VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE
13-23 APRILE 2026
Martedì 14 aprile 2026
ANNABA – ALGERI
15:30 SANTA MESSA nella Basilica di Sant’Agostino
18:00 Partenza in aereo dall’Aeroporto Internazionale di Annaba “Rabah Bitat” per Algeri
19:10 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Algeri “Houari Boumédiène”
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Leone XIV pellegrino nel Continente africano - Algeria
Gli incontri di martedì pomeriggio
«Un futuro di giustizia e di pace è possibile»
Fedeli all’amore di Cristo, testimoni del Vangelo "con gesti semplici, relazioni vere e un dialogo vissuto giorno per giorno". E' la consegna del Papa alla Chiesa di Annaba, nella Messa celebrata nella basilica di sant’Agostino. Poi l'invito, davanti all’indigenza e all’oppressione, ad operare per la carità: "facciamo a chi ci sta accanto - afferma il Pontefice - quel che vorremmo venisse fatto a noi"
Cambiare la storia iniziando dal cuore. Nella Messa celebrata in lingua francese nella basilica di sant’Agostino, ad Annaba, l’antica Ippona, nella seconda giornata del suo viaggio apostolico in Africa, Leone XIV, primo pontefice nella terra del grande dottore della Chiesa, esorta i cristiani dell’Algeria ad essere umili testimoni del Vangelo e a coltivare il dialogo nella quotidianità.
In questa terra, carissimi cristiani di Algeria, rimanete come segno umile e fedele dell’amore di Cristo. Testimoniate il Vangelo con gesti semplici, relazioni vere e un dialogo vissuto giorno per giorno: così date sapore e luce là dove vivete.
E sapore e luce manifestano nei canti i partecipanti alla celebrazione, giovani per lo più, di diverse nazionalità dell’Africa subsahariana. Gioiose melodie africane, eseguite con strumenti musicali tipici, che rappresentano le tradizioni di queste terre e il modo di esprimersi dei credenti qui.
Come incenso
Per il Papa è come l’incenso la presenza dei cristiani in Algeria, “un granello incandescente, che spande profumo”, dando “gloria” a Dio “e letizia e conforto a tanti fratelli e sorelle”. Un “prezioso elemento, che non sta al centro dell’attenzione”, ma “invita a rivolgere” il cuore all’Onnipotente, ad incoraggiarsi a vicenda, perseverando nelle difficoltà. E allora il cuore di ogni uomo è simile a un “turibolo” dal quale si levano “lode”, “benedizione, “supplica”, e che diffonde “il soave odore della misericordia, dell’elemosina e del perdono”.
Un momento della celebrazione (@Vatican Media)
La testimonianza dei cristiani
Ripercorrendo la storia dei cristiani d'Algeria, Leone evidenzia la loro "accoglienza generosa" e "tenacia nella prova" e ricorda che "qui hanno pregato i martiri, qui sant’Agostino ha amato il suo gregge cercando la verità con passione e servendo Cristo con fede ardente". Questi esempi, per il Pontefice, devono sostenere i cristiani di oggi, che devono essere "eredi di questa tradizione", affinchè sia donata la speranza di una vita nuova. Da qui l'invito a testimoniare "nella carità fraterna la libertà di chi nasce dall’alto come speranza di salvezza per il mondo."
Rinascere dall'alto
Nella sua omelia, il Papa insiste sull’invito di Cristo a “rinascere d’alto”, non “una dura imposizione”, “una forzatura” o “una condanna al fallimento”, bensì “un dono di libertà”, grazie al quale è possibile una vita nuova, secondo la “volontà d’amore” di Dio, “che desidera rinnovare l’umanità chiamandola a una comunione di vita”, la quale “inizia con la fede”.
Mentre Cristo ci chiede di rinnovare da capo tutta la nostra esistenza, pure ci dà la forza per farlo. Lo attesta bene sant’Agostino, che prega così: “Da’, o Signore, quel che comandi e comanda quello che vuoi”.
Una statua di sant'Agostino nella basilica di Annaba (@Vatican Media)
Confidare in Dio nelle difficoltà
“Un futuro di giustizia e di pace, di concordia e di salvezza” è possibile se ci affidiamo a Dio, incoraggia il Pontefice, anche quando ci sono “problemi, insidie e tribolazioni”.
Non importa quanto siamo oppressi dal dolore o dal peccato: il Crocifisso porta tutti questi pesi con noi e per noi. Non importa quanto siamo sfiduciati dalle nostre debolezze: proprio allora si manifesta la forza di Dio, che ha risuscitato Cristo dai morti per dare la vita al mondo.
la liberà della vita nuova
Dalla fede in Cristo scaturisce “la libertà della vita nuova”, rimarca Leone, che indica l’esempio della conversione di sant’Agostino, che rinato in Cristo, nelle Confessioni, rivolgendosi a Dio, scrive: “Non sarei, se non fossi in te”.
I cristiani nascono dall’alto, rigenerati da Dio come fratelli e sorelle di Gesù, e la Chiesa che li nutre con i Sacramenti è grembo accogliente per tutti i popoli della terra.
Il Papa davanti alla basilica di sant'Agostino ad Annaba (@Vatican Media)
Mettere al centro l'amore di Dio
Ma la riforma del cuore deve coinvolgere tutti, aggiunge il Pontefice, come accadeva nella prima comunità cristiana, dove emergeva l’unità. Perchè la Chiesa nascente non è basato “su un contratto sociale, ma su un’armonia nella fede, negli affetti, nelle idee, nelle scelte di vita” che mette “al centro l’amore di Dio”, fattosi uomo in Cristo per salvare l’intera umanità. Altro tratto dell’“unità spirituale dei credenti” era la condivisione dei beni, il possesso trasformato in “dono”.
La fede nell’unico Dio, Signore del cielo e della terra, unisce gli uomini secondo una giustizia perfetta, che invita tutti alla carità, cioè ad amare ogni creatura con l’amore che Dio ci dona in Cristo. Perciò, soprattutto davanti all’indigenza e all’oppressione, i cristiani hanno come codice fondamentale la carità: facciamo a chi ci sta accanto quel che vorremmo venisse fatto a noi
Questa legge scritta da Dio nei cuori rende la Chiesa “sempre nascente”, spiega Leone, “perché dove c’è disperazione accende speranza, dove c’è miseria porta dignità, dove c’è conflitto porta riconciliazione”.
Animati dalla carità, proiettati verso gli altri
Infine la vita nuova in Cristo “coinvolge popoli di ogni lingua e cultura”, evidenzia il Papa, che ricorda il modo di vivere degli apostoli, animati dalla carità, proiettati verso gli altri. Da qui le parole rivolte ai vescovi che concelebrano, del Nord Africa in maggioranza, fra i quali quello di Constantine, Jean-Paul Guillaud, di Orano, Davide Carraro, di Laghouat, Diego Ramón Sarrió Cucarella, l’arcivescovo di Algeri, il cardinale Jean-Paul Vesco, e ancora il cardinale Cristóbal Lopez Romero, arcivescovo di Rabat, e quello di Tunisi Nicolas Lhernould.
Il primo compito dei pastori, ministri del Vangelo, è dunque dare testimonianza di Dio al mondo con un cuor solo e un’anima sola, senza che le preoccupazioni ci corrompano con la paura né le mode ci indeboliscano con il compromesso.
Leone XIV con il cardinale Vesco e monsignor Guillaud (@Vatican Media)
La preghiera dei fedeli
Terminata l’omelia, è una preghiera plurilingue quella che i fedeli levano a Dio, in francese per la Chiesa, perché “attraverso la testimonianza di tutti i battezzati” sia “luce che illumina e sale che dona sempre” e in arabo “per il popolo che abita queste terre”, affinché “nel dialogo tra i credenti delle differenti confessioni religiose si costruisca la fraternità e l’amicizia”. In berbero si prega per la pace nel mondo, perché “sia seminata la cultura dell’amore” lì dove imperversano “guerra” e “violenza” e “si edifichi una società più giusta e concorde, infine in portoghese è stato invocato Dio affinché i migranti e i più fragili e bisognosi ricevano aiuto e “attraverso una carità sempre più attiva, ognuno si senta compreso, accolto e sorretto nel suo bisogno”.
Il cuore umano trova pace solo in Dio
Prima della conclusione della liturgia il saluto al Pontefice di monsignor Guillaud, che a nome della comunità cristiana manifesta la volontà di trarre ispirazione dal vescovo di Ippona. E prima di impartire la sua benedizione Leone XIV rivolge a tutti delle parole a braccio. Ringrazia le autorità civili per l’ospitalità premurosa ricevuta. « Considero questo viaggio come un dono speciale della Provvidenza di Dio termina - un dono che mediante un Papa agostiniano il Signore ha voluto fare a tutta la Chiesa ». Poi le ultime parole indirizzate a tutti.
Dio è Amore, è padre di tutti gli uomini e di tutte le donne. Rivolgiamoci a Lui con umiltà, confessiamo che l'attuale situazione del mondo, come una spirale negativa, dipende in fondo dal nostro orgoglio. Abbiamo bisogno di Lui, della sua misericordia. Solo in Lui trova pace il cuore umano.
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 14/04/2026)
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Nei saluti del vescovo di Constantine
«Compagno di cammino»
Una visita sì, «veloce», ma uno «sprone» per la fede della comunità cristiana e per i fratelli musulmani felici di incontrare «un compagno di cammino». Con queste parole il vescovo di Constantine, monsignor Michel Guillaud, ha dato il benvenuto a Leone XIV nella basilica di Sant’Agostino ad Annaba. Il presule, unitosi al seguito papale per tutta la permanenza nell’antica Ippona, ha riavvolto il nastro partendo dall’8 maggio scorso, quando il Pontefice appena eletto, con la frase «sono un figlio di sant’Agostino», «ha fatto fremere il popolo algerino».
Così, ha proseguito Guillaud nel suo saluto in francese, «dopo essersi chiesti se avesse un antenato originario di Ippona o di Tagaste, tutti hanno infine compreso che Agostino era per lei un grande fratello, sul suo cammino di credente» e da quel giorno «è apparso chiaro a tutti che sarebbe venuto» in Algeria. Dando al Papa il benvenuto «a casa sua», il vescovo di Constantine ha spiegato che «qui trova fratelli e sorelle cristiani e musulmani ispirati o incuriositi dalla figura, dalla vita o dagli scritti di Agostino», lieti di accoglierlo non solo come «compagno di cammino» ma anche «come guida spirituale che, pur essendo il capo della Chiesa cattolica, si prende cura di tutti, di qualunque religione siano».
Al termine della celebrazione, il presule ha ringraziato il Vescovo di Roma per la fiducia «nella benevolenza e nel rispetto del popolo algerino» e per aver sottolineato l’importanza di sant’Agostino nell’illuminare il pensiero degli uomini di oggi. Dal vescovo di Ippona, ha assicurato, «vogliamo continuare a trarre ispirazione» scrutando insieme il suo pensiero, come già accade ogni anno con le Giornate di Studi Agostiniani.
Infine ha donato al Papa una ceramica realizzata da un’artista algerina a ricordo della visita, che «ha riunito cristiani di tutte le confessioni e musulmani». Nel manufatto spiccano il verde della bandiera dell’Algeria «per raccontare il Paese e la sua accoglienza» e il rosso di un antico bassorilievo del museo di Ippona; poi il monogramma del nome di Cristo; infine, due colombe che si abbeverano a una coppa «il cui contenuto non appartiene a nessuno, ma al quale tutti apparteniamo, perché da Lui veniamo e verso di Lui andiamo», ha concluso.
(fonte: L'Osservatore Romano 15/04/2026)
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Testi e video integrali
SANTA MESSA
Alle ore 15:30, il Santo Padre Leone XIV ha presieduto la Celebrazione Eucaristica nella Basilica di Sant’Agostino.
Dopo i riti di introduzione e la liturgia della Parola, il Papa ha pronunciato la sua omelia.
Al termine della Santa Messa, il Vescovo di Constantine, Mons. Michel Guillaud, ha rivolto alcune parole di ringraziamento al Santo Padre.
Pubblichiamo di seguito l’omelia che Papa Leone XIV ha pronunciato nel corso della Santa Messa, dopo la proclamazione del Vangelo, e le sue parole di ringraziamento al termine della Celebrazione Eucaristica:
Cari fratelli e sorelle,
la parola divina attraversa la storia e la rinnova con la voce umana del Salvatore. Oggi ascoltiamo il Vangelo, buona notizia per tutti i tempi, in questa basilica di Annaba dedicata a sant’Agostino, Vescovo dell’antica Ippona. Lungo i secoli, i luoghi che ci ospitano hanno cambiato nome, ma i santi sono rimasti come nostri patroni e testimoni fedeli di un legame con la terra, che viene dal cielo. È proprio questa la dinamica che il Signore illumina nella notte di Nicodemo: è questa la forza che Cristo infonde alla debolezza della sua fede e alla tenacia della sua ricerca.
Inviato dallo Spirito di Dio, «che non sai di dove viene e dove va» (Gv 3,8), Gesù è per Nicodemo un ospite speciale. Lo chiama infatti a vita nuova, consegnando al proprio interlocutore e anche a noi un compito sorprendente: «dovete rinascere dall’alto» (v. 7). Ecco l’invito per ogni uomo e ogni donna che cerca la salvezza! Dall’appello di Gesù scaturisce la missione per la Chiesa tutta, e quindi per la comunità cristiana d’Algeria: nascere nuovamente dall’alto, cioè da Dio. In questa prospettiva, la fede vince le fatiche terrene e la grazia del Signore fa fiorire il deserto. Eppure la bellezza di quest’esortazione porta con sé una prova, che il Vangelo ci chiama ad attraversare insieme.
Le parole di Cristo, infatti, hanno tutta la forza di un dovere: dovete rinascere dall’alto! Tale imperativo suona ai nostri orecchi come un comando impossibile. Ascoltando con attenzione Colui che lo dà, capiamo però che non si tratta di una dura imposizione, né di una forzatura o, tanto meno, di una condanna al fallimento. Al contrario, il dovere espresso da Gesù è per noi un dono di libertà, perché ci rivela una possibilità insperata: possiamo rinascere dall’alto, grazie a Dio. Dobbiamo farlo, dunque, secondo la sua volontà d’amore, che desidera rinnovare l’umanità chiamandola a una comunione di vita, che inizia con la fede. Mentre Cristo ci chiede di rinnovare da capo tutta la nostra esistenza, pure ci dà la forza per farlo. Lo attesta bene sant’Agostino, che prega così: «Da’, o Signore, quel che comandi e comanda quello che vuoi» (Confessiones, X, 29, 40).
Allora, quando ci chiediamo come sia possibile un futuro di giustizia e di pace, di concordia e di salvezza, ricordiamoci che stiamo facendo a Dio la stessa domanda di Nicodemo: ma davvero la nostra storia può cambiare? Siamo così carichi di problemi, insidie e tribolazioni! Davvero la nostra vita può ricominciare da capo? Sì! L’affermazione del Signore, così piena d’amore, riempie i nostri cuori di speranza. Non importa quanto siamo oppressi dal dolore o dal peccato: il Crocifisso porta tutti questi pesi con noi e per noi. Non importa quanto siamo sfiduciati dalle nostre debolezze: proprio allora si manifesta la forza di Dio, che ha risuscitato Cristo dai morti per dare la vita al mondo. Ciascuno di noi può sperimentare la libertà della vita nuova che viene dalla fede nel Redentore. Di nuovo, sant’Agostino ce ne offre l’esempio: prima ancora che per la sua sapienza, guardiamo a lui per la sua conversione. In questa rinascita, provvidenzialmente accompagnata dalle lacrime della madre, santa Monica, egli divenne sé stesso esclamando: «Io non sarei, Dio mio, non sarei affatto, se Tu non fossi in me. O meglio, non sarei, se non fossi in te» (Confessiones, I, 2).
Sì, dunque: i cristiani nascono dall’alto, rigenerati da Dio come fratelli e sorelle di Gesù, e la Chiesa che li nutre con i Sacramenti è grembo accogliente per tutti i popoli della terra. Come abbiamo ascoltato poco fa, gli Atti degli Apostoli ne danno testimonianza raccontando lo stile che contraddistingue l’umanità rinnovata dallo Spirito Santo (cfr At 4,32-37). Anche oggi occorre accogliere e realizzare questo canone apostolico, meditandolo come autentico criterio di riforma ecclesiale: una riforma che inizia dal cuore, per essere vera, e riguarda tutti, per diventare efficace.
In primo luogo, infatti, «la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola» (v. 32). Questa unità spirituale è una concordia: parola che significa bene la comunione di cuori che palpitano insieme, perché uniti a quello di Cristo. La Chiesa nascente non si basa dunque su un contratto sociale, ma su un’armonia nella fede, negli affetti, nelle idee, nelle scelte di vita che ha al centro l’amore di Dio, fatto uomo per salvare tutti i popoli della terra.
In secondo luogo, ammiriamo l’effetto materiale di quest’unità spirituale dei credenti: «Ogni cosa era fra loro comune» (v. 32). Tutti hanno tutto, partecipando ai beni di ciascuno come membra di un unico corpo. Nessuno viene privato di qualcosa, perché ognuno condivide quel che è proprio. Trasformando il possesso in dono, questa dedizione fraterna non rappresenta un’utopia se non per cuori rivali tra loro e animi avidi per sé. Al contrario, la fede nell’unico Dio, Signore del cielo e della terra, unisce gli uomini secondo una giustizia perfetta, che invita tutti alla carità, cioè ad amare ogni creatura con l’amore che Dio ci dona in Cristo. Perciò, soprattutto davanti all’indigenza e all’oppressione, i cristiani hanno come codice fondamentale la carità: facciamo a chi ci sta accanto quel che vorremmo venisse fatto a noi (cfr Mt 7,12). Animata da questa legge, che Dio scrive nei cuori, la Chiesa è sempre nascente, perché dove c’è disperazione accende speranza, dove c’è miseria porta dignità, dove c’è conflitto porta riconciliazione.
In terzo luogo, nel testo degli Atti troviamo il fondamento di questa vita nuova, che coinvolge popoli di ogni lingua e cultura: «Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande favore» (At 4,33). La carità che li anima, prima che impegno morale, è segno di salvezza: gli Apostoli proclamano che la nostra vita può cambiare perché Cristo è risorto dai morti. Il primo compito dei pastori, ministri del Vangelo, è dunque dare testimonianza di Dio al mondo con un cuor solo e un’anima sola, senza che le preoccupazioni ci corrompano con la paura né le mode ci indeboliscano con il compromesso. Insieme a voi, fratelli nell’episcopato, e a voi, presbiteri, rinnoviamo costantemente questa missione per il bene di quanti ci sono affidati, affinché la Chiesa intera sia, nel suo servizio, messaggio di vita nuova per coloro che incontriamo.
In questa terra, carissimi cristiani di Algeria, rimanete come segno umile e fedele dell’amore di Cristo. Testimoniate il Vangelo con gesti semplici, relazioni vere e un dialogo vissuto giorno per giorno: così date sapore e luce là dove vivete. La vostra presenza nel Paese fa pensare all’incenso: un granello incandescente, che spande profumo perché dà gloria al Signore e letizia e conforto a tanti fratelli e sorelle. Quest’incenso è un piccolo, prezioso elemento, che non sta al centro dell’attenzione, ma invita a rivolgere i nostri cuori a Dio, incoraggiandoci l’un l’altro a perseverare nelle difficoltà del tempo presente. Dal turibolo del nostro cuore si levano infatti la lode, la benedizione, la supplica, diffondendo il soave odore (cfr Ef 5,2) della misericordia, dell’elemosina e del perdono. La vostra storia è fatta di accoglienza generosa e di tenacia nella prova: qui hanno pregato i martiri, qui sant’Agostino ha amato il suo gregge cercando la verità con passione e servendo Cristo con fede ardente. Siate eredi di questa tradizione, testimoniando nella carità fraterna la libertà di chi nasce dall’alto come speranza di salvezza per il mondo.
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Grazie, Eccellenza, per i sentimenti che ha manifestato da parte dell'intera comunità! E grazie a tutti per l'accoglienza di questi giorni.
Una gratitudine particolare esprimo alle Autorità civili, per l’ospitalità premurosa che ho ricevuto e per l’attenzione con cui hanno provveduto alla felice riuscita di questa mia visita in Algeria.
Considero questo viaggio come un dono speciale della Provvidenza di Dio, un dono che mediante un Papa agostiniano il Signore ha voluto fare a tutta la Chiesa.
E mi pare di poterlo riassumere così: Dio è Amore, è padre di tutti gli uomini e di tutte le donne. Rivolgiamoci a Lui con umiltà, confessiamo che l'attuale situazione del mondo, come una spirale negativa, dipende in fondo dal nostro orgoglio.
Abbiamo bisogno di Lui, della sua misericordia. Solo in Lui trova pace il cuore umano e solo con Lui potremo, tutti insieme, riconoscendoci fratelli, camminare su vie di giustizia, di sviluppo integrale e di comunione.
Grazie, grazie tante a tutti!
Partenza da Annaba e Arrivo ad Algeri
Al termine della Santa Messa nella Basilica di Sant’Agostino, il Papa si è trasferito in auto all’Aeroporto internazionale di Annaba “Rabah Bitat”, da dove, alle ore 17.58, dopo essersi congedato da alcune Autorità locali, è partito – a bordo di un A220 / Air Algérie – alla volta di Algeri.
L’atterraggio all’Aeroporto Internazionale di Algeri “Houari Boumédiène” è avvenuto alle ore 18:50.
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