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lunedì 10 maggio 2021

Mons. Ricchiuti: “La Cei cambi banca, Unicredit è armata”

Mons. Ricchiuti: “La Cei cambi banca, Unicredit è armata”

Il vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti non è più la sola voce critica nella Chiesa sul commercio bellico italiano. «Siamo una goccia che scava nella pietra». «Il papa è stato chiaro: le aziende belliche devono essere riconvertite». Lunga intervista all’erede di don Tonino Bello in cui racconta anche il suo incontro "particolare" con il ministro della difesa Guerini



A un certo punto della chiacchierata, imbocca una direzione inattesa. E racconta. «Il 4 agosto del 2020 con Renato (Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, ndr) siamo stati ospiti, a Roma, del ministro della difesa, Lorenzo Guerini. Si è vantato di essere un vero cattolico, cresciuto in parrocchia e nell’associazionismo. Poi ci ha detto di essere molto orgoglioso di aver fatto il militare con gli alpini. Gli ho risposto che quando ero parroco, la stragrande maggioranza dei miei giovani ha poi deciso di fare l’obiettore di coscienza».

Monsignor Giovanni Ricchiuti – 72 anni, arcivescovo pugliese di Altamura-Gravina- Acquaviva delle Fonti e presidente di Pax Christi – conosce la medicina della tenerezza. Ma le sue parole non sono mai timide. Soprattutto quando la sua Chiesa si mostra affascinata dalle divise.

«Non ho condiviso affatto la scelta dell’allora segretario generale della Conferenza episcopale italiana, Nunzio Galantino, di proporre Giovanni XXIII patrono dell’esercito. Lui mi ha risposto: “Andrei piano a criminalizzare l’esercito”. Ma che c’entra? Non criminalizzo nessuno, ho replicato. Ma non capisco ancora oggi come si faccia a legare la figura del papa buono ai militari».

Cresciuto a pane e Tonino Bello, a mons. Ricchiuti, in effetti, la divisa provoca turbamenti. In particolare quando vede in tv o sui giornali quella ricca di medaglie di Francesco Paolo Figliuolo, il commissario straordinario per l’emergenza Covid-19. «Ogni giorno dobbiamo ammirare il suo cappello e la sua piuma. È una continua parata militare per compiti prettamente civili.

Se i militari sostituiscono la protezione civile, che si tolgano loro le armi». E quando lo si provoca dicendogli che nella sua Chiesa per sentire parole sferzanti contro il commercio bellico o si intervista lui oppure direttamente il papa, prima replica che la Chiesa non può tacere («Mi hanno insegnato che tu devi “profetizzare” sia che ti ascoltino sia che non ti ascoltino»); poi ti ricorda che qualcosa sta cambiando anche tra i vescovi: «Non sono poi così solo a dire queste cose».


Buongiorno monsignore. Partiamo da una notizia positiva. Da un sondaggio commissionato da Greenpeace sembra che la società civile di 4 paesi europei desideri mettere un freno alla vendita di armi, soprattutto ai paesi totalitari o in guerra. Sorprende che siano proprio gli italiani i più contrari all’export di armi. A suo avviso questo sondaggio rispecchia davvero il sentimento profondo della nostra società?

Io sono pugliese. Terra di roccia. Di terra aspra. Sento molto vero il proverbio che dice che la goccia scava la pietra. Quella del sondaggio è davvero una bella notizia. Sono certo, e non da oggi, che c’è un popolo della pace. Che vuole la pace. Ricordo i miei anni giovanili, di fresco prete ammirato dalla figura di don Tonino Bello, cresciuto a pochi chilometri da casa mia. Già allora tra le persone era forte il sentimento che riteneva come la guerra fosse una follia.

Si ricorda l’Alienum est a ratione di Giovanni XXIII? “È pura follia pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia”. È roba da matti e la gran parte di noi rifiuta di essere pazzo. Per cui, sì. Ritengo che quel sondaggio corrisponda a verità. Lo sento quando vivo con la gente, nelle strade, nei bar, in chiesa. C’è grande fermento anche nei movimenti cattolici su questo tema, forse perché è un argomento su cui batte spesso il papa.

E poi la gente è stanca. Ha solo bisogno di informazione sincera. Veritiera. Un tempo si sarebbe detto di contro informazione. Mentre ciò che si legge o si ascolta oggi va spesso in una sola direzione. I grandi media sfiorano appena queste tematiche. Bisogna, invece, avere più coraggio. Come è possibile spendere 90 milioni di euro per un F-35, quando la sanità attorno a noi è macerie?

Notizia meno positiva. Perdoni l’impudenza: perché per sentire una voce molto critica nella Chiesa sul commercio bellico, spesso amorale, dobbiamo intervistare sempre lei o, se fosse possibile, il papa? Perché nella Chiesa, dai vescovi ai parroci, non si sente l’esigenza e l’urgenza di affrontare pubblicamente questo tema?

Anche qui le darò alcune buone notizie. Ma partiamo dalla premessa. È vero: molti vescovi e parroci, purtroppo, non sono molto informati. C’è qualcuno che mi avvicina per dirmi che i miei (e quelli del papa a questo punto) sono discorsi utopistici. Che non possono cambiare lo stato delle cose. Che c’è una logica, dietro il commercio, che non si spezzerà. Ma all’assemblea della Cei ho posto chiaramente al papa la domanda: santità che dobbiamo fare con le armi?

Con le aziende che producono armamenti? E la sua è stata una risposta netta: “Riconvertirle al civile”. Non ha arzigogolato. Ha detto che a parte quelle che producono armi come deterrente e per la pura difesa, le altre devono essere riconvertite. E per i cappellani militari, gli ho contro ribattuto? “Noi in Argentina abbiamo riconvertito pure quelli”, la sua risposta.

Questo sta a significare che la Chiesa italiana qualche passo in più lo deve fare. Ma la notizia positiva è che non sono affatto solo nell’episcopato a portare avanti questi temi. Il nuovo arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia, è su questa linea. La conferenza episcopale piemontese, lo stesso. Trovo che ci sia maggiore sensibilità. Altri vescovi si stanno muovendo.

Certo, siamo in 200, circa. E il lavoro è tanto. Ma si tratta di passi avanti significativi. E potrebbero già vedersi dei frutti alla prossima Assemblea generale che si svolgerà all’hotel Ergife, a Roma, dal 24 al 27 maggio prossimi. In quella occasione chiederò esplicitamente che si facciano pressioni sul governo italiano affinché firmi e ratifichi il trattato sulla proibizione delle armi nucleari.

Dalla Relazione governativa appena pubblicata sull’import ed export di armi risulta che nel 2020 non solo abbiamo venduto navi da guerra all’Egitto per oltre 900 milioni di euro. Ma anche armamenti alla Libia per 6 milioni. Probabilmente serviti per risistemare le motovedette della guardia costiera. Da una di queste sono partiti gli spari contro i tre pescherecci italiani. Non le pare un cortocircuito? Un paradosso?

Siamo in presenza di una sordità e cecità scandalose. Non è più tollerabile continuare così. Possibile che siano fantasmi i campi di detenzione libici? Possibile che non si dia credito ai racconti disumanizzanti dei migranti che arrivano dalla Libia? Con una quindicina di vescovi appoggiamo l’iniziativa di Mediterranea e di don Matteo Ferrari, questo prete che sta dedicando la sua missione nelle navi della ong.

Ma dove nascondono la faccia i governi? Ho già scritto negli editoriali di Verba volant che delle atrocità che si stanno compiendo nel “Mare Monstrum” potrebbero un giorno risponderne, davanti a un tribunale internazionale, paesi come Malta, Italia, Francia, la stessa Europa. E poi, come dice lei, arriviamo al paradosso che vendiamo armi alla Libia probabilmente poi utilizzate contro i nostri pescherecci e i nostri pescatori.

Un tema di cui si parla pochissimo e presente nella Relazione è quello delle cosiddette Banche armate, ovvero degli istituti di credito che appoggiano le industrie belliche. Anche nel 2020 almeno 8 miliardi di euro sono transitati dai conti correnti di banche italiane, o con sedi in Italia, a sostegno di quel commercio. Mai come in questo caso la volontà del singolo cittadino potrebbe incidere sulle politiche del proprio istituto di credito. Perché a suo avviso fa fatica a passare questa idea, questa politica, questa campagna? Anche negli stessi consigli pastorali e negli economati delle diocesì è un tema tabù.



Tocca un argomento a cui tengo davvero tanto. Per me è intollerabile, ad esempio, che la Cei si appoggi a Unicredit, in cima alla lista delle cosiddette Banche armate. Le racconto un particolare: ogni anno noi vescovi versiamo 160 euro per un fondo pensione supplementare. E il bonifico lo dobbiamo fare a Unicredit. Ho già manifestato tutta la mia contrarietà.

Qualche segnale positivo sta arrivando. Il documento della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace della Cei in occasione della festa del primo maggio afferma che non si possano fare investimenti in contrasto con i valori etici della Chiesa.

Per quanto riguarda i fedeli e i consigli pastorali, trovo che quando le persone sono davvero informate poi compiano scelte valide. Bisogna avere pazienza. La parola comincia a scuotere. Se poi fossimo aiutati anche da servizi giornalistici di ampio ascolto, tipo Report di Rai 3, magari la sensibilizzazione sarebbe più facile.

Comunque è vero che di queste cose se ne parla poco pastoralmente. Serve un lavoro di formazione e di informazione. Anche nella certezza di essere scomodi. L’economato generale della Cei, comunque, l’ho trovato sensibile alla questione. Serve una gradualità nelle cose. Ma la strada è quella.

A chi dice che la politica estera di un paese non si fa con le buone intenzioni, lei che risponde?

Che la politica è servizio. Non c’entrano cattive e buone intenzioni. E chi tira in ballo il realismo, bisognerebbe ricordargli che se andiamo avanti con questo pragmatismo la nostra fine arriverà con largo anticipo. Anche la politica, invece, ha bisogno di visioni nuove.
(fonte: Nigrizia, articolo di Gianni Ballarini 8 Maggio 2021)

«La gioia di saperci amati da Dio nonostante le nostre infedeltà ci fa affrontare con fede le prove della vita, ci fa attraversare le crisi per uscirne migliori.» Papa Francesco Regina Coeli 09/05/2021 (testo e video)

REGINA CAELI

Piazza San Pietro
Domenica, 9 maggio 2021


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel Vangelo di questa domenica (Gv 15,9-17) Gesù, dopo aver paragonato Se stesso alla vite e noi ai tralci, spiega qual è il frutto che portano coloro che rimangono uniti a Lui: questo frutto è l’amore. Riprende ancora il verbo-chiave: rimanere. Ci invita a rimanere nel suo amore perché la sua gioia sia in noi e la nostra gioia sia piena (vv. 9-11). Rimanere nell’amore di Gesù.

Ci chiediamo: qual è questo amore in cui Gesù ci dice di rimanere per avere la sua gioia? Qual è questo amore? È l’amore che ha origine nel Padre, perché «Dio è amore» (1 Gv 4,8). Questo amore di Dio, del Padre, come un fiume scorre nel Figlio Gesù e attraverso di Lui arriva a noi sue creature. Egli dice infatti: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi» (Gv 15,9). L’amore che Gesù ci dona è lo stesso con il quale il Padre ama Lui: amore puro, incondizionato, amore gratuito. Non si può comprare, è gratuito. Donandolo a noi, Gesù ci tratta da amici – con questo amore –, facendoci conoscere il Padre, e ci coinvolge nella sua stessa missione per la vita del mondo.

E poi, possiamo farci la domanda, come si fa a rimanere in questo amore? Dice Gesù: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore» (v. 10). I suoi comandamenti Gesù li ha riassunti in uno solo, questo: «Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (v. 12). Amare come ama Gesù significa mettersi al servizio, al servizio dei fratelli, così come ha fatto Lui nel lavare i piedi ai discepoli. Significa anche uscire da sé, distaccarsi dalle proprie sicurezze umane, dalle comodità mondane, per aprirsi agli altri, specialmente di chi ha più bisogno. Significa mettersi a disposizione, con ciò che siamo e ciò che abbiamo. Questo vuol dire amare non a parole ma con i fatti.

Amare come Cristo significa dire di no ad altri “amori” che il mondo ci propone: amore per il denaro – chi ama il denaro non ama come ama Gesù –, amore per il successo, la vanità, per il potere…. Queste strade ingannevoli di “amore” ci allontanano dall’amore del Signore e ci portano a diventare sempre più egoisti, narcisisti, prepotenti. E la prepotenza conduce a una degenerazione dell’amore, ad abusare degli altri, a far soffrire la persona amata. Penso all’amore malato che si trasforma in violenza – e quante donne sono vittime oggigiorno di violenze. Questo non è amore. Amare come ci ama il Signore vuol dire apprezzare la persona che ci sta accanto, rispettare la sua libertà, amarla così com’è, non come noi vogliamo che sia; come è, gratuitamente. In definitiva, Gesù ci chiede di rimanere nel suo amore, abitare nel suo amore, non nelle nostre idee, non nel culto di noi stessi. Chi abita nel culto di se stesso, abita nello specchio: sempre a guardarsi. Ci chiede di uscire dalla pretesa di controllare e gestire gli altri. Non controllare, servirli. Aprire il cuore agli altri, questo è amore, e donarci agli altri.

Cari fratelli e sorelle, dove conduce questo rimanere nell’amore del Signore? Dove ci conduce? Ce lo ha detto Gesù: «Perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (v. 11). E la gioia che il Signore possiede, perché è in totale comunione col Padre, vuole che sia anche in noi in quanto uniti a Lui. La gioia di saperci amati da Dio nonostante le nostre infedeltà ci fa affrontare con fede le prove della vita, ci fa attraversare le crisi per uscirne migliori. È nel vivere questa gioia che consiste il nostro essere veri testimoni, perché la gioia è il segno distintivo del vero cristiano. Il vero cristiano non è triste, sempre ha quella gioia dentro, anche nei momenti brutti.

Ci aiuti la Vergine Maria a rimanere nell’amore di Gesù e a crescere nell’amore verso tutti, testimoniando la gioia del Signore risorto.


Dopo il Regina Caeli

Cari fratelli e sorelle!

Seguo con particolare preoccupazione gli eventi che stanno accadendo a Gerusalemme. Prego affinché essa sia luogo di incontro e non di scontri violenti, luogo di preghiera e di pace. Invito tutti a cercare soluzioni condivise affinché l’identità multireligiosa e multiculturale della Città Santa sia rispettata e possa prevalere la fratellanza. La violenza genera solo violenza. Basta con gli scontri.

E preghiamo anche per le vittime dell’attentato terroristico avvenuto ieri a Kabul: un’azione disumana che ha colpito tante ragazzine mentre uscivano da scuola. Preghiamo per ognuna di loro e per le loro famiglie. E che Dio doni pace all’Afghanistan.

Inoltre, voglio esprimere la mia preoccupazione per le tensioni e gli scontri violenti in Colombia, che hanno provocato morti e feriti. Sono tanti i colombiani qui, preghiamo per la vostra patria.

Oggi, ad Agrigento, è stato beatificato Rosario Angelo Livatino, martire della giustizia e della fede. Nel suo servizio alla collettività come giudice integerrimo, che non si è lasciato mai corrompere, si è sforzato di giudicare non per condannare ma per redimere. Il suo lavoro lo poneva sempre “sotto la tutela di Dio”; per questo è diventato testimone del Vangelo fino alla morte eroica. Il suo esempio sia per tutti, specialmente per i magistrati, stimolo ad essere leali difensori della legalità e della libertà. Un applauso al nuovo Beato!

Saluto di cuore tutti voi, romani e pellegrini. Grazie per la vostra presenza! In particolare, saluto le persone affette da fibromialgia: esprimo loro la mia vicinanza e auspico che cresca l’attenzione a questa patologia a volte trascurata.

E non possono mancare le mamme! In questa domenica, in numerosi Paesi si celebra la festa della mamma. Salutiamo tutte le mamme del mondo, anche quelle che non ci sono più. Un applauso alle mamme!

A tutti auguro una buona domenica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video


domenica 9 maggio 2021

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - VI Domenica di Pasqua – Anno B



Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)


Preghiera dei Fedeli

  VI Domenica di Pasqua Anno B

9 maggio 2021  



Colui che presiede

Fratelli e sorelle, il Signore Gesù, il Risorto, il Vivente, ci ha comandato di rimanere in Lui, di fare casa in Lui per imparare a vivere da veri figli del Padre. Davanti al Figlio e uniti a Lui, rivolgiamo a Lui con fiducia le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/  Signore, donaci il tuo amore

Lettore 

- Signore Gesù, tu ami la tua Chiesa di un amore sponsale. Fa’ che essa non si allontani mai da Te, ma sappia vivere del tuo stesso amore, che è amore gratuito e fedele, per comunicare all’umanità di oggi il gusto della gratuità e dell’accoglienza dell’altro come figlio e figlia di Dio Padre. Preghiamo.

- Fa’, o Signore Gesù, che questa pandemia, che non risparmia nessun popolo e nessun Paese, possa tramutarsi in un’occasione propizia per ripensare in modo nuovo le relazioni internazionali, superando lo schema tradizionale dell’amico/nemico e per aprirsi ad una logica più solidaristica, valorizzando e accrescendo i poteri delle Nazioni Unite. Preghiamo.

- Sostieni ed accompagna, Signore Gesù, quanti sono impegnati nel campo del volontariato internazionale. Fa’ che le organizzazioni non governative, i gruppi missionari e le singole persone contribuiscano a far crescere in coloro di cui si prendono cura il senso della loro dignità ed una maggiore consapevolezza delle ricchezze attitudinali e culturali che già possiedono. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore Gesù, i nostri parenti, i nostri amici e tutte le persone, che vivono un grave momento di prova. Ricordati, soprattutto, dei malati, dei disabili, degli anziani, che a motivo delle restrizioni sanitarie sono costretti a vivere in solitudine e senza il conforto della vicinanza altrui. Preghiamo.

- Ci rallegriamo con gioia evangelica, Signore Gesù, della beatificazione odierna ad Agrigento del giudice Rosario Livatino, che testimoniò, facendo il suo dovere e con il dono della vita, che tra mafia e vangelo non ci può essere convivenza, né alcun contatto né alcun deprecabile inchino. Fa’ che sia di esempio per tutti i magistrati e per tutti coloro che nella società civile si impegnano ogni giorno per la giustizia, la legalità e la salvaguardia della dignità di ogni persona. Preghiamo.

- Davanti a Gesù, il Figlio amato del Padre e il nostro Fratello, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti e di tutte le vittime del coronavirus [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, di tutti gli altri magistrati, degli agenti di polizia, e di tanti uomini e donne politici, commercianti e onesti cittadini martiri della giustizia. Che tutti vivano nell’amore e nella pace del Signore Risorto. Preghiamo.


Colui che presiede 

Signore Gesù, ascolta le suppliche della tua Chiesa in preghiera. Illumina le nostre coscienze, affinché, come veri tuoi amici, impariamo a vivere il comandamento dell’amore e a servirti con cuore puro e buona coscienza. Te lo chiediamo perché tu sei il nostro Signore e Maestro, vivente nei secoli dei secoli. AMEN.


"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 28/2020-2021 anno B

 "Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO B)

Vangelo: 


E' il vertice della rivelazione dell'amore unico e totale che il Padre ha per il Figlio, e che il Figlio ha per noi, suoi fratelli. Scopo di tutta l'esistenza di Gesù è quello di comunicarci la gioia dell'Amore dell'Uno per l'Altro, che è lo Spirito Santo. Ma perché lo Spirito d'Amore possa dimorare in noi è necessario che custodiamo i comandamenti di Gesù che sono in realtà un unico comando: che ci amiamo gli uni gli altri così come lui ci ama. Infatti «chi edifica la sua vita sull'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui»  (1Gv 4,16b). Ecco cosa domandare al Padre nel Nome del Figlio: il suo stesso amore per i fratelli, poiché «fino a quando non è reciproco l'amore rimane dimezzato» (cit.). L'amore del Signore diviene in noi autentico, credibile e creduto, solo quando lo investiamo amandoci reciprocamente come Lui ci ha amati, fino alla fine, fino al dono totale di sé. L'unione con Dio infatti, non è un vago sentimento, una speculazione filosofica o una illuminazione intellettuale: l'amore è vita concreta spesa e spezzata nell'amore ai fratelli. L'amore si prova con i fatti, più che con i sentimenti e le parole. Infatti «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13)


sabato 8 maggio 2021

NELLA SINFONIA DI DIO - Rimanete, non andatevene, non fuggite dall’amore. E dell’amore Dio diventa la misura, musica per il cuore dell’uomo. - Commento al Vangelo - VI Domenica di Pasqua B a cura di P. Ermes Ronchi

NELLA SINFONIA DI DIO 
 

Rimanete, non andatevene, non fuggite dall’amore. 
E dell’amore Dio diventa  la misura, 
musica per il cuore dell’uomo.
 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici (…)». Gv 15,9-17

per i social

Rimanete, non andatevene, non fuggite dall’amore. E dell’amore Dio diventa  la misura, musica per il cuore dell’uomo.

NELLA SINFONIA DI DIO

Giovanni propone una pagina in cui pare custodita l’essenza del cristianesimo, un canto d’amore al cuore degli insegnamenti di Gesù. Musica dolcissima e profonda, ritmata sul lessico degli amanti: rimanere, amore, amare, gioia, pienezza, frutti… E’ la melodia della nostra fede.
Come il Padre ha amato me, io ho amato voi. Di amore parliamo come di un nostro compito. Ma non possiamo far sgorgare amore se non ci viene prima donato. Siamo letti di fiume che Dio trasforma in sorgenti, e che diventeranno cascata.
Rimanete nel mio amore. Nell’amore si entra e si dimora. Rimanete, non andatevene, non fuggite dall’amore. Credi in lui, sebbene la sua voce possa frantumare sogni e strappare fiori nel giardino della tua anima (Gibran).
Gesù indica la strada per stare dentro l’amore: osservate i miei comandamenti. Che non sono il decalogo ma il modo di agire di Dio, colui che libera e fonda alleanze, che pianta la sua tenda in mezzo al nostro accampamento.

Resto nell’amore se faccio le cose che Dio fa.
Il brano è tutto un alternarsi di misura umana e di misura divina nell’amore. Gesù non dice semplicemente: amate. Non basta amare, potrebbe essere solo mero opportunismo, dipendenza, sentimentalismo, oppure una necessità storica, perché se non ci amiamo ci distruggiamo. Non dice neanche: amate gli altri con la misura con cui amate voi stessi. Conosco gli sbandamenti del cuore, i testacoda della volontà, io non sono misura a nessuno. Dice invece: amatevi come io vi ho amato. E diventa Dio la misura dell’amore, musica per il cuore dell’uomo, per stare alla pari, per dire uguaglianza e affetto.
Non vi chiamo più servi, ma amici. Parola dolce, sinfonia nel cuore. L’amicizia, qualcosa che non si impone, non si finge, non si mendica, che è l’incontro di due libertà.

Vi chiamo amici: un Dio tenerissimo che non vuole stare solo.

Amico è un nome di Dio, per noi la più bella avventura. Amicizia è umanissimo rito e alta teologia: parla di Dio come ne parlava Gesù, e nel farlo conforta la nostra vita.
Ma perché rimanere dentro questa logica? Tutto inizia da un fatto: tu sei amato; ne deriva che ogni essere respira non solo aria, ma amore, e se questo respiro cessa, non vive più. Tutto procede ad un traguardo, dolce e fedele: per essere nella gioia! Ecco la risposta, semplice, che cercavamo: questo vi dico perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
L’amore ha ali di fuoco (sant’Ambrogio) che incidono di gioia il cuore. Gioia che è un attimo immenso, un sintomo grande a dire che il tuo cammino è buono.
Vangelo che mi dà una certezza: l’amore non è un sentimento, qualcosa prodotto da me o un mio desiderio, ma una realtà come un luogo, un continente, una tenda dove ci puoi vivere dentro. L’amore è.
Minacciato dal nostro vivere inesatto, sottile come il respiro e possente come le grandi acque, l’amore è la materia di cui è fatto Dio. Di cui sono fatti i suoi figli.

per Avvenire

I pochi versetti del Vangelo di oggi ruotano intorno al magico vocabolario (…)




Rosario Livatino, la santità batte la mafia

Rosario Livatino, la santità batte la mafia

Il 9 maggio, nella cattedrale di Agrigento, Rosario Livatino, il giudice ucciso dalla mafia nel 1990, sarà proclamato beato. Nella stessa data, 28 anni prima, Giovanni Paolo II, pronunciò, nella valle dei Templi, l’ormai famoso «anatema».


«Quando moriremo nessuno ci verrà a chiedere se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili». Una frase, trovata tra i suoi appunti privati, testimonia, più di ogni altra, la vita di Rosario Livatino, il magistrato della Procura di Agrigento, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990, mentre, al volante della sua Ford Fiesta, si recava al lavoro percorrendo la strada che da Canicattì (la città dove era nato e dove viveva) porta ad Agrigento.

Rosario Livatino aveva 37 anni, ne avrebbe compiuto 38 qualche giorno dopo. Era in magistratura da 12 anni: aveva prestato servizio dapprima alla procura di Caltanissetta, poi ad Agrigento. Si era subito occupato di inchieste di mafia e, per questo, era entrato nel mirino delle cosche locali, strette nella morsa della faida tra gli esponenti di Cosa Nostra (uno dei quali abitava proprio nei pressi della casa del giudice) e della “Stidda”. I processi che si sono celebrati (ben tre, tutti conclusi nei tre gradi di giudizio) hanno individuato mandanti ed esecutori materiali. Oggi tutto è chiaro (grazie anche ad un testimone oculare dell’omicidio e alle dichiarazioni di alcuni pentiti) nelle motivazioni e nelle spinte che portarono alla decisione di uccidere Livatino. Le condanne sono arrivate ed alcuni colpevoli stanno scontando le condanne all’ergastolo.

Conclusa la vicenda processuale, i riflettori si accendono sulla vicenda personale del magistrato. Il 9 maggio, Rosario Livatino sarà proclamato Beato. La celebrazione, nella cattedrale di San Gerlando, ad Agrigento, sarà presieduta dal cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi e concelebrata dall’arcivescovo di Agrigento, cardinale Franco Montenegro e dall’arcivescovo coadiutore, monsignor Alessandro Damiano. Per la proclamazione, è stata scelta la data del 9 maggio. Il 9 maggio 1993, 28 anni prima, durante la sua visita ad Agrigento, il papa Giovanni Paolo II, nella celebrazione alla Valle dei Templi, pronunciò uno dei discorsi più emblematici del suo pontificato, una dura e veemente invettiva contro la mafia. «Questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane – tuonò Wojtyla – devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!» Quest’ultima frase, pronunciata con il dito alzato, dice tutta la forza del messaggio del Papa che poco prima della celebrazione, aveva incontrato i genitori del giovane magistrato, Rosalia Corbo e Vincenzo Livatino. Aveva parlato soprattutto con la madre (Vincenzo si era quasi messo da parte) ed aveva raccolto la testimonianza di fede semplice e vera di due genitori che avevano visto uccidere, tre anni prima, il loro unico figlio.

Pochi anni dopo la sua morte, l’arcivescovo monsignor Carmelo Ferraro chiese ad Ida Abate, insegnate di greco e latino al Liceo Classico Ugo Foscolo di Canicattì, che era stata insegnante di Livatino, di raccogliere le testimonianze, gli scritti ed i ricordi del «giudice ragazzino». Lo fece insieme ai genitori, insieme a loro aprì e lesse le agendine di Rosario: un lavoro minuzioso e fatto di tanta dedizione. Questa donna straordinaria ha condotto la prima parte del lavoro che portò, nel 2011, all’apertura della causa di beatificazione. Ida Abate scrisse anche un libro, «Il piccolo giudice». Lei raccolse e studiò le lettere, i documenti, le agendine. Lei stessa raccontò, in una intervista, cosa esse contenessero: il racconto di una giovane vita e dei suoi traguardi, ma anche di un periodo difficilissimo vissuto da Rosario intorno al 1984. In tutte le agende c’era una piccola sigla: «S.T.D.». Era anche nell’agenda trovata accanto al corpo straziato del giudice e destò l’interesse degli inquirenti. Quella frase, presente anche nella minuta della sua tesi di laurea (insieme alla dedica ai genitori), ha un significato scarno ed essenziale: «Sub Tutela Dei». La vita di Livatino, il suo operato, era sotto la protezione di Dio. Per lui, secondo Ida Abate, questa frase aveva un significato preciso : «Vivere sotto lo sguardo di Dio», alla sua sequela. Scrisse tra l’altro: «Che Dio mi protegga ed eviti che qualche male venga da me ai miei genitori». Rosario Livatino era cosciente del pericolo che correva, non aveva voluto la scorta per non mettere a rischio altre persone. Secondo Ida Abate, nella sua fuga nei campi nel tentativo di sfuggire ai killer, Rosario aveva un pensiero preciso: soprattutto i suoi genitori. Sapeva che li avrebbe lasciati soli.

Il giorno in cui prestò giuramento scrisse. «Ho prestato giuramento: da oggi sono in Magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione che i miei genitori mi hanno impartito esige»

Ida Abate è morta nel 2017. Prima di lei se n’erano andati anche i genitori di Livatino. Nessuno di loro sarà presente alla celebrazione in cattedrale. Ma essi l’hanno, in qualche modo, vissuta e pregustata durante la loro esistenza. Ci sarà soltanto un cugino e alcuni parenti lontani.

Livatino è il primo magistrato a salire sull’altare: un segnale non da poco. E la Sicilia, alla fine del XX secondo, vede il sacrificio di due persone, entrambe dichiarate beate. Emblematicamente, si tratta di due vittime della mafia.

Don Pino Puglisi e Rosario Livatino: due esperienze diverse e parallele. Entrambi con un desiderio: il riscatto della Sicilia, l’amore per la propria gente. Per i quali hanno vissuto fino alla fine.

(FONTE: CITTÀ NUOVA articolo di Francesca Cabibbo 28/04/2021) 

Vedi anche il post precedente:


IL DIFFICILE SINODO ITALIANO

IL DIFFICILE SINODO ITALIANO
di Franco Ferrari*

Riunione del Consiglio permanente della CEI


Il sasso nello stagno l’aveva gettato nel febbraio del 2019 un articolo di p. Spadaro, direttore de “La Civiltà Cattolica”, intitolato “I cristiani che fanno l’Italia”. L’articolo, dedicato all’impegno sociale dei cattolici, ruotava attorno al discorso del papa a Firenze (V Convegno ecclesiale nazionale – 2015) e al tema della sinodalità per concludere con la domanda: “Che dunque stia maturando il tempo per un sinodo della Chiesa italiana?”.

Il forte invito del Vescovo di Roma

Il sasso aveva increspato leggermente le acque e nell’immediato ci furono alcuni interventi (una rassegna di quel primo dibattito si può trovare qui), ma poi la superficie, come si dice, era tornata una tavola. Ora papa Francesco il 30 gennaio, al termine del suo discorso ai partecipanti all’incontro per i 60 anni dell’Ufficio catechistico nazionale della CEI, ha indicato in modo diretto alla Chiesa italiana l’esigenza di avviare un percorso sinodale.

“Dopo cinque anni, – ha detto il papa – la Chiesa italiana deve tornare al Convengo di Firenze, e deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare”.

Del convegno di Firenze, conclusosi senza un documento finale (ci sono le sintesi dei lavori sui 5 ambiti: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare) si può dire che si siano perse le tracce rapidamente. Ciò che continua a fare notizia è il discorso di papa Francesco. Molta enfasi è stata posta su questo testo, ma possiamo dire che Firenze sta al culmine, perché viene dopo tre discorsi (23.5.2013, 19.5.2014, 18.5.2015), che papa Francesco, ha tenuto ai vescovi italiani in occasione di altrettante Assemblee generali della CEI. Tante sfumature di una precisa “catechesi” ai Pastori della sua Chiesa.

“Cosa ci sta chiedendo il papa?” È la domanda che Francesco ha posto sulla bocca dei suoi interlocutori fiorentini; il quesito era sì retorico, ma anche una domanda vera. La risposta si trova ripercorrendo il testo di Firenze e dei tre discorsi precedenti. Il Vescovo di Roma chiede alla Chiesa, di cui è primate, di essere una Chiesa: dinamica e fedele alle origini; con una spiritualità cristocentrica; sinodale, che sappia valorizzare tutto il popolo di Dio; capace di rinnovamento e che non si attardi su “una pastorale di conservazione, di fatto generica, dispersiva, frammentata e poco influente”; in stato di missione permanente. È in questo contesto, più generale e di sfondo, che ritengo si debba collocare la richiesta e la realizzazione del Sinodo italiano.

Una risposta ancora timida

L’esplicita sollecitazione del papa ha raccolto una prima risposta del cardinale Bassetti su “Avvenire” (3 febbraio), che sembra ancora ferma a considerazioni generali e all’auspicio.

Poi a fine febbraio la presidenza della CEI è stata in udienza dal papa per sottoporgli una “bozza…per cominciare già a dare un incipit a questo movimento sinodale”, come ha dichiarato il cardinale Bassetti in un’intervista a “Vatican news”. Circa le linee di questa bozza di lavoro sappiamo poco, qualcosa si può forse arguire da una delle risposte di Bassetti all’intervistatrice: “è necessario tener conto di tre elementi. Il primo è rifarsi all’ Evangelii Gaudium laddove il Papa parla di una conversione pastorale… Poi il Papa parla di fraternità solidale, che naturalmente si esprima nei fatti. […] E naturalmente tutto questo comporta un’accentuata formazione ecclesiale. Questo mi sembra che sia il terreno su cui si debba muovere, le aree principali di questo impegno sinodale”.

Nel recente Consiglio permanente (22-24 marzo), il tema è stato ripreso dal cardinale Bassetti nell’Introduzione dei lavori (paragrafo 6) per presentare una sorta di declinazione italiana della sinodalità: “essere insieme, inteso come fare comunità, essere in comunione, avere lo stesso modo di vedere o di sentire”; “fare insieme, inteso come capacità di fare comunione”; “il camminare insieme con il Risorto”.

La forte sottolineatura di comunità/comunione rimanda probabilmente al timore di conflitti che potrebbero generarsi nel confronto sinodale. Sarà la prossima Assemblea Generale, prevista per il 24-27 maggio, a definire il cammino sinodale, le sue modalità di attuazione e i tempi di realizzazione.

Possiamo ritenere che la prudenza con la quale si muove il cardinale presidente esprima le difficoltà del dibattito interno all’episcopato su questa proposta. Oltre ad una difficoltà che potremmo definire culturale (nei vescovi, nei presbiteri, come nei laici) perché legata a un modello di Chiesa piramidale, qualche preoccupazione arriva sicuramente anche dai temi in discussione al Sinodo tedesco.

L’importanza del metodo

Ma di cosa si dovrebbe occupare un sinodo della Chiesa italiana? L’ancora sommesso dibattito fa emergere importanti desiderata, ma la risposta non può riguardare solo i contenuti, ancor prima e forse quasi più importante dei contenuti sarà il metodo.

A questo proposito richiamerei due aspetti: la libertà di parola e il percorso sinodale. La libertà di parola non potrà non caratterizzare tutti i passaggi dell’iter sinodale se si vorrà credibilmente ascoltare cosa ha da dire il “fiuto dei fedeli” alla nostra Chiesa. Libertà anche per le voci critiche.

Altrettanto importante è la definizione del percorso sinodale. Questo processo dovrebbe svolgersi, come ha suggerito anche il papa, “comunità per comunità, diocesi per diocesi” per costruire un camino a partire dal basso e non da un input dall’alto. L’ascolto libero delle molte comunità, non solo delle parrocchie, dovrebbe poi trovare un’intelligente sintesi che determini il documento base per i lavori del Sinodo.

Senza questi due elementi il Sinodo italiano rischia di nascere già morto o di assomigliare a una delle tante Settimane sociali o ai Convegni ecclesiali nazionali a cadenza decennale. Ma non crediamo sia questo ciò che si aspetta il Vescovo di Roma.

Pensando ai contenuti

Per i contenuti, si potrebbe dire, sappiamo bene quali dovrebbero essere perché emergono in continuazione nelle motivazioni di chi abbandona, nei discorsi sui disagi della vita nelle “comunità” parrocchiali, nella muta assenza dei giovani. In attesa che questi emergano da una capillare consultazione, per parte nostra ne vogliamo ricordare alcuni: la ministerialità (femminile e non), il ruolo e la formazione dei presbiteri; la reale centralità della Parola; la pastorale degli omosessuali, l’attuazione del capitolo VIII dell’Amoris laetitia; una riflessione per rendere credibili e dotati di reali poteri gli organi di partecipazione (dal consiglio pastorale al consiglio per gli affari economici); la riforma della parrocchia per realizzare quanto espresso al n. 28 di Evangelii gaudium e farne una comunità di comunità. Ma vogliamo qui rimandare anche alle dieci proposte avanzate Fulvio De Giorgi nel suo E-book, “Quale sinodo per la Chiesa italiana?” (Morcelliana, 2021), tra queste ritroviamo: l’ordinazione di viri probati, la ministerialità nuziale, la partecipazione all’elezione dei vescovi, la questione pedofilia del clero, il rinnovamento delle forme celebrative.

Indubbiamente i temi che il Sinodo dovrebbe affrontare sono molteplici e l’elenco che si potrebbe compilare, raccogliendo le varie indicazioni che il dibattito sta facendo emergere, offrirebbe materia per più sinodi. Sarebbe però importante che quanto emergerà dal libero confronto e dalla consultazione dei fedeli venisse comunque utilizzato per un sapiente discernimento e per giungere ad una sintesi che determini l’agenda dei lavori.

Un sogno

Papa Francesco ci ha abituato all’utilizzo della metafora del sogno. I sogni liberano la fantasia.

Nel dare vita a questo percorso sinodale, si potrebbero fare alcune scelte caratterizzanti che già si collochino sulla strada di novità dell’“improrogabile rinnovamento ecclesiale” auspicato nella Evangelii gaudium.

Lo strumento di consultazione (scaletta o questionario) dovrebbe essere segnato più dalla volontà di sollecitare il libero scambio che dalla preoccupazione di incanalare la discussione su un preconfezionato elenco di temi.

Nelle diocesi l’ambito di consultazione dovrebbe riguardare tutte le comunità (laiche e religiose), le associazioni e i gruppi spontanei o le semplici associazioni di fedeli; il comitato promotore potrebbe essere costituito in modo paritetico (tra le due componenti laici e presbiteri/religiosi) e potrebbe essere co-coordinato da un laico e da un presbitero.

La sintesi della consultazione, da sottoporre poi al vescovo e da fornire come restituzione a tutti gli attori che hanno partecipato, dovrebbe essere elaborata da un’équipe “terza”, che non abbia avuto niente a che vedere con l’organizzazione della consultazione, per garantire il massimo di indipendenza ed evitare “limature”, “addolcimenti”, piccole censure che tolgono nerbo a molti dei nostri documenti e spesso violentano la realtà.

L’efficace ed efficiente organizzazione di un itinerario di consultazione a tutti i livelli consentirà di giungere ad una prima sintesi diocesana per offrire a ogni vescovo i bisogni profondi della sua Chiesa da rappresentare poi nell’assemblea dei suoi confratelli, contribuendo così alla determinazione dell’agenda dei lavori del Sinodo nazionale.

I sogni a volte si avverano. “Sognare – dice Francesco – è aprire le porte al futuro. Essere fecondi nel futuro”.
*Presidente dell’Associazione Viandanti
(fonte: Viandanti 3 maggio 2021)

Per approfondire vedi anche il post: (all' interno link ad post precedenti)


venerdì 7 maggio 2021

UCCIDETE ME, NON LA GENTE La suora coraggio del Myanmar racconta la sua storia


UCCIDETE ME, NON LA GENTE
LA SUORA CORAGGIO DEL MYANMAR RACCONTA LA SUA STORIA
Ann Rose Nu Tawng - Gerolamo Fazzini

Mentre il mondo è attanagliato dal covid, in Myanmar si scatena un colpo di stato. L’esercito imbavaglia la fragile democrazia birmana, incarnata dalla leader Aung San Suu Kyi, messa agli arresti. Ma – sorpresa! – il popolo non sta alla finestra e scende in piazza. Nascono dimostrazioni di massa animate da giovani che chiedono il ritorno della democrazia. Scatta la repressione militare, con uccisioni, arresti e violenze. Un film già visto altre volte.

Ma quanto accade il 28 febbraio 2021 ferma l’orologio della storia. Una suora affronta, in ginocchio, un plotone di soldati pronti a sparare sui manifestanti che a Myitkyina, come in altre città, chiedono libertà. Suor Ann Rose Tawng si pone a protezione dei giovani dimostranti, mettendo a repentaglio la propria vita in nome del vangelo e della dignità umana.

La memoria corre a Tank Man, l’uomo diventato famoso perchè si mise davanti ai carri armati cinesi durante la repressione di Piazza Tienanmen: di lui non si è saputo più nulla. La storia di Ann Rose, invece, la possiamo conoscere in queste pagine. ...

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Myanmar, giorno e notte 
ci chiediamo quando verranno a portarci via

La suora coraggio che si è inginocchiata davanti alla polizia dei golpisti racconta in un libro la tragedia del suo Paese


L'immagine che ha fatto il giro del mondo lo scorso 28 febbraio, 
con la suora Ann Rose Nu Tawng davanti ai poliziotti schierati dal governo golpista del Myanmar

Dopo il colpo di Stato in Myanmar Ann Rose Nu Tawng affronta, in ginocchio, un plotone di soldati pronti a sparare sui manifestanti che chiedono libertà e democrazia. La «suora coraggio» racconta la sua storia di sofferenza e speranza nel libro Uccidete me, non la gente, con Gerolamo Fazzini, prefazione di Matteo Maria Zuppi (pubblicato da Emi, Editrice Missionaria Italiana, pp. 88, € 10), in uscita oggi. Ne anticipiamo alcuni brani.

Fin da piccoli abbiamo sperimentato sulla nostra pelle la violenza del conflitto tra militari e popolo kachin. È una guerra civile che dura dal 1948, da quando il Myanmar conquistò l’indipendenza. Nel nostro villaggio, come in molti altri, i militari venivano di notte a prelevare i giovani per reclutarli a forza nell’esercito. Per sfuggire, ci si nascondeva in spazi scavati sotto terra. Vivevamo in un clima di paura. Quando i soldati facevano irruzione nel nostro villaggio scappavamo tutti, insieme col resto dei civili. I villaggi rimanevano così totalmente deserti.

Etnie unite nel terrore

In questo momento, indipendentemente dall’appartenenza a una determinata classe sociale o a un’etnia specifica, i cittadini si sentono come orfani. Di giorno e di notte viviamo tutti nella paura, chiedendoci quando verremo uccisi o portati via dalle nostre case. Dal momento che soffriamo insieme, siamo diventati più uniti che mai. Ci amiamo e rispettiamo di più, nonostante le nostre differenze di religione, etnia e classe.

«Imploravo di non sparare»

Quella domenica [28 febbraio, ndr], davanti alla nostra clinica di Myitkyina sono passati vari gruppi di manifestanti, in totale un migliaio, quasi tutti giovani. Erano scesi in strada pacificamente, per far conoscere le loro istanze, senza creare problemi. Mentre passavano, io stavo curando tanti pazienti nella nostra clinica, che si trova vicino alla cattedrale e al nostro convento: avevamo deciso di tenerla aperta perché gli ospedali statali sono chiusi a causa della situazione politica. Ero con infermieri e medici quando ho sentito le voci e gli slogan dei dimostranti contro i militari. Poi, a un certo punto, sono arrivati i camion dei soldati e della polizia; i poliziotti sono saltati giù dai loro automezzi e hanno immediatamente sparato e colpito le persone con il manganello e usando fionde. Due sassi hanno raggiunto anche me. Io ho urlato ai dimostranti che entrassero nella clinica, cosa che in tanti hanno fatto. Poi sono andata davanti alla polizia.

Vedendo i manifestanti che si trovavano in pericolo, ho deciso di proteggerli, anche a rischio della vita. Sono andata dai poliziotti e li ho supplicati, implorandoli di non sparare sui civili, di non picchiarli con i bastoni o ferirli con le fionde. Per la tensione e la commozione piangevo e gridavo. Mi sono inginocchiata e ho alzato le braccia al cielo, invocando l’aiuto del Signore. «Se volete picchiare la gente o sparare sui dimostranti, fatelo con me al posto loro, perché non riesco a sopportare che soffrano per la violenza. Uccidete me, non la gente». L’ho detto dopo aver visto ciò che era accaduto in altre città, a Yangon, Mandalay e Naypyidaw, dove in tanti erano stati massacrati come animali.

Il giovane morto tra le braccia

I poliziotti [l’8 marzo, ndr] erano arrivati vicino alla cattedrale di Myitkyina mentre erano in corso altre manifestazioni pacifiche nella zona. Sono andata da loro a implorarli di non usare violenza. Due dei loro uomini si sono inginocchiati e mi hanno detto che non avevano intenzione di comportarsi in maniera violenta, ma dovevano obbedire ai loro capi. Ho replicato che i dimostranti volevano solo sfilare in pace. Così ho deciso di non muovermi di là finché non se ne fossero andati. Sono venuti a parlarmi anche la mia superiora e il vescovo (mons. Francis Daw Tang) per convincermi a rientrare. Ma io sono rimasta là per tre-quattro ore, finché un giovane non è stato colpito alla testa. Allora alcuni suoi coetanei si sono rifugiati in cattedrale, altri sono scappati. Abbiamo cercato di trasportare il ferito alla nostra clinica, che è proprio lì vicino, ma non c’è stato nulla da fare. È morto e con lui quel giorno è stata uccisa anche un’altra persona, di 57 anni.

Ragazzi pronti a dare la vita ...

Tutti insieme si può vincere ...


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Essere artigiani della pace non è un'utopia d'altri tempi

La lezione al mondo di suor Ann Rose Nu Tawng, in Myanmar


Il testo del cardinale Zuppi che qui pubblichiamo è la prefazione al libro di Ann Rose Na Twang, 'Uccidete me, non la gente'. La suora coraggio del Myanmar racconta la sua storia (Emi, pp. 96, euro 10, in libreria da oggi), scritto con l’editorialista di Avvenire Gerolamo Fazzini.

Artigiani di pace. È la beatitudine evangelica che papa Francesco ricorda a tutti incoraggiando tutti a 'fare pace'. Artigiani. Dio lo è con noi, continuando a cercare la pace da instancabile artigiano del mondo con la nostra materia, così imprevedibile e instabile, e combattendo contro il male che ci usa per tornare al caos, per dividere quello che l’amore pazientemente unisce. E sappiamo come è molto faticoso costruire, e rapido e facile distruggere. Essere artigiani dà dignità al poco che possiamo fare. La pace non si misura con il risultato perché la pace inizia nel piccolo gesto, grande sempre, come quello di suor Ann Rose Nu Tawng che si misura con la sproporzione evidente, drammatica, tra una donna indifesa e sola e uomini armati e numerosi davanti a lei.

Ecco dove inizia la pace ed ecco anche cos’è la chiesa, una madre che difende i suoi figli e che per loro vince ogni paura. Dove trova il coraggio? Non è questione di coraggio, ma di amore, altrimenti non dipende da noi! 
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Una suora. Debole e fortissima. Difende le persone e cerca la democrazia per tutti, cioè il bene comune. Affronta la pandemia della violenza. L’ingiustizia provoca sempre violenza e altra sofferenza: solo la nonviolenza e la scelta di difendere i più deboli può fermarla.
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Ma deve scattare una consapevolezza: nessuno è così piccolo da non poter ottenere la pace. Un cinico direbbe che una scelta così non cambia il conflitto in corso. 
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Anche se fosse servito solo a risparmiare la vita di qualcuno, non è sempre salvare il mondo intero? Non è proprio questo l’operatore di pace? Non accettiamo mai che i problemi siano sempre più grandi, che ci sono altre cose che vanno fatte prima e che noi siamo sempre troppo piccoli.
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Operatori di pace sono tutti coloro che nel mondo attuale (Fratelli tutti, 30) vivono i sentimenti di appartenenza a una medesima umanità e vivono il sogno di costruire insieme la giustizia e la pace. Non è un’utopia di altri tempi, ma la conseguenza del 'fratelli tutti' e, per noi cristiani, di un Dio che ci mette tra le mani la sua pace, che ci rende con il suo amore artigiani di pace ovunque. Il discepolo di Gesù non ha nemici e proprio per questo è operatore di pace con la forza più debole di tutte che è la preghiera, disarmata totalmente ma resistenza al male, e che ci dona la forza di resistergli. Mettersi in ginocchio e chiedere pace anche per i nemici. Operatore di pace anche solo con la sua vita, con le sue parole, perché così disarma i piani del nemico, indica la via del rispetto e della giustizia. Non disprezziamo mai l’umile gesto di pace. È grande – come abbiamo visto, e come la voce di questa testimonianza che avete tra le mani ci ricorda con vivezza –, e trasmette forza.

Il cammino della pace inizia dalla rinuncia ad avere nemici. Chi ha il coraggio di guardare le stelle, chi crede in Dio, non ha nemici da combattere. Ha un solo nemico da affrontare, che sta alla porta del cuore e bussa per entrare: è l’inimicizia. Non ci sarà pace senza condivisione e accoglienza, senza una giustizia che assicuri equità e promozione per tutti, a cominciare dai più deboli. Non ci sarà pace senza popoli che tendono la mano ad altri popoli. Non ci sarà pace finché gli altri saranno un loro e non un noi. Non ci sarà pace finché le alleanze saranno contro qualcuno, perché le alleanze degli uni contro gli altri aumentano solo le divisioni.

La pace non chiede vincitori né vinti, ma fratelli e sorelle che, nonostante le incomprensioni e le ferite del passato, camminino dal conflitto all’unità. «Se Dio è il Dio della vita – e lo è –, a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace – e lo è –, a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome. Se Dio è il Dio dell’amore – e lo è –, a noi non è lecito odiare i fratelli». Così Francesco in Iraq. Aggiungo: se Dio è il Dio dell’amore – e lo è – a noi è possibile essere operatori di pace. Insieme. Come ci ha detto in un incontro online di preghiera, suor Ann Rose con disarmante semplicità evangelica: «Auguro a tutti di essere felici e sereni». È la pace. Amen. Pace.
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RISUS PASCHALIS - VERSO LA PENTECOSTE CON LA GIOIA DELLA RESURREZIONE - Il meglio deve ancora venire! di Vincenzo Paglia

RISUS PASCHALIS - VERSO LA PENTECOSTE 
CON LA GIOIA DELLA RESURREZIONE

Il meglio deve ancora venire!
di Vincenzo Paglia


Siamo nel cuore dei “quaranta giorni” durante i quali i discepoli fecero l’esperienza dell’incontro con Gesù “risorto”. Un’esperienza assolutamente inedita. Senza termini di paragone. I discepoli furono destabilizzati in tutti i sensi. Quel “risorto” non era un cadavere rianimato e neppure un fantasma della mente. Non era una regressione del corpo mortale: era — ed è — un oltrepassamento della morte che ti viene incontro dal mondo di Dio. È un’esperienza che non può essere comparata a niente, solo Gesù, appunto, può confermarla. Devi pur sempre credergli, per poterla decifrare. Gesù impiega quaranta giorni di incontri per convincerli. E non è stato facile: ha dovuto dar loro il tempo di assimilare e fare propria la “risurrezione”, o meglio “il risorto”. La fede di quei discepoli si rinfranca — proprio come la nostra — lungo il cammino della sequela del Signore risorto e nel dono dello Spirito vivificante. Lo Spirito di Dio, promesso e inviato da Gesù, nel momento in cui diventa dono del Risorto, cambia la vita. E cambia anche la morte. Il Risorto si presenta ai suoi precisamente con questa testimonianza: la creatura attraverserà la morte e Dio la cancellerà dalla sua vita.

Credo che facciamo poco tesoro della lezione dei “quaranta giorni” del Risorto, per il nostro apprendistato della risurrezione della vita. Una battuta d’arresto è forse venuta anche dalla preoccupazione di fissare la radicale diversità della vita eterna, ha finito per allontanarla dall’esperienza di una vita risorta. Nell’inerzia di questa marginalizzazione della “risurrezione della carne”, anche “la vita dello spirito” ha finito per perdere la sua capacità di muovere la carne della nostra vita, che deve essere trasformata, non persa. Questo è il punto di vista della morte, non della risurrezione. Se lasciamo alla morte l’ultima parola, questa vita è persa per sempre. La vita — la vita che abbiamo, la vita che siamo, la vita per la quale crediamo, speriamo e amiamo — ha finito così per essere divisa in due. La vita prima della morte, piena di umanità, viene consegnata alla morte e si estingue con essa: senza più fare distinzioni, abbiamo imparato a chiamarla vita mortale, corruttibile, mondana, destinata alla morte. La vita dopo la morte, invece, viene svuotata di eventi, prosciugata di emozioni e senza gli affetti, ha finito per essere fissata nell’eternità di uno stato di pura durata: come se alla vita dell’anima bastasse di durare per sempre, riempita di Dio e vuota di umanità. Come se le nostre qualità migliori — la libertà e la creatività, la scoperta e l’immaginazione, la relazione delle persone e la signoria del mondo — non avessero più campo nella beatitudine della vita della creatura umana con Dio.

Ma se pensiamo agli incontri del Risorto con i discepoli, noi vediamo quanto siano reali le relazioni, gli affetti, i colloqui, tra i discepoli e Gesù. È in questa prospettiva che va inquadrato il tema della risurrezione dei morti e dei corpi. Gesù risorto: che entra nel cielo con il suo corpo “risorto”, sigilla l’inaudito e impensabile compimento “terreno” del “cielo” di Dio. Questo cielo sarà — come Gesù ha rivelato — il regno della vita e della signoria di Dio con le sue amate creature. La vita eterna promessa con la risurrezione non è post-umana. Rimane umana. Vivremo la vita di Dio, che incominciamo ora ad incorporare grazie al mistero della nostra redenzione secondo lo Spirito, come creature umane.

I corpi risorti sono corpi totalmente trasformati dalla luce generatrice di Dio: ma sono nondimeno i nostri corpi, con la nostra carne, la nostra singolarità, le nostre relazioni, la memoria dei nostri affetti e l’immaginazione di tutta la vita che ci rimane da vivere. Saranno trasformati, non alienati. Come? Non sappiamo. E anche questo fa parte delle sorprese che ci attendono. Ma una cosa è certa: la nostra carne, il nostro corpo, verranno trasformati, non sostituiti. Nel mondo di Dio, ci riconosceremo gli uni gli altri. Purtroppo, molto cristianesimo moderno si è quasi rassegnato a investire i valori della vita eterna nell’impegno per il benessere della vita presente, caduca corruttibile e mortale, per rendersi credibile come parola di vita, appunto. Dirottamento non privo di rischio. È vero che il Vangelo suscita umanesimo. Ci mancherebbe altro! Ma per la fede, questa vita è il seme, non la fioritura. Insomma, il più bello deve venire. Sì, il più bello deve ancora venire! E non è alla portata della nostra volontà di potenza, figlia della disperazione, e delle nostre tecniche di manipolazione, che generano incubi. La vita eterna dell’inaudita promessa da Dio ha perso, nel nostro linguaggio, proprio la sua desiderabile continuità con la vita. E proprio così, si è svuotata la potenza della sua attrazione verso il cielo di Dio, che è l’unico luogo abitabile per il nostro desiderio di riscatto e di compimento. Lasciamoci travolgere dai “quaranta giorni” dell’incontro con il Risorto.
(fonte: L'Osservatore Romano 06 maggio 2021)


giovedì 6 maggio 2021

“Verso un noi sempre più grande” Messaggio di Papa Francesco per la 107ma Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2021 - Il futuro delle nostre società è un futuro “a colori”, arricchito dalla diversità e dalle relazioni interculturali. (testo integrale)

Questa mattina (6 maggio 2021) è stato presentato il Messaggio di Papa Francesco per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che sarà celebrata domenica 26 settembre 2021, sul tema: “Verso un noi sempre più grande”. 
Durante la conferenza stampa sono intervenuti:
- Em.mo Card. Michael Czerny, S.I., Sotto-Segretario della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale;
- Padre Fabio Baggio, C.S., Sotto-Segretario della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale;
- Sr. Alessandra Smerilli, F.M.A., Sotto-Segretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale;
- S.E. Mons Paul McAleenan, Vescovo Ausiliare di Westminster (in collegamento da remoto);
- Sig.ra Sarah Teather, Direttrice Jesuit Refugee Service UK, (in collegamento da remoto).


 MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

PER LA 107ma GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO 2021

[26 settembre 2021]

“Verso un noi sempre più grande”


Cari fratelli e sorelle!

Nella Lettera Enciclica Fratelli tutti ho espresso una preoccupazione e un desiderio, che ancora occupano un posto importante nel mio cuore: «Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (n. 35).

Per questo ho pensato di dedicare il messaggio per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato a questo tema: “Verso un noi sempre più grande”, volendo così indicare un chiaro orizzonte per il nostro comune cammino in questo mondo.

La storia del “noi”

Questo orizzonte è presente nello stesso progetto creativo di Dio: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1,27-28). Dio ci ha creati maschio e femmina, esseri diversi e complementari per formare insieme un noi destinato a diventare sempre più grande con il moltiplicarsi delle generazioni. Dio ci ha creati a sua immagine, a immagine del suo Essere Uno e Trino, comunione nella diversità.

E quando, a causa della sua disobbedienza, l’essere umano si è allontanato da Dio, Questi, nella sua misericordia, ha voluto offrire un cammino di riconciliazione non a singoli individui, ma a un popolo, a un noi destinato ad includere tutta la famiglia umana, tutti i popoli: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap 21,3).

La storia della salvezza vede dunque un noi all’inizio e un noi alla fine, e al centro il mistero di Cristo, morto e risorto «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Il tempo presente, però, ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e sfigurato. E questo si verifica specialmente nei momenti di maggiore crisi, come ora per la pandemia. I nazionalismi chiusi e aggressivi (cfr Fratelli tutti, 11) e l’individualismo radicale (cfr ibid., 105) sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno della Chiesa. E il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri: gli stranieri, i migranti, gli emarginati, che abitano le periferie esistenziali.

In realtà, siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità. Per questo colgo l’occasione di questa Giornata per lanciare un duplice appello a camminare insieme verso a un noi sempre più grande, rivolgendomi anzitutto ai fedeli cattolici e poi a tutti gli uomini e le donne del mondo.

Una Chiesa sempre più cattolica

Per i membri della Chiesa Cattolica tale appello si traduce in un impegno ad essere sempre più fedeli al loro essere cattolici, realizzando quanto San Paolo raccomandava alla comunità di Efeso: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,4-5).

Infatti la cattolicità della Chiesa, la sua universalità è una realtà che chiede di essere accolta e vissuta in ogni epoca, secondo la volontà e la grazia del Signore che ci ha promesso di essere con noi sempre, fino alla fine dei tempi (cfr Mt 28,20). Il suo Spirito ci rende capaci di abbracciare tutti per fare comunione nella diversità, armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformità che spersonalizza. Nell’incontro con la diversità degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, e nel dialogo interculturale che ne può scaturire ci è data l’opportunità di crescere come Chiesa, di arricchirci mutuamente. In effetti, dovunque si trovi, ogni battezzato è a pieno diritto membro della comunità ecclesiale locale, membro dell’unica Chiesa, abitante nell’unica casa, componente dell’unica famiglia.

I fedeli cattolici sono chiamati a impegnarsi, ciascuno a partire dalla comunità in cui vive, affinché la Chiesa diventi sempre più inclusiva, dando seguito alla missione affidata da Gesù Cristo agli Apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,7-8).

Oggi la Chiesa è chiamata a uscire per le strade delle periferie esistenziali per curare chi è ferito e cercare chi è smarrito, senza pregiudizi o paure, senza proselitismo, ma pronta ad allargare la sua tenda per accogliere tutti. Tra gli abitanti delle periferie troveremo tanti migranti e rifugiati, sfollati e vittime di tratta, ai quali il Signore vuole sia manifestato il suo amore e annunciata la sua salvezza. «I flussi migratori contemporanei costituiscono una nuova “frontiera” missionaria, un’occasione privilegiata di annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo senza muoversi dal proprio ambiente, di testimoniare concretamente la fede cristiana nella carità e nel profondo rispetto per altre espressioni religiose. L’incontro con migranti e rifugiati di altre confessioni e religioni è un terreno fecondo per lo sviluppo di un dialogo ecumenico e interreligioso sincero e arricchente» (Discorso ai Direttori Nazionali della Pastorale per i Migranti, 22 settembre 2017).

Un mondo sempre più inclusivo

A tutti gli uomini e le donne del mondo va il mio appello a camminare insieme verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso.

Il futuro delle nostre società è un futuro “a colori”, arricchito dalla diversità e dalle relazioni interculturali. Per questo dobbiamo imparare oggi a vivere insieme, in armonia e pace. Mi è particolarmente cara l’immagine, nel giorno del “battesimo” della Chiesa a Pentecoste, della gente di Gerusalemme che ascolta l’annuncio della salvezza subito dopo la discesa dello Spirito Santo: «Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (At 2,9-11).

È l’ideale della nuova Gerusalemme (cfr Is 60; Ap 21,3), dove tutti i popoli si ritrovano uniti, in pace e concordia, celebrando la bontà di Dio e le meraviglie del creato. Ma per raggiungere questo ideale dobbiamo impegnarci tutti per abbattere i muri che ci separano e costruire ponti che favoriscano la cultura dell’incontro, consapevoli dell’intima interconnessione che esiste tra noi. In questa prospettiva, le migrazioni contemporanee ci offrono l’opportunità di superare le nostre paure per lasciarci arricchire dalla diversità del dono di ciascuno. Allora, se lo vogliamo, possiamo trasformare le frontiere in luoghi privilegiati di incontro, dove può fiorire il miracolo di un noi sempre più grande.

A tutti gli uomini e le donne del mondo chiedo di impiegare bene i doni che il Signore ci ha affidato per conservare e rendere ancora più bella la sua creazione. «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”» (Lc 19,12-13). Il Signore ci chiederà conto del nostro operato! Ma perché alla nostra Casa comune sia assicurata la giusta cura, dobbiamo costituirci in un noi sempre più grande, sempre più corresponsabile, nella forte convinzione che ogni bene fatto al mondo è fatto alle generazioni presenti e a quelle future. Si tratta di un impegno personale e collettivo, che si fa carico di tutti i fratelli e le sorelle che continueranno a soffrire mentre cerchiamo di realizzare uno sviluppo più sostenibile, equilibrato e inclusivo. Un impegno che non fa distinzione tra autoctoni e stranieri, tra residenti e ospiti, perché si tratta di un tesoro comune, dalla cui cura come pure dai cui benefici nessuno dev’essere escluso.

Il sogno ha inizio

Il profeta Gioele preannunciava il futuro messianico come un tempo di sogni e di visioni ispirati dallo Spirito: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1). Siamo chiamati a sognare insieme. Non dobbiamo aver paura di sognare e di farlo insieme come un’unica umanità, come compagni dello stesso viaggio, come figli e figlie di questa stessa terra che è la nostra Casa comune, tutti sorelle e fratelli (cfr Enc. Fratelli tutti, 8).

Preghiera

Padre santo e amato,
il tuo Figlio Gesù ci ha insegnato
che nei Cieli si sprigiona una gioia grande
quando qualcuno che era perduto
viene ritrovato,
quando qualcuno che era escluso, rifiutato o scartato
viene riaccolto nel nostro noi,
che diventa così sempre più grande.

Ti preghiamo di concedere a tutti i discepoli di Gesù
e a tutte le persone di buona volontà
la grazia di compiere la tua volontà nel mondo.
Benedici ogni gesto di accoglienza e di assistenza
che ricolloca chiunque sia in esilio
nel noi della comunità e della Chiesa,
affinché la nostra terra possa diventare,
così come Tu l’hai creata, la Casa comune di tutti i fratelli e le sorelle. Amen.

Roma, San Giovanni in Laterano, 3 maggio 2021, Festa dei Santi Apostoli Filippo e Giacomo

Francesco