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venerdì 14 agosto 2026

La gloria di Maria nella disumanità di oggi di Gilberto Borghi

La gloria di Maria 
nella disumanità di oggi 
di Gilberto Borghi

La festa di domani non è una fuga dall’attualità per consolarci con la gloria che ci attende, ma ci obbliga a guardare più profondamente il nostro tempo.


C’è qualcosa di sorprendente nella liturgia di domani. Celebriamo Maria nella gloria del cielo, e tuttavia la prima lettura ci presenta una donna che non è semplicemente nel cielo: è una donna che soffre, che fugge, che attraversa il deserto, che viene perseguitata. È gloriosa e perseguitata. È coronata e in fuga. È promessa alla vittoria e contemporaneamente esposta alla minaccia del drago.

Questa immagine contiene forse una delle chiavi più profonde per comprendere l’Assunzione. Maria è già nella gloria, ma la Chiesa, di cui lei è icona, cammina nella storia e non è ancora nella gloria. Maria è già là dove noi speriamo di arrivare. E proprio perché lei è già nella pienezza, noi comprendiamo meglio che cosa significa essere ancora in cammino. La festa di domani non è una fuga dall’attualità per consolarci con la gloria che ci attende, ma ci obbliga a guardare più profondamente il nostro tempo.

Questa è la condizione cristiana: vivere tra un già e un non ancora. Cristo è risorto; la morte non è l’ultima parola; lo Spirito è stato donato; la vita eterna, in qualche modo, già iniziata in noi: questo è il «già». Ma l’uomo è ancora fragile. A Gaza, in Ucraina, e in altre circa 100 regioni del mondo, la morte, la distruzione e il dolore sembrano dominare. E noi, qui, viviamo dentro ad un sistema culturale e di mercato che ci costringe a urlare: “restiamo umani!”. La Chiesa è ancora alle prese con peccati e disumanità pesanti. Noi viviamo spesso nell’ansia di fondo, nella paura di uscire di casa, di essere “fregati” da chi ci dovrebbe amare. Questo è il «non ancora».

Non dobbiamo eliminare una delle due immagini per conservare l’altra. La donna è contemporaneamente segno della gloria e figura del travaglio. E la fatica del credente e della Chiesa sta proprio nel tenere assieme questi due lati della fede. A volte vorremmo che la fede eliminasse immediatamente l’incompiutezza della nostra esistenza. Vorremmo che, se Dio ci ha salvati, la nostra vita fosse ormai libera da ogni contraddizione, da ogni fragilità, da ogni oscurità.

E quando qualcuno cerca di forzare i tempi e di anticipare la soluzione del male attraverso strategie umane e con l’appoggio dei poteri del mondo, compie forse il peggiore servizio possibile al Vangelo. Perché il Vangelo non ci promette questo. Ci promette qualcosa di più profondo: che Dio ci accompagna nel tempo dell’incompiutezza. Il deserto dell’Apocalisse non è il luogo dell’abbandono. È il luogo che Dio ha preparato alla donna perché fosse nutrita.

Il deserto, allora, non è la prova che Dio è assente. Anche il deserto della disumanità, anche quello della violenza senza senso, della guerra come stato endemico che favorisce il mercato. È il luogo della sua presenza nella forma della promessa, della protezione e del nutrimento. Questa è forse una delle cose più difficili da accettare nella vita cristiana: quando non capiamo più il senso della presenza di Dio nella storia, immaginiamo che essa sia sfuggita alla sue mani. Ma se non capiamo la realtà non è essa ad essere sbagliata, ma la nostra postura con cui la guardiamo. Dio può essere realmente presente anche quando la sua salvezza non è ancora pienamente visibile, anche nel deserto della disumanità. Noi vorremmo la gloria; Dio ci dà il cammino verso la gloria. Noi vorremmo il compimento; Dio ci dona la promessa. Noi vorremmo vedere; Dio ci chiede di sperare.

Ecco il senso del Magnificat. Maria dice: «L’anima mia magnifica il Signore». Ma Maria canta la salvezza mentre la storia non è ancora compiuta. Non ha ancora visto tutto ciò che Dio farà. Non ha ancora davanti agli occhi la Pasqua. Non ha ancora visto la risurrezione del Figlio. Eppure canta. Il Magnificat è dunque il canto di una salvezza già iniziata ma non ancora compiuta. Lei canta anche ciò che ancora deve accadere: “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”. Il suo canto è memoria, presenza e profezia nello stesso momento. Per questo il Magnificat è il canto della speranza.

La speranza cristiana non consiste nel dire: «Un giorno forse Dio ci salverà». È qualcosa di molto più forte. È dire: Dio ha già cominciato a salvarci, e proprio per questo possiamo attendere ciò che ancora non vediamo. Per questo l’Assunzione non ci allontana dalla terra: ci insegna a viverla. E come? Il Vangelo di oggi non ci presenta Maria ferma nella contemplazione della propria grandezza. Appena ricevuta la promessa, Maria «si alzò e andò in fretta» verso Elisabetta. È straordinario: la donna che Dio ha destinato alla gloria attraversa la storia mettendosi in cammino verso un’altra persona. Questa è la logica cristiana dell’attesa.

Chi ha fede in quale sarà il proprio destino ultimo non fugge dal presente, non lo teme, non cerca di cambiarlo con la propria impazienza o per sfuggire alle proprie paure: lo abita con maggiore intensità, appoggiato alla certezza della fede, nella relazione di amore con i fratelli. Maria sa che Dio sta compiendo qualcosa di immenso in lei, ma questa consapevolezza non la sottrae alla concretezza della storia. Così dovrebbe essere anche la nostra speranza. 
La speranza cristiana non è evasione dal mondo. 
È la capacità di vivere il presente senza pretendere che il presente sia già il compimento.

(Fonte: VinoNuovo)

ICONA DEL NOSTRO FUTURO - "La gioia, come la pace, come l'amore, si vivono appieno solo condividendoli; con il corpo, con gli occhi e le mani, con la voce e le parole." ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

ICONA DEL NOSTRO FUTURO


La gioia, come la pace, come l'amore, 
si vivono appieno solo condividendoli; 
con il corpo, con gli occhi e le mani, con la voce e le parole. 


In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. (...). Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua. Lc 1, 39-56
  
ICONA DEL NOSTRO FUTURO
 
La gioia, come la pace, come l'amore, si vivono appieno solo condividendoli; con il corpo, con gli occhi e le mani, con la voce e le parole. 

Il Vangelo presenta la sola scena in cui le uniche protagoniste sono due donne. Maria, Elisabetta e nessun'altra presenza, che non sia quella del mistero di Dio pulsante nel loro grembo. Nel Nuovo Testamento profetizzano per prime le madri, e così accade nel mondo: ogni madre che dà alla luce il figlio, pronuncia una profezia.

La festa dell'Assunta (la Pasqua d’estate, secondo le chiese orientali, frutto della Grande Pasqua di primavera), ci rassicura sull'esito buono della storia: la terra non finirà stritolata dal drago della violenza; la Bellezza e la generatività della Donna sono più forti di ogni drago rosso, di ogni malattia, violenza, depressione, solitudine, sconforto. Un’impennata di senso su tutto ciò che accade.

“Vidi una donna vestita di sole, che era incinta”: immagine bellissima della Chiesa, di Maria, di me, piccola ombra sul mondo. Saremo tutti come quella Donna: vestiti di luce, portatori di vita, in lotta contro tutto ciò che uccide. Contro il grande drago che non vincerà, perché il mondo è gravido, non di morte ma di vita, e porta un altro mondo nel grembo.

L'Assunzione di Maria al cielo in anima e corpo è l'icona del nostro futuro, del destino che ci attende. Questa festa intona il canto del corpo, annunciando che il Creatore non spreca le sue meraviglie: anche il corpo è santo e avrà, trasfigurato, lo stesso destino dell'anima. Perché l'uomo è uno.

Questo corpo così fragile e caro, così dolente e gioioso, nido d'amore e talvolta tana di violenza, sarà, un giorno, trasparenza di cristallo, sacramento dell'incontro perfetto.

Vergine, anello d'oro del tempo e dell'eterno, tu porti la nostra carne in paradiso e Dio nella nostra carne (D. M. Turoldo).

Anello d'oro, dove il tempo e l'eternità si innestano l'uno nell'altra. Sconfinamento: carne di donna in paradiso, carne di Dio sulla terra.

Il vangelo racconta che "Maria si mise in viaggio, in fretta, verso la montagna "Donna dell'amore che ha sempre fretta, che non sopporta ritardi; corre, portata dal futuro che già preme in lei.

Donna in viaggio, in esodo sulle tracce dell’esodo di Dio verso la terra.

In viaggio da casa a casa, lascia Nazaret e va: da Elisabetta, dagli sposi di Cana, a Cafarnao, alla camera alta a Gerusalemme, quasi che la sua casa si fosse moltiplicata seguendo il crescere del cuore di madre.

Donna in viaggio, nella gioia e nella trepidazione. Gioia che con Elisabetta si fa abbraccio e danza dei grembi: “Benedetta tu…” Prima parola che incarna la promessa di Dio quando, in principio, “li benedisse” (Gn 1,28). Benedizione è, o dovrebbe essere, la prima parola di ogni dialogo tra persone: Dio mi benedice con la tua presenza, possa Egli benedire te con la mia presenza.

Il corpo di Maria si fa salmo: l'anima canta! Lo spirito danza!

Perché la gioia, come la pace, come l'amore, si vivono appieno solo condividendoli; con il corpo, con gli occhi e le mani, con la voce e le parole.

Maria è la sorella che è andata avanti, danzando. E il suo destino è il nostro:

“Poiché il tuo corpo è fra le stelle

Spera, Maria, la nostra carne oscura...” (E. Bono).


Madonne e santi neri: il volto plurale del sacro di Mariangela Di Marco

Madonne e santi neri:
il volto plurale del sacro
di Mariangela Di Marco



Dalle Madonne nere ai santi (migranti) dalla pelle scura: un viaggio tra devozioni popolari, storia religiosa e scambi culturali che attraversano il Mediterraneo. Un patrimonio spirituale che racconta intrecci, migrazioni e forme di pluralismo spesso dimenticate.

Con una narrazione securitaria dell’immigrazione, la paura dell’“uomo nero” ha toccato apici spaventosi. Ma la profonda venerazione di santi e madonne dall’incarnato scuro, presenti in Italia e in diversi Paesi europei, ci ricorda un’altro tipo di storia e di percezione.

MADONNE NERE
Considerate le più enigmatiche tra le innumerevoli rappresentazioni di Maria da Nazareth, le Madonne nere costituiscono una delle principali mete di pellegrinaggio in tutta Europa, dove se ne contano ben 772 secondo i dati della Chiesa cattolica che, da decenni, interroga studiosi di teologia e storia delle religioni sulle origini di queste sculture sacre dal volto bruno. In Italia sono 155, al secondo posto dopo la Francia che ne conserva 428.

Nere. Come il colore dell’iniziazione alla vita, il buio del ventre materno e della terra fangosa da cui si genera l’esistenza e nell’oscurità si prepara all’incontro con la luce della nascita. È una delle teorie sulla loro origine che le vedono come il frutto del sincretismo tra Cristianesimo e Paganesimo, quella Magna Mater che assume forme diverse, moltiplicandosi e incarnandosi in varie divinità che mettono in risalto i diversi aspetti del Femminino sacro: fecondità, fertilità, sessualità. E legandosi ai culti ctoni, sotterranei, svolti in caverne, dove le energie della terra si fanno più forti, come spiega la studiosa Petra Van Cronenburg in Madonne nere. Il mistero di un culto (Edizioni Arkeios, 2024).

Nere. Come Iside, la dea egiziana il cui culto si diffuse in tutto il Mediterraneo seguendo l’espansione dei Tolomei, la dinastia macedone d’Egitto, con Alessandria come centro mediterraneo economico e militare. È un’altra delle teorie secondo cui deriverebbero le diverse Madonne nere. Iside fu patrona dei navigatori e per questo il suo culto si diffuse in tutta la vasta area del Mare Nostrum, al punto che dal II secolo a.C., molto ben prima dell’avvento dell’era cristiana, si era imposto in Italia, Nord Africa, Spagna e Gallia, a seguito dei contatti commerciali con i mercanti alessandrini. A suffragare questa tesi, contribuisce la definizione Vierges Égyptiennes – Vergini Egiziane – che le contrassegna nelle fonti medievali e che ne ha accentuato il simbolismo, principalmente esoterico.

NIGRA SUM, SED FORMOSA
Volti bruni che avevano – e che continuano ad avere – una straordinaria devozione popolare, ma che vennero letti dalla storiografia artistica «come un segno di arretratezza» e quindi connotati, a partire dal Cinquecento, in modo negativo per “mancanza di attenzione cromatica di impronta naturalistica”, come riportano gli Atti del Convegno internazionale Nigra Sum del Centro di documentazione dei Sacri Monti Calvari e Complessi devozionali europei.

Ma proprio quell’annerimento, che costituiva un dato formale negativo, divenne invece per l’immaginario popolare, e non solo, un tratto nobilitante: giungevano probabilmente dall’Oriente, culla del Cristianesimo – altra teoria sulle loro origini – e per questo matrice di una rappresentazione sacra che, proprio in quanto orientale (limitatamente al colore della pelle), garantiva una maggiore autorevolezza di culto. Spesso per Oriente si intendeva l’Impero Bizantino che nel Mediterraneo ha lasciato una vasta eredità culturale.

Nigra sum, sed formosa – sono nera, ma bella – recita, in barba alle opinioni artistiche, il verso latino del Cantico dei Cantici (1,5) che accompagna una delle più famose Brune italiane, quella di Tindari, in provincia di Messina. Accanto all’imponente basilica, a picco sul mare che la custodisce, sorgeva un hospitium, un luogo di ristoro fondato dai monaci benedettini nel 1142 per i numerosi pellegrini che si recavano verso le mete più sacre della cristianità: Roma, Gerusalemme, ma soprattutto Santiago de Compostela. Una tappa fondamentale nell’itinerarium peregrinorum per i fedeli siciliani che si accingevano a salpare per giorni alla volta della Spagna, apice di questo percorso catartico.

Le navi dirette a Santiago che solcavano il Mediterraneo venivano, infatti, convogliate verso il porto di Barcellona, da cui si ripartiva in direzione Nord, passando per Montserrat, alle porte della capitale catalana. Ad accoglierli vi era la Moreneta, probabilmente la Madonna nera ispanica più conosciuta, ritenuta il modello scultoreo da cui deriva quello di Tindari. «A partire dal XIV secolo – scrive il ricercatore Giuseppe Fazio ne La Madonna di Tindari e le Vergini nere medievali (L’Erma Edizioni, 2012) – il culto verso la Madonna di Montserrat vide una grande diffusione in tutta Europa, specialmente nel bacino del Mediterraneo». Nella sola Palermo, ad esempio, nel corso dei secoli si sono succedute quattro chiese e otto cappelle dedicate alla Madonna montserratina. Stesso discorso per Puglia, Abruzzo, Campania e Umbria.

Dalla Moreneta spagnola alla Morenetta, “la piccola scura”, come viene chiamata la Madonna nera di Loreto, in provincia di Ancona, custodita nella Santa casa di Maria di Nazareth, una delle più importanti reliquie per il Cattolicesimo dove, secondo la tradizione, la Madre di Cristo nacque, crebbe e ricevette l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele. Secondo diversi studi, la statua venne trasportata in Italia dai crociati espulsi dalla Palestina durante l’invasione dei mamelucchi nel 1291. Con lei, anche la dimora dove risiede tutt’oggi, avvolta da uno dei più grandi capolavori scultorei dell’arte rinascimentale eseguiti dall’architetto Donato Bramante. Il suo culto è vivo anche in molte altre chiese di tutto il mondo che conservano una riproduzione fedele dal volto bruno. Molte di queste si possono incontrare lungo i sentieri dell’alta valle Brembana, ad esempio, a Scaletto di Valtorta, a Isola di Fondra, lungo la mulattiera per Foppa, nel centro storico di Branzi, a Foppolo in frazione di Tegge, a Cugno di Santa Brigida

LA DIFFUSIONE DEL CULTO
La venerazione di Madonne dalla pelle scura ebbe il suo culmine durante il XII secolo, dopo che il padre della Chiesa e ispiratore dei cavalieri templari Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) ne introdusse il culto. Secondo la tradizione cattolica, fu Sant’Eusebio di Vercelli (III-IV secolo), primo vescovo del Piemonte, tornato dall’esilio in Cappadocia nel 362

d.C., a portare in Italia le prime statue brune. Una di queste è tuttora venerata nel santuario di Oropa, il più importante tempio mariano delle Alpi, situato nel comune di Biella. Storia di una montagna sacralizzata, di eremitaggi, di gente che si è arrampicata fin quassù per pregare.

Quello delle Madonne nere è un culto che risulta intenso all’epoca delle Crociate, sia perché diversi crociati portarono in patria icone orientali, sia per l’azione di alcuni ordini religiosi – carmelitani e francescani attivi anche in Terrasanta e in Siria – o cavallereschi, come i Templari, che disponevano di proprie chiese nelle principali città europee, soprattutto in Francia, dove appunto si può ritrovare il maggior numero di Madonne Brune.

Sull’Appennino del Sud Italia, dal Cilento al Pollino fino all’Aspromonte, le Madonne vanno e vengono dalle montagne. Vi salgono a maggio per passarvi l’estate. A settembre, ai primi venti dell’autunno, ridiscendono a valle per passare gli inverni nelle chiese, accanto alla loro gente. Così è per la Madonna nera di Viggiano, patrona delle genti di Lucania. Il suo volto dai lineamenti morbidi e la grazia con cui sembra comporsi, la rendono una delle più armoniose sculture di questo tipo, secondo una opinione molto diffusa tra studiosi e gente comune. Fu nascosta dalla popolazione dell’antica Grumentum, città della Val d’Agri, quando venne assalita dai corsari saraceni. Venne poi ritrovata da pastori – secondo un topos diffuso in molte narrazioni – in quello che oggi è il santuario in vetta al Monte Sacro, dove i pellegrini vi ruotano attorno per tre volte, molti a piedi nudi, i palmi delle mani rivolti verso il cielo. Carlo Levi scriveva in Cristo si è fermato a Eboli: «In tutte le case, a capo del letto, attaccata al muro con quattro chiodi, la Madonna di Viggiano assiste, con i grandi occhi senza sguardo nel viso nero, a tutti gli atti della vita».

È una delle Madonne nere raffigurata seduta su un trono a sedile, a rappresentare la Chiesa intera e a diventare sede per l’incarnazione della Divina Sapienza. Il ricercatore inglese Robert Graves osserva come le Madonne nere, dalla Sicilia alla Provenza, venissero così chiamate in onore di un’antichissima tradizione, secondo cui la Sapienza era raffigurata dal colore scuro. E così, nella misteriosa venerazione della Vergine nera, dove si sovrappongono ipotesi e devozioni, possiamo ancora una volta rintracciare un punto d’incontro delle tradizioni misteriche delle tre più grandi religioni rivelate della Terra: Cristianesimo, Islam ed Ebraismo. «Come a dire un glorioso esempio del sublime, straordinario paradosso dell’unità del divino, sebbene percepita sotto spoglie apparenti diversissime».

SANTI NERI E MIGRANTI
Madonne, ma anche santi dalle tonalità brune, come San Nicola, uno dei santi più venerati dal Cristianesimo cattolico e ortodosso, patrono della città pugliese di Bari e originario di Myra, in Turchia. Tra il X e il XIII secolo non è facile trovare santi che possano reggere il confronto con lui in quanto a universalità e vivacità di culto. Ritenuto dalla tradizione protettore dei bambini e delle bambine, il suo culto venne importato dagli olandesi a New York, rendendolo protettore anche della Grande Mela. Chiamato Sinterklaas, il suo nome si contrasse in Santa Claus trasformandosi, nel XX secolo, nella più grande icona vestita di rosso del consumismo occidentale. Naturalmente cambiando il colore della pelle.

Di migrazione parla anche la storia di San Benedetto il Moro (1526-1589), il primo santo africano che, insieme a Santa Rosalia, protegge la città di Palermo: nacque, infatti, da una famiglia ridotta in schiavitù e portata in Sicilia dall’Africa. Per le sue doti taumaturgiche, Benedetto ricevette dal popolo siciliano un culto straordinario ben più di 200 anni prima che fosse proclamato santo: avverrà nel 1807 e sarà il santo protagonista di uno dei processi di canonizzazione più lunghi della Chiesa cattolica.

Volti bruni che hanno attraversato la Storia, l’iconoclastia, l’arianesimo. Culti che dimostrano che abbiamo delle radici di cui troppo spesso ci dimentichiamo, che arrivano da lontano e si intrecciano a ciò che li accoglie. Perché, scrive lo storico delle religioni belga Julien Ries: «Il pluralismo, sacro al Mediterraneo, diviene sacro se il Mediterraneo è davvero sacro nel suo intimo, innato pluralismo»

(Fonte: Confronti)

giovedì 13 agosto 2026

MASSIMO RECALCATI: Salviamo la democrazia dalla legge del più forte

Salviamo la democrazia 
dalla legge del più forte
di Massimo Recalcati


(Pubblicato su “la Repubblica” - 8 agosto 2026)


Le parole pronunciate recentemente dal nostro presidente della Repubblica che condannano senza esitazioni ogni tentativo di giustificare la violenza in nome della ragione politica non sono soltanto una necessaria presa di posizione istituzionale. Sono un richiamo essenziale a una profonda verità che ogni democrazia rischia periodicamente di dimenticare: nessuna idea si può affermare impugnando una spranga, nessuna causa diventa più giusta perché trova nell’esercizio della forza il proprio argomento
Un tema affrontato anche da Freud e Einstein in una celebre corrispondenza di fronte a un’Europa che stava per cadere nel baratro dei totalitarismi e della Seconda guerra mondiale: la forza del Diritto è necessaria a temperare quella della violenza pulsionale, ovvero il Diritto illegittimo della forza. Si tratta del bivio fondativo di ogni democrazia: rinunciare al Diritto della forza per fare esistere la forza del Diritto.

Diversamente la tentazione di concedere attenuanti alla violenza proviene sempre da una seduzione disperata. Si pensa che il fine possa riscattare il mezzo, che la rabbia autorizzi l’aggressione, che l’urgenza della storia possa esigere la sospensione delle regole democratiche della convivenza. Per esempio, il carattere eccezionale della resistenza armata partigiana può essere evocato per legittimare la violenza di piazza, l’aggressione alle forze dell’ordine, la spinta ad annientare fisicamente il proprio antagonista politico. I cosiddetti anni di piombo derivarono direttamente da una lettura ideologica di questo tipo. La politica, allora, cessa di essere lo spazio simbolico del conflitto per trasformarsi in una violenta contesa tribale.

Una delle confusioni più pericolose del nostro tempo consiste infatti nel confondere la violenza col conflitto. Esse appartengono in realtà a due universi radicalmente differenti. Se la violenza è l’espressione della forza pulsionale che rigetta ogni alterità, che vorrebbe raggiungere, saltando ogni forma di mediazione simbolica, i suoi obiettivi – per esempio nel farsi giustizia da sé, nel ridurre la giustizia a vendetta –, l’esperienza del conflitto coincide con quella della democrazia. Mentre la violenza precede e rifiuta la forza del Diritto incaricandosi di esercitare il solo Diritto della forza, il conflitto si sviluppa pienamente solo all’interno del Diritto.

La matrice mitica della violenza come espressione del Diritto della forza trova il suo paradigma nel gesto fratricida di Caino che elimina il Due nel nome dell’Uno. È il gesto che rivela la struttura profonda di ogni violenza. Caino non riesce a sopportare l’esistenza del fratello che lo ha destituito dai suoi privilegi di figlio unico. La differenza non è stata riconosciuta come una risorsa ma percepita solamente come una minaccia. Il fratello è il nemico in quanto volto del Due che disfa l’illusione narcisistica dell’Uno. Ora, ogni violenza ripete, in forme storicamente diverse, la struttura di questo gesto originario. Rigetta il dialogo, rifiuta la legge della parola su cui si fonda ogni democrazia. Non tollera il tempo dell’attesa, della negoziazione, del compromesso, della trattativa.

La violenza vuole tutto e subito, vuole la morte dell’altro che impone il reale del Due all’illusione ideologica dell’Uno. Diversamente dalla violenza, il conflitto nasce invece solo quando la forza accetta il limite insuperabile dalla parola. È questo il vero passaggio che inaugura la vita della polis.

Quello che in fondo Freud definiva come programma della Civiltà si potrebbe tradurre come la conversione necessaria della dimensione primitiva e pre-simbolica della violenza in quella pienamente simbolica del conflitto politico. Non esiste, infatti, alcuna comunità umana priva di conflitti. Pensare una società riconciliata, completamente pacificata, significa coltivare una fantasia utopicamente regressiva. Ma in una democrazia il conflitto non è mai conflitto delle armi ma solo delle interpretazioni: ogni società è attraversata da interessi divergenti, desideri incompatibili, differenti immagini del bene comune e diverse concezioni del mondo.

Per questo ogni democrazia è per sua natura, diversamente dai regimi totalitari, fragile. Non esiste infatti democrazia che non sia aperta, instabile, incerta, sempre a rischio di virate illiberali. La fragilità non è dunque un limite della democrazia, ma il suo valore più proprio. Le parole di Mattarella che condannano la violenza ci ricordano la nostra responsabilità nel custodire e nel proteggere la fragilità preziosa della democrazia. Essa non ha il compito di imporre una sola visione del mondo ma di organizzare il conflitto delle interpretazioni rendendolo fecondo e non distruttivo. La qualità fragile di una democrazia non si misura dunque dal numero dei suoi conflitti, ma dalla sua capacità di ospitarli e di ordinarli senza trasformarli in guerre civili.

Il Parlamento, la magistratura, la libera informazione, le istituzioni di garanzia non servono a sopprimere il conflitto, ma ad impedire la sua regressione alla violenza. Ogni deriva populista, ogni fanatismo ideologico, ogni fondamentalismo religioso o identitario inizia proprio quando il conflitto viene degradato a guerra morale tra puri e impuri, tra democratici e antidemocratici, tra giusti e ingiusti. È il salto di qualità che il nostro paese, almeno ai miei occhi, fatica a compiere: la piena legittimazione del pluralismo democratico. Il contrario della violenza non è la pace, come spesso si crede, ma è il conflitto regolato simbolicamente.

Anche le dittature conoscono infatti la pace: quella del silenzio, della paura, del conformismo, della sicurezza senza libertà. La democrazia conosce invece il frastuono delle differenze, la fatica del dissenso, la tensione agonica permanente tra visioni del mondo incompatibili insieme alla responsabilità del loro governo. Quando il capo dello Stato ricorda che chi pratica, predica o giustifica la violenza aggredisce la Costituzione, non difende dunque solamente il carattere imprescindibile di un principio, ma l’idea stessa di Civiltà. Solo se il conflitto delle interpretazioni resta il fondamento della vita democratica si può prevenire la seduzione regressiva della violenza.

(Fonte: Sito dell'autore)

mercoledì 12 agosto 2026

UDIENZA GENERALE 12/08/2026 Leone XIV: "Fondamentale la Messa domenicale, partecipi anche chi lavora"

UDIENZA GENERALE

Basilica di San Pietro
Mercoledì, 12 agosto 2026

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Il Papa: Fondamentale la Messa domenicale,
partecipi anche chi lavora

All’udienza generale il Papa dedica la sua catechesi all’anno liturgico che ripropone ciclicamente “la pedagogia della storia della salvezza” realizzatasi in Cristo. Ne è “fondamento” e “nucleo”, la domenica, giorno in cui si rievoca la risurrezione di Cristo, che va santificata con la celebrazione dell’Eucaristia. Dal Pontefice l’invito “a ricercare le migliori condizioni” affinché anche coloro che “non hanno possibilità di astenersi dal lavoro” possano prendervi parte

Il Papa mentre saluta alcuni pellegrini (@VATICAN MEDIA)

È “il ciclo delle feste cristiane”, è “ritmato dalle domeniche” e nella sua storia “si intrecciano la fede e la devozione della Chiesa. Spiega così Leone XIV, all’udienza generale, cos’è l’anno liturgico, che deve il suo nome alla diffusione dell’omonima opera sulle festività e i tempi della Chiesa dell’abate benedettino Prosper Guéranger. Nella sua sesta catechesi sulla Sacrosanctum Concilium, tenuta questa mattina, 12 agosto, nella Basilica di San Pietro, proseguendo la serie dedicata ai Documenti del Concilio Vaticano II, il Papa, dopo aver percorso la navata centrale salutando i fedeli e benedicendo oggetti di culto e rosari, si sofferma sul “valore” dell’anno liturgico “nella vita di ogni credente”. Richiama, a tal proposito, l’Enciclica Mediator Dei del suo predecessore Pio XII e ribadisce che “non si tratta di ‘una fredda e inerte rappresentazione di fatti” del “passato”, di “una semplice rievocazione di realtà d’altri tempi’”, piuttosto l’anno liturgico è “Cristo stesso, che vive sempre nella sua Chiesa e che prosegue il cammino di immensa misericordia da lui iniziato”, per avvicinare “le anime umane” ai “suoi misteri” e farle così “vivere”.

L’anno liturgico dunque va inteso come costante attualizzazione dell’opera della salvezza, che Cristo realizza nella storia. Percorrendo questo ciclo temporale, la Chiesa resta a contatto con l’azione redentrice del Signore, sicché tutti i fedeli vengono colmati della sua grazia.

Il fondamento dell’anno liturgico

La Chiesa, allora, pone “al centro di ogni momento la celebrazione dell’evento pasquale” perché la sua “finalità” è “l’incontro con Gesù, morto e risorto per noi”, aggiunge il Pontefice, che si sofferma, quindi, sul senso della domenica. Definita dai Padri conciliari “fondamento e nucleo dell’anno liturgico”, “il giorno di festa primordiale”, Leone raccomanda di osservarla.

Per santificare la domenica è fondamentale celebrare l’Eucaristia. L’ascolto della Parola e la partecipazione al Corpo di Cristo comportano, secondo i Padri conciliari, il convenire in unum, cioè la festosa convocazione dei fedeli. In tale assemblea la comunità cristiana rende visibile la propria comunione con il Signore e testimonia la sua appartenenza a Cristo e la sua fedeltà alla Chiesa.

Leone XIV sull'Altare della Confessione della Basilica Vaticana (@Vatican Media)

Favorire la partecipazione alla messa domenicale

L’assemblea della comunità cristiana “non è sostituibile da una presenza soltanto virtuale”, non è “un raduno meramente passivo” e può dirsi “liturgica” se c’è un’“attiva partecipazione” di persone convocate “insieme a ‘rendere grazie a Dio’”, per essere state da Lui generate “mediante la risurrezione di Cristo”, sottolinea il Pontefice, che invita i credenti a partecipare alla celebrazione eucaristica domenicale.

Esorto tutti a ricercare le migliori condizioni affinché sia possibile prendere parte alla santa Messa anche a quanti di domenica non hanno possibilità di astenersi dal lavoro.

Il giorno che rivela il senso del tempo

La domenica è il “dies Domini”, “il giorno del Signore”, e il Papa fa notare che “anche in quelle lingue” in cui nel denominarla “ha prevalso il riferimento al ‘giorno del sole’”, come in inglese, sunday, e in tedesco, sonntag, si scorge “il legame con Cristo”, “il vero ‘sole di giustizia’ che illumina ogni uomo”. E per rimarcare ancora l’importanza della domenica, il Pontefice cita la Lettera apostolica Dies Domini di Giovanni Paolo II, il quale insegna la domenica è il “giorno della Chiesa, giorno dell’uomo”, il “giorno dei giorni”, “la Pasqua settimanale, in cui è rievocato e reso presente il giorno nel quale Cristo risuscitò dai morti”, “il giorno che rivela il senso del tempo” e che “sgorgando dalla Risurrezione … fende i tempi dell’uomo, i mesi, gli anni, i secoli, come una freccia direzionale che li attraversa orientandoli al traguardo della seconda venuta di Cristo”.

La Basilica di San Pietro gremita di fedeli (@Vatican Media)

La pedagogia della storia della salvezza

È a partire dalla domenica, dalla “celebrazione della Pasqua settimanale” che si è sviluppato l’anno liturgico, chiarisce inoltre Leone. Sono stati aggiunti, infatti, la celebrazione “della Pasqua annuale, ‘massima solennità’”, “preparata dal tempo di Quaresima con il suo carattere penitenziale” e seguita dai “cinquanta giorni, culminanti nella Pentecoste”, e poi il “ciclo natalizio”, nato “sul modello di quello pasquale” e che consente “di rivivere i misteri dell’incarnazione del Verbo di Dio, della sua nascita e della sua manifestazione al mondo”. Successivamente “la Chiesa ha inserito” nei vari “tempi la venerazione della beata Vergine Maria, ‘congiunta indissolubilmente con l’opera salvifica del Figlio suo””, e ancora “le memorie” di “martiri” e “santi”

L’anno liturgico ripropone così in forma sacramentale la pedagogia della storia della salvezza, guidando i fedeli dall’attesa del Messia alla pienezza del mistero pasquale e all’anticipazione della gloria futura.

Un momento dell'udienza generale (@VATICAN MEDIA)

Il principio ispiratore di ogni azione pastorale

Insomma, nell’anno liturgico “la Chiesa celebra l’attualità salvifica del mistero di Cristo” e permette così “ai credenti di parteciparvi sempre più profondamente”, conclude il Papa. Per tale motivo proprio l’anno liturgico è “il principio ispiratore e il quadro di riferimento essenziale di ogni azione pastorale”.
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 12/08/2026)

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Leone XIV


I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 6. L’anno liturgico

Leone XIV mentre tiene la catechesi (@Vatican Media)

Cari fratelli e sorelle,

il quinto capitolo della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium (SC) è dedicato all’anno liturgico, tema sul quale oggi vogliamo soffermarci, per spiegarne il valore nella vita di ogni credente.

Anzitutto è doveroso ricordare che questo modo di definire il ciclo delle feste cristiane come “anno liturgico” si è diffuso nel linguaggio ecclesiale grazie all’opera del Servo di Dio l’abate Prosper Guéranger (1805-1875).

Nell’Enciclica Mediator Dei, Papa Pio XII afferma che non si tratta di «una fredda e inerte rappresentazione di fatti che appartengono al passato o una semplice […] rievocazione di realtà d’altri tempi. [L’anno liturgico] è, piuttosto, Cristo stesso, che vive sempre nella sua Chiesa e che prosegue il cammino di immensa misericordia da lui iniziato […] in questa vita mortale […], allo scopo di mettere le anime umane al contatto dei suoi misteri e farle vivere per essi; misteri che sono perennemente presenti ed operanti» (III Divinum Officium et Annus Liturgicus, II Cyclus Mysteriorum). L’anno liturgico dunque va inteso come costante attualizzazione dell’opera della salvezza, che Cristo realizza nella storia. Percorrendo questo ciclo temporale, la Chiesa resta a contatto con l’azione redentrice del Signore, sicché tutti i fedeli vengono colmati della sua grazia (cfr SC, 102c). L’incontro con Gesù, morto e risorto per noi, è la finalità che la Chiesa sempre persegue, ponendo al centro di ogni momento la celebrazione dell’evento pasquale.

Perciò i Padri conciliari considerano «fondamento e nucleo dell’anno liturgico» proprio la domenica, «il giorno di festa primordiale» (cfr SC, 106). In diverse lingue moderne, il suo nome attesta che è il “dies Domini”, “il giorno del Signore”. Anche in quelle lingue nelle quali ha prevalso il riferimento al “giorno del sole” (Sunday, Sonntag) si intravede il legame con Cristo: Cristo è il vero “sole di giustizia” che illumina ogni uomo!

San Giovanni Paolo II, nella Lettera apostolica Dies Domini (31 maggio 1998), insegna che la domenica è giorno del Signore, giorno della Chiesa, giorno dell’uomo e, infine, “giorno dei giorni”: «Essendo la domenica la Pasqua settimanale, in cui è rievocato e reso presente il giorno nel quale Cristo risuscitò dai morti, essa è anche il giorno che rivela il senso del tempo. […] Sgorgando dalla Risurrezione, essa fende i tempi dell’uomo, i mesi, gli anni, i secoli, come una freccia direzionale che li attraversa orientandoli al traguardo della seconda venuta di Cristo. La domenica prefigura il giorno finale, quello della Parusía» (n. 75), quando tutti risorgeremo.

Per santificare la domenica è fondamentale celebrare l’Eucaristia. L’ascolto della Parola e la partecipazione al Corpo di Cristo comportano, secondo i Padri conciliari, il convenire in unum (cfr SC, 106), cioè la festosa convocazione dei fedeli. In tale assemblea la comunità cristiana rende visibile la propria comunione con il Signore e testimonia la sua appartenenza a Cristo e la sua fedeltà alla Chiesa. Questa assemblea non è sostituibile da una presenza soltanto virtuale, né si riduce a un raduno meramente passivo. L’assemblea liturgica si avvera infatti nell’attiva partecipazione di fratelli e sorelle, convocati insieme a «rendere grazie a Dio che li ha generati, “mediante la risurrezione di Cristo dai morti, per una speranza viva” (1Pt 1,3)» (ibid.).

A tale proposito, esorto tutti a ricercare le migliori condizioni affinché sia possibile prendere parte alla santa Messa anche a quanti di domenica non hanno possibilità di astenersi dal lavoro.

Carissimi, l’anno liturgico, ritmato dalle domeniche, ha una storia interessante, nella quale si intrecciano la fede e la devozione della Chiesa. Fin dal II secolo d.C., infatti, alla celebrazione della Pasqua settimanale si è aggiunta quella della Pasqua annuale, «massima solennità» (SC, 102), estesa al “lietissimo spazio” di cinquanta giorni, culminanti nella Pentecoste, e preparata dal tempo di Quaresima con il suo carattere penitenziale (cfr SC, 109). Lo sviluppo del ciclo natalizio, avvenuto successivamente sul modello di quello pasquale, ha consentito di rivivere i misteri dell’incarnazione del Verbo di Dio, della sua nascita e della sua manifestazione al mondo. La Chiesa ha inserito poi nei diversi tempi la venerazione della beata Vergine Maria, «congiunta indissolubilmente con l’opera salvifica del Figlio suo» (SC, 103) e «le memorie dei martiri e degli altri santi che […] in cielo cantano a Dio la lode perfetta e intercedono per noi» (SC, 104).

L’anno liturgico ripropone così in forma sacramentale la pedagogia della storia della salvezza, guidando i fedeli dall’attesa del Messia alla pienezza del mistero pasquale e all’anticipazione della gloria futura. In esso la Chiesa celebra l’attualità salvifica del mistero di Cristo, permettendo ai credenti di parteciparvi sempre più profondamente. Per questo l’anno liturgico costituisce il principio ispiratore e il quadro di riferimento essenziale di ogni azione pastorale.

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i Fratelli di San Gabriele, provenienti dall’Asia e dall’Africa, che ricordano il 25° anniversario di professione religiosa, e li incoraggio a perseverare con gioia nella missione al servizio del Vangelo.

Saluto, altresì, i partecipanti al Campo internazionale promosso dall’Opera per la gioventù “Giorgio La Pira” e il gruppo “Il Cenacolo” di Maropati.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Tra qualche giorno celebreremo la Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. Mi è caro esortarvi a rivolgere con costanza la vostra preghiera alla Madre di Dio, seguendone l’esempio nell’accogliere pienamente la vocazione alla “familiarità” con il Signore e alla sollecitudine verso il prossimo.

A tutti la mia benedizione!

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Udienza integrale

Dalla Puglia a Gaza: la pace di mons. Tonino Bello

Dalla Puglia a Gaza:
la pace di mons. Tonino Bello

Tonino Bello (da profilo Facebook Fondazione Tonino Bello)

Intervista a Giancarlo Piccinni, presidente della Fondazione, in occasione del conferimento del 3° Premio Tonino Bello (13 agosto 2026)

In un tempo segnato dal ritorno prepotente della guerra e dalla tentazione di affidare soltanto alla violenza la risoluzione dei conflitti, l’esempio di mons. Tonino Bello torna a farsi profezia viva. Attraverso le iniziative della Fondazione a lui intitolata, giunta ormai alla terza edizione del Premio don Tonino Bello, la memoria del suo insegnamento si trasforma in azione concreta: dall’educazione delle giovani generazioni al sostegno di chi, oggi, spende la propria vita per la pace.

In questa intervista, Giancarlo Piccinni, presidente della Fondazione Don Tonino Bello, ci guida nell’essenza di un impegno che unisce giustizia, dialogo e scelte di campo coraggiose e sottolinea come il messaggio di don Tonino continui a interpellare la nostra coscienza e a tracciare percorsi di speranza.

Giancarlo Piccinni, Presidente della Fondazione Don Tonino Bello
(da profilo Facebook Fondazione Tonino Bello)

In che modo nasce il Premio don Tonino Bello?

Il premio nasce nel 2019 e questa di questo anno è la III edizione, con la motivazione di individuare nello scenario internazionale delle personalità che si sono distinte con la loro testimonianza, e che si sono spese con la loro vita a favore della pace, nella convinzione che non ci possono essere altri valori evangelici, o anche solo valori umani che senza il valore della pace possano essere di fatto attualizzati, cioè non possiamo parlare oggi di vita o di progresso e di altri valori all’interno di contesti dove la guerra è un evento di distruzione e barbarie umana, per questo il primo valore su cui bisogna lavorare è quello della promozione della pace.

Quali sono le persone a cui sono stati consegnati i premi della I e II edizione del premio e quali le motivazioni?

La prima persona a cui la fondazione ha consegnato il premio è don Luigi Ciotti. Nel 2019 a Milano in collaborazione con l’associazione pugliesi di Milano, la Fondazione celebrò questo evento con una grande partecipazione di persone, personalità e amici della fondazione mettendo in risalto come don Luigi Ciotti incarnava l’unità tra pace e giustizia e che non c’è pace senza giustizia. Don Luigi, che ho conosciuto prima di incontrarlo perché ne parlava don Tonino Bello, paga questo suo impegno con una solitudine quotidiana perché di fatto don Luigi non è mai libero perché vive sotto scorta e soltanto gli amici più cari possono in parte “guarire” la solitudine di don Luigi. La seconda edizione del premio, si è tenuta nell’ex seminario Onarmo dove don Tonino si è formato, e che dal 2023 è diventato uno studentato universitario. Per l’edizione del 2023 è stato scelto il card. Zuppi, per mettere in risalto il collegamento tra la pace e il dialogo perché Zuppi è una testimonianza viva e bella, una testimonianza significativa della necessità di costruire la pace attraverso il dialogo, tra nazioni, tra popoli e tra generazioni e solo attraverso il valore del dialogo possiamo ad arrivare ad un incontro tra le civiltà piuttosto che uno scontro.

Per la III edizione si è scelto di consegnare il premio al Card. Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, perché?

Si è pensato di affidare al card. Pizzaballa la terza edizione del premio e questa volta lo scenario per affidare il premio non è Bologna, Milano, non un luogo lontano dai luoghi di don tonino, ma Alessano, e il luogo scelto è presso la tomba di don Tonino che può accogliere molte persone pur sapendo che forse non potrebbe essere sufficiente, ma è un luogo che parla, significativo perché è un incontro che deve essere anche un momento di preghiera e non solo celebrativo di una consegna di un premio, perché pregare per Gaza, per la terra santa è un dovere di tutti noi e porre attenzione a questa terra in cui tantissime persone hanno pagato e pagano ancora con la vita , con la perdita di dignità, pensiamo a tutti i bambini che sono deceduti che vivono senza una casa, medicine etc. rappresenta un motivo umano prima ancora che cristiano. Il card. Pizzaballa ha fatto una scelta di parte, ha deciso, ha fatto delle distinzioni tra chi ha le armi e chi non le ha, tra chi ha invaso e chi è l’invasore, ha fatto una scelta di parte come avrebbe fatto don Tonino che indicò Maria come “donna di parte” e credo che questo sia un fatto fondamentale perché diversamente non riusciamo all’interno di un contesto storico dare una giusta dimensione alla problematica attuale.

Che valore ha oggi consegnare un premio, in questo contesto difficile?

La memoria è il presente del passato, come ricordava Agostino. Vogliamo riportare oggi, nel mondo in cui viviamo orfani dei padri, vogliamo ricordare i padri che ci hanno indicato dei percorsi, ma anche individuare nuovi santi, e le tre persone individuate rappresentano i tre esempi e osiamo dire santi della nostra quotidianità, che sono da seguire, sono come dei ponti tra cielo e terra che vanno seguiti nel loro impegno per la pace.

Mons. Tonino Bello, definiva la pace non come una semplice assenza di guerra, marciando anche di persona nei contesti di conflitto. Alla luce dell’attuale situazione mondiale in che modo la Fondazione porta avanti questo impegno e metodo non violento e profetico per la pace di don Tonino?

La Fondazione è impegnata con le giovani generazioni con percorsi educativi a favore della non violenza, incontrando i ragazzi delle scuole ed incontrando anche gli educatori in un contesto in cui la violenza è diventata presente ovunque. È sufficiente pensare a quello che succede ogni giorno a livello delle relazioni umane tra singoli e anche come comunità e stati. Alla guerra e alla violenza oggi noi affidiamo l’ultima parola e la soluzione dei conflitti e si pensa che la violenza sia il metodo per definire la nuova organizzazione mondiale, mentre noi siamo convinti che questa è una disorganizzazione tra viventi, che non definisco nemmeno disorganizzazione tra uomini perché si è persa l’umanità strada facendo. Noi dobbiamo recuperare il nostro essere uomini e la capacità di guardare l’altro per poter dire no alla violenza e ad ogni forma di disumanizzazione.

Per mons. Tonino Bello, il Mediterraneo non doveva essere un fossato o una frontiera armata, ma un mare di incontri e di scambi, cioè doveva essere “convivialità delle differenze”. Quali azioni concrete sono necessarie oggi per trasformare il mare, che qualcuno ha definito “monstrum”, nuovamente in un mare nostrum?

Abbiamo cercato di promuovere delle iniziative anche insieme ad altre associazioni, la Fondazione don Milani, la fondazione Balducci per creare anche insieme ad altre università del Mediterraneo percorsi di formazione. In questi giorni sta partendo questo progetto importante che prevede l’incontro di tutte le università del Mediterraneo per poter realizzare percorsi di dialogo e di formazione e coscientizzazione alla pace e alla convivenza, nella convinzione che la nostra generazione sta già vedendo quello che potrebbe essere il futuro perché siamo oggi di fronte a una nuova realtà di conflitti. I conflitti non hanno confini, sono di fatto delle situazioni che superano ogni confine e che possono assumere dimensioni globali al punto di decidere la fine dell’umanità e che è necessario fermare con l’educare alla pace.

Il campo internazionale che si svolgerà dal 10 al 14 a Santa Maria di Leuca in Puglia porterà tanti giovani a camminare insieme sulle orme di mons. Antonio Bello. Quali sono secondo lei le difficoltà nell’educare i giovani di oggi?

Il campo internazionale “Carta di Leuca” è un’iniziativa della Diocesi che sicuramente ha il merito di portare avanti nel cuore dei giovani il messaggio del Vescovo Tonino Bello. La Fondazione segue e collabora a questo tipo di percorso portato avanti dalla Diocesi camminando e affiancando i giovani e il percorso che la Diocesi fa con il campo internazionale. Il “problema” dei giovani è fondamentale perché stiamo crescendo delle generazioni senza storia e senza memoria e affidare ai giovani una storia e soprattutto con una lettura corretta, senza narrazioni ideologiche, e sofisticate che possono distorcere quella che è la realtà delle cose è un impegno molto difficile e significa anche, nell’ottica del costruire la pace, guardare a determinati popoli e dargli la giusta dignità. Noi abbiamo fondato il nostro mondo su anni di colonizzazioni, imperialismo e sfruttamento; il risultato è anche la partenza di questi popoli alla ricerca di un pezzo di pane, che noi vogliamo rimandare indietro… direi quindi che tra le tante difficoltà che ci sono, sicuramente c’è la difficoltà di educare ad una lettura corretta della storia e della memoria, che è un punto di partenza fondamentale per la costruzione della pace.

Quale testo di mons. Bello, consiglierebbe ai giovani e ai meno giovani?

Credo che il testo La bisaccia del cercatore (Meridiana) sia un libro attuale ed utile. È un testo che coniuga diverse dimensioni, quella dell’impegno locale, pur avendo un respiro globale, quella di impegnarsi con tutti gli uomini di buona volontà indipendentemente dalle fedi, quello della ricerca di senso e della ricerca di Dio. È un libro che potrebbe essere letto da tutti e che rappresenta una riflessione sulle persone che vengono, dobbiamo raccogliere nella bisaccia le storie, i dolori, le gioie e le ferite dei compagni di viaggio e allo stesso tempo dobbiamo condividere quello che abbiamo nella nostra bisaccia, dobbiamo essere pane spezzato e donato per gli altri come lo è stato mons. Bello e con lui molti altri testimoni e profeti di pace.

Programma del 13 agosto 2026:
Premio don Tonino Bello 3° edizione

(fonte: Città Nuova, articolo di Emiliano Eusepi 10/08/2026)


Impariamo ad ascoltare il silenzio di Gennaro Matino

Impariamo ad ascoltare il silenzio
di Gennaro Matino


Entra nella tua camera, chiudi la porta”. Da duemila anni questa frase attraversa la storia quasi senza fare rumore. Oggi, invece, suona come una provocazione insopportabile. Chiudere la porta. Restare soli. Spegnere il telefono.

Rinunciare, anche solo per qualche minuto, all’ultima notifica, all’ultimo aggiornamento, all’ultimo rumore. Per molti non è più un gesto di libertà. È diventato una forma sottile di paura. Ci siamo raccontati che il nostro problema fosse la fretta. Non è vero. La fretta è soltanto il sintomo. La malattia è un’altra: abbiamo paura dell’incontro più difficile di tutti, quello con noi stessi. Per questo continuiamo a riempire ogni spazio. Se la televisione tace, accendiamo un podcast. Se finisce una conversazione, scorriamo uno schermo. Se una sala d’attesa ci regala cinque minuti di vuoto, li trasformiamo immediatamente in un’occasione per controllare qualcosa. Qualunque cosa. Purché il silenzio non abbia il tempo di raggiungerci. L’estate rende tutto più evidente. Le città rallentano. Le agende si svuotano. Le sere si allungano. La luce indugia sulle facciate delle case come se volesse convincerci che esiste ancora un altro modo di abitare il tempo. Eppure riusciamo a trasformare perfino le vacanze in una corsa.

Collezioniamo luoghi invece di visitarli. Fotografiamo tramonti senza guardarli. Organizziamo il riposo con la stessa ansia con cui organizziamo il lavoro. Non è la velocità a consumarci. È l’incapacità di restare. Perché fermarsi significa ascoltare domande che abbiamo imparato a rimandare. Chi sto diventando? Qual è il prezzo delle mie giornate? Che cosa resta di me quando nessuno mi guarda? Esiste ancora qualcosa che amo senza doverlo mostrare? Sono interrogativi discreti. Non bussano con violenza. Aspettano sulla soglia della coscienza. Ma proprio per questo fanno paura. Perché non chiedono risposte brillanti.

Chiedono verità. Viviamo in un tempo paradossale.

Abbiamo costruito case sempre più accoglienti e siamo diventati ospiti della nostra stessa vita. Entriamo e usciamo dalle giornate come turisti frettolosi. Attraversiamo relazioni, città, perfino il dolore, con l’ossessione di arrivare sempre al passaggio successivo. Confondiamo il movimento con la vita e l’occupazione con il senso.

Così finiamo per conoscere il mondo intero e restare stranieri a noi stessi. Forse è questa la povertà più nascosta del nostro tempo. Non ci manca il tempo. Ci manca il coraggio di consegnargli il nostro volto.

Abbiamo imparato a gestire ogni cosa, tranne la nostra interiorità. Sappiamo orientarci ovunque grazie a un navigatore, ma fatichiamo a ritrovare la strada che conduce dentro di noi. Conosciamo in tempo reale ciò che accade dall’altra parte del pianeta e ignoriamo le fratture che lentamente si aprono nel nostro cuore.

Eppure tutta la vita cresce così. Un’amicizia diventa fiducia perché qualcuno ha saputo restare. Un amore diventa casa perché qualcuno ha scelto di non fuggire davanti alle inevitabili ferite. Un figlio impara la sicurezza non dalle parole che ascolta, ma dalla presenza che incontra. Persino gli alberi insegnano che l’altezza è soltanto la parte visibile di una lunga fedeltà nascosta sotto terra. Per questo il silenzio non è una fuga dal mondo. È il luogo nel quale impariamo finalmente ad abitarlo. Chi non sa sostare davanti a sé difficilmente saprà sostare davanti a un altro. E chi non riesce più a rimanere in compagnia della propria coscienza finirà, prima o poi, per avere paura anche della libertà.
Forse agosto ci offre proprio questa possibilità. Non quella di interrompere la vita, ma di rientrarvi. Una passeggiata senza destinazione. Una cena che dimentica l’orologio. Un libro che non abbia fretta di finire. Il volto di un bambino osservato senza distrazioni. Non sono esercizi di lentezza. Sono gesti di riconciliazione. Continueremo questo cammino anche nelle prossime settimane, perché il futuro non sarà deciso soltanto dalle grandi scelte della politica, dell’economia o della tecnologia. 
Sarà deciso anche dalla qualità del silenzio che sapremo custodire. 
Forse il contrario della fretta non è la lentezza. 
È sentirsi finalmente a casa nella propria vita.

(Fonte: “la Repubblica” – Napoli – del 9 agosto 2026)


martedì 11 agosto 2026

Leone XIV: “Disarmare la tecnica, servire la pace”. Il Papa sfida la logica della guerra e dell’intelligenza artificiale

Leone XIV: “Disarmare la tecnica, servire la pace”.
Il Papa sfida la logica della guerra e dell’intelligenza artificiale 

Papa Leone XIV mentre raggiunge il centro del sagrato - Foto: Vatican Media

C’è una parola che attraversa sempre più chiaramente il pontificato di Leone XIV: disarmo. Non soltanto il disarmo degli arsenali, delle armi nucleari e dei sistemi militari, ma un disarmo più profondo, che riguarda la cultura, la politica, l’economia e oggi, in modo sempre più urgente, la tecnologia. È dentro questa prospettiva che assume un significato particolare il tema scelto da Papa Leone XIV per la 60ª Giornata Mondiale della Pace, che sarà celebrata il 1° gennaio 2027: “Disarmare la tecnica, servire la pace. La politica come responsabilità preventiva”.

Non è soltanto un titolo. È una direzione precisa, quasi un programma per un mondo nel quale la tecnologia ha smesso da tempo di essere soltanto uno strumento nelle mani dell’uomo e sta diventando una forza capace di condizionare decisioni, relazioni, economie e persino la guerra. Il riferimento più immediato è all’intelligenza artificiale, ma il discorso di Leone XIV è più ampio: riguarda il rapporto stesso tra potere, tecnica e responsabilità umana.

Il Papa chiede infatti di interrogarsi su chi decide, con quali criteri e per quali finalità vengono progettate e utilizzate le tecnologie. E soprattutto mette in discussione l’idea, sempre più pericolosa, secondo cui ciò che una macchina può fare diventa automaticamente anche moralmente accettabile.

Disarmare la tecnica

È proprio questa la radicalità della proposta di Leone XIV. Il Papa non invita semplicemente a regolamentare l’intelligenza artificiale, né si limita a chiedere prudenza nell’impiego delle nuove tecnologie. Usa deliberatamente un verbo forte: disarmare.

Quando presentò “Magnifica humanitas”, Leone XIV spiegò personalmente la scelta di quella parola: “L’Intelligenza Artificiale deve essere disarmata”. E aggiunse: “La parola è forte, lo so, ma è stata scelta deliberatamente perché questo momento ha bisogno di parole capaci di attirare l’attenzione, risvegliare le coscienze e indicare vie da seguire per l’umanità”.

Oggi quella frase acquista un peso ancora maggiore. Perché l’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia utilizzata per scrivere testi, produrre immagini, elaborare dati o assistere il lavoro umano. È sempre più presente nei sistemi di sicurezza e di difesa, nell’analisi delle informazioni, nella sorveglianza, nella selezione degli obiettivi e nei processi decisionali legati ai conflitti.

Da qui nasce una domanda che non può essere elusa: fino a che punto possiamo delegare a sistemi automatici decisioni che riguardano la vita e la morte? Leone XIV ha già dato una risposta netta: “non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”.

È un passaggio di enorme importanza. La responsabilità morale non può essere trasferita alla macchina. Un algoritmo può calcolare, selezionare, prevedere, classificare, ma non può assumere la responsabilità morale di una decisione che produce sofferenza, morte o distruzione. La macchina non può diventare un alibi. E la pace non può essere affidata alla presunta neutralità della tecnica.

La responsabilità della politica

Il secondo elemento decisivo del tema della Giornata Mondiale della Pace 2027 è la politica. Non una politica ridotta alla gestione dell’emergenza, ma una politica chiamata ad anticipare i pericoli, prevenire i conflitti e costruire condizioni di giustizia.

La formula scelta da Leone XIV, “la politica come responsabilità preventiva”, contiene una critica implicita a una politica che troppo spesso interviene quando la guerra è già iniziata, quando le vittime sono già numerose e quando la macchina militare è ormai in movimento. La prevenzione significa invece agire prima: costruire accordi internazionali, rafforzare il diritto, difendere la dignità delle persone, impedire che le nuove tecnologie diventino strumenti di dominio e stabilire limiti condivisi all’impiego dell’intelligenza artificiale nei conflitti.

È una visione della politica molto diversa da quella fondata sulla deterrenza permanente, sulla corsa agli armamenti e sulla convinzione che la sicurezza possa essere ottenuta accumulando strumenti sempre più sofisticati di distruzione.

Il richiamo alla giustizia

Il nuovo tema si colloca nel solco della riflessione sviluppata da Leone XIV nella sua enciclica “Magnifica humanitas”. Il Papa afferma che “la pace, non solo l’assenza di guerra, è la giustizia all’opera”.

È una frase che merita di essere presa sul serio. Significa che la pace non può essere ridotta a un semplice intervallo tra due guerre. Non basta che i missili non vengano lanciati, non basta che i bombardamenti cessino. Una pace autentica richiede condizioni sociali, economiche e politiche che rendano possibile la vita dignitosa dei popoli.

Ed è qui che la questione tecnologica si intreccia con quella sociale. Una tecnologia che concentra ricchezza e potere nelle mani di pochi, che aumenta le disuguaglianze, che produce nuove forme di esclusione o che trasforma il conflitto in una fonte di profitto non può essere considerata automaticamente progresso.

Nella stessa “Magnifica humanitas”, Leone XIV contrappone all’”industria della guerra” l’”artigianato della pace”. È una delle immagini più forti della sua riflessione. L’industria della guerra è organizzata, potente, tecnologicamente avanzata, sostenuta da enormi interessi economici e politici. L’artigianato della pace, invece, è fatto di relazioni, ascolto, pazienza, diplomazia, solidarietà, giustizia e ricostruzione. Ma proprio perché è fragile, deve diventare una scelta politica.

Dal disarmo delle armi al disarmo del cuore

La scelta del tema per il 2027 non arriva improvvisamente. È la prosecuzione di un percorso iniziato con il primo messaggio di Leone XIV per la Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2026, significativamente intitolato “La pace sia con tutti voi: verso una pace disarmata e disarmante”.

Già allora il Papa aveva scelto di andare alla radice della questione. “La pace sia con voi!”, aveva scritto, ricordando il saluto di Cristo risorto, e aveva definito quella cristiana “una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante”.

Il significato di quel “disarmata e disarmante” era già molto più ampio del semplice rifiuto delle armi. Leone XIV parlava di un disarmo del cuore, della mente e della vita. Nel messaggio aveva ricordato che il Giubileo della Speranza aveva sollecitato milioni di persone a riscoprirsi pellegrini e ad avviare dentro di sé proprio “quel disarmo del cuore, della mente e della vita”.

Ora il percorso si allarga alla tecnica: prima il disarmo dell’uomo dalla logica della guerra, poi il disarmo delle tecnologie che rischiano di essere assorbite dalla stessa logica. È una continuità importante, perché per Leone XIV la guerra non nasce soltanto dalle armi. Nasce anche dalle parole, dalla propaganda, dalla disumanizzazione dell’avversario, dall’indifferenza, dalla paura, dalla ricerca del dominio. E nasce anche quando la tecnologia viene separata dalla coscienza.

Disarmare anche le parole

In “Magnifica humanitas”, Leone XIV utilizza un’espressione particolarmente significativa: “Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra”. E aggiunge che “la pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri”.

È una riflessione che assume un valore particolare nell’epoca dei social network, dell’informazione istantanea e dei sistemi generativi capaci di produrre in pochi secondi quantità immense di contenuti. La guerra può essere combattuta anche prima che comincino gli spari. Può essere combattuta nelle immagini, nei racconti, nelle manipolazioni, nella costruzione dell’odio. Può essere preparata attraverso la trasformazione dell’altro in un nemico assoluto.

Per questo “disarmare la tecnica” significa anche impedire che la tecnologia venga utilizzata per moltiplicare la paura, diffondere menzogne, alimentare polarizzazioni e rendere più facile la disumanizzazione di interi popoli. La questione non è dunque soltanto che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è: quale società vogliamo costruire attraverso l’intelligenza artificiale?

Babele o Gerusalemme

In “Magnifica humanitas”, Leone XIV utilizza la contrapposizione biblica tra Babele e Gerusalemme. La tecnologia può diventare una nuova Babele quando viene trasformata in strumento di autosufficienza, profitto e dominio, quando l’efficienza diventa più importante della persona e quando il progresso viene separato dalla solidarietà. Ma può diventare anche uno strumento per “ricostruire Gerusalemme”, cioè per ricomporre legami, cooperare e servire il bene comune.

“Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”: in questa frase è racchiusa una delle frontiere etiche del nostro tempo. La tecnologia deve rimanere al servizio dell’uomo, non l’uomo al servizio della tecnologia. E soprattutto non può essere lasciata senza una responsabilità politica e internazionale.

Il richiamo alla tradizione della Chiesa

Questa posizione si inserisce in una lunga tradizione della Chiesa sul disarmo e sulla pace. Nel messaggio per il 2026 Leone XIV aveva richiamato direttamente Giovanni XXIII e la “Pacem in terris”, enciclica che aveva posto con forza il tema della pace fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla carità e sulla libertà. Aveva inoltre ricordato il Concilio Vaticano II e “Fratelli tutti” di Papa Francesco.

La linea è dunque chiara: Leone XIV non considera la pace una questione separata dalla dignità umana, dalla giustizia sociale e dalla cooperazione internazionale. E non considera il riarmo una risposta sufficiente all’insicurezza.

Al contrario, invita a spezzare quella che potremmo definire la spirale della paura: più paura, più armi; più armi, maggiore tensione; maggiore tensione, maggiore necessità di nuovi armamenti.

La stessa immagine biblica citata nel messaggio del 2026 resta emblematica: “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra”.

È un’immagine antica, ma sorprendentemente contemporanea. Perché oggi le “spade” non sono soltanto carri armati e missili. Sono anche sistemi autonomi, algoritmi militari, droni intelligenti, strumenti di sorveglianza e tecnologie capaci di rendere la guerra più rapida, più impersonale e potenzialmente più difficile da fermare.

Ricostruire, non soltanto disarmare

C’è però un altro aspetto del messaggio di Leone XIV che merita particolare attenzione: disarmare non è sufficiente. “Dobbiamo costruire”, afferma il Papa.

È forse questo il cuore più umano della sua proposta. Leone XIV ricorda la propria esperienza missionaria in Perù e le situazioni di ricostruzione affrontate dopo le inondazioni. “Ricostruire non significa semplicemente sostituire ciò che è stato distrutto”, racconta. “Significa riparare i legami, ripristinare la fiducia e risvegliare la speranza nel futuro”. E soprattutto: “Nessuno ricostruisce da solo”.

Questa frase può essere letta come una vera chiave politica del pontificato. Non basta fermare una guerra se non si ricostruiscono le comunità. Non basta spegnere un conflitto se restano intatte le ingiustizie che lo hanno alimentato. Non basta regolamentare l’intelligenza artificiale se non si costruisce una cultura della responsabilità.

La pace è un’opera collettiva. Per questo Leone XIV parla di istituzioni e cittadini, Paesi ricchi e Paesi poveri, centri di potere e periferie. Tutti devono essere coinvolti nella costruzione del futuro.

La sfida per il mondo

Il messaggio annunciato per il 2027 guarda dunque al futuro, ma parla soprattutto al presente. Parla a un mondo attraversato da guerre, riarmi, crisi umanitarie e profonde fratture internazionali. Parla a una società nella quale l’intelligenza artificiale corre più rapidamente delle regole capaci di governarla. Parla ai governi, alle industrie tecnologiche, agli scienziati, agli eserciti, alle organizzazioni internazionali e alla società civile.

E pone una questione essenziale: chi governerà il futuro?

La risposta di Leone XIV non sembra essere la tecnica stessa. E neppure il mercato lasciato senza regole. Tantomeno la forza militare. Il futuro, nella visione del Papa, deve essere governato dalla responsabilità.

“Le decisioni sulla tecnologia non devono mai essere separate dalla coscienza e dalla responsabilità”, aveva detto già presentando “Magnifica humanitas”. È un principio semplice, ma rivoluzionario, perché restituisce all’essere umano ciò che nessun algoritmo dovrebbe possedere: la responsabilità delle proprie scelte. E restituisce alla politica il compito di orientare la tecnica verso il bene comune.

La pace come scelta concreta

Il nuovo tema della Giornata Mondiale della Pace non è dunque un semplice invito spirituale. È anche una domanda rivolta alla coscienza del nostro tempo. Che cosa facciamo della nostra intelligenza? Che cosa facciamo delle nostre conoscenze? Che cosa facciamo della nostra capacità di creare macchine sempre più potenti?

Possiamo utilizzare la tecnica per curare oppure per distruggere, per avvicinare oppure per sorvegliare, per liberare oppure per dominare. Possiamo trasformare l’intelligenza artificiale in un acceleratore delle disuguaglianze oppure orientarla verso un autentico bene comune.

Per Leone XIV, la scelta non è inevitabile. Dipende dall’uomo, dalla politica e dalla capacità della comunità internazionale di assumersi responsabilità prima che le tecnologie diventino strumenti irreversibili di guerra. E dipende anche da ciascuno di noi.

Perché il disarmo al quale il Papa continua a richiamare non comincia soltanto nei palazzi delle istituzioni internazionali. Comincia dentro la persona: nel modo in cui guardiamo l’altro, nel linguaggio che utilizziamo, nella capacità di ascoltare, nel rifiuto della violenza come metodo per risolvere i conflitti.

Dal “disarmo del cuore” evocato nel messaggio per il 2026 al “disarmo della tecnica” che caratterizzerà la Giornata del 2027, Leone XIV sembra dunque voler costruire un’unica grande riflessione sulla pace. Una pace che non sia semplicemente la pausa tra due guerre, ma giustizia, responsabilità, cura della persona e fraternità.

Una pace che sappia dire no alla trasformazione dell’intelligenza in arma e che sappia invece trasformare l’intelligenza dell’uomo e le sue straordinarie conquiste tecnologiche in strumenti al servizio della vita.

In fondo, il messaggio di Leone XIV può essere riassunto proprio nella logica che attraversa “Magnifica humanitas”: non dobbiamo avere paura del progresso, ma dobbiamo avere paura di un progresso senza coscienza.

Perché una macchina sempre più intelligente non rende automaticamente più intelligente l’umanità.

La vera sfida, allora, è fare in modo che la tecnologia rimanga umana. E che la pace non venga affidata alla potenza delle armi, ma alla forza della responsabilità, della giustizia e della fraternità.

(fonte: Faro di Roma, articolo di Letizia Lucarelli 11/08/2026)