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lunedì 21 settembre 2026

21 Settembre San Matteo apostolo ed evangelista - Alla scuola di Matteo...

21 Settembre San Matteo apostolo ed evangelista

Alla scuola di Matteo...

di Antonio Savone


Alla scuola di Matteo… è qui che ci lasciamo intrattenere dalla liturgia di questa festa. A questa scuola si apprende, anzitutto, che il Signore Gesù è il dono fatto dal Padre a una umanità che conosce sulla sua pelle i tratti della vulnerabilità e del limite. Non poche volte facciamo fatica a stare a contatto con la nostra personale dimensione di fragilità: ne proviamo vergogna e ribrezzo. Tanto è vero che finiamo per minimizzarla se non addirittura per mimetizzarla. Matteo si presenta per quello che è: peccatore pubblico. Immagino il suo stupore mentre, ancora intento alla sua occupazione, si sente dire: Seguimi! È un uomo consapevole della sua condizione ma non ha paura di manifestarsi così dinanzi a colui che è venuto per sanare chi si riconosce malato. Matteo ci insegna a stare a contatto con la verità di noi stessi senza maschere e con fiducia.

Alla scuola di Matteo, si apprende inoltre che lo sguardo del Signore è quello di un amore senza giudizio e senza pregiudizio, sguardo di vicinanza e di condivisione, sguardo di attenzione e di rispetto, sguardo di stima e di fiducia, sguardo capace di promuovere l’altro. Matteo, infatti, non solo è perdonato ma è addirittura abilitato a diventare per altri il segno della misericordia che gli è stata usata.

Alla scuola di Matteo, poi, si apprende che luoghi e tempi per essere incontrati da Dio non hanno nulla di speciale: non ci sono momenti della nostra quotidianità in cui non possa passare Gesù, se quel giorno Matteo ne ha fatto esperienza proprio mentre stava facendo qualcosa di non pulito e addirittura indegno sia da un punto di vista sociale sia da un punto di vista religioso.

Alla scuola di Matteo, ancora, si apprende la capacità di riconoscere e di cogliere le occasioni. Accorgersi, anzitutto. Cosa avrà avuto di diverso quell’uomo che gli chiedeva di seguirlo? Eppure… Penso alle volte in cui il Signore continua a passare nella mia vita e io non me ne accorgo, forse neppure sono capace di sollevare lo sguardo. Quante occasioni sono da me ritenute irrilevanti o non idonee e forse sono il canale privilegiato attraverso il quale il signore parla alla mia storia! La sollecitudine di Matteo è ciò che deve caratterizzare ogni nostra giornata, anche quelle che ci sembra siano da catalogare sul registro della lontananza dal Signore. Matteo ci invita a metterci in gioco senza se e senza ma.

Alla scuola di Matteo si apprende che l’essenza di una vita religiosa non consiste nel moltiplicare manifestazioni di devozione ma nel diventare misericordiosi come il Padre. L’incontro di Gesù con Matteo ci mette in guardia da un culto vuoto e da un linguaggio ipocrita.

A questa scuola si apprende pure che è necessario prestare attenzione a non cadere preda di quella tentazione secondo la quale è nostro compito dividere il mondo in giusti da una parte e ingiusti dall’altra, convinti di appartenere senz’altro al gruppo dei primi. È necessario anzitutto imparare a guardare se stessi.

Alla scuola di Matteo, infine, si apprende che ciò che rende possibile il vivere in maniera degna della chiamata ricevuta non è chissà quale predisposizione o dote personale. È, piuttosto, la fiducia che deriva dal fatto che il Signore non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. Proprio là dove il nostro limite è più evidente, quella è realtà nella quale il Signore si rende più manifestamente presente.
(fonte: A casa di Cornelio)


Il commosso e commovente grido di don Mimmo Battaglia a san Gennaro: "Fammi questa grazia, Gennaro. Fa’ che quando torneremo qui, tra un anno, l’unico sangue che avremo visto scorrere sia il tuo. Solo il tuo. E forse allora capiremo che il miracolo, finalmente, non è accaduto nell’ampolla. È accaduto nel mondo."

Il commosso e commovente grido 
di don Mimmo Battaglia a san Gennaro: 
"Fammi questa grazia, Gennaro. Fa’ che quando torneremo qui, tra un anno, l’unico sangue che avremo visto scorrere sia il tuo. Solo il tuo. E forse allora capiremo che il miracolo, finalmente, non è accaduto nell’ampolla. È accaduto nel mondo."

Il vescovo di Napoli, cardinale Domenico Battaglia, da tutti chiamato «don Mimmo» ha abituato i fedeli (non solo della sua diocesi, perchè le sue riflessioni hanno spesso una risonanza nazionale) ai suoi discorsi molto belli, sofferti, anche duri ma ricchi di speranza e anche nel giorno della celebrazione del patrono, il 19 settembre, dopo l'annuncio dell'avvenuto prodigio di San Gennaro, non è stato da meno. 
La sua omelia dall'altare del Duomo è una invocazione diretta al Santo martire, una speciale richiesta di grazia per il prossimo anno. 
L'omelia è stata più volte interrotta dalla commozione del vescovo, che è anche l'emozione e le lacrime di tanti in Duomo, viene applaudita diciotto volte, forse è la più applaudita dei dieci anni del suo episcopato.


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Omelia nella Solennità di San Gennaro

“FAMMI QUESTA GRAZIA, GENNARO!”

Doppio monito di don Mimmo Battaglia: 
«La camorra è bestemmia: ruba il futuro ai ragazzi e fa del sangue una moneta!» «Basta bambini sotto le macerie, basta madri senza figli, basta guerre!»

“Sorelle e fratelli,
quest’anno vorrei chiedere a San Gennaro una grazia.
Ma non per oggi. Per l’anno prossimo.

È una grazia strana, lo so. Forse perfino troppo grande.
Ma i santi servono anche a questo: a ricordarci che ci sono preghiere che sarebbe vigliacco non avere il coraggio di pronunciare.

Gennaro, se il tuo sangue deve sciogliersi, si sciolga ancora.
Ma fammi questa grazia: quando torneremo qui, il prossimo anno, fa’ che l’unico sangue di cui dovremo parlare sia il tuo. L’unico sangue versato. L’unico sangue che avremo atteso di vedere scorrere. Il tuo.

Nessun altro. Perché non voglio più venire qui, davanti alla tua ampolla, e dover dire che il tuo sangue assomiglia a quello dei bambini uccisi.

Non voglio più dover dire che il tuo sangue si mescola idealmente a quello delle vittime innocenti.
Non voglio più nominare la Palestina. Non voglio più nominare l’Ucraina.
Non voglio più aggiungere il nome dell’ennesima terra ferita, dell’ennesima città distrutta, dell’ennesima madre che stringe un corpo troppo piccolo tra le braccia.

Non perché voglia dimenticarli. Ma perché voglio che non ce ne sia più bisogno.

Sono stanco di un’umanità che prima produce vittime e poi costruisce monumenti per piangerle.
Sono stanco delle nostre commemorazioni perfette e delle nostre paci impossibili.
Sono stanco di vedere l’uomo diventare bravissimo a contare i morti e terribilmente incapace di smettere di farli.

E davanti a te, Gennaro, oggi non voglio abituarmi. Perché forse il male più grande non è nemmeno la guerra. Il male più grande è abituarsi alla guerra.

È svegliarsi la mattina, accendere un telefono, vedere una città bruciare e continuare a fare colazione.
È ascoltare il numero dei morti e non vedere più i morti. Cinquanta. Cento. Mille.

Come se oltre una certa cifra il dolore smettesse di avere un nome.
Come se un bambino morto cento volte diventasse una statistica.

No. Il sangue non è una statistica. Il sangue ha sempre un nome. Ha una madre. Ha una casa. Ha un odore. Ha qualcuno che quella sera continuerà ad apparecchiare un posto in più, almeno con gli occhi.

Ed è per questo che il Vangelo di oggi mi fa paura.
Gesù dice: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me».

Il mondo. Non questa terra bellissima. Non gli uomini e le donne che Dio ama.
Nel Vangelo di Giovanni il “mondo” è anche un meccanismo.
È quel sistema invisibile che comincia a funzionare ogni volta che un uomo decide che la vita di un altro vale meno della propria.

Il mondo comincia lì. Quando l’altro diventa un ostacolo. Quando l’altro diventa un numero. Quando l’altro diventa un bersaglio. Quando l’altro non è più fratello, ma nemico.
E allora tutto diventa possibile. Diventano possibili le bombe. Le rappresaglie. I massacri. Le fosse. I bambini sotto le macerie. Diventa possibile perfino inventare parole eleganti per non chiamare le cose con il loro nome. Ma una madre che perde un figlio non conosce il linguaggio della geopolitica.
Conosce soltanto una parola. Figlio. E quella parola dovrebbe bastare a fermare il mondo.

Per questo oggi, davanti al sangue di Gennaro, vorrei che da Napoli partisse un grido. Non un comunicato. Non una prudente dichiarazione. Un grido.

Fermatevi.
Fermatevi. Voi che avete in mano le armi. Voi che date gli ordini. Voi che disegnate confini sulle carte mentre altri li segnano con il sangue. Voi che pensate che una vittoria possa ancora chiamarsi vittoria quando bisogna costruirla sopra il corpo di un bambino.

Fermatevi. Perché non esiste bandiera abbastanza grande da coprire la bara di un innocente.

Non esiste ragione di Stato capace di restituire un figlio a sua madre. Non esiste vittoria militare che possa trasformare il sangue di un bambino in qualcosa di giusto. La pace avrà certamente bisogno della politica. Avrà bisogno della diplomazia. Avrà bisogno del diritto.
Ma prima ancora avrà bisogno di una cosa molto più semplice e infinitamente più difficile: riconoscere nell’altro un uomo. Soltanto un uomo. E dovrebbe bastare.

Ma sarebbe troppo facile oggi guardare lontano. Palestina. Ucraina. Le guerre del mondo. Perché il Vangelo non ci permette mai di usare il dolore lontano per non vedere quello che accade sotto casa.

E allora devo parlare a te, Napoli. A te, città mia.

Perché anche tu conosci il sangue. Lo conoscono i tuoi vicoli. Lo conoscono certe madri che hanno imparato a riconoscere il rumore di uno sparo. Lo conoscono i ragazzi a cui qualcuno ha insegnato troppo presto che una pistola può dare più rispetto di un libro. Lo conoscono le famiglie che abbassano gli occhi. I commercianti che hanno paura. Gli uomini e le donne a cui viene chiesto di scegliere tra il coraggio e la sopravvivenza.

La camorra è guerra.

Una guerra senza dichiarazione. Senza divise. Senza trattati di pace. Ma è guerra.
Perché ogni volta che un ragazzo viene arruolato dalla strada abbiamo perso una battaglia.

Ogni volta che un bambino cresce pensando che il denaro facile sia l’unica strada possibile, abbiamo perso una battaglia.
Ogni volta che una madre teme che suo figlio non torni a casa, abbiamo perso una battaglia.
Ogni volta che qualcuno compra il silenzio di un quartiere, abbiamo perso una battaglia.

E permettetemi di dirlo con chiarezza: non c’è nulla di religioso nella camorra. Nulla.

Non basta una medaglia al collo. Non basta un’immagine sacra sul comodino.
Non basta inchinarsi davanti a una statua. Puoi accendere cento candele a San Gennaro: se spegni la vita di tuo fratello, quelle candele non fanno luce.
Puoi portare una Madonna sulle spalle, ma se sulle spalle degli altri hai caricato paura, ricatto e violenza, quella processione non ti assolve. Puoi perfino pronunciare il nome di Dio. Ma Dio non diventa complice perché qualcuno ne pronuncia il nome.

La camorra è bestemmia.

È bestemmia perché prende ciò che Dio ha creato libero e lo rende schiavo. Prende un ragazzo e gli ruba il futuro. Prende un quartiere e gli ruba la fiducia. Prende il bisogno e ne fa mercato. Prende la paura e ne fa potere. Prende il sangue e ne fa moneta.

E allora, Gennaro, anche qui: facci la grazia. Liberaci. Ma non soltanto dai camorristi. Sarebbe troppo comodo. Liberaci dalla mentalità camorristica. Dal favore chiesto invece del diritto. Dalla raccomandazione invece del merito. Dal silenzio quando dovremmo parlare. Dalla convenienza quando dovremmo scegliere. Dall’idea che essere furbi sia meglio che essere giusti. Dal pensare: «Non mi riguarda». Perché è precisamente con milioni di «non mi riguarda» che il male costruisce i suoi regni.

Il martire invece è l’uomo a cui tutto riguarda. Gennaro è qui per questo.

Non perché il suo sangue faccia spettacolo. Ma perché il suo sangue faccia memoria.

Un uomo, un giorno, ha preferito perdere la vita piuttosto che consegnare la propria coscienza al potere. Questo è un martire. Uno che dice al mondo: tu puoi prendere il mio corpo, ma non avrai la mia libertà.

E forse per questo il suo sangue continua ancora a inquietarci. Perché noi veniamo qui per vedere se il sangue si scioglie. Ma forse è Gennaro che viene qui per vedere se ci siamo sciolti noi.

Se si è sciolta la nostra durezza. Se si è sciolta la nostra indifferenza. Se si è sciolta quella terribile crosta che ci permette di sapere tutto e di non sentire più niente.

Quest’anno però, Gennaro, voglio chiederti di più. Non mi basta domandarti di sciogliere i nostri cuori.

Ti chiedo una cosa quasi impossibile. E forse proprio per questo te la chiedo.

Fammi la grazia dell’anno prossimo.

Fa’ che il 19 settembre dell’anno prossimo possiamo entrare in questa Cattedrale senza dover aggiungere un’altra guerra all’elenco. Fa’ che nessuno abbia bombardato una casa.
Che nessuno abbia sparato a un ragazzo. Che nessuno abbia scavato una fossa. Che nessuna madre abbia dovuto riconoscere suo figlio da una scarpa, da una fotografia, da un brandello di vestito.

Fa’ che i potenti abbiano avuto finalmente il coraggio di essere più grandi delle loro armi.
Fa’ che chi vive di guerra abbia scoperto la vergogna.
Fa’ che chi vive di camorra abbia scoperto che esiste una vita diversa.
Fa’ che chi ha paura trovi qualcuno disposto a camminargli accanto.
Fa’ che Napoli non debba più seppellire i suoi ragazzi.
Fa’ che i bambini della Palestina possano tornare semplicemente bambini.
Fa’ che i bambini dell’Ucraina possano imparare il suono della notte senza dover distinguere un tuono da un missile.
Fa’ che in ogni terra la parola domani torni a significare qualcosa.

E permettimi, Gennaro, di consegnarti anche un desiderio. Un desiderio che vorrei trasformare in una promessa. Vorrei che il prossimo anno, quando torneremo qui a celebrare ancora una volta la tua festa, potessimo venire davanti a te non soltanto per chiederti qualcosa, ma per ringraziarti di qualcosa che sarà accaduto nella nostra città. Vorrei poterti dire: grazie, Gennaro, perché Napoli ha finalmente scelto di prendersi cura dei suoi bambini e dei suoi ragazzi. Perché abbiamo imparato a non accorgerci di loro soltanto quando una tragedia esplode, quando un ragazzo muore, quando una periferia diventa il volto di una ferita che avremmo dovuto vedere prima. Grazie perché abbiamo imparato a prenderci cura prima. Prima che una difficoltà diventi abbandono, una fragilità diventi rabbia, la solitudine diventi violenza, un ragazzo smetta di credere di avere un posto nel mondo.

Vorrei ringraziarti perché avremo avuto il coraggio di mettere davvero i più piccoli al centro. Non dei discorsi, ma delle scelte. Della politica, della comunità tutta, della nostra città. Perché Napoli non può essere grande soltanto nelle sue piazze, nei suoi monumenti, nella sua bellezza e nella sua capacità di attirare il mondo. Una città è davvero grande quando sa prendersi cura delle persone che quella bellezza la abitano, soprattutto delle persone più fragili.

E l’anno prossimo vorrei poterti ringraziare anche per un altro miracolo: quello di una città che ha imparato a unire le proprie forze. Perché Napoli ha tante energie, tante persone generose, tante realtà che ogni giorno si spendono. Ma abbiamo bisogno di imparare a camminare insieme. A fare cordata.

Una cordata vera: non una fotografia nella quale tutti stanno insieme per un giorno, ma una responsabilità reciproca. Sapere che se uno scivola, l’altro lo tiene. Che la salita non appartiene al più forte, ma a tutti. Che per andare più in alto bisogna legare la propria vita a quella degli altri.
Tra istituzioni e cittadini. Tra scuola e famiglia. Tra Chiesa e territorio. Tra associazioni e servizi. Tra chi ha responsabilità pubbliche e chi ogni giorno vive nelle periferie. Tra chi possiede competenze e chi porta sulle proprie spalle l’esperienza concreta delle ferite. Una cordata nella quale nessuno pensi di poter fare tutto da solo. E nessuno si senta autorizzato a dire: «Non è affar mio».

E allora, San Gennaro, se il prossimo anno potremo tornare qui e dirti che Napoli ha cominciato davvero a fare questo, io vorrei ringraziarti. Non perché avremo risolto tutto, né perché saremo diventati una città perfetta. Ma perché avremo scelto una direzione: stare dalla parte dei più piccoli, mettere in comune le nostre forze, non lasciare indietro nessuno.

E allora sì, Gennaro. Il prossimo anno torneremo. Apriremo quella cassaforte. Prenderemo l’ampolla.
La solleveremo ancora davanti a questa città. E qualcuno domanderà: «Il sangue si è sciolto?»
E io vorrei poter rispondere: Sì. Si è sciolto. Ed è l’unico. L’unico sangue versato che oggi ricordiamo.

L’unico sangue che abbiamo aspettato. L’unico sangue che scorre davanti ai nostri occhi.
Perché fuori da questa Cattedrale nessun uomo ha versato quello di suo fratello.

Quello sì sarebbe il miracolo. Non soltanto il sangue di un martire che torna liquido. Ma un’umanità che finalmente smette di versare il sangue dei suoi figli. E una città che diventa una cordata di fraternità.

Perciò oggi te lo chiedo. Come figlio di questa città. Come vescovo. Come uomo.
Gennaro, se il tuo sangue vuole sciogliersi, si sciolga ancora. Ma poi basta. Basta sangue.

Basta ragazzi uccisi. Basta bambini sotto le macerie. Basta madri senza figli. Basta uomini convinti che uccidere sia una soluzione. Basta mafie. Basta camorre. Basta guerre.

Fammi questa grazia, Gennaro. Fa’ che quando torneremo qui, tra un anno, l’unico sangue che avremo visto scorrere sia il tuo. Solo il tuo. E forse allora capiremo che il miracolo, finalmente, non è accaduto nell’ampolla. È accaduto nel mondo.

Amen.

Napoli, 19 settembre 2026

+ don Mimmo Battaglia
Cardinale Arcivescovo
(fonte: Chiesa di Napoli)



ANGELUS 20/09/2026 - Leone XIV: "Dio è per tutti non solo per qualcuno”


ANGELUS

Piazza San Pietro 
Domenica, 20 settembre 2026

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Leone XIV:  "Dio è per tutti non solo per qualcuno”



Si apre la finestra dello studio del Palazzo Apostolico. Il papa si affaccia. Gran tripudio di applausi e cori: un popolo fedele che ama il suo pontefice e ama stare con lui la domenica, il giorno del Signore. E' domenica. E' il momento dell'Angelus.

Papa Leone XIV si rivolge così al popolo che gremisce piazza San Pietro: "Nella liturgia di oggi, il Signore, per bocca del profeta Isaia, ci dona un grande motivo di speranza, dicendoci che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri e le sue vie non sono le nostre vie. Sì, i disegni di Dio sono infinitamente più grandi e, diciamo pure, più "umani" rispetto a quelli che noi uomini e donne, segnati dal peccato, possiamo concepire e realizzare". Cattura subito l'attenzione.

Il pontefice, poi, si sofferma sulla nostra resistenza nell'entrare nelle novità che Dio ci riserba. E poi un approfondimento del Vangelo di oggi, sulla parabola dei lavoratori nella vigna del Signore: “chi per una giornata intera, chi soltanto per qualche ora, chi già quasi al tramonto” ricorda papa Leone XIV. Il centro di tutto è nella retribuzione: “Quando il padrone mantiene la parola con i lavoratori della prima ora e li paga come d'accordo, ma vuole che vedano la sua bontà e, davanti ai loro occhi, tratta gli ultimi allo stesso modo”. Questo insegna, secondo il pontefice, semplicemente che “Dio è per tutti, non solo per qualcuno”.

E spiega: "Dio ha vie diverse e pensieri nuovi anche per coloro che si ritengono i primi e ritengono di aver guadagnato ciò che sono, di aver meritato i risultati che hanno raggiunto. Tutti, invece, guadagniamo gioia, intelligenza e futuro quando la legge dell'amore interrompe quella del calcolo, l'esperienza della misericordia allargata quella del merito, il dono della pace sospende le rivalità e avvicina nella gratitudine".

E concludono: "Fratelli e sorelle, è una grazia essere collaboratori di Dio, lavorare nella sua vigna, servire il suo Regno di giustizia e di pace! Non c'è spazio per l'invidia e la divisione là dove irrompe la novità di Dio. Cerchiamo, dunque, il Signore, mentre si fa trovare, invochiamolo, mentre è vicino; abbandoniamo le vie distorte e i pensieri iniqui".

E dopo la preghiera dell'Angelus, papa Leone XIV riprende la parola per esprimere la sua attenzione e preoccupazione per " la crisi umanitaria in atto in alcune zone della Somalia, dove episodi di violenza e fenomeni climatici estremi stanno aggravando le già precarie condizioni di vita della popolazione, in particolare di donne e bambini. Auspico un generoso coinvolgimento della comunità internazionale, aiutando non manchi a questi nostri fratelli e sorelle l'assistenza necessaria".
(fonte: ACI Stampa, articolo di Antonio Tarallo 20/09/2026).

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PAPA LEONE XIV

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Nella liturgia di oggi, il Signore, per bocca del profeta Isaia, ci dona un grande motivo di speranza, dicendoci che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri e le sue vie non sono le nostre vie (cfr Is 55,8). Sì, i disegni di Dio sono infinitamente più grandi e, diciamo pure, più “umani” rispetto a quelli che noi uomini e donne, segnati dal peccato, possiamo concepire e realizzare. Perciò, ecco l’appello quanto mai attuale del profeta: abbandonare le nostre vie distorte e ritornare al Signore, che è misericordia e perdono (vv. 6-7).

Nel Vangelo, le parabole di Gesù descrivono la novità di ciò che Dio ha in serbo per noi, ma in genere manifestano anche la resistenza che siamo pronti a opporre a una giustizia più generosa e a un amore più grande. Oggi, in particolare, ascoltiamo il racconto degli operai chiamati a lavorare nella vigna (cfr Mt 20,1-16), chi per una giornata intera, chi soltanto per qualche ora, chi già quasi al tramonto. Ma il centro della parabola è nel momento della retribuzione, quando il padrone mantiene la parola con i lavoratori della prima ora e li paga come d’accordo, ma vuole che vedano la sua bontà e, davanti ai loro occhi, tratta gli ultimi allo stesso modo.

Un dettaglio, infatti, non deve sfuggirci. Il padrone indica al fattore un preciso ordine da seguire: gli operai andranno pagati «incominciando dagli ultimi fino ai primi» (Mt 20,8). La reazione negativa di chi aveva lavorato tutto il giorno si sarebbe, dunque, potuta evitare facilmente, invece è voluta, perché la rivelazione della bontà di Dio è per tutti, non solo per qualcuno. Dio ha vie diverse e pensieri nuovi anche per coloro che si ritengono i primi e ritengono di essersi guadagnati ciò che sono, di aver meritato i risultati che hanno raggiunto. Tutti, invece, guadagniamo gioia, intelligenza e futuro quando la legge dell’amore interrompe quella del calcolo, l’esperienza della misericordia allarga quella del merito, il dono della pace sospende le rivalità e avvicina nella gratitudine.

Fratelli e sorelle, è una grazia essere collaboratori di Dio, lavorare nella sua vigna, servire il suo Regno di giustizia e di pace! Non c’è spazio per l’invidia e la divisione là dove irrompe la novità di Dio. Cerchiamo, dunque, il Signore, mentre si fa trovare, invochiamolo, mentre è vicino; abbandoniamo la vie distorte e i pensieri iniqui (cfr Is 55,6-7)!

Guardiamo alla nostra Madre Santissima: è creatura come noi, ma è senza macchia, perciò ci aiuta a sperare in Dio e ad affidarci alla sua misericordia, così che le sue vie diventino le nostre vie e i suoi pensieri diventino i nostri pensieri.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

Seguo con grande preoccupazione la crisi umanitaria in atto in alcune zone della Somalia, dove episodi di violenza e fenomeni climatici estremi stanno aggravando le già precarie condizioni di vita della popolazione, in particolare di donne e bambini. Auspico un generoso coinvolgimento della comunità internazionale, affinché non manchi a questi nostri fratelli e sorelle l’assistenza necessaria.

Ed ora rivolgo il mio saluto a tutti voi, romani e pellegrini!

Do il benvenuto al Vescovo e ai fedeli della diocesi di Toruń, in Polonia, che visitano in Italia i luoghi dei miracoli eucaristici; come pure alle famiglie provenienti dalla diocesi di Spiš, in Slovacchia.

Saluto i Padri Gesuiti che iniziano il loro nuovo percorso di studi a Roma; e il gruppo della Parrocchia romana della Sacra Famiglia di Nazareth, con la Polisportiva Centocelle e l’Oratorio “San Giuseppe Manyanet”.

Invio la mia benedizione alla popolazione di Pescantina, presso Verona, che oggi si stringe intorno al Monumento agli Ex Internati, per ricordare quanti sono stati deportati e prigionieri durante la II Guerra Mondiale. Lo faccio per sottolineare che non bisogna dimenticare, ma imparare dalla storia per non ricadere negli errori del passato.

Carissimi, vi ringrazio di essere venuti. Buona domenica a tutti!



domenica 20 settembre 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
20 settembre 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, i pensieri di Dio sono ben distanti dai nostri e le sue logiche a noi sembrano semplici follie. Consapevoli di non saper bene cosa sia opportuno domandare, ci uniamo al Figlio Cristo Gesù ed in Lui con fiducia ci rivolgiamo a Dio Padre, dicendo:


R/   Per amore del tuo Figlio, ascoltaci Padre

 

Lettore


- Tu vuoi, o Padre, che il tuo Regno di amore si realizzi fin d’ora su questa terra. Fa’ che la tua Chiesa, il Popolo che tu hai scelto, diventi sempre più segno e strumento della tua volontà di voler radunare tutti i popoli in un’unica famiglia, dove ognuno sia riconosciuto nella sua dignità di figlio e di figlia. Preghiamo

- Manda, o Padre, un raggio della tua luce in questo nostro mondo sempre più avvolto dalle tenebre dell’odio, del delirio di onnipotenza, del rifiuto di ogni via di dialogo e di riconciliazione. Ispira a popoli e governanti pensieri di pace, affinché escano da logiche di supremazia, di corsa agli armamenti per non cadere nell’abisso del non-senso. Preghiamo. 

- Ti affidiamo, o Padre, questo nostro Paese e quanti hanno responsabilità di governo. Aiutaci a saper affrontare le tante crisi che ci riguardano, senza cadere in inutili contrapposizioni, che servono soltanto a lacerare il nostro fragile tessuto sociale. In modo particolare ti affidiamo i ragazzi tredicenni con le loro solitudini e la loro facile tendenza a spettacolizzare la violenza. Preghiamo

- Non distogliere, o Padre, il tuo sguardo dalle nostre famiglie. Sii vicino a quelle provate dalle malattie o da problemi economici. Fa’ che tutte possano sentire la tua presenza amorosa e, in obbedienza a Cristo Gesù, poter ripetere la preghiera, che Lui stesso ci ha consegnato, la preghiera che ci rende figli e figlie, e fratelli e sorelle. Preghiamo

- Davanti a te, o Padre, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo dei migranti che continuano a morire nel Mar Mediterraneo e nei campi di detenzione e di tortura, delle vittime della violenza nelle famiglie e delle vittime della fame e dell’indigenza. Mostra verso tutti il tuo Volto di Padre Buono e compassionevole.   Preghiamo.



Per chi presiede

Ascolta, o Padre, le nostre preghiere, che rivolgiamo a Te per collaborare con generosità al tuo disegno di liberazione e di salvezza, come operai nella vigna della Chiesa e del mondo. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

AMEN.


Cittadinanza onoraria al cardinale Pizzaballa: “Bologna è parte della mia vita. Porterò questa città sempre con me”


Cittadinanza onoraria al cardinale Pizzaballa:
“Bologna è parte della mia vita.
Porterò questa città sempre con me”

Il patriarca di Gerusalemme durante la cerimonia a Palazzo d’Accursio: “Sono emozionato e onorato. Una cittadinanza rappresenta un legame di cui prendersi cura”


Bologna, 18 settembre 2026 – “Essere qui e ricevere questo riconoscimento è un'emozione particolare. Per me vuol dire tornare in un luogo al quale devo una parte importantissima di ciò che sono”. Così il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, ha commentato e accolto il conferimento della cittadinanza onoraria di Bologna, questa mattina in Consiglio comunale.

Il cardinale: "Bologna era già parte della mia vita”

“Bologna era già parte della mia vita. Oggi voi mi dite che anch'io sono parte della vostra. Ed è questo più di ogni altra cosa che mi onora”. Pizzaballa ha studiato ed è stato ordinato sotto le Due torri. Ma non è solo questo il motivo: l'aula di Palazzo d'Accursio ha votato all'unanimità l'onorificenza perché si riconosce nei valori di pace e dialogo portati avanti dal cardinale. L’ordine del giorno, frutto di un accordo tra maggioranza e minoranza, era stato presentato dalle consigliere Cristina Ceretti (Partito democratico) e Samuela Quercioli (Bologna ci piace) e dalla delegata del Sindaco Rita Monticelli, e sottoscritto dai gruppi consiliari Partito democratico, Coalizione civica, Lepore sindaco, Anche tu conti, Fratelli d’Italia, Lega Salvini premier, Misto, Forza Italia.


Il forte legame con la città delle Due Torri

Una presa di posizione forte, cui è corrisposta questa mattina una altrettanto forte, emozionata presenza di Bologna, sia laica che ecclesiastica, a Palazzo D’Accursio. D’altronde Pizzaballa ha profondi legami con la città, dove ha conseguito la Professione Solenne presso la Chiesa di Sant'Antonio nel 1989 ed è stato ordinato sacerdote nel 1990, nella Cattedrale di San Pietro.

Un riferimento costante, si legge nella motivazione del riconoscimento, non solo per la comunità cristiana, ma per chiunque riconosca nella pace e nel dialogo interculturale e interreligioso una via concreta alla convivenza tra i popoli. Maria Caterina Manca, presidente del Consiglio comunale, lo ha detto subito: “Bologna si riconosce nei suoi valori più profondi. Grazie”.

Il cardinale ringrazia, poi va oltre: “Vorrei che un po' delle sofferenze e della speranza della Terra Santa potesse trovare qui ascolto e casa. E lo farò. Sono un po' in imbarazzo, -non volevo fare l'eroe, o insegnare nulla -. Ma esserci, metterci la faccia. Impegnarsi e fare di tutto per salvare non solo l'umanità, ma anche il desiderio di vita, di pace e di serenità per tutti". Ricevere la cittadinanza onoraria, dunque, per il cardinale “è soprattutto un legame. Essere cittadini significa appartenere a una storia, riconoscere dei legami e accettare che comportino una responsabilità. Una cittadinanza, anche quando è onoraria, non dovrebbe restare soltanto qualcosa che si riceve, dovrebbe diventare un legame di cui prendersi cura. Lo farò”.


Le parole di Pizzaballa: “Quando tornerò a Gerusalemme, questo vostro gesto mi ricorderà che anche una responsabilità difficile può essere condivisa”

Con la cittadinanza onoraria, dunque, "da oggi porterò con me in una forma nuova anche Bologna. E vorrei che un po' di ciò che Bologna mi ha dato continuasse ad accompagnarmi là dove sono chiamato a vivere e a servire. Quando tornerò a Gerusalemme, questo vostro gesto mi ricorderà che anche una responsabilità difficile può essere condivisa, che non tutto deve essere sostenuto da soli".

Bologna, ha concluso il neocittadino onorario nel suo primo discorso da bolognese, "con la sua tradizione conosce bene il valore dell'incontro, della discussione e della partecipazione. E mi ha particolarmente colpito sapere che il Consiglio comunale ha approvato questa cittadinanza non solo all'unanimità, ma anche molto velocemente".

Il sindaco Lepore: “L'unica strada è essere testimoni di pace”

La soddisfazione di Bologna è rappresentata dalle parole dell’emozionato sindaco Matteo Lepore: “La cittadinanza onoraria al cardinale è anche un'assunzione di responsabilità, per noi. Per continuare a essere una città nella quale le differenze non devono diventare divisioni, nella quale la memoria non diventa vendetta e la parola pace non viene pronunciata come una formula di rito, ma come un impegno concreto”.

Bologna, spiega Lepore, "vuole continuare a essere un ponte verso la Terra Santa. Sappiamo che essere coerenti non sarà facile: richiederà un grande dibattito, grande forza di volontà, essere anche controcorrente e prendere posizione. Però crediamo di dover impegnare in questo senso la nostra comunità e le chiediamo di aiutarci. Bologna sa quanto sia importante stare accanto alle vittime, rifiutando la logica della vendetta e della punizione collettiva, chiedendo sempre verità e giustizia. Bologna sa che bisogna coltivare la memoria, superando depistaggi e propaganda che inquinano la democrazia. Ma soprattutto questa città sa che la prima cosa da fare è ergersi al fianco delle vittime e dei diritti umani. La violenza non si può certo confinare da una parte o dall'altra. L'unica strada è essere testimoni di pace”.

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa e il sindaco Matteo Lepore

Una cerimonia sentita e affollata: presente anche il cardinale Matteo Zuppi

Una cerimonia sentita e affollata, quella di questa mattina. Tra i tanti presenti il cardinale Matteo Zuppi, presidente Cei e arcivescovo di Bologna, l'ex premier Romano Prodi, e i rappresentanti delle comunità ebraiche e islamiche di Bologna, Daniele De Paz e Yassine Lafram, a cui Pizzaballa ha stretto la mano al termine della cerimonia. Per la Regione il presidente Michele de Pascale ha delegato la consigliera Simona Lembi, per la quale "Bologna si conferma la città dei diritti civili e della pace, a partire dalla ferma condanna di quanto sta avvenendo in Palestina”.

La cerimonia a Palazzo d'Accursio

“L'uso dell'IA in guerra è un esempio di deumanizzazione dell'altro”

E su questo versante, dopo la consegna della cittadinanza onoraria Pizzaballa si è soffermato su alcuni aspetti dell’odierna situazione internazionale: “L'uso dell'intelligenza artificiale in guerra – ha detto – è un esempio di deumanizzazione dell'altro: è molto più facile delegare a un algoritmo una certa decisione. Purtroppo è un fatto che l'intelligenza artificiale è usata anche nell'operazione bellica. Ed è un fatto che dobbiamo interrogarci sulle responsabilità etiche, sulle procedure, sulle catene di comando”.

Il patriarca di Gerusalemme parla poi delle elezioni in Israele, in programma tra qualche settimana: “Non credo che ci saranno cambiamenti messianici. La situazione è sempre la stessa a Gaza, di paralisi totale. Non si muove nulla dal punto di vista politico e la ricostruzione di fatto non è ancora cominciata”.

Sulla situazione umanitaria, infine, il commento è amaro: “Resta grave come sempre, con un deterioramento continuo in Cisgiordania a causa delle aggressioni da parte dei coloni. Devo dire però che trovo la risposta dentro la società, sia italiana che palestinese, sempre più determinata”. Sul ruolo dell'Italia e dell'Europa, infine: "Assistono. La comunità internazionale è fragile, speriamo che le cose cambino. Dal punto di vista umanitario l'Italia è tra i Paesi più attivi".

“La Chiesa non è neutrale, perché è per la pace che è di tutti"

Il cardinale Zuppi, nel suo discorso a margine della consegna del riconoscimento, aveva citato le parole del cardinale Lercaro: “La Chiesa non è neutrale, perché è per la pace che è di tutti. Con la sua testimonianza, il patriarca di Gerusalemme ci ha coinvolto in questo dolore infinito. Ha parlato per tutte le vittime. Ci ha ricordato la deumanizzazione dell'altro. L'odio ha creato un circolo di vittime contro altre vittime che poi col tempo irrigidisce gli animi e rende sempre più difficile aprire cammini di riconciliazione. Pizzaballa "invita a vivere il rifiuto della violenza, perché non cadiamo nella trappola di usare le parole di odio, di condividere notizie false, di non distinguere la critica dall'insulto”.
(fonte: Il resto del Carlino 18/09/2026)

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Leggi anche il testo integrale del card. Pizzaballa

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 46 - 2025/2026 - XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:
Mt 20,1-16

Attraverso questa parabola Gesù rivela come tutto ciò che siamo e abbiamo è puro dono di Grazia elargito a quanti sono chiamati dal Padre a lavorare nel e per il Regno, sia a quelli che faticano dalla prima ora, come a chi ha lavorato un'ora soltanto. «La parabola è un Vangelo in nuce, molto simile al capitolo 15 del Vangelo di Luca» (cit.). Essa è in netto contrasto con l'etica del merito e accentua la gratuità del Padre che eccede ogni nostra possibile pretesa. La ricompensa, che è l'amore gratuito del Padre, è per tutti, un amore che non è possibile guadagnare col proprio lavoro perché è pura gratuità. Se non riusciamo a comprendere questo, rischiamo di preferire il dono a Colui che ce lo dona, ci serviamo di Dio per ottenere qualcosa che amiamo più di Lui. Amiamo il Signore non per se stesso, ma per la ricompensa. L'amore di Dio non è da guadagnare, tanto meno da meritare (l'amore meritato è meretricio), ma da accogliere e condividere con tutti. Se ne facciamo oggetto di guadagno o di merito, lo trasformiamo in possesso che ci allontana dalle logiche del Regno. «Come il fratello maggiore che non vuole entrare a prendere parte al banchetto, perché preferisce rimanere con i suoi meriti piuttosto che con il Padre e con il fratello» (cit.). Ci rifiutiamo di accettare che Dio sia Dio, lo vorremmo a nostra immagine e somiglianza, un piedistallo per il nostro orgoglio. Sappiamo bene, invece, che la salvezza non viene dalle opere, ma siamo salvati per Grazia, chiamati ad essere «benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandoci a vicenda come anche Dio, in Cristo, ha perdonato noi» (Ef 4,32).


sabato 19 settembre 2026

DIO GENEROSO, NON INGIUSTO - "Il padrone della vigna non annulla la giustizia, la supera. Non ingiusto verso i primi, ma generoso verso gli ultimi." - XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

DIO GENEROSO, NON INGIUSTO


Il padrone della vigna non annulla la giustizia, la supera. 
Non ingiusto verso i primi, ma generoso verso gli ultimi.


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. (...)  Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».   Mt 20,1-16
  

DIO GENEROSO, NON INGIUSTO
 
Il padrone della vigna non annulla la giustizia, la supera. Non ingiusto verso i primi, ma generoso verso gli ultimi.

Della mia infanzia contadina ricordo bene che il vigneto era per tutti il campo più curato e amato. Lo è anche per lo strano padrone di questa parabola: esce per ben cinque volte dall’alba, in cerca di lavoratori, fino al tramonto, quando assume operai per un’ora soltanto. Il tempo di arrivare, spiegare, dare i primi colpi di zappa, ed è già l’ora di una paga da pochi centesimi. Perché lo fa? La frase rivelativa suona così: Perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente? È di loro che si interessa, di quegli uomini senza lavoro, seduti ad aspettare poco più del nulla, piombati dentro la cultura dello scarto. Mi piace tanto questo Dio che si avvicina, scuote chi si è adagiato e fa ripartire la vita.

E poi viene il cuore della parabola: il momento della paga. Senza logica apparente incomincia dagli ultimi, i meno produttivi e i meno stanchi. E i primi devono assistere ad un evento inaudito: un’ora di lavoro pagata quanto una giornata intera. Il padrone della vigna non annulla la giustizia, la supera: “quanto il cielo sovrasta la terra tanto le mie vie sovrastano le vostre vie” (Isaia 55,9). Non ingiusto verso i primi, ma generoso verso gli ultimi.

La nostra speranza è davvero in un Dio per il quale i due spiccioli della vedova valgono più delle ricche offerte dei ricchi; per il quale l’uomo viene prima del denaro, la persona prima del capitale, il bisogno prima dei meriti.

Poi si apre l’ora dei mugugni: i primi pensavano che avrebbero ricevuto di più. Se oggi è così generoso, chissà cosa darà a noi! Invece ricevono il denaro pattuito, e reclamano: non è giusto, dovevi dare a loro di meno e a noi di più!

Mi conforta un dettaglio. Ci hanno sempre detto: forza, sbrigati, avanti, c’è poco tempo… Nella parabola questo padrone ci rasserena: non c’è ansia o fretta, c’è invece pazienza e tempo. Il tempo è il messaggero di Dio. Non temere piccolo lavoratore arrivato ultimo: lui troverà il tempo, verrà a cercarti, sarà lui a varcare la distanza, lui a colmare il vuoto.

Quale il vantaggio di esser stato un lavoratore della prima ora? Forse nella paga finale più alta? No, ma è nella felice coscienza di aver messo mano alla fecondità e alla bellezza del mondo, aver lavorato per grappoli d’amore nel mio angolo di terra, nel fazzoletto di vigna che mi è dato in sorte, per un po’ di vino buono da offrire al cuore del mondo.

“Ti dispiace che io sia buono?” No, Signore, è bellissimo. Non mi dispiace, perché quello dell’ultima ora sono io, un po’ ozioso, un po’ bisognoso.

Non mi dispiace, perché sono l’ultimo arrivato eppure tu mi assicuri che nessun piccolo tassello è inutile per te, nessuno è scartato.

Non mi dispiace che Tu sia buono, perché so che verrai a cercarmi anche quando si sarà fatto tardi, e saprai scorgere una goccia di luce nascosta anche dentro il mio ultimo minuto.

Ibrahim Faltas: La pietà umana sepolta a Gaza

Ibrahim Faltas*

Sotto le macerie di un palazzo crollato a seguito dei bombardamenti sono stati ritrovati anche i corpi di una mamma e di un bambino stretti in un ultimo abbraccio. Una scena che torna a interpellare le coscienze. 
E richiama all’urgenza della pace

La pietà umana
sepolta a Gaza

 
Le macerie di Gaza aumentano di volume e di altezza. Migliaia di palazzi ancora in piedi a Gaza City sono stati danneggiati da attacchi dal cielo e da terra in questi ultimi tre anni ma costituiscono ancora un rifugio per persone che non hanno più neanche una tenda, non sanno dove andare e che sopravvivono in attesa di nuove e vecchie speranze. Per questa povera gente, un muro, un tetto, anche pericolanti, possono rappresentare una possibilità di salvezza. Il palazzo crollato in seguito a vecchi attacchi aveva un nome bello e particolare ma oramai poco rappresentativo del dramma di Gaza. Il nome era “palazzo della gioia”. Sotto macerie alte e voluminose si trovano ancora circa cento persone, più di venti sono già state estratte, fra queste più della metà sono bambini. Una mamma e un bambino sono morti abbracciati: erano distesi su un materasso impolverato che non ha attutito il peso della morte ma ha concesso un ultimo e caloroso abbraccio di un amore tenero che non riesce a donare più la vita.

L’immagine della pietà sepolta a Gaza, l’immagine di una mamma abbracciata al figlio, mi porta a vedere in quell’immagine Maria, a cercare di comprendere il suo cuore spezzato dal dolore per la morte del Figlio. Immagini simili ma diverse: Maria Addolorata e sofferente, madre del Redentore, aveva fra le braccia Cristo morto, certezza di salvezza per l'umanità. La madre di Gaza, le madri di tutti i bambini che muoiono in guerra stringono il loro dolore che non genera amore ma continua ad allargarsi per sprofondare nel vortice della vendetta. Un ennesimo “crollo dell’umanità” ha riacceso le luci su Gaza. Continuiamo a parlare, a scrivere, a chiedere e a fare la pace perché la pace è urgente, necessaria, indispensabile alla vita, non fermiamoci perché il silenzio uccide. Ricominciamo a ri-conoscere il valore della vita, riconoscendo il male subito dagli innocenti, dagli indifesi, dagli oppressi, dagli ultimi. Quante storie, quanto dolore sotto quelle macerie.

Non sono le prime macerie a seppellire vite ed è difficile sperare che siano le ultime perché da quasi un anno una tregua, rivelatasi fragile e insufficiente, non ha impedito ancora morte, sofferenza e distruzione. Persone con lo stesso dolore stanno aiutando altri esseri umani disperati a scavare a mani nude con il desiderio di riuscire a riportare alla luce chi è ancora vivo. Un bambino ha fatto sentire la sua voce flebile allo zio che lo chiamava. Gli diceva: «Zio, sono vivo. Vienimi a prendere». Una voce leggera, uno spiraglio di speranza ma finora polvere e detriti restituiscono solo morte. Altri morti restano sotto altre macerie che continuano a nascondere numeri alti e dimenticati di una tragedia che sembra non avere fine. Ci stiamo abituando a scrivere la storia con i numeri dei bollettini di guerra: dietro quei numeri ci sono persone, volti, storie di vita vissuta, speranze rubate e tagliate. I bambini, come sempre prime vittime della violenza, hanno il primo posto in questo elenco triste. Parliamo di pace, chiediamo la pace, non fermiamoci: lo chiede la nostra coscienza per dare verità e giustizia agli innocenti.

Ibrahim Faltas è un francescano egiziano. Direttore delle diciotto Scuole della Custodia di Terra Santa. È stato Vicario della Custodia di Terra Santa dal 2022 al 2025. È stato Discreto della Custodia di Terra Santa dal 2016 al 2022.
(fonte: L'Osservatore Romano 18/09/2026)


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Vedi anche i post:


Enzo Bianchi: Dove abita davvero il Signore

Enzo Bianchi
Dove abita davvero il Signore  
 
Molto addolorati per la morte di fratel Enzo Bianchi, pubblichiamo, anche per onorarne la memoria, le puntate che ci aveva inviato prima della sua dipartita

Famiglia Cristiana - 13 settembre 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?


Gesù ci invita a riconoscere la presenza di Dio nell’uomo e, soprattutto, nel povero, trasformando così la fede in servizio concreto al prossimo

Alcuni oggi hanno nostalgia del “sacro” nella liturgia, nella chiesa, nella gerarchia. Costoro non sono ascoltatori del Vangelo ma restano ascoltatori della logica delle religioni e dell’Antico Testamento.

Perché Gesù ci ha rivelato che il “sacro” non sta nello spazio del tempio, non sta nel culto ma al cuore della vita degli umani, sta nelle relazioni con gli altri. Per Gesù il luogo santo, santissimo, luogo della presenza di Dio non è più né a Gerusalemme né sul Monte Garizim, ma in ogni uomo e in ogni donna che si pongono alla sequela di Cristo e diventano sua abitazione. 
Sì, il conflitto di Gesù con sacerdoti e scribi è stato un conflitto sul discernimento del luogo in cui abita il Signore! 

Ecco perché nella parabola del samaritano, il sacerdote e il levita, pensando solo al “sacro” del tempio, delle offerte e del culto, non vedono il povero morente incappato nei banditi mentre lui, il samaritano, discerne il luogo della presenza di Dio proprio in quel disgraziato e per questo lo serve con un servizio molto migliore del servizio del culto.

Cristiano, cristiana, sai che la tua persona è tempio di Dio? È corpo di Cristo? È vitalizzata dallo Spirito santo? 

Se avessimo questa consapevolezza, se credessimo, come ci invita l’Apostolo, alla presenza di Cristo in noi, avremmo una responsabilità cristiana ed ecclesiale che ci renderebbe cristiani maturi, adulti, soggetti nella missione evangelizzatrice e testimoniale nel mondo. 

È straordinario: i monaci quando iniziano la preghiera si inchinano verso il Signore e subito dopo uno verso l’altro! E finché questo accade, salva è la vera azione cultuale.
(fonte: Altrimenti, blog dell'autore)

venerdì 18 settembre 2026

CPR e medici sotto accusa: il dovere di cura previsto dalla Costituzione va difeso


CPR e medici sotto accusa: il dovere di cura previsto dalla Costituzione va difeso

(Foto di Andrea Mancuso)

La valutazione di non idoneità al trattenimento si fonda su dati clinici e risponde al giuramento di Ippocrate e alle evidenze sull’impatto patogeno dei CPR. No alle visite frettolose per esigenze di governo, all’ampliamento del sistema detentivo dei CPR e alle campagne denigratorie contro chi tiene fermo il rispetto dei diritti fondamentali.

L’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione – ASGI – esprime grave preoccupazione per quanto accaduto nelle ultime ore a diversi medici e mediche in varie città italiane.

Nella notte del 16 settembre sono state effettuate, su disposizione della Procura della Repubblica di Ravenna, perquisizioni domiciliari, sequestri di cellulari e computer a carico di 23 medici e mediche, allo stato non indagati, nell’ambito di indagini finalizzate ad accertare eventuali responsabilità nel rilascio di certificati di non idoneità sanitaria al trattenimento di persone straniere nei CPR o nei luoghi idonei destinati al rimpatrio.

Particolarmente preoccupante risulta essere la notizia della contestazione di associazione per delinquere, finalizzata alla formazione di falsi certificati per impedire i rimpatri, mossa all’unico medico perquisito chiamato a rispondere come indagato.

Come richiamato in numerosi appelli, l’articolo 32 della Costituzione tutela la salute come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, garantendo cure gratuite agli indigenti senza distinzione di nazionalità o regolarità di soggiorno; le valutazioni condotte dai medici per accertare l’idoneità delle persone straniere al trattenimento non sono “arbitrarie”, ma si fondano su dati clinici e sull’evidenza scientifica della natura intrinsecamente patogena dei CPR, riconosciuta anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’estrema gravità della contestazione mossa fa temere che dietro la notizia di tali accuse e dietro la campagna politica e mediatica scatenata contro i medici coinvolti nelle indagini vi sia un tentativo di azione esemplare per sedare il dissenso di quella parte della classe medica che, in ottemperanza al giuramento di Ippocrate, ritiene prevalente il proprio obbligo di una valutazione medica oggettiva, senza cedere a pressioni che in nome dell’efficienza del sistema, vorrebbero il medico un mero burocrate che dia il via libera alle detenzioni, senza alcun approfondimento.

In questo contesto, tutti coloro che non si lasciano intimidire da questa deriva autoritaria e tengono fermo il rispetto dell’ordinamento giuridico e dei diritti fondamentali sono e diventano bersaglio di campagne denigratorie. È toccato a magistrati, a singoli attivisti, ad associazioni e organizzazioni che prestano attività di ricerca e soccorso in mare e ora accade ai medici.

Richiamando il comunicato del Comitato Centrale della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCEeO), si osserva che i medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza, ma professionisti della cura, il cui mandato fondamentale è tutelare la salute e la dignità di ogni persona. L’autonomia e l’indipendenza della professione medica costituiscono garanzie poste a tutela di tutti e non possono essere sottoposte a pressioni politiche o ideologiche.

ASGI esprime la propria solidarietà ai medici e alle mediche che, per svolgere con scrupolo il proprio lavoro e senza accettare frettolose valutazioni per quieto vivere, sono oggi vittime di attacchi e di veri e propri tentativi di intimidazione.

L’Associazione manifesta profonda preoccupazione per l’incremento di azioni di polizia e la strumentalizzazione giornalistica di meri atti di indagine che, per modalità e tempistiche, paiono attacchi repressivi a ogni forma di dissenso.

È in gioco la tenuta dello Stato di diritto e il rispetto della Costituzione: è chiaro il tentativo di fare del fenomeno migratorio il cavallo di Troia per disegnare un modello di società in cui i diritti fondamentali sono negati o fortemente compromessi.
(fonte: Pressenza - ASGI Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione 17.09.26)

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CPR, Medici indagati: MSF chiede alla Procura di Ravenna di acquisire il Giuramento di Ippocrate

MSF ha deciso di rivolgersi alla Procura di Ravenna per chiedere che il Giuramento di Ippocrate venga acquisito agli atti dell’inchiesta, a richiamo dei principi di indipendenza e responsabilità che guidano la professione medica.

MSF: “Medici liberi di curare, senza condizionamenti”

La nostra organizzazione segue e denuncia da anni le condizioni delle persone trattenute nei CPR in Italia.

Nel 2025, insieme alle organizzazioni del Tavolo Asilo e Immigrazione, abbiamo visitato diversi CPR sul territorio nazionale, osservando le condizioni di vita e di salute delle persone trattenute. Da questo lavoro è nato un rapporto che documenta le criticità del sistema e l’impatto della detenzione sulla salute.

Abbiamo inoltre sottoscritto l’appello promosso dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni sul ruolo e sull’autonomia dei medici nei CPR.

Questa esperienza si inserisce nel lavoro che portiamo avanti da oltre 20 anni anche in altri paesi, da Malta alla Grecia, dalla Libia a Nauru, dove abbiamo documentato le gravi conseguenze della detenzione amministrativa delle persone migranti sulla salute fisica e mentale.

Con questo gesto simbolico esprimiamo la nostra solidarietà ai colleghi e colleghe indagati e ribadiamo che un medico debba sempre agire secondo scienza e coscienza, nell’interesse esclusivo della salute delle persone “Primum non nocere”, prima di tutto non nuocere, è il principio cardine della pratica medica. I CPR sono luoghi in cui il diritto alla salute è sistematicamente compromesso e rappresentano un sistema patogeno, dove le persone si ammalano, si suicidano e i diritti vengono sistematicamente calpestati. È indispensabile che ai medici venga riconosciuta la libertà di svolgere il proprio ruolo senza condizionamenti, curando e tutelando ogni persona, indipendentemente dalla sua condizione, mettendo la salute al centro di ogni decisione clinica”.

Chiara Montaldo
infettivologa e responsabile medica di MSF
(fonte: Medici senza frontiere 17/09/2026)