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giovedì 2 aprile 2020

Intenzione di preghiera per il mese di aprile 2020: Preghiamo affinché tutte le persone sotto l'influenza delle dipendenze possano essere ben aiutate e accompagnate. (video e testo in italiano)

Intenzione di preghiera per il mese di aprile 2020
Preghiamo affinché tutte le persone
sotto l'influenza delle dipendenze
possano essere ben aiutate e accompagnate


Nel mese di aprile, il Papa chiede di pregare perché siano aiutati quanti sono imprigionati nel mondo di droghe e alcol, ludopatia e pornografia, comprese le forme indotte dal mondo virtuale. L'intenzione di Francesco è affidata, come di consueto, al video diffuso dalla Rete Mondiale di Preghiera

Guarda il video


La traduzione in italiano del testo pronunciato dal Papa in spagnolo:

Sicuramente avete sentito parlare del dramma delle dipendenze. 
E… avete pensato anche alla dipendenza dal gioco, 
dalla pornografia, da Internet... 
e ai pericoli dello spazio virtuale?

Basandoci sul “Vangelo della Misericordia” 
possiamo alleviare, curare e guarire 
le tante sofferenze legate alle nuove dipendenze. 

Preghiamo affinché tutte le persone sotto l'influenza delle dipendenze 
possano essere ben aiutate e accompagnate.


«Il Signore si è sempre ricordato della sua alleanza. ... Il Signore non dimentica, non dimentica mai.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
2 aprile 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

 Il Papa prega per i senzatetto, sofferenti nascosti in questo tempo di dolore

Nella Messa a Santa Marta, Francesco rivolge il suo pensiero a quanti stanno pagando le conseguenze della pandemia di coronavirus, in particolare quelli che non hanno una casa. Nell'omelia ricorda che la vita del cristiano è essere coscienti di essere stati scelti da Dio, gioiosi di andare verso una promessa e fedeli nel compiere l’alleanza

L’Antifona d’ingresso del giovedì della V settimana di Quaresima, che il Papa legge all’inizio della Messa odierna a Santa Marta, è un invito a tenere fissi gli occhi su Gesù, speranza che non delude: “Cristo è mediatore della nuova alleanza perché, mediante la sua morte, coloro che sono stati chiamati ricevano l'eredità eterna che è stata loro promessa” (Eb 9,15). Francesco, nell’introdurre la celebrazione, prega in particolare per i senzatetto:

Questi giorni di dolore e di tristezza evidenziano tanti problemi nascosti. Sul giornale, oggi, c’è una foto che colpisce il cuore: tanti senzatetto di una città sdraiati in un parcheggio, in osservazione … ci sono tanti senzatetto oggi. Chiediamo a Santa Teresa di Calcutta che risvegli in noi il senso della vicinanza a tante persone che nella società, nella vita normale, vivono nascoste ma, come i senzatetto, nel momento della crisi, si evidenziano così.

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Nell’omelia, Francesco commenta le letture odierne, tratte dal Libro della Genesi (Gn 17, 3-9) e dal Vangelo di Giovanni (Gv 8, 51-59) che hanno al centro la figura di Abramo, l’alleanza con Dio e il nuovo annuncio di Gesù che viene a "rifare" la creazione perdonando i nostri peccati. Noi siamo cristiani - ha detto - perché siamo eletti, scelti da Dio, e abbiamo ricevuto una promessa di fecondità, a cui dobbiamo rispondere con la fedeltà all'alleanza. I nostri peccati sono contro queste tre dimensioni: non accogliere l'elezione adorando gli idoli, non sperare nella promessa e dimenticare l'alleanza. La vita del cristiano - è stata la sua esortazione conclusiva - sia quella di essere cosciente dell’elezione, gioioso di andare verso una promessa e fedele nel compiere l’alleanza. 
Di seguito il testo dell'omelia secondo una nostra trascrizione:

Il Signore si è sempre ricordato della sua alleanza. Lo abbiamo ripetuto nel Salmo responsoriale. Il Signore non dimentica, non dimentica mai. Sì, dimentica soltanto in un caso, quando perdona i peccati. Dopo aver perdonato perde la memoria, non ricorda i peccati. Negli altri casi Dio non dimentica. La sua fedeltà è memoria. La sua fedeltà con il suo popolo. La sua fedeltà con Abramo è memoria delle promesse che aveva fatto. Dio elesse Abramo per fare una strada. Abramo è un eletto, era un eletto. Dio lo ha eletto. Poi in quella elezione gli ha promesso un’eredità e oggi, nel passo del libro della Genesi, c’è un passo in più. Quanto a te, la mia alleanza è con te. L’alleanza. Un’alleanza che gli fa vedere lontano la sua fecondità: diventerai padre di una moltitudine di nazioni. L’elezione, la promessa e l’alleanza, sono le tre dimensioni della vita di fede, le tre dimensioni della vita cristiana. Ognuno di noi è un eletto, nessuno sceglie di essere cristiano fra tutte le possibilità che il “mercato” religioso gli offre, è un eletto. Noi siamo cristiani perché siamo stati eletti. In questa elezione c’è una promessa, c’è una promessa di speranza, il segnale è la fecondità: “Abramo sarai padre di una moltitudine di nazioni e … sarai fecondo nella fede. La tua fede fiorirà in opere, in opere buone, in opere di fecondità anche, una fede feconda. Ma tu devi – il terzo passo – osservare l’alleanza con me”. E l’alleanza è fedeltà, essere fedele. Siamo stati eletti, il Signore ci ha dato una promessa, adesso ci chiede un’alleanza. Un’alleanza di fedeltà. Gesù dice che Abramo esultò di gioia pensando, vedendo il suo giorno, il giorno della grande fecondità, quel figlio suo – Gesù era figlio di Abramo - che è venuto a rifare la creazione, che è più difficile che farla, dice la liturgia - è venuto a fare la redenzione dei nostri peccati, a liberarci. Il cristiano è cristiano non perché possa far vedere la fede del battesimo: la fede di battesimo è una carta. Tu sei cristiano se dici di sì all’elezione che Dio ha fatto di te, se tu vai dietro le promesse che il Signore ti ha fatto e se tu vivi un’alleanza con il Signore: questa è la vita cristiana. I peccati del cammino sono sempre contro queste tre dimensioni: non accettare l’elezione e noi “eleggere” tanti idoli, tante cose che non sono di Dio; non accettare la speranza nella promessa, andare, guardare da lontano le promesse, anche tante volte, come dice la Lettera agli Ebrei, salutandole da lontano e fare che le promesse siano oggi con i piccoli idoli che noi facciamo; e dimenticare l’alleanza, vivere senza alleanza, come se noi fossimo senza alleanza. La fecondità è la gioia, quella gioia di Abramo che vide il giorno di Gesù ed era pieno di gioia. Questa è la rivelazione che oggi la parola di Dio ci dà sulla nostra esistenza cristiana. Che sia come quella del nostro padre: cosciente di essere eletto, gioioso di andare verso una promessa e fedele nel compiere l’alleanza. 

Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale. Di seguito la preghiera recitata dal Papa:

Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che mi abbia mai a separare da Te.

Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antica antifona mariana Ave Regina Caelorum ("Ave Regina dei Cieli"):

“Ave, Regina dei Cieli, ave, Signora degli angeli; porta e radice di salvezza, rechi nel mondo la luce. Godi, Vergine gloriosa, bella fra tutte le donne; salve, o tutta santa, prega per noi Cristo Signore”.

(fonte: Vatican News 02/04/2020)

Guarda il video dell'omelia



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«Per vedere Dio bisogna liberare il cuore dai suoi inganni! Non abbiamo paura, apriamo le porte del nostro cuore allo Spirito Santo perché ci purifichi e ci porti avanti in questo cammino verso la gioia piena.» Papa Francesco Udienza Generale 01/04/2020 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE
Biblioteca del Palazzo Apostolico
Mercoledì, 1° aprile 2020

E’ sulla sesta Beatitudine che si concentra la catechesi del Papa all’udienza generale che dall’11 marzo scorso tiene dalla Biblioteca del Palazzo Apostolico per l’emergenza da coronavirus. Proseguendo il ciclo di catechesi sulle Beatitudini, il Papa si sofferma sulla sesta e quindi sulla purezza del cuore come condizione per vedere Dio. Cercare il volto di Dio significa infatti desiderare una relazione non meccanica ma personale, come la stessa vicenda di Giobbe manifesta: prima la conoscenza è per sentito dire, poi, alla fine, lo conosciamo direttamente se siamo fedeli.

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi leggiamo insieme la sesta beatitudine, che promette la visione di Dio e ha come condizione la purezza del cuore.

Dice un Salmo: «Il mio cuore ripete il tuo invito: “Cercate il mio volto!”. Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (27,8-9).

Questo linguaggio manifesta la sete di una relazione personale con Dio, non meccanica, non un po’ nebulosa, no: personale, che anche il libro di Giobbe esprime come segno di un rapporto sincero. Dice così, il libro di Giobbe: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb 42,5). E tante volte io penso che questo è il cammino della vita, nei nostri rapporti con Dio. Conosciamo Dio per sentito dire, ma con la nostra esperienza andiamo avanti, avanti, avanti e alla fine lo conosciamo direttamente, se siamo fedeli … E questa è la maturità dello Spirito.

Come arrivare a questa intimità, a conoscere Dio con gli occhi? Si può pensare ai discepoli di Emmaus, per esempio, che hanno il Signore Gesù accanto a sé, «ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,16). Il Signore schiuderà il loro sguardo al termine di un cammino che culmina con la frazione del pane ed era iniziato con un rimprovero: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!» (Lc 24,25). Quello è il rimprovero dell’inizio. Ecco l’origine della loro cecità: il loro cuore stolto e lento. E quando il cuore è stolto e lento, non si vedono le cose. Si vedono le cose come annuvolate. Qui sta la saggezza di questa beatitudine: per poter contemplare è necessario entrare dentro di noi e far spazio a Dio, perché, come dice S. Agostino, “Dio è più intimo a me di me stesso” (“interior intimo meo”: Confessioni, III,6,11). Per vedere Dio non serve cambiare occhiali o punto di osservazione, o cambiare autori teologici che insegnino il cammino: bisogna liberare il cuore dai suoi inganni! Questa strada è l’unica.

Questa è una maturazione decisiva: quando ci rendiamo conto che il nostro peggior nemico, spesso, è nascosto nel nostro cuore. La battaglia più nobile è quella contro gli inganni interiori che generano i nostri peccati. Perché i peccati cambiano la visione interiore, cambiano la valutazione delle cose, fanno vedere cose che non sono vere, o almeno che non sono così vere.

È dunque importante capire cosa sia la “purezza del cuore”. Per farlo bisogna ricordare che per la Bibbia il cuore non consiste solo nei sentimenti, ma è il luogo più intimo dell’essere umano, lo spazio interiore dove una persona è se stessa. Questo, secondo la mentalità biblica.

Lo stesso Vangelo di Matteo dice: «Se la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!» (6,23). Questa “luce” è lo sguardo del cuore, la prospettiva, la sintesi, il punto da cui si legge la realtà (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 143).

Ma cosa vuol dire cuore “puro”? Il puro di cuore vive alla presenza del Signore, conservando nel cuore quel che è degno della relazione con Lui; solo così possiede una vita “unificata”, lineare, non tortuosa ma semplice.

Il cuore purificato è quindi il risultato di un processo che implica una liberazione e una rinuncia. Il puro di cuore non nasce tale, ha vissuto una semplificazione interiore, imparando a rinnegare in sé il male, cosa che nella Bibbia si chiama circoncisione del cuore (cfr Dt 10,16; 30,6; Ez 44,9; Ger 4,4).

Questa purificazione interiore implica il riconoscimento di quella parte del cuore che è sotto l’influsso del male – “Sa, Padre, io sento così, penso così, vedo così, e questo è brutto”: riconoscere la parte brutta, la parte che è annuvolata dal male – per apprendere l’arte di lasciarsi sempre ammaestrare e condurre dallo Spirito Santo. Il cammino dal cuore malato, dal cuore peccatore, dal cuore che non può vedere bene le cose, perché è nel peccato, alla pienezza della luce del cuore è opera dello Spirito Santo. E’ lui che ci guida a compiere questo cammino. Ecco, attraverso questo cammino del cuore, arriviamo a “vedere Dio”.

In questa visione beatifica c’è una dimensione futura, escatologica, come in tutte le Beatitudini: è la gioia del Regno dei Cieli verso cui andiamo. Ma c’è anche l’altra dimensione: vedere Dio vuol dire intendere i disegni della Provvidenza in quel che ci accade, riconoscere la sua presenza nei Sacramenti, la sua presenza nei fratelli, soprattutto poveri e sofferenti, e riconoscerlo dove Lui si manifesta (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 2519).

Questa beatitudine è un po’ il frutto delle precedenti: se abbiamo ascoltato la sete del bene che abita in noi e siamo consapevoli di vivere di misericordia, inizia un cammino di liberazione che dura tutta la vita e conduce fino al Cielo. È un lavoro serio, un lavoro che fa lo Spirito Santo se noi gli diamo spazio perché lo faccia, se siamo aperti all’azione dello Spirito Santo. Per questo possiamo dire che un’opera di Dio in noi – nelle prove e nelle purificazioni della vita – e questa opera di Dio e dello Spirito Santo porta a una gioia grande, a una pace vera. Non abbiamo paura, apriamo le porte del nostro cuore allo Spirito Santo perché ci purifichi e ci porti avanti in questo cammino verso la gioia piena.

Guarda il video della catechesi

Saluti:
...

* * *

Saluto cordialmente i fedeli di lingua italiana. Il mio pensiero va, in particolare, ai gruppi che da tempo si erano prenotati per essere presenti oggi. Tra questi, i ragazzi della professione di fede della Diocesi di Milano, collegati a questo incontro tramite i mezzi di comunicazione sociale. Cari ragazzi, anche se il vostro pellegrinaggio a Roma è solo virtuale, mi sembra quasi di percepire la vostra gioiosa e rumorosa presenza, resa concreta anche dai tanti messaggi scritti che mi avete inviato: ne avete inviati tanti, e sono belli! Sono belli, belli i messaggi. Grazie tante. Grazie per questa unione con noi. Pregate per me, non dimenticatevi. Vi ringrazio e vi incoraggio a vivere sempre la fede con entusiasmo e a non perdere la speranza in Gesù, l’amico fedele che riempie di felicità la nostra vita, anche nei momenti difficili.

Saluto infine i giovani, i malati, gli anziani e gli sposi novelli. L’ultimo scorcio del tempo quaresimale che stiamo vivendo possa favorire un’adeguata preparazione alla celebrazione della Pasqua, conducendo ciascuno ad una ancor più sentita vicinanza a Cristo. A tutti la mia Benedizione.




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UN DECALOGO PER VIVERE BENE LA "QUARANTESIMA"


UN DECALOGO PER VIVERE BENE LA "QUARANTESIMA"

Non possiamo vedere gli amici? Riscopriamo il valore delle relazioni per quando potremo di nuovo incontrarci. Non possiamo più concederci alcuni "piaceri"? Un'occasione per avvicinarci alla sobrietà e a ciò che è davvero essenziale. La noia ci opprime richiusi in casa? Diamo spazio alla creatività e abbracciamo il mondo dalla finestra... Ecco come vivere al meglio questo tempo fra quarantena e Quaresima


I tempi di crisi possono essere anche i tempi in cui nasce un mondo nuovo, uno stile di vita diverso, una mentalità nuova: più empatica, più solidale, più creativa, più ancorata ai valori veri.

Convinto che dal male possa nascere il bene e determinato a non lasciarsi sfuggire questa occasione per promuovere un cambiamento positivo, Adriano Sella, esperto di nuovi stili di vita, un'esperienza missionaria alle spalle, ha redatto un decalogo di grande interesse, con ottime idee per sfruttare al meglio questi giorni difficili. Un periodo che, con un neologismo che nasce dalla sintesi di quarantena e Quaresima, definisce "Quarantesima".

Non possiamo vedere gli amici? Riscopriamo il valore delle relazioni per viverle al meglio, quando potremo di nuovo incontrarci. 

Non possiamo più concederci alcuni "piaceri"? Un'occasione per riscoprire la sobrietà e che cosa è davvero essenziale. 

La noia ci opprime richiusi in casa? Diamo spazio alla creatività e abbracciamo il mondo dalla finestra...

Ma ecco, di seguito, il decalogo di Adriano Sella.
(per approfondimenti, www.contemplazionemissione.org)

1. Riappropriamoci della resilienza per poter superare l'evento traumatico. Siamo obbligati a non uscire di casa come lotta contro il coronavirus. Facciamo nostro l'imperativo #iostoacasa come un’ occasione che ci aiuta a conoscere meglio la nostra abitazione. Rendiamola un luogo sano, bello e accogliente per noi e per i nostri familiari. Riorganizziamo la nostra vita casalinga di fronte alla difficoltà.

2. Rinunciamo alle relazioni umane per riscoprirne la ricchezza. Siamo costretti ad astenerci dalle relazioni sociali per proteggerci dal pericolo dell'infezione. Viviamola come un'esperienza importante per capire quanto le relazioni ci mancano e quanto sono essenziali per la vita, in modo da farle diventare la nostra felice compagna del vivere per l'oggi e per il domani.

3. Fermiamoci per poter rinascere. Finalmente qualcosa ci ha bloccati spezzando i ritmi di vita sempre più veloci e sempre più disumani. Recuperiamo il silenzio perduto come dimensione terapeutica per il benessere psico-fisico e spirituale. Viviamo il riposo anche come momento di contemplazione, per riscoprire le priorità del ben vivere e la piramide dei valori.

4. Viviamo una sobrietà felice per capire le priorità della vita. Questo tempo del Covid 19 ci obbliga a fare a meno di tante cose che non sono di prima necessità. È un meno per un di più. Separiamo ciò che è davvero importante da ciò che non lo è. Vestiamoci delle cose essenziali, utilizziamo quando serve quelle utili e liberiamoci da quelle superflue e inique.

5. Mettiamo in moto la creatività per scandire bene il tempo quotidiano. All'improvviso ci siamo trovati con tanto tempo a disposizione. Cerchiamo di valorizzarlo diventando creativi mediante il fai da te di vari lavori, l'auto-produzione del cibo e la costruzione di opere nel campo artistico, musicale e letterario. Sprigioniamo creatività e condividiamo le nostre creazioni.

6. Non sprechiamo questa crisi ma valorizziamo il carpe diem. Ogni crisi anche la più dura può portare qualcosa di buono e di rivoluzionario. Viviamo l'attimo presente come una grande opportunità di cambiamento raccogliendo gli insegnamenti che possono generare una nuova umanità e un nuovo mondo. Ricordiamoci che il seme deve morire per dare frutto.

7. Abbracciamo il mondo dalla finestra della nostra casa. Anche se siamo in casa da soli, non sentiamoci abbandonati. Affacciamoci al balcone per scambiare un saluto a distanza con i vicini. Usiamo le tecnologie di comunicazione per sentire un familiare o un amico, oppure per incontrarci virtualmente. Manifestiamo la nostra vicinanza e solidarietà a distanza.

8. Riscopriamo la lentezza per la crescita umana. Il Covid 19 ci costringe a rallentare e ci fa vivere una slow life. Viviamo con lentezza e smettiamo di correre, di affannarci e di riempirci di stress. Riscopriamo la lentezza come modo felice di vivere perché ci aiuta a gustare ogni attimo, ad apprezzare anche il più piccolo avvenimento. Ricordiamoci! Madre terra ci insegna che tra semina e raccolto ci vuole anche molto tempo.

9. Informiamoci meglio per non essere vittime delle fake news. Il coronavirus ci porge tempo prezioso per leggere e per studiare. Impegniamoci nella lettura e cerchiamo un'informazione vera, libera e giusta. Partecipiamo alle campagne online per promuovere giustizia sociale in questo nostro mondo malato. Condividiamo, via sms, e-mail e whatsapp, pensieri, letture e ricerche che ci aiutano a superare la tempesta per entrare in una nuova realtà da persone mature.

10. Affidiamoci ad una Mano invisibile che non ci fa sentire soli. Questa situazione drammatica ci fa sentire fragili, perduti e forse anche disperati. Condividiamo lettere, messaggi e video che manifestano la solidarietà di tanta gente e anche di tanti popoli. Crediamo che siamo parte di Madre Terra, dove tutto è collegato e connesso. Affidiamoci al Dio di Gesù Cristo che mai ci lascia soli, anzi nei momenti più duri ci porta addirittura in braccio. Riscopriamo questa grande relazione cosmica che ci toglie ogni paura e ci riempie di energia per un nuovo inizio.




mercoledì 1 aprile 2020

«Oggi vorrei che pregassimo per tutti coloro che lavorano nei media, per comunicare... per aiutare a sopportare questo tempo di chiusura. - Il discepolo si lascia guidare dallo Spirito, per questo il discepolo è sempre un uomo della tradizione e della novità, è un uomo libero.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
1 aprile 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

 Il Papa: chi lavora nei media aiuti le persone a non sentirsi isolate

Nella Messa a Santa Marta, Francesco rivolge il suo pensiero agli operatori della comunicazione perché aiutino le persone a sopportare questo periodo di isolamento. Nell'omelia, ricorda che il discepolo di Gesù è un uomo libero, un uomo della Tradizione e della novità, perché si lascia guidare dallo Spirito Santo e non dalle ideologie

L’Antifona d’ingresso del mercoledì della V settimana di Quaresima è una preghiera di liberazione: “Tu mi liberi, Signore, dall'ira dei miei nemici. Tu mi innalzi sopra i miei avversari, e mi salvi dall'uomo violento” (Sal 17). Papa Francesco nell’introdurre la Messa di oggi a Casa Santa Marta rivolge il suo pensiero a chi lavora nei media:

“Oggi vorrei che pregassimo per tutti coloro che lavorano nei media, che lavorano per comunicare, oggi, perché la gente non si trovi tanto isolata; per l’educazione dei bambini, per l’informazione, per aiutare a sopportare questo tempo di chiusura”.

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Nell’omelia, Francesco commenta il Vangelo odierno (Gv 8, 31-42) in cui Gesù dice ai Giudei: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Essere discepolo - ha affermato il Papa - vuol dire lasciarsi guidare dallo Spirito Santo: per questo il discepolo di Gesù è un uomo della Tradizione e della novità, un uomo libero, mai soggetto alle ideologie. 
Di seguito il testo dell'omelia secondo una nostra trascrizione:

In questi giorni, la Chiesa ci fa ascoltare il capitolo ottavo di Giovanni: c’è la discussione tanto forte tra Gesù e i dottori della Legge. E soprattutto, si cerca di far vedere la propria identità: Giovanni cerca di avvicinarci a quella lotta per chiarire la propria identità, sia di Gesù, come l’identità che hanno i dottori. Gesù li mette all’angolo facendo loro vedere le proprie contraddizioni. E loro, alla fine, non trovano altra uscita che l’insulto: è una delle pagine più tristi, è una bestemmia. Insultano la Madonna.

Ma parlando dell’identità, Gesù disse ai giudei che avevano creduto, consiglia loro: “Se rimanete nella mia parola, siete davvero i miei discepoli”. Torna quella parola tanto cara al Signore che la ripeterà tante volte, e poi nella cena: rimanere. “Rimanete in me”. Rimanere nel Signore. Non dice: “Studiate bene, imparate bene le argomentazioni”: questo lo dà per scontato. Ma va alla cosa più importante, quella che è più pericolosa per la vita, se non si fa: rimanere. “Rimanete nella mia parola”. E coloro che rimangono nella parola di Gesù hanno la propria identità cristiana. E qual è? “Siete davvero miei discepoli”. L’identità cristiana non è una carta che dice “io sono cristiano”, una carta d’identità: no. È il discepolato. Tu, se rimani nel Signore, nella Parola del Signore, nella vita del Signore, sarai discepolo. Se non rimani, sarai uno che simpatizza con la dottrina, che segue Gesù come un uomo che fa tanta beneficienza, è tanto buono, che ha dei valori giusti, ma il discepolato è proprio la vera identità del cristiano.

E sarà il discepolato che ci darà la libertà: il discepolo è un uomo libero perché rimane nel Signore. E “rimane nel Signore”, cosa significa? Lasciarsi guidare dallo Spirito Santo. Il discepolo si lascia guidare dallo Spirito, per questo il discepolo è sempre un uomo della tradizione e della novità, è un uomo libero. Libero. Mai soggetto a ideologie, a dottrine dentro la vita cristiana, dottrine che possono discutersi … rimane nel Signore, è lo Spirito che ispira. Quando cantiamo allo Spirito, gli diciamo che è un ospite dell’anima, che abita in noi. Ma questo, soltanto se noi rimaniamo nel Signore.

Chiedo al Signore che ci faccia conoscere questa saggezza di rimanere in Lui e ci faccia conoscere quella familiarità con lo Spirito: lo Spirito Santo ci dà la libertà. E questa è l’unzione. Chi rimane nel Signore è discepolo, e il discepolo è un unto, un unto dallo Spirito, che ha ricevuto l’unzione dello Spirito e la porta avanti. Questa è la strada che Gesù ci fa vedere per la libertà e anche per la vita. E il discepolato è la unzione che ricevono coloro che rimangono nel Signore.

Il Signore ci faccia capire questo che non è facile: perché i dottori non l’avevano capito, non si capisce soltanto con la testa; si capisce con la testa e con il cuore, questa saggezza dell’unzione dello Spirito Santo che ci fa discepoli.

Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale. Di seguito la preghiera recitata dal Papa:

Ai Tuoi piedi, o mio Gesù, mi prostro e Ti offro il pentimento del mio cuore che si abissa nel suo nulla nella Tua santa presenza. Ti adoro nel sacramento del Tuo amore, l’Eucaristia. Desidero riceverti nella povera dimora che Ti offre il mio cuore; in attesa della felicità della comunione sacramentale voglio possederti in spirito. Vieni a me, o mio Gesù, che io vengo da Te. Possa il Tuo amore infiammare tutto il mio essere per la vita e per la morte. Credo in Te, spero in Te, Ti amo.

Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antica antifona mariana Ave Regina Caelorum ("Ave Regina dei Cieli"):

“Ave, Regina dei Cieli, ave, Signora degli angeli; porta e radice di salvezza, rechi nel mondo la luce. Godi, Vergine gloriosa, bella fra tutte le donne; salve, o tutta santa, prega per noi Cristo Signore”.
(fonte: Vatican News 1/04/2020)

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Raniero Cantalamessa: Se si ferma la speranza si ferma tutto

Raniero Cantalamessa:
Se si ferma la speranza si ferma tutto

Nella sua terza predica di Quaresima, registrata dalla cappella Redemptoris Mater, il predicatore della Casa pontificia invita a riflettere su Maria ai piedi della croce e, partendo dalla sua partecipazione alle sofferenze di Cristo, la descrive Madre della speranza, virtù che è ossigeno per ogni uomo e per il cammino della Chiesa



“Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala.”: è questa la frase del Vangelo che il padre Raniero Cantalamessa propone oggi alla riflessione del Papa e della Curia romana nella sua terza predica di Quaresima.

Maria non scappa dal Calvario
Maria è sul Calvario, insieme ad altre donne, ma lei è la Madre. Ha assistito alle torture e alle umiliazioni inflitte al Figlio e alla sua crocifissione e, come aveva fatto Gesù, anche a lei - osserva il predicatore - viene chiesto di perdonare. E prosegue affermando che “se Maria poté essere tentata, come lo fu anche Gesù nel deserto, questo avvenne soprattutto sotto la croce". Una tentazione profondissima perchè lei credeva che Gesù era il Figlio di Dio, eppure sotto la croce vede che Gesù non reagisce per liberarsi. E allora anche lei tace:

Umanamente parlando, ci sarebbero stati tutti i motivi, per Maria, di gridare a Dio: "Mi hai ingannata!", o, come gridò un giorno il profeta Geremia: "Mi hai sedotta e io mi sono lasciata sedurre!" e scappare giù per il Calvario. Invece ella non scappò, ma rimase "in piedi", in silenzio, e così facendo è divenuta, in modo tutto speciale, martire della fede, testimone suprema della fiducia in Dio, dietro il Figlio.

Come Maria anche la Chiesa
Maria sul Calvario era unita alla croce di Cristo, era dentro la sua stessa sofferenza, sottolinea padre Cantalamessa, che pone una domanda: se Maria “è figura e specchio della Chiesa, sua primizia e modello”, che cosa ha voluto dire alla Chiesa lo Spirito Santo facendo in modo che nelle Sacre Scritture fosse descritta questa sua presenza accanto alla croce di Cristo? Ci dice ciò che deve fare ogni giorno il credente per imitarla: “Stare accanto a Maria presso la croce di Gesù, come ci stette il discepolo che egli amava”.

Stare accanto alla croce 'di Gesù'
Padre Cantalamessa fa poi una precisazione dicendo che bisogna distinguere tra lo stare "accanto alla croce" e lo stare accanto alla croce "di Gesù" e che è questa la cosa più importante:

Non basta stare presso la croce, cioè nella sofferenza, starci anche in silenzio. Questo sembra già da solo una cosa eroica, eppure non è la cosa più importante. Può essere anzi niente. La cosa decisiva è stare presso la croce "di Gesù". Ciò che conta non è la propria croce, ma quella di Cristo. Non è il soffrire, ma il credere e così appropriarsi della sofferenza di Cristo. La prima cosa è la fede. La cosa più grande di Maria sotto la croce fu la sua fede, più grande ancora che la sua sofferenza.

La fede è purificata dalla sofferenza
Credere veramente nella croce di Cristo, afferma ancora il predicatore, “è prendere la propria croce e andare dietro a Gesù”, è “partecipare alle sue sofferenze” non accettate passivamente, ma vissute attivamente “in unione con Cristo”. Così fede e opere trovano una sintesi: la fede nella croce di Cristo “ha bisogno di passare attraverso la sofferenza per essere autentica”. E spiega che soffrire unisce alla croce di Cristo in modo concreto, “è una specie di canale, di via di accesso, alla croce di Cristo, non parallela alla fede, ma facente un tutt'uno con essa”.

La virtù della speranza
Padre Cantalamessa introduce poi un nuovo tema, quello della speranza. Dice che per l’evangelista Giovanni, che riferisce l’episodio del Calvario, “la croce di Cristo non è solo il momento della morte di Cristo, ma anche quello della sua 'glorificazione' e del trionfo”. In essa è già operante la risurrezione. E dice:

Sul Calvario Maria dunque ha condiviso con il Figlio non solo la morte, ma anche le primizie della risurrezione. Un' immagine di Maria ai piedi della croce, in cui ella appare solo ‘triste, afflitta, piangente’, come canta lo Stabat Mater, cioè solo l'Addolorata, non sarebbe completa. Sul Calvario, ella non è solo la ‘Madre dei dolori’, ma anche la Madre della speranza, ‘Mater spei’, come la invoca la Chiesa in un suo inno.

Maria spera contro ogni speranza
Come Abramo, anche Maria sotto la croce “credette, sperando contro ogni speranza. Maria ha creduto “che Dio era capace di far risuscitare il suo Figlio anche dai morti” e come lei anche la Chiesa, osserva padre Cantalamessa, vive la risurrezione nella speranza. 

Come Maria fu presso il Figlio crocifisso, così la Chiesa è chiamata a stare presso i crocifissi di oggi: i poveri, i sofferenti, gli umiliati e gli offesi. Starci con speranza. Non basta compatire le loro pene o anche cercare di alleviarle. È troppo poco. Questo possono farlo tutti, anche chi non conosce la risurrezione. La Chiesa deve dare speranza, proclamando che la sofferenza non è assurda, ma ha un senso, perché ci sarà una risurrezione da morte. La Chiesa deve ‘dare ragione della speranza che è in lei’.

Senza la speranza si ferma tutto
La speranza è essenziale come l’ossigeno per la vita di ogni persona e anche per la Chiesa, tuttavia, osserva il predicatore “la speranza è stata per molto tempo, ed è tutt'ora, tra le virtù teologali, la sorella minore, la parente povera”. E cita al riguardo un’immagine del poeta Charles Péguy in cui fede, speranza e carità sono come tre sorelle, due grandi e una ancora piccola. Camminano tenendosi per mano, la bambina, che è la Speranza, è al centro. Tutti pensano che siano le due grandi a trascinare la bambina. Si sbagliano, dice il poeta: "è la bambina Speranza che trascina le due sorelle, perché se si ferma la speranza si ferma tutto".

“Dobbiamo - come suggerisce lo stesso poeta - diventare « complici della bambina speranza ». Hai sperato ardentemen­te una cosa, un intervento di Dio, e non è successo niente? Sei tornato a sperare di nuovo la volta successiva, e ancora niente? Tutto è andato avanti come prima, nonostante tante suppliche, tante lacrime, e forse anche tanti segni che questa volta saresti stato esaudito? Tu continua a sperare, spera ancora un'altra vol­ta, spera sempre, fino alla fine. Diventa complice della speranza!”.

Sperare è scoprire che c'è ancora qualcosa da fare 
Diventare complici della speranza, prosegue padre Cantalamessa, significa “permettere a Dio di deluderti, di ingannarti quaggiù tutte le volte che vuole”, permettendoti così “di fare un atto di speranza in più e ogni volta più difficile". La speranza però, avverte padre Cantalamessa, non è solo un atteggiamento interiore, è anche “scoprire che c'è ancora qualcosa che si può fare”.

Quand'anche non ci fosse nulla più da fare da parte nostra per cambiare una certa situazione difficile, resterebbe pur sempre un grande compito da assolvere, tale da tenerci abbastanza impegnati e tenere lontana la disperazione: quello di sopportare con pazienza fino alla fine. Questo fu il grande ‘compito’ che Maria portò a compimento, sperando, sotto la croce, e in questo ella è pronta ora ad aiutare anche noi.

Il sussulto di speranza del profeta Geremia
La Bibbia presenta diversi esempi di ”sussulti di speranza” che cambiano le situazioni più tragiche. Un esempio è l’esperienza del profeta Geremia che conosce la più profonda desolazione ma, dice il padre Cantalamessa, “dal momento che il profeta decide di tornare a sperare, il tono cambia: la lamentazione si trasforma in fiduciosa attesa dell’intervento di Dio”. E conclude invitando a guardare ancora a Maria, Madre della speranza, con l’antico inno:

“Salve , o Madre di misericordia, Madre di Dio e Madre di perdono, Madre di Speranza e Madre di grazia, Madre ricolma di santa allegrezza, o Maria!”.
(fonte Vatican News, Adriana Masotti 27/03/2020)



martedì 31 marzo 2020

#IoRestoaCasa e chi la casa non ce l'ha?

#IoRestoaCasa
e chi la casa non ce l'ha?


Appello che vi prego di diffondere con la massima urgenza facendolo arrivare ad autorità politiche e religiose locali, regionali, nazionali. E' importantissimo, perché nessuno pensa agli invisibili, indifesi sulle strade. Camminano per le strade con i piedi pieni di bolle, con lo stomaco vuoto e la pancia che brontola, la temperatura rigida, sono invisibili nella nostra città: i richiedenti asilo e rifugiati e non solo. Quasi tutti qui stanno a casa, loro sono invece per le strade, e sono tanti. Alcuni dormono sotto i ponti, alcuni ancora nei centri di Emergency freddo, ma alle 11 devono lasciare il Centro, non possono stare lì. Prima c’era la mensa a mezzogiorno, adesso non hanno niente. Iniziano a vagare senza una meta, con la pioggia che li bagna, alcuni con le lacrime che gli scendono in una città deserta; prima c’era la biblioteca dove si potevano andare a riscaldare, o nei corridoi dell'ospedale, ora niente, tutti sono chiusi per la paura del virus. Nemmeno possono andare in ospedale, che prima per qualche ora li accoglieva, li riscaldava, li teneva al riparo dalla furia dell’acqua. Prima potevano parlare con i volontari, ora questi hanno paura di avvicinarsi a loro, di essere contagiati e di contagiarli. Alcuni che dormano sotto i ponti magari hanno la febbre, non sanno se è il virus o derivi dal fatto che dormano fuori per il freddo; altro non sono che brandello di umanità. Sono diverse le storie di chi non ha una fissa dimora e si ritrova spesso una sofferenza davanti alla quale chiudiamo troppo gli occhi, in questa piccola e silenziosa tragedia. Camminano sempre, vagabondando in giro, fino alle 18 per andare alla mensa della Caritas. Così vivono in questi giorni nelle nostre città persone che hanno un nome, una storia alle spalle troppo dolorosa, che speravano di trovare qui salvezza. Il clima di paura di fronte al possibile contagio del coronavirus produce anche questa rinnovata sofferenza che sembra nessuno voglia vedere, su cui nessuno ha il coraggio di chinarsi. Si fa l’impossibile per curare chi è colpito dal virus, ma si potrebbe fare almeno qualche minimo passo possibile per aiutare, dare un rifugio, un sostegno, riconoscere una dignità a chi già da troppo tempo soffre. Mi rivolgo ai responsabili politici e religiosi del Territorio perché urgentemente si diano da fare.
Alidad Shiri 
(fonte: bacheca fb di Alidad Shiri 16/03/2020)


«Restate a casa» dicono. Ma se la casa non ce l’ho?

Ogni giorno, da molti giorni ormai, a tutte le ore in televisione, nelle radio, sui social si susseguono raccomandazioni, appelli, regole da mantenere e hastag che invitano a restare a casa per limitare e bloccare il COVID19.

Bene, ma per chi una casa non ce l’ha? In Italia ci sono oltre 55 mila persone che vivono per strada. Una cifra enorme che è aumentata negli ultimi tempi per effetto dei decreti sicurezza, voluti dall’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini e dal Governo giallo verde, che ha messo fuori dalla porta migliaia di stranieri espulsi dai centri d’accoglienza e dagli Sprar.

I senzatetto sono una importante fetta di popolazione che oltre i quotidiani disagi di una vita difficile, oggi si trovano a fronteggiare a “petto nudo” il virus di inizio millennio, che ha già mietuto centinaia di vittime nel Paese, con il rischio di essere loro stessi degli strumenti di contaminazione.

In alcuni comuni le autorità non si stanno interessando dei protocolli per la gestione delle persone in strada: presi dal rispetto dei decreti emanati dal Presidente Conte hanno fatto chiudere centri di accoglienza con la conseguenza dell’interruzione di alcuni servizi igienici quali docce e distribuzione di indumenti e di ambulatori. Un vero paradosso se pensiamo che una delle raccomandazioni principali per difendersi dal contagio è quella di lavarsi spesso le mani. Come fanno a lavarsi spesso le mani con sapone o gel a base alcolica se non hanno un posto dove farlo?

Molte delle realtà associative che si dedicano al miglioramento delle condizioni di vita dei senza fissa dimora, con l’attuazione dei vari Decreti, ha dovuto modificare i servizi facendo accedere alla mensa poche persone per volta, fornendo pasti da asporto, spesso pasti non caldi, da mangiare fuori dalle strutture.

In alcune città i dormitori sono aperti tutto il giorno, per invogliare gli ospiti a non andare per strada. A Termoli, in Molise, è stata allestita come dormitorio la palestra di una scuola media: 15/20 posti letto per questo periodo di ‘quarantena’. Una iniziativa, concordata tra il sindaco Francesco Roberti e le associazioni di volontariato della città, che ha l’obiettivo di liberare i posti letto della locale sezione della Misericordia, luogo in cui solitamente si recano a dormire i senzatetto termolesi, per eventuali bisogni medico sanitari legati al Coronavirus.

Ma non solo: la mattina gli ospiti si recano per la colazione nei locali dell’associazione ‘La Città Invisibile’, dove hanno anche la possibilità di fare una doccia e di lavare i propri abiti. A pranzo si recano alla mensa della locale sezione della Caritas. Alle 16, dopo essere stata pulita e igienizzata, riapre la palestra dormitorio dove non solo tornano per dormire ma anche per cenare. Un vero percorso solidale con l’intento di tutelare il più possibile i senzatetto. Una solidarietà partecipativa e partecipata: tante le attività commerciali che si trovano sul territorio hanno donato e consegnato ogni genere di materiale, dagli alimenti ai prodotti igienizzanizzanti e di pulizia del corpo, alle associazioni di volontariato affinché lo utilizzino per i più poveri della città.

Ma nella stragrande maggioranza delle città non è così. A Bolzano, ad esempio, i centri chiudono alle 11:00 dopodiché il cloachard, con tutte le strutture chiuse, è costretto a “pascolare” per strada. Cosa fare? In tempi strettissimi tutte le associazioni hanno riorganizzato completamente il loro servizio, cercando di contenere al massimo le frustrazioni e le paure degli operatori e degli ospiti: sono state redatte indicazioni scritte per volontari, ospiti e operatori; sono stati acquistati contenitori monouso a norma per la somministrazione di alimenti caldi, messo a punto la logistica di distribuzione dei sacchetti e formato i volontari. Ma non basta perché con la maggioranza dei centri diurni chiusi, molti cloachard sono per strada. Ed è qui che scatta la seconda beffa per i senzatetto.

Accusati di non rispettare l’ordinanza del “restate a casa” vengono multati, secondo il DPCM del Presidente Conte, dalle forze dell’ordine. È già accaduto a Milano, Modena, Verona, Siena, Roma e in tante altre città. Una vera vergogna per la onlus ‘Avvocato di Strada’: «Siamo a lavoro per chiedere le archiviazioni delle denunce ma intanto continuiamo a porre la nostra domanda. Come fanno a restare a casa le persone che una casa non ce l’hanno?».

L’associazione ha scritto e inviato un appello, a firma del presidente Antonio Mumolo e di altri 60 avvocati, al premier Conte, ai presidenti di regione e ai sindaci: «Si tratta di persone che sono diventate talmente povere da finire in strada ed oggi non possono rispettare le ordinanze e decreti previsti dall’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, tanto da essere addirittura incriminate perché vengono trovate in giro senza giustificazione. Queste persone sono costrette a vivere in strada perché fino ad oggi pochi si interessavano di loro e perché le risorse destinate ai servizi di primaria assistenza e all’emergenza abitativa erano poche o inesistenti.

Adesso però non si può più far finta di nulla – si legge nell’appello – Bisogna occuparsi, e in fretta, di chi non ha un tetto sulla testa ed è costretto a vagare per le città. Diciamo da più di 20 anni che chi vive in strada ha bisogno di una casa e di una residenza per potersi curare ma oggi, ai tempi del coronavirus, queste necessità assumono una drammatica urgenza. Ad aggiungere un carico su una situazione già paradossale stanno iniziando a fioccare i verbali redatti ai senza tetto”. Abolizione e archiviazione dei verbali redatti e “prolungare l’apertura delle strutture utilizzate per ricoverare d’inverno le persone senza dimora; velocizzare le procedure per iscrivere queste persone nelle liste anagrafiche in modo da poterle anche monitorare dal punto di vista sanitario”.

Queste le richieste della onlus “Avvocato di Strada” a cui si aggiunge quella della fio.PSD, Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora, una associazione che persegue finalità di solidarietà sociale nell’ambito della grave emarginazione adulta e delle persone senza dimora, alle istituzioni competenti: ”prevedere dei protocolli di intervento e misure preventive soprattutto per i servizi bassa soglia. Un dispiegamento di forze professionali (unità mobili socio-sanitarie) in strada e presso i servizi per applicare misure preventive di screening, per evitare contagi e diffusioni del virus che in condizioni di estrema vulnerabilità potrebbero essere ancora più rapidi e aggravanti”.


Coronavirus, denunce ai senzatetto

La prima denuncia pochi giorni fa a Milano: un senzatetto ucraino con regolare permesso di soggiorno era stato multato da una volante della Polizia di Lambrate perché trovato in strada, in opposizione al decreto che impone a tutti di non uscire di casa. Ne parliamo con Stefano Zurlo inviato del quotidiano 'Il Giornale', in collegamento da Milano 

Guarda il servizio


Coronavirus, la denuncia di Cinzia:
“Multata di 280 euro perché sono una senzatetto”

Una testimonianza paradossale a Sestri Ponente: "Io una casa dove stare non ce l'ho, ma mi hanno detto che devo vergognarmi"

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(fonte: Genova24, articolo di Fabio Canessa - 25 Marzo 2020)

"Preghiamo oggi per coloro che sono senza fissa dimora, 
in questo momento in cui ci si chiede di essere dentro casa. 
Perché la società di uomini e donne 
si accorgano di questa realtà e aiutino, 
e la Chiesa li accolga."

Con queste parole Papa Francesco questa mattina (31/03/2020) introduce la celebrazione della Santa Messa alla Casa Santa Marta.


********

Mense aperte, con la distribuzione di pasti completi in piena sicurezza, al di fuori delle strutture di via della Lungaretta e di via Adige. L’attività del Circolo San Pietro non si ferma nella fase dell’emergenza, in cui a soffrire maggiormente sono le persone più fragili. Anzi, il sodalizio romano, nato oltre 150 anni fa, rilancia con la campagna #IONONHOCASA cui è possibile aderire per aiutare i tanti assistiti.

Il presidente del Circolo S. Pietro Niccolò Sacchetti parla di una «situazione certamente complessa, quasi surreale, ma è in momenti come questi che si fa più evidente il grande “cuore” di questa meravigliosa città e, direi, di tutto il nostro Paese. Istituzioni, associazioni, volontari e cittadini si sono subito resi disponibili per aiutare in ogni modo possibile e sotto qualsiasi forma, con spirito di grande collaborazione e generosità scevra da personalismi o secondi fini. Mi piace ripetere che il “bene” è meravigliosamente contagioso, mai come ora credo che questa frase sia calzante». ...


Chi non dimentica gli "invisibili"

Chi non ha dimora è un’emergenza nell’emergenza, non ha un’abitazione dove restare, né altri posti, a parte i marciapiedi. Le strutture di accoglienza, quelle che non hanno chiuso, sono strapiene e nei pronto soccorso (dove spesso andavano a rifugiarsi per trovare almeno un po’ più caldo) ovviamente non c’è più verso di entrare. «Veniamo qui la sera coi volontari che possono, per mostrare vicinanza alle persone che stanno per strada», spiega Carlo Santoro di Sant’Egidio. ...


In strada, le luci sono quelle bianche dei lampioni, quelle blu dei lampeggianti sulle macchine di Polizia e Carabinieri. Niente turisti, niente romani, niente e nessuno. Prima di cominciare il giro, Lucia Lucchini, anche lei della Comunità di Sant’Egidio, spiega ai volontari (stasera una quindicina) che «oltre a dare il cibo, dobbiamo dire alle persone due cose. Attenersi alla regola di stare distanti almeno un metro uno dall’altro. E che continuiamo a venire, che faremo di tutto per non lasciarli soli». Non ha finito Lucia, c’è dell’altro. Una raccomandazione: «Troviamo il modo di sorridere anche con le mascherine, si vede dagli occhi se sorridiamo…». Non sono eroi, né si sentono tali. Prendono ogni precauzione, indossano mascherine e guanti. Lo stesso giro, che fanno da anni, di questi tempi non si svolge come al solito: «Le nostre distribuzioni erano molto più lunghe, portavamo molte più cose da mangiare – spiega di nuovo Carlo –. Adesso andiamo dalla singola persona, lasciamo la monoporzione di cibo, salutiamo e andiamo». Tutto qui? Sembra. «In realtà ci serve per capire come sta». I militari sono nelle loro postazioni fisse e sono, qui, l’altro segno di vita. ...



Coronavirus, l'emergenza dei senza fissa dimora

La notte ai tempi del coronavirus è più dura per chi non ha una casa. Come vive chi sopravvive per strada? Lo abbiamo chiesto alla comunità di Sant’Egidio

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Coronavirus, l'aiuto dei francescani
Un’emergenza in questi giorni difficili è senz’altro rappresentata dalla situazione dei senza fissa dimora che già in tempi normali vivono in condizioni critiche. Servizio di Vito D’Ettorre

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Vedi anche:



«Preghiamo oggi per coloro che sono senza fissa dimora... Gesù innalzato: sulla croce... il nocciolo della profezia è proprio che Gesù si è fatto peccato per noi. Non ha peccato: si è fatto peccato... Dobbiamo abituarci a guardare il crocifisso sotto questa luce, che è la più vera, è la luce della redenzione.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
31 marzo 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

 Il Papa prega per i senza fissa dimora: siano aiutati dalla società, la Chiesa li accolga

Nella Messa a Santa Marta, il Papa ha rivolto il suo pensiero a quanti in questo periodo non hanno una abitazione. Nell'omelia invita a contemplare Gesù sulla Croce: il Signore ha preso su di sé i nostri peccati per salvarci

Francesco ha presieduto la Messa a Casa Santa Marta nel martedì della V settimana di Quaresima. L’antifona d’ingresso è un incoraggiamento: “Sta’ in attesa del Signore, prendi forza e coraggio; tieni saldo il tuo cuore e spera nel Signore” (Sal 26,14). Introducendo la celebrazione Francesco pensa a chi non ha casa in questo periodo caratterizzato dalla pandemia di coronavirus:

Preghiamo oggi per coloro che sono senza fissa dimora, in questo momento in cui ci si chiede di essere dentro casa. Perché la società di uomini e donne si accorgano di questa realtà e aiutino, e la Chiesa li accolga.

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Nell’omelia, commentando le letture odierne tratte dal Libro dei numeri (Nm 21, 4-9) e dal Vangelo di Giovanni (Gv 8,21-30), ricorda che Gesù si è fatto peccato per salvarci. Lui è venuto al mondo per prendere i nostri peccati su di sé: sulla croce non fa finta di soffrire e morire. Contempliamo Gesù sulla croce, e ringraziamo. 
Di seguito il testo dell'omelia secondo una nostra trascrizione:

Il serpente certamente non è un animale simpatico: sempre è associato al male. Anche nella rivelazione il serpente è proprio l’animale che usa il diavolo per indurre al peccato. Nell’Apocalisse si chiama il diavolo “serpente antico”, quello che dall’inizio morde, avvelena, distrugge, uccide. Per questo non può riuscire. Se vuoi riuscire come uno che propone cose belle, queste sono fantasia: noi le crediamo e così pecchiamo. È questo che è successo al popolo d’Israele: non sopportò il viaggio. Era stanco. E il popolo disse contro Dio e contro Mosè. È sempre la stessa musica, no? “Perché ci avete fatto uscire dall’Egitto? Per farci morire in questo deserto? Perché non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero, la manna”. (Cf. Nm. 21,4-5) E l’immaginazione – l’abbiamo letto nei giorni scorsi – va sempre all’Egitto: “Ma, lì stavamo bene, mangiavamo bene …”. E anche, sembra che il Signore non sopportò il popolo, in questo momento. Si arrabbiò: l’ira di Dio si fa vedere, a volte … E allora il Signore mandò tra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente e morivano. “Un gran numero di israeliti morì” (Nm. 21,5). In quel momento, il serpente è sempre l’immagine del male: il popolo vede nel serpente il peccato, vede nel serpente quello che ha fatto il male. E viene da Mosè e dice: “Abbiamo peccato perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te. Supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti” (Nm 21,7). Si pente. Questa è la storia nel deserto. Mosè pregò per il popolo e il Signore disse a Mosè: “Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta di metallo. Chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita” (Nm. 21,8).

A me viene da pensare: ma questa non è un’idolatria? C’è il serpente, lì, un idolo, che mi dà la salute … Non si capisce. Logicamente, non si capisce, perché questa è una profezia, questo è un annuncio di quello che accadrà. Perché abbiamo sentito anche come profezia vicina, nel Vangelo: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono e che non faccio nulla da me stesso” (Gv. 8,28). Gesù innalzato: sulla croce. Mosè fa un serpente e lo innalza. Gesù sarà innalzato, come il serpente, per dare la salvezza. Ma il nocciolo della profezia è proprio che Gesù si è fatto peccato per noi. Non ha peccato: si è fatto peccato. Come dice San Pietro nella sua Lettera: “Portò i nostri peccati su di sé” (Cf. 1Pt 2,24) E quando noi guardiamo il crocifisso, pensiamo al Signore che soffre: tutto quello è vero. Ma ci fermiamo prima di arrivare al centro di quella verità: in questo momento, Tu sembri il più grande peccatore, Ti sei fatto peccato. Ha preso su di sé tutti i nostri peccati, si è annientato fino ad adesso. La croce, è vero, è un supplizio, c’è la vendetta dei dottori della Legge, di quelli che non volevano Gesù: tutto questo è vero. Ma la verità che viene da Dio è che Lui è venuto al mondo per prendere i nostri peccati su di sé al punto di farsi peccato. Tutto peccato. I nostri peccati sono lì.

Dobbiamo abituarci a guardare il crocifisso sotto questa luce, che è la più vera, è la luce della redenzione. In Gesù fatto peccato vediamo la sconfitta totale di Cristo. Non fa finta di morire, non fa finta di non soffrire, solo, abbandonato … “Padre, perché mi hai abbandonato?” (Cf Mt 27,46; Mc 15,34). Un serpente: io sono alzato come un serpente, come quello che è tutto peccato.

Non è facile capire questo e, se pensiamo, mai arriveremo a una conclusione. Soltanto, contemplare, pregare e ringraziare.

Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale. Di seguito la preghiera recitata dal Papa:

Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che mi abbia mai a separare da Te.

Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antica antifona mariana Ave Regina Caelorum ("Ave Regina dei Cieli"): 

“Ave, Regina dei Cieli, ave, Signora degli angeli; porta e radice di salvezza, rechi nel mondo la luce. Godi, Vergine gloriosa, bella fra tutte le donne; salve, o tutta santa, prega per noi Cristo Signore”.

(fonte: Vatican News 31/03/2020)

Guarda il video dell'omelia



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Quasi colpevoli di essere in vita di Enzo Bianchi

Quasi colpevoli di essere in vita
di Enzo Bianchi

Busto di Crisippo, British Museum
La Repubblica - Altrimenti 30 marzo 2020

La nostra vita arriva a settant’anni,
a ottanta se ci sono le forze:
la maggior parte sono pena e fatica,
passano presto e noi ce ne andiamo.


Questo versetto del salmo 90 è certamente sottoscritto da molti, e in particolare dagli anziani, i quali hanno una consapevolezza concreta e quotidiana dei loro limiti e della diminuzione a cui sono soggetti. Gli anziani, anche se magari tentano di rimuovere il pensiero dei giorni che stanno davanti a loro, sanno che questi non saranno molti. Sanno che inesorabilmente, in modo improvviso o dopo un itinerario di malattia, saranno i giorni ultimi della loro vita.

Proprio i vecchi sono i più attaccati dal coronavirus e dunque difficilmente in grado di attraversare la malattia con un esito positivo. Ce lo dicono le statistiche di ogni giorno: sono colpiti anche i più giovani, ma la frequenza di morti tra gli anziani non lascia spazio alla sicurezza di essere esenti da un cammino penoso. È quell’itinerario che conosciamo, perché lo vediamo quotidianamente attraverso i media: itinerario di solitudine, di isolamento, di impedimento alla comunicazione con i propri cari; è un cammino disperante, di cui ci si può augurare solo una rapida fine.

Mario Deaglio, in un suo articolo di qualche anno fa, aveva definito la generazione dei nati all’inizio degli anni ’40 del secolo scorso come “la generazione perfetta”, nel senso di una generazione fortunata. In effetti così pareva essere, ma ora anche questa generazione sembra portare i segni della disgrazia. È la generazione che ha subito la rottamazione, teorizzata o semplicemente praticata, da parte di soggetti politici e sociali che si fregiavano della bandiera della novità, e ora si sente quasi colpevole di essere ancora in vita. E ognuno dal suo punto di vista vorrebbe fare a meno di questa esperienza di democratizzazione, dal momento che la pandemia colpisce tutti, sovrani e poveri, forti e deboli, giovani e vecchi: tutti minacciati allo stesso modo, tutti insieme sulla stessa barca.

Non si sente forse dichiarare che, di fronte alla necessità di salvare un malato su due, vista la scarsità dei mezzi tecnici a disposizione, si sceglie chi è più giovane e si lascia morire l’anziano? Parallelamente, questo è un discorso che, da testimonianze autentiche, sappiamo aver ispirato qualche malato anziano (come don Giuseppe Berardelli di Bergamo) a chiedere di curare un giovane piuttosto che se stesso. Si tratta di una scelta di chi è disposto a permettere a un altro di vivere al posto suo: gesto dettato da grande carità e fortezza d’animo, gesto che può essere ispirato solo da un amore per la comunità umana e dalla disposizione al sacrificio di sé per gli altri.

Resta però vero che questo discorso rientra nella logica dell’eugenetica, per la quale questo criterio viene applicato anche nei confronti dei disabili o dei malati gravi; come se costoro avessero meno diritto di vivere rispetto ad altri… Ma chi di noi sa in verità cosa significa la sua vita per gli altri, che lui sia giovane o vecchio, disabile o abile? Sì, molte persone fragili sono impaurite e, qualora vivano sole, diventano preda di fantasmi e incubi difficili da dominare. Solo la vicinanza e l’affetto mostrato nei loro confronti con molta tenerezza possono essere un balsamo alle loro fragilità. E gli anziani sono le nostre radici, sono l’esperienza diventata sapienza, sono anche – come recita un proverbio africano – “le nostre vere biblioteche”.

Più che mai occorre essere intelligenti e umani, affermando che il senso della vita viene prima del senso degli affari, che il senso della vita non riguarda alcuni, ma tutti, e che non può mai essere misurato e calcolato: infatti, vivere è il senso più profondo per ogni uomo e ogni donna venuti al mondo.

Pubblicato su: La Repubblica


lunedì 30 marzo 2020

«Preghiamo oggi per tanta gente che non riesce a reagire... Ognuno di noi ha i propri peccati... Guardiamo al Signore che fa giustizia ma che è tanto misericordioso.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
30 marzo 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

 Il Papa prega per quanti non riescono a reagire, impauriti dalla pandemia

Nella Messa a Santa Marta, Francesco chiede a Dio di aiutare quanti sono spaventati dal coronavirus. Nell'omelia invita a ringraziare Dio se riconosciamo i nostri peccati perché in questo modo possiamo chiedere e accogliere la sua misericordia


L’Antifona d’ingresso del lunedì della V settimana di Quaresima è un’accorata invocazione a Dio: “Abbi pietà di me, Signore, perché mi calpestano; tutto il giorno mi opprimono i miei nemici” (Sal 55,2). Papa Francesco nell’introdurre la Messa di oggi a Casa Santa Marta rivolge il suo pensiero alle persone spaventate dall’attuale pandemia:

Preghiamo oggi per tanta gente che non riesce a reagire: rimane spaventata per questa pandemia. Il Signore li aiuti ad alzarsi, a reagire per il bene di tutta la società, di tutta la comunità.

Guarda il video 



Nell’omelia, commenta le letture odierne, tratte dal Libro del profeta Daniele (Dn 13, 1-9. 15-17. 19-30. 33-62) e dal Vangelo di Giovanni (Gv 8, 1-11), che raccontano di due donne che alcuni uomini vogliono condannare a morte: l'innocente Susanna e un'adultera colta in flagrante. Francesco sottolinea che gli accusatori sono nel primo caso giudici corrotti e nel secondo degli ipocriti. Riguardo alle donne, Dio rende giustizia a Susanna, liberandola dai corrotti, che vengono condannati, e perdona l’adultera, liberandola da scribi e farisei ipocriti. Giustizia e misericordia di Dio, che vengono ben rappresentate dall’odierno Salmo responsoriale: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla … Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me”. Quindi, il Papa invita a ringraziare Dio se sappiamo di essere peccatori, perché possiamo chiedere con fiducia al Signore di perdonarci.

Di seguito il testo dell'omelia secondo una nostra trascrizione:

Nel Salmo responsoriale abbiamo pregato: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa risposare, ad acque tranquille mi conduce, rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”.

Questa è l’esperienza che hanno avuto queste due donne, la cui storia abbiamo letto nelle due Letture. Una donna innocente, accusata falsamente, calunniata, e una donna peccatrice. Ambedue condannate a morte. La innocente e la peccatrice. Qualche Padre della Chiesa vedeva in queste donne una figura della Chiesa: santa, ma con figli peccatori. Dicevano in una bella espressione latina: “La Chiesa è la casta meretrix”, la santa con figli peccatori.

Ambedue le donne erano disperate, umanamente disperate. Ma Susanna si fida di Dio. Ci sono anche due gruppi di persone, di uomini; ambedue addetti al servizio della Chiesa: i giudici e i maestri della Legge. Non erano ecclesiastici, ma erano al servizio della Chiesa, nel tribunale e nell’insegnamento della Legge. Diversi. I primi, quelli che accusavano Susanna, erano corrotti: il giudice corrotto, la figura emblematica nella storia. Anche nel Vangelo, Gesù riprende, nella parabola della vedova insistente, il giudice corrotto che non credeva in Dio e non gliene importava niente degli altri. I corrotti. I dottori della Legge non erano corrotti, ma ipocriti.

E queste donne, una è caduta nelle mani degli ipocriti e l’altra nelle mani dei corrotti: non c’era uscita. “Anche se vado in una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me, il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”. Ambedue le donne erano per una valle oscura, andavano lì: una valle oscura, verso la morte. La prima esplicitamente si fida di Dio e il Signore intervenne. La seconda, poveretta, sa che è colpevole, svergognata davanti a tutto il popolo – perché il popolo era presente in ambedue le situazioni – non lo dice, il Vangelo, ma sicuramente pregava dentro, chiedeva qualche aiuto.

Cosa fa, il Signore, con questa gente? Alla donna innocente la salva, le fa giustizia. Alla donna peccatrice, la perdona. Ai giudici corrotti, li condanna; agli ipocriti, li aiuta a convertirsi e davanti al popolo dice: “Sì, davvero? Il primo di voi che non ha peccati, che lanci la prima pietra”, e uno per uno se ne sono andati. Ha qualche ironia, l’apostolo Giovanni, qui: “Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, incominciando dai più anziani”. Lascia loro un po’ di tempo per pentirsi; ai corrotti non perdona, semplicemente perché il corrotto è incapace di chiedere perdono, è andato oltre. Si è stancato … no, non si è stancato: non è capace. La corruzione gli ha tolto anche quella capacità che tutti abbiamo di vergognarci, di chiedere perdono. No, il corrotto è sicuro, va avanti, distrugge, sfrutta la gente, come questa donna, tutto, tutto … va avanti. Si è messo al posto di Dio.

E alle donne il Signore risponde. A Susanna la libera da questi corrotti, la fa andare avanti, e all’altra: “Neanche io ti condanno. Va’, e d’ora in poi non peccare più”. La lascia andare. E questo, davanti al popolo. Nel primo caso, il popolo loda il Signore; nel secondo caso, il popolo impara. Impara come è la misericordia di Dio.

Ognuno di noi ha le proprie storie. Ognuno di noi ha i propri peccati. E se non se li ricorda, pensi un po’: li troverai. Ringrazia Dio se li trovi, perché se non li trovi, sei un corrotto. Ognuno di noi ha i propri peccati. Guardiamo al Signore che fa giustizia ma che è tanto misericordioso. Non vergogniamoci di essere nella Chiesa: vergogniamoci di essere peccatori. La Chiesa è madre di tutti. Ringraziamo Dio di non essere corrotti, di essere peccatori. E ognuno di noi, guardando come Gesù agisce in questi casi, si fidi della misericordia di Dio. E preghi, con fiducia nella misericordia di Dio, preghi (per) il perdono. “Perché Dio mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura – la valle del peccato – non temo alcun male perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”.

Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale. Di seguito la preghiera recitata dal Papa:

Ai Tuoi piedi, o mio Gesù, mi prostro e Ti offro il pentimento del mio cuore contrito che si abissa nel suo nulla nella Tua santa presenza. Ti adoro nel sacramento del Tuo amore, l’ineffabile Eucaristia. Desidero riceverti nella povera dimora che Ti offre il mio cuore; in attesa della felicità della comunione sacramentale voglio possederti in spirito. Vieni a me, o mio Gesù, che io vengo da Te. Possa il Tuo amore infiammare tutto il mio essere per la vita e per la morte. Credo in Te, spero in Te, Ti amo. Così sia.

Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antica antifona mariana Ave Regina Caelorum 
(fonte: Vatican News 30/03/2020)

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