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mercoledì 20 maggio 2026

Il vescovo di Modena: «Attaccare gli immigrati non serve, un modenese e due egiziani che fermano El Koudri è la risposta migliore alla xenofobia»

Il vescovo di Modena: «Attaccare gli immigrati non serve, un modenese e due egiziani che fermano El Koudri è la risposta migliore alla xenofobia»

«Bisogna rafforzare i percorsi di integrazione soprattutto per le seconde generazioni», dice monsignor Erio Castellucci sul caso dell’attentatore di Modena, «molti sono nati in Italia e sono nostri concittadini ma spesso sono isolati e covano rabbia. Il fatto che dopo un modenese siano intervenuti due egiziani a bloccarlo è un segno importante. Incontrerei El Koudri e lo ascolterei per cercare di capire cosa lo ha spinto a fare quello che ha fatto»

Salim El Koudri bloccato a terra dopo l’aggressione avvenuta a Modena in un fotogramma tratto da un video pubblicato su Instagram ANSA

«La prima immagine che mi porto dentro è quella di una città che si è stretta attorno alle vittime e ai loro familiari, una città profondamente colpita, preoccupata, ma anche commossa per la rapidità dei soccorsi e per il coraggio di chi è intervenuto immediatamente, inseguendo il giovane che ha commesso il crimine. Attorno alle forze dell’ordine, agli operatori sanitari e a tutte le persone presenti sul posto si è creata subito una forte solidarietà».

È il commento di monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola nonché vicepresidente della Cei per l’Italia settentrionale, sulla tragedia di sabato, che ha sconvolto Modena e riportato al centro il tema della violenza giovanile, della marginalità e del disagio psichico.

L'arcivescovo di Modena Erio Castellucci

Eccellenza, cosa bisogna fare per evitare che la paura degeneri in rabbia e chiusura?

«Dopo questo episodio sono cresciute la paura e un senso di instabilità che per Modena resta qualcosa di insolito. Negli ultimi tempi, però, alcuni segnali preoccupanti c’erano già stati: penso agli episodi legati alle baby gang oppure all’accoltellamento, a fine dicembre, del sacerdote colombiano don Rodrigo Grajales Gaviria, che era cappellano delle comunità latinoamericane e che per poco non ha perso la vita. Anche in quel caso c’era dietro una situazione di forte disagio psichico: si trattava di un uomo di 29 anni, italiano, seguito dai servizi sociali, ma evidentemente non sempre si riesce a fare tutto ciò che sarebbe necessario. Per fortuna la città ha reagito subito. Migliaia di persone si sono ritrovate domenica in Piazza Grande per lanciare messaggi di pace, di riconciliazione e di ripartenza. Anche come Chiesa ci siamo mossi subito e abbiamo preparato un’intenzione di preghiera dei fedeli da leggere in tutte le messe della diocesi, nelle oltre 200 parrocchie. Un modo per sentirci uniti, per condividere il dolore e la speranza».

Cosa fare adesso?

Salim El Koudri, il 31enne che a Modena ha investito
 7 persone e ne ha accoltellata una il 16 maggio scorso (ANSA)
«Bisogna riflettere a fondo sull’origine di questo gesto assurdo. Da quello che si riesce a capire emerge soprattutto un grande isolamento, una chiusura rispetto a ogni forma di vita comunitaria: la comunità religiosa di appartenenza, che nel caso di Salim El Koudri era quella islamica, ma anche gli amici, le relazioni, il lavoro, che mancava completamente. A Ravarino, dove viveva, lo descrivono come una persona strana, molto chiusa in se stessa. Sono tutti segnali che raccontano un disagio sociale profondo e che dobbiamo imparare a leggere con maggiore attenzione. Il rischio, altrimenti, è di trovarsi continuamente davanti a tragedie di questo tipo senza riuscire a prevenirle. Se pensiamo anche all’accoltellamento di don Rodrigo oppure a certi episodi legati alle baby gang, vediamo che spesso, andando a scavare un po’ più a fondo, emerge proprio una sofferenza sociale molto forte, una solitudine che non è stata intercettata in tempo».
  • Alcuni politici hanno sollevato il tema dell’integrazione, spesso difficile, degli immigrati di seconda generazione.
«Certamente è da prendere in considerazione ma non nella forma del permesso di soggiorno che per me non c’entra nulla. Piuttosto nella forma della domanda su come accompagnare e includere chi nasce qui, è cittadino italiano a tutti gli effetti, ma appartiene a comunità che talvolta non trovano pienamente il loro humus culturale e che potrebbero aver bisogno di un accompagnamento più attento, di opportunità ulteriori. Sembra che questo ragazzo lamentasse il fatto di non trovare lavoro, di non sentirsi accolto. Sono aspetti che vanno comunque verificati con cautela ma che rimandano a una questione reale. In ogni caso, il punto non è colpevolizzare gli immigrati o fare proclami che riducano le possibilità di integrazione. Al contrario, bisogna chiedersi come rendere questo processo più fluido e più profondo. Ma soprattutto, per me, il tema centrale resta un altro: quello di intercettare l’isolamento, di affinare le “antenne” capaci di cogliere la solitudine. È questo che interpella le comunità cristiane e tutte le realtà civili, dalla scuola allo sport, dall’università al tessuto sociale nel suo insieme. Perché l’isolamento è spesso il sintomo più evidente, ma anche la radice di altre fragilità, fino a gravi disagi psichici».

I soccorsi dopo che l'auto a velocità sostenuta e guidata da Salim El Koudri ha falciato una decina di persone a piedi, in centro a Modena (ANSA)

Salim El Koudri ora è detenuto in isolamento e ha chiesto al suo legale Fausto Gianellli una Bibbia e di parlare con un prete. Lei sarebbe disposto a incontrarlo? E cosa gli direbbe?

«Prima di tutto lo ascolterei, per cercare di capire che cosa lo ha mosso. Ho sentito le dichiarazioni del suo avvocato secondo cui si sta rendendo conto della enormità di ciò che ha fatto, ma ne parla quasi come se fosse qualcosa di distinto da sé. Dice “che lavoro, che cosa brutta”, ma forse non ha ancora collegato pienamente a se stesso quello che è accaduto. Proverei quindi ad ascoltarlo molto, e poi a vedere se ci sono possibilità di un percorso, naturalmente non da parte mia direttamente, ma attraverso esperti che possano cominciare a ricostruire questa personalità. Se poi vorrà intraprendere anche un cammino di fede, c’è la figura del cappellano nelle carceri, ma in situazioni di questo tipo mi sembra che sia soprattutto espressione di uno smarrimento, di un bisogno di aggrapparsi a qualcosa. È comunque prematuro pensare a questo: prima di tutto bisogna cercare di ricostruire l’umano».

La manifestazione in piazza Grande a Modena del 17 maggio (ANSA)

Cosa ha significato il fatto che siano intervenuti tre cittadini per fermarlo?

«È stato il segno, importantissimo che, in un attimo, si può scegliere anche di mettere a rischio la propria incolumità per aiutare gli altri, per impedire che l’autore di un crimine si dilegui. Ed è stato simbolicamente molto importante che il primo a inseguirlo sia stato un modenese e che subito dopo siano arrivati due cittadini egiziani: sono stati loro tre a bloccarlo immediatamente. Questo dato mi sembra significativo anche rispetto a certe letture in chiave xenofoba che circolano sui social. Bisognerebbe fare i conti con la realtà di chi è intervenuto concretamente. Queste persone avrebbero potuto anche pensare: “Io non c’entro, non voglio rischiare, lo lascio andare tanto lo prenderanno”. Invece c’è stata prontezza, generosità e senso di responsabilità. E questa è una testimonianza molto bella per tutta la città».

State pensando a iniziative da preparare per i prossimi giorni?

«Insieme ad alcuni uffici diocesani vogliamo organizzare un momento di riflessione che dovrebbe tenersi all’inizio di giugno. L’idea è quella di partire da quanto è accaduto e affrontare soprattutto il tema della solitudine, dei giovani e delle seconde generazioni. Non vogliamo lasciar cadere tutti gli spunti che questa vicenda porta con sé, ma provare a capire se possano nascere anche delle prassi concrete, se si possano rendere più sensibili, più “attente”, per così dire, le antenne delle nostre comunità cristiane e anche delle altre realtà civili. L’auspicio è che possa essere un incontro non solo ecclesiale ma anche interreligioso e aperto alla comunità civile».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Antonio Sanfrancesco 19/05/2026)


La meravigliosa “Magnifica humanitas” di Leone XIV - Il commento di Alfonso Navarra

La meravigliosa “Magnifica humanitas” di Leone XIV
 
Il commento di Alfonso Navarra


Vatican News ne ha così annunciato la presentazione:

Magnifica humanitas. Questo il titolo della prima lettera enciclica di Leone XIV “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.

Il documento sarà pubblicato il prossimo 25 maggio e reca la firma del Pontefice in data del 15 maggio, nel 135° anniversario della promulgazione della enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII.

La presentazione di Magnifica humanitas avrà luogo il giorno stesso della pubblicazione, il 25 maggio, alle ore 11.30, presso l’Aula del Sinodo, alla presenza dello stesso Leone XIV.

I relatori saranno i cardinali Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e Michael Czerny S.J., prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Poi la professoressa Anna Rowlands, teologa e docente presso la Durham University nel Regno Unito; Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic (USA) e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dell’Intelligenza artificiale; la professoressa Leocadie Lushombo i.t., docente di teologia politica e pensiero sociale cattolico presso la Jesuit School of Theology / Santa Clara University, in California.

La conclusione sarà affidata al cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin.

Seguiranno l’intervento e la benedizione di Papa Leone.


COMMENTO DI ALFONSO NAVARRA:

1. Un titolo che ci interpella: Magnifica humanitas

Che gioia leggere questo titolo. “La grandezza dell’umano” è parola che cura, dopo anni in cui l’umano è stato calpestato a Gaza, in Ucraina, nel Mediterraneo, nei luoghi di lavoro precario.

Papa Leone XIV parte dall’alto: non dall’emergenza, ma dalla vocazione. Ci ricorda che ogni persona porta in sé una dignità che nessuna guerra, nessuna crisi climatica, nessun mercato può cancellare.

Per noi nonviolenti è musica: Capitini diceva che “la realtà di tutti è la mia realtà”. Carlo Cassola invitava a preparare la pace attraverso primi gesti coraggiosi di disarmo. Magnifica humanitas sembra dire la stessa cosa con linguaggio evangelico. LINGUAGGIO e gesti disarmati e disarmanti per la pace!

2. Le anticipazioni: pace, clima, lavoro e obiezione algoretica come unico cammino

Gli uffici vaticani anticipano che l’enciclica terrà insieme pace, custodia del creato, dignità del lavoro e difesa dell’umano dall’intelligenza artificiale. È esattamente la nonviolenza integrale che pratichiamo da anni: clima-pace-lavoro, e ora anche algoretica.

Se davvero Leone XIV indicherà che non c’è ecologia senza disarmo, non c’è lavoro degno nell’economia di guerra, e che ogni sviluppo tecnico deve realizzarsi in condizioni ordinate al bene integrale della persona, avremo un alleato potente. L’obiezione algoretica — il diritto a dire “no” quando l’algoritmo decide sulla vita, sul lavoro, sulla guerra — diventa così nuova frontiera della nonviolenza. Come l’obiezione di coscienza rifiuta il fucile, l’obiezione algoretica rifiuta la delega cieca alla macchina.

Aspettiamo con fiducia il passaggio sulla conversione: dalle armi al pane, dalle basi militari alle comunità energetiche, dagli algoritmi di guerra agli algoritmi di cura. Sarebbe il modo più concreto per magnificare l’umano oggi.

3. L’attesa sull’obiezione di coscienza

Le prime note stampa parlano di “responsabilità personale davanti alla violenza”. È linguaggio vicino all’obiezione di coscienza. Noi che lavoriamo all’Albo delle Obiettrici e degli Obiettori alla Guerra ci auguriamo che Magnifica humanitas riconosca questa scelta come via profetica per i laici e per i credenti.

Sarebbe un segno forte se un Papa all’inizio del nuovo corso digitale indicasse la nonviolenza attiva — di coscienza e algoretica — non come eccezione eroica, ma come spiritualità ordinaria del tempo presente.

4. Le donne e la pace: l’umano è plurale

Humanitas non è neutra. È maschile e femminile, è del Nord e del Sud del mondo.

Virginia Woolf ci ha insegnato che le donne, escluse per secoli dal potere, hanno uno sguardo diverso sulla guerra. Siamo certi che Leone XIV, nel magnificare l’umano, saprà dare parola a questa differenza.

L’obiezione femminile alla guerra è parte della magnifica humanitas che la Chiesa può aiutare a far fiorire.

5. Dal 25 maggio in poi: camminare insieme

Noi Disarmisti Esigenti leggeremo l’enciclica il giorno stesso, con la matita in mano e il cuore aperto. Se, come speriamo, Magnifica humanitas sarà bussola per disarmare l’economia, la politica e la tecnica, saremo i primi a portarla nelle piazze, nelle scuole, nei consigli comunali.

Perché la nonviolenza non fa sconti alla verità, ma sa anche riconoscere quando una parola autorevole sposta la storia. E se questa enciclica aiuterà una sola fabbrica d’armi a diventare laboratorio di pale eoliche, o un solo algoritmo di sorveglianza a diventare strumento di cura, avrà già magnificato l’umano.
(fonte: Pressenza 19.05.26)

martedì 19 maggio 2026

“La gioia del Vangelo resta viva”: all’Antonianum il convegno sull’eredità spirituale di Papa Francesco


“La gioia del Vangelo resta viva”:
all’Antonianum il convegno
sull’eredità spirituale di Papa Francesco 

Papa Francesco

Una riflessione intensa sull’eredità umana, spirituale e pastorale lasciata da Papa Francesco alla Chiesa e al mondo contemporaneo. È questo il cuore del convegno “L’eredità spirituale di Papa Francesco per la Chiesa e per l’umanità”, svoltosi il 16 maggio presso la Pontificia Università Antonianum e promosso da Angele Rachel Bilegue, accompagnata spiritualmente dal Pontefice nel corso della sua vita. L’incontro, coordinato da Lucia Antonioli, ha riunito 52 partecipanti e quattro relatori, che hanno condiviso testimonianze, riflessioni ed esperienze personali legate al pontificato di Francesco.

L’eredità comunicativa di Papa Francesco e la voce degli ultimi

Ad aprire il convegno è stato Piero Di Domenicantonio, che ha approfondito il tema dell’eredità comunicativa di Papa Francesco a partire dalla sua esperienza di giornalista dell’Osservatore Romano. E nel suo intervento ha presentato anche il progetto L’Osservatore di Strada, iniziativa editoriale dedicata a dare voce ai poveri e agli emarginati, realtà sostenuta e conosciuta direttamente da Papa Francesco. Di Domenicantonio ha evidenziato come il Pontefice abbia sempre incoraggiato una comunicazione capace di partire dalle periferie esistenziali, mettendo al centro le persone più fragili e dimenticate.

Sorella Angele: “La gioia è stata il cuore del magistero di Francesco”

Particolarmente toccante l’intervento di Sorella Angele Rachel Bilegue, che ha approfondito il significato dell’eredità spirituale lasciata da Papa Francesco soffermandosi sul tema centrale della “gioia”, elemento ricorrente nel suo magistero.

La religiosa ha richiamato due documenti fondamentali del pontificato: Evangelii Gaudium e Amoris Laetitia, sottolineando come il messaggio cristiano proposto dal Papa sia sempre stato fondato sulla gioia del Vangelo e sull’amore vissuto nella quotidianità delle relazioni umane.

Accanto alla riflessione teologica, Sorella Angele ha condiviso anche una testimonianza personale sulla sua relazione spirituale e filiale con Papa Francesco. Il racconto si è sviluppato in tre momenti significativi: il tempo vissuto accanto al Pontefice durante la sua vita, il periodo del ricovero al Policlinico Gemelli e la continuità di questo legame spirituale anche dopo la sua morte.

Una testimonianza intensa che ha restituito ai presenti il volto umano e paterno di Francesco, descritto come una guida spirituale capace di accompagnare con semplicità, ascolto e attenzione concreta verso le persone.

Le testimonianze di don Giorgetta e don Bellino

Nel corso del convegno è intervenuto anche Benito Giorgetta, che ha condiviso alcuni episodi personali legati alla sua amicizia con Papa Francesco, mettendone in luce la straordinaria semplicità e umanità.

Attraverso i racconti contenuti nel suo libro Ho incontrato Francesco, don Giorgetta ha ricordato in particolare l’esperienza vissuta accanto al Pontefice durante il viaggio verso la Giornata Mondiale della Gioventù 2023, sottolineando la capacità di Francesco di far sentire ogni persona accolta e ascoltata.

A concludere gli interventi è stato Michele Bellino, che ha raccontato quanto il magistero di Papa Francesco abbia inciso profondamente sul suo ministero sacerdotale. Con emozione ha ricordato l’unico incontro avuto con il Pontefice durante la visita papale a Bari, definendolo un momento determinante del proprio percorso umano e pastorale.

Un’eredità spirituale che continua a parlare alla Chiesa e al mondo

Il convegno si è concluso in un clima di profonda partecipazione e gratitudine, evidenziando come l’eredità di Papa Francesco continui a rappresentare un punto di riferimento non solo per la Chiesa, ma anche per la società contemporanea.

Dalle testimonianze emerse è apparso con forza il tratto distintivo del pontificato di Francesco: una fede vissuta nella prossimità, nell’ascolto e nell’attenzione agli ultimi, capace ancora oggi di parlare al cuore delle persone e di indicare alla Chiesa uno stile evangelico fondato sulla misericordia, sulla fraternità e sulla gioia del Vangelo.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Letizia Lucarelli 18/05/2026)


#FIUME E AFFLUENTI - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

#FIUME E AFFLUENTI 
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Pochi fiumi nascono da grandi sorgenti; moltissimi si ingrossano raccogliendo acque. (“Flumina pauca vides de magnis fontibus orta, plurima collectis multiplicantur aquis”), Amores (II, 1, 11-12)

Tutti ricordano la sua parabola biografica: da acclamato e brillante protagonista dell’alta società augustea al triste e decennale esilio nella sperduta città di Tomi, sul Mar Nero per decreto imperiale. Rimane, comunque, la grandezza della poesia di Ovidio, ed è da una sua opera che abbiamo desunto questa citazione: si tratta di una delle varie raccolte poetiche galanti dedicate all’amore e all’eros, i Remedia amori, 407 distici pubblicati tra l’1 e il 2 d.C. (il poeta era nato a Sulmona nel 43 a.C. e morirà al confino attorno al 18 d.C.). L’immagine del fiume che si ingrossa ricevendo le acque degli affluenti era cara a Ovidio che l’aveva ripresa variandola anche in altri suoi testi ed è trasparente nel suo significato simbolico.

Il tema è sostanzialmente quello dell’esperienza. È vero che si nasce con una dotazione personale, con gradi diversi di intelligenza, con temperamenti e capacità mutevoli da un individuo ad altro. Ma è indiscutibile che sarà il corso del fiume della vita ad arricchire nel bene e a pervertire nel male quell’iniziale eredità. Se è vero che i piccoli ruscelli fanno grandi i fiumi, arricchendoli con gli affluenti, è altrettanto certo che – fuor di metafora – l’educazione, gli ambienti sociali, le amicizie, le derive morali, gli incontri e gli scontri creano la fisionomia completa di ogni persona. E a contribuire a questa crescita non sono solo le grandi vicende ma anche la semplice e modesta quotidianità. S. Agostino ricordava, infatti, in un suo commento biblico che «molte gocce riempiono un fiume». È per questo che dobbiamo gratitudine ai tanti che ci hanno resi più dotati attraverso il loro insegnamento e il loro esempio.

(Fonte:  "Il Sole 24 Ore - Domenica" - 17 maggio 2026)

lunedì 18 maggio 2026

LEONE XIV al REGINA CAELI - Come i santi “della porta accanto”, ogni credente diffonda comunione e pace


REGINA CAELI

Piazza San Pietro
Domenica, 17 maggio 2026

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Il Papa: come i santi “della porta accanto”,
ogni credente diffonda comunione e pace

Al Regina Caeli nella solennità dell’Ascensione, il Pontefice sottolinea che Gesù non si allontana, ma unisce a sé l’umanità nel cammino verso il Padre. Un cammino che, vissuto secondo il Vangelo, trasforma il quotidiano e dilata l’orizzonte verso la pienezza della vita in Dio



Non una “promessa lontana” ma un “legame vivo”, capace di attrarci verso la gloria celeste in un “cammino di ascesa” la cui via è tracciata dalla Madonna e dai santi “della porta accanto”, uomini e donne “con cui viviamo le nostre giornate, papà, mamme, nonni”: persone “di ogni età e condizione, che con gioia e impegno si sforzano sinceramente di vivere secondo il Vangelo”.

Così, con concretezza e semplicità, Leone XIV ha parlato ai circa 20mila fedeli riuniti in piazza San Pietro per il Regina Caeli di domenica 17 maggio, solennità dell’Ascensione del Signore.

Verso la piena comunione

L’accadimento che, quaranta giorni dopo la risurrezione, porta Gesù in cielo davanti ai suoi discepoli, può forse evocare “un evento lontano” anche se “in realtà non è così”, ha spiegato il Papa, perché a Gesù “siamo uniti, come membra al capo, in un unico corpo” e di conseguenza il suo ascendere al Cielo “attira anche noi, con Lui, verso la piena comunione con il Padre”.

Tutta la vita di Cristo è un moto di ascesa, che abbraccia e coinvolge, attraverso la sua umanità, l’intera scena del mondo, elevando e riscattando l’uomo dalla sua condizione di peccato, portando luce, perdono e speranza là dove c’erano tenebre, ingiustizia e disperazione, per giungere alla vittoria definitiva della Pasqua.

L’Ascensione, quindi, secondo il Vescovo di Roma in qualche modo “attrae anche noi verso la gloria celeste, dilatando ed elevando già in questa vita il nostro orizzonte e avvicinando sempre più il nostro modo di pensare, di sentire e di agire alla misura del cuore di Dio”.

Piazza San Pietro gremita di fedeli (@Vatican Media)

Una salita quotidiana verso il cielo

Così, con l’esempio della vita e degli insegnamenti di Gesù, e con il sostegno e la preghiera dei santi “della porta accanto” – quanti vivono ogni giorno praticamente secondo il Vangelo tracciando la via dell’ascesa – è possibile imparare “a salire giorno per giorno verso il Cielo”, accrescendo la “vita divina” ricevuta nel Battesimo e diffondendo nel mondo “frutti preziosi di comunione e di pace”.

Fedeli in Piazza San Pietro (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Lorena Leonardi 17/05/2026)

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Il testo integrale:
Leone XIV


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi, in molti Paesi del mondo, si celebra la Solennità dell’Ascensione del Signore.

L’immagine di Gesù che – come dice il testo biblico (cfr At 1,1-11) –, elevandosi da terra, sale verso il Cielo, può farci percepire questo Mistero come un evento lontano. In realtà non è così. A Gesù, infatti, noi siamo uniti, come membra al capo, in un unico corpo, e il suo ascendere al Cielo attira anche noi, con Lui, verso la piena comunione con il Padre. Sant’Agostino, in proposito, diceva: «Il fatto che il capo va avanti costituisce la speranza delle membra» (Sermo 265, 1.2).

Tutta la vita di Cristo è un moto di ascesa, che abbraccia e coinvolge, attraverso la sua umanità, l’intera scena del mondo, elevando e riscattando l’uomo dalla sua condizione di peccato, portando luce, perdono e speranza là dove c’erano tenebre, ingiustizia e disperazione, per giungere alla vittoria definitiva della Pasqua, in cui il Figlio di Dio «morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita» (Prefazio pasquale I).

L’Ascensione, allora, non ci parla di una promessa lontana, ma di un legame vivo, che attrae anche noi verso la gloria celeste, dilatando ed elevando già in questa vita il nostro orizzonte e avvicinando sempre più il nostro modo di pensare, di sentire e di agire alla misura del cuore di Dio.

E di questo cammino di ascesa noi conosciamo la via (cfr Gv 14,1-6). La troviamo in Gesù, nel dono della sua vita, nei suoi esempi e nei suoi insegnamenti, come pure la vediamo tracciata nella Vergine Maria e nei santi: quelli che la Chiesa ci offre a modello universale e quelli – come amava chiamarli Papa Francesco – “della porta accanto” (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 7), con cui viviamo le nostre giornate, papà, mamme, nonni, persone di ogni età e condizione, che con gioia e impegno si sforzano sinceramente di vivere secondo il Vangelo.

Con loro, col loro sostegno e grazie alla loro preghiera possiamo imparare anche noi a salire giorno per giorno verso il Cielo, facendo oggetto dei nostri pensieri, come dice san Paolo, tutto «quello che è vero […], giusto, […] amabile» (Fil 4,8) e mettendo in pratica, con l’aiuto di Dio, quello che abbiamo «ascoltato e veduto» (v. 9), facendo crescere, in noi e attorno a noi, la vita divina che abbiamo ricevuto nel Battesimo e che ci attira costantemente in Alto, verso il Padre, e diffondendo nel mondo frutti preziosi di comunione e di pace.

Ci aiuti Maria, Regina del Cielo, che in ogni momento illumina e guida il nostro cammino.

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Dopo il Regina Caeli

Cari fratelli e sorelle,

ricorre oggi, in diversi Paesi, la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che quest’anno ho voluto dedicare al tema “Custodire voci e volti umani”. In quest’epoca dell’intelligenza artificiale incoraggio tutti a impegnarsi nel promuovere forme di comunicazione sempre rispettose della verità dell’uomo, alla quale orientare ogni innovazione tecnologica.

Da oggi a domenica prossima si svolge la Settimana Laudato si’, dedicata alla cura del creato e ispirata all’Enciclica di Papa Francesco. In questo anno giubilare di San Francesco d’Assisi, ricordiamo il suo messaggio di pace con Dio, con i fratelli e con tutte le creature. Purtroppo, in questi ultimi anni, a causa delle guerre, i progressi in questo campo sono stati molto rallentati. Perciò incoraggio i membri del Movimento Laudato si’ e tutti coloro che lavorano per un’ecologia integrale a rinnovare l’impegno. La cura per la pace è cura per la vita!

Saluto tutti voi, cari fedeli di Roma e pellegrini di diversi Paesi! In particolare do il benvenuto ad alcune Bande musicali provenienti dalla Germania, alla Confraternita “Sant’Antonu di u Monti” di Ajaccio e al gruppo di studenti dell’Università del Montana, negli Stati Uniti d’America.

Saluto i giovani di Oppido Mamertina, gli animatori di Lorenzaga in Diocesi di Concordia-Pordenone e i ragazzi della Cresima della Diocesi di Genova.

A tutti auguro una buona domenica!




Clima e salute: un nuovo modo di pensare il mondo


Clima e salute: un nuovo modo di pensare il mondo

Un gruppo di avvocati decisi ad affermare il legame tra norme giuridiche e sostenibilità ha fondato l’associazione “Diritto per l’Ambiente” e lancia l’appello per discutere insieme su un tema centrale di questa sfida: l’impatto del riscaldamento globale sulla salute

L'inquinamento associato all'aumento delle temperature produce effetti concreti sulla salute

Mesi più caldi “di sempre”, “temperature record”, gli appelli degli scienziati ormai si susseguono puntuali per ricordare al mondo che siamo nel pieno di una crisi climatica e dobbiamo invertire la rotta. Perché il riscaldamento globale non è più solo una questione ambientale, da relegare all’interno delle comunità scientifiche, ma una delle principali sfide che coinvolge l’intera società. Incide sulla vita quotidiana, la salute, l’economia e rende evidente quando le scelte individuali e collettive siano intrecciate. In questo contesto di responsabilità condivisa, nasce l’associazione “Diritto per l’Ambiente” presentata a Roma l’11 maggio a Palazzo di Giustizia. L’iniziativa è di un gruppo di avvocati, ma aperta a tutti, decisi ad affermare e difendere il legame tra diritti umani e sostenibilità. Non solo. Se è chiaro che le grandi transizioni anche in ambito ambientale devono passare attraverso leggi, regolamenti e direttive, istituzioni e cittadini sono chiamati a contribuire, ciascuno con il proprio ruolo, alla costruzione di un modello più sostenibile.

Clima e salute: la sfida del nostro tempo

L’obiettivo lo spiegano chiaramente gli stessi promotori dell’iniziativa che vogliono impegnarsi “a contribuire alla tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi nell’interesse delle future generazione, utilizzando il ‘Diritto’, ossia il complesso delle norme che costituiscono l’ordinamento giuridico nazionale sovranazionale”. L’idea è dunque di superare una visione frammentata dei problemi ambientali e adottare un approccio che tenga insieme diritti, sviluppo e tutela. Per questo hanno invitato a discuterne insieme a loro medici, giornalisti rappresentanti della Pubblica amministrazione, urbanisti e giuristi. E non è un caso che per il primo incontro pubblico l’associazione abbia scelto un tema centrale di questa sfida: l’impatto del riscaldamento globale sulla salute. Chiaro fin dal titolo, l’obiettivo dell’incontro: “Riscaldamento climatico e diritto alla salute nelle grandi città: cuocere, fuggire o agire”. Il diritto in questo quadro ha infatti un ruolo chiave: garantire che la tutela della salute e dell’ambiente non resti solo un principio astratto, ma un impegno concreto nelle politiche e nelle decisioni condivise a tutti i livelli.

“Una responsabilità condivisa”

Lo stesso orientamento ribadito dall’Organizzazione mondiale della sanità che parla di crisi climatica come una delle minacce principali per le popolazioni. L’aumento delle temperature e della frequenza degli eventi estremi, l’inquinamento dell’aria delle città stanno avendo effetti concreti su adulti e bambini. I dati parlano chiaro: c’è un incremento della mortalità legata al caldo, la diffusione delle malattie infettive e l’aggravamento di patologie respiratorie e cardiovascolari. E non si si tratta di scenari futuri, ma di dinamiche già in atto.

“I più ignorano il problema e molti lo proiettano nel futuro: ma alcuni recenti studi e articoli di stampa ci fanno comprendere che il tema è attuale e che, allo stesso tempo, possiamo fare subito qualcosa per cercare di mitigare (almeno) gli effetti del cambiamento climatico. Ci ha colpito, ad esempio, un recente studio inglese che definisce le ondate di calore come dei ‘killer silenziosi’ e la sfida che devono affrontare le grandi città per cercare di mitigare tale preoccupante fenomeno. Per cercare di mitigare (almeno) tali nefaste conseguenze si può, si deve fare qualcosa subito”. Hanno accolto l’invito al confronto del presidente dell’associazione Arnaldo Del Vecchio: Sabrina Alfonsi, assessore all’ambiente di Roma Capitale; Rosario Carrano, magistrato del Consiglio di Stato; Elisabetta Salvatori, responsabile Sezione Soluzioni Integrate e Nature-based per la rigenerazione Urbana del Dipartimento Enea-Sspt; Lisa Iotti, giornalista Rai3; Laura Reali, pediatra e presidente Isde (Medici per l’ambiente), Roma e Lazio; Francesco Varone, pneumologo; Aldo Olivo, dirigente urbanistica e ambiente al Comune di Formello in provincia di Roma; Alessandro De Pasquale, presidente nazionale Anaip.

Un solo equilibrio

La pandemia di Covid-19, ha reso evidente un principio spesso trascurato: la salute è una sola, ed è risultato dell’equilibrio tra ambiente, società ed economia. Non esistono confini netti tra la salute umana e quella degli ecosistemi. Quando uno di questi si altera le conseguenze si propagano rapidamente. L’obiettivo è dunque di cercare di tradurre in azioni concrete questa consapevolezza affermando che c’è un legame tra diritto alla salute e il modo con cui gestione ambiente, territorio e risorse.

C’è dunque bisogno di trovare un nuovo modo di pensare il mondo. Perché proteggere il Pianeta significa inevitabilmente proteggere la nostra salute.
(fonte: La Repubblica, articolo di Fiammetta Cupellaro 05/05/2026)

domenica 17 maggio 2026

Bakari andava al lavoro

Bakari andava al lavoro


𝐔𝐧 𝐠𝐫𝐢𝐝𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝐯𝐮𝐨𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐢 𝐬𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐚𝐝𝐝𝐨𝐬𝐬𝐨

𝐶’𝑒̀ 𝑢𝑛’𝑜𝑟𝑎 𝑠𝑡𝑟𝑎𝑛𝑎, 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑡𝑎 𝑡𝑟𝑎 𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑡𝑡𝑒 𝑒 𝑖𝑙 𝑚𝑎𝑡𝑡𝑖𝑛𝑜.
Un’ora in cui due mondi si sfiorano senza mai incontrarsi davvero: quelli che stanno tornando da qualcosa e quelli che stanno andando verso qualcosa. Due direzioni opposte, due vite che non si parlano, due solitudini che occupano lo stesso marciapiede.
In quell’ora, Bakari Sako attraversava una piazza. Andava al lavoro. Aveva le mani di un bracciante, la schiena abituata alla fatica, il cuore gonfio di un segreto bellissimo: stava per diventare padre per la prima volta.

𝑷𝒐𝒓𝒕𝒂𝒗𝒂 𝒅𝒆𝒏𝒕𝒓𝒐 𝒅𝒊 𝒔𝒆́ 𝒖𝒏𝒂 𝒗𝒊𝒕𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒂𝒔𝒄𝒆𝒗𝒂. 𝑬̀ 𝒖𝒔𝒄𝒊𝒕𝒐 𝒅𝒂 𝒒𝒖𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒑𝒊𝒂𝒛𝒛𝒂 𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒗𝒊𝒕𝒂.

LA SOCIETÀ CHE ABBIAMO COSTRUITO

Parliamo tanto di valori. Li scriviamo nelle costituzioni, nelle campagne elettorali, nei post da diecimila like. Li mettiamo nelle biografie dei profili social, tra un filtro e l’altro, tra una storia che svanisce dopo ventiquattr’ore e la prossima.
E poi c’è una piazza, all’alba, e c’è Bakari che ci passa dentro e non riesce ad uscirne, e ci sono persone che non erano ancora andate a dormire e che non lo conoscevano, e lui non conosceva loro, e bastava così, bastava non conoscersi, per morire.

COSA SI È ROTTO, ESATTAMENTE?

Viviamo dentro una società che il sociologo Zygmunt Bauman ha chiamato liquida e aveva ragione, ma forse non immaginava quanto liquida sarebbe diventata. Così fluida da non riuscire più a tenere nessuna forma. Nessun legame che non sia revocabile con uno swipe. Nessun impegno che non abbia una via d’uscita. Nessun altro essere umano che non sia, prima di tutto, un contenuto da consumare o da ignorare.

IL VIRTUALE HA VINTO SUL REALE?

I ragazzi crescono dentro schermi che mostrano vite perfette, corpi perfetti, successi perfetti e si svegliano ogni mattina in una realtà imperfetta, lenta, faticosa, che non mette like, che non manda notifiche di approvazione, che non filtra niente. E quella realtà – 𝒒𝒖𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒗𝒆𝒓𝒂 – diventa insopportabile. Grigia. Sbagliata.
𝐿’𝑎𝑝𝑝𝑎𝑟𝑖𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒. Non per colpa loro. Per colpa di un sistema che guadagna sulla loro insicurezza, che vende loro specchi invece di finestre, che trasforma ogni fragilità in un’opportunità di mercato, che li vuole omologati e non pensieri liberi.

L’ANESTESIA TOTALE

Ci hanno anestetizzato. Lentamente, metodicamente, con grande competenza. Ci hanno tolto il disagio non risolvendo i problemi, ma abbassando la soglia del dolore. Ci hanno dato uno schermo per ogni noia, una distrazione per ogni pensiero scomodo, un contenuto per ogni silenzio che avrebbe potuto diventare consapevolezza.
Il risultato è una generazione – anzi, più generazioni – che non sa più stare nel vuoto e cercare un sentiero. Che non sa aspettare. Che non sa incontrare l’altro nella sua differenza, nella sua lentezza, nella sua concretezza di corpo e storia e bisogno.

“𝐿’𝑎𝑝𝑝𝑎𝑟𝑖𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡e. 𝐿𝑎 𝑚𝑖𝑠𝑢𝑟𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑖𝑣𝑖𝑙𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑒𝑡𝑎̀ 𝑠𝑖 𝑣𝑒𝑑𝑒 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑡𝑟𝑎𝑡𝑡𝑎 𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑚𝑒𝑚𝑏𝑟𝑖 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑑𝑒𝑏𝑜𝑙𝑖, 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑝𝑜𝑣𝑒𝑟𝑖, 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑒𝑚𝑎𝑟𝑔𝑖𝑛𝑎𝑡𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑣𝑜𝑐𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑑𝑖𝑓𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑠𝑖 𝑒 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑓𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎𝑟𝑒.” (Fyodor Dostoevskij)
L’empatia si impara nell’attrito reale con gli altri. Si impara guardandosi negli occhi, non nei profili. Si impara sbagliando insieme, non curando il proprio personal brand.
E quando l’empatia non si impara, al suo posto cresce qualcos’altro. Qualcosa di freddo. Qualcosa che può attraversare una piazza all’alba e non vedere un uomo. Vedere solo un ostacolo. O peggio — non vedere niente.

BAKARI

Era nato in Mali. 𝐀𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐚𝐭𝐭𝐫𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐢, 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞 𝐛𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚 𝐞 𝐧𝐞𝐠𝐚 𝐧𝐨𝐦𝐢, 𝐜𝐡𝐞 𝐯𝐮𝐨𝐥𝐞 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐢𝐧𝐠𝐞 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞, 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐠𝐥𝐢𝐞 𝐢 𝐟𝐫𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐞 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐜𝐡𝐢 𝐥𝐢 𝐡𝐚 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐭𝐚𝐭𝐢.
Bracciante agricolo. Una di quelle parole che diciamo in fretta, come se non ci fosse una vita intera compressa dentro.
Invece c’era. C’era la storia di un uomo che aveva scelto di costruire qualcosa, non di distruggere. Che alzava la schiena all’alba mentre altri non si erano ancora coricati. Che aspettava un figlio, 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐝𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐞𝐫𝐚̀ 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐩𝐚𝐝𝐫𝐞, 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐞𝐫𝐚̀ 𝐜𝐨𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐭𝐫𝐨𝐩𝐩𝐨 𝐩𝐞𝐬𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐞 𝐬𝐩𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐨.
𝐵𝑎𝑘𝑎𝑟𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑒𝑟𝑎 𝑢𝑛 𝑠𝑖𝑚𝑏𝑜𝑙𝑜. 𝐸𝑟𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎. 𝐸 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜, 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜, 𝑎𝑣𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑑𝑜𝑣𝑢𝑡𝑜 𝑏𝑎𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑡𝑒𝑛𝑒𝑟𝑙𝑜 𝑖𝑛 𝑣𝑖𝑡𝑎.

𝐍𝐨𝐧 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚𝐯𝐚. 𝐍𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚𝐭𝐨. 𝐍𝐎
“𝐺𝑙𝑖 𝑖𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎𝑛𝑖 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑢𝑛’𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑎𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎: 𝑠𝑎𝑝𝑒𝑟 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑢𝑏𝑙𝑖𝑚𝑖 𝑒 𝑚𝑒𝑠𝑐ℎ𝑖𝑛𝑖 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑟𝑒𝑠𝑝𝑖𝑟𝑜” (Giuseppe Prezzolini).

Non accettiamo la narrazione della fatalità. Non accettiamo: ” 𝑒̀ 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑔𝑖𝑐𝑎 𝑐𝑜𝑖𝑛𝑐𝑖𝑑𝑒𝑛𝑧𝑎”, “𝑝𝑜𝑡𝑒𝑣𝑎 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑐ℎ𝑖𝑢𝑛𝑞𝑢𝑒 “, la nebbia comoda che si stende sulle responsabilità collettive per trasformare ogni orrore in incidente o in fatalità.
𝐁𝐚𝐤𝐚𝐫𝐢 𝐞̀ 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐢𝐚𝐳𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐩𝐚𝐞𝐬𝐞, 𝐚𝐥𝐥’𝐚𝐥𝐛𝐚, 𝐩𝐞𝐫 𝐦𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐮𝐭𝐢. È morto perché qualcuno, più di qualcuno, non ha imparato che la vita degli altri ha lo stesso peso della propria. È morto in una società che ha mercificato tutto tranne l’etica. È morto in un’epoca che ha digitalizzato tutto tranne la coscienza. È morto mentre andava al lavoro e questo dettaglio semplice, brutale, dovrebbe bruciarci dentro come un ferro rovente ogni volta che lo ripetiamo.
Andava al lavoro. Non serve altro. Non serve sapere altro. Quella frase da sola è già un’accusa, una sentenza, uno specchio che nessuno vuole guardare.

QUELLO CHE DOBBIAMO SCEGLIERE

Non è una questione di sicurezza nelle piazze. È una questione di cosa stiamo diventando.
Di quali esseri umani stiamo allevando in un sistema che premia l’immagine e punisce la profondità, che celebra il successo individuale e deride la cura collettiva, che ha trasformato la solitudine in un’estetica e l’indifferenza in un’attitudine cool.
“𝐿’𝑖𝑛𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑙’𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜 𝑒̀ 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑖𝑛𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑖. 𝐶𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙’𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜 𝑒̀ 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑎𝑐𝑐𝑒𝑡𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑖.” (Carl Gustav Jung)

Dobbiamo scegliere. Tra una società che vede le persone e una che vede i profili. Tra una comunità che si incontra e una che si scrolla. Tra un futuro in cui Bakari avrebbe potuto stringere suo figlio tra le braccia e questo – questo presente – in cui non può farlo.
La piazza in cui è morto Bakari Sako era vuota di umanità prima ancora che lui ci entrasse.
Riempiamola. Prima che si svuoti ancora.
𝑩𝑨𝑲𝑨𝑹𝑰 𝑺𝑨𝑲𝑶, 𝒃𝒓𝒂𝒄𝒄𝒊𝒂𝒏𝒕𝒆 𝒂𝒈𝒓𝒊𝒄𝒐𝒍𝒐, 𝒑𝒂𝒅𝒓𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒉𝒂 𝒑𝒐𝒕𝒖𝒕𝒐 𝒆𝒔𝒔𝒆𝒓𝒍𝒐, 𝒖𝒐𝒎𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒎𝒆𝒓𝒊𝒕𝒂𝒗𝒂 𝒅𝒊 𝒊𝒏𝒗𝒆𝒄𝒄𝒉𝒊𝒂𝒓𝒆.
𝐼𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑛𝑜𝑚𝑒 𝑣𝑎 𝑑𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑎𝑑 𝑎𝑙𝑡𝑎 𝑣𝑜𝑐𝑒. 𝑆𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒.
(fonte: Pressenza, articolo di Aurelio Angelini 17/05/26) 


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - ASCENSIONE DEL SIGNORE anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli



ASCENSIONE DEL SIGNORE anno A

17 Maggio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, il Cristo risorto, il Cristo che ha vinto la morte è anche il Cristo che ascendendo introduce la nostra umanità nel mistero stesso di Dio, nel cuore della comunione trinitaria. Al Signore Gesù, nostro intercessore presso il Padre, innalziamo le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Aiutaci, o Signore, a crescere in umanità

Lettore

- Tu hai promesso, Signore Gesù, di essere sempre presente nella tua Chiesa. Rafforza la sua fede sempre legata al dubbio, aprile il cuore all’intelligenza del tuo Vangelo, perché possa essere una vera benedizione in mezzo a tutta l’umanità, una presenza che sia segno e strumento di comunione tra fratelli e sorelle, desiderosi di accogliere il tuo Regno di giustizia e di pace. Preghiamo.

- Signore Gesù, Tu hai fatto della tua vita un dono di amore per tutti gli uomini e per tutte le donne della terra. In risposta a ciò il Padre tuo ti ha costituito Re dei re e Signore dei signori. Con la forza del tuo amore frantuma il cuore di quei potenti, che confidano unicamente nella forza del denaro e delle armi. Preghiamo.

- Davanti all’omicidio di Bakari Sako, un bracciante di 35 anni proveniente dal Mali, avvenuto a Taranto da parte di un gruppo di minorenni, proviamo vergogna e dolore. Siamo diventati un Paese che non sa accogliere e dove la politica ha fatto della lotta agli immigrati un punto qualificante del suo programma. Perdonaci, Signore Gesù ed aiutaci ad uscire dall’indifferenza per ascendere e crescere in umanità, e saper riconoscere il valore assoluto di ogni persona umana. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore Gesù, tutte quelle famiglie costrette a lasciare la loro casa, perché non riescono più a pagare la rata del mutuo. Ti affidiamo, i bambini e le bambine, che vivono sulla loro pelle le violenze e le separazioni dei loro genitori. Sii presente in ogni casa con la forza del tuo Spirito di amore, perché vinca la vita e non la morte. Preghiamo.

- Davanti a Te, Signore Gesù, innalzato alla destra del Padre, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime dell’odio religioso e razziale, della persecuzione politica, della solitudine, della disperazione e della emarginazione. Dona a tutti di godere la pace del tuo Regno. Preghiamo.


Per chi presiede

O Signore Crocifisso e Risorto, che ascendendo al Padre hai innalzato accanto a te anche la nostra umanità, ascolta la nostra preghiera: donaci coraggio, forza e speranza per imparare a vivere con sapienza intelligenza e dignità questi nostri tempi incerti e difficili. Tu sei Dio e vivi e regni con il Padre lo Spirito Santo, nei secoli dei secoli.

AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 28 - 2025/2026 - ASCENSIONE DEL SIGNORE anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

ASCENSIONE DEL SIGNORE - anno A

Vangelo:
Mt 28,16-20

Il brano del Vangelo di questa Domenica, Solennità dell'Ascensione, è la parte finale del Vangelo di Matteo, gli ultimi cinque versetti, dove l'evangelista sintetizza in modo mirabile i temi sviluppati lungo tutta l'opera. Gesù ha terminato la sua missione terrena e ora affida ai discepoli il compito di proseguire ciò che Lui ha iniziato. Quanto Gesù ha detto e fatto per il popolo di Israele, ora la Chiesa è chiamata a offrirlo, nel tempo e nella storia, a tutto il mondo, a tutti i popoli; di battezzare, cioè immergere, ogni creatura umana nell'Amore della Santissima Trinità come Lui ha fatto con le sorelle e i fratelli del suo tempo che lo hanno accolto, a cominciare dalla periferia di Israele, la Galilea dei pagani, fino a raggiungere ogni disprezzata periferia del mondo. Là, in Galilea, dove tutto è iniziato, sul monte che il Signore ha indicato dove ha proclamato le Beatitudini, la Nuova Legge per il nuovo popolo, Gesù ci precede da sempre e là soltanto saremo in grado di contemplare il suo Volto, se solo lasceremo che il Maestro unga i nostri occhi di discepoli increduli con il collirio dello Spirito (cfr.Ap 3,18), affinché possiamo essere finalmente guariti dalla cecità che ci impedisce di riconoscerlo, ascoltarlo, amarlo e seguirlo sulla via che conduce al Regno, via d'amore per ogni fratello che conduce al Padre.


sabato 16 maggio 2026

DUNQUE VAI! “Il modello della Chiesa è quella piccola, colorata carovana di itineranti, felici e marginali. Fuori dalle istituzioni religiose, e che non mandava mai via nessuno.” - ASCENSIONE DEL SIGNORE ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

DUNQUE VAI!


Il modello della Chiesa è quella piccola, colorata carovana di itineranti, felici e marginali.
Fuori dalle istituzioni religiose, e 
che non mandava mai via nessuno. 


In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Mt 28,16-20

  
DUNQUE VAI!
 
Il modello della Chiesa è quella piccola, colorata carovana di itineranti, felici e marginali. Fuori dalle istituzioni religiose, e che non mandava mai via nessuno.

Gli undici sono tornati in Galilea.

Perché non a Gerusalemme? Perché è dove tutto ha avuto inizio, ed è come se Gesù dicesse: ricordatevi di quando siamo partiti insieme; ricordate quante strade abbiamo percorso, quanti villaggi e quante case, quanti volti, quanti corpi guariti, quanti sorrisi rinati. Ricordatevi di come abbiamo camminato leggeri, solo un bastone e degli amici, senza possessi e senza poteri, ignorando la paura. Liberi. Ricordatevi di quella colorata carovana, dove si rallentava il passo sulla misura dell’ultimo, solidali. Ricordate com’era il volto di Dio che si disegnava su quelle strade; un Dio che se tu lo molli, lui no, non ti molla.

Per tanto tempo il riferimento della Chiesa è stato la vita della prima comunità di Gerusalemme: avevano un cuor solo e un anima sola, assidui all’ascolto degli apostoli e allo spezzare del pane, e avevano tutto in comune. Bellissimo, inarrivabile. Eppure viene dopo.

Ce n’è prima un altro, originale, più radicale e più fresco. Tornare a quella che è stata davvero la prima di tutte le comunità: ritornate in Galilea, ripartite da lì, prendendo a modello quei tre anni di vagabondaggio libero tra lago e colline, tra l’una e l’altra riva, tra Betsaida e Cafarnao, Genezaret e Tiberiade, Tiro e Cesarea di Filippo. Il modello della Chiesa è quella piccola, colorata carovana di itineranti, felici e marginali. Fuori dalle istituzioni religiose, e che non mandava mai via nessuno.

Gesù lascia la terra con un bilancio deficitario: gli sono rimasti soltanto undici amici impauriti e confusi, e poche donne coraggiose e fedeli. Non hanno capito molto, ma lo hanno molto amato. E questa è la sola garanzia di cui ha bisogno. Ora può tornare al Padre, sa che nessuno di loro lo dimenticherà, dentro di loro vivrà per sempre.

Quando lo videro, si prostrarono ma alcuni dubitavano. Di che cosa dubitano? Non che sia risorto, lo vedono. Non che sia il Dio tra noi, si prostrano in adorazione. Di che cosa allora? Dubitano di se stessi, lo sanno bene come sono scappati quella notte, come lo hanno rinnegato; che non hanno creduto alle donne a pasqua; che sono rimasti tappati in casa per giorni, in quell’aria morta. Conoscono i propri limiti.

Gesù compie un atto di illogica fiducia in chi dubita ancora. Non rimane con loro per spiegare meglio, ma affida la lieta notizia ai loro dubbi, che sono come i poveri, li avremo sempre con noi.

Gesù affida il suo Vangelo ai dubitanti e chiama i claudicanti ad andare. Andate dunque! Quel ‘dunque’ è bellissimo: dunque vai! Ogni mio potere è vostro, ogni cosa mia diventa vostra. Io sono con voi sempre, fino alla fine.

Cosa sia l’ascensione lo capiamo da queste parole. Gesù non è andato lontano o in qualche angolo remoto del cosmo, ma si è fatto più vicino. E’ dentro, nel coraggio rinnovato. Sempre.


Opinioni contrastanti su un'esperienza scolastica di una scuola di Marostica a favore di migranti aTrieste

Opinioni contrastanti su un'esperienza scolastica di una scuola di Marostica a favore di migranti aTrieste


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I piccoli angeli arrivati a Trieste per aiutare i migranti: i bimbi commuovono tutta Italia


Ci sono momenti che riescono ancora a rompere il rumore del mondo. Momenti piccoli, apparentemente semplici, che però hanno la forza di attraversare lo schermo di un telefono, entrare nelle case, fermare le persone e lasciare qualcosa dentro.

È successo nelle ultime ore con il video condiviso da Linea d’Ombra e diventato virale nel giro di pochissimo tempo. Un filmato nato nel cuore di Trieste, in quella piazza Libertà che da anni viene chiamata “la piazza del mondo”, luogo dove si intrecciano speranze, viaggi, paure, attese e frammenti di umanità provenienti da ogni angolo della terra.

Ma questa volta, a colpire profondamente migliaia di persone, non sono stati i numeri, le emergenze o le polemiche. A lasciare il segno sono stati dei bambini.

Bambini arrivati da Marostica, in provincia di Vicenza, con i loro insegnanti, per conoscere da vicino la realtà della rotta balcanica e dare una mano ai volontari impegnati nell’assistenza ai migranti che ogni giorno arrivano a Trieste dopo viaggi lunghi, durissimi e spesso disumani.

Parole semplici che valgono più di mille discorsi

Nel video non ci sono slogan costruiti, frasi preparate o discorsi studiati. Ci sono occhi sinceri, emozioni vere e parole che arrivano dritte perché nascono senza filtri.

“Per aiutare”, dice un ragazzo quasi con naturalezza.

“Per dare cibo ai più bisognosi e stargli vicino”, aggiunge un altro.

E poi arriva quella frase che ha travolto il web, condivisa migliaia di volte in poche ore:

“Per noi è poco, ma per loro è tantissimo”.

Una frase pronunciata con la leggerezza e la purezza che solo i più giovani riescono ancora ad avere. Senza rabbia. Senza divisioni. Senza il bisogno di schierarsi.

Solo con umanità.

Ed è forse proprio questo ad aver colpito così profondamente chi ha guardato il video.

Camminare bendati per capire il buio degli altri

Tra i momenti più forti del racconto c’è anche l’esperienza vissuta dai ragazzi a scuola prima di arrivare a Trieste.

Uno degli studenti racconta di aver affrontato un percorso bendato e scalzo insieme ai compagni per provare a comprendere, almeno simbolicamente, cosa significhi attraversare territori sconosciuti nel buio della rotta balcanica.

Sassi sotto i piedi. Ostacoli improvvisi. Acqua. Paura. Disorientamento.

“Loro camminano nel buio per non farsi trovare”, spiega uno dei ragazzi.

E mentre lo racconta non c’è retorica. C’è solo il tentativo sincero di immedesimarsi nel dolore degli altri.

Un esercizio umano prima ancora che scolastico.

Perché quei bambini, senza forse rendersene pienamente conto, hanno fatto qualcosa che tanti adulti oggi sembrano aver dimenticato: provare a capire.

Piazza Libertà torna a essere la piazza del mondo

Da anni piazza Libertà è il simbolo di una Trieste sospesa tra confine, accoglienza, sofferenza e speranza. Un luogo che divide, fa discutere, genera tensioni politiche e sociali.

Eppure, in mezzo a tutto questo, il video di questi ragazzi è riuscito a riportare per qualche minuto l’attenzione su qualcosa di diverso: l’umanità.

Non quella urlata. Non quella esibita.

Quella silenziosa.

Quella che si vede in un panino consegnato con timidezza. In uno sguardo pieno di empatia. In un ragazzo che dice “è bello aiutarli” senza aspettarsi nulla in cambio.

In un tempo in cui il dibattito pubblico sembra sempre più feroce, aggressivo e incapace di ascoltare, le parole di questi bambini hanno avuto la forza di una carezza.

Una generazione che forse può ancora insegnare qualcosa agli adulti

Il successo virale del video non nasce soltanto dall’emozione del momento. Nasce dal fatto che tante persone, guardandolo, hanno rivisto qualcosa che sembrava perduto: la capacità di provare compassione senza cinismo.

Quei ragazzi arrivati da Marostica non hanno parlato di geopolitica, decreti o strategie. Hanno parlato di fame, freddo, paura e dignità.

Hanno raccontato il dolore degli altri con una delicatezza che spesso manca persino agli adulti.

E mentre Trieste continua a vivere ogni giorno il passaggio di storie difficili e vite spezzate lungo la rotta balcanica, quel gruppo di bambini è riuscito, anche solo per pochi minuti, a ricordare a tutti che dietro ogni volto esiste prima di tutto una persona.

Forse è questo il motivo per cui il video sta commuovendo così tanto il web.

Perché in quelle immagini molti hanno visto non solo dei ragazzi.

Ma la parte migliore dell’umanità.
(fonte: Trieste Cafe 14/05/2026)


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Dipiazza furioso sul caso dei bambini in piazza Libertà:
“Atto indegno, pronto a denunciare”

Il caso dei bambini arrivati a Trieste nell’ambito di un progetto scolastico dedicato alla rotta balcanica continua ad agitare il dibattito politico e cittadino. Dopo le polemiche esplose nelle ultime ore e gli interventi di diversi esponenti politici, anche il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza è intervenuto con parole durissime ai microfoni di Trieste Cafe.

E lo ha fatto senza mezzi termini.

“Trovo scandaloso che vengano utilizzati dei bambini per fare questo”, ha dichiarato il primo cittadino, visibilmente contrariato mentre commentava il video diventato virale nei giorni scorsi.

Un intervento molto netto, quello del sindaco, che ha voluto prendere pubblicamente posizione sulla vicenda legata alla visita a Trieste di una classe di una scuola elementare di Marostica, coinvolta in attività di sensibilizzazione sul tema della rotta balcanica e dell’immigrazione.

“Atto indegno, lunedì vado dagli avvocati”

Nel corso dell’intervista concessa a Trieste Cafe, Roberto Dipiazza ha annunciato di voler approfondire la questione anche sul piano legale. ...

Continua nel sito TRIESTE Cafe

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Da Marostica a Trieste, alunni in gita con i migranti in piazza Libertà.
Scatta una doppia interrogazione parlamentare

I due partiti di centrodestra puntano il dito su un video pubblicato in questi giorni dall'associazione umanitaria Linea d'ombra. Il ministero dell'Istruzione annuncia verifiche

Sono stati portati a Trieste nell'ambito delle collaborazioni tra onlus. Nel video si vedono i bimbi che consegnano i pasti ai migranti e, incalzati dalla referente della onlus Linea d'ombra, Lorena Fornasir, raccontano che nella loro scuola in provincia di Vicenza hanno svolto questa attività bendati e senza scarpe.


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Gli alunni danno da mangiare ai migranti insieme ai volontari.
E sulla scuola di Marostica scoppia la bufera

Interrogazione al ministro Valditara, che manda gli ispettori. L'accusa di «fare il lavaggio del cervello ai bambini», dando loro «messaggi diseducativi»


I bambini delle quinte classi di un plesso di Marostica, in provincia di Vicenza, hanno aiutato le associazioni di volontariato a distribuire i pasti ai migranti che si radunano a piazza Libertà a Trieste. E hanno raccontato l’esperienza fatta a scuola per comprendere il fenomeno migratorio, in modo da presentarsi a Trieste, puntualmente informati di chi avrebbero incontrato: i profughi della Rotta Balcanica. Tra gli esercizi preparatori, hanno provato ad immedesimarsi, bendati e senza scarpe, nelle persone che avrebbero incontrato. E che per arrivare in Italia hanno affrontato ostacoli e insidie.

A Trieste sono scoppiate le polemiche. L’europarlamentare della Lega ... e il senatore ... dello stesso partito, hanno parlato di “immagini vergognose” e di “scene inaudite”: «Le maestre hanno fatto un vero e proprio lavaggio del cervello a questi piccoli». «La scuola non deve esporre i bambini a messaggi diseducativi», ha insistito il deputato di Fdi ... propone un’interrogazione a Valditara. È intervenuto anche il presidente della Regione, Massimiliano Fedriga. Il ministero dell’Istruzione e del Merito ha fatto sapere che l’Ufficio scolastico regionale per il Veneto «ha immediatamente avviato le opportune verifiche, al fine di accertare le modalità didattiche delle attività disposte e le modalità di svolgimento». Il ministero «monitorerà con la massima attenzione gli sviluppi della vicenda».

Gian Andrea Franchi, uno dei volontari, ha confermato che nei giorni scorsi, assieme ai Fornelli resistenti di Bassano del Grappa e alla Fattoria sociale Conca d’oro, hanno partecipato appunto anche gli scolari di Marostica. «Premetto – specifica la moglie, Lorenza Fornasir – che gli insegnanti avevano tutte le autorizzazioni a portare i bambini alla gita scolastica. Ebbene, una di queste maestre, che fa parte del “fornello resistente” di Vicenza, uno dei 65 che da ogni parte d’Italia vengono a Trieste per assistere gli immigrati, mi ha chiesto se poteva portare una classe, del plesso di Marostica. Le ho detto “certamente”, perché noi abbiamo centinaia di bambini, di scout, di gruppi parrocchiali che vengono a visitare piazza Libertà e ci aiutano nella distribuzione del cibo. Le ho consigliato, però, di preparare i bambini all’esperienza. E così è stato».
Gli scolari, dunque, sono arrivati preparati. «E infatti hanno dimostrato una capacità di affrontare l’esperienza in un modo così bello, puro, spontaneo, genuino, che è stata una cosa magnifica. Tant’è che io ho fatto un video che è diventato virale. E aveva l’autorizzazione della scuola. Perfino gli agenti della polizia che si trovano in piazza ci hanno osservato sorpresi, con simpatia». ...

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