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venerdì 14 maggio 2021

Senza figli non c’è futuro - Discorso di Papa Francesco agli «Stati generali della natalità» (testo e video)

Senza figli non c’è futuro

Se «vogliamo rivedere la luce dopo il lungo inverno» demografico che sta mettendo in ginocchio l’Italia, occorrono «politiche familiari di ampio respiro, lungimiranti: non basate sulla ricerca del consenso immediato, ma sulla crescita del bene comune a lungo termine». È il forte appello lanciato da Papa Francesco di fronte al presidente del Consiglio dei ministri e alle personalità politiche e civili del Paese che hanno preso parte stamane all’apertura della prima edizione degli «Stati generali della natalità». Un appuntamento che ha offerto al Pontefice l’occasione per rinnovare l’appello a «invertire la tendenza» e a «rimettere in moto l’Italia a partire dalla vita», realizzando solide e stabili «strutture di sostegno alle famiglie e di aiuto alle nascite».


APERTURA DEGLI STATI GENERALI DELLA NATALITÀ

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Auditorium di Via della Conciliazione
Venerdì, 14 maggio 2021


Cari fratelli e sorelle,

vi saluto cordialmente e sono grato al Presidente del Forum delle associazioni familiari Gianluigi De Palo per l’invito e per le sue parole di introduzione. Ringrazio il Dottor Mario Draghi, Presidente del Governo, per le sue parole chiare e speranzose. Ringrazio tutti voi, che oggi riflettete sul tema urgente della natalità, basilare per invertire la tendenza e rimettere in moto l’Italia a partire dalla vita, a partire dall’essere umano. Ed è bello che lo facciate insieme, coinvolgendo le imprese, le banche, la cultura, i media, lo sport e lo spettacolo. In realtà ci sono molte altre persone qui con voi: ci sono soprattutto i giovani che sognano. I dati dicono che la maggior parte dei giovani desidera avere figli. Ma i loro sogni di vita, germogli di rinascita del Paese, si scontrano con un inverno demografico ancora freddo e buio: solo la metà dei giovani crede di riuscire ad avere due figli nel corso della vita.

L’Italia si trova così da anni con il numero più basso di nascite in Europa, in quello che sta diventando il vecchio Continente non più per la sua gloriosa storia, ma per la sua età avanzata. Questo nostro Paese, dove ogni anno è come se scomparisse una città di oltre duecentomila abitanti, nel 2020 ha toccato il numero più basso di nascite dall’unità nazionale: non solo per il Covid, ma per una continua, progressiva tendenza al ribasso, un inverno sempre più rigido.

Eppure tutto ciò non sembra aver ancora attirato l’attenzione generale, focalizzata sul presente e sull’immediato. Il Presidente della Repubblica ha ribadito l’importanza della natalità, che ha definito «il punto di riferimento più critico di questa stagione», dicendo che «le famiglie non sono il tessuto connettivo dell’Italia, le famiglie sono l’Italia» (Udienza al Forum delle associazioni familiari, 11 febbraio 2020). Quante famiglie in questi mesi hanno dovuto fare gli straordinari, dividendo la casa tra lavoro e scuola, con i genitori che hanno fatto da insegnanti, tecnici informatici, operai, psicologi! E quanti sacrifici sono richiesti ai nonni, vere scialuppe di salvataggio delle famiglie! Ma non solo: sono loro la memoria che ci apre al futuro.

Perché il futuro sia buono, occorre dunque prendersi cura delle famiglie, in particolare di quelle giovani, assalite da preoccupazioni che rischiano di paralizzarne i progetti di vita. Penso allo smarrimento per l’incertezza del lavoro, penso ai timori dati dai costi sempre meno sostenibili per la crescita dei figli: sono paure che possono inghiottire il futuro, sono sabbie mobili che possono far sprofondare una società. Penso anche, con tristezza, alle donne che sul lavoro vengono scoraggiate ad avere figli o devono nascondere la pancia. Com’è possibile che una donna debba provare vergogna per il dono più bello che la vita può offrire? Non la donna, ma la società deve vergognarsi, perché una società che non accoglie la vita smette di vivere. I figli sono la speranza che fa rinascere un popolo! Finalmente in Italia si è deciso di trasformare in legge un assegno, definito unico e universale, per ogni figlio che nasce. Esprimo apprezzamento alle autorità e auspico che questo assegno venga incontro ai bisogni concreti delle famiglie, che tanti sacrifici hanno fatto e stanno facendo, e segni l’avvio di riforme sociali che mettano al centro i figli e le famiglie. Se le famiglie non sono al centro del presente, non ci sarà futuro; ma se le famiglie ripartono, tutto riparte.

Vorrei ora guardare proprio alla ripartenza e offrirvi tre pensieri che spero utili in vista di un’auspicata primavera, che ci risollevi dall’inverno demografico. Il primo pensiero verte attorno alla parola dono. Ogni dono si riceve, e la vita è il primo dono che ciascuno ha ricevuto. Nessuno può darselo da solo. Prima di tutto c’è stato un dono. È un prima che nel corso della vita scordiamo, sempre intenti a guardare al dopo, a quello che possiamo fare e avere. Ma anzitutto abbiamo ricevuto un dono e siamo chiamati a tramandarlo. E un figlio è il dono più grande per tutti e viene prima di tutto. A un figlio, a ogni figlio si lega questa parola: prima. Come un figlio viene atteso e viene amato prima che venga alla luce, così dobbiamo mettere prima i figli se vogliamo rivedere la luce dopo il lungo inverno. Invece «la mancanza di figli, che provoca un invecchiamento della popolazione, afferma implicitamente che tutto finisce con noi, che contano solo i nostri interessi individuali» (Lett enc. Fratelli tutti, 19). Abbiamo dimenticato il primato del dono – il primato del dono! –, codice sorgente del vivere comune. È avvenuto soprattutto nelle società più agiate, più consumiste. Vediamo infatti che dove ci sono più cose, spesso c’è più indifferenza e meno solidarietà, più chiusura e meno generosità. Aiutiamoci a non perderci nelle cose della vita, per ritrovare la vita come senso di tutte le cose.

Aiutiamoci, cari amici, a ritrovare il coraggio di donare, il coraggio di scegliere la vita. C’è una frase del Vangelo che può aiutare chiunque, anche chi non crede, a orientare le proprie scelte. Gesù dice: «Dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21). Dov’è il nostro tesoro, il tesoro della nostra società? Nei figli o nelle finanze? Che cosa ci attrae, la famiglia o il fatturato? Ci dev’essere il coraggio di scegliere che cosa viene prima, perché lì si legherà il cuore. Il coraggio di scegliere la vita è creativo, perché non accumula o moltiplica quello che già esiste, ma si apre alla novità, alle sorprese: ogni vita umana è la vera novità, che non conosce un prima e un dopo nella storia. Noi tutti abbiamo ricevuto questo dono irripetibile e i talenti che abbiamo servono a tramandare, di generazione in generazione, il primo dono di Dio, il dono della vita.

A questo tramandare si collega il secondo pensiero che vorrei offrirvi. Ruota attorno alla parola sostenibilità, parola-chiave per costruire un mondo migliore. Si parla spesso di sostenibilità economica, tecnologica e ambientale e così via. Ma occorre parlare anche di sostenibilità generazionale. Non saremo in grado di alimentare la produzione e di custodire l’ambiente se non saremo attenti alle famiglie e ai figli. La crescita sostenibile passa da qui. La storia lo insegna. Durante le fasi di ricostruzione seguite alle guerre, che nei secoli scorsi hanno devastato l’Europa e il mondo, non c’è stata ripartenza senza un’esplosione di nascite, senza la capacità di infondere fiducia e speranza alle giovani generazioni. Anche oggi ci troviamo in una situazione di ripartenza, tanto difficile quanto gravida di attese: non possiamo seguire modelli miopi di crescita, come se per preparare il domani servisse solo qualche frettoloso aggiustamento. No, le cifre drammatiche delle nascite e quelle spaventose della pandemia chiedono cambiamento e responsabilità.

Sostenibilità fa rima con responsabilità: è il tempo della responsabilità per far fiorire la società. Qui, oltre al ruolo primario della famiglia, è fondamentale la scuola. Non può essere una fabbrica di nozioni da riversare sugli individui; dev’essere il tempo privilegiato per l’incontro e la crescita umana. A scuola non si matura solo attraverso i voti, ma attraverso i volti che si incontrano. E per i giovani è essenziale venire a contatto con modelli alti, che formino i cuori oltre che le menti. Nell’educazione l’esempio fa molto, penso anche agli ambiti dello spettacolo e dello sport. È triste vedere modelli a cui importa solo apparire, sempre belli, giovani e in forma. I giovani non crescono grazie ai fuochi d’artificio dell’apparenza, maturano se attratti da chi ha il coraggio di inseguire sogni grandi, di sacrificarsi per gli altri, di fare del bene al mondo in cui viviamo. E mantenersi giovani non viene dal farsi selfie e ritocchi, ma dal potersi specchiare un giorno negli occhi dei propri figli. A volte, invece, passa il messaggio che realizzarsi significhi fare soldi e successo, mentre i figli sembrano quasi un diversivo, che non deve ostacolare le proprie aspirazioni personali. Questa mentalità è una cancrena per la società e rende insostenibile il futuro.

La sostenibilità ha bisogno di un’anima e quest’anima – la terza parola che vi propongo – è la solidarietà. Anche ad essa associo un aggettivo: come c’è bisogno di una sostenibilità generazionale, così occorre una solidarietà strutturale. La solidarietà spontanea e generosa di molti ha permesso a tante famiglie, in questo periodo duro, di andare avanti e di far fronte alla crescente povertà. Tuttavia non si può restare nell’ambito dell’emergenza e del provvisorio, è necessario dare stabilità alle strutture di sostegno alle famiglie e di aiuto alle nascite. Sono indispensabili una politica, un’economia, un’informazione e una cultura che promuovano coraggiosamente la natalità.

In primo luogo occorrono politiche familiari di ampio respiro, lungimiranti: non basate sulla ricerca del consenso immediato, ma sulla crescita del bene comune a lungo termine. Qui sta la differenza tra il gestire la cosa pubblica e l’essere buoni politici. Urge offrire ai giovani garanzie di un impiego sufficientemente stabile, sicurezze per la casa, attrattive per non lasciare il Paese. È un compito che riguarda da vicino anche il mondo dell’economia: come sarebbe bello veder crescere il numero di imprenditori e aziende che, oltre a produrre utili, promuovano vite, che siano attenti a non sfruttare mai le persone con condizioni e orari insostenibili, che giungano a distribuire parte dei ricavi ai lavoratori, nell’ottica di contribuire a uno sviluppo impagabile, quello delle famiglie! È una sfida non solo per l’Italia, ma per tanti Paesi, spesso ricchi di risorse, ma poveri di speranza.

La solidarietà va declinata anche nell’ambito del prezioso servizio dell’informazione, che tanto incide sulla vita e su come la si racconta. Vanno di moda colpi di scena e parole forti, ma il criterio per formare informando non è l’audience, non è la polemica, è la crescita umana. Serve “un’informazione formato-famiglia”, dove si parli degli altri con rispetto e delicatezza, come se fossero propri parenti. E che al tempo stesso porti alla luce gli interessi e le trame che danneggiano il bene comune, le manovre che girano attorno al denaro, sacrificando le famiglie e le persone. La solidarietà convoca poi i mondi della cultura, dello sport e dello spettacolo a promuovere e valorizzare la natalità. La cultura del futuro non può basarsi sull’individuo e sul mero soddisfacimento dei suoi diritti e bisogni. Urge una cultura che coltivi la chimica dell’insieme, la bellezza del dono, il valore del sacrificio.

Cari amici, vorrei infine dirvi la parola più semplice e sincera: grazie. Grazie per gli Stati Generali della natalità, grazie a ciascuno di voi e a quanti credono nella vita umana e nell’avvenire. A volte vi sembrerà di gridare nel deserto, di lottare contro i mulini a vento. Ma andate avanti, non arrendetevi, perché è bello sognare, sognare il bene e costruire il futuro. E senza natalità non c’è futuro. Grazie.

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Mamme in Italia: una questione ineludibile per costruire il futuro

Mamme in Italia: 
una questione ineludibile per costruire il futuro
 
In occasione della festa della mamma, domenica 9 maggio, Save the Children ha pubblicato il Rapporto “Le Equilibriste: la maternità in Italia 2021”, fotografando una situazione che si è aggravata durante la pandemia e le conseguenze sulla denatalità già vissuta dal Paese


C’è un’emergenza cruciale in Italia e ha un nome: denatalità. La pandemia l’ha aggravata ma già imperversava: le nascite in Italia continuano a calare e relativamente all’anno scorso, il 2020, il tasso di fecondità è sceso ulteriormente a 1,24 figli per donna. In una parola: non si garantisce il ricambio generazionale che avrebbe bisogno di un 2,1%. Anche se si volessero prendere in considerazione solo i dati economici, è troppo basso per il sistema-Paese. Ma andrebbe anche rilevata la gioia che si sperimenta nella donazione di una nuova vita che apre orizzonti di eternità.

La questione natalità

Citati nel Rapporto di Save the Children, sono gli stessi dati statistici - dell’Istat, dell’Inps, di Eurostat e altri - a fotografare un’Italia dove la maternità viene ritardata o a cui spesso si rinuncia. E sono sotto gli occhi di tutti le varie difficoltà che contribuiscono a questo inverno demografico, come lo stesso Papa Francesco l’ha più volte definito. Dal report dell'Istat sugli indicatori demografici 2020, reso noto qualche giorno fa, le nascite risultano pari a 404mila mentre i decessi raggiungono il livello eccezionale di 746mila. Ne consegue una dinamica naturale - nascite/decessi - negativa nella misura di 342mila unità: in sostanza, 7 neonati e 13 decessi per mille abitanti.


Rapporto Save the Children 2021
Le Equilibriste

Lo snodo della natalità, della possibilità di crescita del Paese e di sostenibilità di welfare e pensioni, passa inevitabilmente per un altro grande tema dei giorni nostri: quello delle madri e del sostegno imprescindibile per invertire la rotta. Il titolo del rapporto di Save the Children “Le Equilibriste: la maternità in Italia 2021” fotografa già solo con la parola “equilibriste” la condizione delle mamme italiane, che sono poco più di 6 milioni su una popolazione in calo, di 59 milioni e 259mila. Poche mamme, che fanno sempre meno figli e hanno il primo figlio sempre più tardi - in Italia il triste il primato delle più anziane d’Europa alla nascita del primo figlio con 32,2 anni contro una media di mamme in UE di 29,4 - e che, come emerge dai dati, sono effettivamente poco sostenute.

Le difficoltà

Basti pensare che nell’anno del Covid, in Italia su 249 mila donne che nel corso del 2020 hanno perso il lavoro, ben 96 mila sono mamme con figli minori e, tra queste, 4 su 5 hanno figli con meno di 5 anni. Una maternità ritardata o non praticata, per l’Organizzazione, “spesso a causa dell’impossibilità di conciliare vita familiare e lavorativa”. Ma non è solo questo. L’impatto della pandemia ha complicato le cose. Tra lavoro, cura dei figli piccoli e didattica a distanza, l’impegno si è moltiplicato, senza contare la dose di stress tanto che nel rapporto si parla proprio di “stress da conciliazione” che, in particolare, “è stato massimo tra i genitori che non hanno potuto lavorare da casa, né fruire dei servizi (formali o informali) per la cura dei figli: si tratta di 853 mila nuclei con figli 0-14enni”. “Le mamme in Italia hanno pagato e continuano a pagare un tributo altissimo a queste emergenze” mette in luce Antonella Inverno, responsabile Politiche per l’infanzia di Save the Children, ricordando la situazione vissuta con “i bambini a casa, il crollo improvviso del welfare familiare, dovuto alla necessità di proteggere i nonni dal contagio, il carico di cura” e altro. “Le misure per creare un ambiente più favorevole alle mamme possono essere molte e coinvolgere diversi settori dell’intervento pubblico, su vari livelli di governo – spiega l’Organizzazione nel suo Rapporto – ma devono seguire una politica organica per essere realmente efficaci”.

Sostegno per i figli

Lo sguardo viene anche allargato ai provvedimenti presi dal governo in tempo di pandemia e alla strada futura da percorrere. I decreti Cura Italia e Rilancio (e successivamente il DL 30/2021) sono andati a sostegno dei genitori lavoratori essenzialmente con l’introduzione di due misure: un congedo parentale straordinario e un bonus baby-sitter. Per il congedo straordinario, le donne che hanno fatto richiesta sono state quasi 4 su 5, il 78% dei richiedenti. A breve, si nota ancora, nel nostro Paese verrà introdotto l’assegno unico e universale approvato con legge delega il 30 marzo scorso, una misura di sostegno economico per i figli a carico che rappresenta il primo pilastro della più ampia riforma disegnata con il Family Act. “Una grande occasione – nota l’Organizzazione - per imprimere una spinta decisiva alle politiche a sostegno dei bambini e dei genitori, rispetto alla quale dobbiamo scongiurare il rischio che scoraggi l’occupazione femminile. Per questo sarebbe necessario introdurre anche una maggiorazione per il secondo reddito, che si applicherebbe a circa 4 milioni di famiglie dove entrambi i genitori lavorano”.

Rapporto Save the Children 2021

Al Nord le regioni più mother friendly

Il Rapporto, giunto alla sesta edizione, include come ogni anno, l’Indice delle Madri che, elaborato dall’Istat per Save the Children, identifica le Regioni in base al loro impegno sul fronte maternità. Valutando la condizione delle madri in tre diverse aree: quella della cura, del lavoro e dei servizi. Anche quest’anno, sono le regioni del Nord ad essere più mother friendly. Le Province Autonome di Bolzano e Trento seguite da Valle d’Aosta ed Emilia-Romagna, le più virtuose, mentre fanalino di coda sono Campania, Calabria, Sicilia e Basilicata.

Proprio sul tema dei figli, venerdì prossimo il Papa aprirà gli Stati generali della natalità, organizzati dal Forum delle Associazioni Familiari. Interverrà anche il presidente del Consiglio, Mario Draghi. Si svolgeranno prevalentemente on line. Il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, presenterà dati inediti e proiezioni sulla natalità in Italia nei prossimi decenni. Tre i tavoli tematici: uno dedicato al mondo delle imprese, uno alle banche e alle assicurazioni, uno al mondo dei media, sport e spettacolo. Un segno dell’attenzione crescente per affrontare una realtà, quella della natalità, che non si può più procrastinare




La figura di Maria in chiave ecumenica "Grazia e speranza in Cristo" di Riccardo Burigana

La figura di Maria in chiave ecumenica
 Grazia e speranza in Cristo
di Riccardo Burigana*



«È impossibile essere fedeli alla Scrittura senza rivolgere alla persona di Maria la dovuta attenzione»: queste parole sono tra le considerazioni finali del documento Maria: Grazia e speranza in Cristo, pubblicato dalla Commissione internazionale anglicana-cattolica romana (Arcic) nel 2005. Questo documento è uno dei testi più significativi della riflessione ecumenica sulla figura di Maria che rappresenta una fonte di confronto e di condivisione capace di aprire nuove prospettive al cammino ecumenico a partire da una comune rilettura di un patrimonio spirituale e teologico che coinvolge tutti i cristiani. Per la Chiesa cattolica questa rilettura ha vissuto un passaggio particolarmente significativo con la celebrazione del Vaticano II, dove i padri conciliari hanno affrontato la figura della Vergine in una dimensione ecclesiologica, con delle evidenti ricadute nella riformulazione della partecipazione della Chiesa di Roma al movimento ecumenico. A Maria non è stato quindi semplicemente dedicato un capitolo nella costituzione Lumen gentium ma la sua figura è diventata protagonista della definizione di una teologia ecumenica con la quale esprimere la ricchezza e la peculiarità della tradizione cattolica su di lei; questo con il chiaro intento di sviluppare un dialogo con tutti i cristiani, non solo con quelli di tradizione orientale con i quali erano evidenti gli elementi di sintonia sulla Madre di Dio così come era stata letta e pregata per secoli.

Nel proporre questa riflessione i padri conciliari sapevano di toccare un tema sul quale, fin dai primi passi del movimento ecumenico contemporaneo, molti cristiani di tradizioni diverse si erano interrogati nel tentativo di superare quelle letture parziali su Maria che sembravano ignorare le sacre Scritture e la patristica per promuovere una riscoperta di Maria così come definita nei concili ecumenici. La riflessione del Vaticano II su Maria ha avuto un’ampia ricezione ecumenica, tanto che Giovanni Paolo II , nella enciclica Ut unum sint, ha indicato «la Vergine Maria, madre di Dio e icona della Chiesa, Madre spirituale che intercede per i discepoli di Cristo e tutta l’umanità», come una delle questioni prioritarie sulla quale era necessario lavorare proprio per favorire un ulteriore approfondimento del cammino ecumenico. In questa direzione si colloca il documento Maria: Grazia e speranza in Cristo che era stato pensato per mostrare che «nelle convinzioni di fede su Maria anglicani e cattolici concordano sostanzialmente, mentre le differenze nelle preghiere con le quali si invoca l’aiuto di Maria non sono divisive sul piano ecclesiale». Questo documento, che ha suscitato un articolato dibattito all’interno delle stesse Chiese, propone una lettura delle fonti bibliche sulla Madonna, ripercorre la storia della fede e della devozione mariane nel corso dei secoli, offre «una suggestiva analisi teologica della dottrina mariana dalla prospettiva, sorprendentemente efficace, della teologia escatologica dell’opera di grazia e salvezza di Dio» e conclude esaminando le peculiari pratiche di preghiera e di devozione di cattolici e di anglicani.

Il documento dell’Arcic non è il solo che ha affrontato il tema della figura di Maria in prospettiva ecumenica; tra i numerosi testi, redatti in luoghi e da soggetti diversi, va ricordato Maria nel disegno di Dio e nella comunione dei santi, pubblicato dal Gruppo di Dombes nel 1997. Con questo documento si è voluto sottolineare il rilievo della Madre di Cristo per il cammino ecumenico alla luce di una pluralità di letture, proposte nel corso dei secoli, per coniugare il patrimonio biblico su Maria e la devozione che ha sempre accompagnato la sua figura, con una riflessione sulle dichiarazioni magisteriali della Chiesa cattolica degli ultimi due secoli. Il Gruppo di Dombes, nato nel 1937, scelse di affrontare un tema tanto rilevante quanto discusso, al centro di un dibattito che va oltre i confini della teologia ecumenica, privilegiando un’ermeneutica fondata sul principio della gerarchia delle verità, riaffermato nel Vaticano II e sulla dottrina luterana della giustificazione per fede nel tentativo, pienamente riuscito, di mostrare le ricchezze di Maria per la vita dei credenti. I documenti ecumenici su di lei hanno alimentato un dibattito che ha consentito una sempre migliore comprensione della sua figura in una prospettiva che, proprio a partire dalla propria identità confessionale, ha permesso un approfondimento del cammino ecumenico; e ciò anche grazie al contributo della Pontificia Accademia mariana internazionale che ha dedicato ricerche e pubblicazioni su questo aspetto, mentre altrove, come nel caso del pellegrinaggio annuale al santuario mariano di Walsingham, in Inghilterra, si è assistito alla rilettura di una tradizione in chiave ecumenica.

In Italia il dibattito ecumenico su Maria si è venuto arricchendo, anche prima della pubblicazione del testo della Arcic, con una serie di iniziative come gli scritti di mariologia del pastore valdese Renzo Bertalot e di padre Giancarlo Bruni, che hanno, per tanti versi, preparato il terreno a una nuova stagione di riflessioni sul valore ecumenico mariano, cioè in grado di favorire un dialogo nella quotidianità della preghiera alimentata anche dalla presenza di cristiani e cristiane di tradizione ortodossa giunti in Italia a partire dalla fine del secolo scorso. La commemorazione comune del cinquecentesimo anniversario dell’inizio della Riforma è stata l’occasione per un nuovo passo nella direzione di una condivisione della figura di Maria in una prospettiva ecumenica, all’interno di un più ampio ripensamento delle vicende storico-teologiche del XVI secolo e della loro tradizione. La rilettura di testi e commenti su Maria nel secolo della Riforma ha consentito di cogliere in Maria, come scrisse monsignor Bruno Forte, «un riferimento sicuro a cui guardare e da proporre come modello a ogni credente ed alla Chiesa tutta, specialmente se divisa e bisognosa di ritrovare la sua unità sull’essenziale dell’amore di Cristo».
(fonte: L'Osservatore Romano 05 maggio 2021)

*Riccardo Burigana (Firenze, 1964) è docente di Storia ecumenica della Chiesa presso l’Istituto di Studi Ecumenici di Venezia e visiting professor dell’Università Cattolica del Pernambuco di Recife; è inoltre direttore del Centro Studi per l’Ecumenismo in Italia dal 2009, direttore scientifico della rivista Colloquia Mediterranea della Fondazione Giovanni Paolo II dal 2011 e collaboratore de L’Osservatore Romano. Ha pubblicato numerosi saggi sulla storia della Riforma, del Concilio Vaticano II e del movimento ecumenico.


giovedì 13 maggio 2021

Papa Francesco e la Madonna di Fatima

Papa Francesco e la Madonna di Fatima


Il legame di Papa Francesco con la madre di Gesù nasce da lontano. Fu la nonna Rosa ad avviare il piccolo Jorge Mario alla devozione mariana. Una volta entrato nella Compagnia di Gesù, il futuro Papa si rese conto che il culto della Madonna era una priorità per l’Ordine. Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore, portava sul petto un’immagine dell’Addolorata ai piedi della Croce. Da sacerdote e da vescovo Francesco ha sempre celebrato a Buenos Aires i riti legati alle feste mariane. Così come non ha mai smesso di venerare Nostra Signora di Lujan, la Madonna più amata in Argentina.

Ma è alla Madonna di Fatima che Bergoglio ha voluto affidare il suo pontificato, consacrandole il suo ministero di Vescovo di Roma e Pastore universale. Lo ha fatto il 13 ottobre 2013 davanti alla piccola statua, arrivata a Roma per l’occasione ed esposta in piazza San Pietro. 
Al termine della Santa Messa celebrata sul sagrato della Basilica Vaticana, per la “Giornata Mariana” in occasione dell’Anno della fede, Papa Francesco ha compiuto l’Atto di Affidamento alla Beata Vergine Maria di Fatima, recitando la preghiera che riportiamo di seguito:



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L’espressione più alta della devozione del Pontefice per Fatima è stata la visita in Portogallo, tra le più intense del suo pontificato. In occasione del centesimo anniversario delle apparizioni, nel 2017, Bergoglio si è recato a Fatima dove ha canonizzato i beati Giacinta e Francesco. I due pastorelli morirono pochi anni dopo le apparizioni, mentre la terza, Lucia, dopo una lunga vita in clausura, è morta nel 2005. Anche per lei è in corso la causa di beatificazione. La Madonna apparve per sei volte ai tre pastorelli e affidò loro un accorato messaggio per l’intera umanità, all’inizio di un secolo tragico che avrebbe visto guerre, morte e genocidi. Per questo le apparizioni di Fatima sono considerate tra le più profetiche. Ma per papa Francesco la forza della Madonna di Fatima sta anche nell’aver voluto affidare il suo messaggio di pace a tre umili pastorelli. «La Vergine», ha detto il Papa, «ha scelto il cuore innocente e la semplicità dei piccoli» per dare un segnale alla Chiesa. Un pensiero che il Papa condivide in ogni sua azione.


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Il 13 maggio del 1981 l'attentato a Giovanni Paolo II - La testimonianza del giornalista Piero Di Domenicantonio e l'intervista all'infermiere che l'ha soccorso per primo - "Il papa (non) doveva morire" (video)

Il 13 maggio del 1981 
l'attentato a Giovanni Paolo II
La testimonianza del giornalista Piero Di Domenicantonio e 
l'intervista all'infermiere che l'ha soccorso per primo


Il 40° anniversario dell’attentato a Giovanni Paolo II in piazza San Pietro, il 13 maggio 1981, è stato ricordato da Papa Francesco nel saluto rivolto ai fedeli polacchi durante l’udienza generale (12/03/2021). San Giovanni Paolo II — ha detto — «sottolineava con forza che doveva la vita alla Signora di Fatima. Questo evento ci rende consapevoli che la nostra vita e la storia del mondo sono nelle mani di Dio».

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Tra gli ultimi, dietro la campagnola bianca
di Piero Di Domenicantonio


C’è voluto tempo, anni, prima che riuscissi a scrivere quella data correttamente. Una volta le dita sulla tastiera invertivano i numeri del giorno, l’altra scambiavano una lettera con un’altra nel comporre il nome del mese. Quel giorno di quarant’anni fa io c’ero in piazza San Pietro ed ero felice di esserci fino a quando non è successo quello che mai avrei pensato potesse accadere.

Ero poco più che ventenne. Un cronista alle prime esperienze col compito di raccontare l’udienza generale del Papa. Quello che il nostro giornale ha continuato a fare e riprenderà a fare non appena — e speriamo sia presto — la situazione sanitaria consentirà la presenza dei fedeli.

Come tanti altri mercoledì ero arrivato in piazza San Pietro con largo anticipo per raccogliere con calma storie tra i pellegrini e i fedeli. Come sempre, il clima era di festa: canti, preghiere, un vociare continuo in tutte le lingue. C’era anche un gruppetto di bambini di una parrocchia romana che tenevano tra le mani dei palloncini colorati.

Intorno alle 17, dai settori più vicini all’Arco delle campane si è levato un applauso che ha rapidamente contagiato tutta la piazza. Il Papa era arrivato e in piedi sulla campagnola bianca salutava costeggiando le transenne: due giri perché nessuno rimanesse senza il suo saluto e la sua benedizione. Io ero tra gli ultimi a seguire il corteo: mi era stato insegnato ad essere discreto, a non intralciare con la mia presenza quello scambio di affetti che tanti avrebbero custodito tra i ricordi più belli della loro vita.

Anche il sole sorrideva su piazza San Pietro. Poi, i colpi di pistola, le grida, la jeep che parte a tutta velocità. Ma non si vede più il Papa in piedi a salutare.

Ci trovavamo sul lato della piazza che dà verso il portone di bronzo, poco distanti dal settore dove prima avevo visto quei ragazzini con i palloncini. D’istinto mi volto pensando che ne sia scoppiato qualcuno. Dietro la transenna la gente urla, si guarda indietro. Comincio a correre anche io nella direzione presa dalla jeep. Ormai si è capito cosa è successo.

Sotto il braccio di Carlo Magno, nella postazione dell’Ordine di Malta che durante le udienze prestava servizio di assistenza medica, trovo un telefono e cerco di mettermi in contatto con la redazione. Sui volti delle persone che mi passano vicino vedo spavento, incredulità. Forse anche loro vedono sul mio la stessa espressione, quella di sentirsi improvvisamente orfani.

Sarà una notte lunga. Al Policlinico Gemelli, dove il Papa è stato ricoverato, i medici tentano l’impossibile. In piazza San Pietro la gente è ancora lì, prega e spera. In redazione si prepara l’edizione straordinaria che uscirà alle sette del mattino con le prime, confortanti notizie che giungono dall’ospedale.

Dieci anni dopo, Giovanni Paolo II si recò in pellegrinaggio a Fatima, per rinnovare il suo grazie a Maria. Il giornale mandò me come inviato. Anche quel giorno era il 13 maggio ed ero felice di esserci.
(fonte, L'Osservatore Romano 12/05/2021)

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Leonardo Porzia, l’infermiere che abbracciò a lungo Papa Wojtyla, gravemente ferito da un attentatore. 
Restò accanto al Pontefice fino alla sala operatoria



In occasione del 40.mo anniversario dell'attentato contro Papa Giovanni Paolo II, il 13 maggio prossimo, riproponiamo l'intervista di Radio Vaticana (a cura di Massimiliano Menichetti, ma oggi non più reperibile nell'archivio vaticano)[1] con Leonardo Porzia, l'infermiere che materialmente abbracciò il Papa per metterlo sulla lettiga dell'autoambulanza che lo portò in 15 minuti dalla sede del Fondo per l'Assistenza sanitaria, nella Città del Vaticano, al Policlinico Gemelli di Roma dove un gruppo di medici e paramedici salvò la vita al Pontefice, vittima dell'attentato perpetrato dal turco Ali Agca:
Il 13 maggio del 1981 resterà per sempre la data dell'attentato a Giovanni Paolo II. Alle 17.19 Papa Wojtyła viene colpito da due proiettili sparati in Piazza San Pietro dalla pistola di Mehmet Ali Ağca. Il Santo Padre si accascia sulla jeep - tutt'intorno paura ed incredulità - immediatamente viene portato in guardia medica vaticana. Ad attenderlo il chirurgo, il prof. Enrico Fedele e Leonardo Porzia, l'infermiere che materialmente abbracciò il Papa per metterlo sulla lettiga. Porzia rimase con il Papa fino al ricovero al Policlinico Gemelli.
***

R. – Quel giorno ero di servizio in ambulatorio chirurgico: noi eravamo collegati con i vari presidi del Pronto Soccorso a San Pietro. A un certo punto arriva una comunicazione: "Hanno sparato al Papa! Sta entrando dall'Arco delle Campane per recarsi alla Guardia Medica!". Subito avvertii il chirurgo, il prof. Fedele, era lui di servizio. Tutti quanti – anche altri medici – uscimmo in mezzo alla strada... Arrivò la jeep con il Santo Padre.
D. – Appena sentiste, via radio, che avevano ferito il Papa, come viveste quel momento?
R. – Una cosa terribile! "Oddio, hanno sparato al Papa!". Si mise in movimento tutto l'ambulatorio.
D. – Da chi fu soccorso subito, lì per lì?
R. – Da me. Avevamo l'ambulanza accanto, tirai fuori la barella e lo abbracciai, lo portati al mio petto, così come stava sulla jeep, e lo misi sulla lettiga. Il chirurgo guardò la ferita: a seconda dell'entità del danno o si sarebbe portato all'ospedale Santo Spirito o al Policlinico Gemelli... Con un batuffolo di garza, tamponai la ferita del Papa.
D. – Quando da voi arrivò il Santo Padre, ci fu incertezza?
R. – No, no! Fu una cosa diretta: lo presi e lo misi subito sulla barella!
D. – In realtà, per andare in ospedale, si aspettò l'arrivo di un'altra ambulanza vaticana, dove era?
R. – Era incastrata sotto al colonnato. Si perse un po' di tempo, ma arrivò anche l'ambulanza del Santo Padre e uscimmo.
D. – Perché ci fu la necessità di portarlo da una ambulanza ad un'altra?
R. – Perché quella era più attrezzata.
D. – Saliste, chi eravate a quel punto sull'ambulanza?
R. – C'era l'autista, il cameriere - Gugel -, il direttore sanitario Buzzonetti, il direttore del Fas - il servizio sanitario vaticano - il chirurgo ed io... Eravamo sei o sette. Uscimmo da Sant'Anna e andammo al Gemelli.
D. – Il Santo Padre come stava?
R. – Era cosciente... però non parlò! No, non parlò! Lungo la strada pregava.
D. – Per un fraintendimento voi partiste senza scorta?
R. – Non avevamo scorta! La polizia ci aspettava all'Arco delle Campane, ma noi siamo usciti da Sant'Anna.
D. – Quale tragitto avete fatto?
R. – Uscimmo da Sant'Anna, Piazza Risorgimento, Medaglie d'Oro; lassù c'è Via Pereira e una strada di campagna, che portava al Gemelli... Arrivammo a metà strada di Via Pereira, muore la sirena... Smise di suonare! Ci prese un colpo, perché non avevamo scorta... Un poco con il clacson, un poco così, riuscimmo ad arrivare al Gemelli.
D. – Durante il trasporto, però, accade anche un'altra cosa: proprio mentre lei stava operando...
R. – Mi diedero ordine di mettere una flebo, perché la pressione era scesa di parecchio... Mentre stavo per infilare l'ago, l'autista fece una sterzata e siamo andati a finire sul marciapiede. L'autista prese un senso unico e un altro veicolo ci stava venendo addosso.
D. – Lesionò il Santo Padre?
R. – No, no, no! Io mi bucai un dito...
D. – Quanto ci mise l'autoambulanza ad arrivare al Gemelli?
R. – Neanche un quarto d'ora.
D. – Comunque arrivaste. Ma anche lì altre piccole difficoltà...
R. – C'era l'ordine che lo si doveva portare al Centro di Rianimazione. Probabilmente il direttore aveva già parlato con il Centro di Rianimazione: là era di servizio un medico del nostro servizio Vaticano, era direttore del Centro di rianimazione.... Arriviamo là e scarichiamo la barella, ma arriva un contrordine: "Bisogna andare al nono piano!". Al nono piano c'era la camera operatoria... Allora che fai? Da solo, correndo come un matto la portai - erano circa cento metri – all'ascensore per arrivare al nono piano.
D. – In quei momenti il Papa che cosa faceva?
R. – Niente. Stava rannicchiato sulla barella, sofferente...
D. – Lei ha avuto paura che il Papa potesse morire?
R. – Sì, si!
D. – Arrivato al nono piano, lei lasciò Giovanni Paolo II?
R. – Invece di entrare direttamente in sala operatoria, lo lasciai nella stanza dove si fa la preparazione del paziente... Gli ho levato tutti gli indumenti, li ho messi in un sacchetto di plastica e l'ho consegnato a Gugel. Il direttore mi disse: "Puoi rientrare!".
D. – Il Papa verrà operato, poi un altro ricovero.... Comunque, in sostanza, gradatamente dopo la convalescenza a Castel Gandolfo, rientra in Vaticano. Lì continua degli accertamenti e in realtà lei continua ad incontrarlo quando viene a fare le analisi all'ambulatorio del Vaticano...
R. – Quelle volte che veniva giù, mi diceva: "Io a lei la conosco!". Lo disse 3-4 volte: "Io a lei la conosco!". Io risposi: "Eh Santità, sì!". Però non mi andava di dire: "Sono quello che...".
D. – E lei non gli lo ha mai detto?
R. – No! No!
D. – Personalmente come ha vissuto questo viaggio insieme al Papa in autoambulanza, quando lo ha poggiato sulla barella, quando lo ha rivisto in ambulatorio... ?
R. – Finché non si è tornati alla normalità, per me era un paziente. La mia professione era quella! Poi certo .... Stavi operando sul Papa! Ma professionalmente ero sereno e tutto quello che c'era da fare si è fatto: diciamo che non si è trascurato niente.
D. – C'è anche un aneddoto singolare in relazione alla flebo che lei mise al Santo Padre...
R. – Da noi lavoravano le suore polacche... Quando il giorno dopo, abbiamo ripreso il servizio, una suora polacca mi disse che Gugel gli aveva dato tutti i paramenti e anche la rimanenza della flebo... Questa flebo con il mio nome fu data a Via Cortina d'Ampezzo, dove c'è un istituto di suore polacche... Però onestamente io non ci sono mai andato...
D. – Il 24 dicembre dello stesso anno dell'attentato, quindi del 1981, lei ed il chirurgo foste ricevuti dal Papa... Dove?
R. – Nell'anticamera della Sistina. E' un salone... Prima io e i miei familiari; dopo il prof. Fedele con i suoi familiari.
D – Che cosa vi siete detti?
R. – Devo dire onestamente, che non usciva niente... Non sapevo che dire! Lui ha ringraziato.
D. – Insomma, fu lui a parlare. Le conferì anche l'onorificenza di Cavaliere di San Silvestro. Che impressione le fece il Papa in tutta questa vicenda, da quando fu ferito a quando poi lo incontrò?
R. – L'impressione di un uomo – diciamo – sofferente, ma contemporaneamente – guidato dal Signore – era un uomo che trasportava...
D. – Un uomo con la Grazia?
R. – Con la Grazia, sì!
D. – Che effetto le ha fatto aver tenuto tra le braccia un Santo?
R. – Eh, questa è una domanda milionaria! Mi sento orgoglioso – diciamo – di quello che ho fatto: ho preso in braccio il Papa! Sono riuscito a compiere il mio dovere e a fare tutto quello che era necessario.
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[1] (Ndr. Il sismografo) Abbiamo rilanciato questa intervista il 5 maggio 2016 in occasione dei 35 anni dall'attentato e l'abbiamo recuperato oggi dal nostro sito poiché non è più possibile trovarla nell'archivio di Vatican News da dove sembra sparita insieme a tantissimi altri documenti importanti.

Aggiornamento.
Abbiamo ricevuto nel corso della mattina di oggi, e pubblichiamo con piacere, la segnalazione web che consente l'ingresso all'archivio dei Radiogiornale delle 13 maggio 2016 della Radio Vaticana dove il 24 aprile 2014 fu amplificata l'intervista di M. Menichetti a Leonardo Porzia. L'intervista è stata diffusa lo stesso giorno in cui si svolsero i funerali di un grande amico e cronista della Radio del Papa, Benedetto Nardacci, che il pomeriggio del 13 maggio 1981 conduceva la radio-telecronaca dell'Udienza nel corso della quale Ali Agca sparò contro s. Giovanni Paolo II.
(Radio Vaticana) L’infermiere che soccorse Karol Wojtyla dopo l’attentato: anche nella sofferenza era guidato dal Signore.
(a cura Redazione "Il sismografo" 11/05/2021)

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"Il papa (non) doveva morire"


Storia, cronaca e segreti dell'attentato a Giovanni Paolo II, l'evento che sconvolse la storia e la Chiesa. 
La puntata di Sulla Via di Damasco, in onda domenica 9 maggio, ore 8.40, su Rai Due, torna a quel 13 maggio 1981 di 40 anni fa, giorno in cui "il papa doveva morire", ripercorrendo coincidenze, retroscena, ma soprattutto come questo evento abbia cambiato Giovanni Paolo II ed il suo pontificato. In studio con Eva Crosetta, Antonio Preziosi, giornalista e direttore di Rai Parlamento, che a quel momento miracoloso ha dedicato un libro-inchiesta, evidenziando le implicazioni storiche e mistiche di quegli spari. "Quell'episodio, siamo nel mezzo della guerra fredda, – dice Preziosi – dette a Giovanni paolo II un coraggio in più nell'andare avanti; consideriamo, poi, che lui portò sulla sua pelle i segni di quell'attentato per tutta la vita". 
All'interno del programma di Vito Sidoti, anche un'intervista di Preziosi a suor Letizia Giudici, la suora che in quei momenti concitati afferrò il terrorista Ali Agca in fuga. A seguire, i segni profetici di quella ferita che orientò il pontificato, con la riflessione del Card. Angelo Comastri e di Mons. Slawomir Oder, postulatore della causa di canonizzazione. Regia di Alessandro Rosati.


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Vedi anche il post precedente:



13 maggio ’81, radiocronaca dell’inaudito

13 maggio ’81, radiocronaca dell’inaudito

Quarant’anni fa in Piazza San Pietro, Benedetto Nardacci, storica voce di Radio Vaticana, sta seguendo in diretta l’udienza generale quando la pistola di Ali Agca trasforma in dramma la festa di Giovanni Paolo II con la gente. Nella storia dell’emittente papale resta, nonostante lo shock, l’eccezionale lucidità del suo resoconto, che riproponiamo nei passaggi salienti in un video fotografico


“La folla è tutta in piedi… La folla è tutta in piedi… non commenta quasi la scena tragica cui ha assistito. Sono quasi tutti in silenzio, aspettano notizie…"

Sono passate da poco le 17.17 in Piazza San Pietro e una voce attonita sta cercando di controllare un groviglio di emozioni per descrivere in diretta la follia di un mondo che si è rovesciato. Un uomo è arrivato in Piazza San Pietro per ammazzare il Papa. Colpi di pistola, brutale dissonanza in un vocio festoso, e la solida figura di Giovanni Paolo II si accascia all’indietro, sanguinante, fra le braccia del suo segretario.

Un maestro al microfono

Il cronista della Radio Vaticana ha visto e non crede ai suoi occhi. È profondamente scosso come chiunque si trovi in Piazza San Pietro, in quel drammatico pomeriggio del 13 maggio 1981. Seduto davanti al suo microfono, Benedetto Nardacci – voce tra le più belle e ricercate della Radio Vaticana dove lavora dal ‘56 – prova a dare un senso agli assurdi fotogrammi che si sono impressi nella sua memoria: il Pontefice che barcolla e cade, l’ondeggiare della folla nelle vicinanze del crimine, la concitazione del servizio d’ordine, la corsa febbrile, le urla attorno alla jeep bianca che vola oltre l’Arco delle Campane e, poco dopo, l’effetto Doppler di una sirena d’ambulanza che si perde alla disperata tra i rumori del traffico di Roma… la paralisi, rotta da singhiozzi, di 30 mila persone allibite.

Eppure, le parole che Nardacci riesce ad articolare in quei secondi sono da manuale. Nella lotta tra l’ansia che lo attanaglia e il dovere di rendere conto dell’inconcepibile, è il secondo, con fatica, ad avere il sopravvento. Dapprima, a parlare sono i suoi riflessi di giornalista ("Noi […] cercheremo di prendere notizie e lasciamo aperto il canale, anzi, chiediamo alla sala controllo se il canale deve rimanere aperto o meno. Io abbandono un attimo la postazione e cercherò notizie, cercherò di sapere che cosa è successo…»). Già qui, il filo della narrazione rischia di spezzarsi: affiora l’enormità di quanto accaduto e per qualche attimo pare soverchiare anche un maestro del microfono. ("Il mio compito era solamente di riferire su una udienza generale, una delle tante, affettuose udienze generali date da Giovanni Paolo II…").

Ma è questione di un istante. Pure turbata, la voce si domina e il racconto riprende a fluire con il garbo che è la cifra stilistica tra le più apprezzate di Nardacci e di una scuola che non ammette eccessi verbali nemmeno davanti all’inverosimile. La descrizione che segue, pur con un’imprecisione figlia della distanza e dello shock ("…udienza generale troncata da quattro-cinque spari in rapida successione…"), è il segno di una cronaca che torna presto a farsi serrata, che ritrova sicurezza e dettagli ("Il Santo Padre è stato evidentemente, certamente colpito. È stato certamente colpito, lo abbiamo visto sdraiato nella vetturetta scoperta che è entrata in velocità dentro il Vaticano..."), e che a un certo punto abbina al rigore del resocontista la libertà del commentatore ("Ecco. Per la prima volta si parla di terrorismo anche in Vaticano. Si parla di terrorismo in una città dalla quale sono sempre partiti messaggi di amore, messaggi di concordia, messaggi di pacificazione...").

Terrorismo in Vaticano

Il linguaggio di Nardacci è appropriato al contesto di un Paese che è immerso da oltre un decennio in quella che i teorici definiscono strategia della tensione" – uno stillicidio quotidiano di assassinii causati dall’eversione armata di varia ideologia – e tradisce il timore che l’onda cupa degli "Anni di piombo" sia in qualche modo arrivata a lambire anche una zona franca come il territorio della Santa Sede. I morti dall’inizio dell’81, e siamo solo a metà maggio, non si contano già più e in tutti è viva la memoria dei 76 morti della strage alla stazione di Bologna, avvenuta nemmeno un anno prima.

Mentre rientra nel solco della cronaca ("…Abbiamo solamente visto il Santo Padre prima vacillare, barcollare e poi cadere di schianto in braccio al suo segretario, don Stanislao, e in braccio al suo aiutante di camera. A questo punto la vetturetta scoperta con a bordo il Santo Padre è partita a tutta velocità, è passata tra la gente, tra l’orrore della gente, ed è entrata in Vaticano attraverso l’Arco delle Campane…"), Nardacci non sa ancora nulla di Mehmet Alì Agca, né delle oscure trame che hanno portato quel pomeriggio il killer turco a inquadrare il Papa nel mirino della sua Browning calibro 9. L’idea di un possibile disegno terroristico si dissipa comunque subito dietro la pressione di dover aggiornare gli ascoltatori della Radio Vaticana dell’atmosfera surreale calata su Piazza San Pietro. ("…Ripetiamo che non ci sono state scene di panico, ripetiamo che la gente – le migliaia di persone – sono ferme, sono ferme impietrite al loro posto, non credono forse ancora a quello che hanno visto. Molti barellieri sono andati tra la gente…").

"Io stesso non trovavo le parole..."

Mentre prosegue nel suo resoconto, Nardacci non sa ancora nulla della complessa operazione chirurgica in corso al Policlinico Gemelli, né che il Papa "agonizzante […] si fermò sulla soglia della morte", come scriverà lo stesso Papa Wojtyla in un messaggio ai vescovi italiani nel '94. E tuttavia la sua cronaca, sempre senza soste, se non quelle necessarie a riprendere fiato, si vena per un momento di compassione ("Non sappiamo ancora la gravità o meno delle ferite subite da Giovanni Paolo II; Giovanni Paolo II che – ripetiamo – non ha fatto altro che invitare alla pacificazione, invitare alla preghiera..."). A questo punto, dagli altoparlanti viene diffuso l’annuncio dell’attentato. Nardacci tace e invita gli ascoltatori a concentrarsi su quelle parole, che forniscono una prima versione ufficiale del fatto ed esortano a pregare per la salvezza del Papa. Riprende dopo un istante, Nardacci, e adesso la cronaca dei fatti si mischia alla cronaca delle impressioni personali ("…Evidentemente, l’emozione è stata forte, ha preso un po’ tutti. Io stesso non credevo che quei colpi fossero spari, fossero proiettili esplosi contro la persona di Giovanni Paolo II. Abbiamo sentito, evidentemente, il cuore accelerare e all’inizio io stesso non trovavo le parole per descrivere...")

Un’ammissione sincera, umana, e poi ancora il professionista che riprende le redini di una radiocronaca che mai avrebbe immaginato di fare e che, nonostante tutto, porta a conclusione: "Per chi si fosse messo in ascolto in questo momento, ripeto che il Santo Padre ha subito un attentato terroristico, è stato fatto segno da alcuni colpi di arma da fuoco e si è accasciato sulla vetturetta scoperta con la quale, dalla quale aveva già stretto centinaia, forse migliaia e migliaia di mani. Il Santo Padre, come abbiamo detto prima, si è sempre abbandonato fiducioso tra la folla, e nessuno poteva prevedere questo drammatico epilogo di questa udienza generale del 13 maggio 1981. Intorno a San Pietro – forse le sentirete anche voi dal microfono – sentiamo le auto delle forze dell’ordine, probabilmente sarà già scattata la caccia all’uomo se l’attentatore non è stato arrestato, se non è stato preso: questo non sono in grado di dirvelo. Mi trovo su uno dei finestroni della Basilica di San Pietro, quindi ho sotto gli occhi il totale della piazza..."

Dal Gemelli al mondo

Mentre le parole di Nardacci si susseguono, e faranno letteralmente il giro del mondo, la Radio Vaticana reagisce subito. Cinque minuti dopo gli spari, viene trasmessa a tutte le redazioni un comunicazione con la notizia dell’attentato. Ed entro cinque minuti, la stessa radiocronaca di Nardacci viene irradiata con commento in più lingue anche sulle altre reti della Radio, collegando gli ascoltatori con Piazza San Pietro e successivamente con il Policlinico Gemelli. Al termine della radiocronaca, gli interventi delle redazioni linguistiche proseguono in diretta, ciascuno nel suo spazio, per aggiornare sullo stato di salute del Papa, fino alla sua uscita dalla sala operatoria. Informazioni di prima mano dal Gemelli vengono fornite dal direttore generale della Radio, padre Roberto Tucci, accampatosi letteralmente nell’anticamera della sala operatoria da dove riferisce tutto quanto filtra sulle condizioni di Giovanni Paolo II. La delicata operazione, guidata dal prof. Francesco Crucitti, durerà cinque ore e mezzo e non di rado le notizie diffuse da padre Tucci saranno in contrasto anche notevole con quanto circolerà sugli altri media, che non possono godere di quell'osservatorio privilegiato per una cronaca che è già storia in ogni suo singolo istante.
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandro De Carolis 13/05/2021)

Vedi anche il post precedente:



Eid al-Fitr - Tonio Dell'Olio: La fine del digiuno


La fine del digiuno
Scritto da Tonio Dell'Olio - Mosaico dei Giorni 13 maggio 2021

Sono quasi due miliardi le persone che oggi in tutto il mondo celebreranno una delle feste più importanti previste dall'Islam. Oggi è Eid el fitr, la fine del tempo di Ramadan, che si celebra con la preghiera in Moschea e con ricchi pranzi in famiglia.

È la fine del digiuno e, contemporaneamente, la ripresa di un rapporto rinnovato con Dio e con il genere umano. Forse è da qui che possiamo prendere spunto per immaginare quei digiuni forzati di giustizia, di bene, di pace a cui sono costrette troppe popolazioni nel mondo e riprendere a masticare la vita e a dissetarci con pensieri e scelte che ci rendano degni di appartenere all'umanità. Se la scelta del digiuno non è una gara con se stessi per verificare e premiare la capacità di resistenza e la fedeltà alla scelta, ma un percorso per riscoprire l'essenziale, vuol dire che oggi la spiritualità islamica chiede a tutti di cambiare rotta per scegliere l'essenziale e il bene. A cominciare da quell'angolo di terra in cui tutto ebbe inizio e che da terra di pace si è trasformata nella peggiore delle esperienze di violenza e ingiustizia prolungate nel tempo. Sia Eid el fitr in Israele-Palestina come in ogni parte del mondo. Troviamo il nostro posto attorno a una stessa tavola per sperimentare il calore dell'unica famiglia umana che si riconosce nella fraternità.

MADONNA DI FATIMA, DALLE APPARIZIONI AL TERZO SEGRETO - Le rare immagini dei bimbi che videro la Madonna (video)

MADONNA DI FATIMA, 
DALLE APPARIZIONI AL TERZO SEGRETO

Il 13 maggio 1917 la Vergine apparve per la prima volta in Portogallo, in un villaggio sperduto sugli altipiani dell'Estremadura a tre pastorelli: Lucia Dos Santos e Francesco e Giacinta Marto chiedendo penitenza e conversione. Pio XII nel 1942 consacrò il mondo al Cuore Immacolato di Maria mentre Giovanni Paolo II attribuì alla Vergine di Fatima l'intercessione per essersi salvato dall'attentato del 13 maggio 1981 in piazza San Pietro

Dopo tre apparizioni della Vergine Maria, verificatesi durante il XIX secolo, a La Salette nel 1846, a Lourdes nel 1858, a Castelpetroso nel 1888, la Madonna apparve nel 1917, la prima nel XX secolo, a Fatima in Portogallo. La prima volta era domenica 13 maggio e per questo la Chiesa festeggia la Madonna di Fatima in questo giorno.

Lucia, Francesco e Giacinta, i tre veggenti pastorelli 

Fatima era allora un villaggio della zona centrale del Portogallo (Distretto di Santarém) sugli altipiani calcarei dell’ Estremadura a 20 km a SE di Leìria, (il nome Fatima, prima degli avvenimenti delle apparizioni, era conosciuto esclusivamente come quello della figlia di Maometto, morta nel 633). Ad un km e mezzo da Fatima, vi era una frazione chiamata Aljustrel e qui nacquero e vissero i tre protagonisti della storia di Fatima; Lucia Dos Santos nata nel 1907 e i suoi due cugini Francesco Marto nato nel 1908 e Giacinta Marto nata nel 1910; le due famiglie erano numerose, i Dos Santos avevano 5 figli ed i Marto 10 figli. Come molti ragazzi del luogo, i tre cuginetti-amici, portavano a pascolare i piccoli greggi delle rispettive famiglie, verso i luoghi di pascolo dei dintorni ogni volta a loro scelta e con le pecore trascorrevano l’ intera giornata; a mezzogiorno consumavano la colazione preparata dalle loro mamme e dopo recitavano il rosario. Nel 1916 fra aprile ed ottobre, i tre ragazzi stupiti, furono testimoni di un fenomeno prodigioso; apparve loro un angelo sfavillante di luce, che si qualificò come l’ Angelo della Pace e che li invitò alla preghiera; le apparizioni furono in tutto tre, due volte alla “Loca do Cabeço” e una volta al pozzo nell’ orto della casa paterna. Queste apparizioni, narrate da Lucia, vengono classificate come ‘Il ciclo angelico’ .

13 maggio 1917: la prima apparizione

Era la domenica 13 maggio 1917; i tre cuginetti dopo aver assistito alla Santa Messa nella chiesa parrocchiale di Fatima, tornarono ad Aljustrel per prepararsi a condurre al pascolo le loro pecore. Il tempo primaverile era splendido e quindi decisero di andare questa volta fino alla Cova da Iria, una grande radura a forma di anfiteatro, delimitata verso nord da una piccola altura. A metà strada dal pendio, vicino ad un leccio, la luce sfolgorò ancora e pochi passi più avanti videro una bella Signora vestita di bianco ritta sopra il leccio, era tutta luminosa, emanante una luce sfolgorante; si trovavano a poco più di un metro e i tre ragazzi rimasero stupiti a contemplarla; mentre per la prima volta la dolce Signora parlò rassicurandoli: “Non abbiate paura, non vi farò del male”.
Il suo vestito fatto di luce e bianco come la neve, aveva per cintura un cordone d’oro; un velo merlettato d’oro le copriva il capo e le spalle, scendendo fino ai piedi come un vestito; dalle sue dita portate sul petto in un atteggiamento di preghiera, penzolava il Rosario luccicante con una croce d’argento, sui piedi erano poggiate due rose.
A questo punto la più grande di loro, Lucia, chiese alla Signora “Da dove venite?” “Vengo dal Cielo” e Lucia “Dal cielo! E perché è venuta Lei fin qui?”, “Per chiedervi che veniate qui durante i prossimi sei mesi ogni giorno 13 a questa stessa ora; in seguito vi dirò chi sono e cosa desidero, ritornerò poi ancora qui una settima volta”. E Lucia, “E anch’ io andrò in cielo?”, “Si”, e “Giacinta?”, “anche lei”, “e Francesco?”, “anche lui, ma dovrà dire il suo rosario”. La Vergine poi chiese: “Volete offrire a Dio tutte le sofferenze che Egli desidera mandarvi, in riparazione dei peccati dai quali Egli è offeso, e per domandare la conversione dei peccatori?”. “Si lo vogliamo” rispose Lucia, “Allora dovrete soffrire molto, ma la Grazia di Dio sarà il vostro conforto”. E dopo avere raccomandato ai bambini di recitare il rosario tutti i giorni, per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra, la Signora cominciò ad elevarsi e sparì nel cielo.
Lucia durante tutte le apparizioni, sarà quella che converserà con la Signora, Giacinta la vedrà e udirà le sue parole ma senza parlarle, Francesco non l’ udirà, ma la vedrà solamente, accettando di sapere dalle due bambine, quello che la Signora diceva.

Il miracolo del sole

Anche questa volta, appena apparsa la Signora, Lucia domandò “Signora chi siete e cosa volete da me?”; e Lei subito rispose: “Io sono la Signora del Rosario; voglio una cappella costruita qui in mio omaggio; che continuino a recitare il rosario tutti i giorni. La guerra finirà e i soldati torneranno presto alle loro case; gli uomini non devono offendere il Signore che è già troppo offeso”. La Vergine a questo punto aprì di nuovo le mani e lanciò un raggio di luce in direzione del sole e mentre Lei si elevava verso il cielo, i tre veggenti poterono così vedere accanto al sole i tre membri della Sacra Famiglia, Gesù Bambino, S. Giuseppe e la Madonna; in pochi attimi ebbero anche la visione di un uomo adulto che benediceva il mondo e la Madonna che a Lucia parve essere la Madonna Addolorata, e infine una terza scena in cui vi era la Madonna del Carmelo con lo scapolare in mano.

Il messaggio e il ruolo dei papi

I tre veggenti con la loro semplicità e tenacia, raccontarono la sollecitudine della Vergine per le sorti dell’umanità, minacciata da diversi flagelli e che per impedirli occorreva: penitenza, recita del Rosario, consacrazione al suo Cuore Immacolato e la costruzione di una Cappella in suo onore per trasformarla in meta di pellegrinaggi di poveri, sofferenti e penitenti.
Naturalmente, per un lungo periodo la vicenda e il messaggio restarono nell’oblio e nel ristretto orizzonte di un semisconosciuto ambiente di poveri pastori e contadini. 
Il 28 aprile 1919 si diede inizio alla costruzione della Cappellina delle Apparizioni; il 13 ottobre 1930 il vescovo di Leira dichiarò “degne di fede le visioni dei bambini alla Cova da Iria”, autorizzando il culto alla Madonna di Fatima; il 13 maggio 1931 l’ episcopato portoghese, secondo il messaggio di Fatima, fece la prima consacrazione del Portogallo al Cuore Immacolato di Maria. Il 31 ottobre 1942 papa Pio XII, in un radiomessaggio consacrò il mondo al Cuore Immacolato di Maria e il 7 luglio 1952 consacrò a Maria i popoli della Russia, come aveva chiesto la Celeste Signora a Fatima.
L’ avverarsi della minaccia con la Seconda Guerra Mondiale, fece ricordare ai cristiani il messaggio di Fatima; il 13 maggio 1946 con la presenza del legato pontificio, cardinale Benedetto Aloisi Masella, davanti ad una folla di ottocentomila pellegrini, ci fu l’incoronazione della statua della Vergine di Fatima.
I papi attraverso loro delegati, come fece Pio XII, o recandosi personalmente in pellegrinaggio, come fece Paolo VI il 13 maggio 1967, in occasione del 50° anniversario delle Apparizioni e Giovanni Paolo II il 13 maggio 1982, un anno esatto dopo l’ attentato subito in Piazza S. Pietro, il cui proiettile è incastonato nella corona della statua in segno di riconoscenza, hanno additato Fatima come un faro che ancora oggi continua a gettare la sua luce, per richiamare il mondo disorientato verso l’ unico porto di salvezza.

Il "Terzo Segreto" e la profezia sull'attentato a papa Wojtyla

La terza parte del messaggio ricevuto, fu messo per iscritto da suor Lucia, allora ancora suora di Santa Dorotea, il 3 gennaio 1944, il documento inviato in Vaticano, è stato letto da tutti i pontefici succedutisi e da pochissimi altri stretti collaboratori e conservato presso la Congregazione per la Dottrina della Fede.
L’ intero messaggio della Vergine è stato a lungo oggetto di congetture ed esegesi da parte di teologi e studiosi, cattolici e non. Ma la terza parte, tenuta segreta dalla Chiesa, è stata quella che ha fatto credere a catastrofi, che avrebbero sconvolto la vita della Chiesa stessa, cosicché i pontefici preferirono non divulgarla, rimandando dopo la lettura, la busta sigillata alla suddetta Congregazione, dove è stata custodita sin dal 1957. Si riporta uno stralcio della comunicazione letta il 13 maggio 2000 a Fatima, presente il Papa: “Tale testo costituisce una visione profetica paragonabile a quelle della Sacra Scrittura, che non descrivono in senso fotografico i dettagli degli avvenimenti futuri, ma sintetizzano e condensano su un medesimo sfondo fatti che si distendono nel tempo in una successione e in una durata non precisate. Di conseguenza la chiave di lettura del testo non può che essere di carattere simbolico. La visione di Fatima riguarda soprattutto la lotta dei sistemi atei contro la Chiesa e i cristiani e descrive l’immane sofferenza dei testimoni della fede dell’ultimo secolo del secondo millennio. È una interminabile Via Crucis guidata dai Papi del ventesimo secolo.
Secondo l’interpretazione dei pastorelli, interpretazione confermata anche recentemente da suor Lucia, il “Vescovo vestito di bianco” che prega per tutti i fedeli è il Papa. Anch’egli, camminando faticosamente verso la Croce tra i cadaveri dei martirizzati (vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e numerosi laici) cade a terra come morto, sotto i colpi di arma da fuoco.
Dopo l’ attentato del 13 maggio 1981, a Sua Santità apparve chiaro che era stata “una mano materna a guidare la traiettoria della pallottola”, permettendo al “papa agonizzante” di fermarsi “sulla soglia della morte”. In occasione di un passaggio da Roma dell’allora vescovo di Leiria - Fatima, il papa decise di consegnargli la pallottola, che era rimasta nella jeep dopo l’attentato, perché fosse custodita nel Santuario. Per iniziativa del vescovo essa fu poi incastonata nella corona della statua della Madonna di Fatima.

Il significato teologico del messaggio di Fatima

Il santuario mariano di Fatima è uno dei luoghi più venerati dai fedeli cattolici e in questo luogo, sacro per l’apparizione di Maria, papa Giovanni Paolo II volle recarsi di nuovo il 13 maggio 2000, per procedere alla beatificazione dei fratelli Marto, al termine della celebrazione il cardinale Segretario di Stato, Angelo Sodano diede lettura della comunicazione in lingua portoghese, sul terzo segreto di Fatima; ed appena un mese dopo, il 26 giugno 2000, il Papa ne autorizzò la divulgazione pubblica da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, accompagnata da opportuno commento teologico del Prefetto, cardinale Joseph Ratzinger. Ecco uno stralcio: «La parola chiave di questo “Segreto”, è il triplice grido: “Penitenza, Penitenza, Penitenza!… A suor Lucia appariva sempre più chiaramente come lo scopo di tutte quante le apparizioni sia stato quello di far crescere sempre più nella fede, nella speranza e nella carità – tutto il resto intendeva portare solo a questo….”».

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Fatima: le rare immagini dei bimbi che videro la Madonna



Vedi anche il post precedente:



Quel 13 maggio quando amore e preghiera sconfissero l’odio

Quel 13 maggio
quando amore e preghiera sconfissero l’odio

Quarant’anni fa il drammatico attentato a Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro. 

Una data che appartiene alla memoria collettiva e che ancora oggi è densa di significati  - Un ricordo di Papa Francesco


Ci sono date, per l’avvenimento a cui sono legate, che appartengono non solo ai libri di Storia, ma si inscrivono in modo indelebile anche nelle pagine della storia delle nostre vite. Talmente forte è l’impronta impressa da questi eventi che, anche a distanza di molti anni, ricordiamo perfettamente dove eravamo e cosa stavamo facendo nel momento in cui la notizia di quanto accaduto ci ha raggiunto. Il 13 maggio del 1981 è senza dubbio una di queste date. Quel giorno un evento ritenuto impossibile, inimmaginabile, fa irruzione nella realtà: l’attentato contro un Papa in Piazza San Pietro. A quarant’anni di distanza, dà ancora i brividi rivedere quelle sequenze drammatiche, riascoltare i suoni, i rumori di quel pomeriggio di primavera. Sono le 17.19 quando Giovanni Paolo II, nel consueto giro tra i fedeli convenuti per l’Udienza Generale del mercoledì, prende in braccio una bambina, poi la tende ai suoi genitori. Pochi istanti e si ode il rumore sordo di uno sparo e poi un altro ancora. Il Papa, colpito all’addome, si accascia nella campagnola scoperta su cui sta percorrendo la piazza. Sono momenti concitati. La gente è sgomenta. All’inizio non comprende, non può credere che sia davvero successo.

Molti dei pellegrini rompono in pianto, tanti si inginocchiano, si raccolgono in preghiera con la corona del Rosario in mano che avevano portato con sé perché il Papa la potesse benedire. C’è chi ricorda che proprio quel giorno, un 13 maggio di 64 anni prima, la Madonna era apparsa ai pastorelli di Fatima. Il Papa del Totus tuus, Maria! viene così affidato dal Popolo di Dio alla Vergine. Proprio all’intervento della Madre, confiderà successivamente, Wojtyla attribuì la sua sopravvivenza. Se una mano lo ha voluto uccidere, un’altra più potente ha deviato la pallottola salvandogli la vita. Ben presto, in quel pomeriggio del 13 maggio, dal perimetro vaticano la preghiera si allarga a rapidi cerchi concentrici fino ad abbracciare il mondo intero, perché proprio questo – pregare – sarà il moto spontaneo di milioni di persone non appena saputo che il Papa sta lottando tra la vita e la morte. A pregare è in quelle ore anche padre Jorge Mario Bergoglio, all’epoca rettore del Collegio Massimo di San José a San Miguel nella provincia di Buenos Aires, anche lui scosso per l’accaduto. E Papa Francesco ci condivide oggi un ricordo di quel 13 maggio: si trovava alla Nunziatura Apostolica in Argentina, prima di pranzo, con il nunzio Ubaldo Calabresi e il padre venezuelano Ugalde. Fu l’allora segretario di Nunziatura, mons. Claudio Maria Celli, a riferirgli la terribile notizia.

L’orazione dei fedeli si fa, dunque, incessante e non si arresta fino a quando Giovanni Paolo II sarà fuori pericolo. In qualche modo, si può dire, lo accompagnerà e custodirà fino alla fine della vita terrena, soprattutto nei momenti di sofferenza, di malattia, che costelleranno la sua esistenza sino agli ultimi giorni vissuti in un’altra primavera, quella del 2005. È significativo ciò che, pur nell’emozione del momento, riesce a dire con lucidità il cronista della Radio Vaticana, Benedetto Nardacci, chiamato a commentare il tradizionale appuntamento del mercoledì e ora costretto a confrontarsi con una situazione che mai avrebbe voluto raccontare. “Per la prima volta – afferma Nardacci in diretta – si parla di terrorismo anche in Vaticano. Si parla di terrorismo in una città dalla quale sono sempre partiti messaggi di amore, messaggi di concordia, messaggi di pacificazione”.

In effetti, lo scatenamento dell’odio portato da quell’atto criminale è impressionante, apocalittico per certi aspetti. Ancora più forte, tuttavia, sarà il potere dell’amore, della misericordia, che orienterà in modo luminoso, e al tempo stesso “misterioso”, tutto il tragitto successivo della vita terrena e del Pontificato di Giovanni Paolo II. Lo si coglie in modo sorprendente quattro giorni dopo, quando parlando al Regina Caeli dalla stanza del Policlinico Gemelli dove è ricoverato, Karol Wojtyla assicura il suo perdono all’attentatore, “il fratello che mi ha colpito”. Proprio così lo chiama: fratello. E questa comune fratellanza - indelebile nonostante tutto ciò che possa avvenire sulla terra, perché iscritta nel Cielo - sarà protagonista anche in un’altra data difficile da dimenticare: il 27 dicembre del 1983. Quel giorno, Giovanni Paolo II visita Ali Agca nel carcere di Rebibbia. Lo fa pubblicamente. Così, osserva qualcuno, il Papa ha voluto salvare la vita a colui che gliela voleva togliere. “Ci siamo incontrati da uomini e da fratelli - afferma dopo l’incontro – perché tutti siamo fratelli e tutte le vicende della nostra vita devono confermare quella fratellanza che proviene dal fatto che Dio è nostro Padre”. Quella stessa fratellanza che oggi Papa Francesco ci indica come unica via possibile per il futuro dell’umanità.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Alessandro Gisotti 12/05/2021)

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