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giovedì 30 aprile 2026

UDIENZA GENERALE 29/04/2026 LEONE XIV: L’Africa ha fatto sentire la sua voce per un futuro migliore


LEONE XIV
 
UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 29 aprile 2026

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Leone XIV ripercorre le tappe del recente viaggio apostolico 
in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale

L’Africa ha fatto sentire la sua voce
per un futuro migliore


Occorre promuovere lo sviluppo integrale e sostenibile
opponendo alle varie forme di neo-colonialismo
una lungimirante cooperazione internazionale

«La visita del Papa è, per le popolazioni africane, occasione di far sentire la loro voce, di esprimere la gioia di essere popolo di Dio e la speranza in un futuro migliore, di dignità per ciascuno e per tutti». Lo ha sottolineato Leone XIV all’udienza generale di stamani, mercoledì 29 aprile, in piazza San Pietro. Interrompendo questa settimana le riflessioni sui documenti del Concilio Vaticano II, il Papa ha incentrato la catechesi sul viaggio apostolico compiuto dal 13 al 23 aprile in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, definendolo «una ricchezza inestimabile per il mio cuore e il mio ministero». Ecco le sue parole.

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Il Viaggio Apostolico in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Oggi desidero parlare del Viaggio apostolico che ho compiuto dal 13 al 23 aprile, visitando quattro Paesi africani: Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale.

Fin dall’inizio del pontificato ho pensato a un viaggio in Africa. Ringrazio il Signore che mi ha concesso di compierlo, come Pastore, per incontrare e incoraggiare il popolo di Dio; e anche di viverlo come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale. Ed esprimo il mio “grazie” più sentito ai Vescovi e alle Autorità civili che mi hanno accolto e a tutti coloro che hanno collaborato all’organizzazione.

La Provvidenza ha voluto che la prima tappa fosse proprio il Paese dove si trovano i luoghi di Sant’Agostino, cioè l’Algeria. Così mi sono trovato, da una parte, a ripartire dalle radici della mia identità spirituale e, dall’altra, ad attraversare e consolidare ponti molto importanti per il mondo e la Chiesa di oggi: il ponte con l’epoca fecondissima dei Padri della Chiesa; il ponte con il mondo islamico; il ponte con il continente africano.

In Algeria ho ricevuto un’accoglienza non solo rispettosa ma cordiale, e abbiamo potuto toccare con mano e mostrare al mondo che è possibile vivere insieme come fratelli e sorelle, anche di religioni diverse, quando ci si riconosce figli dello stesso Padre misericordioso. Inoltre, è stata l’occasione propizia per mettersi alla scuola di Sant’Agostino: con la sua esperienza di vita, i suoi scritti e la sua spiritualità egli è maestro nella ricerca di Dio e della verità. Una testimonianza oggi quanto mai importante per i cristiani e per ogni persona.

Nei successivi tre Paesi che ho visitato, la popolazione è invece a larga maggioranza cristiana, e dunque mi sono immerso in un clima di festa della fede, di accoglienza calorosa, favorito anche dai tipici tratti della gente africana. Ho sperimentato anch’io, come i miei Predecessori, un po’ di quello che accadeva a Gesù con le folle della Galilea: Lui le vedeva assetate e affamate di giustizia, annunciava loro: “Beati i poveri, beati i miti, beati gli operatori di pace…” e, riconoscendo la loro fede, diceva: “Voi siete sale della terra e luce del mondo” (cfr Mt 5,1-16).

La visita in Camerun mi ha permesso di rafforzare l’appello a impegnarci insieme per la riconciliazione e la pace, perché anche quel Paese purtroppo è segnato da tensioni e violenze. Sono contento di essermi recato a Bamenda, nella zona anglofona, dove ho incoraggiato a lavorare insieme per la pace. Il Camerun è detto “Africa in miniatura”, in riferimento alla varietà e alla ricchezza della sua natura e delle sue risorse, ma possiamo intendere questa espressione anche nel senso che i grandi bisogni dell’intero continente li ritroviamo in Camerun: quello di un’equa distribuzione delle ricchezze; quello di dare spazio ai giovani, superando la corruzione endemica; quello di promuovere lo sviluppo integrale e sostenibile, opponendo alle varie forme di neo-colonialismo una lungimirante cooperazione internazionale. Ringrazio la Chiesa in Camerun e tutto il popolo camerunese, che mi ha accolto con tanto amore, e prego affinché lo spirito di unità che si è manifestato durante la mia visita sia mantenuto vivo e guidi le scelte e le azioni future.

La terza tappa del Viaggio è stata in Angola, grande Paese a sud dell’equatore, di plurisecolare tradizione cristiana, legata alla colonizzazione portoghese. Come molti Paesi africani, dopo aver raggiunto l’indipendenza, l’Angola ha attraversato un periodo travagliato, che nel suo caso è stato insanguinato da una lunga guerra interna. Nel crogiolo di questa storia Dio ha guidato e purificato la Chiesa convertendola sempre più al servizio del Vangelo, della promozione umana, della riconciliazione e della pace. Chiesa libera per un popolo libero! Al Santuario mariano di Mamã Muxima – che significa “Madre del cuore” – ho sentito pulsare il cuore del popolo angolano. E nei diversi incontri ho visto con gioia tante religiose e tanti religiosi di ogni età, profezia del Regno dei cieli in mezzo alla loro gente; ho visto catechisti che si dedicano interamente al bene delle comunità; ho visto volti di anziani scolpiti da fatiche e sofferenze e trasparenti alla gioia del Vangelo; ho visto donne e uomini danzare al ritmo di canti di lode al Signore risorto, fondamento di una speranza che resiste alle delusioni causate dalle ideologie e dalle vane promesse dei potenti.

Questa speranza esige un impegno concreto, e la Chiesa ha la responsabilità, con la testimonianza e con l’annuncio coraggioso della Parola di Dio, di riconoscere i diritti di tutti e di promuovere il loro effettivo rispetto. Con le Autorità civili angolane, ma anche con quelle degli altri Paesi, ho potuto assicurare la volontà della Chiesa Cattolica di continuare a dare questo contributo, in particolare in campo sanitario ed educativo.

L’ultimo Paese che ho visitato è la Guinea Equatoriale, a 170 anni dalla prima evangelizzazione. Con la sapienza della tradizione e la luce di Cristo, il popolo Guineano ha attraversato le vicende della sua storia e nei giorni scorsi, alla presenza del Papa, ha rinnovato con grande entusiasmo la sua volontà di camminare unito verso un futuro di speranza.

Non posso dimenticare ciò che è accaduto nel carcere di Bata, in Guinea Equatoriale: i detenuti hanno cantato a gola spiegata un canto di ringraziamento a Dio e al Papa, chiedendo di pregare “per i loro peccati e la loro libertà”. Non avevo mai visto nulla di simile. E poi hanno pregato con me il “Padre nostro” sotto una pioggia battente. Un segno genuino del Regno di Dio! E sempre sotto la pioggia è iniziato il grande incontro con la gioventù nello stadio di Bata. Una festa di gioia cristiana, con testimonianze toccanti di giovani che hanno trovato nel Vangelo la via di una crescita libera e responsabile. Questa festa è culminata nella celebrazione eucaristica del giorno dopo, che ha coronato degnamente la visita in Guinea Equatoriale e anche l’intero Viaggio apostolico.

Cari fratelli e sorelle, la visita del Papa è, per le popolazioni africane, occasione di far sentire la loro voce, di esprimere la gioia di essere popolo di Dio e la speranza in un futuro migliore, di dignità per ciascuno e per tutti. Sono felice di aver dato loro questa possibilità, e nello stesso tempo ringrazio il Signore per ciò che loro hanno donato a me, una ricchezza inestimabile per il mio cuore e il mio ministero.

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Saluti
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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le famiglie del Movimento dei Focolari, i collaboratori del «Regnum Christi», le parrocchie Santa Maria Assunta in Canepina e San Giovanni Battista in Colletorto.

Saluto poi il Reggimento Lagunari «Serenissima» di Venezia, il Centro Addestramento Paracadutismo di Pisa e il 28° Reggimento «Pavia» di Pesaro.

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La Liturgia celebra oggi Santa Caterina da Siena, Vergine domenicana e Dottore della Chiesa. Cari giovani, siate innamorati di Cristo, come lo fu Caterina, per seguirlo con slancio e fedeltà. Voi, cari ammalati, immergete le vostre sofferenze nel mistero d'amore del Sangue del Redentore, contemplato con speciale devozione dalla Santa senese. E voi, cari sposi novelli, col vostro reciproco amore siate segno dell'amore di Cristo per la Chiesa.

A tutti la mia benedizione!


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mercoledì 29 aprile 2026

Preti: scarsi e in un mondo cambiato

Vinicio Albanesi
Preti: scarsi e in un mondo cambiato
 
Foto di Gregory A. Shemitz.

Recentemente è stata, ancora una volta, richiamata la scarsità delle vocazioni sacerdotali. Ben tre documenti solenni sono stati ripresi per dare spiegazioni e suggerimenti alla crisi vocazionale: Il dono della vocazione presbiterale, Ratio fundamentalis sacerdotalis, Congregazione del clero, 2016; Orientamenti e norme per i seminari, Conferenza episcopale italiana, 4ª Edizione, 2024, ; La revisione della Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis in Prospettiva sinodale missionaria, Rapporto del Gruppo n. 4 del Sinodo, 2026.

I corposi documenti insistono nella dimensione della “formazione” che riguarda i soggetti nella preparazione al sacerdozio, le necessarie caratteristiche, i percorsi di formazione, gli studi, i tempi e modi pastorali di accesso al sacerdozio.

Forse è utile una diversa impostazione nel considerare il fenomeno della rarità delle vocazioni sacerdotali. Sono utili delle brevi considerazioni sulla religiosità del nostro paese.

Religione naturale

La prima considerazione riguarda la religiosità cristiana oggi vissuta.

Una religiosità che ha stravolto il cristianesimo, riportando la fede alla dimensione razionale. Il concetto di Dio non è più orientato alla verità biblica, così come esplicitato nella religiosità ebraico-cristiana. La religiosità del “chi è Dio” si è trasformata in un vago sentimento di qualcosa/qualcuno che deve aver orientato e gestito la creazione.

Il dilemma scienza-fede non è risolto.

Rimane ambiguo il sentimento di vaghezza e sostanzialmente di non adesione al Dio personale.

In maniera esplicita è prevalente la tendenza alla “religiosità naturale”. Una religiosità che può esistere solo all’interno della dimensione umana, vissuta nei momenti razionali, ma anche affettivi, emozionali, di condizioni della vita reale,

Il Dio unico, onnipotente, misericordioso non è percepito come tale: forse è vero, forse è utile, forse esiste dicono anche i fedeli. La stessa Bibbia non è ritenuta parola sacra, ma miscelata e selezionata a seconda dei propri sentimenti e verità.

Oscillano le devozioni soprattutto nei misteri del male e del dolore, invocando una bontà richiesta quando e solo se necessaria.

Le meraviglie del mondo sia naturale sia frutto della scienza non destano “meraviglia e ringraziamento”, ma si ritengono frutto dell’intelligenza e della volontà umana.

I dettami divini si riducono a “onora il padre e la madre, non uccidere, non rubare, non dire falsa testimonianza”. Un’etica ridotta alle stesse interpretazioni che si ritengono giuste per sé. È questo il motivo dell’abbandono del senso di peccato e della non necessità del sacramento della penitenza. Nessuno si confessa, perché è il proprio io a interpellare la condotta tra il bene e il male.

Cristo, uomo nobile

La figura di Cristo è apprezzata per quanto di misericordioso, di pace, di perdono ha annunciato. La sua dimensione spirituale e ultraterrena è in dubbio. I suoi insegnamenti sono a volte fruibili, a volte impossibili.

I testi nobili (Padre nostro, Beatitudini, Magnificat) sono selezionati. La prima parte del Padre nostro che riguarda Dio è ignorata, per sottolineare la seconda parte: dacci il nostro pane, rimetti inostri debiti, non abbandonarci… Alcune beatitudini sono esaltate, altre riservate solo ad alcuni predestinati: essere umile, mite, sincero, pacifico, fedele… Maria è esaltata per la sua umiltà, obbedienza, per aver accettato di essere madre.

Si preferisce esaltare il Cristo trionfante, dimenticando Gesù crocifisso.

La Chiesa, organismo di culto

La Chiesa non è considerata il popolo di Dio che loda, onora, benedice Dio a nome di Cristo e dello Spirito. È considerata un organismo di culto, con molte Chiese, campanili, opere pie e, riti affidati a persone consacrate, con una gerarchia molto rigida che prevede il papa, i vescovi, i presbiteri, i diaconi. Alla Chiesa appartengono i fedeli cristiani battezzati con alcuni compiti loro riservati.

Chi ha ricevuto il sacramento dell’ordine è persona sacra, destinata al culto, a prescindere dalla coerenza. Particolari le condizioni delle congregazioni religiose e maschili e femminili che hanno accolto i voti di povertà, di obbedienza, di castità.

Molti battezzati stentano a giustificare gli scandali che tradiscono quanto affermano a parole. Le organizzazioni ecclesiali sono molto diverse, a seconda dei riti e delle culture. Sempre più persone invocano un’ortodossia ritenuta tale da qualche secolo fa.

Il nuovo presbitero

Chi pensa di diventare sacerdote ha intorni a sé un clima problematico. Nel linguaggio ecclesiastico i compiti del sacerdozio sono precisi, come puntuali sono gli ambiti dei suoi interventi: il culto, l’azione missionaria (pastorale), la carità.

In parole esplicite, il sacerdote (come il religioso) può esprimere la sua missione scegliendo tra
  • la pastorale (organizzazioni cattoliche, la parrocchia, i movimenti cattolici, il culto),
  • gli studi (nelle varie materie sacre dalla Bibbia alla Patristica, dalla Liturgia alla Morale, dal Diritto alla Storia ecclesiastica),
  • le opere sociali (comunità per giovani, per disabili, per anziani, per cure mediche).

La scelta non è sempre chiara e desiderata; spesso è condizionata da circostanze non previste né volute.

Qualunque sia la scelta, il nuovo sacerdote deve poter disporre di alcune condizioni irrinunciabili:
  • (1) La fede: non sembri un’enormità. Per fede si intende la convinzione profonda della religiosità cristiana ritenuta come valore pieno e sicuro, che rende felice, comprendendo la dimensione umana e spirituale.
  • (2) Il neo-sacerdote prenda coscienza di un percorso di solitudine e di equilibrio, in termini affettivi, economici e di prestigio. Non avrà infatti un futuro di gloria: se intendesse cercare prestigio è cosa migliore rinunciare; vivrebbe altrimenti di frustrazioni e di falsità.
  • (3) Sia umile, considerando la vocazione e l’ordinazione sacerdotale come un privilegio, puro dono dello Spirito di Dio. Non si sentirà mai all’altezza di rappresentare Cristo, unico riferimento per sé e per gli altri.
  • (4) Sia paziente con tutti, sicuro che non dipende da lui il dono della fede; egli può solo essere testimone di una grande occasione a lui concessa.
  • (5) Sappia essere paziente con sé stesso: l’età, le circostanze, la propria coscienza insegneranno che si può sempre migliorare, ma anche peggiorare.
  • (6) Sappia alimentare la sua spiritualità, come è opportuno per sé stesso. La preghiera, il silenzio, l’azione compiute in nome di Dio lo gratificheranno per riconciliarlo con le ingiustizie e i tradimenti subiti.
  • (7) Abbia una visione completa della salvezza: per chi è povero, per chi ha salute, per chi è ricco. Cristo è stato Messia, Profeta, Taumaturgo, ma soprattutto è stato coerente fino alla morte.
  • (8) Riconosca che la salvezza inizia dalla vita odierna, con la costruzione del Regno fin dalla terra, terminando con la gloria di Dio.
  • (9) Sappia essere “ironico”. La tolleranza per sé e per gli altri gli impedisce di intristire.
  • (10) Infine, qualche volta chieda perdono: per non essere stato idoneo alla missione, affidandosi alla misericordia di Dio.
L’augurio sincero è per chiunque sente il desiderio di essere sacerdote: non si impaurisca, né si inorgoglisca. Dio dispone della nostra storia: come il fiume nasce dalla montagna e scende verso il mare, così a noi è possibile curare gli argini, senza la pretesa di inventare l’acqua o di regolare l’andamento della corrente.
(fonte: Settimana News 28/04/2026)

Tonio Dell'Olio - Rapporto SIPRI i numeri del baratro


Tonio Dell'Olio
 
Rapporto SIPRI i numeri del baratro
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  28 aprile 202

C’è qualcosa di profondamente scandaloso nei dati dell’ultimo rapporto dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI). Nel 2025 la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.887 miliardi di dollari.

Una montagna di risorse che cresce mentre aumentano guerre, paure e instabilità. Non è una risposta alla crisi: è parte della crisi stessa.

A colpire non è solo l’entità, ma la direzione: oltre metà della spesa concentrata tra Stati Uniti, Cina e Russia; un’Europa che accelera con un +14%, segnando la crescita più rapida dalla Guerra fredda; l’Italia pienamente dentro questa spirale. E mentre l’Ucraina destina il 40% del proprio Pil alla guerra, si consolida un modello globale che investe nella forza invece che nella pace.

Il paradosso è evidente: più armi, meno sicurezza. Lo dicono i fatti, prima ancora delle analisi. 
I conflitti aumentano, si espandono, si cronicizzano. Eppure si continua a finanziare ciò che li alimenta, in un circolo vizioso che sottrae risorse alla sanità, all’istruzione, alla lotta contro le disuguaglianze e la crisi climatica.

Questo non è realismo politico: è una resa culturale. È l’abbandono dell’idea che la pace si costruisca con la giustizia, il dialogo e la cooperazione. 

Davanti a questi numeri, lo sconcerto non basta. Serve una presa di coscienza collettiva: continuare così non ci proteggerà. Ci porterà solo più vicino al baratro.

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Per approfondire vedi: https://www.sipri.org/


martedì 28 aprile 2026

La vocazione della Chiesa in Terra Santa in una lettera del patriarca Pizzaballa alla diocesi di Gerusalemme - In tempo di conflitto guarire le ferite con il coraggio del perdono

La vocazione della Chiesa in Terra Santa
in una lettera del patriarca Pizzaballa alla diocesi di Gerusalemme

In tempo di conflitto
guarire le ferite
con il coraggio del perdono


Come vivere da cristiani nella situazione di conflitto che sta affrontando la Terra Santa? È la domanda a cui tenta di rispondere la lettera indirizzata alla diocesi a firma del patriarca di Gerusalemme dei latini, cardinale Pierbattista Pizzaballa, che è stata diffusa lunedì 27 aprile, con il titolo Tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa.

«La vocazione di Gerusalemme — osserva il porporato nel testo — è guarire il mondo dalle sue ferite. Guarire le lacerazioni con mitezza e col coraggio del perdono: è questa la missione sublime di Gerusalemme, dove i cristiani sono sale, luce e lievito all’interno delle società a cui appartengono a pieno titolo». Le parole di Pizzaballa sono contenute nel lungo documento che rappresenta «un’iniziale proposta di riflessione», da maturare «attraverso il confronto», «purché si sia comunque mossi dal sincero desiderio di cercare di comprendere la volontà di Dio su ciascuno di noi». Il testo arriverà anche in libreria da lunedì 11 maggio in un volume, edito da Libreria Editrice Vaticana, in italiano ed è allo studio la possibilità di pubblicazioni in altre lingue.

La Lettera è strutturata in tre parti: nella prima si parte con «la valutazione dell’attuale stato di disordine», per «ancorarsi saldamente alla realtà così com’è, riconoscendo però in essa la presenza operante di Dio»; nella seconda il patriarca condivide «una visione per la comunità, ispirata e ancorata alla Scrittura, con una precisa connessione a Gerusalemme»; nella terza vengono analizzate le implicazioni pastorali di tale riflessioni, da applicare a parrocchie, famiglie, scuole e istituzioni. Pizzaballa sottolinea che la lettera non contiene considerazioni e analisi di carattere prettamente politico: «è “politica” solo in senso più ampio, in quanto concerne il nostro rimanere, come cristiani, nella polis, ovvero nel nostro mondo reale e nella nostra città di Gerusalemme, benché sempre orientati alla vera e definitiva Polis, la Gerusalemme celeste». L’icona biblica intorno alla quale ruota la riflessione del patriarca è, infatti, la città di Gerusalemme, che «sta ad indicare la convivenza, la relazione, civile e religiosa». «Noi — afferma Pizzaballa — siamo la Chiesa di Gerusalemme, e la Città Santa è il cuore non solo geografico, ma anche spirituale della nostra comunità ecclesiale». Una Chiesa dal volto multiforme, «per sua essenza, plurale, dato che Gerusalemme è madre di tutti i popoli», ma che «da molti secoli è immersa prevalentemente in un contesto arabo». Da questo preciso quadro parte lo sguardo sul presente, uno sguardo che «aspira ad abbracciare e includere tutti i suoi abitanti».

Non si può non partire dunque dal 7 ottobre e dalla guerra a Gaza, «eventi spartiacque che, nel peggior modo possibile, hanno chiuso un’epoca e ne hanno aperta un’altra». «Quello che stiamo vivendo — osserva il patriarca — non rappresenta solo un conflitto locale, ma è il sintomo di un cambiamento di paradigma a livello globale». Per decenni la comunità internazionale ha creduto in un ordine internazionale basato su regole, trattati e multilateralismo, mentre oggi tutti «sembrano avere aperto gli occhi sulla loro debolezza». «Assistiamo al ritorno della forza come strumento decisivo per risolvere ogni contesa — aggiunge il porporato —. La guerra è diventata oggetto di un culto idolatra». I civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo, mentre alcune potenze mondiali scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici. «È una guerra che si conduce anche con parole e immagini — rileva il patriarca —. È sempre più difficile distinguere la cronaca dalla propaganda, mentre ci si interroga su quante persone in queste ultime guerre sono morte per «decisione di un algoritmo». La vita quotidiana della diocesi ha subito «le conseguenze di questo caos», come la dissoluzione delle relazioni avvelenate da odio e sfiducia, la frammentazione in enclave e bolle identitarie, amplificate dagli algoritmi dei social, la perdita di senso e il logoramento delle parole «convivenza», «dialogo», «giustizia», «bene comune». Tra i negativi effetti anche la crisi del dialogo interreligioso, «investito da memorie contrapposte e strumentalizzazioni identitarie». «I Luoghi Santi, che dovrebbero essere spazi di preghiera — afferma Pizzaballa —, diventano campi di battaglia identitari e i testi sacri vengono utilizzati per giustificare violenze, occupazione e terrorismo. Questo abuso del nome di Dio è il peccato più grave del nostro tempo».

In questo scenario, la Chiesa locale è chiamata a risposte diverse in realtà eterogenee, a partire da Gaza, dove i cristiani «sono immersi in una condizione di estrema tribolazione, ma la Parrocchia della Santa Famiglia e la Caritas rimangono il Volto di Cristo in mezzo all’orrore». In Palestina si sta decidendo in modo silenzioso e strutturale il futuro del conflitto israelo-palestinese. «Se non si interrompe la deriva delle aggressioni causate dall’occupazione e dall’assenza dello Stato di diritto, si rischia la cristallizzazione di una situazione di occupazione permanente che erode ogni possibilità di una soluzione giusta e condivisa», avverte il patriarca. In Israele «aumentano discriminazione sociale, disuguaglianze economiche e crescente insicurezza, dovuta alla criminalità che rafforza la tentazione di emigrare. La comunità cattolica di espressione ebraica — continua il porporato — in una contesa così polarizzante non si è sempre sentita ascoltata». Dentro questa desolazione, le comunità cristiane «restano un segno tangibile di speranza e di coraggiose esperienze di vitalità e fraternità, grazie anche alla costante vicinanza spirituale e fattiva della Chiesa universale – da Papa Francesco e da Papa Leone XIV fino più piccole e povere diocesi».

La Chiesa di Gerusalemme «ha fatto sentire la sua voce provando a pronunciare una parola di verità anche all’interno di questo disordine, spesso a costo di incomprensioni, ma — si chiede Pizzaballa — è stato sufficiente? Oppure, in questo periodo così duro, abbiamo a tratti privilegiato la prudenza e ricercato la sopravvivenza istituzionale, sacrificando la nostra testimonianza profetica? È una domanda che mi accompagna ogni giorno, a cui non è mai facile rispondere». Viene da interrogarsi inoltre su qual sia la volontà di Dio su Gerusalemme e, per rispondere, «occorre scrutare l’immagine della Città Santa» che Dio offre nelle Scritture. Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici, la sua identità principale è essere il luogo della Rivelazione di Dio, casa di preghiera per tutti i popoli. «Ignorarne questa sua dimensione verticale, il primato di Dio, espresso nella sensibilità delle diverse comunità di fede, ha portato e porterà al fallimento di ogni accordo di convivenza», avverte il patriarca.

È questo un monito cruciale per le istituzioni religiose di Gerusalemme: «Senza lasciarsi illuminare costantemente dalla relazione con Dio, si atrofizzando, diventando fortezze inespugnabili chiuse al mondo». Pizzaballa afferma inoltre che «l’ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà è diventata uno dei criteri principale di relazione tra le comunità religiose di Gerusalemme, generando divisione e violenza», ma invece «occorre il coraggio di costruire nuovi modelli di relazioni dove la comune fede in Dio diventi occasione di incontro e non di esclusione». Serve, in definitiva, «un nuovo modo di vedere alla luce dell’Agnello pasquale», che si concretizzi in «uno stile di vita della “città con le porte aperte” e una memoria purificata», «ripensando le categorie di storia e quindi di colpa, giustizia e perdono». Bisogna poi lavorare per far sì che Gerusalemme sia accessibile a tutti, perché «non appartiene a nessuno in modo esclusivo, ma è patrimonio dell’umanità».

Al livello pastorale, va tenuto a mente innanzitutto il primato della liturgia e della preghiera. Fondamentale è anche il ruolo delle famiglie come laboratori di educazione alla convivenza e al rispetto, dove il passato può essere narrato ai figli con dolore e verità, ma senza trasmettere sentimenti di odio e vendetta. Le scuole cristiane, inoltre, vanno intese come «officine di una umanità nuova, in cui si trasmette la coscienza cristiana e si educa a rileggere la storia con occhi liberi dal rancore». Gli ospedali e le opere sociali — luoghi in cui accoglienza e dialogo sono già realtà vissute — vanno sostenuti. Un ruolo importante spetta anche agli anziani, che sono la memoria viva, ai giovani — la profezia — e a sacerdoti e religiosi, punto di riferimento fedele per la comunità e modelli di convivenza possibile. In riferimento alle relazioni con gli altri cristiani, aggiunge Pizzaballa, «è importante favorire occasioni concrete di conoscenza reciproca e parlare con una voce sola, perché la prima testimonianza è l’unità tra le comunità». Anche il dialogo interreligioso rimane «una necessità vitale». Infine è fondamentale che non si tolleri mai «nessuna complicità con la cultura della violenza», mentre va dato spazio alla fiducia.

«Come è possibile fare tutto questo?». La risposta del patriarca è semplice: «Da soli non possiamo. Ma non siamo soli. Gesù ci aspetta nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità di fede, nei nostri gruppi e movimenti ecclesiali». «Portiamo nel cuore il sogno di Dio per la sua città — conclude Pizzaballa — e lasciamo che quel sogno diventi, passo dopo passo, giorno dopo giorno, la nostra stessa vita».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Beatrice Guarrera 27/04/2026)

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Vedi anche il testo integrale:


Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE): L’urgenza della pace

Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE)

L’urgenza della pace 


Riuniti a Cipro per la nostra Assemblea Plenaria di Primavera, noi, delegati delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea, ci rivolgiamo al Signore in preghiera e siamo solidali con tutti coloro che soffrono a causa della violenza devastante, dell’instabilità e dell’ingiustizia in Terra Santa, in Libano, in Iran e nella più ampia regione del Medio Oriente. In particolare, ricordiamo le comunità cristiane, la cui presenza in queste terre, dove la nostra fede ha le sue radici, rimane una potente testimonianza di perseveranza, resilienza e speranza. Portiamo nei nostri cuori e nelle nostre menti in modo speciale l’Ucraina, il Sudan, così come altre parti del mondo che subiscono il male della guerra e della violenza.

Siamo profondamente rattristati da queste tragedie che causano la perdita di innumerevoli vite umane, distruzione diffusa e crisi umanitarie che colpiscono tante famiglie. Con profonda preoccupazione per la crescente instabilità globale e i conflitti violenti che affliggono il nostro vicinato, così come altre parti del mondo, ricordiamo le recenti parole di Papa Leone XIV: «Lasciamoci cambiare il cuore dal suo immenso amore per noi! Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo!»

A sostegno degli instancabili appelli del Papa ai leader mondiali affinché abbracciano la via della pace, esprimiamo la nostra piena solidarietà e comunione con il Santo Padre, la cui autorità spirituale e morale non è guidata dalla logica dello scontro politico, ma dalla fedeltà al Vangelo e da una coraggiosa testimonianza della verità.

Da Cipro, terra caratterizzata da un ricco patrimonio culturale e religioso, ma anche da una storia che continua a portare le ferite della divisione, ci viene ricordata l’importanza di sforzi costanti verso la costruzione della fiducia e la riconciliazione. Siamo stati profondamente commossi dalla testimonianza delle comunità maronite nella parte settentrionale dell’isola, la cui presenza continua è importante per promuovere il dialogo e contribuire a una cultura dell’incontro.

L’Unione europea, nata come progetto di pace, ha la responsabilità particolare di agire come forza credibile per la pace e promotrice attiva della stabilità e del dialogo in tutta la regione mediorientale, contribuendo al contempo alla sicurezza marittima ed energetica e agli sforzi di non proliferazione nucleare nell’ambito di un processo di pace globale. In questo spirito, esortiamo l’UE e i suoi Stati membri a continuare ad agire in modo unito e con determinazione: intensificando il loro impegno diplomatico, politico e umanitario per proteggere la dignità umana, sostenere il diritto internazionale e appoggiare iniziative inclusive di costruzione della pace, garantendo che le voci di tutti, comprese le comunità religiose, siano ascoltate e i loro diritti rispettati.

Allo stesso tempo, l’Unione è chiamata a esercitare solidarietà con gli Stati membri colpiti dall’instabilità regionale e a rispondere adeguatamente alle ripercussioni di questi conflitti all’interno delle società europee, in particolare per quanto riguarda la promozione della coesione sociale e la gestione dell’aumento del costo della vita.

Come seguaci di Cristo, siamo particolarmente incoraggiati in questo tempo pasquale, che celebra la vittoria della vita sulla morte e della speranza sulla disperazione, a rinnovare il nostro impegno ad essere artefici di pace e di riconciliazione. Possa la luce del Signore risorto rafforzare questo sforzo comune affinché, anche nei momenti più bui, la violenza e l’ingiustizia non abbiano l’ultima parola, ma si cerchi e si persegua un cammino verso una pace giusta e duratura.

Firmato dai vescovi delegati dalle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea riuniti per l’Assemblea Plenaria di primavera della COMECE (Nicosia, 24 aprile 2026).

(fonte: Settimana News 28/04/2026)


Monsignor Maniago: «Queste tre bare ci chiedono di non essere indifferenti»

Monsignor Maniago:
«Queste tre bare ci chiedono di non essere indifferenti»

«Un’eclissi della mente. In un istante, la luce dei progetti, dei sogni e degli affetti si spegne», ha sottolineato il vescovo celebrando il funerale della donna che si è gettata dal balcone con i suoi tre figli. «Adesso bisogna stare vicino al marito e alla figlia sopravvissuta»


«Signore, dona a loro la gioia eterna e il loro sorriso illumini il Cielo»: è la frase scelta dai familiari per il manifesto funerario di Anna Democrito e dei suoi figli Giuseppe e Nicola, morti tragicamente nella notte fra il 21 e 22 aprile cadendo insieme dal balcone della loro casa, a Catanzaro. Anna avrebbe compiuto 46 anni il prossimo 4 luglio, Giuseppe ne aveva compiuti 4 il 15 marzo e l’ultimo arrivato in famiglia, Nicola, era nato il 5 dicembre dello scorso anno. L’autopsia ha confermato che il volo è stato contestuale e che forse uno dei corpi ha protetto quello della sorellina Maria Luce, neppure 6 anni, ricoverata all’ospedale pediatrico Gaslini di Genova in rianimazione con prognosi riservata.

Il papà Francesco Trombetta è volato dal capezzale della figlia a Catanzaro per la Messa esequiale presieduta dall’arcivescovo Claudio Maniago, nella Basilica dell’Immacolata, mentre il sindaco Nicola Fiorita ha proclamato per il 25 aprile il lutto cittadino con l’esposizione delle bandiere a mezz’asta sugli edifici comunali durante i funerali. Francesco ha voluto portare a spalla il feretro del terzogenito Nicola e si è messo in ginocchio vicino alle bare. Don Vincenzo Zoccoli, parroco del Santissimo Salvatore dove la famiglia Trombetta partecipava alla Messa domenicale e ai sacramenti, e dove Anna aveva prestato servizio per tanti anni come catechista e volontario, ha concelebrato.

«In questa celebrazione vogliamo affidare al cuore del Padre queste vite spezzate, e insieme pregare per chi resta: in particolare per Francesco che in un attimo ha perso la moglie e due figli ed è al capezzale della piccola Maria Luce che lotta fra la vita e la morte. Ci stringiamo a loro due con tutto l’amore di cui siamo capaci, perché ci auguriamo che sentano di non essere soli in questo momento così tragico», ha esordito monsignor Maniago nell’omelia. Esortando ad aggrapparsi alla Parola di Dio e al mistero pasquale, il presule ha sottolineato: «È il silenzio l’atteggiamento che dobbiamo vivere per inchinarci con rispetto di fronte a queste bare e per attendere sempre in silenzio che Dio possa scrivere in queste tenebre, parole di luce che siano consolazione e vita nuova per noi, ma soprattutto per Francesco e per la piccola Maria Luce». E ha proseguito: «Solo un Dio inchiodato sulla croce può dirci parole credibili anche di fronte alla morte, a questa morte e può garantire che la morte non sarà l’ultima parola pronunciata sulla nostra vita». Ricevendo il sacramento del battesimo, ha ricordato, «siamo inseriti nel mistero pasquale di Gesù, siamo affidati al nostro Dio, che è Signore della vita e della morte, perché ci dia quella speranza di immortalità che noi non siamo in grado di assicurarci. Per questo, davanti alla morte, anche davanti a questa morte terribile e prematura che ci lascia sgomenti, vogliamo rinnovare la nostra professione di speranza in Cristo. A Lui, alla sua infinita misericordia, affidiamo la vita di Anna; a Lui e al suo tenero amore affidiamo i piccoli Giuseppe e Nicola. Siamo certi che Cristo non è lontano da loro, lui che ha conosciuto l’angoscia e l’amarezza della morte».

Infine l’arcivescovo ha voluto rivolgersi direttamente al marito e padre delle vittime, «alla piccola Maria Luce e ai loro cari che sentono in modo particolare la sofferenza di questo momento. Vorremmo esservi così vicini – con la preghiera e l’affetto – da lenire almeno un po’ la vostra sofferenza. Vorremmo che non vi sentiste soli nel vostro dolore, ma sapeste che la comunità cristiana vi è vicina, che la città vi è vicina, che tante persone di questo nostro Paese condividono il vostro dolore e vi sono vicine. Il ricordo dei vostri cari defunti vi spinga ad amarvi ancora di più, a rinnovare la fede in Dio e la speranza nella vita». Le tre bare, ha concluso, «ci chiedono un rispettoso silenzio di fronte a una tragedia assoluta, ma al tempo stesso di non lasciar passare invano questo dolore, ma di trasformarlo in un’attenzione più concreta e una maggior cura reciproca, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nella nostra società; ci domandano di fermarci a guardare meglio le nostre fragilità, i nostri figli, i nostri anziani, ma anche i nostri amici, i nostri vicini, cercando di costruire insieme una società più accogliente, dove sia sempre più difficile sentirsi soli».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Laura Badaracchi 25/04/2026)

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lunedì 27 aprile 2026

LEONE XIV al REGINA CAELI - Oggi il Vangelo ci invita a fidarci del Signore - Ogni impiego dell’energia atomica sia al servizio della pace

REGINA CAELI

Piazza San Pietro
IV Domenica di Pasqua, 26 aprile 2026

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Al Regina caeli il Papa ricorda il 40° anniversario del tragico incidente nucleare a Chernobyl

Ogni impiego
dell’energia atomica
sia al servizio della pace


Nel 40° anniversario del tragico incidente alla centrale nucleare di Chernobyl, «che ha segnato la coscienza dell’umanità» Leone XIV ha auspicato che «ogni impiego dell’energia atomica sia al servizio della vita e della pace». Il suo monito è riecheggiato in piazza San Pietro al termine del Regina caeli di ieri, 26 aprile. Affacciatosi a mezzogiorno dalla finestra dello Studio privato del Palazzo apostolico vaticano, il Pontefice ha introdotto la recita della preghiera mariana commentando come di consueto il vangelo domenicale, nella circostanza quello di Gesù buon pastore (Giovanni 1, 1-10). Ecco la meditazione del Papa.

Il testo integrale:
Leone XIV

Fratelli e sorelle, buongiorno e buona domenica!

Mentre proseguiamo il nostro cammino nel tempo pasquale, il Vangelo ci riporta oggi le parole di Gesù che paragona se stesso a un pastore e poi alla porta dell’ovile (cfr Gv 10,1-10).

Gesù mette in contrapposizione il pastore e il ladro. Infatti, afferma: «Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante» (v. 1). E più avanti, in modo ancora più chiaro: «Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (v. 10). La differenza è chiara: il pastore ha un legame speciale con le sue pecore e, perciò, può entrare dalla porta dell’ovile; se uno invece ha bisogno di scavalcare il recinto, allora è certamente un ladro che vuole rubare le pecore.

Gesù ci sta dicendo di essere legato a noi da una relazione di amicizia: Egli ci conosce, ci chiama per nome, ci guida e, come fa il pastore con le sue pecore, ci viene a cercare quando ci perdiamo e fascia le nostre ferite quando siamo malati (cfr Ez 34,16). Gesù non viene come un ladro a rubare la nostra vita e la nostra libertà, ma a condurci nei giusti sentieri. Non viene a sequestrare o ingannare la nostra coscienza, ma a illuminarla con la luce della sua sapienza. Non viene come a inquinare le nostre gioie terrene, ma le apre a una felicità più piena e duratura. Chi si affida a Lui non ha nulla da temere: Egli non mortifica la nostra vita, ma viene per donarcela in abbondanza (cfr v. 10).

Fratelli e sorelle, siamo invitati a riflettere e soprattutto a vigilare sul recinto del nostro cuore e della nostra vita, perché chi vi entra può moltiplicare la gioia oppure, come un ladro, può rubarcela. I “ladri” possono assumere tanti volti: sono coloro che, nonostante le apparenze, soffocano la nostra libertà o non ci rispettano nella nostra dignità; sono convinzioni e pregiudizi che ci impediscono di avere uno sguardo sereno sugli altri e sulla vita; sono idee sbagliate che possono portarci a compiere scelte negative; sono stili di vita superficiali o improntati al consumismo, che ci svuotano interiormente e ci spingono a vivere sempre all’esterno di noi stessi. E non dimentichiamo anche quei “ladri” che, saccheggiando le risorse della terra, combattendo guerre sanguinose o alimentando il male in qualsiasi forma, non fanno altro che rubare a tutti noi la possibilità di un futuro di pace e di serenità.

Possiamo interrogarci: da chi vogliamo farci guidare nella nostra vita? Quali sono i “ladri” che hanno provato a entrare nel nostro recinto? Ci sono riusciti, oppure siamo stati capaci di respingerli?

Oggi il Vangelo ci invita a fidarci del Signore: Lui non viene a rubarci nulla, anzi, è il Pastore buono, che moltiplica la vita e ce la offre in abbondanza. La Vergine Maria ci accompagni sempre nel nostro cammino e interceda per noi e per il mondo intero.

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Dopo il Regina Caeli

Cari fratelli e sorelle,

oggi ricorre il 40° anniversario del tragico incidente di Chernobyl, che ha segnato la coscienza dell’umanità. Esso rimane un monito sui rischi inerenti all’uso di tecnologie sempre più potenti. Affidiamo alla misericordia di Dio le vittime e quanti ne soffrono ancora le conseguenze. Auspico che, a tutti i livelli decisionali, prevalgano sempre discernimento e responsabilità, perché ogni impiego dell’energia atomica sia al servizio della vita e della pace.

Ed ora mi rivolgo a voi, romani e pellegrini di vari Paesi: benvenuti!

Saluto i Cavalieri e le Dame dell’Ordine di San Giorgio, Ordine europeo della Casa Asburgo-Lorena. Saluto i bambini del gruppo di danza “Malva”, di Brovary, in Ucraina; il Coro Cantica Sacra dell’Arcidiocesi di Trnava in Slovacchia; i fedeli di Vienna, di Madrid e delle Isole Canarie; i Dirigenti e i Professori della Scuola “São Tomás” di Lisbona.

Saluto il folto gruppo di ragazzi della Val Camonica (Diocesi di Brescia) e i piccoli ministranti di Biadene e Caonada; come pure i fedeli di Treviso, Vicenza, Crotone e Cariati, Oria e Lecce; e i partecipanti al convegno dell’Associazione apostoli della Divina Misericordia.

Un saluto speciale ai familiari e amici dei nuovi presbiteri della Diocesi di Roma, che ho ordinato questa mattina nella Basilica di San Pietro: accompagnate sempre con la preghiera questi giovani ministri del Vangelo.

A tutti auguro una buona domenica.


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Papa Leone ai nuovi sacerdoti: “Il bisogno di sicurezza rende aggressivi, non cercate nemici e capri espiatori”

SANTA MESSA CON ORDINAZIONI PRESBITERALI

Basilica di San Pietro
IV Domenica di Pasqua, 26 aprile 2026


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Papa Leone ai nuovi sacerdoti: “Il bisogno di sicurezza
rende aggressivi, non cercate nemici e capri espiatori”


Una Chiesa con le porte aperte, sacerdoti capaci di stare accanto alla gente e una fede che non si rifugia nella paura ma affronta la realtà con coraggio. È il messaggio dell’omelia pronunciata da Papa Leone nella Basilica di San Pietro durante la Messa per l’ordinazione di dieci nuovi sacerdoti, celebrata nella Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.

Davanti a oltre cinquemila fedeli tra familiari, amici e comunità di provenienza degli ordinandi, il Pontefice ha consegnato ai nuovi presbiteri una riflessione intensa sul ministero sacerdotale, mettendoli in guardia da una delle tentazioni più diffuse del nostro tempo: la paura che si trasforma in chiusura e aggressività.

“Oggi il bisogno di sicurezza rende aggressivi gli animi, chiude su se stesse le comunità, induce a cercare nemici e capri espiatori”, ha affermato il Papa con parole nette. “C’è spesso paura attorno a noi e forse dentro di noi”.

Un monito che non riguarda soltanto la società civile, ma anche la vita ecclesiale. Per questo Leone XIV ha invitato i nuovi sacerdoti a non cercare la propria stabilità nel ruolo o nel prestigio, ma nella fede e nella relazione viva con Cristo.

“La vostra sicurezza non risieda nel ruolo che avete, ma nella vita, morte e risurrezione di Gesù, nella storia di salvezza a cui partecipate col vostro popolo”, ha sottolineato. Una sicurezza che nasce dalla consapevolezza di appartenere a un cammino più grande, già presente “in tanto bene compiuto silenziosamente, fra persone di buona volontà, nelle parrocchie e negli ambienti a cui vi farete prossimi”.

Il Papa ha insistito sul fatto che il sacerdote non è chiamato a separarsi dal mondo, ma ad attraversarlo. “La porta della Chiesa è aperta. Non per estraniarci dalla vita: la vita non si esaurisce in parrocchia, nell’associazione, nel movimento, nel gruppo”.

Da qui l’invito diretto ai nuovi preti: “Carissimi, uscite e trovate la cultura, la gente, la vita! Meravigliatevi per ciò che Dio fa crescere senza che noi l’abbiamo seminato”.

Leone XIV ha descritto il prete come un uomo di comunione, chiamato a essere ponte e non barriera, presenza e non filtro. “Voi siete di tutti e siete per tutti”, ha detto. “Sia questo il profilo fondamentale della vostra missione: tenere libera la soglia e indicarla, senza bisogno di troppe parole”.

Un altro passaggio centrale dell’omelia ha riguardato il celibato sacerdotale, definito come una forma esigente e profonda di amore, da custodire e rinnovare ogni giorno.

“Come l’amore degli sposi, così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato, perché ogni vero affetto matura e diventa fecondo nel tempo”, ha spiegato.

Ai nuovi sacerdoti il Papa ha parlato di “uno specifico, delicato, a volte difficile modo di amare e, ancora di più, di lasciarvi amare, nella libertà”. Una scelta che, se vissuta con autenticità, può trasformarsi anche in una testimonianza civile.

“Un modo che potrà fare di voi, oltre che dei buoni preti, anche dei cittadini onesti, disponibili, costruttori di pace e di amicizia sociale”.

Non meno forte il richiamo a non lasciarsi paralizzare dalle difficoltà del presente. Riprendendo il Vangelo di Giovanni, in cui Gesù si presenta come la porta delle pecore, Leone XIV ha ricordato che Cristo conosce bene la durezza del mondo e non fugge davanti al male.

“Conosce la crudeltà del mondo in cui cammina con noi. Con le sue parole evoca forme di aggressione fisica, ma soprattutto spirituale. Tuttavia, questo non lo distoglie dal donare la sua vita. La denuncia non diventa rinuncia, il pericolo non induce alla fuga”.

Da qui quello che il Pontefice ha definito “un secondo segreto per la vita del prete”: non avere paura della realtà.

“La realtà non deve farci paura. A chiamarci è il Signore della vita. Il ministero che vi viene affidato comunichi la pace di chi, anche fra i pericoli, sa perché è sicuro”.

Infine, l’esortazione più concreta: tenere sempre aperta la porta della Chiesa, soprattutto in un tempo in cui molti si sentono lontani o smarriti.

“Oggi più che mai, specialmente dove i numeri sembrano delineare un distacco fra le persone e la Chiesa, tenete la porta aperta! Lasciate entrare e siate pronti a uscire”.

E ancora, con una formula che riassume l’intera visione pastorale del suo pontificato: “Voi siete un canale, non un filtro”.

Parole che disegnano il volto di un sacerdozio meno autoreferenziale e più vicino alle ferite del mondo. Non uomini di potere, ma testimoni di una speranza concreta; non custodi di privilegi, ma servitori capaci di costruire pace.

In un tempo segnato da paure collettive, divisioni e ricerca continua di colpevoli, Papa Leone chiede ai nuovi sacerdoti di essere l’opposto: uomini liberi, affidabili, capaci di aprire strade e non di alzare muri.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 26/04/2026)

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OMELIA DI LEONE XIV

(testo integrale)


Cari fratelli e sorelle!

Con questo saluto mi rivolgo in particolare a coloro che sono stati presentati adesso, che riceveranno l’ordinazione presbiterale, ai vostri familiari, ai preti di Roma, molti dei quali ricordano la loro Ordinazione in questa quarta domenica di Pasqua, a tutti voi presenti!

Questa è una domenica piena di vita! Anche se la morte ci circonda, la promessa di Gesù già si avvera: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Nella disponibilità dei giovani che la Chiesa oggi chiede siano ordinati presbiteri riscontriamo tanta generosità ed entusiasmo. Nel radunarci, così numerosi e diversi, attorno all’unico Maestro avvertiamo una forza che ci rigenera. È lo Spirito Santo, che lega persone e vocazioni nella libertà, così che nessuno viva più per se stesso. La domenica – ogni domenica – ci chiama fuori dal “sepolcro” dell’isolamento, della chiusura, perché ci incontriamo nel giardino della comunione, di cui il Risorto è custode.

Il servizio del prete, sul quale la chiamata di questi fratelli ci invita a riflettere, è un ministero di comunione. La “vita in abbondanza”, infatti, viene a noi nel personalissimo incontro con la persona del Figlio, ma ci apre subito gli occhi su un popolo di fratelli e sorelle che già sperimentano, o che ancora ricercano, il «potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Ecco un primo segreto nella vita del prete. Carissimi ordinandi, più profondo è il vostro legame con Cristo, più radicale è la vostra appartenenza alla comune umanità. Non c’è contrapposizione, né competizione, tra il cielo e la terra: in Gesù si saldano per sempre. Questo mistero vivo e dinamico impegna il cuore in un amore indissolubile: lo impegna e lo riempie. Certo, come l’amore degli sposi, così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato, perché ogni vero affetto matura e diventa fecondo nel tempo. Siete chiamati a uno specifico, delicato, difficile modo di amare e, ancora di più, di lasciarvi amare, nella libertà. Un modo che potrà fare di voi, oltre che dei buoni preti, anche dei cittadini onesti, disponibili, costruttori di pace e di amicizia sociale.

A questo proposito, colpisce, nel Vangelo appena proclamato (Gv 10,1-10), il riferimento di Gesù a figure e a gesti di aggressione: fra lui e coloro che ama, infatti, irrompono estranei, ladri e briganti che scavalcano i limiti, non vengono, dice Gesù, «se non per rubare, uccidere e distruggere» (v. 10) e soprattutto hanno una voce diversa dalla sua, irriconoscibile (cfr v. 5). C’è un grande realismo nelle parole del Signore: conosce la crudeltà del mondo in cui cammina con noi. Con le sue parole evoca forme di aggressione fisica, ma soprattutto spirituale. Tuttavia, questo non lo distoglie dal donare la sua vita. La denuncia non diventa rinuncia, il pericolo non induce alla fuga. Ecco un secondo segreto per la vita del prete: la realtà non deve farci paura. A chiamarci è il Signore della vita. Il ministero che vi viene affidato, carissimi, comunichi la pace di chi, anche fra i pericoli, sa perché è sicuro.

Oggi il bisogno di sicurezza rende aggressivi gli animi, chiude su se stesse le comunità, induce a cercare nemici e capri espiatori. C’è spesso paura attorno a noi e forse dentro di noi. La vostra sicurezza non risieda nel ruolo che avete, ma nella vita, morte e risurrezione di Gesù, nella storia di salvezza a cui partecipate col vostro popolo. È una salvezza che già opera in tanto bene compiuto silenziosamente, fra persone di buona volontà, nelle parrocchie e negli ambienti a cui vi farete prossimi, come compagni di viaggio. Ciò che annunciate e celebrate vi custodirà anche in situazioni e tempi difficili.

Le comunità cui sarete inviati sono luoghi in cui il Risorto è già presente, dove molti lo hanno già seguito in modo esemplare. Riconoscerete le sue piaghe, distinguerete la sua voce, troverete chi ve lo indicherà. Sono comunità che aiuteranno anche voi a diventare santi! E voi aiutatele a camminare unite dietro a Gesù buon Pastore, perché siano luoghi – giardini – della vita che risorge e si comunica. Spesso ciò che manca alle persone è un luogo in cui sperimentare che insieme è meglio, che insieme è bello, che si può vivere insieme. Facilitare l’incontro, aiutare a convergere chi altrimenti non si frequenterebbe mai, avvicinare gli opposti è un tutt’uno col celebrare l’Eucaristia e la Riconciliazione. Radunare è sempre e di nuovo impiantare la Chiesa.

Significativa, nel Vangelo, è un’immagine con cui, a un certo punto, Gesù inizia a parlare di sé. Stava descrivendosi come il “pastore”, ma chi lo ascolta sembra non capire. Allora cambia metafora: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore» (Gv 10,7). A Gerusalemme c’era una porta che si chiamava proprio così, “la porta delle pecore”, vicino alla piscina di Betzatà. Per essa entravano nel tempio pecore e agnelli, prima immersi nell’acqua e poi destinati ai sacrifici. È spontaneo pensare al Battesimo.

«Io sono la porta», dice Gesù. Il Giubileo ci ha mostrato come questa immagine parli ancora al cuore di milioni di persone. Per secoli la porta – spesso un vero e proprio portale – ha invitato a varcare la soglia della Chiesa. In alcuni casi, il fonte battesimale era costruito all’esterno, come l’antica piscina probatica, sotto i cui portici «giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici» (Gv 5,3). Cari ordinandi, sentitevi parte di questa umanità sofferente, che attende la vita in abbondanza. Nell’iniziare altri alla fede, ravviverete la vostra. Con gli altri battezzati varcherete ogni giorno la soglia del Mistero, quella soglia che ha il volto e il nome di Gesù. Non nascondete mai questa porta santa, non bloccatela, non siate di impedimento a chi vuole entrare. «Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito» (Lc 11,52): è il rimprovero amaro di Gesù a coloro che hanno nascosto la chiave di un passaggio che doveva essere aperto a tutti.

Oggi più che mai, specialmente dove i numeri sembrano delineare un distacco fra le persone e la Chiesa, tenete la porta aperta! Lasciate entrare e siate pronti a uscire. È un altro segreto per la vostra vita: voi siete un canale, non un filtro. Molti credono di sapere già cosa c’è oltre quella soglia. Portano con sé ricordi, magari di un passato lontano; spesso c’è qualcosa di vivo che non si è spento e che attrae; a volte, però, c’è dell’altro, che ancora sanguina e respinge. Il Signore sa e attende. Siate riflesso della sua pazienza e della sua tenerezza. Voi siete di tutti e siete per tutti! Sia questo il profilo fondamentale della vostra missione: tenere libera la soglia e indicarla, senza bisogno di troppe parole.

D’altra parte, Gesù insiste e precisa: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9). Egli non soffoca la nostra libertà. Ci sono appartenenze che soffocano, compagnie in cui è facile entrare e quasi impossibile uscire. Non così la Chiesa del Signore, non così la compagnia dei suoi discepoli. Chi è salvato, dice Gesù, “entra, esce e trova pascolo”. Tutti cerchiamo riparo, riposo e cura: la porta della Chiesa è aperta. Non per estraniarci dalla vita: la vita non si esaurisce in parrocchia, nell’associazione, nel movimento, nel gruppo. Chi è salvato “esce e trova pascolo”.

Carissimi, uscite e trovate la cultura, la gente, la vita! Meravigliatevi per ciò che Dio fa crescere senza che noi l’abbiamo seminato. Coloro per cui sarete preti – fedeli laici e famiglie, giovani e anziani, bambini e malati – abitano pascoli che dovete conoscere. A volte vi sembrerà di non averne le mappe. Le possiede però il buon Pastore, di cui ascoltare la voce, così familiare. Quante persone oggi si sentono perse! A molti pare di non potere più orientarsi. Non c’è allora testimonianza più preziosa di quella che confida: «Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome» (Sal 23,2-3). Il suo nome è Gesù: “Dio salva”! Di questo siete testimoni. «Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita» (Sal 23,6). Fratelli, sorelle, cari giovani: così sia!


  


 





TOMMASO MONTANARI: La “Disperanza”: unico antidoto nei tempi bui di guerre e tiranni

La “Disperanza”: 
unico antidoto 
nei tempi bui di guerre e tiranni
di Tommaso Montanari


Con quale attrezzatura culturale, ma anche esistenziale e perfino sentimentale, possiamo abitare questa età in cui siamo governati da mostri, abbandonati a un male che pare non avere limiti, esposti al crollo di ogni illusione democratica e civile? Impossibile cercare risposte nella politica, fiorentissima industria della disperazione. Pericoloso cercarle in una religiosità esteriore che alimenti una speranza intesa come disimpegno concreto. Nel mezzo, rimane la cultura, rimangono le voci delle donne e degli uomini che hanno tessuto la letteratura degli ultimi secoli. Voci che sussurrano una parola, desueta e felicemente in between: disperanza. È questa l’idea del libro di Franco Marcoaldi, La disperanza (Einaudi), seconda e finale valva del magnifico dittico aperto con Cani sciolti (Einaudi 2024). La “disperanza” (immaginifico termine che deve molto a Giorgio Caproni, e con lui a una serie di padri e madri, più o meno espliciti, che Marcoaldi convoca nelle sue pagine) è il tentativo di esprimere con una parola sola la contraddizione strutturale della condizione umana che, con la sua solita lucidità, Giacomo Leopardi descriveva così: “La disperazione medesima non sussisterebbe senza la speranza, e l’uomo non dispererebbe se non isperasse”. La disperanza sta lì: in quella “nostalgia of hope” di cui parla Ben, giovane interlocutore di Marcoaldi. È la “rassegnazione attiva” di cui scrive Vito Teti: tutto il contrario di un ripiegamento egoistico e cupo, di un oblomovismo apocalittico, di un eremitismo sdegnoso. Commentando lo scrittore colombiano Álvaro Mutis, uno dei padri del concetto e della parola, Marcoaldi descrive il “figlio della disperanza” come “colui che proprio perché ‘non spera niente’ e ha abbandonato ogni illusione, vive piú pienamente la sua vita. Vive, direbbe María Zambrano, in ‘una penombra toccata d’allegria’”. È una prospettiva non solo credibile, ma anche liberatoria, per un libro che si apre con una, folgorante e insieme raggelante, dichiarazione di un altro giovane – Leo, il fratello di Ben – che vale la pena di citare per intero: “La sai una cosa? Ho vent’anni e non so cosa voglia dire ‘sperare in un mondo migliore’… Mi piace da pazzi viaggiare con gli amici, andare in luoghi lontani e magari conoscere qualche ragazza che mi fa battere il cuore… Adoro la gentilezza, soprattutto di sconosciuti incontrati per caso, che mi salutano per strada e neanche li conosco, mentre mi fanno infuriare le mille ingiustizie di cui è pieno il mondo e contro le quali scendo in piazza con altri ragazzi come me… Ma la speranza in un mondo diverso, quella proprio non so cosa sia”. Il libro è la risposta di Franco a Leo, ed è una risposta fondata innanzitutto sull’ascolto: una risposta che esclude il paternalismo moralista della speranza obbligatoria, e quello immoralista della disperazione altrettanto obbligatoria. Ed è una lezione per tutti noi: i coetanei di Leo che non vanno a votare per le Politiche, perché non hanno alcuna speranza in questa politica, ma vanno a votare al referendum, perché la Costituzione parla la loro lingua, concreta e insieme ideale, meriterebbero di essere ascoltati allo stesso modo. Non usati, cavalcati, manipolati, ma ascoltati nel loro disincantato bisogno di esserci, qui e ora: comprendendo, finalmente, che nulla è perduto, ma nulla è scontato. Che non avere speranza di cambiare il mondo non significa essere così disperati da farsi cambiare dal mondo. Sulla copertina del libro un tondo di Emilio Tadini trasforma il nowhere della disperazione nel now here, “l’‘ora e qui’ simbolo della disperanza. L’intero tragitto del libro, dunque, raccolto in una sola parola: rotta a metà e perciò stesso capovolta nel suo iniziale contenuto semantico”. Qui e ora: perché questo è il tempo che ci è dato da vivere. Con la più bruciante disperanza.

(Fonte: "Fatto Quotidiano" - 23.04.2026)