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venerdì 20 marzo 2026

Tra angoscia e speranza

Tra angoscia e speranza

Oltre un milione gli sfollati in Libano a causa della guerra, 350.000 sono bambini, denuncia l’Unicef. Le parti confermano però spiragli per una nuova trattativa


Paura, dolore, negli occhi la disperazione di chi ormai da anni vive sotto la minaccia delle armi, oltre che di una persistente crisi economica e sociale. Con il timore di non sapere come sarà la vita il giorno dopo, dove trovare riparo, cosa mettere in tavola per i propri figli, e se questi ultimi possano continuare ad andare a scuola.

È un dramma oltre ogni immaginazione, quello degli sfollati in Libano, acuitosi da quando il Paese è tornato al centro del conflitto in Medio Oriente dopo l’inizio degli attacchi di Usa e Israele contro l’Iran, e nonostante il cessate-il-fuoco che era stato raggiunto tra Tel Aviv e Hezbollah nel novembre 2024. Si fugge dalle bombe, dai raid, dalle frequenti operazioni via terra da parte dell’Idf.

Il flusso di persone in cerca di un briciolo di sicurezza e serenità ammonta ormai a oltre un milione. Di questi, 350.000 sono bambini. Decine di migliaia di famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie case, cercando posto in centri di per sé già sovraffollati e nelle scuole — circa 500 — che lo Stato ha messo a disposizione come rifugi nei quartieri settentrionali di Beirut e nelle aree del nord del Paese. Mentre, per le strade, su tutto il territorio, crescono anche gli shelter improvvisati.

I numeri e la denuncia arrivano da Unicef Libano in un messaggio pubblicato su X, nel quale si specifica che chi scappa manca di tutto: assistenza sanitaria, cibo, acqua, sostegno psico-sociale per provare a superare il trauma del conflitto. In totale, dal 2 marzo fa sapere l’Agenzia Onu per l’infanzia in una nota odierna, sono state consegnate 800 tonnellate di articoli di prima necessità, raggiungendo circa 150.000 persone. Tuttavia, «gli ospedali sono al collasso e, senza un sostegno urgente, la capacità di fornire cure salvavita ai bambini sarà gravemente compromessa», è l’allarme.

Il prezzo più alto, come sempre, lo pagano infatti i deboli e gli indifesi: donne, anziani e, appunto, i piccoli. Ma i bambini, che già non hanno la possibilità di frequentare le scuole, «non possono permettersi ulteriori ritardi. I bambini devono essere protetti. Adesso!», è l’accorato appello dell’Unicef. Che evidenzia come a tutto ciò — «con l’intensificarsi delle ostilità e degli spostamenti» — si aggiunga anche «il rischio per molti minori «di essere separati dalle loro famiglie», aggravando il fenomeno tragico dei bambini scomparsi.

Senza dimenticare che il dramma dei profughi di oggi si innesta sul dramma dei profughi di ieri. Perché nel Paese da oltre 10 anni sono ospitati ancora oltre un milione di siriani. Spinti, ora, a una sorta di immigrazione di ritorno: molti di loro si dirigono verso il confine per provare a rientrare a Damasco (secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni sarebbero già tornati in 120.000); mentre altri tentano di trovare protezione nei centri-rifugio, dove però — sottolineano diverse fonti umanitarie locali — non è facile farli accogliere. Chi era scappato dalla guerra in Siria scoppiata nel 2011 sopporta, dunque, una doppia vulnerabilità.

Una situazione generale che fa esplodere la rabbia e la frustrazione della popolazione, che si sente trascinata da Hezbollah in un conflitto non voluto: il gruppo filo-iraniano infatti non ha proceduto al disarmo entro la fine del 2025, come previsto dall’accordo di tregua, né ha dato seguito alle continue richieste in tal senso da parte del presidente, Joseph Aoun, e del premier, Nawaf Salam. Anche la Commissione Ue, dopo aver espresso preoccupazione per la crisi umanitaria, ha condannato «il rifiuto di Hezbollah di consegnare le armi e la prosecuzione degli attacchi indiscriminati contro Israele, che stanno trascinando il Libano in una spirale di violenza in una guerra che né il Paese né il suo popolo hanno scelto», e denunciato al contempo «gli attacchi contro civili, infrastrutture, personale sanitario, strutture mediche e pure contro l’Unifil», definiti «ingiustificati e inaccettabili». Posizione sostanzialmente analoga a quella espressa pure dal Consiglio europeo.

Mentre Israele e Libano annunciano con i loro negoziatori di voler tentare di tornare a un tavolo delle trattative, la popolazione spera. E, intanto, cerca riparo dove può, sfibrata da un conflitto per il quale attende solo la parola “pace”.

Sul campo, però, la violenza continua. Stamattina raid israeliani hanno colpito il sud, in particolare Bafliyeh e Hanine nei distretti di Tiro e Bint Jbeil, riferisce l’agenzia Nna. Ieri bombe su Qabrikha e Toulene, nella zona di Marjayoun. L’Idf ha comunicato l’uccisione di 20 miliziani filo-iraniani in un’operazione di terra nelle aree meridionali, e altre 4 vittime a Chaat, nell’est. Hezbollah ha risposto lanciando razzi su Kiryat Shmona, nel nord di Israele. I morti dalla ripresa del conflitto sono già oltre 1.000, ha dichiarato il ministero della Salute libanese. Tra questi 79 donne, 118 bambini e 40 operatori sanitari, mentre 2.584 sono i feriti.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Roberto Paglialonga 20 marzo 2026)

20 marzo Giornata Internazionale della Felicità - Tema del 2026 il rapporto tra social media e benessere - Proposta innovativa “Atlante emotivo dei diritti”

20 marzo Giornata Internazionale della Felicità 
Tema del 2026 il rapporto tra social media e benessere


Si celebra ogni anno il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, istituita nel 2012 dall’ONU per riconoscere la felicità e il benessere come obiettivi universali. Un invito rivolto a governi e cittadini ad andare oltre il solo PIL, promuovendo politiche inclusive, sostenibili e attente alla qualità della vita.

L’idea nasce dal Bhutan, che da anni misura la “Felicità Nazionale Lorda” invece della sola ricchezza economica. Non è casuale la scelta della data: il 20 marzo coincide con l’inizio della primavera nell’emisfero nord, simbolo di rinascita, luce e speranza.

Il tema 2026: social media e felicità

Per il 2026 il focus è dedicato al rapporto tra social media e benessere. Il World Happiness Report, pubblicato proprio in questi giorni, analizza come piattaforme come Instagram e TikTok influenzino il nostro umore.

Da un lato, i social favoriscono connessioni, supporto emotivo e accesso a contenuti motivazionali. Dall’altro, espongono a rischi concreti: confronto sociale, FOMO, cyberbullismo e dipendenza da like, soprattutto tra i più giovani. Diversi studi evidenziano che un uso eccessivo – oltre le 2-3 ore al giorno – può ridurre la soddisfazione personale.

Il messaggio è chiaro: usare la tecnologia in modo consapevole, privilegiando interazioni autentiche e contenuti positivi.

Benessere digitale e vita quotidiana

Il concetto di benessere digitale è oggi centrale. Impostare limiti di tempo, disattivare notifiche non essenziali e selezionare con cura ciò che si guarda e si condivide sono strategie semplici ma efficaci per proteggere l’equilibrio emotivo.

La felicità, del resto, non è uno stato permanente ma il risultato di abitudini quotidiane: praticare gratitudine, coltivare relazioni autentiche, muoversi all’aria aperta e ritagliarsi momenti di consapevolezza aiutano a migliorare il benessere nel tempo.

Le relazioni umane restano il pilastro fondamentale della felicità. Numerosi studi dimostrano che legami solidi migliorano la qualità della vita e la salute. In questo senso, il tema 2026 invita a distinguere tra connessioni virtuali e rapporti reali: un “like” non sostituisce una conversazione o un gesto di vicinanza.

Felicità e salute

Il benessere emotivo ha effetti diretti anche sulla salute fisica: rafforza il sistema immunitario, riduce lo stress e contribuisce a prevenire diverse patologie. Anche piccoli accorgimenti, come evitare il cosiddetto “doomscrolling” serale, possono migliorare il sonno e l’umore.

In tutto il mondo, il 20 marzo è segnato da eventi, iniziative e campagne dedicate: workshop, incontri, attività nelle scuole e sui social. Partecipare è semplice: basta un gesto di gentilezza, un messaggio positivo o una telefonata a una persona cara.

La Giornata Internazionale della Felicità è soprattutto un promemoria: la felicità si costruisce ogni giorno, con scelte consapevoli, relazioni autentiche e un uso equilibrato della tecnologia.

Coltivare la felicità, una pratica quotidiana in cinque step

Trasformare il benessere in un'abitudine quotidiana non richiede ore di pratica. Bastano pochi minuti di consapevolezza ogni giorno per creare un cambiamento duraturo. Petit BamBou propone questo rituale in cinque step che può essere integrato nella vita quotidiana e ripetuto con costanza per favorire l'equilibrio emotivo e il benessere interiore.
  • 1. Pratica la gratitudine
Una volta al giorno, prenditi un momento per riconoscere qualcosa di cui sei grato. Puoi farlo al mattino appena sveglio o alla sera prima di andare a dormire. Può essere un pensiero silenzioso o una breve nota scritta. Ciò che conta è portare la tua attenzione su ciò che è già presente.
  • 2. Semina gentilezza spontanea
Scegli un semplice gesto di gentilezza: un sorriso, un messaggio premuroso, una parola gentile o un piccolo aiuto. Questi gesti fanno bene sia a chi li compie che a chi li riceve e aiutano a creare un senso di connessione durante la giornata.
  • 3. Allena lo sguardo alla bellezza
Cerca consapevolmente la bellezza in ciò che ti circonda, negli altri e in te stesso. Può trattarsi di un dettaglio, di un momento o di un atteggiamento. Allenare la tua attenzione in questo modo ti aiuta a cambiare prospettiva e ti apre le porte alla gioia quotidiana.
  • 4. Ritrova l'equilibrio interiore con il respiro
Nei momenti di difficoltà o stress, fermati e concentrati sul tuo respiro. Alcuni respiri lenti e consapevoli possono diventare un “rifugio interiore”, aiutandoti a rimanere presente e a ritrovare un senso di calma e stabilità.
  • 5. Assapora il momento
Almeno una volta al giorno, fermati e vivi appieno ciò che sta accadendo. Fermati, senti e concediti di riconoscere il valore del momento, anche se solo per un attimo. Imparare ad assaporare trasforma le esperienze ordinarie in fonti di gioia autentica.

Le pratiche per ritrovare presenza e serenità

Per la Giornata Mondiale della Felicità, Richard Romagnoli propone alcune pratiche quotidiane che aiutano a ritrovare lucidità mentale e a ridurre la tensione emotiva.
  • 1. I cinque minuti di orientamento interiore.
Prima che la giornata inizi a trascinarti nel ritmo frenetico delle attività quotidiane, fermati per cinque minuti. È un momento prezioso per orientare la mente e il tuo stato interiore. Chiediti perché la giornata che sta iniziando vale la pena di essere vissuta: ogni incontro, ogni conversazione e ogni esperienza possono diventare un’opportunità per esprimere il meglio di te. Anche quando emergeranno imprevisti o momenti di tensione, ricordati questo orientamento iniziale: la giornata non è qualcosa che semplicemente ti accade, ma uno spazio in cui puoi scegliere il tuo atteggiamento.
  • 2. Respirazione consapevole.
Cinque minuti di respirazione lenta e profonda possono cambiare il tuo stato mentale. Inspira lentamente dal naso ed espira dalla bocca lasciando che il respiro rallenti naturalmente. Questo semplice esercizio aiuta il corpo a rilassarsi e la mente a ritrovare chiarezza.
  • 3. La pratica dell’auto-abbraccio.
Porta la mano destra sotto l’ascella sinistra e con il braccio sinistro abbraccia la spalla destra, come se ti stessi dando un piccolo abbraccio. Rimani così per qualche respiro lento. In questo gesto accadono tre cose molto semplici ma importanti:
· Il corpo percepisce sicurezza, la pressione delle braccia sul petto manda al cervello il segnale che va tutto bene. Il sistema nervoso si calma e il respiro diventa più lento.
· Si riduce la tensione emotiva: il cervello diminuisce la produzione degli ormoni dello stress e aumenta le sostanze legate alla sensazione di benessere.
· Ti riconnetti con te stesso: è un gesto di auto-accoglienza. Il corpo riceve il messaggio: sono qui, mi sostengo, mi prendo cura di me.
In un contesto storico in cui l’attenzione è spesso catturata da ciò che non funziona, fermarsi a coltivare momenti di presenza, calma e consapevolezza può diventare un gesto rivoluzionario. Non servono cambiamenti radicali o grandi trasformazioni: a volte bastano pochi minuti, un respiro più lento, uno spazio dedicato a se stessi. È proprio da queste piccole scelte quotidiane che può nascere una nuova qualità dello stare al mondo. Perché la felicità, più che un traguardo da raggiungere, può diventare un modo diverso di attraversare la vita, un passo alla volta.

Quale è il Paese più felice del mondo 2026?

La Finlandia è il Paese più felice del mondo, per il nono anno consecutivo. Lo dice il World Happiness Report 2026, rapporto annuale promosso dalle Nazioni Unite che considera sei fattori: PIL pro capite, aspettativa di vita, sostegno sociale, libertà di scelta, possibilità di contare sugli altri e percezione della corruzione. L’Italia è al 38esimo posto.

I paesi nordici dominano la classifica, con Islanda, Danimarca, Svezia e Norvegia che, insieme alla Finlandia, occupano cinque delle prime sei posizioni quest’anno. Il Costa Rica si è classificato quarto, entrando per la prima volta nella top five e raggiungendo il miglior piazzamento di sempre per un Paese latinoamericano. Ultimo l’Afghanistan, devastato dal ritorno dei talebani e dalla guerra.

Il rapporto prende in conto una media di tre anni, in modo da ridurre i picchi causati da guerre o altri eventi estremi: forse in parte così si spiega l’ottavo posto di Israele (contro il 97° posto dell’Iran e il 141° del Libano, fra le ultime posizioni).

Fra i paesi sviluppati gli Stati Uniti si classificano al numero 23° posto, la Gran Bretagna al 29°, l’Irlanda al 13°, la Germania al 17°, la Francia al 35° (tre posti prima dell’Italia) e la Spagna al 41° (tre posti dopo).
(fonti varie dal web)

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Proposta innovativa “Atlante emotivo dei diritti”


Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende restituire alla Giornata Internazionale della Felicità (20 marzo), istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione A/RES/66/281, una densità culturale e pedagogica spesso offuscata da narrazioni superficiali e mediaticamente semplificate. In un panorama comunicativo che tende a banalizzare il concetto di felicità riducendolo a slogan o a rappresentazione estetica del benessere, si impone con urgenza una riflessione più rigorosa, capace di ricollocare la felicità all’interno del lessico dei diritti e delle responsabilità collettive.

La felicità, in questa prospettiva, non è un dispositivo retorico né una condizione privatizzata, ma una categoria interpretativa complessa che attraversa le politiche pubbliche, i sistemi educativi e le dinamiche sociali. Essa si configura come indicatore qualitativo della tenuta democratica di una comunità, della sua capacità di garantire condizioni di vita dignitose, accesso equo alle opportunità e riconoscimento delle differenze. Parlare di felicità in ambito scolastico significa, dunque, educare a una consapevolezza critica che sappia decostruire le narrazioni dominanti e restituire centralità alla dimensione etica e relazionale del vivere insieme.

In tale contesto, il sistema educativo è chiamato a un salto di qualità che non può limitarsi alla trasmissione di contenuti, ma deve configurarsi come spazio generativo di senso, capace di formare soggetti consapevoli e responsabili. La scuola diventa così un luogo di mediazione culturale in cui la felicità viene interrogata, problematizzata e ricostruita attraverso il confronto tra esperienze, saperi e visioni del mondo. È in questa tensione tra individuo e collettività che si radica la possibilità di un’educazione autenticamente orientata ai diritti umani.

In questa direzione, il Coordinamento propone una sperimentazione didattica originale denominata “Atlante emotivo dei diritti”, concepita come dispositivo educativo e comunicativo capace di integrare dimensione cognitiva, emotiva e digitale. Gli studenti sono coinvolti nella costruzione di una mappa interattiva della felicità globale che non si limita alla rappresentazione di dati statistici, ma li intreccia con narrazioni vissute, testimonianze dirette e percezioni soggettive provenienti da contesti differenti. L’elemento di radicale innovazione risiede nella trasformazione della classe in una redazione diffusa, in cui gli studenti assumono il ruolo di ricercatori, narratori e mediatori culturali, producendo contenuti che dialogano con il territorio e con una rete più ampia di interlocutori.

Questo processo attiva una dinamica di apprendimento che supera la tradizionale separazione tra sapere e vissuto, tra informazione e significato, favorendo lo sviluppo di una competenza critica capace di leggere la complessità del reale. La felicità emerge così non come dato astratto, ma come costruzione sociale situata, continuamente negoziata e ridefinita.

Alla luce di queste considerazioni, il CNDDU ritiene necessario promuovere una rinnovata alleanza tra scuola, media e istituzioni, affinché la Giornata Internazionale della Felicità non resti confinata a una dimensione celebrativa, ma diventi un dispositivo permanente di riflessione pubblica. Si propone, in tal senso, l’avvio di un osservatorio educativo nazionale sulla percezione della felicità tra i giovani, alimentato dai contributi delle scuole e strutturato come piattaforma aperta di analisi, narrazione e confronto. Tale iniziativa consentirebbe di restituire voce alle nuove generazioni, trasformando le loro esperienze in materia viva per l’elaborazione di politiche educative più aderenti ai bisogni reali.

Educare alla felicità, in ultima istanza, significa ridefinire il patto educativo in chiave profondamente democratica, riconoscendo che il benessere individuale è inseparabile dalla qualità delle relazioni sociali e dalla giustizia dei contesti in cui si vive. È in questa consapevolezza che la scuola può tornare a essere non solo luogo di istruzione, ma spazio politico nel senso più alto del termine, in cui si forma la capacità di immaginare e costruire un futuro condiviso.

Prof. Romano Pesavento
Presidente Nazionale CNDDU
(fonte: Politicamente Corretto 19/03/2026)
 

giovedì 19 marzo 2026

ALESSANDRO D'AVENIA: Collezionisti di neve

Collezionisti di neve
di Alessandro D'Avenia



pubblicato su il Corriere della Sera -del 23 febbraio 2026

«Ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali. E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne», questa frase all’inizio del capolavoro di Vasilij Grossman, Vita e Destino, mi ha sempre illuminato perché coglie la logica del creato.

Mi è tornata in mente guardando le Olimpiadi invernali: tante vite riunite in quella microscopica cattedrale che è il fiocco di neve. Un miracolo architettonico che infatti affascinò Johannes Keplero che, mentre scopriva le leggi che regolano le enormi masse dei corpi celesti che abbiamo studiato a scuola, scriveva un saggio su un altro corpo celeste, ma microscopico. «De nive sexangula» (Sulla neve a sei angoli, 1611) è infatti un libretto maturato negli inverni praghesi e ispirato dalla domanda: perché i fiocchi di neve cadono in forma esagonale e a sei raggi? Per rispondere Keplero pose con secoli d’anticipo le basi della cristallografia (struttura della materia) e dell’impacchettamento delle sfere (congettura di Keplero). Due secoli dopo di lui fu un ragazzino del Vermont ad andare oltre, chiedendosi come mai, nonostante una struttura così stabile che fa sembrare i fiocchi di neve tutti uguali, non ce ne siano di fatto due identici: norma ed eccezione, schema e variazione, essenza ed esistenza. Come ciascuno di noi.

Il breve saggio di Keplero, in latino, univa fisica, matematica e filosofia, ed era una strenna natalizia (regali tra geni) per un amico matematico, quando le intelligenze non erano artificiali ma carnali e non separavano ciò che lo stupore tiene insieme: scienza, umanesimo e fede (Keplero era anche un teologo cristiano). Partendo dall’assunto che in natura nulla è casuale, perché «in principio era il logos» (Gv 1), cercava la causa della «logica» ferrea (la forma esagonale) dei fiocchi di neve, anche per la somiglianza con strutture simili in natura: alveari, melograni, minerali…

Keplero, pur non conoscendo la struttura molecolare dell’acqua, aveva intuito che quella geometrica bellezza, la cui causa era ancora invisibile per motivi tecnologici, celasse una logica. E oggi infatti sappiamo che la struttura dell’acqua è una rete esagonale dovuta ai legami tra le molecole, un’impalcatura che le forze elettromagnetiche rendono stabile ed efficiente.

Ci aspetteremmo allora fiocchi tutti uguali, invece da una sola forma di base hanno origine infiniti esiti, come un inesauribile tema musicale su cui la vita fa le sue variazioni. Infatti una micro-particella di pulviscolo atmosferico, organica (batteri, spore…) o inorganica (polvere), attira l’acqua che a certe temperature cambia di stato, la condensazione in caduta poi cresce attraversando ambienti diversi per temperatura, umidità, correnti e altre collisioni. Così la struttura esagonale di base si stratifica in combinazioni illimitate, tanto che è praticamente impossibile che due fiocchi, anche vicini, siano identici.

Alla fine del 1800, quelle infinite configurazioni colpirono un quindicenne di una solitaria fattoria del Vermont, in America. Si chiamava Wilson Bentley e passava il tempo a osservare con un vecchio microscopio trovato in soffitta tutto quello che lo affascinava nei boschi attorno, per poi disegnarlo. Ciò che lo incuriosiva di più però cadeva dal cielo, i fiocchi di neve, ma si scioglievano troppo rapidamente per poterli osservare e disegnare: «Quando avevo diciassette anni, mia madre convinse mio padre a comprarmi macchina fotografica e microscopio, che ho poi unito nell’apparecchiatura che uso ancora oggi. Costarono, già allora, cento dollari! Mio padre detestava spendere tutto quel denaro per ciò che gli sembrava il ridicolo capriccio di un ragazzino. Ma mia madre riuscì a convincerlo, anche se lui non arrivò mai a credere che ne fosse valsa la pena. Lui e mio fratello maggiore hanno sempre pensato che stessi solo perdendo tempo, trafficando con i fiocchi di neve!» (D.C.Blanchard, The Snowflake Man).

Studiandoli, disegnandoli, fotografandoli e catalogandoli in base alle condizioni di formazione, Wilson divenne non solo fotografo professionista in micro-grafie ma il pioniere della fisica delle nuvole. Il suo marchingegno capace di fotografare i fiocchi prima che si sciogliessero permise di fermare una bellezza tanto fugace quanto immortale, proprio perché irripetibile. Lo fece per tutta la vita «collezionando» migliaia di fiocchi. A conferma del detto chestertoniano che le persone si spengono non per mancanza di meraviglie, ma di meraviglia, Wilson raccontava così la sua folgorazione adolescenziale: «Fui rapito dal desiderio di mostrare alle persone qualcosa di quella bellezza e dall’ambizione di diventarne, in qualche modo, il custode».

Una definizione perfetta di vocazione: bellezza ricevuta, da custodire e comunicare.

E così si meritò il soprannome di Snowflake Man, titolo scritto anche sulla sua lapide. Poco prima di morire uscì il lavoro di una vita, Snow Crystals, con 2453 micro-grafie di fiocchi tutti diversi, una galleria che fa impallidire i nostri musei e ha ispirato scienziati, architetti, stilisti, gioiellieri, poeti, decoratori… perché come diceva Bentley: «I fiocchi di neve non ci raggiungono solo per rivelarci la bellezza di ciò che in natura è microscopico, ma per insegnarci che tutta la bellezza terrena è fugace. Però, benché quella della neve sia passeggera come i colori dell’autunno o del cielo serale, se passa è solo per tornare ancora».

Le difficilissime evoluzioni del pattinaggio, le impossibili linee dello sci, le millimetriche strategie del curling, sono solo l’eco di «microscopici miracoli», come Bentley chiamava i fiocchi di neve. Aveva ragione Grossman, la vita è viva solo quando può essere unica: persino un silenzioso e fugace fiocco di neve non ha eguali. Un invisibile granello di pulviscolo vestito di infinite trame di cristalli celesti sussurra a chi, come Keplero e Wilson, sa ascoltare la sottile lingua del creato: a che punto sei della tua irripetibile discesa sulla Terra?

(Fonte: blog dell'autore)

UDIENZA GENERALE 18/03/2026 Papa Leone XIV: La vera pace prevalga tra tutti i popoli

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 18 marzo 2026

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Papa Leone XIV:
La vera pace prevalga tra tutti i popoli

All’udienza generale il Papa prosegue le riflessioni sui documenti conciliari e torna a soffermarsi sulla «Lumen gentium»


«La vera pace possa prevalere tra tutti i popoli». L’auspicio di Leone XIV è risuonato stamani al termine dell’udienza generale in piazza San Pietro. Salutando i diversi gruppi di fedeli presenti, «in particolare quelli provenienti dal Medio Oriente», il Pontefice ha sottolineato il compito che ogni cristiano è chiamato a portare avanti: «essere strumento di pace, amore e riconciliazione». Vivendo infatti un’esistenza «ispirata ai valori cristiani», ha aggiunto, si può essere «strumenti di pace nella società».

In precedenza, con i circa venticinquemila fedeli presenti e con quanti erano collegati attraverso i media, il vescovo di Roma aveva proseguito il ciclo di catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II.

E tornando a soffermarsi sulla Costituzione dogmatica Lumen gentium, aveva riflettuto su «La Chiesa popolo sacerdotale e profetico». «Risvegliamo in noi la consapevolezza e la gratitudine di aver ricevuto il dono di far parte del popolo di Dio — aveva detto —; e anche la responsabilità che questo comporta». Ogni battezzato, infatti, «è soggetto attivo di evangelizzazione, chiamato a dare coerente testimonianza di Cristo».
(fonte: L'Osservatore Romano 18/03/2026).

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LEONE XIV

Catechesi. I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Lumen gentium. 
4. La Chiesa popolo sacerdotale e profetico
 
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Oggi vorrei soffermarmi ancora sul secondo capitolo della Costituzione conciliare Lumen gentium (LG), dedicato alla Chiesa come popolo di Dio.

Il popolo messianico (LG, 9) riceve da Cristo la partecipazione all’opera sacerdotale, profetica e regale in cui si attua la sua missione salvifica. I Padri conciliari insegnano che il Signore Gesù ha istituito mediante la nuova ed eterna Alleanza un regno di sacerdoti, costituendo i suoi discepoli in un «sacerdozio regale» (1Pt 2,9; cfr 1Pt 2,5; Ap 1,6). Questo sacerdozio comune dei fedeli viene donato con il Battesimo, che ci abilita a rendere culto a Dio in spirito e verità e a «professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa» (LG, 11). Inoltre, attraverso il sacramento della Confermazione o Cresima, tutti i battezzati «vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’opera, come veri testimoni di Cristo» (ibid.). Questa consacrazione sta alla radice della comune missione che unisce i ministri ordinati e i fedeli laici.

In proposito, Papa Francesco così osservava: «Guardare al popolo di Dio è ricordare che tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa come laici. Il primo Sacramento, quello che suggella per sempre la nostra identità, e di cui dovremmo essere sempre orgogliosi, è il Battesimo. Attraverso di esso e con l’unzione dello Spirito Santo, [i fedeli] “vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo” (LG, 10), sicché tutti noi formiamo il santo Popolo fedele di Dio» (Lettera al Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, 19 marzo 2016).

L’esercizio del sacerdozio regale avviene in molti modi, tutti tesi alla nostra santificazione, anzitutto partecipando all’offerta dell’Eucaristia. Mediante la preghiera, l’ascesi e la carità operosa testimoniamo così una vita rinnovata dalla grazia di Dio (cfr LG, 10). Come sintetizza il Concilio, «l’indole sacra e la struttura organica della comunità sacerdotale vengono attuate per mezzo dei sacramenti e delle virtù» (LG, 11).

I Padri conciliari insegnano poi che il popolo santo di Dio partecipa anche della missione profetica di Cristo (cfr LG, 12). In questo contesto introduce il tema importante del senso della fede e del consenso dei fedeli. La Commissione Dottrinale del Concilio precisava che questo sensus fidei «è come una facoltà di tutta la Chiesa, grazie alla quale essa nella sua fede riconosce la rivelazione tramandata, distinguendo tra il vero e il falso nelle questioni di fede, e contemporaneamente penetra in essa più profondamente e più pienamente l’applica nella vita» (cfr Acta Synodalia, III/1, 199). Il senso della fede appartiene dunque ai singoli fedeli non a titolo proprio, ma quali membra del popolo di Dio nel suo insieme.

Lumen gentium concentra l’attenzione su quest’ultimo aspetto e lo mette in relazione all’infallibilità della Chiesa, a cui inerisce, servendola, quella del Romano Pontefice. La totalità dei fedeli, che hanno ricevuto l’unzione dal Santo (cfr 1Gv 2,20.27) non può sbagliarsi nel credere e manifesta questa sua proprietà particolare mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di morale (cfr LG, 12). La Chiesa, dunque, come comunione dei fedeli che include ovviamente i pastori, non può errare nella fede: l’organo di questa sua proprietà, fondato sull’unzione dello Spirito Santo, è il soprannaturale senso della fede di tutto il popolo di Dio, che si manifesta nel consenso dei fedeli. Da questa unità, che il Magistero ecclesiale custodisce, consegue che ciascun battezzato è soggetto attivo di evangelizzazione, chiamato a dare coerente testimonianza di Cristo secondo il dono profetico che il Signore infonde a tutta la sua Chiesa.

Lo Spirito Santo, che ci viene da Gesù Risorto, dispensa infatti «tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa» (LG, 12). Una dimostrazione peculiare di tale vitalità carismatica è offerta dalla vita consacrata, che continuamente germoglia e fiorisce per opera della grazia. Anche le forme associative ecclesiali sono esempio luminoso della varietà e della fecondità dei frutti spirituali per l’edificazione del Popolo di Dio.

Carissimi, risvegliamo in noi la consapevolezza e la gratitudine di aver ricevuto il dono di far parte del popolo di Dio; e anche la responsabilità che questo comporta.

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Saluti:
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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare saluto i fedeli di Riva presso Chieri e di Rosciano, i Funzionari dell’Ispettorato di Pubblica Sicurezza “Palazzo Chigi” di Roma, gli allievi della Scuola Sottufficiali della Marina Militare di Taranto, il Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta, l’Industria Fiasconaro di Castelbuono.

Il mio pensiero va infine ai malati, agli sposi novelli e ai giovani, specialmente alla Scuola Cristo Re di Roma e all’Istituto San Giorgio di Pavia. Affido i propositi e le aspirazioni di ciascuno a San Giuseppe, celeste Patrono della Chiesa Universale, del quale celebreremo domani la solennità liturgica.

A tutti la mia benedizione!


Guarda il video

TONIO DELL'OLIO: San Giuseppe patriarca

San Giuseppe patriarca
di Tonio Dell'olio


Chiamatelo pure “patriarca”, ma abbiate il coraggio di rovesciare la parola. Perché Giuseppe di Nazareth non ha nulla a che vedere con il potere maschile che oggi si traveste da tradizione. Il suo patriarcato non domina: custodisce. Non impone: ascolta. Non possiede: ama.

È fatto di silenzio, di sogni che arrivano di notte, di mani sporche di lavoro e di cuore disarmato davanti al mistero. Se davvero potesse parlare, Giuseppe sconfesserebbe senza esitazioni il nostro patriarcato: quello che pretende di dire Dio al maschile, che misura la forza nel controllo, che chiama autorità ciò che spesso è solo paura. Lui, invece, ha imparato accanto a Maria l’arte più difficile: fidarsi dell’impossibile. E sì, diciamolo pure: quell’arte che troppo in fretta liquidiamo come “roba da femminucce”. Forse oggi Giuseppe ci prenderebbe per mano, uno a uno, e ci porterebbe nelle scuole, nei cantieri, nelle case, a reimparare la grammatica dell’amore: rispetto, libertà, reciprocità. Ci insegnerebbe che amare non è trattenere, ma lasciare fiorire. Che nessuno è proprietà di nessuno. E allora, in questa festa del papà, non celebriamo un ruolo: convertiamo uno sguardo. Preghiamo per i maschi, sì — perché imparino a diventare uomini senza armature, padri senza dominio, compagni senza paura. La paternità – quella vera – non è un titolo, è una rivoluzione interiore.

(Fonte: Mosaico dei Giorni - 19.03.2026)

#UOMINI E ANIMALI - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#UOMINI E ANIMALI 
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


È solo per un eccesso di vanità che gli uomini si attribuiscono un’anima diversa da quella degli animali.

È alla penna non di rado avvelenata e alla lingua mordace di Voltaire che dobbiamo questa asserzione così paradossale. Lasciamo a parte la riflessione filosofica o teologica sull’antropologia e, quindi, sull’anima, un tema sul quale l’umanità da sempre si è accanita, interrogando, ipotizzando, affermando o negando. Noi puntiamo, piuttosto, sul comportamento degli umani che spesso esplode in manifestazioni definite “bestiali”. Certo, nella natura animale troviamo atti impressionanti per brutalità, talora per soddisfare bisogni animali come l’alimentazione o istinti come la sessualità generativa. Tuttavia nell’orizzonte umano, che si vorrebbe dotato di razionalità, c’è talora un aspetto sorprendente ma anche sconcertante che può sia giustificare il sospetto di Voltaire, sia smentirlo.

In positivo, infatti, c’è la gratuità dell’agire umano che può manifestarsi in modo nobile e concretizzarsi in atti d’amore che raggiungono livelli alti e assoluti di donazione. Come non ricordare il detto di Cristo, pronunciato alle soglie della sua condanna a morte, nell’ultima sera della sua vita terrena: «Non c’è amore più grande di colui che dà la vita per la persona amata» (Giovanni 15,13)? È un valicare il mero istinto animale della conservazione. C’è, però, un’antitetica gratuità umana, ed è quella che si rivela nella crudeltà, nella violenza fine a sé stessa, nel sadismo della tortura, nell’assurdità delle guerre e così via. Si rimane basiti davanti a simili comportamenti che non sono “bestiali”, ma frutto di un’umanità perversa e “creativa” in modo degenere e infame. Per rendere, però, in altro senso positivo il motto di Voltaire, a suggello poniamo la voce del Salmista biblico: «Uomini e bestie tu salvi, Signore» (36,7).

(Fonte: “Il Sole 24 Ore” - 15 marzo 2026)

mercoledì 18 marzo 2026

Europa a un bivio decisivo

Gerardo Femina*
Europa a un bivio decisivo

 
(Foto di Gerardo Femina)

Oggi l’Europa si trova davanti a una scelta decisiva. Gli Stati Uniti vogliono coinvolgere gli “alleati” nella guerra sciagurata contro l’Iran. Una guerra che molti analisti giudicano insensata: senza obiettivi chiari, senza una strategia e probabilmente già persa in partenza. Un conflitto che, oltre a far scorrere un fiume di sangue in Medio Oriente, colpisce la stessa Europa. Una guerra che distrugge intenzionalmente ogni principio del diritto internazionale, spingendo il mondo verso il caos.

L’Europa deve scegliere: appoggiare questa guerra — aprendo la strada a un conflitto mondiale — o prendere una posizione netta contro questo attacco e distanziarsi dagli Stati Uniti e da Israele. I Paesi europei dovrebbero seguire l’esempio del premier spagnolo Pedro Sánchez: uscire dal ruolo di subordinazione politica e scegliere finalmente una politica estera autonoma, orientata al bene delle proprie popolazioni.

In questa scelta si gioca non solo il futuro dell’Europa, ma anche quello del pianeta.

Nel 2022 molti hanno giustamente criticato l’invasione russa dell’Ucraina. Non hanno però visto un’altra faccia della realtà storica: quella guerra era stata preparata da anni da una crescente tensione geopolitica alimentata soprattutto dagli Stati Uniti e dai suoi alleati.

Ma oggi è impossibile non vedere con chiarezza che ci troviamo di fronte a un attacco guidato solo dalla logica del dominio e della supremazia.

Con l’invasione russa dell’Ucraina, l’Europa si trovò davanti a una scelta: mediare o sostenere l’escalation. Di fatto scelse la seconda strada.
Lo stesso è avvenuto con la tragedia di Gaza, che diversi rapporti delle Nazioni Unite hanno definito un genocidio. Molti governi europei hanno appoggiato, direttamente o indirettamente, l’azione di Israele.

È molto difficile che oggi i governi riescano a liberarsi dalla sudditanza verso gli Stati Uniti e dall’influenza enorme dell’industria delle armi. Non solo per mancanza di statura morale e di visione del futuro, ma anche perché i nostri politici sono spesso corrotti o ricattati, subendo pressioni politiche ed economiche enormi. Hanno chiaramente paura e mancano del coraggio per fare le scelte che sanno essere giuste.

Per questo la voce della gente, la nostra voce, è decisiva. Non c’è dubbio che, se si tenesse oggi un referendum in Europa, la grande maggioranza delle persone voterebbe per non appoggiare nessuna guerra e per prendere le distanze da una politica internazionale folle e dominata dalla logica della violenza e della brutalità.

Nel 2007 noi umanisti avevamo visto chiaramente la situazione in cui il mondo sarebbe arrivato. Nella dichiarazione Europa per la Pace scrivevamo: “L’Europa non deve appoggiare alcuna politica che trascini il pianeta verso la catastrofe: qui è in gioco la vita di milioni di persone, è in gioco il futuro stesso dell’umanità. Le armi nucleari vanno smantellate oggi, prima di usarle; dopo sarebbe troppo tardi. Che i politici siano all’altezza della situazione o si facciano da parte!”

Oggi quella scelta torna davanti a noi con tutta la sua urgenza.
Una scelta che riguarda tutti noi: sfuggire alla logica della polarizzazione e condannare la violenza e la disumanità da qualsiasi parte provengano.

Europa per la Pace

Gerardo Femina, studioso della nonviolenza attiva, attivista e promotore della campagna Europe for peace.
(fonte: Pressenza 17/03/2026)


martedì 17 marzo 2026

Tonio Dell'Olio: Un’altra difesa è possibile

Tonio Dell'Olio
 
Un’altra difesa è possibile
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  17 Marzo 2026


Con l’aria che tira sembrava un controsenso, un’iniziativa anacronistica, un paradosso… Questo è il tempo della retorica bellica in cui, come dice Papa Leone, “la guerra torna di moda”.

Eppure c’è una proposta che prova a cambiare prospettiva: non negare la difesa, ma ridefinirla affiancando quella armata. 

Ieri le reti della campagna “Un’altra difesa è possibile” hanno depositato in Cassazione la proposta di legge per l’istituzione del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta. 
Il cuore del progetto è chiaro: riconoscere la difesa civile come componente del sistema nazionale, dotarla di un dipartimento dedicato e di risorse proprie, anche attraverso un innovativo meccanismo di partecipazione come il 6xmille.

Non si tratta di un’utopia, ma di un valore cucito a ricamo nel dettato costituzionale: l’articolo 11 ripudia la guerra, mentre l’articolo 52 affida a tutti i cittadini la difesa della patria. 

La proposta si inserisce in un percorso lungo oltre un decennio, fatto di raccolte firme, mobilitazioni e interlocuzioni istituzionali mai interrotte. Oggi – si capisce! – torna con rinnovata urgenza. E proprio per questo acquista valore: perché indica una via alternativa, fondata sulla prevenzione, sulla partecipazione e sulla tutela dei diritti. In nome delle vittime di tutte le guerre.

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Leone XIV: nella Chiesa, profezia di pace e unità, c'è posto per tutti - Udienza Generale -11.03.2026 (Testo e video)

Nella Chiesa, profezia di pace e unità, 
c'è posto per tutti

Leone XIV

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 11 marzo 2026



I Documenti del Concilio Vaticano II
II. Costituzione dogmatica Lumen gentium

3. La Chiesa popolo di Dio

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Proseguendo nella riflessione sulla Costituzione dogmatica Lumen gentium (LG) oggi ci soffermiamo sul secondo capitolo, dedicato al Popolo di Dio.

Dio, che ha creato il mondo e l’umanità e che desidera salvare ogni uomo, compie la sua opera di salvezza nella storia scegliendo un popolo concreto e abitando in esso. Per questo, Egli chiama Abramo e gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia del mare (cfr Gen 22,17-18). Con i figli di Abramo, dopo averli liberati dalla condizione di schiavitù, Dio stringe un’alleanza, li accompagna, se ne prende cura, li raccoglie ogni volta che si smarriscono. Perciò, l’identità di questo popolo è data dall’azione di Dio e dalla fede in Lui. Esso è chiamato a diventare luce per le altre nazioni, come un faro che attirerà a sé tutti i popoli, l’intera umanità (cfr Is 2,1-5).

Il Concilio afferma che «tutto questo però avvenne in preparazione e in figura di quella nuova e perfetta alleanza che doveva concludersi con Cristo, e di quella più piena rivelazione che doveva essere trasmessa dal Verbo stesso di Dio fattosi uomo» ( LG, 9). È infatti Cristo che, nel dono del suo Corpo e del suo Sangue, raccoglie in sé stesso e in modo definitivo questo popolo. Esso è fatto ormai di gente proveniente da qualunque nazione; è unificato dalla fede in Lui, dall’adesione a Lui, dal vivere della sua stessa vita animati dallo Spirito del Risorto. Questa è la Chiesa: il popolo di Dio che trae la propria esistenza dal corpo di Cristo [1] e che è esso stesso corpo di Cristo; [2] non un popolo come gli altri, ma il popolo di Dio, convocato da Lui e fatto di donne e uomini provenienti da tutti i popoli della Terra. Suo principio unificatore non è una lingua, una cultura, un’etnia, ma la fede in Cristo: la Chiesa è pertanto – secondo una splendida espressione del Concilio – «l’assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù» ( LG, 9).

Si tratta di un popolo messianico, proprio perché ha per capo Cristo, il Messia. Quanti ne fanno parte non vantano meriti o titoli, ma solo il dono di essere, in Cristo e per mezzo di Lui, figlie e figli di Dio. Prima di qualunque compito o funzione, dunque, ciò che conta davvero nella Chiesa è l’essere innestati in Cristo, essere per grazia figli di Dio. Questo è anche l’unico titolo onorifico che dovremmo ricercare come cristiani. Siamo nella Chiesa per ricevere incessantemente la vita dal Padre e per vivere come suoi figli e fratelli tra di noi. Di conseguenza, la legge che anima le relazioni nella Chiesa è l’amore, così come lo riceviamo e lo sperimentiamo in Gesù; e sua meta è il Regno di Dio, verso il quale essa cammina insieme a tutta l’umanità.

Unificata in Cristo, Signore e Salvatore di ogni uomo e donna, la Chiesa non può mai essere ripiegata in sé stessa, ma è aperta a tutti ed è per tutti. Se vi appartengono i credenti in Cristo, il Concilio ci ricorda che «tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo popolo di Dio. Perciò questo popolo, restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l’intenzione della volontà di Dio, il quale in principio ha creato la natura umana una, e vuole radunare insieme i suoi figli, che si erano dispersi» (LG, 13). Anche chi non ha ancora ricevuto il Vangelo è perciò, in qualche modo, orientato al popolo di Dio e la Chiesa, cooperando alla missione di Cristo, è chiamata a diffondere il Vangelo ovunque e a tutti (cfr LG, 17), perché ciascuno possa entrare in contatto con Cristo. Questo significa che nella Chiesa c’è e deve esserci posto per tutti, e che ogni cristiano è chiamato ad annunciare il Vangelo e a dare testimonianza in ogni ambiente in cui vive e opera. È così che questo popolo mostra la sua cattolicità, accogliendo le ricchezze e le risorse delle diverse culture e, al tempo stesso, offrendo loro la novità del Vangelo per purificarle ed elevarle (cfr LG, 13).

In questo senso, la Chiesa è una ma include tutti. Così l’ha descritta un grande teologo: «Arca unica della Salvezza, deve accogliere nella sua vasta navata tutte le diversità umane. Unica sala del Banchetto, le vivande che distribuisce sono attinte da tutta la creazione. Veste senza cuciture di Cristo, essa è anche – ed è la stessa cosa – la veste di Giuseppe, dai molti colori». [3]

È un grande segno di speranza – soprattutto ai nostri giorni, attraversati da tanti conflitti e guerre – sapere che la Chiesa è un popolo in cui convivono, in forza della fede, donne e uomini diversi per nazionalità, lingua o cultura: è un segno posto nel cuore stesso dell’umanità, richiamo e profezia di quell’unità e di quella pace a cui Dio Padre chiama tutti i suoi figli.


[1] Cfr J. Ratzinger, Il nuovo popolo di Dio, Brescia 1992, 97.

[2] Cfr Y. M.-J. Congar, Un popolo messianico, Brescia 1976, 75.

[3] Cfr H. de Lubac, Cattolicismo. Aspetti sociali del dogma, Milano 1992, 222.

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Saluti

Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier, venus de France : le groupe de prêtres du Diocèse de Saint-Flour, avec leur évêque et les élèves de plusieurs écoles catholiques ; enfin les pèlerins venus de Belgique : spécialement le groupe d’étudiants des Écoles Européennes. Soyez des missionnaires de l’unité et de la paix témoignant de l’Amour de Dieu pour l’humanité. Que Dieu vous bénisse !

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, in particolare quelli provenienti dalla Francia: il gruppo di sacerdoti della diocesi di Saint-Flour, con il loro Vescovo e gli alunni di diverse scuole cattoliche; infine i pellegrini provenienti dal Belgio, in particolare il gruppo di studenti delle Scuole Europee. Siate missionari dell’unità e della pace, testimoniando l’amore di Dio per l’umanità. Dio vi benedica!]

I greet all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from Denmark, Australia and the United States of America. With prayerful good wishes that this Lent will be a time of grace and spiritual renewal for you and your families, I invoke upon all of you joy and peace in our Lord Jesus Christ.

Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, nutzen wir die Fastenzeit, um aufmerksamer auf die Stimme des Herrn zu hören und ihr zu folgen. So wachsen wir im Glauben an Christus, der uns in seinem mystischen Leib, der Kirche, vereint und zum Heil führt.

[Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, cogliamo l’occasione della Quaresima per ascoltare e seguire con maggiore attenzione la voce del Signore. Così cresciamo nella fede in Cristo che ci riunisce nel suo Corpo mistico che è la Chiesa e ci conduce alla salvezza.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Pidamos a la Santísima Virgen María que no nos cansemos de orar, esperar y trabajar, dispuestos a la purificación y a la renovación interior, a fin de que la luz de Cristo resplandezca siempre en el Pueblo de Dios. Que el Señor los bendiga. Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,愿四旬期使你们能在祈祷中合一,在关怀他人需求时能够团结一心,并且使你们成为耶稣的真门徒。我衷心的降福你们!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, il tempo di Quaresima vi trovi uniti nella preghiera e nella solidarietà verso i bisogni altrui, e vi faccia diventare veri discepoli del Maestro divino. Vi benedico di cuore.]

Dou as boas-vindas aos peregrinos de língua portuguesa presentes na Audiência de hoje, de modo especial aos grupos provenientes do Brasil. Obrigado por estardes aqui, entre tantos outros fiéis vindos de todo o mundo. Quando regressardes aos vossos países, guardai esta experiência de unidade e, movidos pela Caridade de Cristo, sede sempre homens e mulheres que buscam a comunhão e a paz. Deus vos abençoe!

[Do il benvenuto ai pellegrini di lingua portoghese presenti all’odierna Udienza, in modo speciale ai gruppi provenienti dal Brasile. Grazie per essere qui in mezzo a tanti altri fedeli venuti da tutto il mondo. Una volta rientrati nei vostri paesi, custodite quest’esperienza d’unità e, mossi dalla Carità di Cristo, siate sempre uomini e donne che inseguono la comunione e la pace. Dio vi benedica!]

أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة. الكَنِيسَةُ مَدعُوَّةٌ إلى أَنْ تَكونَ نورًا لِلعالَمِ وشاهِدَةً على الرَّحمَةِ لِكَي يَعِمَّ السَّلامُ بَينَ جَمِيعِ النَّاس. بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba. La Chiesa è chiamata ad essere luce del mondo e testimone della misericordia, affinché la pace possa regnare tra tutti gli uomini. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Serdecznie pozdrawiam Polaków. Od ponad trzystu lat w Wielkim Poście, śpiewając „Gorzkie żale”, rozważacie Mękę Jezusa i boleści Jego Matki. Zachęcam do udziału w tych nabożeństwach. Niech modlitwie towarzyszą konkretne czyny miłości: pomoc, pojednanie i budowanie pokoju, szczególnie w waszych rodzinach i we wspólnocie Kościoła. Wszystkich was błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi. Da oltre trecento anni, in Quaresima, cantando “Lamentazioni amare”, meditate sulla Passione di Gesù e sui dolori di Sua Madre. Vi incoraggio a partecipare a queste funzioni. La preghiera sia accompagnata da atti concreti di carità: aiuto, riconciliazione e costruzione della pace, specialmente nelle vostre famiglie e nella comunità della Chiesa. Vi benedico tutti!]

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APPELLO

Si celebrano oggi a Qlayaa, in Libano, i funerali di Padre Pierre El Raii, parroco maronita di uno dei villaggi cristiani nel sud del Libano, che in questi giorni stanno vivendo, ancora una volta, il dramma della guerra. Sono vicino a tutto il popolo libanese, in questo momento di grave prova.

In arabo “El Raii” significa “il pastore”. Padre Pierre è stato un vero pastore, che è rimasto sempre accanto al suo popolo, con l’amore e il sacrificio di Gesù Buon Pastore. Non appena ha sentito che alcuni parrocchiani erano rimasti feriti da un bombardamento, senza esitazione è corso ad aiutarli. Voglia il Signore che il suo sangue sparso sia seme di pace per l’amato Libano.

Cari fratelli e sorelle, continuiamo a pregare per la pace in Iran e in tutto il Medio Oriente, in particolare per le numerose vittime civili, tra cui molti bambini innocenti. Possa la nostra preghiera essere conforto per chi soffre e seme di speranza per il futuro.

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare saluto i Religiosi Fatebenefratelli che ringrazio per il prezioso servizio specialmente in favore delle persone più fragili. Saluto la Delegazione della «Fiaccola Benedettina», guidata dai Sindaci di Norcia, Subiaco e Cassino e accompagnata dall’Arcivescovo Mons. Renato Boccardo. Sono lieto di benedire questo simbolo di fraternità. Auspico che la sua luce possa ispirare i governanti e i cittadini a costruire una società basata sui valori della solidarietà e della concordia, seguendo l’esempio di San Benedetto, messaggero di pace.

Il mio pensiero va infine ai malati, agli sposi novelli e ai giovani, soprattutto agli studenti del Liceo Galilei di Siena, dell’Istituto San Leone IX di Sessa Aurunca e dell’Istituto Gadda di Quarto. In questo tempo di Quaresima, proseguiamo con impegno il cammino verso la Pasqua, mistero centrale della nostra fede

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Udienza generale




Trump e la sua guerra «per divertimento». E intanto Netanyahu sogna l’arrivo del Messia

Trump e la sua guerra «per divertimento».
E intanto Netanyahu sogna l’arrivo del Messia

I leader di Usa e Israele premono perché il conflitto diventi religioso, ma le conferenze episcopali di tutto il mondo e anche gli evangelici americani prendono le distanze e chiedono di tornare al rispetto del diritto internazionale

REUTERS

«Abbiamo totalmente demolito l'isola di Kharg, ma potremmo colpirla ancora qualche volta, giusto per divertimento. L'abbiamo totalmente decimata». 
Le parole di Donald Trump, che rifiuta i tentativi di mediazione per una tregua offerti dai Paesi del Golfo, allontanano una possibile fine della guerra. Il presidente americano, anzi, rilancia e vorrebbe che entrassero in guerra, con lui, anche Francia, Gran Bretagna, Cina, Giappone, Corea del Sud e «altri Paesi», non meglio specificati, «colpiti da questa restrizione artificiale», scrive riferendosi al blocco da parte iraniana dello Stretto di Hormuz dal quale passa gran parte del greggio mondiale. 

Chiede «l’invio di navi da guerra» per trascinare nel conflitto anche altre nazioni. L’Italia, al momento, rifiuta e guarda avanti. Dopo che il Consiglio supremo di Difesa, riunito d’urgenza dal capo dello Stato Sergio Mattarella, lo scorso venerdì, ha ribadito che «l’Italia non partecipa e non parteciperà alla guerra», il nostro Paese sta cercando strade per la de escalation. «Il Consiglio», recitava il comunicato diramato alla fine dei lavori con il presidente della Repubblica, «ha constatato con preoccupazione che la crisi dell’ordine internazionale, incentrato sull’ONU, con la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale anche di fronte a sfide comuni come le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni». E ha sottolineato che «nell’attuale contesto di instabilità - irresponsabilmente aperto dall’aggressione della Russia all’Ucraina – con le progressive lacerazioni della pacifica convivenza internazionale, l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e le numerose violazioni del diritto internazionale, l’Italia è impegnata a ricercare e sostenere ogni sforzo che riporti in primo piano la via negoziale e diplomatica».

Se l’Italia e l’Europa cercano di scongiurare l’allargamento del conflitto, Trump e Netanyahu, al contrario, gettano benzina sul fuoco. Il premier israeliano, parlando alla nazione dalla tv di Stato, ha apertamente sostenuto la sua volontà di «trasformare Israele in una superpotenza contro l’Islam». Sostenendo che, «con la guerra contro l’Iran assisteremo al ritorno del Messia», Netanyahu parla a quella parte di popolazione, i messianici, che sostengono che si possa accelerare la venuta del Messia conquistando tutto il territorio palestinese, compresa la Cisgiordania e allargandosi verso parte del Libano e della Siria, cancellando tutte le altre religioni dall’area e ricostruendo il terzo tempio di Gerusalemme laddove oggi sorge la moschea di Al Aqsa. Una sorta di “guerra santa” condotta, in nome del fanatismo religioso, contro altre religioni. Distruggendo l’Islam «sunnita e sciita che sono una minaccia per il mondo», dice il premier israeliano, «vedremo il ritorno del Messia ma non accadrà giovedì prossimo».

Dal canto suo, anche il segretario di Stato americano, Marco Rubbio, che lo scorso anno era apparso in tv nel giorno del mercoledì delle ceneri con una vistosa croce nera sulla fronte, ha dichiarato che bisogna continuare la guerra in Iran perché il Paese è «guidato da fanatici religiosi».

Chi non ci sta a coinvolgere le religioni in una guerra che sembra avere di mira, invece, il controllo mondiale del petrolio, sono invece proprio i leader mondiali delle religioni. A cominciare dal vescovo Yehiel Curry, presidente della Chiesa evangelica luterana in America (Elca), che ha criticato l’azione contro l’Iran spiegando che «La Chiesa di Gesù Cristo è chiamata a proclamare la pace del regno eterno di Dio e a lavorare per una pace terrena qui e ora». L’esistenza della pace, ha ricordato, «dipende dai leader che danno priorità alla diplomazia rispetto all'impegno militare e alla deterrenza rispetto alla guerra, e dai cittadini ai quali il Governo deve rendere conto prima di prendere in considerazione un’azione militare».

Il vescovo parla di «fallimento della guerra» ricordando che «i costi in termini di vite umane e sicurezza di questo fallimento saranno sostenuti da coloro che meno possono evitarlo: bambini, famiglie e quanti non hanno i mezzi per fuggire. Il suo tributo mortale è stato pagato, e continuerà a essere pagato, con la vita dei nostri vicini, compresi i nostri fratelli in Cristo in Medio Oriente». Per questo sostiene «l'urgente necessità di sforzi diplomatici e umanitari solidi e ben finanziati. I nostri compagni della Chiesa Evangelica Luterana in Giordania e in Terra Santa hanno chiesto alla nostra Chiesa di pregare con fervore per la pace e la sicurezza e di sostenere la dignità e la sicurezza di tutte le persone».

Si sono mosse e si stanno muovendo anche le conferenze episcopali cattoliche di tutto il mondo. 

L’arcivescovo di Chicago, Blase J.Cupich, arcivescovo di Chicago, aveva definito «disgustoso e nauseante» il video della Casa Bianca «Giustizia alla maniera americana» che Trump aveva postato subito dopo l’attacco all’Iran. «Questa rappresentazione orribile in cui una vera guerra con morte reale e sofferenza reale sono trattate come un videogioco dimostra che viviamo in un'epoca in cui la distanza tra il campo di battaglia e il soggiorno è stata drasticamente ridotta. La guerra ora è diventata uno sport da spettatore o un gioco di strategia». Il cardinale Robert W.McElroy, arcivescovo di Washington, ha condannato la decisione degli Stati Uniti di entrare in guerra con l'Iran come «moralmente non legittima. Gli Usa non stavano rispondendo a un attacco iraniano esistente o imminente e oggettivamente verificabile. Come ha dichiarato categoricamente Papa Benedetto, la dottrina cattolica non sostiene la guerra preventiva, cioè una guerra giustificata da speculazioni su eventi futuri. Se la guerra preventiva fosse accettata moralmente allora tutti i limiti alla causa per entrare in guerra sarebbero messi in estremo pericolo». E ancora, dopo essere stato ricevuto in udienza da papa Leone, il cardinale ha ribadito che il governo Trump deve «fare un passo indietro rispetto a strategie e obiettivi che mettono a rischio la pace mondiale. Basta con categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e le politiche distruttive».

Per tutti i vescovi americani, poi, ha parlato l’arcivescovo Paul S Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense: «Il crescente conflitto rischia di trasformarsi in una guerra regionale più ampia», ha affermato chiedendo che si torni «all’impegno diplomatico multilaterale» per evitare «una tragedia di proporzioni immense». I vescovi hanno chiesto anche che i cattolici preghino perché i leader scelgano «il dialogo sulla distruzione».

Si sono mosse anche la Conferenza Episcopale Argentina, tra le prime a reagire alla guerra che ha definito «scioccante». «La violenza», ha ribadito, «non è mai un modo per risolvere i conflitti e porta solo distruzione». I cattolici, invece, sulla scorta di quanto ha predicato papa Francesco e continua a fare papa Leone, devono diventare «artigiani di pace e devono adoperarsi per la cessazione di ogni conflitto»

La Conferenza episcopale cattolica australiana ha condannato un intervento che porta «la perdita di vite umane e la paura e l’incertezza tra la gente comune e la destabilizzazione di una regione già fragile».

La Conferenza episcopale dell’India si è detta «profondamente preoccupata per le crescenti tensioni e i conflitti in corso» e ha chiesto che i leader politici «scelgano consapevolmente la pace rispetto alla violenza perché la violenza e il conflitto generano solo ulteriori sofferenze e disperazione».

La conferenza episcopale del Nord Africa ha denunciato che «la guerra non è mai la strada verso la pace: è sempre il suo fallimento. E, riprendendo quanto dichiarato dalle comunità cristiane in Marocco, ha sottolineato che i cristiani «rifiutano con tutta la forza del Vangelo il ricorso alla violenza e alla guerra come metodo per risolvere i conflitti tra popoli e nazioni».

La Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche ha chiesto la «cessazione immediata delle ostilità» perché «la pace non può essere costruita su minacce o armi che seminano distruzione, dolore e morte».

Tra le prese di posizione, tante quelle degli episcopati europei, si distingue poi quella della Conferenza episcopale cattolica dell’Africa meridionale che ha espresso «sentite condoglianze alle famiglie in lutto, alla comunità sciita e al popolo iraniano» per la morte del leader sciita. Chiedendo la fine del conflitto hanno ricordato le parole di papa Leone per «un dialogo ragionevole, sincero e responsabile».

E proprio a papa Leone è stata recapitata una lettera da parte della autorità religiose iraniane con la quale gli si chiede di prendere posizione apertamente condannando «i crimini efferati americano-sionisti contro la Nazione iraniana». Il messaggio, reso noto dai media della Repubblica dell’Iran e firmato dall'ayatollah Alireza Arafi, direttore dei seminari religiosi iraniani e già membro del Consiglio di leadership ad interim istituito dopo la morte della Guida Suprema, Ali Khamenei, ha definito «gravissima» la sua uccisione. «Un crimine senza precedenti nella storia delle religioni, un insulto a tutti i seguaci delle religioni divine». Una lettera che, insieme a un accenno di dialogo, sembra contenere anche una velata minaccia. Khamenei, secondo Arafi, era «un convinto sostenitore dei diritti delle minoranze, in particolare dei cristiani in Iran». Colpire lui «rappresenta un precedente pericoloso che potrebbe rendere legittimo in futuro prendere di mira altri leader religiosi».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Annachiara Valle 15/03/2026)