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lunedì 27 aprile 2026

Papa Leone ai nuovi sacerdoti: “Il bisogno di sicurezza rende aggressivi, non cercate nemici e capri espiatori”

SANTA MESSA CON ORDINAZIONI PRESBITERALI

Basilica di San Pietro
IV Domenica di Pasqua, 26 aprile 2026


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Papa Leone ai nuovi sacerdoti: “Il bisogno di sicurezza
rende aggressivi, non cercate nemici e capri espiatori”


Una Chiesa con le porte aperte, sacerdoti capaci di stare accanto alla gente e una fede che non si rifugia nella paura ma affronta la realtà con coraggio. È il messaggio dell’omelia pronunciata da Papa Leone nella Basilica di San Pietro durante la Messa per l’ordinazione di dieci nuovi sacerdoti, celebrata nella Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.

Davanti a oltre cinquemila fedeli tra familiari, amici e comunità di provenienza degli ordinandi, il Pontefice ha consegnato ai nuovi presbiteri una riflessione intensa sul ministero sacerdotale, mettendoli in guardia da una delle tentazioni più diffuse del nostro tempo: la paura che si trasforma in chiusura e aggressività.

“Oggi il bisogno di sicurezza rende aggressivi gli animi, chiude su se stesse le comunità, induce a cercare nemici e capri espiatori”, ha affermato il Papa con parole nette. “C’è spesso paura attorno a noi e forse dentro di noi”.

Un monito che non riguarda soltanto la società civile, ma anche la vita ecclesiale. Per questo Leone XIV ha invitato i nuovi sacerdoti a non cercare la propria stabilità nel ruolo o nel prestigio, ma nella fede e nella relazione viva con Cristo.

“La vostra sicurezza non risieda nel ruolo che avete, ma nella vita, morte e risurrezione di Gesù, nella storia di salvezza a cui partecipate col vostro popolo”, ha sottolineato. Una sicurezza che nasce dalla consapevolezza di appartenere a un cammino più grande, già presente “in tanto bene compiuto silenziosamente, fra persone di buona volontà, nelle parrocchie e negli ambienti a cui vi farete prossimi”.

Il Papa ha insistito sul fatto che il sacerdote non è chiamato a separarsi dal mondo, ma ad attraversarlo. “La porta della Chiesa è aperta. Non per estraniarci dalla vita: la vita non si esaurisce in parrocchia, nell’associazione, nel movimento, nel gruppo”.

Da qui l’invito diretto ai nuovi preti: “Carissimi, uscite e trovate la cultura, la gente, la vita! Meravigliatevi per ciò che Dio fa crescere senza che noi l’abbiamo seminato”.

Leone XIV ha descritto il prete come un uomo di comunione, chiamato a essere ponte e non barriera, presenza e non filtro. “Voi siete di tutti e siete per tutti”, ha detto. “Sia questo il profilo fondamentale della vostra missione: tenere libera la soglia e indicarla, senza bisogno di troppe parole”.

Un altro passaggio centrale dell’omelia ha riguardato il celibato sacerdotale, definito come una forma esigente e profonda di amore, da custodire e rinnovare ogni giorno.

“Come l’amore degli sposi, così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato, perché ogni vero affetto matura e diventa fecondo nel tempo”, ha spiegato.

Ai nuovi sacerdoti il Papa ha parlato di “uno specifico, delicato, a volte difficile modo di amare e, ancora di più, di lasciarvi amare, nella libertà”. Una scelta che, se vissuta con autenticità, può trasformarsi anche in una testimonianza civile.

“Un modo che potrà fare di voi, oltre che dei buoni preti, anche dei cittadini onesti, disponibili, costruttori di pace e di amicizia sociale”.

Non meno forte il richiamo a non lasciarsi paralizzare dalle difficoltà del presente. Riprendendo il Vangelo di Giovanni, in cui Gesù si presenta come la porta delle pecore, Leone XIV ha ricordato che Cristo conosce bene la durezza del mondo e non fugge davanti al male.

“Conosce la crudeltà del mondo in cui cammina con noi. Con le sue parole evoca forme di aggressione fisica, ma soprattutto spirituale. Tuttavia, questo non lo distoglie dal donare la sua vita. La denuncia non diventa rinuncia, il pericolo non induce alla fuga”.

Da qui quello che il Pontefice ha definito “un secondo segreto per la vita del prete”: non avere paura della realtà.

“La realtà non deve farci paura. A chiamarci è il Signore della vita. Il ministero che vi viene affidato comunichi la pace di chi, anche fra i pericoli, sa perché è sicuro”.

Infine, l’esortazione più concreta: tenere sempre aperta la porta della Chiesa, soprattutto in un tempo in cui molti si sentono lontani o smarriti.

“Oggi più che mai, specialmente dove i numeri sembrano delineare un distacco fra le persone e la Chiesa, tenete la porta aperta! Lasciate entrare e siate pronti a uscire”.

E ancora, con una formula che riassume l’intera visione pastorale del suo pontificato: “Voi siete un canale, non un filtro”.

Parole che disegnano il volto di un sacerdozio meno autoreferenziale e più vicino alle ferite del mondo. Non uomini di potere, ma testimoni di una speranza concreta; non custodi di privilegi, ma servitori capaci di costruire pace.

In un tempo segnato da paure collettive, divisioni e ricerca continua di colpevoli, Papa Leone chiede ai nuovi sacerdoti di essere l’opposto: uomini liberi, affidabili, capaci di aprire strade e non di alzare muri.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 26/04/2026)

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OMELIA DI LEONE XIV

(testo integrale)


Cari fratelli e sorelle!

Con questo saluto mi rivolgo in particolare a coloro che sono stati presentati adesso, che riceveranno l’ordinazione presbiterale, ai vostri familiari, ai preti di Roma, molti dei quali ricordano la loro Ordinazione in questa quarta domenica di Pasqua, a tutti voi presenti!

Questa è una domenica piena di vita! Anche se la morte ci circonda, la promessa di Gesù già si avvera: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Nella disponibilità dei giovani che la Chiesa oggi chiede siano ordinati presbiteri riscontriamo tanta generosità ed entusiasmo. Nel radunarci, così numerosi e diversi, attorno all’unico Maestro avvertiamo una forza che ci rigenera. È lo Spirito Santo, che lega persone e vocazioni nella libertà, così che nessuno viva più per se stesso. La domenica – ogni domenica – ci chiama fuori dal “sepolcro” dell’isolamento, della chiusura, perché ci incontriamo nel giardino della comunione, di cui il Risorto è custode.

Il servizio del prete, sul quale la chiamata di questi fratelli ci invita a riflettere, è un ministero di comunione. La “vita in abbondanza”, infatti, viene a noi nel personalissimo incontro con la persona del Figlio, ma ci apre subito gli occhi su un popolo di fratelli e sorelle che già sperimentano, o che ancora ricercano, il «potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Ecco un primo segreto nella vita del prete. Carissimi ordinandi, più profondo è il vostro legame con Cristo, più radicale è la vostra appartenenza alla comune umanità. Non c’è contrapposizione, né competizione, tra il cielo e la terra: in Gesù si saldano per sempre. Questo mistero vivo e dinamico impegna il cuore in un amore indissolubile: lo impegna e lo riempie. Certo, come l’amore degli sposi, così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato, perché ogni vero affetto matura e diventa fecondo nel tempo. Siete chiamati a uno specifico, delicato, difficile modo di amare e, ancora di più, di lasciarvi amare, nella libertà. Un modo che potrà fare di voi, oltre che dei buoni preti, anche dei cittadini onesti, disponibili, costruttori di pace e di amicizia sociale.

A questo proposito, colpisce, nel Vangelo appena proclamato (Gv 10,1-10), il riferimento di Gesù a figure e a gesti di aggressione: fra lui e coloro che ama, infatti, irrompono estranei, ladri e briganti che scavalcano i limiti, non vengono, dice Gesù, «se non per rubare, uccidere e distruggere» (v. 10) e soprattutto hanno una voce diversa dalla sua, irriconoscibile (cfr v. 5). C’è un grande realismo nelle parole del Signore: conosce la crudeltà del mondo in cui cammina con noi. Con le sue parole evoca forme di aggressione fisica, ma soprattutto spirituale. Tuttavia, questo non lo distoglie dal donare la sua vita. La denuncia non diventa rinuncia, il pericolo non induce alla fuga. Ecco un secondo segreto per la vita del prete: la realtà non deve farci paura. A chiamarci è il Signore della vita. Il ministero che vi viene affidato, carissimi, comunichi la pace di chi, anche fra i pericoli, sa perché è sicuro.

Oggi il bisogno di sicurezza rende aggressivi gli animi, chiude su se stesse le comunità, induce a cercare nemici e capri espiatori. C’è spesso paura attorno a noi e forse dentro di noi. La vostra sicurezza non risieda nel ruolo che avete, ma nella vita, morte e risurrezione di Gesù, nella storia di salvezza a cui partecipate col vostro popolo. È una salvezza che già opera in tanto bene compiuto silenziosamente, fra persone di buona volontà, nelle parrocchie e negli ambienti a cui vi farete prossimi, come compagni di viaggio. Ciò che annunciate e celebrate vi custodirà anche in situazioni e tempi difficili.

Le comunità cui sarete inviati sono luoghi in cui il Risorto è già presente, dove molti lo hanno già seguito in modo esemplare. Riconoscerete le sue piaghe, distinguerete la sua voce, troverete chi ve lo indicherà. Sono comunità che aiuteranno anche voi a diventare santi! E voi aiutatele a camminare unite dietro a Gesù buon Pastore, perché siano luoghi – giardini – della vita che risorge e si comunica. Spesso ciò che manca alle persone è un luogo in cui sperimentare che insieme è meglio, che insieme è bello, che si può vivere insieme. Facilitare l’incontro, aiutare a convergere chi altrimenti non si frequenterebbe mai, avvicinare gli opposti è un tutt’uno col celebrare l’Eucaristia e la Riconciliazione. Radunare è sempre e di nuovo impiantare la Chiesa.

Significativa, nel Vangelo, è un’immagine con cui, a un certo punto, Gesù inizia a parlare di sé. Stava descrivendosi come il “pastore”, ma chi lo ascolta sembra non capire. Allora cambia metafora: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore» (Gv 10,7). A Gerusalemme c’era una porta che si chiamava proprio così, “la porta delle pecore”, vicino alla piscina di Betzatà. Per essa entravano nel tempio pecore e agnelli, prima immersi nell’acqua e poi destinati ai sacrifici. È spontaneo pensare al Battesimo.

«Io sono la porta», dice Gesù. Il Giubileo ci ha mostrato come questa immagine parli ancora al cuore di milioni di persone. Per secoli la porta – spesso un vero e proprio portale – ha invitato a varcare la soglia della Chiesa. In alcuni casi, il fonte battesimale era costruito all’esterno, come l’antica piscina probatica, sotto i cui portici «giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici» (Gv 5,3). Cari ordinandi, sentitevi parte di questa umanità sofferente, che attende la vita in abbondanza. Nell’iniziare altri alla fede, ravviverete la vostra. Con gli altri battezzati varcherete ogni giorno la soglia del Mistero, quella soglia che ha il volto e il nome di Gesù. Non nascondete mai questa porta santa, non bloccatela, non siate di impedimento a chi vuole entrare. «Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito» (Lc 11,52): è il rimprovero amaro di Gesù a coloro che hanno nascosto la chiave di un passaggio che doveva essere aperto a tutti.

Oggi più che mai, specialmente dove i numeri sembrano delineare un distacco fra le persone e la Chiesa, tenete la porta aperta! Lasciate entrare e siate pronti a uscire. È un altro segreto per la vostra vita: voi siete un canale, non un filtro. Molti credono di sapere già cosa c’è oltre quella soglia. Portano con sé ricordi, magari di un passato lontano; spesso c’è qualcosa di vivo che non si è spento e che attrae; a volte, però, c’è dell’altro, che ancora sanguina e respinge. Il Signore sa e attende. Siate riflesso della sua pazienza e della sua tenerezza. Voi siete di tutti e siete per tutti! Sia questo il profilo fondamentale della vostra missione: tenere libera la soglia e indicarla, senza bisogno di troppe parole.

D’altra parte, Gesù insiste e precisa: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9). Egli non soffoca la nostra libertà. Ci sono appartenenze che soffocano, compagnie in cui è facile entrare e quasi impossibile uscire. Non così la Chiesa del Signore, non così la compagnia dei suoi discepoli. Chi è salvato, dice Gesù, “entra, esce e trova pascolo”. Tutti cerchiamo riparo, riposo e cura: la porta della Chiesa è aperta. Non per estraniarci dalla vita: la vita non si esaurisce in parrocchia, nell’associazione, nel movimento, nel gruppo. Chi è salvato “esce e trova pascolo”.

Carissimi, uscite e trovate la cultura, la gente, la vita! Meravigliatevi per ciò che Dio fa crescere senza che noi l’abbiamo seminato. Coloro per cui sarete preti – fedeli laici e famiglie, giovani e anziani, bambini e malati – abitano pascoli che dovete conoscere. A volte vi sembrerà di non averne le mappe. Le possiede però il buon Pastore, di cui ascoltare la voce, così familiare. Quante persone oggi si sentono perse! A molti pare di non potere più orientarsi. Non c’è allora testimonianza più preziosa di quella che confida: «Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome» (Sal 23,2-3). Il suo nome è Gesù: “Dio salva”! Di questo siete testimoni. «Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita» (Sal 23,6). Fratelli, sorelle, cari giovani: così sia!


  


 





TOMMASO MONTANARI: La “Disperanza”: unico antidoto nei tempi bui di guerre e tiranni

La “Disperanza”: 
unico antidoto 
nei tempi bui di guerre e tiranni
di Tommaso Montanari


Con quale attrezzatura culturale, ma anche esistenziale e perfino sentimentale, possiamo abitare questa età in cui siamo governati da mostri, abbandonati a un male che pare non avere limiti, esposti al crollo di ogni illusione democratica e civile? Impossibile cercare risposte nella politica, fiorentissima industria della disperazione. Pericoloso cercarle in una religiosità esteriore che alimenti una speranza intesa come disimpegno concreto. Nel mezzo, rimane la cultura, rimangono le voci delle donne e degli uomini che hanno tessuto la letteratura degli ultimi secoli. Voci che sussurrano una parola, desueta e felicemente in between: disperanza. È questa l’idea del libro di Franco Marcoaldi, La disperanza (Einaudi), seconda e finale valva del magnifico dittico aperto con Cani sciolti (Einaudi 2024). La “disperanza” (immaginifico termine che deve molto a Giorgio Caproni, e con lui a una serie di padri e madri, più o meno espliciti, che Marcoaldi convoca nelle sue pagine) è il tentativo di esprimere con una parola sola la contraddizione strutturale della condizione umana che, con la sua solita lucidità, Giacomo Leopardi descriveva così: “La disperazione medesima non sussisterebbe senza la speranza, e l’uomo non dispererebbe se non isperasse”. La disperanza sta lì: in quella “nostalgia of hope” di cui parla Ben, giovane interlocutore di Marcoaldi. È la “rassegnazione attiva” di cui scrive Vito Teti: tutto il contrario di un ripiegamento egoistico e cupo, di un oblomovismo apocalittico, di un eremitismo sdegnoso. Commentando lo scrittore colombiano Álvaro Mutis, uno dei padri del concetto e della parola, Marcoaldi descrive il “figlio della disperanza” come “colui che proprio perché ‘non spera niente’ e ha abbandonato ogni illusione, vive piú pienamente la sua vita. Vive, direbbe María Zambrano, in ‘una penombra toccata d’allegria’”. È una prospettiva non solo credibile, ma anche liberatoria, per un libro che si apre con una, folgorante e insieme raggelante, dichiarazione di un altro giovane – Leo, il fratello di Ben – che vale la pena di citare per intero: “La sai una cosa? Ho vent’anni e non so cosa voglia dire ‘sperare in un mondo migliore’… Mi piace da pazzi viaggiare con gli amici, andare in luoghi lontani e magari conoscere qualche ragazza che mi fa battere il cuore… Adoro la gentilezza, soprattutto di sconosciuti incontrati per caso, che mi salutano per strada e neanche li conosco, mentre mi fanno infuriare le mille ingiustizie di cui è pieno il mondo e contro le quali scendo in piazza con altri ragazzi come me… Ma la speranza in un mondo diverso, quella proprio non so cosa sia”. Il libro è la risposta di Franco a Leo, ed è una risposta fondata innanzitutto sull’ascolto: una risposta che esclude il paternalismo moralista della speranza obbligatoria, e quello immoralista della disperazione altrettanto obbligatoria. Ed è una lezione per tutti noi: i coetanei di Leo che non vanno a votare per le Politiche, perché non hanno alcuna speranza in questa politica, ma vanno a votare al referendum, perché la Costituzione parla la loro lingua, concreta e insieme ideale, meriterebbero di essere ascoltati allo stesso modo. Non usati, cavalcati, manipolati, ma ascoltati nel loro disincantato bisogno di esserci, qui e ora: comprendendo, finalmente, che nulla è perduto, ma nulla è scontato. Che non avere speranza di cambiare il mondo non significa essere così disperati da farsi cambiare dal mondo. Sulla copertina del libro un tondo di Emilio Tadini trasforma il nowhere della disperazione nel now here, “l’‘ora e qui’ simbolo della disperanza. L’intero tragitto del libro, dunque, raccolto in una sola parola: rotta a metà e perciò stesso capovolta nel suo iniziale contenuto semantico”. Qui e ora: perché questo è il tempo che ci è dato da vivere. Con la più bruciante disperanza.

(Fonte: "Fatto Quotidiano" - 23.04.2026)

domenica 26 aprile 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - IV DOMENICA DI PASQUA anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


IV DOMENICA DI PASQUA anno A

26 Aprile 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Gesù, il Cristo, è risorto ed è presente in mezzo a noi radunati nel suo nome. In quanto agnello, che ha donato la sua vita per noi, egli è chiamato ad essere il nostro vero Pastore, che ci conduce sui sentieri della libertà e dell’amore. A Lui con fiducia innalziamo le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Guidaci, Signore, nostro Pastore

Lettore

- Tu, Signore Gesù, sei l’unico e sommo Pastore di tutti coloro che si riconoscono come tuoi discepoli. Fa’ che tutta la Chiesa ed ogni singola comunità non si rinchiudano in recinti, che rendono asfittica la fede e impediscono l’incontro con l’altro, con il diverso. Preghiamo.

- Guarda, custodisci ed illumina, Signore Gesù, papa Leone, i vescovi, i presbiteri e quanti hanno responsabilità di guida nelle varie comunità cristiane. Fa’ che in nessuno di loro venga meno la consapevolezza che le persone loro affidate appartengono a Te e non a loro e che il loro compito è quello di condurle a Te, per ascoltare la tua voce. Preghiamo.

- A Te, Signore Gesù, appartiene la storia di questa umanità. Fa’ che il tuo amore senza misura possa bagnare e fecondare i cuori inariditi, illuminare le menti ottenebrate dei potenti, perché tutte quelle persone provate da anni di guerra e di dolore possano vedere scendere la pace sulla terra. Preghiamo.

- Tu, o Signore Gesù, che conosci per nome ogni tuo fedele, parla al cuore di tante coppie, che faticano a guardarsi in faccia e non riescono a comprendere cosa voglia dire amare l’altro o l’altra nella pura gratuità e fedeltà. Preghiamo.

- A Te affidiamo, Signore Gesù, tutti i fratelli e le sorelle ammalate; e a quanti li assistono, dona la pazienza e la gioia di servirti nelle loro persone. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti ed amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche dei genitori e insegnanti che hanno educato i figli a ricercare il Senso della vita; dei catechisti e operatori pastorali che hanno curato la crescita umana e di fede dei bambini, degli adolescenti e dei giovani a loro affidati; ci ricordiamo dei presbiteri e dei religiosi e religiose che hanno svolto con dedizione il loro servizio pastorale in mezzo al popolo di Dio. Su tutti, o Signore, fa’ risplendere la Bellezza del tuo Volto di Pastore Buono e compassionevole. Preghiamo.


Per chi presiede

O Cristo Buon Pastore, ascolta le nostre preghiere e rendici attenti alla tua chiamata, perché seguendo la tua voce possiamo vivere la comunione con te e con i nostri fratelli e sorelle nella fede. Te lo chiediamo perché sei nostro Signore e Fratello, vivente ieri, oggi e sempre, nei secoli dei secoli.

AMEN.



Enzo Bianchi Credere è fidarsi davvero di Dio

Enzo Bianchi
Credere è fidarsi davvero di Dio

La fede nasce sempre dalla fiducia: così come fece Abramo, aderire a Dio con semplicità rende sempre possibile accogliere il suo dono


Famiglia Cristiana - 19 Aprile 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Cristiano tu vivi di fede? Perché san Paolo lo dice in mille modi: il giusto è tale perché di fede vivrà. La fede è fiducia, è confidenza, ed è presente in tutti gli uomini e in tutte le donne. Senza fiducia e senza confidenza non si può né vivere né crescere né stare al mondo. È proprio il possesso di questa fiducia che rende possibile da parte di Dio il dono o l’innesto della fede come adesione a lui. Ma senza questa fede umana la fede in Dio non è possibile. Sarebbe paradossale poter credere in Dio, avere fede in lui ed essere incapaci di aver fiducia negli altri, nelle relazioni che tessiamo nella nostra vita.

Se c’è questa fede umana allora Dio può fare il dono della fede in lui anche se poi compete sempre all’uomo accettare il dono o rifiutarlo. Ma non si dimentichi che “fede” significa “mettere il piede sul sicuro”, significa anche nell’espressione ebraica “aderire”, come un bambino aderisce al seno della madre, fino all’abbandono, alla fiducia totale.

Abramo è nostro padre nella fede perché come ascoltò la parola di Dio – “Vattene!” – subito ubbidì senza sapere dove andava ma confidando nella parola del Signore. È vero, a volte la nostra fede si fa debole ma non dimentichiamo la parola di Gesù a chi pensava di avere poca fede e gli chiedeva di aumentarla. Gesù disse: “Se avrete fede pari a un grandello di senapa, direte a questo monte ‘Spostati da qui a là’, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile" (Matteo 17,20).
(fonte: Blog dell'autore)


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 25 - 2025/2026 - IV DOMENICA DI PASQUA anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

IV DOMENICA DI PASQUA anno A

Vangelo:

Tutto il decimo capitolo del Vangelo di Giovanni è indirizzato ai capi religiosi, a coloro che, ciechi (9,40), pretendono di guidare il popolo di Dio. Gesù, invece, afferma di essere Lui la Porta e il Pastore: la Porta attraverso la quale veniamo introdotti alla vera vita, il Pastore che conduce le sue pecore fuori dalle tenebre della morte verso la pienezza della vita vera. Solo Gesù, Porta e Pastore, è il modello da ascoltare e da seguire. Noi invece, duri e lenti di cuore, preferiamo seguire altri pastori e obbediamo ad altre voci, succubi dei numerosi imbonitori che fanno da cassa di risonanza agli innumerevoli idoli che ci rendono schiavi e ci conducono alla morte. Fino a quando non facciamo esperienza nella nostra carne quanto sia male ciò che aspiriamo come sommo bene, non possiamo essere salvati. Se, invece, ascoltiamo la voce del Pastore Bello, quello legittimo, se davvero ci lasciamo guidare verso i pascoli della libertà, saremo condotti fuori dai recinti di coloro che pretendono di essere pastori, ma sono soltanto vili mercenari che vogliono condurci al macello (siano essi politici, religiosi o quant'altro). Solo Lui siamo chiamati a seguire e ad ascoltare: Gesù, Pastore Bello e Buono (10,11), l'unico Pastore che ci insegna, con la Parola e con il vissuto, ad amare, a servire e a perdonare.


sabato 25 aprile 2026

DIO DELL’ ECCEDENZA “Gesù non mi confonde con nessun’altro. Mi chiama così come sono, per quello che sono. Unica è la vocazione, per tutti: avere la vita in pienezza. Credere fa bene!” - IV DOMENICA DI PASQUA ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi


DIO DELL’ ECCEDENZA


Gesù non mi confonde con nessun’altro.
Mi chiama così come sono, per quello che sono.
Unica è la vocazione, per tutti: avere la vita in pienezza.
Credere fa bene! 


In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore (...), sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza». Gv 10,1-10
  
DIO DELL’ ECCEDENZA
 
Gesù non mi confonde con nessun’altro. 
Mi chiama così come sono, per quello che sono. 
Unica è la vocazione, per tutti: avere la vita in pienezza. 
Credere fa bene!

Al tempo di Gesù i pastori erano soliti condurre il loro gregge in un recinto per la notte. Al mattino, ciascun pastore tornava al recinto, lanciava il suo richiamo e le sue pecore, solo le sue, riconosciuta la voce, lo seguivano. Su questo sfondo familiare, Gesù aggiunge un primo dettaglio tutto suo: egli chiama le sue pecore per nome.

Gesù non mi confonde con nessun’altro. Mi chiama con il mio nudo nome, cioè senza titoli, ruoli, funzione o laurea. Così come sono, per quello che sono.

Secondo particolare: Egli le conduce fuori. Anzi: “le spinge fuori”. Non in un altro recinto magari più grande, ma apre ad un coraggioso viaggio fuori dagli ovili e dai rifugi, dal mio piccolo buco di abitudini, alla sorpresa di pascoli nuovi. Il nostro è pastore di libertà e non di paure, che ha fiducia in ciò che è fuori e oltre; sa che la steppa ha un gomitolo di sentieri, un ventaglio di tratturi, tra i quali rintracciare il tuo.

La terza caratteristica del pastore autentico è quella di camminare davanti alle pecore. Non abbiamo un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini e inventa strade. Un pastore apripista che mi precede su strade nuove.

“Io sono la porta” , quindi non un muro chiuso, non uno steccato che divide. Cristo è passaggio, apertura, breccia di luce, luogo attraverso cui vita entra e vita esce. Va e viene, non chiude mai. Toglie le serrature dalle porte, le porte dai cardini perché lo Spirito passi.

Cosa significa varcare quella porta? Semplice: diventare porta, come Cristo. Abbiamo una alternativa davanti a noi, nel nostro mondo di oggi: alzare muri o aprire porte. Blindarsi o spalancare.

E poi l’ultima parola: Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Per me, una delle frasi più solari di tutto il Vangelo. Anzi, è la frase della mia fede.

Non sono venuto a portare quel minimo senza il quale la vita non è vita, ma la vita che rompe gli argini e tracima e feconda; uno spreco che profuma di amore, di libertà e di coraggio. Di accoglienza, gioia, energia.

Così è nella Bibbia: manna non per un giorno solo ma per quarant’anni nel deserto, pane per cinquemila persone, pelle di primavera per dieci lebbrosi, pietra rotolata via per Lazzaro, cento fratelli per chi ha lasciato la casa, vaso di nardo prezioso sui piedi del grande Viandante delle nostre vite.

Dio non intende rispondere ai tuoi bisogni essenziali, questo lo faranno le istituzioni. Egli è il Dio del centuplo, dei talenti da moltiplicare, del seme che si fa spiga, del perdono settanta volte sette, della festa per il figlio che torna.

Unica è la vocazione, per tutti: avere la vita in pienezza.

Credere fa bene! Credete a Tommaso, a Giovanni, a Maddalena, a quanti l’hanno incontrato. Credete all’ultima riga del Vangelo: tutto questo è stato scritto, perché crediate e, credendo, abbiate in voi la vita (Gv 20,31).


Tonio Dell'Olio - 25 aprile


Tonio Dell'Olio
 
Entro il 25 aprile
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  21 aprile 2026

Il rischio non è solo giuridico, ma simbolico. Ogni stretta securitaria che comprime diritti fondamentali — dalla libertà di manifestare alla tutela della libertà di movimento — interroga la coscienza democratica del Paese. Perché la sicurezza, quando diventa idolo, tende a divorare ciò che dovrebbe proteggere: la dignità della persona.

Il paradosso è evidente. Entro il 25 aprile, mentre si celebra la Liberazione dell'Italia, si discutono norme che rischiano di restringere spazi di libertà conquistati a prezzo della vita. 

Lo chiamano “Decreto sicurezza”. 

Chi ha resistito alla dittatura non lo ha fatto per consegnarci una democrazia impaurita, ma una Repubblica fondata sul primato della persona, come scolpito nella Costituzione italiana. 
Non si tratta di negare il bisogno di sicurezza. Si tratta di decidere che cosa intendiamo proteggere davvero. Se la sicurezza diventa sospetto verso il diverso, repressione del dissenso, marginalizzazione dei più fragili, allora smette di essere garanzia e diventa negazione. E tradisce proprio quella promessa di libertà e dignità universale guadagnate col sangue e che proprio il 25 aprile continua, ostinatamente, a ricordarci.

25 aprile
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  23 aprile 2026

E il 25 aprile è un grido e un canto,
liberazione e festa.
Non è celebrazione del sangue
ma del sacrificio,
del rendere sacro ciò che è umano,
questa sete ostinata di libertà.

È come il respiro:
entra nelle case, attraversa le piazze,
si fa voce nei silenzi troppo lunghi.
Piange di gioia il 25 aprile,
tra strade che danzano
e colori cuciti a bandiera.

È pietra fondante,
memoria che non si lascia consumare,
radice viva sotto i passi distratti.
Porta inciso nomi e volti,
storie interrotte e promesse consegnate,
vite offerte come acqua e concime alla terra.

E ogni anno ritorna a calendario,
e non per contare i giorni e gli anni,
ma per dire del “bel fiore” a “tutti quelli che passeranno”
e chiederci, con dolce fermezza:
quale voce diamo oggi
a quel respiro ricevuto in canto?


venerdì 24 aprile 2026

Domenico Gallo: Il vero senso del 25 aprile è dialogo e mai più guerre

Il vero senso del 25 aprile 
è dialogo e mai più guerre 
di Domenico Gallo


Che senso ha celebrare il 25 Aprile in un tempo in cui un pugno di tiranni sta distruggendo il mondo e ha rimesso in circolazione gli spettri del genocidio, del suprematismo, del potere illimitato della violenza delle armi? Oggi dobbiamo chiederci: cosa è rimasto del progetto di un nuovo ordine internazionale votato a garantire la pace attraverso il diritto, a riconoscere l’eguaglianza, la dignità e i diritti fondamentali degli uomini e delle donne in quanto membri dell’unica famiglia umana? Cosa è rimasto della promessa che le generazioni future non avrebbero vissuto mai più gli orrori che avevano attraversato l’umanità nel corso della guerra?

Sono troppi anni che il 25 Aprile dobbiamo confrontarci con un tempo che smentisce la lezione della Resistenza, in cui, uscita di scena l’ultima generazione che aveva vissuto la tragedia della guerra, si è perduta persino la memoria delle sofferenze patite dall’umanità e delle speranze di riscatto che si erano consolidate nelle Carte dei diritti. Mentre scriviamo, non sappiamo se l’ultimo incendio appiccato in Medio Oriente si arresterà o riesploderà trascinando il mondo intero in un vortice di distruzione e di morte.

Dopo quattro anni di una guerra atroce nel cuore orientale dell’Europa, che ha sacrificato centinaia di migliaia di vite sull’altare del mito necrofilo della “vittoria”, dobbiamo constatare con amarezza che l’Europa, nata come un progetto politico volto a garantire un futuro di pace e benessere, si è trasformata in un progetto di preparazione e di esaltazione della guerra. A differenza che nel passato, la guerra non è più considerata un flagello da esecrare, ma uno strumento della politica a cui bisogna prepararsi con diligenza. La presidente della Commissione europea ha fatto cadere l’ultimo tabù linguistico quando ha detto: “Dobbiamo prepararci alla guerra”. La leadership europea è percorsa da un delirio antirusso che ha preso a pretesto il conflitto in Ucraina per tracciare una nuova cortina di ferro molto più impenetrabile della precedente quando, malgrado la durezza del confronto politico-militare, sono sempre stati mantenuti canali di dialogo.

Durante la prima Guerra fredda, i leader dell’epoca invocavano la distensione, mentre adesso tifano per lo scontro e vogliono plasmare le nuove generazioni trasformandole in armate di guerrieri. Di fronte a queste nuove barriere, con cui una politica meschina cerca di dividere i popoli, consegnandoli a un futuro di ostilità perpetua, tornano di attualità le parole di Piero Calamandrei pronunziate nel periodo più duro della Guerra fredda: “Il mondo è purtroppo diviso in compartimenti stagni da grandi muraglie che si dicono invalicabili, senza porte e senza finestre: ma queste mura non sbarrano soltanto quella linea, che ormai si suol chiamare la ‘Cortina di ferro’ e che taglia il genere umano in due emisferi ostili. Mura altrettanto invalicabili ci attorniano, sui confini all’interno degli Stati, spesso all’interno della nostra coscienza: le mura del conformismo dell’imperialismo, del colonialismo, del nazionalismo: le mura che separano la miseria dal privilegio e dalla ricchezza spudorata e corrotta. Questo è ancora secondo me il compito della Resistenza.

È inutile qui ricercare le colpe per le quali siamo arrivati a questa tragica divisione del mondo: forse non c’è partito, popolo, che non abbia la sua parte di colpa. Ma gli uomini che appartennero alla Resistenza devono far di tutto per cercare che queste mura non diventino ancora più alte, che non diventino torri di fortilizi irte di ordigni di distruzione: e ricercare i valichi sotterranei attraverso i quali in nome della Resistenza combattuta in comune, si possa far passare ancora una voce, un sussurro, un richiamo. Quello che unisce, non quello che separa; rifiutarsi sempre di considerare un uomo meno uomo solo perché appartiene a un’altra razza o a un’altra religione o a un altro partito” (Passato e avvenire della Resistenza, 23.02 1954).

Oggi che gli uomini della Resistenza non ci sono più, ricade sulle nostre spalle la responsabilità di assumerci il compito che Calamandrei aveva loro assegnato: smontare i fortilizi irti di ordigni che tengono in scacco la vita dei popoli e riaprire la strada al dialogo e alla comprensione reciproca. Se il mondo è dominato da un manipolo di tiranni, il messaggio della Resistenza coincide con quello del Papa, che ci esorta a scegliere “quella conversione a U che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana. La pace non è da inventare: è da accogliere, accogliendo il prossimo come nostro fratello e come nostra sorella. Nessuno sceglie i suoi fratelli e le sue sorelle: ci dobbiamo soltanto accogliere! Siamo una sola famiglia e abitiamo la stessa casa, questo meraviglioso pianeta” (dal discorso tenuto da papa Leone XIV in Camerun il 16 aprile 2026).

(Fonte: “il Fatto Quotidiano” - 24 aprile 2026)



VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE 13-23 APRILE 2026 - Conferenza Stampa durante il volo diretto a Roma 23/04/2026 - Il Papa: come pastore non posso essere a favore della guerra, troppi innocenti morti

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE

13-23 APRILE 2026

Conferenza Stampa durante il volo diretto a Roma

Il Papa: come pastore non posso essere a favore della guerra, troppi innocenti morti

Sul volo per Roma, Leone XIV ribadisce che la sua prima missione è annunciare il Vangelo. Ricorda i bambini vittime della guerra in Iran e in Libano. Sui migranti chiede: “Cosa fa il Nord per il Sud del mondo?” e denuncia il fatto che esseri umani siano trattati peggio degli animali. Sulle coppie omosessuali conferma che la Santa Sede non concorda con la benedizione formalizzata decisa in Germania, ma ribadisce come Francesco il principio di accoglienza a “tutti, tutti, tutti"

Un momento del dialogo del Papa con i giornalisti sul volo papale (@Vatican Media)

“Buongiorno a tutti, spero che stiate bene, che siete pronti per un altro viaggio. Già con le batterie cariche!”. Papa Leone XIV ha concluso il lungo viaggio apostolico in Africa e, nel volo da Malabo, ultima tappa della Guinea Equatoriale, verso Roma, risponde alle domande di cinque dei circa 70 giornalisti che lo hanno seguito nella trasferta internazionale. La guerra, i negoziati Usa-Iran, la questione migratoria, la pena di morte e la benedizione delle coppie omosessuali, tra i temi affrontati dal Pontefice durante l’intervista, preceduta da una riflessione di Papa Leone sulla esperienza appena vissuta in Africa.


“Quando faccio un viaggio, parlo per me stesso, però oggi come Papa, Vescovo di Roma, è soprattutto un viaggio apostolico pastorale per trovare, accompagnare e conoscere il popolo di Dio. Molte volte l’interesse è piuttosto politico: ‘Cosa dice il Papa sul tema o su un altro tema? Perché non giudica il governo in un Paese o in un altro?’. E ci sono tante cose da dire certamente. Ho parlato di giustizia e ci sono temi lì. Ma quella non è la prima parola: il viaggio è da interpretare soprattutto come l’espressione di voler annunciare il Vangelo, di proclamare il messaggio di Gesù Cristo, che allora è un modo per avvicinarsi al popolo nella sua felicità, nella profondità della sua fede, ma anche nella sua sofferenza. Lì, certo, molte volte è necessario fare dei commenti o cercare come incoraggiare lo stesso popolo ad assumere responsabilità nella sua vita. È importante parlare anche con i capi di Stato, per incoraggiare un cambiamento di mentalità o un’apertura maggiore a pensare il bene del popolo, una possibilità di vedere questioni come la distribuzione dei beni di un Paese. Nei colloqui che abbiamo avuto abbiamo fatto un po’ di tutto, però soprattutto vedere, incontrare il popolo con questo entusiasmo. Sono molto contento di tutto il viaggio, ma vivere, accompagnare, camminare con il popolo della Guinea Equatoriale è stata veramente una benedizione con l’acqua… Loro contenti con le piogge l'altro giorno, ma soprattutto questo segno di condividere con una Chiesa universale quello che celebriamo nella nostra fede.

Ignazio Ingrao (Tg1): Santità, grazie per questo viaggio ricco di incontri, di storie e di volti. Nel meeting per la pace a Bamenda, in Camerun, lei ha descritto un mondo al rovescio, dove un manipolo di tiranni rischia di distruggere il pianeta. La pace, ha detto, non va inventata ma va accolta. I negoziati per il conflitto in Iran sono nel caos con pesanti effetti sull’economia mondiale. Lei auspica un cambio di regime in Iran, visto che anche la società civile, gli studenti sono scesi in piazza nei mesi scorsi e c’è preoccupazione nel mondo per la corsa all’atomica? Quale appello lei rivolge a Stati Uniti, Iran, Israele, per uscire dallo stallo e fermare l’escalation? La Nato e l’Europa dovrebbero essere maggiormente coinvolte?

Vorrei cominciare a dire che bisogna promuovere un nuovo atteggiamento e una cultura per la pace. Tante volte, quando valutiamo certe situazioni, subito la risposta è che bisogna entrare con la violenza, con la guerra, attaccando. Quello che abbiamo visto è che tanti innocenti sono morti. Ho appena visto la lettera di alcune famiglie dei bambini che sono morti nel primo giorno dell’attacco. E loro parlano del fatto che ormai hanno perso i loro figli, le figlie, i bambini che sono morti in quello (attacco). La questione non è se cambia il regime, non cambia il regime, la questione è come promuovere i valori in cui crediamo senza la morte di tanti innocenti. La questione dell’Iran è evidentemente molto complessa. Le stesse trattative che stanno facendo, un giorno l’Iran dice sì e gli Stati Uniti dicono di no e viceversa, e non sappiamo dove si va. Si è creata questa situazione caotica, critica per l'economia mondiale, ma poi anche c’è tutta una popolazione in Iran di persone innocenti che stanno soffrendo per questa guerra. Quindi sul cambio di regime sì o no: non è chiaro quale regime ci sia in questo momento, dopo i primi giorni degli attacchi di Israele e Stati Uniti all’Iran. Piuttosto vorrei incoraggiare la continuazione del dialogo per la pace, che le parti cerchino di mettere tutti gli sforzi per promuovere la pace, allontanare la minaccia della guerra e che si rispetti il diritto internazionale. È molto importante che gli innocenti siano protetti, come non è avvenuto in diversi luoghi. Io porto con me una foto di un bambino musulmano che nella visita in Libano stava lì aspettando con un cartello dicendo “Benvenuto Papa Leone”, poi in questa ultima parte della guerra è stato ucciso. Sono tante le situazioni umane e penso che dobbiamo avere la capacità di pensare in questa forma. Come Chiesa - lo dico di nuovo - come pastore, non posso essere a favore della guerra. E vorrei incoraggiare tutti a fare gli sforzi per cercare risposte che vengono da una cultura di pace e non di odio e divisione.

Papa Leone durante la conferenza stampa sul volo dalla Guinea Equatoriale verso Roma (@Vatican Media)

Eva Fernández (Radio Cope): Stiamo lasciando un continente in cui molte persone desiderano, sognano, viaggiare in Europa. Il suo prossimo viaggio sarà in Spagna, dove la questione migratoria occupa un posto importante soprattutto nelle Canarie. Lei sa che il tema della migrazione in Spagna suscita grande dibattito e polarizzazione, incluso tra i cattolici non c’è una posizione chiara. Cosa potremo dire agli spagnoli e in particolare ai cattolici rispetto alla immigrazione? Poi, se mi permette: il prossimo viaggio sarà in Spagna ma sappiamo che ha il desiderio, l’intenzione di viaggiare in Perù e forse in Argentina e Uruguay, ma vorrebbe anche salutare la Vergine di Guadalupe?

Il tema dell’immigrazione è molto complesso e colpisce molti Paesi, non solo Spagna, non solo Europa, Stati Uniti, è un fenomeno mondiale! Quindi una risposta mia inizia con una domanda: cosa fa il Nord del mondo per aiutare il Sud del mondo o quei Paesi dove i giovani oggi non trovano un futuro e quindi vivono questo sogno di voler andare verso il Nord? Tutti vogliono andare verso il Nord, ma tante volte il Nord non ha risposte su come offrire loro delle possibilità. Molti soffrono… Il tema del traffico di esseri umani, il “trafficking”, fa parte anche della migrazione. Personalmente credo che uno Stato ha il diritto di porre regole alle sue frontiere. Non dico che tutti debbano entrare senza un ordine, creando a volte nei luoghi dove vanno situazioni più ingiuste rispetto a quelle che hanno lasciato. Però, detto questo, mi chiedo: cosa facciamo nei Paesi più ricchi per cambiare la situazione nei Paesi più poveri? Perché non possiamo cercare, sia con aiuti di Stato sia con gli investimenti delle grandi imprese ricche, delle multinazionali, di cambiare la situazione nei Paesi come quelli che abbiamo visitato in questo viaggio? L’Africa per molte persone è considerata un luogo dove si può andare a prendere i minerali, prendere le sue ricchezze per la ricchezza di altri, in altri Paesi. Forse a livello mondiale dovremmo lavorare di più per promuovere maggiore giustizia, uguaglianza e lo sviluppo di questi Paesi dell’Africa perché non abbiano la necessità di emigrare in altri Paesi, in Spagna, ecc. E l’altro punto che vorrei affrontare è che, in ogni caso, sono esseri umani e dobbiamo trattare gli esseri umani in modo umano, non trattarli molte volte peggio degli animali. C’è una sfida molto grande: un Paese può dire di non poter ricevere più di questo, però quando arrivano le persone, sono esseri umani e meritano il rispetto che spetta a ogni essere umano per la sua dignità.

E i prossimi viaggi?

Ho il desiderio grande di visitare vari Paesi dell’America Latina. Finora non è confermato, vedremo. Aspettiamo.

Arthur Herlin (Paris Match): Santo Padre, la ringraziamo moltissimo per questo viaggio straordinario. È stato meraviglioso. Durante questo viaggio lei ha incontrato alcuni dei leader più autoritari del mondo. Come fa a evitare che la sua presenza dia autorità morale a questi regimi? Non si tratta, per così dire, di un “lavaggio di immagine” grazie al Papa?

Certamente la presenza di un Papa con qualsiasi capo di Stato può essere interpretata in modi diversi. Può essere interpretata - e da alcuni è stata interpretata - come se il Papa o la Chiesa stessero dicendo che va bene vivere in quel modo. Altri possono dire cose diverse. Vorrei tornare a quanto ho detto nelle mie osservazioni iniziali sull’importanza di comprendere lo scopo principale dei viaggi che faccio, che il Papa compie: visitare le persone. E sul grande valore che la Santa Sede continua a dare, talvolta con grandi sacrifici, al mantenimento di relazioni diplomatiche con i Paesi di tutto il mondo. E talvolta abbiamo relazioni diplomatiche con Paesi che hanno leader autoritari. Abbiamo l’opportunità di parlare con loro a livello diplomatico, a livello formale. Non sempre facciamo grandi proclami di critica, di giudizio o di condanna. Ma c’è tantissimo lavoro che avviene dietro le quinte per promuovere la giustizia, per promuovere cause umanitarie, per cercare, talvolta, situazioni in cui ci sono prigionieri politici e trovare un modo per farli liberare. Situazioni di fame, di malattia, ecc. Quindi la Santa Sede, mantenendo una neutralità e cercando modi per continuare una positiva relazione diplomatica con tanti Paesi diversi, in realtà sta cercando di applicare il Vangelo alle situazioni concrete affinché la vita delle persone possa migliorare. Le persone interpreteranno il resto come vorranno, ma credo sia importante per noi cercare il modo migliore possibile per aiutare il popolo di qualsiasi Paese.

Verena Stefanie Schälter (ARD Rundfunk): Santo Padre, congratulazioni per il suo primo viaggio papale nel Sud del mondo. Abbiamo visto tanto entusiasmo e anche, direi, euforia. Immagino che sia stato molto commovente anche per lei. Vorrei sapere come valuta la decisione del cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, di concedere il permesso di benedire le coppie dello stesso sesso nella sua Diocesi. E alla luce delle diverse prospettive culturali e teologiche, soprattutto in Africa, come intende preservare l’unità della Chiesa universale su questa questione?

Innanzitutto credo sia molto importante capire che l’unità o la divisione della Chiesa non dovrebbe ruotare intorno a questioni sessuali. Tendiamo a pensare che quando la Chiesa parla di morale, l’unico tema morale sia quello sessuale. In realtà credo che ci siano questioni molto più grandi e importanti, come la giustizia, l’uguaglianza, la libertà degli uomini e delle donne, la libertà religiosa, che dovrebbero avere la priorità rispetto a quella particolare questione. La Santa Sede ha già parlato con i vescovi tedeschi. La Santa Sede ha chiarito che non siamo d’accordo con la benedizione formalizzata delle coppie - in questo caso coppie omosessuali, come ha chiesto lei - o di coppie in situazioni irregolari, oltre a quanto specificamente permesso da Papa Francesco dicendo che tutte le persone ricevano la benedizione. Quando un sacerdote dà la benedizione alla fine della Messa, quando il Papa dà la benedizione alla fine di una grande celebrazione come quella che abbiamo avuto oggi, ci sono benedizioni per tutte le persone. La famosa espressione di Francesco “tutti, tutti, tutti”, esprime la convinzione della Chiesa che tutti sono accolti, tutti sono invitati, tutti sono invitati a seguire Gesù e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita. Andare oltre questo oggi, credo possa causare più disunione che unità, e che dovremmo cercare di costruire la nostra unità su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna. Questa è la mia risposta alla domanda.

Anneliese Taggart (Newsmax TV): Santo Padre, in questo viaggio lei ha parlato di come le persone abbiano fame e sete di giustizia. Proprio stamattina è stato riportato che l’Iran ha giustiziato l’ennesimo membro dell’opposizione, e questo avviene mentre il regime ha impiccato pubblicamente molte altre persone e assassinato migliaia dei suoi stessi cittadini. Condanna queste azioni? Ha un messaggio per il regime iraniano?

Io condanno tutte le azioni ingiuste. Condanno l’uccisione di persone. Condanno la pena di morte. Credo che la vita umana debba essere rispettata e che la vita di tutte le persone — dal concepimento alla morte naturale — debba essere rispettata e protetta. Quindi quando un regime, quando un Paese prende decisioni che tolgono ingiustamente la vita ad altre persone, è evidentemente qualcosa che va condannato.
(Vatican News 23/04/2026)

VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV pellegrino nel Continente africano - Angola 20/04/2026 In un minuto l'ottava giornata di Papa Leone XIV in Africa


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE

13-23 APRILE 2026


Lunedì 20 aprile 2026

LUANDA – SAURIMO – LUANDA 

07:50 Partenza in aereo dall’Aeroporto di Luanda “4 de Fevereiro” per Saurimo
09:20 Arrivo all’Aeroporto di Saurimo “Deolinda Rodrigues”
09:45 VISITA ALLA CASA DI ACCOGLIENZA PER ANZIANI
11:15 SANTA MESSA nella spianata di Saurimo

13:45 Partenza in aereo dall’Aeroporto di Saurimo “Deolinda Rodrigues” per Luanda
15:15 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Luanda “4 de Fevereiro”
17:30 INCONTRO CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I CONSACRATI, LE CONSACRATE E GLI OPERATORI PASTORALI nella Parrocchia di Nostra Signora di Fatima

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Leone XIV pellegrino nel Continente africano - Angola
In un minuto l'ottava giornata di Papa Leone XIV in Africa

Il Pontefice è decollato da Luanda la mattina presto per atterrare a Saurimo, dove ha visitato la Casa di accoglienza per anziani e presieduto la Messa sulla spianata. Nel pomeriggio, il ritorno nella Capitale e l’incontro con i vescovi


Tre grandi eventi, distribuiti tra le città di Luanda e Saurimo, hanno caratterizzato l’ottava giornata del viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Africa, la terza in Angola. In mattinata, il Pontefice è decollato di buon’ora da Luanda per fare tappa a Saurimo, dove ha visitato la Casa di accoglienza per anziani, incontrandone circa sessanta, malati, abbandonati o maltrattati dalle famiglie con l’accusa di stregoneria. “Non vanno solo assistiti, vanno prima di tutto ascoltati, perché custodiscono la saggezza di un popolo”, è stata l’esortazione del Papa. Successivamente, si è spostato presso la spianata della capitale della provincia angolana di Lunda Sul per presiedere la Messa. Nell’omelia ha affermato che Cristo rinnova la storia di chi è sfruttato e privato del pane. Nel pomeriggio, Leone XIV ha fatto ritorno a Luanda, dove ha incontrato vescovi, sacerdoti, consacrati e consacrate, insieme agli operatori pastorali locali, presso la parrocchia di Nostra Signora di Fatima. È stato l’ultimo appuntamento del lunedì del Pontefice, che si è poi trasferito alla nunziatura apostolica per cenare in privato.

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Vedi anche il post precedente: