Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



venerdì 11 settembre 2026

A 25 anni dagli attentati terroristici che sconvolsero l’America: 11 settembre 2001 un giorno che non è mai finito

A 25 anni dagli attentati terroristici che sconvolsero l’America

11 settembre 2001
un giorno
che non è mai finito

A colloquio con Daniel Nigro, comandante dei Vigili del Fuoco di New York all’epoca dell’attacco alle Torri Gemelle


Si è soliti dire che ci sono giorni che sono degli spartiacque nella storia dell’umanità. Per quanto riguarda il XXI secolo sicuramente l’11 settembre 2001 è la data con cui bisogna fare i conti per comprendere il mondo in cui viviamo. Ma se in questi 25 anni si sono susseguite analisi e riflessioni sulla geopolitica mondiale, su come è cambiata la politica statunitense o ancora su come quell’evento tragico abbia inciso sul rapporto tra Occidente e mondo islamico, c’è una storia che è meno eclatante ma che riguarda la vita concreta di migliaia di persone. È la storia dei sopravvissuti all’attacco, dei familiari e amici delle vittime, di chi si è ammalato dopo l’11 settembre 2001. È la storia soprattutto di quegli eroi -— qui la parola non è retorica — che mettendo a rischio la propria vita e, purtroppo, in molti casi perdendola hanno salvato quella degli altri con atti di coraggio e abnegazione che ancora oggi toccano il cuore. Tra loro un posto speciale lo occupano i vigili del fuoco di New York — ben 343 morirono quel giorno — che sono diventati il simbolo della forza e resilienza di chi non ha voluto arrendersi al male ma ha voluto dare tutto, fino alla vita, per aiutare gli altri. A 25 anni da quella giornata, abbiamo chiesto a Daniel Nigro, comandante dei vigili del Fuoco di New York all’epoca dell’attacco terroristico, di raccontarci i suoi sentimenti in occasione di questo anniversario e di condividere le sue speranze per il futuro di New York, dell’America e dei suoi compagni vigili del fuoco.

Comandante Daniel Nigro, lei ha assunto il comando dei Vigili del fuoco di New York l’11 settembre, dopo che il suo amico, il comandante Pete Ganci, è stato ucciso nel crollo della Torre Nord. Quel giorno, in un solo giorno, ha perso 343 compagni. Venticinque anni dopo, che cosa significa per lei personalmente commemorare questo anniversario?

Il senso di tristezza non invecchia mai: dopo 25 anni è sempre lo stesso. A volte mi stupisco di essere ancora qui. Non sono giovane, e quel giorno sono morti in tanti. E dopo di allora, molti altri sono morti a causa di malattie legate a quanto successo al World Trade Center. Penso a ogni membro che abbiamo perso e ai poveri civili che sono stati uccisi e a tutto ciò che si sono persi in 25 anni. Io sono stato così fortunato da poter assistere ai matrimoni delle mie figlie e veder nascere i miei nipoti… I miei amici e altri non hanno mai potuto vivere tutto questo e non posso fare a meno di provare tristezza, quest’anno e ogni anno.

Lei ha menzionato una cosa che forse è poco nota al di fuori dei confini statunitensi. Negli anni dopo l’11 settembre, migliaia di persone, tra cui anche molti vigili del fuoco, hanno sviluppato tumori e altre malattie, e molte di loro, purtroppo, sono morte. È un fatto poco noto fuori da New York e dagli Stati Uniti. Che cosa vuole che la gente comprenda riguardo a quella cosiddetta “seconda ondata” di morti dovute all’11 settembre, quelle causate dalla malattia e non dall’attacco stesso?

È una cosa di cui eravamo consapevoli: la situazione lì, l’aria che stavamo respirando e la sua natura potenzialmente tossica. Ma come vigili del fuoco è questo che facciamo per vivere. Abbiamo trascorso mesi laggiù per cercare di recuperare i resti di ogni vittima che si riusciva a trovare. A causa del lavoro che abbiamo fatto lì, ci siamo ammalati. Penso che abbiamo perso circa 500 membri del Corpo dei Vigili del Fuoco. Il Dipartimento di polizia ha perso molti membri e molti di noi stanno combattendo con diverse forme di cancro, me compreso. Grazie a Dio io ora sto bene, ma sembra essere questa storia del dopo 11 settembre. Quando si ammaleranno e di che cosa si ammaleranno? Non è altro che una triste nota in fondo a un giorno terribile. Se c’era qualcosa che potesse rendere in qualche modo peggiore quella giornata, è stato tutto questo. Tutti noi ricordiamo coloro che sono scomparsi e che negli ultimi anni sono morti per malattie, e lo facciamo ogni anno.

Secondo lei, che cosa è cambiato nella cultura e nello spirito dei Vigili del Fuoco di New York dopo l’11 settembre, qualcosa che perdura ancora oggi e che in qualche modo ha modificato per sempre il lavoro dei pompieri della città di New York?

Bisognava superare la perdita di molti membri esperti del Dipartimento, della sua leadership, e ricostruire, cosa che abbiamo fatto. La missione dei Vigili del Fuoco rimane la stessa: siamo qui per servire la gente, per salvare vite e per salvare beni, e questo non è cambiato. Forse lo facciamo in maniera un po’ diversa. Abbiamo strumenti migliori, abbiamo una tecnologia migliore, ma i membri continuano a impegnarsi e a dedicarsi al servizio al pubblico e, di fatto, a rischiare la vita per il bene degli altri, ed è ciò che i Vigili del Fuoco fanno qui a New York sin dal 1865.

C’è un dato che mi ha davvero colpito: più di 100 milioni di americani sono nati dopo l’11 settembre 2001. Non lo hanno vissuto direttamente. Quanto è importante qui la memoria, e come si può aiutare queste nuove generazioni di americani e di newyorchesi a comprendere ciò che è accaduto quel giorno?

È così: una buona parte della popolazione all’epoca ancora non c’era. Io sono nato pochi anni dopo l’attacco a Pearl Harbor. Sapevo di che cosa si trattava, ma sono certo che la mia esperienza non sia stata la stessa della generazione dei miei genitori, che l’aveva vissuta in prima persona. Quindi sono consapevole che la gente non ha la stessa percezione della situazione, ma cerchiamo di trasmettere l’idea di che cosa è stata quella giornata, l’impatto che ha avuto sulla città, sul Paese, sul mondo. Qualcuno lo capisce, qualcun altro no, e sono dell’idea che fintanto che svolgiamo il nostro lavoro di raccontare la vicenda, cosa che ovviamente sto cercando di fare oggi, stiamo rispettando la promessa fatta allora di non dimenticare mai. Non dimenticare mai quanti erano morti, non dimenticare mai quanti avevano sacrificato la propria vita o l’avevano persa invano. Quel giorno erano semplicemente andati al lavoro, e all’improvviso erano stati attaccati e uccisi.

Qual è la cosa più importante che vorrebbe che i vigili del fuoco più giovani, quelli che l’11 settembre non erano ancora nati o che erano troppo giovani per ricordare, capissero di quella giornata terribile e del sacrificio di cui ha parlato, il sacrificio dei loro colleghi?

Conoscono tutti la storia. Ci assicuriamo di insegnarla nella nostra Accademia dei Vigili del Fuoco quando assumiamo nuova gente. Prima di lasciare l’Accademia, vengono tutti portati a “Ground Zero”, come chiamiamo il sito del World Trade Center, per visitare il memoriale, ascoltare la storia direttamente sul posto, visitare il museo e scoprire di più al riguardo, e capire che quei membri che li hanno preceduti hanno sacrificato la propria vita per coloro che hanno subito l’attacco nelle Torri. Ed è proprio questo il senso del nostro Dipartimento: purtroppo, quando metti la vita degli altri prima della tua, puoi perderla. E questo lo comprendono, e capiranno che cosa è accaduto quel giorno. Quindi a tale riguardo facciamo il nostro lavoro. E spero solo che gran parte di ciò che s’impara riguardi gli innocenti che hanno perso la vita semplicemente lavorando nelle Torri, lavorando al Pentagono o come primi soccorritori intervenuti per aiutare coloro che hanno perso la vita. È questa la cosa importante da ricordare.

Negli anniversari — accade sempre: negli Stati Uniti, in Italia, in ogni Paese — ricordiamo le vittime, i sopravvissuti, gli atti di eroismo. E questo vale in modo particolare per un giorno come l’11 settembre. Ma poi la vita ritorna alla normalità. Come vorrebbe che questo sacrificio di tanti venisse onorato, non solo in questo giorno, ma durante tutto l’anno? Negli anni…

Molti considerano l’anniversario dell’11 settembre come un’occasione per fare del bene, il che è davvero un bellissimo modo, che si tratti di offrire pasti alle persone o di compiere altri atti di generosità. Mi auguro che prima o poi riusciamo a fare un passo indietro e dire: non possiamo cambiare quello che è accaduto quel giorno. È accaduto. È stato un giorno terribile. Ma come possiamo usare meglio le nostre vite per onorare coloro che sono morti? E il modo per farlo è essere generosi, essere gentili, essere attenti e non essere pieni di odio e vendicativi. E mi auguro che sia questo il messaggio del dopo 11 settembre: ricordiamo coloro che sono morti finché possiamo. E come afferma una fondazione, Tunnel to Towers, finché ne abbiamo la possibilità, facciamo del bene. È un messaggio straordinario.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Alessandro Gisotti 10/09/2026)


giovedì 10 settembre 2026

112ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 27/09/2026 - Messaggio di papa Leone XIV: "Anche uno solo di questi bambini" - Mons. Corrado Lorefice: Migranti e rifugiati, i piccoli del Vangelo


MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ LEONE XIV
PER LA 112ª GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO

(27 settembre 2026)


_______________________

Anche uno solo di questi bambini (cfr Mt 18,10)

Cari fratelli e care sorelle!

Di anno in anno la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ci invita a volgere il nostro sguardo su aspetti diversi del complesso fenomeno migratorio. Per questa 112ª Giornata il tema «Anche uno solo di questi bambini» richiama la nostra attenzione sui minori direttamente coinvolti nell’esperienza del migrare e della fuga, sulla sollecitudine nei loro confronti e sulla promessa del Signore che «chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me» (Mc 9,37). 

...

Affidiamo i minori migranti e rifugiati alla materna protezione di Maria Santissima che, insieme a San Giuseppe e a Gesù, ancora bambino, conobbe la ferocia della violenza di Erode e il dramma dell’esilio in Egitto (cfr Mt 2,13-15); sia Lei ad accompagnare i loro passi e ad aiutare le nostre comunità a diventare segni vivi e credibili del Vangelo.

Dal Vaticano, 11 agosto 2026, memoria di Santa Chiara d’Assisi.

LEONE PP. XIV


**********

Mons. Corrado Lorefice
Migranti e rifugiati, i piccoli del Vangelo 

In un tempo abituato a contare i morti e a considerare un nulla la vita di ogni creatura, il tema scelto da papa Leone XIV per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2026 ricorda a tutti che ogni esistenza brilla agli occhi di Dio. 

È incredibile la critica mossa alla comunità cristiana, accusata di «buonismo» e di «fare politica» quando parla di accoglienza. 
La Chiesa non anima sentimentalismi e non fa politica: fa Vangelo. 
E da qui una visione di polis, di città umana e umanizzante. Alla fine della vita, infatti, saremo giudicati non sul potere, non sul successo, ma sull’amore. Questo vuol dire che di fronte al povero, al sofferente, al bambino, non ha senso cercare spiegazioni o retropensieri. Vanno accolti, e basta. Non come si accoglie un “poveraccio”, ma come chi ha qualcosa da dirti e da darti. 

Quando capiremo che l’altro è quell’oltre che ci porta a pienezza? 
Quando capiremo che solo stando accanto ai deboli si scopre la dolcezza dell’anima e del corpo di cui parla Francesco d’Assisi nel suo Testamento? 

Il Padre misericordioso non chiede al figlio «perché sei tornato»: sei tornato, sei venuto, sei un figlio, un fratello. Altro non serve. 

Oggi i migranti e i rifugiati sono i piccoli del Vangelo. Dio si ricorda di loro. Esistenze irripetibili, volti presenti singolarmente alla memoria del Padre, che giungono a ribaltare le nostre idee religiose e a metterci di fronte a uno scandalo mai sopito: sono loro il volto di Dio, perché con loro si è identificato il Figlio di Dio. 

Il modo in cui li trattiamo è la cartina di tornasole della veridicità del nostro rapporto con Dio. Dirsi cristiani e non accogliere è una contraddizione assoluta. D’altronde, Gesù è fuggito in Egitto per insegnarci che Dio non conosce frontiere. La famiglia di Nazareth che varca il confine benedice tutti gli attraversamenti di frontiera. 
Fuggire dagli Erodi che non guardano negli occhi i bambini è, a volte, l’unico modo per dare un futuro ai propri figli. 
La storia è nata e rinata da un bambino a Betlemme, così la storia dell’umanità rinasce ogni volta che un bambino viene custodito. Custodire i bambini è forse, oggi, il compito più urgente che ci sia dato. 

«Una madre a Gaza non dorme… Ascolta il buio, ne controlla i margini, filtra i suoni uno ad uno / […] per cullare i suoi bambini. / E dopo che tutti si sono addormentati, / si erge come uno scudo di fronte alla morte» (Ni’ma Hassan). 
Una madre a Gaza. Una madre in tutti i teatri di guerra del mondo. 
In questa veglia senza sonno si condensa tutto il senso di questa nostra Giornata: perché anche un solo bambino, un solo volto, una sola vita, vale come il mondo intero agli occhi di Dio e, se vogliamo davvero dirci suoi discepoli, anche ai nostri.

*************

“Migranti Press”, in uscita lo speciale
per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato

È integralmente dedicato alla Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (27 settembre 2026), come di consueto ogni anno, il numero doppio speciale di Migranti Press in uscita, eccezionalmente in distribuzione presso tutte le parrocchie italiane.

Il tema della Giornata (in breve, GMMR), indicato da papa Leone – “Anche uno solo di questi bambini” – è il filo conduttore dei contributi pubblicati sulla rivista, a partire dall’editoriale del presidente della Fondazione Migrantes, l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, che ricorda che i migranti e i rifugiati sono i piccoli del Vangelo e che la Chiesa che li tutela e li accoglie «fa Vangelo».

Il numero si struttura in due sezioni. ...



UDIENZA GENERALE 09/09/2026 Leone XIV: Promuovere e difendere l’infinita dignità umana

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro 
Mercoledì, 9 settembre 2026


*****************

Promuovere e difendere l’infinita dignità umana

All’udienza generale Leone XIV prosegue le catechesi sulla «Gaudium et spes»

Intelligenza, coscienza e libertà: sono le tre espressioni più significative della «dignità della persona» richiamate dalla Gaudium et spes e rilanciate da Leone XIV all’udienza generale in piazza San Pietro, con un rinnovato appello a promuovere e difendere sempre questo unico e indelebile dono divino.

Rientrato in Vaticano la sera — al termine della giornata del martedì trascorsa come di consueto a Castel Gandolfo — il Papa ha proseguito le catechesi sui documenti conciliari e si è soffermato sul primo capitolo della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, dedicato proprio alla dignità della persona umana. A motivarlo in tal senso, ha detto, la constatazione che «il percorso da compiere» indicato dai padri del Vaticano II «non è terminato e deve affrontare le contraddizioni, vecchie e nuove, che ne impediscono una piena attuazione».

In proposito il Pontefice ha spiegato ai ventiduemila fedeli presenti e a quanti lo seguivano attraverso i media come tale dignità sia «affidata alla responsabilità di ciascuno» e al contempo essa esiga «solidarietà e cura reciproca, superando le numerose falsificazioni e manipolazioni che tuttora ne deturpano la percezione e ne ostacolano la realizzazione».

Leggi anche:
(fonte: L'Osservatore Romano 02/09/2026)

*****************

Leone XIV

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 1-10) 2. La dignità umana: dono e responsabilità


Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

La Costituzione conciliare Gaudium et spes (GS), dedicando il primo capitolo alla dignità della persona umana, sottolinea che essa è base e condizione di quei «valori che oggi sono più stimati», ma necessitano di non perdere il rapporto con «la loro divina sorgente», per sottrarsi alle possibili distorsioni dovute alla «corruzione del cuore umano» (GS, 11).

Il cammino che ha permesso di evidenziare i tratti e i diritti fondamentali della dignità della persona rappresenta certamente una delle pagine più significative della storia umana. Tuttavia, il percorso da compiere non è terminato e deve affrontare le contraddizioni, vecchie e nuove, che ne impediscono una piena attuazione.

La Chiesa offre con chiarezza il suo contributo, ricordando che la dignità umana scaturisce dall’essere stesso della persona. Ho avuto modo di ribadirlo anche nella recente Enciclica Magnifica humanitas: «Ogni persona è pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con il creato. La sua dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno» (n. 50). L’infinita dignità dell’essere umano, dunque, si radica nella sua identità di creatura fatta «“ad immagine di Dio” capace di conoscere e di amare il suo Creatore», progetto e dono di amore che trascende le altre realtà create, le quali sono affidate alla sua cura «per governarle e servirsene a gloria di Dio» (GS, 12).

Nella fede possiamo comprendere il fondamento ultimo della dignità della persona, in quanto il Figlio «rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» (n. 22).

La persona dice sempre relazione, comunione, partecipazione rispetto a Dio e agli altri, dunque un rapporto filiale con Dio Padre e un rapporto fraterno con Cristo e con tutti gli uomini. Esclude chiusure autoreferenziali. Essere persona significa percepire se stessi come dono da condividere, crescendo e maturando nell’accoglienza, nella reciprocità, nel servizio.

Tale dignità è affidata alla responsabilità di ciascuno: allo stesso tempo, essa esige anche solidarietà e cura reciproca, superando le numerose falsificazioni e manipolazioni che tuttora ne deturpano la percezione e ne ostacolano la realizzazione. Infatti, per le scelte contro la sua dignità operate lungo la storia, ancora oggi «l’uomo si trova diviso in se stesso» e «tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre». Questa condizione fragile e limitata, però, può essere guardata con speranza, perché «il Signore stesso è venuto a liberare l’uomo e a dargli forza, rinnovandolo nell’intimo e scacciando fuori “il prìncipe di questo mondo” (Gv 12,31), che lo teneva schiavo del peccato» (GS, 13).

La Costituzione Gaudium et spes, inoltre, afferma che la dignità umana riguarda la totalità della persona e, perciò, vanno superate le visioni dualistiche: l’essere umano è «unità di anima e di corpo». La riduzione del corpo a “oggetto”, di cui disporre arbitrariamente, è sempre negazione della dignità della persona: «non è lecito […] disprezzare la vita corporale dell’uomo», e occorre «considerare buono e degno di onore il proprio corpo, appunto perché creato da Dio e destinato alla risurrezione nell’ultimo giorno», vigilando che esso non «si renda schiavo delle perverse inclinazioni del cuore» (GS, 14) dal momento che tutti noi siamo feriti dal peccato.

Infine, tre sono le espressioni più significative della dignità della persona che la Gaudium et spes richiama: l’intelligenza, che rende l’essere umano cercatore insaziabile della verità (n. 15); la coscienza, per mezzo della quale egli dà unità e senso alla propria vita (n. 16); la libertà, che lo rende protagonista responsabile delle proprie decisioni (n. 17). Sono dimensioni strettamente connesse tra loro: è nella coscienza che la verità viene riconosciuta come tale e la libertà può sperimentarla come suo fondamento e possibilità. Lo Spirito Santo, che dà vita in Cristo, ci rende liberi e ci assicura costantemente della nostra dignità di figli di Dio, affrancandoci dalla paura e guidandoci verso la meta ultima, quella vita in pienezza oltre la morte che il Cristo ci ha promesso: solo in Lui trova vera luce il mistero dell’uomo, da Lui riceviamo luce sull’enigma del dolore e della morte e con Lui andiamo incontro alla risurrezione.

Cari fratelli e sorelle, creati a immagine di Dio, per mezzo di Cristo e in vista di Lui, abbiamo ricevuto una dignità unica e indelebile. Impegniamoci a promuoverla e difenderla sempre, con la luce e la forza del Vangelo.

______________________________

Saluti

...

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

In particolare, saluto ...

Cari fratelli e sorelle, siamo stati creati a immagine di Dio: impegniamoci a promuovere e difendere la dignità di figli di Dio, con la luce e la forza del Vangelo.

Il mio pensiero va, infine, agli anziani, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Ieri abbiamo celebrato la Festa liturgica della Natività della Beata Vergine Maria; il suo esempio e la sua materna intercessione ispirino e accompagnino la vostra vita.

A tutti la mia benedizione!


Guarda il video integrale


mercoledì 9 settembre 2026

Vannacci, giù le mani dal Vangelo. Il prossimo per Gesù non è «prima la propria famiglia, poi gli italiani»

Vannacci, giù le mani dal Vangelo.
Il prossimo per Gesù non è
«prima la propria famiglia, poi gli italiani»

Nel confronto con Mario Monti a Cernobbio, il generale cita il Vangelo e restringe il senso dell’amore cristiano ai propri connazionali. Ma Gesù rovescia proprio questa logica: nel buon Samaritano e nell’invito ad amare i nemici il prossimo diventa chiunque abbia bisogno, senza confini né esclusioni

Il fondatore di futuro Nazionale e deputato Europeo Roberto Vannacci al Forum di Cernobbio ANSA

Un mese fa è toccato a san Paolo, convocato come «camerata» ad appoggiare una singolare interpretazione in chiave politico-ideologica delle parole dell’Apostolo («chi non lavora neppure mangi»). Ora tocca direttamente alle parole di Gesù, che il generale Vannacci cita nel confronto con Mario Monti a Cernobbio, al Forum Ambrosetti, a proposito di Europa, che vorrebbe diversa, e Italia, per i cui cittadini vorrebbe «un ambiente sicuro e sereno. La citazione di Vannacci è questa: «Il Vangelo dice: aiuta il tuo prossimo. Ma il mio prossimo sono la mia famiglia, vicini e gli italiani. Questi sono il mio prossimo».

È una interpretazione del Vangelo non solo discutibile ma contraria a ciò che lo stesso Gesù insegna. A parte il fatto che il verbo usato da Gesù è «amare», il punto decisivo è un altro: l’insegnamento di Gesù smonta proprio quella concezione che limita l’amore del prossimo (Matteo 5,43, ripreso dal libro del Levitico 19,18) all’«amico, compagno» (questo il senso della parola ebraica tradotta con “prossimo” nell’Antico Testamento: il connazionale, il correligionario). Basta leggere le parole di Gesù per intero: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Matteo 5,43-44).

Qui una breve spiegazione è necessaria. Non è mia personale, qualunque biblista la sottoscriverebbe senza difficoltà. Nell’Antico Testamento non si legge da nessuna parte il comando di “odiare il nemico”. Era piuttosto il modo in cui il comando “Amerai il prossimo tuo” era comunemente inteso all’epoca: “Devi amare il tuo “compagno”, ma sei dispensato dall’amare il tuo nemico” (Alberto Mello, biblista): il precetto di amare il prossimo non si applicherebbe, secondo questa interpretazione corrente, al nemico.

Il fondatore di futuro Nazionale e deputato Europeo Roberto Vannacci in occasione del Forum di Cernobbio (ANSA)

Proprio il prosieguo delle parole di Gesù smonta questa restrizione del prossimo al connazionale: «Amate i vostri nemici», che significa: «la parola “prossimo” deve dilatarsi fino a includere i nemici, perché solo così possiamo imitare l’amore di Dio» (A. Mello). L’etica dell’amore è il cuore dell’insegnamento di Gesù. Ma se leggiamo le sue parole per intero, includendo anche altri insegnamenti in merito, capiamo che l’amore non conosce esclusioni di principio. Basta leggere la parabola del buon Samaritano: «Anche il samaritano che non fa parte del proprio popolo ed ha un’altra religione, è il prossimo: di più ancora: egli, senza discutere, si è mostrato prossimo di un uomo che aveva urgente bisogno di lui» (Thomas Söding, membro della Commissione teologica internazionale e autore di L’amore del prossimo, Queriniana 2018: consiglio di leggerlo a chi vuole saperne di più).

Insomma, caro Vannacci, giù le mani del Vangelo. O se proprio ritiene di citarlo, lo legga e lo studi un pochettino prima, per non piegarle alle sue idee. Non entro qui in discussione con le sue idee, ma il Vangelo, mi permetta, non è fatto per sostenere le nostre ristrette vedute, ma semmai per allargarle.

Post-scriptum: nel gennaio 2025 il vicepresidente americano JD Vance era incappato in un analogo errore a proposito dell’ordo amoris: a suo dire l’amore si applicava soltanto ai propri “vicini”. Usava il concetto di sant’Agostino di ordo amoris per giustificare la priorità di pensare prima agli americani rispetto agli immigrati. Interpretazione smentita il mese successivo, seppure indirettamente, dalla lettera di papa Francesco ai vescovi americani: in sostanza, affermava il Pontefice argentino, il vero ordo amoris deve condurre a «una fraternità aperta a tutti, senza eccezione». Linea continuata esplicitamente da papa Leone.

Le parole di Gesù aprono all’universalismo, e correttamente se ne fa interprete san Paolo quando afferma che «in Cristo non c’è Giudeo né Greco» (Galati 3,28). Tradotto in termini di dottrina sociale della Chiesa: amicizia sociale (come indica l’enciclica Fratelli tutti).

Le barriere e l’ostilità non appartengono alla visione cristiana del mondo.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di don Vincenzo Vitale 06/09/2026)



SUPERBIA E STUPIDITA' - Il Breviario di Gianfranco Ravasi

SUPERBIA E STUPIDITA'
Il Breviario di Gianfranco Ravasi


Avere sempre ragione, farsi sempre strada, calpestare tutto, non avere mai dubbi:
 non sono forse queste le grandi qualità con cui la stoltezza governa il mondo?

        Prenderò da lontano il discorso su questo tema, per altro ben praticato ed esplorato. Da liceale ho amato molto Platone, spesso nell’originale greco, e uno dei suoi dialoghi, il Critone, era stato oggetto dell’esame di Stato. Quelle pagine erano dedicate al dialogo tra Socrate e questo suo discepolo prima della condanna a morte del maestro. Se ben ricordo,  in quel colloquio il filosofo lasciava sfuggire con amarezza questa battuta: «Volesse il cielo che gli stolti fossero capaci solo di piccoli mali! Purtroppo, invece, sono capaci anche dei più grandi!»
Questa amara considerazione, verificabile in ogni ambito della società, è ripresa da un’altra angolatura nella frase sopra citata, desunta dal romanzo Fiera delle vanità (1848) dell’inglese William
M. Thackeray, basato sul contrasto tra due ex-compagne di scuola, l’arrivista e spregiudicata Becky e la virtuosa e ingenua Amelia.
        Quei quattro principi diabolici – avere sempre ragione, farsi sempre strada, calpestare tutto, non aver mai dubbi – coniugati con la stoltezza generano forse il successo e il potere ma devastano il mondo. Il romanziere inglese è convinto che superbia e stupidità messe insieme sono una miscela ancor più esplosiva e deleteria di ogni altra combinazione perversa.
Lasciamo a ognuno le applicazioni pubbliche della frase di Thackeray; ma ciascuno in coscienza deve
riconoscere di essere stato preda della deriva di un comportamento analogo, pronto a prevaricare sugli
altri, anche quando era consapevole di aver torto.
Prima, allora, di giudicare la stupidità arrogante altrui, ricordiamoci che nessuno può scagliare con sicurezza la prima pietra.

(Fonte: "Il Sole 24 ore Domenica" - 08.09.2026)


martedì 8 settembre 2026

Leone XIV: "Oggi volgendoci alla piccola Maria, abbiamo chiesto che «la festa della sua nascita accresca in noi la pace». Sì, carissimi, vogliamo immaginare la pace... Lasciamo crescere la pace in noi. Germoglierà nel mondo."


SANTA MESSA DELLA NATIVITÀ DELLA B.V. MARIA

Genazzano, Santuario della Madre del Buon Consiglio
Lunedì, 7 settembre 2026


________________

Leone XIV: "Oggi volgendoci alla piccola Maria, abbiamo chiesto che «la festa della sua nascita accresca in noi la pace».
Sì, carissimi, vogliamo immaginare la pace... 
Lasciamo crescere la pace in noi. Germoglierà nel mondo."

Il Papa nella vigilia della Natività della Beata Vergine Maria, visita il santuario della Madre del Buon Consiglio di Genazzano, dona la rosa d’oro alla Madonna, svela l’affresco che lo ritrae in preghiera a ricordo della sua prima visita del 10 maggio 2025 e conclude la sua omelia con un forte richiamo alla pace.


All’arrivo è stato accolto dal vescovo di Tivoli, mons. Mauro Parmeggiani, e dalle autorità cittadine. «Un appuntamento in famiglia – commenta il vescovo – La visita del Pontefice è uno stimolo a rispondere ancora al dono di avere una madre che indica Cristo come strada da seguire, come meta da raggiungere nonostante le nostre imperfezioni, le nostre difficoltà». Circa cinquemila, secondo la Protezione Civile, i cittadini che si sono mobilitati, mentre per motivi di sicurezza il numero dei fedeli all’interno della chiesa è stato invece fortemente ridotto. Un intero paese in festa che il Papa percorre sulla golf car salutando tutti. I cartelli che la gente tiene fra le mani raccontano davvero un ritorno: quello di Leone XIV a Genazzano, il borgo di 5mila anime a quaranta chilometri da Roma incastonato nella valle del Sacco, tra i Castelli Romani e i monti Prenestini. Per la seconda volta, il Papa fa tappa nel piccolo Comune dove sorge uno dei luoghi più cari alla famiglia agostiniana: il Santuario della Madre del Buon Consiglio. Già il 10 maggio 2025, due giorni dopo l’elezione al soglio di Pietro, si era presentato a sorpresa e in forma privata nella Basilica che custodisce l’immagine mariana portata dagli angeli, secondo la tradizione, dalla città albanese di Scutari e apparsa miracolosamente il 25 aprile 1467. Lo ricorda il Pontefice stesso nella Messa presieduta citando la dedica che aveva lasciato nel libro delle firme del Santuario.

Leone XIV entra nella cappella dove si trova l’affresco della Vergine. Cappella in cui compare anche il nuovo dipinto realizzato da Marco Innocenzi che ritrae papa Leone di profilo su un inginocchiatoio con lo sguardo rivolto verso l'icona della Madonna. Un angolo in cui sono raffigurati i Pontefici che in passato si sono recati a Genazzano a partire da Urbano VIII che nel 1630 affidò alla Vergine l’Italia colpita dalla peste; il ritratto del beato Pio IX; quello di Giovanni XXIII; infine, quello di san Giovanni Paolo II. Il Papa lascia una rosa d’oro con gli stemmi del Santuario, di Martino V, primo Papa ad aver donato, nel 1431 una rosa d’oro andata perduta in epoca napoleonica, di Leone XIII, che ha elevato il santuario di Genazzano a basilica, e di Leone XIV.

Leone XIV conclude l'omelia con una forte esortazione a domandare alla Madre Celeste di accrescere in ciascuno la pace e incoraggia tutti a coltivarla.

Pubblichiamo di seguito il testo integrale dell'omelia che il Papa ha pronunciato nel corso della Celebrazione Eucaristica:

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle,

come ricorderete, già «nei primi giorni del pontificato ho sentito il dovere e un profondo desiderio di avvicinarmi a Genazzano, al santuario della Madonna del Buon Consiglio, che durante tutta la mia vita mi ha accompagnato con la sua presenza materna, con la sua saggezza e l'esempio del suo amore per il Figlio, che è sempre il centro della mia fede» (Dedica nel libro delle firme del Santuario, 10 maggio 2025). Con gioia sono di nuovo qui, a celebrare con voi la Vigilia della Natività della Vergine Santissima e ad affidare a Maria Bambina ciò che in questa povera e magnifica umanità nasce ancora: fragile come un germoglio, ma segno della fedeltà di Dio. Sì, Maria è l’aurora di un giorno diverso, del nostro mondo liberato finalmente dal male. E siamo qui, presso di Lei, attorno all’Altare da cui la salvezza viene a noi e ci trasforma, figli nel Figlio. Chiediamole il suo Buon Consiglio, per accogliere la Parola divina, custodirla in noi e darla alla luce attraverso decisioni coraggiose e sagge, decisioni di autentica conversione.

Carissimi, in questo luogo di antica presenza agostiniana ritornerò sulle pagine bibliche appena proclamate con l’aiuto di San Tommaso da Villanova, un frate e Vescovo agostiniano che, dedicando la propria vita al servizio dei poveri, penetrò a fondo la verità della fede. Egli seppe vedere il paradosso della piccolezza e, per così dire, della marginalità di Maria, resa centrale nell’economia della salvezza. Chiediamoci: che cosa doveva essere al tempo di Gioacchino e Anna la nascita di una bambina? San Tommaso scava in profondità: «Ho riflettuto molte volte – scrive – e mi sono chiesto perché gli evangelisti, che hanno parlato così ampiamente di San Giovanni Battista e degli apostoli, ci raccontino in modo così succinto la storia della Vergine Maria, che supera tutti per la sua vicenda e la sua statura personale. Perché, mi chiedo, non ci è stato descritto il modo del suo concepimento, della sua nascita, della sua educazione, delle sue abitudini, delle virtù che la adornavano, quale rapporto umano intratteneva con suo figlio, come si relazionava con lui, come visse con gli apostoli dopo la sua ascensione? Tutte queste cose erano importanti e i fedeli le avrebbero lette con singolare devozione e sarebbero piaciute alla gente del popolo. Oh, evangelisti, mi rivolgo a voi! Perché ci avete privato di una gioia così grande con il vostro silenzio? Perché avete tralasciato dettagli così gioiosi, così attesi, così piacevoli?» (Opere complete VII, 266,8).

Troviamo in queste parole un suggerimento importante per la nostra fede: interrogare la Scrittura e i suoi autori, discutere col testo e dialogare coi testimoni della Rivelazione, come con degli amici. Siamo infatti «concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19) e da Maria stessa impariamo l’intelligenza che conversa con Dio, che pone domande (cfr Lc 1,34) e interpreta gli avvenimenti custodendoli e collegandoli nel cuore (cfr Lc 2,19.51). Il Vangelo secondo Matteo, tuttavia, sembra dare ragione col suo silenzio a San Tommaso da Villanova. Lo abbiamo ascoltato: di Maria riporta la presenza, ma non una parola. Eppure, il semplice esserci di Maria – e del Figlio in lei – muove la storia intera: quella di Giuseppe e di tutta la sua casa. La presenza di Maria causa come un salto nella genealogia, come una novità inattesa, capace di modificare non soltanto le aspettative, ma anche i comportamenti prevedibili di un uomo. Ciò che Giuseppe ascolta, ciò che decide e ciò che fa, in effetti, è risposta a Dio e alla presenza di Maria, alla sua assoluta differenza, che supera ogni possibile discorso e racconto. In Maria la salvezza trova casa: Dio con noi!

Scrive ancora il nostro San Tommaso: «Ebbene, riguardo a queste mie riflessioni a cui mi riferivo, sul perché non sia stato scritto un libro sulle gesta della Vergine, come invece è stato fatto per le gesta di Paolo, […] mi viene in mente solo che fu così perché così piacque allo Spirito Santo, e che per impulso gli evangelisti, su di lei, hanno taciuto, per la semplice ragione che la gloria della Vergine, come leggiamo nel salmo, era tutta in lei (cfr Sal 44,14 Volg.), e poteva essere immaginata più che descritta, e che, come sintesi della sua storia, basta ciò che è espresso nel titolo: che da lei nacque Gesù. Cos’altro vuoi sapere? Cos’altro cerchi nella Vergine? Ti basti sapere che è la Madre di Dio» (ibid.).

Cari fratelli e sorelle, proviamo come una vertigine davanti a questo Mistero: è impossibile abituarsi! Celebriamo la nascita di una bambina chiamata a diventare la Madre del suo Creatore, la Madre di Dio che salva. Eppure, nasce semplicemente una bambina, come le figlie e le nipoti che teniamo in braccio. Abbiamo oggi per lei titoli nobili e altissimi, di Signora e Regina, ma la via di Dio è stata e rimane più semplice e silenziosa, eppure non meno potente e trasformativa. È la via di Gesù stesso, «il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29). Ebbene, come Maria, anche noi siamo «predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio» (ibid.): per grazia, certo, ma desiderando e preferendo ad altre vie la sua strada, le sue scelte, il suo cammino. In Gesù Cristo, Dio ha scelto le più umili condizioni storiche e la più umile delle creature per manifestare l’originalità del suo Regno, in cui la prepotenza non ha posto e l’onnipotenza è creazione, servizio e cura della vita.

Aggiunge poi San Tommaso da Villanova: «Lascia correre la fantasia, allarga i confini della comprensione e dipingi nel profondo della tua anima una giovane purissima, prudentissima, bellissima, devotissima, umilissima, mitissima, piena di ogni grazia, ricchissima di santità, adornata di tutte le virtù, abbellita da tutti i carismi, assolutamente gradita a Dio; amplificala quanto puoi, immagina quanto sei capace» (ibid.). San Tommaso ci invita a questo meraviglioso esercizio di immaginazione. E osserva: «Lo Spirito Santo non l’ha descritta per iscritto, ma ha aspettato che tu la dipingessi interiormente» (ibid., VII, 266,9). Cari fratelli e sorelle, è proprio così: nella preghiera contemplativa prende forma ciò che il mondo non ci racconta, ma esiste già; ciò che ancora è invisibile, ma in sé ha un nuovo tipo di forza. Non si tratta di fantasia, ma di profezia. Ne abbiamo bisogno, in tempi di distruzione e di incertezza, per vedere l’opera di Dio e servirla.

Il profeta Michea nella minuscola Betlemme ha intuito il sorgere di un Re di pace, grazie al quale abitare la terra finalmente sicuri (cfr Mic 5,1-4). E oggi, nell’orazione Colletta, volgendoci alla piccola Maria, abbiamo chiesto che «la festa della sua nascita accresca in noi la pace». Sì, carissimi, vogliamo immaginare la pace – allargare i confini della comprensione e dipingercela nell’anima – per riconoscere che già esiste, per accoglierla e servirla. È il dono di Dio, il soffio del Risorto, l’opera dello Spirito Santo. Lasciamo crescere la pace in noi. Germoglierà nel mondo. E la Madre del Buon Consiglio ci accompagnerà in questa missione.

 







Israele e Palestina: salvarsi insieme di Tonio Dell'Olio

Israele e Palestina: 
salvarsi insieme 
di Tonio Dell'Olio



Sono segni timidi, quasi impercettibili nel fragore delle armi e nel dilagare dell’odio. Eppure meritano attenzione perché indicano l’unica direzione umanamente possibile e tollerabile: la convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi, riconosciuta e strutturata anche sul piano sociale e politico.


Anna Foa, su La Stampa del 6 settembre, racconta della candidatura dell’ebreo Yoav Segalovitz, già deputato del partito centrista Yesh Atid e dichiaratamente sionista, nella Lista Araba Unita guidata da Mansour Abbas. Non è soltanto un accordo elettorale. È il tentativo concreto di oltrepassare appartenenze e divisioni consolidate per affermare che arabi ed ebrei possono condividere responsabilità, diritti e progetti politici. Non sappiamo se questo gesto riuscirà ad arginare l’occupazione, la violenza dei coloni e l’espulsione dei palestinesi dalla Cisgiordania, né se riporterà al centro dell’agenda la nascita di uno Stato palestinese. Ma sappiamo che nessuna vittoria militare potrà garantire sicurezza e futuro. La pace non nascerà dalla cancellazione dell’altro, ma dal suo riconoscimento. Un ebreo nella lista araba è una crepa nel muro dell’inimicizia. Piccola, certamente, ma lascia filtrare una luce: palestinesi ed israeliani non potranno salvarsi gli uni contro gli altri. Potranno salvarsi soltanto insieme.

(Fonte: Mosaico dei giorni - 07.09.2026)


lunedì 7 settembre 2026

Il segreto di don Oreste - Il ricordo di don Oreste Benzi, il sacerdote dalla tonaca lisa vicino agli ultimi


Il segreto di don Oreste

Il 7 settembre don Oreste Benzi compirebbe 101 anni

A firmare questo ricordo del sacerdote romagnolo è monsignor Francesco Lambiasi, vescovo emerito di Rimini: una pagina scritta con il cuore di chi ha condiviso cammini, progetti e preghiere con il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII.


Foto di Daniele Serafini

Mi trovavo alla Madonna delle Vette, la mitica struttura sognata e realizzata da don Oreste per campi scuola e vacanze di fraternità dell’APG23 di Alba di Canazei. Ero lì da qualche giorno e ci sarei restato fino a domenica 6 settembre, vigilia di compleanno del DON (7.9.1925). 
Stavo pregando da solo nella dolce, deliziosa chiesina di Alba e, dopo averne respirato la nuda semplicità, avevo appena cominciato a riversare nel tenerissimo cuore del mio «altissimo, onnipotente e bon Signore» la piena impetuosa dei sentimenti di commossa gratitudine e di incontenibile gioia per trovarmi con un centinaio tra sorelle e fratelli dell’Associazione a «gustare com’è bello, come dà gioia che i fratelli – ma in un papiro che in sogno ho trovato a Qumràn, si aggiunge: “e le sorelle”! – vivano insieme». 
Ero sul punto di ringraziare il Signore per potere far riposare la mente e la penna almeno per questi pochi giorni, quando mi è giunta trafelata la cortese, ma pressante richiesta della gentile, cara Sorella Chiara Bonetto: «Ci occorre un tuo articolo sul DON, in occasione del suo imminente compleanno». 
E come si fa a dire di no, visto che non me la sono mai sentita di sottrarmi a domande di – o su – don Oreste? Dunque, dato che mancavano pochissimi giorni, armiamoci, preghiamo e proviamo…

Parto dalla domanda che continua a martellarmi la mente – da quando ho cominciato a conoscerlo e da quando lui ha intrapreso il santo viaggio con nostra Sorella morte corporale (2.11.2007). 
La domanda cruciale è quella di sempre: ma chi era veramente il DON? Un generoso, irrefrenabile operatore sociale? Un esperto, appassionato educatore? Un geniale, travolgente comunicatore? Un pastore zelante e intraprendente? Un giornalista sportivo come Candido Cannavò lo ha pennellato come il «pretaccio che aveva scalato la collina della felicità»? Mentre Papa Ratzinger alla sua morte lo ha scolpito come «l’infaticabile apostolo della carità». Se tentiamo di misurare l’altezza e la profondità, la lunghezza e la larghezza della sua opera, rimaniamo senza fiato anche solo a sillabarne per sommi capi la prodigiosa fecondità.
L’APG23 è presente e operante in 41 Paesi del mondo, con un totale di 537 sedi, di cui 377 nella sola Italia. Gli associati sono la bellezza di 2.222 membri.


Il DON, un autentico mistico

Già, ma chi è il mistico? Nell’immaginario collettivo, quando si pensa a un mistico, ci si immagina un tipo dotato di doni straordinari, come apparizioni, estasi, levitazioni, locuzioni, bilocazioni, ecc. Mentre per mistico dobbiamo semplicemente intendere un cristiano che, per l’azione dello Spirito Santo, vive l’esperienza di Dio in modo pieno, struggente, esuberante. Il mistico non solo crede in Dio, ma lo vede davvero. Vede Dio in tutte le cose, e tutte le cose le vede in Dio. L’esperienza mistica è una esperienza soprannaturale, vissuta non come impegno tassativo o dovere sfiancante, non come un indiscutibile merito o una conquista personale. L’esperienza mistica non è una sfida da vincere o un inderogabile compito da svolgere, ma come un dono da accogliere con gratitudine e da vivere con schietta umiltà, con pura, piena gratuità.
Dobbiamo soprattutto alla postulatrice della causa vaticana su don Oreste, la dott. Elisabetta Casadei, l’avere intelligentemente intuito e diligentemente documentato la presenza di questo dono soprannaturale nel cammino spirituale del DON. Come ha dimostrato nel suo prezioso volume La mistica della tonaca lisa, don Oreste non era affatto esente da difetti e immune da limiti, carenze e fragilità. Non è stato affatto un santo tra i pannolini. Insomma il DON non è nato santo bell’e fatto. Piuttosto è passato dal vivere per Gesù, quasi come un suo devoto facchino, infagottato nella immancabile tonaca lisa, al vivere con Gesù come un amico fedele e generoso, fino al vivere in Gesù, in una spessa relazione trasformante, al punto di poter dire con san Paolo: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).
L’interpretazione mistica della persona e del cammino del DON fa fatalmente scattare l’ineludibile domanda: ma se è vero che il mistico vive una esperienza intensa e profonda di Cristo e quindi non può non sperimentare una relazione di ardente, ininterrotta preghiera con il suo Signore, e se d’altra parte il DON aveva una vita tanto convulsa e spossante, a reale rischio di burnout, allora quand’è che il DON pregava? Però, cosi formulata, la domanda risulta del tutto mal posta, e pertanto va rovesciata: ci si deve chiedere non tanto quand’è che il DON pregava, ma piuttosto quand’è che NON pregava, se viveva e operava ad altissima tensione?

Il DON, testimone di vita mistica

Don Oreste non è stato né un professionista né un “tecnico” della vita spirituale. È stato, piuttosto, un innamorato di Gesù, di Dio. Spesso diceva «Dio non ha bisogno di facchini, ma di innamorati». E ripeteva a raffica: «Il prete o è un mistico o non è un prete». Un tratto che identifica il DON come testimone di esperienza di ardente unione con Dio va individuato nel fatto che non era per niente un narcisista. Non si metteva mai in bella copia o in vetrina. Non era un tipo autocentrato, ripiegato su se stesso. Anzi era radicalmente decentrato da sé. Parlava pochissimo della propria preghiera più intima. L’esperienza personale la oggettivava sempre col pudore che non lo faceva mai salire in cattedra o montare sul piedistallo. È stato un cristiano e un prete “estatico”, secondo l’etimologia di ek-stasi (=uscire fuori-di-sé). Ma non nel senso di persona “alienata”, bensì di anima slanciata e proiettata in Dio. Sappiamo che spesso veniva colto in flagrante preghiera. Don Elio lo ha sentito più volte pregare ad alta voce. Bene, quando la preghiera arriva a questo slancio, allora diventa segno di un tangibile sbilanciamento in Dio. In altre parole l’orante è talmente innamorato del Signore che, se non arriva necessariamente a una levitazione del corpo (livello psico-somatico), esperimenta però una effusione o immersione totale in Dio (livello spirituale-pneumatico).

Maestro dell’unione mistica con Dio

Il Don, un vero maestro. Certo, non un cattedratico né un teologo, ma maestro in quanto testimone e testimone in quanto maestro. Mi spiego, con l’aiuto di due sue lezioni tenute nel 1991-1992. Il titolo, relativo ai membri dell’APG23, recita testualmente: «Fanno dell’unione con Dio una dimensione di vita». Nella lezione del 6 dicembre ’91 parte da una domanda preliminare: è possibile esistere con tutto se stessi in un altro? E risponde: sì, è possibile rimanere se stessi, ma non più come prima, bensì in una unione talmente stretta e intima che fonde la vita di due originalità in una unità totale e radicale. E cita l’immagine del Curato d’Ars, il quale diceva che la preghiera ci fa arrivare ad una unione con Dio, che equivale ad una piena fusione, come due pezzi di cera che, per il calore, si fondono in uno e formano un’unica candela. Con una puntualizzazione: l’unione tra Dio e la creatura porta a una reale fusione, ma senza confusione. Conclude il DON: «Esistere in Dio significa essere trasferiti in Lui e raggiungere quell’Amato che il nostro cuore cerca. Esistere in Dio amandolo, esistere in Dio sentendosi amati. Ma è perché ci si sente amati che si esiste in Dio amandolo. La prima esperienza dell’unione mistica con Dio è sentirsi profondamente amati».
Da questa esperienza si ricavano due leggi fondamentali. La prima si potrebbe chiamare della «verticalità discendente». Don Oreste ha combattuto accanitamente l’orizzontalismo, che riduce il cristianesimo a filantropia. Prima dell’amore nostro verso Dio, viene l’amore di Dio verso di noi. È perché siamo amati che siamo chiamati ad amare: «Noi amiamo perché Dio ci ha amati per primo» (1Gv 4,19). La seconda legge della vita mistica si può formulare così: «l’indicativo – siamo amati – precede e fonda l’imperativo – siamo chiamati ad amare –». Noi siamo amati, dunque non possiamo non riamare. Questa legge è indispensabile per evitare le secche riarse o le paludi acquitrinose di un doverismo asfissiante o del “pelagianesimo” morale.
Per un opportuno approfondimento di questi pensieri, devo rinviare al bel libro postumo: L’unione mistica con Cristo (editore SEMPRE, 2013), dove sono raccolte le meditazioni tenute in una settimana di “deserto”, di cui merita di essere fissata almeno questa conclusione: «Gesù non ha detto che aspetterà la fine della nostra vita terrena per manifestarsi a noi. Ha detto che il suo manifestarsi è continuo… Noi siamo fatti per una unione misteriosa, ma reale, con Dio: oggi non domani».

Il Don, sapiente educatore

Help! S.O.S!! Aiuto!!! Mi sta per finire il tempo e lo spazio gentilmente concessomi dall’ineffabile Chiara Bonetto. Dovrei – e sinceramente vorrei – parlare ancora del DON, come esperto e saggio educatore, ma mi limito a un invito e ad una ultima citazione.
L’invito è a percorrere – e per chi già lo conosce, a ripercorrere – il corridoio del primo piano della Madonna delle Vette, tutto “affrescato” dalle splendide foto del nostro Riccardo Ghinelli. in cui «Tutte le immagini portano scritto: più in là», per dirla con i versi squillanti di E. Montale. Sono immagini dei primissimi tempi di questo albergo, dove si può contemplare un giovanissimo DON che sta sperimentando il suo metodo con i Pre-Jù, dal titolo: «Un incontro simpatico con Cristo». Ci vedo anche una marea di giovani-giovani che spingono carrozzine di disabili. Ci scorgo un giovanissimo don Romano Migani, alla testa di una cordata che sembra attrezzata per la scalata del K2. O un futuro mons. Aldo Amati, affiancato da un DON, che sembra dirgli: «Aldino, sempre più in là». O un sedicenne Luciano Chicchi, con la faccia tosta da primo gestore del primo campo-scuola con una nidiata di Pre-Jù.
Ma poi mi sento calamitato da un poster con una frase delle più magiche del DON: «La luce che c’è in queste vette aiuterà i ragazzi a scoprire Colui che riempirà la loro vita».

Anche queste parole sembrano dirmi: «Più in là…». E se avessi tempo e spazio per spingermi “più in là”, ci troverei un DON che di notte va in giro per le strade di Rimini a liberare tante nostre sorelle dalla tratta della prostituzione. Ci incontrerei il Don profeta della “società del gratuito” e della “condivisione diretta”, Ci troverei il Don, che, di ritorno da un viaggio transcontinentale ha fatto le ore piccole nella sua incantevole chiesa della Grotta Rossa, e don Elio lo ha trovato sfinito e addormentato sui banchi la mattina presto, prima delle Lodi. Infine, andando ancora più in là, vedo il nostro indimenticabile DON abbracciato dal suo e nostro dolcissimo Signore che lo invita: «Vieni, servo buono e fedele; entra nella gioia del tuo Signore».
(fonte: SempreNews 07/09/2026)

*************

Il ricordo di don Oreste Benzi,
il sacerdote dalla tonaca lisa vicino agli ultimi

Ripercorriamo il cammino di don Oreste Benzi al fianco degli ultimi nel giorno dell’anniversario della sua nascita, avvenuta il 7 settembre 1925


Foto Vatican News

In occasione dell’anniversario della sua nascita, ricordiamo don Oreste Benzi, il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII. Una vita interamente consacrata all’incontro con gli ultimi, dagli adolescenti alle persone con disabilità, dai detenuti ai tossicodipendenti, fino alle donne vittime della tratta. Con uno stile diretto, instancabile e profondamente radicato nel Vangelo, don Oreste ha trasformato l’accoglienza in una concreta scelta di vita, dando origine alle case-famiglia e a una comunità oggi presente in numerosi Paesi. La sua testimonianza continua a interrogare la Chiesa e la società sul valore della dignità di ogni persona.

Il ricordo

Oggi ricordiamo la nascita di don Oreste Benzi, venuto al mondo il 7 settembre 1925. Vide la luce a Sant’Andrea in Casale, minuscola frazione del comune di San Clemente, nella campagna riminese, all’interno di una famiglia contadina di umili condizioni, sesto tra nove fratelli. A soli 12 anni fece il suo ingresso in seminario e il 29 giugno 1949 fu ordinato sacerdote. Fin dai primi tempi del suo ministero si dedicò con grande slancio ai giovani, in particolare ai ragazzi nella delicata fase della preadolescenza, con l’obiettivo di farli avvicinare a Cristo in modo naturale e coinvolgente. Ricoprì dapprima il ruolo di vice-assistente e successivamente, nel 1952, quello di assistente della Gioventù Cattolica di Rimini; dal 1954 assunse anche l’incarico di direttore spirituale nel seminario riminese per i ragazzi dai 12 ai 17 anni.

Le azioni

Nel 1961, tra le suggestive vette dolomitiche, diede vita a una casa di vacanze ad Alba di Canazei, in provincia di Trento, pensata per favorire un’esperienza autentica di incontro con Dio. Fu proprio in quella struttura, chiamata “Casa Madonna delle Vette“, che nel settembre 1968 si tenne la prima esperienza di convivenza condivisa tra giovani e persone con disabilità fisiche e psichiche, all’epoca definite con il termine “spastici”: nacque così l’idea che dove si trovava la comunità, dovessero trovarsi anche loro. Fu l’origine della Comunità Papa Giovanni XXIII, che alcuni anni più tardi, nel luglio 1973, avrebbe trovato piena espressione con l’apertura della prima casa-famiglia a Coriano, in provincia di Rimini — la vocazione specifica che lo Spirito aveva affidato a don Oreste e ai primi membri dell’associazione. Sempre nel 1968 divenne parroco della neonata parrocchia della Resurrezione, situata nella periferia riminese, dove insieme ad altri tre sacerdoti diede avvio a un’esperienza pastorale innovativa.

La dimensione familiare

La dimensione familiare, del resto, caratterizzò l’intera sua instancabile attività, che si estese progressivamente a nuovi ambiti: nei primi anni Ottanta promosse l’affido familiare per garantire una famiglia a chi ne era privo, aprì la prima comunità terapeutica per persone tossicodipendenti e si impegnò a favore dei detenuti, fino al 1986, anno in cui inaugurò con grande gioia la prima casa-famiglia in territorio missionario, in Zambia. Protagonista di numerose battaglie per la tutela della dignità umana, alcune delle quali controverse — come quella condotta a fianco delle comunità rom e sinte — divenne una figura pubblica di rilievo, soprattutto a partire dai primi anni Novanta, quando avviò il suo impegno per la liberazione delle donne vittime della tratta e costrette alla prostituzione. Profondamente legato alla Chiesa, accolse con gioia il riconoscimento pontificio definitivo concesso alla Comunità nel marzo 2004 da Papa Giovanni Paolo II. Nonostante l’età avanzata, continuò a percorrere instancabilmente migliaia di chilometri, sempre con la sua caratteristica tonaca lisa, fino alla notte del 2 novembre 2007, quando concluse il suo cammino terreno per aprirsi all’eternità di Dio.

Il centenario

Un anno fa Rimini si fermava per tre giorni a festeggiare il centenario di don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII. “Le Giornate di don Oreste”, dal 5 al 7 settembre 2025, si aprirono sulla spiaggia libera del porto di Rimini, trasformata per l’occasione in una chiesa a cielo aperto — lo stesso luogo (il litorale di Rimini) in cui, negli anni Settanta, don Oreste aveva cominciato a bussare alle porte degli stabilimenti balneari che rifiutavano di accogliere persone con disabilità. “Dove noi, anche loro”, il suo motto di allora. A celebrare quella Messa sulla sabbia l’anno scorso fu il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana, che parlò della testimonianza di Don Benzi come di “un’esperienza unica di fede”, coerente con l’idea di una Chiesa viva, vicina agli ultimi che era stata proprio di don Oreste.

Un’eredità che continua a vivere

Infine, il 22 agosto di quest’anno, durante la visita pastorale a Rimini, Papa Leone XIV ha ricordato don Oreste davanti a migliaia di fedeli riuniti presso il porto, pronunciando parole ormai entrate nella memoria collettiva: «Nella Chiesa, ad ogni livello, l’autorità è servizio. Lo ha testimoniato molto bene, tra voi, il Servo di Dio don Oreste Benzi». Oggi, l’eredità e l’insegnamento di don Oreste rivivono in 40 Paesi del mondo grazie all’instancabile opera di accoglienza e fraternità accanto agli ultimi. Grazie don Oreste!
(fonte: In Terris 07/09/2026)

*************

Vedi anche il post: