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venerdì 15 maggio 2026

Davide Simone Cavallo, aggredito e accoltellato a Milano: la sua lettera agli aggressori è un inno alla vita e al perdono


Davide Simone Cavallo, aggredito e accoltellato a Milano: la sua lettera agli aggressori è un inno alla vita e al perdono

Il commento del condirettore di Famiglia Cristiana alla lunga lettera del 22enne ferito in un’aggressione a Milano: parole di perdono, gratitudine e amore per la vita che interrogano tutti noi

Fonte: Facebook

Un’aggressione che taglia letteralmente a metà la sua giovane vita, in corso Como a Milano, in una serata d’ottobre. Una lesione al midollo spinale con gravi conseguenze sul fisico ad oggi. Aggredito, rapinato e accoltellato. Il risveglio amaro in una stanza grigia, con macchinari alle pareti e un infermiere accanto. «Non mi sento le gambe. Perché non mi sento le gambe?».

A sei mesi da quei fatti, Davide Simone Cavallo, 22 anni, sente il bisogno di raccontare, di riflettere su quanto accaduto in questo tempo e di condividere. E lo fa in una lunga e commovente lettera, uscita un paio di giorni fa, ripercorre quanto ha vissuto in questi mesi: la rievocazione di quella fatale sera, la compassione per gli aggressori, il rapporto con il “nuovo” corpo, le problematiche quotidiane che la lesione midollare gli lascia, la paura di morire, le domande che si accavallano. Ma colpiscono le parole che, senza cedere alla  rabbia, parlano di perdono, di gratitudine e apprezzamento per la vita nonostante tutto, per la famiglia, per Dio, per il personale sanitario che lo cura.

Un ragazzo giovane, pieno di vita e di passioni, si ritrova a confrontarsi con la dura realtà della sofferenza e persino della morte. Non ha neppure un ricordo di quella sera. «Io non lo ricordo, ma il mio corpo sì. Io non dovrei essere qui», scrive nella lettera. Eppure, nonostante che le sue giornate «da sei mesi a questa parte la mattina iniziano con tubi, pillole e medicazioni, per finire con punture, scarichi e contrazioni involontarie», Davide pensa con dispiacere ai giovani aggressori («Quando ho saputo della loro età, mi si è fatto pesante il cuore») e trova parole di perdono sorprendenti: «Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi piace pensarlo». E ancora: «Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado anche di perdonare... Ho compassione per loro e li abbraccio».

Di fronte a parole così cariche di umanità, mi chiedo anche – come cristiano e come prete – se siamo ancora capaci di questo sguardo sulla vita, sul mondo, sulle relazioni, su Dio, su ciò che ogni giorno ci è donato e non dovuto. «La cosa che meno sopporto è la stessa per cui più devo ringraziare: sono stato costretto ad essere grato delle cose più piccole. Un passo, un movimento che fino a ieri era normale finalmente riacquisito dopo mesi di lavoro». Non la rabbia, la frustrazione, ma la gratitudine come sentimento che guida la vita di Davide anche là dove è pesantemente limitata. Anche di fronte a un «corpo nuovo» con cui deve fare i conti («Ci tengo infine a dire […] io, fino a ieri, ero voi. Ciascuno di voi. Non ero diverso. Fino a ieri camminavo per la strada cantando»), trova la forza di sperare e di sognare ancora. «Non posso iniziare a mettere da parte sogni adesso. Mi rifiuto. Per questo metto tutto me stesso in ogni attimo di lavoro, di vita, di guarigione […] O ci credi veramente di uscire, o marcisci, fino a non riconoscerti più».

Insomma, un inno potente alla vita, senza autocommiserazione. «Quando la notte è più pesante del solito e sento aleggiare nell’aria quella fatidica domanda: “Perché a me?”, un po’ sorrido. […] Forse al contrario, non mi sono mai sentito tanto vivo e nuovo quanto dopo aver visto la morte in faccia».

Le parole di Davide sono davvero preziose. Sorgono dal confronto con il senso ultimo della vita, quando si è visto in faccia la morte e si guarda alla vita in un modo che non può essere quello di prima. «Sono un ragazzo come altri, solo più fortunato, forse, e un po’ ferito. Non mi sono mai arreso e oggi sono qui».

Di fronte a tanto amore per la vita, a resilienza e coraggio ad affrontare un travaglio non solo fisico ma che coinvolge tutta la persona, dobbiamo interrogarci. Abbiamo ancora lo sguardo per vedere il bene che c’è in noi e intorno a noi? Di guardare oltre la “disgrazia”? La lezione di Davide è un invito a ritornare nella nostra interiorità, a recuperare le domande giuste, a guardare il bene che c’è, ad andare all’essenziale che rende la vita ricca anche dentro il limite e l’inaspettato nella vita «Non ve lo viene a dire nessuno che un giorno finisce, signori. Non c’è promemoria. A sorpresa… Se mi rivedessi prima dell’aggressione, senza dubbio, direi: “Vivi, il più possibile, fai del bene, viaggia, ama quanto più puoi, lascia andare il male”». Una sapienza sulla vita di cui fare tesoro ci viene da un giovane consapevole che «un giorno perdi parti di te fino a ieri scontate e inizi a cercarle».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Don Vincenzo Vitale 14/05/2026)