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venerdì 19 aprile 2019

ESCLUSIVO DI AVVENIRE: La verità sui respingimenti / Audio - Vergogna svelata, umanità urgente

ESCLUSIVO. 
Migranti, così Roma comanda la Libia. 
La verità sui respingimenti / Audio

Alcune registrazioni nelle comunicazioni interne tra Italia e Tripoli svelano anomalie e irregolarità che rischiano di trascinare le autorità italiane davanti alle corti internazionali

La nave Mare Jonio della Missione Mediterranea (Ansa)

La nave Mare Jonio aveva soccorso 49 persone a 40 miglia dalle coste libiche il 18 marzo, poi aveva fatto rotta su Lampedusa a causa di condizioni meteomarine avverse. La nave aveva ricevuto il divieto (mai formalizzato) di avvicinarsi alle coste italiane, ma il capitano Pietro Marrone si era rifiutato: «Abbiamo persone da mettere in sicurezza, non fermiamo i motori». Poi alle 19.30 del 19 marzo i migranti erano stati fatti sbarcare a Lampedusa.

«Ma in questi casi non c’è una procedura?», domanda sbigottito un ufficiale italiano a un collega delle Capitanerie di porto. «No - risponde l’altro - è una decisione politica del ministro, stiamo ancora aspettando le direttive». Intanto, però, senza ordini formali la nave Mare Jonio subisce un tentativo di blocco. Poche ore prima, sulle linee telefoniche Roma-Tripoli, si era consumato l’ennesimo riservatissimo scaricabarile a danno dei migranti.

L’inchiesta giornalistica che viene pubblicata oggi in contemporanea da un pool di testate internazionali e per l'Italia Avvenire e Repubblica svela anomalie e irregolarità. Tra questi alcune registrazioni audio (disponibili sul canale Youtube di Avvenire) ottenute nel corso di indagini difensive, che rischiano di trascinare le autorità della penisola davanti alle corti internazionali che stanno investigando sui respingimenti e i morti in mare.

Sono ore convulse quelle tra il 18 e il 19 marzo, quando la nave italiana della Missione Mediterranea aveva a bordo 49 persone salvate nel Mar Libico. Una motovedetta della Guardia di finanza aveva intimato di fermarsi e spegnere i motori. Dopo lo sbarco a Lampedusa il comandante e il capo missione vengono indagati per aver disobbedito, ma ora emergono registrazioni audio e documenti che raccontano un’altra storia e su cui la procura di Agrigento vuole vedere fino in fondo, risalendo l’intera catena di comando fino al vertice politico.

L’ascolto di tutte le registrazioni audio e l’esame della documentazione lasciano sul campo molte domande. A cominciare da quelle sulla reale capacità della Guardia costiera libica di intervenire, ma che segretamente ottiene la supplenza di militari italiani.

Abbiamo ricostruito i momenti ad alta tensione con vite alla deriva, mentre tra Roma e Tripoli passano minuti e ore prima che qualcuno provi a darsi davvero una mossa. L’unica certezza è che bisognava fare il possibile perché non intervenissero i soccorritori della missione civile italiana.

Da Roma le direttive operative per Tripoli

Alle 13.25 del 18 marzo parte verso la Libia una telefonata da Mrcc Roma, il centro di coordinamento e soccorso della Guardia costiera presso il Ministero delle Infrastrutture. Risponde l’ufficiale di servizio a Tripoli che però non è in grado di comprendere le comunicazioni in lingua inglese. Ne nasce una conversazione tragicomica. Degna dei migliori Totò e Peppino spersi tra le piazze della grande Milano. Se non fosse per le 49 vite umane alla deriva nel Mediterraneo, più che da sorridere ci sarebbe da disperarsi. «Le passo l’ufficiale di servizio», dice al libico in ottimo inglese un militare italiano che da Roma sta per porgere la cornetta al suo superiore. Ma il libico non capisce: «L’ufficiale di servizio sono io», ribatte. Da Roma cercano di non perdere la pazienza: «I’m passing you our duty officer», spiegando di nuovo e lentamente che al telefono sta arrivando «l’ufficiale di servizio della guardia costiera italiana». Non c’è verso. Il guardacoste libico sembra perdere le staffe: «Sono io l’ufficiale di servizio», scandisce nel suo inglese stentato, dopo avere però avvertito che la lingua di Shakespeare la parla solo «a little». Troppo poco per gli standard internazionali stabiliti per chi deve gestire situazioni d’emergenza.

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Caccia all’interprete

Da Roma vogliono sapere se Tripoli prenderà in carico il coordinamento delle ricerche e del soccorso del gommone perché, come quasi sempre accade, i libici non avevano risposto alle richieste d’aiuto e perché quando intervengono lo comunicano di rado e a cose fatte. Anche questa volta la cosiddetta Guardia costiera libica non aveva neanche afferrato il telefono per rispondere alle segnalazioni di Moonbird, l’aereo dell’Ong Sea Watch che aveva avvistato il barcone e fornito le coordinate già nella mattinata, ma senza ricevere alcuna risposta. Vista l’impossibilità di intendersi, all’ufficiale di servizio italiano non resta che contattare con urgenza un interprete che, in conferenza telefonica, cercherà di spiegare in arabo al militare libico quale fosse la ragione della telefonata da Roma. Si perdono così minuti preziosi, con il guardacoste di Tripoli che arriva a dire di non sapere «se ci sono motovedette libiche che stanno intervenendo, se sono partite, da quale porto e verso quale rotta si stiano eventualmente dirigendo». Al contrario il comportamento dell’ufficiale italiano presso Mrcc appare impeccabile. Il militare si sforza in ogni modo di farsi comprendere e di rendere chiare le indicazioni e nel corso di successive comunicazioni sembra quasi battersi per avere certezza che qualcuno stia occupandosi dei disperati in mare.

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Che ruolo ha la Marina italiana in Libia?

Se già in passato in molte circostanze era apparso chiaro che la cosiddetta Guardia costiera libica non è in grado di gestire l’area di ricerca e soccorso registrata con il sostegno economico e logistico dell’Italia, adesso si ripropone un nuovo interrogativo: chi coordina davvero le motovedette regalate dall’Italia a Tripoli? Dopo quella con la bislacca marineria libica partono una serie di altre telefonate tra Mrcc Roma e la nave della Marina Militare “Capri”, ormeggiata a Tripoli. Ufficialmente è lì per assistenza logistica sulla base di accordi bilaterali. Ma è davvero così?
Il giallo dell’ordine ai libici partito dalla nave italiana

La sequenza dei contatti parte alle 13,28. Appresa la notizia dell’Sos lanciato dal Moonbird con una mail inviata dalla Mare Jonio, Mrcc Roma chiama la nave militare italiana a Tripoli a cui fornisce le informazioni ricevute dai soccorritori di Mediterranea. Dal quartier generale nella capitale chiedono se a bordo della "Capri" ci sia l’ufficiale libico. Dalla plancia rispondono che lo attendono a minuti. Alle 13,43 l’ufficiale in servizio a Roma richiama il personale italiano della missione Nauras, insistendo per poter parlare con il guardacoste libico. In sottofondo si sente un militare italiano che a sua volta su un altro telefono parla in inglese con un tale Mustapha: «Ok, ti aspettiamo a bordo», gli dice. Nell’attesa, da Nauras assicurano a Mrcc che i libici avrebbero gestito l’evento ma che ancora non c’era una formale assunzione di responsabilità da parte loro. Alle 14.02 l’ufficiale della Marina militare sulla Capri rassicura Roma: l’ufficiale libico sta per firmare l’assunzione di coordinamento. Non solo, l’atto di conferma conferma sarebbe stato firmato da «Mustapha» e spedito via fax attraverso la nave italiana: «Io comunque sto per fare partire da qui il fax che sta firmando il liasoner officer libico», dicono dal vascello italiano.

Ma il governo aveva smentito

Nel corso di una interrogazione parlamentare presentata da Erasmo Palazzotto (Leu), il governo aveva risposto escludendo categoricamente che la Marina Italiana sia in Libia per cooperare con la Guardia costiera libica durante le operazioni. «In tale contesto e a tale scopo, l’Unità dislocata in porto a Tripoli svolge attività tecnico/logistica e supporto - spiegava il governo il 2 agosto rispondendo all’interrogazione - per il ripristino dell’efficienza di alcune imbarcazioni della Guardia Costiera libica e consulenza a favore della Guardia Costiera e Marina libica. Pertanto, per quanto noto, il coordinamento delle attività di soccorso è assolto esclusivamente da personale della Guardia Costiera libica». Le comunicazioni, invece, sembrano raccontare una storia differente.

Mrcc Roma: «La Libia svolgerà i soccorsi»

Alle 14.31 Mrcc informa la nave Mare Jonio che «alle h. 13.00 Zulu, 14.00 italiane, Jrcc Tripoli (la centrale di soccorso libicca, ndr) ha assunto il coordinamento dell’evento precisando che una motovedetta libica, la Raz Al Jadar, «si sta dirigendo in area per effettuare il soccorso». Poi aggiunge: «In nome e per conto dell’autorità libica, ci chiede di riferire a tutte le navi in area di mantenersi a una distanza di sicurezza di 8 miglia per evitare che, qualora avvistati dai migranti, possano generarsi situazioni di pericolo per gli stessi». A questo punto il militare italiano, sembra prendere le distanze da quanto è accaduto. Non può immaginare che nel giro di poche settimane verranno resi noti i retroscena: «Questo - scandisce - è quello che ci chiedono e io testualmente ve lo riporto».

«Ordini politici». Ma nessuna traccia di atti formali

I libici, invece, non si sono fatti vedere, così Mediterranea mette in salvo i migranti e si dirige verso Lampedusa. Nel quartier generale della Guardia costiera viene registrata un’altra telefonata. «Nottata intensa», dice un militare che chiama da fuori e chiede novità all’ufficiale di turno nella centrale di soccorso. «Mare Jonio - spiega questi - è adesso entrato nelle acque territoriali, sta a sud di Lampedusa e procede». Cosa fare, nessuno lo sa. «Quali sono le azioni in questo caso?», domanda il chiamante. Da Mrcc l’ufficiale di servizio sorride quasi rassegnato: «Mi fai una bella domanda. Adesso, chiaramente, è una questione politica». Di nuovo la domanda: «Ma ci sono procedure?». L’ufficiale non sa davvero cosa rispondere: «Decide il ministero, il ministro dell’Interno. Aspettiamo direttive».

Nonostante le «direttive» non fossero state fornite (come poi hanno confermato nei giorni scorsi sia il Viminale che il Ministero delle Infrastrutture smentendo qualsiasi ordine di porti chiusi o divieti alla Mare Jonio) all’esterno non era stato fatto trapelare nulla. E viene da domandarsi quante altre volte, nei casi dei dispersi e dei morti in mare, i rimpalli e le incomprensioni possano avere giocato un ruolo fatale. Chissà se anche per questo nessuno doveva conoscere quel grande imbroglio che prende il nome di "Guardia costiera libica".
(fonte: Avvenire, articolo di Nello Scavo 18/04/2019)

A seguire l'editoriale di Marco Tarquinio (18 aprile 2019)


Illegalità, tweet, cannonate impossibili.
Vergogna svelata, umanità urgente


Dopo i tweet, le cannonate. Non quelle in corso tra loro, tra i libici. Ma quelle impossibili: le nostre. Cannonate su persone inermi, ma colpevoli di emigrazione. Cannonate che abitano tweet e dirette social da anni, che esplodono in barzellette cattive e furibonde invettive, e corrono con le monumentali bufale che han fatto alzare e incattivire l’inusitato coro xenofobo che echeggia dall’Alpi al Canale di Sicilia. Ma non accadrà. Non può e non deve accadere. Deve piuttosto esserci una presa di responsabilità umanitaria, corale, senza tentennamenti, una volta tanto esemplare. Perché dovremmo prepararci solo ad aggiungere cannonate a cannonate, se avessero ragione Matteo Salvini e Fayez al-Sarraj. Se, cioè, davanti ai disperati di Libia, all’orda di «migranti, libici e terroristi» annunciata con enfasi, non ci fosse nessuna seria e generosa iniziativa euro-africana e ci fossero, invece, solo «porti chiusi».

Già. Porti chiusi. Lo slogan preferito di Salvini. Il ministro dell’Interno e faso-tuto-mi nel governo giallo-verde (Difesa, Esteri, Trasporti, Finanze, persino Presidenza... ) ha ribadito più volte a parole ciò che non sta scritto (come abbiamo acclarato su queste pagine) in nessun atto ufficiale, ma che a ogni “tragedia migrante” sventata nel Mediterraneo si realizza per le misteriose vie del potere che il segretario della Lega si è dato e che sino a ieri – negli ultimi giorni, per la verità, con sempre meno entusiasmo e più disagio – il Movimento 5 Stelle gli ha concesso: i porti italiani, appunto, «sono chiusi», anche se soltanto per richiedenti soccorso e asilo poveri e dalla pelle scura (per gli altri naturalmente no). Ho appena scritto “misteriose vie del potere”, ma da oggi lo sono un po’ meno. Ciò che oggi siamo infatti in grado di pubblicare, fatti e carte alla mano che il collega Nello Scavo (leggi sopra) ha verificato, disegna un quadro di decisioni politiche assunte senza trasparenza e senza legge, interna e internazionale. Un quadro pesante, tanto quanto i disumani respingimenti ciechi di richiedenti asilo compiuti in questi mesi dall’Italia. Respingimenti in maschera libica (cioè, a quanto va emergendo, per interposta e pilotata Guardia costiera libica) e in nome di una legalità proclamata, ma in realtà svuotata di sé. Sono umiliati gli alti princìpi del nostro civile ordinamento, sono invase – esse sì – le responsabilità di altre istituzioni da parte di un ministro dell’Interno propenso non solo, come si sa, a indossare giubbe e giubbetti dei diversi corpi dello Stato, ma anche a mettersi cappelli non suoi, persino quelli dei comandanti e capi di stato maggiore delle nostre Forze armate.

Contemporaneamente, negli ultimi giorni, il capo del governo che governa assai poco in una Libia che da otto anni come Stato non esiste più e non ha nemmeno ufficiali in grado di far funzionare la sua Guardia costiera (a quanto pare “commissariata” nei fatti immigratori da ufficiali italiani), ha annunciato che ottocentomila persone, cittadini libici e immigrati, alcuni pericolosi, starebbero preparandosi a fuggire verso l’Italia e l’Europa. Persone in fuga dalla guerra che nell’ex Jamairiya è tornata a divampare e che dunque non viene più combattuta a bassa intensità contro gli stessi poveri di cui sopra (i circa 65 mila immigrati attualmente tenuti nei “lager”), ma aperta anche contro i civili libici renitenti all’ingresso nelle milizie tribali, e sempre più apertamente, contro il comune senso di umanità. Se avessero ragione Salvini e al-Sarraj, non resterebbero, dunque, che le cannonate.

Che cos’altro con le logiche imperanti in Italia e in Europa, ma anche nella stessa Africa? Che cos’altro considerata l’indifferenza e il cinismo dei potenti del mondo? Solo le impossibili cannonate sugli inermi sembrano poter tenere insieme, con gli ovvi e fastidiosi effetti collaterali, il puzzle afroeuro-mediterraneo: guerra alla siriana in Libia, lager per profughi e migranti diventati contendibili, porti italiani chiusi, barconi stracarichi di uomini e donne e bambini lasciati alla deriva o andati a fondo, morti e dispersi, coscienze in subbuglio… E scandalo delle migrazioni senza regole e senza umanità rivelato nella sua tragica interezza. No, non può andare così. E si può metter la mano sul fuoco che nessun politico degno di questo nome e, soprattutto, nessun uomo o donna in divisa italiana si arrenderebbe a una simile follia.

Ma bisogna anche essere realisti. E mettere non la mano, ma gli occhi sul fuoco che divampa sulla sponda meridionale del Mare Nostrum. L’ultima volta che un allarme simile venne lanciato – dal ministro Alfano, ai tempi del governo Renzi – dalla Libia presero drammaticamente il largo verso nord a decine e decine e decine di migliaia. E poco dopo, quando al Viminale era già arrivato Minniti, scattò il piano di blocco della Libia “costi quel che costi” che si sviluppò in desolante contemporaneità con la prima campagna di criminalizzazione delle Ong umanitarie e che portò a stringere accordi assai onerosi coi “signori della guerra”. Capiclan, ribattezzati per l’occasione “sindaci”, ovviamente più che disposti a fungere da carcerieri ufficiosi e retribuiti (oltre che sfruttatori) delle persone “colpevoli” di reato di migrazione. E se al-Sarraj spara numeroni mentre il generale Haftar spara coi suoi cannoni e i capi delle altre milizie non stanno a guardare, si può essere certi che è perché sta preparando un supplemento di conto da pagare: politico, economico e militare. Usa i suoi stessi connazionali (come noto poco propensi a rischiare la vita in mare, e assai di più a riparare per un po’ nei Paesi vicini, Egitto e Tunisia) per ingrossare propagandisticamente le fila dei fuggiaschi. Profughi e migranti trattenuti in condizione terribili in Libia non sono infatti più di 65mila. Più o meno tanti quanti scapparono verso nord nel 2011, quando gli euroamericani fecero collassare il regime di Gheddafi.

Ma oggi ci sarebbero terroristi in gran numero, dice al-Sarraj. Mai visti, in realtà, terroristi rischiare la vita su fragili gusci che tentan la traversata del Mediterraneo. I pochissimi terroristi arrivati via mare e transitati per i centri italiani di identificazione sono – parola dei nostri 007 e degli altri inquirenti – personaggi “radicalizzati” e conquistati al jihadismo assassino strada facendo, dall’approdo in Europa in poi. Ma il rischio non può essere sottovalutato. Dunque, va evitato. Come? Come abbiamo suggerito più volte in questi lunghi e tragici anni e in modo pressante pochi mesi fa, unendo doveri di umanità e preoccupazioni di sicurezza e facendo eco alle voci sagge del mondo della cooperazione internazionale e ai promotori dei “corridoi umanitari” (Comunità di Sant’Egidio, Comunità evangeliche, Tavola valdese, Cei). Serve un grande ponte aereo e/o marittimo, e servono trasporti bene organizzati e protetti via terra. L’Italia, l’Unione Europea, l’Unione Africana, i potenti del mondo cooperino con le Agenzie Onu e organizzino il trasferimento rapido e sicuro fuori dalla Libia, in Europa e in Africa, di tutte le persone straniere a rischio lì trattenute. Le guardino in faccia. Le riconoscano.

Ne valutino la condizioni. Sono circa 65mila: in minima parte nei campi ufficiali (disumani secondo l’Onu) la gran parte in quelli “privati” (terribili, per ciò che testimonianze di scampati, filmati e reportage documentano). E, allo stesso modo, aiutino la popolazione libica sfollata. Ogni centesimo e ogni energia anche italiani siano spesi per questo. Non per armare di più i “signori della guerra” e per finanziare una politica di respingimenti ciechi (e “in maschera libica”) che ci sta portando dritti dritti a un’altra condanna dell’Italia per violazione della Convenzione europea dei diritti umani. Si chiudano così non i porti, ma la via marina irregolare e lo sterminato, gelido cimitero degli innocenti nelle acque tra il Nord Africa e l’Italia. Altro che tweet senz’anima e senza cuore, altro che cannonate. Bastano e avanzano quelle che fanno disastri di là dal mare.

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giovedì 18 aprile 2019

La "lettura teologica" dell'Ultima Cena di Leonardo a cura di Padre Heinrich Pfeiffer

Pubblichiamo una parte del saggio del gesuita, teologo e critico dell'arte tedesco padre Heinrich Pfeiffer alla presentazione del volume Il Volto dei Volti, contenente gli atti dell’undicesimo congresso internazionale della fondazione “Il Volto dei Volti”, nella edizione del 2007.

Padre Pfeiffer analizza l’Ultima Cena di Leonardo e individua nel movimento la conseguenza della Parola: “Tutti sono in movimento e fanno gesti con le mani; solo Gesù e Giuda sono fermi. È evidente che la frase pronunciata da Gesù ha suscitato tutte queste reazioni, così differenti. Questa è la novità di Leonardo: egli mostra l’effetto della parola, non si limita a indicarla.”

Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza di questo testo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto


“Uno di voi mi tradirà” è forse la frase più terribile che sia uscita dalla bocca di Gesù. Tutti gli apostoli si domandano: “Sono forse io?”. Solo il vero traditore rimane trincerato nel suo cuore di pietra. Così è interpretata la visione dell’Ultima cena di Leonardo da Vinci da parte degli studiosi dell’arte. Come Leonardo lo dipinge, Gesù sembra esprimere la parola drammatica del tradimento, ma con una doppia espressione, con la donazione di se stesso, e con un dolore intenso e il rifiuto del traditore nell’anima.

Il dipinto enorme: misura più di otto metri in larghezza. Lo spazio del refettorio si apre a una certa altezza e in tutta la sua larghezza con un’illusione prospettica, quasi con un’apertura per lo sguardo verso la reale camera del cenacolo. Parallelamente alla parete, si estende la tavola, dietro la quale sono seduti tutti gli apostoli con Gesù. Solo due di loro si trovano nelle due parti corte della mensa. La tavola e gli apostoli trovano appena il loro spazio in questo ambiente di finzione pittorica.

Tutti sono in movimento e fanno gesti con le mani; solo Gesù e Giuda sono fermi. È evidente che la frase pronunciata da Gesù ha suscitato tutte queste reazioni, così differenti. Questa è la novità di Leonardo: egli mostra l’effetto della parola, non si limita a indicarla. Diversi apostoli, secondo la famosa descrizione di Goethe, sembrano dire con i gesti: “Non sono io, non lo farei mai”, esprimendosi con l’indice alzato, con le mani congiunte sul petto o alzate. Un apostolo pare che veda la scena con la sua immaginazione, imitando la stessa estensione delle braccia, come fa Gesù. Un altro si è alzato appoggiandosi con le mani sulla mensa. Sulla destra, uno sta parlando con il suo compagno.
Chi sono tutti questi apostoli? Possono essere tutti indicati con il loro nome? Con certezza assoluta – contro recenti tentativi di voler introdurre la Maddalena nel Cenacolo di Leonardo – possiamo identificare solo Giuda, Pietro e Giovanni. Che la persona di Giovanni possa essere la Maddalena, è una lettura più che fantasiosa, tale da contraddire tutta l’iconografia cristiana occidentale che ha fissato chiaramente le fattezze e i vestiti del discepolo prediletto di Gesù.

È molto probabile che la figura che stende le braccia – e che, secondo Goethe, sembra vedere già dentro di sé il tradimento – sia Giacomo minore, il “fratello” di Gesù, poiché le sue fattezze sono simili a quelle del Maestro. Chi sono gli altri? In tutta l’iconografia cristiana, conosciamo solo un altro apostolo con fattezze individuali: Andrea, sempre rappresentato con i capelli bianchi, folti e lunghi, e una lunga barba bianca. L’unico che assomiglia a questa iconografia è il secondo apostolo da destra. Per questo motivo, il primo personaggio sulla sinistra, spesso identificato con il fratello di Pietro, non può esserlo.
Quali criteri abbiamo ancora a disposizione per identificare gli altri apostoli? La liturgia presenta quattro di loro in coppie: Simone con Giuda Taddeo e Giacomo minore con Filippo. Queste due coppie possono essere state rappresentate anche da Leonardo: forse la prima persona a sinistra – erroneamente identificata con Andrea – è in realtà Simone zelota, e la seconda sarebbe allora Giuda Taddeo (non Giacomo maggiore, come ha sostenuto la critica). Anche quest’ultimo personaggio ha il volto simile a quello di Cristo. La tradizione dice che proprio questo apostolo abbia portato l’immagine di Cristo ad Abgar, re di Edessa.

L’altra coppia, formata da Giacomo minore e Filippo, si trova più a destra, dall’altra parte rispetto a Gesù, con Filippo dopo Giacomo minore. Questa identificazione dei due apostoli è proposta dalla maggioranza degli studiosi. Ne mancano due: l’apostolo che punta l’indice verso l’alto e quello dopo Filippo che rivolge tutte e due le braccia verso il centro, verso Gesù. Uno dei due deve essere Tommaso, l’altro Giacomo maggiore. Generalmente, l’apostolo che punta il dito verso l’alto viene identificato con Tommaso: possiamo condividere questa soluzione. Per ultimo, quindi, rimane Giacomo maggiore, che è accanto ad Andrea e Matteo. Quest’ultimo, come evangelista, ha raccontato ciò che Leonardo ha dipinto: “E mentre mangiavano Egli disse: “In verità vi dico che uno di voi mi tradirà e mi consegnerà”. Allora tutti furono molto costernati, e uno dopo l’altro gli domandarono: “Sono forse io, Signore?”” (Matteo, 26, 20-22). Per questo motivo Matteo deve trovarsi in una posizione importante, all’estrema destra del tavolo, quasi come la firma dell’autore del racconto. Lui è l’unico apostolo che ha raccontato l’ultima cena e l’istituzione dell’Eucaristia da parte di Gesù.

La composizione dell’ambiente è costruita con grande rigore prospettico. Attraverso le tre aperture sullo sfondo si scorgono un paesaggio verde e il cielo. Lo spazio è così concepito come infinito e vuoto. Il soffitto e le pareti, nella loro semplicità estrema, creano solo una specie di cornice per le dodici figure con Cristo nel centro. Importanti sono le persone, con i loro corpi seminascosti dal tavolo, con i loro gesti e con le espressioni dei loro volti.
Il Cristo è donazione totale, espressa attraverso le due linee diagonali delle braccia aperte che scendono verso il tavolo. Tutta questa donazione è ancora una volta concentrata nella mano sinistra, aperta, che si stacca dalla tovaglia bianca e indica un pezzo di pane sul tavolo. Il gesto è accompagnato dagli occhi di Gesù che guardano nella stessa direzione. La sua mano destra, invece, è presa come da un crampo che si estende su tutte le singole dita, ed esprime l’orrore e il rifiuto istintivo del tradimento di Giuda.
La veste di Cristo è rossa, secondo la tradizione pittorica, e il suo manto è celeste. Questi due colori hanno un significato: il rosso è l’amore, l’azzurro è la contemplazione celeste. Leggiamo così i due gesti delle braccia vestite, e possiamo dire quanto segue: l’amore è tradito, l’autodonazione di Cristo porta la contemplazione celeste verso gli uomini.
Interpretiamo bene la veste verde chiaro di Giacomo minore che stende le braccia come per essere crocefisso: possiamo dire, con la millenaria tradizione cristiana, che il verde indica la speranza, e così anche Leonardo ha voluto significare che solo nella croce c’è speranza per l’umanità, Cristo è la figura centrale ed è messa esteticamente in contatto con il cielo. L’infinito si concretizza in una persona umana, in Gesù di Nazaret. Ancora un altro apostolo è mostrato in contatto con il cielo infinito. L’abbiamo identificato con Tommaso. Si trova dietro la spalla destra di Giacomo minore, e il suo braccio destro con il dito puntato verso l’alto incrocia il braccio destro del “fratello” del Signore. L’altra persona unita in gruppo di tre dalle braccia di Giacomo minore è Filippo, con il suo gesto indimenticabile di donazione del cuore; è vestito con una tunica celeste e un manto color zafferano, il colore della distinzione spirituale secondo un teologo del dodicesimo secolo.

Davanti a questo gruppo di tre si trova il pane indicato dagli occhi e dalla mano sinistra di Gesù. È come se Gesù dicesse loro la parola salvifica: “Questo è il mio corpo”, e non come se stesse pronunciando la terribile frase: “Uno di voi mi tradirà”. È come se i tre apostoli alla sinistra di Gesù avessero compreso qualche cosa dell’insondabile mistero dell’autodonazione del loro maestro nel pane eucaristico. Adesso comprendiamo che il dito alzato di Tommaso rappresenta quasi un’eco della parola di Gesù: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo” (Giovanni, 6, 41).
Teniamo bene in mente che la parola espressa dal dipinto come se venisse fuori dalla bocca di Gesù, in rapporto con i tre apostoli raffigurati alla sua sinistra, può essere solo: “Questo è il mio corpo”. Con questa nuova interpretazione, anche la struttura del legame fra i tre ultimi apostoli è da leggere e da descrivere diversamente, e non come risultato dell’annuncio del tradimento di Giuda.

Il personaggio che abbiamo chiamato Giacomo maggiore è vestito di contemplazione e di speranza, di celeste e di verde. Egli rivolge le due mani verso Gesù, mentre il suo volto e il suo corpo sono girati verso i due compagni, Andrea e Matteo. Quest’ultimo unisce il pollice e l’indice della mano sinistra come se avesse un’ostia consacrata tra le dita. Colui che abbiamo identificato con Andrea fa con la mano destra il gesto di uno che cerca di spiegarsi meglio, che vuole dare corpo al concetto che sta esprimendo. Il colore della sua veste purtroppo non si è conservato. La veste di Matteo è bianca con ombre celesti; il suo manto è bianco con sfumature di rosa: significa che questo apostolo è vestito di fede amorosa e contemplativa. Tutti e tre sono mostrati come in colloquio, suscitato dalla parola di Gesù che si identifica con il pane eucaristico.

Vediamo la parte sinistra. Il gruppo immediatamente a destra di Gesù, ma a una notevole distanza dalla sua testa, è composto da Giuda, Pietro e Giovanni. È chiaro che Pietro ha ancora la parola del tradimento nell’orecchio e che sta domandando a Giovanni di rivolgersi a Gesù per sapere da lui chi lo tradirà; questo con l’intenzione di ammazzare subito la persona traditrice con il coltello che si trova nella sua mano.
Che Giuda, inserito in questo gruppo, formi un blocco triangolare contro Gesù, è stato già osservato da sempre. Bartolomeo, vicino alla punta del coltello di Pietro, alza le mani, in pieno rifiuto della parola del tradimento. Così è stato detto, ma è vero? Il coltello può servire anche a ricordare all’osservatore che Bartolomeo morirà scorticato, martire per il suo Signore. È possibile, invece, che il suo gesto sia in realtà un gesto di preghiera con le due mani alzate.

Quanto a Giuda Taddeo, non accompagna il gesto di Pietro, come molti dicono: sembra che egli voglia toccare la spalla di Pietro per poter parlare con lui e fargli capire che Gesù, in questo momento, si sta donando nell’Eucaristia. Giuda Taddeo non ha alcuna espressione di orrore sul volto; i gesti delle sue mani sono leggeri e pacati; egli guarda con attenzione in direzione di Gesù. Lo stesso fa l’apostolo che apre il gruppo e che io ho identificato con Simone, vestito con i colori della contemplazione e della speranza.
A quale parola unificatrice di tutti i gesti ha pensato Leonardo: all’annuncio del tradimento o, piuttosto, alla parola che istituisce il sacramento dell’Eucaristia? Come già osservato, gli occhi di Gesù e la sua mano aperta sono rivolti verso uno dei pani sul tavolo. Allora anche la sua bocca con la parola espressa deve riferirsi al pane e non al traditore. Con la parola: “Questo è il mio corpo”, Gesù ha creato la Chiesa. Con questa parola Gesù ha creato l’unità della Chiesa, ha fatto della Chiesa il suo corpo. Solo Giuda rimane fuori da questa unità. Perciò gli apostoli si uniscono con Gesù e questa unione si realizza sempre in gruppi di tre. Perciò i gesti, sebbene così vari, uniscono il gruppo e non creano separazioni.

La parola dell’annuncio del tradimento è da considerare soltanto come tema secondario, nell’intenzione dell’Ultima cena di Leonardo da Vinci. Tale annuncio riecheggia solo in due dei personaggi raffigurati: in Giuda e in Pietro. Già Giovanni, il terzo di questo gruppo, inchinandosi verso Pietro forma assieme a lui una figura dì consonanza. La parola di Gesù non trasforma solo il pane nel suo corpo, ma per la fede dei suoi apostoli anche nel corpo sociale di tutti i presenti, ad eccezione di Giuda. In questo corpo sociale le funzioni delle singole membra sono differenti: un apostolo corregge l’altro con molto tatto, come Giuda Taddeo fa qui con Pietro; uno fa riecheggiare le parole appena pronunciate da Gesù, come fa Tommaso con il dito puntato verso il cielo; uno entra in dialogo con un compagno, come Andrea fa con Matteo.
Le braccia di Gesù indicano ancora un altro contenuto universale: accennano al giudizio finale della storia. Il braccio del rifiuto esprime la condanna, la mano della donazione – che indica il pane sul tavolo – annuncia il pegno della futura cena nel regno celeste. Tutto si decide qui: essere partecipe del corpo di Gesù o rimanere escluso da tale dono come Giuda. Leonardo non mostra Gesù mentre porge un boccone al traditore, come fa l’iconografia medievale; non raffigura Giuda mentre riceve in maniera sacrilega la comunione dalle mani di Gesù, ma lo esclude dipingendolo come un blocco erratico, incapace di sciogliersi e di entrare in comunione con gli altri commensali.
Quali contenuti, quale messaggio religioso cristiano abbiamo potuto trovare in un’opera che pure è in rovina! Non possiamo più ammirare la sua bellezza estetica. Troppe parti della superficie pittorica sono andate perdute. I restauri più sofisticati non possono più cambiare questa triste situazione. Leonardo ha pensato di poter creare sulla parete una superficie su cui dipingere a tempera. Fu un grande errore. Già vent’anni dopo aver portato a termine l’opera, il colore cominciò a staccarsi.

Sebbene l’Ultima cena di Leonardo si sia andata sempre più rovinando, il suo influsso sull’iconografia posteriore è stato definitivo. Nessun pittore, in seguito, si è potuto liberare totalmente da questo modello, imitandone almeno qualche dettaglio. La composizione di Leonardo è talmente perfetta che essa ci parla anche attraverso la rovina del suo aspetto materiale. È la prima volta in tutta la storia che un pittore riesce a unire un gruppo di persone intorno al loro maestro in un’unità che non ha niente di conformità, ma rispetta reazioni distinte e differenziate.

Dio rispetta la libertà degli uomini, anche quando l’uomo sceglie il male. Leonardo mostra come la parola di Gesù crea il suo corpo sociale, che sta formandosi proprio in questo momento con una diversa eco, ma con l’eccezione di Giuda Iscariota. Questa unione che si sta creando è tanto forte nella composizione di Leonardo da rimanere visibile anche attraverso il deteriorarsi del dipinto. Anche nello stato in cui l’Ultima cena si trova oggi, si genera in noi la visione dell’unità viva del corpo che è la Chiesa, che inizia nel cenacolo con il dono di Cristo ai suoi apostoli.


Verso la Pasqua guidati dal Cardinale Martini - L’Eucaristia

Verso la Pasqua guidati dal Cardinale Martini


L'Eucaristia
di Carlo Maria Martini



L’istituzione dell’Eucaristia

Nel giovedì precedente la sua morte, Gesù si siede a tavola con i suoi apostoli per consumare con loro l’ultima cena e, nello svolgersi di essa anticipa profeticamente, attraverso dei gesti e delle parole, la consegna di sé all’uomo, che opererà definitivamente sulla croce. Egli infatti voleva suscitare un gesto, uno strumento che attuasse l’efficacia universale della Pasqua, l’energia, la forza di riconciliazione e di comunione sprigionata nella sua Pasqua storica; questo gesto è l’Eucaristia che, nella liturgia della Chiesa, si presenta appunto come la maniera sacramentale che rende perenne in ogni tempo il sacrificio pasquale di Gesù dischiudendo all’umanità l’accesso alla vita senza fine. Nell’Eucaristia è presente non soltanto la volontà di Gesù che istituisce un gesto di salvezza, ma Gesù stesso.

Cerchiamo di leggere due brani del Nuovo Testamento che narrano quanto avvenne nell’ultima cena.

– «Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: “Prendete e mangiate; questo è il mio corpo”. Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro dicendo: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio”» (Matteo 26, 26-29).

– Il secondo brano lo troviamo nella I Lettera di Paolo ai Corinzi: «Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga» (11,23-26).
Questo passo della lettera di san Paolo è parte di una lunga esortazione da lui tenuta alle assemblee cristiane di Corinto. Nelle assemblee c’erano problemi, disordini, malumori e Paolo, per chiarire e mettere ordine, si richiama alla tradizione più antica che si conosca sull’Eucaristia, una tradizione che gli è stata consegnata a pochi anni dalla morte di Gesù. E' la prima testimonianza in assoluto che noi possediamo sulla celebrazione dell’Eucaristia e notiamo che c’è una triplice dimensione: un riferimento al passato («fate questo in memoria di me»); una proclamazione per il presente (oggi è qui il corpo e il sangue del Signore); un orientamento al futuro («finché egli venga», nell’attesa del ritorno del Signore). 

– Memoria del passato. La stessa cena pasquale ebraica era ed è vissuta come una memoria che attualizza i fatti della liberazione del popolo dall’Egitto. Nell’Eucaristia la relazione non è soltanto con un fatto passato, bensì con una persona, con Gesù salvatore crocifisso e risorto. ... 
– Per quanto riguarda il presente, il Corpo e il Sangue di Cristo è veramente dato a noi nell’oggi, la nuova alleanza nel Sangue di Gesù si realizza adesso creando o rafforzando il rapporto dell’uomo con Dio, rapporto di figliolanza e di amicizia. Tutta la storia umana si concentra nel momento straordinario della celebrazione eucaristica.
– Inoltre, l’Eucaristia proclama il futuro dell’uomo e dell’umanità, preannuncia quel giorno senza tramonto nel quale la nostra vita sarà uno stare a mensa con Dio, un vivere con lui una familiarità immediata. L’Eucaristia è dunque obbedienza e fedeltà a un comando preciso di Gesù, è comunione con Dio e tra gli uomini, è apertura a tutte le genti, anticipazione e segno della gloria futura.

Il significato dell’Eucaristia

Dei due racconti di Matteo e di Paolo, che ho ricordato, vorrei soffermarmi su alcune parole che ci aiutano a comprendere meglio il mistero.

– La prima è comune a entrambi i testi: «il mio sangue dell’alleanza». Gesù si colloca sullo sfondo dell’alleanza di Dio con il popolo d’Israele, alleanza che lo faceva appunto popolo di Dio: il dono del sacrificio di Gesù ha come fine la creazione del nuovo popolo, che non toglie nulla al primo, ma si estende a tutta l’umanità. Dire “alleanza” equivale a dire l’instancabile amore con cui Dio, a partire dalla creazione, ha trattato l’uomo come un amico, ...
Collegando l’istituzione dell’Eucaristia con l’alleanza, Gesù vuole significare che essa dona a noi la forza di lasciarci totalmente attrarre nel movimento dell’amore misericordioso di Dio annunciato nell’Antico Testamento, celebrato definitivamente nella Pasqua e culminante nella pienezza del suo ritorno: «finché egli venga», nell’attesa della sua venuta.

– La seconda parola è riportata solo da Paolo: «nella notte in cui veniva tradito». Il riferimento è a Giuda ed è a tutti noi. Il Signore dona il suo corpo e il suo sangue a coloro che lo tradiranno, fuggiranno, lo rinnegheranno. I nostri tradimenti, le fughe, le infedeltà degli uomini, non possono che esaltare la grandezza del suo amore, come la profondità della valle fa vedere l’altezza del monte. Dio ci ama in questo modo. L’unica misura del suo amore smisurato è il bisogno della persona amata: il povero, l’infelice, il peccatore, il perduto sono amati persino più degli altri. Come una madre che ama il figlio perché è suo figlio e, se è disgraziato, lo ama ancora di più sapendo che potrà diventare più buono sentendosi tanto amato. E Dio, che ci è più padre di nostro padre e più madre di nostra madre, che ci ha tessuto nel grembo materno, fa della misericordia la realtà che ci avvolge dall’ alto e dal basso, dall’oriente all’occidente. Nella sua misericordia noi siamo ciò che siamo e la nostra miseria diventa il recipiente e la misura su cui riversa la sua misericordia.
L’Eucaristia non è quindi un dono offerto a persone elette, giunte alla perfezione.

– La terza parola, ricordata da Matteo, è infatti: «il mio sangue è versato per molti», cioè per tutti gli uomini e per gli uomini di tutti i tempi, «in remissione dei peccati». Nella notte della disperazione, della prigionia, del nostro egoismo, dell’aridità, della freddezza del cuore, Gesù si dona a noi per strapparci dalle tenebre, per invitarci a credere in un Dio che non ha il volto rabbuiato, stizzito, amareggiato, deluso dalle nostre non corrispondenze, ma che ha il volto pieno di tenerezza, di fiducia, di passione per ogni creatura, il volto mitissimo del Crocifisso.

L’Eucaristia nella vita dei cristiani

Per noi cristiani è fondamentale capire che il “sì” totale e fedele di Gesù al Padre e agli uomini, che celebriamo nell’Eucaristia, significa il nostro “sì” al Padre e il nostro “sì” a tutti i fratelli e le sorelle, compresi coloro che ci criticano, non ci accettano, ci disprezzano, si oppongono a noi. L’Eucaristia sarebbe un segno vuoto se in noi non si trasformasse in forza di amore per gli altri, perché le parole: «Fate questo in memoria di me», non sono magiche. Pronunciandole, Gesù ci chiede di donare corpo e sangue, di offrire la nostra vita per tutti, di consegnarci. E consegnarsi vuol dire avere una mentalità nuova, che prende il posto della vecchia mentalità propria di chi pensa soltanto a se stesso senza occuparsi degli altri.
Per questo la «cena del Signore» che la Chiesa celebra ogni giorno, non tollera di essere messa a servizio di interessi mondani, ma esige un cuore indiviso dal momento che è destinata a formare nel tempo un unico corpo di Cristo. Essa deve accettare e assecondare l’agire misericordioso di Dio. Spesso, troppo spesso, ci avviciniamo all’Eucaristia senza la seria volontà di interrogarci lealmente sul senso della nostra vita; intendiamo fare un gesto religioso, ma siamo ben lontani dal lasciare mettere in questione la nostra esistenza dal dono totale di Gesù. Eppure nella Messa Gesù ci raggiunge con la sua Pasqua e, se ne prendiamo seriamente coscienza, pone in noi ogni volta il dinamismo dell’amore, la forza di quella carità che è riverbero dell’essere stesso di Dio. Perché l’Eucaristia ci accoglie dalle oscure regioni della nostra lontananza spirituale, ci unisce a Gesù e agli uomini e ci sospinge con Gesù e con gli uomini verso il Padre; è come un sole che attira a sé l’umanità e con essa cammina per raggiungere un termine misterioso, ma certissimo.
Il cibo eucaristico configura nel tempo un popolo che esprime a livello sociale, non solo individuale, la forza dello Spirito di Cristo che trasforma la storia. In tale prospettiva è importante una riflessione sull’unità concreta che la vita umana trova nell’Eucaristia. Bisogna certo evitare artificiosi conformismi tra la trascendente, misteriosa unità, attuata dall’Eucaristia e le forme di unificazione create e realizzate dagli sforzi umani nei diversi ambiti di convivenza.
Ma tra la prima e le seconde esistono delle relazioni. 
...




Lettera all’asino della Domenica delle Palme di don Renato Sacco


Lettera all’asino della Domenica delle Palme
di don Renato Sacco


Carissimo asino, ma sei ancora tu? Sei quello della stalla di Betlemme e della fuga in Egitto? Ti ho visto domenica portare Gesù accolto con grande festa a Gerusalemme! Sì, lo so che i vangeli dicono che quella era un puledro su cui nessuno era mai salito; non vorrei irritare qualche tribunale ultra rigoroso su Facebook, ma a me piace pensare invece che sei ancora tu, lo stesso asino che, ormai vecchio, dopo aver accompagnato Gesù bambino in Egitto, ora lo accompagni a Gerusalemme. Gli vuoi davvero bene.

Il tuo sguardo è un po’ spento, pensieroso. Mi sembra di intuire che mentre la folla grida ‘Osanna, Osanna’ tu cerchi di sussurrare a Gesù “stai attento, che questi oggi ti osannano, ma tra qualche giorno grideranno crocifiggilo”, “La folla si lascia manipolare dai potenti”.Tu cerchi di dirglielo, ma Lui sembra non sentire. Anche se, credo, sappia bene cosa lo aspetta. Ha altri progetti, ‘cose’ che né tu né io comprendiamo. Tu hai fatto la tua parte. Gli hai anche sussurrato di stare attento... più di così!

Ma dimmi: una volta che Gesù è sceso dal tuo dorso, tu dove sei andato? Mi sembra di vederti sconsolato, allontanarti da Gerusalemme con passo stanco, in mezzo agli ulivi. Forse non vuoi sentire e vedere cosa succederà da lì a poco. Non vuoi vedere il gioco dei potenti: Pilato, Erode, Anna, Caifa… Non vuoi sentire le urla della folla che grida ‘Crocifiggilo’. Non vuoi sentire il rumore dei cavalli dei soldati che, sotto la croce, si giocano ai dadi la tunica. Non vuoi sentire le grida delle donne di Gerusalemme, o il gallo che canta, o chi rinnegherà il tuo amico. O forse ti spaventa il silenzio dei tanti che per paura, codardia, o quieto vivere restano indifferenti alla via crucis di un uomo condannato a morte. Mi sembra di vedere che ti sei fermato, vorresti quasi tornare indietro…‘se lo mandano a morire in croce almeno lo aiuto a portarla’.

Guarda caro asino, non ti nascondo la tentazione che vorrei anch’io fare come te: andarmene lontano. Non sopporto più certe parole di odio e di morte. La violenza nelle parole che si trasforma in gesti. Il razzismo che diventa quasi accettato. La leggerezza e serenità nell’augurare la morte a chiunque. Anche oggi sarebbe il caso di fare i nomi di tanti potenti che giocano sulla pelle dei più poveri, dei poveri cristi. Ci costruiscono il loro potere, ci fanno la campagna elettorale. E vai con armi, pistole, bombe, aerei da guerra. Tutto in nome della sicurezza. Rischiamo di non saper più piangere davanti ad una tragedia dove le persone, in carne ed ossa, muoiono davvero.

E la Libia? diventa un problema soprattutto per la paura dei migranti, mica per altro. E lo Yemen? Non interessa. Ma ci muoiono in tanti. Non è importante… E il Sud Sudan? Il papa che bacia i piedi ai leaders politici perché costruiscano la pace! Un gesto profetico, storico! Ma quante critiche da parte di benpensanti anche cristiani.

Non ti nascondo la sofferenza nel sentire tanti ragionamenti, violenti e razzisti, anche da parte di alcuni che frequentano la chiesa. Partecipano alla Messa e poi, sul piazzale, ti sciorinano una serie di ragionamenti da brivido. Populismo, sovranismo, fascismo, di tutto un po’. Voglio sperare che siano una piccola minoranza. Ma l’aria che si respira è pesante, rancorosa, delusa e impaurita. Manipolabile.

Sì, vorrei fuggire. Come hai fatto tu. Per non sentire quell’ “Ecce Homo” che indicava nel tuo amico Gesù il volto sofferente di ogni uomo e di ogni donna. Oggi lo ripetiamo poco Ecce Homo! Rischiamo di dare più valore alle croci artistiche di legno, o di plastica, che non ai crocifissi in carne ed ossa. Pensa che i testi della Via Crucis del venerdì santo, presieduta da papa Francesco al Colosseo, li ha scritti Suor Eugenia Bonetti, che da anni si cura delle donne vittime della tratta. E pensa che un candidato alla Presidenza della Regione dove abito, vorrebbe aprire i bordelli!

Ho capito, andarmene non è giusto.

Caro asino, non ti vedo più, sei scomparso tra gli ulivi. Un po’ mi manchi. Perché col tuo occhio grande e un po’ triste mi davi comunque la forza nel cammino. Ma forse ti sei allontanato anche per non sentire le mie parole, i miei silenzi. Per non vedere anche le mie complicità o indifferenze.

Ora arrivano giorni particolari, li chiamiamo ‘santi’. Ci aprono a un mondo totalmente nuovo, impensabile. Sono importanti e difficili da capire. In questo mi sento anch’io asino, come te.

Ci vuole un cuore nuovo, di carne.

Non so se tu avrai modo di ascoltare anche le grida di stupore di Maria di Magdala al mattino di Pasqua, o il fiatone di Pietro e dell’altro discepolo che arrivano ansimanti al sepolcro, ormai vuoto. Chissà, forse sei ormai lontano. O invece sei ancora lì, nascosto dietro a qualche ulivo secolare. Un po’ ti invidio e comunque ti ringrazio. Sono sicuro, come ti avevo già scritto, che la tua storia, da Betlemme all’Egitto, fino a Gerusalemme, ha molto più peso di tante nostre preghiere, pietosamente devote.

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mercoledì 17 aprile 2019

Fiamme e speranza di Enzo Bianchi

Fiamme e speranza
di Enzo Bianchi


Cosa è bruciato con la cattedrale di Notre-Dame? Un’unità inscindibile di tante identità: a prendere fuoco e andare in fumo sotto gli occhi attoniti e sgomenti di tutto il mondo è stato un monumento simbolo sì della città di Parigi, ma anche dell’intera nazione francese e della sua storia, della “figlia primogenita” della chiesa di Roma ma anche delle radici e delle ali dell’Europa, della cultura umanistica universale così come dell’esperienza di fede di milioni di cristiani attraverso i secoli. Chiunque sente di appartenere anche solo a una di queste identità si è sentito colpito al cuore da quell’inferno di fiamme e fumo. Anche chi non crede ai simboli e alla loro forza evocatrice, anche chi rifugge dalla retorica e dagli stereotipi, per dodici interminabili ore si è reso conto di una verità che molti di noi pensavano non appartenesse più alla storia e al pensiero contemporaneo: l’essere umano si nutre anche – e forse soprattutto – di principi e valori che hanno bisogno di trovare “un luogo e un nome” in un punto ben preciso della storia e della geografia, in un “monumento” che esprima la grandezza delle persone che lo hanno via via pensato, voluto, realizzato, custodito, abitato, reso vivo, un manufatto che possa narrare con la bellezza la concretezza di quegli ideali.

Notre-Dame ha conosciuto nella sua lunga storia pesanti rifacimenti e brutali devastazioni, le campane delle sue torri hanno proclamato l’incoronazione di Napoleone e la liberazione dalla barbarie nazista, le sue volte hanno sentito risuonare le primizie della musica polifonica, le sue navate hanno accolto restauri e restaurazioni, controriforme e rivoluzioni, adeguamenti liturgici e respiri conciliari… Tutto questo l’altra notte era un letto di braci ardenti a forma di croce: la pianta della cattedrale arrossava la notte come un tappeto di lampade votive, immagine tra le più eloquenti nell’esprimere il dolore e la speranza di una città, una chiesa, una nazione, un continente, a esprimere i sentimenti dell’umanità tutta. Non bruciava solo la cattedrale ma un pezzo della nostra storia, qualcosa della nostra umanità e noi siamo diventati veramente più poveri.

Per me, vedere arrossato prima e fiammeggiante poi quello spazio non più innalzato verso il cielo, ha significato anche rivisitare con la mente e il cuore la mia assidua, pluridecennale frequentazione della cattedrale di Notre-Dame, appuntamento ineludibile di ogni mia sosta a Parigi. Fin dai lontani anni dei miei studi universitari, non ho mai “visitato” come un turista Notre-Dame: l’ho sempre e soltanto “vissuta” come spazio di stupore, tempo di silenzio e di preghiera, di sguardo posato sulla bellezza e l’armonia. In anni più recenti ho avuto il dono per me inestimabile di potervi predicare: in due occasioni per i quaresimali di Notre-Dame (les Conférences de Carême) e una terza volta, sempre su invito del cardinale di Parigi, per l’iniziativa “Le cattedrali d’Europa evangelizzano”. L’emozione che vi ho provato era sì legata all’eccezionalità, per me, dell’evento, ma ancor più alla chiara percezione di trovarmi in quel luogo precisamente per vivere la realtà per la quale era stato pensato fin dalla posa della prima pietra: uno spazio per credere insieme, per ascoltare insieme, per celebrare insieme la speranza, e per vivere insieme l’avventura umana e cristiana.

Nell’immediatezza del tragico evento, conoscendo bene la condizione della fede cristiana in Francia, la precarietà della comunità cattolica e l’incertezza di un futuro per la chiesa, anch’io sono stato tentato di leggere l’incendio e il crollo di quella cattedrale come “il segno premonitore della possibile fine di una cultura, di una civiltà, di una religione, la fine dell’Europa, una fine di cui siamo tutti responsabili”. Perciò, restano le domande che esigono una nostra risposta: crediamo ancora che l’Europa abbia un senso e possa essere un bene per il nostro futuro? Ci sentiamo ancora cittadini europei?

Eppure la circostanza che questo immane disastro sia avvenuto all’inizio della Settimana santa per i cristiani d’occidente, quando la liturgia fa risuonare le Lamentazioni del profeta Geremia sulla città di Gerusalemme distrutta e data alle fiamme, non può che collocare simbolicamente la ferita profonda subita dalla cattedrale di Notre-Dame nella speranza di una risurrezione, nel rinnovamento di una cultura e di quell’umanesimo di cui l’Europa è stata creatrice. Quest’anno l’Alleluja pasquale non risuonerà tra quelle volte, eppure sono convinto che saranno le sue note a consolare il cuore non solo dei cristiani ma anche della solidale schiera di uomini e donne di ogni dove che guardando quell’impensabile incendio hanno trepidato e pianto, accomunati da un’appartenenza piena al grande corpo dell’umanità, e uniti da una passione per quei valore dei quali Notre-Dame è simbolo.

(Pubblicato su: La Stampa 17 aprile 2019)


Il fuoco, il sisma e la guerra. La fine e il fine di una chiesa di Andrea Grillo

Il fuoco, il sisma e la guerra. 
La fine e il fine di una chiesa
di Andrea Grillo



Di fronte alle fiamme gigantesche di ieri sera, che distruggevano la Cattedrale di Notre-Dame, oltre allo scoramento e allo scampato pericolo per tante possibili vittime, ci siamo chiesti: e ora? Come potremo mai “riaverla” di nuovo? Va detto che non solo il fuoco può tanto. Anche i grandi terremoti, o le guerre, possono altrettanto. Distruggono le cose velocemente. E ci lasciano in eredità la “ricostruzione”.

Voglio qui concentrarmi sulla chiesa di pietra. Non parlerò delle possibili vittime, che ogni incendio, ogni terremoto e ogni guerra reca con sé. Se lunedì una sola persona fosse rimasta coinvolta nell’incendio, il primo pensiero sarebbe stato per lei. Prima ancora di ogni pietra e di ogni monumento. A maggior ragione ciò accade nei terremoti o nelle guerre. Tante vittime, uomini, donne, bambini. E solo alla fine, dopo ogni cordoglio e ogni lutto, anche le pietre danno pensiero.

Ebbene, se consideriamo, come è questo il caso, solo le pietre, dobbiamo chiederci: come ricostruire? Dopo i grandi incendi, dopo i grandi terremoti, dopo i grandi bombardamenti, bisogna ricostruire. Ma come?

Notre-Dame e l’Irpinia

Quando, a incendio domato, si è realizzato il grave compito che incombeva ora alle autorità francesi, civili ed ecclesiali, ho ripensato a quanto ho visto in Irpinia, in particolare a S. Angelo dei Lombardi, qualche anno fa. In quella città, infatti, dopo il terremoto degli anni ‘80, la ricostruzione delle chiese, gravemente lesionate, ha reso possibile un piccolo miracolo. Si è potuto realizzare un “adeguamento” degli spazi sacri che ha saputo riprogettare parti significative delle chiese del 600 o del 700, come mai è possibile quando gli adeguamenti debbono essere fatti su edifici in perfetto stato. Le lesioni del terremoto hanno liberato energie creative e ripensamenti degli spazi altrimenti impossibili.

Lo stesso potrebbe valere per Notre-Dame. Abbiamo infatti sentito che subito si è detto: la ricostruiremo in 5 anni. Bene. Ma come? La risposta più facile, più comprensibile è questa: la ricostruiremo “esattamente come prima”. In questo ripristino completo e perfetto si può sempre trovare la volontà di superare il trauma, di tornare indietro, di cancellare l’oltraggio della disgrazia. E tutto questo è comprensibile. D’altra parte oggi questo sarebbe ancora più facile di prima, essendo noi dotati di tecnologie e di strumenti capaci di riprodurre un’altra Notre-Dame esattamente uguale alla precedente. Ma sarebbe giusto?

La storia (viva) di un monumento (morto)

Anzitutto si deve ricordare che Notre-Dame non è sempre stata come la abbiamo vista fino a ieri pomeriggio. La cattedrale ha avuto una storia complessa, fatta di modifiche, incidenti, incendi, ripristini, adattamenti. E tutto questo è avvenuto per un intreccio di storia ecclesiale, di storia civile, di intenzionali danneggiamenti e di casuali incidenti. Si pensi, ad es., che Luigi XIII re di Francia fece voto di costruire un nuovo altare, per la cattedrale, il cui progetto fu realizzato solo 110 anni dopo di lui, mediante le discussioni sui diversi progetti che si susseguirono per più un secolo.

Altrettanto va detto per il rilancio della Cattedrale nel XIX secolo, con profonde modificazioni dell’esterno come dell’interno. Della evoluzione della Cattedrale fa parte anche l’incendio di ieri. Dal quale Notre-Dame potrebbe risorgere con nuovo fulgore, ma all’interno di un progetto di ripristino che può essere anche, in parte, un adattamento e un rinnovamento.

Notre-Dame: bene pubblico e bene ecclesiale

Ma chi dovrà progettare la nuova basilica? Qui, nei commenti a caldo del primo giorno, era evidente la differenza tra la tradizione italiana e la tradizione francese. La competenza pubblica è, per la Francia, scontata. Ma questo non significa, come subito tenderebbe a pensare un italiano, che quindi il bene è “a rischio”. Per i francesi il concetto di “pubblico” è molto diverso da come suona per un italiano. La differenza sta nella lunghezza della tradizione statale francese, dove c’è una esperienza pubblica che ha 900 anni, mentre in Italia esiste soltanto da poco più di 150 anni. Questa differenza crea anche un certo imbarazzo nella “progettazione” della ricostruzione. Si deve costruire un “monumento pubblico” o una “chiesa cattolica”? Vi è poi una seconda domanda, che dovrà essere posta: la comunità cattolica dovrà pensare ad una assemblea di “circumstantes” intorno all’altare o ad una assistenza alla “visione dell’ostia” o alla mediatazione di fronte alla “riservatezza del mistero”? Se la chiesa di Notre-Dame non avrà una fine, è perché manterrà un fine. Ma quale è il suo fine? Di essere oggetto di fotografie da 5 continenti? Di essere un enorme museo di cose sacre? O di essere tempio di pietre morte che ospita, forma e accompagna una chiesa di pietre vive?

Una grande impresa, pubblica ed cristiana

Dopo gli incendi, dopo i terremoti, dopo i bombardamenti, la ripresa vuole essere, immediatamente, un modo di tornare a ciò che c’era prima. Ma non è mai così. Indietro non si torna. Si può solo andare avanti. La coscienza ecclesiale e statale francese sa di avere ereditato, dall’incendio di ieri, un grande compito. Dovrà costruire una basilica di Notre-Dame che, nella fedeltà al secolare edificio, sappia dare forma e voce ad una chiesa viva e a una comunità in cammino. Le pietre resteranno piene di storia e ricche di vita se sapranno aprire a storie nuove e a vite sorprendenti, di cittadini cristiani e di cristiani cittadini.
(Pubblicato il 17 aprile 2019 nel blog: Come se non)


Verso la Pasqua guidati dal Cardinale Martini - La teologia della redenzione


Verso la Pasqua guidati dal Cardinale Martini


La teologia della redenzione
di Carlo Maria Martini





La coscienza oscura di Caifa

Dopo il brano del Libro di Tobia, è interessante vedere un brano del vangelo secondo Giovanni che, di fatto, precede quello dell’entrata di Gesù in Gerusalemme, acclamato dalla folla. La liturgia però lo fa leggere nei giorni successivi alla Domenica delle Palme, perché esprime la forte decisione di uccidere Gesù. «I sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: “Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione”. Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli» (Giovanni 11, 47-54).
I sommi sacerdoti e i farisei erano molto preoccupati per il fatto che Gesù aveva risuscitato Lazzaro e perciò riuniscono il Sinedrio, la più alta magistratura giudaica, istituita alla fine del II secolo avanti Cristo.
Siamo davanti a un testo teologicamente molto denso, forse uno dei più densi di teologia della storia.

– La reazione dei capi del popolo è allarmante, disorientata: che cosa facciamo? se continua così dove andremo a finire? Prevale quindi l’emotività, la paura; la reazione è priva di analisi oggettiva della situazione. Non c’è nessun ascolto dell’altro, nessun tentativo di rimettere in ordine gli avvenimenti. C’è soltanto l’insorgere di timori che si accavallano, che rimbalzano dall’uno all’altro durante la riunione. Le reazioni emotive si caricano reciprocamente fino a lasciare tutti smarriti: «Verranno i Romani, distruggeranno il nostro, luogo santo e la nostra nazione» (Giovanni lt 48). E il caso tipico dell’impazzimento di un consiglio, di un parlamento, di una sessione pubblica, dove, perso il controllo e il contatto con la situazione reale, le emozioni rimbalzano l’una sull’altra. In tale situazione interviene il suggerimento di Caifa. 

– Le parole di Caifa, apparentemente, tendono a chiarire la situazione, a dare la chiave di ciò che sta succedendo: voi non capite nulla, ve lo spiego io! C’è qui una luce, una soluzione semplice che emerge da tutto questo. Il suggerimento di Caifa può essere letto e riletto, perché è gravido di contenuti, alla luce della storia precedente del popolo di Israele. 
...

Analogamente, il ragionamento di Caifa parte da una falsa ipotesi, da un falso dilemma: bisogna sacrificare o uno solo o tutto il popolo. Comprendiamo quanto questo dilemma abbia di vergognoso ricatto, perché pone di fronte a quelle situazioni in cui qualunque cosa si scelga si va a cadere nell’angoscia mortale. Preferisci che muoia uno o tutto il popolo? Come si fa a rispondere a una simile drammatica domanda? La diabolicità del consiglio sta proprio nello spingere in un vicolo cieco, per cui, per uscirne, bisogna alla fine avere l’apparenza di scegliere il minore male. Dal falso dilemma si giunge alla falsa tesi: Se ucciderete quest’uomo, non verranno i Romani! Il suggerimento di Caifa si colora di aperture politiche, di necessità di stato, di necessità di sopravvivenza, e coinvolge passionalmente la gente così legata al proprio popolo, ricattandola in ciò che ha di più vivo. 
...

Siamo di fronte alle vie di satana, che ci muove verso vicoli ciechi, ci confonde con emozioni improprie, ci impedisce di prendere contatto con la realtà e di considerarla sobriamente, e alla fine ci pone davanti ad azioni che appaiono sì non buone, ma inevitabili per ragioni più alte.

– Dopo il drammatico consiglio di Caifa, ci stupiamo ancora di più per il commento dell’evangelista.
Giovanni non lo fa in senso morale, come noi ora cerchiamo di fare (è un consiglio malvagio, ricattatorio). Il suo è un salto teologico, dottrinale inatteso e insperato: «non da se stesso… profetizzò». C’è un piano di azione che è quello delle contingenze umane, dove avvengono cose vergognose, innominabili; parallelamente e non prescindendo da esso, corre il piano della provvidenza di Dio. Per questo dicevo che un simile brano è una delle più dense elevazioni di teologia della storia. Lungo il piano delle contingenze umane, anche errate, corre il piano della provvidenza salvifica, del disegno divino. Accanto al consiglio diabolico c’è il consiglio di salvezza. È con un tale legame che addirittura il consiglio umano di Caifa assurge al rango di profezia, pur se il termine ha, in certo senso, un significato ironico, quasi sarcastico, ma reale. «Non da se stesso disse queste cose», bensì in virtù del suo ufficio, della sua capacità di capo del popolo. C’è un grande rispetto per le funzioni gerarchiche, una grande attenzione all’ordine delle situazioni, che la potenza di Dio non rovescia immediatamente e utilizza per il suo fine.

«Profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Giovanni 11,51-52). Non si potrebbe esprimere con parole più forti il senso dell’agire di Gesù e la teologia della redenzione. «Morire per la nazione» è l’espressione che nel «Credo» è stata trasmessa: «Per noi morì», per la nostra salvezza. E lo fece «per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi».

Dovremmo meditare a lungo su queste parole, partendo dal termine greco: congregare, mettere in unità. Vengono alla mente altre parole di Gesù
...

Nella tradizione greca il radunare i dispersi aveva un legame con la festa di pasqua.

Noi comprendiamo perciò lo sfondo teologico, messianico, salvifico, nel quale vengono pronunziate e raccolte dall’evangelista le parole di Caifa: la Pasqua è prossima e, nel momento in cui si consuma un delitto politico, civile, sociale Dio raduna il suo popolo secondo la promessa, nel suo Figlio, nell’unità della sua vita e della sua morte, in un’unità che sarà come quella del Padre col Figlio. «Così che essi siano una cosa sola, come tu, Padre, in me e io in te» (Giovanni 17, 21).

– Come risposta alla visuale altissima dell’evangelista, c’è una frase drammatica che ci richiama alle parole del prologo: «Venne tra i suoi ma essi non l’hanno accolto» (Giovanni 1,11). Qui si dice: «Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo» (Giovanni 11,53). La luce e le tenebre, la vita e la morte, l’unità e la divisione, la volontà di comunione e l’opposizione totale a questo desiderio di unità.

– La frase con cui termina il brano (Giovanni 11,54) ci insegna che, alla vigilia di eventi drammatici che lo riguardano strettamente, Gesù sente il bisogno, ancora una volta, di ritirarsi in silenzio, per un momento di familiarità con i suoi, così da affrontare con pienezza di coscienza i giorni che lo attendono. Noi pure abbiamo bisogno di silenzio e di raccoglimento per capire se siamo davvero dalla parte di Gesù o dalla parte di coloro che, confusi e smarriti dalle esigenze della fede, non riescono più a riconoscere e a vivere la verità.



Vedi anche i post precedenti:


Omelia p. Alberto Neglia (VIDEO) - Domenica delle Palme (C) - 14/04/2019




Omelia p. Alberto Neglia

- Domenica delle Palme (C) -
14/04/2019


Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto



Abbiamo ascoltato il racconto che fa Luca della passione e della morte del Signore Gesù ... 

Gesù non ha amato la croce ... però vuole portare a compimento un progetto d'amore, Gesù non si tira indietro e resta fedele, vive nell'amore tutto perché vuole indicare a noi che possiamo stare in questo mondo e continuare a perseverare e vivere nell'amore suo, animati da Lui, accompagnati da Lui, perché da soli non ce la facciamo ... nell'amore si vince la morte, qualsiasi tipo di odio ...
Lasciamoci coinvolgere, non facciamo che sia solo una liturgia, una devozione quello che facciamo in questi giorni, ma siano giorni in cui ci lasciamo prendere il cuore da Dio che si fa presente in Cristo Gesù e che ci vuole coinvolgere pur nella nostra fragilità ...
Lasciamoci guardare da Gesù, lasciamoci abbracciare e chiediamo a Lui che ci dia la gioia, a noi, oggi, di essere fedeli nell'amore a Dio ed ai fratelli anche quando ci costa, perché l'amore vero, nella pura gratuità a volte costa, è faticoso, però non siamo soli ...
Se animati da Lui riusciamo anche noi a fare dono di un gesto d'amore anche a chi non ci comprende, a chi ci tratta male, piano piano apriremo varchi nuovi, una storia nuova, una risurrezione per noi stessi e per i fratelli che ci stanno accanto ...

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Vegliare e assumere la sofferenza dell’altro di Raniero La Valle

Vegliare e assumere
 la sofferenza dell’altro 
di Raniero La Valle










La popolazione di Parigi ha vegliato la lunga agonia della cattedrale di Notre Dame che precipitava nella morte, è stata la vera veglia di Pasqua. Così dovremmo tutti vegliare Parigi, l’Europa, il mondo, perché non entrino in agonia, perché non siano provati col fuoco a causa delle nostre distrazioni, a causa delle nostre politiche assassine, a causa degli effetti collaterali dell’odio che abbiamo seminato a piene mani sulla terra.
Ciò ci riporta alla nostra assemblea di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” che il 6 aprile scorso a Roma ha cercato di ascoltare il grido dei popoli impauriti del futuro. Non è possibile trarre già ora delle conclusioni da tale assemblea. “Conclusioni” si potrebbero trarre, come è stato detto alla fine dei lavori, se fossimo in grado di dare una risposta alla vita devastata di Stella, la ragazza nigeriana la cui tragedia è piombata tra di noi nel racconto dei “casi concreti” di cui i giudici ci hanno parlato: violentata, mutilata, come è stata, tacitata fin dai suoi tredici anni, triturata negli ingranaggi del sistema che noi stessi abbiamo creato e difendiamo con accanimento per mare e per terra. Potremmo trarre “conclusioni” se fossimo in grado di fondare un’alternativa per tutte le Stelle che non avranno né pace né sorte se non ci convertiamo, se non cambiamo dalle sue fondamenta questo nostro governo del mondo.
Ero in quell'assemblea abbiamo fatto una cosa rara, se non unica in questi tempi di domande inevase; abbiamo evocato e avviato una lettura messianica della crisi, e ne abbiamo tratto una lezione, analoga ci sembra a quella proclamata nella bufera da papa Francesco; e la lezione, espressa da Giuseppe Ruggieri, è quella di portare la sofferenza umana dentro Dio stesso, che patisce e muore nel crocefisso, e di riconoscere nella sofferenza lo strato più profondo dell’umano, che richiede una solidarietà assoluta, senza condizioni. A questo siamo chiamati, quando non c’è un’uscita puramente politica dalla crisi, né essa sta in qualsiasi ideologia religiosa, dottrina sociale o partito cattolico, ma sta primariamente nell'assumere la sofferenza dell’altro e da questo dolore farsi dettare la prassi adeguata a un processo di liberazione e di salvezza. Questa è per l’appunto la “Chiesa ospedale da campo” ripensata da papa Francesco, preannunciata dal Concilio del Novecento, osteggiata dalle Curie prigioniere del passato.
Tradotto nella sfera pubblica ciò significa, secondo la proposta folgorante formulata da Luigi Ferrajoli, fare del popolo dei migranti il popolo costituente e del diritto di emigrare il potere costituente di un nuovo ordine mondiale, basato sull'effettiva uguaglianza di tutti gli esseri umani. Anzi occorre procedere oltre su questa strada, fare dell’intera famiglia umana il soggetto costituente del nuovo ordine mondiale, e fare di tutti i diritti negati, non solo del diritto di migrare, il potere costituente di una nuova comunità internazionale di diritto di giustizia e di pace.
Sarebbe questa comunità umana universale, costituita in comunità politica, ministeriale e profetica, a raccogliere l’eredità delle promesse messianiche, sarebbe questo”il messia che rimane” come il misterioso “discepolo che rimane” di cui Gesù ha detto a Pietro, nell'ultima pagina del vangelo di Giovanni: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te?”.
E se è stato detto che ormai “solo un Dio ci può salvare” è pur vero che c’è un Dio salvato dall'uomo, un Dio che deve molto all'umano, perché se non avesse creato e non fosse entrato nella carne dell’uomo, spogliando se stesso e facendosi simile agli uomini, sarebbe stato un Dio per nessuno, sarebbe stato un Dio della legge, non dell’amore, sarebbe stato un Dio senza storia.
Ed ora è solo l’uomo che può salvare Dio nel mondo, anche nel “mondo senza Dio” tracimante negli incubi dell’ex papa Ratzinger; è l’uomo che può salvare Dio dalla cattura degli idoli, liberandolo dai fraintendimenti e dalle false rappresentazioni che si fanno di Lui, dal “carico di errate preghiere”, come cantava David Maria Turoldo, dalla violenza esercitata in suo nome, e da tutti i Costantino che su di lui pretendono fondare il loro trono.