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giovedì 2 aprile 2026

Naufragio a Lampedusa - Don Carmelo Rizzo (parroco Lampedusa), “Stragi che si possono evitare, perché ancora?” - Oliviero Forti (Caritas Italiana), “testimoni di un’ennesima tragedia del mare e dell’indifferenza”

Naufragio a Lampedusa

Don Carmelo Rizzo (parroco Lampedusa), 
“Stragi che si possono evitare, perché ancora?”

(Foto ANSA/SIR)

“Siamo tutti scossi. Una cosa è parlarne, un’altra è viverlo”. È la testimonianza di don Carmelo Rizzo, parroco di Lampedusa, dopo il naufragio avvenuto oggi al largo dell’isola, che ha causato almeno 19 morti a causa del maltempo e del freddo. “Tra l’altro qua c’è brutto tempo, vento e acqua, e quindi si fa quello che si può”, racconta, sottolineando l’impegno dei soccorritori “Meno male che c’è la Croce Rossa”. Il sacerdote parla di “stragi che si possono evitare” e confessa lo smarrimento di fronte all’ennesima tragedia: “Non so nemmeno che dire, per l’ennesima volta”. Quindi rilancia il grido che si leva da Lampedusa: “Garantire viaggi sicuri per queste persone che cercano un po’ di speranza”. 

Drammatiche le immagini dei soccorsi: “Vedere gente che scendeva in ipotermia così, più morta che viva. Viene da dire: perché ancora?”. Don Rizzo allarga lo sguardo pensando alle guerre che causano morti in tutto il mondo, aumentando anche i flussi migratori e richiama le parole di Papa Francesco: “Affinché non accada più, non solo preghiamo, facciamo qualcosa”. 

Alle porte della Pasqua, l’augurio del sacerdote siciliano è che la risurrezione di Gesù porti realmente pace e che questa possa regnare innanzitutto nei cuori. “Come si fa a dormire in pace sapendo che le cose si potrebbero evitare? Non è che ce l’abbiamo con il politico di turno, questo o quell’altro, però diciamo: perché? La domanda che viene è: perché ancora?”. Di fronte a quanto accade, prevale il senso di impotenza: “Sembra quasi che assistiamo in maniera passiva a tutto questo”. 

Infine l’impegno della comunità: “Noi naturalmente pregheremo per tutti, per le vittime, per i familiari, anche per chi esce in mare con queste condizioni meteo per soccorrere. Anche loro rischiano con un mare così, però lo fanno. Lo fanno perché ogni vita è sacra e va salvata”. Una comunità locale che si raccoglie in una preghiera definita “semplice, accorata” per le vittime e i loro familiari, in uno spirito aperto e condiviso anche con i migranti di fede musulmana.
(fonte: Sir 01/04/2026)

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Oliviero Forti (Caritas Italiana), 
“testimoni di un’ennesima tragedia del mare e dell’indifferenza”


“Siamo testimoni di un’ennesima tragedia del mare e dell’indifferenza, consumatasi negli stessi giorni in cui, nelle calde aule di Bruxelles, si festeggiava l’approvazione della nuova proposta di regolamento per i Rimpatri dei cittadini stranieri. Una misura che consentirà alla “civile” Europa di rispedire i migranti nei loro paesi, assoggettandoli a misure sempre più restrittive destinate a colpire i diritti e le tutele dei più vulnerabili”. Lo dice al Sir Oliviero Forti, responsabile del Servizio accoglienza e integrazione migranti e rifugiati di Caritas Italiana, dopo il naufragio avvenuto oggi al largo dell’isola, che ha causato almeno 19 morti a causa del maltempo e del freddo. 

“Quando il corpo entra nello stadio avanzato dell’ipotermia, i brividi cessano, il sangue si addensa e il cuore, esausto, smette di battere. Il cervello, in uno straziante paradosso, può perfino illudere la vittima di avere caldo mentre la vita la abbandona. Questo è quanto accade a una persona che muore di freddo. Oggi, i corpi di 19 naufraghi, tra cui due bambini, sono giunti a Lampedusa e il referto medico è stato inequivocabile: deceduti per ipotermia. Il freddo, goccia dopo goccia, ha spento la loro resistenza e la loro voglia di futuro”.

Forti sottolinea “il paradosso più oscuro di questi giorni”. “Da un lato, il Mediterraneo continua a restituire corpi, vittime di un freddo che non ha avuto pietà; dall’altro, Bruxelles stringe le maglie dei diritti, approvando norme che allontanano ancora di più la possibilità di una accoglienza degna di questo nome. Mentre qui si muore di freddo, lì si discute di respingimenti. Mentre due bambini chiudono gli occhi per sempre, aggrappati al petto dei genitori nel tentativo disperato di trovare calore, nei palazzi del potere si brinda a un’Europa che si fa fortezza, sempre più chiusa, sempre più distante da quel mare che continua a fare il suo mestiere più crudele: restituire i corpi dei migranti.
È in questo paradosso, tra chi muore di freddo nel Mediterraneo e chi brinda nei palazzi del potere, che siamo chiamati a celebrare la Pasqua del Signore”.
(fonte: Sir 01/04/2026)

Intervista a padre Patton autore delle meditazioni per il Venerdì santo del Papa al Colosseo: Anche oggi una Via crucis


Intervista a padre Patton autore delle meditazioni per il Venerdì santo del Papa al Colosseo

Anche oggi una Via crucis


«Nelle riflessioni e nelle preghiere è evidente l’ispirazione dalla realtà attuale e da persone concrete», in particolare dalle sofferenze dei cristiani in Medio Oriente a causa della guerra. Il sacerdote Francesco Patton, dell’ordine dei Frati minori, sintetizza così l’origine delle meditazioni scritte per la Via crucis che sarà presieduta da Leone XIV al Colosseo la sera del prossimo 3 aprile, Venerdì santo. Custode di Terra Santa dal 20 maggio 2016 al 24 giugno scorso, in questa intervista ai media vaticani il sacerdote francescano spiega anche come la scelta del Pontefice sia avvenuta anche in concomitanza con l’ottavo centenario della morte del Poverello di Assisi,

Padre Patton, il Papa ha voluto affidare a lei la redazione delle meditazioni che accompagneranno la Via crucis del Venerdì Santo al Colosseo. È un segno inequivocabile dell’attenzione del Santo Padre per la Terra Santa e per le tragedie che attraversano i Paesi del Medio Oriente.

Leone XIV, fin dal giorno della sua elezione, ha continuamente invocato il dono della pace. Ha espresso vicinanza e solidarietà non solo alla Terra Santa, ma a tutti i Paesi, le popolazioni e le persone che stanno soffrendo a causa della guerra. Questa, del resto, è la linea della Chiesa da più di 100 anni, da quando il 1° agosto del 1917 Benedetto XV rifiutò di benedire gli eserciti, definì «inutile strage» la guerra che si stava combattendo e invitò i responsabili delle nazioni belligeranti a pervenire a una pace giusta e duratura attraverso il negoziato, il rispetto del diritto internazionale, la restituzione dei territori occupati, il ripristino della libera circolazione, il disarmo che liberi risorse da investire per il bene comune e lo sviluppo. Da allora la Chiesa ha sempre espresso vicinanza alle popolazioni provate dalla guerra e ha ripetuto più volte la condanna dei conflitti armati che continuano a essere una “inutile strage”. Quasi ogni domenica dopo l’Angelus e ogni mercoledì al termine della sua catechesi all’udienza generale Papa Prevost ha insistito sulla necessità di pervenire alla pace, ripeto, non solo in Terra Santa ma in tutti i Paesi (sono circa 60) che sono coinvolti attualmente in guerre sanguinose. E domenica scorsa ha usato parole molto forti per rigettare la violenza perpetrata in nome di Dio, dicendo che Dio non ascolta la preghiera dei guerrafondai dalle mani sporche di sangue.

Immagino che per lei ricevere questo invito sia stata una sorpresa.

Una sorpresa molto grande, direi. Concretamente sono stato contattato dalla Segreteria di Stato, che mi ha detto che il Santo Padre, in concomitanza con l’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, aveva dato loro l’indicazione di chiedermi di preparare le meditazioni. La cosa mi ha intimorito e al tempo stesso onorato.

Nello scrivere queste meditazioni, cosa l’ha maggiormente ispirata?

Ho preso ispirazione dal testo dei Vangeli, privilegiando l’evangelista Giovanni, che ha uno sguardo penetrante sul mistero della Passione del Signore; e poi dagli “Scritti” di san Francesco, che sono una miniera di spiritualità cristiana. Nelle riflessioni e nelle preghiere è evidente che l’ispirazione viene anche dalla realtà attuale e da persone concrete nelle quali — in questi anni — ho potuto rivedere i personaggi della Via crucis. Dove parlerò della sofferenza delle madri e delle donne sono evidenti in filigrana donne di cui anche «L’Osservatore Romano» ha scritto e che incarnano oggi la figura di Maria, della Veronica, delle donne di Gerusalemme. Dietro alla riflessione sulla concezione distorta del potere e sull’abuso del potere ci sono fatti di cronaca internazionale che sono sotto gli occhi di tutti; il Cireneo ha il volto di tanti volontari e operatori umanitari (e anche della comunicazione) che ho potuto incontrare in questi anni e che hanno rischiato la loro vita per prendersi cura di qualcuno, o far conoscere la verità, e senza nemmeno essere cristiani. Nelle riflessioni, le situazioni concrete che vengono nominate non vogliono però scatenare un giudizio su singole persone, ma invitare a riflettere, a porsi delle domande e — se necessario — anche a cambiare. Il messaggio è essenzialmente religioso e vuole esprimere la vicinanza di Gesù Cristo, in quanto Figlio di Dio incarnato, a ciascuna persona umana. Ho cercato di fare in modo che la Via crucis del Colosseo prendesse ispirazione dalla Via crucis che ogni venerdì facciamo lungo la Via Dolorosa e al tempo stesso attingesse alla spiritualità di san Francesco per aiutare i credenti a “camminare sulle orme di Gesù” e i non credenti a scoprire che a Gesù sta a cuore ognuno di noi, e che in lui può trovare speranza e ragione di vita anche chi l’ha ormai perduta. Il mio desiderio è che incontrando Gesù Cristo e camminando dietro a Lui verso il Calvario ogni persona percepisca la Sua vicinanza e il Suo amore; percepisca che Gesù Cristo ha dato la vita per ciascuno di noi e vuole portare ognuno di noi a “tornare al Padre” insieme a Lui, a trovare la vita in senso pieno grazie a Lui e a vivere la condizione umana, che è finita e mortale, con l’orizzonte della Pasqua, della Risurrezione, della vita eterna, della partecipazione alla vita stessa di Dio.

Padre Francesco, il suo mandato custodiale ha attraversato in nove anni vicende di grande gravità: la guerra civile in Siria, il Covid, la guerra a Gaza. Ora, al termine del suo incarico, lei ha deciso di rimanere, come semplice frate, in Terra Santa: sul monte da cui Mosè poté solo vederla. Perché ha scelto proprio il monte Nebo?

Più esattamente ho dato la mia disponibilità a vivere sul Monte Nebo. Dopo tanti anni spesi in servizi di autorità e di governo, sentivo il bisogno di tornare a vivere come semplice frate minore. Poter vivere in una piccola fraternità, un po’ periferica, mi permette di recuperare un ritmo più regolare di preghiera, di riprendere a studiare, di mettermi a servizio dei pellegrini, di fare servizi umili. Poi il Monte Nebo ha avuto sempre un grande fascino su di me, sia perché è legato alla figura di san Mosè che è di una ricchezza straordinaria, che mi piace poter approfondire, sia perché questo luogo è stato per secoli un monastero e un santuario bizantino, poi inghiottito dalle vicende della storia e finito in rovina, e infine rinato cento anni fa grazie ai frati della Custodia di Terra Santa, che qui in Giordania hanno saputo entrare in amicizia con la famiglia beduina che ne aveva la proprietà e che dopo aver venduto il sito alla Custodia nel 1932 è rimasta a collaborare con noi. È un luogo di incontro per tutti e con tutti, frequentato da cristiani e musulmani e dove tutti possono respirare quel clima di fede e pace che trasmette, e dove tutti possono ottenere «la guarigione del corpo e dell’anima», come diceva un pellegrino del V secolo.

I cristiani di Terra Santa vivono una Via crucis quotidiana. Il cui esito è sempre più spesso la migrazione. Come si può essere sale della terra in quelle condizioni?

È molto difficile, ma non impossibile. I cristiani che vivono oggi in Terra Santa assomigliano molto ai cristiani della prima generazione, hanno gli stessi pregi e gli stessi limiti, e probabilmente anche lo stesso Dna. In ogni caso se 2000 anni fa Gesù diceva ai pochi discepoli che aveva: «Non temere piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto rivelarvi i misteri del Regno», è perché anche allora i discepoli erano statisticamente irrilevanti, ma avevano scoperto il senso vero della vita, quello rivelato da Gesù nel discorso della montagna, col vertice delle beatitudini, del perdono per i nemici e della misericordia; quello rivelato attraverso l’accoglienza dei piccoli, delle donne, dei poveri, degli ammalati, ma anche dei pubblicani, dei peccatori e delle prostitute; quello rivelato mettendosi a lavare i piedi ai suoi, e poi dando la vita e vincendo la morte per noi. Essere cristiani in Terra Santa (ma in tutti i luoghi del mondo in cui i cristiani sono pochi e/o perseguitati) è una vocazione e una missione: siamo chiamati a mostrare il volto misericordioso di Dio che accoglie ogni persona senza distinzione di genere, di nazionalità e di religione; e siamo chiamati — anche in questo modo — a rivelare la dignità filiale, di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, che ogni persona ha, anche chi appartiene a un altro popolo, anche chi ha sbagliato, anche chi mi ha fatto del male.

Le religioni strumento di pace. Eppure, le guerre in Medio Oriente, diversamente dai decenni passati, hanno sempre più un riferimento religioso. Anche Israele, che nasce in un contesto laico di impronta occidentale, oggi sembra essere preda di un fondamentalismo di impronta messianica. Cosa è successo?

È successo quello che è successo anche altrove, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino, sono cadute le ideologie secolari e chi era al potere ha cominciato a strumentalizzare le religioni per creare identità e contrapposizione. Potremmo dire che sono tornati di moda gli “zeloti”, che al tempo di Gesù giustificavano la violenza in nome di Dio. Oggi gli “zeloti” li troviamo dappertutto: li troviamo nel mondo musulmano attraverso una galassia di movimenti fondamentalisti armati; li troviamo nel mondo ebraico, e sono ben rappresentati dai coloni e da coloro che li supportano politicamente a livello locale e internazionale; li troviamo anche tra i cristiani, che ahimè arrivano a invocare strane benedizioni che vanno nella direzione opposta da quella indicata domenica scorsa da Leone XIV, e 2000 anni fa da Gesù nel Getsemani; li troviamo perfino in versione secolare nei laicismi di Stato che censurano le espressioni religiose in modo discriminatorio e persecutorio. Quello che succede in Israele non è un’anomalia, ma una tendenza globale. In questo contesto la Chiesa ha un ruolo importantissimo da giocare, quello di riproporre alcuni capisaldi evangelici: bisogna dare a Cesare ciò che è di Cesare ma a Dio ciò che è di Dio. Bisogna cioè desacralizzare e secolarizzare il potere politico e al tempo stesso garantire la libertà religiosa per tutti. Bisogna togliere il terreno sotto i piedi sia al fondamentalismo religioso sia alla strumentalizzazione politica della religione. Per fare questo bisogna anche convincere i leader religiosi di tutte le religioni a cooperare tra di loro per delegittimare qualsiasi strumentalizzazione della religione per giustificare la violenza. I principi posti nel Documento sulla Fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande imam di Al-Azhar, e recepiti nell’enciclica Fratelli tutti sarebbero un ottimo punto di partenza per una specie di “ONU” delle religioni. Ovviamente occorre anche educare i fedeli in questa prospettiva, pur sapendo che gli “zeloti” si opporranno a questo in modo strenuo e adducendo essi stessi motivazioni religiose.

Il conflitto israelo-palestinese dura ormai da 80 anni. Il 95% dei contendenti di oggi non ha mai conosciuto la pace. Le chiedo molto semplicemente: ci sarà mai pace in Terra Santa?

Prima o poi ci sarà, inevitabilmente, ma il cammino sarà ancora lungo, ci vorrà un cambio generazionale, un cambio di classe politica (sperando di non cadere dalla padella nella brace) e soprattutto un cambio culturale. Oggi — purtroppo — mancano veri profeti e uomini che abbiano una visione, ma questo non è un problema solo in Israele e Palestina o in Medio Oriente, questo è un problema globale. Ci sono comunque dei segni positivi nella società civile, penso al movimento avviato dall’israeliano Maoz Inon e dal palestinese Aziz Abu Sarah, o da quello delle “Madri che camminano scalze per la pace” o delle “Women of faith for peace” e tanti altri piccoli gruppi che si spera possano crescere. Le nostre stesse scuole sono un esempio di questa educazione alla convivenza e alla fraternità. Come ho ripetuto più volte in questi anni esiste però anche una responsabilità politica, che è quella di introdurre nel sistema scolastico programmi obbligatori di educazione al rispetto e all’accoglienza dell’altro, alla gestione dei conflitti e alla pace, sul modello di quello che si fa a Rondine, la cittadella della pace nell’aretino. Questo non vale solo per Israele e Palestina, ma anche per i Paesi europei.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Roberto Cetera 01/04/2026)


mercoledì 1 aprile 2026

L'augurio di Pasqua del cardinale Matteo Zuppi «Questa è una buona Pasqua: scegliamo la via della pace in tempi di violenza e di guerra»

L'augurio di Pasqua del cardinale Matteo Zuppi
«Questa è una buona Pasqua:
scegliamo la via della pace in tempi di violenza e di guerra»

In occasione della Pasqua, il Cardinale Arcivescovo ha inviato il suo augurio nel quale, tra l’altro, afferma: «In questi tempi tutti noi sperimentiamo l’ombra della morte che diventa terribile nella violenza e nella guerra. Proprio in questo tempo, qui, c’è l’annuncio della Pasqua, della Resurrezione, della presenza viva del Signore che con l’amore vince tutto, vince il male, ed è la Passione che chiede anche a noi da che parte stare. Il primo giorno dopo il sabato, quando il Sepolcro è aperto – prosegue l’Arcivescovo – è la vita che non finisce, la vita che è per sempre, e anche noi siamo chiamati a scegliere quello che conta e che dura. Questa è una buona Pasqua: scegliamo la via della pace in tempi di violenza e di guerra, la via per sconfiggere tutto ciò che è complice del male. Buona Pasqua a tutti».

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(fonte: Chiesa di Bologna)

L’intenzione di preghiera del Papa per il mese di aprile 2026 Preghiamo perché i sacerdoti in crisi non si sentano "eroi solitari" ma figli amati

L’intenzione di preghiera del Papa per il mese di aprile 2026
Preghiamo perché i sacerdoti in crisi non si sentano "eroi solitari" ma figli amati


Nel video per le intenzioni del mese di preghiera di aprile, Leone XIV auspica un ascolto privo di giudizi e un ringraziamento "senza pretendere la perfezione" nei confronti dei pastori. Prega perché siano concesse loro amicizie sincere e "un po' di umorismo quando le cose non vanno come sperato"

Guarda il video

Non semplici "funzionari" o "eroi solitari", ma pastori sostenuti nella preghiera, circondati da "amicizie sane", e capaci di ricorrere a "un po' di umorismo quando le cose non vanno come sperato". È dedicato ai sacerdoti in crisi il video con l’intenzione di Leone XIV per il mese di aprile, diffuso attraverso la campagna multimediale "Prega con il Papa" promossa dalla sua Rete mondiale di preghiera, in collaborazione con il Dicastero per la Comunicazione. La scelta non è casuale: il 26 del mese prossimo, nella IV domenica di Pasqua, detta "del Buon Pastore", ricorrerà la 63.ma Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. Nella circostanza, il Pontefice presiederà, nella basilica Vaticana, la messa con le ordinazioni presbiterali. Nel video diffuso il 31 marzo — informa una nota della Rete — si vuole porre dunque "l’accento sull’accompagnamento umano e spirituale dei presbiteri che attraversano momenti di difficoltà".

"Dietro ogni ministero c'è una vita"

In particolare, il Papa invita i fedeli e le persone di buona volontà "a fermarsi un momento in preghiera, per riconoscere e approfondire la consapevolezza che dietro ogni ministero c’è una vita che ha anch’essa bisogno di vicinanza e ascolto".

Ti affidiamo tutti i sacerdoti, soprattutto quelli che attraversano momenti di crisi, quando la solitudine pesa, i dubbi oscurano il cuore e la stanchezza sembra più forte della speranza.

La cura dei sacerdoti del popolo di Dio

Il Vescovo di Roma ricorda, inoltre, che i presbiteri non sono "né funzionari né eroi solitari, ma figli amati, discepoli umili e preziosi, e pastori sostenuti dalla preghiera del loro popolo". Per questo, esorta a riscoprire la dimensione comunitaria del ministero sacerdotale, invitando i fedeli ad "ascoltarli senza giudicare, a ringraziare senza pretendere la perfezione e ad accompagnarli con vicinanza e preghiera sincera". La cura dei sacerdoti, infatti, è una responsabilità condivisa da tutto il popolo di Dio.

Tu che conosci le loro lotte e ferite, rinnova in loro la certezza del tuo amore incondizionato.

L'intenzione di preghiera del Papa

Amicizie, sostegno e "un po' di umorismo"

Infine, Leone XIV chiede che i presbiteri possano contare su "amicizie sane, reti di sostegno fraterno, un po’ di umorismo quando le cose non vanno come sperato, e la grazia di riscoprire sempre la bellezza della loro vocazione", senza perdere mai "la fiducia" nel Signore, né "la gioia di servire la Chiesa con cuore umile e generoso".

Fa’ che sappiamo sostenere coloro che spesso ci sostengono.

Pregare e agire

Dal canto suo, il direttore internazionale della Rete mondiale di preghiera del Papa, il gesuita Cristóbal Fones, evidenzia "l’importanza dell’accompagnamento umano, dell’amicizia sincera e, soprattutto, del sostegno nella preghiera", in quanto "i sacerdoti hanno bisogno di sapere che non sono soli". La fraternità sacerdotale, la vita condivisa e la preghiera del popolo di Dio emergono così come "fonti essenziali di grazia, capaci di rinnovare la loro vocazione e sostenerli nella missione quotidiana". In quest’ottica, la Rete sottolinea che l’intenzione di preghiera per il mese di aprile "non è solo un invito a pregare, ma anche ad agire: promuovere spazi di ascolto, favorire comunità accoglienti, evitare critiche distruttive e rafforzare i legami come comunità". Opera pontificia affidata alla Compagnia di Gesù, la Rete mondiale di preghiera del Papa è presente in oltre novanta Paesi e riunisce una comunità spirituale di più di 22 milioni di persone, impegnate a vivere ogni giorno con disponibilità a collaborare alla missione di Cristo.
(fonte: Vatican News 31/03/2026)


martedì 31 marzo 2026

13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese - Due lettere a confronto (2ª parte: la lettera dell'insegnante)

13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese
Due lettere a confronto
(2ª parte: la lettera dell'insegnante)



Vedi il post precedente:

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La professoressa Chiara Mocchi, accoltellata da un suo alunno di terza media, a Trescore, sta meglio e, tramite il suo avvocato Angelo Lino Murtas, appena uscita dalla terapia intensiva ha scritto una lettera pubblicata dal Corriere della Sera, che riportiamo qui di seguito. 

* Il testo della lettera dell'insegnante di francese Chiara Mocchi *

A tutti voi,
adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori, personale sanitario, autorità, forze dell’ordine, familiari, giornalisti, e persone che mi avete circondato da subito di affetto e solidarietà. Sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, al mio legale, ma con il cuore colmo di gratitudine.

Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande, né che avrei attraversato una prova così profonda. Eppure eccomi qui, ancora viva. E questo lo devo a molti di voi. In un attimo, un gesto improvviso e incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo. Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare, è stata drammatica quanto irreale. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare.

Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità. Ai colleghi che sono intervenuti senza alcuna esitazione, rischiando personalmente per mettermi in salvo: il vostro sangue freddo e la vostra forza hanno creato una barriera tra me e la morte. Agli studenti che hanno gridato aiuto, che hanno pianto, che si sono spaventati e hanno visto qualcosa che nessuno dovrebbe vedere a tredici anni: sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti.

Al personale dell’elisoccorso, che ha bloccato un’emorragia devastante, che ha lottato contro il tempo, che mi ha restituito un battito stabile con un a lunga trasfusione, mentre la linfa della vita usciva dalle mie ferite: non dimenticherò mai le vostre mani ferme e la vostra calma. Ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari che mi hanno accolto, curato e operato con una delicatezza che va oltre il dovere: siete stati famiglia. Alle forze dell’ordine e alle autorità, presenti subito, attente, rispettose, che hanno messo ordine nel caos e garantito sicurezza a tutti. A mio fratello Giampaolo, che ha tremato, pregato, vegliato accanto a me senza mai perdere la speranza. All’avvocato Angelo Lino Murtas, che mi sta accompagnando con sensibilità e competenza in un percorso che non avrei mai immaginato di dover affrontare.

Ai genitori, che mi scrivono, che mi abbracciano anche se solo da lontano, che hanno raccontato ai propri figli il valore dell’empatia e della vita.
A chiunque mi sta mandando messaggi, preghiere, pensieri, anche senza conoscermi: li ho sentiti arrivare tutti, uno per uno, come fili che mi hanno ricucito l’anima. Oggi sono ancora debole, la voce è un soffio, il corpo ha ferite profonde ancora fresche. Ma il mio spirito è vivo. E questa vita è un dono che non sprecherò.

So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo e unicamente con coraggio. Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori.

Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande. A tutti voi, dal profondo del cuore: grazie.

Grazie per avermi salvata, sorretta, pensata, custodita.
Grazie per darmi la forza di guardare avanti, non indietro, e soprattutto il sogno di potercela fare ancora.

Con commossa gratitudine
Prof. Chiara Mocchi


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* La riflessione di Tonio Dell'Olio *

È una lettera che nasce dal dolore e si apre alla vita quella della professoressa Chiara Mocchi, colpita da un suo alunno tredicenne. Parole dettate “con la voce ancora flebile”, ma con un cuore “colmo di gratitudine”.

Il racconto non indugia sull’orrore – “un gesto improvviso e incomprensibile” che ha trasformato la scuola in incubo – ma sulla rete di umanità che subito si è stretta attorno a lei: colleghi che “hanno creato una barriera tra me e la morte”, studenti impauriti ma vivi nel suo affetto, soccorritori e sanitari dalle “mani ferme”, capaci di restituirle il battito. 
Colpisce la scelta radicale: “non porto rabbia né paura nel cuore”. Persino verso chi l’ha ferita si affaccia uno sguardo che interroga, non condanna: un ragazzo che “forse nel profondo non saprà neanche perché”. 

E a tutti dice: “Non lasciamoci vincere dal buio”. È qui la lezione più alta: la ferita non come muro, ma “ponte”, occasione per una scuola più attenta e una comunità più unita. 

Nel corpo ancora segnato, lo spirito resta saldo: “questa vita è un dono che non sprecherò”. E l’orizzonte è il ritorno, semplice e luminoso: “tornerò in classe”. Non eroismo retorico, ma educazione viva, che sceglie la nonviolenza come forma più esigente di verità.
(fonte: Mosaico dei giorni 27/03/2026) 

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* La riflessione di Paola Spotorno *

«Come si torna in aula dopo questo trauma?»

Si apre per tutti un momento di profonda riflessione. Un momento di cura: per il corpo della docente, a cui va il mio più affettuoso abbraccio, e cura dello spirito e delle emozioni per il ragazzo coinvolto. Perché, ancora una volta, la scuola è chiamata non solo a insegnare, ma a comprendere, accogliere e, per quanto possibile, ricucire.

La prof Chiara Mocchi accoltellata a scuola dal suo studente aTrescore Balneario, Bergamo

Al mattino, quando vado a scuola, lungo la strada incontro studenti delle mie classi e anche di altre. Con molti di loro scambio un saluto: “Buongiorno, prof”, “Buongiorno”. Li vedo diversi: alcuni più sereni, altri ancora assonnati, qualcuno indifferente. Eppure, con loro mi sento tranquilla, serena per una nuova giornata che inizia, per una nuova sfida. Varco il portone della scuola, salgo le scale, continuo a salutare. È casa per me, ma credo anche un po’ per gli studenti: forse non la casa più bella ed elegante che uno sognerebbe, ma c’è sicuramente per tutti il calore di un luogo sicuro e accogliente.
Per questo sono rimasta sopraffatta, sorpresa e profondamente addolorata dal grave fatto di cronaca che ha coinvolto una collega, accoltellata questa mattina proprio sulla porta della sua classe, all’inizio delle lezioni, da un suo alunno. Uno di quegli alunni che incontri e saluti fuori da scuola, magari più incupito e meno socievole, dal quale però non ti aspetteresti un gesto del genere, perché non rientra tra le possibilità che immaginiamo nel nostro lavoro; un lavoro, il nostro, che è fatto di incontri, a volte anche di scontri, che esistono perché la relazione ne è il cuore, diviso tra professionalità, passione, ideali e, soprattutto, valori che attraverso le nostre lezioni cerchiamo di trasmettere. E l’insegnante che è stata ferita faceva dei valori un punto di forza della sua professione. Si impegnava per sé e per gli altri: essere RSU come è lei, rappresentante sindacale, significa assumersi responsabilità rispetto ai diritti dei colleghi. Chi lo fa crede nei diritti, nella contrattazione, nella possibilità di trovare un punto di convergenza per il bene comune. E chi si spende così per i colleghi, lo fa ancora di più per i propri studenti.

E questo rende se possibile più assurdo e inspiegabile il gesto di questo studente che si è presentato a scuola con quella maglietta con la scritta “vendetta”, una parola terribile e con quei pantaloni mimetici che evocano scenari di guerra. Spontaneamente allora mi chiedo che cosa spinga tanti ragazzi a comportamenti così oppositivi, così difficili da leggere. La scuola? Non credo, è un malessere che nasce e cresce fuori ma che trova ormai troppo spesso la sua esplosione negli edifici scolastici, nelle aule dove si chiede ancora di condividere spazi e regole comuni , dove ci sono adulti che mettono limiti, dove tutto è reale e il virtuale va lasciato fuori dalla porta. E quando il malessere diventa insopportabile e la relazione affettiva più significativa diventa “la mia ragazza virtuale” (comprata sui social) allora è probabile che virtuale e reale si siano definitivamente confusi. Basta allora un cellulare appeso al collo per riprendere la scena del proprio gesto ribelle, da postare sui social, per far diventare quel momento un videogioco violento.

Fuggire nel virtuale per non affrontare le proprie difficoltà, accettare le frustrazioni che inevitabilmente la vita porta con sé e trovare così solo nella vendetta nel farsi giustizia da soli una riparazione ai presunti torti. Ora si apre per tutti un momento di profonda riflessione. Un momento di cura: cura concreta per il corpo della docente, a cui va il mio più affettuoso abbraccio, e cura dello spirito e delle emozioni per il ragazzo coinvolto. Perché, ancora una volta, la scuola è chiamata non solo a insegnare, ma a comprendere, accogliere e, per quanto possibile, ricucire.
(fonte: Famiglia Cristiana 30/03/2026)

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* La seconda lettera dell'insegnante di francese Chiara Mocchi *


«Proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro»

Tutto il Paese è ancora sotto shock per l’accoltellamento della professoressa di francese dell’istituto “Leonardo Da Vinci” di Trescore Balneario, nel bergamasco. Dopo il grande spavento delle prime ore, in cui l’attenzione era tutta catalizzata sulle condizioni di salute di Chiara Mocchi, una volta migliorata è arrivato il momento delle riflessioni. La professoressa aveva già scritto una prima comunicazione per ringraziare chi le è stata vicino in quelle 24 ore da incubo. Oggi è arrivata una seconda lettera, dettata direttamente dall'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dove la donna è tutt’ora ricoverata.

Questa nuova testimonianza si apre con la descrizione di quei tragici istanti: «La mattina del 25 marzo 2026, davanti alla mia aula, un mio alunno tredicenne – confuso, trascinato e “indottrinato” dai social – mi ha colpita all’improvviso, ripetutamente al collo e al torace con un pugnale». Ma il peggio è stato evitato grazie al «solo coraggio immenso di un altro mio alunno, E., anche lui tredicenne, che mi ha invece difesa rischiando la sua stessa vita».

La professoressa prosegue poi raccontando i dettagli crudi dell’aggressione: «Una potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio».

Successivamente, l’arrivo dell’eliambulanza del servizio “Blood on Board” ha permesso il trasporto d'urgenza. Chiara Mocchi ricorda con commozione il «momento del decollo, ho visto dall’alto le finestre della mia scuola: prima vuote, poi improvvisamente riempirsi dei volti dei miei amati ragazzi. Mi salutavano agitando le mani con disperazione, le lacrime agli occhi. Era come se volessero trattenermi ancora un po’ con loro».

Il racconto si sposta poi sul confine sottile tra la vita e la morte, nel momento critico in cui i medici lottavano contro il tempo: «Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più”. Poi la luce nei miei occhi si è spenta e ho sentito di sprofondare nel buio più profondo. E proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro. Come se stesse rientrando lentamente nel mio corpo, attraverso le vene. Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una!” Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo. Oggi la mia gratitudine va al mio alunno E., ai donatori, ai soccorritori, a chi mi ha tenuta aggrappata a questo mondo che amo e che non voglio lasciare».

La professoressa conclude con un pensiero che la commuove profondamente: «Penso – e non è un sogno – che il sangue che ora scorre nelle mie vene sia quello del mio avvocato Angelo Lino Murtas, donatore Avis da oltre 45 anni, che aveva donato il sangue proprio il giorno prima. Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita. È lo stesso spirito con cui mio padre fondò l’Avis-Aido della Media Val Cavallina, con quel motto che da sempre custodisco nel cuore: “Una goccia di sangue può salvare una vita”. Forse non immaginava che un giorno quella vita sarebbe stata proprio quella di sua figlia».

L’insegnante termina la lettera con un invito rivolto a tutti coloro che leggeranno le sue parole, affinché chiunque «trovi il coraggio e la volontà di diventare donatore. Di affidare una piccola parte del proprio sangue all’Avis, affinché possa scorrere nelle vene di chi, come me, senza quelle gocce non ci sarebbe più».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Filippo Rizzardi e Daniela Bilanzuoli 30/03/2026)


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* News dal sito La Tecnica della Scuola 31/03/2026*

«L’insegnante accoltellata da un suo studente è stata dimessa dall’ospedale: 
“Vuole tornare a scuola il prima possibile”»

La docente accoltellata dallo studente tredicenne lo scorso 25 marzo in provincia di Bergamo è stata finalmente dimessa dall’ospedale Papa Giovanni XXIII del capoluogo lombardo. Lo conferma La Presse.

La 57enne ha potuto lasciare la struttura sanitaria dopo alcuni giorni di cure e osservazione. Le sue condizioni, secondo quanto emerso, sono in miglioramento e non desterebbero più particolari preoccupazioni dal punto di vista clinico.

Secondo quanto riferito dal suo legale “vuole tornare a scuola il prima possibile”, manifestando così la volontà di riprendere la propria attività didattica e di tornare alla normalità dopo il grave episodio di violenza che l’ha coinvolta.

“Voleva assolutamente tornare a casa per la Settimana Santa. È stata dimessa qualche ora fa e ora si trova a casa del fratello”, ha raccontato il suo legale all’Adnkronos, come riporta Rtl 102.5. Per la guarigione della 57enne “ci vorrà ancora tempo. Il taglio al collo è molto profondo e si spera non restino lesioni permanenti”, ha aggiunto.

Nonostante tutto, però, “l’umore è sempre forte: ha un bel carattere e vuole tornare il prima possibile a scuola, per accompagnare i ragazzi di terza all’esame. Vuole farlo al meglio e non si arrende”, anche se “le ferite, non solo fisiche ma anche interiori, devono ancora guarire”.

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«Insegnante accoltellata, Valditara vuole premiare il ragazzo che l’ha difesa.
Crepet: “Servitrice dello Stato a 1500 euro al mese”»


Il caso della docente 57enne accoltellata in una scuola media, in provincia di Bergamo, da uno studente tredicenne che prima di aggredirla ha scritto un “manifesto” e si è presentato a scuola con una maglietta con scritto “vendetta“.

Ieri, 30 marzo, la professoressa ha lasciato l’ospedale dopo cinque giorni, e ha diffuso una seconda lettera in cui ha ringraziato chi le ha salvato la vita, dal personale ospedaliero allo studente che ha cacciato l’aggressore a calci e lo ha allontanato.

“Lo studente è un eroe”

Come riporta SkyTg24, il legale della donna ha detto: “È indubbiamente un eroe. Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui, come mi ha riferito la mia assistita. Sono intenzionato a proporlo per una medaglia”.

Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, a quanto apprende l’Adnkronos, ha anche chiamato la dirigente scolastica dell’istituto per invitare lo studente che è intervenuto a difesa dell’insegnante e la sua classe al ministero, per ringraziarlo e premiarlo per il suo coraggio.

Crepet: “Dare una medaglia alla docente”

Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, intervenuto sul Nove, ha detto la sua: “Quello che trovo straordinario in questa vicenda orrenda è la professoressa. Uscire dalla rianimazione, l’hai scampata per un nanosecondo, vai appena il secondo giorno nel reparto di medicina e detti ad un tuo avvocato, ‘non tirate su un muro nei confronti di quel ragazzo, io non odio quel ragazzo’. Mamma mia. Allora questo Stato deve dare un riconoscimento anche di latta a questa donna perché questa è una servitrice dello Stato a 1.500€, va rispettata, ha rischiato la vita, ha detto che tornerà a scuola subito appena i medici gli daranno l’ok”.

“Ci rendiamo conto che c’abbiamo anche queste perle? Questo dà fiducia ai ragazzi. Perché io fossi un ragazzo vorrei andare da quella professoressa lì vorrei averla che mi legge Baudelaire”, ha concluso.

Crepet loda Valditara

Crepet, in questi giorni, ha anche commentato la decisione del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara di visitare la docente in ospedale: “Intanto, credo che il ministro abbia fatto una cosa molto giusta andando in ospedale ad assicurarsi sulle condizioni di una sua dipendente e dando anche un segnale. Detto questo, continuo a pensare che ci vorrebbe una bella onorificenza da parte del Presidente della Repubblica. Sarebbe un bel modo per dare una nuova visione dell’importanza della scuola”.

Ecco cosa, secondo lui, si dovrebbe fare: “Non ha senso agire all’ultimo secondo per prevenire i reati se non si fa nulla prima. Innanzitutto bisogna intervenire nella scuola, valorizzando la professione degli insegnanti e garantendo l’autonomia scolastica. E poi c’è quello che io chiamo ‘un vuoto artistico’ da riempire. I giovani oggi non hanno creatività. Una soluzione ce l’avrei: via i social per i tredicenni e facciamo convenzioni con artisti. Un mimo, un illustratore, una ballerina, un musicista: vengano a scuola ad aprire il cervello di chi guarda e ascolta”.

“O ancora: prevediamo un’ora a settimana nella scuole medie in cui si parta dalla dama e si arrivi agli scacchi. Sarebbe un ottimo modo per aprire le teste e liberare il pensiero. La nostra atrofia di adulti è ridicola e dannosa: oggi narrare e ascoltare è un gesto rivoluzionario”, ha aggiunto.

“Solo un prodotto finale”

Per Crepet c’era da aspettarsi un evento del genere: “C’è un rapporto diretto tra la mancanza di ascolto e la coltellata: quel gesto è pura frustrazione. Basta leggere quello che ha scritto quel ragazzo, roba molto forte. Ma lui è solo un prodotto finale: come si fa a non capire che questa è l’elegia del non vedere nulla? Eppure lo abbiamo già conosciuto in altre epoche, non è una novità. L’elemento nuovo è la presenza del cellulare, e allora mi chiedo come mai non si possa aprire un ragionamento su uno strumento che in certe situazioni diventa estremamente pericoloso. Lasciamo ai nostri figli la possibilità di crescere con i loro tempi e i loro errori. E invece gli adulti oggi stanno ‘truccando’ i bambini col rischio di mandarli fuori giri: io li chiamo ‘bambini Abarth’, e il tredicenne di Bergamo ne è un esempio: non è ascoltato, di lui non frega nulla a nessuno. Se ti puoi mettere una shirt con scritto vendetta e nessuno ti ferma, cosa devi fare di più, andare nudo in chiesa?”.



TONIO DELL'OLIO: Le ingiustizie hanno i giorni contati

Le ingiustizie 
hanno i giorni contati
di Tonio Dell'Olio



Nell’omelia della Domenica delle Palme, Papa Leone XIV ha consegnato alla Chiesa e al mondo una parola davvero disarmante sulla pace. Guardando a Gesù che entra in Gerusalemme e percorre la via della croce, lo ha indicato come Re della pace: mite, inerme, estraneo a ogni logica di violenza.

Un Dio che non si difende, non combatte, non benedice le armi, ma si lascia inchiodare per abbracciare ogni dolore umano. Il Papa ha ricordato che “nessuno può usare Dio per giustificare la guerra”: le mani macchiate di sangue non possono pregare un Dio che è amore. Davanti al Crocifisso si svelano tutte le croci della storia, le vittime di ogni conflitto, i volti feriti dell’umanità. Così il richiamo a Tonino Bello ha aperto uno spiraglio pasquale:
“Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari. Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli. […] E che, finalmente, le lacrime di tutte le vittime delle violenze e del dolore saranno presto prosciugate, come la brina dal sole della primavera”. 
È la certezza che la morte non avrà l’ultima parola, che le guerre sono destinate a spegnersi e che le lacrime saranno asciugate. 
È il grido della fede: deporre le armi e riconoscersi fratelli. 
Solo così la pace diventa possibile.

(Fonte: Mosaico dei Giorni - 20.03.2026)


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lunedì 30 marzo 2026

La Domenica delle Palme a Gerusalemme: Impedita al card. Pizzaballa l'accesso al Santo Sepolcro per la Santa Messa, nel pomeriggio, ha guidato la meditazione al Getsemani senza la presenza dei fedeli.

La Domenica delle Palme a Gerusalemme
Impedita al card. Pizzaballa l'accesso al Santo Sepolcro per la Santa Messa, nel pomeriggio, ha guidato la meditazione al Getsemani senza la presenza dei fedeli.  


 Domenica delle Palme 2026 - Il Cardinale Pizzaballa celebra nella basilica delle Nazioni, senza fedeli, dopo il divieto impostogli al S. Sepolcro

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, ha guidato dal Getsemani, ai piedi del Monte degli Ulivi, la speciale preghiera per la pace, nella solennità della Domenica delle Palme. La supplica si è svolta a poche ore dal blocco imposto dalle autorità israeliane allo stesso Pizzaballa e a padre Francesco Ielpo, custode di Terra Santa, di accedere al Santo Sepolcro per la celebrazione della Messa. "Stiamo vivendo una situazione molto complicata'', ''ci siamo riuniti perché vogliamo costruire la pace, la fratellanza'', ha sottolineato il patriarca all'inizio della celebrazione, che si è svolta senza pellegrini. "La guerra ha interrotto il nostro cammino festivo, rendendo difficile persino la semplice gioia di seguire il nostro Re". E ha aggiunto: "Gesù piange ancora una volta su Gerusalemme e su questa Terra Santa"


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Meditazione del Card. Pizzaballa per la Domenica delle Palme al Gethsemane

Gerusalemme, 29 marzo 2026


Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,
il Signore vi dia pace!

Siamo al Gethsemane, il luogo dove Gesù, giunto al culmine del suo cammino verso Gerusalemme, si fermò e pianse. I suoi occhi non cercavano le mura maestose o il tempio splendente: guardavano il cuore della città che amava, e vedeva la difficoltà della Città Santa a riconoscere il tempo della grazia.

Oggi, in questo pomeriggio di Domenica delle Palme, siamo qui senza la processione, senza le palme che sventolano per le strade. Non è una mancanza formale: è la guerra che ha sospeso il nostro cammino festoso, rendendo difficile persino la gioia semplice di seguire il nostro Re. I nostri fratelli e sorelle di Terra Santa oggi non possono riempire le strade né unire la loro voce al corteo festoso. Ma la loro assenza non è vuota davanti al Signore. Lui non cerca strade trionfali, ma entra là dove la porta è socchiusa, dove la fedeltà è pane quotidiano. Il Crocifisso Risorto non smette di passare in mezzo a noi. Anche quando la strada è sbarrata, Lui abita il cuore di chi non ha smesso di seguirlo. Ma proprio in questo silenzio forzato, questa liturgia si fa più vera. Perché il grido “Osanna” non ha bisogno di rami per salire al cielo, e la fede non si piega quando le mancano i riti esteriori.

Oggi Gesù torna a piangere su Gerusalemme. Piange su questa città che rimane segno di speranza e di dolore, di grazia e di sofferenza. Piange su questa Terra Santa che ancora non sa riconoscere il dono della pace. Piange su tutte le vittime di una guerra che non accenna a finire, sulle famiglie divise, sulle speranze infrante. Ma il pianto di Gesù non è mai sterile: è un pianto che apre gli occhi, che interpella, che rivela.

Il Vangelo della Passione che abbiamo poc’anzi ascoltato ci consegna il racconto di come Gerusalemme ha risposto a quell’amore. Abbiamo sentito il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, il silenzio di Pilato, il grido della folla che chiede la croce. Abbiamo visto il Signore spogliato, coronato di spine, inchiodato tra due ladroni, schernito da quanti passavano. Sembra che il buio abbia vinto. Eppure, in quelle pagine, c’è un filo luminoso che non si spezza: Gesù rimane fedele fino alla fine, consegnando il suo spirito nelle mani del Padre; la terra trema, le rocce si spezzano, e lì, in quel momento drammatico, il centurione confessa: “Davvero costui era Figlio di Dio!” (Mt 27,54).

È un particolare quest’ultimo che ci interpella ancora oggi. Il centurione è un soldato che appartiene al mondo della forza, di un potere che si impone. Per mestiere, misura il successo dalla capacità di piegare gli altri, di vincere, di dominare. Eppure, davanti a quest’uomo inchiodato sulla croce, davanti a un amore che non si difende, davanti a una fedeltà che non si piega nemmeno alla morte, il centurione cambia. Il suo criterio di giudizio si spezza. Scopre che la vera potenza non sta nella sua forza o nella spada che uccide, ma nella vita che si dona. E pronuncia la confessione più alta: lui è il Figlio di Dio. Nel momento in cui il potere della morte sembra prevalere, la verità si rivela, l’amore si manifesta e la salvezza si compie.

Oggi, mentre la guerra sembra soffocare ogni parola di pace, proprio qui, dove Gesù pianse, possiamo ascoltare quella stessa confessione. L’ultima parola di Dio per noi è il sepolcro vuoto, è il Signore che precede i discepoli in Galilea, e con loro precede anche noi verso una pace che non è illusione, ma frutto della croce.

“Se avessi compreso anche tu [Gerusalemme], in questo giorno, la via della pace!” (Lc 19,42) – ci dice Gesù. La pace che Lui offre non è un patto fragile tra nemici, ma una pace che passa attraverso la croce, di un Dio che fa dono totale di sé e che non ha bisogno della forza o del potere delle armi. È questo il paradosso che oggi siamo chiamati ad accogliere.

Gerusalemme, la Terra Santa, non è solo un luogo geografico: è il cuore pulsante della nostra fede. Ogni pietra qui parla di salvezza, ogni collina custodisce la memoria del Dio che si è fatto vicino. Vivere la fede qui significa accettare di abitare questa contraddizione: il luogo della resurrezione è anche il luogo del Calvario; il luogo dell’abbraccio di Dio è ancora segnato da tanto odio.

Ma da questo luogo santo impariamo a guardare la città con gli occhi di Cristo. Impariamo a piangere con Lui, ma anche a sperare con Lui. Perché la stessa Gerusalemme che ha rifiutato il Principe della pace ha visto il sepolcro vuoto. La guerra non cancellerà la resurrezione. Il dolore non spegnerà la speranza.

Oggi non portiamo le palme in processione. Portiamo invece la croce, ma una croce che non è un peso inutile, bensì la sorgente della vera pace. Non sventoliamo rami di ulivo, ma scegliamo di diventare noi stessi costruttori di riconciliazione, in ogni gesto, in ogni parola, in ogni relazione.

Carissimi, in questa terra che continua ad attendere la pace, siamo chiamati a essere testimoni di un amore che non si arrende. Che il nostro cammino di fede, anche oggi, possa essere un cammino di speranza. E che la nostra vita, pur nella durezza del presente, sappia portare l'amore di Cristo e la sua luce là dove tutto sembra oscurità.

Amen.

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Le reazioni della Chiesa nel mondo dopo che al card. Pizzaballa è stato impedito di celebrare nella basilica del Santo Sepolcro


Nella Domenica delle Palme – che apre la Settimana Santa – la Polizia israeliana ha impedito al card. Pizzaballa e a fra Ielpo l’ingresso al Santo Sepolcro. Un fatto che ha fatto registrare la dura reazione di diverse Conferenze episcopali in varie parti del mondo che hanno fatto appello alla pace

(Foto ANSA/SIR)

Una domenica delle Palme senza celebrazioni nella Città Santa. Ieri un fatto senza precedenti ha segnato la domenica che apre la Settimana Santa. La Polizia israeliana ha impedito al Patriarca latino di Gerusalemme, il card. Pierbattista Pizzaballa, e al Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, di entrare nella basilica del Santo Sepolcro, dove si stavano recando per celebrare la messa. Un fatto che continua a suscitare reazioni e prese di posizione da ogni parte del mondo cattolico e non solo. Dalla Polonia al Messico, dal Brasile all’Europa, vescovi e conferenze episcopali esprimono solidarietà al Patriarcato latino e alla Custodia, denunciando una ferita alla libertà religiosa e un gesto che colpisce milioni di fedeli.

A nome dei vescovi italiani il card. Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha voluto manifestare “lo sdegno per ‘una misura grave e irragionevole’, condividendo quanto dichiarato nel comunicato congiunto del Patriarcato e della Custodia”. Il presidente della Cei ha definito l’episodio “doloroso per i tanti cristiani che, vivendo in quelle terre, rappresentano una testimonianza essenziale di speranza per tutti i popoli in contesti di divisione e conflitto” ed ha chiesto che “l’incidente sia chiarito immediatamente”. “Le autorità locali e le organizzazioni internazionali – ha poi aggiunto – hanno il dovere inderogabile di garantire la libertà religiosa in Terra Santa, condizione imprescindibile per qualsiasi processo di pace autentico” richiamando le parole di Leone XIV: “al Signore della pace affidiamo le sofferenze di quanti vivono il dramma dei conflitti e delle guerre. A tutti i governanti chiediamo un gesto di riconciliazione e una tregua per la prossima Pasqua”.

I vescovi messicani si uniscono all’appello “urgente per fermare la violenza, rigettare l’uso della religione come giustificazione del conflitto e riconoscere in ogni essere umano un fratello”. “Dalla nostra realtà in Messico, dove la Chiesa lavora attivamente per la costruzione della pace, il dialogo e la riconciliazione, questo avvenimento – si legge nella nota – ci interpella e ci spinge a rinnovare il nostro impegno per una cultura dell’incontro. Crediamo fermamente che la pace non si costruisca dall’imposizione o dalla violenza, ma dal rispetto, dalla giustizia, dal dialogo e dalla fraternità”.
La Chiesa del Messico, attraverso una nota della presidenza della Conferenza episcopale (Cem) ha espresso “il suo profondo dolore e la sua unione con il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa” aggiungendo che quello avvenuto ieri “ferisce la libertà religiosa e la sensibilità di milioni di fedeli nel mondo, all’inizio della Settimana Santa”.

Di fatto “inedito” e “profondamente doloroso” parlano i vescovi del Brasile: “Tale misura, oltre a essere sproporzionata, ferisce principi fondamentali come la libertà religiosa, il rispetto dei Luoghi santi e la tradizione secolare dello Status quo, così necessaria per la convivenza pacifica a Gerusalemme. In un tempo particolarmente sensibile per i cristiani di tutto il mondo, questo avvenimento colpisce non solo la comunità locale, ma anche milioni di fedeli che, in questa Settimana Santa, volgono il loro sguardo e la loro preghiera alla Terra Santa”. I presuli si uniscono in preghiera al patriarcato latino di Gerusalemme, alla Custodia di Terra Santa e a tutti i cristiani della regione, “chiedendo al Signore della pace di rafforzare i cuori davanti alle avversità e di illuminare le autorità, affinché siano rispettati i diritti fondamentali di culto e di libera espressione della fede.
Che Gerusalemme, città santa per ebrei, cristiani e musulmani, sia sempre più segno di riconciliazione, giustizia e pace”.

“Solidarietà” al card. Pizzaballa e a fra Ielpo è arrivata, tra i tanti, anche dall’arcivescovo di Cracovia, il card. Grzegorz Rys, che è anche presidente del Comitato per il dialogo con l’ebraismo dell’episcopato polacco. Il card. Rys ha sottolineato che le sue parole vanno intese “in nome e non contro il dialogo di cristiani ed ebrei”. Dal 1997 la Chiesa polacca, il 17 gennaio, alla vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, celebra la Giornata di dialogo con l’ebraismo che “non va definito come dialogo interreligioso” poiché, citando Giovanni Paolo II, i cristiani chiamano gli ebrei “i loro fratelli maggiori nella fede” oppure, come Benedetto XVI parlano “dei nostri padri nella fede”.

E in un messaggio per la Pasqua mons. Mariano Crociata, presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece) dice che i presuli hanno seguito “con apprensione e allarme l’apertura di nuovi fronti di guerra, dopo quello ucraino, in Medio Oriente, senza dimenticare i molti altri conflitti in corso sparsi per il globo intero”. “L’imminenza della Pasqua cristiana – scrive mons. Crociata – sollecita i credenti e le persone di buona volontà a incoraggiare tutti gli sforzi volti a fermare le violenze, a chiedere tregue, a far giungere aiuti umanitari”: “il mistero di Gesù risorto ci ricorda che la pace è un dono che scaturisce dalla vittoria della speranza e della vita sulla sofferenza e sulla morte. Come cristiani e come cittadini europei siamo chiamati ad accoglierlo e coltivarlo con l’impegno di proteggere la dignità di ogni persona, promuovere la giustizia e operare nel rispetto del diritto internazionale”.
(fonte: Sir, articolo di Raffaele Iaria 30/03/2026)

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Comunicato stampa congiunto del Patriarcato latino di Gerusalemme e della Custodia di Terra Santa
Gerusalemme - Lunedì Santo, 30 marzo 2026

Il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa confermano che le questioni relative alla Settimana Santa e alle celebrazioni pasquali presso la Chiesa del Santo Sepolcro sono state affrontate e risolte in coordinamento con le autorità competenti. In accordo con la Polizia israeliana, è stato garantito l'accesso ai rappresentanti delle Chiese al fine di celebrare le liturgie e le cerimonie e preservare le antiche tradizioni pasquali presso la Chiesa del Santo Sepolcro.

Naturalmente, e alla luce dell'attuale stato di guerra, le restrizioni vigenti sugli assembramenti pubblici restano per il momento in vigore. Di conseguenza, le Chiese garantiranno che le liturgie e le preghiere vengano trasmesse in diretta ai fedeli in Terra Santa e in tutto il mondo.

Esprimiamo la nostra sincera gratitudine a Sua Eccellenza Isaac Herzog, Presidente dello Stato di Israele, per la sua pronta attenzione e il suo prezioso intervento. Estendiamo inoltre il nostro apprezzamento ai Capi di Stato e ai funzionari che hanno agito tempestivamente per comunicare le loro ferme posizioni, molti dei quali ci hanno contattato personalmente per esprimere la loro vicinanza e il loro sostegno.

Desideriamo sottolineare che la fede religiosa costituisce un valore umano supremo, condiviso da tutte le religioni: ebrei, cristiani, musulmani, drusi e altri. Soprattutto in tempi di difficoltà e conflitto, come quelli che stiamo vivendo, salvaguardare la libertà di culto rimane un dovere fondamentale e condiviso.

Ci auguriamo che si continuino a trovare soluzioni adeguate che consentano di pregare nei luoghi di culto, in particolare nei Luoghi Santi di tutte le religioni, nel rispetto sia delle legittime esigenze di sicurezza sia delle osservanze e preghiere religiose di profonda importanza per centinaia di milioni di fedeli.

La Chiesa mantiene un dialogo costante con le autorità, inclusa la polizia israeliana. Preghiamo e speriamo nella fine della tragica guerra che affligge la regione, consapevoli delle gravi conseguenze che essa ha su tutti.

Il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa ribadiscono il loro impegno per il dialogo, il rispetto reciproco e la preservazione dello status quo.

Buona Settimana Santa.





PAPA LEONE XIV: Dio non ascolta le preghiere di chi fa la guerra e ha le mani che grondano sangue - DOMENICA DELLE PALME - Omelia e Angelus (Testo e video)

Dio non ascolta le preghiere 
di chi fa la guerra 
e ha le mani che grondano sangue
Papa Leone XVI

DOMENICA DELLE PALME 
Omelia e Angelus 
(Testo e video)


OMELIA

Cari fratelli e sorelle,

mentre Gesù percorre la via della croce, ci mettiamo dietro di Lui, seguiamo i suoi passi. E camminando con Lui, contempliamo la sua passione per l’umanità, il suo cuore che si spezza, la sua vita che si fa dono d’amore.

Guardiamo a Gesù, che si presenta come Re della pace, 
mentre attorno a Lui si sta preparando la guerra. 
Lui, che rimane fermo nella mitezza, mentre gli altri si agitano nella violenza. 
Lui, che si offre come una carezza per l’umanità, mentre altri impugnano spade e bastoni. 
Lui, che è la luce del mondo, mentre le tenebre stanno per ricoprire la terra. 
Lui, che è venuto a portare la vita, mentre si compie il piano per condannarlo a morte.

Come Re della pace, Gesù vuole riconciliare il mondo nell’abbraccio del Padre e abbattere ogni muro che ci separa da Dio e dal prossimo, perché «Egli è la nostra pace» (Ef 2,14).

Come Re della pace, entra in Gerusalemme in groppa a un asino, non a un cavallo, realizzando l’antica profezia che invitava a esultare per l’arrivo del Messia: «Ecco, a te viene il tuo re. / Egli è giusto e vittorioso, / umile, cavalca un asino, / un puledro figlio d’asina. / Farà sparire il carro da guerra da Efraim / e il cavallo da Gerusalemme, / l’arco di guerra sarà spezzato, / annuncerà la pace alle nazioni» (Zc 9,9-10).

Come Re della pace, quando uno dei suoi discepoli estrae la spada per difenderlo e colpisce il servo del sommo sacerdote, Egli subito lo ferma dicendo: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (Mt 26,52).

Come Re della pace, mentre veniva caricato delle nostre sofferenze e trafitto per le nostre colpe, Egli «non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori» (Is 53,7). Non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra. Ha manifestato il volto mite di Dio, che sempre rifiuta la violenza, e invece di salvare sé stesso si è lasciato inchiodare alla croce, per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia dell’umanità.

Fratelli, sorelle, questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: «Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue» (Is 1,15).

Guardando a Lui, che è stato crocifisso per noi, vediamo i crocifissi dell’umanità. Nelle sue piaghe vediamo le ferite di tante donne e uomini di oggi. Nel suo ultimo grido rivolto al Padre sentiamo il pianto di chi è abbattuto, di chi è senza speranza, di chi è malato, di chi è solo. E soprattutto sentiamo il gemito di dolore di tutti coloro che sono oppressi dalla violenza e di tutte le vittime della guerra.

Cristo, Re della pace, grida ancora dalla sua croce: Dio è amore! Abbiate pietà! Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli!

Con le parole del Servo di Dio, il vescovo Tonino Bello, vorrei affidare questo grido a Maria Santissima, che sta sotto la croce del Figlio, e piange anche ai piedi dei crocifissi di oggi:

«Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari. Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli. […] E che, finalmente, le lacrime di tutte le vittime delle violenze e del dolore saranno presto prosciugate, come la brina dal sole della primavera» (Maria, donna dei nostri giorni).

ANGELUS

Cari fratelli e sorelle,

all’inizio della Settimana Santa, siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi. Proprio mentre la Chiesa contempla il mistero della Passione del Signore, non possiamo dimenticare quanti oggi partecipano in modo reale alla sua sofferenza. La loro prova interpella la coscienza di tutti. Eleviamo la nostra supplica al Principe della pace, affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di riconciliazione e di pace.

Desidero anche affidare al Signore i marittimi che sono vittime della guerra: prego per i defunti, per i feriti e per i loro familiari. Terra, cielo e mare sono creati per la vita e per la pace!

E preghiamo per tutti i migranti morti in mare, in particolare per quelli che hanno perso la vita nei giorni scorsi al largo dell’isola di Creta.

Saluto e ringrazio tutti voi, romani e pellegrini che avete partecipato a questa Celebrazione! Insieme ci rivolgiamo ora alla Vergine Maria, affidando alla sua intercessione ogni nostra supplica. Lasciamoci guidare da lei in questi giorni santi, per seguire con fede e con amore Gesù, nostro Salvatore.



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