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venerdì 5 giugno 2026

I bruciati vivi in Calabria. Non sono invisibili. Siamo noi che non vogliamo vedere

I bruciati vivi in Calabria. Non sono invisibili. Siamo noi che non vogliamo vedere


Quattro braccianti bruciati vivi in provincia di Cosenza. Di fronte al fatto tragico si deve ricordare che questi sfruttati non sono degli “invisibili”. Siamo noi che decidiamo di non vedere

La pace come esposizione, non come ordine

La pace non è un equilibrio garantito dalla forza, né un ordine imposto dall’alto. È un modo di stare al mondo: esporsi all’altro, riconoscere che la nostra esistenza è intrecciata alla sua, accettare che la convivenza non nasce dalla separazione ma dal contatto.

La sostenibilità, allo stesso modo, non è un protocollo tecnico: è la consapevolezza che viviamo dentro una trama di relazioni materiali e simboliche che non controlliamo, ma da cui dipendiamo. Pace e sostenibilità sono due nomi per la stessa esperienza: non siamo padroni del mondo, ma parte di esso.

Italia ed Europa: sicurezza armata, sostenibilità rinviata

Il governo italiano parla di sicurezza mentre rafforza la deterrenza, come se la convivenza potesse essere garantita da un arsenale. Tratta la transizione ecologica come un’imposizione esterna, non come un’occasione per ripensare il nostro modo di abitare la terra. L’Unione Europea alterna ambizioni climatiche a continui arretramenti, irrigidisce le frontiere, gestisce la mobilità umana come un rischio.

Valori universali proclamati, spazi di esclusione costruiti. È un’Europa che parla di diritti ma accetta che interi segmenti della propria economia si reggano su lavoro sfruttato, precarizzato, sacrificabile.

I quattro migranti bruciati: non invisibili, ma rimossi

I quattro migranti carbonizzati in un distributore di carburante non sono un incidente: sono un’esposizione brutale della nostra dipendenza da vite che definiamo “invisibili”. Ma invisibili non lo sono affatto. Sono visibilissimi: nei campi, nei cantieri, nei magazzini, nelle cucine, nelle serre. Li vediamo ogni giorno. Sappiamo che si spaccano la schiena per salari minimi, che vivono in condizioni indegne, che tengono in piedi interi settori dell’economia.

Dire “invisibili” è una scorciatoia linguistica che ci alleggerisce la coscienza. È un favore che facciamo a noi stessi e a chi li sfrutta. Non sono invisibili: siamo noi che non li vogliamo vedere.

E il nostro governo, invece di contrastare questa rimozione, la asseconda: ci rassicura dicendo che “il problema è altrove”, e così li sposta altrove, li racchiude in Albania, li allontana dal nostro campo visivo. Non è una soluzione: è un modo per confermare il nostro ritrarci, il nostro chiudere gli occhi.

Fantasmi burocratici: come li produciamo

La maggior parte di queste persone arriva in Italia regolarmente, attraverso il decreto flussi.
Arrivano con un permesso, con un nome, con un datore di lavoro che li ha richiesti.
Ma quando mettono piede in Italia, spesso trovano un’altra realtà: procedure burocratiche lente e contraddittorie; arrivi tardivi rispetto ai tempi agricoli; aziende che nel frattempo non hanno più bisogno di loro, contratti promessi e poi ritirati.

E così accade l’assurdo: entrano regolarmente, ma cadono nel vuoto. Diventano “fantasmi burocratici”: presenti, ma senza i documenti necessari per lavorare; regolari, ma senza tutele; qui, ma senza diritti. Non perché abbiano sbagliato qualcosa: perché il sistema li produce così.

E quando il sistema produce fantasmi, lo sfruttamento trova terreno fertile. È in questo spazio grigio che si annidano caporalato, ricatti, violenze. È qui che si muore bruciati in un distributore di benzina.

Pace e sostenibilità non sopravvivono alla schiavitù

Non c’è pace dove alcuni vivono sotto minaccia costante. Non c’è sostenibilità dove il lavoro umano viene consumato come una risorsa sacrificabile. La violenza non è solo quella delle armi: è quella delle economie che sfruttano, delle politiche che respingono, delle istituzioni che tollerano zone d’ombra in cui la vita perde valore.

Ogni morte in schiavitù incrina la nostra idea di comunità. Ogni territorio devastato restringe la nostra idea di futuro. Ogni volta che accettiamo che qualcuno viva e muoia ai margini, accettiamo che la pace sia un privilegio e non un diritto.

La comunità come contatto, non come identità

Non esistiamo da soli. Non esiste un “noi” che possa salvarsi separandosi dagli altri.
La comunità non è un’identità da difendere, ma un contatto da attraversare: la consapevolezza che la nostra vulnerabilità è intrecciata a quella di chi arriva, di chi lavora nei campi, di chi fugge da guerre che spesso alimentiamo.

Questa esposizione ci obbliga: non moralmente, ma umanamente. La pace è un gesto, la sostenibilità una forma di attenzione.

Guardare ciò che brucia

Parlare oggi di pace e sviluppo sostenibile significa rifiutare l’idea che alcune vite possano essere bruciate senza che il mondo cambi. Significa dire che la sicurezza nasce dalla giustizia, non dalla forza; che il futuro si costruisce aprendo possibilità, non chiudendo confini. Significa riconoscere che non sono invisibili: siamo noi che non li vogliamo vedere. E che il governo, invece di aprire gli occhi, li chiude insieme a noi.

In fondo, pace e sostenibilità ci chiedono la stessa cosa: riconoscere che la vita dell’altro è già dentro la nostra. E che ogni volta che la lasciamo bruciare, bruciamo anche una parte di noi.
(fonte: La barca e il mare, articolo di Savino Pezzotta 04/06/2026)

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Vedi anche il post precedente:


Enzo Bianchi: La comunione che nasce dalla Trinità

Enzo Bianchi
La comunione che nasce dalla Trinità

Il Dio Uno e Trino è il cuore del cristianesimo: relazioni d’amore che non coincidono con l’uniformità, ma con la sinfonia delle differenze


Famiglia Cristiana - 31 Maggio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Molti cristiani credono che Dio sia una monade, un Dio unico e uno come quello delle altre religioni e così non conoscono il vero volto del Dio vivente.

Il nostro Dio – ed è tanto difficile dirlo! – è in verità una comunione, una koinonía, come amavano proclamare i padri della chiesa greca. Perché è vero che è uno e non una pluralità di dèi, ma è comunione di chi genera, di chi è generato e di chi è generazione. Sant’Agostino amava sintetizzare: l’Amante, l’Amato e l’Amore ci svelano la Triunità di Dio… Questa immagine dovrebbe avere una profonda e decisiva ricaduta nella preghiera del credente, nella sua fede, nella sua vita di comunione. La Triunità di Dio non è un abbellimento della divinità, ma è la dinamica segreta che plasma la fede cristiana. Per questo la comunione cristiana non sarà mai uniformità, ma sempre comunione plurale e la verità sarà sempre non monolitica. Per questo tutti i doni che discendono da Dio non temono la differenza, la diversità, ma sono sempre capaci di relazione e di unione.

Non dimenticarlo, cristiano, se il fuoco dello Spirito santo disceso dal cielo nel cenacolo era uno, sul capo di ciascun discepolo è diventato una fiammella particolare che arde con colori propri, le sue proprie vampe, la sua propria luce…

Quando cerchi l’unità con gli altri, non dimenticarlo, non cercare l’uniformità ma la comunione, la sinfonia, e, come dice Efrem il Siro, sarai l’arpa dello Spirito santo!
(fonte: blog dell'autore)


giovedì 4 giugno 2026

Tonio Dell'Olio: Lavori donneschi - Video del monologo di Paola Cortellesi

Tonio Dell'Olio
 
Lavori donneschi
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  4 giugno 2026


Dalla riflessione proposta da Paola Cortellesi nel corso delle celebrazioni per gli 80 anni della Repubblica al Quirinale.

“La propaganda fascista celebrava la maternità come missione patriottica: dare figli alla nazione. Ma dietro quella retorica c'era un progetto preciso di limitazione dell'autonomia femminile.
Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e superiori, di insegnare materie considerate di alto profilo come filosofia e storia nei licei. L'istruzione di bambine e ragazze fu orientata verso "lavori donneschi" ovvero, mansioni domestiche.
Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano altamente sconsigliati. E nel caso in cui una studentessa avesse avuto l'arroganza di proseguire gli studi avrebbe comunque trovato tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle degli studenti.
Accanto alle norme, anche gli scritti ideologici del tempo teorizzavano la subordinazione femminile.
In questi passaggi del volume "Politica della famiglia" del 1938, scritto dall'economista fascista Ferdinando Loffredo, affiora, a voler pensar male, un certo pregiudizio misogino, seppur velatamente accennato tra le righe: «La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia». E ancora: «Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l'aumento della disoccupazione maschile». In sintesi: vengono a rubarci il lavoro”.

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Guarda il video con la riflessione proposta da Paola Cortellesi



UDIENZA GENERALE 03/06/2026 Leone XIV: una liturgia viva, risorsa per risvegliare l’apertura all’incontro con Dio

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 3 giugno 2026

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Il Papa: una liturgia viva,
risorsa per risvegliare l’apertura all’incontro con Dio

All’udienza generale in piazza San Pietro, il Pontefice spiega ai fedeli quali sono gli elementi dell’azione liturgica, la quale permette “di gustare la presenza di Dio per mezzo di Gesù Cristo”. Con la sobrietà solenne dei suoi ritmi, il rito, che va curato “con mano fine e senza arbitrarietà”, interrompe attività frenetiche riconducendoci all’essenziale, è “una sosta che rigenera il cuore” e insegna a vivere in un ritmo abitato dallo Spirito Santo

Leone XIV mentre benedice un bambino (@VATICAN MEDIA)

Si sofferma sul rito, sul segno e sul simbolo nella liturgia Leone XIV all’udienza generale di mercoledì 3 giugno, nella sua terza catechesi dedicata alla Costituzione Sacrosanctum Concilium, nell’ambito del ciclo dedicato ai documenti del Concilio Vaticano II.

Nella liturgia si concretizza il mistero della fede

Dopo il consueto giro in papamobile tra fedeli e pellegrini, in piazza San Pietro, il Papa, giunto sul sagrato della Basilica vaticana, spiega anzitutto che “i riti della liturgia cristiana” sono, in pratica, “la mediazione ecclesiale attraverso cui il dono divino ci raggiunge”, non semplicemente “un rivestimento esteriore del mistero sacramentale”. E infatti la Sacrosanctum Concilium chiarisce che “nella liturgia attraverso i riti e le preghiere” si concretizza “il Mysterium fidei” e che è “il rito” a dare “forma all’azione liturgica”, la quale, nei credenti che partecipano non come “muti spettatori” ma con “corpo, mente e cuore”, genera quella “sensibilità spirituale” che permette “di gustare la presenza di Dio per mezzo di Gesù Cristo”.

Attraverso il sacro rito veniamo così formati all’ascolto della Parola di Dio, al rendimento di grazie e all’adorazione, alla condivisione fraterna e alla comunione ecclesiale. Scopriamo di essere un’assemblea dai molti volti, riunita dalla stessa fede.

Il Papa mentre tiene la catechesi (@Vatican Media)

Una sosta che rigenera il cuore

Il rito ha “una sequenza di gesti e di preghiere ben definita”, specifica inoltre il Pontefice, la cui “logica, però, non è quella di imbrigliare la libertà in schemi”, semmai “con la sobrietà solenne dei suoi ritmi, il rito interrompe attività frenetiche, riconducendoci all’essenziale”. Perciò consente di fare “un’altra esperienza del tempo e dello spazio”.

Nel rito sperimentiamo una logica di gratuità, troviamo una sosta che rigenera il cuore, riconosciamo di essere preceduti dalla grazia divina, impariamo a vivere in un ritmo abitato dallo Spirito Santo. La grammatica del rito è intessuta dei segni e dei simboli propri della liturgia.

Piazza San Pietro gremita di fedeli (@Vatican Media)

Lasciarsi educare dai riti

Per Leone XIV, oggi, occorre lasciarsi “educare dai riti della liturgia”, e per questo è necessario curare “con mano fine e senza arbitrarietà la bellezza” delle “celebrazioni” e impegnarsi “in un’autentica mistagogia”.

L’esperienza di una liturgia viva e devota, accompagnata da un’opportuna catechesi mistagogica, è la migliore risorsa per risvegliare in tutti quell’apertura all’incontro con Dio che, nella logica dell’incarnazione, può avvenire solo coinvolgendo tutto l’uomo: spirito, anima e corpo.

I segni nell’azione liturgica

Quanto ai segni, nella liturgia significano “la santificazione dell’uomo”. Così, ad esempio, l’acqua, “dalle origini della creazione al diluvio, dal passaggio del Mar Rosso al Giordano” fino a quella “che sgorga dal costato di Cristo”, liturgicamente è “segno sacramentale dell’immersione” nella “morte e risurrezione” di Gesù. Ma il “segno” è anche “simbolico” quando rimanda “a un intero sistema di significati e di valori”, precisa Leone XIV. È il caso dell’aspersione “con l’acqua benedetta”, gesto con il quale “si ravviva in noi la coscienza del dono ricevuto con il Battesimo e la nostra adesione alla vita nuova in Cristo”.

Un momento dell'udienza generale (@VATICAN MEDIA)

I simboli

E ancora, nella liturgia, ci sono “i simboli”, che possono essere “azioni più semplici e comuni, come l’inginocchiarsi e darsi la pace, o più impegnative, come gli atti costitutivi di ogni Sacramento”. A caratterizzarli è quella “singolare dimensione performativa e trasformante, sia verso gli elementi materiali che li compongono, sia verso coloro che vi entrano in contatto” che genera “appartenenza”, tocca “il cuore e la mente”, suscita “autentiche relazioni ecclesiali”, conclude il Pontefice, che, come il suo predecessore Francesco nella lettera apostolica Desiderio desideravi, richiamando Romano Guardini, sottolinea che “nel “lavoro di formazione liturgica” il “primo compito” per l’uomo è “diventare nuovamente capace di simboli”.

Il Papa con gli sposi novelli (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 03/06/2026)


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LEONE XIV



I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 3. Il rito, il segno, il simbolo


Cari fratelli e sorelle,

proseguendo le catechesi sulla Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium (SC), vogliamo soffermarci a riflettere su alcuni elementi costitutivi della sacra liturgia, quali il rito, il segno e il simbolo.

Il Concilio Vaticano II, facendo tesoro del prezioso lavoro del Movimento liturgico, ci ha aiutato a riscoprire una verità molto viva nella coscienza della Chiesa antica e nell’insegnamento dei Padri. I riti della liturgia cristiana non sono un rivestimento esteriore del mistero sacramentale, un insieme di cerimonie arbitrarie, ma sono la mediazione ecclesiale attraverso cui il dono divino ci raggiunge. Proprio per questo il Concilio invita a comprendere il Mysterium fidei che si attua nella liturgia attraverso i riti e le preghiere (cfr SC, 48).

Il rito dà forma all’azione liturgica e, attraverso di essa, alla nostra vita, generando in noi una sensibilità spirituale che ci rende capaci di gustare la presenza di Dio per mezzo di Gesù Cristo. Naturalmente ciò avviene se noi non restiamo estranei o muti spettatori (cfr ibid.) rispetto alla liturgia, ma vi partecipiamo con tutto noi stessi – corpo, mente e cuore –, in obbedienza al comando del Signore. Attraverso il sacro rito veniamo così formati all’ascolto della Parola di Dio, al rendimento di grazie e all’adorazione, alla condivisione fraterna e alla comunione ecclesiale. Scopriamo di essere un’assemblea dai molti volti, riunita dalla stessa fede.

Il rito ci coinvolge in una sequenza di gesti e di preghiere ben definita, che talora può contrastare con la nostra individuale tendenza alla spontaneità. La sua logica, però, non è quella di imbrigliare la libertà in schemi. Al contrario, con la sobrietà solenne dei suoi ritmi, il rito interrompe attività frenetiche, riconducendoci all’essenziale. Scopriamo così un’altra dimensione dell’agire, non guidata da calcoli produttivi, e un’altra esperienza del tempo e dello spazio. Nel rito sperimentiamo una logica di gratuità, troviamo una sosta che rigenera il cuore, riconosciamo di essere preceduti dalla grazia divina, impariamo a vivere in un ritmo abitato dallo Spirito Santo.

La grammatica del rito è intessuta dei segni e dei simboli propri della liturgia. In essa, come afferma il Concilio, «la santificazione dell’uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi» (SC, 7). Il Catechismo della Chiesa Cattolica approfondisce il valore di questi segni, ricordando che «il loro significato nell’opera della creazione e nella cultura umana, si precisa negli eventi dell’Antica Alleanza e si rivela pienamente nella persona e nell’opera di Cristo» (n. 1145). Emblematico è il segno dell’acqua: dalle origini della creazione al diluvio, dal passaggio del Mar Rosso al Giordano, fino all’acqua che sgorga dal costato di Cristo e diventa segno sacramentale dell’immersione nella sua morte e risurrezione.

“Segno” e “simbolo” sono termini che spesso vengono usati come sinonimi. In realtà, un segno è simbolico quando è capace di rimandare non solo a un’idea, ma a un intero sistema di significati e di valori. Così, ad esempio, quando siamo aspersi con l’acqua benedetta si ravviva in noi la coscienza del dono ricevuto con il Battesimo e la nostra adesione alla vita nuova in Cristo. In secondo luogo, i simboli hanno essenzialmente un carattere pratico, essendo anzitutto azioni: più semplici e comuni, come l’inginocchiarsi e darsi la pace, o più impegnative, come gli atti costitutivi di ogni Sacramento. Soprattutto, i simboli hanno una singolare dimensione performativa e trasformante, sia verso gli elementi materiali che li compongono, sia verso coloro che vi entrano in contatto, generando appartenenza, toccando il cuore e la mente, suscitando autentiche relazioni ecclesiali.

Nella Lettera Apostolica Desiderio desideravi, Papa Francesco, facendo propria un’affermazione di Romano Guardini, individuava «il primo compito del lavoro di formazione liturgica: l’uomo deve diventare nuovamente capace di simboli» (n. 44). Abbiamo bisogno di lasciarci educare dai riti della liturgia, curando con mano fine e senza arbitrarietà la bellezza delle nostre celebrazioni e impegnandoci in un’autentica mistagogia. L’esperienza di una liturgia viva e devota, accompagnata da un’opportuna catechesi mistagogica, è la migliore risorsa per risvegliare in tutti quell’apertura all’incontro con Dio che, nella logica dell’incarnazione, può avvenire solo coinvolgendo tutto l’uomo: spirito, anima e corpo (cfr 1Ts 5,23).

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Figlie del Sacro Cuore di Gesù, i Membri della Famiglia Monfortana e le Suore di Nostra Signora del Cenacolo, incoraggiando ad essere un segno di speranza per quanti sono assetati di Dio, della sua verità e della sua pace. Una particolare parola desidero riservare ai Sacerdoti e ai Religiosi del Medio Oriente: accompagno con la mia preghiera e la mia benedizione il vostro ministero e le attese dei rispettivi Paesi.

Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Questa settimana si celebra la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, o, secondo la più nota formulazione latina, la solennità del Corpus Domini. Nell’Eucaristia contempliamo Gesù pane spezzato e donato per ciascuno di noi. Espressione della pietà eucaristica popolare sono le processioni con il Santissimo Sacramento che si svolgono nelle strade di tanti paesi; a tale proposito, incoraggio a mantenere viva questa bella manifestazione di pubblica testimonianza della fede.

A tutti la mia benedizione!


Guarda il video


DAL MILITARE AL SOCIALE Invece di armarci potremmo…

DAL MILITARE AL SOCIALE
Invece di armarci potremmo…


Ma chi l’ha detto che non ci sono alternative al riarmo? Anzi, le alternative – oltre che possibili – sono necessarie. È questa la conclusione a cui si giunge dopo aver letto il dossier “dal militare al sociale” realizzato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo che potete liberamente scaricare da qui: DAL MILITARE AL SOCIALE

Il punto di partenza è il costo delle armi: “nel 2025 l’Italia ha destinato alle spese militari 35,5 miliardi di euro (5,7% di ciò che paghiamo in tasse), ma conta di portarle a 48 miliardi per il 2028. Una scelta dalle conseguenze catastrofiche”. Perciò “le spese militari vanno fermate, non solo perché ce lo chiede l’articolo 11 della Costituzione, ma anche perché ci impediscono di risolvere gli enormi problemi sociali e ambientali che ci rendono la vita difficile”.

L’impostazione del documento è semplice: “Invece di armarci potremmo…”. Partendo da questo presupposto il dossier indica alcune possibili e utili alternative: “soccorrere la sanità pubblica, mettere le scuole in sicurezza, offrire servizi gratuiti all’infanzia, organizzare una buona scuola per tutti, migliorare lo stato sociale, risanare la giustizia, mettere il territorio in sicurezza, risanare la rete idrica, accelerare la transizione energetica, garantire ai migranti un’accoglienza dignitosa, potenziare la cooperazione internazionale, rafforzare il sistema delle Nazioni Unite, investire nella difesa nonviolenta, istituire un corpo civile di pace”.

La sintesi di questa visione l’aveva già indicata con chiarezza Sandro Pertini: “Svuotare gli arsenali, riempire i granai”. Sembra utopia, ma in realtà è una scelta razionale. Il dossier dedica una scheda ad ogni proposta alternativa al riarmo, con una stima delle necessità. Si tratta di scegliere che cosa sia meglio per il bene comune.

Il dossier serve ad informare per aumentare la consapevolezza. Ma è stato redatto anche per sollecitare chi legge ad attivarsi, scrivendo un messaggio alla classe politica: “Spett.le Presidente del Consiglio, scrivo a Lei con l’intento di raggiungere anche i gruppi parlamentari che sostengono il Suo governo. In ossequio alla sollecitazione dell’On. Pertini Svuotare gli arsenali, riempire i granai chiedo che i soldi pubblici siano spesi non per armamenti, ma in sanità, scuola, pensioni, protezione civile e quant’altro possa servire a migliorare la vita dei cittadini. Valuterò l’operato della maggioranza di governo anche in base alle scelte di spesa che effettuerà e ne terrò conto quando sarò chiamato a dare il mio voto.”

Nel 2027 in Italia si terranno le elezioni politiche. La Costituzione ci chiede “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2). Il voto è uno strumento per dare concretezza a questa richiesta, eleggendo persone che si impegnino a realizzare questa “Campagna a difesa dei bisogni sacrificati dalle spese militari”, promossa dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo.
(fonte: Pressenza, articolo di Rocco Artifoni 01/06/2026)


mercoledì 3 giugno 2026

Le parole forti e chiare di mons. Francesco Savino: Quattro corpi, un silenzio che grida, una coscienza in cenere. Ma quella cenere ora parla e ci consegna una sola parola: basta.


Quattro Corpi, un silenzio che grida


Quattro uomini. Quattro vite. Quattro corpi ridotti in cenere sulla Statale 106, in quella striscia di Calabria che conosce il mare e conosce il sangue, spesso insieme. Quando ho appreso la notizia di quanto accaduto ad Amendolara, il cuore si è fermato un istante e poi ha ripreso a battere con il peso di una domanda che non trova risposta: come è possibile che un essere umano arda vivo, o venga dato alle fiamme da mani umane, e il mondo continui a girare come se niente fosse?

Le notizie che giungono sono ancora frammentarie, le indagini in corso. Ma quello che già sappiamo basta a ferire la coscienza: sarebbero cittadini pakistani, migranti da tempo presenti sul territorio, persone che avevano attraversato il Mediterraneo portando sulle spalle la speranza di una vita degna. Sono morti in una mattina qualunque, in un distributore di carburante, tra le fiamme di un rogo che gli investigatori ritengono difficilmente accidentale. Quattro nomi che ancora non sappiamo. Quattro famiglie che da qualche parte nel mondo aspettano una telefonata che non arriverà mai.

Non mi appartiene il compito di anticipare la giustizia degli uomini, né di sostituirmi agli inquirenti. Ma mi appartiene, come pastore, come credente, come uomo che vive su questa terra, il dovere di alzare la voce. Il dovere di dire che questa violenza, se violenza è stata, come sembra, è un’offesa a Dio, che in ogni volto umano ha impresso la propria immagine. È un atto che grida vendetta al cielo, nel senso più biblico e più vero di quella espressione.

Viviamo in un tempo in cui il corpo del migrante è diventato merce di scambio, strumento di sfruttamento, oggetto di paura politica. Le nostre coste sono il confine tra due mondi che non riescono a parlarsi, e spesso quel confine è segnato dal dolore. Queste quattro persone erano arrivate fin qui. Avevano attraversato il mare. Avevano trovato un posto in cui vivere. Eppure non è bastato per salvarle.

Chiedo alle autorità competenti di fare luce su questa vicenda con la massima determinazione e senza indugi. Chiedo che si faccia tutto il possibile per dare un nome, un volto, una storia a ciascuna di queste vittime, perché non diventino soltanto un numero nella cronaca nera di un’estate calabrese. Ogni vittima ha diritto alla verità. Ogni vittima ha diritto che la sua morte non sia sepolta sotto il silenzio o l’indifferenza.

Chiedo anche a questa comunità, alla Calabria che soffre e che spesso si vergogna di se stessa, di non voltarsi dall’altra parte. Di non cedere alla tentazione di considerare queste morti come qualcosa di distante, di estraneo, che riguarda altri. Quelle fiamme hanno bruciato sulla nostra terra. Quella cenere è la nostra cenere. E il silenzio complice è sempre, in qualche misura, una forma di corresponsabilità.

Prego per queste quattro persone. Prego per chi li amava e ancora non sa. Prego perché la verità venga a galla, integra, senza compromessi. E prego, con dolore e con speranza insieme, perché questa terra torni a essere terra di accoglienza e non di morte.

Il Signore accolga nella sua misericordia questi fratelli lontani, pellegrini come tutti noi sulla terra. E illumini le coscienze di chi ha ancora la possibilità di scegliere tra la vita e la morte, tra la luce e le tenebre.

Cassano all’Jonio, 01/06/2026

✠ Francesco Savino
Vescovo di Cassano all’Jonio
Vicepresidente CEI


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Quattro corpi nel fuoco, una coscienza in cenere


Quattro uomini hanno trovato la morte tra le fiamme. Quattro vite sono state consegnate al rogo sulla Statale 106, in quella striscia di Calabria dove il mare, il lavoro povero, la migrazione e la violenza finiscono troppo spesso per diventare un’unica ferita aperta.

Dinanzi a quanto è accaduto ad Amendolara non bastano il cordoglio, la pietà, la commozione di circostanza. Non bastano le parole educate, i comunicati composti, le frasi di rito che durano un giorno e poi vengono inghiottite dalla polvere della cronaca.

Qui bisogna pronunciare una parola sola, nuda, cristiana, civile, necessaria: basta.

Basta con una terra che piange i morti e poi torna troppo in fretta alle proprie abitudini. Basta con una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica alla sera. Basta con un’economia che, in troppi luoghi, continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti, sulla solitudine dei braccianti, sulla paura di chi lavora senza tutele, senza voce, senza protezione.

Oggi, davanti a quattro corpi ridotti in cenere, non possiamo rifugiarci nel linguaggio neutro della cronaca. Non possiamo lasciare che l’orrore venga addomesticato da parole prudenti, come se bastasse registrare il fatto e attendere che il tempo lo consumi. Quanto è accaduto ad Amendolara non è soltanto un evento terribile da chiarire fino in fondo: è una ferita morale, sociale, spirituale. È una lama piantata nella coscienza di questa terra. È una domanda rovente rivolta alle istituzioni, alla politica, alla Chiesa, alle comunità locali, al mondo agricolo, alle imprese, ai cittadini.

Non possiamo continuare a fingere di non sapere. Ci sono fenomeni che non nascono dal nulla. Il caporalato non è una deviazione marginale, non è una stortura folkloristica, non è un residuo antico dimenticato nei campi. È un sistema. È una struttura di dominio. È una forma moderna di schiavitù che prospera dove il lavoro diventa carne da spremere, dove il bisogno si trasforma in catena, dove la fragilità dei migranti viene convertita in profitto.

E troppo spesso questi meccanismi non camminano da soli. Crescono nelle zone grigie. Si alimentano di omertà minute, connivenze opache, silenzi interessati. Si allargano dove la legge arriva tardi, dove il controllo sociale è debole, dove il timore chiude le bocche, dove poteri criminali o paracriminali lasciano fare, orientano, tollerano, proteggono, lucrano. La violenza non è sempre un urlo: a volte è una rete muta. Non sempre spara. Non sempre minaccia a volto scoperto. Talvolta organizza il bisogno, amministra il ricatto, distribuisce permessi invisibili, decide chi può lavorare, chi deve tacere, chi può restare ai margini.

Io dico con forza: basta con il silenzio sporco delle convenienze. Basta con quella zona grigia che vede, sa e lascia fare. Basta con l’abitudine scellerata di considerare normale che uomini venuti da lontano raccolgano, lavorino, abitino, dormano, si spostino e muoiano come corpi senza storia. Basta con l’idea disumana che alcune vite valgano meno perché straniere, povere, migranti, braccianti, senza famiglia accanto, senza protezioni sociali, senza un volto riconosciuto dalla comunità.

Questi uomini non erano esistenze sacrificabili. Non erano manodopera anonima. Non erano ombre passate per caso sulla nostra terra. Erano figli, fratelli, forse padri. Avevano un nome, una lingua, una memoria, una casa lontana, una madre che li ha attesi, qualcuno che forse ancora spera in una telefonata. La loro morte ci impedisce ogni neutralità. Perché quando un essere umano viene ridotto in cenere, l’umanità intera viene offesa. E quando questo accade qui, quella polvere resta anche sulle nostre mani.

Chiedo con fermezza che si faccia piena luce. Una luce vera, senza sconti, capace di non fermarsi alla superficie del fatto, ma di scendere nei cunicoli bui in cui si incontrano sfruttamento, ricatto, illegalità, controllo del territorio. Occorre cercare la verità fino in fondo, senza timidezze, senza prudenza malintesa, senza quel pudore ipocrita che talvolta copre il male invece di smascherarlo.

Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima: nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici. Servono controlli veri, continui, non episodici. Serve protezione per chi denuncia. Nessuno deve essere lasciato solo davanti a reti di sfruttamento, minaccia e ricatto. La politica non trasformi questa tragedia nell’ennesima passerella del dolore.

Per questo invoco una mobilitazione civile. Non un rito, non una fiaccolata destinata a spegnersi il giorno dopo, non l’ennesima commozione da consegnare ai titoli dei giornali. Invoco una rivolta delle coscienze, una sollevazione morale di questa terra, perché la Calabria non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto.

Da questa tragedia deve nascere un soprassalto pubblico. Chi sfrutta va fermato. Chi copre va smascherato. Chi sa e tace deve interrogare la propria coscienza. Chi ha responsabilità istituzionali, sociali, economiche, pastorali non può più limitarsi a presidiare il lutto: deve abitare i luoghi dove l’ingiustizia viene prodotta, dove il lavoro diventa ricatto, dove la povertà viene reclutata, dove la paura tiene gli uomini in ginocchio.

Non lasciamo che questo strazio si consumi nella cronaca. Da ciò che resta di quelle vite deve nascere un patto nuovo per la dignità del lavoro, per la tutela dei migranti, per la liberazione dei territori da ogni forma di dominio criminale, di sfruttamento e di intimidazione. Perché una comunità che non protegge i più fragili diventa essa stessa vulnerabile; e una terra che accetta lo sfruttamento come destino tradisce la propria anima.

Alla comunità cristiana dico: non possiamo celebrare l’Eucaristia e restare indifferenti davanti a corpi bruciati. Non possiamo invocare il Vangelo e tollerare che i poveri vengano consumati dal fuoco dello sfruttamento, della violenza, dell’abbandono. Il Cristo che adoriamo sull’altare è lo stesso Cristo che oggi ci viene incontro nei corpi martoriati di questi fratelli.

«Ero forestiero e mi avete accolto»: questa pagina evangelica è un giudizio storico sulle nostre comunità. È una domanda che brucia più del fuoco. Dove eravamo mentre questi fratelli vivevano nella vulnerabilità? Che cosa abbiamo visto e non abbiamo voluto vedere? Quali porte abbiamo chiuso? Quali silenzi abbiamo custodito? Quali abitudini abbiamo chiamato normalità mentre erano già ingiustizia?

In questa ora di dolore sento anche di chiedere a tutti un passo in più: non basta accogliere, occorre integrare. L’integrazione è un cammino concreto e quotidiano che riguarda le nostre scuole, le parrocchie, le istituzioni, il mondo del lavoro, le famiglie. Non possiamo limitarci a offrire un letto o un contratto precario, mentre manteniamo questi fratelli ai margini della nostra vita sociale, culturale e spirituale. L’integrazione chiede che chi arriva da lontano possa imparare la lingua, avere accesso ai servizi, conoscere e rispettare le leggi, ma anche sentirsi riconosciuto e valorizzato, non tollerato come un peso necessario. Significa creare luoghi di incontro, percorsi formativi, alleanze educative in cui italiani e stranieri possano camminare insieme, superando paure e diffidenze. Significa che i bambini dei migranti siedano accanto ai nostri figli nelle aule, che le comunità cristiane aprano i loro spazi e il loro tempo, che le amministrazioni locali non si limitino alla gestione dell’emergenza ma promuovano politiche lungimiranti di inclusione. Senza integrazione, l’accoglienza resta un gesto incompiuto, una porta socchiusa che non si apre davvero alla possibilità di diventare un solo popolo, pur nella diversità delle culture e delle provenienze.

Alla Calabria dico: rialzati. Ma non nella retorica dell’orgoglio ferito. Rialzati nella rivolta morale delle coscienze. Rialzati contro la rassegnazione, contro l’omertà, contro la normalizzazione dell’illegalità, contro quella cultura malata per cui tutto si sa e nulla si dice. Rialzati perché nessuna terra è condannata per sempre, ma ogni comunità si perde quando smette di vergognarsi del male e di combatterlo.

Quanto è accaduto ad Amendolara non deve essere archiviato come un episodio terribile tra i tanti. Deve diventare uno spartiacque. Da oggi nessuno potrà dire: non sapevo. Nessuno potrà dire: non riguarda me. Nessuno potrà dire: sono soltanto stranieri. Quelle fiamme hanno parlato a tutti. Hanno divorato quattro uomini, ma hanno illuminato una verità che troppi preferivano lasciare al buio.

Prego per questi quattro fratelli. Prego per le loro famiglie lontane. Prego perché la verità venga fuori intera, senza sconti, senza protezioni, senza zone d’ombra. Ma pregare, oggi, significa anche denunciare. Significa disturbare. Significa gridare. Significa non permettere che il sangue dei poveri venga assorbito dalla terra senza conversione, giustizia, responsabilità.

Quattro corpi sono stati ridotti in cenere. Ma quella cenere ora parla. Parla a noi. Parla alla Calabria. Parla alla Chiesa. Parla allo Stato.

E ci consegna una sola parola: basta.

Il Signore accolga nella sua misericordia questi fratelli lontani, pellegrini come tutti noi sulla terra. Illumini le coscienze di chi cerca la verità. Sostenga chi serve la giustizia. Scuota chi tace. Converta chi sfrutta. E renda questa terra finalmente capace di scegliere la vita contro la morte, la luce contro le tenebre, la dignità contro ogni forma di disumanizzazione.

Cassano all’Jonio, 02/06/2026

✠ Francesco Savino

Vescovo di Cassano all’Jonio
Vicepresidente CEI
(fonte: Diocesi di Cassano all'Jonio)


Enzo Bianchi: Siamo tempio vivo di Dio nel mondo

Enzo Bianchi
Siamo tempio vivo di Dio nel mondo

Lo Spirito Santo trasfigura l’universo e dimora stabilmente in noi: invocarlo significa diventare sempre più segni vivi di amore e comunione


Famiglia Cristiana - 24 Maggio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?


Cristiano, la Pentecoste che celebri è una grande festa, è la pienezza della Pasqua!

Le energie del Risorto, della vita che vince la morte, si effondono in tutto l’universo. È lo Spirito di Dio, che dà la vita a ogni essere animato o inanimato, che penetra nell’inferno e resuscita i morti, che fa cantare i cori degli angeli e la comunità dei santi dell’antica e della nuova alleanza. È Gesù quale Kýrios, Signore, che effonde lo Spirito santo e trasfigura l’universo facendo di questo cielo e di questa terra un cielo nuovo e una terra nuova in cui abita il Regno.

Cristiano, ma tu sei consapevole che questo Spirito di Dio abita in te, nel tuo corpo, che tu sei tempio di Dio nel mondo e tra gli uomini? Sai che quando passi in mezzo agli altri puoi spargere benedizioni e misericordia? Sai che il profondo del tuo essere, l’intimo dove tu dichiari di possedere la coscienza, è il luogo segreto e inviolabile dove Dio, se tu accogli la sua voce, può parlarti? Sei consapevole che quando fai comunità costruisci la koinonía, comunione dello Spirito santo, e che nella storia d’amore benedetta da Dio, nelle nozze, lo Spirito è il vincolo che sigilla la comunione in una liturgia dei corpi e dei cuori? Se i cristiani fossero coscienti di essere tempio dello Spirito sarebbero portatori dello Spirito e comunicherebbero lo Spirito a tutti quelli che incontrano.

Vieni Spirito santo, vieni! Sia questa l’invocazione segreta, silenziosa, continua!
(fonte: blog dell'autore)


martedì 2 giugno 2026

2 GIUGNO. Il voto conquistato, non concesso di Selene Zorzi

2 GIUGNO.
Il voto conquistato,
non concesso
di Selene Zorzi


Il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per la prima volta alle elezioni politiche, avendo ottenuto diritto di voto anche passivo. Solo un anno prima, un decreto legislativo aveva riconosciuto loro il diritto di voto attivo. Furono le pratiche delle donne della Resistenza a costringere in tal senso le leggi italiane, perché la prima richiesta al Governo per il suffragio femminile era arrivata quasi un secolo prima, nel 1877, da Anna Maria Mozzoni, ma era stata respinta con ironia come eccentrica e pericolosa. Nemmeno quando il voto si estese agli analfabeti maschi, nel 1912, Giolitti volle includere le donne, respingendo la proposta con l’idea che si sarebbe trattato di un «salto nel buio». Come sappiamo il fascismo concesse nel 1925 un “simulacro” di diritto di voto amministrativo “alle signore” ma solo quelle «meritevoli», che però sarà svuotato di fatto dalla riforma podestarile perché l’elezione dal basso del podestà sarà annullata dalla sua nomina diretta da parte del Governo. Dietro ogni respingimento delle numerose richieste che andarono avanti per più di mezzo secolo si nascondeva sempre la stessa paura: che le donne portassero criteri diversi di giudizio, priorità che l’ordine patriarcale non poteva ammettere. «Potrebbe avvenire che una maggioranza di donne venisse a formarsi in Parlamento, che coalizzandosi contro il sesso maschile, obbligasse il capo dello Stato, scrupoloso osservatore delle buone norme costituzionali, a scegliere nel suo seno i consiglieri della Corona, e dare così al mondo civile il nuovo e bizzarro spettacolo di un governo di donne, con quanto prestigio e utilità del nostro Paese è facile ad ognuno immaginarsi». Così la Corte d’appello di Firenze giustificò il respingimento della richiesta di alcune commissioni elettorali nel 1906. Prima ancora che nelle urne, le donne italiane ebbero voce attiva e passiva nella Resistenza. Secondo i dati Anpi, le donne combattenti che presero le armi furono circa 35.000, le partigiane con funzioni di supporto logistico e informativo circa 20.000, e 70.000 quelle organizzate nei Gruppi di difesa della donna. Circa 5.000 furono arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti; quasi 3.000 deportate in Germania. Un esercito invisibile che la storia ha impiegato decenni a nominare. Ancora oggi si fa fatica a spiegare a scuola che le partigiane rischiarono la vita portando bombe nei tubi delle biciclette — non solo bigliettini e cesti di fiori — e che pagarono con la tortura specifica dello stupro la loro militanza. Le donne della Resistenza imbracciarono armi, portarono messaggi cifrati, organizzarono scioperi, raccolsero fondi, gestirono reti clandestine di comunicazione. Erano soggetti politici senza avere ancora il diritto formale di essere tali: tanto le istituzioni erano lontane dal vederle. Il decreto del febbraio 1945 non concesse loro qualcosa, bensì riconobbe con colpevole ritardo il contributo determinante che esse avevano dato alla liberazione del Paese.

LE MADRI COSTITUENTI
Delle 556 persone elette all’Assemblea costituente, come si sa, 21 erano donne. Quattordici laureate, molte reduci dalla Resistenza con il prezzo del carcere e della deportazione già pagato. Venivano da partiti in conflitto frontale, da culture politiche e religiose profondamente diverse (nove del Pci, nove della Dc, due del Psi, una dal movimento dell’Uomo qualunque). Eppure crearono un fronte comune sui temi dell’emancipazione, della famiglia (art. 29-31), della tutela del lavoro femminile (art. 37), sulla scuola (33-34). Talvolta concordarono emendamenti in riunioni informali fuori dalle sessioni ufficiali. Il caso più emblematico è quello dell’articolo 3: fu grazie a un emendamento proposto da Maria Federici (Dc) e da altre costituenti che entrò l’esplicita menzione del «sesso» tra i divieti di discriminazione. Che oggi appaia ovvia è il segno di quanto la loro battaglia fosse necessaria e il loro metodo profetico. Ma oggi facciamo fatica a inserire «genere».

Le cattoliche — Maria Agamben Federici, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio — non si limitarono a rappresentare la posizione del loro partito. Maria Federici fu decisiva nel riformulare la famiglia non come struttura gerarchica fondata sulla «potestà maritale», ma come unità basata sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi (art. 29). Si alleò con Nilde Iotti (quasi un’anteprima del compromesso storico!) per ottenere protezione per i figli nati fuori dal matrimonio (art. 30), rompendo un tabù sociale e religioso che la Dc faceva fatica a riconoscere. Le 21 contribuirono insieme agli emendamenti sulla parità di accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive (art. 51); votarono insieme nelle sedute più cruciali al di là delle appartenenze politiche: è forse la più bella lezione di politica che il Novecento italiano abbia lasciato in eredità.

UNA COSTITUZIONE ANCORA INCOMPIUTA
La nostra Costituzione, la più «avanzata» d’Europa, nata da quel lavoro straordinario è ancora, in larga misura, un programma che resta da attuare. L’articolo 37 garantisce parità salariale: il gender pay gap nel 2025 supera il 16%. L’articolo 51 garantisce pari accesso alle cariche pubbliche: le donne rappresentano il 35% del Parlamento e una minoranza dei vertici aziendali. L’articolo 3 promette la rimozione degli ostacoli «di fatto» alla libertà e all’eguaglianza, ma il carico del lavoro di cura non retribuito rimane oggi ancora distribuito in modo diseguale come ottant’anni fa. Così come alcune clausole del Manifesto di Ventotene — il superamento dei nazionalismi e del colonialismo imperialista, l’idea di una federazione europea, la superiorità del diritto sulla forza — rimangono promesse parzialmente disattese nella congiuntura attuale, allo stesso modo i principi che le madri costituenti incisero nella Carta attendono ancora piena attuazione.

Anche la Chiesa, che pure in quelle aule aveva voce attraverso le sue rappresentanti più illuminate, non ha ancora compiuto al proprio interno le riforme che quelle donne pensarono come universali: la parità di accesso alle responsabilità di governo, il riconoscimento pieno della soggettività femminile nelle strutture decisionali, la revisione di norme canoniche che perpetuano esclusioni che non si differenziano molto — nel lessico — da quelle che la Corte di appello di Firenze usava nel 1906.

In questo contesto, le teologhe di tutte le confessioni sono schierate nella difesa della dignità femminile e nella denuncia di strutture che continuano a produrre disuguaglianza e abusi e chiamano le Chiese stesse al banco degli imputati: in che misura possono rivendicare autorità morale su ciò che non praticano al proprio interno?

A ottant’anni da quel decreto, il dibattito sui diritti delle donne rischia un arretramento anche nei Paesi che si richiamano alla democrazia. Il mondo oggi è ancora nelle mani di chi considera le donne una questione da gestire piuttosto che soggetti da riconoscere. D’altra parte i sistemi più efficaci operano per omissione, cioè perpetuando le gerarchie come se fossero “normali”, senza nominarle quindi senza identificarle. Succede nei Parlamenti dove le donne sono minoranza, nei consigli di amministrazione, nei tribunali ecclesiastici, nelle curie, nelle assemblee sinodali dove si discute delle donne senza averle tra chi decide o avendole un una rappresentanza minimale, tanto per togliersi i sensi di colpa.

Ricordiamo che le donne nel ’46 votarono con una rappresentanza di un milione di voti in più rispetto agli uomini. Stupisce che oggi la questione femminile venga usata come prima arma contro regimi come quello iraniano, mentre venga relegata a sfondo quando si tratta di strutture di potere occidentali — come quelle rivelate dai file Esptein (che non è altro che la versione 2.0 di un certo berlusconismo) — che considerano le donne al pari delle risorse come materiale a disposizione da sfruttare.

L’islamofobia si ammanta di cattolicesimo per parlare il linguaggio dei diritti delle donne, ma non mostra la stessa coerenza nella lotta al sessismo e nell’attuazione della radicalità del messaggio evangelico quanto ai poveri e agli immigrati. Così, dietro politiche che si ammantano di una vernice cattolica e democratica, si sdoganano pregiudizi nazionalistici, identitari, religiosi, omofobici e razzisti, che sono tutti fondamentalmente sessisti: perché le donne sono la più grande delle minoranze oppresse.

Le forze che si oppongono all’emancipazione femminile sono diverse: c’è il conservatorismo esplicito di certi Governi di destra, ma c’è anche il progressismo che dichiara la parità e poi la svuota nella pratica del potere. Le Chiese non fanno eccezione. Le organizzazioni ecclesiastiche conservatrici invocano ora la «complementarità» dei sessi, ora la «tradizione apostolica», ora il «bene della famiglia» ora il «principio mariano»: tutte formule che funzionano come il «salto nel buio» di Giolitti, traducendo il timore del cambiamento in argomento di principio.

Il caso più evidente è costituito dalla questione della leadership: quando le Chiese affermano il pieno valore spirituale delle donne negando loro l’accesso alle posizioni di governo, ripetono la struttura argomentativa che per secoli ha tenuto le donne fuori dalla magistratura, dal voto, dalle professioni. C’è silenzio colpevole da parte di molte Chiese sui meccanismi di potere che permettono abusi e che mantengono le donne in condizione di vulnerabilità.

Le ventuno costituenti non lasciarono soltanto i loro discorsi: ci hanno lasciato in eredità un metodo. Quello di attraversare le differenze senza negarle, di costruire convergenze su ciò che è essenziale, di non aspettare il permesso di poter essere ciò che si è già. Queste donne che continuano ad abitare il nostro futuro — comprese le cattoliche, che lo capirono prima delle loro gerarchie — non aspettarono l’autorizzazione per affermare che il «sesso» non doveva esistere come categoria di discriminazione giuridica.

Raccogliamo il loro metodo e facciamone un compito: in quanto teologhe, predicando «a tempo opportuno e non opportuno» quelle verità che abbiamo meditato ed elaborato nel contatto con le Scritture e nell’approfondimento della tradizione; costringiamo le istituzioni con le nostre pratiche a riconoscere di diritto ciò che siamo di fatto. Siamo Chiesa senza il bisogno di riconoscimento di papi, vescovi o preti. Come donne, credenti e non credenti, lasciamoci ispirare anche dai visionari di Ventotene, lavorando per una Europa che sia federale e compatta anche sui diritti delle donne, per blindarli a livello sovranazionale.

(Fonte: Rocca)

2 giugno. Cappellani alla parata. La protesta di Pax Christi. Da don Milani e don Mazzolari a Papa Leone XIV, il nodo irrisolto del rapporto tra Chiesa e armi


2 giugno. Cappellani alla parata. 
La protesta di Pax Christi. 
Da don Milani e don Mazzolari a Papa Leone XIV, 
il nodo irrisolto del rapporto tra Chiesa e armi 


La decisione dell’Ordinariato militare di far sfilare per la prima volta un drappello di cappellani militari alla parata della Festa della Repubblica riaccende una controversia antica nella Chiesa italiana. Pax Christi denuncia una scelta “antievangelica” e richiama la lezione di don Lorenzo Milani, processato negli anni Sessanta proprio per aver contestato il ruolo dei cappellani militari e difeso il diritto all’obiezione di coscienza.

La presenza dei cappellani militari alla parata del 2 giugno rischia di trasformarsi in uno dei temi più controversi di questa Festa della Repubblica. A sollevare la protesta è Pax Christi, che attraverso una presa di posizione del proprio Consiglio nazionale ha espresso “sconcerto e indignazione” per la decisione dell’Ordinariato militare di far sfilare un drappello di sacerdoti inquadrati nelle Forze armate.

Secondo quanto riportato dal giornalista Luca Kocci sul Manifesto e rilanciato da don Tonio Dell’Olio sulle pagine di Mosaico di Pace, ai cappellani è stata richiesta la divisa d’ordinanza completa: veste talare con stellette, fascia, basco nero con il fregio dell’Ordinariato militare e guanti neri. Un’immagine che per il movimento cattolico per la pace rappresenta molto più di una questione formale: diventa il simbolo di un rapporto mai completamente risolto tra l’annuncio evangelico della pace e l’integrazione della figura sacerdotale negli apparati militari.

La polemica arriva in un contesto internazionale segnato dall’aumento dei conflitti armati, dal riarmo di molti Paesi europei e dal rilancio, da parte della Chiesa cattolica, di un messaggio sempre più netto contro la logica della guerra. Per questo motivo la decisione assume una portata che va oltre la semplice partecipazione a una cerimonia istituzionale.

L’appello per una Festa della Repubblica senza armi

Già nelle settimane precedenti Pax Christi aveva rilanciato una proposta che da anni accompagna la ricorrenza del 2 giugno: trasformare la tradizionale parata militare in una manifestazione civile, più coerente con lo spirito della Costituzione repubblicana.

Secondo il movimento, la Repubblica nata dal referendum del 1946 e fondata dalla Costituzione del 1948 celebra il lavoro, la partecipazione democratica e i diritti dei cittadini, non la forza militare. Quest’anno la richiesta era stata rafforzata anche da un appello pubblicato sulle pagine di Avvenire da personalità provenienti da esperienze culturali differenti ma accomunate dall’idea che la pace non possa essere invocata mentre si esibiscono armamenti e strumenti di guerra.

Tra le proposte avanzate vi era quella di dare spazio simbolico ai partecipanti italiani della Global Sumud Flotilla, iniziativa internazionale di solidarietà e presenza nonviolenta nelle aree di conflitto, in particolare nel Mediterraneo e nei territori segnati dalla guerra.

La scelta di inserire invece un reparto di cappellani militari viene letta da Pax Christi come una risposta di segno opposto.

Il richiamo a Papa Leone XIV

La critica assume una valenza ancora più forte alla luce delle parole pronunciate più volte da Papa Leone XIV, che fin dall’inizio del suo pontificato ha ripreso l’espressione di una pace “disarmata e disarmante”, già evocata da Papa Francesco.

Per i responsabili di Pax Christi, la sfilata dei cappellani rischia di apparire in contraddizione con questo orientamento pastorale. La contestazione non riguarda infatti l’assistenza spirituale ai militari in quanto tale, ma il significato simbolico dell’identificazione pubblica tra ministero sacerdotale e struttura militare.

Nel documento di protesta si richiama inoltre il percorso avviato dalla Chiesa italiana durante il Cammino sinodale. Sia il Documento finale del Sinodo delle Chiese in Italia sia la Nota pastorale della Conferenza episcopale italiana Educare a una pace disarmata e disarmante invitano infatti a una riflessione profonda sul ruolo dell’assistenza spirituale nelle Forze armate e sulla testimonianza della pace in un mondo attraversato da conflitti sempre più devastanti.

La questione dei cappellani militari nella storia italiana

La polemica odierna riporta inevitabilmente alla memoria una delle vicende più significative del cattolicesimo italiano del Novecento: quella che vide protagonista Lorenzo Milani.

Nel febbraio del 1965 un gruppo di cappellani militari della Toscana diffuse un comunicato nel quale l’obiezione di coscienza veniva definita “espressione di viltà”. Era un’epoca in cui il servizio militare era obbligatorio e gli obiettori finivano spesso in carcere.

Don Milani reagì con una durissima lettera di risposta, destinata a diventare uno dei testi più importanti della riflessione italiana sulla pace e sulla coscienza individuale. Il priore di Barbiana contestò apertamente la posizione dei cappellani militari, accusandoli di aver tradito il Vangelo e ricordando come la guerra fosse incompatibile con il messaggio cristiano.

Quelle parole provocarono uno scandalo enorme. La lettera fu pubblicata dalla rivista Rinascita e il sacerdote venne denunciato per apologia di reato e istigazione alla disobbedienza militare.

Il processo si aprì nel 1966. Don Milani, già gravemente malato, non poté partecipare personalmente a tutte le udienze ma inviò una lunga memoria difensiva destinata a entrare nella storia civile del Paese. In quel testo rivendicò il primato della coscienza, il diritto-dovere di opporsi alle leggi ingiuste e la necessità di educare i giovani alla responsabilità morale.

In primo grado il sacerdote venne assolto. Dopo la sua morte, avvenuta il 26 giugno 1967, la Procura fece appello e il processo proseguì nei confronti della sua memoria. La Corte d’Appello dichiarò estinto il reato per morte dell’imputato ma, contestualmente, riformò la sentenza assolutoria. Una conclusione che per decenni rimase oggetto di dibattito giuridico e storico.

Con il passare degli anni, tuttavia, le posizioni di don Milani sarebbero state progressivamente riconosciute. Nel 1972 l’Italia approvò la legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare. Molte delle sue intuizioni entrarono nel patrimonio culturale e civile del Paese e furono successivamente valorizzate anche dalla Chiesa.

La straordinaria forza del “Tu non uccidere” di don Mazzolari

L’attuale dibattito richiama anche la figura di Primo Mazzolari, uno dei grandi profeti della pace del cattolicesimo del Novecento. Paradossalmente, Mazzolari conosceva la guerra dall’interno: durante la Prima guerra mondiale prestò servizio come cappellano militare e condivise la vita dei soldati nelle trincee. Fu proprio quell’esperienza diretta dell’orrore bellico a maturare in lui una riflessione sempre più radicale sulla pace, fino a farne uno dei più autorevoli critici della guerra come strumento di soluzione dei conflitti. Le sofferenze viste al fronte lo convinsero che nessuna ragione politica o nazionale poteva giustificare il sacrificio di intere generazioni di giovani.

Questa convinzione trovò la sua espressione più alta nel piccolo libro Tu non uccidere, pubblicato nel 1955, un testo che anticipò di molti anni le aperture del Concilio Vaticano II e il successivo magistero dei papi sulla pace. In quelle pagine Mazzolari affermava che il comandamento “Non uccidere” non conosce eccezioni e rappresenta un imperativo che interpella la coscienza cristiana anche di fronte alla guerra. Il parroco di Bozzolo (del clero cremonese) non negava la complessità della storia, ma denunciava l’illusione secondo cui la violenza possa generare una pace autentica. Le sue riflessioni, inizialmente accolte con diffidenza in alcuni ambienti ecclesiastici, sarebbero poi diventate un punto di riferimento per il pacifismo cattolico, influenzando generazioni di credenti, da don Milani fino ai movimenti ecclesiali contemporanei impegnati per il disarmo e la nonviolenza.

Una discussione ancora aperta

A oltre sessant’anni di distanza, la questione sollevata da don Milani e don Mazzolari continua dunque a interrogare il cattolicesimo italiano. Da una parte vi è chi considera i cappellani militari una presenza necessaria per accompagnare spiritualmente uomini e donne impegnati nelle Forze armate. Dall’altra vi è chi ritiene che l’attuale assetto dell’Ordinariato militare, con gradi, stipendi e integrazione nella struttura gerarchica militare, finisca per compromettere la libertà profetica della testimonianza evangelica.

La partecipazione alla parata del 2 giugno assume così un valore che va oltre il protocollo. Diventa il simbolo di una domanda che attraversa la Chiesa contemporanea: come annunciare una pace “disarmata e disarmante” senza essere percepiti come parte integrante degli apparati della guerra?

È la stessa domanda che animò la battaglia civile di don Milani e che oggi, nelle parole di Pax Christi, torna con forza al centro del dibattito ecclesiale e pubblico. Perché la pace, sostengono i movimenti cattolici nonviolenti, non è soltanto un obiettivo da perseguire, ma anche uno stile da testimoniare. E ogni simbolo, soprattutto in tempi di guerra, acquista un significato che va ben oltre la semplice apparenza.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 30/05/2026)

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Vedi anche i nostri post precedenti: