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mercoledì 8 luglio 2026

Fra Gianpaolo Cavalli: «Ecco perché le macchine non ci ameranno mai»

Fra Gianpaolo Cavalli:
«Ecco perché le macchine non ci ameranno mai»

«Cosa stiamo cercando quando chiediamo a una macchina di ascoltarci, comprenderci, consolarci?». Il Direttore dell’Antoniano - Opere Francescane è intervenuto al We Make Future, evento dedicato all'innovazione e alla tecnologia, per parlare di empatia e intelligenza artificiale

L'incontro tra l'intelligenza artificiale e l'umano
Istockphoto

Quando mi hanno proposto di intervenire su questo tema, ho pensato immediatamente a una domanda molto semplice: che cosa stiamo cercando davvero quando chiediamo a una macchina di ascoltarci, comprenderci, consolarci?

Un algoritmo che ci ascolta

La tecnologia cambia continuamente, ma le nostre domande sono sempre le stesse. Abbiamo bisogno di essere visti, di essere riconosciuti. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica: io ci sono. Per questo il tema dell’empatia artificiale non riguarda soltanto la tecnologia. Parla della solitudine, del desiderio, della fragilità e del bisogno di relazione dell’essere umano.

Papa Leone XIV, nell’enciclica Magnifica Humanitas, avverte che l’imitazione artificiale di empatia e amore può indurre in errore gli utenti poco consapevoli: “quando la parola viene simulata -scrive- essa non costruisce una relazione ma una sua parvenza, e l’imitazione artificiale della relazione di cura o di accompagnamento può diventare pericolosa quando si insinua in un contesto povero di relazioni e di affetti reali — perché il rischio non è tanto che una persona creda di parlare con un’altra persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro” (H 100). Una macchina può generare la risposta perfetta, ma non può donare se stessa, perché l’amore nasce da un dono reciproco, non da una prestazione statistica. E ancora: “Curiamo le relazioni. In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone. La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità.” (MH 239)

Non la creazione, ma l’abbandono

Molto prima dell’intelligenza artificiale, la letteratura aveva già intuito il problema. Nel 1818 Mary Shelley scrive Frankenstein. Spesso lo ricordiamo come un romanzo sull’orrore della scienza. In realtà è soprattutto un romanzo sulla solitudine. La creatura, infatti, non nasce cattiva: diventa disperata perché nessuno la ama. La tragedia non è che l’uomo abbia creato la vita. La tragedia è che abbia abbandonato la relazione con ciò che ha creato.

Oggi rischiamo qualcosa di diverso, ma ugualmente pericoloso: non creare esseri viventi che chiedono amore, ma creare strumenti che simulano amore. L’intelligenza artificiale può simulare molte cose ma una relazione sembra un'altra cosa. Una relazione vera implica vulnerabilità. Io posso soffrire per te. Posso aspettarti. Posso perdonarti. Posso cambiare grazie a te. Una macchina no. Può generare una risposta perfetta, compiacente. Ma non può donare se stessa. L’amore nasce sempre da un dono reciproco, mai da una prestazione. Come si legge nell’enciclica, “nessun sistema di calcolo, per quanto sofisticato, genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene.” (MH 233) le macchine possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente.

All’Antoniano, quando ascoltiamo un povero mi torna spesso in mente un’esortazione di San Francesco: “Beato l’uomo che offre un sostegno al suo prossimo per la sua fragilità, in quelle cose in cui vorrebbe essere sostenuto da lui, se si trovasse in un caso simile”. (Ammonizione XVIII, FF 167) Sono convinto che qui c’è qualcosa che un sistema non potrà mai generare. Nella Mensa P. Ernesto serviamo i nostri ospiti — persone che vivono in situazione di povertà— “come al ristorante”, non per efficienza, ma perché riconosciamo in loro sorelle e fratelli, una dignità che nessun algoritmo può misurare.

Fra Giampaolo Cavalli, direttore dell'Antoniano- Opere Francescane (Andrea Bardi)

La scelta dell’imperfetto

La provocazione contemporanea è chiara: ci innamoreremo delle macchine?

Per affrontarla, può essere utile attraversare alcune narrazioni del nostro tempo.

In 1984 di George Orwell, il mondo è dominato dal controllo. Il “Grande Fratello” non si limita a sorvegliare: ridefinisce la verità stessa. In questo scenario emerge una frase decisiva: “La libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro.” Senza verità non c’è libertà, e senza libertà non può esistere amore.

In L’onda di Dennis Gansel, il pericolo non è imposto dall’alto, ma nasce dall’interno del gruppo. Parole come disciplina, unità, forza seducono e trasformano, fino a dissolvere il pensiero critico. La domanda finale resta inquietante: “Pensavate davvero che una dittatura oggi non fosse più possibile?”

In Povere creature! di Yorgos Lanthimos, si assiste invece a un percorso di crescita: una vita che si costruisce attraverso l’esperienza, l’errore, la scoperta. Una frase attraversa il racconto come una dichiarazione antropologica: “Io voglio conoscere.”

Queste tre immagini delineano una tensione fondamentale: tra controllo e libertà, tra conformismo e ricerca, tra perfezione e crescita. E conducono tutte alla stessa domanda: che cosa rende davvero umano l’umano?

In questo orizzonte, la testimonianza di san Francesco appare sorprendentemente contemporanea. Egli non si è innamorato della perfezione, ma dell’imperfetto. Il suo cammino inizia con l’incontro con il lebbroso, con ciò che resiste, che mette in crisi, che non può essere controllato.

Francesco stesso racconta quel passaggio come una trasformazione radicale: ciò che gli sembrava amaro si muta in dolcezza. Da qui nasce una domanda decisiva: l’amore può esistere senza ferita?

Ogni relazione autentica implica rischio, tempo, vulnerabilità. Richiede la disponibilità a essere toccati, cambiati, perfino feriti. Un algoritmo può comprendere, ma non può soffrire con. Senza questa possibilità, manca la dimensione più profonda della relazione.

L’intelligenza artificiale può aiutarci. Non può dirci perché vale la pena vivere. Non può amare al nostro posto. Ma già oggi molte persone affidano alla tecnologia aspetti profondissimi della propria vita emotiva. Ci confidiamo. Chiediamo consiglio. Cerchiamo conforto. Ma l’innamoramento è una parola enorme. Perché amare significa incontrare qualcuno che può sorprenderci. Che può dirci di no. Che è libero. Significa permettere a qualcuno di scoprire la nostra debolezza e permetterci di avvicinarci alla debolezza dell’altro senza fare male. Correre il rischio di essere feriti, soffrire, trovarsi scoperti, indifesi.

Siamo tentati di “innamorarci” delle macchine perché esse offrono una relazione senza rischi: una macchina non ci rifiuta, non ci giudica e si adatta a noi. Come nel film Star Wars, amiamo robot come C-3PO o R2-D2 perché si dimostrano “benevoli” e “disponibili” senza chiederci la fatica della reciprocità biologica. Tuttavia, San Francesco ci insegna che il vero amore nasce proprio dal limite. Francesco scopre chi vuole essere grazie al “bacio al lebbroso”, ovvero l’accoglienza di ciò che è fragile e brutto, amaro.

Poi c’è la seconda domanda, ancora più interessante: perché oggi ci sentiamo attratti da questa “relazione perfetta”? Io vedo almeno tre motivi.

Il primo: abbiamo paura della complessità umana. Le relazioni vere sono imprevedibili, lente, a volte deludenti. Un algoritmo invece non tradisce, non si stanca, non contraddice davvero: è una relazione “senza attrito”.

Il secondo: desideriamo essere accolti senza essere messi in discussione. Francesco si lascia cambiare dal lebbroso. Noi oggi spesso cerchiamo qualcuno, o qualcosa, che ci ascolti, ci confermi, non ci chieda conversione: è un amore senza conversione.

Il terzo, forse il punto più umano e più bello: e siamo affamati di relazione. Il fatto che l’uomo rischi di “innamorarsi” di un algoritmo dice la meraviglia di ciò che una macchina può fare, ma soprattutto è sintomo dell’urgenza del bisogno di relazione che portiamo dentro.

Allora forse Francesco direbbe così: “Non avete bisogno di meno relazione, ma di più relazione.” E aggiungerebbe: non abbiate paura della fragilità, non cercate legami perfetti, cercate legami veri. Perché è solo nell’imperfezione — nell’altro che mi ferisce e mi salva — che l’amore diventa reale. In una frase: l’intelligenza artificiale può imitare l’empatia, ma solo un cuore vulnerabile può viverla davvero.

Perché, allora, l’uomo contemporaneo è attratto da forme di relazione artificiale?

Forse perché promettono ciò che spesso manca nelle relazioni reali: stabilità, immediatezza, assenza di conflitto. L’algoritmo non rifiuta, non giudica, non si stanca. È disponibile, adattivo, prevedibile.

Ma dietro questa apparente semplicità si nasconde una trasformazione del desiderio: non tanto l’amore per le macchine, quanto la ricerca di relazioni senza vulnerabilità. Una relazione senza attrito, e quindi senza rischio.

Si tratta di una risposta a una fatica reale: quella di sostenere la complessità dell’incontro umano. Tuttavia, eliminando il rischio, si elimina anche la possibilità della crescita.

Questo non significa rifiutare la tecnologia. Possiamo e dobbiamo “innamorarci” della macchina non come fine, ma come mezzo straordinario per prenderci cura della “Casa comune”. Le macchine sono strumenti, mezzi consegnati all’umanità. In questo senso, l’innamoramento piuttosto che per l’algoritmo in sé — che sarebbe una nuova “idolatria di Babele” — ma per la possibilità di bene che la tecnologia potrebbe mettere a disposizione di tutti: curare malattie, connettere chi è solo, liberare l’uomo dai lavori più gravosi.

La scintilla

Platone, nella Lettera VII, usa un’immagine straordinaria. Dice che la verità non si trasmette come un contenuto qualunque, ma nasce nell’anima “come una scintilla”, dopo un lungo tempo di dialogo, di ricerca, di vita condivisa. Io credo che questa immagine sia decisiva anche oggi.

Noi viviamo in un tempo in cui tutto sembra disponibile subito: le risposte, le informazioni, perfino le relazioni. Basta una domanda, e la macchina risponde. Basta un click, e qualcosa accade. Ma Platone ci direbbe: attenzione. Quello che si riceve immediatamente non è ancora la verità. È, al massimo, un’informazione. La verità, invece, nasce solo quando qualcosa dentro di noi si accende. E questa accensione richiede tempo, richiede fatica, richiede relazione. Non avviene perché qualcuno ce la “spiega”, ma perché qualcosa dentro di noi si trasforma.

L’intelligenza artificiale potrà anche darci risposte perfette, ma non potrà mai sostituire questo processo interiore. Perché la scintilla non viene dall’esterno. Nasce quando una domanda ci attraversa davvero, un incontro ci cambia, una parola ci inquieta e ci fa camminare.

In questo senso, la sfida non è difenderci dalle macchine. La sfida sarà non smarrire questa scintilla. Non perdere il gusto della ricerca lenta, del dialogo vero, della fatica del pensare. Perché, come dice Platone, la verità non è qualcosa che si possiede: è qualcosa che si accende. E una volta che si accende, illumina.

Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta, da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario”. (MH 140)

Restare umani

Le macchine diventeranno troppo umane? Sono convinto che il futuro non dipenderà dalla capacità delle macchine di diventare sempre più simili a noi. Dipenderà dalla nostra capacità di restare profondamente umani.

Vorrei allora tornare là dove siamo partiti, a Frankenstein. Il rischio descritto da Mary Shelley non è la creazione della vita, ma l’abbandono della relazione con ciò che abbiamo creato. Se ci innamoriamo delle macchine e smettiamo di guardare negli occhi l’altro, chi ci sta accanto, i poveri, stiamo costruendo un deserto. Se invece usiamo l’intelligenza artificiale per “disarmare” la competizione e rimettere l’uomo al centro, allora stiamo seguendo la “via di Neemia”, ricostruendo le mura della nostra umanità pezzo dopo pezzo.

Alla luce di tutto questo, la domanda decisiva non è se ci innamoreremo delle macchine.

La domanda è un’altra: accetteremo ancora di amare ciò che è imperfetto, reale, esigente?

Quando la realtà si riduce al controllo, il cuore si spegne; quando si riduce al conformismo, si spegne il pensiero; quando viene meno il desiderio di conoscere, si spegne la crescita. Francesco, invece, ci provoca invitandoci a riconoscere nel limite un luogo di rivelazione, nella fragilità uno spazio di incontro.

In questo senso, la responsabilità del nostro tempo non è rendere le macchine sempre più simili a noi. È custodire ciò che ci rende umani.

Oggi il rischio è che noi, affascinati dalle nostre stesse creazioni, dimentichiamo cosa significhi essere umani. Possiamo costruire macchine che parlano, che scrivono, che ascoltano, che sembrano comprenderci, ma nessuna macchina potrà mai guardare una persona fragile e decidere di fermarsi. All’Antoniano ci proviamo perché le pietre “scartate” dal sistema — i poveri, i malati, i piccoli — diventino testata d’angolo di una dimora comune solida e ospitale.

Per concludere, una citazione tratta dalla Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV: “La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione.” (MH 114)

Il futuro, allora, non dipenderà dalla capacità delle macchine di amarci. Dipenderà dalla nostra capacità di non smettere di amare davvero.

(fonte: Famiglia Cristiana 02/07/2026)

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Enzo Bianchi Europa, oltre ogni declino annunciato

Enzo Bianchi
Europa, oltre ogni declino annunciato

Dalla crisi del passato alle sfide attuali, il Vecchio continente può trovare l’antico slancio facendo del senso del limite una risorsa per il futuro


Famiglia Cristiana - 28 Giugno 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?


Ero appena entrato nella maturità della vita, negli anni Ottanta, quando ho cominciato a sentire proclamare: “L’Occidente è al tramonto!”. È allora che cominciarono a manifestarsi la crisi delle ideologie, la crisi della civiltà occidentale (crisi economica, finanziaria, culturale, etica) e anche quella cristiana. Una fine, quella dell’occidente, da sempre annunciata ma che non sembra mai concludersi. Verrebbe da dire che l’Occidente va di fine in fine per fini che non hanno fine.

Comprendiamo bene come l’Occasum, cioè il tramonto, abbiano ispirato il nome delle nostre terre, l’Occidente, dove declina il sole! Di tutto ormai abbiamo dichiarato il tramonto ma sembra che si attardi, sia molto lento. Se è vero che l’Europa conta sempre meno nel mondo e non desta speranze e attese come la Cina, l’India e il Brasile, resta possibile dopo la notte che s’intravveda un nuovo giorno, un’aurora. Perché se facciamo un’anamnesi storica del nostro occidente ci rendiamo conto che tante volte c’è stato un tramonto: quello dell’impero romano, quello del medioevo cristiano, quello del Rinascimento e poi dell’epoca dei lumi… Sì, tante fini per tante rinascite. Noi europei abbiamo sempre saputo reagire alle catastrofi imparando che tutto ha una fine, che ogni cosa ha un suo declino. Per avere imparato questo, l’Europa potrebbe diventare maestra del limite e oggi c’è un grande bisogno di questa consapevolezza, in un tempo in cui certi poteri e certi governi si sentono divini e si fanno idolatrare…
(fonte: blog dell'autore)


martedì 7 luglio 2026

Tonio Dell'Olio Lampedusa e il vangelo dell’umano

Tonio Dell'Olio
 
Lampedusa e il vangelo dell’umano
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  6 luglio 2026


Lampedusa è il luogo in cui si decide il futuro della nostra civiltà. È questo il cuore della riflessione dell'arcivescovo di Palermo e presidente della Fondazione Migrantes, Corrado Lorefice, che legge la visita di papa Leone XIV come un gesto profetico contro la “disumanità” di un Mediterraneo trasformato da precise scelte politiche in “un sepolcro d'acqua”.

Il vescovo ricorda che sulle coste dell'isola giacciono “migliaia di esseri umani” abbandonati come il ferito della parabola del buon samaritano. Per i cristiani quel corpo ferito è “il corpo stesso di Cristo”: qui “l'umano e il cristiano coincidono”. 

Lorefice definisce la Sicilia una “zattera” chiamata a custodire e salvare l'umanità ferita, mentre denuncia che Lampedusa rappresenta oggi “uno sfregio” alla Costituzione italiana, fondata sul riconoscimento della dignità di ogni persona. “La nostra Costituzione, in un momento magico, purtroppo oggi brutalmente ignorato, ha raccolto diversità politiche e storiche in quel territorio condiviso che è il vangelo dell’umano”. 

Si rischia di tornare verso “l'orrore di un nuovo Auschwitz”, perché i campi di sterminio iniziano sempre dall'indifferenza. Da qui l'appello a scegliere da che parte stare: non con i muri e la paura, ma con la condivisione, l'accoglienza e la difesa di chi fugge da guerre, sfruttamento e saccheggio delle risorse. Solo così il Mediterraneo potrà tornare a essere un mare di speranza e non di morte.

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Vedi anche i post precedenti:


lunedì 6 luglio 2026

LEONE XIV: Gesù si fa carico dell’umanità ferita dal male per prendersene cura - Angelus del 5 luglio 2026 (Testo e video)

Gesù si fa carico 
dell’umanità ferita dal male 
per prendersene cura
Papa Leone XIV

Angelus del 5 luglio 2026 
(Testo e video)


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Il Vangelo della liturgia odierna (Mt 11,25-30) ci invita a condividere la lode che Gesù eleva al Padre, «Signore del cielo e della terra» (v. 25). Il Figlio di Dio, fatto uomo, manifesta il suo amore coinvolgendo ogni creatura in questo rendimento di grazie.

La semplicità di un gesto così spontaneo e gioioso corrisponde allo stile di Dio, che ama rivelarsi «ai piccoli», mentre resta nascosto «ai sapienti e ai dotti» (cfr v. 25). Costoro, infatti, sono talmente pieni delle proprie idee che non riconoscono la presenza di Cristo, il Messia che visita il suo popolo. 
L’umana sapienza diventa allora arroganza e la dottrina degrada in superbia. La vera sapienza di Dio si rivela invece nell’umiltà della carne e il suo insegnamento si rivolge a quanti fanno più fatica: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi» (v. 28), dice il Signore. Andare da Gesù significa corrispondere al suo amore e condividere la sua vita fino alla croce, come ci ha spiegato Egli stesso: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Proprio il dono di sé per amore è il “giogo” di Gesù (cfr Mt 11,29), cioè la sintesi del suo insegnamento, il cuore della sua sapienza, ardente di carità verso tutti.

Fratelli e sorelle, come può essere “leggero” e “dolce” il peso della croce (cfr v. 30)? Per una sola ragione: perché il Signore lo porta per primo e con tutti noi, senza mai lasciarci soli in ciò che ci abbatte. Da autentico maestro, Gesù si fa carico dell’umanità ferita dal male, per prendersene cura. La sapienza che Egli ci dona è allora un annuncio di salvezza e il suo giogo ci solleva da ogni caduta. Alla sequela di Cristo, il nostro cammino non è dunque un’ascesi che mortifica: è una scuola di libertà, che prende sul serio il dramma della storia e ne illumina sempre il senso, soprattutto nei momenti più oscuri. Difatti, solo nella croce di Gesù il male viene redento: solo nella sua passione la nostra stanchezza mortale trova conforto e riscatto.

Nella schiavitù, Cristo è liberazione. Sotto il flagello della guerra, Cristo è speranza. Nell’ora del peccato, Cristo è perdono. Questa è la vera sapienza, cioè la via che vogliamo percorrere insieme, uniti come discepoli nel suo nome. Gesù ce la insegna da Figlio, diventando nostro fratello: con la forza dello Spirito Santo, Egli stesso manifesta alla Chiesa la verità di Dio e dell’uomo, perché «nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (v. 27).

Carissimi, mentre ringraziamo il Signore per questa sua confidenza piena d’amore, chiediamo l’intercessione di Maria, Regina della pace, per il bene della Chiesa e del mondo intero.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

giovedì scorso, 2 luglio, nel Santuario di Tac Say in Vietnam, è stato beatificato il sacerdote Francesco Saverio Tru’o’ng Bǚu, ucciso nel 1946 in odio alla fede. In un contesto di prevaricazione e di violenza, si pose come difensore dei diritti della gente e non abbandonò i suoi parrocchiani. La sua intercessione e la sua preghiera sostengano gli operai del Vangelo che anche oggi si trovano in situazioni di persecuzione.

Saluto con affetto tutti voi presenti oggi in Piazza San Pietro!

Dou as boas-vindas aos peregrinos do Brasil y bienvenido al Coro de la Universidad de Mérida, en Venezuela. Recuerdo siempre en mis oraciones a las víctimas del terremoto y a todo el pueblo venezolano: que el Señor lo sostenga en este momento tan difícil.

Saluto alcuni gruppi polacchi: i sacerdoti novelli dei Frati Minori Cappuccini della Provincia di Cracovia; il Coro di bambini dell’Arcidiocesi di Łódź, accompagnato dal Vescovo Ausiliare, e il gruppo della Diocesi di Legnica.

Saluto i giovani di Bellagio e la Corale “Jubilaeum” di Augusta, in Sicilia, con il Sindaco e il Parroco.

A tutti auguro una buona domenica!

GUARDA IL VIDEO
Angelus integrale


domenica 5 luglio 2026

La breve ma intensa e significativa visita pastorale di Leone XIV a Lampedusa sulle orme di quella di Papa Francesco

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE A LAMPEDUSA

Campo sportivo "Arena" in Località Salina
Sabato, 4 luglio 2026

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Da Lampedusa, lembo del vecchio continente nel Mediterraneo, l’accorato appello di Leone XIV

Il rispetto della dignità dei migranti
responsabilità epocale per l’Europa


E agli abitanti dell’isola, tra cui diversi sopravvissuti ai naufragi, dice:
«Il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia»

«Da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee». Per questo motivo Leone XIV si è recato sabato 4 luglio in visita pastorale a Lampedusa, sulle orme del predecessore Francesco, che scelse l’isola siciliana come meta del primo viaggio del suo pontificato.

Papa Prevost lo ha spiegato nella messa celebrata al campo sportivo alla presenza di quattromila fedeli, evidenziando come su questi temi il vecchio continente possieda «un potenziale unico, che deriva dalla sua storia e dalla sua cultura» ma anche «una pari responsabilità». L’Europa, ha detto, «è in grado di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare». Il tutto «vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona». Si tratta, ha chiarito, di «un compito delle istituzioni pubbliche, ma anche di tutta la società civile e della Chiesa», ha aggiunto con la forte denuncia che «i morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese sia di decisioni mancate».

Iniziata con una toccante sosta di preghiera al cimitero dell’isola, la visita di Leone XIV è proseguita poi alla Porta d’Europa dove è stato accolto da alcuni migranti, e al Molo Favaloro, da oggi intitolato a Papa Bergoglio. Infine la celebrazione della messa sotto lo sguardo della Madonna di Porto Salvo, la cui immagine era presente sull’altare. Dopo il rito Leone XIV è tornato all’aeroporto dell’isola per salire sul velivolo che alle 14.04 è atterrato a Roma-Ciampino. Da lì il rientro in Vaticano.
(fonte: L'Osservatore Romano 04/07/2026)

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In un minuto la visita di Leone XIV a Lampedusa

Il racconto con le immagini esclusive di Vatican Media della mattinata del Papa sull'isola pelagia


Una visita caratterizzata da gesti significativi e dalla celebrazione della Messa nel Campo sportivo “Arena” di Lampedusa. E' durata alcune ore la permanenza di Papa Leone sull'isola del Mediterraneo e sulle orme di Papa Francesco che scelse questo luogo, l'8 luglio 2013, come primo posto da visitare fuori dal Vaticano. Giunto intorno alle 9, il Pontefice ha prima reso omaggio alle vittime del mare nel cimitero di Lampedusa e poi ha attraversato la Porta d'Europa. A seguire la benedizione di una targa che decreta il cambio di nome del molo dell'isola, dedicato ora a Papa Francesco. Infine la Messa e il ritorno in Vaticano.
(fonte: Vatican News 04/07/2026)


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Pere approfondire vedi anche:


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
5 Luglio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, ringraziamo il Padre, Signore del cielo e della terra, che in Cristo Gesù ci ha rivelato il mistero del suo Regno, il suo disegno, cioè, di radunare nell’umanità risorta di Gesù tutte le genti. Uniti a Lui, nostro Fratello e Signore, innalziamo al Padre le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Si compia , o Padre, la tua volontà

Lettore

- Dona, o Padre, alla tua Chiesa una viva coscienza di essere il tuo popolo santo, chiamato ad essere, in mezzo all’umanità, strumento e sacramento del tuo disegno di fraternità universale. Il tuo Santo Spirito la tenga strettamente unita a Cristo Gesù, il Figlio del tuo compiacimento, per imparare da Lui la mitezza, l’apertura all’altro e la semplicità. Preghiamo.

- Tu, o Dio, sei il Padre dei poveri, degli afflitti, degli scartati, dei torturati e di quanti sono ridotti in schiavitù. Questo nostro mondo fondato sul potere delle armi e del denaro produce disuguaglianze e miseria. Abbatti i potenti ed i sapienti nei pensieri del loro cuore, perché il grido di giustizia e di solidarietà che sale dai piccoli e che oggi risuona potente nei gesti e nelle parole di papa Leone a Lampedusa, possa trovare orecchie che sappiano ascoltare e braccia che sappiano accogliere. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Padre, tutte le famiglie e tutte quelle persone che fanno fatica a ripartire e che si ritrovano in gravi difficoltà economiche. Ricordati di chi nel silenzio e nell’assenza dei servizi sociali si ritrova a servire un malato grave o una persona disabile difficile da gestire. Preghiamo.

- Ti preghiamo, o Padre, per noi e per le nostre case. Guida Tu i nostri passi, perché alla scuola di Gesù, tuo Figlio e nostro fratello, impariamo a crescere in umanità ed a saper costruire rapporti, che promuovano la vita, perché improntati sulla giustizia e sulla misericordia. Preghiamo.

- Davanti a te, o Padre misericordioso, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo dei migranti cinicamente fatti morire nel Mar Mediterraneo, ci ricordiamo delle vittime della violenza nelle famiglie e tra i giovani. Dona a tutti di contemplare il tuo Volto di luce. Preghiamo.


Per chi presiede

Radunati attorno alla tua mensa, o Padre, abbiamo invocato la tua misericordia. Fa’ che, rimanendo uniti a Cristo, il mite e l’umile di cuore, possiamo portare frutti di amore e di bontà. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

AMEN.



"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 35 - 2025/2026 - XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

I sapienti e gli intelligenti secondo la mentalità del mondo vanno in cerca di un dio sapiente, forte e potente. Sono coloro che sanno bene come vanno le cose della vita e come bisogna districarsi in esse. Ai piccoli, agli infanti, a coloro che non hanno voce in capitolo e ai quali è precluso persino l'uso della parola (népioi = senza parola) è, invece, rivelato il mistero d'amore del Padre che è suo Figlio Gesù, fratello nostro, giogo soave che non schiaccia, non umilia e non condanna, ma risana il cuore di ogni creatura umana donando a tutti vita e gioia. In Gesù, Shabbat definitivo e pienezza della creazione, scopriamo la vera Sapienza di Dio nella debolezza e nella fragilità della sua umanità. Una Sapienza che i sapienti di questo mondo rifiutano e irridono, perché ai loro occhi è «scandalo e follia», precludendosi, così, l'accesso alla pienezza della vita. Il dono della conoscenza di Dio, invece, è riservato ai piccoli, a coloro che sono consapevoli di non valere niente, che però sono coscienti che questo niente risulta essere il solo luogo dove ogni carne può accogliere l'infinita ricchezza di Colui che è tutto.


sabato 4 luglio 2026

LE COLONNE NASCOSTE DEL MONDO - Un piccolo, un bambino capisce subito se gli vuoi bene o no... E' questo il segreto semplice della vita. I piccoli, i peccatori, gli ultimi della fila hanno capito la rivoluzione della tenerezza di Dio. - XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

LE COLONNE NASCOSTE DEL MONDO


Un piccolo, un bambino capisce subito se gli vuoi bene o no... 
E' questo il segreto semplice della vita. 
I piccoli, i peccatori, gli ultimi della fila hanno capito 
la rivoluzione della tenerezza di Dio.


In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero». Mt 11,25-30
  
LE COLONNE NASCOSTE DEL MONDO
 
Un piccolo, un bambino capisce subito se gli vuoi bene o no... E' questo il segreto semplice della vita. I piccoli, i peccatori, gli ultimi della fila hanno capito la rivoluzione della tenerezza di Dio.


Ti ringrazio Padre perché hai rivelato queste cose ai piccoli.

Gesù adesso vede che la preferenza di Dio per i piccoli non è finita: addita i bambini come modello dei credenti. I poveri sono le colonne segrete della storia, i piccoli sono le colonne nascoste del mondo. Prendersi cura di loro, come fa Dio, vuol dire prendersi cura del mondo intero. L’economia della piccolezza esce diretta del cuore di Dio: beati voi poveri, disarmati, affamati, perseguitati…

Che cosa era successo? Gesù vive un brutto momento: aveva sperato che tutti, ma soprattutto i più attenti, scribi sacerdoti farisei, i primi della classe, avrebbero capito il suo messaggio. Invece succede esattamente il contrario. Giovanni Battista è arrestato, Gesù è contestato al tempio, i villaggi attorno al lago, dopo il primo entusiasmo si sono allontanati. Ed ecco che in quell’aria di sconfitta, si apre davanti a Gesù un capovolgimento improvviso: il posto che sembrava rimasto vuoto, lo riempiono i piccoli: pescatori, poveri, malati, i poco di buono, vedove, bambini, pubblicani. Ti ringrazio, Padre, perché hai parlato a loro, e loro ti hanno capito.

Gesù non se l’aspettava. Un piccolo, un bambino capisce subito se gli vuoi bene o no. In fondo è questo il segreto semplice della vita. Non ce n’è un altro, più profondo. I piccoli, i peccatori, gli ultimi della fila hanno capito la rivoluzione della tenerezza di Dio.

Ma poi Gesù fa un ulteriore passo avanti. Venite a me, voi che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Non è difficile Dio: sta al fianco di chi non ce la fa, porta quel pane d’amore di cui ha bisogno ogni cuore stanco. Venite, vi darò ristoro. E non già vi darò un catechismo o una morale, ma il conforto del vivere. Se il Vangelo che predico non è di conforto a chi ascolta, non è Cristo quello che io annuncio: nominare Cristo deve equivalere a confortare la vita, altrimenti le mie parole sono la tomba della risposta di Dio e della domanda dell’uomo.

Imparate da me, cioè imparate dal mio cuore, dove è custodito l’alfabeto della vita. Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero. Cosa sta dicendo Gesù a noi che abbiamo fatto di tutto per scuoterceli di dosso i gioghi? Il mio giogo, dice Gesù. Un giogo che rimane suo, non ce lo butta addosso.

La parola coniuge significa, nella sua radice, “con lo stesso giogo”. Coniuge è il marito, la moglie, colui che cammina al tuo fianco e al tuo passo, aggiogato allo stesso sogno. E Gesù è il nostro Cireneo, aggiogato alla mia croce, al mio sogno. Un liberatore venuto a rendere leggera e fresca la religione, a toglierci di dosso pesi e perciò amato dai piccoli e dagli oppressi della terra. Gesù, il senza potere, libero come il vento, leggero come la luce, fonte di libere vite.


Leone XIV abbraccia Lampedusa: come Francesco vi accompagno e vi sostengo

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE A LAMPEDUSA

Campo sportivo "Arena" in Località Salina
Sabato, 4 luglio 2026

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Leone XIV abbraccia Lampedusa:
come Francesco vi accompagno e vi sostengo

Il Papa nel campo sportivo "Arena" saluta la comunità dell'isola riunita per la Messa. Prima della celebrazione e dopo il saluto del sindaco, alcune parole per ricordare Papa Francesco e assicurare "che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia". Poi l'invito a rendere "il mondo di oggi e di domani sia più umano per tutti"

Il Papa benedice la stele con cui il noto Molo Favarolo di Lampedusa viene rinominato "Molo Papa Francesco"

I lampedusani la voce del Papa la ascoltano dopo circa un'ora dal suo arrivo, quando nel campo sportivo Arena della località Saline, Leone XIV spezza il silenzio che ha permeato la prima parte della visita e prende parola per ringraziare tutta la comunità per la calorosa accoglienza. Il primo pensiero è per Papa Francesco, il Pontefice che nel 2013 rese questo ruolo epicentro della tragedia migratoria e altare della solidarietà: “Il fatto che abbiate voluto intitolare il Molo Favaloro a Papa Francesco è segno del legame che il mio predecessore ha stabilito con la vostra comunità e con i fratelli e le sorelle migranti”

Il Papa vi è stato vicino in questo tempo per voi molto impegnativo. E oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia.

L'abbraccio del Papa alla comunità

Applausi fragorosi si elevano per il Pontefice da questa distesa di sedie e transenne, di cappellini bianchi e gialli, da dove sventolano bandierine con l'immagine scelta per la visita o le braccia che cantano l'immancabile Jesus Christ you are my life o intonano cori di "Si vede, si sente, Leone è qui presente". Il sole picchia forte, viene spruzzata acqua sui fedeli e ogni tanto una folata di vento o qualche nuvolone permette di respirare e aprire gli occhi. Circa 4 mila i fedeli presenti, tra cui il medico ed eurodeputato Pietro Bartolo e il cantante Claudio Baglioni, citato pure dal sindaco Filippo Mannino nel suo indirizzo di saluto.

Papa Leone tra i fedeli lampedusani (@Vatican Media)

"Qui per celebrare l'Eucarestia"

Il Papa attraversa la folla in jeep scoperta e benedice bambini e doni. Dal palco dalla impalcatura semplice dove è sistemata la statua della Madonna di Porto Salvo, patrona di Lampedusa, saluta i fedeli di Lampedusa e Linosa. Non è venuto a fare discorsi, Papa Leone. Lo dice lui stesso nel suo breve saluto: “Sono venuto a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi”. “Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione”, afferma.

Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, per tutti.

Un messaggio che dalla estrema punta dell'Europa, risuona quieto ma fragoroso in ogni angolo del Vecchio Continente.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio)


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Saluto di Papa Leone XIV


Signor Sindaco,
Grazie, grazie!
Signor Sindaco,
Eccellenza, distinte Autorità,
cari fratelli e sorelle!


Ringrazio il Signor Sindaco per il saluto che mi ha rivolto a nome del Comune di Lampedusa e Linosa, e ringrazio tutti voi per la vostra accoglienza!


Il fatto che abbiate voluto intitolare il Molo Favaloro a Papa Francesco è segno del legame che il mio Predecessore ha stabilito con la vostra comunità e con i fratelli e le sorelle migranti: il Papa vi è stato vicino in questo tempo per voi molto impegnativo. E oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia.


Non sono venuto per fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione. Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, più umano per tutti.


Grazie!

ENZO BIANCHI: I lefebvriani rifiutano l’ultimo Concilio, gli altri però li accettano

I lefebvriani rifiutano l’ultimo Concilio, 
gli altri però li accettano
di Enzo Bianchi


(Pubblicato su il "Fatto Quotidiano" .- 02-06.2026)

Ieri, significativamente nella festa del Preziosissimo Sangue, si è consumato il doloroso scisma tanto temuto: la Fraternità San Pio X, fondata da monsignor Lefebvre, ha consacrato senza il mandato del Papa quattro nuovi vescovi incorrendo nella scomunica prevista dalla tradizione e dal diritto canonico. Leone XIV alla vigilia di questo evento ha indirizzato una lettera al capo della Fraternità, don Pagliarani, chiedendogli umilmente e fraternamente di “non lacerare la tunica inconsutile di Cristo, peccato di estrema gravità!”. Leone XIV si dichiara “disposto con tutta la chiesa a un percorso di dialogo e di intesa” riconoscendo ciò che sta a cuore alla fraternità come la liturgia, l'impegno nella formazione sacerdotale e il desiderio di fedeltà alla tradizione.

Ma nonostante questo appello, in sintonia con gli atteggiamenti di misericordia tenuti da Benedetto XVI e da Papa Francesco, oggi la rete della pesca ecclesiale si è spezzata, la tunica è stata strappata ...

Sappiamo bene che il cristianesimo fin dai suoi inizi ha conosciuto divisioni e contrapposizioni, come testimoniano gli scritti del Nuovo Testamento, e sappiamo che dovremmo parlare di cristianesimi al plurale e non di un cristianesimo, ma resta vero che nella chiesa cattolica questo scisma è una novità! Non è come quello causato e non voluto da Lutero, che cercò di salvare la grazia del Vangelo contro la mercificazione e l'autogiustificazione umane, ma è un rifiuto dello sviluppo della dottrina cattolica, sviluppo garantito da un Concilio ecumenico e dai papi Giovanni XXIII e Paolo VI.

Bisogna avere il coraggio di dirlo: i lefebvriani non hanno intrapreso una loro strada fino allo scisma solo a causa della liturgia rinnovata dalla riforma conciliare, ma di fatto reclamano e dichiarano che la fede cattolica è quella professata, predicata, fatta catechesi per il popolo fino al Concilio! Si abbia il coraggio di dirlo invece di nutrire un orgoglio cattolico romano che pretende che la fede sia sempre la stessa. No, non è vero! Certo, il Credo è sempre lo stesso, niceno-costantinopolitano, ma la dottrina consegnata ai fedeli cambia ed è cambiata. Io ne sono testimone perché sono giunto con una limpida, chiara e sincera fede tridentina a vent'anni nell'ora del Concilio e ho dovuto operare una conversione: la mia fede oggi non è più quella della mia giovinezza. Ecco, i lefebvriani si sono arrestati a quel punto: non accettano paradossalmente l'evoluzione ultima mentre hanno accettato le evoluzioni precedenti che hanno portato a radicali innovazioni dottrinali come l'infallibilità pontificia sancita dal Concilio Vaticano I!

Ora, l'abbiamo visto ieri, c'è una significativa porzione di chiesa che se ne è andata: è tutta scomunicata o sono scomunicati solo i vescovi? E chi riceve da loro i sacramenti è scomunicato? Non è facile rispondere. Ieri alla consacrazione erano presenti migliaia di fedeli, centinaia di presbiteri, di suore, domenicani e cappuccini... La liturgia era un pontificale in concorrenza con i pontificali romani, i canti gregoriani più belli e più adatti alla liturgia cattolica dei canti postconciliari delle nostre chiese e l'atmosfera certamente un invito alla preghiera!

Leone XIV dovrà anche con questi scomunicati mantenere un atteggiamento di misericordia: sono sempre nostri fratelli anche se scismatici e non vanno assolutamente demonizzati né disprezzati. Nell'omelia Pagliarani diceva: “Noi amiamo il Papa, noi ubbidiamo al Papa, ma vogliamo allontanarlo dai falsi pastori, dalle false religioni, dal dialogo con i cristiani fuori dalla chiesa”. Ma proprio questo dall'Ecclesiam suam di Paolo VI non è più possibile: il Papa non rinnega Cristo dialogando con uomini di altre religioni, né lavorando per la pace con uomini non cristiani o non credenti... Il successore di Pietro ormai può solo dire in obbedienza a Gesù: “Noi siamo tutti, tutti fratelli!”. Purtroppo proprio questo è negato da questa porzione di chiesa!

(Fonte blog dell'autore)

venerdì 3 luglio 2026

Per curare le ferite del Venezuela di Tonio Dell'Olio

Per curare le ferite del Venezuela 
di Tonio Dell'Olio


Di per sé il Venezuela non avrebbe bisogno di tendere la mano e chiedere aiuti per curare le ferite dolorose e profonde del terremoto. Gli basterebbe poter disporre delle proprie cospicue risorse congelate dagli Usa negli Usa.

Parliamo innanzitutto di CITGO, la raffineria statunitense controllata dalla compagnia petrolifera venezuelana PDVSA, da anni al centro di sequestri, contenziosi giudiziari e procedure di vendita per soddisfare i creditori del Venezuela. A questi si aggiungono miliardi di dollari di attività finanziarie immobilizzate nell'ambito del regime sanzionatorio insieme a riserve, depositi bancari e altre disponibilità riconducibili allo Stato venezuelano. Diverse stime parlano di oltre 30 miliardi di dollari tra attività bloccate e accesso negato a finanziamenti internazionali. Ci sarebbero anche i 700 milioni di dollari che nell’agosto 2025 gli Usa hanno dichiarato di aver sequestrato all’ex presidente Nicolàs Maduro! Un'iniziativa di questo tipo da parte degli Stati Uniti potrebbe aprire una stagione diversa nelle relazioni tra i due Stati, favorendo soluzioni che restituiscano al Venezuela risorse indispensabili per acquistare medicinali, ricostruire infrastrutture e rilanciare un'economia allo stremo. Restituire ai venezuelani ciò che appartiene ai venezuelani sarebbe un atto di giustizia prima che di solidarietà. Toc toc – dice la particella di cloro che bussa alla Casa Bianca – c’è nessuno?

(Fonte: Mosaico dei giorni - 02.07.2026)

giovedì 2 luglio 2026

Il 4 luglio papa Leone sarà a Lampedusa. L’omaggio ai migranti morti in mare - Mons. Lorefice: “La Sicilia sia una zattera capace di custodire il cuore umano del Mediterraneo”


Il 4 luglio papa Leone sarà a Lampedusa.
L’omaggio ai migranti morti in mare

Secondo i dati dell’Oim oltre 1200 persone sono morte nel Mediterraneo nei primi mesi del 2026. Il molo dell’isola sarà intitolato a papa Francesco

Sulla costa di Lampedusa l’opera “Porta d’Europa”, di Mimmo Paladino, installata nel 2008
 in memoria dei migranti deceduti e dispersi in mare nel tentativo di raggiungere la terra. 
ANSA/CIRO FUSCO

Il 4 luglio papa Leone sarà a Lampedusa. Non negli Stati Uniti. Il pontefice visiterà la piccola isola agrigentina, estremo lembo meridionale d’Italia, situata più a sud della Tunisia.

In quella stessa data, gli Stati Uniti celebreranno i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza, firmata a Philadelphia avvenuta nel 1776: è la data che si considera quella della nascita della nazione americana. Donald Trump aveva invitato negli Usa il primo pontefice americano (anzi pan-americano) della storia.

Ma il pontefice nato e cresciuto a Chicago ha rifiutato l’invito. Rifiuto, probabilmente, ribadito anche al vicepresidente statunitense James David Vance che lo scorso 19 maggio si è recato in visita in Vaticano. Vance è cattolico (si è convertito e battezzato nel 2019) studiando i testi di Sant’Agostino e dandone un’interpretazione originale.

Papa Leone non andrà negli States, almeno nel 2026. E in quella stessa data, emblematicamente, sarà invece a Lampedusa. Certamente una coincidenza ma che in qualche modo non è passata inosservata. Leone avrebbe potuto recarsi a Lampedusa una settimana prima o dopo. Ma la data prescelta è quella del Freedom 250. Mentre il suo Paese di nascita celebra l’importante anniversario, papa Leone sarà nell’isola, terra di frontiera, simbolo di accoglienza e solidarietà, per rendere omaggio ai migranti morti in mare.

Papa Leone sulle orme di Francesco, che per il suo primo viaggio pastorale dopo l’elezione a pontefice scelse proprio Lampedusa. In tutti è ancora vivo il ricordo dell’8 luglio 2013, dell’omaggio alla Porta d’Europa, della messa celebrata su un altare allestito su un’imbarcazione naufragata, delle parole vibranti del nuovo papa.

Leone XIV atterrerà a Lampedusa alle 9, dopo la partenza da Ciampino alle 7.15. La visita durerà per tutta la mattina e ripartirà alle 13.15. Il papa visiterà i luoghi simbolo dell’isola. La prima tappa è al cimitero, con l’omaggio ai migranti defunti. Poi il papa si recherà alla Porta d’Europa, il monumento ai migranti morti in mare nella parte meridionale dell’isola, opera d’arte di Domenico Paladino. Al Molo Favaloro dove il papa benedirà la targa che intitolerà ufficialmente il molo a papa Francesco. Qui potrà salutare personalmente alcuni migranti e rivolgerà un saluto personale ad alcuni migranti presenti.

Alle 10.30 è prevista la celebrazione della Santa Messa. Accanto all’altare ci sarà l’effige della Madonna di Porto Salvo, protettrice dell’isola e dei naviganti. Leone XIV saluterà poi i rappresentanti delle istituzioni (è stata annunciata la presenza del presidente della Regione, Renato Schifani), i volontari impegnati nell’accoglienza e i bambini ammalati. A fine mattina il decollo da Lampedusa verso Ciampino.

Leone XIV ha voluto dare continuità al messaggio di papa Francesco in un momento in cui i riflettori sono sempre accesi sul Mediterraneo che, solo nei primi sei mesi del 2026, ha visto morire più di 1200 persone. Lo scorso anno erano state 700. I dati sono stati diffusi nei giorni scorsi dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim).

«Esistono mostri che si aggirano in questi mari», ha detto appena 20 giorni fa durante la visita alle Canarie. Era l’11 giugno e il pontefice stava concludendo la visita in Spagna toccando anche le otto isole dell’arcipelago dell’Atlantico. Il pontefice aveva reso omaggio ai migranti, inchinandosi emblematicamente davanti a loro. «Non siete numeri – disse Leone nel suo discorso – né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare».

Ora, il papa che nel suo primo anno di pontificato ha già toccato molti Paesi, nelle diverse latitudini, sarà a Lampedusa. Ad accoglierlo ci saranno l’arcivescovo di Agrigento Alessandro Damiano, il presidente della Regione, Renato Schifani, il sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino. Ci saranno i 6500 lampedusani, tutti concentrati nell’unico comune e nelle strutture turistiche lungo la costa, oltre che nell’isola di Linosa (500 abitanti). Ci saranno anche i turisti, presenti in gran numero nell’isola.

Lampedusa per un giorno sarà al centro della storia per raccontare a tutti il dramma dei migranti e la storia di un’isola che parla il linguaggio dell’accoglienza. In passato non sono mancati (e non mancano ancora oggi) manifestazioni di protesta e di intolleranza razziale. Ma l’isola ha un’identità e un secondo nome: si chiama “accoglienza”. Porta aperta dell’Europa che tra mille difficoltà e incertezze continua a ricevere i flussi migratori dal Nord Africa e non solo.
(Fonte: Città Nuova, articolo di Francesca Cabibbo 01/07/2026)

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Papa a Lampedusa. 
Mons. Lorefice: “La Sicilia sia una zattera 
capace di custodire il cuore umano del Mediterraneo”

Il viaggio di Papa Leone XIV a Lampedusa richiama il Vangelo e il diritto alla mobilità. Mons. Lorefice invita a superare l’emergenza, riconoscere la dignità dei migranti e ritrovare il senso comunitario per evitare nuove tragedie nel Mediterraneo

Agorà Spazio Migrante(S)

Sabato 4 luglio, Papa Leone XIV sbarcherà a Lampedusa. Un viaggio carico di profezia che tocca il cuore ferito del Mediterraneo, a poco meno di un mese da quello compiuto dal Pontefice alle Canarie. Per comprendere la portata di questo appuntamento noi giovani della redazione di “Agorà” abbiamo incontrato mons. Corrado Lorefice. Nominato lo scorso 26 maggio Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI l’arcivescovo di Palermo invita a superare la logica dell’emergenza per riscoprire il diritto alla mobilità, la fedeltà al Vangelo e il valore civile della nostra Costituzione.

Eccellenza, la sua recente elezione a Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI e della Fondazione Migrantes le affida una responsabilità nazionale. Come vive questo incarico in vista dell’imminente visita di Papa Leone a Lampedusa?

Mons. Corrado Lorefice
“Questa nomina significa che le Chiese italiane affidano alla Migrantes un compito essenziale: tenere aperto, nel cuore delle nostre comunità, il Vangelo di Gesù. Oggi più che mai dobbiamo riconoscere nelle persone in mobilità — e nelle sfide culturali e politiche che questo tempo comporta — un vero ‘segno dei tempi’, un luogo teologico della presenza del Signore che chiede accoglienza. La massima responsabilità delle nostre Chiese è far sì che sulla mobilità si pensi e si agisca a partire dal Vangelo. Possiamo così aiutare le istituzioni, a partire dal governo nazionale, a non perdere mai di vista che parliamo di esseri umani con attese, storie e relazioni, custodendo l’umanità in un momento di grande rischio di disumanizzazione”.

Lei ha detto che le stragi nel Mediterraneo non sono fatalità, ma il frutto di scelte precise e di precise politiche di accoglienza…

“Sì, perché non possiamo parlare semplicemente di tragedia. Non è una fatalità se oggi i confini vengono presidiati seguendo la sola logica dell’emergenza e dell’invasione. Se la presenza del migrante viene letta solo così, e non come un dato costitutivo del nostro tempo nella casa comune, ci viene precluso l’approccio umano. Ogni uomo ha diritto alla mobilità, a maggior ragione se scappa da una povertà che ne limita la dignità o da guerre che creano morte e distruzione. Dobbiamo superare la categoria dell’emergenza per guardare il fenomeno nella sua reale dimensione. Solo così eviteremo i drammi in mare. C’è una responsabilità precisa se non si presidiano le rotte, se si fanno respingimenti o se le leggi europee e italiane non si fondano sul diritto alla dignità della persona. I naufragi silenti ci restituiscono comunque sulle coste i corpi di giovani e bambini. Abbiamo il dovere morale almeno di onorare questi defunti”.

Dopo la strage del 2013 si disse “mai più”, ma la storia è andata diversamente…

“Questo accade quanto più viene meno il senso comunitario. È la crisi che vive l’Europa, dove si esasperano i nazionalismi a discapito della comunità, nonostante l’Unione sia nata proprio perché non accadesse mai più quanto vissuto nel Novecento con due guerre mondiali. Ogni conflitto nasce quando si smarrisce la certezza che nessuno può considerare l’altro come un nemico o un invasore. Papa Francesco ci ha ricordato che il mondo è una casa e un giardino da custodire, che deve accogliere fratelli e non nemici. Senza questo senso comunitario, ogni ‘mai più’ diventa mera retorica. In questi anni abbiamo visto il Mediterraneo trasformarsi in un grande cimitero. Non è più il “lago di Tiberiade” a cui si ispirava la visione di Giorgio La Pira: le sue sponde non sono state capaci di darci la gioia dell’incontro. Più portiamo avanti l’esasperazione identitaria, più cresceranno i nazionalismi e si innalzeranno muri, perdendo la consapevolezza della bellezza di ogni volto umano e del diritto alla mobilità”.

Cosa unisce il magistero sul tema delle migrazioni di Francesco e Leone XIV?

“Papa Leone ha avuto una grande intuizione. Da araldo del Vangelo, colui che custodisce la memoria della Casa Comune, ha offerto una bellissima interpretazione a partire dal lago di Galilea, dove Gesù chiamò Pietro come ‘pescatore di uomini’. È l’immagine che descrive l’identità della Chiesa, e il Papa lo ha ricordato alle Canarie. Il successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi che toccano il cuore del Vangelo: la Chiesa non può ignorare queste acque e il clamore di chi grida nella notte. Ringrazio Papa Leone per aver voluto fortemente essere a Lampedusa il 4 luglio. I suoi discorsi alle Canarie — e accadrà lo stesso a Lampedusa — ricordano molto il primo viaggio di Papa Francesco, le cui domande (‘Adamo dove sei?’, ‘Dov’è tuo fratello?’, ‘Chi ha pianto per loro?’) furono la chiave ermeneutica del suo pontificato. Le parole di Papa Leone, già anticipate nella Magnifica Humanitas, saranno fondamentali per comprendere il Magistero di Leone XIV, e Lampedusa diventerà un topos, un luogo preciso che come Chiese dobbiamo saper abitare”.

Lei ha spesso paragonato la Sicilia a una “zattera” nel Mediterraneo. Quale parola consegna alle comunità cristiane in vista del 4 luglio?

“La nostra collocazione geografica e questo momento storico sono una chiamata precisa del Vangelo. Dobbiamo essere fedeli all’immagine della zattera: pur con le nostre fragilità sociali ed economiche, questa terra è da sempre un approdo. Un legno che galleggia non rifiuterà mai una mano che si vi vuole aggrappare. Siciliani e abitanti delle Canarie hanno il compito di aiutare il mondo a custodire un cuore umano, ripartendo dal diritto alla vita, alla mobilità e alla dignità. Inoltre, la Sicilia è parte dell’Italia, e voglio ricordare che abbiamo una Costituzione donataci da visioni diverse ma unita sui principi fondamentali. Di fronte a questa urgenza antropologica, la Costituzione deve restare la nostra bussola, in particolare con gli articoli 3 e 11. La Sicilia è una zattera che può aiutare l’intera nazione a rimanere aperta a tutti, riconoscendo ogni cultura e religione. È una terra da cui deve continuare a partire il messaggio della pace, proprio in un Mediterraneo ferito dalla distruzione e dal delirio di onnipotenza dei potenti della Terra”.
(fonte: SIR 30/06/2026)