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giovedì 13 agosto 2026

MASSIMO RECALCATI: Salviamo la democrazia dalla legge del più forte

Salviamo la democrazia 
dalla legge del più forte
di Massimo Recalcati


(Pubblicato su “la Repubblica” - 8 agosto 2026)


Le parole pronunciate recentemente dal nostro presidente della Repubblica che condannano senza esitazioni ogni tentativo di giustificare la violenza in nome della ragione politica non sono soltanto una necessaria presa di posizione istituzionale. Sono un richiamo essenziale a una profonda verità che ogni democrazia rischia periodicamente di dimenticare: nessuna idea si può affermare impugnando una spranga, nessuna causa diventa più giusta perché trova nell’esercizio della forza il proprio argomento
Un tema affrontato anche da Freud e Einstein in una celebre corrispondenza di fronte a un’Europa che stava per cadere nel baratro dei totalitarismi e della Seconda guerra mondiale: la forza del Diritto è necessaria a temperare quella della violenza pulsionale, ovvero il Diritto illegittimo della forza. Si tratta del bivio fondativo di ogni democrazia: rinunciare al Diritto della forza per fare esistere la forza del Diritto.

Diversamente la tentazione di concedere attenuanti alla violenza proviene sempre da una seduzione disperata. Si pensa che il fine possa riscattare il mezzo, che la rabbia autorizzi l’aggressione, che l’urgenza della storia possa esigere la sospensione delle regole democratiche della convivenza. Per esempio, il carattere eccezionale della resistenza armata partigiana può essere evocato per legittimare la violenza di piazza, l’aggressione alle forze dell’ordine, la spinta ad annientare fisicamente il proprio antagonista politico. I cosiddetti anni di piombo derivarono direttamente da una lettura ideologica di questo tipo. La politica, allora, cessa di essere lo spazio simbolico del conflitto per trasformarsi in una violenta contesa tribale.

Una delle confusioni più pericolose del nostro tempo consiste infatti nel confondere la violenza col conflitto. Esse appartengono in realtà a due universi radicalmente differenti. Se la violenza è l’espressione della forza pulsionale che rigetta ogni alterità, che vorrebbe raggiungere, saltando ogni forma di mediazione simbolica, i suoi obiettivi – per esempio nel farsi giustizia da sé, nel ridurre la giustizia a vendetta –, l’esperienza del conflitto coincide con quella della democrazia. Mentre la violenza precede e rifiuta la forza del Diritto incaricandosi di esercitare il solo Diritto della forza, il conflitto si sviluppa pienamente solo all’interno del Diritto.

La matrice mitica della violenza come espressione del Diritto della forza trova il suo paradigma nel gesto fratricida di Caino che elimina il Due nel nome dell’Uno. È il gesto che rivela la struttura profonda di ogni violenza. Caino non riesce a sopportare l’esistenza del fratello che lo ha destituito dai suoi privilegi di figlio unico. La differenza non è stata riconosciuta come una risorsa ma percepita solamente come una minaccia. Il fratello è il nemico in quanto volto del Due che disfa l’illusione narcisistica dell’Uno. Ora, ogni violenza ripete, in forme storicamente diverse, la struttura di questo gesto originario. Rigetta il dialogo, rifiuta la legge della parola su cui si fonda ogni democrazia. Non tollera il tempo dell’attesa, della negoziazione, del compromesso, della trattativa.

La violenza vuole tutto e subito, vuole la morte dell’altro che impone il reale del Due all’illusione ideologica dell’Uno. Diversamente dalla violenza, il conflitto nasce invece solo quando la forza accetta il limite insuperabile dalla parola. È questo il vero passaggio che inaugura la vita della polis.

Quello che in fondo Freud definiva come programma della Civiltà si potrebbe tradurre come la conversione necessaria della dimensione primitiva e pre-simbolica della violenza in quella pienamente simbolica del conflitto politico. Non esiste, infatti, alcuna comunità umana priva di conflitti. Pensare una società riconciliata, completamente pacificata, significa coltivare una fantasia utopicamente regressiva. Ma in una democrazia il conflitto non è mai conflitto delle armi ma solo delle interpretazioni: ogni società è attraversata da interessi divergenti, desideri incompatibili, differenti immagini del bene comune e diverse concezioni del mondo.

Per questo ogni democrazia è per sua natura, diversamente dai regimi totalitari, fragile. Non esiste infatti democrazia che non sia aperta, instabile, incerta, sempre a rischio di virate illiberali. La fragilità non è dunque un limite della democrazia, ma il suo valore più proprio. Le parole di Mattarella che condannano la violenza ci ricordano la nostra responsabilità nel custodire e nel proteggere la fragilità preziosa della democrazia. Essa non ha il compito di imporre una sola visione del mondo ma di organizzare il conflitto delle interpretazioni rendendolo fecondo e non distruttivo. La qualità fragile di una democrazia non si misura dunque dal numero dei suoi conflitti, ma dalla sua capacità di ospitarli e di ordinarli senza trasformarli in guerre civili.

Il Parlamento, la magistratura, la libera informazione, le istituzioni di garanzia non servono a sopprimere il conflitto, ma ad impedire la sua regressione alla violenza. Ogni deriva populista, ogni fanatismo ideologico, ogni fondamentalismo religioso o identitario inizia proprio quando il conflitto viene degradato a guerra morale tra puri e impuri, tra democratici e antidemocratici, tra giusti e ingiusti. È il salto di qualità che il nostro paese, almeno ai miei occhi, fatica a compiere: la piena legittimazione del pluralismo democratico. Il contrario della violenza non è la pace, come spesso si crede, ma è il conflitto regolato simbolicamente.

Anche le dittature conoscono infatti la pace: quella del silenzio, della paura, del conformismo, della sicurezza senza libertà. La democrazia conosce invece il frastuono delle differenze, la fatica del dissenso, la tensione agonica permanente tra visioni del mondo incompatibili insieme alla responsabilità del loro governo. Quando il capo dello Stato ricorda che chi pratica, predica o giustifica la violenza aggredisce la Costituzione, non difende dunque solamente il carattere imprescindibile di un principio, ma l’idea stessa di Civiltà. Solo se il conflitto delle interpretazioni resta il fondamento della vita democratica si può prevenire la seduzione regressiva della violenza.

(Fonte: Sito dell'autore)

mercoledì 12 agosto 2026

UDIENZA GENERALE 12/08/2026 Leone XIV: "Fondamentale la Messa domenicale, partecipi anche chi lavora"

UDIENZA GENERALE

Basilica di San Pietro
Mercoledì, 12 agosto 2026

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Il Papa: Fondamentale la Messa domenicale,
partecipi anche chi lavora

All’udienza generale il Papa dedica la sua catechesi all’anno liturgico che ripropone ciclicamente “la pedagogia della storia della salvezza” realizzatasi in Cristo. Ne è “fondamento” e “nucleo”, la domenica, giorno in cui si rievoca la risurrezione di Cristo, che va santificata con la celebrazione dell’Eucaristia. Dal Pontefice l’invito “a ricercare le migliori condizioni” affinché anche coloro che “non hanno possibilità di astenersi dal lavoro” possano prendervi parte

Il Papa mentre saluta alcuni pellegrini (@VATICAN MEDIA)

È “il ciclo delle feste cristiane”, è “ritmato dalle domeniche” e nella sua storia “si intrecciano la fede e la devozione della Chiesa. Spiega così Leone XIV, all’udienza generale, cos’è l’anno liturgico, che deve il suo nome alla diffusione dell’omonima opera sulle festività e i tempi della Chiesa dell’abate benedettino Prosper Guéranger. Nella sua sesta catechesi sulla Sacrosanctum Concilium, tenuta questa mattina, 12 agosto, nella Basilica di San Pietro, proseguendo la serie dedicata ai Documenti del Concilio Vaticano II, il Papa, dopo aver percorso la navata centrale salutando i fedeli e benedicendo oggetti di culto e rosari, si sofferma sul “valore” dell’anno liturgico “nella vita di ogni credente”. Richiama, a tal proposito, l’Enciclica Mediator Dei del suo predecessore Pio XII e ribadisce che “non si tratta di ‘una fredda e inerte rappresentazione di fatti” del “passato”, di “una semplice rievocazione di realtà d’altri tempi’”, piuttosto l’anno liturgico è “Cristo stesso, che vive sempre nella sua Chiesa e che prosegue il cammino di immensa misericordia da lui iniziato”, per avvicinare “le anime umane” ai “suoi misteri” e farle così “vivere”.

L’anno liturgico dunque va inteso come costante attualizzazione dell’opera della salvezza, che Cristo realizza nella storia. Percorrendo questo ciclo temporale, la Chiesa resta a contatto con l’azione redentrice del Signore, sicché tutti i fedeli vengono colmati della sua grazia.

Il fondamento dell’anno liturgico

La Chiesa, allora, pone “al centro di ogni momento la celebrazione dell’evento pasquale” perché la sua “finalità” è “l’incontro con Gesù, morto e risorto per noi”, aggiunge il Pontefice, che si sofferma, quindi, sul senso della domenica. Definita dai Padri conciliari “fondamento e nucleo dell’anno liturgico”, “il giorno di festa primordiale”, Leone raccomanda di osservarla.

Per santificare la domenica è fondamentale celebrare l’Eucaristia. L’ascolto della Parola e la partecipazione al Corpo di Cristo comportano, secondo i Padri conciliari, il convenire in unum, cioè la festosa convocazione dei fedeli. In tale assemblea la comunità cristiana rende visibile la propria comunione con il Signore e testimonia la sua appartenenza a Cristo e la sua fedeltà alla Chiesa.

Leone XIV sull'Altare della Confessione della Basilica Vaticana (@Vatican Media)

Favorire la partecipazione alla messa domenicale

L’assemblea della comunità cristiana “non è sostituibile da una presenza soltanto virtuale”, non è “un raduno meramente passivo” e può dirsi “liturgica” se c’è un’“attiva partecipazione” di persone convocate “insieme a ‘rendere grazie a Dio’”, per essere state da Lui generate “mediante la risurrezione di Cristo”, sottolinea il Pontefice, che invita i credenti a partecipare alla celebrazione eucaristica domenicale.

Esorto tutti a ricercare le migliori condizioni affinché sia possibile prendere parte alla santa Messa anche a quanti di domenica non hanno possibilità di astenersi dal lavoro.

Il giorno che rivela il senso del tempo

La domenica è il “dies Domini”, “il giorno del Signore”, e il Papa fa notare che “anche in quelle lingue” in cui nel denominarla “ha prevalso il riferimento al ‘giorno del sole’”, come in inglese, sunday, e in tedesco, sonntag, si scorge “il legame con Cristo”, “il vero ‘sole di giustizia’ che illumina ogni uomo”. E per rimarcare ancora l’importanza della domenica, il Pontefice cita la Lettera apostolica Dies Domini di Giovanni Paolo II, il quale insegna la domenica è il “giorno della Chiesa, giorno dell’uomo”, il “giorno dei giorni”, “la Pasqua settimanale, in cui è rievocato e reso presente il giorno nel quale Cristo risuscitò dai morti”, “il giorno che rivela il senso del tempo” e che “sgorgando dalla Risurrezione … fende i tempi dell’uomo, i mesi, gli anni, i secoli, come una freccia direzionale che li attraversa orientandoli al traguardo della seconda venuta di Cristo”.

La Basilica di San Pietro gremita di fedeli (@Vatican Media)

La pedagogia della storia della salvezza

È a partire dalla domenica, dalla “celebrazione della Pasqua settimanale” che si è sviluppato l’anno liturgico, chiarisce inoltre Leone. Sono stati aggiunti, infatti, la celebrazione “della Pasqua annuale, ‘massima solennità’”, “preparata dal tempo di Quaresima con il suo carattere penitenziale” e seguita dai “cinquanta giorni, culminanti nella Pentecoste”, e poi il “ciclo natalizio”, nato “sul modello di quello pasquale” e che consente “di rivivere i misteri dell’incarnazione del Verbo di Dio, della sua nascita e della sua manifestazione al mondo”. Successivamente “la Chiesa ha inserito” nei vari “tempi la venerazione della beata Vergine Maria, ‘congiunta indissolubilmente con l’opera salvifica del Figlio suo””, e ancora “le memorie” di “martiri” e “santi”

L’anno liturgico ripropone così in forma sacramentale la pedagogia della storia della salvezza, guidando i fedeli dall’attesa del Messia alla pienezza del mistero pasquale e all’anticipazione della gloria futura.

Un momento dell'udienza generale (@VATICAN MEDIA)

Il principio ispiratore di ogni azione pastorale

Insomma, nell’anno liturgico “la Chiesa celebra l’attualità salvifica del mistero di Cristo” e permette così “ai credenti di parteciparvi sempre più profondamente”, conclude il Papa. Per tale motivo proprio l’anno liturgico è “il principio ispiratore e il quadro di riferimento essenziale di ogni azione pastorale”.
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 12/08/2026)

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Leone XIV


I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione Sacrosanctum Concilium. 6. L’anno liturgico

Leone XIV mentre tiene la catechesi (@Vatican Media)

Cari fratelli e sorelle,

il quinto capitolo della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium (SC) è dedicato all’anno liturgico, tema sul quale oggi vogliamo soffermarci, per spiegarne il valore nella vita di ogni credente.

Anzitutto è doveroso ricordare che questo modo di definire il ciclo delle feste cristiane come “anno liturgico” si è diffuso nel linguaggio ecclesiale grazie all’opera del Servo di Dio l’abate Prosper Guéranger (1805-1875).

Nell’Enciclica Mediator Dei, Papa Pio XII afferma che non si tratta di «una fredda e inerte rappresentazione di fatti che appartengono al passato o una semplice […] rievocazione di realtà d’altri tempi. [L’anno liturgico] è, piuttosto, Cristo stesso, che vive sempre nella sua Chiesa e che prosegue il cammino di immensa misericordia da lui iniziato […] in questa vita mortale […], allo scopo di mettere le anime umane al contatto dei suoi misteri e farle vivere per essi; misteri che sono perennemente presenti ed operanti» (III Divinum Officium et Annus Liturgicus, II Cyclus Mysteriorum). L’anno liturgico dunque va inteso come costante attualizzazione dell’opera della salvezza, che Cristo realizza nella storia. Percorrendo questo ciclo temporale, la Chiesa resta a contatto con l’azione redentrice del Signore, sicché tutti i fedeli vengono colmati della sua grazia (cfr SC, 102c). L’incontro con Gesù, morto e risorto per noi, è la finalità che la Chiesa sempre persegue, ponendo al centro di ogni momento la celebrazione dell’evento pasquale.

Perciò i Padri conciliari considerano «fondamento e nucleo dell’anno liturgico» proprio la domenica, «il giorno di festa primordiale» (cfr SC, 106). In diverse lingue moderne, il suo nome attesta che è il “dies Domini”, “il giorno del Signore”. Anche in quelle lingue nelle quali ha prevalso il riferimento al “giorno del sole” (Sunday, Sonntag) si intravede il legame con Cristo: Cristo è il vero “sole di giustizia” che illumina ogni uomo!

San Giovanni Paolo II, nella Lettera apostolica Dies Domini (31 maggio 1998), insegna che la domenica è giorno del Signore, giorno della Chiesa, giorno dell’uomo e, infine, “giorno dei giorni”: «Essendo la domenica la Pasqua settimanale, in cui è rievocato e reso presente il giorno nel quale Cristo risuscitò dai morti, essa è anche il giorno che rivela il senso del tempo. […] Sgorgando dalla Risurrezione, essa fende i tempi dell’uomo, i mesi, gli anni, i secoli, come una freccia direzionale che li attraversa orientandoli al traguardo della seconda venuta di Cristo. La domenica prefigura il giorno finale, quello della Parusía» (n. 75), quando tutti risorgeremo.

Per santificare la domenica è fondamentale celebrare l’Eucaristia. L’ascolto della Parola e la partecipazione al Corpo di Cristo comportano, secondo i Padri conciliari, il convenire in unum (cfr SC, 106), cioè la festosa convocazione dei fedeli. In tale assemblea la comunità cristiana rende visibile la propria comunione con il Signore e testimonia la sua appartenenza a Cristo e la sua fedeltà alla Chiesa. Questa assemblea non è sostituibile da una presenza soltanto virtuale, né si riduce a un raduno meramente passivo. L’assemblea liturgica si avvera infatti nell’attiva partecipazione di fratelli e sorelle, convocati insieme a «rendere grazie a Dio che li ha generati, “mediante la risurrezione di Cristo dai morti, per una speranza viva” (1Pt 1,3)» (ibid.).

A tale proposito, esorto tutti a ricercare le migliori condizioni affinché sia possibile prendere parte alla santa Messa anche a quanti di domenica non hanno possibilità di astenersi dal lavoro.

Carissimi, l’anno liturgico, ritmato dalle domeniche, ha una storia interessante, nella quale si intrecciano la fede e la devozione della Chiesa. Fin dal II secolo d.C., infatti, alla celebrazione della Pasqua settimanale si è aggiunta quella della Pasqua annuale, «massima solennità» (SC, 102), estesa al “lietissimo spazio” di cinquanta giorni, culminanti nella Pentecoste, e preparata dal tempo di Quaresima con il suo carattere penitenziale (cfr SC, 109). Lo sviluppo del ciclo natalizio, avvenuto successivamente sul modello di quello pasquale, ha consentito di rivivere i misteri dell’incarnazione del Verbo di Dio, della sua nascita e della sua manifestazione al mondo. La Chiesa ha inserito poi nei diversi tempi la venerazione della beata Vergine Maria, «congiunta indissolubilmente con l’opera salvifica del Figlio suo» (SC, 103) e «le memorie dei martiri e degli altri santi che […] in cielo cantano a Dio la lode perfetta e intercedono per noi» (SC, 104).

L’anno liturgico ripropone così in forma sacramentale la pedagogia della storia della salvezza, guidando i fedeli dall’attesa del Messia alla pienezza del mistero pasquale e all’anticipazione della gloria futura. In esso la Chiesa celebra l’attualità salvifica del mistero di Cristo, permettendo ai credenti di parteciparvi sempre più profondamente. Per questo l’anno liturgico costituisce il principio ispiratore e il quadro di riferimento essenziale di ogni azione pastorale.

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Saluti

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i Fratelli di San Gabriele, provenienti dall’Asia e dall’Africa, che ricordano il 25° anniversario di professione religiosa, e li incoraggio a perseverare con gioia nella missione al servizio del Vangelo.

Saluto, altresì, i partecipanti al Campo internazionale promosso dall’Opera per la gioventù “Giorgio La Pira” e il gruppo “Il Cenacolo” di Maropati.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Tra qualche giorno celebreremo la Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. Mi è caro esortarvi a rivolgere con costanza la vostra preghiera alla Madre di Dio, seguendone l’esempio nell’accogliere pienamente la vocazione alla “familiarità” con il Signore e alla sollecitudine verso il prossimo.

A tutti la mia benedizione!

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Udienza integrale

Dalla Puglia a Gaza: la pace di mons. Tonino Bello

Dalla Puglia a Gaza:
la pace di mons. Tonino Bello

Tonino Bello (da profilo Facebook Fondazione Tonino Bello)

Intervista a Giancarlo Piccinni, presidente della Fondazione, in occasione del conferimento del 3° Premio Tonino Bello (13 agosto 2026)

In un tempo segnato dal ritorno prepotente della guerra e dalla tentazione di affidare soltanto alla violenza la risoluzione dei conflitti, l’esempio di mons. Tonino Bello torna a farsi profezia viva. Attraverso le iniziative della Fondazione a lui intitolata, giunta ormai alla terza edizione del Premio don Tonino Bello, la memoria del suo insegnamento si trasforma in azione concreta: dall’educazione delle giovani generazioni al sostegno di chi, oggi, spende la propria vita per la pace.

In questa intervista, Giancarlo Piccinni, presidente della Fondazione Don Tonino Bello, ci guida nell’essenza di un impegno che unisce giustizia, dialogo e scelte di campo coraggiose e sottolinea come il messaggio di don Tonino continui a interpellare la nostra coscienza e a tracciare percorsi di speranza.

Giancarlo Piccinni, Presidente della Fondazione Don Tonino Bello
(da profilo Facebook Fondazione Tonino Bello)

In che modo nasce il Premio don Tonino Bello?

Il premio nasce nel 2019 e questa di questo anno è la III edizione, con la motivazione di individuare nello scenario internazionale delle personalità che si sono distinte con la loro testimonianza, e che si sono spese con la loro vita a favore della pace, nella convinzione che non ci possono essere altri valori evangelici, o anche solo valori umani che senza il valore della pace possano essere di fatto attualizzati, cioè non possiamo parlare oggi di vita o di progresso e di altri valori all’interno di contesti dove la guerra è un evento di distruzione e barbarie umana, per questo il primo valore su cui bisogna lavorare è quello della promozione della pace.

Quali sono le persone a cui sono stati consegnati i premi della I e II edizione del premio e quali le motivazioni?

La prima persona a cui la fondazione ha consegnato il premio è don Luigi Ciotti. Nel 2019 a Milano in collaborazione con l’associazione pugliesi di Milano, la Fondazione celebrò questo evento con una grande partecipazione di persone, personalità e amici della fondazione mettendo in risalto come don Luigi Ciotti incarnava l’unità tra pace e giustizia e che non c’è pace senza giustizia. Don Luigi, che ho conosciuto prima di incontrarlo perché ne parlava don Tonino Bello, paga questo suo impegno con una solitudine quotidiana perché di fatto don Luigi non è mai libero perché vive sotto scorta e soltanto gli amici più cari possono in parte “guarire” la solitudine di don Luigi. La seconda edizione del premio, si è tenuta nell’ex seminario Onarmo dove don Tonino si è formato, e che dal 2023 è diventato uno studentato universitario. Per l’edizione del 2023 è stato scelto il card. Zuppi, per mettere in risalto il collegamento tra la pace e il dialogo perché Zuppi è una testimonianza viva e bella, una testimonianza significativa della necessità di costruire la pace attraverso il dialogo, tra nazioni, tra popoli e tra generazioni e solo attraverso il valore del dialogo possiamo ad arrivare ad un incontro tra le civiltà piuttosto che uno scontro.

Per la III edizione si è scelto di consegnare il premio al Card. Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, perché?

Si è pensato di affidare al card. Pizzaballa la terza edizione del premio e questa volta lo scenario per affidare il premio non è Bologna, Milano, non un luogo lontano dai luoghi di don tonino, ma Alessano, e il luogo scelto è presso la tomba di don Tonino che può accogliere molte persone pur sapendo che forse non potrebbe essere sufficiente, ma è un luogo che parla, significativo perché è un incontro che deve essere anche un momento di preghiera e non solo celebrativo di una consegna di un premio, perché pregare per Gaza, per la terra santa è un dovere di tutti noi e porre attenzione a questa terra in cui tantissime persone hanno pagato e pagano ancora con la vita , con la perdita di dignità, pensiamo a tutti i bambini che sono deceduti che vivono senza una casa, medicine etc. rappresenta un motivo umano prima ancora che cristiano. Il card. Pizzaballa ha fatto una scelta di parte, ha deciso, ha fatto delle distinzioni tra chi ha le armi e chi non le ha, tra chi ha invaso e chi è l’invasore, ha fatto una scelta di parte come avrebbe fatto don Tonino che indicò Maria come “donna di parte” e credo che questo sia un fatto fondamentale perché diversamente non riusciamo all’interno di un contesto storico dare una giusta dimensione alla problematica attuale.

Che valore ha oggi consegnare un premio, in questo contesto difficile?

La memoria è il presente del passato, come ricordava Agostino. Vogliamo riportare oggi, nel mondo in cui viviamo orfani dei padri, vogliamo ricordare i padri che ci hanno indicato dei percorsi, ma anche individuare nuovi santi, e le tre persone individuate rappresentano i tre esempi e osiamo dire santi della nostra quotidianità, che sono da seguire, sono come dei ponti tra cielo e terra che vanno seguiti nel loro impegno per la pace.

Mons. Tonino Bello, definiva la pace non come una semplice assenza di guerra, marciando anche di persona nei contesti di conflitto. Alla luce dell’attuale situazione mondiale in che modo la Fondazione porta avanti questo impegno e metodo non violento e profetico per la pace di don Tonino?

La Fondazione è impegnata con le giovani generazioni con percorsi educativi a favore della non violenza, incontrando i ragazzi delle scuole ed incontrando anche gli educatori in un contesto in cui la violenza è diventata presente ovunque. È sufficiente pensare a quello che succede ogni giorno a livello delle relazioni umane tra singoli e anche come comunità e stati. Alla guerra e alla violenza oggi noi affidiamo l’ultima parola e la soluzione dei conflitti e si pensa che la violenza sia il metodo per definire la nuova organizzazione mondiale, mentre noi siamo convinti che questa è una disorganizzazione tra viventi, che non definisco nemmeno disorganizzazione tra uomini perché si è persa l’umanità strada facendo. Noi dobbiamo recuperare il nostro essere uomini e la capacità di guardare l’altro per poter dire no alla violenza e ad ogni forma di disumanizzazione.

Per mons. Tonino Bello, il Mediterraneo non doveva essere un fossato o una frontiera armata, ma un mare di incontri e di scambi, cioè doveva essere “convivialità delle differenze”. Quali azioni concrete sono necessarie oggi per trasformare il mare, che qualcuno ha definito “monstrum”, nuovamente in un mare nostrum?

Abbiamo cercato di promuovere delle iniziative anche insieme ad altre associazioni, la Fondazione don Milani, la fondazione Balducci per creare anche insieme ad altre università del Mediterraneo percorsi di formazione. In questi giorni sta partendo questo progetto importante che prevede l’incontro di tutte le università del Mediterraneo per poter realizzare percorsi di dialogo e di formazione e coscientizzazione alla pace e alla convivenza, nella convinzione che la nostra generazione sta già vedendo quello che potrebbe essere il futuro perché siamo oggi di fronte a una nuova realtà di conflitti. I conflitti non hanno confini, sono di fatto delle situazioni che superano ogni confine e che possono assumere dimensioni globali al punto di decidere la fine dell’umanità e che è necessario fermare con l’educare alla pace.

Il campo internazionale che si svolgerà dal 10 al 14 a Santa Maria di Leuca in Puglia porterà tanti giovani a camminare insieme sulle orme di mons. Antonio Bello. Quali sono secondo lei le difficoltà nell’educare i giovani di oggi?

Il campo internazionale “Carta di Leuca” è un’iniziativa della Diocesi che sicuramente ha il merito di portare avanti nel cuore dei giovani il messaggio del Vescovo Tonino Bello. La Fondazione segue e collabora a questo tipo di percorso portato avanti dalla Diocesi camminando e affiancando i giovani e il percorso che la Diocesi fa con il campo internazionale. Il “problema” dei giovani è fondamentale perché stiamo crescendo delle generazioni senza storia e senza memoria e affidare ai giovani una storia e soprattutto con una lettura corretta, senza narrazioni ideologiche, e sofisticate che possono distorcere quella che è la realtà delle cose è un impegno molto difficile e significa anche, nell’ottica del costruire la pace, guardare a determinati popoli e dargli la giusta dignità. Noi abbiamo fondato il nostro mondo su anni di colonizzazioni, imperialismo e sfruttamento; il risultato è anche la partenza di questi popoli alla ricerca di un pezzo di pane, che noi vogliamo rimandare indietro… direi quindi che tra le tante difficoltà che ci sono, sicuramente c’è la difficoltà di educare ad una lettura corretta della storia e della memoria, che è un punto di partenza fondamentale per la costruzione della pace.

Quale testo di mons. Bello, consiglierebbe ai giovani e ai meno giovani?

Credo che il testo La bisaccia del cercatore (Meridiana) sia un libro attuale ed utile. È un testo che coniuga diverse dimensioni, quella dell’impegno locale, pur avendo un respiro globale, quella di impegnarsi con tutti gli uomini di buona volontà indipendentemente dalle fedi, quello della ricerca di senso e della ricerca di Dio. È un libro che potrebbe essere letto da tutti e che rappresenta una riflessione sulle persone che vengono, dobbiamo raccogliere nella bisaccia le storie, i dolori, le gioie e le ferite dei compagni di viaggio e allo stesso tempo dobbiamo condividere quello che abbiamo nella nostra bisaccia, dobbiamo essere pane spezzato e donato per gli altri come lo è stato mons. Bello e con lui molti altri testimoni e profeti di pace.

Programma del 13 agosto 2026:
Premio don Tonino Bello 3° edizione

(fonte: Città Nuova, articolo di Emiliano Eusepi 10/08/2026)


Impariamo ad ascoltare il silenzio di Gennaro Matino

Impariamo ad ascoltare il silenzio
di Gennaro Matino


Entra nella tua camera, chiudi la porta”. Da duemila anni questa frase attraversa la storia quasi senza fare rumore. Oggi, invece, suona come una provocazione insopportabile. Chiudere la porta. Restare soli. Spegnere il telefono.

Rinunciare, anche solo per qualche minuto, all’ultima notifica, all’ultimo aggiornamento, all’ultimo rumore. Per molti non è più un gesto di libertà. È diventato una forma sottile di paura. Ci siamo raccontati che il nostro problema fosse la fretta. Non è vero. La fretta è soltanto il sintomo. La malattia è un’altra: abbiamo paura dell’incontro più difficile di tutti, quello con noi stessi. Per questo continuiamo a riempire ogni spazio. Se la televisione tace, accendiamo un podcast. Se finisce una conversazione, scorriamo uno schermo. Se una sala d’attesa ci regala cinque minuti di vuoto, li trasformiamo immediatamente in un’occasione per controllare qualcosa. Qualunque cosa. Purché il silenzio non abbia il tempo di raggiungerci. L’estate rende tutto più evidente. Le città rallentano. Le agende si svuotano. Le sere si allungano. La luce indugia sulle facciate delle case come se volesse convincerci che esiste ancora un altro modo di abitare il tempo. Eppure riusciamo a trasformare perfino le vacanze in una corsa.

Collezioniamo luoghi invece di visitarli. Fotografiamo tramonti senza guardarli. Organizziamo il riposo con la stessa ansia con cui organizziamo il lavoro. Non è la velocità a consumarci. È l’incapacità di restare. Perché fermarsi significa ascoltare domande che abbiamo imparato a rimandare. Chi sto diventando? Qual è il prezzo delle mie giornate? Che cosa resta di me quando nessuno mi guarda? Esiste ancora qualcosa che amo senza doverlo mostrare? Sono interrogativi discreti. Non bussano con violenza. Aspettano sulla soglia della coscienza. Ma proprio per questo fanno paura. Perché non chiedono risposte brillanti.

Chiedono verità. Viviamo in un tempo paradossale.

Abbiamo costruito case sempre più accoglienti e siamo diventati ospiti della nostra stessa vita. Entriamo e usciamo dalle giornate come turisti frettolosi. Attraversiamo relazioni, città, perfino il dolore, con l’ossessione di arrivare sempre al passaggio successivo. Confondiamo il movimento con la vita e l’occupazione con il senso.

Così finiamo per conoscere il mondo intero e restare stranieri a noi stessi. Forse è questa la povertà più nascosta del nostro tempo. Non ci manca il tempo. Ci manca il coraggio di consegnargli il nostro volto.

Abbiamo imparato a gestire ogni cosa, tranne la nostra interiorità. Sappiamo orientarci ovunque grazie a un navigatore, ma fatichiamo a ritrovare la strada che conduce dentro di noi. Conosciamo in tempo reale ciò che accade dall’altra parte del pianeta e ignoriamo le fratture che lentamente si aprono nel nostro cuore.

Eppure tutta la vita cresce così. Un’amicizia diventa fiducia perché qualcuno ha saputo restare. Un amore diventa casa perché qualcuno ha scelto di non fuggire davanti alle inevitabili ferite. Un figlio impara la sicurezza non dalle parole che ascolta, ma dalla presenza che incontra. Persino gli alberi insegnano che l’altezza è soltanto la parte visibile di una lunga fedeltà nascosta sotto terra. Per questo il silenzio non è una fuga dal mondo. È il luogo nel quale impariamo finalmente ad abitarlo. Chi non sa sostare davanti a sé difficilmente saprà sostare davanti a un altro. E chi non riesce più a rimanere in compagnia della propria coscienza finirà, prima o poi, per avere paura anche della libertà.
Forse agosto ci offre proprio questa possibilità. Non quella di interrompere la vita, ma di rientrarvi. Una passeggiata senza destinazione. Una cena che dimentica l’orologio. Un libro che non abbia fretta di finire. Il volto di un bambino osservato senza distrazioni. Non sono esercizi di lentezza. Sono gesti di riconciliazione. Continueremo questo cammino anche nelle prossime settimane, perché il futuro non sarà deciso soltanto dalle grandi scelte della politica, dell’economia o della tecnologia. 
Sarà deciso anche dalla qualità del silenzio che sapremo custodire. 
Forse il contrario della fretta non è la lentezza. 
È sentirsi finalmente a casa nella propria vita.

(Fonte: “la Repubblica” – Napoli – del 9 agosto 2026)


martedì 11 agosto 2026

Leone XIV: “Disarmare la tecnica, servire la pace”. Il Papa sfida la logica della guerra e dell’intelligenza artificiale

Leone XIV: “Disarmare la tecnica, servire la pace”.
Il Papa sfida la logica della guerra e dell’intelligenza artificiale 

Papa Leone XIV mentre raggiunge il centro del sagrato - Foto: Vatican Media

C’è una parola che attraversa sempre più chiaramente il pontificato di Leone XIV: disarmo. Non soltanto il disarmo degli arsenali, delle armi nucleari e dei sistemi militari, ma un disarmo più profondo, che riguarda la cultura, la politica, l’economia e oggi, in modo sempre più urgente, la tecnologia. È dentro questa prospettiva che assume un significato particolare il tema scelto da Papa Leone XIV per la 60ª Giornata Mondiale della Pace, che sarà celebrata il 1° gennaio 2027: “Disarmare la tecnica, servire la pace. La politica come responsabilità preventiva”.

Non è soltanto un titolo. È una direzione precisa, quasi un programma per un mondo nel quale la tecnologia ha smesso da tempo di essere soltanto uno strumento nelle mani dell’uomo e sta diventando una forza capace di condizionare decisioni, relazioni, economie e persino la guerra. Il riferimento più immediato è all’intelligenza artificiale, ma il discorso di Leone XIV è più ampio: riguarda il rapporto stesso tra potere, tecnica e responsabilità umana.

Il Papa chiede infatti di interrogarsi su chi decide, con quali criteri e per quali finalità vengono progettate e utilizzate le tecnologie. E soprattutto mette in discussione l’idea, sempre più pericolosa, secondo cui ciò che una macchina può fare diventa automaticamente anche moralmente accettabile.

Disarmare la tecnica

È proprio questa la radicalità della proposta di Leone XIV. Il Papa non invita semplicemente a regolamentare l’intelligenza artificiale, né si limita a chiedere prudenza nell’impiego delle nuove tecnologie. Usa deliberatamente un verbo forte: disarmare.

Quando presentò “Magnifica humanitas”, Leone XIV spiegò personalmente la scelta di quella parola: “L’Intelligenza Artificiale deve essere disarmata”. E aggiunse: “La parola è forte, lo so, ma è stata scelta deliberatamente perché questo momento ha bisogno di parole capaci di attirare l’attenzione, risvegliare le coscienze e indicare vie da seguire per l’umanità”.

Oggi quella frase acquista un peso ancora maggiore. Perché l’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia utilizzata per scrivere testi, produrre immagini, elaborare dati o assistere il lavoro umano. È sempre più presente nei sistemi di sicurezza e di difesa, nell’analisi delle informazioni, nella sorveglianza, nella selezione degli obiettivi e nei processi decisionali legati ai conflitti.

Da qui nasce una domanda che non può essere elusa: fino a che punto possiamo delegare a sistemi automatici decisioni che riguardano la vita e la morte? Leone XIV ha già dato una risposta netta: “non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”.

È un passaggio di enorme importanza. La responsabilità morale non può essere trasferita alla macchina. Un algoritmo può calcolare, selezionare, prevedere, classificare, ma non può assumere la responsabilità morale di una decisione che produce sofferenza, morte o distruzione. La macchina non può diventare un alibi. E la pace non può essere affidata alla presunta neutralità della tecnica.

La responsabilità della politica

Il secondo elemento decisivo del tema della Giornata Mondiale della Pace 2027 è la politica. Non una politica ridotta alla gestione dell’emergenza, ma una politica chiamata ad anticipare i pericoli, prevenire i conflitti e costruire condizioni di giustizia.

La formula scelta da Leone XIV, “la politica come responsabilità preventiva”, contiene una critica implicita a una politica che troppo spesso interviene quando la guerra è già iniziata, quando le vittime sono già numerose e quando la macchina militare è ormai in movimento. La prevenzione significa invece agire prima: costruire accordi internazionali, rafforzare il diritto, difendere la dignità delle persone, impedire che le nuove tecnologie diventino strumenti di dominio e stabilire limiti condivisi all’impiego dell’intelligenza artificiale nei conflitti.

È una visione della politica molto diversa da quella fondata sulla deterrenza permanente, sulla corsa agli armamenti e sulla convinzione che la sicurezza possa essere ottenuta accumulando strumenti sempre più sofisticati di distruzione.

Il richiamo alla giustizia

Il nuovo tema si colloca nel solco della riflessione sviluppata da Leone XIV nella sua enciclica “Magnifica humanitas”. Il Papa afferma che “la pace, non solo l’assenza di guerra, è la giustizia all’opera”.

È una frase che merita di essere presa sul serio. Significa che la pace non può essere ridotta a un semplice intervallo tra due guerre. Non basta che i missili non vengano lanciati, non basta che i bombardamenti cessino. Una pace autentica richiede condizioni sociali, economiche e politiche che rendano possibile la vita dignitosa dei popoli.

Ed è qui che la questione tecnologica si intreccia con quella sociale. Una tecnologia che concentra ricchezza e potere nelle mani di pochi, che aumenta le disuguaglianze, che produce nuove forme di esclusione o che trasforma il conflitto in una fonte di profitto non può essere considerata automaticamente progresso.

Nella stessa “Magnifica humanitas”, Leone XIV contrappone all’”industria della guerra” l’”artigianato della pace”. È una delle immagini più forti della sua riflessione. L’industria della guerra è organizzata, potente, tecnologicamente avanzata, sostenuta da enormi interessi economici e politici. L’artigianato della pace, invece, è fatto di relazioni, ascolto, pazienza, diplomazia, solidarietà, giustizia e ricostruzione. Ma proprio perché è fragile, deve diventare una scelta politica.

Dal disarmo delle armi al disarmo del cuore

La scelta del tema per il 2027 non arriva improvvisamente. È la prosecuzione di un percorso iniziato con il primo messaggio di Leone XIV per la Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2026, significativamente intitolato “La pace sia con tutti voi: verso una pace disarmata e disarmante”.

Già allora il Papa aveva scelto di andare alla radice della questione. “La pace sia con voi!”, aveva scritto, ricordando il saluto di Cristo risorto, e aveva definito quella cristiana “una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante”.

Il significato di quel “disarmata e disarmante” era già molto più ampio del semplice rifiuto delle armi. Leone XIV parlava di un disarmo del cuore, della mente e della vita. Nel messaggio aveva ricordato che il Giubileo della Speranza aveva sollecitato milioni di persone a riscoprirsi pellegrini e ad avviare dentro di sé proprio “quel disarmo del cuore, della mente e della vita”.

Ora il percorso si allarga alla tecnica: prima il disarmo dell’uomo dalla logica della guerra, poi il disarmo delle tecnologie che rischiano di essere assorbite dalla stessa logica. È una continuità importante, perché per Leone XIV la guerra non nasce soltanto dalle armi. Nasce anche dalle parole, dalla propaganda, dalla disumanizzazione dell’avversario, dall’indifferenza, dalla paura, dalla ricerca del dominio. E nasce anche quando la tecnologia viene separata dalla coscienza.

Disarmare anche le parole

In “Magnifica humanitas”, Leone XIV utilizza un’espressione particolarmente significativa: “Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra”. E aggiunge che “la pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri”.

È una riflessione che assume un valore particolare nell’epoca dei social network, dell’informazione istantanea e dei sistemi generativi capaci di produrre in pochi secondi quantità immense di contenuti. La guerra può essere combattuta anche prima che comincino gli spari. Può essere combattuta nelle immagini, nei racconti, nelle manipolazioni, nella costruzione dell’odio. Può essere preparata attraverso la trasformazione dell’altro in un nemico assoluto.

Per questo “disarmare la tecnica” significa anche impedire che la tecnologia venga utilizzata per moltiplicare la paura, diffondere menzogne, alimentare polarizzazioni e rendere più facile la disumanizzazione di interi popoli. La questione non è dunque soltanto che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è: quale società vogliamo costruire attraverso l’intelligenza artificiale?

Babele o Gerusalemme

In “Magnifica humanitas”, Leone XIV utilizza la contrapposizione biblica tra Babele e Gerusalemme. La tecnologia può diventare una nuova Babele quando viene trasformata in strumento di autosufficienza, profitto e dominio, quando l’efficienza diventa più importante della persona e quando il progresso viene separato dalla solidarietà. Ma può diventare anche uno strumento per “ricostruire Gerusalemme”, cioè per ricomporre legami, cooperare e servire il bene comune.

“Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”: in questa frase è racchiusa una delle frontiere etiche del nostro tempo. La tecnologia deve rimanere al servizio dell’uomo, non l’uomo al servizio della tecnologia. E soprattutto non può essere lasciata senza una responsabilità politica e internazionale.

Il richiamo alla tradizione della Chiesa

Questa posizione si inserisce in una lunga tradizione della Chiesa sul disarmo e sulla pace. Nel messaggio per il 2026 Leone XIV aveva richiamato direttamente Giovanni XXIII e la “Pacem in terris”, enciclica che aveva posto con forza il tema della pace fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla carità e sulla libertà. Aveva inoltre ricordato il Concilio Vaticano II e “Fratelli tutti” di Papa Francesco.

La linea è dunque chiara: Leone XIV non considera la pace una questione separata dalla dignità umana, dalla giustizia sociale e dalla cooperazione internazionale. E non considera il riarmo una risposta sufficiente all’insicurezza.

Al contrario, invita a spezzare quella che potremmo definire la spirale della paura: più paura, più armi; più armi, maggiore tensione; maggiore tensione, maggiore necessità di nuovi armamenti.

La stessa immagine biblica citata nel messaggio del 2026 resta emblematica: “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra”.

È un’immagine antica, ma sorprendentemente contemporanea. Perché oggi le “spade” non sono soltanto carri armati e missili. Sono anche sistemi autonomi, algoritmi militari, droni intelligenti, strumenti di sorveglianza e tecnologie capaci di rendere la guerra più rapida, più impersonale e potenzialmente più difficile da fermare.

Ricostruire, non soltanto disarmare

C’è però un altro aspetto del messaggio di Leone XIV che merita particolare attenzione: disarmare non è sufficiente. “Dobbiamo costruire”, afferma il Papa.

È forse questo il cuore più umano della sua proposta. Leone XIV ricorda la propria esperienza missionaria in Perù e le situazioni di ricostruzione affrontate dopo le inondazioni. “Ricostruire non significa semplicemente sostituire ciò che è stato distrutto”, racconta. “Significa riparare i legami, ripristinare la fiducia e risvegliare la speranza nel futuro”. E soprattutto: “Nessuno ricostruisce da solo”.

Questa frase può essere letta come una vera chiave politica del pontificato. Non basta fermare una guerra se non si ricostruiscono le comunità. Non basta spegnere un conflitto se restano intatte le ingiustizie che lo hanno alimentato. Non basta regolamentare l’intelligenza artificiale se non si costruisce una cultura della responsabilità.

La pace è un’opera collettiva. Per questo Leone XIV parla di istituzioni e cittadini, Paesi ricchi e Paesi poveri, centri di potere e periferie. Tutti devono essere coinvolti nella costruzione del futuro.

La sfida per il mondo

Il messaggio annunciato per il 2027 guarda dunque al futuro, ma parla soprattutto al presente. Parla a un mondo attraversato da guerre, riarmi, crisi umanitarie e profonde fratture internazionali. Parla a una società nella quale l’intelligenza artificiale corre più rapidamente delle regole capaci di governarla. Parla ai governi, alle industrie tecnologiche, agli scienziati, agli eserciti, alle organizzazioni internazionali e alla società civile.

E pone una questione essenziale: chi governerà il futuro?

La risposta di Leone XIV non sembra essere la tecnica stessa. E neppure il mercato lasciato senza regole. Tantomeno la forza militare. Il futuro, nella visione del Papa, deve essere governato dalla responsabilità.

“Le decisioni sulla tecnologia non devono mai essere separate dalla coscienza e dalla responsabilità”, aveva detto già presentando “Magnifica humanitas”. È un principio semplice, ma rivoluzionario, perché restituisce all’essere umano ciò che nessun algoritmo dovrebbe possedere: la responsabilità delle proprie scelte. E restituisce alla politica il compito di orientare la tecnica verso il bene comune.

La pace come scelta concreta

Il nuovo tema della Giornata Mondiale della Pace non è dunque un semplice invito spirituale. È anche una domanda rivolta alla coscienza del nostro tempo. Che cosa facciamo della nostra intelligenza? Che cosa facciamo delle nostre conoscenze? Che cosa facciamo della nostra capacità di creare macchine sempre più potenti?

Possiamo utilizzare la tecnica per curare oppure per distruggere, per avvicinare oppure per sorvegliare, per liberare oppure per dominare. Possiamo trasformare l’intelligenza artificiale in un acceleratore delle disuguaglianze oppure orientarla verso un autentico bene comune.

Per Leone XIV, la scelta non è inevitabile. Dipende dall’uomo, dalla politica e dalla capacità della comunità internazionale di assumersi responsabilità prima che le tecnologie diventino strumenti irreversibili di guerra. E dipende anche da ciascuno di noi.

Perché il disarmo al quale il Papa continua a richiamare non comincia soltanto nei palazzi delle istituzioni internazionali. Comincia dentro la persona: nel modo in cui guardiamo l’altro, nel linguaggio che utilizziamo, nella capacità di ascoltare, nel rifiuto della violenza come metodo per risolvere i conflitti.

Dal “disarmo del cuore” evocato nel messaggio per il 2026 al “disarmo della tecnica” che caratterizzerà la Giornata del 2027, Leone XIV sembra dunque voler costruire un’unica grande riflessione sulla pace. Una pace che non sia semplicemente la pausa tra due guerre, ma giustizia, responsabilità, cura della persona e fraternità.

Una pace che sappia dire no alla trasformazione dell’intelligenza in arma e che sappia invece trasformare l’intelligenza dell’uomo e le sue straordinarie conquiste tecnologiche in strumenti al servizio della vita.

In fondo, il messaggio di Leone XIV può essere riassunto proprio nella logica che attraversa “Magnifica humanitas”: non dobbiamo avere paura del progresso, ma dobbiamo avere paura di un progresso senza coscienza.

Perché una macchina sempre più intelligente non rende automaticamente più intelligente l’umanità.

La vera sfida, allora, è fare in modo che la tecnologia rimanga umana. E che la pace non venga affidata alla potenza delle armi, ma alla forza della responsabilità, della giustizia e della fraternità.

(fonte: Faro di Roma, articolo di Letizia Lucarelli 11/08/2026)


Suggerimenti di letture estive: Il folle di Dio alla fine del mondo - Senza alcun dubbio: Cercas indaga Papa Francesco


Senza alcun dubbio: Cercas indaga Papa Francesco

Un libro dello scrittore non credente Javier Cercas (uscito nel 2025) restituisce il cuore del messaggio e dell’azione di papa Francesco, ed è un bene da non dimenticare. (#letturestive #suggerimenti di letture estive)


Quando ho letto Il folle di Dio alla fine del mondo (Milano, Guanda, 2025) nell’estate scorsa ho avuto conferma di un’idea che avevo da tempo: Papa Francesco è stato compreso più fuori che dentro la chiesa cattolica. Bastava qualche conversazione a darne prova, soprattutto con non credenti o ‘diversamente credenti’. Ma nel libro di Cercas la questione è lampante, e forse anche per questo meriterebbe la lettura (o la rilettura) a distanza di un anno.

Lo scrittore spagnolo compie una sua ‘indagine su Bergoglio’, strutturando il libro come una sorta di giallo, che è anche la ricerca di una risposta, che egli vuole dare alla madre: vedrà lei di nuovo il marito in Paradiso? Come in ogni poliziesco, ci sono l’ascolto dei testimoni, la ricerca di indizi di chi sia il ‘colpevole’, l’interrogatorio: la struttura è, in fondo, questa. Sennonché il ‘colpevole’ è il Papa, e lo sappiamo fin dall’inizio, e lo scrittore spagnolo, incastrando elementi di saggio, interviste, studi, letture e narrazione (come è nel suo stile, si pensi al suo Soldati di Salamina), cerca di mettere a fuoco, con la scusa della domanda, chi sia veramente Papa Francesco (a noi, oggi, viene naturale chiederci: chi sia stato).

L’occasione, poi, è di quelle emblematiche: seguire il Papa in un viaggio in Mongolia, estrema periferia del mondo e della chiesa, dove i cristiani sono una manciata (ci stanno tutti in una foto, ricorda lo scrittore), e dove si incarna il cuore del pontificato bergogliano: andare ai margini, dare loro rilievo e dignità, osservare il centro da laggiù, secondo una follia che dà il titolo al libro.

Nell’indagine, tra i ‘testimoni’, compaiono personaggi reali, dentro la macchina vaticana o fuori: Tornielli, Spadaro, Fazzini, Ruffini, Brunelli e altri. Tutti interrogati da Cercas, per cogliere la ricchezza di Bergoglio, a cui lui, a volte, accosta delle note che ne evidenziano anche i limiti caratteriali, così da non scadere nell’agiografia.

Molto belli sono i racconti dell’incontro con Tolentino de Mendonça, che con finezza e gentilezza, da poeta qual è, mette in luce e dà alcune chiavi di lettura di Francesco, come, ad esempio, il suo essere «sincronico», che egli spiega così: «Di solito un sacerdote fa discorsi inattuali, eterni, discorsi che valgono per qualunque momento e circostanza e che sfuggono all’agenda dei temi urgenti, quotidiani. Invece papa Francesco ha una grande capacità di sintonizzarsi con il presente, per intervenirvi, e per di più non ha paura di farlo. Non si rifugia in questioni astratte; no: ed ecco tutto il discorso sull’ecologia, sugli emigranti. Sono discorsi che incidono sul qui e ora. Lui avverte l’urgenza di parlare di questi temi, la sfida. È questo che chiamo essere sincronico: sincronizzarsi con l’attualità…».
E altrettanto belli gli incontri con i missionari in Mongolia, quali padre Ernesto, padre Giovanni, suor Lucille, persone che con missioni e carismi diversi sentono e comunicano la freschezza del messaggio cristiano, la forza del Vangelo: essi sentono l’estrema importanza del viaggio del Papa in Mongolia, il loro essere visti pur essendo ai margini, avvertendo la forza di una speranza e di una testimonianza che rincuora e conforta.

Alla fine Cercas riuscirà a porre la sua domanda al Papa, ne avrà una risposta alla Bergoglio: semplice, disarmante, immediata, umana, senza dubbio alcuno. Ma, cosa ancora più rilevante, alla fine del libro comparirà un altro dei gesti spontanei del Papa: una telefonata allo scrittore per esprime la sua vicinanza dopo la morte della madre.

Il libro, che forse avrebbe giovato di qualche pagina in meno, ci restituisce papa Francesco, molte delle sue ricchezze, dei doni che ha dato alla Chiesa, e tra le righe spiega perché la sua umanità («il segreto di Bergoglio è che non ha nessun segreto; il segreto di Bergoglio è che è un uomo comune») e la sua spontaneità, insieme alla sua lettura dei tempi e la sua esperienza di fede , possano aver generato ostilità in ambienti più paludati e retorici, più abituati alla gestione del potere dal centro che non allo sguardo da fuori. Come si diceva all’inizio: Cercas coglie molti aspetti di una personalità straordinaria, senza apologetica, senza polemiche: il cuore di un uomo, il cuore di un cristiano, il cuore di un pastore.
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Sergio Di Benedetto 03/08/2026)


Il custode delle domande - GUCCINI Nel ricordo del teologo Brunetto Salvarani -

Il custode delle domande
GUCCINI -Nel ricordo del teologo Brunetto Salvarani


Colloquio con Brunetto Salvarani a cura di Fabio Colagrande

La forza di Francesco Guccini non è stata soltanto quella di scrivere alcune delle pagine più alte della canzone d'autore italiana. È stata soprattutto la capacità di trasformare le domande di una generazione in parole destinate a parlare anche alle successive. Per Brunetto Salvarani, teologo, scrittore e suo amico, è questo il lascito più profondo del cantautore emiliano, scomparso giovedì 6 agosto 2026: aver saputo raccontare l’esistenza con una sincerità rara, senza mai smettere di interrogarsi sul senso ultimo delle cose.
«Francesco ci ha interpretato, ci ha interpretato tutti o almeno molti, come pochissimi altri», osserva Salvarani, intervistato dai media vaticani. Lo ha fatto nelle canzoni, ma anche nei romanzi, nei fumetti e negli altri linguaggi che ha frequentato. Tutta la sua opera, ricorda, nasce dall'esperienza personale, da una fedeltà alla propria storia che gli ha consentito di parlare di sé raccontando, in realtà, la vita di molti.

Per questo definirlo un cantautore politico sarebbe «totalmente riduttivo». La politica attraversa molte sue pagine, ma il suo sguardo è più ampio. «Il racconto della vita così com'è» resta il cuore della sua produzione, come suggerisce anche il titolo del volume che Salvarani gli dedicò insieme a Odoardo Semellini, Di questa cosa che chiami vita. Ed è proprio questa fedeltà all’umano che rende ancora vive canzoni come Auschwitz e Dio è morto, «canzoni sostanzialmente immortali» perché capaci di dare voce a sentimenti che non appartengono a una sola stagione.

A rendere unica la sua figura, osserva ancora Salvarani, è stata anche la capacità di attraversare linguaggi diversi. Oltre alle canzoni, Guccini è stato scrittore, fumettista e attore, «un uomo davvero a 360 gradi», sempre fedele alla propria esperienza personale. Musicalmente apparteneva alla stagione che, sulla scia di Bob Dylan, Jacques Brel e Georges Brassens, diede vita alla grande canzone d'autore europea. In Italia, spiega, furono soprattutto lui e Fabrizio De André a tradurre quella novità, mettendo al centro il valore delle parole. Una tradizione che oggi sembra appartenere alla storia, ma che continua a vivere nelle nuove generazioni anche grazie ad artisti come Vinicio Capossela, che Guccini contribuì a far conoscere.

Fra le domande che hanno attraversato tutta la sua opera, un posto particolare occupa quella su Dio. Salvarani ricorda come Guccini provenisse da una famiglia profondamente religiosa, soprattutto per l’influenza della madre Ester Prandi.

Pur definendosi sempre agnostico, «non ha mai rifiutato questa cosa» e «non ha mai voluto essere trascinato da una parte all'altra». La sua, più che una presa di distanza, è stata una ricerca libera, mai superficiale.

Emblematica, in questo senso, fu anche l’intervista concessa nel 2010 proprio a «L’Osservatore Romano», nella quale riconosceva nella Bibbia «un grande codice culturale col quale è impossibile non fare i conti». Una convinzione che riaffiora nel brano Shomèr ma mi-llailah, ispirato al profeta Isaia, dove il testo biblico diventa uno strumento per leggere il presente e custodire la speranza dentro la notte.

Non meno eloquente è la vicenda di Dio è morto. Mentre la Rai ne vietava la trasmissione, Radio Vaticana decise di mandarla in onda. Salvarani, che ha ricostruito direttamente quell’episodio, ricorda come quella scelta dell’emittente pontificia non fosse una provocazione, ma il riconoscimento di un linguaggio nuovo: «Era un omaggio a un linguaggio, quello della musica, che i giovani in quel momento stavano utilizzando per dire la loro voglia di esserci nella società». Una decisione che, osserva, conserva ancora oggi un valore esemplare, «un bel segnale, soprattutto per oggi», in un tempo nel quale «le generazioni faticano a parlarsi». Forse è anche questa la ragione per cui Guccini continua a essere ascoltato da chi non appartiene alla sua epoca. È stato, spiega Salvarani, «veramente un cantautore intergenerazionale».

Accanto alla profondità della riflessione, Salvarani ricorda infine anche il tratto più umano del suo amico. «Guccini era un timido, un grande timido che risolveva la sua timidezza con l’ironia», osserva. Dietro il sarcasmo e la leggerezza emergeva il valore assoluto attribuito all’amicizia, espresso nel brano Gli amici, secondo il teologo attraversato da una sorprendente prospettiva escatologica. Pensando alla sua scomparsa, Salvarani si augura che possa «ritrovare i suoi tanti amici» e ricevere da loro, «dall'altra parte», quel grazie che la sua opera continua a suscitare

(Fonte: L'Osservatore Romano - 6 agosto 2026)


lunedì 10 agosto 2026

San Lorenzo, la vera storia del martire della graticola che ha dato il nome alle stelle cadenti

San Lorenzo, la vera storia del martire della graticola che ha dato il nome alle stelle cadenti
 
La tradizione lo vuole arso vivo ma gli studi ritengono leggendario il supplizio sulla graticola. Diacono al servizio dei poveri, è legato alla notte delle Perseidi e alla celebre poesia di Giovanni Pascoli, X Agosto, che trasforma le meteore in un pianto sul dolore e sulla crudeltà degli uomini


È patrono di diaconi, cuochi e pompieri. Fin dai primi secoli del cristianesimo, Lorenzo viene generalmente raffigurato come un giovane diacono rivestito della dalmatica, con il ricorrente attributo della graticola o, in tempi più recenti, della borsa del tesoro della Chiesa romana da lui distribuito, secondo i testi agiografici, ai poveri. Gli agiografi sono concordi nel riconoscere in Lorenzo il titolare della necropoli della via Tiburtina a Roma. È certo che Lorenzo è morto martire per Cristo probabilmente sotto l'imperatore Valeriano, ma non è così certo il supplizio della graticola su cui sarebbe stato steso e bruciato.

Il suo corpo è sepolto nella cripta della confessione di san Lorenzo insieme ai santi Stefano e Giustino. I resti furono rinvenuti nel corso dei restauri operati da papa Pelagio II.
Numerose sono le chiese in Roma a lui dedicate, tra le tante è da annoverarsi quella di San Lorenzo in Palatio, ovvero l'oratorio privato del Papa nel Patriarchio lateranense, dove, fra le reliquie custodite, vi era il capo.

LA SCARNA BIOGRAFIA

Pietro da Cortona, San Lorenzo
 trascinato sulla graticola
Le notizie sulla vita di san Lorenzo, che pure in passato ha goduto di una devozione popolare notevole, sono scarse. Si sa che era originario della Spagna e più precisamente di Osca, in Aragona, alle falde dei Pirenei. Ancora giovane, fu inviato a Saragozza per completare gli studi umanistici e teologici; fu qui che conobbe il futuro papa Sisto II. Questi insegnava in quello che era, all'epoca, uno dei più noti centri di studi della città e, tra quei maestri, il futuro Papa era uno dei più conosciuti ed apprezzati. Tra maestro e allievo iniziò un'amicizia e una stima reciproche. Entrambi, seguendo un flusso migratorio allora molto vivace, lasciarono la Spagna per trasferirsi a Roma. Quando il 30 agosto 257 Sisto fu eletto vescovo di Roma, affidò a Lorenzo il compito di arcidiacono, cioè di responsabile delle attività caritative nella diocesi di Roma, di cui beneficiavano 1500 persone fra poveri e vedove.

IL MARTIRIO 

Al principio dell'agosto 258 l'imperatore Valeriano aveva emanato un editto, secondo il quale tutti i vescovi, i presbiteri e i diaconi dovevano essere messi a morte. L'editto fu eseguito immediatamente a Roma, al tempo in cui Daciano era prefetto dell'Urbe. Sorpreso mentre celebrava l'eucaristia nelle catacombe di Pretestato, papa Sisto II fu ucciso il 6 agosto insieme a quattro dei suoi diaconi, tra i quali Innocenzo; quattro giorni dopo il 10 agosto fu la volta di Lorenzo, che aveva 33 anni. Non si è certi se egli fu bruciato con graticola messa sul fuoco ardente.

ARSO VIVO SULLA GRATICOLA?

Secondo un’antica Passione, raccolta da sant’Ambrogio, San Lorenzo fu bruciato sopra una graticola: un supplizio che ispirerà opere d’arte, testi di pietà e detti popolari per secoli. Ma gli studi considerano leggendaria questa tradizione. L’imperatore Valeriano non ordinò torture. Possiamo ritenere che Lorenzo sia stato decapitato come Sisto II, Cipriano e tanti altri. Il corpo viene deposto poi in una tomba sulla via Tiburtina. Su di essa, Costantino costruirà una basilica, poi ingrandita via via da Pelagio II e da Onorio III; e restaurata nel XX secolo, dopo i danni del bombardamento americano su Roma del 19 luglio 1943.

Osservatorio astronomico, le visite in occasione della notte di San Lorenzo. L'osservatorio per vedere le stelle cadenti. 
Pino Torinese, Torino, 10 agosto 2021 ANSA/JESSICA PASQUALON (ANSA)

COSA C’ENTRA IL SANTO CON LA TRADIZIONE DELLE STELLE CADENTI?

La Notte di san Lorenzo, il 10 agosto, è tradizionalmente associata al fenomeno delle stelle cadenti, considerate evocative dei carboni ardenti su cui il santo fu martirizzato. In effetti, in quei giorni, la Terra attraversa lo sciame meteorico delle Perseidi e l’atmosfera è attraversata da un numero di piccole meteore molto più alto del normale. Il fenomeno risulta particolarmente visibile alle nostre latitudini in quanto il cielo estivo è spesso sereno. Celebre la poesia di Giovanni Pascoli, che interpreta la pioggia di stelle cadenti come lacrime celesti, intitolata appunto, dal giorno dedicato al santo, X agosto: «San Lorenzo, io lo so perché tanto / di stelle per l'aria tranquilla / arde e cade, perché si gran pianto / nel concavo cielo sfavilla...».
(fonte: Famiglia Cristiana)