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giovedì 12 febbraio 2026

Padre Alex Zanotelli - Le politiche anti migranti dell’Italia e dell’ Europa. Siamo davanti al trionfo della disumanità: non possiamo stare in silenzio!

Padre Alex Zanotelli

Le politiche anti migranti dell’Italia e dell’ Europa.
Siamo davanti al trionfo della disumanità:
non possiamo stare in silenzio! 


Nel pieno di una nuova emergenza nel Mediterraneo centrale, segnata da centinaia di morti e da un clima politico europeo sempre più orientato alla chiusura e ai respingimenti, mentre il Governo Meloni vara un ddl con norme razziste e criminali che hanno lo scopo di punire i migranti, dai quali intende difendersi con blocchi navali, respingimenti e deportazioni arrivando perfino a sequestrare loro i telefonini, torna l’appello del Digiuno di Giustizia in solidarietà con i migranti.

Le recenti tragedie in mare riaccendono il dibattito sulle politiche migratorie dell’Unione Europea e dell’Italia e interrogano le coscienze di credenti e non credenti. 
Di seguito il testo dell’appello.

“È il momento della vergogna”. Così papa Francesco commentava nel 2021 un naufragio di migranti avvenuto sulle coste libiche, con 130 dispersi in mare. Chissà cosa avrebbe detto Francesco davanti a questa spaventosa tragedia in mare: almeno mille migranti sono morti nel Mediterraneo centrale nei giorni del ciclone Harry.

Ci troviamo di fronte alla più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale. Sappiamo solo che diverse imbarcazioni erano partite dalla Tunisia e dalla Libia, cariche di uomini, donne, bambini, nonostante la tempesta inaudita con onde di 16 metri e raffiche di vento cicloniche.

Ma a questa strage se ne sono aggiunte altre: 53 morti davanti alla Libia, di cui due neonati, il 9 febbraio (per parlare solo di quelle che conosciamo).

Così il Mediterraneo diventa sempre meno il “mare nostrum” e sempre più “cimiterium nostrum”, come diceva papa Francesco, che tanto si è battuto per la dignità di questi nostri fratelli e sorelle in cerca di una speranza.

“Sono lì, in acqua, sul fondo, ormai soltanto resti – scrive la giornalista Concita De Gregorio su Repubblica, tra i pochi giornalisti che abbiano scritto su questa tragedia – gli esseri umani dei quali non sappiamo niente e di cui niente evidentemente vogliamo sapere. Nessun tg ne ha dato più che un breve cenno. Niente. Silenzio”.

Solo una breve nota dell’arcivescovo G. Perego, a nome della Fondazione Migrantes (CEI): “Ancora morti in mare nel disinteresse dell’Europa”.

Evidente è il silenzio da parte del governo italiano di ultradestra come della UE, dove ormai i governi di ultradestra dominano la scena, respingendo i migranti, soprattutto se musulmani o neri, considerati come una grave minaccia all’Occidente cristiano.

È la stessa presidente del Consiglio Meloni che, davanti a Trump, ha usato l’espressione “western nationalism” (nazionalismo occidentale). È la difesa ad oltranza dell’Occidente cristiano: una grande blasfemia.

In ballo è il suprematismo bianco: noi occidentali abbiamo la civiltà, la cultura e la vera religione. Questa profonda convinzione è stata alla base del colonialismo europeo.

La conseguenza di queste politiche migratorie, razziste e criminali, sia della UE che del governo italiano, è la guerra ai migranti non solo in Europa ma anche negli USA.

In Europa basta dare uno sguardo alla nuova legislazione (il Patto) sui migranti che “svuota praticamente il diritto di asilo. Non solo cancella il diritto alla protezione, ma accelera le espulsioni e prevede l’esternalizzazione delle procedure forzate in Paesi terzi, anche se questi non hanno sottoscritto o applicano solo parzialmente la Convenzione di Ginevra”, così afferma Fulvio Vassallo.

Il Consiglio Europeo ha già raggiunto un accordo su molti punti controversi: una nuova lista di “Paesi sicuri” (fra questi c’è l’Egitto!) e la possibilità di espellere i migranti in Paesi terzi.

“Il rimpatrio coercitivo diventa la regola e si vuole estendere a dismisura la discrezionalità dei singoli Stati nel realizzare i rimpatri” (ASGI).

A Bruxelles il governo italiano ha mantenuto le posizioni più dure contro i migranti e in Italia presenterà il nuovo disegno di legge con cui punta a interdire l’ingresso nelle acque territoriali alle navi salva-vita delle ONG, obbligandole a portare i migranti in Albania.

È il trionfo della disumanità: non possiamo stare in silenzio!

E allora tutti insieme, credenti e no, realtà associative, uniamoci per organizzare la resistenza e contrastare questa “marea nera” che rischia di travolgerci tutti.

Lancio questo appello in nome del Digiuno di Giustizia in solidarietà con i fratelli e le sorelle migranti, che si terrà a Napoli il 25 febbraio in Largo Berlinguer dalle ore 16.30 alle 18.30.

Padre Alex Zanotelli, 
a nome del Digiuno di Giustizia in solidarietà con i migranti
(fonte: Faro di Roma 12/02/2026)

UDIENZA GENERALE 11/02/2026 Papa Leone XIV: “La Sacra Scrittura dà sostegno e vigore alla comunità cristiana”

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 11 febbraio 2026


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Papa Leone XIV:
“La Sacra Scrittura dà sostegno e vigore alla comunità cristiana”


Continuano le catechesi del Papa sui “Documenti del Concilio Vaticano II”, e il Papa anche oggi, in Aula Paolo VI, incentra la sua meditazione sul tema della Costituzione dogmatica “Dei Verbum” in particolare parlando dell’importanza della “Parola di Dio nella vita della Chiesa”. “La Chiesa è il luogo proprio della Sacra Scrittura. Sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, la Bibbia è nata dal popolo di Dio e al popolo di Dio è destinata. Nella comunità cristiana essa ha, per così dire, il suo habitat: nella vita e nella fede della Chiesa trova infatti lo spazio in cui rivelare il proprio significato e manifestare la propria forza”, commenta subito il Pontefice nella sua catechesi.

Prima della catechesi un’Ave Maria cantata alla Madonnina di Lourdes presente in Aula Paolo VI. Oggi è la sua festa.

Poi, un po' di storia. “La Chiesa non smette mai di riflettere sul valore delle Sacre Scritture. Dopo il Concilio, un momento molto importante al riguardo è stata l’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”, nell’ottobre 2008. Papa Benedetto XVI ne ha raccolto il frutto nell’Esortazione postsinodale Verbum Domini.

“Nella comunità ecclesiale la Scrittura trova dunque l’ambito in cui svolgere il suo compito peculiare e raggiungere il suo fine: far conoscere Cristo e aprire al dialogo con Dio. La Sacra Scrittura, affidata alla Chiesa e da essa custodita e spiegata, svolge un ruolo attivo: infatti, con la sua efficacia e potenza dà sostegno e vigore alla comunità cristiana. Tutti i fedeli sono chiamati ad abbeverarsi a questa fonte, anzitutto nella celebrazione dell’Eucaristia e degli altri Sacramenti. L’amore per le Sacre Scritture e la familiarità con esse devono guidare chi svolge il ministero della Parola: vescovi, presbiteri, diaconi, catechisti. Prezioso è il lavoro degli esegeti e di quanti praticano le scienze bibliche; e centrale è il posto della Scrittura per la teologia, che trova nella Parola di Dio il suo fondamento e la sua anima”, continua il Papa.

Per Papa Leone XIV è anche importante ricordare che “la Parola di Dio spinge la Chiesa anche al di là di se stessa, la apre continuamente alla missione verso tutti. Infatti, viviamo circondati da tante parole, ma quante di queste sono vuote! A volte ascoltiamo anche parole sagge, che però non toccano il nostro destino ultimo. La Parola di Dio, invece, viene incontro alla nostra sete di significato, di verità sulla nostra vita. Essa è l’unica Parola sempre nuova: rivelandoci il mistero di Dio è inesauribile, non cessa mai di offrire le sue ricchezze”, conclude infine il Pontefice dall’Aula Paolo VI.
(fonte: ACI Stampa, articolo di Veronica Giacometti 11/02/2026).

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LEONE XIV

Catechesi. I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Dei Verbum. 
5. La Parola di Dio nella vita della Chiesa

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Nella catechesi odierna ci soffermeremo sul legame profondo e vitale che esiste tra la Parola di Dio e la Chiesa, legame espresso dalla Costituzione conciliare Dei Verbum, al capitolo sesto. La Chiesa è il luogo proprio della Sacra Scrittura. Sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, la Bibbia è nata dal popolo di Dio e al popolo di Dio è destinata. Nella comunità cristiana essa ha, per così dire, il suo habitat: nella vita e nella fede della Chiesa trova infatti lo spazio in cui rivelare il proprio significato e manifestare la propria forza.

Il Vaticano II ricorda che «la Chiesa ha sempre venerato le divine scritture come ha fatto per il Corpo stesso del Signore, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della Parola di Dio che del corpo di Cristo e di porgerlo ai fedeli». Inoltre, «insieme con la Sacra Tradizione, la Chiesa le ha sempre considerate e le considera come la regola suprema della propria fede» (Dei Verbum, 21).

La Chiesa non smette mai di riflettere sul valore delle Sacre Scritture. Dopo il Concilio, un momento molto importante al riguardo è stata l’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”, nell’ottobre 2008. Papa Benedetto XVI ne ha raccolto il frutto nell’Esortazione postsinodale Verbum Domini (30 settembre 2010), dove afferma: «Proprio il legame intrinseco tra Parola e fede mette in evidenza che l’autentica ermeneutica della Bibbia non può che essere nella fede ecclesiale, che ha nel “sì” di Maria il suo paradigma. […] Il luogo originario dell’interpretazione scritturistica è la vita della Chiesa» (n. 29).

Nella comunità ecclesiale la Scrittura trova dunque l’ambito in cui svolgere il suo compito peculiare e raggiungere il suo fine: far conoscere Cristo e aprire al dialogo con Dio. «L’ignoranza della Scrittura – infatti – è ignoranza di Cristo». [1] Questa celebre espressione di San Girolamo ci ricorda lo scopo ultimo della lettura e della meditazione della Scrittura: conoscere Cristo e, attraverso di Lui, entrare in rapporto con Dio, rapporto che può essere inteso come una conversazione, un dialogo. E la Costituzione Dei Verbum ci ha presentato la Rivelazione proprio come un dialogo, nel quale Dio parla agli uomini come ad amici (cfr DV, 2). Questo avviene quando leggiamo la Bibbia in atteggiamento interiore di preghiera: allora Dio ci viene incontro ed entra in conversazione con noi.

La Sacra Scrittura, affidata alla Chiesa e da essa custodita e spiegata, svolge un ruolo attivo: infatti, con la sua efficacia e potenza dà sostegno e vigore alla comunità cristiana. Tutti i fedeli sono chiamati ad abbeverarsi a questa fonte, anzitutto nella celebrazione dell’Eucaristia e degli altri Sacramenti. L’amore per le Sacre Scritture e la familiarità con esse devono guidare chi svolge il ministero della Parola: vescovi, presbiteri, diaconi, catechisti. Prezioso è il lavoro degli esegeti e di quanti praticano le scienze bibliche; e centrale è il posto della Scrittura per la teologia, che trova nella Parola di Dio il suo fondamento e la sua anima.

Ciò che la Chiesa ardentemente desidera è che la Parola di Dio possa raggiungere ogni suo membro e nutrirne il cammino di fede. Ma la Parola di Dio spinge la Chiesa anche al di là di sé stessa, la apre continuamente alla missione verso tutti. Infatti, viviamo circondati da tante parole, ma quante di queste sono vuote! A volte ascoltiamo anche parole sagge, che però non toccano il nostro destino ultimo. La Parola di Dio, invece, viene incontro alla nostra sete di significato, di verità sulla nostra vita. Essa è l’unica Parola sempre nuova: rivelandoci il mistero di Dio è inesauribile, non cessa mai di offrire le sue ricchezze.

Carissimi, vivendo nella Chiesa si impara che la Sacra Scrittura è totalmente relativa a Gesù Cristo, e si sperimenta che questa è la ragione profonda del suo valore e della sua potenza. Cristo è la Parola vivente del Padre, il Verbo di Dio fatto carne. Tutte le Scritture annunciano la sua Persona e la sua presenza che salva, per ognuno di noi e per l’intera umanità. Apriamo dunque il cuore e la mente ad accogliere questo dono, alla scuola di Maria, Madre della Chiesa.
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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare saluto ...

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La Vergine di Lourdes, che oggi festeggiamo, vi accompagni maternamente, interceda per voi presso Dio e vi ottenga le grazie che vi sostengano nel vostro cammino.

Al termine dell’Udienza mi recherò alla grotta di Lourdes nei Giardini vaticani e accenderò un cero, segno della mia preghiera per tutti gli ammalati, che oggi, Giornata Mondiale del Malato, ricordiamo con particolare affetto.

A tutti la mia benedizione!


Guarda il video integrale


mercoledì 11 febbraio 2026

Caso Epstein: "Will take down Francis / Butteremo giù Francesco" - Oltre la superficie dello scandalo - Don Mattia Ferrari: Papa Francesco emerge ancora una volta come un gigante della storia ...


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"Butteremo giù Francesco". 
I messaggi fra Epstein e Bannon, l'attenzione ossessiva per il Vaticano

"Butteremo giù Francesco", "Will take down Francis". Lo scambio di messaggi tra Steve Bannon, ex strategist di Donald Trump, e il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, sembra portare alla luce l'ambizione di far cadere Papa Francesco. I testi sono compresi negli Epstein files desecretati dal Dipartimento di Giustizia americano e documentano l'intenzione di usare come arma i dossier su omosessualità e pedofilia. L’intenzione di Bannon è documentata nel giugno 2019, quindi poche settimane prima dell’arresto di Epstein (6 luglio 2019) e dimostra anche che Bannon era rimasto in stretto contatto con Epstein sino alla fine (morirà in carcere a Manhattan il 10 agosto 2019).

A che cosa si riferisse Bannon viene indicato dalla sigla “Itcv“ riportata nelle mail inviate a Epstein, il quale chiede di che si tratta. L’esponente del movimento Maga risponde: "In the closet of the Vatican", titolo del libro pubblicato quello stesso febbraio dal sociologo e storico francese Frédéric Martel sull’omosessualità e sull’ipocrisia degli alti ranghi vaticani. Epstein risponde con un secco "Porn". Gli attacchi contro Francesco erano partiti nell’estate del 2018, con la campagna dell’ex nunzio apostolico negli Usa, Carlo Maria Viganò, in relazione allo scandalo del cardinale Theodore McCarrik, che venne spretato dal Papa (primo caso nella storia) il 16 febbraio 2019. L'obiettivo della presunta "cospirazione" non è stato raggiunto nè allora nè dopo, quando nei giorni dell’assalto a Capitol Hill (6 gennaio 2021) Viganò veniva intervistato a lungo da Bannon e il vescovo, che sarebbe stato scomunicato da Francesco (giugno 2024), benediva “i figli della luce”.

Nelle mail depositate emerge l'ossessione di Epstein per la Chiesa cattolica, dalle conversazioni con Bannon emerge al contempo un odio profondo. Una amica di Epstein addirittura lo mette al corrente di aver fatto un’adorazione eucaristica in modo da “purificare la Chiesa“ (secondo lei inquinata da papa Francesco), evidentemente non sapendo bene con chi stesse parlando, visto quanto è poi emerso su abusi e riti che si consumavano sul Lolita Express e nella sua isola.

La documentazione pubblicata inoltre comincia a far emergere (ma sarà necessario uno studio approfondito dei tre milioni di files) che Jeffrey Epstein ha iniziato a finanziare enti di beneficenza cattolici attraverso la sua fondazione, ha inviato i suoi uomini agli eventi vaticani ed era molto interessato alla “politica estera“ della Santa Sede sulla immigrazione e contro l’espansione dei populismi nazionalisti, che invece vedevano in Bannon uno dei burattinai in Europa, come dimostrato da tutta un’altra serie di email con Epstein (nei file viene ad esempio documentato con il viaggio di Bannon in Italia quando il 7 settembre 2018 incontrò Salvini).

In un report dell’Fbi si descrive anche il ruolo di un hacker, descritto come “hacker personale" di Epstein, bravissimo, di origine italiana che aveva a disposizione una serie di passaporti tra cui uno vaticano. Epstein si interessò anche delle dimissioni di papa Benedetto XIV e del cambio di presidente dello Ior, che venne nei giorni precedenti il trasferimento di Joseph Ratzinger a Castel Gandolfo, aveva ottenuto informazioni dettagliate da un professore e giornalista omonimo anche lui di cognome Epstein le aveva inviato all’ex ministro del Tesoro americano Larry Summers sostenendo che la cosa più importante non erano le dimissioni di Ratzinger ma era lo Ior, perché attraverso la banca vaticana si potevano far transitare soldi senza controlli italiani e Ue. ”Questo status consente ai suoi clienti d'élite di eludere qualsiasi controllo nei loro trasferimenti di denaro”.
(fonte: Huffintonpost, articolo di Maria Antonietta Calabrò 06/02/2026)

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Caso Epstein, oltre la superficie dello scandalo

La maggior parte dei mass media è impegnata a ridurre il caso Epstein a scandalo sessuale. Tuttavia, chiunque abbia letto i files attraverso i social media ha chiaro di non trovarsi davanti a un sexgate, una pruderie da isola dei famosi. Epstein non è stato, come è stato commentato, l’impresario di un circo del sesso in un’America sessuofoba. Non vendeva solo corpi fragili, ma anche l’ingresso nell’impunità. ...

Quando leggi gli Epstein files fatichi a prendere sonno. ... 

In compagnia di vari personaggi come Steve Bannon, Epstein ha tramato contro ogni istituzione, Vaticano e Papa Francesco inclusi. Ha discusso di sostenere i leader della destra populista europea, come Matteo Salvini e Marine Le Pen. ...


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Don Mattia Ferrari:
Papa Francesco emerge come un gigante della storia 

In Italia se ne parla poco, ma quello che sta emergendo dal caso Epstein, oltre a una rete occulta potentissima, fatta di soldi, influenze, intrighi e crimini, é l’ossessione di questi potenti contro Papa Francesco, al punto tale che volevano rovesciarlo (“Butteremo giù Francesco”, “Will take down Francis”).

La denuncia di manovre occulte da parte di questi poteri occulti era già stata fatta anni fa da Nello Scavo, Padre Antonio Spadaro e il pastore Marcelo Figueroa.

Papa Francesco emerge ancora una volta come un gigante della storia, come uno che ha vissuto così radicalmente unito a Cristo da diventare bersaglio di potenti infastiditi dalla continuazione dell’opera di Gesù da parte della Chiesa. Nel mirino di questi poteri infatti in definitiva non c’era Francesco, ma il Vangelo e di fatto la Chiesa stessa, nella misura in cui continua l’opera di Gesù.

Oggi possiamo dire che quegli assalti non hanno funzionato. Papa Francesco é giunto in modo naturale alla conclusione del suo pontificato e dopo di lui come successore di Pietro é stato eletto Leone XIV, anch’egli profondamente unito a Gesù, che continua a guidare la Chiesa sulle strade del Vangelo. 

Si è confermata per l’ennesima volta la parola di Gesù: “Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam” (Mt 16,18).
(fonte: Bacheca facebook dell'autore 07/02/2026)

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Esempi di altre reazioni dal web

È stato una scossa dello Spirito. Papa Francesco non è stato solo un Papa del nostro tempo: è stato il Papa dentro il tempo, immerso fino in fondo nelle sue ferite, nelle sue paure, nelle sue speranze. La sua grandezza non si è mai misurata nei gesti solenni, ma nella capacità di rendere visibile il Vangelo nella vita concreta, quotidiana, spesso faticosa dell’umanità. Ha ricordato con forza che la fede non è un rifugio per i perfetti, ma una casa aperta per i fragili. Ha riportato al centro la misericordia come volto autentico di Dio, insegnando che nessuna ferita è troppo profonda per essere toccata dall’amore, nessuna vita è troppo smarrita per essere cercata.
Ha indicato una Chiesa che non giudica dall’alto, ma si china, che non si difende, ma serve, che non parla solo di Dio, ma lo fa incontrare attraverso la compassione, la giustizia, la pace. Con parole semplici ha smascherato l’ipocrisia, il clericalismo, l’indifferenza; con gesti silenziosi ha mostrato cosa significa davvero seguire Cristo.

Per noi, Papa Francesco è stato una voce paterna e profetica insieme. Ci ha insegnato che la debolezza non è una colpa, ma un luogo d’incontro con Dio; che la speranza non è ottimismo ingenuo, ma fiducia ostinata; che la fede autentica passa dal prendersi cura dell’altro, soprattutto di chi non ha voce.

Il suo magistero è stato fatto di abbracci più che di discorsi, di lacrime condivise, di preghiere sussurrate, di scelte coraggiose. Ha parlato ai credenti e a chi crede poco o non crede affatto, perché il suo linguaggio era quello universale dell’amore e della dignità umana.

Anche quando il corpo si è fatto fragile, la sua testimonianza è diventata ancora più luminosa: un Vangelo vissuto fino in fondo, senza maschere, affidato totalmente a Dio.
La sua eredità resta viva: ci invita a non avere paura di amare, a non stancarci di sperare, a credere che la Chiesa può essere davvero segno di luce nel buio del mondo.
Papa Francesco continua a parlarci così: con il silenzio che prega, con la vita che insegna, con l’amore che resta.

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Ha guidato la Chiesa attraversando tempeste che pochi avrebbero avuto il coraggio di affrontare. E lo ha fatto portando non solo il peso del mondo, ma anche quello del proprio corpo, segnato dalla fragilità.
Papa Francesco ha conosciuto il limite sulla propria pelle. Il dolore fisico, la fatica dei movimenti, la malattia che rallenta, le cure, le rinunce quotidiane. Ogni gesto costava di più. Ogni parola nasceva spesso dalla sofferenza. Eppure non ha smesso di esserci. Non ha smesso di parlare. Non ha smesso di amare.
Mentre il corpo chiedeva riposo, il cuore continuava a uscire incontro agli altri. Ha mostrato una Chiesa che non si vergogna della debolezza, perché proprio lì Dio si fa vicino. Una Chiesa che non nasconde le ferite, ma le trasforma in luogo di incontro. La sua vita è diventata una predica silenziosa: si può guidare anche quando si è stanchi, si può testimoniare anche quando si è fragili.

Non ha mai cercato di apparire forte a tutti i costi. Ha scelto la verità del limite, insegnando che la dignità non si misura dall’efficienza, ma dalla fedeltà. Anche quando il passo era incerto, lo sguardo restava fermo sull’essenziale: l’uomo, soprattutto quello ferito, dimenticato, scartato.
Così ha guidato la Chiesa: con il corpo che cedeva e l’anima che restava in piedi. Con la consapevolezza che la forza del Vangelo non sta nel non cadere mai, ma nel continuare a rialzarsi.
E il suo cammino continua a dirci che la fragilità, vissuta con amore, può diventare una delle forme più alte di testimonianza.


"La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro" MESSAGGIO DI LEONE XIV PER LA XXXIV GIORNATA MONDIALE DEL MALATO



MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
PER LA XXXIV GIORNATA MONDIALE DEL MALATO
11 febbraio 2026

La compassione del samaritano:
amare portando il dolore dell’altro


Cari fratelli e sorelle!

La XXXIV Giornata Mondiale del Malato sarà celebrata solennemente a Chiclayo, in Perù, l’11 febbraio 2026. Per questa circostanza ho voluto riproporre l’immagine del buon samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come sono i malati.

Tutti abbiamo ascoltato e letto questo commovente testo di San Luca (cfr Lc 10,25-37). A un dottore della legge che gli chiede chi sia il prossimo da amare, Gesù risponde raccontando una storia: un uomo che viaggiava da Gerusalemme a Gerico fu aggredito dai ladri e lasciato mezzo morto; un sacerdote e un levita passarono oltre, ma un samaritano ebbe compassione di lui, gli fasciò le ferite, lo portò in una locanda e pagò perché fosse curato. Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’Enciclica Fratelli tutti, del mio amato predecessore Papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore.

1. Il dono dell’incontro: la gioia di dare vicinanza e presenza

Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano. La parabola racconta che il samaritano, vedendo il ferito, non è “passato oltre”, ma ha avuto per lui uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo ha portato a una vicinanza umana e solidale. Il samaritano «si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato […] il proprio tempo». [1] Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini. [2] A questo proposito, possiamo affermare con Sant’Agostino che il Signore non ha voluto insegnare chi fosse il prossimo di quell’uomo, ma a chi lui doveva farsi prossimo. Infatti nessuno è prossimo di un altro finché non gli si avvicina volontariamente. Perciò si è fatto prossimo colui che ha avuto misericordia. [3]

L’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita. Non si tratta di semplici gesti di filantropia, ma di segni nei quali si può percepire che la partecipazione personale alle sofferenze dell’altro implica il donare se stessi, significa andare oltre il soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a far sì che la nostra persona sia parte del dono. [4] Questa carità si nutre necessariamente dell’incontro con Cristo, che per amore si è donato per noi. San Francesco lo spiegava molto bene quando, parlando del suo incontro con i lebbrosi, diceva: «Il Signore stesso mi condusse tra loro», [5] perché attraverso di loro aveva scoperto la dolce gioia di amare.

Il dono dell’incontro nasce dal legame con Gesù Cristo, che identifichiamo come il buon samaritano che ci ha portato la salute eterna e che rendiamo presente quando ci chiniamo davanti al fratello ferito. Sant’Ambrogio diceva: «Poiché dunque nessuno ci è più prossimo di colui che ha guarito le nostre ferite, amiamolo come Signore, e amiamolo anche come prossimo: niente infatti è così prossimo come il capo alle membra. Amiamo anche colui che è imitatore di Cristo: amiamo colui che soffre per la povertà altrui, a motivo dell’unità del corpo». [6] Essere uno nell’Uno, nella vicinanza, nella presenza, nell’amore ricevuto e condiviso, e godere, come San Francesco, della dolcezza di averlo incontrato.

2. La missione condivisa nella cura dei malati

San Luca prosegue dicendo che il samaritano “sentì compassione”. Avere compassione implica un’emozione profonda, che spinge all’azione. È un sentimento che sgorga da dentro e porta all’impegno verso la sofferenza altrui. In questa parabola, la compassione è il tratto distintivo dell’amore attivo. Non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti: il samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura. Ma attenzione, non lo fa da solo, individualmente, «il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità». [7] Io stesso ho constatato, nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perù, come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale. In questo modo, nell’Esortazione apostolica Dilexi te non solo ho fatto riferimento alla cura dei malati come a una «parte importante» della missione della Chiesa, ma come a un’autentica «azione ecclesiale» (n. 49). In essa citavo San Cipriano per mostrare come in quella dimensione possiamo verificare la salute della nostra società: «Questa epidemia, questa peste, che sembra orribile e funesta, mette alla prova la giustizia di ognuno, ed esamina i sentimenti del genere umano: se i sani servano i malati, se i parenti amino con rispetto i loro congiunti, se i padroni abbiano compassione dei servi che stanno male, se i medici non abbandonino i malati che chiedono aiuto». [8]

Essere uno nell’Uno significa sentirci veramente membra di un corpo in cui portiamo, secondo la nostra vocazione, la compassione del Signore per la sofferenza di tutti gli uomini. [9] Inoltre, il dolore che ci commuove non è un dolore estraneo, è il dolore di un membro del nostro stesso corpo del quale il nostro Capo ci comanda di prenderci cura per il bene di tutti. In questo senso si identifica con il dolore di Cristo e, offerto cristianamente, affretta il compimento della preghiera del Salvatore stesso per l’unità di tutti. [10]

3. Spinti sempre dall’amore per Dio, per incontrarci con noi stessi e con il fratello

Nel duplice comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» ( Lc 10,27), possiamo riconoscere il primato dell’amore per Dio e la sua diretta conseguenza sul modo di amare e di relazionarsi dell’uomo in tutte le sue dimensioni. «L’amore per il prossimo rappresenta la prova tangibile dell’autenticità dell’amore per Dio, come attesta l’apostolo Giovanni: “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. […] Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” ( 1Gv 4,12.16)». [11] Sebbene l’oggetto di tale amore sia diverso: Dio, il prossimo e se stessi, e in tal senso possiamo intenderli come amori distinti, essi sono sempre inseparabili. [12] Il primato dell’amore divino implica che l’azione dell’uomo sia compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo è amare Dio nei fatti. [13]

Questa dimensione ci permette anche di rilevare ciò che significa amare se stessi. Significa allontanare da noi l’interesse di fondare la nostra autostima o il senso della nostra dignità su stereotipi di successo, carriera, posizione o discendenza [14] e recuperare la nostra collocazione davanti a Dio e al fratello. Benedetto XVI diceva che «la creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio». [15]

Cari fratelli e sorelle, «il vero rimedio alle ferite dell’umanità è uno stile di vita basato sull’amore fraterno, che ha la sua radice nell’amore di Dio». [16] Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, “samaritana”, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti.

Eleviamo la nostra preghiera alla Beata Vergine Maria, Salute dei malati; chiediamo il suo aiuto per tutti coloro che soffrono, che hanno bisogno di compassione, ascolto e conforto, e supplichiamo la sua intercessione con questa antica preghiera, che veniva recitata in famiglia per coloro che vivono nella malattia e nel dolore:

Dolce Madre, non allontanarti,
non distogliere da me il tuo sguardo.
Vieni con me ovunque
e non lasciarmi mai solo.
Tu che sempre mi proteggi
come mia vera Madre,
fa’ che mi benedica il Padre,
il Figlio e lo Spirito Santo.

Imparto di cuore la mia benedizione apostolica a tutti i malati, ai loro familiari e a quanti li assistono, agli operatori sanitari, alle persone impegnate nella pastorale della salute e in modo speciale a coloro che partecipano a questa Giornata Mondiale del Malato.

Dal Vaticano, 13 gennaio 2026

LEONE PP. XIV


martedì 10 febbraio 2026

«Io invece non ti dimenticherò mai»


Il tema scelto da Papa Leone XIV per la VI Giornata mondiale dei nonni e degli anziani

«Io invece
non ti dimenticherò mai»


«Io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49, 15). Sottolinea come l’amore di Dio per ogni persona non venga mai meno neanche nella fragilità della vecchiaia, il tema scelto da Leone XIV per la VI Giornata mondiale dei Nonni e degli Anziani, che quest’anno si celebra domenica 26 luglio, nella festa dei santi Gioacchino ed Anna. Lo ha reso noto stamane un comunicato stampa del Dicastero per i Laici, la famiglia e la vita, in cui si specifica che le parole volute del Pontefice, tratte dal libro del profeta Isaia, si pongono come «un messaggio di consolazione e di speranza per tutti i nonni e gli anziani, specialmente per coloro che vivono nella solitudine o si sentono dimenticati»; allo stesso tempo, il versetto «è un richiamo per le famiglie e le comunità ecclesiali a non dimenticarli, riconoscendo in loro una presenza preziosa e una benedizione».

La Giornata, istituita da Papa Francesco nel 2021, si celebra ogni IV domenica di luglio e si presenta come «un’occasione per far giungere agli anziani la vicinanza della Chiesa e per valorizzare il loro contributo nelle famiglie e nelle comunità».

Quest’anno la data coincide con la festa dei nonni di Gesù, Gioacchino e Anna, e l’invito del Papa è a celebrare la ricorrenza con una liturgia eucaristica nella chiesa cattedrale di ogni diocesi. Il Dicastero promotore metterà a disposizione specifici strumenti pastorali per consentire a Chiese particolari, realtà associative e comunità ecclesiali di tutto il mondo di trovare le modalità più adatte per valorizzare l’evento nel proprio contesto locale.
(fonte: L'Osservatore Romano 10 febbraio 2026)




Antonio Spadaro: Diplomazia come trasfigurazione

Antonio Spadaro

Diplomazia
come trasfigurazione


«Non desiderare la sparizione delle nostre miserie, bensì la grazia che le trasfiguri». In L’ombra e la grazia, Simone Weil affida a questa frase una regola esigente: non cercare scorciatoie che cancellino il male ma imparare a sopportarlo fino a mutarne il senso. È una disciplina dello sguardo, prima ancora che un principio spirituale. E può diventare, sorprendentemente, una chiave per comprendere la diplomazia nel suo significato più profondo. La diplomazia non è mai stata soltanto l’arte del compromesso o la gestione elegante dei rapporti di forza. È, piuttosto, una pratica di trasformazione: un esercizio lento e spesso fuori dai riflettori attraverso il quale il conflitto non viene rimosso ma sottratto alla sua inerzia distruttiva e tradotto in linguaggio, gesto, forma.

Parlare di diplomazia come “trasfigurazione” significa riconoscere che essa opera secondo una logica analoga a quella della Trasfigurazione narrata nei Vangeli: un evento che non interrompe il cammino verso la croce, non elimina il conflitto né sospende la storia, ma per un istante ne rivela il senso. Sul monte non viene abolita la marcia verso Gerusalemme, né neutralizzata la violenza che incombe; ciò che cambia è la percezione di ciò che è in gioco. Allo stesso modo, nella pratica diplomatica, la trasfigurazione non coincide con la soluzione immediata delle crisi ma con la capacità di sottrarle alla loro deriva assolutizzante. In questo senso la grazia evocata da Simone Weil non è un elemento estraneo alla politica ma il nome di quella forza fragile che consente alle relazioni internazionali di non essere interamente governate dalla logica della forza, mantenendo aperto uno spazio di parola, di tempo e di responsabilità condivisa.

Nel lessico classico delle relazioni internazionali, la diplomazia appare come una tecnica: negoziare, mediare, contenere, dissuadere. Tuttavia, dietro questa superficie procedurale, si nasconde una dimensione più profonda: la capacità di cambiare il significato stesso di una relazione. Là dove domina l’immaginario del nemico, la diplomazia introduce la possibilità dell’interlocutore; dove tutto sembra ridursi a interessi contrapposti, apre uno spazio in cui può emergere una narrazione diversa, non immediatamente funzionale, ma umana. È, in termini weiliani, un modo di non vagheggiare la sparizione dei conflitti, ma desiderare la loro trasformazione.

In questo senso, la diplomazia lavora sul tempo. Non sul tempo accelerato delle decisioni istantanee, né su quello spettacolare delle dichiarazioni pubbliche, ma su un tempo che potremmo definire “intermedio”. La trasfigurazione non avviene per rottura improvvisa, ma per spostamento progressivo. La grazia non cancella la miseria ma la attraversa.

Questa dimensione è evidente se si osserva la diplomazia non come semplice strumento del potere, ma come pratica simbolica. Ogni incontro diplomatico mette in scena un rituale: luoghi neutri, formule misurate, linguaggi calibrati. Nulla è casuale. In questi rituali si tenta di contenere l’eccesso della violenza e di offrirle una forma. La forma, qui, non è ornamento, ovviamente: è ciò che impedisce al conflitto di tracimare, senza pretendere di negarne l’esistenza.

Anche quando si intende la diplomazia in modo disincantato — col realismo strategico che pensa a un equilibrio instabile tra interessi nazionali — affiora implicitamente l’idea che essa serva a trasformare la forza in ordine, la minaccia in sistema, la paura in calcolo. La trasfigurazione, in questo caso, non è morale ma strutturale: la violenza non scompare, ma cambia statuto. Non viene espulsa dalla storia, viene resa abitabile.

Nel tessuto geopolitico odierno, segnato da guerre prolungate, tensioni regionali e un rinnovato ricorso alla logica della forza, questa visione è una risposta alla crisi della politica stessa. Mentre gli organi multilaterali si affaticano nel fronteggiare conflitti che sembrano allargarsi come crepe sotterranee, la diplomazia viene richiamata alla sua forma più autentica: quella che non antepone posizioni di potere alla dignità delle persone e non rifiuta l’esistenza dell’altro come interlocutore.

Proprio la fragilità di un ordine internazionale scosso dall’uso ricorrente della violenza mette in evidenza l’urgenza di una diplomazia che non sogna l’impossibile sparizione di tutte le miserie del mondo ma tenta di trasfigurarle.

La diplomazia non è mera tattica ma — come più volte ha affermato Papa Francesco — un esercizio di misericordia applicato alla politica internazionale; una diplomazia della misericordia che pretende di mantenere aperta la porta della parola anche quando la polarizzazione sembra renderla impossibile. È una pratica che assume il conflitto come dato reale, senza assolutizzarlo.

Questo approccio ha una natura “profetica”, che non mira a imporre una visione univoca, bensì a sviluppare visioni originali e creative in grado di generare processi nuovi e sostenibili. Le crisi contemporanee, dalla guerra in Ucraina ai conflitti in Medio Oriente, passando per tensioni latenti in Africa, Asia e oltre, non sono soltanto dispute territoriali o gare di potere: sono ferite profonde nella trama della convivenza umana. In tali scenari, la diplomazia non si limita a “risolvere” il conflitto ma cerca di trasformarlo, decifrando le ragioni profonde del dissidio e facendo spazio alla dignità dell’altro.

Questa visione si radica anche nella convinzione che il conflitto non debba essere negato o represso ma riconosciuto e trasceso. Accettare le tensioni come elemento costitutivo della storia umana senza lasciarsi imprigionare da esse significa, ancora una volta, rinunciare all’illusione della sparizione e affidarsi a un lavoro più lento, più fragile, più esigente.

In un’epoca dominata dalla retorica della rapidità e dalle risposte immediate, dove spesso l’opinione pubblica e i governi misurano la “forza” politica nella capacità di imporre condizioni, la diplomazia come trasfigurazione invita alla lentezza, alla cura e alla visione ampia.

Così concepita, la diplomazia non è un semplice strumento di ordine internazionale ma un laboratorio di senso. Richiede la capacità di ascoltare, di sostenere il peso delle differenze, di mantenere la conversazione aperta anche quando è faticosa. In un mondo segnato da tensioni multiple e da una persistente fragilità delle istituzioni globali, questa forma di diplomazia offre non una scorciatoia ma una via possibile per trasformare la logica della contrapposizione in un dialogo continuo e creativo. È qui, in questa tensione trasformativa, che la diplomazia come trasfigurazione diventa necessaria per il futuro della convivenza umana, una chiave interpretativa concreta per leggere alcuni dei conflitti più laceranti del nostro tempo. Indica un metodo: trasformare il modo stesso in cui il conflitto viene abitato e narrato.

Il caso venezuelano lo mostra con particolare chiarezza. Per anni, il Paese è stato schiacciato tra sanzioni, isolamento, retoriche contrapposte e un progressivo impoverimento della popolazione. In questo contesto, l’azione diplomatica della Santa Sede non si è configurata come arbitrato tecnico né come legittimazione politica, ma come una presenza costante, anche quando il dialogo sembrava esaurirsi. Interrompere ogni canale avrebbe significato consegnare definitivamente la società alla polarizzazione. Qui la diplomazia non trasfigura il conflitto risolvendolo ma impedendo che diventi totale: mantiene un margine di parola, una soglia minima di fiducia, una possibilità di futuro che non coincide con il presente.

Nella tragedia palestinese, la diplomazia come trasfigurazione assume un carattere ancora più radicale perché tocca l’intreccio delicato tra religione, territorio e identità. Il rischio costante è la sacralizzazione del conflitto: Dio trasformato in giustificazione, la fede ridotta a bandiera. La diplomazia deve collocarsi in controtendenza, rifiutando gerarchie di dolore, insistendo sul volto concreto delle vittime e ricorrendo a gesti simbolici che restituiscano alla religione la sua funzione più autentica: disinnescare l’assolutizzazione dell’identità. Non risolvere la disputa territoriale ma impedire che diventi una guerra metafisica.

Nella guerra in Ucraina la tentazione è duplice: ridurre tutto a una logica militare o invocare una pace astratta che eluda la giustizia. La postura adeguata è quella del non-allineamento etico: non equidistanza ma rifiuto di una narrazione che renda impossibile il futuro. Questa diplomazia non chiede di dimenticare l’aggressione ma di non trasformare la guerra in destino, tenendo insieme ciò che la politica tende a separare: verità e dialogo, denuncia e ascolto.

Quando la politica perde immaginazione e la guerra diventa linguaggio ordinario, la diplomazia non promette di fermare il cammino della storia né di cancellarne le ferite; offre però abbastanza luce perché quel cammino non venga scambiato per un destino cieco. È in questa capacità di attraversare il conflitto senza assolutizzarlo che la diplomazia, come spazio di metamorfosi del senso, rimane uno degli ultimi luoghi in cui il futuro può ancora essere pensato come responsabilità condivisa.
(fonte: L'Osservatore Romano 22/01/2026)

Addio ad Antonino Zichichi, lo scienziato che riconosceva Dio nell’armonia dell’universo

Addio ad Antonino Zichichi,
lo scienziato che riconosceva Dio nell’armonia dell’universo

Fisico delle particelle di fama mondiale e grande divulgatore nonché collaboratore di Famiglia Cristiana, Zichichi, morto oggi all’età di 96 anni, ha sempre sostenuto che la scienza non allontana da Dio ma conduce allo stupore davanti a una logica profonda iscritta nel cosmo. Una vita spesa tra ricerca, fede e dialogo, senza mai separare le leggi della natura dalla domanda sul Creatore.

Il fisico Antonino Zichichi si è spento lunedì 9 febbraio all'età di 96 anni ANSA

È morto oggi all’età di 96 anni Antonino Zichichi, fisico di fama mondiale e grande divulgatore scientifico. Dal 2001 al 2006 fu anche nostro collaboratore e teneva la rubrica “Il mondo della scienza”. Con lui scompare una delle figure più originali del panorama culturale italiano ed europeo: uno scienziato capace di muoversi ai massimi livelli della ricerca internazionale senza mai rinunciare a un dialogo aperto con la fede, la spiritualità e le grandi domande di senso.

Esperto di fisica subnucleare, professore emerito di Fisica Superiore all’Università di Bologna, Zichichi ha dedicato la sua vita non solo allo studio delle leggi fondamentali della materia, ma anche alla diffusione della cultura scientifica, convinto che conoscenza e responsabilità morale dovessero procedere insieme.

Una vita nella scienza

La rubrica "Il mondo della scienza" tenuta da
Antonino Zichichi su Famiglia Cristiana
Dopo la formazione universitaria, Zichichi si impose presto come uno dei protagonisti della fisica delle alte energie. Lavorò nei principali centri di ricerca internazionali, tra cui il CERN di Ginevra, dove guidò gruppi sperimentali di primissimo piano. Nel 1965 il suo team osservò per la prima volta l’antideutone, un risultato fondamentale nello studio dell’antimateria. Fu presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e della European Physical Society, contribuendo a rafforzare il ruolo dell’Europa nella ricerca scientifica mondiale. Al tempo stesso seppe mantenere uno sguardo attento alle ricadute etiche e sociali del progresso tecnologico, in particolare sui temi dell’energia, della pace e delle emergenze planetarie.

Nel 1963 fondò a Erice il Centro di Cultura Scientifica “Ettore Majorana”, che sotto la sua direzione è diventato un luogo di incontro tra scienziati, premi Nobel, giovani ricercatori e studiosi di ogni parte del mondo. Un laboratorio non solo di ricerca, ma anche di dialogo tra saperi, culture e visioni del mondo.

Scienza e fede, senza contrapposizioni

Zichichi non ha mai nascosto la propria fede cattolica, anzi l’ha considerata parte integrante della sua ricerca. Nei suoi libri – tra cui L’Infinito, L’irresistibile fascino del Tempo, Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo e Tra Fede e Scienza – ha sostenuto che la scienza, lungi dal negare Dio, può aiutare a riconoscere una logica profonda nell’universo. «La scienza dà a tutti una grande dignità intellettuale», amava ripetere, «ed è lo strumento che ci fa capire di essere fatti a immagine e somiglianza del Creatore». Una posizione che gli è valsa critiche e incomprensioni in parte della comunità scientifica, ma anche grande attenzione e affetto da parte del mondo cattolico e di chi cercava un dialogo non ideologico tra ragione e fede.

Antonino Zichichi riceve la Bibbia dalle mani di papa Francesco
 durante la celebrazione
 nella Basilica di San Pietro il 26 gennaio 2020




Il divulgatore, il volto televisivo

Zichichi è stato anche un divulgatore straordinario. Il grande pubblico lo ricorda per le sue apparizioni televisive, per quello sguardo intenso e gli occhi spalancati che sembravano voler andare oltre lo schermo, e per la capacità di spiegare concetti complessi con immagini semplici e parabole efficaci.

Negli ultimi anni, fedele alla sua missione di comunicatore, aveva scelto persino i social network: lo scorso anno era approdato su Instagram, dove parlava di scienza e spiritualità con parole pacate e profonde: «Auguro a tutti voi seguaci del sapere scientifico e della spiritualità — scriveva — un periodo di riflessione e gratitudine. E che ci ispiri a esplorare la meraviglia dell’universo con mente aperta e cuore grato».

Gli affetti, il dolore, la memoria

Alla fine del 2024 era morta Maria Ludovica, la compagna di una vita. Anche lei scienziata di grande valore, ricercatrice negli Stati Uniti e a Ginevra nel campo della biologia molecolare, figlia del fisico Gilberto Bernardini, protagonista della rinascita della fisica italiana ed europea nel dopoguerra.

Dopo la nascita del terzo figlio, nel 1962, Maria Ludovica aveva lasciato la ricerca. A tavola, come ricordava il figlio Fabrizio, scherzava spesso con il marito: «Se avessi continuato a fare ricerca e tu stavi a casa a gestire i figli, il Nobel lo prendevo io».

Nel ricordarla, un anno dopo la scomparsa, Zichichi aveva affidato ai social un pensiero denso di scienza e amore:
«La scienza insegna che nulla si perde davvero: ogni particella lascia un’impronta, ogni forma di energia continua il suo viaggio. Così anche l’amore – quello vero – non svanisce. Si trasforma, si trasmette, diventa parte della nostra struttura più profonda».

Gli ultimi anni

Pur continuando a viaggiare tra la Svizzera e Roma, negli ultimi anni Zichichi amava ritirarsi nel sole di San Vito Lo Capo, nell’estremo occidente della sua Sicilia. Spesso era accanto a lui il nipote Manfredi, una finestra aperta sul mondo dei giovani, a cui raccontava storie di scienza e di vita. «L’importante», aveva detto pochi mesi fa, «è divulgare, far conoscere con entusiasmo le straordinarie tappe che la scienza conquista perché riguardano la nostra vita, il nostro domani. Bisogna aprirsi senza paura». Amava camminare, seguire l’attualità con sguardo preoccupato per un mondo che vedeva sempre più chiuso nel conflitto e nella mancanza di dialogo, ma senza rinunciare alle cose leggere: il Festival di Sanremo, la televisione, i saggi scientifici letti la sera.

Un’eredità che resta

Con Antonino Zichichi se ne va non solo un grande fisico, ma un testimone culturale che ha creduto nella responsabilità morale della scienza e nella possibilità di un dialogo fecondo tra fede e ragione.
La sua eredità vive nei centri di ricerca, nei libri, negli studenti, ma anche in quella convinzione profonda che conoscere il mondo significhi, in fondo, prendersene cura.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Antonio Sanfrancesco 09/02/2026)


lunedì 9 febbraio 2026

Tonio Dell'Olio: Quell’alleanza economico-militare

Tonio Dell'Olio
 
Quell’alleanza economico-militare
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  9 Febbraio 2026


Leone XIV ieri ha concluso l’Angelus con un’affermazione tanto perentoria quanto provocatoria e rischiosa: “Continuiamo a pregare per la pace – ha detto. Le strategie di potenza economica e militare – ce lo insegna la storia – non danno futuro all’umanità. Il futuro sta nel rispetto e nella fratellanza tra i popoli”. 

Una vera e propria denuncia netta e senza scampo di quell’alleanza tanto distruttiva da compromettere lo stesso destino della storia. Il papa ha avuto il coraggio di contestare pubblicamente quanto sta avvenendo sotto gli occhi di tutti e senza che si alzino obiezioni di sostanza. 

Oggi non sono le guerre a richiedere armi ma le armi a provocare le guerre. Siamo governati dalla logica del profitto che bisogna raggiungere a tutti i costi (e al massimo) sulla pelle della gente. 

Da un’altra angolatura l’aveva detto con chiarezza persino un presidente Usa, Dwight D. Eisenhower: “Nei consigli di governo dobbiamo guardarci dall’acquisizione di un’influenza indebita, voluta o meno, da parte del complesso militare-industriale. Il potenziale per una disastrosa crescita di potere mal riposto esiste e persisterà.” E poi aggiunse: “Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i nostri processi democratici”. 
Era il 17 gennaio 1961 e la situazione era incomparabilmente meno minacciosa rispetto allo strapotere di quell’alleanza oggi.


ANGELUS 08/02/2026 Papa Leone XIV: è la comunione con Gesù che ci fa luce di pace per il mondo

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 8 febbraio 2026

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Leone XIV:
è la comunione con Gesù che ci fa luce di pace per il mondo

Prima della recita della preghiera mariana dell’Angelus, in questa quinta domenica del Tempo ordinario, il Papa sottolinea che anche quando le ferite della vita affievoliscono in noi la gioia dell’incontro con il Signore, Lui non ci getterà mai via. E invita a praticare gesti concreti di solidarietà “che interrompono l’ingiustizia”


Il Papa dalla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico durante l'Angelus (@Vatican Media)

Per essere davvero “il sale della terra” e “la luce del mondo” dobbiamo “lasciarci alimentare” e illuminare “dalla comunione con Gesù”. Solo così, come i discepoli trasformati dall’incontro col Maestro delle Beatitudini, potremo essere portatori della “gioia vera”, quella che da’ un sapore alla vita e fa venire alla luce “ciò che prima non era”. Così Papa Leone XIV rilegge, nella catechesi prima dell’Angelus, davanti a migliaia di fedeli in piazza San Pietro in una giornata velata da nuvole, il Vangelo di Matteo protagonista della liturgia di questa quinta domenica del Tempo ordinario.

Senza alcuna esibizione saremo allora come una città sul monte, non solo visibile, ma anche invitante e accogliente: la città di Dio in cui tutti, in fondo, desiderano abitare e trovare pace.

Piazza San Pietro con i fedeli venuti pe la preghiera dell'Angelus (@Vatican Media)

Una sete di giustizia che attiva misericordia e pace

La gioia che può fare di noi sale e luce, prosegue il Papa, “sprigiona da uno stile di vita, da un modo di abitare la terra e di vivere insieme” che risplende in Gesù. E’ il sapore nuovo “dei suoi gesti e delle sue parole”

Dopo che lo si è incontrato, sembra insipido e opaco ciò che si allontana dalla sua povertà di spirito, dalla sua mitezza e semplicità di cuore, dalla sua fame e sete di giustizia, che attivano misericordia e pace come dinamiche di trasformazione e di riconciliazione.

I gesti concreti di accoglienza che fermano l’ingiustizia

Leone XIV guarda anche alle parole del profeta Isaia nella Prima Lettura, quando elenca i gesti concreti che interrompono l’ingiustizia: “dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire chi vediamo nudo, senza trascurare i vicini e le persone di casa”. Isaia evoca una luce che “sorgerà come l’aurora” per scacciare le tenebre e guarire le ferite.

Dio non ci getterà mai via

Ferite che si aprono nel cuore di chi rinuncia alla gioia, nel sale che perde sapore e che, dice Gesù, “a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”.

Quante persone – forse è capitato anche noi – si sentono da buttare, sbagliate. È come se la loro luce sia stata nascosta. Gesù, però, ci annuncia un Dio che mai ci getterà via, un Padre che custodisce il nostro nome, la nostra unicità.

Gesti di apertura agli altri che riaccendono la gioia

Ogni ferita, assicura il Pontefice, guarirà accogliendo la parola delle Beatitudini e rimettendoci a camminare sulla via del Vangelo.

Sono infatti gesti di apertura agli altri e di attenzione, quelli che riaccendono la gioia. Certo, nella loro semplicità ci pongono controcorrente.

La tentazione, infatti, come per Gesù, è quella di esibire e far valere la propria identità, ma così si sarebbe perso il sapore “che ritroviamo ogni domenica nel Pane spezzato: la vita donata, l’amore che non fa rumore”.

Fedeli all'Angeius del Papa di questa domenica (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 08/02/2026)

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LEONE XIV
(testo integrale)


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Dopo avere proclamato le Beatitudini, Gesù si rivolge a coloro che le vivono, dicendo che grazie a loro la terra non è più la stessa e il mondo non è più nel buio. «Voi siete il sale della terra. […] Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,13-14). È infatti la gioia vera a dare un sapore alla vita e a far venire alla luce ciò che prima non era. Questa gioia sprigiona da uno stile di vita, da un modo di abitare la terra e di vivere insieme che va desiderato e scelto. È la vita che risplende in Gesù, il sapore nuovo dei suoi gesti e delle sue parole. Dopo che lo si è incontrato, sembra insipido e opaco ciò che si allontana dalla sua povertà di spirito, dalla sua mitezza e semplicità di cuore, dalla sua fame e sete di giustizia, che attivano misericordia e pace come dinamiche di trasformazione e di riconciliazione.

Il profeta Isaia elenca gesti concreti che interrompono l’ingiustizia: dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire chi vediamo nudo, senza trascurare i vicini e le persone di casa (cfr Is 58,7). «Allora – continua il profeta - la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto» (v. 8). Da una parte la luce, quella che non si può nascondere, perché è grande come il sole che ogni mattina scaccia le tenebre; dall’altra una ferita, che prima bruciava e ora guarisce.

È doloroso, infatti, perdere sapore e rinunciare alla gioia; eppure, è possibile avere questa ferita nel cuore. Gesù sembra mettere in guardia chi lo ascolta, perché non rinunci alla gioia. Il sale che ha perso sapore, dice, «a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente» (Mt 5,13). Quante persone – forse è capitato anche noi – si sentono da buttare, sbagliate. È come se la loro luce sia stata nascosta. Gesù, però, ci annuncia un Dio che mai ci getterà via, un Padre che custodisce il nostro nome, la nostra unicità. Ogni ferita, anche profonda, guarirà accogliendo la parola delle Beatitudini e rimettendoci a camminare sulla via del Vangelo.

Sono infatti gesti di apertura agli altri e di attenzione, quelli che riaccendono la gioia. Certo, nella loro semplicità ci pongono controcorrente. Gesù stesso fu tentato, nel deserto, da altre strade: far valere la sua identità, esibirla, avere il mondo ai propri piedi. Respinse, però, le vie in cui si sarebbe perso il suo vero sapore, quello che ritroviamo ogni domenica nel Pane spezzato: la vita donata, l’amore che non fa rumore.

Fratelli e sorelle, lasciamoci alimentare e lasciamoci illuminare dalla comunione con Gesù. Senza alcuna esibizione saremo allora come una città sul monte, non solo visibile, ma anche invitante e accogliente: la città di Dio in cui tutti, in fondo, desiderano abitare e trovare pace. A Maria, Porta del cielo, rivolgiamo ora lo sguardo e la preghiera, perché ci aiuti a diventare e rimanere discepoli del suo Figlio.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Ieri a Huércal-Overa, in Spagna, è stato beatificato don Salvatore Valera Parra, parroco pienamente dedito al suo popolo, umile e premuroso nella carità pastorale. Il suo esempio di prete centrato sull’essenziale sia di stimolo ai sacerdoti di oggi ad essere fedeli nella quotidianità vissuta con semplicità e austerità.

Con dolore e preoccupazione ho appreso dei recenti attacchi contro varie comunità in Nigeria, che hanno causato gravi perdite di vite umane. Esprimo la mia vicinanza orante a tutte le vittime della violenza e del terrorismo. Auspico che le Autorità competenti continuino ad adoperarsi con determinazione per garantire la sicurezza e la tutela della vita di ogni cittadino.

Oggi, memoria di Santa Giuseppina Bakhita, si celebra la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. Ringrazio le religiose e tutti coloro che si impegnano per contrastare ed eliminare le attuali forme di schiavitù. Insieme a loro dico: la pace comincia con la dignità!

Assicuro la mia preghiera per le popolazioni del Portogallo, del Marocco, della Spagna – in particolare di Grazalema in Andalusia – e dell’Italia meridionale – specialmente di Niscemi in Sicilia –, colpite da inondazioni e frane. Incoraggio le comunità a rimanere unite e solidali, con la materna protezione della Vergine Maria.

Ed ora do il benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini italiani e di vari Paesi. Saluto i fedeli di Melilla, Murcia e Malaga, in Spagna; quelli venuti dalla Bielorussia, dalla Lituania e dalla Lettonia; gli studenti di Olivenza, Spagna, e i cresimandi di Malta. Saluto anche i giovani collegati con noi da tre oratori della diocesi di Brescia.

Continuiamo a pregare per la pace. Le strategie di potenza economica e militare – ce lo insegna la storia – non danno futuro all’umanità. Il futuro sta nel rispetto e nella fratellanza tra i popoli.

Auguro a tutti una buona domenica.

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