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domenica 7 giugno 2026

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV IN SPAGNA - Evitare gli approcci identitari: la cultura dell’incontro genera stabilità e prosperità

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV
IN SPAGNA

6-12 GIUGNO 2026



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Sabato, 6 giugno 2026

ROMA - MADRID
08:00 Partenza in aereo dall’Aeroporto internazionale di Roma/Fiumicino per Madrid
10:30 Arrivo all’Aeroporto internazionale “Adolfo Suárez” Madrid/Barajas ACCOGLIENZA UFFICIALE
11:30 CERIMONIA DI BENVENUTO nel Palazzo Reale di Madrid
12:00 VISITA DI CORTESIA ALLE LL.MM. I REALI DI SPAGNA
12:30 INCONTRO CON LE AUTORITÀ, CON LA SOCIETÀ CIVILE E CON IL CORPO DIPLOMATICO nel Palazzo Reale di Madrid


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Evitare gli approcci identitari:
la cultura dell’incontro genera stabilità e prosperità



L’ispirazione a «una fede rinnovata» e a una riconciliazione profonda, insieme all’invito a contrastare «la tentazione di guadagnare popolarità soffiando sul fuoco delle polarizzazioni», promuovendo invece la cultura, l’interiorità, l’educazione libera e di qualità, la trascendenza. Così ha esortato Leone XIV nell’incontro con le autorità, i rappresentanti della società civile e il Corpo diplomatico tenutosi sabato 6 giugno, al Palazzo Reale di Madrid, capitale della Spagna e prima località del quarto viaggio apostolico internazionale del pontificato, che con il motto Alzad la mirada toccherà Barcellona, Las Palmas de Gran Canaria e Santa Cruz de Tenerife. 

Decollato alle 8.13 dall’aeroporto di Roma/Fiumicino, il velivolo con a bordo il Papa era atterrato dopo circa due ore allo scalo internazionale «Adolfo Suárez» di Madrid/Barajas, dove si è svolta l’accoglienza ufficiale. Durante il volo, come di consueto il Pontefice aveva rivolto un saluto agli operatori dei media — nella circostanza oltre 80 provenienti da più di 10 Paesi, e circa 20 originari della Spagna — ribadendo, in risposta alle domande dei cronisti, la necessità di perseguire con determinazione, in Ucraina, la strada del dialogo e della pace. Ancora, il Papa aveva escluso l’idea di una «guerra giusta» in Iran e rivolto il suo pensiero al Libano, visitato alla fine dello scorso anno.

Lungo il percorso di circa 25 chilometri dall’aeroporto fino al Palazzo Reale, il calore dei madrileni è stato palpabile nelle strade addobbate con centomila fiori bianchi e gialli, i colori del Vaticano, ed elementi ornamentali e decorativi sui balconi delle case. Nel pomeriggio, alle 18, Leone XIV visita il «Cedia 24 horas», Centro di incontro e accoglienza gestito dalla Caritas diocesana di Madrid. Quindi, in serata, la Veglia di preghiera con i giovani in Plaza de Lima. 
Domenica, 7 giugno, nella solennità del Corpus Domini, in Plaza de Cibeles il Pontefice presiede la messa, con la tradizionale processione. Infine, nel pomeriggio, raggiunge la Movistar Arena per l’incontro con il mondo della cultura, dell’arte, dell’economia e dello sport.
(fonte: L'Osservatore Romano 06/06/2026)

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INCONTRO CON LE AUTORITÀ,
CON LA SOCIETÀ CIVILE E CON IL CORPO DIPLOMATICO

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Palazzo Reale di Madrid
Sabato, 6 giugno 2026
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Maestà,
Altezze Reali,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,Signore
e Signori!

Rendo grazie al Signore ed esprimo la mia riconoscenza per l’invito a compiere questo viaggio apostolico in Spagna: un itinerario in più tappe, ciascuna delle quali rivelerà qualche aspetto della multiforme ricchezza di un grande Paese che da quasi due millenni ha ricevuto la Parola del Vangelo. La tradizione ha sempre collegato la prima evangelizzazione della Penisola iberica alla predicazione dell’apostolo Giacomo il Maggiore. Questo legame riveste un’importanza teologica considerevole, perché esprime la consapevolezza della Chiesa locale di essere in continuità con la missione apostolica nata dalla Pentecoste. L’antichissimo legame fra la fede cristiana e questa terra, se da un lato non ne esaurisce la composita identità del vostro popolo, dall’altro ne ha plasmato profondamente la cultura e rappresenta una riserva di speranza e di orientamento fra le sfide che oggi insieme, come famiglia umana, dobbiamo affrontare. Penso alle espressioni di fede popolare che, in ogni città e villaggio, rappresentano una vera e propria drammaturgia della salvezza al ritmo dell’anno e nei contesti di vita. Insieme al patrimonio artistico e musicale, alle molteplici confraternite e associazioni di natura caritativa, esse testimoniano il fecondo incontro fra Gesù Cristo e il vostro popolo. È un popolo pieno di passione, che ama la vita e lo manifesta!

Vengo tra voi a confermare, incoraggiare, ispirare una rinnovata fedeltà dei credenti al Vangelo e una più profonda riconciliazione e cooperazione fra le diverse anime di questa Nazione. Proprio la sua storia, infatti, suggerisce che non la cultura dello scontro, ma quella dell’incontro genera stabilità e prosperità. A ben vedere, il messaggio della pace, che in questi tempi, purtroppo, risuona per alcuni ingenuo, per altri provocatorio, trova accoglienza in chi non si chiude in ideologie preconfezionate ma si apre alla verità. Come ci ha insegnato Papa Francesco, esiste in effetti «una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 231). Infatti – concludeva –, «la realtà è superiore all’idea» (ibid.). La verità è sempre più grande di noi e per questo ci stupisce e ci attrae su sentieri di purificazione e di riconciliazione, in cui il dialogo con gli altri – e con l’Altro con la maiuscola – diventa fondamentale.

A questo proposito, vorrei fare riferimento a due voci di questo Paese che da cinque secoli nutrono la vita della Chiesa e la ricerca spirituale di molti, anche oltre i suoi visibili confini. Si tratta di Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, che divennero amici nella passione per il Mistero divino. La loro è una mistica dagli occhi aperti, vale a dire non estranea dalla storia, ma, al contrario, che porta alla radice delle questioni, al cuore della realtà. In particolare, nell’interpretare le trasformazioni e nel reggere le tensioni che rendono così buia la nostra epoca, ci è di aiuto il tema della notte, tanto caro a San Giovanni della Croce, del quale stiamo celebrando l’anno giubilare. Nella sua sete di luce, paradossalmente egli imparò ad apprezzare l’oscurità – «felice notte» [1] – come il tempo in cui l’anima è liberata da ciò che presumeva di conoscere e di possedere. Anche oggi, quanto ci spaventa di più, ciò che in molti provoca il buio della ragione e la violenza delle emozioni, è l’ignoto, di fronte a cui può prevalere la sensazione di non avere più mappe, il disorientamento. Allora servono, anche nella vita pubblica, uomini e donne che intuiscano nel buio la luce, nella fine un possibile inizio, quasi l’irrompere di una verità come luce che ancora acceca, ma che – se ci fidiamo e troviamo pace – delicatamente ci porterà verso di sé: «Notte che mi hai guidato! O notte amabil più dei primi albori! O notte che hai congiunto l’Amato con l’amata, l’amata nell’Amato trasformata!». [2] Il nostro tempo, che in superficie è sconvolto da terribili squilibri e conflitti, più profondamente chiama alla pace, a una nuova conoscenza della persona umana e della sua inviolabile dignità, alla civiltà dell’amore (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 186).

Santa Teresa descrive il medesimo itinerario con l’immagine del castello interiore. Avanzando di stanza in stanza verso il luogo più interno – cioè ciascuno verso il proprio cuore, santuario della verità –, lo spazio si allarga, la mente si apre, le contraddizioni si compongono, le tensioni si sciolgono, gli altri trovano posto, l’universo diventa casa. Non una fuga intimistica, ma una radicale apertura al totus Alius et semper Novus, si realizza quando torniamo in noi stessi. Questa dimensione dell’essere umano è la ragione per la quale la libertà religiosa e di coscienza va tutelata.

Oggi, la tentazione di guadagnare popolarità soffiando sul fuoco delle polarizzazioni sembra crescere, invece di diminuire; la dignità umana non cessa di essere violata. Allora abbiamo bisogno di cultura, di interiorità, di educazione libera e di qualità, di trascendenza. Eppure, da queste notti oscure, uomini e donne fedeli alla verità sono stati spinti ad avanzare di stanza in stanza fino al punto in cui, nella coscienza, giustizia e pace si abbracciano. È dalla loro libertà che impariamo a essere liberi.

La Chiesa cattolica è a servizio di questa sete del cuore umano. Non in forma impositiva, ma con la testimonianza evangelica sostenuta da una moltitudine di martiri e santi, ed è pronta oggi a mettersi al servizio del futuro di un popolo che cerca riconciliazione e pace.

Invito tutti, per amore di verità, ad abbandonare le narrazioni divisive e polarizzanti della vostra realtà sociale e della sua storia, per passare dalle sterili semplificazioni all’apprezzamento fecondo della complessità. Vedo qui una specifica vocazione dell’Europa, di cui la Spagna è protagonista originale e fondamentale. È il dono che il Vecchio Continente può fare al mondo se vuole rimanere giovane, come giovane è chi sente di avere un futuro e una missione che interpellano ancora. Apprezzare la complessità e studiarla, imparare a non negarla e ad abitarla come benedizione, rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici: ecco il compito di chi ha una grande storia alle spalle. Le nuove tecnologie sono divenute un ambiente artificiale in cui le nostre opzioni fondamentali sono messe alla prova: al suo interno i pregiudizi si esasperano, il pensiero critico si affievolisce, interessi prepotenti seminano pulsioni di morte. D’altra parte, il bene può resistere e comunicarsi.

Occorre, specialmente da parte di chi ha responsabilità economiche, politiche e istituzionali, un salto di qualità, un’inversione di rotta negli investimenti su scuola, università e ricerca, sulle comunità locali e sulla società civile come vivaio di partecipazione e di mediazione culturale. La sicurezza, che troppo spesso ci illudiamo venga dalle armi e dai muri, matura piuttosto nell’imparare a fare strada con l’altro, a crescere insieme, fianco a fianco. Lo testimonia la vostra stessa storia. La presenza dell’Islam nella Penisola iberica, ad esempio, costituì una realtà politica, culturale e religiosa di lunga durata. Durante quel periodo non vi fu soltanto confronto, si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei. Nella scuola di traduttori di Alfonso X il Saggio, esperti appartenenti alle tre religioni collaborarono alla traduzione del ricco patrimonio arabo, greco ed ebraico, contribuendo alla diffusione di testi come, tra gli altri, quelli dei filosofi Averroè (1126-1198) e Maimonide (1138-1204). In particolare, città come Cordoba e Toledo divennero luoghi di mediazione tra lingue, religioni e saperi. Ma questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza.

Come ci ha insegnato un altro nobile figlio di questa terra, nelle prove e negli insuccessi è possibile ripensare tutto: Ignazio di Loyola ebbe questa audacia, dando credito alle tristezze e alle consolazioni del suo cuore, in un esercizio di discernimento e di immaginazione per cui alle armi preferì la pace, ai potenti i santi. Capì che non era utopia il bene da cui si sentiva attratto e allora la sua crisi si trasformò in grazia. Lo stesso può avvenire riguardo alle “cose nuove” che oggi ci turbano e su cui le nostre sensibilità al momento si dividono. «Evitiamo parole che umiliano o contrappongono. Scegliamo la chiarezza che illumina e la franchezza che apre vie. Non benediciamo entusiasmi ingenui, non alimentiamo paure sterili. Piuttosto, indichiamo criteri di discernimento – dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della Casa comune, pace – e traduciamoli in prassi: progettazione responsabile, valutazioni d’impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili, alfabetizzazione digitale, ricerca e industria orientate alla giustizia e alla pace» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 14).

Maestà, Altezze Reali, Signore e Signori, esprimo apprezzamento al vostro Paese per la sua fedeltà al diritto internazionale e al multilateralismo, che si traduce in un attivo impegno per la pace e la solidarietà fra i popoli. Al tempo stesso, incoraggio a coltivare anche al suo interno il dialogo e l’amicizia sociale, a tenere conto del punto di vista dei poveri e dei giovani nell’immaginare il futuro, a volgere in positiva armonia le istanze di autonomia e quelle di unità, a favorire il processo di unione europea, non in contrapposizione ad altre potenze, ma come dono per l’intera famiglia umana.

Dio benedica la Spagna!

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[1] S. Giovanni della Croce, Notte oscura, Canto dell’anima, 3: Opere, Roma 1979, 347.
[2] Ibid., 5.

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Dall’aeroporto internazionale “Adolfo Suárez” Madrid/Barajas, Accoglienza Ufficiale




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Dal Palazzo Reale, a Madrid, Cerimonia di Benvenuto e 
Visita di Cortesia di Papa Leone XIV ai Reali di Spagna



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Dal Palazzo Reale a Madrid, Incontro di Papa Leone XIV con le Autorità, La Società Civile ed il Corpo Diplomatico, nel Salón de Columnas.






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Vedi anche il post precedente:



Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - Solennità SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO anno A

7 Giugno 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, la Parola del Signore e la mensa del suo Corpo e del suo Sangue fanno di noi un corpo solo: la sua Chiesa. Uniti strettamente al Signore Gesù come tralci alla vite, innalziamo a Lui con fiducia le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Donaci la tua vita, Signore

Lettore


- Fa’, o Signore Gesù, che la Chiesa tuo Corpo possa essere sempre più conforme al mistero che celebra. Tutto il suo stile di vita, il suo modo di organizzarsi, il suo abitare questo mondo sia sempre un perenne rendimento di grazie al Padre tuo, donatore di ogni bene, perché tutti abbiano a gustare, già qui ed ora, la vita eterna. Preghiamo.

- Guarda, o Signore Gesù, il cammino di tutte le Chiese cristiane, che ogni domenica si radunano nel tuo Nome per ascoltare la tua Parola e cibarsi del tuo Corpo donato. Fa’ che cresca in ognuna di esse il desiderio di comunione con le altre confessioni cristiane e la volontà di superare le reciproche incomprensioni. Preghiamo.

- Volgi, o Signore Gesù, il tuo sguardo su questo mondo che tu ami. Sii vicino a quei due terzi dell’umanità, che riesce a stento a sopravvivere. Abbatti l’arroganza dei potenti, suscita nel cuore dei governanti un vero impegno perché risorse e mezzi siano messi a disposizione dei poveri, dei più deboli e degli esclusi. Il tuo Santo Spirito guidi le menti degli scienziati la gestione delle nuove tecnologie verso il rispetto della vita e la dignità di ogni essere umano. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Signore Gesù, il nostro Paese e la sua faticosa ripartenza sociale ed economica. Illumina coloro che ci governano e tutto il Parlamento, affinché abbiano il coraggio di scelte che aprano ad un futuro di giustizia, di solidarietà e di pace. E dona a noi cittadini un maggior senso di responsabilità nei confronti del bene del Paese. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, Pane di Vita, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti, [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche di coloro che muoiono di fame perché non hanno cibo a sufficienza. Dona a tutti, o Signore Gesù, di entrare nel tuo Regno e di gustare il tuo banchetto di vita e di fraternità. Preghiamo.


Per chi presiede

Signore Gesù, che ci hai lasciato come memoriale i segni semplici del “pane spezzato” e del “calice versato”, segni eloquenti di una vita donata e condivisa, fa' che viviamo sempre con intensità e riconoscenza il sacramento dell’Eucaristia, in comunione con tutti i nostri fratelli e sorelle nelle fede e in umanità. Te lo chiediamo perché tu sei nostro Fratello e Signore, vivente nei secoli dei secoli.

AMEN.



"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 31 - 2025/2026 - SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO - anno A

Vangelo:

Il brano non rappresenta solo una meravigliosa metafora, ma è, a tutti gli effetti, una vera e propria omelia sull'Eucaristia, l'evangelista non ci narra la sua istituzione, ma esplicita ciò che i Vangeli sinottici lasciano implicito. Gesù è Parola del Padre fatta carne (Gv 1,14), dono totale di sé che Dio offre ai suoi figli, la sua Dimora tra gli uomini, «il Luogo dove ogni carne può finalmente incontrare la Parola» (cit.). La Vita Eterna è la stessa Vita del Padre offerta a noi, un dono che passa solo attraverso l'umanità di Gesù (Gv 17,3), il suo vissuto, la sua debolezza, la sua estrema fragilità. Credere nel Figlio dell'Uomo significa «mangiare la sua carne e bere il suo sangue», entrare, cioè, in piena comunione con Colui che «non ha ritenuto un privilegio l'essere come Dio» (Fil 2,5), ma ha voluto incontrare ogni fratello e ogni sorella assumendo fino in fondo la loro umanità concreta. «Parola molto dura» da accogliere questa (Gv 6,60). Accettare, cioè, che Dio si riveli a noi nella fragilità e nella debolezza di un uomo è davvero una follia! «Masticare e mangiare» la carne del Figlio dell'Uomo significa accoglierlo così come Egli è, vivere come Lui e di Lui, amarlo talmente tanto da diventare anche noi, intimamente uniti a Lui, «Basar Ehad», una sola carne, piena comunione d'amore.


sabato 6 giugno 2026

QUESTO E’ IL MIO CORPO, QUESTA LA MIA VITA Mangiare e bere Cristo significa molto più che fare la Comunione alla Messa, significa “farci comunione” - SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

QUESTO E’ IL MIO CORPO, QUESTA LA MIA VITA


Mangiare e bere Cristo significa molto più che fare la Comunione alla Messa, significa “farci comunione” 


In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Gv 6,51-58
  
QUESTO E’ IL MIO CORPO, QUESTA LA MIA VITA
 
Mangiare e bere Cristo significa molto più che fare la Comunione alla Messa, significa “farci comunione”

Un Vangelo di otto versetti, e Gesù a ripetere, per otto volte: Chi mangia la mia carne vivrà in eterno. Quasi un ritmo incantatorio, una divina monotonia, nello stile di Giovanni che avanza per cerchi concentrici. Per otto volte Gesù insiste sul perché mangiare: per vivere, per vivere davvero. È l’incalzante certezza di Gesù su qualcosa che cambia la direzione della vita. Qui è il genio del cristianesimo: Dio non prende nulla e dona tutto, si perde dentro le sue creature come pane dentro la bocca.

Cosa celebriamo oggi? Tabernacoli aperti, pissidi dorate e ostensori? No. Oggi non è la festa degli adoratori.

Celebriamo Cristo che si dona fino al sangue? Neppure questo.

La festa di oggi è ancora un passo avanti. Perché un dono sia vero occorre qualcuno che lo accolga. Quando nell’eucaristia sentiamo: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo, su quali parole cade l’accento della frase? Ci dicevano che l’essenziale era: questo è il mio corpo, il pane trasformato. Ma se noi seguiamo la successione esatta delle parole volute da Gesù il verbo principale è: Prendete. Qui è il miracolo, il batticuore, lo scopo: Prendete. Per essere trasformati voi. A che serve un Pane, un Dio chiuso nel tabernacolo e da esporre di tanto in tanto alla venerazione e all’incenso? No. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. Adesso, non avrà, come una specie di Tfr per la fine della vita. La vita eterna è già cominciata se è comunione con la vita dell’Eterno.

Bellissima la domanda del Salmo 33: Vi è qualcuno che desidera la vita, che vuole gustare lunghi giorni felici? Sì, io lo desidero, voglio gustarli, voglio goderli.

Vuoi pienezza? La risposta è Gesù, con carne e sangue, cioè l’intera vicenda umana, le sue mani di carpentiere con il profumo del legno, le sue lacrime e le sue passioni. E qui c’è una sorpresa. Gesù non dice: prendete su di voi la mia sapienza, mangiate la mia santità, il sublime che è in me. Ma: prendete la mia umanità, il corpo, il mio modo di abitare la terra. Le mie mani povere.

Gesù non sta parlando della comunione eucaristica, ma del flusso caldo della sua vita, che nel nostro cuore può mettere radici, annaffiate del suo coraggio, dal suo perdersi in noi.

Allora mangiare e bere Cristo significa molto più che fare la Comunione alla Messa, significa “farci comunione”. Finita la religione delle pratiche esterne, dei riti, degli obblighi, questa è la religione del corpo a corpo con Dio, a tu per tu con la sua vita, fino a diventare una cosa sola con lui. “Io non sono ancora il Cristo, ma io sono questa infinita possibilità” (D.M.Turoldo).

Prendete, mangiate! Qui è il miracolo, il tabernacolo, lo stupore.

Non andiamocene dal mondo senza essere diventati, anche noi come lui, pezzo di pane buono, spezzato per la fame e per la pace di qualcuno.

Leone XIV sul volo per la Spagna: il saluto ai giornalisti e l’appello per la pace

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV
IN SPAGNA

6-12 GIUGNO 2026

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Leone XIV sul volo per la Spagna:
il saluto ai giornalisti e l’appello per la pace

A bordo del volo per Madrid, il Papa incontra i giornalisti per un breve saluto. Nelle sue risposte alle domande rilancia il dialogo per l’Ucraina, esprime vicinanza al Libano e si sofferma sugli abusi, una ferita ancora aperta, e sulla guerra in particolare sulla pericolosità delle armi impiegate. Dalle monache di clausura spagnole un rosario per ogni cronista del seguito papale


«¡Muy buenos días a todos!». Con queste parole, pronunciate in spagnolo, Leone XIV ha salutato questa mattina, 6 giugno, gli oltre ottanta giornalisti che lo accompagnano nel viaggio apostolico in Spagna. Il volo papale è decollato dall’aeroporto internazionale di Roma-Fiumicino alle 8.13, diretto a Madrid, prima tappa della visita che porterà il Pontefice a incontrare comunità ecclesiali, autorità e fedeli del Paese iberico.

Leone XIV nella cabina di pilotaggio (@Vatican Media)

Come avviene tradizionalmente nei viaggi internazionali, il Papa, quasi al termine del volo, ha raggiunto la parte posteriore dell’aereo per salutare personalmente i rappresentanti dei media. Un incontro breve e cordiale, scandito da strette di mano, sorrisi e alcune domande sull’attualità internazionale. Accanto ai temi più impegnativi, non è mancato un momento di distensione quando al Pontefice è stato chiesto, arrivando in Spagna, se tifasse per il Real Madrid o per il Barcellona. Leone XIV ha risposto sorridendo di tifare “per tutte le squadre”, suscitando l’ilarità dei presenti.

La Chiesa ha un messaggio per tutti

“Questo viaggio è il primo viaggio di un Papa in Spagna dopo molto tempo, e personalmente sono molto contento”: così Leone XIV nel suo saluto ai giornalisti. “È una visita apostolica, per incontrare i fedeli, - spiega - celebrare la fede, annunciare il messaggio di Gesù Cristo, ma, al tempo stesso, per salutare tutti, tutta la società, perché la Chiesa ha un messaggio per tutti, come avrete visto, credo, con molta chiarezza, nella lettera enciclica che è stata pubblicata il 25 maggio”.

Il Papa nel suo saluto in volo (@Vatican Media)

Giovani, messaggeri dell’amore di Dio

Papa Leone sa che lo attende la grande euforia in particolare dei ragazzi. “Sembra che ci sarà - sottolinea - un gran numero di giovani con il loro entusiasmo e credo che, in tal senso, condividendo tutti la gioia della fede, potremo dare un messaggio molto bello”. Un messaggio, aggiunge, da portare a Madrid, a Barcellona, nelle isole Canarie, “tutto per vivere la fede e per annunciare il messaggio dell’amore di Dio, della carità, del rispetto per ogni essere umano”.

Gli abusi, ferita aperta

Interpellato sugli abusi compiuti dal clero, il Papa dice che incontrerà durante il viaggio alcune vittime, assicurando il suo impegno e di tutta la Chiesa a lottare contro quella che "è ancora una ferita aperta". Ieri sera, 5 giugno, il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, aveva riferito dell’incontro organizzato dalla Chiesa locale

Iran, non è una “guerra giusta”

E alla domanda se in Iran ci sia una guerra giusta risponde: "Credo che sia già stato detto con molta chiarezza: in Iran gli elementi di una guerra giusta non si trovano. La teoria della guerra giusta proviene dai secoli passati quando non si immaginavano le armi e la capacità di distruzione di cui dispone oggi l'uomo". Tra gli argomenti sollevati dai cronisti c'è il conflitto in Ucraina per il quale Leone XIV ribadisce la necessità di perseguire con determinazione sulla strada del dialogo e della pace. Il Pontefice rivolge, inoltre, il suo pensiero al Libano, confermando l’attenzione della Santa Sede verso la situazione del Paese attraverso il costante contatto con le autorità religiose. Rispondendo, poi, sul tema della guerra, il Papa richiama le riflessioni sviluppate negli ultimi anni dal magistero della Chiesa circa le profonde trasformazioni introdotte dalle moderne tecnologie militari e dalla capacità distruttiva degli armamenti contemporanei.

Leone XIV tra i giornalisti che lo seguono nel suo viaggio in Spagna (@Vatican Media)

Il dono delle suore

Durante il sorvolo del Mediterraneo, a contraddistinguere il viaggio anche un altro segno, meno visibile ma non meno significativo. Diversi monasteri di clausura spagnoli hanno infatti voluto sostenere spiritualmente la visita apostolica recitando un rosario per ciascuno dei giornalisti presenti sul volo papale. E a ogni operatore dei media è stata consegnata una corona del rosario, realizzata dalle comunità contemplative che hanno affidato alla preghiera il lavoro di quanti racconteranno questi giorni attraverso articoli, servizi televisivi, fotografie e collegamenti radiofonici. Un gesto semplice che unisce idealmente il lavoro dell’informazione e la vita nascosta delle claustrali, due dimensioni che spesso accompagnano, ciascuna a suo modo, i viaggi del Successore di Pietro. Al Papa è stato anche consegnato un disegno dei piccoli pazienti del Bambino Gesù.
Madrid in festa

Intanto a Madrid suonano le campane di tutta l'arcidiocesi per l’arrivo del Pontefice. La capitale spagnola accoglie Leone XIV per una delle prime grandi visite internazionali del suo pontificato. Tra le parole dedicate alla pace, il lavoro dei cronisti e la preghiera silenziosa delle comunità contemplative, il viaggio verso la penisola iberica è così entrato nel vivo già durante le ore del volo.
(fonte: Vatican News, articolo di Silvina Perez 06/06/2026)

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Vedi anche il post precedente:



Andrea Tornielli - Evangelizzazione e vicinanza ai migranti: un viaggio nel cuore delle sfide dell'Europa


Andrea Tornielli
Evangelizzazione e vicinanza ai migranti:
un viaggio nel cuore delle sfide dell'Europa

Da Madrid a Barcellona alle Canarie: le sfide del pellegrinaggio di Leone XIV in Spagna nel centenario della morte di Gaudì, l’architetto della Sagrada Familia


Il viaggio di sette giorni che Papa Leone si accinge a compiere in Spagna, e che lo porterà nella capitale Madrid, quindi a Barcellona e infine nelle isole Canarie, è un pellegrinaggio nel cuore delle sfide dell’Europa. O meglio ancora, un viaggio che in tre tappe sintetizza le grandi sfide per la Chiesa nel Vecchio continente. Dopo quello in Türkiye e Libano, dal profondo significato ecumenico e per la pace in una terra – quella del Paese dei cedri – dove negli ultimi mesi si è scatenato un conflitto devastante per la popolazione colpita dai bombardamenti israeliani; dopo il viaggio-lampo nel Principato di Monaco e quello dell’aprile scorso durato per 11 giorni in quattro Paesi africani (il pellegrinaggio “missionario” che Leone avrebbe voluto fosse il primo del pontificato), oggi il Successore di Pietro incontra una società europea fortemente polarizzata, quella spagnola.

La prima tappa, Madrid, sarà particolarmente segnata dall’incontro con i membri del Parlamento: un momento importante per ricordare quale sia lo sguardo con cui la Chiesa considera la politica e l’impegno per il bene comune. Uno sguardo oggi ormai lontano da ogni forma di collateralismo come pure da ogni riduzione della fede cristiana all’intimismo auspicata dall’ideologia laicista. Lontano dal collateralismo, perché la Chiesa per essere se stessa e annunciare il Vangelo non può e non deve appoggiarsi al potere, instaurando legami che finiscono per offuscare la sua missione. Lontano dall’intimismo, perché la fede è incarnata e i cristiani sono chiamati a testimoniare il Vangelo attraverso l’impegno concreto per rendere la società più umana, più giusta, più attenta agli ultimi. La Chiesa spagnola, chiamata a testimoniare un’unità polifonica nel tempo delle polarizzazioni e delle contrapposizioni, ha attraversato nell’ultimo secolo, insieme a tutto il popolo iberico, il dramma della guerra civile e certe ferite non sono ancora del tutto rimarginate.

Come si annuncia oggi il Vangelo nel contesto di una società fortemente segnata da una grande tradizione cristiana che ne ha forgiato l’identità, ma che oggi appare sempre più secolarista? È questa la domanda che di fatto attraverserà tutto il pellegrinaggio del Vescovo di Roma. 
A Barcellona, proprio nella visita alla grandiosa basilica della Sagrada Familia durante la quale il Papa inaugurerà la torre più alta dedicata a Gesù Cristo, è contenuta una possibile risposta: attraverso il linguaggio della bellezza. Da sempre la Chiesa ha parlato a tutti attraverso l’arte e in particolare attraverso le immagini. Tanta catechesi lungo i secoli è stata svolta dagli affreschi, dai mosaici, dalle sculture. La Sagrada Familia, frutto della fede e dell’ingegno di un architetto catalano morto cent’anni fa e oggi sulla via degli altari, è un esempio potente di questo linguaggio della bellezza: chi si trova davanti agli occhi la basilica è accompagnato in un viaggio attraverso l’essenza della fede cristiana. La lezione di Antoni Gaudì è dunque attualissima, soprattutto per il nostro tempo e per l’Europa, dove si è di fatto interrotta la trasmissione della fede in seno alla famiglia e dove non può essere più data per scontata la prima evangelizzazione.

Infine, la tappa a Gran Canaria e Tenerife, per toccare con mano il dramma vissuto dai migranti. I quali, se sopravvivono alla traversata, bussano alle porte dell’Europa, anche se spesso il Vecchio continente non affronta in modo coordinato e organizzato questa emergenza, lasciando soli i Paesi più esposti, tra i quali certamente va annoverata la Spagna. È noto che la tappa alle Canarie era un desiderio espresso già da Papa Francesco, che il suo successore porta ora a compimento. Leone XIV lo scorso ottobre ha pubblicato l’esortazione apostolica “Dilexi te”, frutto di un lavoro iniziato durante il pontificato precedente. In quel testo si evidenziava il nesso che esiste tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci vicini ai poveri, agli ultimi, ai sofferenti, ai “forestieri” citati da Gesù nel Vangelo. Nell’enciclica “Magnifica humanitas” il Papa chiede di “acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi; per guardare la storia con lo sguardo dei piccoli e non con la prospettiva dei potenti; per interpretare gli avvenimenti della storia con il punto di vista della vedova, dell’orfano, dello straniero, del bambino ferito, dell’esule, del fuggiasco”. La tappa alle Canarie entra dunque nella carne viva delle sofferenze degli ultimi con una chiamata alla testimonianza evangelica dei cristiani. E al contempo una chiamata alla responsabilità di tutti: quella di restare umani.
(fonte: L'Osservatore Romano 05/06/2026)



venerdì 5 giugno 2026

I bruciati vivi in Calabria. Non sono invisibili. Siamo noi che non vogliamo vedere

I bruciati vivi in Calabria. Non sono invisibili. Siamo noi che non vogliamo vedere


Quattro braccianti bruciati vivi in provincia di Cosenza. Di fronte al fatto tragico si deve ricordare che questi sfruttati non sono degli “invisibili”. Siamo noi che decidiamo di non vedere

La pace come esposizione, non come ordine

La pace non è un equilibrio garantito dalla forza, né un ordine imposto dall’alto. È un modo di stare al mondo: esporsi all’altro, riconoscere che la nostra esistenza è intrecciata alla sua, accettare che la convivenza non nasce dalla separazione ma dal contatto.

La sostenibilità, allo stesso modo, non è un protocollo tecnico: è la consapevolezza che viviamo dentro una trama di relazioni materiali e simboliche che non controlliamo, ma da cui dipendiamo. Pace e sostenibilità sono due nomi per la stessa esperienza: non siamo padroni del mondo, ma parte di esso.

Italia ed Europa: sicurezza armata, sostenibilità rinviata

Il governo italiano parla di sicurezza mentre rafforza la deterrenza, come se la convivenza potesse essere garantita da un arsenale. Tratta la transizione ecologica come un’imposizione esterna, non come un’occasione per ripensare il nostro modo di abitare la terra. L’Unione Europea alterna ambizioni climatiche a continui arretramenti, irrigidisce le frontiere, gestisce la mobilità umana come un rischio.

Valori universali proclamati, spazi di esclusione costruiti. È un’Europa che parla di diritti ma accetta che interi segmenti della propria economia si reggano su lavoro sfruttato, precarizzato, sacrificabile.

I quattro migranti bruciati: non invisibili, ma rimossi

I quattro migranti carbonizzati in un distributore di carburante non sono un incidente: sono un’esposizione brutale della nostra dipendenza da vite che definiamo “invisibili”. Ma invisibili non lo sono affatto. Sono visibilissimi: nei campi, nei cantieri, nei magazzini, nelle cucine, nelle serre. Li vediamo ogni giorno. Sappiamo che si spaccano la schiena per salari minimi, che vivono in condizioni indegne, che tengono in piedi interi settori dell’economia.

Dire “invisibili” è una scorciatoia linguistica che ci alleggerisce la coscienza. È un favore che facciamo a noi stessi e a chi li sfrutta. Non sono invisibili: siamo noi che non li vogliamo vedere.

E il nostro governo, invece di contrastare questa rimozione, la asseconda: ci rassicura dicendo che “il problema è altrove”, e così li sposta altrove, li racchiude in Albania, li allontana dal nostro campo visivo. Non è una soluzione: è un modo per confermare il nostro ritrarci, il nostro chiudere gli occhi.

Fantasmi burocratici: come li produciamo

La maggior parte di queste persone arriva in Italia regolarmente, attraverso il decreto flussi.
Arrivano con un permesso, con un nome, con un datore di lavoro che li ha richiesti.
Ma quando mettono piede in Italia, spesso trovano un’altra realtà: procedure burocratiche lente e contraddittorie; arrivi tardivi rispetto ai tempi agricoli; aziende che nel frattempo non hanno più bisogno di loro, contratti promessi e poi ritirati.

E così accade l’assurdo: entrano regolarmente, ma cadono nel vuoto. Diventano “fantasmi burocratici”: presenti, ma senza i documenti necessari per lavorare; regolari, ma senza tutele; qui, ma senza diritti. Non perché abbiano sbagliato qualcosa: perché il sistema li produce così.

E quando il sistema produce fantasmi, lo sfruttamento trova terreno fertile. È in questo spazio grigio che si annidano caporalato, ricatti, violenze. È qui che si muore bruciati in un distributore di benzina.

Pace e sostenibilità non sopravvivono alla schiavitù

Non c’è pace dove alcuni vivono sotto minaccia costante. Non c’è sostenibilità dove il lavoro umano viene consumato come una risorsa sacrificabile. La violenza non è solo quella delle armi: è quella delle economie che sfruttano, delle politiche che respingono, delle istituzioni che tollerano zone d’ombra in cui la vita perde valore.

Ogni morte in schiavitù incrina la nostra idea di comunità. Ogni territorio devastato restringe la nostra idea di futuro. Ogni volta che accettiamo che qualcuno viva e muoia ai margini, accettiamo che la pace sia un privilegio e non un diritto.

La comunità come contatto, non come identità

Non esistiamo da soli. Non esiste un “noi” che possa salvarsi separandosi dagli altri.
La comunità non è un’identità da difendere, ma un contatto da attraversare: la consapevolezza che la nostra vulnerabilità è intrecciata a quella di chi arriva, di chi lavora nei campi, di chi fugge da guerre che spesso alimentiamo.

Questa esposizione ci obbliga: non moralmente, ma umanamente. La pace è un gesto, la sostenibilità una forma di attenzione.

Guardare ciò che brucia

Parlare oggi di pace e sviluppo sostenibile significa rifiutare l’idea che alcune vite possano essere bruciate senza che il mondo cambi. Significa dire che la sicurezza nasce dalla giustizia, non dalla forza; che il futuro si costruisce aprendo possibilità, non chiudendo confini. Significa riconoscere che non sono invisibili: siamo noi che non li vogliamo vedere. E che il governo, invece di aprire gli occhi, li chiude insieme a noi.

In fondo, pace e sostenibilità ci chiedono la stessa cosa: riconoscere che la vita dell’altro è già dentro la nostra. E che ogni volta che la lasciamo bruciare, bruciamo anche una parte di noi.
(fonte: La barca e il mare, articolo di Savino Pezzotta 04/06/2026)

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Vedi anche il post precedente:


Enzo Bianchi: La comunione che nasce dalla Trinità

Enzo Bianchi
La comunione che nasce dalla Trinità

Il Dio Uno e Trino è il cuore del cristianesimo: relazioni d’amore che non coincidono con l’uniformità, ma con la sinfonia delle differenze


Famiglia Cristiana - 31 Maggio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Molti cristiani credono che Dio sia una monade, un Dio unico e uno come quello delle altre religioni e così non conoscono il vero volto del Dio vivente.

Il nostro Dio – ed è tanto difficile dirlo! – è in verità una comunione, una koinonía, come amavano proclamare i padri della chiesa greca. Perché è vero che è uno e non una pluralità di dèi, ma è comunione di chi genera, di chi è generato e di chi è generazione. Sant’Agostino amava sintetizzare: l’Amante, l’Amato e l’Amore ci svelano la Triunità di Dio… Questa immagine dovrebbe avere una profonda e decisiva ricaduta nella preghiera del credente, nella sua fede, nella sua vita di comunione. La Triunità di Dio non è un abbellimento della divinità, ma è la dinamica segreta che plasma la fede cristiana. Per questo la comunione cristiana non sarà mai uniformità, ma sempre comunione plurale e la verità sarà sempre non monolitica. Per questo tutti i doni che discendono da Dio non temono la differenza, la diversità, ma sono sempre capaci di relazione e di unione.

Non dimenticarlo, cristiano, se il fuoco dello Spirito santo disceso dal cielo nel cenacolo era uno, sul capo di ciascun discepolo è diventato una fiammella particolare che arde con colori propri, le sue proprie vampe, la sua propria luce…

Quando cerchi l’unità con gli altri, non dimenticarlo, non cercare l’uniformità ma la comunione, la sinfonia, e, come dice Efrem il Siro, sarai l’arpa dello Spirito santo!
(fonte: blog dell'autore)


giovedì 4 giugno 2026

Tonio Dell'Olio: Lavori donneschi - Video del monologo di Paola Cortellesi

Tonio Dell'Olio
 
Lavori donneschi
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  4 giugno 2026


Dalla riflessione proposta da Paola Cortellesi nel corso delle celebrazioni per gli 80 anni della Repubblica al Quirinale.

“La propaganda fascista celebrava la maternità come missione patriottica: dare figli alla nazione. Ma dietro quella retorica c'era un progetto preciso di limitazione dell'autonomia femminile.
Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e superiori, di insegnare materie considerate di alto profilo come filosofia e storia nei licei. L'istruzione di bambine e ragazze fu orientata verso "lavori donneschi" ovvero, mansioni domestiche.
Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano altamente sconsigliati. E nel caso in cui una studentessa avesse avuto l'arroganza di proseguire gli studi avrebbe comunque trovato tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle degli studenti.
Accanto alle norme, anche gli scritti ideologici del tempo teorizzavano la subordinazione femminile.
In questi passaggi del volume "Politica della famiglia" del 1938, scritto dall'economista fascista Ferdinando Loffredo, affiora, a voler pensar male, un certo pregiudizio misogino, seppur velatamente accennato tra le righe: «La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia». E ancora: «Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l'aumento della disoccupazione maschile». In sintesi: vengono a rubarci il lavoro”.

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Guarda il video con la riflessione proposta da Paola Cortellesi



UDIENZA GENERALE 03/06/2026 Leone XIV: una liturgia viva, risorsa per risvegliare l’apertura all’incontro con Dio

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 3 giugno 2026

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Il Papa: una liturgia viva,
risorsa per risvegliare l’apertura all’incontro con Dio

All’udienza generale in piazza San Pietro, il Pontefice spiega ai fedeli quali sono gli elementi dell’azione liturgica, la quale permette “di gustare la presenza di Dio per mezzo di Gesù Cristo”. Con la sobrietà solenne dei suoi ritmi, il rito, che va curato “con mano fine e senza arbitrarietà”, interrompe attività frenetiche riconducendoci all’essenziale, è “una sosta che rigenera il cuore” e insegna a vivere in un ritmo abitato dallo Spirito Santo

Leone XIV mentre benedice un bambino (@VATICAN MEDIA)

Si sofferma sul rito, sul segno e sul simbolo nella liturgia Leone XIV all’udienza generale di mercoledì 3 giugno, nella sua terza catechesi dedicata alla Costituzione Sacrosanctum Concilium, nell’ambito del ciclo dedicato ai documenti del Concilio Vaticano II.

Nella liturgia si concretizza il mistero della fede

Dopo il consueto giro in papamobile tra fedeli e pellegrini, in piazza San Pietro, il Papa, giunto sul sagrato della Basilica vaticana, spiega anzitutto che “i riti della liturgia cristiana” sono, in pratica, “la mediazione ecclesiale attraverso cui il dono divino ci raggiunge”, non semplicemente “un rivestimento esteriore del mistero sacramentale”. E infatti la Sacrosanctum Concilium chiarisce che “nella liturgia attraverso i riti e le preghiere” si concretizza “il Mysterium fidei” e che è “il rito” a dare “forma all’azione liturgica”, la quale, nei credenti che partecipano non come “muti spettatori” ma con “corpo, mente e cuore”, genera quella “sensibilità spirituale” che permette “di gustare la presenza di Dio per mezzo di Gesù Cristo”.

Attraverso il sacro rito veniamo così formati all’ascolto della Parola di Dio, al rendimento di grazie e all’adorazione, alla condivisione fraterna e alla comunione ecclesiale. Scopriamo di essere un’assemblea dai molti volti, riunita dalla stessa fede.

Il Papa mentre tiene la catechesi (@Vatican Media)

Una sosta che rigenera il cuore

Il rito ha “una sequenza di gesti e di preghiere ben definita”, specifica inoltre il Pontefice, la cui “logica, però, non è quella di imbrigliare la libertà in schemi”, semmai “con la sobrietà solenne dei suoi ritmi, il rito interrompe attività frenetiche, riconducendoci all’essenziale”. Perciò consente di fare “un’altra esperienza del tempo e dello spazio”.

Nel rito sperimentiamo una logica di gratuità, troviamo una sosta che rigenera il cuore, riconosciamo di essere preceduti dalla grazia divina, impariamo a vivere in un ritmo abitato dallo Spirito Santo. La grammatica del rito è intessuta dei segni e dei simboli propri della liturgia.

Piazza San Pietro gremita di fedeli (@Vatican Media)

Lasciarsi educare dai riti

Per Leone XIV, oggi, occorre lasciarsi “educare dai riti della liturgia”, e per questo è necessario curare “con mano fine e senza arbitrarietà la bellezza” delle “celebrazioni” e impegnarsi “in un’autentica mistagogia”.

L’esperienza di una liturgia viva e devota, accompagnata da un’opportuna catechesi mistagogica, è la migliore risorsa per risvegliare in tutti quell’apertura all’incontro con Dio che, nella logica dell’incarnazione, può avvenire solo coinvolgendo tutto l’uomo: spirito, anima e corpo.

I segni nell’azione liturgica

Quanto ai segni, nella liturgia significano “la santificazione dell’uomo”. Così, ad esempio, l’acqua, “dalle origini della creazione al diluvio, dal passaggio del Mar Rosso al Giordano” fino a quella “che sgorga dal costato di Cristo”, liturgicamente è “segno sacramentale dell’immersione” nella “morte e risurrezione” di Gesù. Ma il “segno” è anche “simbolico” quando rimanda “a un intero sistema di significati e di valori”, precisa Leone XIV. È il caso dell’aspersione “con l’acqua benedetta”, gesto con il quale “si ravviva in noi la coscienza del dono ricevuto con il Battesimo e la nostra adesione alla vita nuova in Cristo”.

Un momento dell'udienza generale (@VATICAN MEDIA)

I simboli

E ancora, nella liturgia, ci sono “i simboli”, che possono essere “azioni più semplici e comuni, come l’inginocchiarsi e darsi la pace, o più impegnative, come gli atti costitutivi di ogni Sacramento”. A caratterizzarli è quella “singolare dimensione performativa e trasformante, sia verso gli elementi materiali che li compongono, sia verso coloro che vi entrano in contatto” che genera “appartenenza”, tocca “il cuore e la mente”, suscita “autentiche relazioni ecclesiali”, conclude il Pontefice, che, come il suo predecessore Francesco nella lettera apostolica Desiderio desideravi, richiamando Romano Guardini, sottolinea che “nel “lavoro di formazione liturgica” il “primo compito” per l’uomo è “diventare nuovamente capace di simboli”.

Il Papa con gli sposi novelli (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 03/06/2026)


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LEONE XIV



I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 3. Il rito, il segno, il simbolo


Cari fratelli e sorelle,

proseguendo le catechesi sulla Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium (SC), vogliamo soffermarci a riflettere su alcuni elementi costitutivi della sacra liturgia, quali il rito, il segno e il simbolo.

Il Concilio Vaticano II, facendo tesoro del prezioso lavoro del Movimento liturgico, ci ha aiutato a riscoprire una verità molto viva nella coscienza della Chiesa antica e nell’insegnamento dei Padri. I riti della liturgia cristiana non sono un rivestimento esteriore del mistero sacramentale, un insieme di cerimonie arbitrarie, ma sono la mediazione ecclesiale attraverso cui il dono divino ci raggiunge. Proprio per questo il Concilio invita a comprendere il Mysterium fidei che si attua nella liturgia attraverso i riti e le preghiere (cfr SC, 48).

Il rito dà forma all’azione liturgica e, attraverso di essa, alla nostra vita, generando in noi una sensibilità spirituale che ci rende capaci di gustare la presenza di Dio per mezzo di Gesù Cristo. Naturalmente ciò avviene se noi non restiamo estranei o muti spettatori (cfr ibid.) rispetto alla liturgia, ma vi partecipiamo con tutto noi stessi – corpo, mente e cuore –, in obbedienza al comando del Signore. Attraverso il sacro rito veniamo così formati all’ascolto della Parola di Dio, al rendimento di grazie e all’adorazione, alla condivisione fraterna e alla comunione ecclesiale. Scopriamo di essere un’assemblea dai molti volti, riunita dalla stessa fede.

Il rito ci coinvolge in una sequenza di gesti e di preghiere ben definita, che talora può contrastare con la nostra individuale tendenza alla spontaneità. La sua logica, però, non è quella di imbrigliare la libertà in schemi. Al contrario, con la sobrietà solenne dei suoi ritmi, il rito interrompe attività frenetiche, riconducendoci all’essenziale. Scopriamo così un’altra dimensione dell’agire, non guidata da calcoli produttivi, e un’altra esperienza del tempo e dello spazio. Nel rito sperimentiamo una logica di gratuità, troviamo una sosta che rigenera il cuore, riconosciamo di essere preceduti dalla grazia divina, impariamo a vivere in un ritmo abitato dallo Spirito Santo.

La grammatica del rito è intessuta dei segni e dei simboli propri della liturgia. In essa, come afferma il Concilio, «la santificazione dell’uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi» (SC, 7). Il Catechismo della Chiesa Cattolica approfondisce il valore di questi segni, ricordando che «il loro significato nell’opera della creazione e nella cultura umana, si precisa negli eventi dell’Antica Alleanza e si rivela pienamente nella persona e nell’opera di Cristo» (n. 1145). Emblematico è il segno dell’acqua: dalle origini della creazione al diluvio, dal passaggio del Mar Rosso al Giordano, fino all’acqua che sgorga dal costato di Cristo e diventa segno sacramentale dell’immersione nella sua morte e risurrezione.

“Segno” e “simbolo” sono termini che spesso vengono usati come sinonimi. In realtà, un segno è simbolico quando è capace di rimandare non solo a un’idea, ma a un intero sistema di significati e di valori. Così, ad esempio, quando siamo aspersi con l’acqua benedetta si ravviva in noi la coscienza del dono ricevuto con il Battesimo e la nostra adesione alla vita nuova in Cristo. In secondo luogo, i simboli hanno essenzialmente un carattere pratico, essendo anzitutto azioni: più semplici e comuni, come l’inginocchiarsi e darsi la pace, o più impegnative, come gli atti costitutivi di ogni Sacramento. Soprattutto, i simboli hanno una singolare dimensione performativa e trasformante, sia verso gli elementi materiali che li compongono, sia verso coloro che vi entrano in contatto, generando appartenenza, toccando il cuore e la mente, suscitando autentiche relazioni ecclesiali.

Nella Lettera Apostolica Desiderio desideravi, Papa Francesco, facendo propria un’affermazione di Romano Guardini, individuava «il primo compito del lavoro di formazione liturgica: l’uomo deve diventare nuovamente capace di simboli» (n. 44). Abbiamo bisogno di lasciarci educare dai riti della liturgia, curando con mano fine e senza arbitrarietà la bellezza delle nostre celebrazioni e impegnandoci in un’autentica mistagogia. L’esperienza di una liturgia viva e devota, accompagnata da un’opportuna catechesi mistagogica, è la migliore risorsa per risvegliare in tutti quell’apertura all’incontro con Dio che, nella logica dell’incarnazione, può avvenire solo coinvolgendo tutto l’uomo: spirito, anima e corpo (cfr 1Ts 5,23).

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Figlie del Sacro Cuore di Gesù, i Membri della Famiglia Monfortana e le Suore di Nostra Signora del Cenacolo, incoraggiando ad essere un segno di speranza per quanti sono assetati di Dio, della sua verità e della sua pace. Una particolare parola desidero riservare ai Sacerdoti e ai Religiosi del Medio Oriente: accompagno con la mia preghiera e la mia benedizione il vostro ministero e le attese dei rispettivi Paesi.

Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Questa settimana si celebra la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, o, secondo la più nota formulazione latina, la solennità del Corpus Domini. Nell’Eucaristia contempliamo Gesù pane spezzato e donato per ciascuno di noi. Espressione della pietà eucaristica popolare sono le processioni con il Santissimo Sacramento che si svolgono nelle strade di tanti paesi; a tale proposito, incoraggio a mantenere viva questa bella manifestazione di pubblica testimonianza della fede.

A tutti la mia benedizione!


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