Serve un’economia che persegua,
con la collaborazione di tutti,
il bene comune
di Marianna Mazzuccato*
*Economista e docente all’University College di Londra, dirige l’Institute for Innovation and Public Purpose, è membro del Comitato per le Politiche di Sviluppo delle Nazioni Unite e collabora inoltre con l’Ocse.
E soprattutto, «buono» non può voler dire semplicemente riempire le falle facendo le cose che il settore privato non fa: dev’essere un obiettivo da raggiungere insieme, non una correzione per qualcosa che manca. Finché saranno concepiti solo come rimedi all’assenza di investimenti privati in determinate aree, i «beni pubblici» (come le strade, la difesa nazionale e la ricerca di base) non saranno una teoria del pubblico, ma solo una teoria di quello che il settore privato non fa. E finché i «beni comuni» (come laghi e boschi gestiti dalle comunità) saranno una soluzione di ripiego di fronte all’incapacità di imprese e organismi pubblici di gestirli, strutturare le ambizioni e collaborare in modo proattivo intorno a obiettivi condivisi continuerà a essere complicato. Un approccio che prende le mosse da un fallimento, di qualunque genere, è negativo e reattivo per definizione e destinato, in ultima analisi, all’insuccesso.
In tutto il libro svilupperò il concetto che un’economia del bene comune è un’economia focalizzata sui risultati, con la partecipazione, l’apprendimento, la trasparenza, la reciprocità e la condivisione dei benefici come elementi centrali della collaborazione per raggiungere questi risultati. Significa predisporre nel modo giusto fin dall’inizio le relazioni e le strutture economiche, invece di correggerle e raccogliere i cocci a posteriori. Questa prospettiva sposta la domanda da «Che cosa dovrebbe fare lo Stato (o le imprese)?» a «Come possiamo lavorare insieme — noi governi, imprese, comunità, individui — per risolvere sfide che riguardano tutti? E come ci valutiamo a vicenda nel quadro di questo processo?»
Il bene comune non può essere una correzione a posteriori, dev’essere l’asse portante di tutte le relazioni economiche. Per esempio, durante una pandemia, se l’obiettivo è consentire a tutte le persone in tutto il mondo di poter accedere ai vaccini (il risultato), non basta semplicemente fabbricarne tanti (la produzione): è come li si fabbrica che conta. Allo stesso modo, se si istituisce un fondo con l’obiettivo di contribuire a migliorare la vita delle persone che abitano nella foresta amazzonica brasiliana, allora quello che conta è quanto queste persone sono coinvolte nella gestione del fondo. Per il bene comune, è indispensabile che l’obiettivo sia al centro delle collaborazioni per l’innovazione e della struttura dei meccanismi di finanziamento, per garantire che la conoscenza e il potere siano condivisi. È questo che intendo quando dico che dobbiamo occuparci anche della predistribuzione e non solo della ridistribuzione.
Sostengo da tempo, nei miei libri e in altri scritti, che il problema del capitalismo non è la crescita in sé, ma il modo in cui ci approcciamo alla crescita. I parametri che utilizziamo sono sbagliati perché confondono il prezzo con il valore, al punto che inquinare fa crescere il PIL, se qualcuno viene pagato per bonificare le aree colpite. Il metodo di valutazione dei costi e dei benefici è sbagliato, perché non teniamo conto del fatto che i costi del non agire (in ambiti come i cambiamenti climatici) sono piú alti dei costi dell’agire. L’approccio che usiamo per valutare la situazione è sbagliato, perché diamo la priorità ai risultati immediati invece che a una trasformazione nel lungo periodo dell’economia nel suo complesso. E infine, è sbagliato il dibattito: da un lato chi invoca la decrescita e dall’altro chi sostiene che la crescita è prioritaria, anche a discapito della risoluzione di problemi come il riscaldamento globale. È concentrandoci su obiettivi di ampio respiro che influenzano la struttura dei contratti pubblico-privato in tutta l’economia, come una decarbonizzazione dei trasporti attraverso investimenti nella mobilità sostenibile, è focalizzandoci sull’impatto a lungo termine delle misure, per non rimanere invischiati in discussioni asfittiche sui (falsi) vincoli di bilancio, ed è facendo in modo di valorizzare e ricompensare tutti coloro che contribuiscono alla salute, al benessere e alla produttività delle nostre economie che potremo arrivare ad avere una crescita buona. Quello che fa questo libro è dedicare molta piú attenzione alle modalità dei rapporti fra tutti gli attori e all’importanza fondamentale che hanno per l’obiettivo della crescita buona: i rapporti tra imprese e Stato (per esempio i diritti di utilizzo dell’acqua e i diritti di proprietà), tra capitale e lavoro (per esempio la condivisione dei benefici) e tra cittadini e Stato (per esempio avere la possibilità concreta di far sentire la propria voce e contribuire alle decisioni a livello locale). A che serve parlare di una nuova economia piú verde se tutti questi rapporti replicano i problemi di fondo della vecchia economia?
Per focalizzarmi su questi rapporti, attingerò alla tradizione filosofica del bene comune, dagli antichi Greci che si preoccupavano della «vita buona» fino ai moderni pensatori comunitaristi che mettono l’accento sulle relazioni e la costruzione di comunità, e anche gli approcci olistici derivati dalla filosofia non occidentale, incentrati sulla dipendenza reciproca degli individui e su un rapporto piú stretto con la natura. Tutto ciò significa soprattutto dedicare attenzione non solo a come tutti gli attori economici si relazionano tra loro, ma anche a cosa vogliamo conseguire.










