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lunedì 13 aprile 2026

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE 13-23 APRILE 2026 - Partenza da Roma e incontro con i giornalisti - La risposta del Papa a Trump: «Non ho paura di lui, io non faccio politica ma parlo del Vangelo»

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE

13-23 APRILE 2026



Lunedì 13 aprile 2026

ROMA – ALGERI

09:00 Partenza in aereo dall’Aeroporto Internazionale di Roma/Fiumicino per Algeri
Saluto ai giornalisti durante il Volo Roma-Algeri

Testo integrale

Saluto del Santo Padre ai giornalisti durante il volo diretto ad Algeri

Buongiorno, buongiorno a tutti!

Welcome aboard, I’m happy to greet you all this morning!

Dico una parola subito. Questo viaggio, che è molto speciale per diverse ragioni, doveva essere il primo viaggio del pontificato. Già l’anno scorso nel mese di maggio avevo detto: come primo viaggio vorrei fare un viaggio in Africa. Altri subito hanno suggerito l’Algeria per Sant’Agostino, come sapete, e infatti sono molto contento di visitare di nuovo la terra di Sant’Agostino. Sant’Agostino poi offre un ponte molto importante nel dialogo interreligioso. È molto amato nella sua terra, come vedremo. E allora l’opportunità di visitare i luoghi della vita di Sant’Agostino, dove lui era vescovo nella città di Ippona - Annaba oggi - è veramente una benedizione anche per me personalmente, ma credo anche per la Chiesa e per il mondo, perché dobbiamo cercare sempre ponti per costruire la pace e la riconciliazione. E allora questo viaggio rappresenta davvero un’opportunità preziosissima per continuare con la stessa voce, con lo stesso messaggio, che vogliamo fare, promuovere la pace, la riconciliazione, il rispetto, la considerazione per tutti i popoli. Allora benvenuti tutti, sono contento di salutarvi! Buon viaggio e grazie per il servizio che offrite a tutti. Grazie!

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La risposta del Papa a Trump: «Non ho paura di lui,
io non faccio politica ma parlo del Vangelo»

Durante il volo verso l’Algeria, Leone risponde agli attacchi del presidente americano scegliendo un tono fermo ma non polemico. Il Pontefice ribadisce di non voler entrare in un confronto politico, sottolineando la sua missione evangelica e il primato del messaggio di pace: «Penso che le persone che leggono potranno trarre le proprie conclusioni: io non sono un politico, non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui. Piuttosto cerchiamo sempre la pace e smettiamola con le guerre»

ANSA

La risposta arriva a migliaia di metri di altezza, mentre l’aereo papale è diretto verso l’Africa. Ma il tono è quello di sempre: fermo, chiaro, e soprattutto lontano da ogni logica di scontro. Papa Leone XIV replica così alle dure parole di Donald Trump, scegliendo di non scendere sul terreno della polemica politica ma di rilanciare il cuore del suo messaggio: il Vangelo e la pace.

Interpellato dai giornalisti durante il volo verso Algeria, prima tappa del suo viaggio apostolico, il Pontefice chiarisce subito la sua posizione: «Penso che le persone che leggono potranno trarre le proprie conclusioni: io non sono un politico, non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui».

Parole che segnano una distanza netta da ogni contrapposizione personale, ma che non rinunciano alla chiarezza. Anzi, Leone XIV ribadisce con decisione la sua missione: «Piuttosto cerchiamo sempre la pace e smettiamola con le guerre. Non ho paura della amministrazione Trump. Io parlo del Vangelo, non sono un politico».

Il Papa non nasconde poi la sua preoccupazione per un uso distorto del linguaggio religioso nel dibattito pubblico: «Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato nel modo in cui alcune persone stanno facendo».

E rilancia, indicando la direzione del suo pontificato: «Io continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra, a cercare di promuovere la pace, il dialogo multilaterale tra gli stati per cercare la giusta soluzione ai problemi».

Infine, riporta tutto all’essenziale, al cuore del cristianesimo: «Il messaggio della Chiesa è il messaggio del Vangelo, beati i costruttori di pace: io non guardo al mio ruolo come un politico, non voglio entrare in un dibattito con lui. Troppa gente sta soffrendo nel mondo».

Parole che si intrecciano con il significato stesso del viaggio africano appena iniziato. Salutando i giornalisti, Leone XIV ha infatti voluto sottolineare il valore simbolico della prima tappa, legata alla figura di Sant'Agostino: «Come sapete sono molto contento di visitare di nuovo la terra di Sant’Agostino, Sant’Agostino che offre un ponte molto importante nel dialogo interreligioso, è molto amato nella sua terra, come vedremo. E allora l’opportunità di visitare i luoghi della vita di Sant’Agostino, dove lui era vescovo».

Un viaggio che il Papa definisce anche come un dono: «Oggi è veramente una benedizione per me personalmente, ma credo anche per la Chiesa e per il mondo, perché dobbiamo cercare sempre ponti per costruire la pace e la riconciliazione».

E ancora, con uno sguardo che abbraccia l’intero continente e oltre: «Questo viaggio rappresenta davvero una opportunità preziosissima per continuare con la stessa voce, con lo stesso messaggio, perché vogliamo promuovere la pace, la riconciliazione e il rispetto, la considerazione per tutti i popoli».

Così, mentre le tensioni internazionali si accendono e il confronto con la Casa Bianca si fa più duro, il Papa sceglie di non cambiare registro. Nessuna contrapposizione, ma una linea coerente: costruire ponti, fermare le guerre, dare voce a chi soffre. Una risposta che, più che replicare all’attacco, lo supera.
(fonte: Famiglia Cristiana 13/04/2026)

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REGINA CAELI 12/04/2026 Papa Leone XIV: la fede nasce dall’incontro, riscoprire l’Eucaristia domenicale (Sintesi/commento, testo e video)

REGINA CAELI

Piazza San Pietro
Domenica, 12 aprile 2026

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Il Papa: la fede nasce dall’incontro,
riscoprire l’Eucaristia domenicale

Al Regina Coeli, Leone XIV invita a nutrire e sostenere la spiritualità, pur tra le difficoltà, e a non rinunciare alla Messa, fonte di vita cristiana e missione che rende i fedeli testimoni di carità e portatori di pace nel mondo


Un invito a rinnovare la fede a partire dall’incontro personale con Cristo Risorto, vissuto nella comunità e nutrito dall’Eucaristia. È questo il cuore delle parole pronunciate da Leone XIV durante il Regina Coeli in piazza San Pietro oggi, 12 aprile, nella seconda Domenica di Pasqua, dedicata alla Divina Misericordia.

Riconoscere il Risorto

Richiamando il Vangelo di Giovanni sull’apparizione di Gesù all’apostolo Tommaso, il Papa, affacciato dal Palazzo Apostolico vaticano, sottolinea, rivolgendosi ai circa 18mila fedeli presenti in piazza nonostante il tempo incerto e a quanti lo seguono attraverso i media, come il discepolo incontri il Signore “otto giorni dopo”, nel contesto della comunità riunita. Un dettaglio che diventa indicazione per ogni credente: proprio nella comunità e nei segni della Pasqua è possibile riconoscere il Risorto.

Ed è lì che Tommaso incontra il Maestro, che lo invita a guardare i segni dei chiodi, a mettere la mano nella ferita del suo costato e a credere.

Una scena che, prosegue il Pontefice, ci fa riflettere sul nostro incontro con Gesù Risorto, sui luoghi per trovarlo, su come riconoscerlo e credere in lui. In merito, nell’episodio evangelico sono presenti “indicazioni precise":

Tommaso incontra Gesù l’ottavo giorno, nella comunità riunita e lo riconosce nei segni del suo sacrificio.

Nutrire e sostenere la fede

Da quella esperienza scaturisce la sua professione di fede, “la più alta di tutto il quarto Vangelo” anche se “non è sempre facile credere. Non lo è stato per Tommaso e non lo è neanche per noi”, riconosce Leone XIV evidenziando come le fede abbia bisogno di essere continuamente “nutrita e sostenuta”. È in questo contesto che il Papa ribadisce il valore centrale della domenica. L’ “ottavo giorno”, diventa infatti il tempo privilegiato per l’incontro con Cristo nella celebrazione dell’Eucaristia, che è “indispensabile” per la vita cristiana.

In essa ascoltiamo le parole di Gesù, preghiamo, professiamo la nostra fede, condividiamo i doni di Dio nella carità, offriamo la nostra vita in unione al Sacrificio di Cristo, ci nutriamo del suo Corpo e del suo Sangue, per poi essere a nostra volta testimoni della sua Resurrezione, come indica il termine “Messa”, cioè “invio”, “missione”.

Fedeli in piazza San Pietro (@Vatican Media)

Sulle orme dei martiri africani di Abitene

Dal Papa poi una riflessione sull’ormai imminente viaggio apostolico in Africa, la cui partenza è prevista per domattina, e in particolare sulla “bellissima testimonianza” resa nella Chiesa africana dei primi secoli dai Martiri di Abitene, che “di fronte all’offerta di avere salva la vita a patto che rinunciassero a celebrare l’Eucaristia, hanno risposto di non poter vivere senza celebrare il giorno del Signore”.

È lì che si nutre e cresce la nostra fede. È lì che i nostri sforzi, pur limitati, per grazia di Dio si fondono come azioni delle membra di un unico corpo – il Corpo di Cristo – nella realizzazione di un unico grande progetto di salvezza che abbraccia tutto il genere umano.

Mani capaci di sofferenza e tenerezza

Attraverso l’incontro eucaristico anche le mani dei fedeli si tramutano in “mani del Risorto”: diventano “testimoni della sua presenza, della sua misericordia, della sua pace” nei segni scolpiti da lavoro, sacrifici, malattia, sofferenza e tempo, così come “nella tenerezza di una carezza, di una stretta, di un gesto di carità”.

Testimoniare carità e portare riconciliazione

Infine, l’appello, “in un mondo che ha tanto bisogno di pace”, ad essere “assidui e fedeli” all’incontro eucaristico con il Risorto, per ripartire da lì come “testimoni di carità e portatori di riconciliazione”.

A guidare questo cammino, lo sguardo alla Vergine Maria, “beata perché, per prima, ha creduto senza vedere”.

Uno scorcio della piazza gremita di fedeli (@Vatican Media)

(fonte: Vatican News, articolo di Lorena Leonardi 12/04/2026)

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LEONE XIV
(testo integrale)


Cari fratelli e sorelle, buona domenica e ancora buona Pasqua!

Oggi, seconda Domenica di Pasqua, dedicata da San Giovanni Paolo II alla Divina Misericordia, nel Vangelo leggiamo dell’apparizione di Gesù risorto all’apostolo Tommaso (cfr Gv 20,19-31). Il fatto avviene otto giorni dopo la Pasqua, mentre la comunità è riunita, ed è lì che Tommaso incontra il Maestro, che lo invita a guardare i segni dei chiodi, a mettere la mano nella ferita del suo costato e a credere (cfr v. 27). È una scena che ci fa riflettere sul nostro incontro con Gesù Risorto. Dove trovarlo? Come riconoscerlo? Come credere? San Giovanni, che narra l’evento, ci dà delle indicazioni precise: Tommaso incontra Gesù l’ottavo giorno, nella comunità riunita e lo riconosce nei segni del suo sacrificio. Da questa esperienza scaturisce la sua professione di fede, la più alta di tutto il quarto Vangelo: «Mio Signore e mio Dio!» (v. 29).

Certo, non è sempre facile credere. Non lo è stato per Tommaso e non lo è neanche per noi. La fede ha bisogno di essere nutrita e sostenuta. Per questo, nell’“ottavo giorno”, cioè ogni domenica, la Chiesa ci invita a fare come i primi discepoli: a riunirci e a celebrare insieme l’Eucaristia. In essa ascoltiamo le parole di Gesù, preghiamo, professiamo la nostra fede, condividiamo i doni di Dio nella carità, offriamo la nostra vita in unione al Sacrificio di Cristo, ci nutriamo del suo Corpo e del suo Sangue, per poi essere a nostra volta testimoni della sua Resurrezione, come indica il termine “Messa”, cioè “invio”, “missione” (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1332).

L’Eucaristia domenicale è indispensabile per la vita cristiana. Domani partirò per il Viaggio apostolico in Africa, e proprio alcuni Martiri della Chiesa africana dei primi secoli, i Martiri di Abitene, ci hanno lasciato in merito una bellissima testimonianza. Di fronte all’offerta di avere salva la vita a patto che rinunciassero a celebrare l’Eucaristia, hanno risposto di non poter vivere senza celebrare il giorno del Signore. È lì che si nutre e cresce la nostra fede. È lì che i nostri sforzi, pur limitati, per grazia di Dio si fondono come azioni delle membra di un unico corpo – il Corpo di Cristo – nella realizzazione di un unico grande progetto di salvezza che abbraccia tutto il genere umano. È attraverso l’Eucaristia che anche le nostre mani diventano “mani del Risorto”, testimoni della sua presenza, della sua misericordia, della sua pace, nei segni del lavoro, dei sacrifici, della malattia, del passare degli anni, che spesso vi sono scolpiti, come nella tenerezza di una carezza, di una stretta, di un gesto di carità.

Cari fratelli e sorelle, in un mondo che ha tanto bisogno di pace, questo ci impegna più che mai ad essere assidui e fedeli al nostro incontro eucaristico con il Risorto, per ripartirne come testimoni di carità e portatori di riconciliazione. Ci aiuti a farlo la Vergine Maria, beata perché, per prima, ha creduto senza vedere (cfr Gv 20,29).

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Dopo il Regina Caeli

Cari fratelli e sorelle,

oggi molte Chiese orientali celebrano la Pasqua secondo il calendario giuliano. A tutte quelle comunità rivolgo il mio più cordiale augurio di pace, in comunione di fede nel Signore Risorto. Lo accompagno con più intensa preghiera per quanti soffrono a causa della guerra, in modo particolare per il caro popolo ucraino. La luce di Cristo porti conforto ai cuori afflitti e rafforzi la speranza di pace. Non venga meno l’attenzione della comunità internazionale verso il dramma di questa guerra!

Anche all’amato popolo libanese sono più che mai vicino in questi giorni di dolore, di paura e di invincibile speranza in Dio. Il principio di umanità, inscritto nella coscienza di ogni persona e riconosciuto nelle leggi internazionali, comporta l’obbligo morale di proteggere la popolazione civile dagli atroci effetti della guerra. Faccio appello alle parti in conflitto a cessare il fuoco e a ricercare con urgenza una soluzione pacifica.

Mercoledì prossimo si compiono tre anni dall’inizio del sanguinoso conflitto in Sudan. Quanto soffre il popolo sudanese, vittima innocente di questo dramma disumano! Rinnovo il mio accorato appello alle parti belligeranti affinché facciano tacere le armi ed inizino, senza precondizioni, un sincero dialogo volto a fermare quanto prima questa guerra fratricida.

Ed ora do il benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini, in particolare ai fedeli che hanno celebrato la Domenica della Divina Misericordia nel Santuario di Santo Spirito in Sassia.

Saluto la Musikverein Kleinraming, della Diocesi di Linz in Austria, e i fedeli venuti dalla Polonia; come pure i giovani del Collège Saint Jean de Passy di Parigi e quelli di diverse nazionalità del Movimento dei Focolari. Saluto il pellegrinaggio della comunità di San Benedetto Po e i cresimandi di Santarcangelo di Romagna e San Vito.

Domani partirò per un viaggio apostolico di dieci giorni in quattro Paesi africani: Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Vi chiedo per favore di accompagnarmi con le vostre preghiere. Grazie!

Buona domenica a tutti!

Guarda il video



Andrea Tornielli: Quell’appello del Papa alla maggioranza silenziosa che sceglie la pace

Andrea Tornielli

Quell’appello del Papa alla maggioranza silenziosa che sceglie la pace

Leone XIV richiama al comune impegno contro la “follia della guerra” i miliardi di persone che nel mondo non si arrendono all’idolatria del denaro e del potere in quest’ora drammatica della storia


Di fronte ai massacri e alle guerre provocate dall’idolatria del potere di chi pretende persino di “arruolare” Dio dalla propria parte offrendo giustificazione religiosa all’uccisione degli innocenti, Papa Leone si è appellato alla stragrande maggioranza di persone che in tutto il mondo vogliono la pace, credono nella pace, pregano per la pace e la costruiscono giorno per giorno. Lo ha fatto la sera di sabato 11 aprile 2026, durante la Veglia di preghiera da lui convocata per implorare la fine delle guerre in corso.

Già martedì 7 aprile era accaduto qualcosa di simile a Castelgandolfo: di fronte alla minaccia di annientare la civiltà iraniana annunciata sui social media dal presidente degli Stati Uniti, il Successore di Pietro aveva invitato i cittadini del suo Paese a contattare i membri del Congresso per chiedere pace e fermare l’attacco massiccio contro le infrastrutture dell’Iran. Ora, proprio nel giorno del 63° anniversario dell’enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII, quella stessa chiamata è diventata universale e si rivolge ai “milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace” e che “curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra”. Leone chiede di ascoltare in particolare la voce dei bambini che hanno visto morire sotto le bombe i loro coetanei a Gaza, in Iran, in Ucraina e in tante altre parti del mondo.

A meno di una settimana dalla celebrazione della Pasqua e alla vigilia della Pasqua delle Chiese orientali, memoria dell’inerme vittoria del Principe della Pace, il Vescovo di Roma scommette dunque sulla speranza e sulla preghiera di una maggioranza silenziosa, per affrontare l’ora drammatica della storia che l’umanità sta vivendo. Chiede di unire le invocazioni di tanti alle “infinite possibilità di Dio”, per cercare di infrangere quella che definisce una “demoniaca catena del male”.

Le parole del Pontefice che ha fatto della pace il tratto saliente del suo magistero, sono nette sia nell’individuare la radice ultimamente diabolica della guerra, sia nel rispedire al mittente qualsiasi riedizione del “Dio è con noi”. No, Dio non può essere con chi fa strage di civili. Dio sta con chi soffre, con chi muore sotto le macerie. Colpiscono alcune espressioni utilizzate da Leone XIV: la preghiera è “un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo”, perché chi prega ha coscienza del proprio limite e non uccide né minaccia. L’esatto contrario di chi fa “di se stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio”.

Sbaglierebbe chi considerasse questo pressante invito alla preghiera come una fuga nello spiritualismo. Lo dimostra un altro passaggio della riflessione del Successore di Pietro. Dopo aver citato la responsabilità di ciascuno a costruire dovunque pace, incontro e amicizia, Leone XIV invita a credere “nell’amore, nella moderazione, nella buona politica”. Una politica che non considerando sconvenienti le parole “dialogo” e “negoziato” persegua finalmente la tregua e poi duraturi accordi di pace.
(fonte: Editoriale di Vatican News 11/04/2026)

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Vedi anche il post precedente:



domenica 12 aprile 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - II DOMENICA DI PASQUA in Albis e della Divina Misericordia - anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli



II DOMENICA DI PASQUA 
in Albis * e della Divina Misericordia - anno A

12 Aprile 2026

* in Albis: coloro che erano stati battezzati nella Veglia Pasquale, indossavano la veste bianca (albis) per tutta la settimana e la deponevano in questa II Domenica.
Non andrebbe depennato "in Albis", per non dimenticare l'importanza fondamentale dell'Iniziazione Cristiana.
Perché cristiani non si nasce, ma lo si DIVENTA! (Tertulliano, II-III sec, a.C.)
Diventare cristiani è una scelta di FEDE per una vita alternativa, per un modo di abitare altrimenti questo mondo. Non è un fatto socio-culturale, né riguarda l'identità o l'orgoglio di essere italiani o occidentali...
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Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Dio, nostro Padre, ha ridato vita al corpo crocifisso del Figlio suo Gesù. La morte non ha avuto alcun potere su di lui, perché tutta la sua vita è stata vissuta in piena gratuità e come un’offerta gradita al Padre. A Lui innalziamo le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Gloria e onore a te, Dio della vita


Lettore

- Ti preghiamo, o Padre, per tutta la Chiesa, disseminata tra i popoli della terra. Donale di rinascere ogni giorno dal costato aperto del tuo Figlio Gesù, il Crocifisso Risorto e Vivente in mezzo a noi. Soltanto così la sua presenza in mezzo all’umanità sarà contrassegnata dalla mitezza, dal perdono e dal dono gratuito di sé. Preghiamo.

- Ricordati, o Padre, delle Chiese cristiane di Oriente, che oggi celebrano la Pasqua del Cristo, tuo Figlio e nostro Signore. Dona a tutte loro la consapevolezza di appartenere all’unico Corpo del tuo Figlio, perché possano, in forza di questa fede, superare divisioni, conflitti e scomuniche reciproche. Preghiamo.

- A Te, o Padre, affidiamo il futuro così incerto di questo nostro pianeta, che è la nostra casa, il giardino di cui dovremmo prenderci cura. Tu che conosci i segreti dei cuori, abbatti e disperdi i pensieri deliranti dei potenti della terra. Fa’ che l’umanità intera possa ritrovare la via del diritto e della giustizia. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Padre, tutte le associazioni e tutte le organizzazioni, che si rendono presenti nei luoghi di guerra o che intervengono per salvare le persone migranti. Sostieni con la forza del tuo Spirito quanti operano a favore della pace, promuovendo il dialogo e percorsi di riconciliazione. Preghiamo.

- Non distogliere, o Padre, il tuo sguardo dal nostro Paese. Sii vicino in modo particolare a quelle regioni provate da frane e allagamenti. Ti affidiamo, inoltre, quegli adolescenti, che si rivelano sempre più preda di fantasie omicide. Preghiamo.

- Davanti a te, o Padre della vita, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche di tutti i migranti che continuano a morire nel mare e delle vittime delle varie guerre disseminate nel mondo. Doni a tutti di partecipare alla Risurrezione del tuo Figlio Gesù. Preghiamo.


Per chi presiede

Ascolta la nostra preghiera, o Dio nostro Padre. Fa’ che sappiamo essere cristiani veri e sinceri nella pace, nella misericordia e nella comunione fraterna. Te lo chiediamo per Gesù Cristo, nostro Signore e Fratello, vivente nei secoli dei secoli.

AMEN.



VEGLIA DI PREGHIERA PER INVOCARE IL DONO DELLA PACE 11/04/2026 - Leone XIV: preghiamo per la pace, si fermi chi uccide e vuole il mondo in ginocchio (cronaca/commento, testi e video integrali)


PREGHIERA DEL SANTO ROSARIO PER INVOCARE IL DONO DELLA PACE


VEGLIA DI PREGHIERA 

PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE LEONE XIV

Basilica di San Pietro
Sabato, 11 aprile 2026

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Il Papa: preghiamo per la pace,
si fermi chi uccide e vuole il mondo in ginocchio

Al termine del Rosario per la pace nella Basilica di San Pietro, Leone XIV esorta ad affrontare “come umanità e con umanità quest’ora drammatica della storia”. In un mondo in cui “sembrano non bastare i sepolcri”, il Pontefice denuncia le “inderogabili responsabilità dei governanti” e il “delirio di onnipotenza” che trascina “persino nei discorsi di morte” il nome di Dio. Il Suo, al contrario, è un regno senza droni, banalizzazioni del male o ingiusti profitti, ma fondato su dignità e perdono



“Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.”

Mettersi in ginocchio per trovare, nella preghiera, “una briciola di fede” e non arrendersi all'apparente “destino già scritto”: quello di sepolcri che non bastano più a contenere corpi annientati “senza diritto e senza pietà”. Pretendere invece di mettere in ginocchio gli altri, accecati dal "delirio di onnipotenza", dalla banalizzazione del male e dagli ingiusti profitti, fino a trascinare “persino nei discorsi di morte il Nome santo di Dio". Si staglia così, prorompente e accorata, la riflessione di Papa Leone XIV al termine del Rosario per la pace di oggi, 11 aprile, nel crepuscolo di Piazza San Pietro, che assume la coreografica rappresentazione della lotta tra il buio “di quest’ora drammatica della storia”, al cui banco vengono evocate le “inderogabili responsabilità dei governanti delle nazioni” e di quei tavoli in cui “si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte”, e la luce del Regno di Dio, che spezza la “catena demoniaca del male”, intrecciata di droni e vendette. Con una certezza, “gratuita, universale e dirompente”, su chi avrà l’ultima parola:

Siamo un popolo che già risorge!

Fedeli di diverse etnie pregano insieme (@Vatican Media)

"La guerra divide, la speranza unisce"

Leone prende parola dopo la recita dei Misteri gloriosi, intervallati da meditazioni dei Padri della Chiesa. Una preghiera espressione di quella fede che, per bocca di Gesù, “sposta le montagne”. Ringrazia i fedeli presenti, circa 7mila in Basilica e 3mila all'esterno, e quanti uniti spiritualmente da tanti altri luoghi del mondo.

La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia.

Il Papa in preghiera (@Vatican Media)

"Niente ci può chiudere in un destino già scritto"

La preghiera, medita il Papa, non è “rifugio” per scappare dalle responsabilità, né “anestetico” per fuggire “il dolore che tanta ingiustizia scatena”. Piuttosto, è la “risposta alla morte” che invita ad alzare lo sguardo e a rialzarsi dalle macerie.

Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà.

"Mai più la guerra!"

Numerosi, i conflitti di oggi, ma non nuovi. Si rinfrescano quindi di attualità, benché drammatica, le parole dei Papi sulle guerre. Leone XIV ricorda quelle di san Giovanni Paolo II nel contesto della crisi irachena del 2003, in cui Papa Wojtyła, ricordando un’ulteriore esperienza di conflitto vissuta in prima persona, quella della Seconda guerra mondiale, esortava specialmente i giovani a dire, al pari di san Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite: “Mai più la guerra!”

Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità.

"Un argine a quel delirio di onnipotenza"

Lungi quindi dall’essere un atto puramente passivo, la preghiera, riflette il Papa, “educa ad agire”, congiungendo le “limitate possibilità umane” con le “infinite possibilità di Dio”. Così, pensieri, parole e opere disgregano il male, mettendosi al servizio del Regno celeste.

Un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita.

"Basta con l'idolatria di se stessi e del denaro"

Dal sogno di un mondo “di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli”, la realtà muta in un “incubo notturno” popolato da nemici e minacce, anziché da “chiamate all’ascolto e all’incontro”.

Basta con l’idolatria di se stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita.

Leone XIV cita quindi san Giovanni XXIII, che nella sua enciclica Pacem in terris, scriveva che “dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana”, e riprendendo a sua volta le parole “lapidarie” di Pio XII aggiungeva “nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra”.

"Inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni"

Le parole dei Pontefici si sommano alle “energie morali e spirituali” di miliardi di persone che ancora credono e scelgono la pace. E tra di esse, sono le voci dei più piccoli le più meritevoli di ascolto.

Ascoltiamo la voce dei bambini!

Una bambina presente in Basilica di San Pietro (@Vatican Media)

Il Papa menziona le lettere che riceve da quanti vivono in zone di conflitto, e come in esse si percepisca la “verità dell’innocenza” e la “disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio”.

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!

"Torniamo a credere nell'amore"

A tali oneri, tuttavia, non viene meno l’intera società umana, che “ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole”. E lo fa convertendo i cuori e le menti a un "Regno di pace", costruito negli ambienti che si vivono quotidianamente, “rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro”.

Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!

"Come una roccia che si scava goccia dopo goccia"

Leone XIV si sofferma poi sulla natura della preghiera mariana del Rosario, con di fianco a lui la statua di Maria Regina Pacis, trasferita lo scorso 9 aprile in Piazza San Pietro dall’omonima parrocchia romana nel quartiere Monteverde. Sul ritmo regolare di tale orazione, che richiama a un’armonia che si fa spazio “così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento”. Tempi “lunghi della vita”, ma “segno della pazienza di Dio”.

Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite.

Citando un altro Pontefice, il suo predecessore Francesco, il Papa sottolinea il bisogno di “artigiani di pace” che agiscano con “ingegno e audacia” in quell’“architettura” nella quale intervengono le varie istituzioni della società.

"A servizio della riconciliazione e della pace"

A sottolineare l’universalità della pace, nella successione dei Misteri gloriosi sono fedeli provenienti dai cinque continenti ad accendere altrettanti lumi, attingendo la fiamma dalla Lampada della pace proveniente da Assisi. La preghiera, poi, termina, ma non l’impegno nell’orazione, che Leone XIV invita a rinnovare sulla via del ritorno a casa.

La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale.

Fedeli africane accendono un lume (@VATICAN MEDIA)

"Siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza"

Concludendo la riflessione, il Papa cita il suo messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, dove auspicava che ogni comunità potesse diventare “casa della pace”, per mostrare che essa “non è un’utopia”.

Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza.

"Una pace nuova"

Pochi minuti prima della recita del Rosario, il Papa saluta i fedeli raccolti in Piazza San Pietro, per seguire il momento di orazione dai megaschermi. "Grazie per la vostra presenza, per aver voluto rispondere a questa chiamata", è la sincera riconoscenza espressa dal Pontefice.



Vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire la pace, una pace nuova che è possibile vivere insieme con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze.
(fonte: Vatican News, articolo di Edoardo Giribaldi 11/04/2026)

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Testi integrali

Saluto del Santo Padre sul sagrato della Basilica prima dell’inizio della Veglia ai fedeli presenti in Piazza San Pietro


Carissimi fratelli e sorelle, buonasera! Benvenuti!

Un saluto molto fraterno, molto grande a tutti voi. Grazie per la vostra presenza, per aver voluto rispondere a questa chiamata, a questo invito a unirci tutti con la nostra voce, con i nostri cuori, con la nostra vita a pregare per la pace. La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori. Che la pace davvero regni in tutto il mondo e che siamo noi portatori di questo messaggio.

Dio ci ascolta, Dio ci accompagna! Gesù ci ha detto che dove due o tre sono riuniti nel suo nome, Lui è presente con loro. In questi giorni dell’Ottava di Pasqua noi crediamo profondamente nella presenza di Gesù risorto fra noi.

Adesso, uniti nella preghiera del Santo Rosario, chiedendo l’intercessione della nostra Madre Maria, vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire la pace, una pace nuova; che è possibile vivere insieme con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze; che noi vogliamo essere discepoli di Gesù Cristo uniti come fratelli e sorelle, uniti tutti in un mondo di pace.

Pregate con noi! Grazie per la vostra presenza! Che Dio accompagni voi e i vostri cari oggi e sempre.

Vi do da qui la benedizione, poi preghiamo insieme dalla Basilica e potete seguire con gli schermi. Grazie di nuovo per la vostra presenza.

[Benedizione]

Grazie a tutti, buona preghiera.

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Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace


Cari fratelli e sorelle,

la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione. Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà.

San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale.

La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.

Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in terris, 62).

Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!

Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio. Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231).

Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026).

Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S. Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).

Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui rivolgiamo la nostra supplica:

Signore Gesù,
tu hai vinto la morte senza armi né violenza:
hai dissolto il suo potere con la forza della pace.
Donaci la tua pace,
come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,
come ai discepoli nascosti e spaventati.
Manda il tuo Spirito,
respiro che dà vita, che riconcilia,
che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.
Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,
che col cuore straziato stava sotto la tua croce,
salda nella fede che saresti risorto.
La follia della guerra abbia termine
e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora
sa generare, sa custodire, sa amare la vita.
Ascoltaci, Signore della vita!


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"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 23 - 2025/2026 - II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

II DOMENICA DI PASQUA
o della Divina Misericordia anno A

Vangelo:
Gv 20,19-31

Dopo essersi manifestato a Maria di Magdala, Gesù si rende presente in mezzo ai suoi barricati nel Cenacolo per paura delle autorità religiose. «Del Cenacolo ne hanno fatto la loro tomba. Mentre il sepolcro è aperto e vuoto, il luogo che li vede riuniti è sprangato e odora di morte come il loro cuore» (cit.). Ma il Vivente irrompe vincitore nonostante le nostre chiusure, la nostra morte, e ci mostra mani e costato, segni visibili del suo amore per noi, ferite dalle quali scaturisce, come torrente perenne, la nostra salvezza (cfr. Is 53,5). E affinché anche noi possiamo vivere da risorti, ci fa dono del suo Shalom, dandoci la vita vera attraverso il Soffio del suo Spirito. Lo stesso Spirito che, al Battesimo, aveva dimorato sull'Agnello di Dio (Gv 1,32-33), viene ora effuso anche su di noi, affinché possiamo continuare l'opera da Lui iniziata. E' la nuova Pentecoste, la nascita del nuovo Israele, la nascita della Chiesa. E', però, una comunità incompleta, orfana di Giuda, il figlio della perdizione, e anche di Tommaso-Didimo, gemello nostro e della nostra incredulità. Fuori dal gruppo dei discepoli che hanno contemplato il volto del Risorto e ricevuto il suo Spirito, Tommaso non crede alla testimonianza dei suoi amici e pretende di vedere e toccare. L'occasione gli verrà data solo «otto giorni dopo» quando sarà presente anche lui, nel giorno in cui la Comunità si riunisce per fare memoria del Signore Risorto. Come Tommaso, anche noi siamo chiamati a credere senza vedere e senza toccare. E' all'interno della Comunità che ogni credente fa esperienza di Gesù Crocifisso e Risorto: nell'ascolto della sua Parola che illumina e vivifica; nell'Eucaristia, Pane della Vita, nutrimento indispensabile per il nostro cammino di fede; nella Carne sofferente dei Poveri che Gesù ci ha comandato di amare e servire, Ostensori viventi della Sua Presenza nel mondo, davanti alle cui piaghe siamo ogni giorno chiamati ad esclamare: «Signore mio e Dio mio!»


sabato 11 aprile 2026

IN MEZZO “I miei dubbi non fermano il Signore ... Gesù rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere.” - II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

IN MEZZO


I miei dubbi non fermano il Signore... 
Gesù rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere. 


La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. Gv 20,19-31
  
IN MEZZO
 
I miei dubbi non fermano il Signore ... Gesù rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere.

I discepoli erano chiusi in casa per paura. Paura dei Giudei, delle guardie, della folla, dei soldati romani. E anche per paura di se stessi.

E tuttavia Gesù viene. In quella casa dove sono allo stretto, in quella stanza dove manca l’aria, Gesù viene.

Otto giorni dopo sono ancora tutti lì. Venne Gesù a porte chiuse e stette in mezzo a loro… (Gv 20,26). Non a distanza, non sopra, ma ‘in mezzo a loro’.
Otto giorni dopo, secoli dopo è ancora qui, davanti alle mie porte chiuse. Li aveva inviati per le strade, e li ritrova ancora tutti chiusi in quella stanza.

E dice: Pace a voi. Non si tratta di un augurio o una promesse, ma di una affermazione: la pace è, è qui.
È pace sulle vostre paure, sui vostri sensi di colpa, sui sogni non raggiunti, sulle insoddisfazioni che scolorano i giorni. I miei dubbi non fermano il Signore; se ha trovato chiuso, non se n’è andato, ha continuato il suo assedio per me, e questo mi consola. Gesù si consegna ancora ai discepoli facili alla viltà e alla bugia, senza stancarsi di noi.

Qualcuno però va e viene da quella stanza: Tommaso, il coraggioso. Quello che aveva sfidato la città, che era uscito. Tommaso con i piedi per terra: “se non vedo e non tocco, non crederò”. Gesù stesso l’aveva formato alla libertà e alla ricerca. Gesù e Tommaso si cercano.
Tommaso non si era accontentato delle parole degli altri dieci; non di un racconto aveva bisogno, ma di un incontro con il suo Signore. Vuole delle garanzie e ha ragione, perché se Gesù è vivo tutta la sua vita ne sarà sconvolta.
“Guarda, tocca metti qui il tuo dito; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco”. Gesù rispetta la fatica e i dubbi di Tommaso; rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere. Non vuole umiliarlo, ma lo spinge allo stupore, si espone con la meraviglia di quelle ferite aperte da cui non sgorga più sangue ma luce.
La risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi. Perché la morte di croce non è un semplice incidente di percorso da superare: quelle ferite sono la gloria di Dio, il punto più alto dell’amore, e allora resteranno aperte per l’eternità.

Toccami! Il Vangelo non dice che Tommaso abbia davvero toccato e messo il dito nel foro. A lui è bastato quel Gesù che si propone, ancora una volta, con questa umiltà, con questa libertà, che non si stanca di venire incontro, che non molla i suoi neppure se loro l’hanno abbandonato.
È il suo stile, è Lui, non ti puoi sbagliare: “mio Signore e mio Dio”. Tommaso passa dall’incredulità all’estasi. E ripete quel piccolo “mio” che cambia tutto, che non indica possesso, ma legame.

“Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” Una beatitudine per noi che non vediamo, che cerchiamo a tentoni e facciamo fatica; ma che finalmente sento mia, col rischio di essere felice.