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mercoledì 25 marzo 2026

PADRE ROBERTO PASOLINI: in un mondo di guerre la fraternità non è un ideale ma responsabilità - Seconda meditazione di Quaresima 2026 (Testo e video)

In un mondo di guerre
la fraternità non è un ideale
ma responsabilità
Padre Roberto Pasolini



La grazia e l’onere della comunione sono al centro della seconda meditazione di Quaresima si è tenuta il 13 marzo, nell’Aula Paolo VI alla presenza del Papa. Il predicatore della Casa Pontificia si sofferma sull'intuizione di san Francesco nel vedere i rapporti interpersonali come un’opportunità per imparare la logica del Vangelo: “Non siamo soli e non siamo tutto – afferma – e quando non riusciamo a fare pace con questa realtà, la presenza dell’altro può diventare insopportabile”

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La fraternità 

            La grazia e la responsabilità della comunione fraterna Nella prima meditazione quaresimale siamo entrati nel cuore della conversione di Francesco. Abbiamo visto come la grazia abbia operato in lui un vero cambio di gusto, una modificazione della sensibilità che ha trasformato il modo in cui il Poverello di Assisi guardava se stesso, gli altri e la realtà. L’incontro con i lebbrosi, il progressivo distacco dalle ambizioni del secolo, la scelta dell’umiltà come forma concreta della vita battesimale ci hanno mostrato che la conversione non nasce anzitutto da uno sforzo della volontà, ma dalla risposta a un Dio che con la sua grazia ci precede e ci chiama. È un cammino che non si compie una volta per tutte, ma che continuamente ricomincia. 
              Quella conversione, però, non è rimasta per Francesco un’esperienza solitaria. A un certo punto il Signore gli ha donato dei fratelli. Ed è proprio questo dono, inatteso e gratuito, ma anche profondamente esigente, a stare al centro della meditazione di oggi. La fraternità non è un accessorio della vita spirituale, né soltanto un contesto favorevole in cui crescere più facilmente nella grazia. È il luogo dove la conversione si verifica davvero: il banco di prova più serio e, nello stesso tempo, il segno più eloquente di ciò che il Vangelo può operare nella nostra vita.
         Il cammino che proveremo a percorrere si articola in cinque tappe. Anzitutto l’origine della fraternità francescana come dono ricevuto. Poi il realismo della Scrittura davanti alla fraternità negata, con il racconto di Caino e Abele. Successivamente l’esigenza di un amore che va oltre la semplice cordialità. Quindi il fondamento cristologico senza il quale nessun legame fraterno può davvero reggere. E infine l’orizzonte escatologico, nel quale la fraternità vissuta diventa già, in qualche modo, anticipo della vita eterna.

 1. Il dono dei fratelli 
       All’inizio della sua conversione Francesco viveva da solo. Poi il Signore gli donò dei fratelli, e per lui fu una grande sorpresa. Nel Testamento lo ricorda così: 

«E dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo» (Testamento 14, FF 116). 

      Francesco non aveva pensato di fondare un gruppo religioso. L’arrivo dei compagni Bernardo e Pietro lo costrinse a rimettersi in ascolto di Dio e a chiedersi di nuovo quale fosse la sua volontà. I tre entrarono allora in una II meditazione Quaresima 2026 2 chiesa, aprirono i testi sacri e cercarono lì la loro strada. Compresero che avrebbero vissuto secondo il Vangelo: lavorando con le proprie mani, in comunione con la Chiesa, annunciando la penitenza e alternando momenti di ritiro alla vita tra la gente.          Così nacque la fraternità. In essa potevano trovarsi nobili e popolani, ricchi e poveri, chierici e laici. Francesco voleva che tra i frati non ci fossero rapporti di potere o di superiorità, come accadeva nella società del tempo. Tutti dovevano portare lo stesso nome: frati minori. La forma della prima fraternità francescana cercava di essere fedele all’insegnamento di Gesù: «Uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo» (Matteo 23,8-9). 
       Leggendo gli scritti di Francesco si avverte subito il suo desiderio di una fraternità viva, intensa e piena di calore umano. Non sorprende allora che nelle Regole compaiano indicazioni molto chiare e concrete: 

«Tutti i frati non abbiano alcun potere o dominio, soprattutto fra di loro. E chiunque tra loro vorrà diventare maggiore, sia il loro ministro e servo; e chi tra di essi è maggiore si faccia come il minore. E nessun frate faccia del male o dica del male a un altro; ma piuttosto, per la carità che viene dallo Spirito, di buon volere si servano e si obbediscano vicendevolmente» (Regola non Bollata V, 9-13, FF 19-20). 

E ancora: 

«E ovunque sono e si incontreranno i frati, si mostrino tra loro familiari l’uno con l’altro. E ciascuno manifesti all’altro con sicurezza le sue necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale?» (Regola Bollata VI, 7-8, FF 91-92).

      In queste parole si percepisce lo stesso spirito che animava le prime comunità cristiane: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (Atti 4,32). 
        Eppure, la fraternità non fu affatto un’esperienza facile per Francesco e i suoi compagni. Alcuni passaggi della Regola non Bollata lasciano intravedere tensioni e difficoltà molto concrete. Le parole di Francesco sembrano nascere proprio da situazioni vissute: «E tutti i frati si guardino dal calunniare qualcuno, ed evitino le dispute di parole […] E non litighino tra loro […] E non si adirino […] Non giudichino, non condannino» (Regola non Bollata XI, 1-13, FF 36-37). 
         Da queste parole si comprende perché Francesco fosse convinto che la vita dei frati dovesse avere come unica misura il Vangelo. La fraternità non era – e non è – certo un luogo in cui rifugiarsi per vivere tranquilli, come se bastasse stare insieme per trovare pace. È piuttosto lo spazio in cui ciascuno è ricondotto nelle profondità del proprio cuore, con tutte le sue ombre e le sue resistenze.
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Il mondo in rivolta di Massimo Cacciari

Il mondo in rivolta 
di Massimo Cacciari


Il Presidente della Vittoria del 1918, il grande studioso di diritto pubblico Vittorio Emanuele Orlando, ritorna alla cattedra che aveva lasciato nel 1931 per non prestare il giuramento di fedeltà al fascismo e a 87 anni tiene una straordinaria prolusione sul significato epocale della tragedia europea, sulla distruzione dell’ordine politico e del diritto precedenti le due Grandi Guerre, sulle prospettive realisticamente concepibili per la nostra civiltà. La rivoluzione mondiale e il diritto si intitola questo documento di dottrina altissima, di lungimiranza storica, di tragica coscienza delle responsabilità che pesano sull’agire politico, documento che Natalino Irti oggi ripresenta e, vorrei dire, impone alla nostra attenzione (edito da La Nave di Teseo).

Le immani tragedie del “secolo breve” hanno manifestato una tendenza di fondo, inesorabile: il vecchio ordinamento della Terra fondato sulla piena sovranità degli Stati, stretti nei loro confini territoriali e dotati di un proprio, singolare diritto, è non solo tramontato, ma distrutto. Non solo sotto i colpi delle potenze economiche e finanziarie, del carattere intrinsecamente globale del sistema di produzione capitalistico, ma per ragioni intrinseche alla natura di questi stessi Stati. Il loro spazio vitale non può auto-limitarsi; la tendenza alla supremazia, ovvero ad assumere una prospettiva imperiale, sorge di necessità dalla stessa efficacia che essi raggiungono nell’amministrare e governare il proprio territorio. La tragedia europea ha insegnato questo: agiscono nel nostro mondo potenze aggregative irreversibili, che spingono a superare in sé i precedenti ordinamenti statuali, a crearne di nuovi sempre più complessi. Quale forma assumeranno? Hic Rhodus, hic salta – qui sta il dilemma. O forse, più semplicemente, l’aut-aut. O si darà vita a un Ordine, a un Nomos della Terra, di tipo federale-cooperativo, in cui diversi spazi imperiali definiscono tra loro un sistema di trattati e patti che ciascuno ha interesse a osservare, oppure si realizzerà un Weltstaat, l’impero mondiale di una sola potenza (che nulla vieta possa poi articolarsi in termini federali al proprio interno, diventato l’intero pianeta o l’intera biosfera).

Come dopo la prima Grande guerra così dopo la Seconda ci si è illusi di poter procedere pacificamente lungo la prima prospettiva. I principi della rinuncia a ogni violenza contro altri Stati e del diritto dei popoli a decidere del proprio destino venivano “personificati” nell’Onu: i diversi Stati riconoscevano un Ordine che aveva l’effettivo potere di limitarne la sovranità. Ma quali contraddizioni già allora nell’affermarlo! Il diritto di veto sanciva una disparità incolmabile tra Stati di serie A e Stati di serie B. Fin dall’inizio l’Onu mostrava una qualche efficacia soltanto in base alle decisioni assunte dal più forte o dall’intesa tra i più forti. E tuttavia durante la Guerra fredda l’impulso a soluzioni coordinate, la speranza di un’evoluzione dell’Ordine internazionale in forme se non federali almeno cooperative intorno alla questioni di fondo (sistema militare, energia, ambiente) non vennero meno.

Impulsi, speranze, Onu – oggi tutto giace a terra in rovina? Il realismo più brutale tiene il campo. La guerra, in questo quadro, viene concepita come il perseguimento di un criminale e la sua conclusione come la pena decisa da un Giudice terzo. Nessun negoziato previsto, a nessun criminale è lecito trattare i termini della sua pena col Giudice che gliela infligge. Ogni trattato non è che la legge imposta dal più forte. Se è così, come Orlando già prevedeva dovesse accadere, è possibile sollevare il nostro animo al di sopra «dell’accorato pessimismo, che qualche volta rasenta la disperazione»?

In qualche misura sì, è possibile, poiché anche le tragedie che viviamo alla fine dimostrano quell’inarrestabile tendenza a un nuovo, unitario Nomos della Terra che ha travolto la vecchia forma-Stato. Tuttavia, le possibilità che esso possa realizzarsi attraverso la cooperazione e l’accordo dei grandi Imperi sembrano dileguare di ora in ora. La stessa ideologia sottesa all’azione delle grandi potenze economico-finanziarie che guidano i formidabili processi di innovazione sembra dare per scontato che l’unità del Mondo potrà avvenire soltanto in base a una pax romana, a una pace imposta dalla potenza vittoriosa. Se le élite politiche si muoveranno in questo senso ritenendolo l’unico realistico, la possibilità più concreta è quella che il nuovo Ordine della Terra sia il prodotto della catastrofe globale.

E allora forse sarebbe preferibile affidarsi all’intelligenza artificiale. Molti la temono come possibile decisore della Guerra, poiché le manca senso del dolore e della compassione. Sentimenti nobili, che non mi sembra però abbondino nelle umane case dei Trump e dei Netanyahu. Rileggiamo quell’operetta del nostro Leopardi (nostro? Di quest’Italia in preda alla chiacchiera propagandistica più volgare? Per carità!),  in cui si immagina l’istituzione di un premio per la creazione di una macchina che ci liberi «dal predominio delle mediocrità, dalla prospera fortuna degl’insensati, de’ ribaldi e de’ vili». Perché non sperare in una intelligenza artificiale atta e ordinata «a fare opere virtuose e magnanime», a esserci amica in questo mondo dominato da egoismo, invidia, mimetismo scatenato? Se l’umanità è quella che vediamo oggi all’opera, siamo quasi costretti a credere nel disperato paradosso leopardiano. L’intelligenza artificiale non è che un immenso armadio di nomi, meri flatus vocis, di cui essa ignora il senso e che proprio perciò riesce a elaborare, combinare e svolgere con una potenza che non si dà alcun limite. Ma per i nostri politici e i nostri potenti sono qualcosa più che fantasmi Giustizia, Virtù e via declamando? E tra questi fantasmi, il più fantasma di tutti non è proprio Amore? 
Ah, donaci Scienza una buona e pacifica intelligenza artificiale!

(Fonte:  “La Stampa” - 22 marzo 2026)


martedì 24 marzo 2026

“Sì o no”: oltre il referendum, la lezione degli studenti

“Sì o no”: oltre il referendum, la lezione degli studenti

Non spettatori né pedine: studenti in cerca di verità e di responsabilità a scuola


Al di là del risultato del referendum, c’è qualcosa di bello e forse anche un po’ sorprendente nell’aver visto la politica entrare a scuola non come imposizione ma come domanda, poiché ha superato i timori della propaganda per il “sì” per il “no” e degli interventi degli ispettori del ministero. È ciò che è accaduto in questi giorni in vista del referendum non tanto per le posizioni espresse, spesso ancora acerbe o in via di formazione, quanto per il desiderio autentico degli studenti di capire, di chiedere, di confrontarsi. In un tempo in cui si tende a liquidare generalmente i giovani come disinteressati o superficiali, colpisce invece la loro sete di senso. Vogliono sapere cosa c’è dietro una scelta, quali conseguenze porta, quali valori la sostengono, e lo fanno con gli strumenti che hanno, a volte in modo confuso, altre volte lucido; è un segnale che non va sottovalutato, bensì accompagnato.

Se è vero che la politica può e deve essere “la più alta forma di carità”, allora non va lasciata all’improvvisazione né tantomeno alla manipolazione. C’è un bisogno urgente di educazione alla politica, non alla militanza cieca, non all’adesione acritica a slogan o schieramenti; bisogna puntare sulla capacità di pensare, di discernere, di dialogare, di proporre e di partecipare. Educare alla politica significa aiutare a distinguere tra il bene comune e l’interesse di parte, tra la complessità dei problemi e la semplificazione ideologica, tra il confronto e lo scontro. In questo senso la scuola si rivela ancora una volta uno spazio prezioso, non pericoloso.

L’assemblea di istituto, spesso sottovalutata o ridotta a momento informale, può diventare invece un laboratorio di cittadinanza viva. È stato bello ascoltare gli studenti mentre provavano ad affrontare questioni più grandi di loro: temi intricati, talvolta resi ancora più confusi da noi adulti, da una comunicazione frammentata, urlata, non sempre onesta; dentro quelle parole incerte da adolescenti, dentro quelle domande magari ingenue, c’era un tentativo sincero di andare oltre la superficie. Va custodita non tanto la correttezza immediata delle risposte, quanto la qualità delle domande, perché è da lì che nasce una coscienza critica, capace un giorno di abitare la politica non come campo di battaglia, bensì come spazio di servizio.

A noi adulti spetta, allora, la responsabilità di non tirare gli studenti “di qua o di là”, di non usarli a mo’ di terreno di consenso o eco delle nostre convinzioni; al contrario offriamo strumenti, chiavi di lettura, occasioni di confronto autentico, accompagnandoli senza sostituirli, provocandoli senza indirizzarli, educandoli senza manipolarli. Se sapremo fare questo, forse scopriremo che la politica a scuola non è un problema da gestire, al contrario sarà una possibilità da far crescere. In questi ragazzi che discutono, si interrogano, a volte si contraddicono, c’è già una generazione che non si accontenta di subire il presente e che prova con fatica e con speranza a costruirlo.
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Marco Pappalardo 23/03/2026)


24 marzo 2026 Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri - Missionari martiri, gente di primavera

24 marzo Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri 

Missionari martiri, gente di primavera


Fare memoria di uomini e donne di “ordinario coraggio quotidiano” nel loro servizio del Vangelo: è lo scopo della Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri, promossa da Missio Giovani e giunta alla 34esima edizione. E’ un appuntamento della Chiesa italiana nel cuore della Quaresima, come ricorda in questa riflessione Elisabetta Vitali, segretaria di Missio Giovani.

Il 24 marzo 2026 celebriamo la 34esima Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri. Questo giorno ci invita a ricordare coloro che hanno donato la propria vita nel servizio e nel Vangelo e a riconoscere la presenza viva e operante di testimoni che hanno scelto di portare il Vangelo nei luoghi dove la vita e la dignità umana sono maggiormente minacciate.

La data scelta, il 24 marzo, è il giorno in cui, nel 1980, fu assassinato l’arcivescovo di San Salvador, monsignor Óscar Romero, mentre celebrava la Messa. Romero è stato un simbolo del martirio vissuto per la giustizia sociale e per i più poveri.

Ancora oggi per i giovani rappresenta un esempio di una vita cristiana attenta alla preghiera e alla Parola, così come all’attenzione per le sorelle e i fratelli rimasti ai margini della società.

Per questo il Movimento Giovanile Missionario (MGM) delle Pontificie Opere Missionarie, oggi Missio Giovani, ha voluto istituire questa Giornata per ricordare i tanti missionari che donano la propria vita a servizio del Vangelo e degli ultimi, facendosi testimoni di una Parola viva.

La loro testimonianza diventa seme fecondo e ci interpella, spingendoci a rinnovare il nostro impegno battesimale, a vivere la nostra fede con più coraggio, coerenza e carità, specialmente verso chi è ai margini. Ci insegna che la vera missione è spendersi totalmente per amore e che il Vangelo si vive e si testimonia nelle periferie esistenziali e geografiche, mostrandoci la via di una fede che non ha paura di sporcarsi le mani e che si mette a servizio dei fratelli e delle sorelle.

Il tema della Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri 2026 è “Gente di primavera” e si ispira al messaggio di papa Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale 2025. Il papa ci ricorda che la missione è un’azione comunitaria: tutta la Chiesa è chiamata a dare continuità alla missione di Cristo. Superando difficoltà e debolezze, essa è spinta dall’amore di Cristo a camminare unita a Lui e a farsi carico, insieme a Lui, del grido che sale dall’umanità.

Così come in inverno la natura sembra morire, ma nella speranza fiduciosa della primavera continuiamo a curare le piante aspettando i primi germogli, allora come missionari siamo chiamati a prenderci cura, con fede, dell’umanità ferita, consapevoli che anche nel dolore, nelle difficoltà, nella dignità umana calpestata c’è sempre un seme pronto a rifiorire.

Lo slogan scelto per la Giornata 2026 ci sprona ad essere gente che porta speranza e amore in questi contesti, soprattutto dove giovani nostri coetanei vivono in situazioni di grande difficoltà.

Nello specifico Missio Giovani ha scelto di sostenere il progetto “Napenda Kuishi” nella parrocchia di Kariobangi, situata nelle periferie di Nairobi (Kenya). Questo progetto mira ad accompagnare i ragazzi di strada, offrendo loro nuove opportunità di rinascita (clicca qui per maggiori info).

Per la Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri 2026, la Fondazione Missio mette a disposizione molti materiali per l’animazione di gruppi giovanili, parrocchie, diocesi. Clicca qui per l’offerta completa.
(fonte: Missio Italia, articolo di Elisabetta Vitali 23/03/2026)

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lunedì 23 marzo 2026

Don Luigi Ciotti: "Abbiamo sete di verità e giustizia"

"Abbiamo sete di verità e giustizia"
Don Luigi Ciotti

21.03.2026 - Grande partecipazione, in cinquantamila, per la XXXI Giornata della memoria e dell'impegno, organizzata da Libera a Torino.
Dopo la lettura dei nomi delle 1117 vittime innocenti delle mafie, il discorso di don Luigi Ciotti: "Abbiamo sete di verità e giustizia"



La nostra Memoria, quella che oggi ci dà appuntamento qui, è una memoria viva e la memoria vera ha un costo. Costa fatica, inquietudine. Perché la memoria onesta chiede cambiamento, ci provoca, ci converte, ci mette in discussione. La memoria ci chiede di risarcire il dolore innocente, di dare corpo alla giustizia negata, di portare alla luce le verità nascoste per decenni.

Oggi noi soffriamo di una emorragia di Memoria. E quando perdiamo memoria perdiamo noi stessi, perdiamo l’anima. Ecco perché torniamo a dirlo forte, oggi, proprio oggi: abbiamo fame di verità.

Le mani pulite da sole non bastano. Possiamo avere le mani pulite e tenerle in tasca. Possiamo essere formalmente irreprensibili e stare alla finestra mentre il mondo brucia. Non basta. Perché se abbiamo le mani pulite ma le teniamo in tasca siamo complici. Siamo complici dell’indifferenza. Siamo complici dell’ingiustizia che avanza. E colpisce duro, come sempre, i più deboli, i meno tutelati.

Abbiamo letto dei nomi. Uno per uno. Non sono numeri. Non sono statistiche. Sono volti. Sono storie. Sono madri, padri, figli, fratelli, sorelle, nonni, bambini. Sono persone a cui è stata strappata la vita perché hanno avuto il coraggio di dire no o perché hanno fatto il loro dovere. Noi diciamo a loro, e diciamo a noi stessi: non vi dimenticheremo. Non permetteremo che la vostra morte sia stata inutile. Il vostro sangue fecondi la nostra lotta.

E allora, amici miei, rigeneriamo i legami. È questo il nostro compito. È questa la nostra missione. Rigenerare i legami. Ricostruire relazioni autentiche. Prenderci cura gli uni degli altri. Perché la mafia, la corruzione, l’indifferenza, vincono quando siamo soli. Quando ciascuno pensa per sé. Quando il «noi» si dissolve in una polvere di individui spaventati.

Noi invece crediamo in un «noi» più grande. Crediamo in una comunità che si sostiene, che si aiuta, che non lascia indietro nessuno. Che non scarica i suoi problemi sui più deboli, ma li affronta insieme. E per questo saremo sempre un po’ sovversivi. Sì, lo ammetto senza pudore. Forse è per questo che i potenti, da sempre, non si fidano di me, non si fidano di noi. Perché siamo ostinatamente fedeli a un sogno. Il sogno che la nostra Costituzione non resti scritta solo sulla carta, ma diventi carne. Carne viva. Pane quotidiano. Dignità e rispetto per tutti. Lavoro. Casa. Futuro. Salute. Istruzione. Cultura. Tutela del Creato. La nostra Casa Comune.

Questo è il nostro sovversivismo pacifico. Questa è la nostra rivoluzione gentile. E allora, andiamo. Con le mani pulite, per costruire. Con gli occhi limpidi, per vedere chi ha bisogno. Con il cuore puro, per non smettere mai di sperare. Grazie Piemonte, Torino. Grazie, ragazze e ragazzi. Grazie, donne e uomini di libertà. Che il 21 marzo non finisca qui. Che la nostra fame non si spenga con questo giorno. La fame di verità e giustizia diventi il pane di ogni nostro giorno. Sempre. Insieme. LIBERI.

(Fonte: sito di Libera)

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Servizio del TG3 RAI

ANGELUS 22 marzo 2026 Papa Leone XIV: liberare i cuori da egoismo, materialismo e violenza (Sintesi/commento, testo integrale e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
V Domenica di Quaresima, 22 marzo 2026


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Il Papa: liberare i cuori da egoismo, materialismo e violenza

All’Angelus in Piazza San Pietro a cui partecipano, come da tradizione, anche i partecipanti alla Maratona di Roma, Leone XIV commenta il Vangelo della resurrezione di Lazzaro e invita a uscire dai sepolcri che provocano solitudine e insoddisfazione e inducono a mettere in atto comportamenti contrari alla vita. Fama, beni materiali, relazioni effimere, dice il Pontefice, non rendono immortali


Lazzaro risorge nel corpo, esce da quella tomba per comando di Cristo con le mani e i piedi avvolti in bende e il volto coperto da un sudario, ma chiunque ha fede può risorgere nello spirito e uscire dai sepolcri della violenza, della superficialità, del materialismo. Luoghi virtuali e reali in cui non c’è vita, solo smarrimento e solitudine. A pochi giorni dall’inizio della Settimana Santa, il Papa nell’Angelus di questa domenica, 22 marzio, commenta il Vangelo di Giovanni che narra appunto l’episodio celebre in cui Gesù resuscita l’amico caro, fratello di Marta e Maria, morto in seguito ad una malattia.

Non affidarsi a ciò che passa

La resurrezione di Lazzaro “è un segno che parla della vittoria di Cristo sulla morte e del dono della vita eterna”, dice Papa Leone nella catechesi. E questa resurrezine non si raggiunge attraverso cose effimere, non ha nulla a che vedere con il successo, il possesso di beni materiali, le relazioni fugaci.

La sua grazia illumina questo mondo, che sembra in continua ricerca di novità e di cambiamento, anche a costo di sacrificare cose importanti – tempo, energie, valori, affetti – come se fama, beni materiali, divertimenti, relazioni effimere, potessero riempirci il cuore o renderci immortali. È il sintomo di un bisogno di infinito che ciascuno di noi porta in sé, la cui risposta però non può essere affidata a ciò che passa.

Liberare il cuore

Niente di finito può davvero estinguere la nostra sete interiore perché, ripete Leone XIV, “noi siamo fatti per Dio”. Solo Cristo è resurrezione e vita, solo chi crede in Lui non morirà in eterno, perciò il cristiano è chiamato ad un cambio radicale di mentalità.

Il racconto della risurrezione di Lazzaro, allora, ci invita a metterci in ascolto di tale profondo bisogno e, con la forza dello Spirito Santo, a liberare i nostri cuori da abitudini, condizionamenti e modi di pensare che, come macigni, ci chiudono nel sepolcro dell’egoismo, del materialismo, della violenza, della superficialità. In questi luoghi non c’è vita, ma solo smarrimento, insoddisfazione e solitudine.

Amare sul modello di Cristo

L’invito del Pontefice in questa quinta domenica di Quaresima è allora quello di uscire fuori da noi stessi e dalle tombe in cui ci rinchiudiamo per fare l’esperienza luminosa della resurrezione, dell’incontro con il Risorto, che cambia il nostro modo di essere, di agire e soprattutto di amare.

Anche a noi Gesù grida: «Vieni fuori!», spronandoci a uscire, rigenerati dalla sua grazia, da tali spazi angusti, per camminare nella luce dell’amore, come donne e uomini nuovi, capaci di sperare e amare sul modello della sua carità infinita, senza calcoli e senza misura.
(fonte: Vatican News, articolo di Cecilia Seppia 22/03/2026)

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LEONE XIV
(testo integrale)


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa quinta domenica di Quaresima, nella Liturgia viene proclamato il Vangelo della risurrezione di Lazzaro (cfr Gv 11,1-45).

Nell’itinerario quaresimale, questo è un segno che parla della vittoria di Cristo sulla morte e del dono della vita eterna, che riceviamo con il Battesimo (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1265). Gesù oggi dice anche a noi, come a Marta, la sorella di Lazzaro: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (Gv 11,25-26).

La Liturgia ci invita così a rivivere in questa luce, nella Settimana Santa ormai imminente, gli eventi della Passione del Signore – l’ingresso a Gerusalemme, l’ultima Cena, il processo, la crocifissione, la sepoltura – per coglierne il senso più autentico e aprirci al dono di grazia che racchiudono.

È infatti in Cristo Risorto, vincitore della morte e vivente in noi per la grazia del Battesimo, che tali avvenimenti trovano il loro compimento, per la nostra salvezza e pienezza di vita.

La sua grazia illumina questo mondo, che sembra in continua ricerca di novità e di cambiamento, anche a costo di sacrificare cose importanti – tempo, energie, valori, affetti – come se fama, beni materiali, divertimenti, relazioni effimere, potessero riempirci il cuore o renderci immortali. È il sintomo di un bisogno di infinito che ciascuno di noi porta in sé, la cui risposta però non può essere affidata a ciò che passa. Niente di finito può estinguere la nostra sete interiore, perché noi siamo fatti per Dio e non troviamo pace finché non riposiamo in Lui (cfr Confessiones, I, 1.1).

Il racconto della risurrezione di Lazzaro, allora, ci invita a metterci in ascolto di tale profondo bisogno e, con la forza dello Spirito Santo, a liberare i nostri cuori da abitudini, condizionamenti e modi di pensare che, come macigni, ci chiudono nel sepolcro dell’egoismo, del materialismo, della violenza, della superficialità. In questi luoghi non c’è vita, ma solo smarrimento, insoddisfazione e solitudine.

Anche a noi Gesù grida: «Vieni fuori!» (Gv 11,43), spronandoci a uscire, rigenerati dalla sua grazia, da tali spazi angusti, per camminare nella luce dell’amore, come donne e uomini nuovi, capaci di sperare e amare sul modello della sua carità infinita, senza calcoli e senza misura.

La Vergine Maria ci aiuti a vivere così questi giorni santi: con la sua fede, con la sua fiducia, con la sua fedeltà, perché si rinnovi anche per noi, ogni giorno, l’esperienza luminosa dell’incontro col suo Figlio risorto.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

continuo a seguire con sgomento la situazione in Medio Oriente, così come in altre regioni del mondo lacerate dalla guerra e della violenza. Non possiamo rimanere in silenzio di fronte alla sofferenza di così tante persone, vittime inermi di questi conflitti. Ciò che li ferisce, ferisce l’intera umanità. La morte e il dolore provocati da queste guerre sono uno scandalo per tutta la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio! Rinnovo con forza l’appello a perseverare nella preghiera, affinché cessino le ostilità e si aprano finalmente cammini di pace fondati sul dialogo sincero e sul rispetto della dignità di ogni persona umana.

Oggi a Roma si svolge la grande Maratona, con tantissimi atleti provenienti da tutto il mondo. Questo è un segno di speranza! Possa lo sport tracciare sentieri di pace, di inclusione sociale e di spiritualità.

Rivolgo di cuore il mio saluto a tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi, in particolare a quelli venuti dalla diocesi di Córdoba in Spagna.

Accolgo con gioia i fedeli di Belluno e Pordenone, di Crotone e della parrocchia di Santa Maria delle Grazie in Roma. Saluto i giovani di Nave, diocesi di Brescia, il gruppo di cresimandi della diocesi di Firenze e i rappresentanti dell’Associazione Direttori di Albergo.

Auguro a tutti una buona domenica!

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domenica 22 marzo 2026

Francesco Vignarca - Le parole che uccidono prima delle bombe

Francesco Vignarca *
Le parole che uccidono prima delle bombe

Dietro ogni "obiettivo militare distrutto" ci sono esseri umani. Soldati, operatori, civili, comunità. E ci sono anche luoghi di snodo della vita sociale. Eppure il linguaggio dei leader lavora sistematicamente per oscurarli e quasi cancellarli: trasforma persone in coordinate geografiche, riduce vite e famiglie a percentuali di "efficacia operativa".

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Colpiti gli obiettivi”. “Distrutti i siti militari”. “Li distruggeremo”. Basta ascoltare un qualsiasi telegiornale, scorrere tra i feed dei social, seguire una conferenza stampa dei decisori politici (di vari Governi) per ritrovarsi immersi in questo lessico. Con parole che dovrebbero farci sobbalzare, quasi scandalizzare, e che invece ascoltiamo con la stessa distanza con cui guardiamo le previsioni del tempo. Proprio questo è uno dei problemi maggiori di questo periodo storico intriso di follia bellicista e di militarizzazione.

Siamo di fronte a un mondo letteralmente in fiamme (le immagini recenti da Tehran e dai Paesi del Golfo ce lo confermano emblematicamente) eppure a colpire con forza, e a far preoccupare, non sono solo le bombe che cadono, ma le parole che precedono le armi.

Perché le parole non sono neutre! Non lo sono mai state: tantomeno durante una guerra.

Dietro ogni “obiettivo militare distrutto” ci sono esseri umani. Soldati, operatori, civili, comunità. E ci sono anche luoghi di snodo della vita sociale. Eppure il linguaggio dei leader lavora sistematicamente per oscurarli e quasi cancellarli: trasforma persone in coordinate geografiche, riduce vite e famiglie a percentuali di “efficacia operativa”.

Da sempre chi fa la guerra cerca di ricostruire l’immagine e l’individualità del nemico come un “qualcosa” più che un “qualcuno”. La disumanizzazione dell’avversario abbassa i freni inibitori, rende più facile uccidere, permette di giustificare ogni azione come “solo difensiva” e necessaria per preservare la vita che vale (quella delle persone “dalla propria parte”) rispetto a quella che può essere sacrificata (quella delle non-persone “dall’altra parte”). Non è un fenomeno nuovo. Ciò che è davvero cambiato (ovviamente e radicalmente in peggio…) è che oggi questo meccanismo non è più confinato alla sfera o al lessico militare, da utilizzarsi in tempi e contesti circoscritti e ben individuati. È diventato il linguaggio ordinario della politica, dei media, del dibattito pubblico, del confronto sociale. Ci siamo dentro tutti in maniera completa e pervasiva, ma in molti casi senza quasi accorgercene.

Come si è arrivati a questa amnesia dissociata, quasi un lucido stato di negazione collettivo? A mio parere attraverso tre trasformazioni precise.

La prima riguarda la geografia della guerra. I quartieri residenziali, gli ospedali, le infrastrutture energetiche: questi sono i nuovi “campi di battaglia”. Le vittime civili non sono più solo collaterali, risultato di una triste e involontaria imprecisione, ma sono ormai messe coscientemente al centro del mirino costituendo ormai la maggioranza dei morti e feriti di un’azione militare. E allora ecco il paradosso: più la guerra si avvicina alla quotidianità delle persone che non la fanno ma la subiscono, colpendole nei diritti fondamentali (a partire da quello alla vita), più il linguaggio che la descrive diventa asettico e distante. Come se la prossimità fisica del conflitto armato richiedesse una distanza linguistica sempre maggiore per renderlo sopportabile. Per i leader che lo ordinano. Per le opinioni pubbliche che devono accettarlo.

La seconda trasformazione riguarda le armi. Droni, sistemi a guida autonoma, targeting assistito dall’intelligenza artificiale: quando per colpire un obiettivo non serve più nemmeno la presenza umana nel contesto del bombardamento, il nesso tra decisione e conseguenza si spezza. Chi valida un target su uno schermo a migliaia di chilometri non vede e non sente quello che succede nel luogo in cui la sua decisione deflagra in tutta la sua dirompente distruttività. È la preoccupazione che anima la nostra campagna Stop Killer Robots, e che anche Papa Leone e numerosi esperti e analisti hanno espresso con forza in questi mesi. L’automazione dei sistemi d’arma non è una dettaglio secondario e meramente tecnologico: segnala invece una radicale trasformazione antropologica.

La terza trasformazione è quella che forse meno si vede. È la colonizzazione del linguaggio ordinario da parte della semantica militare. Lo abbiamo già documentato durante il COVID: “siamo in guerra contro il virus”, i medici sono “in prima linea”, le persone morte sono dei “caduti”. Oggi quella militarizzazione del linguaggio è diventata strutturale. Non episodica, non limitata alle emergenze: permanente. Si parla di “guerra economica”, di “battaglie” politiche, di “nemici” interni, di “fronti” aperti su ogni tema.…

La metafora bellica ha occupato il territorio della comunicazione pubblica come (appunto!) un esercito.

In tanti avevamo segnalato già allora quanto fosse problematico, non per pudore linguistico o formalismo ma per ragioni sostanziali: la narrazione della guerra chiude le possibilità di pensiero alternativo a quello della violenza sistemica e dell’opzione militare. Se sei “in guerra”, le soluzioni e le scelte possono essere solo quelle “della guerra”. Il negoziato diventa resa, la mediazione viene considerata tradimento.

Eppure, grazie a un grande sforzo di elaborazione collettiva sia di pensiero che normativa scaturito dalla tragedia immane delle Guerre Mondiali, una correttezza da rispettare esisterebbe anche in tempo e nei contesti di guerra. Sto parlando del diritto internazionale umanitario, del principio di distinzione, del principio di proporzionalità. Regole che non sono utopie pacifiste, perché le hanno scritte anche i militari insieme ai giuristi. E che oggi vengono violate sistematicamente. Senza più nemmeno cercare di giustificarsi o forzando interpretazioni per rientrare nella norma: quelle regole vengono semplicemente ignorate, come se non esistessero e come se il diritto internazionale fosse diventato un optional, una formalità burocratica che i forti possono permettersi di non rispettare.

La guerra non viene più percepita come qualcosa di estremo. E questo è già di per sé un’emergenza.

Se vogliamo uscire da questa spirale pericolosa e preoccupante dobbiamo intraprendere un percorso di decontrazione e ricostruzione che origina anche dalle parole. Da quelle che nominano le vittime invece di cancellarle. Da quelle che tengono aperta la possibilità di un’alternativa. Da quelle che ricordano che anche il nemico è un essere umano. Perché se non riesci nemmeno a pensare e nominare un’alternativa di pace basta sulla nonviolenza, diventa impossibile realizzarla.

* coordinatore Campagne della Rete Italiana Pace Disarmo
(fonte Sir 21/03/2026)


22 marzo Giornata Mondiale dell’Acqua - Acqua, diritti umani e uguaglianza di genere al centro del cambiamento


22 marzo Giornata Mondiale dell’Acqua
 
 
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Acqua, diritti umani e uguaglianza di genere
al centro del cambiamento
 
(Foto di Greenpeace)

In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, 22 marzo, istituita con la risoluzione A/RES/47/193, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione su una verità tanto evidente quanto spesso trascurata: la crisi idrica globale non è neutrale, ma riflette e amplifica le disuguaglianze esistenti, colpendo in modo sproporzionato donne e ragazze.

A livello globale, i dati sono inequivocabili: oltre 2,2 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua potabile sicura e 3,5 miliardi vivono senza servizi igienico-sanitari adeguati. In questo scenario, le donne sostengono il carico maggiore: nelle aree prive di servizi idrici, sono responsabili della raccolta dell’acqua in oltre il 70% dei casi e, complessivamente, dedicano a questa attività circa 250 milioni di ore ogni giorno. La crisi idrica si configura così non solo come emergenza ambientale, ma come una delle più pervasive forme di disuguaglianza strutturale contemporanea.

Se lo sguardo si sposta sull’Italia, il quadro appare meno drammatico sul piano dell’accesso, ma tutt’altro che esente da criticità sistemiche. Il nostro Paese garantisce servizi idrici e igienico-sanitari sicuri a circa il 96% della popolazione, ma questo dato non deve indurre a sottovalutare le fragilità della rete e le disuguaglianze territoriali. In Italia, infatti, oltre il 40% dell’acqua immessa nelle reti viene disperso a causa di infrastrutture obsolete, con punte che in alcune aree del Mezzogiorno superano il 50–60% . Si tratta di una delle percentuali più alte in Europa, che evidenzia un paradosso: la disponibilità della risorsa non coincide con la sua effettiva accessibilità.

Queste criticità si traducono in esperienze concrete di disuguaglianza. Secondo dati nazionali, milioni di cittadini sperimentano ogni anno interruzioni o irregolarità nell’erogazione dell’acqua, con una maggiore incidenza nelle regioni meridionali. In tali contesti, il peso organizzativo e gestionale dell’acqua ricade ancora prevalentemente sulle donne, riproducendo, anche in un Paese avanzato, schemi di divisione del lavoro che incidono sul tempo, sulle opportunità e sulla qualità della vita.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento spesso invisibile: la dimensione della governance. Studi recenti evidenziano come, anche in Italia, persistano barriere culturali e istituzionali che limitano la partecipazione femminile nei processi decisionali legati alla gestione delle risorse idriche, soprattutto nei ruoli tecnici e di leadership. La mancanza di dati sistematici disaggregati per genere in questo settore rappresenta essa stessa un indicatore di criticità, poiché rende difficile misurare e quindi affrontare le disuguaglianze esistenti.

Il tema della Giornata Mondiale dell’Acqua 2026, “Dove scorre l’acqua, cresce l’uguaglianza”, assume dunque un significato particolarmente attuale anche nel contesto italiano. L’acqua può diventare una leva straordinaria di giustizia sociale, ma solo a condizione che le politiche pubbliche adottino un approccio realmente inclusivo e basato sui diritti umani. Ciò implica riconoscere pienamente il ruolo delle donne non solo come utilizzatrici e custodi della risorsa, ma come protagoniste nei processi decisionali, nella progettazione delle infrastrutture e nella definizione delle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici.

Di fronte a sfide crescenti – dalla riduzione delle risorse idriche legata alla crisi climatica alla fragilità delle infrastrutture, fino alle persistenti disuguaglianze sociali – diventa urgente promuovere una visione dell’acqua come bene comune, da gestire in modo equo e sostenibile. In questo percorso, il coinvolgimento attivo di tutta la società è imprescindibile: istituzioni, comunità educanti, mondo produttivo e cittadinanza devono contribuire a costruire una cultura dell’acqua fondata sulla responsabilità condivisa.

Il Coordinamento Nazionale Docenti dei Diritti Umani ribadisce il ruolo centrale dell’educazione nel promuovere questa trasformazione. Le scuole possono e devono diventare laboratori di consapevolezza, in cui si intrecciano diritti umani, sostenibilità ambientale e parità di genere, formando cittadini capaci di leggere la complessità del presente e di agire per un futuro più equo.

Garantire l’accesso all’acqua, anche in un contesto come quello italiano, significa oggi non solo migliorare infrastrutture e servizi, ma affrontare le radici profonde delle disuguaglianze. Solo riconoscendo e valorizzando il contributo delle donne sarà possibile trasformare la gestione dell’acqua in uno strumento concreto di democrazia sostanziale, sviluppo sostenibile e giustizia sociale.
(fonte: Pressenza Italia, articolo di Romano Pesavento, presidente CNDDU 22.03.26)

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La perdita del bene comune “acqua”


Tra i principali «beni comuni» essenziali per la vita, un ruolo cruciale spetta all’acqua. L’acqua è una fonte di vita insostituibile per il funzionamento «sostenibile» del clima terrestre e, di conseguenza, dell’insieme delle attività umane e delle forme di vita sulla Terra.

Negli ultimi tempi, abbiamo perso il bene comune acqua. Ci è stata rubato e noi stessi l’abbiamo trasformato in qualcosa di diverso, esterno a noi. Francesco, il santo di Assisi, non potrebbe più chiamare l’acqua «sorella».

La prima forma significativa di perdita del «bene comune pubblico » acqua è iniziata non appena l’acqua è stata trattata come «oro blu», in confronto al petrolio considerato fin dal XIX secolo «oro nero». Pensare all’acqua come «oro» significa capovolgere la concezione dell’acqua come «fonte di vita». L’oro è materialità, ricchezza, avidità, conquista, conflitti, violenza. E più l’oro è raro, più è appropriabile solo dai più forti. La sacralità dell’acqua cessa di essere espressa in riferimento alla vita.

La perdita dell’acqua come bene comune è stata sancita a livello internazionale circa 50 anni fa con l’avvio delle politiche di adeguamento strutturale da parte del FMI e della Banca Mondiale, dopo la crisi del sistema finanziario internazionale tra il 1971 e il 1973, accompagnate da condizioni, una delle quali era la sottomissione della concessione dei prestiti alla privatizzazione del settore pubblico, in particolare l’acqua.

...

Conosciamo le cifre schiaccianti, di cui una sola, la principale, è sufficiente: 4,4 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile in modo regolare, sufficiente e sicuro (da considerare insieme ai 4,5 miliardi di persone che non dispongono di alcuna copertura sanitaria di base)!

Abbiamo appena appreso che ora in Medio Oriente si sono verificati bombardamenti reciproci di impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare tra l’Iran, Israele e gli altri paesi della regione. Eppure, tutti questi paesi dipendono per il 60-80% dagli impianti di desalinizzazione per il loro approvvigionamento di acqua dolce.

Una situazione del genere non può durare. L’Apocalisse non può essere il futuro dell’umanità e della Terra. Segni di resistenza, di rivolta contro questo mondo si manifestano un po’ ovunque. Sì, il mondo cambierà, perché il desiderio di giustizia e di uguaglianza nella dignità e la forza della solidarietà e della pace sono come i batteri: non muoiono mai.

Leggi tutto: La perdita del bene comune “acqua” (l'articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese)


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - V DOMENICA DI QUARESIMA anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


V DOMENICA DI QUARESIMA anno A

22 Marzo 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, abbiamo già percorso un bel tratto del nostro cammino quaresimale e si avvicina il grande giorno del nostro riscatto. Intensifichiamo il nostro impegno di conversione e per questo innalziamo al Signore Gesù le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Tu sei la nostra vita,  o Signore


Lettore


- Visita, Signore Gesù, la tua Chiesa, così come ti sei fatto presente a Betania nella casa di Lazzaro, Marta e Maria. Senza di Te la vita fraterna si ammala e muore chiusa nel sepolcro dei propri egoismi. Vieni, Signore Gesù, e grida all’orecchio della tua Chiesa e di ogni cristiano, affinché si risveglino e tornino a camminare con Te per le vie dell’amore e della fraternità e sororità. Preghiamo.

- Signore Gesù, il nostro mondo oggi è martoriato da numerose guerre, che generano distruzione e morte. Abbi pietà dei tanti poveri della terra: fa’ che il flagello della guerra non aggiunga altro dolore alla loro povera esistenza. E dona un barlume di intelligenza ai governanti, affinché coltivino pensieri e progetti di pace. Preghiamo.

- Sostieni, Signore Gesù, la vita delle nostre comunità ecclesiali: in questo mondo in cui è dominante la cultura dell’individualismo e dell’autoreferenzialità, propongano cammini di di pace e di riconciliazione, di apertura al confronto, al dialogo, alla corresponsabilità e alla solidarietà, ponendo al centro lo stile di vita di Gesù e il suo Vangelo che ci parla di amicizia e di amore gratuito e incondizionato. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore Gesù, i disabili fisici e mentali, e tutte le loro famiglie. Ti affidiamo i malati più gravi e quelli oncologici. Ti affidiamo gli anziani e quanti si ritrovano a vivere in una grande solitudine. La tua presenza amorosa sostenga la loro fragilità. Preghiamo.

- Davanti a te, o Gesù, Signore della Vita, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo di tutti coloro che muoiono nella solitudine, nell’abbandono e nella disperazione. Doni a tutti di contemplare il tuo Volto e di vivere nella gioia della comunione dei tuoi Santi. Preghiamo.


Per chi presiede

Esaudisci, Signore Gesù, le nostre suppliche e concedici di custodire i doni che ci elargisci, perché possiamo vivere la nostra esistenza terrena nella fraternità e nell’amore, come preludio della comunione eterna a cui tu ci chiami. Per Cristo nostro Signore.

AMEN.



sabato 21 marzo 2026

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 20 - 2025/2026 - V DOMENICA DI QUARESIMA anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

V DOMENICA DI QUARESIMA - anno A

Vangelo:
Gv 11,1-45

Facciamo quotidianamente esperienza di una vita che è per la morte, mentre Gesù ci rivela una morte, la sua, che è per la vita. Il Signore della vita non è venuto per salvarci dalla morte - siamo mortali - ma nella morte; non annulla il nostro limite, ma lo assume vivendo da vero Figlio di Dio. Il tema principale del nostro brano è la fede in Gesù, tutta la sua esistenza altro non è che la conferma che l'uomo non è destinato a finire nel nulla, ma ad essere partecipe della stessa vita di Dio. Ora, in Gesù, la Parola del Padre fa udire la sua voce anche ai morti traendoli fuori dai loro sepolcri. Questa è davvero l'alba radiosa della nuova creazione. La resurrezione di Lazzaro è la conferma che non è la morte ad avere l'ultima parola, che la sua signoria sull'uomo e sul creato è giunta alla fine perché essa è stata vinta e sconfitta per sempre dal Signore della vita. Quanto accaduto a Lazzaro è solo l'anticipo di quanto avverrà a Gesù e a coloro che crederanno in Lui. Costoro, anche se morti, fin da ora sono viventi e risorti, perché, in Gesù, partecipano della stessa vita del Padre, che è amore senza fine. «Sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli» (1Gv 3,14), come ha fatto Gesù. Se, invece, non amiamo, avremo miseramente fallito la nostra vita rimanendo prigionieri della morte, poiché «chi non ama rimane preda della morte» (1Gv 3,14). Accordiamo, allora, la nostra voce con quella di Sant'Ambrogio che così pregava: «Voglia tu, o Signore, degnarti di venire a questa mia tomba per lavarmi con le tue lacrime. Chiama fuori dalla sua tomba il tuo servo e, alla tua voce, uscirò libero e diverrò uno dei commensali del tuo convito. E così la tua casa si riempirà di soave profumo, se custodirai colui che ti sarai degnato di riscattare» (De Poenitentia)


PRIMA LA LIBERAZIONE “Ciò che vince la morte non è la vita, ma l’amore. Ormai so che il tempo dell’Amore è più lungo del tempo della vita.” - V DOMENICA DI QUARESIMA ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

PRIMA LA LIBERAZIONE

Ciò che vince la morte non è la vita, ma l’amore. 
Ormai so che il tempo dell’Amore è più lungo del tempo della vita. 


In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui. Gv 11,1-45
  
PRIMA LA LIBERAZIONE
 
Ciò che vince la morte non è la vita, ma l’amore. Ormai so che il tempo dell’Amore è più lungo del tempo della vita.

Di Lazzaro sappiamo poche cose: la sua casa è ospitale, è amato da molti, amico speciale di Gesù. Ma il suo nome più vero è quello coniato dalle sorelle: “Colui-che-Tu-ami” ...

“Se Tu fossi stato qui, non sarebbe morto”. Quante volte anche noi abbiamo pregato: se Tu sei con noi la morte non verrà...

“Vostro fratello risorgerà”. Lo sappiamo bene, ma quel giorno è così lontano da questo dolore.

E seguono parole tra le più importanti del Vangelo: Io sono la risurrezione e la vita. Lo sono adesso. Notiamo la disposizione delle parole. Prima viene la risurrezione e non la vita. Per Gesù prima viene la liberazione e poi la vita autentica.

Vivere è il risultato di molte risurrezioni: dalla paura, dalla disperazione, dalla violenza, dalla solitudine. Risorgere è faccenda di adesso, di questo momento: risorgere dalle vite sedute e mediocri, dalle vite senza sogno.

Quanti amici attorno a Lazzaro, quante lacrime: piangono Marta e Maria, i giudei, Gesù. È l’umanità di Dio. Tutti i presenti quel giorno a Betania se ne rendono conto: Guardate come lo amava, dicono stupiti. Dove sta il perché ultimo della risurrezione di Lazzaro? Sta nelle lacrime di Gesù. Piangere è amare con gli occhi. Lazzaro risorge non per la potenza di un Dio, ma per l’amore di un amico. Io invidio Lazzaro, non perché ritorna in vita una seconda volta, ma perché vive in un mondo pieno di amici.

Amo Betania e la ribellione di Gesù contro la morte, che si snoda in tre momenti:

1. Togliete la pietra! Via le macerie dei fallimenti del passato, sotto i quali vi siete seppelliti con le vostre mani; via i sensi di colpa, l’incapacità di perdonare se stessi e gli altri; via la memoria del male ricevuto, che ci inchioda ai nostri ergastoli interiori.

2. Lazzaro, vieni fuori! Fuori nel sole. E lo dice a me: vieni fuori dalla stanza buia dove guardi solo a te stesso, dal tuo piccolo angolo, fosse pure arredato con cura; fuori c’è il mondo. Esci, ripete alla farfalla chiusa dentro il bruco che credo di essere.

3. Liberatelo e lasciatelo andare! Liberatevi tutti dall’idea che la morte sia la fine di una persona. Liberatelo, come si liberano le vele al vento, come si sciolgono i nodi di chi è ripiegato su se stesso, liberatelo dalla zavorra che impedisce il volo. E lasciatelo andare, dategli una strada, e amici con cui camminare.

Che senso di futuro e di libertà emana da questo Rabbi che sa piangere e gridare e aprire sentieri nel cuore. E capisco che Lazzaro sono io. Il mio nome è: Colui-che-tu-ami, e non mi lascerà finire nel nulla della morte. Ciò che vince la morte non è la vita, ma l’amore. Chi dice Padre, dice risurrezione. Dio è padre solo se ha dei figli vivi! Io morirò, ma non per sempre. Ormai so che il tempo dell’Amore è più lungo del tempo della vita.