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lunedì 21 giugno 2021

«Tante volte anche noi, assaliti dalle prove della vita, abbiamo gridato al Signore: “Perché resti in silenzio e non fai nulla per me?”» Papa Francesco Angelus 20/06/2021 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 20 giugno 2021



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nella liturgia di oggi si narra l’episodio della tempesta sedata da Gesù (Mc 4,35-41). La barca su cui i discepoli attraversano il lago è assalita dal vento e dalle onde ed essi temono di affondare. Gesù è con loro sulla barca, eppure se ne sta a poppa sul cuscino e dorme. I discepoli, pieni di paura, gli urlano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38).

E tante volte anche noi, assaliti dalle prove della vita, abbiamo gridato al Signore: “Perché resti in silenzio e non fai nulla per me?”. Soprattutto quando ci sembra di affondare, perché l’amore o il progetto nel quale avevamo riposto grandi speranze svanisce; o quando siamo in balìa delle onde insistenti dell’ansia; oppure quando ci sentiamo sommersi dai problemi o persi in mezzo al mare della vita, senza rotta e senza porto. O ancora, nei momenti in cui viene meno la forza di andare avanti, perché manca il lavoro oppure una diagnosi inaspettata ci fa temere per la salute nostra o di una persona cara. Sono tanti i momenti nei quali ci sentiamo in una tempesta, ci sentiamo quasi finiti.

In queste situazioni e in tante altre, anche noi ci sentiamo soffocare dalla paura e, come i discepoli, rischiamo di perdere di vista la cosa più importante. Sulla barca, infatti, anche se dorme, Gesù c’è, e condivide con i suoi tutto quello che sta succedendo. Il suo sonno, se da una parte ci stupisce, dall’altra ci mette alla prova. Il Signore è lì, presente; infatti, attende – per così dire – che siamo noi a coinvolgerlo, a invocarlo, a metterlo al centro di quello che viviamo. Il suo sonno provoca noi a svegliarci. Perché, per essere discepoli di Gesù, non basta credere che Dio c’è, che esiste, ma bisogna mettersi in gioco con Lui, bisogna anche alzare la voce con Lui. Sentite questo: bisogna gridare a Lui. La preghiera, tante volte, è un grido: “Signore, salvami!”. Stavo vedendo, nel programma “A sua immagine”, oggi, Giorno del Rifugiato, tanti che vengono in barconi e nel momento di annegare gridano: “Salvaci!”. Anche nella nostra vita succede lo stesso: “Signore, salvaci!”, e la preghiera diventa un grido.

Oggi possiamo chiederci: quali sono i venti che si abbattono sulla mia vita, quali sono le onde che ostacolano la mia navigazione e mettono in pericolo la mia vita spirituale, la mia vita di famiglia, la mia vita psichica pure? Diciamo tutto questo a Gesù, raccontiamogli tutto. Egli lo desidera, vuole che ci aggrappiamo a Lui per trovare riparo contro le onde anomale della vita. Il Vangelo racconta che i discepoli si avvicinano a Gesù, lo svegliano e gli parlano (cfr v. 38). Ecco l’inizio della nostra fede: riconoscere che da soli non siamo in grado di stare a galla, che abbiamo bisogno di Gesù come i marinai delle stelle per trovare la rotta. La fede comincia dal credere che non bastiamo a noi stessi, dal sentirci bisognosi di Dio. Quando vinciamo la tentazione di rinchiuderci in noi stessi, quando superiamo la falsa religiosità che non vuole scomodare Dio, quando gridiamo a Lui, Egli può operare in noi meraviglie. È la forza mite e straordinaria della preghiera, che opera miracoli.

Gesù, pregato dai discepoli, calma il vento e le onde. E pone loro una domanda, una domanda che riguarda anche noi: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40). I discepoli si erano fatti catturare dalla paura, perché erano rimasti a fissare le onde più che a guardare a Gesù. E la paura ci porta a guardare le difficoltà, i problemi brutti e non a guardare il Signore, che tante volte dorme. Anche per noi è così: quante volte restiamo a fissare i problemi anziché andare dal Signore e gettare in Lui i nostri affanni! Quante volte lasciamo il Signore in un angolo, in fondo alla barca della vita, per svegliarlo solo nel momento del bisogno! Chiediamo oggi la grazia di una fede che non si stanca di cercare il Signore, di bussare alla porta del suo Cuore. La Vergine Maria, che nella sua vita non ha mai smesso di confidare in Dio, ridesti in noi il bisogno vitale di affidarci a Lui ogni giorno.


DOPO ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Unisco la mia voce a quella dei Vescovi del Myanmar, che la scorsa settimana hanno lanciato un appello richiamando all’attenzione del mondo intero l’esperienza straziante di migliaia di persone che in quel Paese sono sfollate e stanno morendo di fame: «Noi supplichiamo con tutta la gentilezza di permettere corridoi umanitari» e che «chiese, pagode, monasteri, moschee, templi, come pure scuole e ospedali» siano rispettati come luoghi neutrali di rifugio. Che il Cuore di Cristo tocchi i cuori di tutti portando pace nel Myanmar!

Oggi si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato, promossa dalle Nazioni Unite, sul tema “Insieme possiamo fare la differenza”. Apriamo il nostro cuore ai rifugiati; facciamo nostre le loro tristezze e le loro gioie; impariamo dalla loro coraggiosa resilienza! E così, tutti insieme, faremo crescere una comunità più umana, una sola grande famiglia.

Rivolgo un cordiale benvenuto a tutti voi, provenienti da Roma, dall’Italia e da altri Paesi. Vedo peruviani, polacchi… e altri Paesi lì… In particolare, saluto l’Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani; la delegazione di madri insegnanti nelle scuole italiane; i giovani del Centro Padre Nostro di Palermo, fondato dal Beato don Puglisi; i ragazzi di Tremignon e Vaccarino, e i fedeli di Niscemi, Bari, Anzio e Villa di Briano.

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video


domenica 20 giugno 2021

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XII Domenica T.O. - B






Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)






Preghiera dei Fedeli

  XII Domenica T.O. Anno B

20 giugno 2021  



Colui che presiede

Fratelli e sorelle, Dio ha reso leggibile il suo amore per tutta l’umanità nell’esistenza concreta di Gesù di Nazareth. Conquistati dal suo amore, più forte della morte, e resi figli di Dio in Lui, innalziamo al Padre le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/  Ravviva la nostra fede, o Padre


Lettore 

- Tu, o Padre, non lasci mai sola la tua Chiesa, che il tuo Figlio Gesù ha inviato nel mondo per testimoniare la presenza del tuo Regno nella storia degli uomini. Aiutala a non temere i grandi cambiamenti di epoca e i dolorosi rivolgimenti politici. Donale di comprendere che la perdita di potere o di privilegi non è un fallimento, ma una grazia per poter annunziare, in verità e con coraggio profetico, il Vangelo della pace e della fraternità. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Padre, il faticoso servizio di papa Francesco. Riempilo del tuo Santo Spirito, perché possa guidare la tua Chiesa in questo tempo burrascoso e condurla verso una forma un po’ più fraterna e sinodale. Preghiamo.

- Ricordati, o Padre, di tutti i conflitti e le guerre presenti nel mondo. Ricordati dell’Etiopia e di questa assurda guerra interna, dove l’etnia al potere intende sterminare per fame quella del Tigrai. Ti affidiamo le sofferenze delle popolazioni dello Yemen, coinvolte in una dolorosissima guerra, che non fa notizia. Preghiamo.

- Ti preghiamo, o Padre, anche per noi, per le nostre incoerenze, per le nostre indifferenze, per la nostra mancanza di fiducia in Te. Sii vicino a quanti sono provati dalla malattia o dalla perdita del lavoro. Benedici e sostieni quei badanti e quelle badanti che si prendono cura delle nostre persone anziane. Preghiamo.

- Davanti a te, o Padre fonte della vita, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti e delle vittime del coronavirus [pausa di silenzio]; ci ricordiamo degli immigrati morti nel Mar Mediterraneo, di coloro che muoiono nella disperazione e nella solitudine, di coloro che muoiono sul posto di lavoro. Accogli tutti, o Padre, nella tua eterna misericordia. Preghiamo.


Colui che presiede 

Noi ti benediciamo, o Dio nostro Padre, perché con l’evento della Pasqua di Gesù hai salvato il mondo dal naufragio della morte, donandogli la vita nuova nel tuo Figlio Gesù. Esaudisci le nostre preghiere e colma le nostre speranze, se le ritieni conformi alla tua volontà. Te lo chiediamo per Gesù Cristo nostro Fratello e Signore, vivente nei secoli dei secoli.  AMEN.



"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 34/2020-2021 anno B

 "Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

Vangelo: 

Mc 4,35-41

Dopo la narrazione delle parabole del seme e del granellino di senapa, Gesù mette alla prova la fede dei suoi discepoli, per scoprire se hanno compreso la Parola appena proclamata. La risposta non lascia alcun dubbio: i discepoli non hanno capito nulla! La crescita e lo sviluppo del Regno di Dio non stanno nelle mani dell'uomo né, tanto meno, sono frutto del caso. Nelle difficoltà, che non mancheranno mai, Gesù ci esorta a non avere paura degli eventi, ad avere la fiduciosa certezza che qualsiasi avvenimento anche il più tragico, è nelle mani del Padre. E' Dio che tiene saldamente in mano il timone della storia degli uomini e la vita di ogni suo figlio; nessuna notte, nessuna tempesta (simboli infernali del male), nessuna persecuzione potranno impedire mai la realizzazione del suo Regno. Non c'è tempesta che potrà mai sommergere la barca (che i Padri hanno letto come il simbolo della Chiesa), anche quando le onde sembrano inghiottirla, fino a che in essa sarà presente Gesù, anche se sembra dormire. Nella realtà, chi dorme è solo la nostra fede. Le nostre angosce, le nostre paure, nascono dal non aver ancora compreso «chi è costui?», domanda questa che risuonerà lungo tutto il Vangelo di Marco e che ci condurrà alla scoperta non di una dottrina o di una nuova idea su Dio, ma all'incontro con la persona di «Gesù, Messia, Figlio di Dio», potenza di Dio, unico Salvatore del mondo.


sabato 19 giugno 2021

ASCOLTAMI - Poche esperienze sono umane come questa paura di morire o di vivere, nell’attesa di un di più. - XII Domenica T. O. / B - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

ASCOLTAMI
 


Poche esperienze sono umane come questa paura di morire 
o di vivere, nell’attesa di un di più.
 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire
In quel tempo, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all'altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (...) Mc 4, 35-41


per i social

ASCOLTAMI

Poche esperienze sono umane come questa paura di morire o di vivere, nell’attesa di un di più.

Poche cose sono bibliche come questa lite con Dio, che nasce dalla passione per la vita, dall’arroganza di un amore che non accetta di finire.

Una notte di tempesta e di paura sul lago, e Gesù dorme. Anche il nostro mondo è in piena tempesta, geme di dolore con le vene aperte, e Dio sembra dormire.

Nessuna esistenza sfugge all'assurdo e alla sofferenza, e Dio non parla, rimane muto. Così per noi. Notte e basta.

È nel buio profondo che nascono le grandi domande: non ti importa niente di me? Vienimi in aiuto! Anche solo un po’…

I Salmi traboccano di questo grido che riempie la bocca di Giobbe; lo ripetono profeti, apostoli e re, come Saul. Poche cose sono vere come l’urlo sul silenzio di Dio, poche esperienze sono umane come questa paura di morire o di vivere, nell’attesa di un di più.

L'intera nostra esistenza è una traversata pericolosa, un passare all'altra riva, quella della vita adulta, responsabile, buona. Una traversata è iniziare un matrimonio; una traversata è il futuro che si apre davanti al bambino; una traversata burrascosa è tentare di ricomporre lacerazioni, ritrovare persone, vincere paure, accogliere poveri e stranieri.

Perché avete così tanta paura? C’è tanto da attraversare, tanta paura anche motivata. Ma troppo spesso la religione si è ridotta a una gestione della paura. Dio non vuole entrare in questo gioco. Lui non è altrove e non dorme. È già qui.

Sta nel sale più amaro delle tue lacrime, nelle braccia dei marinai forti sui remi, sta nella presa sicura del timoniere, nelle mani che svuotano l’acqua che allaga la barca; sta negli occhi che scrutano la riva e in quelli che dalla riva cercano il mare; vive nell'ansia che anticipa la luce dell'aurora, scacciando la paura dell’abbandono.

Le barche non sono fatte per restare ormeggiate al sicuro nei porti, e Dio vigila, anche se a modo suo; vuole salvarmi, ma mi chiede di mettere in campo tutte le mie capacità, tutto il mio cuore e il mio ingegno. La sua risposta è la forza che sento al primo colpo di remo. Colpo d’ala che ad ogni colpo lui rinnoverà.

Io però vorrei che il Signore gridasse adesso, all'uragano: taci; e alle onde: calmatevi; e alla mia angoscia ripetesse: è finita. Vorrei essere esentato dalla lotta, vorrei che fosse tutto più facile, invece Dio risponde chiamandomi alla perseveranza, moltiplicandomi le energie.

Non ti importa che moriamo? La risposta, muta, è raccontata dai gesti: mi importa di te, mi importa la tua vita, tu sei importante.

Mi importano i passeri del cielo e tu vali più di molti passeri, mi importano i gigli del campo e tu sei più bello di loro.

Tu mi importi al punto che ti ho contato i capelli in capo e vedo tutta la paura che stagna dentro il tuo cuore. Paura che alla fine sarà ingoiata dalla morte, sua gemella. Ma noi ne saremo liberati, perché Gesù è vita.

per Avvenire

Le piccole barche sono al sicuro, ormeggiate nel porto, ma non è per questo che sono state costruite. Sono fatte per navigare, e anche per affrontare burrasche. Noi siamo naviganti su fragili legni nel mare della vita, su gusci di noci. (...)

Leggi su Avvenire



"Lo sguardo attento (e la distrazione dei sapienti)" di Andrea Monda

"Lo sguardo attento 
(e la distrazione dei sapienti)" 
di Andrea Monda






Domenica scorsa Papa Francesco commentando il testo del Vangelo si è soffermato sullo “sguardo attento” di Gesù, fonte primaria della sua predicazione attraverso le parabole. Queste narrazioni infatti «si ispirano proprio alla vita ordinaria e rivelano lo sguardo attento di Gesù, che osserva la realtà e, mediante piccole immagini quotidiane, apre delle finestre sul mistero di Dio e sulla vicenda umana». Nel suo capolavoro il romanziere russo Boris Pasternak scrive: «Per me la cosa principale è che Cristo parla con parabole tratte dalla vita di ogni giorno». Ha ragione: questa è la cosa principale. Il Papa sottolinea come «Gesù parlava in modo facile da capire, parlava con immagini della realtà, della vita quotidiana» e questo stile cela al suo interno un tesoro, un grande insegnamento: «Così, ci insegna che anche le cose di ogni giorno, quelle che a volte sembrano tutte uguali e che portiamo avanti con distrazione o fatica, sono abitate dalla presenza nascosta di Dio, cioè hanno un significato. Allora, abbiamo bisogno pure noi di occhi attenti, per saper “cercare e trovare Dio in tutte le cose”». La citazione finale, ignaziana, rivela un dettaglio, fondamentale, sempre di quella “cosa principale”: il cattolicesimo è la religione dell’incarnazione, da questo discende tutto il resto, cioè la fiducia nella realtà, anche in quella umana, così fragile e ambigua, perché la realtà, le cose «sono abitate dalla presenza nascosta di Dio, cioè hanno un significato». Il personaggio del Nero, che è il nichilista nel romanzo di Cormac McCarthy Sunset Limited, nega recisamente tutto questo quando afferma sin dalla prima pagina: «Niente di quello che accade significa qualcos’altro». L’antidoto al nichilismo è quindi lo sguardo attento. Quello sguardo che il Papa raccomanda di avere per cogliere i significati nascosti nella realtà, per decifrare i segni sparsi nel mondo. Francesco ci chiede insomma più immaginazione, in qualche modo di essere più artisti. Sono loro infatti, gli artisti, i maestri dell’immaginazione. «L’odio è semplicemente mancanza di immaginazione» intuisce Graham Greene ne Il potere e la gloria. Si tratta di amare quindi e, per il cristiano, di corrispondere al gesto artistico del Maestro, di essere anche noi artisti come Gesù che compone narrazioni e così facendo ci invita a quello stupore che nasce dallo sguardo attento. La poetessa americana, Mary Oliver, scomparsa nel 2019, in una brevissima poesia indicava le “istruzioni per vivere la vita”: «Fai attenzione / Meravigliati / Raccontalo». Tre verbi fondamentali per ogni vita umana, tanto più se cristiana.

Papa Francesco non dà istruzioni per la vita ma conduce la vita in continua tensione unificante tra quello che predica e quello che vive. Ci indica il modello di Gesù che con il suo parlare semplice «apre delle finestre sul mistero di Dio e sulla vicenda umana» e così fa anche lui: parla in modo diretto e apre squarci che illuminano la nostra vita e ci strappano dalla “polvere” della routine e quindi dalla distrazione e dalla scontatezza. Chi ascolta e vede Papa Francesco in azione sarà portato a non dare più nulla per scontato o dovuto nella sua vita di ogni giorno, e troverà nuova energia e soprattutto un animo grato, riconoscente. A meno che non ci si accosti, anche al Papa, con idee preconcette alle quali si è così affezionati da non volerle abbandonare: questo approccio ideologico è la morte dello stupore. E il vero stupore è sempre per le cose quotidiane, perché non avrebbe valore uno stupore per lo straordinario, sarebbe solo un riflesso automatico, istintivo. E invece l’uomo, creatura spirituale, non è solo una macchina regolata dagli istinti. E qui ha di nuovo ragione Pasternak che in quella pagina del Dottor Zivago continua così sulla forza rivoluzionaria del Gesù narratore parabolico: «Il mondo antico finì in Roma, in quell’orgia di cattivo gusto, in oro e marmi, venne lui, leggero e vestito di luce, precipuamente umano, volutamente provinciale, il Galileo, e da quel momento i popoli e gli Dei cessarono di esistere e cominciò l’uomo, l’uomo falegname, l’uomo agricoltore, l’uomo pastore tra un gregge di pecore al tramonto, l’uomo il cui nome non suonava solenne e feroce, l’uomo generosamente offerto a tutte le ninne-nanne materne del mondo».

Gesù de-sacralizza il mondo invitando gli uomini a concentrare lo sguardo non sulla potenza, solenne e feroce, degli Dei, ma sulla forza divina nascosta nella fragilità degli uomini semplici, comuni. Forse lo stesso profeta Elia pensava di trovare Dio nel fuoco o nel terremoto, ma invece lo scopre in un «mormorio di vento leggero» (1 Re, 19, 12). E sulla stessa scia così sta facendo nella sua predicazione il Vicario di Gesù, togliendo ogni solennità dalla religione per far riemergere la purezza della fede dei semplici, del “santo popolo fedele di Dio”.

Il problema, oggi, è che ancora permane nella mente dell’uomo la tentazione dell’ideologia, che poi nasce dalla superbia: c’è chi sa di sapere e quindi, forte della sua sapienza, può solo dare istruzioni e insegnare agli altri, anche al Papa. Sono in molti, oggi, a pontificare, visto che il Pontefice ha scelto un’altra strada, più umile, che può sembrare difficile da comprendere e da spiegare, come fosse una stoltezza. È proprio questo il segno che è la strada giusta, quella di cui parla San Paolo all’inizio della sua prima lettera ai Corinzi: «Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Cor, 21—25).

(Fonte: "L'Osservatore Romano" del 18.06.2021)


Leggi anche il post già pubblicato:
- Papa Francesco Angelus 13/06/2021 (testo e video)

“Imparare l’attesa, strada per la felicità” di Giovanni Salonia, psicoterapeuta

 “Imparare l’attesa,
strada per la felicità”
di p. Giovanni Salonia,
Direttore dell'Istituto
di Gestalt Therapy hcc Kairòs gtk


Pubblicato su "La Sicilia" il 25.04.2021

Nella nostra ultima puntata abbiamo iniziato una sorta di mappatura dei sentieri che portano lontano, verso l’orizzonte della felicità: il saper attendere ne è di certo un ingrediente fondamentale. L’attesa è felicità in divenire: brama di vivere mista a pazienza del vivere. Il suo dispiegarsi è decisivo per gli umani. Il giorno in cui il cacciatore primitivo, invece di consumare subito la preda appena cacciata, decide di portarla a casa, perché venga cucinata e condivisa, segna l’avvento di un radicale cambiamento antropologico: nasce la civiltà. Gli uomini capiscono che attendere di cucinare la preda e di condividerla non diminuisce il piacere ma lo accresce: in raffinatezza del cibo cotto, in calore femminile, in gratitudine reciproca, ingredienti che fanno di un insieme di individui una comunità umana.

D’altronde, la felicità come attesa è scritta nei vissuti di ognuno di noi. Siamo venuti al mondo nella condizione di ‘attesi’ e ci è stato scritto addosso che siamo protesi verso la felicità perché noi stessi siamo stati brama di felicità. Per questo ci ritroviamo tutti indistintamente gravidi della ricerca costante della lieta esistenza, ‘ad tesi’ verso quella dimensione tanto reale quanto fugace che è strada della vita tutta. Quel tempo dell’attesa di qualcuno che deve venire, che i luoghi comuni osano definire ‘dolce’ ed è in realtà irto di paure ed incertezze, miste a gioia e umane speranze. Sfumature di felicità, sentite un passo dopo l’altro, a volte realizzate, a volte solo sfiorate. Ma l’attesa non segna solo l’avvento ma anche il nostro primo essere al mondo.

Quando il bambino inizia a piangere perché ha fame, dargli subito il capezzolo non fa altro che ridurre la sua soddisfazione. Concedergli un tempo giusto di attesa non solo lo renderà più forte, gli consentirà una soddisfazione più grande, ma soprattutto lo aprirà alla scoperta del corpo dell’altro. Le madri lo sanno: rispondere troppo tardi al bisogno genera senso di abbandono; farlo troppo presto non permette al bambino di scoprire che il capezzolo non è una protesi del suo corpo ma appartiene ad un corpo ‘altro’. Il corpo della madre, nella sua sincronia con il corpo del bambino (è questa l’intercorporeità), conosce la magia del tempo giusto, dove il senso della forza si coniuga mirabilmente col calore dell’alterità..

L’attesa non è dunque un tempo sprecato. Grazie all’attesa ritroviamo l’ordine e il senso degli avvenimenti. Si dice che il tempo è galantuomo. Nel tempo dell’attesa, le emozioni, da ingenue o euforiche si trasformano, diventano sentimenti duraturi, che ci maturano. Nel tempo dell’attesa anche le sofferenze insopportabili vengono assimilate. È stato provato come pure i dolori più grandi, se attraversati fase dopo fase, vengono assimilati e danno ai cuori feriti l’esperienza di un placarsi che sa di calore e di senso. L’attesa aumenta e purifica il desiderio; dà pace e fa scoprire il significato insondabile del dolore. In fondo, impariamo il tempo proprio nell’attesa. Al grande Agostino, che si chiedeva cosa è il tempo, oggi potremmo rispondere così: il tempo è l’attesa, quella quarta dimensione in cui impariamo il nostro corpo e quello dell’altro. Parafrasando i Greci, potremmo dire che nell’attesa ‘passa Hermes’: il dio che insegna i significati e il dialogo. Nell’attesa si impara a sentire il mondo, a leggerlo, a metterlo in comune con l’altro in gesti e parole. Ci vuole sempre tempo. È molto saggio il proverbio brasiliano: il tempo distrugge ciò che senza il tempo è stato edificato. Ciò che è nato senza attesa.

C’è qualcosa di radicalmente umano dunque nell’attendere. Il sabato del villaggio dimora in ognuno di noi. Pregustare la realizzazione di un sogno dà forse più gioia della realizzazione di un obiettivo agognato. La civiltà – intesa come il passaggio dal vivere al saper vivere – non crea il disagio di cui ha parlato Freud. Si rinuncia a un piacere solo perché se ne pregusta uno più fine e più completo, più ampio. Non c’è un principio della realtà o del dovere cui sottostare: vanno scoperti il dovere del piacere e il piacere del dovere. Queste le strade umane per la felicità: dal crudo al cotto; dalla soddisfazione immediata ma fugace ad una soddisfazione differita ma più piena; dal pensare a sé stessi al pensare agli altri. Sono esperienze cardine, che segnalano e segnano il territorio della civiltà e della felicità umane.

Oggi, attesa è diventata sorella di speranza. L’attesa della fine del regno del virus, entità che continua a manovrare spaventosamente le nostre vite. Quanta pazienza abbiamo tentato di gestire e di incentivare in questo faticoso anno appena trascorso, proprio aspettando la libertà desiderata e meritata! La pausa subìta dai nostri corpi e dalle nostre menti durante una pandemia certamente non attesa (lei no!), si trasforma oggi in attesa intesa come strada per la felicità. Lottiamo dunque per non permettere che essa sia contaminata da una qualunque forma di rassegnazione. Anche questa è conquista del lieto vivere: aspettare e desiderare con tutto sé stessi di poter mostrare un sorriso nella sua pienezza, nella sua bellezza, senza l’ombra cupa di una mascherina… Si tratta dell’attesa di una felicità che mai avremmo pensato di desiderare così tanto. E così in tanti. Allora ci accorgiamo che il tempo dell’attesa autentica è anche il tempo anche della speranza. Dare e darsi tempo, attendere sé stessi e attendere l’altro è un’esperienza che ci apre alla speranza, dove il no della gioia di ‘oggi’ prende la forma di un ‘non ancora’. È l’attesa accolta e vissuta a trasformare ogni stop in uno step, in un passo verso la felicità. Siamo chiamati a scoprire oggi più che mai i tempi necessari alla freccia per colpire il bersaglio. È il tiro con l’arco, forse, una delle metafore più puntuali del nostro intrigante mestiere di vivere.

(Fonte: sito ufficiale)

Vedi:
- il sito ufficiale dell'’Istituto di Gestalt Therapy hcc Kairòs gtk


venerdì 18 giugno 2021

Un caffè buono come il Vangelo

L’iniziativa dei frati carmelitani scalzi di Sant’Anna a Genova
 
Un caffè buono come il Vangelo


Da oltre un anno per circa 3.800 persone rappresenta un compagno di viaggio, un aiuto per la preghiera e per la vita quotidiana. Stiamo parlando di “Un caffè buono come il Vangelo”, l’iniziativa dei frati carmelitani scalzi di Sant’Anna a Genova, che dal 9 marzo dello scorso anno (inizio del lockdown) augura il buongiorno alle persone in maniera davvero unica e particolare. In che modo? Inviando tutte le mattine direttamente a casa una “piccola tazzina di caffè caldo” e che si beve in 5 minuti. “Un caffè buono come il Vangelo” è un messaggio vocale inviato tramite Whatspp o Telegram a tante persone sparse in Italia e nel mondo. Nell’audio viene letto il Vangelo del giorno con un commento. È realizzato dai frati carmelitani scalzi della Provincia Ligure; la “squadra” è composta da 25 religiosi di conventi diversi (Genova, Arenzano, Loano, Bocca di Magra, Deserto di Varazze, e anche dalla Repubblica Centrafricana).

Il caffè carmelitano è partito da un’intuizione di padre Lorenzo Galbiati che ha messo a punto questa nobile iniziativa, sollecitato dai fedeli. E così, la mattina del 9 marzo del 2020 mentre stava sorseggiando il caffè prima di iniziare la preghiera, ha pensato a come fare compagnia a chi ne ha bisogno. «Oltre al Vangelo — spiega padre Lorenzo — ognuno di noi, attinge al momento più importante della nostra giornata che è l’orazione mentale, preghiera silenziosa ma che facciamo comunitariamente; è un colloquio di amicizia con il Signore. Il caffè nasce proprio da questi momenti di intimità con Dio: Lui ci parla al cuore e noi, strumenti umili nelle Sue mani, “prestiamo” la voce per raggiungere le persone».

Per ricevere gratuitamente il caffè è sufficiente inviare un messaggio Whats-app al numero +39 351 9342011 o aggiungersi al canale Telegram.

Ma “Un caffè buono come il Vangelo” non è l’unica iniziativa promossa dai frati a Genova. Di recente, per esempio, è stata realizzata insieme ai confratelli del santuario di Gesù Bambino in Arenzano la tradizionale Giornata dei Ragazzi in modalità online con giochi e momenti di preghiera, e la Giornata missionaria smart che ha avuto lo scopo di sensibilizzare le persone alle missioni dei frati nella Repubblica Centrafricana dove sono presenti da più di 70 anni. Tutte le iniziative fino ad oggi realizzate sono mosse da un unico scopo: trasmettere a più gente possibile la gioia di aver donato la vita al Signore e, chissà, suscitare questo stesso desiderio nel cuore di altri giovani.

Padre Galbiati racconta quali sono state le modalità per stare più vicino alla gente in questo momento di pandemia. «Il primo e autentico modo è sicuramente la preghiera che annulla ogni distanza senza pericoli di contagio. Tantissime persone si sono rivolte a noi per affidare a Dio le loro famiglie o i loro cari che hanno perso la vita a causa del virus. E poi un altro modo è certamente “l’esserci”: la gente sa che per qualsiasi necessità (anche per una semplice parola o un sorriso) noi ci siamo. In questo ci è di esempio Papa Francesco. Stare in mezzo alla gente (con i distanziamenti dovuti) portando loro il profumo di Cristo!». Il frate, infine, spiega quanto siano stati utili i social media nel trasmettere la parola di Dio che «è viva, eterna e dunque ha sempre qualcosa da dire alla nostra quotidianità. Oggi sono nuovi i mezzi o gli strumenti di comunicazione, ma l’esperienza che vogliamo comunicare e annunciare è sempre la stessa: l’amicizia con Cristo che riempie il cuore e l’esistenza!».
(fonte: L'OSSERVATORE ROMANO, articolo di Francesco Ricupero 09/06/2021)

Enzo Bianchi: Il segreto del viaggio

Enzo Bianchi
Il segreto del viaggio 


La Repubblica - 14 giugno 2021

Stiamo lasciando alle nostre spalle la pandemia che ci ha tenuto in cattività per più di un anno e abbiamo soprattutto in noi un desiderio prepotente di viaggiare. Si aprono anche davanti a molti di noi i mesi nei quali tradizionalmente si va in vacanza e quindi ci apprestiamo a “partire” distaccandoci dal quotidiano, dal nostro lavoro, dalla dimora abituale. C’è molta fretta… eppure per fare un viaggio vero e fecondo occorrerebbe prendersi del tempo, darsi del tempo e non avere paura della lentezza. Viaggiare richiede la consapevolezza del movimento che si fa, non può essere una corsa, e dunque occorre porre l’accento sul fare strada, fare via, per poter vedere e sentire e gustare e discernere ciò che è buono e bello e ciò che è brutto e cattivo. “Camminando si apre cammino”, secondo la straordinaria espressione di Antonio Machado.

Un vero viaggio ha origine misteriosamente nella nostra psiche, dove si accende la curiosità grazie a diversi impulsi: una parola, un’immagine, un ricordo, un amore, un profumo… Allora nasce il desiderio di partire, si decide e si progetta il viaggio: da soli, per gustare nella solitudine ciò che il viaggio può riservare a chi lo intraprende, o insieme ad altri, per poter vivere insieme emozioni e avventure. Ma è importante, viaggiando, lasciare posto al non-atteso, alla sorpresa, all’incontro con qualcuno che ci fa modificare l’itinerario. Anche se c’è una meta da raggiungere, il viaggiare è più importante della meta.

Per questo il bagaglio deve essere ridotto al minimo, leggero, essenziale, una borsa nella quale mettere ciò che è indispensabile per vestirsi e per la salute, disponendosi così ad accogliere ciò che viene offerto dai luoghi in cui viaggiamo. Chi vuole portare con sé troppe cose del suo quotidiano non viaggerà mai bene, come la lumaca che porta con sé la propria casa.

Nel viaggio si incontrano contraddizioni, incidenti, e non tutto va come avevamo previsto, ma queste situazioni stimolano creatività, spirito di adattamento, perseveranza. Ciò che nel viaggio è più importante sono le emozioni diverse dal solito: meraviglia, scoperta, incontri con sconosciuti, incanti, contemplazioni… Nulla si ripete, mentre nella nostra memoria accumuliamo immagini, suoni, parole, profumi e colori che non ci lasceranno più e che dal profondo del cuore risorgeranno quando, anche ad anni di distanza, soprattutto da vecchi, ricorderemo quel viaggio.

Se si è attenti e vigilanti viaggiare diventa un incontro con il mondo, che si offre a noi attraverso la profusione dei sensi. Non è solo guardare, anche se guardare è la prima operazione del viaggio, ma è immergersi negli odori e nei profumi, è intersecare suoni e grida, è mangiare e gustare il mondo. Viaggiare è esercizio di sensualità, perché un corpo che si muove tra i corpi è l’occhio che incontra la luce, è l’orecchio che percepisce la collocazione dell’altro, è il tatto che sente il freddo o il caldo, mentre i piedi toccano la terra in una relazione viva, in una sensazione mai uguale, di cui non restano tracce.

Sempre ai giovani dico come consiglio: partite, viaggiate, non abbiate paura e soprattutto mantenete leggero il vostro bagaglio, così potrete andare lontano. D’altronde mio padre mi diceva: “Fa’ la fame ma viaggia e compra dei libri!”. Nella consapevolezza che ogni viaggio, se è vissuto con intelligenza, è un libro della biblioteca della vita.
(fonte: Blog dell'autore)

giovedì 17 giugno 2021

“Gesù di Nazareth. Vita e destino” di Daniel Marguerat - Recensione di Aldo Pintor

“Gesù di Nazareth. Vita e destino” 
di Daniel Marguerat

Recensione di Aldo Pintor


Daniel Marguerat col suo bellissimo nuovo libro “Gesù di Nazareth. Vita e destino” (a cura di Eliana Bouchard, Alice Campetti e Yann Redalié – Claudiana Editrice) ci guida sulle tracce della figura storica di Gesù di Nazareth cercando di sottolineare tutti gli aspetti che ha scoperto e lo hanno colpito maggiormente riguardo a quest'uomo misterioso che ha percorso le strade della Galilea oltre 2000 anni fa. 
L'autore è svizzero ed è professore di Nuovo Testamento presso l'Università di Losanna. Come studioso non si accontenta di conoscere e recepire personalmente tutto quello che sinora è stato detto e tramandato da questa figura che ha cambiato radicalmente il cammino dell'umanità. Ma partendo da tutto quello che già si sapeva Marguerat si spinge oltre nell'approfondire la Storia dei Vangeli percorrendo sempre un cammino che oltre che di fede religiosa è anche di umanità profonda. Per scrivere questo nuovo e approfondito libro Marguerat si avvale dei dati delle più recenti scoperte archeologiche e degli ultimi studi sui testi ebraici che sono coevi sia ai Vangeli canonici che a quelli apocrifi. Questa riscoperta delle fonti giudaiche, è molto importante perché è connessa alla riscoperta dell'ebraicità di Gesù caratteristica questa troppo spesso negata da parte cristiana. Eppure ricollegare Gesù alle sue origini ebraiche ha gettato una nuova luce nella lettura e nell'interpretazione dei Vangeli facendone scoprire significati inediti anche ai cristiani.

Ogni generazione di credenti è giusto che si interroghi in modo diverso sul Rabbi di Nazareth per giungere a una fede autentica. E questa continua ricerca su quello che quest'Uomo straordinario ha a tutt'oggi da dire all'umanità fa scrivere all'autore “ho l'ambizione dii proporre un Gesù il cui ritratto è stato minuziosamente verificato dall'analisi rigorosa delle fonti. Pretendendo di condurre una inchiesta che non arretri davanti alle risposte impreviste o mai auspicate niente di più, o si parte dall'infanzia, come quella di un bambino nato in un unione fuori dal contesto legale giudaico per arrivare all'incontro che gli ha sconvolto la vita: quello con suo cugino Giovanni il Battista”.

Eppure nonostante il forte legame che ebbe con suo cugino e maestro Giovanni, Gesù annuncia agli uomini un'immagine di Dio completamente diversa da quella ricevuta da quest'ultimo. Il volto di Dio per Gesù sarà non più quello di un Dio onnipotente che giudica ma quello di un Dio misericordioso che perdona. Nei Vangeli è annunciato un Dio che non si lascia imprigionare dagli schemi astratti della teologia ma che può venire annunciato solo con la concretezza della propria vita fino anche all'estremo sacrificio di questa. E l'evento misterioso della sua Resurrezione non trova alcuna spiegazione razionale. Forse donandosi radicalmente fino all'estremo sacrificio vengono liberate tutte quelle energie che fanno si che l'amore vinca la morte. Ovviamente questa spiegazione può venire accettata solo in un'ottica fede. Il profondo amore che l'autore ha per il Gesù di Nazareth lo porta a scavare ancora una volta in questa storia che tutti crediamo di conoscere fin dall'infanzia. E da questa ulteriore ricerca emergono aspetti nuovi che ci presentano un Gesù che ancora una volta si presenta in modo sorprendente. Non viene nascosto che ogni volta che ci confrontiamo con Gesù si affacciano alla nostra mente domande scomode che forse vorremmo evitare. Ma sono comunque domande che ci consentono di crescere e di pervenire a una fede adulta. Gesù non si lascia imbrigliare in nessuna formula e in nessuna immagine. E leggendo il libro di Marguerat il racconto del Rabbi di Nazareth continua ad attraversare le generazioni passate le presenti e le future. Infatti anche questo libro ci consegna una immagine di Cristo che non sarà esaustiva. Ma altri libri ci riveleranno ancora aspetti nuovi di questa storia straordinaria svoltasi nelle martoriate terre del Medio Oriente più di duemila anni fa.



«Ognuno di noi può dire: “Gesù, sulla croce, ha pregato per me”... Anche nella più dolorosa delle nostre sofferenze, non siamo mai soli.» Papa Francesco Udienza Generale 16/06/2021 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE

Cortile San Damaso
Mercoledì, 16 giugno 2021


Sfilza di autografi anche oggi per Papa Francesco, che è arrivato nel Cortile di San Damaso intorno alle 9 e si è intrattenuto con i fedeli ai bordi delle transenne, molti di loro in attesa di una firma autografa del Santo Padre su foto, disegni, libri, quadri, oggetti a loro cari. A fare da sfondo, a mò di striscione, anche un lenzuolo bianco sventolato da un gruppo di presenti e raffigurante il Papa proprio nel momento in cui fa il gesto di benedire i fedeli con la mano alzata. Tra i piccoli ospiti, una bimba di pochi mesi in body bianco e fascia bianca in testa ad ornare i capelli biondi, che Francesco ha accarezzato sorridendo. Diversi i sacerdoti con cui il Papa si è intrattenuto a conversare, raccogliendo forse le loro confidenze. Non è mancato neanche oggi, durante la mezz’ora di permanenza nel Cortile di San Damaso, l’ormai consueto scambio dello zucchetto.


 




 





Catechesi sulla preghiera - 38. La preghiera sacerdotale di Gesù

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Abbiamo più volte richiamato in questa serie di catechesi come la preghiera sia una delle caratteristiche più evidenti della vita di Gesù: Gesù pregava, e pregava tanto. Nel corso della sua missione, Gesù si immerge in essa, perché il dialogo con il Padre è il nucleo incandescente di tutta la sua esistenza.

I Vangeli testimoniano come la preghiera di Gesù si sia fatta ancora più intensa e fitta nell’ora della sua passione e morte. Questi avvenimenti culminanti della sua vita costituiscono il nucleo centrale della predicazione cristiana: quelle ultime ore vissute da Gesù a Gerusalemme sono il cuore del Vangelo non solo perché a questa narrazione gli Evangelisti riservano, in proporzione, uno spazio maggiore, ma anche perché l’evento della morte e risurrezione – come un lampo – getta luce su tutto il resto della vicenda di Gesù. Egli non è stato un filantropo che si è preso cura delle sofferenze e delle malattie umane: è stato ed è molto di più. In Lui non c’è solamente la bontà: c’è qualcosa di più, c’è la salvezza, e non una salvezza episodica - quella che mi salva da una malattia o da un momento di sconforto - ma la salvezza totale, quella messianica, quella che fa sperare nella vittoria definitiva della vita sulla morte.

Nei giorni della sua ultima Pasqua, troviamo dunque Gesù pienamente immerso nella preghiera.

Egli prega in maniera drammatica nell’orto del Getsemani – l’abbiamo sentito –, assalito da un’angoscia mortale. Eppure Gesù, proprio in quel momento, si rivolge a Dio chiamandolo “Abbà”, Papà (cfr Mc 14,36). Questa parola aramaica – che era la lingua di Gesù – esprime intimità, esprime fiducia. Proprio mentre sente le tenebre addensarsi intorno a Sé, Gesù le attraversa con quella piccola parola: Abbà, Papà

Gesù prega anche sulla croce, oscuramente avvolto dal silenzio di Dio. Eppure sulle sue labbra affiora ancora una volta la parola “Padre”. È la preghiera più ardita, perché sulla croce Gesù è l’intercessore assoluto: prega per gli altri, prega per tutti, anche per coloro che lo condannano, senza che nessuno, tranne un povero malfattore, si schieri dalla sua parte. Tutti erano contro di Lui o indifferenti, soltanto quel malfattore riconosce il potere. «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Nel pieno del dramma, nel dolore atroce dell’anima e del corpo, Gesù prega con le parole dei salmi; con i poveri del mondo, specialmente con quelli dimenticati da tutti, pronuncia le parole tragiche del salmo 22: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (v. 2): Lui sentiva l’abbandono e pregava. Sulla croce si compie il dono del Padre, che offre l’amore, cioè si compie la nostra salvezza. E anche, una volta, lo chiama “Dio mio”, “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”: cioè, tutto, tutto è preghiera, nelle tre ore della Croce.

Gesù dunque prega nelle ore decisive della passione e della morte. E con la risurrezione il Padre esaudirà la preghiera. La preghiera di Gesù è intensa, la preghiera di Gesù è unica e diviene anche il modello della nostra preghiera. Gesù ha pregato per tutti, ha pregato anche per me, per ognuno di voi. Ognuno di noi può dire: “Gesù, sulla croce, ha pregato per me”. Ha pregato. Gesù può dire a ognuno di noi: “Ho pregato per te, nell’Ultima Cena e sul legno della Croce”. Anche nella più dolorosa delle nostre sofferenze, non siamo mai soli. La preghiera di Gesù è con noi. “E adesso, Padre, qui, noi che stiamo ascoltando questo, Gesù prega per noi?”. Sì, continua a pregare perché la Sua parola ci aiuti ad andare avanti. Ma pregare e ricordare che Lui prega per noi.

E questa mi sembra la cosa più bella da ricordare. Questa è l’ultima catechesi di questo ciclo sulla preghiera: ricordare la grazia che noi non solamente preghiamo, ma che, per così dire, siamo stati “pregati”, siamo già accolti nel dialogo di Gesù con il Padre, nella comunione dello Spirito Santo. Gesù prega per me: ognuno di noi può mettere questo nel cuore: non bisogna dimenticarlo. Anche nei momenti più brutti. Siamo già accolti nel dialogo di Gesù con il Padre nella comunione dello Spirito Santo. Siamo stati voluti in Cristo Gesù, e anche nell’ora della passione, morte e risurrezione tutto è stato offerto per noi. E allora, con la preghiera e con la vita, non ci resta che avere coraggio, speranza e con questo coraggio e speranza sentire forte la preghiera di Gesù e andare avanti: che la nostra vita sia un dare gloria a Dio nella consapevolezza che Lui prega per me il Padre, che Gesù prega per me.

Guarda il video della catechesi

Saluti
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* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli della diocesi di Forlì-Bertinoro, guidati dal vescovo Livio Corazza che celebra il 40.mo di sacerdozio: e tanti auguri! Saluto anche l’Associazione Collaboratrici familiari delle ACLI, e l’Associazione Nazionale Ambulanti. Mentre vi ringrazio per la vostra presenza, vi incoraggio a perseverare nei vostri buoni propositi, auspicando per ciascuno di voi doni di gioia e di pace.

Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Auguro che il periodo estivo possa essere tempo di serenità e una bella occasione per contemplare Dio nel capolavoro del Suo creato.

A tutti voi la mia Benedizione.


Guarda il video integrale


mercoledì 16 giugno 2021

16 giugno - Giornata del bambino africano - Quando l'istruzione è vita

16 giugno - Giornata del bambino africano 
Quando l'istruzione è vita
La ricorrenza si celebra ogni 16 giugno, in memoria del massacro di Soweto, nel 1976, quando vennero uccisi i giovani scesi in piazza per chiedere un'istruzione di qualità. 
L'africanista Anna Pozzi: "Rispetto allo scorso secolo sono stati compiuti importanti passi in avanti, ma molto rimane da fare"


di Andrea De Angelis

La "Giornata del bambino africano" commemora la marcia avvenuta nel 1976 a Soweto, in Sudafrica, che vide migliaia di scolari scendere in piazza per protestare contro la scarsa qualità dell'insegnamento per i neri sotto il regime dell'apartheid. I giovani marciarono anche per chiedere di poter studiare nelle proprie lingue natie. Il regime ordinò di sparare sui dimostranti, massacrando centinaia di ragazzi e ragazze. Nelle due settimane di scontri che seguirono, furono un migliaio i feriti ed almeno cento le vittime. Per onorare la loro memoria, dal 1991, ogni 16 giugno, viene celebrato - dapprima dall'Organizzazione per l'Unità Africana (OUA) e poi anche dalle Nazioni Unite - un giorno per richiamare l'attenzione sulle condizioni di vita dei bambini e dei ragazzi del continente. La giornata è dunque giunta alla 31.ma edizione.
Lo studio è un diritto mai acquisito

"Alcune delle istanze che gli studenti a quel tempo ponevano con forza rispetto al diritto all'istruzione, sono ancora ben presenti oggi in molti Stati africani". 
Lo afferma nell'intervista a Radio Vaticana - Vatican News l'africanista Anna Pozzi.

"Va detto che in Sudafrica sono stati fatti molti passi in avanti rispetto al giorno che oggi si commemora - prosegue - basti pensare che nel Paese sono riconosciute 11 lingue ufficiali, mentre a quel tempo i giovani dovevano studiare solo nella lingua parlata dai bianchi, prevalentemente l'afrikaans". Il diritto all'istruzione è dunque "un'ipoteca sul futuro di questo continente e resta un tema centrale che ci impone di non considerarlo mai come un diritto acquisito".

Gli effetti della pandemia
Per il secondo anno la Giornata del bambino africano si celebra in tempo di pandemia. "Il Covid-19 - precisa Pozzi - ha avuto ripercussioni enormi e non solo dal punto di vista sanitario. L'istruzione e l'economia hanno pagato un prezzo altissimo, il coronavirus ha mostrato fragilità già presenti nel continente, accentuandole e rendendole talvolta drammatiche". L' accesso alle cure sanitarie per qualsiasi tipo di malattia è stato reso ancor più difficile dalla pandemia, "così oggi - aggiunge - i minori muoiono molto di più se colpiti da malaria e polmonite e si è accentuata la malnutrizione". Nel citare il caso dell'Uganda, la studiosa spiega ancora come il recente lockdown abbia portato anche alla chiusura delle scuole e al conseguente blocco delle mense. "In alcuni casi, non sporadici - sottolinea - quel pasto fornito allo studente diventa un pasto sicuro che non può essere sostituito".

I matrimoni forzati
Con la pandemia sono aumentati anche i matrimoni forzati e le gravidanze precoci. "Si tratta di un problema enorme, che va arginato e che invece ha subito una crescita nell'ultimo anno", denuncia l'africanista. "Ho conosciuto una donna in Malawi che da anni combatte per vincere questa battaglia, permettendo a ragazze giovanissime di accedere all'istruzione. Lei è un capo villaggio, ha un ruolo dunque importante ed è in prima linea contro questo fenomeno perché, come si dice in Africa, l'educazione di una bambina è l'educazione di un villaggio, di una comunità, di un Paese".


Istruzione e lavoro minorile
Il tema del diritto all'istruzione è ancora più attuale, dinanzi ai drammatici numeri sul lavoro minorile resi noti proprio nell'ultimo mese.
Dopo un trend di calo che durava da due decenni, la piaga del lavoro minorile è tornata a crescere a livello globale nel 2020, come denunciato dall'Organizzazione internazionale del lavoro e dall'Unicef, in un rapporto dal titolo 'Child Labour: Global estimates 2020, trends and the road forward' diffuso per la Giornata mondiale contro il lavoro minorile, lo scorso 12 giugno. Secondo i dati raccolti nella ricerca, il numero di bambini impegnati nel lavoro minorile è salito a 160 milioni in tutto il mondo, pari ad un incremento del 5% rispetto a quattro anni fa. L'Africa sub-sahariana è l’area dove si è registrato l’aumento maggiore di bambini sfruttati nel lavoro.

(Fonte: Vatican news)

Leggi anche:
- Lavoro minorile in aumento dopo 20 anni di progressi


Papa Francesco: bisogna convertire le armi in cibo - Video messaggio ai partecipanti alla 16.ma edizione del GLOBSEC Bratislava Forum

Papa Francesco:
Bisogna convertire
 le armi in cibo
15.06.2021


Video messaggio ai partecipanti alla 16.ma
edizione del GLOBSEC Bratislava Forum
dedicato al tema: “Rebuild the World Back Better”
(15-17 giugno 2021)




Signor Presidente,

grazie per il suo cortese invito a partecipare, tramite questo video-messaggio, alla 16° edizione del GLOBSEC Bratislava Forum, dedicata al tema: «Rebuild the World Back Better».

Saluto Lei, tutti gli organizzatori e i partecipanti a questa conferenza. Vorrei esprimere la mia gratitudine per la piattaforma che il Bratislava Forum offre all’importante dibattito sulla ricostruzione del nostro mondo dopo l’esperienza della pandemia, che ci costringe a confrontarci con una serie di questioni socio-economiche, ecologiche e politiche gravi e tutte tra loro correlate.

Al riguardo, vorrei proporvi alcuni spunti, prendendo ispirazione dal metodo del trinomio vedere – giudicare – agire.

Vedere
Un’analisi seria ed onesta del passato, che include il riconoscimento delle carenze sistemiche, degli errori commessi e della mancanza di responsabilità verso il Creatore, il prossimo e il creato, mi pare indispensabile per sviluppare un’idea di ripresa che miri non solo a ricostruire quello che c’era, ma a correggere ciò che non funzionava già prima dell’avvento del Coronavirus e che ha contribuito ad aggravare la crisi. Chi vuole rialzarsi da una caduta, deve confrontarsi con le circostanze del proprio crollo e riconoscere gli elementi di responsabilità.

Vedo, dunque, un mondo che si è fatto ingannare da un illusorio senso di sicurezza fondato sulla fame del guadagno.

Vedo un modello di vita economica e sociale, caratterizzato da tante disuguaglianze ed egoismi, in cui un’esigua minoranza della popolazione mondiale possiede la maggioranza dei beni, spesso non esitando a sfruttare persone e risorse.

Vedo uno stile di vita che non si prende abbastanza cura dell’ambiente. Ci si è abituati a consumare e a distruggere senza ritegno ciò che appartiene a tutti e va custodito con rispetto, creando un “debito ecologico” a carico anzitutto dei poveri e delle generazioni future.

Giudicare
Il secondo passo è valutare ciò che si è visto. Salutando i miei collaboratori della Curia Romana in occasione dello scorso Natale, ho fatto una breve riflessione sul significato della crisi. La crisi apre possibilità nuove: è infatti una sfida aperta per affrontare la situazione attuale, per trasformare il tempo di prova in un tempo di scelta. Una crisi, infatti, costringe a scegliere, per il bene o per il male. Da una crisi, come ho già ripetuto, non si esce uguali: o si esce migliori o si esce peggiori. Ma uguali mai.

Giudicare ciò che abbiamo visto e vissuto ci sprona a migliorare. Approfittiamo di questo tempo per muovere passi in avanti. La crisi che ha colpito tutti ci ricorda che nessuno si salva da solo. La crisi ci apre la strada verso un futuro che riconosca la vera uguaglianza di ogni essere umano: non un’uguaglianza astratta, ma concreta, che offra alle persone e ai popoli opportunità eque e reali di sviluppo.

Agire
Chi non agisce spreca le opportunità offerte dalla crisi. Agire, di fronte alle ingiustizie sociali e alle emarginazioni, richiede un modello di sviluppo che ponga al centro “ogni uomo e tutto l’uomo” «come il pilastro fondamentale da rispettare e proteggere, adottando una metodologia che includa l’etica della solidarietà e la “carità politica”» (Messaggio al Direttore dell’UNESCO, Sig.ra Audrey Azoulay, 24 marzo 2021).

Ogni agire ha bisogno di una visione, una visione che sia d’insieme e di speranza: una visione come quella del profeta biblico Isaia, che vedeva le spade tramutarsi in aratri, le lance in falci (cfr Is2,4). Agire per lo sviluppo di tutti è porre in atto un’opera di conversione. E anzitutto decisioni che convertano la morte in vita, le armi in cibo.

Ma abbiamo tutti bisogno di intraprendere anche una conversione ecologica. La visione d’insieme include infatti la prospettiva di un creato inteso come “casa comune” e richiede con urgenza di agire per proteggerlo.

Cari amici, animato dalla speranza che viene da Dio, auspico che i vostri scambi di questi giorni contribuiscano a un modello di ripresa capace di generare soluzioni più inclusive e sostenibili; un modello di sviluppo che si fondi sulla convivenza pacifica tra i popoli e sull’armonia con il creato.

Buon lavoro, e grazie!


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#L’ALBERO DEL RANCORE di Gianfranco Ravasi

#L’ALBERO DEL RANCORE 
di Gianfranco Ravasi



Se seghi un albero, getterà di nuovo, se ferisci una persona con una spada, la ferita guarirà dopo un po’, e se qualcuno ti conficca una freccia nel cuore, puoi estrarla, ma la ferita provocata da una parola non guarisce mai. Non si può annullare l’effetto di quella parola. L’albero del rancore che hai piantato getterà radici profonde nel terreno e i suoi rami arriveranno fino alla stella rossa.

Calila e Dimna è «uno dei sei o sette libri antichi persiani più importanti, la nostra prosa più bella»: così scrive Kader Abdolah, nato in Iran nel 1954, rifugiato in Olanda per ragioni politiche e da allora scrittore nella sua nuova lingua. Egli ha rielaborato quell’«antico gioiello» della sua terra d’origine (ma dalla genesi antica, indiana e araba). In un caleidoscopio di racconti, che s’intrecciano tra loro come nelle Mille e una notte, affiorano ininterrottamente moniti ed esortazioni morali, come quella da noi oggi proposta sull’efficacia perversa della parola. Chi non sa che una frase cattiva, emessa in pochi secondi su impulso dell’ira, può lasciare tracce che non si cancellano più e che striano di odio per anni anche le relazioni tra fratelli? L’«albero del rancore», lussureggiante nei suoi frutti avvelenati, nasce dal seme microscopico di una parola maligna: essa sembra morta appena detta, il suo suono subito si dissolve, ma la sua energia negativa comincia allora a fiorire dando origine a un male che non si estingue. Per questo dovremmo essere sorvegliati appena apriamo le labbra, come suggeriva a se stesso il Salmista: «Veglierò sulla mia condotta, per non peccare con la mia lingua, porrò un freno alla mia bocca» (39,2).

(Fonte: "Breviario" - Il Sole24Ore Domenica del 6 giugno 2021)