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lunedì 29 giugno 2026

Papa Leone XIV: "Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo. Per questo non dobbiamo rassegnarci alla violenza. La violenza non avrà l’ultima parola. Dio continua ad aprire nella storia cammini di riconciliazione e di pace. Abbiamo la responsabilità di percorrerli con coraggio e di aiutare il mondo a riconoscerli." (Concistoro 27/06/2026)



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CONCISTORO STRAORDINARIO
(26-27 GIUGNO 2026)

DISCORSO DI PAPA LEONE XIV
A CONCLUSIONE DEI LAVORI DEL CONCISTORO STRAORDINARIO

Aula Nuova del Sinodo
Sabato, 27 giugno 2026

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Prima di entrare nella riflessione conclusiva, desidero esprimere la nostra vicinanza, mia e di tutto il Collegio Cardinalizio, alla popolazione del Venezuela, duramente colpita dal violento terremoto di questi giorni. Assicuriamo la nostra preghiera per le vittime, per le loro famiglie e per quanti soffrono le conseguenze di questa tragedia. Affidiamo al Signore anche tutti coloro che sono impegnati nei soccorsi e chiediamo che non venga meno la solidarietà delle comunità internazionali verso quella cara Nazione.

Cari Fratelli Cardinali, giungiamo adesso al termine di questi giorni con un sentimento di profonda gratitudine. Vi ringrazio per la libertà, la fraternità e il senso ecclesiale con cui avete preso parte ai nostri lavori. Porto con me non soltanto il contenuto delle vostre riflessioni, ma anche l’esperienza che le ha rese possibili. In questi giorni abbiamo cercato insieme la volontà del Signore, nella convinzione che Cristo continua a operare nella sua Chiesa: è Lui che ci precede, ci raduna, parla attraverso i fratelli e ci conduce nella missione. Tutto nasce da Lui e tutto ritorna a Lui. Per questo, vedere Cardinali provenienti da Chiese, culture e situazioni così diverse ascoltarsi reciprocamente e cercare insieme ciò che meglio serve il Vangelo è stato per me motivo di consolazione, di speranza.

Abbiamo iniziato questi giorni lasciandoci guidare dall’immagine del buon Samaritano: un uomo che si ferma davanti al fratello ferito, si lascia commuovere nelle viscere e se ne prende cura. Vorrei ora congedarci con un’altra icona evangelica: quella dei discepoli di Emmaus. Anche loro camminano segnati dalla tristezza e dalla delusione, ma il Signore si fa loro compagno di strada, ascolta le loro domande, apre le Scritture, fa ardere il loro cuore e trasforma il loro cammino. Mi piace pensare che anche quanto abbiamo vissuto in questi giorni abbia qualcosa di questa esperienza: abbiamo camminato insieme, ci siamo ascoltati reciprocamente e, se abbiamo lasciato spazio al Signore, Egli ha nuovamente acceso nei nostri cuori la speranza e ci rimanda ora alle nostre Chiese per riprendere il cammino con uno sguardo nuovo.

La riflessione conclusiva sul cammino sinodale ci ha aiutato a rileggere quanto abbiamo vissuto in questi giorni. Mi sembra che la domanda della sinodalità non sia anzitutto: “Chi ha il potere di decidere?”. La domanda è più profonda: “Come custodiamo insieme il dono che il Signore ha affidato alla sua Chiesa?”. Quando questa domanda diventa il centro del nostro discernimento, anche le questioni dell’autorità, della corresponsabilità e delle decisioni trovano il loro giusto posto, illuminate dalla missione e dalla comune fedeltà al Vangelo. Così, desidero affidarvi ancora una volta il cammino di attuazione del Sinodo. Vi chiedo di accompagnarlo con convinzione nelle Chiese che servite, favorendone una comprensione autentica e incoraggiando tutti a prendervi parte: si tratta di aiutare le nostre Chiese a crescere in uno stile sempre più evangelico.

Mi raccomando, come abbiamo sentito dal Card. Grech, la sinodalità non è un insieme di riunioni, né un metodo di lavoro. È uno stile spirituale. Nasce dall’incontro, cresce nell’ascolto e matura nel discernimento. La vera domanda non è quante conversazioni sapremo organizzare, ma quale qualità evangelica avranno i nostri incontri. Quando ci ascoltiamo con umiltà e libertà, lasciando spazio allo Spirito, le nostre conversazioni non rimangono uno scambio di idee, ma diventano un luogo di conversione, nel quale cresciamo insieme nella fedeltà al Signore.

Ripensando alle conversazioni di questi giorni, porto anzitutto con me lo sguardo con cui avete contemplato il mondo nella prima sessione. Molti di voi hanno raccontato le sofferenze provocate dalle guerre, dalle violenze, dalle povertà e dalle tante ingiustizie che segnano la vita dei popoli. Non vi siete fermati però a descriverle. Dietro questi drammi avete riconosciuto una sofferenza ancora più profonda: la solitudine, la crisi delle relazioni, la perdita della speranza, la difficoltà di riconoscersi reciprocamente come fratelli e sorelle. È uno sguardo che non distoglie gli occhi dalle ferite del mondo, ma ne cerca le radici, riconoscendo, spesso nascoste dentro di esse, una rinnovata domanda di senso, di autenticità, di spiritualità e di comunità. Molti cercano oggi speranza e relazioni vere.

Mi ha colpito, in particolare, il modo con cui avete parlato dei giovani. Nelle loro domande, ma anche nella sofferenza che talvolta li conduce fino alla disperazione – e a volte fino alla disperazione estrema di togliersi la vita – avete riconosciuto una delle ferite più profonde del nostro tempo. Ma avete saputo riconoscervi anche l’azione dello Spirito. La loro ricerca di autenticità, di relazioni vere e di senso ci ricorda che il Vangelo continua a incontrare le attese più profonde del cuore umano. Ascoltare loro e le loro famiglie con umiltà è anche una via attraverso la quale il Signore continua a convertire la Chiesa.

Molti di voi hanno ricordato anche la famiglia. Là dove essa è sostenuta e accompagnata, cresce una scuola di relazioni, di solidarietà e di speranza; là dove è ferita o isolata, tutta la società ne porta le conseguenze. A ottobre avremo un incontro con i capi delle Chiese orientali e i presidenti delle Conferenze episcopali per valutare i passi fatti dopo Amoris laetita. Parteciperanno anche alcune famiglie che condividono le esperienze. La loro presenza è essenziale, però spero che tutti coloro che verranno si preparino ascoltando da vicino e portando l’esperienza delle famiglie delle loro Chiese.

Avete così cercato di ascoltare ciò che le ferite del mondo rivelano del cuore dell’uomo. È proprio lì, nel cuore, che si decide anche la pace. Prima di manifestarsi nella storia, la guerra nasce dentro di noi, quando il sospetto prende il posto della fiducia, la paura della speranza e l’altro viene percepito come una minaccia. Ma è nello stesso cuore che Cristo continua a incontrarci, a parlare e a convertirci. Da un cuore riconciliato possono nascere parole disarmate, relazioni nuove e una pace capace di raggiungere anche i popoli.

La seconda sessione ci ha condotti a fare un passo ulteriore. Mi sembra che abbiate colto con grande chiarezza una delle intuizioni della Magnifica humanitas: la guerra non è soltanto un conflitto tra gli Stati. Nasce molto prima, da una cultura della potenza che attraversa il nostro modo di pensare, di vivere le relazioni, di esercitare il potere, di usare l’economia, la tecnologia e perfino la religione. Se questa è la radice della crisi, la risposta domanda di ricostruire una cultura della cooperazione e del dialogo, capace di dare nuova forza anche al multilateralismo, perché i popoli imparino nuovamente a cercare insieme il bene comune dell’intera famiglia umana. In questo cammino il contributo dei fedeli laici impegnati nella vita pubblica è essenziale: hanno bisogno della vicinanza e del sostegno della comunità ecclesiale per vivere la “carità politica” che avete ricordato. La stessa cultura della cooperazione cresce attraverso il dialogo ecumenico e interreligioso, che non attenua la nostra identità cristiana, ma la rende capace di servire insieme il bene comune e la pace.

Ho trovato poi particolarmente prezioso il modo con cui alcuni di voi hanno affrontato il tema della risposta nonviolenta di fronte alle molte forme di violenza. Essa è una forma profondamente evangelica di abitare la storia, frutto della contemplazione del modo di agire di Gesù. Non consiste nella rinuncia al conflitto né in un atteggiamento passivo, ma nello scegliere di affrontarlo senza riprodurne la logica. Essa non rinuncia alla verità né tace il male, ma rifiuta di difenderla con la violenza e di trasformare l’altro in un nemico: comincia disarmando se stessi. Essa rivela così la logica della Pasqua, nella quale l’amore si manifesta più forte dell’odio e il perdono spezza la spirale della vendetta. È questa la forza del Crocifisso risorto: una forza che non distrugge il nemico, ma rende possibile ritrovare un fratello.

In questa prospettiva, diversi gruppi hanno sottolineato l’opportunità di proseguire l’approfondimento del tema della legittima difesa alla luce delle profonde trasformazioni intervenute nella natura dei conflitti contemporanei. Questa riflessione merita di essere ulteriormente sviluppata con il necessario rigore teologico e pastorale.

Ho accolto con particolare interesse anche la vostra insistenza sulla Dottrina sociale della Chiesa. Avete espresso il desiderio che diventi sempre più patrimonio vivo delle nostre comunità, criterio ordinario di formazione delle coscienze e di discernimento pastorale. Essa non offre soluzioni precostituite, ma educa la Chiesa a un modo evangelico di abitare la realtà, interpretarla e orientare responsabilmente l’azione.

Mi ha colpito anche un’altra convergenza. Molti di voi hanno osservato che oggi il bene comune non è semplicemente un obiettivo da perseguire: è una realtà da riscoprire insieme. Viviamo un tempo nel quale diventa difficile perfino riconoscere ciò che è veramente bene per tutti. Per questo, radicata in Cristo, la Chiesa è chiamata a custodire luoghi di incontro, di ascolto e di dialogo nei quali possa maturare una rinnovata cultura del bene comune. Questo domanda anche un paziente lavoro educativo, che aiuti a riconoscere la dignità inviolabile di ogni persona e la responsabilità che ci lega gli uni agli altri. In questo cammino, i poveri non sono soltanto destinatari della nostra cura, ma protagonisti della speranza che Dio continua a suscitare nella storia.

Da molte delle vostre riflessioni è emersa con forza anche un’altra convinzione. Mentre ci interrogavamo sulle responsabilità della Chiesa nel mondo di oggi, avete richiamato continuamente l’importanza della testimonianza, della prossimità, della formazione delle coscienze e della costruzione di comunità fraterne e credibili. Questa testimonianza nasce dall’incontro con Cristo, dalla sua Parola e dai Sacramenti, nei quali il Signore sostiene il suo popolo e lo rende capace di servire il mondo con la forza del Vangelo. La Chiesa è chiamata a diventare sempre più ciò che proclama. È su questo fondamento che anche le necessarie riforme delle strutture, delle istituzioni, dei processi possono portare frutto.

Così, questi giorni rafforzano la mia speranza. Non soltanto per ciò che abbiamo condiviso, ma per il modo in cui lo abbiamo fatto. In un tempo segnato dalla polarizzazione, anche il modo con cui la Chiesa ascolta e dialoga diventa parte del suo annuncio. Se sapremo continuare a cercare insieme la volontà del Signore, lasciandoci guidare dallo Spirito Santo, sono certo che la nostra comunione diventerà sempre più feconda per la missione della Chiesa e per il servizio all’intera famiglia umana.

Credo che, poco alla volta, stiamo riscoprendo il significato più autentico del Concistoro: il radunarsi del Collegio dei Cardinali attorno al Successore di Pietro perché, nell’ascolto reciproco e nel discernimento comune, lo Spirito Santo aiuti il Papa a guidare la Chiesa. Non un parlamento, non un congresso nel quale prevalgono opinioni o interessi, ma un’esperienza di comunione al servizio della missione. Quello che impariamo a vivere in questi giorni non riguarda soltanto il Collegio Cardinalizio. È uno stile che siamo chiamati a promuovere in tutta la Chiesa, perché ogni battezzato, secondo la propria vocazione e responsabilità, partecipi alla costruzione della civiltà dell’amore e al servizio del bene comune. Come vi ho già anticipato, desidero proseguire questo appuntamento annuale anche a partire dal prossimo anno. Non ho ancora fissato la data: conto di comunicarvela verso la fine di questo anno.

Questo Concistoro è stato un momento prezioso, ma non deve rimanere un appuntamento isolato. In tutta la Chiesa desideriamo promuovere spazi nei quali il Popolo di Dio possa ascoltarsi, pregare, discernere e camminare insieme. È questa l’anima del percorso di attuazione del Sinodo. Sarà questo anche lo spirito del prossimo incontro dedicato ad Amoris laetitia e di molte altre iniziative che il Signore ci chiederà di vivere. Ciò che conta non è moltiplicare gli incontri, ma imparare a vivere incontri nei quali, ascoltandoci reciprocamente, impariamo insieme ad ascoltare il Signore.

Prima di concludere desidero accogliere l’appello unanime che è salito da questo Concistoro e farlo mio. Anzi, vorrei che lo facessimo insieme, attraverso queste parole. Diciamolo ai nostri confratelli Vescovi, alle Chiese affidate al nostro ministero e a tutti i popoli della terra: Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo. Per questo non dobbiamo rassegnarci alla violenza. La violenza non avrà l’ultima parola. Dio continua ad aprire nella storia cammini di riconciliazione e di pace. Abbiamo la responsabilità di percorrerli con coraggio e di aiutare il mondo a riconoscerli.

Fratelli vi ringrazio di cuore per il vostro contributo, come pure i relatori, i moderatori e tutti coloro che, con generosità e discrezione, hanno reso possibile queste giornate di lavoro e di fraternità. Grazie per avermi aiutato, ancora una volta, a riconoscere l’opera che Cristo continua a compiere in mezzo al suo popolo e nel mondo. Affidiamo i frutti di questo Concistoro all’intercessione della Vergine Maria, Madre della Chiesa. Ci insegni a custodire l’unità nella diversità e a servire il Vangelo della pace con umiltà, coraggio e speranza. Grazie!


Leone XIV: in un mondo ossessionato dal possesso, perdere un po’ del proprio io per l'altro - Angelus del 28.06.2026 (Testo e video)

In un mondo ossessionato dal possesso, 
perdere un po’ del proprio io per l'altro
Leone XIV
Angelus del 28.06.2026
 (Testo e video)


Fratelli e sorelle, buona domenica!

Anche nel Vangelo di oggi (Mt 10,37-42), ascoltiamo alcune esortazioni di Gesù per vivere la sequela ed essere testimoni del suo Regno. Non si tratta di qualche atto esteriore, ma di impegnare tutto noi stessi in una relazione d’amore con Lui. E per portare frutto, l’amore richiede almeno tre cose: il distacco, la perdita e l’accoglienza.

Anzitutto il distacco. Gesù dice: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me» (v. 37). Nel momento in cui inizia a inviare in missione i suoi apostoli, il Signore li vuole liberi da qualsiasi legame. Ma per tutti vale il fatto che anche gli affetti più importanti trovano la loro pienezza grazie all’amore che Cristo ci dona. Pensiamo, ad esempio, alla vita matrimoniale: si può viverla pienamente solo “lasciando” la casa dei genitori (cfr Mt 19,6) per impegnarsi nella relazione coniugale. Pensiamo anche alla crescita dei figli: li si aiuta a realizzarsi e ad essere felici educandoli a “camminare con le loro gambe” e a compiere le loro scelte. Dice Sant’Agostino: «È doloroso il distacco da ciò che ami. Ma anche l’agricoltore perde temporaneamente ciò che semina» (Discorso 330, 2). Solo “perdendo” quel seme, gettato nel terreno, potrà vederlo fiorire.

In questo senso, l’amore è anche perdita. Ci riesce difficile comprenderlo, specialmente in un mondo in cui perdere sembra essere una debolezza e si è ossessionati dall’avere e dal possedere.
 L’amore, però, porta frutto solo nel donarsi: quando siamo disposti a perdere un po’ del nostro io per fare spazio all’altro, a perdere un po’ di tempo per ascoltare un amico, a perdere un po’ di comodità per condividere una situazione di disagio. Chi trattiene la vita solo per se stesso – dice il Vangelo – in realtà la perde (cfr v. 39), perché essa non si apre alla gioia dell’amore e diventa sterile. Per questo Gesù ci invita ad abbracciare la Croce: Egli si è offerto, ha perduto se stesso e, proprio così, noi abbiamo potuto ricevere la sua vita in abbondanza. Allo stesso modo, se viviamo nella logica del dono, anche noi saremo capaci di generare vita nuova nelle nostre relazioni.

Infine, l’accoglienza. L’amore, infatti, si esprime in scelte e azioni concrete, in un impegno fatto di piccoli gesti quotidiani, come quello di offrire un bicchiere d’acqua a chi ha sete (cfr v. 42). Gesù, inviando i suoi discepoli davanti a sé, chiede loro di andare senza provviste, cioè di essere bisognosi, perché in questo modo potranno suscitare accoglienza in coloro che incontreranno. E così, accogliendo chi viene nel nome di Gesù, si accoglie Lui e il Padre celeste che lo ha mandato. L’amore per il Signore passa sempre attraverso l’accoglienza dei fratelli.

Carissimi, preghiamo la Vergine Maria, che ha amato il suo Figlio sapendolo anche perdere: ci aiuti lei ad essere testimoni umili e gioiosi dell’amore di Cristo.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

deseo expresar mi cercanía a las hermanas y hermanos venezolanos afectados por los recientes terremotos que provocaron numerosas víctimas y heridos, así como ingentes daños materiales. Mientras ruego al Señor por el eterno descanso de los fallecidos, renuevo mi cercanía espiritual a sus familiares, a los lesionados y a quienes han sido golpeados por esta tragedia. Así mismo, manifiesto mi gratitud y aliento a cuantos trabajan con generosidad en las labores de búsqueda y de asistencia.

Ed ora do il benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini: vi ringrazio, perché siete venuti con questo caldo!

Saluto i fedeli della Diocesi di Kumba in Camerun e quelli di vari altri Paesi.

Saluto i giovani religiosi Camilliani; i gruppi parrocchiali di Priolo Gargallo, Avola, Regalbuto e Bari; gli scout di Rovereto e i ragazzi di Mestrino, diocesi di Padova, che hanno ricevuto la Comunione e la Cresima.

A tutti auguro una buona domenica! 
Arrivederci a domani per la solennità dei Santi Pietro e Paolo

 GUARDA IL VIDEO
Angelus integrale

                             

domenica 28 giugno 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
28 Giugno 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Dio nostro Padre è il Dio della fedeltà, della misericordia e dell’accoglienza. Nella sua esistenza terrena Gesù ci ha mostrato come tutto questo sia realizzabile nella fragilità della nostra carne umana. Da veri suoi discepoli, innalziamo al Signore Gesù le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Ascoltaci, o Signore

Lettore

- La tua Chiesa, Signore, diventi sempre più la casa, dove ogni persona si senta accolta, amata e valorizzata per il carisma che le è stato donato. Fa’ che nessuno si senta escluso, giudicato, scartato, ma che per tutti ci sia la possibilità di ricevere un aiuto e un sostegno. Preghiamo.

- Signore, il mondo ha fame e sete di giustizia e di pace, ma le nazioni, che continuano a dichiararsi cristiane o professanti altre fedi religiose, non sanno offrire altro che armi e guerre. Tu che abbatti i potenti dai loro troni, fa’ che nasca nel cuore di questa umanità una volontà di pace ed un deciso impegno a fare della nostra terra una casa abitabile per tutti. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore, tutte le persone, che si sono sentite costrette a lasciare le loro case, le loro famiglie, la loro patria, e che drammaticamente si ritrovano a fare i conti con la cattiveria ed il cinismo di uomini e di Stati senza scrupoli e privi di un briciolo di umanità. Aiuta tutti noi, e quanti sperimentano la sicurezza ed il benessere, di essere più critici e più liberi nei confronti di una politica, che dice soltanto parole disumane e di odio, provandone il gusto, al fine di raccogliere applausi e consensi. Preghiamo.

- Guarda, benedici e custodisci, o Signore, ogni nostra casa. Fa’ che regni in essa l’armonia e la pace; e ancor di più fa’ che essa sia aperta al quartiere e alla città, dando vita a relazioni veramente fraterne e di solidarietà e cooperazione. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Risorto, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo di quanti sono morti a causa delle torture nelle carceri e dello sfruttamento nel lavoro delle campagne. Dona a tutti di contemplare il tuo Volto di Fratello compassionevole e accogliente. Preghiamo.


Per chi presiede

Accogli, Signore, le suppliche delle tua Chiesa in preghiera. L’abbondanza del tuo Spirito ci permetta di vivere con più fedeltà alla tua sequela nel dono sempre generoso della nostra vita. Te lo chiediamo, perché tu sei nostro Maestro e Pastore, vivente nei secoli dei secoli.

AMEN.

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 34 - 2025/2026 - XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

Questi sei brevi versetti del Vangelo di Matteo concludono il Discorso Apostolico, il secondo dei cinque grandi discorsi mediante i quali l'evangelista presenta la sua opera. Il Regno di Dio è solo questione d'amore: per il Padre, che ha inviato il Figlio Unigenito per la salvezza dell'uomo; per Gesù, che ha condiviso la sua intera esistenza con gli uomini fino a morire; per ogni creatura umana, immagine vivente di quel Dio Trinità che è tutto e solo Amore. L'Agape, l'amore gratuito, l'amore a perdere, quello che Gesù ha vissuto e ci ha lasciato in eredità perché ci amassimo gli uni gli altri, non è l'espressione di un sentimento passeggero: amare vuol dire scegliere, coinvolgersi totalmente, decidersi per Gesù e per il suo Regno di giustizia e di pace. Amare significa mettere in gioco ogni cellula del nostro essere senza tralasciare alcun aspetto e ambito della vita. Amare costa fatica, lacrime e sangue fino a spezzare e donare la vita per ogni uomo, fino all'infamia e alla crudeltà della croce, l'atroce supplizio che ci espone al ludibrio del mondo e che fa di noi dei reietti, maledetti da Dio e dagli uomini (cfr. Dt 21,23; Gal 3,13). Se non accettiamo di vivere tutto questo non possiamo dirci cristiani. Solo se ci impegniamo ad amare così come siamo amati dal Padre, saremo degni del suo Figlio Gesù e potremo far parte del suo Regno. La vita, dono gratuito del Padre, siamo chiamati a spenderla non a conservarla per noi stessi, perché «vivere è amare, e amare è far dono della vita, che non può essere gettata via con disprezzo, ma donata ai fratelli per amore del Figlio Gesù e della causa del Regno» (cit.)


sabato 27 giugno 2026

LA CROCE E IL BICCHIERE - Gesù parla di una causa per cui vivere, per cui morire, qualcosa che valga più della nostra sola vita. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d’acqua fresca. - XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

LA CROCE E IL BICCHIERE


Gesù parla di una causa per cui vivere, per cui morire, qualcosa che valga più della nostra sola vita. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d’acqua fresca.


In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: "Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa". Mt 10,37-42
  
LA CROCE E IL BICCHIERE
 
Gesù parla di una causa per cui vivere, per cui morire, qualcosa che valga più della nostra sola vita. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d’acqua fresca. 

Chi ama padre o madre più di me, chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me. Parole difficili, che suonano eccessive, che sembrano cozzare contro la forza degli affetti che sono la prima felicità di questa vita.

Ma il comparante delle espressioni di Gesù è nel verbo “amare di più”. Gesù non sottrae amori, ne aggiunge, ci scommette, punta tutto sull’amore. “Amare di più” non equivale ad una competizione di sentimenti, ma ci ricorda che per creare un mondo nuovo, quale lui lo sogna, ci vuole una passione forte almeno quanto quella degli amori familiari, e il risultato ottenuto non è una limitazione ma un potenziamento.

Colui che non prende la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo’. Gesù sogna forse uno sterminato corteo umano inchiodato a una selva di patiboli? Sarebbe la sofferenza a dare lode a Dio? Immagine perversa. Lui vuole discepoli maturi, liberi, e un po’ innamorati, non una corte di seguaci lacrimosi e piagati. Prendere la propria croce non è farsi ammazzare, ma scegliere un progetto forte, lo stesso di Gesù: amare per primo, generosamente, senza calcolare, dissennatamente, divinamente.

Le due condizioni che Gesù pone a chi vuole seguirlo, amare di più e portare la croce, si illuminano a vicenda. Portare la croce significa portare l’amore fino in fondo, fino alla Pasqua, perché chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Perdere la vita non significa il martirio, ma spenderla come si spende un tesoro: donandola goccia a goccia. Noi possediamo veramente solo ciò che abbiamo perduto per altri.

Gesù parla di una causa per cui vivere, per cui morire, qualcosa che valga più della nostra sola vita. Infatti il vero dramma per la persona umana non è morire, ma non avere niente e nessuno per cui valga la pena mettere in gioco e rischiare la propria vita. E a noi, spaventati dall’idea di avere una causa che valga più di noi stessi, Gesù aggiunge una frase dolcissima: chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca non perderà il premio. Croce e acqua, il dare tutta la vita e un bicchiere d’acqua, il quasi niente che però contiene un colpo d’ala del maestro di Nazaret: fresca! Acqua fresca dev’essere! Vale a dire l’acqua migliore che hai, acqua affettuosa, bella, con dentro l’eco del cuore. Anzi il Vangelo non parla neppure di acqua, scrive letteralmente ‘un bicchiere di fresco’, un sorso di frescura da dare: una telefonata a chi è nel dolore, cedere il posto a chi fa più fatica, un sorriso al primo sconosciuto del mattino, un caffè sospeso... Dare: verbo di mani limpide e allegre come acqua fresca.

La Croce e il bicchiere. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d’acqua fresca. Qualcosa che tutti possono offrire. Tutti.

Enzo Bianchi: La Bibbia, vera via della preghiera

Enzo Bianchi
La Bibbia, vera via della preghiera 

La relazione con Dio nasce in primo luogo dall’accoglienza delle Sacre Scritture, non da pratiche che rischiano di restare solo esteriori


Famiglia Cristiana - 21 Giugno 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Oggi più che mai occorre che i cristiani siano vigilanti perché forte è tornata la tentazione di rifugiarsi e bere a cisterne sempre screpolate e torbide piuttosto che risalire con fatica alle sorgenti dove stilla l’acqua pura. Mi riferisco a questo ritorno alle devozioni che dimentica una preghiera che nasce dalla parola di Dio. Eppure Benedetto XVI, e poi Papa Francesco, hanno chiesto con insistenza ai semplici fedeli (non ai chierici) l’assiduità con la Parola mediante la pratica della lectio divina quotidiana, cioè della lettura di una pagina della Bibbia fatta nella preghiera. L’operazione è semplice: si legge un brano, lo si medita, si accoglie l’ispirazione per la preghiera che quel brano suscita!

Baciare le statue dei santi, accendere candele, indossare medaglie, fare altarini casalinghi non è pregare come ci ha insegnato il Vangelo e la grande Tradizione della chiesa perché in queste azioni non c’è spazio per l’ascolto del Signore, ma piuttosto un sentirci protagonisti davanti a lui.

Nella preghiera incontriamo il Signore che ci è Padre, Amico, Fratello, e non è un giudice che va placato e onorato, un Dio che minaccia castighi e per astenersi dall’inviarli chiede prestazioni al cristiano. Cerchiamo dunque di ascoltarlo quando ci parla “cuore a cuore” nella sua Parola e ci fa conoscere i pensieri e i sentimenti di Cristo Gesù, che devono essere i pensieri e i sentimenti del cristiano.
(fonte: blog dell'autore)


venerdì 26 giugno 2026

PAPA LEONE XIV: Per i cristiani prendere parte alla mensa del Signore significa “essere formati dalla Parola di Dio, ristorarsi alla mensa del Corpo del Signore, rendere grazie a Dio” (Testo e video)

Per i cristiani prendere parte alla mensa del Signore 
significa   “essere formati dalla Parola di Dio, 
ristorarsi alla mensa del Corpo del Signore, 
rendere grazie a Dio” 
PAPA LEONE XIV

Udienza Generale del 24.06.2026


I Documenti del Concilio Vaticano II.
II. Costituzione Sacrosanctum Concilium.
4. Il mistero eucaristico


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Proseguiamo le catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II,  in particolare sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC) sulla Liturgia.

Quando Sant’Agostino vuole spiegare ai nuovi battezzati il mistero del Corpo di Cristo, riprende il passo di San Paolo che abbiamo ascoltato: «Voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra» (1Cor 12,27). E aggiunge: «È il vostro mistero che ricevete. A ciò che siete voi rispondete: Amen, e la vostra risposta è come la vostra firma. Vi si dice: “Il corpo di Cristo”, e voi rispondete: “Amen”. Siate dunque membra del corpo di Cristo, perché il vostro amen sia vero. […] Siate ciò che vedete, e ricevete ciò che siete» (Sermone 272: PL 38, 1247).

Subito dopo aver rievocato l’Ultima Cena di Gesù, la Costituzione sulla Liturgia parla dell’Eucaristia con questi accenti agostiniani. Per i cristiani, prendere parte alla mensa del Signore significa infatti “essere formati dalla Parola di Dio, ristorarsi alla mensa del Corpo del Signore, rendere grazie a Dio” (cfr SC, 48). È ricevendolo nella sua Parola e nell’Eucaristia che diventiamo ciò che riceviamo. Diventiamo il Corpo di cui il Capo è il Cristo risorto, assiso alla destra del Padre (cfr Col 1,18), il quale ci prepara un posto nei cieli (cfr Gv 14,3): l’Eucaristia è così il sacramento del Regno che viene. È il Pane del cammino, che ci conduce verso la Patria celeste, fino al giorno beato in cui «Dio sarà tutto in tutti» (1 Cor 15,28).

L’assemblea liturgica offre il Sacrificio «non solo per le mani del sacerdote, ma anche unita a lui» (SC, 48). In questa prospettiva, l’Eucaristia è la forma del sacrificio spirituale dei cristiani (cfr Eb 13,16; Rm 12,1), in quanto via dell’unione con Dio e dell’unione reciproca. Partecipandovi, essi imparano «ad offrire sé stessi e, di giorno in giorno, a essere consumati, per mezzo di Cristo, nell’unità con Dio e tra di loro» (ibid.). Così, incorporandoci a Cristo, l’Eucaristia ci insegna ad adottare lo stile di vita del Signore Gesù stesso, contrassegnato dal dono gratuito di sé. Questo dono ci fa entrare, perciò, nella dinamica dell’unità, che offre un potente antidoto ai fermenti di divisione che minano il nostro mondo, le nostre comunità, le nostre famiglie, il nostro cuore (cfr SC, 47).

Carissimi, quando partecipiamo all’Eucaristia siamo invitati ad ascoltare la Parola di Dio e a nutrirci alla mensa del Signore, dove Lui stesso si offre al Padre. Queste due parti della Messa, la Liturgia della Parola e la Liturgia eucaristica, «sono così strettamente congiunte tra loro da formare un unico atto di culto» (SC, 56).

Per quanto riguarda la Parola, bisogna ricordare che non si tratta soltanto di acquisire un sapere intellettuale sulle Scritture, ma di ricevere la Parola «viva ed efficace» (Eb 4,12), rivolta da Dio a tutti e al tempo stesso a ciascuno, Parola che nutre e alimenta insieme al Pane eucaristico e ci fa passare dalla decadenza del peccato alla vita nuova in Cristo. «L’Eucaristia ci apre all’intelligenza della Sacra Scrittura, così come la Sacra Scrittura illumina e spiega a sua volta il Mistero eucaristico» (Benedetto XVI, Esort. ap. postsin. Verbum Domini, 55).

Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha chiesto di aprire più largamente i tesori della Bibbia, perché venga offerta ai fedeli con maggiore abbondanza la mensa della Parola di Dio (cfr SC, 51). La riforma liturgica ha tradotto questa richiesta in quel tesoro che è il Lezionario, cioè il libro che raccoglie tutte le Letture bibliche per le celebrazioni liturgiche. Tale ampiezza è stata attinta alla fonte più pura della Tradizione vivente, che coniuga la fedeltà alla tradizione con l’apertura a un legittimo progresso (cfr SC, 23).

L’inizio del capitolo II della Costituzione sulla Liturgia è intessuto di riferimenti al grande fiume della Tradizione, che va dai Padri della Chiesa fino a noi. Lo cito: «Il nostro Salvatore nell’ultima cena, la notte in cui fu tradito, istituì il sacrificio eucaristico del suo corpo e del suo sangue, onde perpetuare nei secoli fino al suo ritorno il sacrificio della croce, e per affidare così alla sua diletta sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e della sua resurrezione: sacramento di amore, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolma di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura» (SC, 47).

Cari fratelli e sorelle, attingiamo con fede a questa fonte di vita divina e lasciamoci trasformare dal mistero che celebriamo.

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Saluti

Je salue cordialement les pèlerins de langue française venus de Belgique, du Cameroun et de France. Frères et sœurs, puissions-nous trouver dans l’Eucharistie, source de l’unité du peuple chrétien, les forces nécessaires pour susciter la concorde et la charité dans nos familles et nos communautés souvent marquées par des conflits et des divisions. Que Dieu vous bénisse

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese provenienti dal Belgio, dal Camerun e dalla Francia. Fratelli e sorelle, possiamo trovare nell’Eucaristia, fonte dell’unità del popolo cristiano, le forze necessarie per promuovere la concordia e la carità nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità, spesso segnate da conflitti e divisioni. Che Dio vi benedica]

I greet this morning all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly groups from England, Sweden, Malawi, Tanzania, Indonesia, Singapore, South Korea, Canada and the United States of America. Upon all of you and your families, I invoke the peace and joy of our Lord Jesus Christ. God bless you!

Liebe Brüder und Schwestern, am heutigen Hochfest der Geburt des heiligen Johannes des Täufers hören wir auf seine Aufforderung, uns zu Christus zu bekehren, den er als das Lamm Gottes erkannt hat, das die Sünden der Welt hinwegnimmt. Folgen wir seinem Beispiel und bereiten auch wir die Wege des Herrn, damit die Welt an Christus, den Erlöser, glaubt. Ich segne euch alle.

[Cari fratelli e sorelle, oggi, nella solennità della Natività di San Giovanni Battista, accogliamo il suo invito alla conversione a Cristo, da lui riconosciuto come l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Seguendo il suo esempio, prepariamo anche noi le vie del Signore perché il mondo creda in Cristo Redentore. A tutti la mia benedizione]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Tal como indicó Jesús a sus discípulos, los invito a alzar la mirada para aprender a ver en las personas su deseo de vida, de verdad y de plenitud (cf. Jn 4,35). Que Él nos enseñe también a nosotros a mirar a los demás con los ojos de Dios, es decir, con amor, respeto y compasión. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,感恩圣祭是天路行粮,引领我们抵达天乡。我衷心地降福你们!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, l’Eucaristia è il Pane del cammino che ci conduce verso la Patria celeste. Vi benedico di cuore.]

Saúdo com carinho todos os peregrinos de língua portuguesa, em especial o grupo de São José do Rio Preto e os sacerdotes de Sorocaba! Queridos irmãos e irmãs, gostaria de aconselhar a todos que não descuideis da preparação para a Missa: interiormente, através da confissão frequente; e, à nossa volta, silenciando os ruídos que nos impedem de ouvir a Palavra de Deus. Que o Senhor vos abençoe!

[Saluto con affetto tutti i pellegrini di lingua portoghese, in modo speciale il gruppo di São José do Rio Preto e i sacerdoti di Sorocaba! Cari fratelli e sorelle, a tutti voi vorrei raccomandare di non trascurare la preparazione alla Messa: interiormente, con la confessione frequente, e attorno a noi, facendo tacere i rumori che ci impediscono di ascoltare la Parola di Dio. Il Signore vi benedica!]

أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة. نَحنُ مَدعُوُّونَ إلى أَنْ نَحتَفِلَ بالإفخارِستِيَّا علَى مَذبَحِ الرَّبّ، وأَيضًا في الحَياةِ اليَومِيَّة، حَيثُ يُمكِنُنا أَنْ نَعِيشَ كُلَّ شَيءٍ كَذَبِيحَةٍ وتَقدِمَةِ شُكر. بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba. Siamo chiamati a celebrare l’Eucaristia sull’altare del Signore, ma anche nella quotidianità, dove è possibile vivere ogni cosa come offerta e rendimento di grazie. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Pozdrawiam serdecznie Polaków, szczególnie dzieci i młodzież. Wakacje to czas odpoczynku oraz odnajdywania znaków Boga w pięknie stworzenia. Wykorzystajcie je na częstszy udział we Mszy św., medytację Słowa Bożego, rekolekcje, pielgrzymki i spotkania z bliskimi. Módlmy się także za młodych o mądre wybory szkół i studiów oraz roztropne rozeznanie własnego powołania. Wszystkich was błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi, in particolare i bambini e i ragazzi. Le vacanze sono un tempo di riposo e di ricerca dei segni di Dio nella bellezza del creato. Approfittatene per una maggiore partecipazione alla Santa Messa, la meditazione della Parola di Dio, i ritiri spirituali, i pellegrinaggi e gli incontri con i vostri cari. Preghiamo anche per i giovani, affinché scelgano con saggezza la scuola e l’Università e discernano con prudenza la propria vocazione. A tutti la mia benedizione!]

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

In particolare, saluto i fedeli delle tante parrocchie qui presenti nonostante il caldo di questi giorni, come pure i Membri della Fondazione Rubes Triva e i partecipanti alla quinta edizione del Festival Internazionale della Salute e Sicurezza sul Lavoro: cari fratelli e sorelle, possa la visita alle tombe degli Apostoli rinsaldare la vostra comunione fraterna e suscitare in ciascuno la disponibilità a mettersi al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa.

Accolgo con affetto i Sacerdoti del Cammino Neocatecumenale, provenienti da diversi Paesi: auspico che l’offerta quotidiana del sacrificio Eucaristico sia per voi sostegno nel ministero a favore del Popolo di Dio.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli; oggi celebriamo la Solennità della natività di San Giovanni Battista, che ha preparato la via a Cristo: egli vi aiuti a riscoprire la vocazione battesimale per essere ovunque annunciatori lieti del Regno di Dio.

A tutti la mia benedizione!


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Quando l’Europa smarrisce la sua anima di Tonio Dell'Olio

Quando l’Europa smarrisce la sua anima 
di Tonio Dell'Olio


In questi giorni alcuni funzionari dell’Unione Europea hanno incontrato alcuni rappresentanti del governo talebano dell’Afghanistan per facilitare il rimpatrio dei cittadini afghani immigrati nel nostro continente. Si dice che si tratti di una questione tecnica, di identificazione delle persone e di documenti di viaggio.

Ma dietro il linguaggio burocratico emerge una verità inquietante: l’Europa sta scegliendo spietatamente la via della remigrazione nelle forme peggiori. In Afghanistan le bambine vengono escluse dall’istruzione, le donne dalla vita pubblica, dal lavoro e dalla partecipazione politica. E mentre alcune organizzazioni di difensori dei diritti umani parlano apertamente di apartheid di genere, Bruxelles apre le porte ai rappresentanti di quel regime per negoziare i rimpatri. Non per chiedere il rispetto dei diritti, non per ottenere garanzie per le vittime della repressione, ma per rendere più efficaci le espulsioni. Amnesty International ricorda che il principio di non-refoulement vieta di rinviare una persona in un Paese dove la sua vita o la sua libertà possono essere in pericolo. L’Europa, nata dalle macerie delle dittature e delle persecuzioni del Novecento, dovrebbe essere la prima custode di questo principio. 
Un continente che rimanda le vittime nelle mani dei loro persecutori perde una parte della propria anima.

giovedì 25 giugno 2026

Dal 19 al 22 luglio in presenza e in diretta online - LECTIO DIVINA SECONDO LIBRO DEI RE p. Pino Stancari sj

Dal 19 al 22 luglio 2026
 in presenza e in diretta online 
 LECTIO DIVINA 
SECONDO LIBRO DEI RE  
p. Pino Stancari sj

18 (arrivi) - 23 (partenze) Luglio 2026

promossa dalla
FRATERNITÀ CARMELITANA
DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO (ME)


Carissime/mi.

Quest’anno la Settimana Biblica con l’amico p. Pino Stancari completa la lectio divina su 1-2 Re.

Come ormai è stile della nostra fraternità, l’ospitalità è gratuita. La partecipazione agli incontri prevede:

- la modalità in presenza, per gli ospiti che risiedono nel convento e per quelli del luogo;

- la modalità in diretta online, per coloro – sia dei fuori-sede sia del luogo – che non possono essere presenti. Gli incontri si tengono nella sala del Convento.

Agli ospiti che risiedono nelle stanze del Convento, ricordiamo di portare la Bibbia, le lenzuola, gli asciugamani e gli effetti personali.




Per seguire la diretta online,

ecco il link della piattaforma “ZOOM” cui collegarsi:


oppure:

Per seguire la diretta su YOUTUBE cliccare su questo link:



Queste due possibilità sono date anche per poter seguire la diretta nel caso vi siano problemi di bassa connessione: se vedete che su zoom non appare nulla, passate su youtube, e viceversa.

Per collegarsi alla diretta, tenere presente che gli incontri delle lectio con p. Pino saranno nei giorni dal 19 al 22 luglio:

- al mattino: h. 9.00 (h. 10.00 solo per domenica 19 luglio) - 11.30 (prevista la pausa);

- al pomeriggio: h. 16.00-18.30 (prevista la pausa).


Per ulteriori informazioni: tel 090 9762800.


La guerra senza testimoni che divora Gaza e Cisgiordania di Anna Foa

La guerra senza testimoni 
che divora Gaza e Cisgiordania 
di Anna Foa


Ci siamo dimenticati di Gaza e ci stiamo dimenticando del Libano, negli stessi momenti in cui l’esercito israeliano lo sta attaccando sempre più duramente. Non servono più anni o mesi a dimenticare, a mettere in secondo piano, a fare scomparire nell’indifferenza le tragedie più grandi. Le ricordiamo un attimo solo, e quando il televisore si spegne sulle immagini di morte e distruzione, queste smettono di essere reali.

E invece non c’è stato arresto alle distruzioni, il sangue continua ad essere sparso. In Libano, nonostante un’altalena di tregue e riprese, dall’inizio delle ostilità, ad oggi sono morti oltre tremila libanesi, molti dei quali civili, molti dei quali bambini. È di due giorni fa l’uccisione di un’intera famiglia, con due bambini piccoli. È morta colpita dal fuoco israeliano anche l’ambientalista di quasi ottant’anni Mona Khalil, che si è per anni occupata delle tartarughe marine. Un’altra terrorista? Come già a Gaza, l’esercito annuncia, anche se non sempre, di essere sul punto di bombardare e ordina l’evacuazione in tempi ristrettissimi. Questo è ciò che anche da noi alcuni definiscono come la prova che non esiste volontà genocidaria da parte del governo israeliano. Nell’ultima ripresa di bombardamenti, seguita due giorni fa all’uccisione da parte di Hezbollah di quattro soldati israeliani, il ministro della Difesa Katz ha dichiarato che ogni lacrima di una madre israeliana sarà pagata con le lacrime di mille madri libanesi. Tanto poco valgono le loro lacrime rispetto a quelle delle madri ebree? Tutto il Libano brucerà, ha aggiunto.

Intanto nelle tendopoli di Gaza, con intorno l’80% delle case distrutte, si continua a morire. Il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 non ha fermato, solo diminuito, i bombardamenti, come non ha consentito che a una parte dei rifornimenti di entrare nella Striscia ad alleviare la fame dei suoi abitanti. Quasi mille palestinesi sono morti sotto le bombe israeliane dall’ottobre ad oggi e oltre 3.000 sono stati feriti, secondo la rivista israelo-palestinese di opposizione +972 Magazine, che cita fonti ufficiali palestinesi. Nelle ultime settimane, al resto si è aggiunta la carenza drammatica di acqua. Il che significa epidemie, in un contesto privo di strutture sanitarie.

La bella intervista sulle pagine recenti di questo giornale di Francesca Mannocchi ad un poeta e scrittore di Khan Younis, Muhammad al-Zaqzouq, ci svela dall’interno non solo la situazione concreta di Gaza, fra continui sfollamenti da una tendopoli all’altra, ma anche la disperazione dei suoi abitanti, la loro percezione del disastro che li ha sommersi. Emerge nell’intervista la consapevolezza, vera o meno che sia, che Gaza non potrà mai più risorgere. Che cosa succederà quando questa consapevolezza diventerà concreta disperazione di tutti?

Nel Libano, a cui i ministri di Netanyahu vorrebbero riservare la sorte di Gaza, la situazione è ancora lontana dall’essere quella della Striscia. Ma quanto a lungo, se non si metterà fine a questo massacro? I bombardamenti in Libano, accompagnati dall’allargamento delle zone occupate e dallo sfollamento forzato degli abitanti, (da 800.000 a un milione, secondo stime Onu) sono divenuti il mezzo con cui Netanyahu cerca di fermare le trattative diplomatiche tra Usa e Iran: l’Iran denuncia la violazione degli accordi e chiude Hormuz, Trump impone nuove tregue, subito violate. Ma il costo in termini di vite umane è altissimo. E nessuno nel mondo sembra curarsene. Ma c’è un altro fronte anch’esso ignorato, quello della Cisgiordania occupata. E non solo per le continue aggressioni di coloni ed esercito. C’è anche il problema dei 150.000 lavoratori che dai territori si recavano ogni giorno a lavorare in Israele prima del 7 ottobre. Molti lavoratori rimasti disoccupati tentano di scavalcare illegalmente il muro. Prima del 7 ottobre – c’erano infatti restrizioni e divieti anche prima – venivano per lo più arrestati. Ora l’esercito spara e il numero di quanti muoiono per andare illegalmente a guadagnarsi il pane cresce ogni giorno. Il ministro Ben Gvir ha dichiarato che si tratta di un ottimo risultato.

Quando finirà questa immane rappresaglia che colpisce tutto un popolo per vendicare l’attentato, orrendo che sia, del 7 ottobre? O, meglio, per usarlo senza vergogna per raggiungere il progetto politico della “grande Israele”?

(Fonte: “La Stampa” -  22 giugno 2026)

mercoledì 24 giugno 2026

La Giornata delle periferie di Tonio Dell'Olio

La Giornata delle periferie 
di Tonio Dell'Olio




Il 24 giugno 2014, venne uccisa a Caivano la piccola Fortuna Loffredo, vittima innocente di una spirale di violenza, abusi e degrado sociale che per troppo tempo hanno prosperato nell'indifferenza collettiva.

Per questo il Parlamento ha scelto il 24 giugno come Giornata nazionale delle periferie urbane: “al fine di conservare e rinnovare l'attenzione sulle condizioni di inclusività, sostenibilità e sicurezza, sullo sviluppo economico, sociale e culturale e sulla qualità della vita delle città e delle loro periferie”. Una Giornata nazionale ha senso se accende una lanterna su una realtà e ci costringe a guardare.
 Le periferie non sono soltanto luoghi geografici. Sono la misura della giustizia di una società. Là dove mancano scuole adeguate, servizi, trasporti, cultura, spazi di aggregazione e opportunità di lavoro, crescono le disuguaglianze e si allargano le distanze tra cittadini di serie A e cittadini di serie B. Eppure le periferie non sono soltanto cronaca nera, disagio e abbandono. Sono anche laboratori di solidarietà, associazionismo, resistenza civile, creatività popolare. Sono luoghi in cui ogni giorno migliaia di persone costruiscono comunità controcorrente. Accendere una luce sulle periferie significa guardare al futuro del Paese. Una democrazia che lascia ai margini milioni di persone finisce per smarrire il proprio centro. Nessuna città sarà davvero sicura, prospera e umana finché una parte dei suoi abitanti continuerà a vivere nell'ombra.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 24.06.2026)

#il parvenu, l’arrivista - Il breviario di Gianfranco Ravasi

#il parvenu, l’arrivista 
Il breviario di Gianfranco Ravasi


Gli arrivisti sono come le scimmie delle quali hanno l’agilità: durante la scalata si ammira la loro destrezza, ma una volta che sono arrivati in cima, non se ne vedono che le parti vergognose.

È certamente un po’ forte, ma colpisce nel segno questa considerazione dello scrittore francese Honoré de Balzac (1799-1850) nel suo romanzo Il giglio nella valle. Se stiamo all’originale, egli parla del parvenu, un termine che ho tradotto con «arrivista» ma che ha un sapore tutto particolare tant’è vero che lo usiamo anche noi in italiano per indicare gli arricchiti volgari, superficiali e ridicoli. Eppure, sono capaci di scalare i vari gradini della società con un’abilità sorprendente, seminando tutti i concorrenti, superando ogni ostacolo, sprezzando ogni rischio.

Ebbene, ciò che manca a loro è il pudore; non provano mai vergogna; ignorano cosa sia la decenza. E per questo che, giunti anche in posizioni di prestigio, si rivelano per quello che sono, parvenu, appunto. Basta che aprano bocca: nonostante la venerazione dei servi che li circondano, subito mostrano «le parti vergognose». Anche nella Bibbia ci sono ritratti sferzanti dell’arroganza dei prepotenti che non sono solo i governanti, come il re di Babilonia (Isaia 14) o il principe di Tiro (Ezechiele 28). Anche altri “arrivisti” comuni sono messi in scena: «Dell’orgoglio si fanno collana e indossano come abito la violenza, aprono la bocca fino al cielo e la loro lingua percorre la terra». 
È il Salmo 73 a dipingerli in una rappresentazione vivace e sarcastica. Uno dei danni che essi generano è l’imitazione. Continua il Salmista: «Il popolo li segue e beve la loro acqua in abbondanza», giustificandoli, anzi persino esaltando la loro spregiudicatezza.

(Fonte: “Il Sole 24 Ore”  - 21 giugno 2026)

martedì 23 giugno 2026

L’allarme del Pontefice dalla sede del Programma alimentare mondiale: Le guerre sono “alimentate” più delle persone

L’allarme del Pontefice dalla sede del Programma alimentare mondiale

Le guerre sono “alimentate”
più delle persone


Urge affrontare le cause che impediscono l’accesso ad acqua e cibo:
fame e malnutrizione sono responsabilità globali

«I conflitti vengono “alimentati” più facilmente di quanto le persone vengano nutrite»: è una realtà che rispecchia «non soltanto le carenze operative, ma anche uno squilibrio fondamentale nelle priorità politiche e morali», quella descritta da Leone XIV nel discorso al Consiglio esecutivo del Programma Alimentare Mondiale (Pam) delle Nazioni Unite.

In visita alla sede dell’agenzia Onu a Roma, il Papa ha parlato del compito condiviso e «urgente» di «combattere la fame e la malnutrizione», affrontando al contempo «le cause strutturali sottostanti che le mantengono», ha aggiunto riferendosi a vulnerabilità climatiche, volatilità economica e guerre prolungate. Contro la fame, che «erode la coesione sociale, aumenta il rischio di conflitto e alimenta la migrazione forzata» è essenziale, secondo il Pontefice, «un rinnovato impegno alla cooperazione multilaterale»: solo così saranno possibili una «pace duratura» e uno sviluppo umano «sostenibile e integrale».

In tale contesto, la duplice dinamica innescata da azioni umanitarie sempre più gravate di procedure burocratiche da una parte, e l’accesso a beni essenziali influenzato da considerazioni economiche o strategiche dall’altra, crea «una sfida etica seria», ha scandito il Vescovo di Roma, perché la persona umana non è più sistematicamente messa al centro dell’azione internazionale.

Di qui, l’importanza di «resistere alla mercificazione di bisogni umani essenziali», rimarcando come acqua, cibo e assistenza sanitaria «non possono essere subordinati a considerazioni di mercato o a interessi geopolitici»: l’accesso a cibo adeguato, ha ribadito Leone XIV, «è un diritto umano fondamentale radicato nella dignità di ogni persona». Da qui l’appello «ai governi e ai popoli del mondo» affinché «rinnovino e rafforzino il loro impegno, aumentino le risorse destinate alla lotta alla fame e alle sue cause profonde e rimuovano gli ostacoli che impediscono agli aiuti di raggiungere chi ne ha bisogno».

Sui diritti mancati e le risorse non destinate al bene comune il Papa ha insistito anche al termine del suo discorso, dialogando in videochiamata con alcuni rappresentanti delle zone di frontiera in cui il Pam è operativo.

Salutando infine i dipendenti nel Giardino della Pace, ha incentrato la sua riflessione a braccio sul valore della «comunità» — essenziale in un mondo polarizzato — e della «speranza», senso di una missione da trasmettere specialmente ai giovani.
(fonte: L'Osservatore Romano 22/06/2026)

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VISITA ALLE SEDE DEL PROGRAMMA ALIMENTARE MONDIALE (PAM)

DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Sede del Programma Alimentare Mondiale (Roma)
Lunedì, 22 giugno 2026
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Illustri Autorità,
Eccellenze,
Signore e signori,

vorrei ringraziare Sua Eccellenza la Signora Cindy McCain per il suo gentile invito a intervenire a questo incontro annuale del Consiglio Esecutivo del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite. Saluto in particolare il signor Carl Skau, Direttore esecutivo ad interim, e Sua Eccellenza la Signora Carla Barroso Carneiro, Presidente di questa importante assemblea. Porgo i miei saluti ai Rappresentanti degli Stati Membri, ai distinti ospiti di questo incontro e al personale di questa istituzione intergovernativa, impegnata a salvare vite in situazioni di emergenza e a fornire aiuti alimentari in mezzo ai conflitti e alle catastrofi naturali. L’impegno della vostra istituzione è in profonda sintonia con la missione della Chiesa cattolica di sostenere la dignità umana e promuovere la fratellanza, radicata nella chiamata evangelica ad amare il prossimo (cfr. Mc 12, 31). Insieme, condividiamo il compito urgente di combattere la fame e la malnutrizione, affrontando al tempo stesso le cause strutturali sottostanti che le mantengono. Per svolgere questo compito in maniera efficace, dobbiamo esaminare le sfide che si prospettano, le loro cause sottostanti e i cammini verso soluzioni durature.

Oggi, le crisi si sono trasformate da eventi isolati a realtà persistenti, caratterizzate da conflitti prolungati, insicurezza alimentare cronica, volatilità economica e crescenti vulnerabilità climatiche. Ciò solleva una domanda fondamentale: quale configurazione dell’ordine globale è capace di produrre, riprodurre e, talvolta, normalizzare tali condizioni? La questione non si limita più a come intervenire; si estende invece alla comprensione del perché il sistema produce di continuo gli stessi problemi che poi è costretto a correggere.

L’ordine internazionale è diventato sempre più frammentato, dovuto in parte alla crisi del sistema multilaterale. Come ho osservato di recente nella Lettera Enciclica Magnifica humanitas, “[l]e istituzioni nate per custodire l’idea di un destino comune dei popoli e di un bene comune mondiale appaiono indebolite” (n. 201). In assenza di un orizzonte etico comune capace di sostenere la cooperazione autentica, il sistema internazionale è passato dal multilateralismo a “un multipolarismo disordinato e conflittuale, dove prevale la diffidenza” (Ibidem). Di conseguenza, gli Stati hanno destinato le proprie risorse sempre più alla sicurezza nazionale, alla crescita economica e alla stabilità interna, ignorando lo stretto legame tra tali questioni e la cooperazione multilaterale.

Questa tendenza rivela un notevole paradosso: una capacità produttiva globale senza precedenti coesiste con zone sempre più estese di estrema vulnerabilità. Le stesse forze che guidano la crescita economica spesso aggravano l’esclusione e la marginalizzazione. Sebbene alleviare la sofferenza umana di principio sia largamente riconosciuto come essenziale, le questioni umanitarie rischiano sempre più di essere relegate in secondo piano tra le priorità internazionali.

È proprio in questo divario tra il riconoscimento di principio e l’attribuzione di priorità nella pratica che assistiamo alla progressiva burocratizzazione della solidarietà, accanto alla silenziosa mercificazione della vita umana. Da un lato, l’azione umanitaria è sempre più gravata di procedure burocratiche che possono ritardare gli aiuti a chi ne ha bisogno. Dall’altro, l’accesso a beni essenziali, tra cui il cibo, troppo spesso è influenzato da considerazioni economiche o strategiche. Di conseguenza, coloro che non generano un valore quantificabile rischiano di diventare invisibili.

Questa duplice dinamica crea una sfida etica seria: la persona umana non è più sistematicamente messa al centro dell’azione internazionale. In questo contesto, è importante riconoscere che “mentre gli aiuti e i piani di sviluppo sono ostacolati da intricate e incomprensibili decisioni politiche, da forvianti visioni ideologiche o da insormontabili barriere doganali, le armi no” (Papa Francesco, Discorso alla Sessione annuale della Giunta Esecutiva del Programma Alimentare Mondiale, 13 giugno 2016). In effetti i conflitti vengono “alimentati” più facilmente di quanto le persone vengano nutrite. Questa realtà rispecchia non soltanto le carenze operative, ma anche uno squilibrio fondamentale nelle priorità politiche e morali.

Le conseguenze si estendono ben oltre le persone direttamente coinvolte. Oltre a essere una preoccupazione umanitaria, la fame erode la coesione sociale, aumenta il rischio di conflitto e alimenta la migrazione forzata. Inoltre, mina la capacità degli Stati e delle società di costruire istituzioni resilienti, fornire una educazione efficace e promuovere uno sviluppo economico sostenibile. Così facendo, perpetua cicli di fragilità che in ultima analisi incidono sulla comunità internazionale più ampia.

Da questo punto di vista, appare evidente che l’azione umanitaria non è estranea all’ordine internazionale. Piuttosto, rispecchia la responsabilità della comunità globale di rafforzare la solidarietà, opporsi all’esclusione e riconoscere la dignità inerente donata da Dio di ogni persona umana. Al di là della gestione delle crisi, pertanto, le istituzioni internazionali incarnano un principio di responsabilità condivisa e affermano che la comunità internazionale è unita dalla preoccupazione per coloro che si trovano nelle situazioni più vulnerabili. In tal senso, il Programma Alimentare Mondiale è più di un attore politico, economico o tecnico; è un’espressione concreta di solidarietà internazionale. Di fatto, laddove le istituzioni nazionali si ritirano e le reti comunitarie si disgregano, la sua presenza contribuisce a evitare che le crisi umanitarie degenerino fino al collasso irreversibile.

Per questa ragione è essenziale un rinnovato impegno alla cooperazione multilaterale. In un mondo sempre più frammentato e multipolare, nessuno Stato singolo può affrontare da solo le sfide globali. Una pace duratura e uno sviluppo umano sostenibile e integrale sono possibili solo attraverso la partecipazione di tutti, favorita da un dialogo internazionale autentico e da una cooperazione orientata al bene comune. Un tale approccio esige una ferma volontà politica, capace di trascendere le prospettive a breve termine e di investire in beni pubblici globali. “Tale obiettivo può essere raggiunto solo mediante la convergenza di politiche efficaci e l’attuazione coordinata e sinergica degli interventi. L’esortazione a camminare insieme, in concordia fraterna, deve diventare il principio guida” (Visita alla Sede centrale della FAO a Roma, 16 ottobre 2025, n. 6).

In questo spirito, desidero rivolgere un appello ai governi e ai popoli del mondo affinché rinnovino e rafforzino il loro impegno, aumentino le risorse destinate alla lotta alla fame e alle sue cause profonde e rimuovano gli ostacoli che impediscono agli aiuti di raggiungere chi ne ha bisogno. Al tempo stesso, tale sostegno dovrebbe consolidare anche l’impegno con la Chiesa e la società civile. Rafforzare le capacità di tutti questi attori nel loro insieme moltiplicherà la nostra efficacia collettiva nella lotta contro la fame.

L’attuazione efficace di questo appello esige la riduzione della burocrazia inutile, di modo che la trasparenza e la responsabilità siano al servizio delle persone invece di ostacolare l’assistenza. In situazioni in cui i governi non hanno un controllo territoriale effettivo o in cui l’accesso umanitario è limitato, partner locali fidati diventano indispensabili. La Chiesa cattolica — attraverso parrocchie, diocesi, agenzie di Caritas, e altre iniziative confessionali — spesso raggiunge popolazioni vulnerabili in aree che sono inaccessibili per gli attori internazionali. Incoraggio pertanto il Programma Alimentare Mondiale e i suoi partner a continuare a sostenere questi sforzi.

È parimenti importante resistere alla mercificazione di bisogni umani essenziali. Acqua, cibo e assistenza sanitaria non possono essere subordinati a considerazioni di mercato o a interessi geopolitici. L’accesso a cibo adeguato è un diritto umano fondamentale radicato nella dignità di ogni persona. Rispondere a questo bisogno non serve solo ad alleviare la sofferenza, ma anche ad affrontare le cause sottostanti di instabilità geopolitica. Di fatto, la sicurezza alimentare è una componente essenziale della sicurezza globale e integrale.

A tale riguardo, è lodevole che, accanto alle operazioni di intervento nelle emergenze, il Programma Alimentare Mondiale estenda il suo lavoro oltre agli aiuti immediati, dedicandosi anche alle iniziative a lungo termine, come i programmi che forniscono pasti ai bambini nelle scuole. Questi investimenti rafforzano l’educazione, lo sviluppo umano e la resilienza sociale, rispecchiando una visione integrale dello sviluppo umano che promuova la dignità, le opportunità e il benessere di tutta la persona.

Eccellenze, cari amici, a essere in gioco non è solo l’efficacia di un’agenzia, ma anche la credibilità stessa della cooperazione internazionale. La vostra organizzazione dimostra che un cammino rinnovato è possibile; tuttavia, esige la determinazione a semplificare ciò che è diventato troppo complesso, a dare priorità a ciò che è essenziale e ad assicurare che nessuna persona venga dimenticata. Di fatto, questo impegno è radicato nel riconoscimento che ogni persona umana possiede una dignità inerente e inalienabile che rimane intatta a prescindere dalle circostanze, dalle condizioni o dallo status sociale. Radicata nell’amore incondizionato e sconfinato di Dio, questa dignità può essere descritta come infinita, poiché nulla ne può diminuire, cancellare o negare il valore (cfr. Lettera Enciclica Magnifica humanitas, n. 53). È proprio con la nostra fedeltà a questa verità che si misura l’umanità delle nostre politiche, e con ciò il futuro della comunità internazionale.

Con questi sentimenti, chiedo a Dio di benedire abbondantemente i vostri sforzi, di modo che tutti possano ricevere il loro pane quotidiano e vivere in dignità. Vi assicuro delle mie preghiere per voi, per i vostri cari e per coloro che servite.

Grazie.
(L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 140, lunedì 22 giugno 2026, p. 2.)

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