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domenica 23 febbraio 2025

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 16 - 2024/2025 anno C

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


 VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C

Vangelo:

Prosegue la catechesi di Gesù ai discepoli iniziata nei versetti precedenti del capitolo sesto con la proclamazione delle Beatitudini (Lc 6,27-38) su come e fino a che punto bisogna credere. Fin dal principio della storia della salvezza, la più grande tentazione è stata quella di farsi come Dio (Gen 3). Questa aspirazione in se stessa non è cattiva. Il male sta nel non aver capito chi è realmente Dio, qual è la sua vera essenza. Per avere da noi stessi fabbricato una falsa immagine di Lui (un idolo) abbiamo imboccato una strada senza uscita, e solo dopo la rivelazione di Dio in Gesù è stato possibile operare una metanòia, un cambiamento di mentalità, per intraprendere la via giusta, quella che conduce all'incontro col Padre nel volto misericordioso del suo Figlio. Gesù dice che, in un mondo immerso nel male, l'amore misericordioso e incondizionato verso tutti, anche per il nemico, è l'unico antidoto in grado di neutralizzare il veleno mortale del divisore. «Per questo l'amore per il nemico è proprio e solo di chi ha conosciuto Dio» (cit.). L'amore per i nemici, infatti, ha la sua scaturigine solo nel Padre. Nel caso contrario non possiamo più parlare di amore, bensì di merito, e l'amore meritato porta il nome di meretricio, prostituzione, cioè l'idolatria. Il Padre, invece, ci ama senza riserve, a prescindere da noi stessi e dal nostro peccato. Solo per questo siamo in grado di accettare e amare noi stessi e i fratelli sempre e comunque, senza riserve, come il Padre accetta e ama noi. Agiremo in questo modo perché abbiamo già sperimentato nella nostra vita che «come è grande il Signore, così è anche la sua misericordia» (Sir 2,18)


sabato 22 febbraio 2025

ANGELI IMPERFETTI Abbiamo tutti un disperato bisogno di essere abbracciati e di essere perdonati. Tutti desideriamo qualcuno che ci benedica... Questo darò agli altri. - VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

ANGELI IMPERFETTI

Abbiamo tutti un disperato bisogno 
di essere abbracciati e di essere perdonati. 
Tutti desideriamo qualcuno che ci benedica... 
Questo darò agli altri.


In quel tempo, Gesù disse: «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano (...). Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla,(...). Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi». Lc 6,27-38
 
ANGELI IMPERFETTI
 
Abbiamo tutti un disperato bisogno di essere abbracciati e di essere perdonati. Tutti desideriamo qualcuno che ci benedica... Questo darò agli altri.

Domenica scorsa Gesù aveva proiettato nel cielo di Galilea un sogno e un terremoto: beati voi poveri, guai a voi ricchi.

Oggi sgrana un rosario di verbi esplosivi. Amate è il primo; e poi fate bene, benedite, pregate.

E noi pensiamo: ci sta. Ma quello che mi scarnifica, i quattro chiodi della crocifissione, è l’elenco dei destinatari. Chi dobbiamo amare? Amate i vostri nemici, gli infamanti, gli sparlatori, coloro che vi pugnalano alle spalle. Gli inamabili.

Poi Gesù mi guarda negli occhi e si rivolge proprio a me: tu porgi l’altra guancia, tu dai anche la camicia, tu non chiedere indietro. E ti costringe ad andare in cerca di quelli che vorresti invece perdere.

Questo vangelo rischia di essere un supplizio, un martirio. Ci chiede cose impossibili, addirittura: Siate come Dio!

Nessuno riuscirà a vivere così a colpi di volontà, neppure i più bravi tra noi. Ma i verbi impossibili di Gesù descrivono l’agire di Dio.

Infatti: siate anche voi misericordiosi come il Padre.

E poi: come volete che gli uomini facciano a voi, fatelo voi a loro. Una capriola che pare illogica: ritorna al cuore, misurati con ciò che desideri, accosta le labbra alla sorgente del cuore. Sappi che il cuore è buono. Che il tuo desiderio è buono. Abbiamo tutti un disperato bisogno di essere abbracciati e di essere perdonati. Tutti desideriamo qualcuno che ci benedica, una casa dove sentirci a casa, e poter contare sul mantello di un amico.

Questo darò agli altri.

Ciò che desideri per te, dallo all’altro. Altrimenti vi sbranerete per un pugno di euro, per una donna, per il petrolio, per un bonus, per un posto al parcheggio.

L’unica strada per il sogno di cieli nuovi e terra nuova è Abele che diventa custode di Caino, la vittima che si prende cura del violento. Abele e Caino forzano insieme le porte del Regno. Perdonate:

“Il perdono strappa dai circoli viziosi,
spezza le coazioni a ripetere su altri ciò che hai subito,
spezza la catena della colpa e della vendetta,
spezza le simmetrie dell’odio” (Hanna Arendt).

Sì, io però sono un angelo imperfetto.

E allora il Vangelo propone una strategia. Un primo passo è sempre possibile, a tutti: il vangelo è pieno di inizi, trabocca della teologia dei germogli e del seme che spunta. Basta il coraggio di un primo passo. Come Dio. Come il cuore. Sappi che sei buono!

Questi grandi verbi di fuoco (amate, date, perdonate) cominciano sottovoce, in penombra, raso terra, nel sussurro di una voce che ha i colori dell’alba. “Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” (Gandhi). Cambia qualcosa di te, ma sulla misura alta del vivere.


Questo Papa sofferente e indomito

Questo Papa sofferente e indomito

Nonostante la bronchite degenerata in polmonite, il Pontefice ha resistito fino all’ultimo prima del ricovero, spinto dall’energia dell’incontro con la gente. La sua missione: comunicare speranza


Chi conosce bene papa Francesco non è affatto sorpreso che, prima di farsi ricoverare al Gemelli per una bronchite poi degenerata in polmonite bilaterale, ha cercato di resistere alle insistenze dei medici di curarsi in ospedale e non più a Santa Marta. Il quadro clinico ormai lo imponeva. Ma come poteva lui perdersi il meglio del Giubileo, quello degli artisti, sicuramente uno degli appuntamenti più significativi di quest’anno? Basta pensare all’intensità dell’omelia, poi affidata domenica scorsa al cardinale Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, di cui un passaggio chiave suona così: «Siete chiamati a essere testimoni della visione rivoluzionaria delle Beatitudini. La vostra missione è non solo di creare bellezza, ma di rivelare la verità, la bontà e la bellezza nascoste nelle pieghe della storia, di dare voce a chi non ha voce, di trasformare il dolore in speranza». Comunicare la speranza oltre ogni speranza con la forza dell’arte, con quella sua capacità di invocare ed evocare che sa spezzare le catene dell’eterno presente in cui siamo imprigionati per lanciarci nell’oltre delle sbarre di un mondo appiattito. La speranza, un tema non a caso caposaldo del magistero di questo Pontefice, soprattutto in quest’anno giubilare.

Fino all’ultimo Francesco non ha perso un’udienza privata e pubblica, anche se domenica 9 febbraio – gli mancava il respiro! – non era riuscito a leggere l’omelia al Giubileo delle Forze armate e aveva dovuto affidarla all’arcivescovo Diego Ravelli. L’incontro con la gente lo carica, gli restituisce quell’energia che i vari malanni di cui soffre e l’età, 88 anni appena compiuti, tentano di togliergli. Francesco vive a dei ritmi sorprendenti, con un’agenda che neanche un ragazzino.

Dopo la Messa, dalle 7 e per tutta la mattinata, riceve in Vaticano gruppi più o meno numerosi da tutto il mondo, con cui si intrattiene dopo aver letto il discorso ufficiale. E incontra, stringe la mano a tutti, ascolta quello che ciascuno vuole dirgli, accetta regali da tutti e di tutti i tipi.

Nell’ultimo fine settimana di gennaio, al Giubileo dei comunicatori a cui ho partecipato, in Aula Paolo VI Francesco ha saltato la lettura del suo discorso, affidandola al Prefetto del Dicastero per la Comunicazione, e ha preferito dedicare tutto il tempo per passare tra le prime file e stringere la mano ai presenti.

Da dove trae papa Francesco tutta questa energia, sapendo che non si concede mai una vacanza ormai da molti anni, ben da prima di salire al Soglio di Pietro? Credo che questa riserva di energia venga dal suo animo profondamente pastorale, legato a una visione dell’uomo profondamente cristiana. In ogni volto è iscritto il volto stesso di Cristo. Un conto è predicarlo, un altro è viverlo. E lui lo vive per davvero.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Stefano Stimamiglio 19/02/2025)


Tutti siamo un po' disperati ma la speranza è un'avventura di Enzo Bianchi

Tutti siamo un po' disperati
ma la speranza
è un'avventura
di Enzo Bianchi


(pubblicato su "La Stampa" - Tuttolibri - 15 febbraio 2025)

Questa è un’epoca caratterizzata da un forte senso della precarietà del presente e dell’incertezza del futuro, un tempo in cui l’incognito che ci sta davanti spaventa per la sua imprevedibilità e, insieme, per gli orizzonti asfittici che lo caratterizzano: il nostro è un “mondo in fuga”, come lo ha definito Anthony Giddens, un mondo che sembra sfuggire al nostro controllo e impedirci di capire dove stiamo andando. Questa situazione provoca un’angoscia profonda, che pare confermata anche da un rapido sguardo alle situazioni di guerra, miseria e oppressione in atto in varie parti del mondo.

Quanto all’occidente in cui siamo collocati, si assiste in esso al trionfo di una cultura che privilegia l’effimero istante, mentre dimentica il passato e attribuisce un peso irrilevante al futuro: con amaro realismo occorre ammettere che lo slogan No future coniato dal movimento punk sembra oggi una triste profezia! L’imperativo dominante è quello di “fare esperienza” della propria vita, senza uno scopo, senza alcuna ricerca di senso, da intendersi sia come significato profondo sia come direzione, possibilità di conoscenza e apertura di orizzonti. In tale situazione, la maggior parte delle persone vive senza speranze né prospettive e si limita a nutrire progetti a brevissimo termine, circoscritti per lo più a scopi meramente materiali.

Non va d’altra parte dimenticato che questo è anche il tempo abitato da chi, come tanti uomini e donne della mia generazione, ha vissuto una grande stagione di speranza umana e cristiana; oggi, però, le ideologie politiche per alcuni e le utopie sociali per altri sono venute meno, mentre le attese destate nei cristiani dal Concilio Vaticano II appaiono in massima parte frustrate. 
Le speranze in un mondo più segnato da pace e giustizia, in una chiesa più evangelica, sembrano smentite; al contrario, nel nostro vissuto quotidiano siamo costretti a subire, con una certa impotenza, il dilagare della barbarie, che invade anche la sfera privata: la banalizzazione dei temi della giustizia e della legalità, la giustificazione dell’ineguaglianza, la glorificazione del più forte, il rifiuto di ogni orizzonte comunitario, l’esaltazione della competizione selvaggia, la legge della forza che si sostituisce alla forza della legge, e si potrebbe continuare a lungo. Questa è un’ora di grande depressione e nel mondo, come osservano gran parte dei sociologi, manca la speranza, è debolissimo lo slancio verso il futuro. Dobbiamo confessarlo: è venuta meno non solo la fede in Dio, ma anche la fiducia tra noi umani, e quando viene meno la fiducia degli uni negli altri viene a mancare la speranza nel futuro, nella società, e poco per volta vediamo scomparire anche l’amore.

L’essere umano, a differenza di tutti gli animali, sa sperare. Homo vita spe erectus. 
Mi piace pensare a questa sentenza latina che secondo me sottolinea anche che l’umano ha peso e statura erette sopra alla speranza: in piedi, ha guardato in avanti e in alto! La specie umana si diffonde e si perpetua nella storia non solo grazie all’istinto della nutrizione e della procreazione ma anche grazie all’attesa, dunque a una speranza che non viene meno e abita interiormente l’umano come un mistero. Anche il seppellimento dei morti, a differenza degli animali, è segno di un’attesa, una speranza testimoniata fin dal periodo neolitico.

Lo dobbiamo confessare: tutti gli umani per vivere hanno bisogno di sperare, attendere, fin dal grembo della madre hanno bisogno di mettere la fiducia in qualcuno e poi sentono di dover rischiare una storia, una vicenda, una relazione d’amore in cui c’è attesa, speranza, fiducia e ci sono contraddizioni a questa ricerca.

La speranza appartiene a ogni persona, nessuna esclusa. Chi potrebbe illudersi di vivere senza speranza? E sono molte le speranze in questa vita e in questo mondo! Sì, la speranza deve essere vissuta in solidarietà con gli uomini, senza evasioni dall’impegno e dalla responsabilità. Infatti, la speranza è esercizio di responsabilità, è passione per ciò che è possibile, non è un’utopia, un non-luogo, un’impossibilità, ma proprio perché è anche azione degli esseri umano essa impegna, è fattiva ricerca nell’oggi di ciò che domani può essere realtà.

Tutti ogni giorno inseguono la speranza, e proprio perché la speranza è un’esperienza universale è necessario cercare e verificare come essa si esprime e con quali contenuti può essere realizzata. A questa ricerca si dedica Rino Fisichella, teologo e Pro-Prefetto del dicastero per l’Evangelizzazione, nel saggio La speranza trasforma la vita. La riflessione dell’autore parte dal presupposto che è esperienza comune dell’uomo sperare indipendentemente che sia credente o ateo: “L’uomo spera perché la speranza è anzitutto un sentimento che si vive e percepisce come fenomeno umano; è frutto dell’esperienza e come tale si impone da sé altre gli schemi prefissati”. La speranza è colta come un’attesa e un desiderio di bene, smuove sentimenti di fiducia e gioia e porta in sé i connotati di una qual certezza di attuazione. Quando si spera il desidero è elevato ad un altro piano, fino al punto di perdere alcun potere sull’oggetto sperato. Il compimento della speranza non ci appartiene, non dipende da noi, l’atto di sperare ci spossessa di quanto sperato. Del resto, già Gabriel Marcel scriveva che “l’unica speranza genuina è quella che si rivolge a qualche cosa che non dipende da noi”.

Ed ecco che il tema della speranza è intrinsecabilmente legato a quello dell’illusione e della delusione: “la delusione che segue ogni irrealizzata illusione – scrive Fisichella – diventa lo strumento utile e necessario per orientare lo sguardo verso ciò che realmente offre la speranza”. Da qui la necessità di mettere al centro la speranza oltre le speranze. Ed è questo il tema del giubileo in corso quest’anno: Papa Francesco, attento a percepire i cambiamenti dei tempi, invita innanzitutto i cristiani, ma poi tutti gli esseri umani, a rinnovare la speranza. Fisichella ripercorre il messaggio dell’apostolo Paolo per il quale la vera speranza non delude, messaggio che il Papa fa suo ricordando nella Bolla di indizione del Giubileo che “la speranza cristiana, in effetti, non illude e non delude, perché è fondata sulla certezza che niente e nessuno potrà mai separarci dall’amore divino… La speranza infatti nasce dall’amore e si fonda sull’amore”. Sì, solo la speranza dà all’a­more il tempo di fiorire.

La speranza trasforma la vita non è un trattato teologico ma ha salde fondamenta teologiche, non è un semplice pamphlet scritto perché la speranza è il tema del momento ma è una preziosa guida per quanti non vogliono ridurre il giubileo a mero turismo religioso. Il saggio di Fisichella ci aiuta ad aprire gli occhi: viviamo di piccole speranze perché non osiamo sperare l’insperabile. Eraclito ha sentenziato: “Chi non spera l’insperabile, non lo troverà” (Frammenti 18).

Non ci chiediamo più che cosa possiamo sperare, ma se sperare ancora qualcosa, dal momento che i nostri desideri non sono più nostri, i nostri corpi non sono più nostri, le nostre vite non sono più nostre: altri ci suggeriscono che cosa desiderare, che fare del nostro corpo, che vita vi­vere. Vediamo solo ciò che ci viene mostrato. I nostri occhi diventano ciechi, le nostre orecchie si chiudono, le nostre bocche non parlano più liberamente. Pensiamo di essere liberi e siamo prigionieri. Presi dalla paura di perdere ciò che crediamo di possedere. Le mode della politica, i multiformi conformismi sociali, le facili ideologie che promettono tutto e non mantengono nulla, ritagliano per noi un’esistenza cui ci sot­tomettiamo volentieri.

Dall’oblio del secolo dei totalitarismi, dalla di­menticanza del Gulag, di Auschwitz, di Hiroshi­ma, siamo insensibilmente scivolati nella quieta abitudine che accetta i conflitti più cruenti, il ge­nocidio, la menzogna di stato, si ripara dalla cata­strofe climatica dietro le previsioni del tempo. La guerra è entrata nella vita quotidiana di milioni di persone, è ritornata a essere un ospite fisso dei telegiornali, dei canali social, delle conversazioni tra amici. Il suo rombo risuona nel sottofondo dei nostri pensieri. La speranza ha preso la via dell’esilio. Al suo posto, la paura occupa la nostra casa comune.

Il saggio di Rino Fisichella mostra come i cristiani sono coloro che sanno rendere con­to della speranza che è in loro. Non hanno l’esclusiva dello sperare, ma condividono la lotta per la speranza che sta al fondo di ogni avventura umana. “Come il medico può certa­mente dire che forse non esiste un solo uomo che sia completamente sano”, osservava Kierkegaard, “così, se si conoscesse bene l’uomo, si dovrebbe dire che non vive un solo uomo, il quale non sia un po’ disperato”.

La speranza, dice Charles Péguy nella celebre immagine, prende per mano le sorelle maggiori, la fede e l’amore, e danza davan­ti a loro: è l’infanzia che sempre si rinnova, che sempre caparbiamente ricomincia con l’inaudita audacia dei piccoli, perpetua rinascita, continuo stupore. Senza speranza la fede diventa ideolo­gia, l’amore possesso e dominio. Senza speranza, anche la fede più incrollabile rischia di aggrap­parsi all’intolleranza, la carità più ardente di in­debolirsi.

“La fede dalla quale non nasca speran­za – scrive la poetessa russa Ol’ga A. Sedakova – l’amore che rimanga estraneo alla speranza, sono già altri, non si tratta ormai più di immagini o significati cristiani”

(Fonte: blog dell'autore)

venerdì 21 febbraio 2025

Come sta Papa Francesco? Al Gemelli briefing sulla prima settimana di ricovero.

Come sta Papa Francesco?
Al Gemelli briefing sulla prima settimana di ricovero.


Dopo una settimana di ricovero i medici che hanno in cura il Papa hanno incontrato nel pomeriggio i giornalisti nell’atrio del Policlinico Gemelli. Hanno partecipato all’incontro il professor Sergio Alfieri, responsabile dell’equipe medica del Gemelli ed il dottor Luigi Carbone, medico referente del Papa in Vaticano.
Seguiamo con costante affetto Papa Francesco accompagnandolo sempre con la nostra preghiera, soprattutto in questi momenti difficili per la sua salute

Di seguito riportiamo le notizie via via pubblicate dall'Agenzia SIR


21 Febbraio 2025 @ 18:21

(Foto Vatican Media/SIR)

“Il Papa non è fuori pericolo. In questo momento non è in pericolo di vita, ma la situazione è realisticamente questa. È aperta la porta a tutte e due le possibilità”. Così il dottor Sergio Alfieri, direttore del Dipartimento medico-chirurgico del Policlinico Gemelli e responsabile dell’équipe del Gemelli, durante il briefing sulla prima settimana di ricovero di Papa Francesco nel nosocomio romano, insieme al dottor Luigi Carbone, vicedirettore del reparto Sanità e Igiene dello Stato della Città del Vaticano e medico referente del Santo Padre. “I bollettini medici sono una sintesi di quello che dicono tutti i nostri colleghi della nostra équipe insieme a noi, e poi d’accordo col Santo Padre diamo notizie al mondo. E lui ha voluto che noi dicessimo sempre la verità. È stato lui a chiederci di dire: io mi rendo conto di essere un signore anziano e di avere problematiche croniche. Anche se guarirà, la bronchite asmatica e le bronchiectasie rimangono. La malattia cronica rimane”.

Alfieri, “il vero rischio è la sepsi”

21 Febbraio 2025 @ 18:34

(Foto Vatican Media/SIR)

“Il vero rischio è la sepsi”. Così Sergio Alfieri, direttore del Dipartimento medico-chirurgico del Policlinico Gemelli e responsabile dell’équipe che ha in cura il Papa, ha risposto alle domande dei giornalisti nel briefing sulle condizioni di salute di Papa Francesco, a una settimana dal ricovero nel nosocomio romano. “Il Santo Padre sa che è in pericolo e ci ha detto di trasmetterlo”, ha riferito Alfieri: “Se, malauguratamente, nonostante tutte le terapie e dosandole con bassissimi livelli di cortisone, uno dei germi dovesse passare nel sangue, qualsiasi paziente avrebbe una sepsi. E da una sepsi, alla sua età, potrebbe essere difficile uscirne. Il vero rischio è che questi germi passino nel sangue. Per ora l’infezione è contenuta, ma è presto”.

Alfieri e Carbone, “starà in ospedale tutto il tempo necessario per tornare in sicurezza a Santa Marta”

21 Febbraio 2025 @ 18:48


Il Papa resterà ricoverato al Policlinico Gemelli “tutto il tempo necessario affinché possa tornare a Santa Marta e proseguire la terapia in sicurezza”. Lo ha dichiarato Sergio Alfieri, direttore del Dipartimento medico-chirurgico del nosocomio romano e responsabile dell’équipe che ha in cura il Pontefice, rispondendo ai giornalisti durante il briefing a conclusione della prima settimana di degenza. “Il Papa legge, firma documenti, ci fa battute, però ha una polmonite bilaterale”, ha spiegato Alfieri: “Le terapie richiedono tempo: tornerà a Santa Marta quando non sarà più necessario somministrare cure ospedaliere”. Sulla durata della degenza, ha aggiunto: “Almeno tutta la prossima settimana. Deve uscire che sta bene, e noi lavoriamo per questo. Poi la porta è aperta a tutte le possibilità, se le cose non dovessero andare bene. Noi abbiamo visto miglioramenti degli esami, ma ci vuole tempo. Rispetto a quando è arrivato va molto meglio, ma in un giorno la situazione potrebbe cambiare, perché sta facendo un carico importante di medicine”. “Il Papa non è fuori pericolo”, ha ribadito Luigi Carbone, vicedirettore del Dipartimento Sanità e Igiene dello Stato della Città del Vaticano e medico referente del Santo Padre: “Basta pochissimo per potersi squilibrare. In questo momento è impossibile dare una tempistica”. Quanto al comportamento del Papa da paziente, Alfieri ha detto: “Qui al Gemelli fa tutto quello che gli chiediamo di fare”. “Anche a Santa Marta”, gli ha fatto eco Carbone: “Il Papa tiene tanto alla Chiesa. Ha messo davanti la Chiesa e nel frattempo si è fatto curare tranquillamente”.

Alfieri e Carbone, “non è attaccato a nessun macchinario”

21 Febbraio 2025 @ 19:09


“Il Papa non è attaccato a nessun macchinario: mette i naselli quando ha bisogno di un po’ di ossigeno, ma respira autonomamente”. Lo ha detto Sergio Alfieri, direttore del Dipartimento medico-chirurgico del Policlinico Gemelli e responsabile dell’équipe medica, descrivendo le condizioni attuali di salute del Papa durante il briefing al termine della prima settimana di ricovero per una polmonite bilaterale. “Il Santo Padre non è allettato, si mette in poltrona, ci riceve, lo andiamo a visitare e lui mantiene il suo buonumore”, ha proseguito Alfieri, raccontando un aneddoto personale: “Un giorno l’ho salutato: ‘Santo Padre’, e lui mi ha risposto: ‘Santo figlio’. È presente. Si alza dal letto, va in poltrona, lavora, poi c’è un ufficio e la cappella. Anche oggi si è fermato in cappella a pregare. Il Papa si rimetterà e tornerà a Santa Marta. Noi lavoriamo per curare il paziente. La parte cronica non guarirà, la parte acuta sarà risolta e quella meno acuta sarà gestita a Santa Marta”. “Poi quello che farà il Papa lo deciderà lui”, la risposta a una domanda sulle modalità dell’Angelus di domenica prossima. “Il Papa risponde alle terapie”, ha inoltre precisato Luigi Carbone, vicedirettore del Dipartimento Sanità e Igiene dello Stato della Città del Vaticano e medico referente del Santo Padre: “Non sono state cambiate, ma sono state potenziate”. Altro dato confortante: Francesco “mangia regolarmente e con appetito”.

Alfieri, “rispettiamo la sua privacy”, no a “fake news”

21 Febbraio 2025 @ 19:22

“Rispettiamo la sua privacy e la sua intimità”. È l’invito di Sergio Alfieri, direttore del Dipartimento medico-chirurgico del Policlinico Gemelli e responsabile dell’équipe che ha in cura il Papa, in risposta a una domanda dei giornalisti sul motivo dell’assenza di fotografie del Santo Padre, durante il briefing a conclusione della prima settimana di ricovero nel nosocomio romano. “Vogliamo una foto del Papa con il pigiama sui giornali?”, ha ironizzato Alfieri: “Quando si vorrà far vedere, si farà vedere, ma si vestirà da Papa. Se metto una foto del Papa in difficoltà, trasmetto che il Papa è in difficoltà”. “Aiutiamolo in questo momento”, l’appello ai giornalisti: “Non facciamo titoli o fake news, i bollettini medici dicono la verità perché ce lo chiede lui. Lui ha sempre detto la verità, non ha mai nascosto le sue fragilità, quello che si scrive è la verità”.


EGIDIO PALUMBO: «Quanti sperano nel Signore mettono ali come aquile» (Is 40,31) - VIDEO INTEGRALE

«Quanti sperano nel Signore
(Is 40,31)

Egidio Palumbo
VIDEO INTEGRALE

Mercoledì della Bibbia - 2025
Sperare nel Signore
per abitare con fede
e passione questa terra
(Sal 37,9)

promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

Primo incontro del 5 febbraio 2025


        L’Anno giubilare 2025, indetto da papa Francesco, ha come tema: “Pellegrini di speranza”. Con la Bolla di indizione – il cui titolo fa proprio un passo dell’apostolo Paolo: «La speranza non delude» (Rm 5,5) –Francesco esorta a rinnovare la speranza, specialmente nei tempi e nei momenti di prova.
     Noi abbiamo accolto questa esortazione, proponendo nei “Mercoledì della Bibbia - 2025” un itinerario biblico, ispirato al Salmo 37, su “Sperare nel Signore per abitare con fede e passione questa terra”. Accostandoci alla fede biblica con intelligenza spirituale, emerge sempre più evidente che sperare nel Signore, apre nuovi e, a volte, inediti orizzonti nel vissuto della quotidianità e nei percorsi tortuosi e complessi della storia umana, fino a suscitare stili di vita alternativi alla comune omologazione. Non si tratta di diventare “segni di contraddizione” – in realtà neanche Gesù lo fu, anzi, al contrario lui sempre «è stato contraddetto» (Lc 2,34) dai suoi avversari e oppositori (cf. Lc 7,31-34; Mt 11,16-19; Eb 12,3); si tratta, invece, di saper vivere la speranza cristiana come progetto di vita, come modo sapiente di stare davanti a Dio e nel mondo, abitandolo con fede e passione. È ciò che mi propongo di comunicare in questa riflessione, che considero introduttiva al tema dei nostri Mercoledì.
...
b) Che cosa significa sperare e speranza per la fede biblica?
    Per la fede biblica la speranza rompe con il fato, con il destino ineluttabile. Perché il fondamento di essa è Dio e il suo Figlio Gesù. Per la fede biblica, Dio è il Dio la speranza (cf. Sal 65,6): chi spera in lui non resta deluso (cf. Sal 25,3; Rm 5,5), perché Dio il futuro lo porta con sé, lo genera dal suo grembo di Padre e di Madre.
    Ponendosi in questa stessa prospettiva, l’apostolo Paolo afferma: «Cristo Gesù nostra speranza» (1Tm 1,1). Questa affermazione di Paolo, scrive D. Bonhoeffer (Resistenza e resa, p. 451, ed. Paoline), «è la forza della nostra vita», perché la speranza cristiana, in realtà, non è un concetto, né un sentimento, bensì una persona concreta: Cristo Gesù, con il suo vissuto, il suo modo di relazionarsi, di parlare, di abitare questo mondo, con il suo modo di donarsi e di amare fino al dono di sé, testimoniando così che la speranza non delude... (cf. Rm 5,5-10).
    Dunque, sperare e speranza, per la fede biblica, è un modo di stare davanti a Dio e di entrare in relazione con Lui, come pure è un modo di stare al mondo e di entrare in relazione con le persone e le comunità, e in rapporto con il creato e con le cose. Tutto ciò viene a qualificare, profeticamente, l’identità del cristiano.
...
GUARDA IL VIDEO
Incontro integrale


Immigrazione - I vescovi Usa fanno causa a Trump: “Difendere i rifugiati più deboli”

Immigrazione 
I vescovi Usa fanno causa a Trump:
 “Difendere i rifugiati più deboli”


La Conferenza episcopale Usa denuncia la sospensione dei fondi per i rifugiati e avvia un’azione legale contro l’amministrazione Trump. Proteste e iniziative legislative per tutelare i migranti e i luoghi di culto dalla paura dei controlli dell’immigrazione.



Dopo una serie di citazioni in giudizio da parte di una coalizione ecumenica e interreligiosa composta da 27 gruppi cristiani ed ebrei, e a seguito di una denuncia dei quaccheri, di una cooperazione battista e di membri di un tempio sikh, anche la Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti (Usccb) ha intentato una causa contro l’amministrazione del presidente Donald Trump. Alla base dell’azione legale vi è la brusca interruzione dei finanziamenti per il reinsediamento dei rifugiati, considerata una decisione illegale e dannosa sia per i nuovi arrivati nel Paese, sia per i programmi di accoglienza.

I vescovi statunitensi, nel contenzioso depositato presso la Corte per il distretto di Columbia, sottolineano che il programma di reinsediamento non è un aiuto estero, ma un’iniziativa nazionale per sostenere coloro che, dopo accurate verifiche, sono entrati legalmente negli Stati Uniti e necessitano di alloggio e inserimento lavorativo.

Inoltre, la causa ribadisce che il congelamento di milioni di dollari, inclusi i rimborsi per i costi sostenuti prima dell’interruzione improvvisa dei finanziamenti, viola diverse leggi e la disposizione costituzionale che attribuisce al Congresso il potere di bilancio, avendo già approvato tali risorse. La Conferenza episcopale denuncia anche le ripercussioni di questa decisione, che ha portato al licenziamento di almeno 50 operatori impegnati nell’accoglienza e al ridimensionamento degli uffici locali di Catholic Charities, la Caritas statunitense. “La Conferenza si ritrova improvvisamente nell’impossibilità di sostenere il suo lavoro di cura delle migliaia di rifugiati che sono stati accolti nel nostro Paese e assegnati alle cure dell’Usccb dal governo dopo aver ottenuto lo status legale”, ha dichiarato l’arcivescovo Timothy Broglio, presidente della Conferenza episcopale. Broglio ha chiarito che la Chiesa “lavora sempre per sostenere il bene comune di tutti e promuovere la dignità della persona umana, in particolare dei più vulnerabili tra noi”.


Al 25 gennaio 2025, erano 6.758 i rifugiati assegnati dal governo alle cure dell’Usccb, i quali, durante i 90 giorni di permanenza nelle strutture, hanno diritto all’assistenza per il reinsediamento.

Ora i vescovi chiedono al governo circa 13 milioni di dollari di rimborsi per le spese sostenute prima del 24 gennaio, sottolineando che alcuni di questi programmi sono stati finanziati direttamente dalla Chiesa per oltre 4 milioni di dollari, senza richiederne il rimborso. Oltre alle cause legali intentate su più fronti, in tutto il Paese sono nate iniziative di protesta, tra cui manifestazioni pubbliche, dibattiti e proposte di legge. Tra queste, il deputato Jesús G. Garcia, dell’Illinois, ha reintrodotto il “Protecting Sensitive Locations Act”, una norma per proteggere i luoghi di culto, gli ospedali e le scuole dai controlli degli agenti dell’immigrazione. Il disegno di legge impedirebbe interventi anche nei pressi delle pompe funebri, delle organizzazioni che assistono bambini o donne incinte, degli uffici della previdenza sociale e dei seggi elettorali.

La paura di essere arrestati dagli agenti dell’immigrazione ha dissuaso molti immigrati dal recarsi nei negozi di alimentari, a messa o persino in ospedale. Le chiese e le congregazioni hanno organizzato servizi di culto virtuali per non mettere a rischio i fedeli e offrono corsi di formazione dal titolo “Conosci i tuoi diritti”. Avvocati appartenenti ai diversi gruppi religiosi si sono resi disponibili per fornire consulenza su come comportarsi in caso di interventi delle autorità durante le funzioni religiose. Inoltre, sono state create reti di supporto per provvedere ai bisogni delle famiglie nel caso in cui un loro membro venga arrestato, garantendo pasti e assistenza ai bambini. Garcia continua a promuovere il disegno di legge, ribadendo che gli Stati Uniti “non possono diventare un governo che normalizza la crudeltà”.

(Fonte: Agenzia SIR - 20.02.2025)

giovedì 20 febbraio 2025

Papa Francesco a Sanremo? Una provocazione per la Chiesa

Papa Francesco a Sanremo?
Una provocazione per la Chiesa

Perché Francesco ha preferito il palco dell’Ariston a quello del Festival della canzone cristiana di Sanremo?


Papa Francesco ci ha ormai abituato a interventi e apparizioni in contesti e con modalità inedite per un Pontefice, nella logica della Chiesa in uscita; una logica che purtroppo a livello ecclesiale facciamo ancora troppa fatica a recepire. Ma Francesco insiste, continuando a provocarci, e credo che il breve messaggio inviato a Carlo Conti e andato in onda nel corso della prima serata di Sanremo 2025 possa essere letto anche così: una provocazione alla Chiesa.

La scelta stessa di rivolgere anche in quel contesto un appello alla pace e una riflessione sul contributo che la musica può dare in questo senso appare a ben vedere provocatoria: eravamo abituati a un atteggiamento molto diverso da parte della Chiesa nei confronti della kermesse sanremese, fatto di accuse di blasfemia da parte dei vescovi locali e di risentimenti per l’utilizzo indebito di simboli religiosi. Se si torna con la memoria a tutte le polemiche degli scorsi anni, il gesto di Francesco appare drasticamente in contraddizione con quell’atteggiamento contrappositivo e ostile.

C’è poi un altro aspetto, passato sottotraccia, ma che a mio parere è significativo. Negli stessi giorni del Festival, ormai da quattro anni, si svolge, in collaborazione con diverse testate cattoliche, il Sanremo Cristian Music, il Festival della canzone cristiana che, come si legge nel sito internet dell’evento, “si prefigge di promuovere la Nuova Evangelizzazione e trasmettere i valori Cristiani mediante la canzone e la lode a Dio”. Non ho trovato commenti in merito, ma la scelta di Francesco di inviare un videomessaggio a Carlo Conti preferendo il palco dell’Ariston a quello della kermesse cristiana non può non far riflettere.

Personalmente vi leggo l’ennesimo tentativo di Francesco di contraddire un modello di Chiesa – ancora troppo diffuso – in cui la separazione con il mondo è drastica e insuperabile. Quel modello che ha nostalgia del tempo in cui la Chiesa era una società alternativa al mondo: c’erano i cinema cattolici e quelli non cattolici, le associazioni sportive cattoliche e quelle non cattoliche, e così per i centri di aggregazione, i libri, i partiti, i festival… Oggi le strutture che rendevano concretamente possibile quel modello di Chiesa si sono ormai quasi del tutto sgretolate, ma il modo di pensare nelle comunità cristiane spesso rimane quello di un tempo. La tentazione di costruire una Chiesa fatta di piccoli gruppi chiusi e identitari, in cui si parla un linguaggio proprio, incomprensibile agli altri, e ci si rivolge all’esterno solo in un’ottica di “conquista”, è presentissima. Il rischio che il futuro della Chiesa sia rappresentato da piccole comunità chiuse in se stesse, completamente sganciate dalla realtà del mondo, in cui i discepoli si tramutino in adepti, è reale.

Papa Francesco ci richiama ancora – e questa volta, a mio parere, con una forza particolare – a un cristianesimo che non ha timore di mescolarsi con il mondo, arrivando finanche dove il mondano non sembra lasciare spazio ad altro – cosa c’è di più mondano di Sanremo? – non per riempire spazi o fare proseliti, ma per condividere davvero “le gioie e le speranze – la musica, la pace –, le tristezze e le angosce – la divisione, le guerre – degli uomini d’oggi” (GS 1). Nel solco del Concilio, ma prima ancora alla sequela di un Gesù che veniva rimproverato dai farisei per il suo stile mondano – “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori” Mt 11,19 – credendo in un Dio che sceglie di prendere su di sé fino in fondo e per davvero la nostra natura, abbattendo così una volta per sempre il muro tra sacro e profano.
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Gabriele Cossovich 18/02/2025)


Se Trump vuole imporre la verità all’Occidente di Vladimiro Zagrebelsky

Se Trump vuole imporre 
la verità all’Occidente 
di Vladimiro Zagrebelsky


Al vicepresidente degli Stati Uniti, J.D.Vance, alla conferenza di Monaco sulla sicurezza, non è bastato unire la sua voce alla comunicazione che i vertici Usa hanno consegnato all’Europa. Che, cioè, essa dovrà d’ora innanzi badare da sé alla propria sicurezza. E che l’Ucraina e la sua guerra verranno sistemate dai due capi delle superpotenze, Putin e Trump. Vance ha voluto aggiungere la sorprendente tesi che la sicurezza dell’Europa è messa a rischio dal nemico interno. Da essa stessa, l’Europa, che nega i fondamentali valori che ne sono la storica ragione identitaria. E ha citato la libertà di espressione, negata dalle censure sui social media, il mancato rispetto del libero voto politico e la politica migratoria europea. Quest’ultima inefficace, come invece sarebbe quella della amministrazione Trump; quella delle file di migranti in catene caricati su aerei militari per essere scaricati altrove. In Europa la libertà politica sarebbe negata, per l’ostracismo dato alle posizioni che dispiacciono. Perché la tesi sia chiara, Vance ha trovato il tempo per incontrare Alice Weidel, leader del partito di estrema destra Alternative für Deutschland, ma non quello per salutare il cancelliere tedesco, che ospitava la conferenza di Monaco. E ciò a pochi giorni dalle elezioni politiche che si tengono in Germania.

Ma a parte la manifestata sintonia politica, perché Vance ha usato il podio offertogli dalla conferenza sulla sicurezza, per svolgere un attacco offensivo all’Europa sul terreno dei valori fondanti? Proprio quando dagli Usa vengono le immagini di una democrazia fatta della valanga di ordini esecutivi firmati dal presidente, tra cui quello che ordina la ripresa delle esecuzioni capitali e l’aumento delle condanne a morte, specialmente quando si tratti di migranti irregolari. E quando i padroni delle grandi piattaforme social prontamente si allineano al presidente appena eletto, eliminando tra l’altro ogni filtro contro messaggi di menzogna e di odio sparati nel web verso milioni di lettori. Mentre la nuova piattaforma di social media usata dal presidente si chiama Truth (verità!), come la Pravda (verità!), nome del giornale del partito comunista sovietico.


Stessa cosa? No certo, ma attenzione alla pretesa sottostante l’uso delle parole. Il rigetto suscitato dal tono sprezzante del discorso di Vance non deve tuttavia spingere a una reazione di schieramento, che neghi l’esistenza di problemi collegati alle questioni che egli ha sollevato. Ma appunto, la differenza sta nel riconoscere i problemi, discuterne, cercare soluzioni anche non definitive, invece che intervenire con supponenti, grossolane sciabolate. E, d’altra parte, quanto alla libertà di espressione, proprio le autorità americane hanno bloccato negli Stati Uniti l’operatività di TikTok, piattaforma usata da 170 milioni di americani, sulla base di una legge (e anche un ordine esecutivo del presidente Trump del 2020), che la vieta, a meno che non tagli ogni rapporto con la Cina. La Corte suprema, per ragioni di sicurezza nazionale, ha ora certificato la compatibilità del divieto con la libertà costituzionale di espressione. La libertà di espressione, che secondo Vance sarebbe compressa in Europa, comporta quindi limiti legittimi, anche se problematici, proprio perché riguardano un pilastro di ogni democrazia.


Nei testi fondamentali delle libertà europee – le Costituzioni nazionali, la Convenzione europea dei diritti umani, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – si trova menzione dei limiti necessari alla difesa della democrazia e anche al fatto che quella libertà porta con sé doveri e responsabilità. I giudici in Europa generalmente accettano che la portata dei diritti e delle libertà vada interpretata in senso ampio, mentre le limitazioni vanno ammesse in senso restrittivo. Ma si è di fronte a problemi delicati, che sono divenuti di enorme difficoltà e serietà con l’intervento dei social media. Rispetto ad essi la tutela della libertà di esprimersi, tarata sul volantinaggio per strada, è fuori del tempo presente, ove un click raggiunge milioni di persone; inutili le successive smentite e precisazioni. Semplicistiche, dunque, le affermazioni di Vance. Le fatiche dell’Unione europea nella ricerca di equilibrio ed efficacia nel contrastare la potenza delle fake news, delle menzogne pericolose per la democrazia, dovrebbero essere rispettate e non indicate come nemiche della libertà.


L’alternativa al tentativo di regolamentazione è infatti il prevalere del più ricco e del più potente, anche nelle elezioni. In questo quadro va giudicata la pur problematica decisione della Corte costituzionale rumena di annullare il primo turno delle elezioni presidenziali, fondata sul trattamento privilegiato riservato da TikTok a un candidato in violazione della legislazione elettorale, con la creazione di falsi account di origine russa in suo favore e con il finanziamento di messaggi a suo supporto da parte di società legate alla Russia; il tutto capace di distorcere la correttezza e libertà del voto espresso dai cittadini. In ogni caso l’unico esempio rumeno, citato da Vance, comunque lo si valuti, non permette di farne prova della illegittimità delle procedure elettorali in Europa.


Soprattutto, nei Paesi dell’Unione europea bersaglio delle accuse di Vance, il dibattito è vivace e libero, anche a proposito della portata dei diritti e delle libertà fondamentali. Le idee della amministrazione Trump (con l’appoggio di Elon Musk) sono presenti anche in Europa, in vario modo promosse dalle destre politiche, le quali pretendono che democrazia significhi tutto il potere a chi vince le elezioni. Ma proprio al loro interno si confrontano idee diverse, addirittura opposte.


Per quanto riguarda l’Italia, la recente intervista di Marina Berlusconi al Foglio è per più versi esemplare nell’esprimere chiare posizioni liberali di rispetto e tolleranza, in favore del riconoscimento di fondamentali diritti e libertà in tema di cittadinanza, matrimonio gay, suicidio assistito. Essa dimostra quanto insufficienti per la comprensione siano le vaghe categorie della destra e della sinistra, quando si tratta di libertà civili e democrazia. E certe affermazioni di Luca Zaia, governatore del Veneto, vanno nello stesso senso, pur provenendo dalla destra politica della Lega. Anche questo è un segno di libertà. Importante anche se per ora di scarsa incidenza nell’azione concreta dei partiti di riferimento.


Tutto ciò indica che anche da questa parte dell’Atlantico non mancano i problemi, nella complessa materia dei diritti e delle libertà fondamentali. Ma l’americana pretesa di imporsi come esempio e la mancanza di rispetto non aiutano a discuterne e a procedere nell’affrontarli.

(Fonte: “La Stampa” - 19 febbraio 2025)

mercoledì 19 febbraio 2025

Ancora a proposito di Sanremo 2025... commenti ed opinioni

Ancora a proposito di Sanremo 2025...
commenti ed opinioni


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Sanremo 2025, la legge del più forte

Sanremo ha retto alla grande anche quest’anno, anzi ha superato se stesso, e non solo negli ascolti stellari. Con qualche sorpresa nei verdetti, ha vinto Olly con un brano che ha sintetizzato perfettamente l’anima insieme modernista e tradizionalista di questa edizione

Olly, vincitore di Sanremo 2025, Lucio Corsi, secondo classificato, e Carlo Conti, 15 febbraio 2025.
ANSA/ETTORE FERRARI

Martedì sera papa Francesco l’aveva detto chiaro: «La musica può aprire il cuore all’armonia, alla gioia dello stare insieme, con un linguaggio comune e di comprensione facendoci impegnare per un mondo più giusto e fraterno». Questo 75esimo Festival, in fondo e a modo suo, ha provato a dimostrarlo, anche sacrificando, in nome della restaurazione conservatrice e di un improbabile ricompattamento sociale, gran parte delle problematiche dell’oggi, quasi del tutto assenti nei testi delle canzoni di quest’anno: niente migranti, niente guerre, femminicidi o morti sul lavoro, nessun j’accuse ai sovranisti o accenni all’iperbolico gap che separa un manipolo di tycoon dai miliardi di poveracci del pianeta. In tutto questo l’Abbronzatissimo attorniato dall’assortita pattuglia dei co-conduttori, sguazzava in un brodo di giuggiole: tra sbrilluccichi di strass, piumaggi variopinti, mazzolon di fiori, allegrie più o meno forzate, e qualche siringata di commozione, giusto per non venir tacciati di superficialità.

E tuttavia l’impressione finale è che il Paese Reale abbia definitivamente metabolizzato questo Evento, un passetto alla volta, anno dopo anno, fino a scoprirlo parte inalienabile di sé. È la resa definitiva dei detrattori e degli sberleffatori (sottoscritto compreso) che a questo punto debbono inchinarsi all’ineluttabilità di un marchingegno fors’anche diabolico, ma funzionante e funzionale a questo Paese, sia a chi lo popola che a chi lo governa.

E le canzoni? Mediamente più che accettabili con un sestetto d’una buona spanna sulle altre, a parer mio: oltre alla trionfante Bastarda nostalgia di Olly, la commuovente Quando sarai piccola di Cristicchi (incredibile la quantità di haters che l’hanno stroncata giudicandola furbescamente opportunista), l’ottimo esercizio cantautorale de L’albero delle noci di Brunori Sas, l’impeccabile La cura per me della favoritissima Giorgia (solo sesta), l’elegante Incoscienti giovani di Achille Lauro (decimo), e la tenerissima Volevo essere un duro di Lucio Corsi (sorprendente secondo), l’unico personaggio davvero sorprendente di questa edizione sfilata per il resto nella più perfetta ortodossia festivaliera.

Sui tempi lunghi probabilmente Giorgia – la favoritissima della vigilia – si riprenderà quanto le votazioni le hanno negato, così come mi aspetto i Cuoricini dei Coma_Cose al primo posto tra i tormentoni post-festivalieri; loro e Willy Peyote hanno dimostrato che si può essere trendy senz’essere iconoclasti così come l’immarcescibile Ranieri ha suffragato ancora una volta l’assioma che la classe non ha età; deludente invece la quaterna dei giovanissimi, compreso il vincitore. In compenso, fra le note positive di questo festival, c’è anche il fatto d’aver dimostrato che perfino in questo tempio del pop da supermercato la canzone d’autore non solo ha ancora diritto d’asilo, ma sa ancora offrire qualche lezione di stile e poesia a molti trappers e poppettari d’ultima generazione.

Kermesse a parte, di questo Sanremo sopravviveranno alcuni grandi duetti (nel music-business le rivalità di un tempo appartengono fortunatamente solo agli archivi del pittoresco), i sorrisoni pieni di voglia di vivere di Bianca Balti, la pirotecnica esibizione degli artisti del Teatro Patologico, le estroversioni del “solito” Benigni, e fors’anche la disarmante dolorosa sincerità di Edoardo Bove.

Un Sanremo, insomma, al meglio del suo format, entrato trionfalmente nell’era carlocontiana che poi è quella pippobaudesca. Così è, e così sarà ancora a lungo, anche se non vi pare.
(Fonte: Città Nuova, articolo di Franz Coriasco 16/02/2025)

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ALBERTO PELLAI
Simone Cristicchi e Brunori sas: Musica per l'anima


“E ora ti vedo camminare con la manina in quella di tua madre
E tutta questa felicità forse la posso sostenere
Perché hai cambiato l’architettura e le proporzioni del mio cuore
E posso navigare sotto una nuova stella polare”
(Da L’albero delle Noci di Brunori SAS)

“Ci sono cose che non puoi cancellare, ci sono abbracci che non devi sprecare.
Ci sono sguardi pieni di silenzio che non sai descrivere con le parole.
C’è quella rabbia di vederti cambiare E la fatica di doverlo accettare.
Ci sono pagine di vita, pezzi di memoria Che non so dimenticare”.
(Da “Quando sarai piccola” di S. Cristicchi)

In questi giorni, queste due canzoni sul palco di Sanremo stanno toccando il cuore di molte persone. Sono canzoni che raccontano in modo poetico e pieno di bellezza l’intimità affettiva e profonda che lega un genitore al proprio figlio. 
Ne “L’albero delle noci” Brunori Sas racconta di sé uomo che, diventando padre, cambia l’architettura del proprio cuore per fare spazio all’amore per la figlia, un amore che – da quando lei è comparsa nella sua vita – lo ha attraversato e trasformato, mettendo bellezza e fatica, desiderio e paura.
In “Quando sarai piccola” Simone Cristicchi racconta di sé figlio che, di fronte alla malattia della propria mamma, diventa suo genitore e se ne prende cura, raccontando in musica qualcosa che molti adulti di oggi stanno vivendo – o hanno vissuto – con i propri genitori.

Queste due canzoni sono esempi di come la musica sia un balsamo per le nostre vite. Ci sono canzoni che hanno il potere di entrarci nel cuore. Canzoni che, mentre le ascolti, ti danno la sensazione di farti sentire “sentito”. Ovvero, mentre tu le ascolti, loro ascoltano te. Stanno parlando di te. Stanno cantando di te.

La nostra mente ha bisogno di nutrirsi di bellezza. E quando la incontra sulla propria strada, si accorge immediatamente che dentro una canzone si può trovare “cibo per l’anima”. Sarebbe bellissimo che tutto questo pervadesse la musica tutta. Senza distinzione di generi e di età.
(fonte: bacheca facebooke dell'autore 12/02/2025)

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Non pietre ma piume: Le parole delle canzoni sul podio di Sanremo


Le tre canzoni sul podio di questo Sanremo sono il manifesto di un nuovo maschile. 
Ci sono tre uomini che parlano di sentimenti usando un linguaggio emozionale e diretto, così vero che quando ascolti ciò che cantano non solo senti loro, ma senti anche il te stesso cantato da loro. Ci sono le emozioni dei padri e dei figli. Nei tre testi c’è la bellezza ma anche il dolore associati all’amare e all’essere amati. E poi c’è la consapevolezza di un’imperfezione che non è fragilità, ma è verità. 

Il sottotesto di questo podio è che non si diventa uomini rincorrendo il modello del “vero uomo”, ma lo si diventa essendo veri a se stessi. 
In un tempo in cui la musica ha messo la potenza distruttiva della “parola pietra” – quella che la scagli e ti colpisce per la violenza con cui ti arriva al cuore – sento che questo podio sanremese celebra la “parola piuma”. Sono canzoni con testi profondi e diretti, sentimentali ma non melensi. E mi piace anche guardare l’età di questi tre artisti. C’è un giovane adulto, da poco fuori dall’adolescenza. C’è un giovane uomo che sta consolidando la sua adultità. E poi c’è un uomo adulto che è diventato padre. Tre tempi della vita adulta che divengono tre passaggi evolutivi e trasformativi.

Non avrei mai immaginato che quest’anno il Festival della Canzone Italiana sarebbe diventato per noi uomini un vero manifesto di che cosa è quel cambiamento di “ruolo di genere” maschile di cui noi uomini abbiamo bisogno. Eppure, su questo podio, il cambiamento da “vero uomo” a “uomo vero” lo vedo raccontato bene. Vedo un uomo che sa stare dentro il dolore della fine di un amore e lo canta per ciò che è. Vedo un uomo che rinuncia all’idea di Super-uomo che avrebbe dovuto/ voluto essere e che comprende che questa rinuncia è la migliore verità che può donare a se stesso. Vedo un uomo che celebra la propria paternità come un passaggio evolutivo che lo rende capace di essere un uomo migliore.

Si c’è proprio tanta bellezza sul podio, quest’anno. Secondo me, mancava Giorgia lì sopra. Anche lei doveva essere lì. Per tanti motivi. E anche per aver messo al centro del suo brano una delle parole più importanti per noi esseri umani del terzo millennio: la parola “cura”. Ma Giorgia sa chi è. Sa che non è il podio, ma è la vita che con il suo incedere lento, ti permette di raccogliere le vittorie più grandi.
(fonte: bacheca facebooke dell'autore 16/02/2025)

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I veri vincitori di Sanremo? Lucio Corsi e Fedez

Il voto ha premiato il giovane Olly, ma due artisti così diversi resteranno nella storia di quest'edizione per aver dato voce al disagio della loro generazione. Un malessere che, tra i tanti eventi esclusivi che hanno fatto da contorno allo show, abbiamo visto con i nostri occhi tanto tra i cantanti quanto tra i loro fan


Se il vincitore decretato dal complicatissimo meccanismo di voto del nuovo Sanremo dei record firmato da Carlo Conti è Olly, per noi sono due i veri vincitori di quest’edizione: Lucio Corsi e Fedez. Si tratta di due artisti agli antipodi come storia personale (il primo è un 31enne finora sconosciuto al grande pubblico, riservatissimo sulla sua vita privata; il secondo, almeno finché ha fatto coppia con Chiara Ferragni, ha fatto della propria vita privata il focus della sua attività); e come storia musicale (il primo è un menestrello che scrive canzoni poetiche e surreali rifacendosi alla lezione di Ivan Graziani e di Rino Gaetano, il secondo è un rapper specialista nella confezione di tormentoni pop).

Ma abbiamo scoperto che c’è un legame fortissimo tra loro, come cantano nelle rispettive canzoni che hanno portato al Festival: la paura del buio. Ed è ecco perché sono secondo noi i veri vincitori di questo Sanremo. Perché nelle loro rispettive canzoni, Battito di Fedez e Volevo essere un duro di Lucio Corsi, hanno raccontato tutte la fragilità e il senso di inadeguatezza di una generazione, quella di chi ha tra i 30 e i 40 anni, di cui nessuno parla perché, in quella fascia d’età la società di oggi ti impone, appunto, di essere un duro, un uomo e una donna che si affermano nel lavoro e (ma dopo, solo dopo) nella vita personale. E se non ci si riesce ecco quello che ti capita, come ha cantato il 32enne Mahmood nel suo ultimo singolo Sottomarini presentato nella serata finale: «C'è chi ti giudica solo per un abbraccio. Nella fragilità vediamo sempre il marcio»

Nei giorni del Festival, una delle cantanti in gara, Clara, diventata famosa come attrice nella serie Mare fuori, ha aperto nel centro di Sanremo “La farmacia dell’amore”, uno spazio in cui incontrarsi e prendersi cura di sé: tutti i giorni una psicologa, la dottoressa Laura Servidio, offriva consulti gratuiti a chi sentiva di averne bisogno. Noi l’abbiamo incontrata. Ci ha detto che a suo giudizio circa il 70% delle persone con cui ha parlato, adolescenti, adulti e anziani, ha manifestato un disagio così profondo per cui ha consigliato di intraprendere un percorso di terapia. E quando le abbiamo chiesto quale fascia d’età è messa peggio, la psicologa è stata netta: i 30-40enni. Perché? «Non sanno chi sono. Se chiedo di descriversi con cinque parole, fanno molta difficoltà perché hanno intrapreso una strada non per loro scelta, ma per soddisfare il volere di qualcun altro. Così si ritrovano a vivere una vita che non è la loro». Tutto questo si ritrova perfettamente nelle canzoni di Fedez e di Lucio Corsi. Il rapper ha spiegato che la donna a cui si rivolge è una personificazione della depressione contro cui combatte («Prenditi i sogni, pure i miei soldi, basta che resti lontana da me») e il Battito del titolo è quello accelerato del suo cuore che lo tormenta durante le notti insonni e che cerca di combattere con i farmaci («Spengo la luce e mi vieni a trovare. Fluoxetina, poca saliva»). In modo meno crudo e più poetico, ma altrettanto esplicito, Lucio Corsi esprime lo stesso disagio provocato dalle pressioni e dalle aspettative del mondo esterno che noi facciamo nostre: «Quanto è duro il mondo per quelli normali. Che hanno poco amore intorno o troppo sole negli occhiali. Volevo essere un duro, però non sono nessuno. Cintura bianca di judo, invece che una stella uno starnuto».

Bisogna aver coraggio e chiedere aiuto come ha raccontato nella serata finale Edoardo Bove, il 22 enne calciatore della Fiorentina che lo scorso dicembre è stato tra la vita e la morte a causa di un malore cardiaco che l’ha colpito mentre era in campo: «Vivo alti e bassi, perché il calcio è la mia forma di espressione, senza non mi sento lo stesso. Sono vuoto, incompleto. È come se mi mancasse qualcosa, è come se a un cantante togliessero la voce o una persona perdesse il grande amore. Ci vuole coraggio. E stasera voglio ringraziare tutti voi per l’affetto e dirvi che ho iniziato un percorso di analisi per vivere certe emozioni che ho provato, mi servirà per il futuro».

Ma uscire da questa logica della velocità, della performance a tutti i costi, del massimo risultato con il minimo sforzo, è davvero difficile. Noi, nel nostro piccolo, lo abbiamo sperimentato nel nostro lavoro a Sanremo. Fino a qualche anno fa si veniva per raccogliere una decina di interviste ai cantanti che poi venivano pubblicate nei giorni e nelle settimane successive come si fa ancora, per esempio, nei festival cinematografici. Interviste vere, dove si incontravano i cantanti prima delle prove, in camerino o anche mentre facevano jogging sul lungomare e dove loro avevano l’opportunità di mostrare davvero al pubblico le tante sfaccettature della loro personalità. Oggi invece i loro management decidono che spesso non vale più nemmeno la pena partecipare alle tradizionali conferenze stampa dentro l’Ariston. Molto meglio organizzare degli eventi “esclusivi” dove, tra una tartina e un bicchiere di prosecco, gli artisti raccontano barzellette, cantano canzoni di quando erano bambini e rispondono a domande acuminate di qualche influencer come “Pensi di aver scritto la tua canzone più bella?”. Il risultato è che, durante i giorni del Festival, molti cantanti, soprattutto quelli meno sgamati, appaiono come dei poveri deficienti che ripetono sempre le stesse due banalità. Ma questo, evidentemente, al sistema che ruota loro attorno non importa: ciò che conta è avere la massima copertura nelle radio e soprattutto sui social. Poi è inevitabile che qualcuno non ce la faccia più ed esploda. L'anno scorso uno dei cantanti più amati tra i giovani, Sangiovanni, alla fine del Festival ha annunciato di voler sospendere ogni attività per preservare la sua salute mentale e da allora non sappiamo più niente di lui. Così come non si sa più niente di Angelina Mango, la vincitrice dell'anno scorso che ha annunciato una pausa lo scorso autunno perché "devo prendermi cura di me".

Per fortuna, c’è anche chi tra i cantanti si ribella questa logica. Il sottovalutato Rkomi nella sua Il ritmo delle cose, canta: «Esco da un’altra festa, esco dall’algoritmo. Ritrovo la bellezza solo dietro l’imprevisto». Sono solo canzonette, come ha ribadito sull’Ariston il grande Edoardo Bennato, ma ci dicono tanto su chi siamo.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Eugenio Arcidiacono 16/02/2025)

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Vedi anche i post precedenti:


Occhi. Un ponte silenzioso verso gli altri di Nunzio Galantino

Occhi.
Un ponte silenzioso
verso gli altri
di Nunzio Galantino


Da sempre l’occhio è considerato molto più che uno dei tanti organi del corpo umano. «Lampada del corpo», la definisce Gesù (Mt 6, 22).

Intorno all’occhio, più che intorno ad altre parti del corpo, si sono subito sviluppate affascinanti letture simboliche e pagine di grande lirismo. Fino a ritenere gli occhi fonte di emozioni decisive per la vita personale. Già tra i motti arguti di Publilio Siro, ne troviamo uno riguardante gli occhi: «Oculi occulte amorem incipiunt, consuetudo perficit» (gli occhi di nascosto danno inizio all’amore, la consuetudine lo completa).

Nell’ambito relazionale, e in tanti altri ambiti della vita personale e comunitaria, gli occhi sono ponte silenzioso verso gli altri e intensa via di comunicazione non verbale. Come l’abbraccio, e forse più di questo, lo sguardo contribuisce a rendere intenso e, nello stesso tempo, disarmato e disarmante il rapporto tra due persone. Si nota infatti che alcuni movimenti degli occhi (ad esempio, la dilatazione o il restringimento della pupilla) non sono controllabili volontariamente. Ciò permette, a chi ha un occhio attento, di andare oltre. Fino a poter abbracciare la coerenza armoniosa o la dolorosa frattura che abita l’interiorità di una persona. Consapevole di questo, Giovanni Papini così si rivolge a Cristo: «Vogliamo vedere quegli occhi / che passano la parete del petto / e la carne del cuore / e guariscono quando guardano con tenerezza» (Storia di Cristo).

Ma gli occhi non comunicano solo tenerezza, timidezza, benevolenza, dolcezza, pietà, fierezza e compassione. La potenza espressiva degli occhi trasmette anche intenzioni e atteggiamenti carichi di arroganza, di disprezzo e di violenza. Come è dato vedere nello sguardo terribile e pietrificante della Medusa di Caravaggio.

“Parlare con gli occhi”, “guardarsi negli occhi” sono tra le espressioni che più di frequente si ascoltano. Riconoscono agli occhi la capacità di stabilire una connessione emotiva che, intensificandosi, diviene intimità. Tanto da poter affermare che gli occhi di una persona contribuiscono a dedurre a cosa questa è interessata e a cosa sta pensando in quel momento, ma anche cosa attira la sua attenzione, ciò che desidera o intende fare. Tanto da dar ragione a Michelangelo quando afferma che l’anima «tutta s’affaccia agli occhi». All’autore della Pietà fa eco Amedeo Modigliani quando, rivolgendosi a Jeanne Hébuterne, sua donna, dice: «Dipingerò i tuoi occhi soltanto quando avrò conosciuto la tua anima».

Conoscere l’anima di una persona, come conoscere sé stessi, è un viaggio faticoso e affascinante. Molto più di quello che porta a cercare terre nuove. Può intraprenderlo solo chi ha «occhi nuovi» (Marcel Proust).

in “il Sole 24 Ore” del 16 febbraio 2025