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martedì 18 giugno 2024

Enzo Bianchi: Stranieri nella Chiesa

Enzo Bianchi
Stranieri nella Chiesa
 

La Repubblica - 10 Giugno 2024

Nella mia lunga appartenenza alla chiesa cattolica ho vissuto e ho cercato di vivere in mezzo al popolo di Dio, i semplici fedeli che tentano con grande fatica di essere cristiani, ma ho anche incontrato uomini e donne la cui vita interpellava e scuoteva chi li ascoltava e li frequentava. Erano credenti che osavano predicare la Parola, qualche volta alzare la voce, soprattutto cercavano di rendere la fede cristiana una buona notizia per l'umanità in mezzo alla quale vivevano. Erano anche costretti ad essere critici verso l'istituzione-chiesa quando questa voleva prendere il posto del Vangelo e dare alla legge quel risalto che Gesù di Nazareth le aveva negato ponendola invece a servizio dell'uomo.

Il mio parroco mi aveva portato adolescente ad ascoltare don Mazzolari alla missione di Ivrea e da allora ero cresciuto attento alle voci “dissonanti”, alle testimonianze profetiche che raramente si affacciavano nella vita della chiesa, soprattutto italiana. Conobbi indirettamente sorella Maria di Campello, una profetessa vera, ideatrice di un monachesimo semplice e attuale, che negli anni venti del secolo scorso aveva fondato in Umbria una comunità ecumenica con sorelle non cattoliche, anglicane e metodiste. Osteggiata, calunniata, non temette di coltivare l'amicizia con Ernesto Bonaiuti, e di tenere una corrispondenza con Gandhi... Solo Papa Giovanni le ridonò la dignità di monaca cattolica... Ma sono tanti quelli che, magari meno conosciuti, ho incontrato ascoltando il loro dolore, la loro sofferenza e anche a volte il loro pianto per il volto di matrigna che la chiesa riservava loro. Erano costretti a sentirsi “stranieri nell’istituzione-chiesa” come si sentiva un mio grande amico, padre David Maria Turoldo, che sarebbe dimenticato e ancora sepolto nel sospetto se un cardinale a lui affezionato, Gianfranco Ravasi, non l'avesse più volte celebrato e presentato come poeta e come uomo spirituale.

Per un certo periodo, negli anni ’70-’80, si tenevano incontri mensili tra p. Turoldo, p. Ernesto Balducci, don Michele Do, don Giannino Piana, ai quali partecipavo anch’io, a Bose o a Sotto il Monte: cercavamo di leggere all'orizzonte della chiesa i segni di un’aurora che tardava manifestarsi nonostante la nostra invocazione. Speranza di rinnovamento, anche di riforma della chiesa, e poi brinate improvvise che bruciavano i germogli di una primavera appena accennata.

Perché questa sordità da parte dell'istituzione? Perché questa creazione di figli amati e privilegiati e altri giudicati bastardi nella stessa chiesa, soprattutto negli anni ‘80? Paolo VI a un gruppo di pellegrini provenienti da Bozzolo, la parrocchia di don Mazzolari, lui che l'aveva in un primo tempo osteggiato, disse: “Aveva il passo più veloce del nostro: abbiamo sofferto noi, ha sofferto lui!”. E così si rinnova il monito di Gesù: “Gerusalemme che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati...”, e anche: “Guai a voi che innalzate i sepolcri ai profeti... che avete perseguitato”.

Ma va anche detto che questi “stranieri nella chiesa” ricevevano da Dio la possibilità di condividere con Gesù Cristo il grande dono dell'amicizia con i peccatori, i lontani, gli scarti, i mal giudicati. La loro vita però sotto il ministero papale di Francesco ha potuto brillare e ricevere il segno della verità della testimonianza... Francesco che si reca sulla tomba di Mazzolari, di Milani, è l’equivalente di una confessione di colpa da parte della chiesa e una domanda di perdono... Ci sarebbero altre visite da compiere non solo ai soprannominati, penso ad esempio a Giuseppe Dossetti, un padre della chiesa che ha dato un grande contributo all’ecclesiologia del concilio Vaticano II, direttamente e attraverso il cardinale Lercaro. Isolato in Terra Santa a Gerico, ridotto al silenzio, ha commentato le Scritture con l'antica esegesi spirituale patristica, dicendo a chi lo incontrava solo “una Parola”. Ma è significativo che la corsa alla santità sia stata aperta con celerità maggiore agli altri, mai stranieri nella chiesa, perché senza profezia e sovente senza sale né sapore.

Oggi dobbiamo riconoscerlo: con Papa Francesco la chiesa non mostra un volto di matrigna ma di madre misericordiosa, anche se la burocrazia ecclesiastica si attarda su antichi metodi.
(fonte: blog dell'autore)

lunedì 17 giugno 2024

Papa Francesco incontra i “grandi” per parlare dei “poveri”

Papa Francesco incontra i “grandi”
per parlare dei “poveri”

E se il grido dei poveri riuscisse a mettere a tacere le sirene dei grandi?


Filippo Neri, Giovanni Bosco, Teresa di Calcutta.

In ogni epoca e ad ogni latitudine, non è mancato da parte di grandi figure il ricorso ai “potenti”, ai “grandi”, ai “ricchi” perché anche qualcosa dei loro contributi potesse giovare al sostegno delle opere caritative e sociali realizzate dai loro “fondatori”.

Il 14 giugno 2024, per la prima volta, viene invitato a un vertice dei G7 un Papa.

C’è chi si chiede se tale iniziativa giovi al Vescovo di Roma o se invece possa essere letta come un conseguente endorsment, pur non espresso, nei confronti del massimo vertice delle potenze Occidentali.

Nei giorni antecedenti e in quelli del vertice si sono tenute delle contro manifestazioni da parte di varie realtà associative afferenti al mondo dell’associazionismo sociale e pacifista denominate “Controforum G7” per controbattere e contestare i lavori dei “Grandi” e richiamare le istanze alternative in risposta ai problemi globali quali clima, immigrazioni, gestione dei conflitti bellici.

Indubbiamente la visita del Vescovo di Roma fornisce un ritorno di immagine positivo per i leader del G7.

Sembra davvero interessante la circostanza che ha portato Francesco a pubblicare il giorno stesso dell’apertura del Vertice il messaggio destinato alla celebrazione, nel prossimo novembre, di uno degli eventi voluti da questo Papa e da lui “strategicamente” offerti non solo ai fedeli e ai vertici dell’istituzione cattolica, ma a tutti coloro che lo ascoltano: la Giornata Mondiale dei poveri.

Francesco, dunque, nel suo giorno vissuto nella struttura di Torre Egnazia ha sicuramente colto l’occasione per ribadire di persona ai leader del G7 e ad altri presidenti invitati al vertice faccia a faccia nei dieci incontri previsti nel suo fitto programma quello che chiede da anni durante gli Angelus e in tutto il suo magistero in modo costante: che si rinunci alla logica delle armi e che ci si adoperi per risolvere tutti i conflitti armati, non solo quelli che opprimono Ucraina e Terra Santa.

Doveroso richiamare le motivazioni espresse dalla Premier in merito alla scelta per il vertice odierno della location in Puglia: una terra vocata da sempre ad essere un “ponte” tra Oriente ed Occidente, una terra di accoglienza e di integrazione, in cui il simbolo dell’albero dell’ulivo si propone come un richiamo alla ricerca e alla costruzione della pace.

Ci preme a tal riguardo ricordare il messaggio dei vescovi di questa regione ormai di trenta anni fa, proposto e lanciato grazie ad uno dei suoi figli più amati, quel don Tonino Bello che fu anima della marcia nonviolenta dei 500 a Sarajevo nel 1992: la Puglia deve essere una “arca di pace e non un arco di guerra”.

Il discorso di Francesco, dopo un giro di saluti cordiali e a volte calorosi con tutti i leader presenti al vertice, tratta una riflessione precisa e mirata sull’argomento dell’intelligenza artificiale. Questa viene colta nelle sue enormi potenzialità; ma si comprende come un uso sbagliato della stessa potrebbe portare a conseguenze deleterie; tra le tante, viene denunciato l’utilizzo della AI nell’industria bellica, che consegna alle macchine il potere di decisione sulla vita umana, sopressa da sistemi di armi sofisticate guidate dalla AI.

A tal riguardo, è propria dell’essere umano la capacità di discernere e di compiere delle scelte, pur se a volte in maniera sofferta; è importante che egli non rinunci a tale peculiarità delegando la scelta a quella operata secondo una serie di algoritmi dalle AI. Anche in questo nuovo campo della tecnica, la questione etica ha un ruolo imprescindibile, e Francesco cita una iniziativa da lui promossa anche con l’introduzione di un neologismo: “algoretica”.

Francesco termina il suo discorso con un apprezzamento e un invito preciso a coloro che si occupano della politica, citando Paolo VI che la definì “la forma più alta della carità”. I leader del G7 e gli altri capi di stato invitati al vertice presenti al suo discorso, sono invitati caldamente come responsabili, come gestori della politica, ad un uso etico e chiaramente orientato al bene comune dell’intelligenza artificiale.

La giornata di Francesco, lungi dal fermarsi al suo discorso sull’intelligenza artificiale e sui risvolti etici ai quali essa rimanda, deve essere considerata a nostro avviso come evangelicamente collegata col messaggio da lui pubblicato il 13 giugno. I poveri le cui esistenze e la cui dignità siamo invitati a promuovere, come ci viene chiesto (“voi 7, noi 8 miliardi!”: è uno degli slogan provocatori del “Controforum G7”) non sono più dei semplici “fratelli e sorelle sfortunati” cui provvedere con mirate iniziative. Sono in realtà il frutto, maturato in maniera sempre più drammaticamente esponenziale, delle scelte scellerate che i “Grandi della Terra” (non solo i G7…) continuano a produrre, sordi al grido delle genti: se le risorse sono destinate ai produttori di armi (e di morte), dovranno necessariamente essere negate al cibo, alla sanità, all’istruzione.
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Alessandro Manfridi* 15/06/2024)

Papa Francesco: «La Vergine Maria ci aiuti ad essere seminatori generosi e fiduciosi del Vangelo.» Angelus del 16 giugno 2024 (Testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 16 giugno 2024


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi il Vangelo della liturgia ci parla del Regno di Dio attraverso l’immagine del seme (cfr Mc 4,26-34). Varie volte Gesù usa questa similitudine (cfr Mt 13,1-23; Mc 4,1-20; Lc 8,4-15), e oggi lo fa invitandoci a riflettere in particolare su un atteggiamento importante collegato con l’immagine del seme, e l’atteggiamento è l’attesa fiduciosa.

Infatti, nella semina, per quanto il contadino sparga ottima e abbondante semente, e per quanto prepari bene la terra, le piante non spuntano subito: ci vuole tempo e ci vuole pazienza! Perciò è necessario che, dopo aver seminato, egli sappia attendere con fiducia, per permettere ai semi di aprirsi al momento giusto e ai germogli di spuntare dal terreno e di crescere, abbastanza forti da garantire, alla fine, un raccolto abbondante (cfr vv. 28-29). Sottoterra il miracolo è già in atto (cfr v. 27), c’è uno sviluppo enorme ma è invisibile, ci vuole pazienza, e nel frattempo è necessario continuare a curare le zolle, annaffiarle e tenerle pulite, nonostante in superficie sembra che non succeda nulla.

Anche il Regno di Dio è così. Il Signore mette in noi i semi della sua Parola e della sua grazia, semi buoni e abbondanti, e poi, senza mai smettere di accompagnarci, aspetta con pazienza. Il Signore continua a prendersi cura di noi, con la fiducia di un Padre, ma ci dà tempo – il Signore è paziente – affinchè i semi si aprano, crescano e si sviluppino fino a portare frutti di opere buone. E questo perché vuole che nel suo campo nulla vada perduto, che tutto giunga a piena maturazione; vuole che tutti noi possiamo crescere come spighe cariche di chicchi.

Non solo. Facendo così, il Signore ci dà un esempio: insegna anche a noi a seminare fiduciosamente il Vangelo là dove siamo, e poi ad attendere che il seme gettato cresca e porti frutto in noi e negli altri, senza scoraggiarci e senza smettere di sostenerci e aiutarci a vicenda anche là dove, nonostante gli sforzi, ci sembra di non vedere risultati immediati. Spesso infatti anche tra noi, al di là delle apparenze, il miracolo è già in atto, e a suo tempo porterà frutti abbondanti!

Perciò possiamo chiederci: io lascio seminare in me la Parola? A mia volta, semino con fiducia la Parola di Dio negli ambienti in cui vivo? Sono paziente nell’aspettare, oppure mi scoraggio perché non vedo subito i risultati? E so affidare tutto serenamente al Signore, pur facendo del mio meglio per annunciare il Vangelo?

La Vergine Maria, che ha accolto e fatto crescere in sé il seme della Parola, ci aiuti ad essere seminatori generosi e fiduciosi del Vangelo.


Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri, a Cracovia, è stato beatificato Michele Rapacz, sacerdote e martire, pastore secondo il cuore di Cristo, fedele e generoso testimone del Vangelo che ha sperimentato sia la persecuzione nazista sia quella sovietica, e ha risposto con il dono della vita. Un applauso al nuovo Beato!

Continuano a giungere notizie dolorose di scontri e massacri compiuti nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Rivolgo il mio appello alle Autorità nazionali e alla Comunità internazionale, affinché si faccia il possibile per la cessazione delle violenze e per la salvaguardia della vita dei civili. Tra le vittime, molti sono cristiani uccisi in odium fidei. Sono martiri. Il loro sacrificio è un seme che germoglia e porta frutto, e ci insegna a testimoniare il Vangelo con coraggio e coerenza.

Non cessiamo di pregare per la pace in Ucraina, in Terra Santa, in Sudan, Myanmar e dovunque si soffre per la guerra.

Saluto tutti voi, romani e pellegrini! In particolare saluto i fedeli provenienti da Libano, Egitto e Spagna; gli studenti della “London Oratory School”; quelli della diocesi di Opole in Polonia e quelli di Budapest-Albertfalva; i partecipanti al Forum Europeo dei Laici, sul tema “Fede, arte e sinodalità”; e il gruppo di mamme della comunità cattolica congolese di Roma. Queste mamme cantano bene! Mi piacerebbe sentirvi cantare un’altra volta.

Saluto i fedeli di Carini, Catania, Siracusa e Messina; i ragazzi della Comunione e della Cresima di Mestrino, i cresimati di Castelsardo (Sassari), di Bolgare (Bergamo) e di Camin (Padova); e infine un pensiero di gratitudine ai donatori di sangue, che hanno appena celebrato la loro Giornata nazionale.

Saluto tutto voi e auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video


domenica 16 giugno 2024

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

16 giugno 2024 

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, come un generoso seminatore il Signore Gesù ci ha fatto dono della sua Parola, perché essa possa trovare in noi un terreno ben disposto. Grati di questodono innalziamo a Lui le nostre preghiere, ed insieme diciamo:

R/   Ascoltaci, Signore

  

Lettore

- Fa’, o Signore, che la tua Chiesa non abbia paura di diventare un piccolo gregge, perché soltanto nella piccolezza si è più veri e più aperti all’accoglienza degli altri. Aiutala a comprendere che non sono le sue grandi opere ad evangelizzare il mondo, ma l’azione intima e feconda del tuo Santo Spirito nel cuore di ogni persona umana. Preghiamo.

- Signore, rendi Tu efficaci le parole che papa Francesco l’altro ieri ha rivolto al cosiddetto gruppo dei “grandi”. Spezza Tu nel cuore di questi potenti la logica del puro interesse nazionale. Fa’ comprendere loro che non sono le armi a garantire la sicurezza della propria nazione, ma la ricerca sincera della pace e l’attenzione verso i paesi impoveriti e gravemente provati dal cambiamento climatico. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore, il dolore del popolo ucraìno mandato al macello da un Occidente interessato a difendere il proprio predominio. Ti affidiamo il dolore e la protesta delle madri russe per i propri figli, mandati a morire per una guerra inutile. Ti affidiamo ancora il dolore della popolazione di Gaza, l’ipocrisia delle grandi nazioni ed il cinismo incomprensibile del governo israeliano. Preghiamo.

- Volgi, Signore, il tuo sguardo premuroso su tutte le persone in difficoltà: sui migranti, sui barboni, su quanti lavorano senza tutele e per un salario di fame. Ti affidiamo, inoltre, tutte le persone ammalate, soprattutto chi è alle prese con malattie tumorali o con i postumi di ischemie cerebrali. Sii per tutti consolazione e sostegno. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, Parola di Vita, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche di coloro che sono vittime dell’odio religioso e razziale, di coloro che muoiono sul posto di lavoro, di coloro che sono vittime della violenza omicida nelle famiglie. Dona a tutti, o Signore, la gioia di contemplare il tuo Volto accogliente di bontà e di pace. Preghiamo.

Per chi presiede

Ascolta ed esaudisci, Signore Gesù, le suppliche della tua Chiesa in preghiera e fa’ che il seme della tua Parola cresca e porti frutto nella nostra vita. Te lo chiediamo perché tu sei Dio e vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli.   AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 30 - 2023/2024 anno B

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B 

Vangelo:

Mc 4,26-34

Tutto il capitolo quarto del Vangelo di Marco altro non è che la composizione, sotto forma di parabole e di detti, degli insegnamenti di Gesù che hanno come tema principale il Regno di Dio e il suo sviluppo. Il tema del Regno pervade e impregna ogni pagina del Vangelo e costituisce il cuore delle parabole così come di tutto l'annuncio evangelico. Il Regno annunciato da Gesù non è una nuova dottrina, una nuova dogmatica, una nuova metafisica su Dio: «Regnare non è insegnare, ma agire!» (cit.). Dio e Regno, cioè, si identificano, e Gesù ci trasmette il modo in cui il Padre agisce e opera nel mondo. Nelle due parabole del brano evangelico di oggi, il Regno (Dio) si rivela come un piccolissimo seme che si sviluppa a prescindere dal lavoro e dagli sforzi del contadino. In esse si afferma l'assoluta priorità di Dio, mandando in malora ogni forma di efficientismo religioso che si impegna a far crescere il Regno attraverso le proprie attività secondo i criteri del mondo che regolano i rapporti di produzione. Tanto basta perché il seme cresca abbastanza da accogliere alla sua ombra tutti i popoli della terra. Dio si manifesta sempre in ciò che è piccolo, nella semplicità della vita di tutti i giorni, nell'umiltà e nel nascondimento dei poveri, dei piccoli, degli umili, in tutte quelle realtà ritenute insignificanti, scorie, esuberi, pietre di scarto. Sempre fra persecuzioni, difficoltà e prove di ogni genere, nel silenzioso marcire sotto terra di un piccolo seme che, morendo a se stesso, dà vita a una nuova e feconda realtà indicando a noi la strada da seguire: Gesù, nostro fratello e Signore.

 

sabato 15 giugno 2024

NELLA NATURA DELLA NATURA - Gesù sceglie l’economia della piccolezza... Prendere sul serio l’economia della piccolezza ci fa guardare il mondo in un altro modo. - XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

NELLA NATURA DELLA NATURA


Gesù sceglie l’economia della piccolezza... 
Prendere sul serio l’economia della piccolezza 
ci fa guardare il mondo in un altro modo.

In quel tempo, Gesù diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa (...). E quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Mc 4,26-34


NELLA NATURA DELLA NATURA
 
Gesù sceglie l’economia della piccolezza...
Prendere sul serio l’economia della piccolezza ci fa guardare il mondo in un altro modo.
 

Quante volte non troviamo le parole adatte per dire Dio!

E Gesù ci risponde con le parabole. Lo fa con parole laiche, di casa, di orto, di lago, di strada, per raccontarci storie di vita.

Il vangelo di Marco riassume il suo insegnamento con immagini di contadini che si affaticano nell’arte di far nascere, fiorire, fruttificare.

Il contadino nel vangelo è l’anello mancante tra l’uomo e Dio, dove le parabole non sono semplici pretesti per insegnare teologia e morale. Un albero, le foglioline del fico, il granello di senape diventano una continua rivelazione del divino (Laudato si’), una sillaba del suo messaggio.

Le cose del mondo non sono sante perché ricevono l’acqua benedetta, ma sono degne di riceverla perché già benedette, santificate, e noi camminiamo in mezzo a loro come dentro un santuario.

Ezechiele aveva parlato della tenerezza di un Dio giardiniere che pianta un cedro del Libano. Gesù va oltre: parla di un semino di senape con una novità tutta sua: sceglie una pianta mai nominata nel Primo Testamento, nonostante fosse di uso comune. Gesù sceglie l’economia della piccolezza: mette la senape al posto del cedro del Libano; l'orto al posto del monte; parlerà di Dio con l’immagine di una chioccia con i suoi pulcini: è il linguaggio teologico portato al registro più umile, a sovvertire le gerarchie.

Gli ascoltatori di Gesù saranno rimasti sconvolti all’idea che il Regno di Dio ha inizi così piccoli, ma Gesù si concentra sulla crescita dal minuscolo al grande, dai più piccoli germogli alla maturazione in pienezza.

Le sue parole contengono anche un appello alla meraviglia: il Regno diventa un mistero davanti al quale stupirsi.

Prendere sul serio l’economia della piccolezza ci fa guardare il mondo in un altro modo. Ci fa cercare i re di domani tra gli scartati di oggi, ci fa prendere sul serio i giovani e i bambini, e trovare meriti là dove l’economia della grandezza vede solo demeriti.

Il vangelo della terra di Gesù sovverte le norme, perché le leggi che reggono il venire del Regno di Dio e quelle che alimentano la vita naturale sono in fondo le stesse. Spirito e realtà si abbracciano.

Il terreno produce da sé, per energia e armonia proprie: è nella natura della natura essere dono e crescita. È nella natura di Dio essere eccedenza gratuita. E anche in quella dell’uomo.

Dio agisce in modo positivo, fiducioso, solare; e non per sottrazione, ma sempre per addizione, per aggiunta e incremento, con incrollabile fiducia nei germogli.

Dalle sue parabole sboccia una visione profetica del mondo: la nostra storia è tutto un seminare, germinare, spuntare, accestire, maturare: tutto è fiducia incamminata.



15 giugno Giornata Mondiale contro gli abusi sugli anziani - Un anziano su tre è vittima di abuso: un vademecum per capire i segnali di allarme


15 giugno Giornata Mondiale contro gli abusi sugli anziani

Un anziano su tre è vittima di abuso:
un vademecum per capire i segnali di allarme

Angherie, negligenza, maltrattamenti fisici e psicologici, abusi nelle Rsa, sono riferiti dal 30% degli anziani fragili, per arrivare a circa due terzi nelle Rsa e nelle case di riposo. In questo scenario la Società italiana di Gerontologia e geriatria (Sigg) promuove un vademecum in cui si indicano i campanelli di allarme per intercettare i segnali di maltrattamento


Angherie, negligenza, maltrattamenti fisici e psicologici, abusi nelle RSA, sono riferiti dal 30% degli anziani fragili, per arrivare a circa due terzi nelle RSA e nelle case di riposo. Tra le mura domestiche le situazioni di abuso sono poco rilevabili, ma nella maggior parte dei casi avvengono purtroppo per mani di caregiver e di famigliari, da aiutare e non abbandonare, pur senza giustificare le violenze.

In questo scenario la Società italiana di Gerontologia e geriatria (Sigg) in occasione della Giornata Mondiale contro gli abusi che ricorre il 15 giugno, promuove un vademecum in cui si indicano i campanelli di allarme per intercettare e riconoscere i segnali di violenza e maltrattamento.

"Tra i segnali che possono far sospettare un problema di abuso, in generale, ricorrono scarsa igiene o un odore sgradevole, abiti sporchi, malnutrizione e disidratazione non correlate a una patologia- dichiara Andrea Ungar, presidente Sigg- Tra i campanelli di allarme che potrebbero indicare che un anziano è vittima di violenza fisica, i più diffusi sono lesioni, come graffi o tagli localizzati prevalentemente su testa e viso, compresi occhi, orecchi, area dentale, collo e arti superiori. Ma anche cadute e fratture con cause indeterminate o ustioni e lividi in luoghi e di tipo insolito. Mostrare, invece, comportamenti caratterizzati da paura di rappresaglie, vergogna, rassegnazione, riluttanza a parlare apertamente possono essere indicativi di abuso psicologico ed emotivo".

Ma se chi assiste gli anziani è frustrato e stressato dall'onere assistenziale, il carico delle cure quotidiane finisce spesso per favorire l'esaurimento fisico ed emotivo, un nemico a volte invisibile che induce a trascuratezza e ad azioni di abuso psicologico, fisico e finanziario.

"L'assistenza di un anziano, specie con deterioramento cognitivo, impegna il famigliare sia sul piano pratico ed organizzativo che su quello emotivo, portando spesso a un 'cortocircuito' relazionale che si ripercuote sulla vita dell'anziano con comportamenti abusivi del caregiver che percepisce l'onere assistenziale come un impegno schiacciante e complesso e che determina spesso atteggiamenti disfunzionali- aggiunge Anna Castaldo, coordinatrice del gruppo di studio Sigg sulla prevenzione del maltrattamento agli anziani- Ed è proprio lo stress derivante dal carico assistenziale a causare una riduzione della qualità delle cure e, nel peggiore dei casi, situazioni di abuso che esplodono soprattutto nel difficile periodo estivo. I comportamenti dei caregiver che suggerisco abusi sono, ad esempio, non lasciar parlare l'anziano, trattarlo come un bambino e fornire spiegazioni poco plausibili per le lesioni- prosegue- Circa due terzi degli episodi di abuso avvengono nelle RSA e nelle case di riposo. Tra i maltrattamenti istituzionali più ricorrenti ad opera del personale assistenziale ci sono: mancanza di rispetto per la dignità e la privacy dell'anziano, utilizzo di mezzi di contenzione inappropriati e nessuna flessibilità negli orari di messa a letto e di alzata, uso improprio di farmaci, mancata fornitura di occhiali, apparecchi acustici o protesi dentali, non fornire cibo e bevande adeguati o mancata assistenza nel mangiare".

Contro i maltrattamenti la Sigg invita a offrire gentilezza come risposta alle violenze verso gli anziani più fragili. "Il semplice atto di essere gentili con le persone anziane deve essere considerato parte del servizio di cura- sottolineano Ungar e Castaldo- Mostrare gentilezza ispira gentilezza e aiuta a diffonderla per combattere i conflitti e prevenire gli abusi. La neuroscienza- precisa Ungar- indica che vedere qualcuno mostrare emozioni positive attiva automaticamente le stesse aree del cervello. Essere gentile con una persona anziana significa avere un atteggiamento di rispetto, accoglienza e disponibilità. Una persona fragile incapace di badare a se stessa a causa di una malattia o una disabilità fisica, ha bisogno innanzitutto di essere ascoltata attentamente e non interrotta. È importante anche mantenere un contatto fisico e visivo con la persona anziana e condividere momenti di relax. Sulle persone anziane la gentilezza può avere un forte impatto anche terapeutico per il mantenimento della salute e del benessere non solo mentale ma anche fisico. Attivando la produzione di ossitocina, l'ormone della felicità che allontana lo stress, la gentilezza contribuisce a proteggere la memoria, aiuta a combattere la depressione e contribuisce al calo della pressione sanguigna e del cortisolo".

Anche quest'anno il gruppo di studio della Sigg propone, in occasione della Giornata Mondiale contro il maltrattamento degli anziani, una riflessione sulla prevenzione degli abusi attraverso un webinar dedicato alla gentilezza nella relazione di cura. Durante l'evento formativo saranno presentati anche i lavori vincitori di un concorso sul tema delle cure gentili, rivolto a studenti, professionisti sanitari e sociali.
(fonte: Redattore Sociale 14/06/2024)

PAPA FRANCESCO AL G7 SULL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE: "Nessuna macchina dovrebbe scegliere se togliere la vita a un essere umano"

PAPA FRANCESCO PARTECIPA ALLA SESSIONE DEL G7 SULL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE
[13-15 giugno 2024] 

Borgo Egnazia (Puglia)

Venerdì, 14 giugno 2024




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G7, il Papa: nessuna macchina dovrebbe scegliere se togliere la vita a un essere umano

Francesco interviene al summit a Borgo Egnazia, in Puglia. Quattro bilaterali, poi l’intervento nella sessione comune con i leader del mondo, ai quali indica opportunità, pericoli, effetti dell’intelligenza artificiale: “Condanneremmo l’umanità a un futuro senza speranza, se sottraessimo alle persone la capacità di decidere su loro stesse e sulla loro vita condannandole a dipendere dalle scelte delle macchine". L'appello ad una "sana politica" per il bene comune

Papa Francesco nel suo intervento sul tema della Intelligenza Artificiale al G7

Lo scenario appare distopico, ma il rischio è quanto mai reale: “Nessuna macchina dovrebbe mai scegliere se togliere la vita ad un essere umano”. Francesco è al G7 di Borgo Egnazia, in Puglia, primo Papa a prendere parte a un summit dei ‘Grandi della terra’ a cui parla di intelligenza artificiale: uno “strumento affascinante” ma allo stesso tempo “tremendo”, dice, capace di portare benefici o provocare danni come tutti “gli utensili” creati dall’uomo sin dalla notte dei tempi.

L'arrivo in Puglia

Con venti minuti d’anticipo rispetto al programma, l’elicottero del Papa è atterrato alle 12.10 sul campo sportivo in una distesa di ulivi. Ad accogliere il Pontefice, il presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni. Con lei una stretta di mano e alcune battute: “Ancora vivi”, dice la premier. “Siamo in due”, risponde Francesco. E Meloni: “Sarà una giornata lunga ma bella”. Insieme in golf car, si dirigono verso la residenza riservata dove, dopo le 12.30, si dà il via ai primi quattro bilaterali previsti: Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, e i presidenti ucraino Zelensky, francese Macron e canadese Trudeau. Alle 14 Papa Francesco si trasferisce nella Sala Arena, dove, a turno, stringe le mani di tutti i presenti seduti al tavolo circolare. Qualcuno lo abbraccia o si abbassa per sussurrare alcune parole all’orecchio.

Il Papa durante il bilaterale con il presidente ucraino Zelensky

Urgente ripensare sviluppo e utilizzo delle cosiddette “armi letali autonome”

Meloni introduce il discorso del Papa, spiegando anzitutto la scelta della Puglia quale terra che “storicamente ha rappresentato un ponte tra Oriente e Occidente, luogo di dialogo, mare di mezzo con Africa e Medio Oriente”. Ringrazia poi “Sua Santità”, la cui partecipazione, dice, “rende inevitabilmente questo appuntamento storico”.

Seduto al tavolo con i leader, il Papa condivide quindi le sue riflessioni sull’Intelligenza Artificiale, tema a cui aveva già dedicato il Messaggio per la 58.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni sociali. Dinanzi a uomini e donne che detengono responsabilità sul mondo, ne sviscera ora opportunità ma soprattutto rischi ed “effetti sul futuro dell’umanità”. Lo sguardo è fisso soprattutto a questa guerra dai ‘pezzi’ sempre più unificati.

In un dramma come quello dei conflitti armati è urgente ripensare lo sviluppo e l’utilizzo di dispositivi come le cosiddette “armi letali autonome” per bandirne l’uso, cominciando già da un impegno fattivo e concreto per introdurre un sempre maggiore e significativo controllo umano.

Francesco in golf car con la premier italiana Meloni, al suo arrivo a Borgo Egnazia

Il potenziale umano

Mai succeda che siano le macchine ad uccidere l’uomo che le ha create. Proprio dall’ingegno umano Francesco snoda la sua riflessione dal palco del G7, per chiarire come non ci sia pregiudizio alcuno sui progressi scientifici e tecnologici, ma piuttosto il timore di una deriva: “La scienza e la tecnologia sono prodotti straordinari del potenziale creativo di noi esseri umani”, scandisce il Pontefice. Ed “è proprio dall’utilizzo di questo potenziale creativo che Dio ci ha donato che viene alla luce l’intelligenza artificiale”. Uno “strumento estremamente potente”, sottolinea il Papa, impiegato in tantissime aree dell’agire umano: medicina, lavoro, cultura, comunicazione, educazione, politica. “È ora lecito ipotizzare che il suo uso influenzerà sempre di più il nostro modo di vivere, le nostre relazioni sociali e nel futuro persino la maniera in cui concepiamo la nostra identità di esseri umani”.

All'essere umano deve rimanere la decisione

Perciò, da un lato, entusiasmano le possibilità che l’IA offre; dall’altro, generano timore per le conseguenze che lasciano presagire. Anzitutto per Francesco bisogna distinguere opportunamente tra una macchina che “può, in alcune forme e con questi nuovi mezzi, produrre delle scelte algoritmiche” e dunque “una scelta tecnica tra più possibilità”, e l’essere umano che, invece, “non solo sceglie, ma in cuor suo è capace di decidere”.

Per questa ragione, di fronte ai prodigi delle macchine, che sembrano saper scegliere in maniera indipendente, dobbiamo aver ben chiaro che all’essere umano deve sempre rimanere la decisione, anche con i toni drammatici e urgenti con cui a volte questa si presenta nella nostra vita

Il tavolo della sessione comune dei partecipanti al G7

A rischio la dignità umana

Il monito del Papa è incisivo: “Condanneremmo l’umanità a un futuro senza speranza, se sottraessimo alle persone la capacità di decidere su loro stesse e sulla loro vita condannandole a dipendere dalle scelte delle macchine. Abbiamo bisogno – dice - di garantire e tutelare uno spazio di controllo significativo dell’essere umano sul processo di scelta dei programmi di intelligenza artificiale: ne va della stessa dignità umana”.

Rivoluzione cognitivo-industriale

Insomma, non si tratta solo di progresso scientifico ma si è davanti ad “una vera e propria rivoluzione cognitivo-industriale, che – afferma Papa Francesco - contribuirà alla creazione di un nuovo sistema sociale caratterizzato da complesse trasformazioni epocali”.

L’intelligenza artificiale potrebbe permettere una democratizzazione dell’accesso al sapere, il progresso esponenziale della ricerca scientifica, la possibilità di delegare alle macchine i lavori usuranti; ma, al tempo stesso, essa potrebbe portare con sé una più grande ingiustizia fra nazioni avanzate e nazioni in via di sviluppo, fra ceti sociali dominanti e ceti sociali oppressi, mettendo così in pericolo la possibilità di una “cultura dell’incontro” a vantaggio di una “cultura dello scarto”. Questo è il pericolo...

L'intervento di Papa Francesco

Etica e algoretica

Francesco parla quindi di “etica”: è in essa che si gioca la condizione umana di “libertà” e “responsabilità”; è senza di essa che “l’umanità ha pervertito i fini del suo essere trasformandosi in nemica di sé stessa e del pianeta”. E oggi che, osserva il Papa, “si registra come uno smarrimento o quantomeno un’eclissi del senso dell’umano e un’apparente insignificanza del concetto di dignità umana”, i programmi di intelligenza artificiale “debbono essere sempre ordinati al bene di ogni essere umano”. Devono avere, cioè, “un’ispirazione etica”.

In tal senso il Papa cita favorevolmente la firma a Roma, nel 2020 segnato dalla pandemia, della Rome Call for AI Ethics e il sostegno a quella forma di moderazione etica degli algoritmi condensata nel neologismo “algoretica”.

Se facciamo fatica a definire un solo insieme di valori globali, possiamo però trovare dei principi condivisi con cui affrontare e sciogliere eventuali dilemmi o conflitti del vivere

Il saluto al presidente statunitense Biden

Può funzionare il mondo senza politica?

Tra i vari rischi il Papa paventa pure quello di un “paradigma tecnocratico”. È proprio qui, afferma, che si rende “urgente l’azione politica”. La politica... per molti oggi “una brutta parola” che richiama “errori”, “corruzione”, “inefficienza di alcuni politici” a cui si aggiungono “le strategie che mirano a indebolirla, a sostituirla con l’economia o a dominarla con qualche ideologia”. Il Papa ricorda invece le parole spesso attribuite a Paolo VI, ma che il primo a pronunciare fu Pio XII: "La politica è la forma più alta della carità, la forma più alta dell'amore".

“Può funzionare il mondo senza politica?”, domanda quindi Jorge Mario Bergoglio. Sì, “la politica serve” è la risposta. "Sempre c’è la tentazione di uniformare tutto", aggiunge a braccio. E cita "un romanzo famoso di inizio '900", The lord of the World, il libro di Richard Hugh Benson citato già diverse altre volte in passato: "Un romanzo inglese che fa vedere il futuro senza politica, un futuro uniformante. È bello leggerlo, è interessante", dice il Pontefice.

L'urgenza dell'azione di una "sana politica"

Ribadisce quindi, davanti agli scenari descritti, l'urgenza di una “sana politica” che possa far guardare con speranza e fiducia al nostro avvenire. Ci sono infatti “cose che devono essere cambiate con reimpostazioni di fondo e trasformazioni importanti” e “solo una sana politica potrebbe averne la guida, coinvolgendo i più diversi settori e i più vari saperi”, assicura il Papa. “In tal modo – aggiunge - un’economia integrata in un progetto politico, sociale, culturale e popolare che tenda al bene comune può aprire la strada a opportunità differenti, che non implicano di fermare la creatività umana e il suo sogno di progresso, ma piuttosto di incanalare tale energia in modo nuovo”.

Una immagine della sessione comune del G7 con la presenza del Papa

(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 14/06/2024)

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venerdì 14 giugno 2024

I comici dopo l’incontro col Pontefice: «È più spiritoso di noi»


I comici dopo l’incontro col Pontefice:
«È più spiritoso di noi»


Non è usuale vedere un comico serio. Per questo è stato singolare, la mattina di venerdì 14 giugno nel Palazzo Apostolico, vedere circa duecento attrici e attori comici, arrivati dall’Italia e dal mondo, ascoltare le parole di Papa Francesco con espressioni pensierose, quasi solenni. Per la prima volta, forse, artiste ed artisti abituati — per mestiere — a non prendere nulla sul serio, hanno ascoltato una riflessione profonda sull’importanza della loro arte, su quel «potere di diffondere la serenità e il sorriso» che gli appartiene, come ha detto il Papa. La risata, ha ricordato Francesco, è «un antidoto all’individualismo», aiuta a «rompere le barriere sociali», contribuisce a creare «una cultura condivisa e spazi di libertà». Ma oltre a un autorevole, e forse per molti inaspettato, riconoscimento del loro ruolo sociale, i comici in Vaticano hanno anche avuto la possibilità di superare rivalità e competizioni professionali per ritrovarsi insieme: donne, uomini, giovani, anziani, artisti vicini al mondo cattolico e non credenti, che per un momento si sono sentiti parte della stessa compagnia. È forse questo un aspetto inedito di questa prima udienza del Papa agli artisti del mondo dell’umorismo.

Subito dopo l’udienza, quando la comica torinese Luciana Littizzetto ha appena finito di recitare, davanti ai colleghi, la “Preghiera del buon umore” di san Tommaso Moro, così cara al Papa, gli artisti escono dalla Sala Clementina e attraversano la Galleria Lapidaria dei Musei Vaticani dove sono attesi da giornalisti e troupe televisive di tutto il mondo. Qui, i volti seri di chi è ancora emozionato dall’incontro con Francesco si lasciano andare a un sorriso, a un commento di gioia e stupore per quell’investitura ricevuta dal Pontefice: «Il vostro talento è un dono prezioso».

Tra i primi ad uscire, Christian De Sica, figlio d’arte, protagonista del filone cinematografico comico dei cosiddetti “cinepanettoni”: «È più spiritoso di noi! Mi ha detto che dopo l’incontro con noi comici, che facciamo ridere, sarebbe partito in elicottero per andare al G7. Insomma, dopo quelli che fanno ridere, quelli che fanno piangere». Il Papa «ci ha rivolto parole profonde: far ridere in questo periodo storico non è facile, è una grande soddisfazione». Il figlio di Vittorio De Sica, uno dei padri del neorealismo, aggiunge una confidenza del Papa: «Mi ha raccontato che ieri si è rivisto per la quinta volta un film di papà, “Miracolo a Milano”. Una grande gioia per me».

«Non mi aspettavo che il Papa ci dicesse che si può ridere anche di Dio. Certo, ora devo capire come si fa!». Michele Foresta, il comico mago Forest, conduttore del seguitissimo show televisivo della Gialappa’s Band, è rimasto colpito dalla bellezza delle parole del Papa. «Sono cose del nostro mestiere che forse sapevo, ma sentirsele dire dal Papa è un’altra cosa. E poi Francesco è stato bravo perché ha riunito un sacco di gente malata, perché noi comici, diciamocelo, non siamo normali!». Lo raggiunge Giacomo Poretti, del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, che non risparmia una battuta al collega: «È sempre un’emozione incontrare il Papa. Certo che qui in Vaticano c’è una bella apertura, fanno entrare proprio tutti!». «Quando ci si trova accanto una persona superiore come il Papa, si sente la propria inferiorità ma si sta bene comunque», chiosa un altro cabarettista milanese, Enrico Bertolino. «Sono parole che danno senso alla nostra carriera».

«Pensavo che questo invito fosse uno scherzo», racconta raggiante il veronese Jerry Calà, cabarettista e comico cinematografico di lungo corso. «Mi ha colpito l’apertura del Papa nei confronti dei comici che nel corso della storia, dobbiamo dire, sono stati spesso bistrattati, è una grande rivalutazione. La nostra oggi sarà una missione: portare le risate in giro per il mondo». «Il Papa ha dimostrato di apprezzare molto la comicità che, in fondo, non è altro che un modo per parlare delle cose della vita», aggiunge Geppi Cucciari, comica e conduttrice televisiva cagliaritana che ha regalato al Papa una bottiglia di mirto proveniente dalla sua terra. «In fondo — aggiunge — c’è il giornalismo, ci sono le analisi e le inchieste e poi c’è la comicità e commentando i fatti della vita è normale che noi comici parliamo a volte del potere e ne denunciamo gli eccessi».

Protagonisti di un vero show con i giornalisti, Pio e Amedeo, duo comico foggiano, capace di coinvolgere il Papa in un selfie, al momento del “baciamano”. «Ci ha riempito il cuore d’orgoglio sapere che con il nostro lavoro, come ha detto Francesco, possiamo alleviare le giornate delle persone meno fortunate di noi o che hanno problemi di salute», commenta Pio. «La gente a volte ci ferma per strada e ci ringrazia perché gli abbiamo fatto dimenticare i problemi, ma sentirselo riconoscere dal Papa è stata una bella emozione», aggiunge Amedeo. E tutti e due assicurano che il selfie è stato il Pontefice a pretenderlo. Difficile crederci.

Certo, è stata evidente la gioia del Papa nel ricevere tanti artisti comici da tutto il mondo, tra cui spiccavano l’attrice statunitense Whoopi Goldberg e il conduttore televisivo Jimmy Fallon. «Forse è il primo capo di Stato nella storia a convocare i comici», nota l’attore romano Marco Marzocca, mentre secondo il comico Michele La Ginestra — che sta preparando uno spettacolo sugli Apostoli Pietro e Paolo — Francesco è riuscito in un’impresa: riunire artisti “improbabili” che non ti saresti mai immaginato in Vaticano. E chissà se non sia solo la prima volta.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Fabio Colagrande 14/06/2024)

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Vedi anche il post precedente:


Papa Francesco incontra gli artisti del mondo dell'umorismo: "con il vostro talento fate sorridere anche Dio" (commento/sintesi, foto, testo e video)

UDIENZA AGLI ARTISTI DEL MONDO DELL'UMORISMO

Sala Clementina
Venerdì, 14 giugno 2024



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Il Papa agli artisti dell'humour:
con il vostro talento fate sorridere anche Dio

In Sala Clementina Francesco incontra circa 200 artiste e artisti del mondo dell'umorismo. "Il sorriso fa buon sangue", afferma, citando un detto italiano. "Voi unite la gente, perchè il riso è contagioso", far ridere è un talento prezioso: porta serenità, crea spazi di libertà, apre alla condivisione "il miglior antidoto all'egoismo e all'individualismo"

L'incontro di Francesco con donne e uomini che hanno "il dono di far ridere" provenienti dall'Italia, ma anche dall'Europa e da altre parti del mondo, si tiene di prima mattina. A promuoverlo sono il Dicastero per la Cultura e l'Educazione e il Dicastero per la Comunicazione. Il Papa li accoglie in Vaticano, in Sala Clementina, e dopo il discorso li saluta uno ad uno, alcuni accompagnati dai famigliari, intrattenendo a volte brevi colloqui, ricevendo lettere e piccoli doni. Il clima è molto cordiale, "guardo con stima a voi artisti che vi esprimete con il linguaggio della comicità, dell’umorismo, dell’ironia", dice all'inizio del suo discorso. Stima per la bravura, ma anche per la loro capacità di portare un po' di serenità alle persone e di favorire le relazioni. "Il vostro talento - afferma - è un dono, un dono prezioso".

Alcuni artisti presenti all'incontro con il Papa

Il potere di diffondere il sorriso

"In mezzo a tante notizie cupe, immersi come siamo in tante emergenze sociali e anche personali, voi avete il potere di diffondere la serenità e il sorriso", afferma Francesco, aggiungendo:

A modo vostro voi unite la gente, perché il riso è contagioso. È più facile ridere insieme che da soli: la gioia apre alla condivisione ed è il miglior antidoto all’egoismo e all’individualismo. Ridere aiuta anche a rompere le barriere sociali, a creare connessioni tra le persone.
Voi svegliate il senso critico facendo ridere

Il divertimento e il riso "sono centrali nella vita umana", osserva il Papa, creano "spazi di libertà", e confida che ogni giorno lui stesso chiede la grazia di saper prendere le cose "con lo spirito giusto", ripetendo le parole di san Tommaso Moro: "Dammi, Signore, il senso dell’umorismo". Riguardo al talento dei comici dice ancora:

Ma voi riuscite pure in un altro miracolo: riuscite a far sorridere anche trattando problemi, fatti piccoli e grandi della storia. Denunciate gli eccessi di potere; date voce a situazioni dimenticate; evidenziate abusi; segnalate comportamenti inadeguati... Ma senza spargere allarme o terrore, ansia o paura, come fa molta comunicazione; voi svegliate il senso critico facendo ridere e sorridere.

Altri partecipanti all'incontro in Sala Clementina

L'umorismo non offende e non umilia

Secondo la Bibbia, prosegue Francesco, Dio è stato "il primo spettatore della storia". Nel Libro dei Proverbi si dice che la Sapienza "giocava davanti a lui". E usa un'espressione forte: ricordatevi che "quando riuscite a far sgorgare sorrisi intelligenti dalle labbra anche di un solo spettatore, fate sorridere anche Dio". Quindi evidenzia ancora le particolari caratteristiche del linguaggio dello humor:

L’umorismo non offende, non umilia, non inchioda le persone ai loro difetti. Mentre oggi la comunicazione genera spesso contrapposizioni, voi sapete mettere insieme realtà differenti e a volte anche contrarie. Quanto abbiamo bisogno di imparare da voi!

Dopo il discorso il saluto personale del Papa ai comici presenti

Continuate a far sognare un mondo migliore

Ma, domanda il Papa, "si può ridere anche di Dio? Certo - è la sua risposta -, e non è bestemmia questo, si può ridere, come si gioca e si scherza con le persone che amiamo". Senza però, aggiunge, "offendere i sentimenti religiosi dei credenti, soprattutto dei poveri". Il Papa conclude il suo discorso con l'esortazione agli artisti a continuare "ad allietare la gente", specie quella che fa più fatica, e ad aiutare tutti a "sognare un mondo migliore". E non dimentica di chiedere le loro preghiere per lui, rinnovando la battuta: "a favore, con il sorriso, no contro!".

Francesco saluta l'attrice americana Whoopi Goldberg

"Dammi, Signore, il senso dell'umorismo"

Dopo la benedizione, Francesco riprende la parola dicendo che vorrebbe far sentire a tutti la bella preghiera di san Tommaso Moro di cui aveva accennato in precedenza. È l'attrice comica italiana Luciana Littizzetto a leggerla ringraziando il Papa, a nome anche dei colleghi, per questo momento di gioia:

Dammi Signore, una buona digestione
ed anche qualcosa da digerire.
Dammi la salute del corpo,
col buonumore necessario per mantenerla.
Dammi Signore, un'anima santa,
che sappia far tesoro di ciò che è buono e puro,
e non si spaventi davanti al peccato,
ma piuttosto trovi il modo di rimettere le cose a posto.
Dammi un'anima che non conosca la noia,
i brontolamenti, i sospiri e i lamenti,
e non permettere che mi crucci eccessivamente
per quella cosa tanto ingombrante che si chiama "io".
Dammi Signore, il senso dell'umorismo,
fammi la grazia di capire gli scherzi,
perché abbia nella vita un po' di gioia
e possa comunicarla agli altri.
Così sia.

Luciana Littizzetto legge la preghiera di san Tommaso Moro

Al termine il Papa aggiunge ancora:

Vi auguro il meglio e che Dio vi accompagni in questa vocazione tanto bella di far ridere, dei comici. È più facile fare il tragico che il comico, è più facile. Grazie per far ridere e anche grazie del ridere dal cuore.
(fonte: Vatican News, articlo di Adriana Masotti 14/06/2024)

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DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO


Cari amici!

Con piacere do il benvenuto a tutti voi, e ringrazio quanti nel Dicastero per la Cultura e l’Educazione hanno preparato questo incontro. Mi diceva il Prefetto che in Italia si dice che “il sorriso fa buon sangue”. Si dice così?

Guardo con stima a voi artisti che vi esprimete con il linguaggio della comicità, dell’umorismo, dell’ironia. Quanta saggezza c’è lì! Tra tutti i professionisti che lavorano in televisione, nel cinema, in teatro, nella carta stampata, con le canzoni, sui social, voi siete tra i più amati, cercati, applauditi.Sicuramente perché siete bravi; ma c’è anche un altro motivo: voi avete e coltivate il dono di far ridere.

In mezzo a tante notizie cupe, immersi come siamo in tante emergenze sociali e anche personali, voi avete il potere di diffondere la serenità e il sorriso.Siete tra i pochi ad avere la capacità di parlare a persone molto differenti tra loro, di generazioni e provenienze culturali diverse.

A modo vostro voi unite la gente, perché il riso è contagioso. È più facile ridere insieme che da soli: la gioia apre alla condivisione ed è il miglior antidoto all’egoismo e all’individualismo. Ridere aiuta anche a rompere le barriere sociali, a creare connessioni tra le persone. Ci permette di esprimere emozioni e pensieri, contribuendo a costruire una cultura condivisa e a creare spazi di libertà. Voi ci ricordate che l’homo sapiens è anche homo ludens; che il divertimento giocoso e il riso sono centrali nella vita umana, per esprimersi, per imparare, per dare significato alle situazioni.

Il vostro talento è un dono, un dono prezioso. Insieme al sorriso diffonde pace, nei cuori, tra le persone, aiutandoci a superare le difficoltà e a sopportare lo stress quotidiano. Ci aiuta a trovare sollievo nell’ironia e a prendere la vita con umorismo. A me piace pregare ogni giorno – da più di quarant’anni lo faccio – con le parole di San Tommaso Moro: «Dammi, Signore, il senso dell’umorismo». Conoscete quella preghiera? Voi dovete conoscerla! Incarico i Superiori [del Dicastero] di farla conoscere a tutti gli artisti, è nella mia Esortazione Gaudete et exsultate, alla nota 101, lì c’è la preghiera. «Dammi, Signore, il senso dell’umorismo». Questa è una grazia che chiedo tutti i giorni, perché mi fa prendere le cose con lo spirito giusto.

Ma voi riuscite pure in un altro miracolo: riuscite a far sorridere anche trattando problemi, fatti piccoli e grandi della storia. Denunciate gli eccessi di potere; date voce a situazioni dimenticate; evidenziate abusi; segnalate comportamenti inadeguati...Ma senza spargere allarme o terrore, ansia o paura, come fa molta comunicazione; voi svegliate il senso critico facendo ridere e sorridere. Lo fate raccontando storie di vita, narrando la realtà, secondo il vostro punto di vista originale; e in questo modo parlate alla gente di problemi piccoli e grandi.

Secondo la Bibbia, all’origine del mondo, mentre tutto veniva creato, la Sapienza divina praticava la vostra arte a beneficio nientemeno che di Dio stesso, primo spettatore della storia. Dice così: «Io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo» (Proverbi 8,30-31). Ricordatelo: quando riuscite a far sgorgare sorrisi intelligenti dalle labbra anche di un solo spettatore – questo che dirò adesso non è eresia! – fate sorridere anche Dio.

Voi, cari artisti, sapete pensare e parlare umoristicamente in diverse forme e diversi stili; e in ogni caso il linguaggio dello humor è adatto per comprendere e per “sentire” la natura umana. L’umorismo non offende, non umilia, non inchioda le persone ai loro difetti. Mentre oggi la comunicazione genera spesso contrapposizioni, voi sapete mettere insieme realtà differenti e a volte anche contrarie. Quanto abbiamo bisogno di imparare da voi! La risata dell’umorismo non è mai “contro” qualcuno, ma è sempre inclusiva, propositiva, suscita apertura, simpatia, empatia. Mi raccomando, pregate il Signore e chiedete il senso dell’umorismo. Vi faranno arrivare quella bella preghiera di San Tommaso Moro.

Mi viene in mente quel racconto, nel libro della Genesi, quando Dio promette ad Abramo che di lì a un anno avrebbe avuto un figlio. Lui e sua moglie Sara erano ormai vecchi e senza discendenza. Sara ascoltò e rise dentro di sé. Perché, come le donne, era curiosa e ascoltava dietro la tenda cosa faceva il marito, di cosa parlava il marito, forse per rimproverarlo… Ascoltò che avrebbe avuto un figlio in un anno, e rise dentro di sé. E lo stesso avrà fatto anche Abramo, con un po’ di amarezza. “Ma come, alla mia età, non scherzare!”. Ma in effetti Sara concepì e partorì il suo figlio nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato. Allora lei disse: «Motivo di lieto riso mi ha dato Dio» (Gen 21,6). Per questo chiamarono il figlio Isacco, che significa “egli ride”.

Si può ridere anche di Dio? Certo, e non è bestemmia questo, si può ridere, come si gioca e si scherza con le persone che amiamo. La tradizione sapienziale e letteraria ebraica è maestra in questo! Si può fare ma senza offendere i sentimenti religiosi dei credenti, soprattutto dei poveri.

Cari amici, Dio benedica voi e la vostra arte. Continuate ad allietare la gente, specialmente chi fa più fatica a guardare la vita con speranza. Aiutateci, con il sorriso, a vedere la realtà con le sue contraddizioni, e a sognare un mondo migliore! Vi benedico di cuore; e vi chiedo per favore di pregare per me: a favore, con il sorriso, non contro!

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Adesso, prima di dare la benedizione, io vorrei che tutti sentiamo quella bella preghiera di San Tommaso Moro.

Luciana Littizzetto:
Grazie, intanto grazie a nome mio e di tutti i miei colleghi. Ci ritroviamo sempre solo ai funerali, questa volta è un momento di gioia. Grazie!


Preghiera 

Papa Francesco:

Avevo dimenticato che vi avevo dato la benedizione, per questo vi auguro, come congedo, una benedizione umana. Vi auguro il meglio e che Dio vi accompagni in questa vocazione tanto bella di far ridere, dei comici. È più facile fare il tragico che il comico, è più facile. Grazie per far ridere e anche grazie del ridere dal cuore. Che il Signore vi benedica a tutti. Grazie!

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