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lunedì 4 maggio 2026

Raniero La Valle - Invece degli idoli

Raniero La Valle
Invece degli idoli

Immagine generata con IA

Cari amici,

ci siamo lasciati nell’ultima newsletter con la tesi che ci giunge dal Novecento, secondo cui oggi le sole forze umane non bastano a scongiurare il peggio, e che “solo un Dio ci può salvare”: ciò non vuol dire che debba avvenire in virtù di un evento straordinario, di un “Deus ex machina” che irrompa dall’alto, bensì grazie a una rinnovata cooperazione tra Dio e l’uomo.

Le cose accadute in questi giorni dimostrano quanto sia necessario uno sforzo straordinario. I dirigenti europei e i governanti di tutti gli Stati membri dell’Unione, venuto meno il dissenso dell’Ungheria, hanno stanziato un credito di guerra di 90 miliardi per l’Ucraina, finora a lungo bloccato, di cui a carico dell’Italia sono 13 miliardi (ovvero 13.000 milioni, venti volte di più del presunto sforamento del nostro bilancio, un importo che rappresenta più di un terzo della legge finanziaria 2026). Che si tratti di un intervento per finanziare la guerra in Ucraina è dimostrato dal fatto che contemporaneamente è stato deciso dalla UE un inasprimento delle sanzioni contro la Russia, per impoverirla e così affrettarne la sconfitta, che è il solo modo in cui finora l’Unione Europea ha concepito che possa finire la guerra. Naturalmente si tratta di un calcolo sbagliato, perché quando mancano i soldi gli Stati non li tolgono alle spese militari e agli armamenti, ma alle spese sociali e civili, tanto più quando c’è una guerra in corso; anche Meloni che deve ridurre le spese per scendere sotto il 3 per cento del rapporto tra debito e PIL, nello stesso tempo incrementa i fondi per il riarmo fino al 5 per cento del PIL.

Cosa c’entra Dio in tutto questo? Naturalmente non c’entra niente, la politica economica e militare non è affar suo. Però “è infelice per la nostra sorte”, dice il poeta David Maria Turoldo; finanziare la guerra dell’Ucraina è un atto di straordinaria crudeltà, visto il carico immenso di dolori e di lutti in ambedue i campi che la guerra comporta, e data la insensatezza della presunzione che per terminarla la Russia accetti o subisca la sconfitta, mentre è precluso il negoziato. Naturalmente è possibile che quanti così agiscono non lo facciano per crudeltà, e che lo stesso Zelensky non sia guidato dall’odio ma non voglia perdere la guerra per non perdere la sua gloria. Altrettanto è a dirsi per i responsabili della disperata situazione del Medio Oriente con la guerra all’Iraq, lo sterminio del popolo palestinese e le attuali politiche dello Stato di Israele, nonché per le conseguenze su tutta la popolazione mondiale della chiusura dello stretto di Hormuz. Non tutto si può attribuire all’iniquità personale di quanti provocano tutto ciò: chi siamo noi per giudicare? Se però si fosse disponibili a una cooperazione con Dio, facendolo entrare nelle nostre scelte umane, soprattutto quelle che hanno impatto sulla vita di molti, e ci fosse una corrispondente docilità al cambiamento, la corsa del mondo verso l’abisso e la sofferenza di milioni di persone potrebbero finire.

Questa ipotesi non comporta che tutti pensino Dio allo stesso modo. Dio non è conoscibile; a un “Dio ignoto” innalzavano altari i Greci nell’Areopago; e Michea, un profeta ebreo che sapeva benissimo che Dio è uno solo, gioiva contemplando i popoli salire alla montagna del Signore ciascuno camminando “con il suo Dio”; nella dichiarazione comune di Abu Dhabi di papa Francesco e del grande Imam di Al Azhar si diceva che la diversità di religione è una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. E nella Repubblica di Utopia, descritta da Tommaso Moro, vigeva l’ipotesi che fosse Dio stesso, “per ottenere una gran varietà e molteplicità di culti, a ispirare a chi una cosa e a chi un’altra”. Per i cristiani vale l’“esegesi” fattane dal Cristo. Questo non è politeismo, perché si tratta di uno stesso Dio compreso in molteplici modi, una sorta di monoteismo pluralistico, nel pluralismo delle molte culture. Anche le religioni monoteiste sono nate da diverse rivelazioni del medesimo Dio.

Certo non può essere un Dio per tutti gli usi, non può essere un Dio che, come dice papa Leone, “ascolti le preghiere di chi ha mani che grondano sangue". Se si coopera con un Dio ai fini della salvezza non si possono fare guerre, embarghi, sanzioni, soprusi, scacciare o far annegare gli immigranti, e così via. E in ogni caso l’avere anche solo come ipotesi un Dio con noi, e scendere in campo con lui e con il cuore di lui porta con sé il gran bene di destituire gli idoli, che rischiano di sopraffare l’uomo, di dilaniare i popoli, di devastare il mondo, di interrompere la storia: idoli quali l’Intelligenza artificiale incontrollata nel suo sviluppo, lo Stato Leviatano, nato per definizione come il “Dio mortale”, la guerra, proclamata da millenni, da Troia a Gaza, come padre e re di tutte le cose, il denaro che giudica tutti e pretende di non essere giudicato da nessuno.

Tornando dal suo viaggio in Africa, a una domanda sul perché abbia incontrato anche “alcuni dei leader più autoritari del mondo” papa Leone ha risposto che lo fa “per promuovere la giustizia, per promuovere cause umanitarie, per cercare – a volte – situazioni in cui potrebbero esserci prigionieri politici, e trovare un modo per liberarli”, per dire ai capi che di fronte a certe situazioni la risposta non è subito che “bisogna entrare con la violenza, con la guerra, attaccando”. Per esempio nel caso dell’Iran la questione “non è il cambio di regime”, è che tanti innocenti sono morti, “c'è tutta una popolazione in Iran di persone innocenti che stanno soffrendo per questa guerra”. Se si avesse “la capacità di pensare in questo modo” non accadrebbe quello che è successo tra l’uno e l’altro viaggio del Papa: “Porto con me una foto di un bambino musulmano che, nella visita in Libano, stava lì aspettando con un cartello dicendo: ‘Benvenuto Papa Leone!’, e poi, in quest'ultima parte della guerra, è stato ucciso lui”.

Nel sito riportiamo questa conferenza stampa in aereo del Papa, un intervento di Raniero La Valle al “Punto de réunion”, incontro promosso a Roma da “Il coraggio della pace” e “Disarma”, e un articolo di Fawaz Gerges del “Guardian”, sulla vittoria iraniana.

Con i più cordiali saluti,

Raniero La Valle
(da “Prima Loro”)


domenica 3 maggio 2026

Addio ad Alex Zanardi - Dieci frasi che raccontano Zanardi

Addio ad Alex Zanardi

Dieci frasi che raccontano Zanardi

La storia di Alex Zanardi si può raccontare in tanti modi. Offre spunti infiniti, si presta a mille angolazioni, e non esiste davvero un punto giusto da cui iniziare. Si potrebbe partire dai numeri, straordinari, che raccontano una carriera, anzi due, entrambe fuori scala. Oppure si potrebbero usare le parole. Le sue. Perché dentro frasi e aneddoti che negli anni ci ha lasciato c’è tutto: il pilota, l’atleta, l’uomo. Un essere umano, profondamente umano, che ha perso le gambe ma è stato capace di trovare molto di più. E allora forse il modo migliore per raccontare Zanardi è proprio questo: partire da quello che ha lasciato. Un modo diverso di guardare le cose.


L'ironia alla base di tutto, la fatica come mezzo di conquista:
Zanardi stupiva anche con le parole. 

“Quando pensi di aver dato tutto, tieni duro ancora cinque secondi”


La regola dei “cinque secondi” di Alex Zanardi sintetizza perfettamente il suo modo di vivere, il suo approccio alle cose. Zanardi raccontava che nei momenti di massimo sforzo, quando sei convinto di non averne più, è proprio lì che si fa la differenza. “Quante volte mi è successo di voler mollare, sfinito, pensando di essere molto più stanco degli avversari contro cui sto correndo. Allora mi dico: ancora cinque secondi, dai, cosa vuoi che siano. Chiudi gli occhi per lo sforzo, quasi ti fai del male per continuare a spingere… e poi, quando li riapri, ti accorgi che hanno mollato loro”. Vale per le gare, ma vale anche per la vita. Crederci cinque secondi in più di chi si ferma. “Quei momenti ci sono ovunque: nello sport, nel lavoro, negli affetti. Insomma, nella vita. Devi dirti: sono qui, ci provo”.

"Se non avessi avuto l’incidente in cui ho perso le gambe ora non sarei così felice"


Spiazza perché è sincera, detta senza retorica, quasi con gratitudine. Nel 2001, al Lausitzring, Alex Zanardi perde entrambe le gambe in un incidente devastante. “Quando mi sono svegliato senza gambe, ho guardato la metà che era rimasta, non quella che era andata persa”, dice. È da lì che Zanardi inizia a costruire la sua seconda vita: non guardando a ciò che ha perso, ma a quello che può ancora diventare. “La mia Olimpiade ho cominciato a vincerla nel letto d’ospedale, quando non ho perso tempo a chiedermi ‘perché a me?’, ma ho iniziato a pensare: con quello che mi è rimasto cosa posso fare? Mi ha aiutato il mio essere curioso”. Accettare la realtà e ripartire da lì. "Arrendersi" non ha mai fatto parte del suo vocabolario.

“La vita è come il caffè: per addolcirla devi girare il cucchiaino”


Zanardi ha sempre rifiutato l’idea di restare fermo ad aspettare che le cose migliorassero da sole. Per lui servono movimento e iniziativa, anche quando è difficile. E con questo suo moto perpetuo, dalla velocità di una monoposto al sudore di maratone e Ironman, con la fatica che brucia le braccia sulla handbike, ha finito per ispirare un intero Paese. "Spero che questi successi convincano qualche ragazzo disabile a uscire di casa, a riprendere a vivere attraverso lo sport. La vita è sempre degna di essere vissuta e lo sport offre possibilità incredibili per migliorare il proprio quotidiano e ritrovare motivazioni", così Zanardi dopo la vittoria alla Milano City Marathon.

"Se qualcuno mi avesse predetto, anni fa, che sarei andato ai Giochi gli avrei risposto: cosa ti sei fumato? Io faccio il pilota"


Nel 2007 la sua prima gara. La Maratona di New York in handbike segna l’inizio pratico della sua seconda vita: Zanardi chiude quattordicesimo, ma apre la porta sulla sua carriera paralimpica. Un'idea che, fino a poco prima, gli sembrava fuori da ogni logica, ma che si rivela una traiettoria inattesa e potentissima: quattro ori e due argenti tra Londra 2012 e Rio 2016 e dodici titoli mondiali. "Così pochi? Peccato, ho iniziato tardi...", scherza Zanardi, con quella leggerezza diventata nel tempo una bussola. "Credo che ognuno di noi tenda a guidare il proprio destino – spiega – scegliendo quale orizzonte inseguire. Poi ogni tanto la vita decide per te… e lo fa anche con più fantasia. Se sai cavalcare quello che accade, magari riesci a trasformarlo in qualcosa di bello". Dieci anni dopo l’incidente che gli stravolge la vita, nel 2011, Zanardi torna a New York e vince la maratona.

"L'Ironman alle Hawaii? Lì è pieno di squali. Se sono intelligenti, mi vedono senza gambe e lasciano stare: 'lo hanno già assaggiato, non è buono...'"


Nuoto, bici, maratona, tutto di fila, senza pause. L'Ironman è una prova estrema, dove più che il fisico conta la testa. E anche lì, come sempre, Zanardi ci arriva a modo suo. Alla sua prima volta a Kona, alle Hawaii: "Sentivo intorno diffidenza e preoccupazione. Mi chiedevano: obiettivo? Finire un secondo sotto le dieci ore. Sembrava follia". Zanardi termina in 9 ore, 47 minuti e 12 secondi. Con anche un dettaglio non proprio secondario: gli squali. Una paura che accantona con la solita ironia. Sdrammatizzare, alleggerire e poi andare. Sempre avanti. Nel settembre 2019 a Cervia, Zanardi ferma il cronometro a 8 ore, 25 minuti e 30 secondi, stabilendo il primato mondiale paralimpico in un Ironman.

"Ho guardato il cielo e gli ho detto:
adesso hai veramente rotto, se era una prova io mollo"


Eppure, ogni tanto, è capitato anche a Zanardi di mollare. Perché dietro le imprese da supereroe c’è un uomo, "con debolezze e cadute, come chiunque". Gli succede poco dopo il rientro a casa dall’ospedale, dopo il primo incidente. Una giornata storta, in cui i problemi si accumulano: "Mia moglie doveva essere operata il giorno dopo, mio figlio era piccolo e piangeva per una otite, mamma aveva l’influenza. Ho guardato il cielo e gli ho detto: adesso hai veramente rotto, se era una prova io mollo". Sospirone. Poi, il giorno dopo, le cose si sistemano: "C’entrano bravi chirurghi e gli antibiotici, chiaro. Ma in quel momento non pensavo come un’opportunità ciò che era successo, come accadde poi. Ognuno ha un suo modo di percepire un problema, anche come insuperabile. Dio si occupi di loro. Io lo guardo e lo ringrazio di quello che è stato e sarà".

"Ho il fisico abbastanza tagliato per l'handbike"


Zanardi non ha mai raccontato la sua storia con toni pesanti. Anche quando parla del suo corpo, lo fa con leggerezza. Gli ha pur sempre consentito di fare sport, al centro, da sempre, dalla sua vita. Il ciclismo non è il suo primo amore ma, quando arriva, diventa il suo nuovo centro gravitazionale. La handbike, "una strana bici", la scopre quasi per caso, intravista sul tetto dell’auto di Vittorio Podestà mentre si giocano un parcheggio in un'area di sosta in autostrada. Quella bici “diversa”, lo incuriosisce, diventa presto "una figata pazzesca": gli restituisce allenamento, competizione, la possibilità di spingersi sempre un po’ più in là. D'altronde: "Ho il fisico tagliato per questo sport".

"Che mi piacerebbe avere due piedi, non sorprenderà nessuno,
ma tra due normali e uno solo di Lewis Hamilton..."


La Formula 1, il suo primo amore. Mai davvero abbandonato, mai messo da parte. Rimane lì, un filo che non si spezza, vissuto sempre con passione e con quello spirito bolognese che lo ha sempre contraddistinto. Dopo una delle tante imprese di Lewis Hamilton, Zanardi se ne esce così: "Che mi piacerebbe avere due piedi, non sorprenderà nessuno, ma tra due normali e uno solo di Lewis Hamilton, boia se mi accontenterei! Fortissimo!".

"Credo che la curiosità sia l'unica cosa di cui abbiamo bisogno nella vita"


L'ingrediente fondamentale della vita Zanardi lo rivela al David Letterman Show. Poi, durante l’intervista si appoggia una tazza di tè bollente sulle gambe, scherzando sui 'vantaggi' della sua disabilità. Il pubblico americano è in visibilio. Ma Zanardi ha appena rivelato una grande verità: tutto parte dalla curiosità, e la curiosità porta alla passione. E senza passione non si va lontano, soprattutto se il motore sono soldi o fama. “Se vuoi diventare il numero uno per i soldi o le veline non ce la farai mai. Forse ce la farai se lo fai per divertirti”. Forse il punto non è arrivare, ma avere sempre qualcosa che ti spinge a partire, divertendoti per strada.

“Ci si può drogare di cose buone. Una è lo sport”


Chiudiamo così. Lo sport è l’essenza della vita di Zanardi. Non può farne a meno o va in astinenza. Lo sport è rimettersi in moto ogni volta, misurarsi sempre, ma solo con se stessi: "Non volevo dimostrare niente a nessuno, la sfida era soltanto con me stesso, ma se il mio esempio è servito a dare fiducia a qualcun altro, allora tanto meglio".
(fonte:La Gazzetta dello Sport, articolo di Rebecca Saibene 02/05/2026)

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Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - V DOMENICA DI PASQUA anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


V DOMENICA DI PASQUA anno A

3 Maggio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, nella passione di Gesù, che è una storia di amore verso ogni uomo e ogni donna sino al dono della vita, si è resa presente la Gloria del Padre, che è forza che attira a sé tutta l’umanità gravata del suo carico di dolore e di fallimenti. Il corpo risorto e glorioso del Figlio Gesù è la nuova terra, la nuova dimora dove tutti siamo chiamati ad entrare. Con grande fiducia innalziamo al Signore le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Nella tua misericordia, ascoltaci Signore, Gesù

Lettore

- Di fronte al dilagare della violenza ed al prevalere della forza rispetto al diritto la fede di ogni credente è messa alla prova. Signore Gesù, consola e rafforza ogni comunità cristiana, aggredita dal dubbio e dalla sfiducia nei confronti della tua parola. Fa’ che il cuore non sia turbato, ma che resti fiducioso nella tua vittoria pasquale. Preghiamo.

- Tu, Signore Gesù, sei la via, la verità e la vita. Fa’ che ogni uomo e ogni donna, diventati tuoi discepoli, possano prendere le distanze da un modo mondano di abitare la terra. Essa è la casa del Padre, dove tutti siamo chiamati a riconoscerci nella nostra verità di figli e figlie dell’unico Dio, che è nostro Padre e nostra Madre. Fa’ che, rinnovati dalla tua Pasqua ed educati dal tuo insegnamento, impariamo a dar vita a relazioni veramente fraterne. Preghiamo.

- Ti supplichiamo, Signore Gesù, per il dono della pace. Manda con abbondanza il tuo Santo Spirito su tutti i popoli, perché spazzi via dalle loro menti la forte tentazione del nazionalismo e della volontà di potenza. Fa’ che il mondo smetta di ubriacarsi di odio, di guerra, di distruzione e di morte, è possa così incamminarsi sulla via del dialogo e della vera cooperazione. Preghiamo.

- Nella tua misericordia, Signore Gesù, chinati sulle nostre case e soprattutto su quelle che hanno completamente smarrito quella loro vocazione ad essere luogo dell’intimità familiare, ma anche luogo aperto al vicino come anche a chi viene da paesi lontani. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, ci ricordiamo dei nostri parenti ed amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo dei migranti che continuano a morire nel Mar Mediterraneo, delle vittime dell’omofobia, della misoginia e dell’odio razziale e religioso. Nel tuo amore di Figlio accompagna tutti dinnanzi al Volto Luminoso di Dio che è nostro Padre e Madre. Preghiamo.


Per chi presiede

Ascolta, o Signore Gesù, le suppliche della tua Chiesa in preghiera, perché, seguendo la tua strada, possiamo fare esperienza del Volto materno e paterno di Dio, che tu nella tua umanità ci hai rivelato e manifestato. Te lo chiediamo perché Tu sei per noi la via, la verità e la vita, ora e sempre nei secoli di secoli.

AMEN.


Addio ad Alex Zanardi - Campione di Formula 1, handbike e coraggio, grande nello sport e nella vita

Addio Alex Zanardi

Campione di Formula 1, handbike e coraggio,
grande nello sport e nella vita

Scomparso il Primo maggio, era diventato un simbolo forse proprio malgrado, un grande uomo prima che un grande campione

Alex Zanardi Ansa

Tre vite nessuna morte, parafrasando il titolo di una pellicola di tanti anni fa, perché Alex Zanardi non morirà mai, troppo forte, troppo intenso quello che ha vissuto e rappresentato. Alex Zanardi è rimasto Alex Zanardi anche dopo l'ultimo incidente, quello sciagurato del 19 giugno 2020 in handbike, che lo aveva consegnato allo stretto riserbo e al cordone di amore discreto della sua famiglia che lo ha protetto con tatto e intelligenza dalla curiosità morbosa: per rispetto di sé e di lui, per non darlo in pasto al pubblico, per non esporre il suo tempo fermo, perché Alex Zanardi, scomparso la sera del primo maggio 2026 nella sua casa, era come il mare, esisteva solo in moto perpetuo e così, solo così, va ricordato.

Un ricordo personale diretto dal vivo, emblematico ancorché secondario, alla Cerimonia dei collari d'oro nel salone d'onore del Coni, nel 2016: Alex che esce in abito scuro, camicia bianca e cravatta, impeccabile, sul bastone, (camminava con due), regolarmente impugnato nella mano sinistra, innesta a "t" l'altro che si è tolto dalla mano destra per lasciarla libera e usarla per afferrare il corrimano a spirale dello scalone e percorrerlo da cima a fondo con una spettacolare agilità, balzelloni, in discesa: un movimento armonico, atletico, elegante, ininterrotto.

In quella discesa c'era tutto Zanardi: ti dicono che con due protesi alle gambe appena sotto l'inguine non farai mai più le scale ed è l'innesco per dimostrare a te stesso e al mondo che puoi.

Così Alex Zanardi ha reagito sempre, con l'orizzonte dei pionieri, con lo spirito degli esploratori agli accidenti, tanti, troppi che la vita gli ha messo di traverso, trasformando il rosario di "non puoi " che sarebbe potuta diventare la sua esistenza, dopo l'incidente in Formula 1 nel 2006, in una esplorazione continua delle proprie nuove possibilità: corsa su strada, handbike, una sequenza infinita di successi paralimpici, e l'ironmen, alla lettera uomo di ferro, un Triatlon estremo, che a Zanardi stava stretto come definizione, perché il ferro si arrugginisce Zanardi invece luccica, perché ha dato al mondo il grimaldello della speranza con l'esempio.

Un simbolo proprio malgrado

Quando gli chiedemmo in quel momento che cosa significasse l'ingombro di essere simboli rispose: «Non è un ingombro, perché non avverto il dovere di rappresentare qualcosa per qualcuno. Non me ne sento il diritto. Poi so che le cose che faccio mi rendono un riferimento per altri, perché le faccio dopo ciò che mi è accaduto. Ma io non vado all’ironman per dimostrare qualcosa a qualcuno».

Neanche a se stesso? «No, vorrebbe dire andarci con il dubbio di non arrivare in fondo. Io invece mi sono posto un traguardo realistico, in cui non vedevo nulla di magico. Fare l’ironman senza gambe secondo me è una semplificazione non una complicazione, solo che quando lo dico non lo scrivono volentieri: rovina un po’ il romanticismo del racconto di Zanardi eroe, che mi lusinga, sia chiaro, anche se mi sembra meno realistico di come lo vedo io».

Per poi aggiungere: «Davanti al film Nato il 4 luglio in cui Tom Cruise restava su una sedia a rotelle mi son detto: “Se capitasse a me mi ammazzerei”. Credo di aver fatto un ragionamento superficiale nella convinzione che a me non sarebbe accaduto. Poi quando l’uno su un milione sei tu, te ne freghi della statistica e ti fai su le maniche. E quando ci sei dentro ti scopri più dotato di quanto credessi. L’idea del suicidio dopo non mi è mai passata per la testa, mai».

Davanti a Zanardi si aveva la sensazione di stare di fronte a un uomo risolto che sapeva osservarsi con autoironia e lucidità, che quando gli si chiese della paura e di quell'incidente in Formula 1 che diede vita alla sua seconda vita, rispose «Un incidente come quello in quelle circostanze anche in uno sport a rischio come la Formula1 succede a uno su un milione, ma quell'uno ero io: sono normale, credetemi, ho solo preso una castagna mostruosa. Ragazzi scusate il latinismo, il punto è che la sfiga esiste».

Raccontava in una intervista a Famiglia Cristiana nel 2019, a firma di Fulvia Degl'Innocenti, dell'importanza della famiglia: «in particolare mia moglie, Daniela, è stata un po’ la regista, con alcune scelte che ha fatto e che sono state tutte migliori di quelle che avrei preso io. Quando sono tornato a casa dopo la mia degenza a Berlino di 40 giorni, nel garage c’era già un’auto con i comandi al volante. La mia famiglia mi si è stretta attorno permettendomi di rimanere concentrato su me stesso. Avevo voglia di ritornare il più rapidamente possibile a essere il miglior padre per mio figlio Niccolò».

Zanardi aveva letto quell'auto in garage come una indicazione dell'atteggiamento da tenere, l'idea che non si trattasse di fermarsi a leccarsi le ferite, ma di ricominciare a vivere con altri mezzi.

La seconda vita

Dal 2007 ha corso maratone con la handbike, compresa quella di New York (quarto con soli 20 giorni d’allenamento). Due ori e un argento ai Giochi paralimpici di Londra 2012, e tre ori ai mondiali di Baie-Comeau 2013. Da ultimo, l’11 ottobre 2014, ha partecipato all’Ironman. È anche tornato a correre in auto, nella Blancpain GT Series. Ai Mondiali di Nottwill 2015, in Svizzera, oro in tutte le gare cui si era iscritto, nella crono, nella prova in linea e nella staffetta.

Nel 2016, poco prima di compiere cinquant'anni, di nuovo protagonista alle Paralimpiadi. A Rio de Janeiro un oro nella handbike, prova a cronometro categoria H5. Il giorno seguente argento nella prova in linea della handbike. Poi, di nuovo oro con la squadra azzurra, nella hand bike prova su strada staffetta mista.

Ha fatto di tutto: il tutor, l’atleta, il motivatore, il frontman: «Sembra retorica, ma è la verità», disse una volta, «ci ho infilato dentro un sacco di cose in questi cinquantatré anni. Il giorno in cui ho perso le gambe non mi è sembrato che la vita mi stesse offrendo una grande opportunità, però lo è diventata, forse la migliore della mia vita. Tutte le cose che faccio oggi sono conseguenza della mia nuova condizione».

L’ultimo progetto, quello in cui ha trovato l’incidente poi rivelatosi fatale, si chiamava Obiettivo Tricolore ed era dedicato agli atleti paralimpici come lui che avevano grande forza e capacità, ma magari meno mezzi per poter arrivare alle Paralimpiadi. Per questo Zanardi aveva cominciato a collaborare con Rio Mare facendosi finanziare alcune borse di studio per gli atleti più meritevoli. La staffetta in giro per l’Italia a giugno voleva essere un segno concreto anche per il Paese che dopo la tragedia della pandemia ci si poteva rialzare. Come aveva fatto lui, come avevano fatto tanti atleti paralimpici che avevano scelto di girare il Paese sull’handbike. Il destino ha deciso in altro modo. La sua handbike era finita contro un camion, Il 19 giugno 2020, lungo la strada provinciale 146 vicino a Pienza: una tragica fatalità, un incidente, per il quale il camionista, ammiratore e disperato per non essere riuscito a evitare il campione nonostante la manovra d'emergenza, è stato poi definitivamente scagionato con una archiviazione. Di lì Zanardi è stato circondato dalla privacy, la stessa per cui oggi la famiglia chiede rispetto in attesa di comunicare le circostanze delle esequie.

La Tv, le sfide

Nella sua seconda vita, in abiti eleganti, Zanardi ha anche condotto su RaiTre, con le sue due protesi e i suoi due bastoni, tra il 2012 e il 2016 la splendida trasmissione sportiva Sfide, ideata da Simona Ercolani, aprendo la strada tuttora molto impervia alla disabilità in Tv. «Le sfide», ci disse «si vincono solo se hai voglia di fare quello che serve prima di tentarle. Non ci sarebbe stato Maradona senza il bambino che scavalcava la rete del campetto per andare a giocare da solo. La mia fortuna è poter fare le cose che mi piacciono, il fatto che mi abbiano portato a vivere qualche pomeriggio di gloria è un piacevolissimo valore aggiunto. Poi, certo, per narcisismo, tra due sfide egualmente appassionanti, scegliamo tutti quella con in fondo il pubblico che applaude».

Un uomo risolto

Non aveva mai nascosto l'ammirazione per gli altri, gli dispiaceva di non avere fatto in tempo a raccontare a suo padre Dino, idraulico, mancato poco prima dei due mondiali vinti da Zanardi in Formula Cart del 1997 e 1998, di aver incontrato una sera del 2016 finalmente Dino Zoff, uomo ammiratissimo, l'eroe di gioventù del padre che fino alla fine aveva chiamato Alex il "cit", il bambino.

Ricorderemo i suoi occhi chiari come il mare, capaci solo di sognare come nella versione italiana di Le méteque, il capolavoro di George Moustaki: Alex che straniero nella vita, invece, non è stato mai neanche nei momenti di più difficili, perché ha seminato ovunque relazioni importanti.

Anche con gli sconosciuti cui ha trasmesso, senza volere, vivendo, il messaggio che c'è sempre una seconda possibilità.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Elisa Chiari, ha collaborato Antonio Sanfrancesco 02/05/2026)

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Vedi anche:

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"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 26 - 2025/2026 - V DOMENICA DI PASQUA anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

V DOMENICA DI PASQUA anno A

Vangelo:
Gv 14,1-12

Conoscere Dio, contemplare il suo Volto, gustare la sua intimità è da sempre il desiderio più profondo dell'uomo biblico. A partire da Mosè, che voleva vedere Dio "Panim el Panim", faccia a faccia (cfr.Es 33,18), al salmista che desidera conoscerlo: «Il tuo Volto o Signore io cerco, non nascondermi il tuo Volto» (Sal 27,8) o vuole ardentemente gustarne la Presenza: «Come una cerva anela ai corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio» (Sal 42,1). Adesso Gesù rivela a Filippo (e a noi che ascoltiamo, ma facciamo ancora tanta fatica a comprendere) la Verità delle verità, il compendio di tutta la rivelazione cristiana: Gesù è il Volto di quel Dio che tanto ci affanniamo a cercare. Lui è il solo Maestro da seguire e da imitare, la sola Voce da ascoltare, perché finalmente possiamo conoscere il Padre. Gesù non è una dottrina da mandare a memoria, meno che mai un concetto filosofico comprensibile solo agli addetti ai lavori o ai dotti: Gesù è l'Uomo Perfetto, il piano di Dio per gli uomini portato a compimento, l'amore stesso del Padre che si è reso tangibile. Egli è l'Unigenito Figlio da sempre e per sempre nel cuore del Padre e che ora è rivolto anche a noi, l'esegesi di Colui che nessuno ha mai potuto vedere (cfr.Gv 1,18), la Mishkan, la Dimora di Dio con gli uomini (cfr.Ap 21,3), il Tempio della sua Presenza privo ormai di ogni velo nel quale tutti possiamo contemplare la Gloria, il cuore amante di un Padre alla cui immagine e somiglianza siamo stati creati.


sabato 2 maggio 2026

UNA VITA CHE TOGLIE IL FREDDO “Io sono la via, la verità, la vita. Tre parole che sono preghiera allo stato puro.” - V DOMENICA DI PASQUA ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

UNA VITA CHE TOGLIE IL FREDDO


Io sono la via, la verità, la vita.
Tre parole che sono preghiera allo stato puro. 


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita (...). In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre». Gv 14,1-12
  
UNA VITA CHE TOGLIE IL FREDDO
 
Io sono la via, la verità, la vita. Tre parole che sono preghiera allo stato puro.

Io sono la via, la verità, la vita. Tre parole che sono preghiera allo stato puro.

Gesù non dice io “conosco” la verità e ora ve la insegno, vi snocciolo un bell’elenco di nozioni; ma io “sono” la verità. Una verità fatta di carne, ieri baciata, e poco dopo straziata. Come io vivo è verità vivente, come io mi comporto è verità vissuta. Guardate come faccio con i piccoli, con le donne, con i poveri cristi e con i Pilato di turno; con gli uccelli e con i fiori del campo, con il Padre e l’ultima pecora. La sua è una vita che toglie il freddo, che toglie l’indifferenza del nostro vivere mascherati.

Penso alla etimologia della parola verità, che ha la stessa radice della parola primavera in latino (ver-veris). Verità indica la vita che germoglia e mette le sue gemme; una stagione che riempie di fiori e di verde e di pollini l’aria. Così tanti che non tutti saranno fecondi, non tutti diventeranno miele, ma almeno profumeranno l’aria con le loro carezze. La verità indica ciò che fa fiorire le vite e non le mortifica, come fa la primavera. Io vivo tra il torrente e la collina, tra il bosco, l’uliveto, il vigneto e i prati. Salgo sul colle e prego con un verso di Giuseppe Centore: «Tu sei per me ciò che la primavera è per i fiori». Un privilegio, il mio.

Gesù è la primavera del cosmo e noi siamo come l’estate che porta a maturazione spighe e grappoli, insieme ai tanti semi di vita ancora intatti del Vangelo: «il nostro cuore è un pugno di terra atto a dare vita ai tuoi germi, Signore», prega padre Vannucci.

In Friuli abbiamo un termine molto suggestivo per dire primavera: le viarte, che letteralmente vuol dire l’apertura, vita che si apre, finestre e porte spalancate che invitano a non sentirsi allo stretto. E qui si illumina la seconda parola forte di Gesù oggi: Io sono la via. Non ha detto: sono la meta e il punto di arrivo, ma la strada, l’apertura, l’onda che fa uscire, viaggio che fa alzare le vite e le vele, perché un primo passo è sempre possibile. Sempre e per tutti, e il punto di arrivo è la casa del Padre. I primi cristiani avevano il nome di Quelli della via (Atti 9,2), quelli che hanno sentieri nel cuore, che percorrono le strade che Gesù ha inventato, che camminano chiamati da un sogno e non si fermano. E se cadono si rialzano, e se sbagliano strada poi risalgono sulla strada giusta.

Terza parola è “vita”. Io sono la vita, io faccio vivere. Sono la vita che si oppone alla pulsione di morte, alla violenza, alle autodistruzioni che nutriamo dentro di noi con le nostre subdole paure.

Il nostro segreto non è in noi, è oltre noi. Abbracciato al mistero di Dio che non è lontano, è nel cuore della tua esistenza: nei gesti umani e vitali del nascere, amare, dubitare, credere, perdere, illudersi, osare, dare la vita.


L’intenzione di preghiera del Papa per il mese di maggio 2026 Preghiamo per un'alimentazione per tutti

L’intenzione di preghiera del Papa per il mese di maggio 2026

Preghiamo per un'alimentazione per tutti

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Leone XIV: milioni di persone soffrono la fame, promuovere gesti di solidarietà

Nel video per le intenzioni di preghiera di maggio, il Pontefice riconosce “con dolore” che a fronte del problema della sottoalimentazione nel mondo, molto cibo viene ancora sprecato “sulle nostre tavole”. Il Papa invita ad abbandonare la “logica del consumo egoista” e adottare “uno stile di vita sobrio e responsabile”


Di fronte al dramma di milioni di persone che “soffrono ancora la fame”, il Papa invoca la capacità di “trasformare la logica del consumo egoista in una cultura della solidarietà” che sappia promuovere “gesti concreti”, come la diffusione di campagne di sensibilizzazione, un’efficace distribuzione di cibo ai poveri e l’adozione di uno stile di vita “sobrio e responsabile”. Lo fa nel video sulle Intenzioni di preghiera per il mese di maggio, dedicato al tema “Per un’alimentazione per tutti”, diffuso il 30 aprile, attraverso la campagna multimediale "Prega con il Papa" promossa dalla sua Rete mondiale di preghiera, in collaborazione con il Dicastero per la Comunicazione.

Fame e spreco alimentare: una contraddizione “dolorosa”

Il Pontefice constata una situazione tragica e contraddittoria, confermata anche dal rapporto 2026 del Programma Alimentare Mondiale, secondo il quale, nell’anno in corso, 318 milioni di persone soffrono crisi di fame o situazioni ancora più gravi.

Oggi riconosciamo con dolore che milioni di fratelli e sorelle soffrono ancora la fame, mentre tanto cibo viene sprecato sulle nostre tavole.

Rispetto a questo, indignano i dati dello spreco alimentare diffusi dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente: il mondo manda in discarica oltre un miliardo di tonnellate di alimenti, che rappresentano, oltre tutto, anche un grave problema climatico, dal momento che generano tra l’8 e il 10% delle emissioni di gas serra. Il Papa prega affinché il “Signore della creazione” faccia nascere una maggiore sensibilità verso il cibo e chi non vi ha accesso.

Risveglia in noi una nuova coscienza: che impariamo a ringraziare per ogni alimento, a consumare con semplicità, a condividere con gioia e a custodire i frutti della terra come un tuo dono, destinato a tutti, non solo a pochi.

L'intenzione di preghiera del Papa per il mese di maggio.

Sostituire il “consumo egoista” con gesti di solidarietà

Leone XIV invoca la capacità di adottare un cambio di mentalità e l’adozione di iniziative che incidano davvero su una migliore distribuzione del cibo.

Padre buono, rendici capaci di trasformare la logica del consumo egoista in una cultura della solidarietà. Fa’ che le nostre comunità promuovano gesti concreti: campagne di sensibilizzazione, banchi alimentari, e uno stile di vita sobrio e responsabile.

Il pane non sia "bene di consumo", ma "segno di comunione"

Infine una preghiera accorata affinché Dio, che ha mandato Gesù come “Pane spezzato per la vita del mondo”, doni a tutti un “cuore nuovo”, assetato di fraternità”.

Che nessuno sia escluso dalla mensa comune, e che il tuo Spirito ci insegni a guardare il pane non come un bene di consumo, ma come un segno di comunione e cura.

Un’intenzione che nasce dal cuore del Papa

Il direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, padre Cristóbal Fones, sottolinea - in una nota diffusa dalla stessa Rete - l’urgenza di questa intenzione di preghiera e la vicinanza personale del Papa a questa causa: “Questa intenzione nasce dal cuore del Papa. Lo addolora profondamente che tante persone nel mondo non possano accedere a qualcosa di così essenziale e così umano come il cibo. Per questo ci invita tutti a non restare indifferenti, ma ad agire con determinazione, a partire dalla preghiera e attraverso gesti concreti di solidarietà”.

La Rete Mondiale di Preghiera del Papa, istituita come Fondazione Vaticana nel dicembre 2020 da Papa Francesco, è un’Opera Pontificia affidata alla Compagnia di Gesù. È presente in oltre 90 Paesi e riunisce una comunità spirituale di più di 22 milioni di persone, impegnate a vivere ogni giorno con disponibilità a collaborare alla missione di Cristo.
(fonte: Vaticcan News, articolo di Daniele Piccini 30/04/2026)


Ecco perché il mese di maggio è dedicato alla Madonna

Ecco perché il mese di maggio è dedicato alla Madonna

Dal Medioevo, quando si diffonde la preghiera del Rosario, alla tradizione nata nel Collegio romano dei Gesuiti per contrastare l’immoralità diffusa tra gli studenti fino alla devozione di San Filippo Neri e al magistero dei Papi, la storia di una delle tradizioni popolari più amate e diffuse

Antonello da Messina, Annunciata, 1476

È una devozione popolare antica e molto sentita dai fedeli quella del mese di maggio dedicato tradizionalmente alla Madonna con vari momenti di preghiera, dalle processioni ai pellegrinaggi nei Santuari alla recita del Rosario.

Ma perché maggio è il mese mariano per eccellenza? Proviamo a rispondere.

Il culto della fertilità nell’antichità greca e romana

Nell’antica Grecia e nell’antica Roma il mese di maggio era dedicato alle dee pagane collegate alla fertilità e alla primavera (rispettivamente Artemide e Flora). Questo, combinato con altri rituali europei che commemoravano la nuova stagione primaverile, ha portato molte culture occidentali a considerare maggio un mese dedicato alla vita e alla maternità.

La festa della mamma

Non è un caso che in molti Paesi ricorre in questo mese la festa della mamma che è una ricorrenza civile, non religiosa. In Italia cade la seconda domenica di maggio come in gran parte degli Stati europei, negli Stati Uniti, in Giappone, in Australia e in numerosi altri Paesi. In Spagna la prima domenica di maggio, nei paesi balcanici l'8 marzo; in molti paesi arabi la festa cade invece nel giorno dell'equinozio di primavera.

Nel Medioevo, Alfonso X e Maria “Rosa delle rose”

Nel XIII secolo Alfonso X detto il saggio, re di Castiglia e Leon, in Las Cantigas de Santa Maria celebrava Maria come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via (...)». Di lì a poco il beato domenicano Enrico Suso di Costanza mistico tedesco vissuto tra il 1295 e il 1366 nel Libretto dell’eterna sapienza si rivolgeva così alla Madonna: «Sii benedetta tu aurora nascente, sopra tutte le creature, e benedetto sia il prato fiorito di rose rosse del tuo bei viso, ornato con il fiore rosso rubino dell’Eterna Sapienza!». Ma il Medioevo vede anche la nascita del Rosario, il cui richiamo ai fiori è evidente sin dal nome.

Papa Leone XIV mentre recita il Rosario per la pace l'11 aprile 2026 nella Basilica di San Pietro (ANSA)

La devozione nata nel Collegio di Roma dei Gesuiti alla fine del XVIII secolo

Ai tempi della Chiesa delle origini ci sono prove dell’esistenza di una grande festa in onore della Beata Vergine Maria che veniva celebrata il 15 maggio di ogni anno, ma solo nel XVIII secolo il mese di maggio è stato associato alla Vergine Maria. In particolare, la devozione di maggio nella sua forma attuale ha avuto origine a Roma, dove padre Latomia del Collegio Romano della Compagnia di Gesù, per contrastare l’infedeltà e l’immoralità diffuse tra gli studenti, fece alla fine del XVIII secolo il voto di dedicare il mese di maggio a Maria. Da Roma la pratica si diffuse agli altri collegi gesuiti, e da lì a quasi ogni chiesa cattolica di rito latino. Dedicare un mese intero a Maria non era una cosa nuova, e c’era una tradizione precedente di dedicare un periodo di trenta giorni alla Vergine, chiamata Tricesimum.

Presto si diffusero nel mese di maggio varie devozioni private a Maria, come viene ricordato nella Raccolta, una serie di preghiere pubblicata a metà del XIX secolo: «È una devozione ben nota consacrare alla santissima Maria il mese di maggio, come mese più bello e pieno di fiori di tutto l’anno. Questa devozione prevale da molto in tutta la cristianità, ed è comune qui a Roma, non solo nelle famiglie private, ma come pubblica devozione in moltissime chiese. Papa Pio VII, per esortare tutti i cristiani alla pratica di una devozione così tenera e gradita alla beatissima Vergine, e ritenuta di tanto beneficio spirituale, ha concesso con un Rescritto della Segreteria dei Memoriali del 21 maggio 1815 (conservato nella Segreteria di sua eminenza il cardinal-vicario) a tutti i fedeli del mondo cattolico di onorare in pubblico o in privato la Beata Vergine con qualche omaggio speciale o preghiere devote o altre pratiche virtuose».

San Filippo Neri e l’usanza di circondare di fiori le icone mariane

Le prime pratiche devozionali, legate in qualche modo al mese di maggio risalgono però al XVI secolo. In particolare a Roma san Filippo Neri, insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre, a cantare le sue lodi, a offrire atti di mortificazione in suo onore. Un altro balzo in avanti e siamo nel 1677, quando il noviziato di Fiesole, fondò una sorta di confraternita denominata "Comunella". Riferisce la cronaca dell’archivio di San Domenico che «essendo giunte le feste di maggio e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominiciava a cantar meggio e fare festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla Santissima Vergine Maria....». Si cominciò con il Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, cui a breve si aggiunsero le domeniche e infine tutti gli altri giorni. Erano per lo più riti popolari semplici, nutriti di preghiera in cui si cantavano le litanie, e s’incoronavano di fiori le statue mariane. Parallelamente si moltiplicavano le pubblicazioni.


Il gesuita Annibale Dionisi pubblica nel 1725 “Il mese di Maria”

L’indicazione di maggio come mese di Maria lo dobbiamo però a un padre gesuita: Annibale Dionisi. Un religioso di estrazione nobile, nato a Verona nel 1679 e morto nel 1754 dopo una vita, a detta dei confratelli, contrassegnata dalla pazienza, dalla povertà, dalla dolcezza. Nel 1725 Dionisi pubblica a Parma con lo pseudonimo di Mariano Partenio Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei. Tra le novità del testo l’invito a vivere, a praticare la devozione mariana nei luoghi quotidiani, nell’ordinario, non necessariamente in chiesa «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine». In ogni caso lo schema da seguire, possiamo definirlo così, è semplice: preghiera (preferibilmente il Rosario) davanti all’immagine della Vergine, considerazione vale a dire meditazione sui misteri eterni, fioretto o ossequio, giaculatoria. Negli stessi anni, per lo sviluppo della devozione mariana sono importanti anche le testimonianze dell’altro gesuita padre Alfonso Muzzarelli che nel 1785 pubblica Il mese di Maria o sia di Maggio e di don Giuseppe Peligni.

La devozione di Pio XII

Nel 1945 Pio XII ha avvalorato l’idea di maggio come mese mariano dopo aver stabilito la festa di Maria Regina il 31 maggio. Dopo il Concilio Vaticano II questa festa è stata spostata al 22 agosto, mentre il 31 maggio si celebra la festa della Visitazione di Maria allla cugina Elisabetta. L’invito a non trascurare la recita del Rosario soprattutto nel mese di maggio viene da lontano. Nell’Enciclica Ingruentium malorum del 1951, Pio XII scriveva: «È soprattutto in seno alla famiglia che Noi desideriamo che la consuetudine del santo Rosario sia ovunque diffusa, religiosamente custodita e sempre più sviluppata. Invano, infatti, si cercherà di portare rimedio alle sorti vacillanti della vita civile, se la società domestica, principio e fondamento dell’umano consorzio, non sarà ricondotta alle norme dell’Evangelo. Per ottenere un compito così arduo, Noi affermiamo che la recita del santo Rosario in famiglia è un mezzo quanto mai efficace».

Papa Leone XIV durante la recita del Rosario (ANSA)

Mense Maio, l’enciclica del 1965 firmata da Paolo VI

Anche il Magistero recepisce e incoraggia questa devozione nata dal popolo. Nell’enciclica Mense Maio datata 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia».

Nessun fraintendimento però sul ruolo della Vergine nell’economia della salvezza, «giacché Maria», scrive ancora papa Montini, «è pur sempre strada che conduce a Cristo. Ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso». Anche papa Montini attribuiva una straordinaria importanza al Rosario recitato in famiglia: «Non v’è dubbio», scriveva, «che la Corona della Beata Vergine Maria sia da ritenere come una delle più eccellenti ed efficaci “preghiere in comune” che la famiglia cristiana è invitata a recitare. Noi amiamo, infatti, pensare e vivamente auspichiamo che, quando l’incontro familiare diventa tempo di preghiera, il Rosario ne sia l’espressione più gradita». (Marialis Cultus 53).
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Antonio Sanfrancesco 30/04/2026)

Enzo Bianchi Vivere nel Risorto ieri, oggi e domani

Enzo Bianchi
Vivere nel Risorto ieri, oggi e domani

La speranza cristiana nasce da Cristo: una certezza che vince la morte e diventa dono per ogni uomo


Famiglia Cristiana - 26 Aprile 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Secondo Filone c’è nell’essere umano un sentimento che gli appartiene in modo specifico ed è la speranza che gli fornisce l’orientamento indispensabile per una esistenza creativa e resiliente. È molto significativo che nella Bibbia la speranza appaia per la prima volta nel Libro della Genesi, quando Enoch, il terzo figlio di Adamo ed Eva, “sperò invocando il nome del Signore” (Gen 4,26 LXX).

La speranza genera l’invocazione, la preghiera, e ci inizia ad avere una fede che spera. Così questa energia posta nell'uomo con l’immagine di Dio diventa virtù donata da Dio, virtù teologale, diventa capacità di discernere che Gesù Cristo è la nostra speranza. Non dimentichiamo che Paolo nella lettera ai Colossesi ci annuncia che Cristo è in noi, la nostra speranza (cf. Col 1,27), ci testimonia che la morte è stata vinta e che noi risorgeremo per essere sempre con lui. Questo è l'unico debito che noi abbiamo verso gli altri uomini: dire loro che Cristo è risorto e che la Vita ha vinto la morte.

Se avessimo speranza in questo mondo saremmo i più miserabili della terra (cf. 1Cor 15,19), e perciò, cristiano, se non credi alla resurrezione tu non sei cristiano: sarai un uomo religioso ma non sei cristiano e non hai il dono della speranza. Se i cristiani sperassero veramente, se sapessero sperare non in modo egoistico e individualistico ma sperare per gli altri, io sono convinto che la Venuta del Signore sarebbe accelerata e il Regno sarebbe aperto per accogliere l’umanità in un cielo nuovo e una terra nuova perché anche il cosmo sarà salvato.

Cristiano, la speranza è una passione per il possibile, è il pane dei poveri davanti a Dio, è il tuo pane da spezzare con gli altri se tu sei cristiano.
(fonte: Blog dell'autore)


venerdì 1 maggio 2026

Il lavoro e l’edificazione della pace

Il lavoro e l’edificazione della pace


Pubblichiamo il Messaggio dei Vescovi per la Festa dei Lavoratori (1° maggio) dal titolo: “Il lavoro e l’edificazione della pace”.

In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova. L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa. In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra. Le persone, autentico soggetto del lavoro, attraverso le loro attività dialogano tra di loro, mettono a disposizione saperi e competenze anche senza conoscersi, costruiscono il futuro del loro Paese e dell’umanità. È una forma di amore civile. Il lavoro è la grammatica della società, è il grande codice che fa comunicare anche senza conoscersi di persona.

Già San Giovanni Paolo II aveva affermato il valore profetico dell’attività umana: «Nel lavoro, grazie alla luce che dalla risurrezione di Cristo penetra dentro di noi, troviamo sempre un barlume della vita nuova, del nuovo bene, quasi come un annuncio dei “nuovi cieli e di una terra nuova”, i quali proprio mediante la fatica del lavoro vengono partecipati dall’uomo e dal mondo» (Laborem exercens 27). Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa “grammatica della società”, soffre di problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e su quello delle aziende. Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. Non è una novità nella storia dell’umanità. Ancora oggi, l’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace. Ma tra l’azione collettiva per la pace e quella per la guerra c’è una differenza fondamentale: una guerra distrugge le vite umane, il benessere di interi Paesi, danneggia l’ambiente, invece l’economia nei tempi di pace contribuisce allo sviluppo dei popoli. Costruire case e ricostruire edifici distrutti non sono lo stesso gesto etico, anche se si somigliano; le civiltà si smarriscono quando iniziano a confondere le costruzioni e le ricostruzioni, i lavori di chi costruisce le città e di chi le ricostruisce dopo le guerre, senza aver tentato tutto per poterle evitare. Nel suo primo discorso ai Diplomatici accreditati presso la Santa Sede, papa Leone XIV ha ribadito: «[…] la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari. […] Il pericolo è che ci si sogna, invece, nella corsa a produrre nuove armi sempre più sofisticate, anche mediante il ricorso all’intelligenza artificiale».

Viviamo, inoltre, in una stagione storica dell’Europa e del mondo in cui molti si stanno di nuovo esercitando nel “mestiere della guerra”, coinvolgendo anche le attività industriali e informatiche. Lo spirito dei tempi è cambiato: ci stiamo di nuovo abituando alla logica del riarmo e della deterrenza; come conseguenza, stiamo valutando i quasi ottant’anni di pace che l’Europa ha conosciuto come una parentesi, anche se non poche volte alcuni Paesi europei si sono coinvolti in conflitti scoppiati in tutto il mondo. Dimentichiamo che la pace in Europa è stata frutto di una immensa volontà politica, di istituzioni e di persone che questa pace hanno voluto e difeso, e lo hanno fatto anche, e soprattutto, con l’economia e con il lavoro. Sentiamo l’urgenza di orientare ogni attività umana alla pace, ed è il tempo di ribadire che il futuro si può costruire solo se ci poniamo ancora in ascolto della profezia di Isaia: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (Is 2,4). Sentiamo anche una grande responsabilità educativa verso le nuove generazioni, per eliminare ogni pretesto che possa spingere i giovani a immaginare il futuro come attesa per vendicare il sangue dei propri cari (cf. Francesco, Messaggio per la LVIII Giornata mondiale della pace Rimetti a noi i nostri debiti, concedici la tua pace, 8 dicembre 2024).

Constatiamo inoltre che il lavoro che è al servizio di obiettivi bellici investe ingenti risorse economiche sottraendole ad altre finalità, come ha sottolineato papa Leone XIV nel Messaggio per Giornata mondiale della pace del 2026, ricordando che le spese militari hanno raggiunto il 2,5% del PIL mondiale. Rileggendo la recente Nota pastorale dei Vescovi Educare ad una pace disarmata e disarmante, sentiamo l’esigenza di ribadire che è necessario rafforzare la normativa in materia di produzione delle armi, «irrobustendo i vincoli al loro possesso personale e il contrasto all’esportazione di manufatti bellici – anche indirettamente, tramite triangolazioni – verso Paesi impegnati in azioni offensive o a rischio di usi in violazione dei diritti umani» (138). Inoltre, occorre vigliare affinché «la speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare, contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi» (139). Va sostenuta anche la coscienza di chi lavora in questi ambiti e si chiede come contribuire a costruire la pace in tempi così difficili.

Il venerabile Vescovo Tonino Bello si rivolse agli operai costruttori di armi con queste parole: «Non ti esorto, almeno per ora, a quella forte testimonianza profetica di pagare, con la perdita del posto di lavoro, il rifiuto di collaborare alla costruzione di strumenti di morte. Ma ti incoraggio a batterti perché si attui al più presto, e in termini perentori, la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni, atti a migliorare la qualità della vita». Questo auspichiamo anche noi oggi: che ci sia una coraggiosa riconversione dal militare al civile, come incoraggiava lo stesso Giovanni Paolo II il 12 novembre 1983 parlando ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze: «Siano disertati i laboratori e le officine della morte per i laboratori della vita».

Il lavoro non può perdere la sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione buona tra gli uomini e con la natura. A volte la neghiamo, non la riconosciamo, e trasformiamo «gli aratri in lance». Ma il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno.

Roma, 25 marzo 2026
Solennità dell’Annunciazione del Signore

La Commissione Episcopale
per i problemi sociali e il lavoro,
la giustizia e la pace