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venerdì 13 febbraio 2026

MESSAGGIO PER LA QUARESIMA 2026 - Leone XIV: in Quaresima digiuno anche dalle parole che feriscono gli altri - Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione

MESSAGGIO DI LEONE XIV
PER LA QUARESIMA 2026

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Leone XIV:
in Quaresima digiuno anche dalle parole che feriscono gli altri

Nel suo messaggio per il tempo di preparazione alla Pasqua 2026, dal titolo: “Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione”, il Papa chiede forme di “astensione concreta” come “disarmare il linguaggio” e coltivare la gentilezza, ma anche di ascoltare la Parola di Dio e il grido degli ultimi, e di farlo insieme, nelle nostre comunità, aperte all’accoglienza di chi soffre

Papa Leone XIV (foto d'archivio)

Nel suo messaggio per la Quaresima 2026, Papa Leone XIV invita a chiedere la grazia per un tempo che “renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi” e perché tutti abbiano “la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro”. Infine invita ad impegnarsi “affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”.

Un tempo per rimettere Dio al centro della nostra vita

Un testo reso pubblico oggi, 13 febbraio, ma firmato il 5 febbraio, memoria di Sant’Agata vergine e martire, dal titolo “Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione”. Nel tempo di quaranta giorni che precede la Pasqua, e che si apre mercoledì 18 febbraio, ricorda infatti il Papa, la Chiesa “ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno”.

Ascolto della Parola e del grido di chi soffre

In questo cammino di conversione è fondamentale lasciarsi raggiungere dalla Parola di Dio, sottolinea Leone XIV, e rinnovare la decisione di seguire Gesù fino a Gerusalemme, “dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione”. Per questo richiama l’importanza di dare spazio a questa Parola attraverso l’ascolto, che è un tratto distintivo di Dio stesso. Il Signore che parla a Mosè nel roveto ardente gli dice infatti di aver udito il grido del suo popolo oppresso in Egitto. Un “Dio coinvolgente”, commenta il Pontefice, che ci raggiunge con pensieri “che fanno vibrare il cuore”

Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta.

In questo modo, prosegue Papa Leone, ci lasciamo istruire da Dio ad ascoltare come lui, fino a riconoscere, e qui cita la sua Esortazione apostolica Dilexi te, che “la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa”.

Il digiuno dispone all’accoglienza della Parola

Il Papa ricorda poi che il digiuno, esercizio ascetico “insostituibile nel cammino di conversione”, è una pratica concreta “che dispone all’accoglienza della Parola di Dio”.

Serve quindi a discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo.

Il digiuno e la fame di giustizia

Quindi Leone XIV cita Sant’Agostino, che ne “L’utilità del digiuno” ricorda che solo gli angeli si saziano del “pane” della giustizia, mentre gli uomini, in vita, “ne hanno fame, sono tutti protesi nel desiderio di esso”.

Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.

Disarmare il linguaggio, rinunciare alle parole taglienti

Il Pontefice ricorda però che nel digiuno va sempre evitato l’orgoglio, e va quindi vissuto “nella fede e nell’umiltà”, in comunione con il Signore, e deve sempre includere “anche altre forme di privazione volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio”. Per questo invita tutti “a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo”.

Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.

Insieme in comunità, compiere un cammino condiviso

Dopo “ascolto” e “digiuno”, la terza parola del messaggio di Papa Leone XIV è “insieme”, perché “la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno”. Ricorda che la Scrittura narra che il popolo d’Israele si radunava “per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge” e praticare il digiuno, “in modo da rinnovare l’alleanza con Dio”.

Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale.

Nelle nostre comunità ecclesiali, come pure nell’umanità “assetata di giustizia e riconciliazione”, conclude il Papa, “la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni”, come la qualità del dialogo, e la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà.
(fonte: vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 13/02/2025)

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Ascoltare e digiunare.
La Quaresima come tempo di conversione

Cari fratelli e sorelle!

La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno.

Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione.

Ascoltare

Quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro.

Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido» (Es 3,7). L’ascolto del grido dell’oppresso è l’inizio di una storia di liberazione, nella quale il Signore coinvolge anche Mosè, inviandolo ad aprire una via di salvezza ai suoi figli ridotti in schiavitù.

È un Dio coinvolgente, che oggi raggiunge anche noi coi pensieri che fanno vibrare il suo cuore. Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta. Entrare in questa disposizione interiore di recettività significa lasciarsi istruire oggi da Dio ad ascoltare come Lui, fino a riconoscere che «la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa». [1]

Digiunare

Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo “fame” e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo.

Sant’Agostino, con finezza spirituale, lascia intravedere la tensione tra il tempo presente e il compimento futuro che attraversa questa custodia del cuore, quando osserva che: «Nel corso della vita terrena compete agli uomini aver fame e sete di giustizia, ma esserne appagati appartiene all’altra vita. Gli angeli si saziano di questo pane, di questo cibo. Gli uomini invece ne hanno fame, sono tutti protesi nel desiderio di esso. Questo protendersi nel desiderio dilata l’anima, ne aumenta la capacità». [2] Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.

Tuttavia, affinché il digiuno conservi la sua verità evangelica e rifugga dalla tentazione di inorgoglire il cuore, dev’essere sempre vissuto nella fede e nell’umiltà. Esso domanda di restare radicato nella comunione con il Signore, perché «non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio». [3] In quanto segno visibile del nostro impegno interiore di sottrarci, con il sostegno della grazia, al peccato e al male, il digiuno deve includere anche altre forme di privazione volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio, poiché «solo l’austerità rende forte e autentica la vita cristiana». [4]

Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.

Insieme

Infine, la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno. Anche la Scrittura sottolinea questo aspetto in molti modi. Ad esempio, quando narra, nel libro di Neemia, che il popolo si radunò per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge e, praticando il digiuno, si dispose alla confessione di fede e all’adorazione, in modo da rinnovare l’alleanza con Dio (cfr Ne 9,1-3).

Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale. In questo orizzonte, la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione.

Carissimi, chiediamo la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi. Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore.

Di cuore benedico tutti voi e il vostro cammino quaresimale.

Dal Vaticano, 5 febbraio 2026, memoria di Sant’Agata, vergine e martire.

LEONE PP. XIV

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[1] Esort. ap. Dilexi te (4 ottobre 2025), 9.
[2] S. Agostino, L’utilità del digiuno, 1, 1.
[3] Benedetto XVI, Catechesi (9 marzo 2011).
[4] S. Paolo VI, Catechesi (8 febbraio 1978).






Anche i nonni al fronte. La nuova mobilitazione over 60 è la conferma che l’Ucraina è allo stremo


Anche i nonni al fronte.
La nuova mobilitazione over 60 è la conferma che l’Ucraina è allo stremo


Mentre si moltiplicano le indiscrezioni su possibili elezioni anticipate e cresce la pressione diplomatica internazionale, Kiev compie un passo che fotografa la profondità della crisi: l’apertura dell’arruolamento volontario agli over 60.

Zelensky ha firmato una legge che consente ai cittadini con più di 60 anni di prestare servizio nelle Forze armate ucraine su base contrattuale. La misura, presentata ufficialmente come un ampliamento volontario della platea di arruolamento per ruoli compatibili con età ed esperienza, viene letta da diversi osservatori come un segnale delle crescenti difficoltà nel reperire effettivi e nel sostenere l’attuale livello di mobilitazione.

Il prolungarsi del conflitto ha inciso pesantemente sulle risorse umane e materiali dell’esercito ucraino, mentre il dibattito interno sulla leva e sulle rotazioni al fronte resta sensibile e divisivo.

La nuova norma firmata da Volodymyr Zelensky consente anche ai cittadini più anziani di entrare nelle Forze armate su base contrattuale, ampliando ulteriormente il bacino della mobilitazione. Una scelta che va oltre il piano simbolico e che viene letta da molti osservatori come il segnale di un esercito sotto forte stress, tra perdite, rotazioni difficili e carenza di effettivi. Sullo sfondo restano le infrastrutture energetiche colpite, i blackout diffusi e una popolazione provata da un conflitto che sembra non lasciare respiro.

Imminenti le nuove elezioni e il referendum

Intanto, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky potrebbe annunciare a breve la data di nuove elezioni presidenziali e indire un referendum. L’indiscrezione, rilanciata da fonti vicine al dossier a Kiev e in ambienti occidentali, si inserisce in un contesto politico e militare estremamente delicato per il Paese.

Stando al quotidiano britannico, Washington avrebbe fatto trapelare la possibilità di rivedere o ridimensionare le proprie garanzie di sicurezza qualora non si aprisse una nuova fase politica. Un’ipotesi che, se confermata, rappresenterebbe un passaggio significativo nei rapporti tra Stati Uniti e Ucraina. In risposta, la leadership ucraina avrebbe manifestato disponibilità a organizzare elezioni presidenziali e un referendum “in un lasso di tempo estremamente breve”, pur riconoscendo le enormi difficoltà logistiche legate allo svolgimento di consultazioni elettorali in pieno conflitto, con milioni di sfollati interni, territori occupati e una legge marziale ancora in vigore.

Un funzionario occidentale citato dal FT, rimasto anonimo, sottolinea come a Kiev vi sia la convinzione che l’intera strategia politica sia strettamente connessa alla prospettiva di una rielezione di Zelensky, in un momento in cui la leadership ucraina è chiamata a dimostrare stabilità istituzionale e legittimazione democratica sia sul piano interno sia su quello internazionale.

Emergenza energetica e blackout diffusi

Sul fronte civile, la situazione energetica continua a essere critica. Le interruzioni di corrente restano diffuse in tutto il Paese, con le condizioni più difficili segnalate a Kiev e Odessa. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche hanno aggravato una rete già fortemente sotto pressione.

Il viceministro dell’Energia Artem Nekrasov ha dichiarato che “la situazione nelle regioni di Kiev e Odessa rimane difficile”, precisando che gli operatori lavorano 24 ore su 24 per ripristinare il servizio dopo gli ultimi bombardamenti. In tutto il Paese sono attivi programmi programmati di interruzione della corrente e limitazioni per il settore industriale e le imprese. In alcune regioni si è reso necessario ricorrere a blackout di emergenza per evitare il collasso della rete.

Particolarmente grave la situazione nella capitale. Il sindaco di Kiev, Vitali Klitschko, ha riferito che circa 1.400 edifici residenziali sono senza riscaldamento. Oltre 1.100 palazzi nei quartieri di Darnytskyi e Dniprovskyi risultano privi di calore a causa dei gravi danni alla centrale termoelettrica di Darnytskyi. Altri 200 edifici in diversi distretti hanno subito danni urgenti, attualmente oggetto di interventi da parte delle aziende municipalizzate.

Prestiti a tasso zero per i generatori

Per far fronte all’emergenza, il Consiglio comunale di Kiev sta valutando un piano di prestiti destinati all’acquisto di generatori elettrici. Klitschko ha spiegato che i finanziamenti saranno concessi a tasso annuo dello 0% per un periodo massimo di un anno e saranno accessibili ad associazioni condominiali, cooperative edilizie e comproprietari di edifici.

Il sindaco ha inoltre annunciato l’arrivo di diverse centinaia di generatori forniti dall’Unione Europea. Tuttavia, secondo le autorità locali, le forniture non sarebbero sufficienti a coprire il fabbisogno complessivo della capitale, soprattutto in vista dei mesi più freddi.

Un passaggio cruciale

Tra pressioni diplomatiche, ipotesi di nuove elezioni, ampliamento della mobilitazione e una crisi energetica persistente, l’Ucraina attraversa una fase particolarmente complessa. Le prossime settimane potrebbero rivelarsi decisive sia sul piano politico — con eventuali annunci ufficiali sulle consultazioni – sia su quello militare e sociale, mentre il Paese continua a fronteggiare le conseguenze di un conflitto che incide in modo sempre più profondo sulla vita quotidiana della popolazione.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Christian Meier 12/02/2026)



Milano Cortina 2026 - Due donne d'oro: Federica Brignone e Francesca Lollobrigida


Immensa Brignone è oro,
la tigre si riprende la neve contro la malasorte

Vince il SuperG a Milano Cortina dove non era affatto sicura di arrivare, l’unica medaglia che mancava alla sua straordinaria carriera, dopo aver rischiato di non tornare a una vita normale

L'esultanza di Federica Brignone per l'oro in SuperG a Milano Cortina 2026 REUTERS

La tigre ha mangiato la neve, morso il destino, vendicato se stessa, corretto la fortuna. Dieci mesi fa la sorte si era messa di traverso facendole rischiare la carriera e persino una vita normale, per una caduta banale a un campionato italiano il 3 aprile scorso, una manciata di giorni dopo aver vinto la Coppa del mondo assoluta, nel momento più alto della straordinaria avventura nello sci alpino della più vincente italiana nella specialità.

Oggi, 12 febbraio 2026, Federica Brignone si è ripresa quello che la malasorte le aveva tolto, non ha strappato quella pagina buia ma l’ha voltata dopo averla riscritta con pazienza, tenacia, fatica, dolore.

Non oggi, in gara, ma nei 10 mesi di lavoro quotidiano, di fatica improba, di dubbi, di dolore fisico, di incognite mentali, di impegno, di rigore, di professionalità, di serietà, giorno per giorno, come hanno potuto vedere anche le persone comuni che hanno frequentato lo stesso centro di riabilitazione a Torino.

Come dice il presidente del Coni Luciano Buonfiglio: «Lo sport non è solo vincere, ma è anche vincere le avversità. Essere un traino e un esempio per chi affronta i momenti difficili della vita», per questo era stata scelta per portare la bandiera in cerimonia d’apertura a Cortina. Scelta azzeccatissima. Nei giorni prima delle gare olimpiche, dopo il rientro, aveva parlato di sensazioni contrastanti, all’arrivo ammette che l’ha aiutata il fatto di non essere attesa, di non avere la pressione esterna della favorita: l’oro olimpico era l’unica medaglia che mancava, «Ma non mi mancava», ha raccontato lei ancora frastornata ai microfoni Rai all’arrivo, «sapevo di aver già fatto il massimo, quello che sarebbe venuto sarebbe stato di più, stamattina ero tranquilla, mi valutavo una outsider».

Nell’ambiente scaramantico dello sport comincia a serpeggiare la convinzione di avere un portafortuna specialissimo: da quando è arrivato a Cortina ad assistere alle gare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sono arrivati i due ori nel doppio maschile e femminile dello slittino e ora questo di Federica Brignone, il meno atteso il più importante per le sue implicazioni. Le quotazioni del Presidente, popolarissimo nella squadra azzurra, continuano a salire e Mattarella ripaga con un sostegno competente e caloroso, e ha pure mantenuto la promessa fatta agli azzurri al villaggio olimpico di Milano: di indossare la giacca a vento ufficiale che gli hanno regalato.

Nella sua espressione preoccupata nell’inquadratura s’è visto tutto il dispiacere per l’uscita di pista di Sofia Goggia, fino ad allora in testa alla gara e incontrata ieri a nome di tutti gli azzurri. Non fosse accaduto staremmo parlando di un bis azzurro sul podio. Da sportiva qual è, nonostante la delusione, Sofia ha avuto parole di ammirazione per Federica Brignone: «Ha fatto una cosa incredibile, onore al merito». Quando si dice essere campioni.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Elisa Chiari 12/02/2026)

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Francesca Lollobrigida, la mamma più bella d’Italia vola ancora: «Mi ha caricato l’oro di Federica Brignone»

Tutto più difficile rispetto ai 3mila, tutto più sofferto ma alla fine soddisfazione ancora più grande. Tommaso non c’è ma...

Milano Cortina 2026 Olympics - Speed Skating - Women's 5000m - Milano Speed Skating Stadium, Milan, Italy - February 12, 2026. Francesca Lollobrigida of Italy reacts after winning gold medal at the Women's 5000m. REUTERS/Piroschka Van De Wouw REUTERS

Stavolta non è stata una marcia trionfale ma una colonna sonora da thriller nel finale: ma poi conta solo come va a finire, con l’oro, l’inno e tutto quanto. A metà gara, la pattinata di Francesca Lollobrigida, cui Fc in edicola dedica la copertina, ha iniziato a scomporsi, non più fluida come nella prima metà dei 5000 metri, senza il riferimento di chi le pattinava accanto – troppo indietro, per rappresentare una significativa unità di misura -, all'ultimo giro il pendolo s'è inceppato, il metronomo nel cervello ha fatto a pugni con i battiti del cuore in affanno.

Un ghigno ha congelato il viso di questa eterna ragazza, cui la maternità ha regalato una seconda giovinezza, più vincente della prima: lo sport in fondo è questo, fatica nera, e almeno qui non è necessario come in altre discipline congelarlo dietro un sorriso di facciata.

Si vede il vantaggio scemare a poco a poco, consumarsi come una candela fino alla linea del traguardo, a -10 centesimi dalla riserva. È quanto basta perché la smorfia si tramuti in sorriso, il sorriso radioso che abbiamo già visto cinque giorni fa.

«A darmi la carica è stato anche l'oro di Federica Brignone, , racconterà alla fine, perché mi ha confermato il fatto che ti possono dire che è impossibile, magari lo credi anche tu che è impossibile, però solo noi sappiamo veramente rendere le cose possibili».

«In linea di partenza sapevo di dover fare il personale avevo 6:50, loro hanno fatto 6:46, ma non volevo mettermi pressione, sono partita molto determinata, volevo divertirmi: i 5mila sono diversi dai 3mila. Con miei allenatori avevamo un piano: dovevo rispettare dei tempi, se volevo vincerla, dovevo guardare di più i tempi al giro, sapevo che l’olandese aveva fatto due bellissimi giri finale, ho dato tutto. Volevo l’aiuto del pubblico il calore e mi ha aiutato veramente tanto. Sono stata fortunata a finire all’interno, all’ultima curva ho spremuto tutto perché nella mia testa, mi piaceva l’idea di confermare sulla distanza il risultato del Mondiale, l’ho usato come punto di forza: il piano è filato liscio».

Dei giorni trascorsi tra un oro e l’altro racconta: «Sono stati giorni bellissimi a livello di emozione, ma ero troppo sulle nuvole, non riuscivo a dormire e per me il sonno è fondamentale; mi stavo agitando perché volevo rientrare in concentrazione e allora ho chiesto di posticipare le interviste perché volevo rientrare in concentrazione».

Nessuno da cui correre, dopo, però: Tommy stavolta non c’è. C’era la festa di carnevale all’asilo, e a due anni e mezzo, con rispetto parlando dell’oro di mamma, si hanno altre priorità.

Ma il primo pensiero di Francesca Lollobrigida è là: non fa in tempo a frenare i pattini e corre a prendere il cellulare con la custodia piena di adesivi come quelle delle adolescenti, sulle labbra le si legge: un «Ciao amore», il destinatario della videochiamata è inequivocabile. Pattina in un’orbita elissoidale, Francesca Lollobrigida, perché le piste di pattinaggio sono fatte così, ma al centro c’è sempre il suo personalissimo sole, sorto il 26 maggio 2023. Talmente vivace che per tenerlo a bada serve la galassia di una intera famiglia.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Elisa Chiari 12/02/2026)

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Vedi anche il post precedente:
Milano Cortina 2026 - Le Olimpiadi invernali fra valori e realtà - San Siro applaude Mattarella e le luci a cinque cerchi


giovedì 12 febbraio 2026

Padre Alex Zanotelli - Le politiche anti migranti dell’Italia e dell’ Europa. Siamo davanti al trionfo della disumanità: non possiamo stare in silenzio!

Padre Alex Zanotelli

Le politiche anti migranti dell’Italia e dell’ Europa.
Siamo davanti al trionfo della disumanità:
non possiamo stare in silenzio! 


Nel pieno di una nuova emergenza nel Mediterraneo centrale, segnata da centinaia di morti e da un clima politico europeo sempre più orientato alla chiusura e ai respingimenti, mentre il Governo Meloni vara un ddl con norme razziste e criminali che hanno lo scopo di punire i migranti, dai quali intende difendersi con blocchi navali, respingimenti e deportazioni arrivando perfino a sequestrare loro i telefonini, torna l’appello del Digiuno di Giustizia in solidarietà con i migranti.

Le recenti tragedie in mare riaccendono il dibattito sulle politiche migratorie dell’Unione Europea e dell’Italia e interrogano le coscienze di credenti e non credenti. 
Di seguito il testo dell’appello.

“È il momento della vergogna”. Così papa Francesco commentava nel 2021 un naufragio di migranti avvenuto sulle coste libiche, con 130 dispersi in mare. Chissà cosa avrebbe detto Francesco davanti a questa spaventosa tragedia in mare: almeno mille migranti sono morti nel Mediterraneo centrale nei giorni del ciclone Harry.

Ci troviamo di fronte alla più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale. Sappiamo solo che diverse imbarcazioni erano partite dalla Tunisia e dalla Libia, cariche di uomini, donne, bambini, nonostante la tempesta inaudita con onde di 16 metri e raffiche di vento cicloniche.

Ma a questa strage se ne sono aggiunte altre: 53 morti davanti alla Libia, di cui due neonati, il 9 febbraio (per parlare solo di quelle che conosciamo).

Così il Mediterraneo diventa sempre meno il “mare nostrum” e sempre più “cimiterium nostrum”, come diceva papa Francesco, che tanto si è battuto per la dignità di questi nostri fratelli e sorelle in cerca di una speranza.

“Sono lì, in acqua, sul fondo, ormai soltanto resti – scrive la giornalista Concita De Gregorio su Repubblica, tra i pochi giornalisti che abbiano scritto su questa tragedia – gli esseri umani dei quali non sappiamo niente e di cui niente evidentemente vogliamo sapere. Nessun tg ne ha dato più che un breve cenno. Niente. Silenzio”.

Solo una breve nota dell’arcivescovo G. Perego, a nome della Fondazione Migrantes (CEI): “Ancora morti in mare nel disinteresse dell’Europa”.

Evidente è il silenzio da parte del governo italiano di ultradestra come della UE, dove ormai i governi di ultradestra dominano la scena, respingendo i migranti, soprattutto se musulmani o neri, considerati come una grave minaccia all’Occidente cristiano.

È la stessa presidente del Consiglio Meloni che, davanti a Trump, ha usato l’espressione “western nationalism” (nazionalismo occidentale). È la difesa ad oltranza dell’Occidente cristiano: una grande blasfemia.

In ballo è il suprematismo bianco: noi occidentali abbiamo la civiltà, la cultura e la vera religione. Questa profonda convinzione è stata alla base del colonialismo europeo.

La conseguenza di queste politiche migratorie, razziste e criminali, sia della UE che del governo italiano, è la guerra ai migranti non solo in Europa ma anche negli USA.

In Europa basta dare uno sguardo alla nuova legislazione (il Patto) sui migranti che “svuota praticamente il diritto di asilo. Non solo cancella il diritto alla protezione, ma accelera le espulsioni e prevede l’esternalizzazione delle procedure forzate in Paesi terzi, anche se questi non hanno sottoscritto o applicano solo parzialmente la Convenzione di Ginevra”, così afferma Fulvio Vassallo.

Il Consiglio Europeo ha già raggiunto un accordo su molti punti controversi: una nuova lista di “Paesi sicuri” (fra questi c’è l’Egitto!) e la possibilità di espellere i migranti in Paesi terzi.

“Il rimpatrio coercitivo diventa la regola e si vuole estendere a dismisura la discrezionalità dei singoli Stati nel realizzare i rimpatri” (ASGI).

A Bruxelles il governo italiano ha mantenuto le posizioni più dure contro i migranti e in Italia presenterà il nuovo disegno di legge con cui punta a interdire l’ingresso nelle acque territoriali alle navi salva-vita delle ONG, obbligandole a portare i migranti in Albania.

È il trionfo della disumanità: non possiamo stare in silenzio!

E allora tutti insieme, credenti e no, realtà associative, uniamoci per organizzare la resistenza e contrastare questa “marea nera” che rischia di travolgerci tutti.

Lancio questo appello in nome del Digiuno di Giustizia in solidarietà con i fratelli e le sorelle migranti, che si terrà a Napoli il 25 febbraio in Largo Berlinguer dalle ore 16.30 alle 18.30.

Padre Alex Zanotelli, 
a nome del Digiuno di Giustizia in solidarietà con i migranti
(fonte: Faro di Roma 12/02/2026)

UDIENZA GENERALE 11/02/2026 Papa Leone XIV: “La Sacra Scrittura dà sostegno e vigore alla comunità cristiana”

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 11 febbraio 2026


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Papa Leone XIV:
“La Sacra Scrittura dà sostegno e vigore alla comunità cristiana”


Continuano le catechesi del Papa sui “Documenti del Concilio Vaticano II”, e il Papa anche oggi, in Aula Paolo VI, incentra la sua meditazione sul tema della Costituzione dogmatica “Dei Verbum” in particolare parlando dell’importanza della “Parola di Dio nella vita della Chiesa”. “La Chiesa è il luogo proprio della Sacra Scrittura. Sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, la Bibbia è nata dal popolo di Dio e al popolo di Dio è destinata. Nella comunità cristiana essa ha, per così dire, il suo habitat: nella vita e nella fede della Chiesa trova infatti lo spazio in cui rivelare il proprio significato e manifestare la propria forza”, commenta subito il Pontefice nella sua catechesi.

Prima della catechesi un’Ave Maria cantata alla Madonnina di Lourdes presente in Aula Paolo VI. Oggi è la sua festa.

Poi, un po' di storia. “La Chiesa non smette mai di riflettere sul valore delle Sacre Scritture. Dopo il Concilio, un momento molto importante al riguardo è stata l’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”, nell’ottobre 2008. Papa Benedetto XVI ne ha raccolto il frutto nell’Esortazione postsinodale Verbum Domini.

“Nella comunità ecclesiale la Scrittura trova dunque l’ambito in cui svolgere il suo compito peculiare e raggiungere il suo fine: far conoscere Cristo e aprire al dialogo con Dio. La Sacra Scrittura, affidata alla Chiesa e da essa custodita e spiegata, svolge un ruolo attivo: infatti, con la sua efficacia e potenza dà sostegno e vigore alla comunità cristiana. Tutti i fedeli sono chiamati ad abbeverarsi a questa fonte, anzitutto nella celebrazione dell’Eucaristia e degli altri Sacramenti. L’amore per le Sacre Scritture e la familiarità con esse devono guidare chi svolge il ministero della Parola: vescovi, presbiteri, diaconi, catechisti. Prezioso è il lavoro degli esegeti e di quanti praticano le scienze bibliche; e centrale è il posto della Scrittura per la teologia, che trova nella Parola di Dio il suo fondamento e la sua anima”, continua il Papa.

Per Papa Leone XIV è anche importante ricordare che “la Parola di Dio spinge la Chiesa anche al di là di se stessa, la apre continuamente alla missione verso tutti. Infatti, viviamo circondati da tante parole, ma quante di queste sono vuote! A volte ascoltiamo anche parole sagge, che però non toccano il nostro destino ultimo. La Parola di Dio, invece, viene incontro alla nostra sete di significato, di verità sulla nostra vita. Essa è l’unica Parola sempre nuova: rivelandoci il mistero di Dio è inesauribile, non cessa mai di offrire le sue ricchezze”, conclude infine il Pontefice dall’Aula Paolo VI.
(fonte: ACI Stampa, articolo di Veronica Giacometti 11/02/2026).

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LEONE XIV

Catechesi. I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Dei Verbum. 
5. La Parola di Dio nella vita della Chiesa

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Nella catechesi odierna ci soffermeremo sul legame profondo e vitale che esiste tra la Parola di Dio e la Chiesa, legame espresso dalla Costituzione conciliare Dei Verbum, al capitolo sesto. La Chiesa è il luogo proprio della Sacra Scrittura. Sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, la Bibbia è nata dal popolo di Dio e al popolo di Dio è destinata. Nella comunità cristiana essa ha, per così dire, il suo habitat: nella vita e nella fede della Chiesa trova infatti lo spazio in cui rivelare il proprio significato e manifestare la propria forza.

Il Vaticano II ricorda che «la Chiesa ha sempre venerato le divine scritture come ha fatto per il Corpo stesso del Signore, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della Parola di Dio che del corpo di Cristo e di porgerlo ai fedeli». Inoltre, «insieme con la Sacra Tradizione, la Chiesa le ha sempre considerate e le considera come la regola suprema della propria fede» (Dei Verbum, 21).

La Chiesa non smette mai di riflettere sul valore delle Sacre Scritture. Dopo il Concilio, un momento molto importante al riguardo è stata l’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”, nell’ottobre 2008. Papa Benedetto XVI ne ha raccolto il frutto nell’Esortazione postsinodale Verbum Domini (30 settembre 2010), dove afferma: «Proprio il legame intrinseco tra Parola e fede mette in evidenza che l’autentica ermeneutica della Bibbia non può che essere nella fede ecclesiale, che ha nel “sì” di Maria il suo paradigma. […] Il luogo originario dell’interpretazione scritturistica è la vita della Chiesa» (n. 29).

Nella comunità ecclesiale la Scrittura trova dunque l’ambito in cui svolgere il suo compito peculiare e raggiungere il suo fine: far conoscere Cristo e aprire al dialogo con Dio. «L’ignoranza della Scrittura – infatti – è ignoranza di Cristo». [1] Questa celebre espressione di San Girolamo ci ricorda lo scopo ultimo della lettura e della meditazione della Scrittura: conoscere Cristo e, attraverso di Lui, entrare in rapporto con Dio, rapporto che può essere inteso come una conversazione, un dialogo. E la Costituzione Dei Verbum ci ha presentato la Rivelazione proprio come un dialogo, nel quale Dio parla agli uomini come ad amici (cfr DV, 2). Questo avviene quando leggiamo la Bibbia in atteggiamento interiore di preghiera: allora Dio ci viene incontro ed entra in conversazione con noi.

La Sacra Scrittura, affidata alla Chiesa e da essa custodita e spiegata, svolge un ruolo attivo: infatti, con la sua efficacia e potenza dà sostegno e vigore alla comunità cristiana. Tutti i fedeli sono chiamati ad abbeverarsi a questa fonte, anzitutto nella celebrazione dell’Eucaristia e degli altri Sacramenti. L’amore per le Sacre Scritture e la familiarità con esse devono guidare chi svolge il ministero della Parola: vescovi, presbiteri, diaconi, catechisti. Prezioso è il lavoro degli esegeti e di quanti praticano le scienze bibliche; e centrale è il posto della Scrittura per la teologia, che trova nella Parola di Dio il suo fondamento e la sua anima.

Ciò che la Chiesa ardentemente desidera è che la Parola di Dio possa raggiungere ogni suo membro e nutrirne il cammino di fede. Ma la Parola di Dio spinge la Chiesa anche al di là di sé stessa, la apre continuamente alla missione verso tutti. Infatti, viviamo circondati da tante parole, ma quante di queste sono vuote! A volte ascoltiamo anche parole sagge, che però non toccano il nostro destino ultimo. La Parola di Dio, invece, viene incontro alla nostra sete di significato, di verità sulla nostra vita. Essa è l’unica Parola sempre nuova: rivelandoci il mistero di Dio è inesauribile, non cessa mai di offrire le sue ricchezze.

Carissimi, vivendo nella Chiesa si impara che la Sacra Scrittura è totalmente relativa a Gesù Cristo, e si sperimenta che questa è la ragione profonda del suo valore e della sua potenza. Cristo è la Parola vivente del Padre, il Verbo di Dio fatto carne. Tutte le Scritture annunciano la sua Persona e la sua presenza che salva, per ognuno di noi e per l’intera umanità. Apriamo dunque il cuore e la mente ad accogliere questo dono, alla scuola di Maria, Madre della Chiesa.
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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare saluto ...

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La Vergine di Lourdes, che oggi festeggiamo, vi accompagni maternamente, interceda per voi presso Dio e vi ottenga le grazie che vi sostengano nel vostro cammino.

Al termine dell’Udienza mi recherò alla grotta di Lourdes nei Giardini vaticani e accenderò un cero, segno della mia preghiera per tutti gli ammalati, che oggi, Giornata Mondiale del Malato, ricordiamo con particolare affetto.

A tutti la mia benedizione!


Guarda il video integrale


mercoledì 11 febbraio 2026

Caso Epstein: "Will take down Francis / Butteremo giù Francesco" - Oltre la superficie dello scandalo - Don Mattia Ferrari: Papa Francesco emerge ancora una volta come un gigante della storia ...


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"Butteremo giù Francesco". 
I messaggi fra Epstein e Bannon, l'attenzione ossessiva per il Vaticano

"Butteremo giù Francesco", "Will take down Francis". Lo scambio di messaggi tra Steve Bannon, ex strategist di Donald Trump, e il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, sembra portare alla luce l'ambizione di far cadere Papa Francesco. I testi sono compresi negli Epstein files desecretati dal Dipartimento di Giustizia americano e documentano l'intenzione di usare come arma i dossier su omosessualità e pedofilia. L’intenzione di Bannon è documentata nel giugno 2019, quindi poche settimane prima dell’arresto di Epstein (6 luglio 2019) e dimostra anche che Bannon era rimasto in stretto contatto con Epstein sino alla fine (morirà in carcere a Manhattan il 10 agosto 2019).

A che cosa si riferisse Bannon viene indicato dalla sigla “Itcv“ riportata nelle mail inviate a Epstein, il quale chiede di che si tratta. L’esponente del movimento Maga risponde: "In the closet of the Vatican", titolo del libro pubblicato quello stesso febbraio dal sociologo e storico francese Frédéric Martel sull’omosessualità e sull’ipocrisia degli alti ranghi vaticani. Epstein risponde con un secco "Porn". Gli attacchi contro Francesco erano partiti nell’estate del 2018, con la campagna dell’ex nunzio apostolico negli Usa, Carlo Maria Viganò, in relazione allo scandalo del cardinale Theodore McCarrik, che venne spretato dal Papa (primo caso nella storia) il 16 febbraio 2019. L'obiettivo della presunta "cospirazione" non è stato raggiunto nè allora nè dopo, quando nei giorni dell’assalto a Capitol Hill (6 gennaio 2021) Viganò veniva intervistato a lungo da Bannon e il vescovo, che sarebbe stato scomunicato da Francesco (giugno 2024), benediva “i figli della luce”.

Nelle mail depositate emerge l'ossessione di Epstein per la Chiesa cattolica, dalle conversazioni con Bannon emerge al contempo un odio profondo. Una amica di Epstein addirittura lo mette al corrente di aver fatto un’adorazione eucaristica in modo da “purificare la Chiesa“ (secondo lei inquinata da papa Francesco), evidentemente non sapendo bene con chi stesse parlando, visto quanto è poi emerso su abusi e riti che si consumavano sul Lolita Express e nella sua isola.

La documentazione pubblicata inoltre comincia a far emergere (ma sarà necessario uno studio approfondito dei tre milioni di files) che Jeffrey Epstein ha iniziato a finanziare enti di beneficenza cattolici attraverso la sua fondazione, ha inviato i suoi uomini agli eventi vaticani ed era molto interessato alla “politica estera“ della Santa Sede sulla immigrazione e contro l’espansione dei populismi nazionalisti, che invece vedevano in Bannon uno dei burattinai in Europa, come dimostrato da tutta un’altra serie di email con Epstein (nei file viene ad esempio documentato con il viaggio di Bannon in Italia quando il 7 settembre 2018 incontrò Salvini).

In un report dell’Fbi si descrive anche il ruolo di un hacker, descritto come “hacker personale" di Epstein, bravissimo, di origine italiana che aveva a disposizione una serie di passaporti tra cui uno vaticano. Epstein si interessò anche delle dimissioni di papa Benedetto XIV e del cambio di presidente dello Ior, che venne nei giorni precedenti il trasferimento di Joseph Ratzinger a Castel Gandolfo, aveva ottenuto informazioni dettagliate da un professore e giornalista omonimo anche lui di cognome Epstein le aveva inviato all’ex ministro del Tesoro americano Larry Summers sostenendo che la cosa più importante non erano le dimissioni di Ratzinger ma era lo Ior, perché attraverso la banca vaticana si potevano far transitare soldi senza controlli italiani e Ue. ”Questo status consente ai suoi clienti d'élite di eludere qualsiasi controllo nei loro trasferimenti di denaro”.
(fonte: Huffintonpost, articolo di Maria Antonietta Calabrò 06/02/2026)

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Caso Epstein, oltre la superficie dello scandalo

La maggior parte dei mass media è impegnata a ridurre il caso Epstein a scandalo sessuale. Tuttavia, chiunque abbia letto i files attraverso i social media ha chiaro di non trovarsi davanti a un sexgate, una pruderie da isola dei famosi. Epstein non è stato, come è stato commentato, l’impresario di un circo del sesso in un’America sessuofoba. Non vendeva solo corpi fragili, ma anche l’ingresso nell’impunità. ...

Quando leggi gli Epstein files fatichi a prendere sonno. ... 

In compagnia di vari personaggi come Steve Bannon, Epstein ha tramato contro ogni istituzione, Vaticano e Papa Francesco inclusi. Ha discusso di sostenere i leader della destra populista europea, come Matteo Salvini e Marine Le Pen. ...


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Don Mattia Ferrari:
Papa Francesco emerge come un gigante della storia 

In Italia se ne parla poco, ma quello che sta emergendo dal caso Epstein, oltre a una rete occulta potentissima, fatta di soldi, influenze, intrighi e crimini, é l’ossessione di questi potenti contro Papa Francesco, al punto tale che volevano rovesciarlo (“Butteremo giù Francesco”, “Will take down Francis”).

La denuncia di manovre occulte da parte di questi poteri occulti era già stata fatta anni fa da Nello Scavo, Padre Antonio Spadaro e il pastore Marcelo Figueroa.

Papa Francesco emerge ancora una volta come un gigante della storia, come uno che ha vissuto così radicalmente unito a Cristo da diventare bersaglio di potenti infastiditi dalla continuazione dell’opera di Gesù da parte della Chiesa. Nel mirino di questi poteri infatti in definitiva non c’era Francesco, ma il Vangelo e di fatto la Chiesa stessa, nella misura in cui continua l’opera di Gesù.

Oggi possiamo dire che quegli assalti non hanno funzionato. Papa Francesco é giunto in modo naturale alla conclusione del suo pontificato e dopo di lui come successore di Pietro é stato eletto Leone XIV, anch’egli profondamente unito a Gesù, che continua a guidare la Chiesa sulle strade del Vangelo. 

Si è confermata per l’ennesima volta la parola di Gesù: “Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam” (Mt 16,18).
(fonte: Bacheca facebook dell'autore 07/02/2026)

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Esempi di altre reazioni dal web

È stato una scossa dello Spirito. Papa Francesco non è stato solo un Papa del nostro tempo: è stato il Papa dentro il tempo, immerso fino in fondo nelle sue ferite, nelle sue paure, nelle sue speranze. La sua grandezza non si è mai misurata nei gesti solenni, ma nella capacità di rendere visibile il Vangelo nella vita concreta, quotidiana, spesso faticosa dell’umanità. Ha ricordato con forza che la fede non è un rifugio per i perfetti, ma una casa aperta per i fragili. Ha riportato al centro la misericordia come volto autentico di Dio, insegnando che nessuna ferita è troppo profonda per essere toccata dall’amore, nessuna vita è troppo smarrita per essere cercata.
Ha indicato una Chiesa che non giudica dall’alto, ma si china, che non si difende, ma serve, che non parla solo di Dio, ma lo fa incontrare attraverso la compassione, la giustizia, la pace. Con parole semplici ha smascherato l’ipocrisia, il clericalismo, l’indifferenza; con gesti silenziosi ha mostrato cosa significa davvero seguire Cristo.

Per noi, Papa Francesco è stato una voce paterna e profetica insieme. Ci ha insegnato che la debolezza non è una colpa, ma un luogo d’incontro con Dio; che la speranza non è ottimismo ingenuo, ma fiducia ostinata; che la fede autentica passa dal prendersi cura dell’altro, soprattutto di chi non ha voce.

Il suo magistero è stato fatto di abbracci più che di discorsi, di lacrime condivise, di preghiere sussurrate, di scelte coraggiose. Ha parlato ai credenti e a chi crede poco o non crede affatto, perché il suo linguaggio era quello universale dell’amore e della dignità umana.

Anche quando il corpo si è fatto fragile, la sua testimonianza è diventata ancora più luminosa: un Vangelo vissuto fino in fondo, senza maschere, affidato totalmente a Dio.
La sua eredità resta viva: ci invita a non avere paura di amare, a non stancarci di sperare, a credere che la Chiesa può essere davvero segno di luce nel buio del mondo.
Papa Francesco continua a parlarci così: con il silenzio che prega, con la vita che insegna, con l’amore che resta.

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Ha guidato la Chiesa attraversando tempeste che pochi avrebbero avuto il coraggio di affrontare. E lo ha fatto portando non solo il peso del mondo, ma anche quello del proprio corpo, segnato dalla fragilità.
Papa Francesco ha conosciuto il limite sulla propria pelle. Il dolore fisico, la fatica dei movimenti, la malattia che rallenta, le cure, le rinunce quotidiane. Ogni gesto costava di più. Ogni parola nasceva spesso dalla sofferenza. Eppure non ha smesso di esserci. Non ha smesso di parlare. Non ha smesso di amare.
Mentre il corpo chiedeva riposo, il cuore continuava a uscire incontro agli altri. Ha mostrato una Chiesa che non si vergogna della debolezza, perché proprio lì Dio si fa vicino. Una Chiesa che non nasconde le ferite, ma le trasforma in luogo di incontro. La sua vita è diventata una predica silenziosa: si può guidare anche quando si è stanchi, si può testimoniare anche quando si è fragili.

Non ha mai cercato di apparire forte a tutti i costi. Ha scelto la verità del limite, insegnando che la dignità non si misura dall’efficienza, ma dalla fedeltà. Anche quando il passo era incerto, lo sguardo restava fermo sull’essenziale: l’uomo, soprattutto quello ferito, dimenticato, scartato.
Così ha guidato la Chiesa: con il corpo che cedeva e l’anima che restava in piedi. Con la consapevolezza che la forza del Vangelo non sta nel non cadere mai, ma nel continuare a rialzarsi.
E il suo cammino continua a dirci che la fragilità, vissuta con amore, può diventare una delle forme più alte di testimonianza.


"La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro" MESSAGGIO DI LEONE XIV PER LA XXXIV GIORNATA MONDIALE DEL MALATO



MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
PER LA XXXIV GIORNATA MONDIALE DEL MALATO
11 febbraio 2026

La compassione del samaritano:
amare portando il dolore dell’altro


Cari fratelli e sorelle!

La XXXIV Giornata Mondiale del Malato sarà celebrata solennemente a Chiclayo, in Perù, l’11 febbraio 2026. Per questa circostanza ho voluto riproporre l’immagine del buon samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come sono i malati.

Tutti abbiamo ascoltato e letto questo commovente testo di San Luca (cfr Lc 10,25-37). A un dottore della legge che gli chiede chi sia il prossimo da amare, Gesù risponde raccontando una storia: un uomo che viaggiava da Gerusalemme a Gerico fu aggredito dai ladri e lasciato mezzo morto; un sacerdote e un levita passarono oltre, ma un samaritano ebbe compassione di lui, gli fasciò le ferite, lo portò in una locanda e pagò perché fosse curato. Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’Enciclica Fratelli tutti, del mio amato predecessore Papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore.

1. Il dono dell’incontro: la gioia di dare vicinanza e presenza

Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano. La parabola racconta che il samaritano, vedendo il ferito, non è “passato oltre”, ma ha avuto per lui uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo ha portato a una vicinanza umana e solidale. Il samaritano «si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato […] il proprio tempo». [1] Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini. [2] A questo proposito, possiamo affermare con Sant’Agostino che il Signore non ha voluto insegnare chi fosse il prossimo di quell’uomo, ma a chi lui doveva farsi prossimo. Infatti nessuno è prossimo di un altro finché non gli si avvicina volontariamente. Perciò si è fatto prossimo colui che ha avuto misericordia. [3]

L’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita. Non si tratta di semplici gesti di filantropia, ma di segni nei quali si può percepire che la partecipazione personale alle sofferenze dell’altro implica il donare se stessi, significa andare oltre il soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a far sì che la nostra persona sia parte del dono. [4] Questa carità si nutre necessariamente dell’incontro con Cristo, che per amore si è donato per noi. San Francesco lo spiegava molto bene quando, parlando del suo incontro con i lebbrosi, diceva: «Il Signore stesso mi condusse tra loro», [5] perché attraverso di loro aveva scoperto la dolce gioia di amare.

Il dono dell’incontro nasce dal legame con Gesù Cristo, che identifichiamo come il buon samaritano che ci ha portato la salute eterna e che rendiamo presente quando ci chiniamo davanti al fratello ferito. Sant’Ambrogio diceva: «Poiché dunque nessuno ci è più prossimo di colui che ha guarito le nostre ferite, amiamolo come Signore, e amiamolo anche come prossimo: niente infatti è così prossimo come il capo alle membra. Amiamo anche colui che è imitatore di Cristo: amiamo colui che soffre per la povertà altrui, a motivo dell’unità del corpo». [6] Essere uno nell’Uno, nella vicinanza, nella presenza, nell’amore ricevuto e condiviso, e godere, come San Francesco, della dolcezza di averlo incontrato.

2. La missione condivisa nella cura dei malati

San Luca prosegue dicendo che il samaritano “sentì compassione”. Avere compassione implica un’emozione profonda, che spinge all’azione. È un sentimento che sgorga da dentro e porta all’impegno verso la sofferenza altrui. In questa parabola, la compassione è il tratto distintivo dell’amore attivo. Non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti: il samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura. Ma attenzione, non lo fa da solo, individualmente, «il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità». [7] Io stesso ho constatato, nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perù, come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale. In questo modo, nell’Esortazione apostolica Dilexi te non solo ho fatto riferimento alla cura dei malati come a una «parte importante» della missione della Chiesa, ma come a un’autentica «azione ecclesiale» (n. 49). In essa citavo San Cipriano per mostrare come in quella dimensione possiamo verificare la salute della nostra società: «Questa epidemia, questa peste, che sembra orribile e funesta, mette alla prova la giustizia di ognuno, ed esamina i sentimenti del genere umano: se i sani servano i malati, se i parenti amino con rispetto i loro congiunti, se i padroni abbiano compassione dei servi che stanno male, se i medici non abbandonino i malati che chiedono aiuto». [8]

Essere uno nell’Uno significa sentirci veramente membra di un corpo in cui portiamo, secondo la nostra vocazione, la compassione del Signore per la sofferenza di tutti gli uomini. [9] Inoltre, il dolore che ci commuove non è un dolore estraneo, è il dolore di un membro del nostro stesso corpo del quale il nostro Capo ci comanda di prenderci cura per il bene di tutti. In questo senso si identifica con il dolore di Cristo e, offerto cristianamente, affretta il compimento della preghiera del Salvatore stesso per l’unità di tutti. [10]

3. Spinti sempre dall’amore per Dio, per incontrarci con noi stessi e con il fratello

Nel duplice comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» ( Lc 10,27), possiamo riconoscere il primato dell’amore per Dio e la sua diretta conseguenza sul modo di amare e di relazionarsi dell’uomo in tutte le sue dimensioni. «L’amore per il prossimo rappresenta la prova tangibile dell’autenticità dell’amore per Dio, come attesta l’apostolo Giovanni: “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. […] Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” ( 1Gv 4,12.16)». [11] Sebbene l’oggetto di tale amore sia diverso: Dio, il prossimo e se stessi, e in tal senso possiamo intenderli come amori distinti, essi sono sempre inseparabili. [12] Il primato dell’amore divino implica che l’azione dell’uomo sia compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo è amare Dio nei fatti. [13]

Questa dimensione ci permette anche di rilevare ciò che significa amare se stessi. Significa allontanare da noi l’interesse di fondare la nostra autostima o il senso della nostra dignità su stereotipi di successo, carriera, posizione o discendenza [14] e recuperare la nostra collocazione davanti a Dio e al fratello. Benedetto XVI diceva che «la creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio». [15]

Cari fratelli e sorelle, «il vero rimedio alle ferite dell’umanità è uno stile di vita basato sull’amore fraterno, che ha la sua radice nell’amore di Dio». [16] Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, “samaritana”, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti.

Eleviamo la nostra preghiera alla Beata Vergine Maria, Salute dei malati; chiediamo il suo aiuto per tutti coloro che soffrono, che hanno bisogno di compassione, ascolto e conforto, e supplichiamo la sua intercessione con questa antica preghiera, che veniva recitata in famiglia per coloro che vivono nella malattia e nel dolore:

Dolce Madre, non allontanarti,
non distogliere da me il tuo sguardo.
Vieni con me ovunque
e non lasciarmi mai solo.
Tu che sempre mi proteggi
come mia vera Madre,
fa’ che mi benedica il Padre,
il Figlio e lo Spirito Santo.

Imparto di cuore la mia benedizione apostolica a tutti i malati, ai loro familiari e a quanti li assistono, agli operatori sanitari, alle persone impegnate nella pastorale della salute e in modo speciale a coloro che partecipano a questa Giornata Mondiale del Malato.

Dal Vaticano, 13 gennaio 2026

LEONE PP. XIV


martedì 10 febbraio 2026

«Io invece non ti dimenticherò mai»


Il tema scelto da Papa Leone XIV per la VI Giornata mondiale dei nonni e degli anziani

«Io invece
non ti dimenticherò mai»


«Io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49, 15). Sottolinea come l’amore di Dio per ogni persona non venga mai meno neanche nella fragilità della vecchiaia, il tema scelto da Leone XIV per la VI Giornata mondiale dei Nonni e degli Anziani, che quest’anno si celebra domenica 26 luglio, nella festa dei santi Gioacchino ed Anna. Lo ha reso noto stamane un comunicato stampa del Dicastero per i Laici, la famiglia e la vita, in cui si specifica che le parole volute del Pontefice, tratte dal libro del profeta Isaia, si pongono come «un messaggio di consolazione e di speranza per tutti i nonni e gli anziani, specialmente per coloro che vivono nella solitudine o si sentono dimenticati»; allo stesso tempo, il versetto «è un richiamo per le famiglie e le comunità ecclesiali a non dimenticarli, riconoscendo in loro una presenza preziosa e una benedizione».

La Giornata, istituita da Papa Francesco nel 2021, si celebra ogni IV domenica di luglio e si presenta come «un’occasione per far giungere agli anziani la vicinanza della Chiesa e per valorizzare il loro contributo nelle famiglie e nelle comunità».

Quest’anno la data coincide con la festa dei nonni di Gesù, Gioacchino e Anna, e l’invito del Papa è a celebrare la ricorrenza con una liturgia eucaristica nella chiesa cattedrale di ogni diocesi. Il Dicastero promotore metterà a disposizione specifici strumenti pastorali per consentire a Chiese particolari, realtà associative e comunità ecclesiali di tutto il mondo di trovare le modalità più adatte per valorizzare l’evento nel proprio contesto locale.
(fonte: L'Osservatore Romano 10 febbraio 2026)




Antonio Spadaro: Diplomazia come trasfigurazione

Antonio Spadaro

Diplomazia
come trasfigurazione


«Non desiderare la sparizione delle nostre miserie, bensì la grazia che le trasfiguri». In L’ombra e la grazia, Simone Weil affida a questa frase una regola esigente: non cercare scorciatoie che cancellino il male ma imparare a sopportarlo fino a mutarne il senso. È una disciplina dello sguardo, prima ancora che un principio spirituale. E può diventare, sorprendentemente, una chiave per comprendere la diplomazia nel suo significato più profondo. La diplomazia non è mai stata soltanto l’arte del compromesso o la gestione elegante dei rapporti di forza. È, piuttosto, una pratica di trasformazione: un esercizio lento e spesso fuori dai riflettori attraverso il quale il conflitto non viene rimosso ma sottratto alla sua inerzia distruttiva e tradotto in linguaggio, gesto, forma.

Parlare di diplomazia come “trasfigurazione” significa riconoscere che essa opera secondo una logica analoga a quella della Trasfigurazione narrata nei Vangeli: un evento che non interrompe il cammino verso la croce, non elimina il conflitto né sospende la storia, ma per un istante ne rivela il senso. Sul monte non viene abolita la marcia verso Gerusalemme, né neutralizzata la violenza che incombe; ciò che cambia è la percezione di ciò che è in gioco. Allo stesso modo, nella pratica diplomatica, la trasfigurazione non coincide con la soluzione immediata delle crisi ma con la capacità di sottrarle alla loro deriva assolutizzante. In questo senso la grazia evocata da Simone Weil non è un elemento estraneo alla politica ma il nome di quella forza fragile che consente alle relazioni internazionali di non essere interamente governate dalla logica della forza, mantenendo aperto uno spazio di parola, di tempo e di responsabilità condivisa.

Nel lessico classico delle relazioni internazionali, la diplomazia appare come una tecnica: negoziare, mediare, contenere, dissuadere. Tuttavia, dietro questa superficie procedurale, si nasconde una dimensione più profonda: la capacità di cambiare il significato stesso di una relazione. Là dove domina l’immaginario del nemico, la diplomazia introduce la possibilità dell’interlocutore; dove tutto sembra ridursi a interessi contrapposti, apre uno spazio in cui può emergere una narrazione diversa, non immediatamente funzionale, ma umana. È, in termini weiliani, un modo di non vagheggiare la sparizione dei conflitti, ma desiderare la loro trasformazione.

In questo senso, la diplomazia lavora sul tempo. Non sul tempo accelerato delle decisioni istantanee, né su quello spettacolare delle dichiarazioni pubbliche, ma su un tempo che potremmo definire “intermedio”. La trasfigurazione non avviene per rottura improvvisa, ma per spostamento progressivo. La grazia non cancella la miseria ma la attraversa.

Questa dimensione è evidente se si osserva la diplomazia non come semplice strumento del potere, ma come pratica simbolica. Ogni incontro diplomatico mette in scena un rituale: luoghi neutri, formule misurate, linguaggi calibrati. Nulla è casuale. In questi rituali si tenta di contenere l’eccesso della violenza e di offrirle una forma. La forma, qui, non è ornamento, ovviamente: è ciò che impedisce al conflitto di tracimare, senza pretendere di negarne l’esistenza.

Anche quando si intende la diplomazia in modo disincantato — col realismo strategico che pensa a un equilibrio instabile tra interessi nazionali — affiora implicitamente l’idea che essa serva a trasformare la forza in ordine, la minaccia in sistema, la paura in calcolo. La trasfigurazione, in questo caso, non è morale ma strutturale: la violenza non scompare, ma cambia statuto. Non viene espulsa dalla storia, viene resa abitabile.

Nel tessuto geopolitico odierno, segnato da guerre prolungate, tensioni regionali e un rinnovato ricorso alla logica della forza, questa visione è una risposta alla crisi della politica stessa. Mentre gli organi multilaterali si affaticano nel fronteggiare conflitti che sembrano allargarsi come crepe sotterranee, la diplomazia viene richiamata alla sua forma più autentica: quella che non antepone posizioni di potere alla dignità delle persone e non rifiuta l’esistenza dell’altro come interlocutore.

Proprio la fragilità di un ordine internazionale scosso dall’uso ricorrente della violenza mette in evidenza l’urgenza di una diplomazia che non sogna l’impossibile sparizione di tutte le miserie del mondo ma tenta di trasfigurarle.

La diplomazia non è mera tattica ma — come più volte ha affermato Papa Francesco — un esercizio di misericordia applicato alla politica internazionale; una diplomazia della misericordia che pretende di mantenere aperta la porta della parola anche quando la polarizzazione sembra renderla impossibile. È una pratica che assume il conflitto come dato reale, senza assolutizzarlo.

Questo approccio ha una natura “profetica”, che non mira a imporre una visione univoca, bensì a sviluppare visioni originali e creative in grado di generare processi nuovi e sostenibili. Le crisi contemporanee, dalla guerra in Ucraina ai conflitti in Medio Oriente, passando per tensioni latenti in Africa, Asia e oltre, non sono soltanto dispute territoriali o gare di potere: sono ferite profonde nella trama della convivenza umana. In tali scenari, la diplomazia non si limita a “risolvere” il conflitto ma cerca di trasformarlo, decifrando le ragioni profonde del dissidio e facendo spazio alla dignità dell’altro.

Questa visione si radica anche nella convinzione che il conflitto non debba essere negato o represso ma riconosciuto e trasceso. Accettare le tensioni come elemento costitutivo della storia umana senza lasciarsi imprigionare da esse significa, ancora una volta, rinunciare all’illusione della sparizione e affidarsi a un lavoro più lento, più fragile, più esigente.

In un’epoca dominata dalla retorica della rapidità e dalle risposte immediate, dove spesso l’opinione pubblica e i governi misurano la “forza” politica nella capacità di imporre condizioni, la diplomazia come trasfigurazione invita alla lentezza, alla cura e alla visione ampia.

Così concepita, la diplomazia non è un semplice strumento di ordine internazionale ma un laboratorio di senso. Richiede la capacità di ascoltare, di sostenere il peso delle differenze, di mantenere la conversazione aperta anche quando è faticosa. In un mondo segnato da tensioni multiple e da una persistente fragilità delle istituzioni globali, questa forma di diplomazia offre non una scorciatoia ma una via possibile per trasformare la logica della contrapposizione in un dialogo continuo e creativo. È qui, in questa tensione trasformativa, che la diplomazia come trasfigurazione diventa necessaria per il futuro della convivenza umana, una chiave interpretativa concreta per leggere alcuni dei conflitti più laceranti del nostro tempo. Indica un metodo: trasformare il modo stesso in cui il conflitto viene abitato e narrato.

Il caso venezuelano lo mostra con particolare chiarezza. Per anni, il Paese è stato schiacciato tra sanzioni, isolamento, retoriche contrapposte e un progressivo impoverimento della popolazione. In questo contesto, l’azione diplomatica della Santa Sede non si è configurata come arbitrato tecnico né come legittimazione politica, ma come una presenza costante, anche quando il dialogo sembrava esaurirsi. Interrompere ogni canale avrebbe significato consegnare definitivamente la società alla polarizzazione. Qui la diplomazia non trasfigura il conflitto risolvendolo ma impedendo che diventi totale: mantiene un margine di parola, una soglia minima di fiducia, una possibilità di futuro che non coincide con il presente.

Nella tragedia palestinese, la diplomazia come trasfigurazione assume un carattere ancora più radicale perché tocca l’intreccio delicato tra religione, territorio e identità. Il rischio costante è la sacralizzazione del conflitto: Dio trasformato in giustificazione, la fede ridotta a bandiera. La diplomazia deve collocarsi in controtendenza, rifiutando gerarchie di dolore, insistendo sul volto concreto delle vittime e ricorrendo a gesti simbolici che restituiscano alla religione la sua funzione più autentica: disinnescare l’assolutizzazione dell’identità. Non risolvere la disputa territoriale ma impedire che diventi una guerra metafisica.

Nella guerra in Ucraina la tentazione è duplice: ridurre tutto a una logica militare o invocare una pace astratta che eluda la giustizia. La postura adeguata è quella del non-allineamento etico: non equidistanza ma rifiuto di una narrazione che renda impossibile il futuro. Questa diplomazia non chiede di dimenticare l’aggressione ma di non trasformare la guerra in destino, tenendo insieme ciò che la politica tende a separare: verità e dialogo, denuncia e ascolto.

Quando la politica perde immaginazione e la guerra diventa linguaggio ordinario, la diplomazia non promette di fermare il cammino della storia né di cancellarne le ferite; offre però abbastanza luce perché quel cammino non venga scambiato per un destino cieco. È in questa capacità di attraversare il conflitto senza assolutizzarlo che la diplomazia, come spazio di metamorfosi del senso, rimane uno degli ultimi luoghi in cui il futuro può ancora essere pensato come responsabilità condivisa.
(fonte: L'Osservatore Romano 22/01/2026)