia il Suo Nome - osserva (cfr. Gen 2,1-3). Per Gesù invece non è così, egli risponde ai pii interpreti della Legge di Dio che il comandamento più grande è l'amore, «compimento di tutta la Legge» (Rm 13,10). L'amore trasforma realmente l'uomo in una creatura ad immagine di Dio facendo di lui il vero tempio della sua Presenza. «Chi non ama non ha conosciuto Dio, poiché Dio è Amore» (1Gv 4,8). Il comandamento citato sembra in apparenza duplice, anche perché richiama due distinti versetti di due libri differenti della Legge, che Gesù unifica e li dichiara simili e fonte di ogni altra norma (Dt 6,5 ; Lv 19,18). In realtà però uno solo è il comandamento, perché soltanto amando i fratelli possiamo amare Dio, e così diventare suoi figli. L'amore per Dio e per l'uomo, ogni uomo , è quello che caratterizza, qualifica e distingue coloro che credono in Gesù . Infatti, «se uno dicesse: Io amo Dio, e odiasse suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il suo fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello! » (1Gv 4, 20-21)


sabato 24 ottobre 2020

"I bambini non sono untori" - Intervista a Daniele Novara

Pandemia Covid-19
"I bambini
 non sono untori" 
 Intervista a Daniele Novara
di Daniela Russo

Il pedagogista Daniele Novara spiega perché è essenziale difendere i bambini,
 il loro diritto alla scuola e alla socialità, anche in tempi di pandemia



Prima le donne e i bambini. O almeno così accadeva una volta. Oggi, complici la pandemia da Covid, i bambini sembrano essere diventati invisibili, come denuncia il pedagogista Daniele Novara, secondo cui l’emergenza sanitaria ha accentuato un fenomeno iniziato già 20 anni fa: i più giovani sono sempre meno protagonisti e sempre più sacrificati dalla società, come dimostra il fatto che le scuole hanno chiuso per prime e aperto per ultime. 
... 
I bambini sono sempre gli ultimi. Ci siamo dimenticati i bambini! (Bur) è il titolo dell’ultimo libro del pedagogista, che lancia alcune proposte concrete per sostenere le famiglie.

Dai bambini-untori alla didattica a distanza
«Sono molto bravi a tenere le mascherine, ma non sanno più studiare, faticano a concentrarsi». Così denunciano molti insegnanti della primaria, a un mese dall’avvio del nuovo anno scolastico, dopo la lunga interruzione a causa della pandemia. Non si stupisce Daniele Novara, pedagogista, counselor, formatore e fondatore del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti. Secondo l’esperto, che ha rivolto diversi appelli al premier Conte e al ministro dell’Istruzione, Azzolina, «la didattica a distanza, ovvero la scuola dietro a un monitor, non consente la formazione di una vera comunità di apprendimento che permetta il confronto in carne e ossa». Non solo «Rispetto a questa primavera, una decisione come quella della Regione Campania è assurda e veramente al limite della violazione dei diritti dei minori. I dati del ministro dell’Istruzione sono chiari: i contagi a scuola sono 0,030%, una percentuale ridicola, quelli degli insegnanti sono lo 0,080%, sempre bassissimi» denuncia il pedagogista, che aggiunge: «Basta sacrificare i più giovani con la bugia dei bambini-untori: non c’è uno studio scientifico pubblicato su riviste credibili che dimostri la contagiosità e pericolosità per i nonni, che purtroppo sono morti soprattutto nelle Rsa».

I figli sono diventati una proprietà privata invece che una parte della società
Il benessere materiale dei bambini e dei ragazzi è migliorate rispetto al passato, eppure per loro sembra essersi aperto un vuoto. Da un lato la società sembra averli dimenticati o sacrificati, per esempio lasciando loro sempre meno spazi nelle piazze, nei parchi, ecc.; dall’altro i genitori tendono a considerarli "proprietà privata", oggetto di realizzazione individuale e non parte della società stessa, tanto che Novara parla di mutazione narcisistica: «È un fenomeno nato negli Usa negli ’80 e arrivato da noi a partire dagli anni ’90. I figli non appartengono più a una comunità, ma esclusivamente a chi li ha generati, ossia ai genitori, che li vivono come un’appendice da custodire, conservare e proteggere il più possibile». Fino a qualche anno fa i bambini e ragazzi erano rappresentavano il futuro della società, erano considerati cittadini e parte della comunità allargata. «Oggi – spiega l’esperto – un figlio è solo un elemento accessorio alla famiglia, dei genitori e, sempre più spesso, anche di un solo genitore che grazie alle tecniche di fecondazione, può diventare tale anche senza un partner. Insomma, i figli sono diventati un possesso individuale preziosissimo, spesso chiuso tra le mura domestiche. non stupisce che durante il lockdown diverse famiglie abbiano sostenuto la bellezza di stare chiusi tutti insieme in casa. I dati epidemiologici e diversi studi come quello condotto dall'ospedale pediatrico Gaslini mostrano invece che il 70% dei bambini ha subito e sta subendo conseguenze gravi sul piano emotivo e comportamentale, anche nello sviluppo dell’autonomia».

Insomma, nascono sempre meno bambini, ma quelli che arrivano sono così desiderati da essere custoditi gelosamente, a costo di diventare iperprotettivi. Questo si traduce concretamente nel vietare o evitare attività ritenute pericolose come giocare nei cortili, nella mancanza di tempo libero a causa di una iper-programmazione delle giornate, o pilotare ogni scelta, compresa quella delle amicizie, che spesso sono selezionate dai genitori. Il risultato è una sempre maggiore mancanza di indipendenza per i figli, che faticano a crescere: «Solitudine e isolamento non sono previsti in natura durante l’infanzia, quando invece dovrebbe prevalere l’appartenenza a una cucciolata, intesa non solo come fratelli e sorelle (che però diminuiscono), ma con pari, muovendosi, correndo e apprendendo in spazi esterni» spiega il pedagogista.

In Italia i bambini sono diventati un peso

È indubbio che si fanno sempre meno figli. Nel 2019 si è toccato il nuovo record (negativo) con appena 420.1700 nascite, 19.000 in meno rispetto all’anno prima (-4,5%), che segna il nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia. «Praticamente, quasi 1 donna su 4 in Italia non ha figli» spiega Novara, citando i dati Istat: «Il problema maggiore riguarda indubbiamente le donne, che non riescono a vivere la maternità conciliandola con la dimensione lavorativa». Eppure la presidente della Commissione Ue, la 61enne Ursula Von der Layen, ha 7 figli! «Infatti si tratta di un problema italiano e, in parte, spagnolo. In Olanda, Svezia e in Francia si assiste a una crescita demografica. In Germania quando una donna ha figli non solo non è discriminata, ma talvolta anche privilegiata. In Italia, invece, una su due lascia il lavoro o chiede il part-time anche perché le conviene di più: il costo del primo anno di vita di un figlio è stato stimato in 7 mila euro e non ci sono incentivi fiscali concreti» spiega Novara. 

La scuola dell'infanzia dovrebbe essere obbligatoria e gratuita
Le madri italiane scontano anche il pay gap, la differenzia salariale tra uomini e donne a parità di mansioni, e la mancanza di servizi per l’infanzia: o costano troppo, come i nidi, oppure non ci sono posti e così ci si affida ai nonni, quando si può. Eppure il Consiglio europeo di Barcellona a marzo del 2002 aveva stabilito che entro il 2010 in tutti gli Stati membri almeno il 33% di bambini frequentasse gli Asili nido. Oggi l’Italia è ferma al 28,6% a fronte di una media UE del 34,2%. «Dieci anni fa la frequenza alle materne era del 97-98%, oggi è al 91-92%: significa che 1 bambino su 10 non va alla scuola dell’infanzia, mentre in Svizzera e in Francia è obbligatoria. È un presidio di cittadinanza, permette ai bambini di uscire dal grembo materno e trovarsi in un contesto di apprendimento, crescita e condivisione con altri bambini – aggiunge Novara – Per questo tra le mie proposte ci sono la gratuità e obbligatorietà della scuola dell’infanzia».

Le proposte: un bonus pedagogico e più ascolto
«In un panorama così negativo, io resto ottimista, per questo tra le proposte che ho voluto lanciare c'è il bonus pedagogico: un voucher da spendere in corsi di formazione, libri e altri strumenti che possano aiutare madri e padri nel percorso educativo, perché non siano lasciati soli e non si rivolgano a internet per ogni dubbio» spiega Daniele Novara, che conclude con un invito ai genitori: «Invito tutti i miei lettori, e non solo, a passare del tempo con i bambini. Fa bene! Attiva buone connessioni neuronali, combatte l’insonnia e la depressione. Riduce il colesterolo e stabilizza la pressione. Migliora l’umore e fa sentire più leggeri. Mi auguro che troviate bambini che abbiano voglia di passare del tempo con voi. Ma auguro anche che li aiutiate a passare del tempo tra di loro. Ne hanno bisogno e vi saranno molto grati delle occasioni che avrete saputo creare»

(Fonte: Donna Moderna - 19.10.2020)

Vedi anche:

«Fratelli tutti» “L’enciclica ci invita a combattere l’individualismo per realizzare la globalizzazione della fraternità”. Intervista a Padre Bartolomeo Sorge

“L’enciclica ci invita a combattere l’individualismo 
per realizzare la globalizzazione della fraternità”. 
Intervista a Padre Bartolomeo Sorge

Proseguiamo il nostro cammino di approfondimento dell’enciclica “Fratelli tutti”. Oggi intervistiamo padre Bartolomeo Sorge, gesuita, ex direttore di “Civiltà Cattolica” e di “Aggiornamenti Sociali”. Due prestigiose riviste della Compagnia di Gesù. Padre Sorge è stato, ed è un protagonista della Chiesa italiana. Grande studioso della Dottrina Sociale della Chiesa, ha pubblicato numerosi libri tra cui un acuto saggio, insieme alla politologa Chiara Tintori, contro il populismo.



«Fratelli tutti», tratta e attualizza il grande tema francescano, nel senso di Francesco d’Assisi, della fraternità universale. Qual è il rapporto, al di là del nome, tra il poverello d’Assisi e il papa Francesco? Possiamo accennare brevemente questo rapporto, prima di parlare della Enciclica?

Definirei il rapporto tra il poverello d’Assisi e papa Francesco una sorta di «affinità evangelica». La medesima scelta che entrambi hanno fatto di vivere il Vangelo sine glossa li porta a condividere la stessa mèta della fraternità universale, come l’ha vissuta Gesù. Porta entrambi a seguire e a indicare la via del dialogo per giungervi. Un dialogo, inteso come cammino fatto insieme verso una mèta comune. Quando Papa Francesco parla di «amicizia sociale» o di «ecologia integrale», invitando a ad aprirsi e a dialogare non solo con ogni essere umano, ma anche con il creato, si pone sulla stessa lunghezza d’onda di san Francesco, che chiamava fratelli il sole e il fuoco e sorelle la luna e l’acqua o predicava agli uccelli e rabboniva il lupo di Gubbio. Tra il poverello d’Assisi e Papa Bergoglio c’è una piena sintonia che è espressa non tanto dall’identità del nome Francesco, quanto dall’essere entrambi mossi dalla medesima ispirazione evangelica.

Parliamo dell’Enciclica. Si tratta di una vera e propria Summa del pensiero sociale di Papa Francesco. Quindi c’è una riproposizione, in un quadro più ampio, del suo insegnamento. Però vi sono delle novità. Quali sono secondo lei?

La vera novità è l’enciclica stessa in sé, così com’è strutturata. Essa infatti connette tra loro, quasi tasselli di un unico grande mosaico, i numerosi interventi del Papa sui temi sociali più scottanti, da lui effettuati durante i sette anni di pontificato. Basta vedere, in nota, quante sono le autocitazioni! Perciò, leggendo l’enciclica Fratelli tutti, si ha la sensazione che il Papa abbia voluto comporre e completare una trilogia con altri due interventi precedenti: l’enciclica Laudato si’ e la Dichiarazione sulla fratellanza umana, firmata ad Abu Dhabi. Infatti, tutti e tre i testi mirano insieme allo stesso fine: realizzare la fraternità universale; superare e combattere l’individualismo, per realizzare un’«ecologia integrale» o – come preferisce esprimersi il Papa – per passare dalla «globalizzazione dell’indifferenza» alla «globalizzazione della fraternità».

L’enciclica esce nel tempo di una pandemia devastante. E la interpreta non come un «castigo di Dio» ma la legge come un segnale della natura all’uomo. E’ d’accordo?

Sì, è proprio così! Il volto di Dio, che Cristo rivela nel Vangelo, non è certo quello di un vendicatore o di un giustiziere, ma è quello di un padre infinitamente buono e misericordioso! La pandemia è solo un segnale – molto importante, però – che la natura invia all’uomo. Sarebbe perciò un errore imperdonabile sciupare l’occasione, che la dura prova sofferta oggi ci offre, di rivedere il nostro stile di vita personale e sociale, in modo da superare le disuguaglianze sociali e culturali che la pandemia ha messo maggiormente in luce e che pesano soprattutto sui più poveri. Non possiamo far finta di non vederlo, né voltare il capo da un’altra parte. E’ una sfida che interpella tutti indistintamente, senza eccezioni.

La pandemia, scrive il Papa, ci ha fatto sentire la comune appartenenza alla famiglia umana. «Siamo tutti nella stessa barca», afferma Francesco. Da qui appunto la proposta di un’etica della fraternità universale. Insomma tutti dovremmo sentirci dei «samaritani». È bellissima la riproposizione della figura del «buon samaritano». Quali sono le caratteristiche di questo «samaritano globale»?

Il rifarsi all’esempio del «buon samaritano» è tipico dello stile di Papa Francesco, che rifugge dal fare discorsi teorici astratti, ma preferisce la concretezza della testimonianza. Così, per dimostrare che cosa è e come si realizza la fraternità universale, sceglie di farlo ricordando la lezione che viene dalla parabola del buon samaritano.

Il Papa ne spiega le caratteristiche, soprattutto quando parla della necessità di una «migliore politica», per passare dalla ideologia dell’individualismo, oggi regnante, alla fraternità universale. Affinché la politica sia «migliore», dice in sostanza, ci vogliono «migliori politici», che si comportino come buoni samaritani. Operino, in altre parole, al servizio disinteressato del bene del popolo, con competenza e professionalità, come il samaritano del Vangelo, che versò olio e vino sulle piaghe del malcapitato e gliele fasciò. Di questi politici «buoni samaritani» abbiamo estremo bisogno.

Liberté, egalité, fraternité. È il motto della rivoluzione francese. Per alcuni filosofi laici il Papa, con questa enciclica, ha «sposato l’illuminismo». E’ d’accordo?

Per altri «filosofi laici», invece, il Papa avrebbe «sposato il marxismo», perché ha fatto la scelta preferenziale dei poveri e continua a difenderla.

In realtà, Papa Francesco non ha sposato né l’illuminismo né il marxismo, ma solo Cristo e il suo Vangelo! Senza per questo negare che talvolta la cultura laica abbia preso coscienza di alcuni valori e di alcuni diritti umani prima della Chiesa, nonostante questa godesse della luce del Vangelo! Penso, per esempio, alla libertà di coscienza, alla libertà di stampa, all’accettazione della democrazia o alla tardiva condanna della mafia, della guerra giusta, della pena di morte… Anche se – è giusto ricordarlo – non sono mai mancate, nel popolo di Dio, voci profetiche (spesso messe a tacere) che hanno anticipato sia la cultura laica, sia il riconoscimento ufficiale della Chiesa.

Nell’enciclica c’è un duro attacco al populismo e al sovranismo (il papa si schiera radicalmente contro chi erige i muri) di ogni latitudine. Ma rimprovera anche la sinistra. Qual è il grande messaggio politico della Enciclica?

Il magistero sociale della Chiesa non si pone nell’ottica della politica politicante, della destra o della sinistra (politica con la p minuscola), ma nell’ottica della «migliore politica», presa in senso universale, culturale ed etico (Politica con la P maiuscola). Ciò spiega come mai nel capitolo V dell’enciclica, dedicato interamente alla politica, il Papa non si rivolga ai cattolici, ma ai politici in generale, di ogni tendenza e ideologia. A essi (cattolici e laici) si rivolge non in quanto appartenenti all’uno o all’altro partito (di destra o di sinistra), ma semplicemente in quanto politici. Tutti ugualmente li esorta ad aprirsi al dialogo e alla collaborazione, a ricercare la «migliore politica». Infatti, per passare dalla globalizzazione dell’indifferenza alla globalizzazione della fraternità, occorre sconfiggere l’individualismo, da cui nascono il populismo e il sovranismo. Questa non è un’utopia irrealizzabile. Che sia possibile l’abbiamo sperimentato durante la terribile pandemia. Ne hanno dato prova i numerosi cittadini che si sono offerti a soccorrere i contagiati dal Covid-19, anche esponendo la propria vita. Ne ha dato prova perfino l’Europa, in occasione del Consiglio Europeo straordinario del luglio scorso, quando, nonostante l’opposizione dei cosiddetti «Paesi frugali» e dei «Paesi di Visegrad», la solidarietà fraterna della stragrande maggioranza dei 27 Stati dell’Unione ha sconfitto il populismo e il sovranismo, varando un programma generoso di aiuti, con un’attenzione speciale verso i Paesi più provati dal Coronavirus.

Nella logica della fraternità, l’enciclica si schiera contro il liberismo. E propone una economia diversa. Su questo punto, il papa, non rischia di cadere nell’Utopia?

Nell’insegnamento di papa Francesco centrale è la categoria del «sogno», che è molto diverso dall’utopia. Se ricordo bene, fu Hélder Camara ad affermare che il sogno di uno solo rimane sogno, ma se sono tanti a farlo, esso diventa realtà. E’ quello che fa l’enciclica. Induce a sognare tutti insieme una economia diversa, nella quale non ci si illuda più che i meccanismi di mercato possano risolvere, da soli, ogni problema. Il mercato, certo, è indispensabile, ma non basta. Neppure basta che, insieme al mercato, intervenga lo Stato. Un tavolo con due sole gambe – mercato e Stato – non sta in piedi! Occorre la terza gamba, quella che siamo soliti chiamare «Terzo settore», cioè la partecipazione responsabile e volontaria della comunità, della società civile. Non è un’utopia, ma un sogno che l’enciclica contribuisce a rendere una realtà.

Con la Rerum Novarum Leone XIII indusse i cattolici ad impegnarsi per risolvere la questione sociale, quell’enciclica fu un «colpo di tuono» (metafora usata da Bernanos). Attualizzando la metafora: oggi, Fratelli tutti, può ispirare per i cattolici un nuovo programma politico? O almeno, nel pluralismo politico dei cattolici, può essere una fonte di discernimento politico?

Fratelli tutti viene a confermare la svolta che Papa Francesco ha impresso alla dottrina sociale della Chiesa. Leone XIII, con la Rerum Novarum, intendeva salvaguardare dall’insidia di pericolose ideologie, la dignità della persona e i suoi diritti inalienabili. Pio XI e Pio XII si confrontarono con le forme contrapposte di società diverse (socialismo reale e capitalismo), proponendo la «terza via» di una società cristiana. Giovanni XXIII, il Concilio e Paolo VI, ampliarono gli orizzonti della Dottrina Sociale ai confini del mondo intero, denunciando le disuguaglianze tra il Nord ricco e il Sud povero. Con Giovanni Paolo II e papa Ratzinger la questione sociale divenne soprattutto questione antropologica, perché furono messi in discussione temi etici fondamentali, quali l’inizio e la fine della vita, l’indissolubilità del matrimonio, la contraccezione, l’«utero in affitto»,… Con papa Francesco, la dottrina sociale della Chiesa amplia ulteriormente l’orizzonte: guarda non solo ai gravi problemi indotti dai processi di globalizzazione economica, giuridica e politica, ma si apre alla questione ecologica e alla tutela della «casa comune». L’enciclica Fratelli tutti lo conferma.

Ultima domanda: Una battuta su una recente intervista del Cardinale Ruini: per Ruini la Chiesa italiana è in declino. Qual è il suo pensiero?

Stimo il cardinale Ruini, al quale Giovanni Paolo II aveva praticamente affidata la Chiesa italiana, mentre lui – papa gigante! – era tutto occupato a portare il Vangelo in ogni angolo del mondo.

Ho letto l’intervista di Ruini al Corriere della Sera. Come ho già detto in altra occasione, nelle parole e nei giudizi del Cardinale, sento l’eco di una stagione della Chiesa italiana, ormai lontana e che anch’io ho vissuto, ma che oggi non esiste più, sia perché è profondamente cambiato il Paese, sia perché le acquisizioni dottrinali e pastorali del Concilio hanno profondamente cambiato il volto della Chiesa.