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martedì 31 marzo 2026

13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese - Due lettere a confronto (2ª parte: la lettera dell'insegnante)

13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese
Due lettere a confronto
(2ª parte: la lettera dell'insegnante)



Vedi il post precedente:

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La professoressa Chiara Mocchi, accoltellata da un suo alunno di terza media, a Trescore, sta meglio e, tramite il suo avvocato Angelo Lino Murtas, appena uscita dalla terapia intensiva ha scritto una lettera pubblicata dal Corriere della Sera, che riportiamo qui di seguito. 

* Il testo della lettera dell'insegnante di francese Chiara Mocchi *

A tutti voi,
adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori, personale sanitario, autorità, forze dell’ordine, familiari, giornalisti, e persone che mi avete circondato da subito di affetto e solidarietà. Sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, al mio legale, ma con il cuore colmo di gratitudine.

Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande, né che avrei attraversato una prova così profonda. Eppure eccomi qui, ancora viva. E questo lo devo a molti di voi. In un attimo, un gesto improvviso e incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo. Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare, è stata drammatica quanto irreale. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare.

Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità. Ai colleghi che sono intervenuti senza alcuna esitazione, rischiando personalmente per mettermi in salvo: il vostro sangue freddo e la vostra forza hanno creato una barriera tra me e la morte. Agli studenti che hanno gridato aiuto, che hanno pianto, che si sono spaventati e hanno visto qualcosa che nessuno dovrebbe vedere a tredici anni: sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti.

Al personale dell’elisoccorso, che ha bloccato un’emorragia devastante, che ha lottato contro il tempo, che mi ha restituito un battito stabile con un a lunga trasfusione, mentre la linfa della vita usciva dalle mie ferite: non dimenticherò mai le vostre mani ferme e la vostra calma. Ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari che mi hanno accolto, curato e operato con una delicatezza che va oltre il dovere: siete stati famiglia. Alle forze dell’ordine e alle autorità, presenti subito, attente, rispettose, che hanno messo ordine nel caos e garantito sicurezza a tutti. A mio fratello Giampaolo, che ha tremato, pregato, vegliato accanto a me senza mai perdere la speranza. All’avvocato Angelo Lino Murtas, che mi sta accompagnando con sensibilità e competenza in un percorso che non avrei mai immaginato di dover affrontare.

Ai genitori, che mi scrivono, che mi abbracciano anche se solo da lontano, che hanno raccontato ai propri figli il valore dell’empatia e della vita.
A chiunque mi sta mandando messaggi, preghiere, pensieri, anche senza conoscermi: li ho sentiti arrivare tutti, uno per uno, come fili che mi hanno ricucito l’anima. Oggi sono ancora debole, la voce è un soffio, il corpo ha ferite profonde ancora fresche. Ma il mio spirito è vivo. E questa vita è un dono che non sprecherò.

So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo e unicamente con coraggio. Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori.

Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande. A tutti voi, dal profondo del cuore: grazie.

Grazie per avermi salvata, sorretta, pensata, custodita.
Grazie per darmi la forza di guardare avanti, non indietro, e soprattutto il sogno di potercela fare ancora.

Con commossa gratitudine
Prof. Chiara Mocchi


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* La riflessione di Tonio Dell'Olio *

È una lettera che nasce dal dolore e si apre alla vita quella della professoressa Chiara Mocchi, colpita da un suo alunno tredicenne. Parole dettate “con la voce ancora flebile”, ma con un cuore “colmo di gratitudine”.

Il racconto non indugia sull’orrore – “un gesto improvviso e incomprensibile” che ha trasformato la scuola in incubo – ma sulla rete di umanità che subito si è stretta attorno a lei: colleghi che “hanno creato una barriera tra me e la morte”, studenti impauriti ma vivi nel suo affetto, soccorritori e sanitari dalle “mani ferme”, capaci di restituirle il battito. 
Colpisce la scelta radicale: “non porto rabbia né paura nel cuore”. Persino verso chi l’ha ferita si affaccia uno sguardo che interroga, non condanna: un ragazzo che “forse nel profondo non saprà neanche perché”. 

E a tutti dice: “Non lasciamoci vincere dal buio”. È qui la lezione più alta: la ferita non come muro, ma “ponte”, occasione per una scuola più attenta e una comunità più unita. 

Nel corpo ancora segnato, lo spirito resta saldo: “questa vita è un dono che non sprecherò”. E l’orizzonte è il ritorno, semplice e luminoso: “tornerò in classe”. Non eroismo retorico, ma educazione viva, che sceglie la nonviolenza come forma più esigente di verità.
(fonte: Mosaico dei giorni 27/03/2026) 

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* La riflessione di Paola Spotorno *

«Come si torna in aula dopo questo trauma?»

Si apre per tutti un momento di profonda riflessione. Un momento di cura: per il corpo della docente, a cui va il mio più affettuoso abbraccio, e cura dello spirito e delle emozioni per il ragazzo coinvolto. Perché, ancora una volta, la scuola è chiamata non solo a insegnare, ma a comprendere, accogliere e, per quanto possibile, ricucire.

La prof Chiara Mocchi accoltellata a scuola dal suo studente aTrescore Balneario, Bergamo

Al mattino, quando vado a scuola, lungo la strada incontro studenti delle mie classi e anche di altre. Con molti di loro scambio un saluto: “Buongiorno, prof”, “Buongiorno”. Li vedo diversi: alcuni più sereni, altri ancora assonnati, qualcuno indifferente. Eppure, con loro mi sento tranquilla, serena per una nuova giornata che inizia, per una nuova sfida. Varco il portone della scuola, salgo le scale, continuo a salutare. È casa per me, ma credo anche un po’ per gli studenti: forse non la casa più bella ed elegante che uno sognerebbe, ma c’è sicuramente per tutti il calore di un luogo sicuro e accogliente.
Per questo sono rimasta sopraffatta, sorpresa e profondamente addolorata dal grave fatto di cronaca che ha coinvolto una collega, accoltellata questa mattina proprio sulla porta della sua classe, all’inizio delle lezioni, da un suo alunno. Uno di quegli alunni che incontri e saluti fuori da scuola, magari più incupito e meno socievole, dal quale però non ti aspetteresti un gesto del genere, perché non rientra tra le possibilità che immaginiamo nel nostro lavoro; un lavoro, il nostro, che è fatto di incontri, a volte anche di scontri, che esistono perché la relazione ne è il cuore, diviso tra professionalità, passione, ideali e, soprattutto, valori che attraverso le nostre lezioni cerchiamo di trasmettere. E l’insegnante che è stata ferita faceva dei valori un punto di forza della sua professione. Si impegnava per sé e per gli altri: essere RSU come è lei, rappresentante sindacale, significa assumersi responsabilità rispetto ai diritti dei colleghi. Chi lo fa crede nei diritti, nella contrattazione, nella possibilità di trovare un punto di convergenza per il bene comune. E chi si spende così per i colleghi, lo fa ancora di più per i propri studenti.

E questo rende se possibile più assurdo e inspiegabile il gesto di questo studente che si è presentato a scuola con quella maglietta con la scritta “vendetta”, una parola terribile e con quei pantaloni mimetici che evocano scenari di guerra. Spontaneamente allora mi chiedo che cosa spinga tanti ragazzi a comportamenti così oppositivi, così difficili da leggere. La scuola? Non credo, è un malessere che nasce e cresce fuori ma che trova ormai troppo spesso la sua esplosione negli edifici scolastici, nelle aule dove si chiede ancora di condividere spazi e regole comuni , dove ci sono adulti che mettono limiti, dove tutto è reale e il virtuale va lasciato fuori dalla porta. E quando il malessere diventa insopportabile e la relazione affettiva più significativa diventa “la mia ragazza virtuale” (comprata sui social) allora è probabile che virtuale e reale si siano definitivamente confusi. Basta allora un cellulare appeso al collo per riprendere la scena del proprio gesto ribelle, da postare sui social, per far diventare quel momento un videogioco violento.

Fuggire nel virtuale per non affrontare le proprie difficoltà, accettare le frustrazioni che inevitabilmente la vita porta con sé e trovare così solo nella vendetta nel farsi giustizia da soli una riparazione ai presunti torti. Ora si apre per tutti un momento di profonda riflessione. Un momento di cura: cura concreta per il corpo della docente, a cui va il mio più affettuoso abbraccio, e cura dello spirito e delle emozioni per il ragazzo coinvolto. Perché, ancora una volta, la scuola è chiamata non solo a insegnare, ma a comprendere, accogliere e, per quanto possibile, ricucire.
(fonte: Famiglia Cristiana 30/03/2026)

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* La seconda lettera dell'insegnante di francese Chiara Mocchi *


«Proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro»

Tutto il Paese è ancora sotto shock per l’accoltellamento della professoressa di francese dell’istituto “Leonardo Da Vinci” di Trescore Balneario, nel bergamasco. Dopo il grande spavento delle prime ore, in cui l’attenzione era tutta catalizzata sulle condizioni di salute di Chiara Mocchi, una volta migliorata è arrivato il momento delle riflessioni. La professoressa aveva già scritto una prima comunicazione per ringraziare chi le è stata vicino in quelle 24 ore da incubo. Oggi è arrivata una seconda lettera, dettata direttamente dall'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dove la donna è tutt’ora ricoverata.

Questa nuova testimonianza si apre con la descrizione di quei tragici istanti: «La mattina del 25 marzo 2026, davanti alla mia aula, un mio alunno tredicenne – confuso, trascinato e “indottrinato” dai social – mi ha colpita all’improvviso, ripetutamente al collo e al torace con un pugnale». Ma il peggio è stato evitato grazie al «solo coraggio immenso di un altro mio alunno, E., anche lui tredicenne, che mi ha invece difesa rischiando la sua stessa vita».

La professoressa prosegue poi raccontando i dettagli crudi dell’aggressione: «Una potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio».

Successivamente, l’arrivo dell’eliambulanza del servizio “Blood on Board” ha permesso il trasporto d'urgenza. Chiara Mocchi ricorda con commozione il «momento del decollo, ho visto dall’alto le finestre della mia scuola: prima vuote, poi improvvisamente riempirsi dei volti dei miei amati ragazzi. Mi salutavano agitando le mani con disperazione, le lacrime agli occhi. Era come se volessero trattenermi ancora un po’ con loro».

Il racconto si sposta poi sul confine sottile tra la vita e la morte, nel momento critico in cui i medici lottavano contro il tempo: «Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più”. Poi la luce nei miei occhi si è spenta e ho sentito di sprofondare nel buio più profondo. E proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro. Come se stesse rientrando lentamente nel mio corpo, attraverso le vene. Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una!” Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo. Oggi la mia gratitudine va al mio alunno E., ai donatori, ai soccorritori, a chi mi ha tenuta aggrappata a questo mondo che amo e che non voglio lasciare».

La professoressa conclude con un pensiero che la commuove profondamente: «Penso – e non è un sogno – che il sangue che ora scorre nelle mie vene sia quello del mio avvocato Angelo Lino Murtas, donatore Avis da oltre 45 anni, che aveva donato il sangue proprio il giorno prima. Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita. È lo stesso spirito con cui mio padre fondò l’Avis-Aido della Media Val Cavallina, con quel motto che da sempre custodisco nel cuore: “Una goccia di sangue può salvare una vita”. Forse non immaginava che un giorno quella vita sarebbe stata proprio quella di sua figlia».

L’insegnante termina la lettera con un invito rivolto a tutti coloro che leggeranno le sue parole, affinché chiunque «trovi il coraggio e la volontà di diventare donatore. Di affidare una piccola parte del proprio sangue all’Avis, affinché possa scorrere nelle vene di chi, come me, senza quelle gocce non ci sarebbe più».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Filippo Rizzardi e Daniela Bilanzuoli 30/03/2026)


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* News dal sito La Tecnica della Scuola 31/03/2026*

«L’insegnante accoltellata da un suo studente è stata dimessa dall’ospedale: 
“Vuole tornare a scuola il prima possibile”»

La docente accoltellata dallo studente tredicenne lo scorso 25 marzo in provincia di Bergamo è stata finalmente dimessa dall’ospedale Papa Giovanni XXIII del capoluogo lombardo. Lo conferma La Presse.

La 57enne ha potuto lasciare la struttura sanitaria dopo alcuni giorni di cure e osservazione. Le sue condizioni, secondo quanto emerso, sono in miglioramento e non desterebbero più particolari preoccupazioni dal punto di vista clinico.

Secondo quanto riferito dal suo legale “vuole tornare a scuola il prima possibile”, manifestando così la volontà di riprendere la propria attività didattica e di tornare alla normalità dopo il grave episodio di violenza che l’ha coinvolta.

“Voleva assolutamente tornare a casa per la Settimana Santa. È stata dimessa qualche ora fa e ora si trova a casa del fratello”, ha raccontato il suo legale all’Adnkronos, come riporta Rtl 102.5. Per la guarigione della 57enne “ci vorrà ancora tempo. Il taglio al collo è molto profondo e si spera non restino lesioni permanenti”, ha aggiunto.

Nonostante tutto, però, “l’umore è sempre forte: ha un bel carattere e vuole tornare il prima possibile a scuola, per accompagnare i ragazzi di terza all’esame. Vuole farlo al meglio e non si arrende”, anche se “le ferite, non solo fisiche ma anche interiori, devono ancora guarire”.

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«Insegnante accoltellata, Valditara vuole premiare il ragazzo che l’ha difesa.
Crepet: “Servitrice dello Stato a 1500 euro al mese”»


Il caso della docente 57enne accoltellata in una scuola media, in provincia di Bergamo, da uno studente tredicenne che prima di aggredirla ha scritto un “manifesto” e si è presentato a scuola con una maglietta con scritto “vendetta“.

Ieri, 30 marzo, la professoressa ha lasciato l’ospedale dopo cinque giorni, e ha diffuso una seconda lettera in cui ha ringraziato chi le ha salvato la vita, dal personale ospedaliero allo studente che ha cacciato l’aggressore a calci e lo ha allontanato.

“Lo studente è un eroe”

Come riporta SkyTg24, il legale della donna ha detto: “È indubbiamente un eroe. Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui, come mi ha riferito la mia assistita. Sono intenzionato a proporlo per una medaglia”.

Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, a quanto apprende l’Adnkronos, ha anche chiamato la dirigente scolastica dell’istituto per invitare lo studente che è intervenuto a difesa dell’insegnante e la sua classe al ministero, per ringraziarlo e premiarlo per il suo coraggio.

Crepet: “Dare una medaglia alla docente”

Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, intervenuto sul Nove, ha detto la sua: “Quello che trovo straordinario in questa vicenda orrenda è la professoressa. Uscire dalla rianimazione, l’hai scampata per un nanosecondo, vai appena il secondo giorno nel reparto di medicina e detti ad un tuo avvocato, ‘non tirate su un muro nei confronti di quel ragazzo, io non odio quel ragazzo’. Mamma mia. Allora questo Stato deve dare un riconoscimento anche di latta a questa donna perché questa è una servitrice dello Stato a 1.500€, va rispettata, ha rischiato la vita, ha detto che tornerà a scuola subito appena i medici gli daranno l’ok”.

“Ci rendiamo conto che c’abbiamo anche queste perle? Questo dà fiducia ai ragazzi. Perché io fossi un ragazzo vorrei andare da quella professoressa lì vorrei averla che mi legge Baudelaire”, ha concluso.

Crepet loda Valditara

Crepet, in questi giorni, ha anche commentato la decisione del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara di visitare la docente in ospedale: “Intanto, credo che il ministro abbia fatto una cosa molto giusta andando in ospedale ad assicurarsi sulle condizioni di una sua dipendente e dando anche un segnale. Detto questo, continuo a pensare che ci vorrebbe una bella onorificenza da parte del Presidente della Repubblica. Sarebbe un bel modo per dare una nuova visione dell’importanza della scuola”.

Ecco cosa, secondo lui, si dovrebbe fare: “Non ha senso agire all’ultimo secondo per prevenire i reati se non si fa nulla prima. Innanzitutto bisogna intervenire nella scuola, valorizzando la professione degli insegnanti e garantendo l’autonomia scolastica. E poi c’è quello che io chiamo ‘un vuoto artistico’ da riempire. I giovani oggi non hanno creatività. Una soluzione ce l’avrei: via i social per i tredicenni e facciamo convenzioni con artisti. Un mimo, un illustratore, una ballerina, un musicista: vengano a scuola ad aprire il cervello di chi guarda e ascolta”.

“O ancora: prevediamo un’ora a settimana nella scuole medie in cui si parta dalla dama e si arrivi agli scacchi. Sarebbe un ottimo modo per aprire le teste e liberare il pensiero. La nostra atrofia di adulti è ridicola e dannosa: oggi narrare e ascoltare è un gesto rivoluzionario”, ha aggiunto.

“Solo un prodotto finale”

Per Crepet c’era da aspettarsi un evento del genere: “C’è un rapporto diretto tra la mancanza di ascolto e la coltellata: quel gesto è pura frustrazione. Basta leggere quello che ha scritto quel ragazzo, roba molto forte. Ma lui è solo un prodotto finale: come si fa a non capire che questa è l’elegia del non vedere nulla? Eppure lo abbiamo già conosciuto in altre epoche, non è una novità. L’elemento nuovo è la presenza del cellulare, e allora mi chiedo come mai non si possa aprire un ragionamento su uno strumento che in certe situazioni diventa estremamente pericoloso. Lasciamo ai nostri figli la possibilità di crescere con i loro tempi e i loro errori. E invece gli adulti oggi stanno ‘truccando’ i bambini col rischio di mandarli fuori giri: io li chiamo ‘bambini Abarth’, e il tredicenne di Bergamo ne è un esempio: non è ascoltato, di lui non frega nulla a nessuno. Se ti puoi mettere una shirt con scritto vendetta e nessuno ti ferma, cosa devi fare di più, andare nudo in chiesa?”.



TONIO DELL'OLIO: Le ingiustizie hanno i giorni contati

Le ingiustizie 
hanno i giorni contati
di Tonio Dell'Olio



Nell’omelia della Domenica delle Palme, Papa Leone XIV ha consegnato alla Chiesa e al mondo una parola davvero disarmante sulla pace. Guardando a Gesù che entra in Gerusalemme e percorre la via della croce, lo ha indicato come Re della pace: mite, inerme, estraneo a ogni logica di violenza.

Un Dio che non si difende, non combatte, non benedice le armi, ma si lascia inchiodare per abbracciare ogni dolore umano. Il Papa ha ricordato che “nessuno può usare Dio per giustificare la guerra”: le mani macchiate di sangue non possono pregare un Dio che è amore. Davanti al Crocifisso si svelano tutte le croci della storia, le vittime di ogni conflitto, i volti feriti dell’umanità. Così il richiamo a Tonino Bello ha aperto uno spiraglio pasquale:
“Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari. Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli. […] E che, finalmente, le lacrime di tutte le vittime delle violenze e del dolore saranno presto prosciugate, come la brina dal sole della primavera”. 
È la certezza che la morte non avrà l’ultima parola, che le guerre sono destinate a spegnersi e che le lacrime saranno asciugate. 
È il grido della fede: deporre le armi e riconoscersi fratelli. 
Solo così la pace diventa possibile.

(Fonte: Mosaico dei Giorni - 20.03.2026)


Guarda anche il post già pubblicato:

lunedì 30 marzo 2026

La Domenica delle Palme a Gerusalemme: Impedita al card. Pizzaballa l'accesso al Santo Sepolcro per la Santa Messa, nel pomeriggio, ha guidato la meditazione al Getsemani senza la presenza dei fedeli.

La Domenica delle Palme a Gerusalemme
Impedita al card. Pizzaballa l'accesso al Santo Sepolcro per la Santa Messa, nel pomeriggio, ha guidato la meditazione al Getsemani senza la presenza dei fedeli.  


 Domenica delle Palme 2026 - Il Cardinale Pizzaballa celebra nella basilica delle Nazioni, senza fedeli, dopo il divieto impostogli al S. Sepolcro

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, ha guidato dal Getsemani, ai piedi del Monte degli Ulivi, la speciale preghiera per la pace, nella solennità della Domenica delle Palme. La supplica si è svolta a poche ore dal blocco imposto dalle autorità israeliane allo stesso Pizzaballa e a padre Francesco Ielpo, custode di Terra Santa, di accedere al Santo Sepolcro per la celebrazione della Messa. "Stiamo vivendo una situazione molto complicata'', ''ci siamo riuniti perché vogliamo costruire la pace, la fratellanza'', ha sottolineato il patriarca all'inizio della celebrazione, che si è svolta senza pellegrini. "La guerra ha interrotto il nostro cammino festivo, rendendo difficile persino la semplice gioia di seguire il nostro Re". E ha aggiunto: "Gesù piange ancora una volta su Gerusalemme e su questa Terra Santa"


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Meditazione del Card. Pizzaballa per la Domenica delle Palme al Gethsemane

Gerusalemme, 29 marzo 2026


Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,
il Signore vi dia pace!

Siamo al Gethsemane, il luogo dove Gesù, giunto al culmine del suo cammino verso Gerusalemme, si fermò e pianse. I suoi occhi non cercavano le mura maestose o il tempio splendente: guardavano il cuore della città che amava, e vedeva la difficoltà della Città Santa a riconoscere il tempo della grazia.

Oggi, in questo pomeriggio di Domenica delle Palme, siamo qui senza la processione, senza le palme che sventolano per le strade. Non è una mancanza formale: è la guerra che ha sospeso il nostro cammino festoso, rendendo difficile persino la gioia semplice di seguire il nostro Re. I nostri fratelli e sorelle di Terra Santa oggi non possono riempire le strade né unire la loro voce al corteo festoso. Ma la loro assenza non è vuota davanti al Signore. Lui non cerca strade trionfali, ma entra là dove la porta è socchiusa, dove la fedeltà è pane quotidiano. Il Crocifisso Risorto non smette di passare in mezzo a noi. Anche quando la strada è sbarrata, Lui abita il cuore di chi non ha smesso di seguirlo. Ma proprio in questo silenzio forzato, questa liturgia si fa più vera. Perché il grido “Osanna” non ha bisogno di rami per salire al cielo, e la fede non si piega quando le mancano i riti esteriori.

Oggi Gesù torna a piangere su Gerusalemme. Piange su questa città che rimane segno di speranza e di dolore, di grazia e di sofferenza. Piange su questa Terra Santa che ancora non sa riconoscere il dono della pace. Piange su tutte le vittime di una guerra che non accenna a finire, sulle famiglie divise, sulle speranze infrante. Ma il pianto di Gesù non è mai sterile: è un pianto che apre gli occhi, che interpella, che rivela.

Il Vangelo della Passione che abbiamo poc’anzi ascoltato ci consegna il racconto di come Gerusalemme ha risposto a quell’amore. Abbiamo sentito il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, il silenzio di Pilato, il grido della folla che chiede la croce. Abbiamo visto il Signore spogliato, coronato di spine, inchiodato tra due ladroni, schernito da quanti passavano. Sembra che il buio abbia vinto. Eppure, in quelle pagine, c’è un filo luminoso che non si spezza: Gesù rimane fedele fino alla fine, consegnando il suo spirito nelle mani del Padre; la terra trema, le rocce si spezzano, e lì, in quel momento drammatico, il centurione confessa: “Davvero costui era Figlio di Dio!” (Mt 27,54).

È un particolare quest’ultimo che ci interpella ancora oggi. Il centurione è un soldato che appartiene al mondo della forza, di un potere che si impone. Per mestiere, misura il successo dalla capacità di piegare gli altri, di vincere, di dominare. Eppure, davanti a quest’uomo inchiodato sulla croce, davanti a un amore che non si difende, davanti a una fedeltà che non si piega nemmeno alla morte, il centurione cambia. Il suo criterio di giudizio si spezza. Scopre che la vera potenza non sta nella sua forza o nella spada che uccide, ma nella vita che si dona. E pronuncia la confessione più alta: lui è il Figlio di Dio. Nel momento in cui il potere della morte sembra prevalere, la verità si rivela, l’amore si manifesta e la salvezza si compie.

Oggi, mentre la guerra sembra soffocare ogni parola di pace, proprio qui, dove Gesù pianse, possiamo ascoltare quella stessa confessione. L’ultima parola di Dio per noi è il sepolcro vuoto, è il Signore che precede i discepoli in Galilea, e con loro precede anche noi verso una pace che non è illusione, ma frutto della croce.

“Se avessi compreso anche tu [Gerusalemme], in questo giorno, la via della pace!” (Lc 19,42) – ci dice Gesù. La pace che Lui offre non è un patto fragile tra nemici, ma una pace che passa attraverso la croce, di un Dio che fa dono totale di sé e che non ha bisogno della forza o del potere delle armi. È questo il paradosso che oggi siamo chiamati ad accogliere.

Gerusalemme, la Terra Santa, non è solo un luogo geografico: è il cuore pulsante della nostra fede. Ogni pietra qui parla di salvezza, ogni collina custodisce la memoria del Dio che si è fatto vicino. Vivere la fede qui significa accettare di abitare questa contraddizione: il luogo della resurrezione è anche il luogo del Calvario; il luogo dell’abbraccio di Dio è ancora segnato da tanto odio.

Ma da questo luogo santo impariamo a guardare la città con gli occhi di Cristo. Impariamo a piangere con Lui, ma anche a sperare con Lui. Perché la stessa Gerusalemme che ha rifiutato il Principe della pace ha visto il sepolcro vuoto. La guerra non cancellerà la resurrezione. Il dolore non spegnerà la speranza.

Oggi non portiamo le palme in processione. Portiamo invece la croce, ma una croce che non è un peso inutile, bensì la sorgente della vera pace. Non sventoliamo rami di ulivo, ma scegliamo di diventare noi stessi costruttori di riconciliazione, in ogni gesto, in ogni parola, in ogni relazione.

Carissimi, in questa terra che continua ad attendere la pace, siamo chiamati a essere testimoni di un amore che non si arrende. Che il nostro cammino di fede, anche oggi, possa essere un cammino di speranza. E che la nostra vita, pur nella durezza del presente, sappia portare l'amore di Cristo e la sua luce là dove tutto sembra oscurità.

Amen.

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Le reazioni della Chiesa nel mondo dopo che al card. Pizzaballa è stato impedito di celebrare nella basilica del Santo Sepolcro


Nella Domenica delle Palme – che apre la Settimana Santa – la Polizia israeliana ha impedito al card. Pizzaballa e a fra Ielpo l’ingresso al Santo Sepolcro. Un fatto che ha fatto registrare la dura reazione di diverse Conferenze episcopali in varie parti del mondo che hanno fatto appello alla pace

(Foto ANSA/SIR)

Una domenica delle Palme senza celebrazioni nella Città Santa. Ieri un fatto senza precedenti ha segnato la domenica che apre la Settimana Santa. La Polizia israeliana ha impedito al Patriarca latino di Gerusalemme, il card. Pierbattista Pizzaballa, e al Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, di entrare nella basilica del Santo Sepolcro, dove si stavano recando per celebrare la messa. Un fatto che continua a suscitare reazioni e prese di posizione da ogni parte del mondo cattolico e non solo. Dalla Polonia al Messico, dal Brasile all’Europa, vescovi e conferenze episcopali esprimono solidarietà al Patriarcato latino e alla Custodia, denunciando una ferita alla libertà religiosa e un gesto che colpisce milioni di fedeli.

A nome dei vescovi italiani il card. Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha voluto manifestare “lo sdegno per ‘una misura grave e irragionevole’, condividendo quanto dichiarato nel comunicato congiunto del Patriarcato e della Custodia”. Il presidente della Cei ha definito l’episodio “doloroso per i tanti cristiani che, vivendo in quelle terre, rappresentano una testimonianza essenziale di speranza per tutti i popoli in contesti di divisione e conflitto” ed ha chiesto che “l’incidente sia chiarito immediatamente”. “Le autorità locali e le organizzazioni internazionali – ha poi aggiunto – hanno il dovere inderogabile di garantire la libertà religiosa in Terra Santa, condizione imprescindibile per qualsiasi processo di pace autentico” richiamando le parole di Leone XIV: “al Signore della pace affidiamo le sofferenze di quanti vivono il dramma dei conflitti e delle guerre. A tutti i governanti chiediamo un gesto di riconciliazione e una tregua per la prossima Pasqua”.

I vescovi messicani si uniscono all’appello “urgente per fermare la violenza, rigettare l’uso della religione come giustificazione del conflitto e riconoscere in ogni essere umano un fratello”. “Dalla nostra realtà in Messico, dove la Chiesa lavora attivamente per la costruzione della pace, il dialogo e la riconciliazione, questo avvenimento – si legge nella nota – ci interpella e ci spinge a rinnovare il nostro impegno per una cultura dell’incontro. Crediamo fermamente che la pace non si costruisca dall’imposizione o dalla violenza, ma dal rispetto, dalla giustizia, dal dialogo e dalla fraternità”.
La Chiesa del Messico, attraverso una nota della presidenza della Conferenza episcopale (Cem) ha espresso “il suo profondo dolore e la sua unione con il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa” aggiungendo che quello avvenuto ieri “ferisce la libertà religiosa e la sensibilità di milioni di fedeli nel mondo, all’inizio della Settimana Santa”.

Di fatto “inedito” e “profondamente doloroso” parlano i vescovi del Brasile: “Tale misura, oltre a essere sproporzionata, ferisce principi fondamentali come la libertà religiosa, il rispetto dei Luoghi santi e la tradizione secolare dello Status quo, così necessaria per la convivenza pacifica a Gerusalemme. In un tempo particolarmente sensibile per i cristiani di tutto il mondo, questo avvenimento colpisce non solo la comunità locale, ma anche milioni di fedeli che, in questa Settimana Santa, volgono il loro sguardo e la loro preghiera alla Terra Santa”. I presuli si uniscono in preghiera al patriarcato latino di Gerusalemme, alla Custodia di Terra Santa e a tutti i cristiani della regione, “chiedendo al Signore della pace di rafforzare i cuori davanti alle avversità e di illuminare le autorità, affinché siano rispettati i diritti fondamentali di culto e di libera espressione della fede.
Che Gerusalemme, città santa per ebrei, cristiani e musulmani, sia sempre più segno di riconciliazione, giustizia e pace”.

“Solidarietà” al card. Pizzaballa e a fra Ielpo è arrivata, tra i tanti, anche dall’arcivescovo di Cracovia, il card. Grzegorz Rys, che è anche presidente del Comitato per il dialogo con l’ebraismo dell’episcopato polacco. Il card. Rys ha sottolineato che le sue parole vanno intese “in nome e non contro il dialogo di cristiani ed ebrei”. Dal 1997 la Chiesa polacca, il 17 gennaio, alla vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, celebra la Giornata di dialogo con l’ebraismo che “non va definito come dialogo interreligioso” poiché, citando Giovanni Paolo II, i cristiani chiamano gli ebrei “i loro fratelli maggiori nella fede” oppure, come Benedetto XVI parlano “dei nostri padri nella fede”.

E in un messaggio per la Pasqua mons. Mariano Crociata, presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece) dice che i presuli hanno seguito “con apprensione e allarme l’apertura di nuovi fronti di guerra, dopo quello ucraino, in Medio Oriente, senza dimenticare i molti altri conflitti in corso sparsi per il globo intero”. “L’imminenza della Pasqua cristiana – scrive mons. Crociata – sollecita i credenti e le persone di buona volontà a incoraggiare tutti gli sforzi volti a fermare le violenze, a chiedere tregue, a far giungere aiuti umanitari”: “il mistero di Gesù risorto ci ricorda che la pace è un dono che scaturisce dalla vittoria della speranza e della vita sulla sofferenza e sulla morte. Come cristiani e come cittadini europei siamo chiamati ad accoglierlo e coltivarlo con l’impegno di proteggere la dignità di ogni persona, promuovere la giustizia e operare nel rispetto del diritto internazionale”.
(fonte: Sir, articolo di Raffaele Iaria 30/03/2026)

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Comunicato stampa congiunto del Patriarcato latino di Gerusalemme e della Custodia di Terra Santa
Gerusalemme - Lunedì Santo, 30 marzo 2026

Il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa confermano che le questioni relative alla Settimana Santa e alle celebrazioni pasquali presso la Chiesa del Santo Sepolcro sono state affrontate e risolte in coordinamento con le autorità competenti. In accordo con la Polizia israeliana, è stato garantito l'accesso ai rappresentanti delle Chiese al fine di celebrare le liturgie e le cerimonie e preservare le antiche tradizioni pasquali presso la Chiesa del Santo Sepolcro.

Naturalmente, e alla luce dell'attuale stato di guerra, le restrizioni vigenti sugli assembramenti pubblici restano per il momento in vigore. Di conseguenza, le Chiese garantiranno che le liturgie e le preghiere vengano trasmesse in diretta ai fedeli in Terra Santa e in tutto il mondo.

Esprimiamo la nostra sincera gratitudine a Sua Eccellenza Isaac Herzog, Presidente dello Stato di Israele, per la sua pronta attenzione e il suo prezioso intervento. Estendiamo inoltre il nostro apprezzamento ai Capi di Stato e ai funzionari che hanno agito tempestivamente per comunicare le loro ferme posizioni, molti dei quali ci hanno contattato personalmente per esprimere la loro vicinanza e il loro sostegno.

Desideriamo sottolineare che la fede religiosa costituisce un valore umano supremo, condiviso da tutte le religioni: ebrei, cristiani, musulmani, drusi e altri. Soprattutto in tempi di difficoltà e conflitto, come quelli che stiamo vivendo, salvaguardare la libertà di culto rimane un dovere fondamentale e condiviso.

Ci auguriamo che si continuino a trovare soluzioni adeguate che consentano di pregare nei luoghi di culto, in particolare nei Luoghi Santi di tutte le religioni, nel rispetto sia delle legittime esigenze di sicurezza sia delle osservanze e preghiere religiose di profonda importanza per centinaia di milioni di fedeli.

La Chiesa mantiene un dialogo costante con le autorità, inclusa la polizia israeliana. Preghiamo e speriamo nella fine della tragica guerra che affligge la regione, consapevoli delle gravi conseguenze che essa ha su tutti.

Il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa ribadiscono il loro impegno per il dialogo, il rispetto reciproco e la preservazione dello status quo.

Buona Settimana Santa.





PAPA LEONE XIV: Dio non ascolta le preghiere di chi fa la guerra e ha le mani che grondano sangue - DOMENICA DELLE PALME - Omelia e Angelus (Testo e video)

Dio non ascolta le preghiere 
di chi fa la guerra 
e ha le mani che grondano sangue
Papa Leone XVI

DOMENICA DELLE PALME 
Omelia e Angelus 
(Testo e video)


OMELIA

Cari fratelli e sorelle,

mentre Gesù percorre la via della croce, ci mettiamo dietro di Lui, seguiamo i suoi passi. E camminando con Lui, contempliamo la sua passione per l’umanità, il suo cuore che si spezza, la sua vita che si fa dono d’amore.

Guardiamo a Gesù, che si presenta come Re della pace, 
mentre attorno a Lui si sta preparando la guerra. 
Lui, che rimane fermo nella mitezza, mentre gli altri si agitano nella violenza. 
Lui, che si offre come una carezza per l’umanità, mentre altri impugnano spade e bastoni. 
Lui, che è la luce del mondo, mentre le tenebre stanno per ricoprire la terra. 
Lui, che è venuto a portare la vita, mentre si compie il piano per condannarlo a morte.

Come Re della pace, Gesù vuole riconciliare il mondo nell’abbraccio del Padre e abbattere ogni muro che ci separa da Dio e dal prossimo, perché «Egli è la nostra pace» (Ef 2,14).

Come Re della pace, entra in Gerusalemme in groppa a un asino, non a un cavallo, realizzando l’antica profezia che invitava a esultare per l’arrivo del Messia: «Ecco, a te viene il tuo re. / Egli è giusto e vittorioso, / umile, cavalca un asino, / un puledro figlio d’asina. / Farà sparire il carro da guerra da Efraim / e il cavallo da Gerusalemme, / l’arco di guerra sarà spezzato, / annuncerà la pace alle nazioni» (Zc 9,9-10).

Come Re della pace, quando uno dei suoi discepoli estrae la spada per difenderlo e colpisce il servo del sommo sacerdote, Egli subito lo ferma dicendo: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (Mt 26,52).

Come Re della pace, mentre veniva caricato delle nostre sofferenze e trafitto per le nostre colpe, Egli «non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori» (Is 53,7). Non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra. Ha manifestato il volto mite di Dio, che sempre rifiuta la violenza, e invece di salvare sé stesso si è lasciato inchiodare alla croce, per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia dell’umanità.

Fratelli, sorelle, questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: «Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue» (Is 1,15).

Guardando a Lui, che è stato crocifisso per noi, vediamo i crocifissi dell’umanità. Nelle sue piaghe vediamo le ferite di tante donne e uomini di oggi. Nel suo ultimo grido rivolto al Padre sentiamo il pianto di chi è abbattuto, di chi è senza speranza, di chi è malato, di chi è solo. E soprattutto sentiamo il gemito di dolore di tutti coloro che sono oppressi dalla violenza e di tutte le vittime della guerra.

Cristo, Re della pace, grida ancora dalla sua croce: Dio è amore! Abbiate pietà! Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli!

Con le parole del Servo di Dio, il vescovo Tonino Bello, vorrei affidare questo grido a Maria Santissima, che sta sotto la croce del Figlio, e piange anche ai piedi dei crocifissi di oggi:

«Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari. Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli. […] E che, finalmente, le lacrime di tutte le vittime delle violenze e del dolore saranno presto prosciugate, come la brina dal sole della primavera» (Maria, donna dei nostri giorni).

ANGELUS

Cari fratelli e sorelle,

all’inizio della Settimana Santa, siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi. Proprio mentre la Chiesa contempla il mistero della Passione del Signore, non possiamo dimenticare quanti oggi partecipano in modo reale alla sua sofferenza. La loro prova interpella la coscienza di tutti. Eleviamo la nostra supplica al Principe della pace, affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di riconciliazione e di pace.

Desidero anche affidare al Signore i marittimi che sono vittime della guerra: prego per i defunti, per i feriti e per i loro familiari. Terra, cielo e mare sono creati per la vita e per la pace!

E preghiamo per tutti i migranti morti in mare, in particolare per quelli che hanno perso la vita nei giorni scorsi al largo dell’isola di Creta.

Saluto e ringrazio tutti voi, romani e pellegrini che avete partecipato a questa Celebrazione! Insieme ci rivolgiamo ora alla Vergine Maria, affidando alla sua intercessione ogni nostra supplica. Lasciamoci guidare da lei in questi giorni santi, per seguire con fede e con amore Gesù, nostro Salvatore.



GUARDA IL VIDEO
Celebrazione integrale

domenica 29 marzo 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - DOMENICA DELLE PALME anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


DOMENICA DELLE PALME anno A
Passione del Signore

29 Marzo 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Gerusalemme è la città che ci attende, la città dove Dio vuole abitare, perché è la città della vera fraternità, della convivialità tra popoli diversi. Da veri discepoli del Signore, sentiamoci abitatori di questa città, invocando Dio Padre misericordioso per la salvezza di tutti gli uomini. Preghiamo insieme e diciamo:

R/   Per la passione del tuo Figlio, ascoltaci,  o Padre


Lettore


- Per tutto il popolo cristiano in cammino con Gesù verso la città della fraternità e della pace, perché non si lasci sedurre da altri signori e non faccia proprie le logiche del disprezzo, del respingimento e della negazione degli altri. Preghiamo.

- Per le nostre comunità parrocchiali e religiose, la celebrazione della Settimana Santa diventi un’occasione propizia per meditare la Passione del Signore e interiorizzare il suo amore appassionato per l’umanità, e in particolare per coloro che sperimentano il fallimento della vita. Preghiamo.

- Per tutte le grandi religioni, perché, lasciandosi guidare dalla forza dello Spirito, diventino in mezzo ai popoli un fattore di comprensione e di tolleranza reciproca. Preghiamo.

- Per i governanti delle Nazioni, e in particolare della Russia e dell’Ucraìna, di Israele e della Palestina e dell’intero Medioriente, perché il Signore ispiri pensieri, parole e progetti di pace. Preghiamo.

- Per coloro che governano il nostro Paese e amministrano le nostre città, perché siano attenti ai poveri, al bene comune e al bene delle nuove generazioni. Preghiamo.

- Per le nostre famiglie, perché la ricorrenza della Pasqua susciti in tutti il desiderio di una vita nuova, segnata dalla riconciliazione, dal dialogo e dalla comprensione reciproca. Preghiamo.

- Per tutti noi, che ci prepariamo a celebrare la Pasqua del Signore, perché segni un vero passaggio, un vero salto di qualità nella nostra vita di credenti e di cittadini. Preghiamo.


Per chi presiede

Ascolta, o Padre, le nostre preghiere. Rendici capaci di saper camminare con Gesù nella via della Croce, nella via del dono e dell’amore, e così partecipare alla sua Risurrezione. Te lo chiediamo perché Lui è nostro Signore e Fratello, vivente nei secoli dei secoli.

AMEN.


VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV NEL PRINCIPATO DI MONACO 28 marzo 2026 - Tutti i testi e video integrali e video di un minuto riassuntivo di tutta la giornata

VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV
NEL PRINCIPATO DI MONACO

28 marzo 2026

07:00 Partenza in elicottero dall’Eliporto di Città del Vaticano per Monaco

09:00 Arrivo all’Eliporto di Monaco
  • ACCOGLIENZA UFFICIALE
Al suo arrivo, il Santo Padre viene accolto da S. A. S. il Principe di Monaco Alberto II e dalla Principessa Charlène.

Dopo 21 colpi di cannone, la Guardia d’Onore e la presentazione delle rispettive Delegazioni nella hall dell’eliporto, il Papa raggiunge il Salone d’Onore, mentre il Principe e la Principessa partono per il Palazzo del Principe.

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09:25 CERIMONIA DI BENVENUTO nel Palazzo del Principe di Monaco

09:40 VISITA DI CORTESIA A S.A.S. IL PRINCIPE DI MONACO
  • SALUTO ALLA POPOLAZIONE
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11:00 INCONTRO CON LA COMUNITÀ CATTOLICA nella Cattedrale dell’Immacolata Concezione

Alle ore 10.53 il Santo Padre Leone XIV si è trasferito in papamobile alla Cattedrale dell’Immacolata Concezione per la celebrazione dell’Ora Media con la Comunità Cattolica prevista alle ore 11.07.

Due bambini hanno offerto dei fiori al Santo Padre, che è stato accolto dal Principe, dalla Principessa e dall’Arcivescovo di Monaco, Mons. Dominique-Marie David, ai piedi della scalinata monumentale, e dal parroco, Canonico Daniel Deltreuil, all’ingresso della Cattedrale.

All’ingresso, tre canonici hanno offerto al Pontefice la croce e l’acqua benedetta per l’aspersione, che successivamente ha attraversato la navata centrale e raggiunto l’altare, mentre il coro ha intonato un canto. Al termine dell’incontro il Santo Padre si è trasferito in papamobile alla chiesa di Santa Devota.
  • OMELIA NELLA CELEBRAZIONE DELL’ORA MEDIA
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11:45 INCONTRO CON I GIOVANI E I CATECUMENI nell’area antistante la Chiesa di Santa Devota

Alle ore 12.00 circa, il Santo Padre Leone XIV si è trasferito alla Chiesa di Santa Devota per l’incontro con i giovani e i catecumeni.

Al Suo arrivo nel piazzale antistante la chiesa, il Papa è stato accolto dall’Arcivescovo di Monaco, S.E. Mons. Dominique-Marie David, e dal parroco della chiesa, padre Arz Dominique.

Dopo il saluto di benvenuto da parte dell’Arcivescovo di Monaco e le testimonianze di alcuni giovani e catecumeni il Papa ha pronunciato il Suo discorso seguito dalla benedizione e dal canto finale.
  • DISCORSO DEL SANTO PADRE
Guarda il video

Al termine, alle ore 12.55 circa, Leone XIV si è trasferito in auto aperta all’Arcivescovado dove all’ingresso è stato accolto dal personale. Quindi ha avuto luogo il pranzo.

15:30
SANTA MESSA nello Stadio Louis II

Alle ore 14.45 il Santo Padre si è trasferito in auto aperta allo Stadio Louis II. Al Suo arrivo ha compiuto un giro tra i fedeli in golf cart.

Quindi intorno alle ore 15.30, il Papa ha presieduto la Celebrazione Eucaristica.

Guarda il video dell'arrivo allo stadio
  • OMELIA 
Guarda il video integrale della S. Messa

Al termine della Celebrazione, l’Arcivescovo di Monaco, S.E. Mons. Dominique-Marie David, ha rivolto al Santo Padre alcune parole di ringraziamento.

Prima di lasciare lo Stadio, il Pontefice ha salutato alcune persone assistite da associazioni ecclesiastiche e laiche.

17:35 CONGEDO UFFICIALE presso l’eliporto di Monaco

Intorno alle ore 17:15, il Santo Padre ha lasciato lo Stadio Louis II e si è trasferito in auto all’Eliporto di Monaco dove, verso le 17:20, si è svolta la cerimonia di congedo dal Principato di Monaco.

Dopo il saluto del Seguito locale e della Delegazione monegasca nella hall dell’Eliporto, il Santo Padre ha attraversato la Guardia d’Onore e si è congedato da S. A. S il Principe Alberto II e dalla Principessa Charlène, quindi è salito a bordo dell’elicottero ed è partito alle 17.30 alla volta di Città del Vaticano. 

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17:45 Partenza in elicottero dall’Eliporto di Monaco per Città del Vaticano

19:45 Arrivo all’Eliporto di Città del Vaticano

L’atterraggio è avvenuto alle ore 18.57.


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In un minuto il viaggio di Leone nel Principato di Monaco

Le immagini esclusive di Vatican Media raccontano la giornata del Papa nello Stato monegasco, il secondo più piccolo al mondo dopo la Città del Vaticano

Guarda il video

Circa 8 ore di permanenza nel Principato di Monaco, secondo viaggio apostolico per Papa Leone. Il Pontefice è giunto in elicottero intorno alle 9 di oggi, 28 marzo, e dopo la Guardia d'onore, i 21 colpi di cannone e la presentazione delle rispettive delegazioni, Leone XIV si è recato al Palazzo del Principe per la cerimonia di benvenuto, a seguire la visita di cortesia ad Alberto II. In mattinata poi l'incontro con la comunità cattolica nella Cattedrale della Immacolata Concezione e quello con i giovani e i catecumeni nel piazzale antistante la chiesa di Santa Devota, la patrona del piccolo Stato. Ultimo appuntamento di giornata la Messa nello Stadio Louis II davanti a 15mila persone e la cerimonia di congedo per il rientro in Vaticano.
(fonte: Vatican News 28/03/2026)



"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 21 - 2025/2026 - DOMENICA DELLE PALME anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

DOMENICA DELLE PALME - anno A

Vangelo:

«Veramente costui era Figlio di Dio». Grande è il mistero della rivelazione di Dio agli uomini: il Figlio dell'uomo è riconosciuto come Figlio di Dio da un essere immondo, un pagano. I lineamenti del volto di Dio sono stati riconosciuti nel volto di Gesù proprio da coloro che lo hanno inchiodato sul patibolo del nostro peccato. Solo dopo la sua morte in croce siamo finalmente in grado di sperimentare quanto amore c'è nel cuore del Padre. Davanti al corpo straziato del Signore si lacera il velo che celava il volto di Dio e cessa l'ignoranza che da sempre ci fa fuggire lontano da Lui. La morte in croce di Gesù annulla e distrugge per sempre l'immagine di un Dio giudice inflessibile, terribile e vendicativo che noi, abili costruttori di idoli, abbiamo scolpito, scoprendo finalmente il volto di un Padre che, nonostante i nostri crimini, continua ad amarci follemente. Mai potrà esserci peccato più grande dell'assassinio di Gesù, ma ai nostri deliri di onnipotenza, Dio risponde sempre con la impotenza del suo amore. La croce, da infame patibolo, diviene Sapienza di Dio che vince la sapienza dei sapienti, la potenza che riduce al nulla ogni potere di morte (cfr.1Cor 1,18-31). «Nella croce contempliamo stupiti ciò che nessun uomo avrebbe mai sognato di contemplare: l'inimmaginabile amore del Padre per ognuno di noi» (cit.). La croce, apice della storia di Dio e dell'uomo, diviene il luogo teologico dove Dio e uomo si incontrano formando una sola carne. E come ultimo immenso dono, Gesù consegna a noi il suo stesso Spirito datore di vita, che ricrea un mondo e un uomo nuovi non più sottoposti al potere della morte.