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mercoledì 4 febbraio 2026

Giuseppe Savagnone: Ma il problema della scuola italiana sono i docenti di sinistra?

Giuseppe Savagnone 
Ma il problema della scuola italiana
sono i docenti di sinistra?
 

Un questionario sulla scuola

Ha suscitato vivaci polemiche l’iniziativa di Azione Studentesca, l’organizzazione giovanile legata a Fratelli d’Italia, che, attraverso un QR Code contenuto in manifesti e volantini, ha sottoposto a studentesse e studenti di diverse città italiane una serie di domande, con lo scopo di fornire un «rapporto nazionale sulla situazione della scuola italiana».

Fra i vari punti del questionario ce n’era uno, che ha dato origine alle proteste, dedicato alla «Politicizzazione delle aule». In esso si chiedeva: «Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni?». In caso di risposta positiva, la domanda successiva era: «Descrivere uno dei casi più eclatanti».

Dopo l’iniziativa di Azione Studentesca, la segretaria generale della Flc Cgil, Gianna Fracassi ha scritto al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara che essa «configura una forma di schedatura o stesura di una lista di proscrizione basata su presunte o reali opinioni politiche e rappresenta una grave violazione dei principi democratici che fondano il sistema educativo pubblico, oltre a costituire un attacco all’autonomia e alla libertà della comunità educante».

In risposta, il ministero ha fatto sapere di aver avviato accertamenti, il cui esito, però, non giustifica le accuse: «Da quanto risulta al momento si tratta di un’iniziativa autonoma promossa da alcuni studenti, che avrebbero effettuato una sorta di sondaggio anonimo», ha affermato la sottosegretaria all’Istruzione, Paola Frassinetti. E questa è anche la posizione di Riccardo Ponzio, presidente di Azione studentesca: «Ma quali liste di proscrizione o schedature, il questionario è anonimo e non chiediamo nomi».

Ma, in senso contrario, anche l’Associazione nazionale presidi è intervenuta, dichiarando una forte preoccupazione. «La libertà di insegnamento, nel quadro dei valori costituzionali – ricorda il presidente dell’associazione Antonello Giannelli – rappresenta un pilastro irrinunciabile del sistema educativo. Questa iniziativa di Azione studentesca è inaccettabile perché lesiva dei principi fondamentali della democrazia».

E ha avuto una diffusione virale su internet un video, in cui un docente di Pordenone sottolinea il senso inquisitorio del questionario, e che si conclude con la sua auto-denuncia: «Sono un docente di sinistra, schedatemi pure».

La replica dei giornali di destra

Alle accuse hanno risposto unanimi i giornali di destra parlando di «bufala» («Il Giornale») della sinistra, che, «a ben guardare, sembra proprio la prova» di «una verità che alcuni preferirebbero tenere nascosta: che in molte aule italiane la libertà di pensiero non è un diritto di tutti, ma un privilegio riservato a chi la pensa “giusto”» («Il Tempo»).

Su questa linea, ma assai più articolato, l’editoriale di Mario Sechi su «Libero». un intervento di particolare peso, non solo perché Sechi è il direttore del quotidiano, ma anche perché è stato per un certo tempo portavoce della presidente del Consiglio e le sue posizioni, perciò, sono sicuramente vicine a quelle di Giorgia Meloni.

L’autore inserisce la polemica sul questionario di Azione Studentesca in una narrazione più ampia, di cui vale la pena riportare per esteso i passaggi: «L’egemonia culturale della sinistra nella pop è finita. La grande rivoluzione fu quella della Tv commerciale di Silvio Berlusconi che introdusse nell’immaginario gli elementi dello show americano, del cabaret, dello sport come fenomeno di costume. Ai compagni sono rimasti i santuari della presunta editoria colta (che non vende) e il fortino dell’università e della scuola di ogni ordine e grado, ad eccezione delle elementari che ancora resistono (…). Salvo le maestre, il resto della truppa (con qualche eroica singolarità) è arruolato nella legione dei post-marxisti che al ’68 devono il posto, la carriera, l’influenza sula formazione degli italiani di domani».

Già i libri di testo, secondo Sechi, esprimono questa faziosità. «Ma se saliamo in cattedra, il quadro è ancora più tragicomico, perché il pre-giudizio tracima verso i banchi senza che alcuno alzi il dito e obietti: “Caro professore, la sua opinione, pur meritevole di attenzione, è priva di equilibrio e di autorevolezza, i valori liberali ai quali la scuola dovrebbe ispirarsi nella sua autonomia, lei li sta tradendo”».

Da qui «i cortei pro-Pal di ragazzi che farneticano “la Palestina libera dal fiume al mare”, Greta Thunberg elevata sull’altare dell’’ignoranza (…) i rettori farsi complici di frange violente che predicano l’antisemitismo».

La conclusione del direttore di «Libero» è la stessa che abbiamo visto su «Il Tempo»: «La reazione scomposta del Pd a un innocuo ma dirompente sondaggio di Azione Studentesca è la prova della cattiva coscienza dell’etablishment sgrammaticato».

A proposito di egemonia della sinistra: il caso della TV

Il ragionamento di Mario Sechi, esplicitando in modo più articolato le ragioni della destra sull’episodio, è quella che si presta – forse più dell’episodio in se stesso – a qualche considerazione critica. A partire dall’affermazione che l’avvento della TV commerciale di Berlusconi, avrebbe segnato la fine dall’«egemonia culturale della sinistra», legata alla stagione televisiva precedente. Di quest’ultima io stesso posso dire qualcosa perché vi ho assistito in prima persona e la ricordo benissimo.

È stato grazie ad essa che il grande pubblico ha potuto conoscere splendide opere teatrali, come i drammi di Pirandello e di Cechov, o riduzioni di capolavori della grande letteratura mondiale, come «Il mulino del Po», di Bacchelli e «L’idiota» di Dostoevskij, sempre trasmessi in prima serata. Ed è stato grazie ad essa che la conoscenza media della lingua italiana si è diffusa anche a larghe frange di popolazione prima legata quasi esclusivamente al proprio dialetto. Non per nulla la definizione tecnica che ne è stata data è quella di «TV pedagogica». Peraltro, era una TV che sapeva anche divertire – famosi alcuni spettacoli di varietà come «Domenica è sempre domenica» o «Un due tre» – , ma senza mai scadere nella volgarità.

La TV commerciale introdotta da Berlusconi, essendo privata e reggendosi sui profitti derivanti dalla pubblicità, ha dovuto imporsi puntando non su ciò che poteva giovare alla crescita culturale e morale della gente, ma sui suoi gusti immediati. Certo, essa ha infranto una serie di tabù, ma per far questo ha dovuto adottare come motto quello che, secondo Karl Popper, nel suo libro «Cattiva maestra televisione», rende pericolosissimo questo mezzo di comunicazione: «Dare al pubblico quello che il pubblico desidera».

È stato così che si è innescato un circuito perverso tra il progressivo scadimento dei programmi – che ha portato alla esclusione dalla prima serata di tutto ciò che fosse in qualche modo impegnativo – e un progressivo imbarbarimento dei gusti degli spettatori. E questo non ha segnato la fine dell’egemonia della sinistra – che non c’era mai stata – , ma il progressivo declino del senso intimo del pudore, non quello dei corpi, ma quello dell’anima, che spettacoli come «Il Grande Fratello» o le trasmissioni di Maria De Filippi hanno aiutato molto a oscurare.

I «compagni» controllano la scuola?

Non mi sarei soffermato su questo primo passaggio dell’editoriale dei Mario Sechi se non fosse molto significativo dell’idea che il direttore di «Libero» ha della cultura. A questo punto si capisce che, dal suo punto di vista, la scuola – ancora, sia pure a fatica, fedele al progetto di una educazione intellettuale e civile – sia sfuggita alla “liberazione” portata dalle TV di Berlusconi e sia rimasta «il fortino» dei «compagni».

Ma chi sono questi «compagni»? Diretta erede del vocabolario intimidatorio del “cavaliere”, la destra continua, come lui, a chiamare “comunisti” – un termine che evoca il totalitarismo sovietico (da decenni scomparso e sostituito dal regime attuale, tutt’altro che “di sinistra”) e una minaccia incombente per la libertà e la proprietà privata – i rappresentanti di una opposizione che del marxismo, in realtà, non conserva la più lontana traccia.

La “compagna” Schlein si è formata nella cultura “liberal” americana e ha posizioni che se mai ricordano il vecchio partito radicale, centrato sulla rivendicazione dei diritti individuali, quelli che Marx bollava come «robinsonate», perché volti a garantire la realizzazione egoistica del singolo nella sua isola felice. Da dove anche la perdita di rapporto tra il PD e i tradizionali sostenitori del vecchio partito comunista, operai, indigenti, emarginati. Il “compagno” Conte è un populista, le cui posizioni in campo sociale sono prive di una reale base filosofica, sicuramente lontane della visione marxista.

Ma il punto più problematico dell’analisi di Sechi è che essa sembra provenire da una persona che non ha idea di come funzioni realmente la relazione tra insegnanti e alunni dentro un’aula scolastica. Prima che ingiusta verso i docenti, questa analisi lo è nei confronti degli studenti, dipinti come succubi impotenti di fronte ad una dittatura culturale dei loro insegnanti, incapaci perfino di alzare il dito e di muovere una timida obiezione.

Ho insegnato per quarantun anni nei licei e posso assicurare, a chi non lo sapesse, che gli alunni in ogni scuola fanno sentire alta la loro voce, per dialogare ma anche, se inascoltati, per contestare i docenti, o addirittura i dirigenti scolastici. Senza dire che ormai i loro punti di riferimento sono più i social che la scuola, e immaginarli plagiati dai loro insegnanti è, questo sì, «tragicomico».

Quanto poi ai docenti, perché non dovrebbero essere di sinistra o di destra o di qualunque altra tendenza intellettuale e politica? Un insegnante non è il ripetitore meccanico di nozioni neutre – questo lo può fare anche meglio una intelligenza artificiale – , ma è chiamato a interpretare il significato dei dati della sua disciplina per la vita reale e questo richiede, da parte sua una visione del mondo e della società. Non esiste, né a scuola né altrove, “uno sguardo da nessun luogo”.

L’oggettività a cui la scuola deve educare non è la negazione delle diversità di vedute, che implicherebbe l’uniformità di un pensiero unico, ma il dialogo incessante tra persone impegnate in una ricerca comune a partire dai rispettivi punti di vista e, proprio in nome di questa ricerca, capaci di rimetterli continuamente in discussione.

Ciò che sta indebolendo la funzione educativa della scuola non è l’eccesso di ideologie, ma la carenza di idee e di valori, in un clima culturale che rende difficile – in primo luogo a chi dovrebbe educare i più giovani a maturare le une e gli altri – avere ancora delle convinzioni.

È assolutamente appropriata, a questo proposito, la riflessione di Massimo Gramellini, sul «Corriere della sera», quando ricorda con profonda stima e affetto una sua maestra delle elementari, convinta comunista, e un suo professore di Storia, di destra. «La pensavano diversamente su tutto, scrive Gramellini, tranne che sull’essenziale: il valore della cultura e la passione con cui trasmetterla (…) Erano di parte? Certo. Ma erano bravi e sensibili».

E conclude: «Il problema della scuola non sono gli insegnanti schierati, ma gli insegnanti disamorati. Non quelli che credono ancora qualcosa, ma quelli che – anche a causa della scarsa considerazione di cui godono – non credono più in niente».
(fonte: I Chiaroscuri 30/01/2026)


La democrazia sotto assedio di Mauro Magatti

La democrazia sotto assedio 
di Mauro Magatti


All’indomani del 1989 la democrazia liberale è apparsa come la forma politica destinata ad affermarsi su scala planetaria. L’idea della «fine della storia» esprimeva questa fiducia: pur tra conflitti e ritardi, il mondo si sarebbe progressivamente allineato a un modello fondato su elezioni libere, diritti individuali, Stato di diritto.

Oggi, a distanza di poco più di trent’anni, lo scenario appare capovolto.
La democrazia si percepisce non più come destino, ma come eccezione sotto assedio. Non solo è sfidata dall’esterno da regimi autoritari sempre più assertivi, ma sembra erodersi dall’interno, perdendo presa, legittimità, capacità di orientare il futuro. Dove il calo nei tassi di partecipazione al voto (nelle recenti regionali italiane è sceso sotto il 45%) è l’indicatore più evidente della crisi.

Che cosa sta succedendo? Tutta la monumentale opera di Jürgen Habermas, il più importante filosofo tedesco degli ultimi decenni, insiste su un punto: al di là delle regole giuridiche e della divisione dei poteri, la democrazia si è storicamente sviluppata come portato di lungo periodo dell’invenzione della stampa. È stata infatti la diffusione dei giornali, dei pamphlet, dei libri che ha reso possibile la nascita della sfera pubblica: uno spazio intermedio tra Stato e società in cui cittadini formalmente uguali potevano informarsi, discutere, formarsi un’opinione.

D’altronde l’istituzione simbolo della democrazia — il Parlamento — è il luogo in cui si parla, si argomenta, si cerca un accordo attraverso la parola. La legittimità democratica non deriva solo dal voto, ma dal fatto che le decisioni sono il risultato di un processo discorsivo, in cui ragioni diverse si confrontano pubblicamente.

Questa architettura comunicativa è sopravvissuta, pur con qualche fatica, all’epoca televisiva. Ma oggi essa è profondamente scossa dal digitale. Nel nuovo ambiente tecnologico, la capacità della parola di costruire consenso si va progressivamente indebolendo. I social media hanno segnato una prima rottura: la sfera pubblica si è frammentata in una molteplicità di micro-spazi, spesso chiusi, polarizzati, dominati da logiche emotive più che argomentative. 
L’attenzione è diventata una risorsa scarsa, contesa da messaggi brevi, semplificati, aggressivi. In questo contesto, la parola non serve più tanto a convincere quanto a mobilitare, a rafforzare identità già date, a suscitare reazioni immediate.

Adesso, con l’intelligenza artificiale, siamo entrati in una fase nuova.
Il problema non riguarda più solo la qualità del dibattito pubblico, ma il modo in cui produciamo, validiamo e condividiamo la conoscenza. Quando testi, immagini, argomentazioni possono essere generati automaticamente, in quantità illimitata e con un alto grado di verosimiglianza, diventa sempre più difficile distinguere tra informazione e manipolazione, tra sapere fondato e simulazione. Più radicalmente, la parola perde il suo legame con un soggetto responsabile e con un’esperienza condivisa del mondo. Il rischio non è solo la disinformazione, ma una più generale erosione della fiducia cognitiva, condizione necessaria per la deliberazione democratica.

Siamo in un tempo in cui la profezia di Leibniz «verrà un tempo in cui, invece di discutere, diremo: calcoliamo» — sembra davvero a portata di mano. Anche se gli esiti sono diversi da quelli attesi. Secondo il filosofo tedesco, il progresso avrebbe un giorno permesso di risolvere le controversie riducendole a problemi di calcolo. In effetti, l’eccesso di opinioni, narrazioni, emozioni che rende la discussione sempre più sterile viene oggi ricomposto affidando le decisioni a modelli, algoritmi, sistemi di ottimizzazione che promettono efficienza e neutralità. Non si discute più perché discutere appare inutile o troppo costoso; si «calcola» perché il calcolo sembra l’unico modo per risolvere le controversie e governare la complessità.

Così, la vittoria dell’algoritmo convive con il crescente caos comunicativo che svuota ogni giorno di più la stessa democrazia. Creare un consenso minimamente stabile è sempre più difficile.

Di fronte a tutto questo è necessario porsi la domanda: può la democrazia sopravvivere al tempo della comunicazione digitale? Al di là delle minacce esterne — autoritarismi, conflitti geopolitici, pressioni economiche — è questa la prima sfida da vincere. Non possiamo più dare per scontate le condizioni simboliche e comunicative su cui si regge la democrazia: un linguaggio condiviso, un minimo consenso sui fatti, la disponibilità ad ascoltare ragioni diverse. Ma senza una parola che abbia il potere di legare, di orientare, di generare senso comune, le istituzioni democratiche diventano gusci formali, esposti alla sfiducia e alla disaffezione.

Non sono questioni di poco conto. In gioco c’è il nostro modello politico e la capacità delle nostre società di continuare a governarsi attraverso la parola, anziché finire in balia del rumore, del calcolo o dell’odio.

(Fonte:  “Corriere della Sera” - 29 gennaio 2026)


martedì 3 febbraio 2026

La scuola non è un’isola

La scuola non è un’isola

Ai fatti violenti compiuti da giovani si risponde chiamando sempre in causa la scuola, come se essa non fosse dentro un contesto sociale e comunicativo di continua aggressività; e mentre il governo sceglie di reprimere, in realtà taglia sulla necessaria prevenzione.


A leggere non pochi ‘articoli’ usciti via via sulla terribile vicenda accaduta in una scuola di La Spezia — con la morte di Youssef Abanoud, ucciso in classe da un compagno —, insieme ad altri episodi simili di aggressività giovanile di cui la ‘cronaca’ non perde una notizia, viene lo sconforto. Non solo per il fatto in sé, certamente gravissimo, certamente segno di una situazione giovanile complessa, ma per tutta la retorica che ne segue; perché poi agli eventi drammatici si unisce la solita squallida trafila di speculazioni, politiche e comunicative, per raccattare qualche misero punti di consenso, per animare le discussioni da bar o da serale di Rete4… ed emerge, in modo più o meno subdolo, che, insomma, la colpa è della scuola e degli insegnanti che non hanno fatto, non hanno agito per tempo, etc… Come se, ad esempio, stando a quanto pare sia successo nei mesi scorsi a La Spezia grazie a un insegnante, mettere in cerchio degli adolescenti per far esprimere delle emozioni profonde, anche contraddittorie o ‘di morte’, comporterebbe subito l’avviso dell’autorità giudiziaria. Non vedendo, invece, l’utilità di un simile esercizio, che cerca di esternalizzare, dare spazio anche a pulsioni negative: e oggi, sinceramente, chi lo fa con i ragazzi e le ragazze?
Perché, in fondo, che siano comportamenti aggressivi o auto-aggressivi, in crescita tra gli adolescenti, c’è sempre del disagio da accogliere, comprendere, gestire; c’è sempre un percorso educativo che da una parte chiede e chiama alla responsabilità seria dei propri gesti, ma poi domanda anche ascolto.

E la scuola? Questa scuola che ‘non farebbe abbastanza’, questa scuola — leggi insegnanti, in buona sostanza ­— che si arrabatta in mille educazioni, mille burocrazie, fondi e bandi, programmi e progetti, in strutture ed edifici che, spesso, già stanno dicendo ai ragazzi quanto lo Stato (la comunità) crede in quello che essi fanno: ossia poco o niente…

Il punto è che si continua a pensare alla scuola come a un’isola, non figlia e sorella della società in cui essa è, in cui tutti siamo: ma se la scena mondiale è dominata da quattro anziani ‘bulli’ che fanno della violenza e dell’aggressività il loro distintivo e la loro bussola, che legittimano la forza e la menzogna come strumenti di dominio; se l’economia è regno della competitività sfrenata, dove conta l’accumulo e il debole perisca; se la comunicazione è un semplice prendere atto o, troppo sovente, un solleticare l’immagine tossica del dominatore, facendo leva sugli istinti più bassi e più emotivi del pubblico, da impaurire, da spaventare, per invocare ‘legge e ordine’; se la demografia ci dice di una società sempre più vecchia, sempre più nostalgica… e ugualmente violenta (perché l’aggressività non è certo solo dei ragazzi)…
E se, soprattutto, ogni azione violenta non fa altro che produrre una semplice idea di repressione per accontentare il pubblico che beve da tv, giornali e social le continue narrazioni di mostri, evitando ogni analisi, ogni richiamo alla realtà… bene, se tutto questo accade, crediamo davvero che la barchetta sgangherata della scuola possa attraversare indenne la tempesta, con il suo carico di umanità fragile, disorientata, in formazione? Che la scuola salvi, guarisca, rammendi, essa sola, essa unica?

I giovani, la scuola, tutti assorbono questo clima velenoso di violenza. Una scuola che è stata piegata (e piagata) nel corso degli anni da logiche che sono solo economiche e non certo educative. E ci si stupisce di quanto accade?
Il tempo pieno, l’aumento delle ore di presenza a scuola, soprattutto negli anni delicatissimi della preadolescenza, non aumenta, anzi; le ore di scienze motorie sono le medesime da decenni; i percorsi artistici e creativi sono lasciati alla buona volontà di qualche insegnante generoso, senza una vera ideazione globale; le biblioteche scolastiche sono aperte a macchia di leopardo; le classi pollaio, che per il ministro non inficiano il clima educativo, sono non raramente la norma, soprattutto in quartieri e in istituti dove il disagio richiederebbe ben altre presenze di adulti; gli sportelli psicologici, quando ci sono, hanno la disponibilità di una manciata di ore; pochi i percorsi per i genitori, e spesso così facoltativi che ci va chi non ne ha veramente bisogno: e come raggiungere allora le famiglie, prima che esploda la cronaca? Senza parlare del far west del mondo digitale, che si fatica a regolare per non toccare interessi molto corposi.

Ora, si parla di mettere in certi casi i metal detector nelle scuole e simili azioni di matrice più poliziesca che educativa; l’ottica, pur nell’aumento dei reati, è insomma quella della repressione, che senza una seria prevenzione è semplicemente propaganda pseudo-rassicurante.
Invece, tanto per stare ai numeri, l’attuale governo ha portato il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, che nasce nel 2016 con una dotazione di 100 milioni, a 3 milioni; il Fondo politiche giovanili è stato dimezzato; il Fondo per l’infanzia e l’adolescenza ha perso il 10%; i comuni devono far fronte a bisogni crescenti con bilanci più magri (fonte Dataroom, Corriere della sera); la quota di PIL spesa in istruzione è scesa al 3.9%, dando all’Italia l’invidiabile posto di terz’ultimo paese in UE dopo Romania e Irlanda, contro una media UE del 4.7% (fonte Openpolis).

Di cosa, dunque, stiamo parlando?

E ma la famiglia… ma la scuola, signora mia, i giovani di oggi, i professori…
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Sergio Di Benedetto 02/02/2026)

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Vedi anche il post precedente:


La denuncia dell’Ong: «Centinaia di migranti dispersi tra Tunisia e Lampedusa nei giorni del ciclone Harry»

La denuncia dell’Ong: «Centinaia di migranti dispersi 
tra Tunisia e Lampedusa nei giorni del ciclone Harry»

Almeno otto imbarcazioni partite da Sfax sono scomparse nel nulla durante le bufere di fine gennaio. Mediterranea Saving Humans lancia l'allarme sulla più grande tragedia degli ultimi anni, denunciando il silenzio dei governi di Italia e Malta

Moltissime le imbarcazioni partite dalle coste nordafricane in contemporanea all'emergere del ciclone Harry.
ANSA/CECILIA FERRARA

Negli ultimi giorni sono emersi nuovi elementi e nuove voci raccolte dai Refugees in Libia e Tunisia che segnalano come la situazione dei dispersi nel Mar Mediterraneo sia estremamente critica. Dura la denuncia da parte del presidente di Mediterranea Saving Humans, Laura Marmorale: «Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito». Sono almeno 380 le persone che risultano disperse nel mediterraneo dal 24 gennaio. 

L’allerta raggruppa una serie di imbarcazioni, otto, partite separatamente dalle sponde di Sfax, costa orientale della Tunisia. La loro partenza verso l’Europa è avvenuta in contemporanea allo scoppiare dell’emergenza legata al ciclone Harry, che ha reso le condizioni del mare impraticabili per una traversata di questo tipo: onde di oltre 7 metri e raffiche di vento che raramente si sono registrate nel Mediterraneo.
Le testimonianze di Refugees forniscono una panoramica completa dell’emergenza vissuta in questo periodo. Dal 15 gennaio sono aumentate pressioni da parte dei militari tunisini negli accampamenti degli uliveti intorno alla città di Sfax e, di conseguenza, è stata allentata la stretta dei controlli sulle spiagge. 

Questo ha aperto le porte dei vari convogli a inseguire il sogno del vecchio continente.
Ma il tratto di costa che va da Sfax a Mahdia è diventato un perimetro di sogni infranti. 

Si stima che un singolo trafficante, noto come Mohamed “Mauritania”, abbia coordinato la partenza di cinque convogli, ciascuno con a bordo oltre 50 persone. I numeri della tragedia si snodano lungo i chilometri della costa: tra il km 19 e quello 21 sono salpate dieci imbarcazioni, altre sette dal km 30. Di queste solo una ha raggiunto Lampedusa. A bordo c’era il sopravvissuto Ramadan Konte.
Delle altre imbarcazioni non resta traccia, se non nelle denunce di chi resta. Mentre decine di corpi vengono recuperati dalle autorità maltesi e dalle navi civili, la portata di quanto accaduto sembra superare di gran lunga le scarne versioni ufficiali. 

In questo vuoto di comunicazione e soccorsi, il Mediterraneo centrale si conferma la rotta della morte, dove il silenzio delle istituzioni italiane e maltesi risuona più forte del rumore delle onde che hanno inghiottito centinaia di vite.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Paolo Fischiardi 02/02/2026)

lunedì 2 febbraio 2026

2 febbraio Festa di famiglia!

2 febbraio
Festa di famiglia!


Il compleanno non è un giorno come gli altri, è un giorno che tutti ricordiamo perché è un giorno che segna l'inizio di una storia, e come tale andrebbe sempre festeggiato perché è l'avvio di una vita nuova che inevitabilmente coinvolge anche altre vite e altre storie... a cominciare da quella della famiglia per poi allargarsi aprendosi ad altre realtà, ed è un giorno in cui di solito con il passare degli anni diventa un'occasione per riflettere sul presente, sul passato e per fare progetti per il futuro...

Anche i social tengono conto dell'importanza di questo giorno e ci ricordano puntualmente i compleanni degli "amici".
Proprio perché apprezziamo questa attenzione, anche noi di Quelli della Via vogliamo raccoglierne l'esempio e comunicare a tutti che oggi è una data importante per noi, e ci piace condividerne il ricordo con chi ci segue.

"Quelli della Via" è come una famiglia, il cui "capostipite" è "TEMPO PERSO", infatti è con questo piccolo sito che nel Maggio del 2002 è cominciata la nostra vita nel web, abbiamo pensato molto al nome e, anche dopo tanti anni, siamo ancora soddisfatti della scelta perché pensiamo che ci rappresenti, e, visto che poteva essere frainteso, fin da subito abbiamo voluto spiegarne il senso; la HOME era quasi un manifesto in cui si evidenziava quello che sarebbe stato il nostro percorso ed alcune figure di riferimento. 
Ecco un piccolo e apparentemente insignificante, ma per noi importante, esempio dello stile scelto: 
AVVISO AI NAVIGANTI in questo sito non ci sarà un contatore delle visite non ci importano i numeri ci interessano le Persone per questo, se vuoi, potrai lasciare UNA TRACCIA, LA TUA, inviandoci un pensiero, un'idea, un consiglio, oppure scrivici quello che ti senti di comunicarci, nello stile della massima libertà, da uomini e donne veramente responsabili tempo-perso@libero.it

TEMPO PERSO non è rimasto solo e il 2 febbraio 2010 è "nato" il blog "PIETRE VIVE".

Ecco la data importante per noi che oggi vogliamo festeggiare con tutti coloro che ci seguono e in qualche modo sono diventati la "famiglia allargata" di Quelli della Via che dal 20 agosto 2010 comprende anche la Pagina/Community in facebook Quelli della Via  (che in questo momento risulta avere 14.698 Follower, e per noi non sono numeri, ma persone che ci hanno dato la loro fiducia).

Con questo post abbiamo voluto celebrare il "compleanno di Pietre Vive", ripercorrendo  insieme a chi si sente parte di questa "famiglia", alcune tappe del nostro passato per poterne apprezzare il presente e ritrovare una rinnovata energia per affrontare il futuro. 

Per concludere di seguito segnaliamo il link al primo post pubblicato che è come il primo passo di un neonato, incerto, ma fondamentale; da quello infatti ne sono seguiti tanti altri, fino ad oggi 16.136!



ANGELUS 01/02/2026 Papa Leone XIV: Gesù illumina il senso della storia

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 1 febbraio 2026

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Papa Leone XIV all'Angelus: Gesù illumina il senso della storia


Finalmente il sole splende su Roma. E così, grazie anche a una temperatura gradevole, i fedeli si addensano nella piazza di San Pietro. Tantissimi, come ogni domenica. E' il momento dell'Angelus. Papa Leone, prima della preghiera mariana, si rivolge ai fedeli concentrando la sua meditazione sulla liturgia di oggi: quella "pagina splendida della Buona Notizia che Gesù annuncia per tutta l'umanità: il Vangelo delle Beatitudini. Queste, infatti, sono luci che il Signore accende nella penombra della storia, svelando il progetto di salvezza che il Padre realizza attraverso il Figlio, con la potenza dello Spirito Santo" così esordisce il pontefice.

E continua: "Sul monte, Cristo consegna ai discepoli la legge nuova, quella scritta nei cuori, non più sulla pietra: è una legge che rinnova la nostra vita e la rende buona, anche quando al mondo sembra fallita e miserabile. Solo Dio può chiamare davvero beati i poveri e gli afflitti , perché Egli è il sommo bene che a tutti si dona con amore infinito". Così come solo Dio può “saziare chi cerca pace e giustizia perché Egli è il giusto giudice del mondo, autore della pace eterna”. Così come “solo in Dio i miti, i misericordiosi e i puri di cuore trovano gioia perché Egli è il compimento della loro attesa”.

E ancora papa Leone XIV si concentra sulla pagina evangelica delle Beatitudini che, per papa Leone XIV, “ restano un paradosso solo per chi ritiene che Dio sia diverso da come Cristo lo rivela”. Tutta la speranza deve risiedere in Cristo, non certamente nei potenti, per il pontefice. Cristo che “è il povero che condivide con tutti la sua vita, il mite che persevera nel dolore, l'operatore di pace perseguitato fino alla morte in croce”.

Per questi motivi, Gesù è colui che “illumina il senso della storia: non quella scritta dai vincitori, ma quella che Dio compie salvando gli oppressi”. E' Dio a donare speranza “anzitutto a chi il mondo scarta come disperato” ricorda il pontefice. Ed è così che le Beatitudini "diventano per noi una prova della felicità, e ci portano a chiederci se la consideriamo una conquista che si compra o un dono che si condivide; se la riponiamo in oggetti che si consumano o in relazioni che ci accompagnano. È infatti "a causa di Cristo" (cfr v. 11) e grazie a Lui che l'amarezza delle prove si trasforma nella gioia dei redenti: Gesù non parla di una consolazione lontana, ma di una grazia costante che ci sostiene sempre, soprattutto nell'ora dell'afflizione”, conclude papa Leone XIV.

E poi, dopo la recita della preghiera mariana, alcuni importanti appelli. Si riferisce alla delicata questione di Cuba di questi giorni: "Ho ricevuto con grande preoccupazione notizie circa un aumento delle tensioni tra Cuba e gli Stati Uniti d’America, due Paesi vicini". Il pontefice si unisce “al messaggio dei Vescovi cubani invitando tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace per evitare la violenza e ogni azione che possa aumentare le sofferenze del caro popolo cubano”. Invoca "la Virgen della Carità del Cobre" che possa partecipare e proteggere "tutti i figli di quella amata terra". E, ancora: "Assicuro la mia preghiera per le numerose vittime della frana in una miniera del Nordkiv nella Repubblica Democratica del Congo".

Così come il suo pensiero corre ancora una volta al Portogallo e all'Italia meridionale. Senza dimenticare anche le "popolazioni del Mozambico duramente provate dalle inondazioni".

Ricorda, inoltre, che oggi in Italia è la "giornata nazionale delle vittime civili delle guerre e dei conflitti nel mondo. Questa iniziativa è purtroppo tragicamente attuale. Ogni giorno, infatti, si registrano vittime civili di azioni armate che violano apertamente la morale e il diritto. I morti e i feriti di ieri e di oggi saranno veramente onorati quando si metterà fine a questa intollerabile ingiustizia".

Grande attenzione ai Giochi olimpici: "Venerdì prossimo inizieranno i giochi olimpici-invernali di Milano-Cortina, a cui faranno seguito i giochi paralimpici. Rivolgo i miei auguri agli organizzatori e a tutti gli atleti. Queste grandi manifestazioni sportive costituiscono un forte messaggio di fratellanza e ravvivano la speranza in un mondo in pace. È questo anche il senso della tregua olimpica, antichissima usanza, che accompagna lo svolgimento dei giochi. Auspico che quanti hanno a cuore la pace tra i popoli e sono posti in autorità sappiano compiere in questa occasione gesti concreti di distensione e di dialogo».
(fonte: ACI Stampa, articolo di Antonio Tarallo 01/02/2026)

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LEONE XIV
(testo integrale)

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Nella liturgia di oggi viene proclamata una pagina splendida della Buona Notizia che Gesù annuncia per tutta l’umanità: il Vangelo delle Beatitudini (Mt 5,1-12). Queste, infatti, sono luci che il Signore accende nella penombra della storia, svelando il progetto di salvezza che il Padre realizza attraverso il Figlio, con la potenza dello Spirito Santo.

Sul monte, Cristo consegna ai discepoli la legge nuova, quella scritta nei cuori, non più sulla pietra: è una legge che rinnova la nostra vita e la rende buona, anche quando al mondo sembra fallita e miserabile. Solo Dio può chiamare davvero beati i poveri e gli afflitti (cfr vv. 3-4), perché Egli è il sommo bene che a tutti si dona con amore infinito. Solo Dio può saziare chi cerca pace e giustizia (cfr vv. 6.9), perché Egli è il giusto giudice del mondo, autore della pace eterna. Solo in Dio i miti, i misericordiosi e i puri di cuore trovano gioia (vv. 5.7-8), perché Egli è il compimento della loro attesa. Nella persecuzione, Dio è fonte di riscatto; nella menzogna, è àncora di verità. Perciò Gesù proclama: «Rallegratevi ed esultate!» (v. 12).

Queste Beatitudini restano un paradosso solo per chi ritiene che Dio sia diverso da come Cristo lo rivela. Chi si aspetta che i prepotenti saranno sempre padroni sulla terra, rimane sorpreso dalle parole del Signore. Chi si abitua a pensare che la felicità appartenga ai ricchi, potrebbe credere che Gesù sia un illuso. E invece l’illusione sta proprio nella mancanza di fede verso Cristo: Egli è il povero che condivide con tutti la sua vita, il mite che persevera nel dolore, l’operatore di pace perseguitato fino alla morte in croce.

È così che Gesù illumina il senso della storia: non quella scritta dai vincitori, ma quella che Dio compie salvando gli oppressi. Il Figlio guarda al mondo col realismo dell’amore del Padre; all’opposto stanno, come diceva Papa Francesco, «i professionisti dell’illusione. Non bisogna seguire costoro, perché sono incapaci di darci speranza» (Angelus, 17 febbraio 2019). Dio, invece, dona questa speranza anzitutto a chi il mondo scarta come disperato.

Allora, cari fratelli e sorelle, le Beatitudini diventano per noi una prova della felicità, e ci portano a chiederci se la consideriamo una conquista che si compra o un dono che si condivide; se la riponiamo in oggetti che si consumano o in relazioni che ci accompagnano. È infatti “a causa di Cristo” (cfr v. 11) e grazie a Lui che l’amarezza delle prove si trasforma nella gioia dei redenti: Gesù non parla di una consolazione lontana, ma di una grazia costante che ci sostiene sempre, soprattutto nell’ora dell’afflizione.

Le Beatitudini innalzano gli umili e disperdono i superbi nei pensieri del loro cuore (cfr Lc 1,51-52). Perciò chiediamo l’intercessione della Vergine Maria, serva del Signore, che tutte le generazioni chiamano beata.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

Ho ricevuto con grande preoccupazione notizie circa un aumento delle tensioni tra Cuba e gli Stati Uniti d’America, due Paesi vicini. Mi unisco al messaggio dei Vescovi cubani, invitando tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace, per evitare la violenza e ogni azione che possa aumentare le sofferenze del caro popolo cubano. Che la Virgen de la Caridad del Cobre assista e protegga tutti i figli di quell’amata terra!

Assicuro la mia preghiera per le numerose vittime della frana in una miniera nel Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. Il Signore sostenga quel popolo che soffre tanto!

Preghiamo anche per i defunti e per quanti soffrono a causa delle tempeste che nei giorni scorsi hanno colpito il Portogallo e l’Italia meridionale. E non dimentichiamo le popolazioni del Mozambico duramente provate dalle inondazioni.

Oggi in Italia ricorre la “Giornata nazionale delle vittime civili delle guerre e dei conflitti nel mondo”. Questa iniziativa è purtroppo tragicamente attuale: ogni giorno, infatti, si registrano vittime civili di azioni armate che violano apertamente la morale e il diritto. I morti e i feriti di ieri e di oggi saranno veramente onorati quando si metterà fine a questa intollerabile ingiustizia.

Venerdì prossimo inizieranno i Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, a cui faranno seguito i Giochi Paralimpici. Rivolgo i miei auguri agli organizzatori e a tutti gli atleti. Queste grandi manifestazioni sportive costituiscono un forte messaggio di fratellanza e ravvivano la speranza in un mondo in pace. È questo anche il senso della tregua olimpica, antichissima usanza che accompagna lo svolgimento dei Giochi. Auspico che quanti hanno a cuore la pace tra i popoli, e sono posti in autorità, sappiano compiere in questa occasione gesti concreti di distensione e di dialogo.

Saluto tutti voi, cari romani e pellegrini venuti da diversi Paesi!

In particolare, sono lieto di accogliere i membri del movimento Luce-Vita della Diocesi di Siedlce, in Polonia, accompagnati dal Vescovo Ausiliare. Saluto i gruppi di fedeli di Paraná in Argentina, di Chojnice, Varsavia, Wrocław e Wagrowiec in Polonia, di Pula e Sinj in Croazia, de la Ciudad de Guatemala e San Salvador; come pure gli studenti dell’Istituto “Rodríguez Moñino” di Badajoz e quelli di Cuenca, in Spagna. Saluto inoltre i devoti della Madonna dei Miracoli di Corbetta, presso Milano.

Vi ringrazio di cuore per le vostre preghiere e auguro a tutti una buona domenica!

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domenica 1 febbraio 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

1 Febbraio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, il Signore Gesù convoca anche noi oggi sul Monte, per consegnarci le Beatitudini come progetto di vita, che ci educa a vivere la vera felicità secondo il volere di Dio, suo e nostro Padre. In Gesù abbiamo un Maestro da ascoltare e un modello da imitare. Consapevoli di questo grande dono, innalziamo a Lui le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Convertici a Te,  Signore


Lettore

- Tu, Signore Gesù, che ami la tua Chiesa di un amore sponsale, parla al suo cuore, perché smetta di poggiarsi su parole, che non siano le tue. Fa’ che essa diventi davvero la Chiesa delle Beatitudini, povera e per i poveri, mite e misericordiosa, affamata della tua giustizia e sempre impegnata ad abbattere muri e costruire la pace. Preghiamo.

- Signore Gesù, vogliamo ancora pregare perché si ponga fine alla guerra tra Russia e Ucraìna: una guerra tra cristiani, dove il tuo Vangelo si è inaridito. Vogliamo pregare anche perché si ponga fine al genocidio, tutt’ora in atto, dell’innocente popolo Palestinese ad opera del governo israeliano, dove la memoria di quanto è stato tragicamente sperimentato nella Shoah non ha insegnato nulla, e il comandamento di “non uccidere” scritto nella Torah non abita più nel cuore di quel governo. Suscita oggi, o Gesù, uomini e donne capaci di profezia e autentici operatori di pace. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore Gesù, le nostre vite e quelle dei nostri familiari. Sii vicino a chi soffre, alle famiglie che stentano ad arrivare a fine mese, alle persone che non trovano lavoro o sono malpagate. Allontana i giovani dalla tentazione della droga e della criminalità. Preghiamo.

- Davanti a te, o Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo di tutti coloro che sono stati perseguitati, torturati e uccisi a motivo dell’impegno per la pace, per la giustizia e per la legalità. Dona loro la gioia di contemplare la beatitudine del tuo Regno. Preghiamo.


Per chi presiede

Signore Gesù, tu conosci la nostra fatica a vivere il Vangelo delle Beatitudini: purificaci dalle nostre infedeltà, sostieni la nostra fragilità e convertici al tuo stile di vita umile e mite. Te lo chiediamo perché sei nostro Maestro e Signore, vivente nei secoli dei secoli.

AMEN.


“Prima i bambini!” Il Messaggio CEI per la 48ª Giornata Nazionale per la Vita


“Prima i bambini!”
Il Messaggio CEI per la 48ª Giornata Nazionale per la Vita


Pubblichiamo il Messaggio per la 48ª Giornata Nazionale per la Vita, che si celebrerà il 1° febbraio 2026 sul tema “Prima i bambini!”.

Guardatevi dal disprezzare qualcuno di questi piccoli;
perché io vi dico che i loro angeli in cielo
vedono continuamente la faccia del Padre mio. (Mt 18,10)

L’accoglienza gentile e affettuosa di Gesù verso i piccoli sorprende i suoi contemporanei, discepoli inclusi, abituati a considerare assai poco i bambini. Eppure, nella Scrittura il rapporto di Dio con il suo popolo è spesso paragonato a quello di una madre amorevole e di un padre premuroso verso i propri bimbi; il loro atteggiamento, infatti, “riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo” (AL 166). Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene… sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti e che Gesù presenta come condizioni per accogliere la novità del Vangelo: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18, 3). Essi, dunque, non vanno mai disprezzati, scartati, subordinati perché proprio di loro il Creatore ha particolare cura.
A questa visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il “superiore interesse del minore”: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici. Anche perché, non di rado, gli esiti di un’infanzia problematica sono alla radice di molti comportamenti negativi in età adulta.
Ciononostante, le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi.

Pensiamo ai tanti, troppi, bambini “vittime collaterali” delle guerre degli adulti: uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame, come effetto di bombardamenti indiscriminati.

Pensiamo ai bambini-soldato, rapiti e utilizzati come “carne da cannone” nei tanti conflitti che si combattono in varie parti del globo, soprattutto in quelli “a bassa intensità”, di cui quasi nessuno parla.

Pensiamo ai bambini “fabbricati” in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo.

Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale.

Pensiamo ai bambini implicati nei casi di separazione e divorzio dei propri genitori, a volte usati come strumenti di rivalsa sull’ex-coniuge.

Pensiamo ai bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali o alle bambine date precocemente in sposa, spesso a uomini assai più grandi di loro.

Pensiamo ai bambini-lavoratori, privati dell’infanzia perché inquadrati come manodopera a basso costo dai “caporali” di turno, in contesti di degrado sociale e abbandono scolastico.

Pensiamo ai bambini rapiti o dati indiscriminatamente in adozione nelle tristi operazioni di pulizia etnica.

Pensiamo ai bambini coinvolti nelle violenze domestiche, che li privano di uno o entrambi i genitori e li segnano profondamente.

Pensiamo ai bambini che i trafficanti di vite strappano per vile interesse alle proprie famiglie, fino a espiantare i loro organi a vantaggio di chi può permettersi di pagarli.

Pensiamo ai bambini costretti – non di rado da soli – a migrazioni faticose e pericolose, con esiti a volte mortali, per sfuggire ai conflitti, agli impoverimenti e alle carestie spesso provocate dagli adulti.

Pensiamo ai bambini indottrinati da un’educazione ideologica, funzionale non alla loro crescita, ma alla diffusione di idee che interessano questo o quell’altro gruppo di potere.

Pensiamo ai bambini maltrattati o abbandonati a loro stessi da genitori o educatori cui poco interessa il loro vero bene.

In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui e che è anche capace di mascherare il proprio egoismo dietro parole “politicamente corrette” e falsamente altruiste.
A ben vedere, la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti – persone e comunità – dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi. “Tanti bambini fin dall’inizio sono rifiutati, abbandonati, derubati della loro infanzia e del loro futuro. […] Che ne facciamo delle solenni dichiarazioni dei diritti dell’uomo e dei diritti del bambino, se poi puniamo i bambini per gli errori degli adulti?” (AL 166).

Avvertiamo la necessità di una maggiore attenzione ai piccoli anche nella nostra società italiana, in cui l’imperante cultura individualista si esprime, tra l’altro, con una crisi di generatività che non riguarda solamente la fertilità, ma pregiudica progressivamente la capacità degli adulti di mettersi a servizio dei piccoli. Può succedere che facciano rumore, chiedano incessanti attenzioni, condizionino la libertà dei grandi, ma l’accoglienza dei loro limiti è paradigma dell’accoglienza dell’altro tout court, mancando la quale svanisce ogni prospettiva di collettività solidale, per dare spazio a una conflittualità incessante e distruttiva. Quando i bambini non sono amati, con loro vengono scartati anche gli elementi più deboli della comunità, cioè potenzialmente tutti, nel momento in cui si manifestino anche nei soggetti “forti” fragilità o debolezze.

Anche le comunità cristiane devono crescere nella cura dei bambini, non solo proseguendo nell’impegno per estirpare e prevenire l’odiosa pratica degli abusi, ma divenendo “casa accogliente” per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che li colpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni di vita comunitaria. “L’educazione alla fede sa adattarsi a ciascun figlio, perché gli strumenti già imparati o le ricette a volte non funzionano. I bambini hanno bisogno di simboli, di gesti, di racconti. […] L’esperienza spirituale non si impone ma si propone alla loro libertà” (AL 288). Alle prime parole che un bambino si sente rivolgere dalla Chiesa nel giorno del Battesimo – “la nostra comunità ti accoglie” – deve seguire una reale dedizione di tempi, spazi, risorse alle esigenze dei piccoli e delle loro famiglie.

Ci sono tuttavia nella società e nella Chiesa moltissime persone e istituzioni che operano attivamente per custodire i bambini, attraverso azioni di tutela e accoglienza delle maternità difficili e di protezione nelle situazioni di violenza, nell’educazione, nella risposta ai tanti bisogni e povertà delle famiglie numerose e dei piccoli, nella prevenzione dello sfruttamento minorile nelle sue varie forme, nel sostegno alla genitorialità, nella sorveglianza degli ambiti che mettono a rischio l’integrità fisica, morale e spirituale in età sempre più precoce. A costoro devono andare la riconoscenza e il sostegno di tutti, perché il loro servizio – spesso gratuito – rende migliore il nostro mondo per tutti, non solo per i più piccoli. A loro dobbiamo continuamente ispirarci, per coltivare il senso di un autentico primato dei diritti dei bambini sugli interessi e le ideologie degli adulti.

Si tratta di attuare una vera “conversione”, nel duplice senso di “ritorno” e di “cambiamento”.
Ritorno a una cultura che riscopra il valore della generatività, del “desiderio di trasmettere la vita” (SnC 9) e di servirla con gioia. Ogni persona che mette al mondo dei bambini o si occupa dei piccoli – genitori, nonni, insegnanti, catechisti, persone consacrate, famiglie affidatarie – dovrebbe sentire la simpatia e la stima degli altri adulti, perché il servizio al sorgere della vita è garanzia di bene e di futuro per tutti.

Cambiamento come abbandono delle cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare davvero spazio ai bambini: ne nascono sempre di meno e sul loro futuro peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo.
La Giornata per la Vita sia l’occasione per un serio esame di coscienza, basato sul punto di vista dei piccoli nelle questioni che li riguardano (dal nascere, al crescere, all’essere felici…) e sostenuto dalla voce sincera dei bambini, cui chiedere – una volta tanto – come vorrebbero che andassero le cose.

Gorizia, 23 settembre 2025

Il Consiglio Episcopale Permanente
della Conferenza Episcopale Italiana


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 13 - 2025/2026 - IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:
Mt 5,1-12

Le Beatitudini costituiscono la Magna Charta del Regno di Dio, il documento di identità di ogni credente in Gesù Messia. Il Discorso della Montagna, di cui il nostro brano fa parte. si estende per ben tre capitoli (5-7) e costituisce una vera e propria catechesi battesimale, un itinerario di vita cristiana, la vita stessa di Gesù, offerta a quanti lo amano e desiderano essere suoi discepoli. Infatti, tutto quello che il Signore afferma in questi dodici "scandalosi" versetti è quanto Lui stesso vive. Allora come oggi appare evidente che le vie di Dio non sono le nostre vie, il suo progetto di vita per l'uomo non coincide con il nostro, anzi è esattamente l'opposto, due modi totalmente antitetici di valutare e vivere l'esistenza. Possiamo ancora udire l'eco dell'appello di Gesù che ci esorta a cambiare modo di pensare la vita (4,17), di operare una conversione, un reale cambiamento di rotta, un radicale modo di pensare i rapporti umani e la vita stessa. Per noi sono beati i forti, i potenti, i ricchi, coloro che possono e contano. Per Gesù, invece, sono beati i poveri, i disprezzati, gli oppressi, gli umili, gli umiliati, chi nulla può e conta. Questi dodici fondamentali versetti non hanno come destinatari solo preti e religiosi (gli addetti ai lavori) essi sono l'imperativo categorico, il vademecum irrinunciabile per quanti - battezzati e non - sono alla ricerca della propria identità di uomini, la lampada che illumina i passi del nostro cammino della vita. A cominciare proprio da coloro che credono in Gesù come Messia e Figlio di Dio, quelli che hanno liberamente e seriamente operato l'opzione di seguirlo facendo di Lui la loro vita e la loro regola di vita.


sabato 31 gennaio 2026

BEATI SAPORI DI VITA “Dio non è imparziale, la sua logica ha un debole per i deboli ... per fare una storia che avanzi non per le vittorie della forza, ma per seminagioni di giustizia, e raccolti di pace.” - IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

BEATI SAPORI DI VITA


Dio non è imparziale, la sua logica ha un debole per i deboli ... 
per fare una storia che avanzi non per le vittorie della forza,
ma per seminagioni di giustizia, e raccolti di pace.

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Mt 5,1-12
 
BEATI SAPORI DI VITA
 
Dio non è imparziale, la sua logica ha un debole per i deboli ... per fare una storia che avanzi non per le vittorie della forza, ma per seminagioni di giustizia, e raccolti di pace.

Davanti a questo vangelo provo sempre il desiderio del silenzio.

Vangelo stravolgente, che continua a sfuggirmi, un contromano totale rispetto alla logica del mondo. In chiesa ci crediamo, ma appena usciti ci accorgiamo che è il manifesto più stordente che si possa immaginare. Eppure le beatitudini sono nostre amiche, perché non dettano nuovi comandamenti, ma propongono la bella notizia che se uno si fa carico della felicità di altri, il Padre si prende sulle spalle la sua.

Ci sento dentro un sapore di vita, il segreto per stare bene. La prima cosa che mi colpisce è: Beati. Dio si allea con la gioia degli uomini, e con una proposta spiazzante srotola otto sentieri che lasciano senza fiato: felici i poveri, gli ostinati a proporsi giustizia, i costruttori di pace, quelli che hanno gli occhi bambini, i disarmati, quelli che sono coraggiosi perché inermi.

Ma il punto di svolta, lo snodo sintattico delle frasi è quel ‘perché’; perché è loro il regno e possederanno la terra, perché vedranno Dio.

I poveri non sono beati perché poveri, ma perché solo guardando il mondo con gli occhi degli ultimi trovi la strada per un futuro buono comune.

Beati i poveri in spirito dice Matteo: beato chi ha scelto per un motivo grande di spezzare il suo pane con gli altri; chi ha scelto, in nome dell’umano, la vita sobria e solidale, perché tutti abbiano il necessario.

Perché solo il pane “nostro” è pane di Dio.

‘Beati’ è la parola che apre l’intero salterio: Beato l’uomo che non resta nella via dei peccatori, che cammina sulla via giusta.

Dio conosce solo uomini in cammino. Beati: non arrendetevi, voi i poveri, i vostri diritti non sono diritti poveri, i diritti dei deboli non sono diritti deboli. Il mondo non appartiene a chi lo rende migliore e non a chi lo compra o lo conquista. I potenti non sono beati semplicemente perché non hanno sentieri divini nel cuore.

Mi azzardo a immaginare gli occhi e le mani di Gesù oggi, la sua voce.

Lui, che era il vento della storia, verso dove ci spingerebbe? Siamo come una barca in rada, con le vele afflosciate, annusiamo il vento. E in queste pagine senti alzarsi il vento dello spirito, senti un richiamo, un grido, un urlo, che giunge a noi, compagni a riva, perché diventiamo soci di sconfinamenti, vivendo il sogno dell’azzardo. Non è ora di tirare i remi in barca. È ora che si ricominci. Con piccole cose, e molta convinzione.

Dio non è imparziale, la sua logica ha un debole per i deboli, ha scelto ciò che nel mondo è povero e malato per cambiarlo radicalmente, per fare una storia che avanzi non per le vittorie della forza, ma per seminagioni di giustizia, e raccolti di pace.