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martedì 28 gennaio 2020

La cultura del caffè sospeso



La cultura del caffè sospeso

Come i fili colorati tesi dagli spigoli delle case nella città di Ersilia di Calvino migliaia di tazzine, panini, sciarpe, giocattoli, farmaci, scarpe, pasti, gelati, libri e perfino biglietti del cinema “sospesi” disegnano relazioni del dono che prendono forma anche nel tempo del dio profitto. Intanto, la Rete del caffè sospeso, con i suoi sette festival del cinema, si ostina ad accompagnare quelle esperienze con iniziative culturali nei territori

Musicista napoletano. “A riempire una stanza basta una caffettiera sul fuoco” (Erri De Luca). Foto di Ferdinando Kaiser

Alla generale e diffusa sensazione di insicurezza sul futuro, tipica delle grandi crisi sociali, le persone spesso trovano il modo di reagire grazie alla solidarietà reciproca. Si sviluppano così, spontaneamente, azioni di mutuo aiuto che come per magia, si diffondono a macchia d’olio e delineano città e paesi accoglienti, lontani dalla narrazione di rifiuto ed emarginazione del “diverso” sia esso migrante, disagiato o povero: occhi che sanno vedere e sanno comprendere, azioni che racchiudono solidarietà e rispetto della dignità di ognuno.

Un’usanza antica che inizia durante seconda Guerra Mondiale, uno dei momenti più bui della nostra storia recente, era quella di pagare due tazze di caffè invece di una: una era per sé, ed una per chi non poteva permetterselo. Scrive Luciano De Crescenzo, nel libro Il caffè sospeso: “Quando qualcuno è felice a Napoli, paga due caffè: uno per se stesso, ed un altro per qualcuno altro. È come offrire un caffè al resto del mondo”. Un piccolo gesto (quanto costa un caffè?) offerto all’umanità. Lo sapeva bene anche Totò, che nonostante si dica fosse poco generoso, non rinunciava mai a lasciare almeno dieci caffè pagati ogni giorno in diversi bar di Napoli.

Nel 2010 nasce, su iniziativa di Rete dei comuni solidali (Recosol) e Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), la Rete del caffè sospeso che promuove eventi culturali sull’accoglienza e il recupero della memoria storica e il caffè diviene il simbolo di un mutuo sostegno tra le varie organizzazioni culturali sparse sul territorio e l’emblema di un nuovo ponte di cooperazione.

Un gruppo di sette festival di cinema e cultura italiani offre spazi culturali liberi, articolati, come si può offrire un caffè a uno sconosciuto, lavorando in rete, distribuendo informazioni e testimonianze nei punti più remoti, con uno spirito di solidarietà che ricorda quello appunto del “caffè sospeso”. Questa rete è rivolta in particolare a quegli eventi culturali che riguardano principalmente l’incontro con l’Altro, l’accoglienza, l’immigrazione, le buone pratiche, temi ambientali, i temi sociali, recupero della memoria storica. Ad oggi hanno aderito alla Rete del Caffè sospeso: Festival del Cinema dei diritti umani, Lampedusa in Festival, Riace in Festival, Film Festival sul Paesaggio, Marina Café Noir, S/paesati e Valsusa filmfest.

Intanto si diffondono ovunque, con modalità diverse ma sicuramente affini, la consuetudine del “sospeso”: nel 2018 non una, ma settemila tazzine sono state offerte da settanta bar milanesi celebrando così quel piacere della condivisione e della solidarietà da sempre legati alla cultura del caffè. Ma si va oltre: i gestori del cinema Beltrade a Milano, hanno lanciato nell’estate del 2018 durante la settimana dell’arte, il “karmaticket” che ha permesso agli studenti della Rete Scuole Senza Permesso o a ospiti dei centri di accoglienza del quartiere di andare al cinema gratis. Funzionava così: si comprava un biglietto e se ne acquistava uno a prezzo ridotto anche per chi non poteva permetterselo.

Lucio Dalla, nel 2012, portava la pratica del Caffè sospeso a Bologna e ad accogliere l’idea fu il Caffè Accademia di via Guerrazzi, locale che il cantautore frequentava abitualmente. Da allora, a causa della crisi, si sono moltiplicate le iniziative solidali e oggi, insieme alla sciarpa sospesa, lasciata per i senza dimora, troviamo a Bologna anche il panino sospeso. L’idea è piaciuta subito e una fornaia di Prato, Cecilia Ricciarelli, la propone nel suo negozio, il “Panificio da Sara”: chiunque voglia può lasciare un’offerta alla cassa e il valore dell’offerta si tramuta in uno scontrino che viene esposto ben visibile su una lavagnetta nera dove le persone bisognose possono usarlo per acquistare il proprio panino. Da quando è stata lanciata l’iniziativa, c’è sempre qualche scontrino appeso che si trasforma poi in panini imbottiti. Anche il Comune di Prato ha sposato l’idea e ha proposto di estendere l’iniziativa anche a farmacie e altri esercizi commerciali. L’idea è virale e oggi si stanno moltiplicando le segnalazioni di “sospesi”.

Dal “Giocattolo Sospeso” di Napoli, giunto ormai alla quarta edizione, ai Fratelli della Stazione a Foggia che lanciano “La Scarpa Sospesa” per aiutare gli ospiti del dormitorio della Parrocchia di Sant’Alfonso. Ma oltre al caffè, a farla da leone sono stati senz’altro i libri grazie alla campagna “Lascia anche tu un libro in sospeso” lanciata da Feltrinelli nel 2014. L’iniziativa, che riprendeva quanto ideato dalla libreria Modus Vivendi di Palermo nel 2010 e successivamente dagli scaffali di Il mio Libro di Milano, permetteva infatti di regalare un libro a chiunque non potesse permetterselo.

L’elenco degli atti di gentilezza si allunga di giorno in giorno, le iniziative si moltiplicano insieme alla creatività di chi le propone. Il “gelato sospeso” di Salvamamme a Roma, il “Pasto Sospeso” promosso dalla Fondazione Erri De Luca, con l’obiettivo di offrire uno o più pasti ai migranti ospitati da BaobabExperience e a quanti vivono in condizioni di disagio e povertà. La miccia che ha generato tutte queste numerose azioni di reazioni sociali è sempre il dono di un semplice caffè perché in fondo, donare un caffè è gesto rivoluzionario perché, come recita un antico proverbio cinese: “Il sorriso dura un istante. Il suo ricordo può durare tutta la vita”.
(fonte: COMUNEINFO)

Vedi anche i nostri post precedenti:

"Padri e figli del Vaticano II: in dialogo con Massimo Faggioli" di Andrea Grillo


Padri e figli del Vaticano II:
in dialogo con Massimo Faggioli

di Andrea Grillo





“E’ triste vedere il vescovo emerito di Roma diventare estraneo alla sua stessa eredità conciliare”. In un articolo, breve e denso, per la rivista Commonweal (Theological Drift. Benedict’s Estrangement from Ratzinger), Massimo Faggioli riflette con cura su alcune implicazioni che il recente libro “Dal profondo del nostro cuore” – a firma di R. Sarah e di Benedetto XVI – suscita nel lettore. Il cuore della considerazione è il Concilio Vaticano II e la sua eredità problematica in J. Ratzinger. Vorrei brevemente sintetizzare la tesi di Faggioli, per poi valorizzarne ulteriormente alcuni aspetti.

L’estraneazione di Benedetto da Ratzinger

L’analisi di Massimo Faggioli è convincente nel mettere in luce un paradosso: nel triste libro sul celibato si propone una teoria del sacerdozio del tutto priva di riferimenti al Concilio Vaticano II, mentre J. Ratzinger è stato sicuramente uno dei “padri” del Concilio. Come è possibile? Faggioli illustra brevemente una “storia dell’alienazione di Benedetto dal Concilio”, le cui tappe risalgono già al 1965, poi alle esperienze del 68-69, quindi nella lunga esperienza come Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ed infine in tre luoghi “topici” del pontificato di Benedetto XVI: il discorso alla curia romana del 2005 sulla “ermeneutica del Concilio”, la Prolusione di Regensburg del 2006 e il Motu Proprio “Summorum Pontificum” del 2007, fino ad arrivare al discorso al clero romano, del febbraio 2013. Ma questo non basta. Perché gli anni dell’“emeritato” hanno, in qualche modo, amplificato questo “disagio” e lo hanno indirettamente collegato con le frange più estreme della reazione contro papa Francesco. In una forma difficilmente controllabile, singole affermazioni del periodo papale e nuove espressioni del periodo dell’emeritato vengono esplicitamente giocate in funzione “anti-papale”, creando una tensione che difficilmente può essere istituzionalmente controllata e orientata. E il vescovo emerito si trova così collocato, al di là delle sue intenzioni, in profondo contrasto con la Chiesa che ha contribuito ad edificare.

I padri del Concilio e la “obbedienza filiale”

Tra le cose più penose del recente libro sul celibato c’è la ripetizione del concetto di “obbedienza filiale” che gli autori esprimono verso papa Francesco. E’ triste vedere usato il concetto di figliolanza in un modo tanto ipocrita, tanto più da parte di “padri” vescovi. E lo sgomento è ancor più forte perché essere “padri” e “figli” è, per la esperienza ecclesiale, una cosa del tutto decisiva. Qui, tuttavia, la cosa fondamentale non è che Francesco sia “padre” per Ratzinger e Sarah, o che Francesco consideri Ratzinger “come un nonno”. Fondamentale è riconoscere che diverso è il rapporto di J. Ratzinger e di J. Bergoglio nei confronti del Concilio Vaticano II. J. Ratzinger, non lo si ripeterà mai abbastanza, è un “padre conciliare”. Lo è in una forma “anomala” – padri conciliari sono, in effetti, coloro che erano vescovi durante il Concilio, come è ancora oggi Luigi Bettazzi – ma è pur vero che J. Ratzinger è stato senza alcun dubbio uno dei teologi che ha maggiormente influito su molte decisioni conciliari. Dunque senza forzatura può essere considerato “padre”: perché legge, vive e considera il Concilio “come suo figlio”. Pertanto ne porta la responsabilità, se ne sente causa e lo vive, come è inevitabile per i padri verso i figli, anche con senso di colpa. Addirittura questo rapporto di paternità è sembrato, in qualche caso, arrivare al “disconoscimento del figlio”, nella figura di un padre che non riconosca più il Concilio come “suo figlio” e che lo smentisce apertamente e pesantemente. Fino a ricostruire la realtà della liturgia, quella della Chiesa, quella del sacerdozio “come se il Concilio non ci fosse mai stato”, trattando il Concilio, oserei dire, “perinde ac cadaver”.

Il Concilio come “padre” e il primo papa “figlio”

E’ evidente, però, che questo rapporto di paternità disconosciuta non ha potuto impedire che il Concilio, generato e diventato adulto, non diventasse a sua volta “padre” e generasse figli anche lui. Jorge Mario Bergoglio è “figlio del Concilio” anzitutto per un motivo: come tutti i figli, non porta su di sé la responsabilità dei padri. Sono i padri a sentirsi responsabili dei figli. I figli no. E sono figli proprio per questo! La differenza di date biografiche, tra Ratzinger e Bergoglio, è qui decisiva: Ratzinger nasce nel 1927 e viene ordinato presbitero nel 1951, a 24 anni; Bergoglio nasce solo 9 anni dopo, nel 1936, ma viene ordinato presbitero solo nel 1969, a 33 anni. Tra le due ordinazioni c’è quasi una generazione. In quella differenza il Concilio Vaticano II si inserisce come mediazione fondamentale. L’immaginario ecclesiale, la autocoscienza ministeriale, la valorizzazione della libertà di coscienza e la correlazione alle altre confessioni e fedi è, in Francesco, segnata “nella carne e nel sangue” dalle parole conciliari. Potremmo dire che per Bergoglio il Concilio è lingua madre vitale, mentre per Ratzinger è frutto di acuta riflessione intellettuale.

Il Vaticano II come oggetto di “obbedienza filiale”

I padri lasciano l’eredità alle generazioni successive. Per la Chiesa in cammino, questa verità rimane decisiva. Ora, nella vicenda che stiamo considerando, dobbiamo riconoscere che ogni generazione ha le sue ragioni. Ci sono ragioni per elaborare il rimorso e ragioni per lanciarsi nell’entusiasmo. Ma il rapporto tra Benedetto XVI e Francesco non è un rapporto diretto. Giustamente, e in forma non solo affettuosa, Francesco ha chiamato il Vescovo emerito con la parola “nonno”, che non deve essere sottovalutata. Benedetto, infatti, è stato un padre del Concilio e il Concilio, come un figlio diventato adulto, ha generato Francesco. Il papa risponde, come un figlio, al Concilio e del Concilio. Questo cammino trova nell’istituto del “papa emerito” un elemento di possibile alterazione, poiché tende a “fermare la evoluzione”, che è vitale per la Chiesa. Se poi una “corte del papa emerito” favorisce una rielaborazione della tradizione, in cui i nonni ripudiano figli e nipoti, e lacerano la normale tradizione ecclesiale, allora è chiaro che un senso di tristezza avvolge tutta la vicenda e una domanda istituzionale di chiarezza diventa tanto più ragionevole. E così il figlio del Concilio, Francesco, deve ora prendersi cura del padre Vaticano II, e ne diventa in qualche modo responsabile, anche per custodirlo dalle intemperanze con cui il nonno, ma soprattutto gli amici del nonno, continuano ad assillarlo. Questa è la “obbedienza filiale” di cui abbiamo bisogno.

Vedi anche:

lunedì 27 gennaio 2020

"Qui abita un Ebreo, Gesù" questa la risposta (al nord e al sud) di due sacerdoti alla scritta “Juden hier” apparsa a Mondovì

"Qui abita un Ebreo, Gesù" 
la risposta (al nord e al sud) di due sacerdoti alla scritta apparsa a Mondovì
“Juden hier” 

Due sacerdoti molto diversi tra loro (don Giovanni Berti, giovane, del nord, parroco a Moniga del Garda-BS noto per le sue vignette a firma GIOBA e padre Felice Scalia, gesuita dal 1947 , autore di nomerosi libri, insegnante per molti anni alla facoltà teologica dell’Italia meridionale e all’Istituto Superiore di Scienze umane e religiose di Messina, città in cui vive ed opera attivamente) rispondono in maniera diversa nella forma, ma identica nella sostanza alla vergognosa scritta sul portone d’ingresso dell’abitazione del figlio della staffetta partigiana Lidia Rolfi con la scritta nazista “Juden Hier”, qui ebrei, e la stella di David.


Post di Don Giovanni Berti (25/01/2020)

io sono l'uomo
sono l'ebreo
sono il piccolo
sono il povero
sono il discriminato
sono il malato
sono lo straniero
sono la vedova
sono l'orfano
sono il carcerato
sono l'affamato
sono la peccatrice
sono ogni uomo e donna
sono te...
io sono Gesù ...

Il manifesto di Padre Felice Scalia
(Chiesa di S. Maria della Scala Messina)

“Qui abita un Giudeo, Gesù di Betlemme di Giudea”. E a seguire le parole “Juden hier”, qui abita un ebreo appunto, e una stella di David come quelle usate dai nazisti per identificare gli ebrei.

E’ con questo manifesto esposto davanti alla Chiesa di S. Maria della Scala PP. Gesuiti che il gesuita Padre Felice Scalia, ha voluto esprimere il profondo sdegno e denunciare la gravità del gesto per la vergognosa scritta antisemita comparsa due giorni fa a Mondovì, in provincia di Cuneo. Sulla porta dell’abitazione di Lidia Beccaria Rolfi, morta nel 1996, staffetta partigiana, deportata a Ravensbruck come politica, ma testimone dell’Olocausto, qualcuno ha pensato di vergare le parole “Juden hier”, qui abita un ebreo, e una stella di David.

Una frase che riecheggia quelle usate dai nazisti durante i rastrellamenti, in Italia quanto in Germania, per deportare gli ebrei.

“Noi cattolici, o comunque occidentali, che abbiamo perseguitato gli ebrei – precisa padre Scalia – abbiamo dimenticato che nelle chiese abita un Ebreo, che noi dobbiamo molto agli ebrei: dobbiamo la Legge e Gesù stesso di “razza” e religione ebraica. Ciò che i per trascurati cristiano-fascisti è un insulto, per i cristiani dovrebbe essere un merito, una​ ricchezza. Per protestare contro questa falsificazione della verità, in ogni chiesa si dovrebbe scrivere “Qui abita un Ebreo”. Oppure: “Qui, un ebreo e amici degli degli ebrei, nostri Padri nella fede.”

“Hitler, Mussolini ed i loro seguaci non sono antiebraici ma semplicemente razzisti, affamati di potere e dunque di menzogne. Con questo – conclude il gesuita – non confondo il popolo ebraico​ con i suoi attuali capi politici. Tanti di quelli sono stati sionisti e dunque, alla fine, razzisti”.


Liliana Segre: 'Raccontare l’orrore senza seminare odio' - 'Senza la storia come fa ad esserci la memoria?' (Interviste a Vatican News e 'A che tempo che fa') #giornatadellamemoria

Giornata della Memoria, Liliana Segre:
raccontare l’orrore senza seminare odio
Intervista di Fabio Colagrande e Antonella Palermo a Liliana Segre



“L’anniversario dell’indicibile crudeltà che l’umanità scoprì settantacinque anni fa sia un richiamo a fermarci, a stare in silenzio e fare memoria. Ci serve, per non diventare indifferenti”. Così Papa Francesco, ricevendo recentemente in Vaticano una delegazione del Simon Wiesenthal Center, si è riferito al 75° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau che ricorre quest’anno proprio il 27 gennaio, Giorno della memoria. “Se perdiamo la memoria, annientiamo il futuro”, ha detto ancora in quell’occasione il Papa. Queste parole sono state commentate, ai microfoni di Radio Vaticana Italia, dalla senatrice a vita Liliana Segre che, sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz, dove fu deportata a 13 anni, è oggi testimone della Shoah:


R.- Mi batto da tanti anni affinché nulla vada perduto di tutto il dolore di così tante vittime. Nulla vada dimenticato dei fatti orribili e indicibili che sono accaduti ad Auschwitz e negli altri campi. Per questo, credo che sia molto importante lo studio della storia, che va d'accordo con la memoria, perché senza storia non c'è memoria. E quindi, modestamente, faccio mie queste parole del Papa "se perdiamo la memoria annientiamo il futuro", pur non avendone l’autorità. Le faccio mie perché le sento profondamente, dopo aver vissuto quel periodo che per me è indimenticabile e di cui, per forza di cose mi sono fatta testimone. Per tanti e tanti anni ho incontrato ragazze e ragazzi raccontando la mia storia, ma senza mai parlare di odio. E anche questo è un altro aspetto in cui mi trovo d'accordo con il Papa: "dissodare il terreno su cui cresce l’odio, seminandovi pace".

Il presidente della Repubblica Mattarella, in un incontro allo Yad-Vashem di Gerusalemme, nel 75° della liberazione di Auschwitz, ha definito la sua testimonianza “un patrimonio prezioso dell'Italia”...

R.- Ringrazio il presidente che ha sempre una grande attenzione per me. Ma io non avrei mai il coraggio di giudicarmi un ‘patrimonio’. Io so solo che dopo tanti anni di silenzio, a un certo punto, ho trovato la forza per parlare in prima persona di quello che da ragazzina avevo vissuto. Certamente ci sono dei punti fermi nel mio racconto dell’esperienza nei campi di sterminio nazisti, che è fatto sempre ‘da nonna’ e non solo da sopravvissuta. Il mio racconto vuole essere sempre un monito per i ragazzi, perché diventino forti e sappiano fare le scelte giuste. Imparino a non ascoltare quello che grida più forte, anche se spesso è più facile, ma abbiano, invece, molta fiducia in se stessi. Perché io ho sperimentato la forza che si può avere, anche nei momenti più duri, per andare avanti - ‘una gamba davanti all'altra’ - senza lasciarsi andare.

Forse, è proprio questo insegnamento che io spero di riuscire a trasmettere, come nonna: non odiare e non vendicarsi, ma nello stesso tempo non dimenticare. Essere forti per gli altri, oltre che per se stessi.

Cosa significano per lei i 75 anni della Liberazione di Auschwitz?

R.- Per me hanno un significato molto particolare perché io non ero lì, ad Auschwitz, il 27 gennaio, quando i russi sono entrati e hanno scoperto quell'orrore. Io già da giorni stavo facendo la cosiddetta ‘Marcia della morte’ che durò mesi. Ho letto dopo la guerra che fummo quasi in 56.000, noi prigionieri dei vari campi, obbligati dai nazisti a lasciare quei luoghi dove stavano arrivando i russi. Quel giorno del 1945 quindi non ero lì: ero su una strada polacca, o su una strada tedesca, che mi trascinavo sulla neve, cercando di farcela ad andare avanti per non morire. Quando sono stata liberata io, ormai era primavera avanzata. Era la fine di aprile, forse i primi di maggio. Sulla Liberazione di Auschwitz ho letto solo in un secondo momento, quando sono tornata alla vita cosiddetta 'civile'. Trovo giusto, però, che quella data sia diventata un simbolo: sicuramente è un modo per fare memoria, è un modo perché nelle scuole si insegni - non so per quanto ancora - che cosa è avvenuto in quel luogo che è stato il peggiore fra tutti i campi di sterminio, se è possibile fare una graduatoria.

È preoccupata per i sentimenti di xenofobia che oggi sembrano, di nuovo, abbastanza diffusi in Italia e in Europa?

R.- Io sono stata considerata ‘diversa’, a causa delle leggi razziali fasciste, quando avevo 8 anni. E quindi so come ci si sente a essere considerati ‘diversi’, quando invece ci si sente così ‘uguali’. Quindi è ovvio che con grande preoccupazione seguo, da anni, questo riaffacciarsi di sentimenti odiosi che sono il contrario dell'accoglienza, che sono il contrario della fraternità. Sì, devo dire che sono molto preoccupata di questa onda, che non è anomala ma è il risultato della crisi economica, ma anche il risultato di insegnamenti molto sbagliati, di sovranismi e populismi che hanno fatto in modo che l'uomo e la donna comuni abbiano paura del loro vicino.

Lei ha recentemente annunciato che ha deciso di sospendere gli incontri con le scuole e gli studenti che porta avanti da anni come testimone della Shoah… Ce lo conferma?

R.- Mi viene quasi da ridere a sentire lo stupore di qualcuno di fronte alla scelta di una donna di 90 anni come me - perché è l’età che compirò in questo 2020 - che per 30 anni ha cercato di fare il suo dovere di testimone e che a un certo punto dice basta. Intendiamoci: io, finché avrò vita, su questo argomento ci sarò sempre. Ma non andrò più di scuola in scuola, perché non me la sento. Perché il ricordo di quella ragazzina che ero, con il tempo, è diventato per me traumatico ora che sono arrivata a essere la nonna di me stessa.

Cosa le ha dato questa esperienza di incontro con i ragazzi?

R.- Mi ha dato moltissimo. Quello che posso avere dato io a loro, da nonna, è poco in confronto a quello che migliaia di nipoti ‘elettivi’ hanno dato a me. Li rincontro a volte, dopo anni, ora che sono adulti e a volte insegnanti loro stessi. Questi incontri sono sempre estremamente affettuosi e hanno arricchito tanto la mia vita.

Grazie davvero senatrice Segre per questa ennesima testimonianza ai microfoni di Radio Vaticana…

R.- Sono io che vi chiedo di ringraziare Papa Francesco per le sue parole. Grazie.

(fonte: Vatican News 27/01/2020)

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"Come dice Primo Levi: 'capire è impossibile, ma conoscere è necessario'. Se non si studia la storia i ragazzi penseranno che il 27 gennaio è finita la guerra, sono entrati i russi nel campo... non era così... Senza la storia come fa ad esserci la memoria?" 

Guarda il video dell'intervento di Liliana Segre a Che Tempo Che Fa. 26/01/2020


Vedi anche la scheda del libro di Liliana Segre e Enrico Mentana (con la possibilità di leggere/scaricare l'estratto del libro):


Con la venuta di Gesù, luce del mondo, Dio Padre ha mostrato all’umanità la sua vicinanza e amicizia.Papa Francesco - Angelus del 26.01.2020 (Testo e video)

Con la venuta di Gesù, luce del mondo, 
Dio Padre ha mostrato all’umanità 
la sua vicinanza e amicizia
Papa Francesco
Angelus del 26.01.2020 
(Testo e video) 



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di oggi (cfr Mt 4,12-23) ci presenta l’inizio della missione pubblica di Gesù. Questo avvenne in Galilea, una terra di periferia rispetto a Gerusalemme, e guardata con sospetto per la mescolanza con i pagani. Da quella regione non ci si aspettava nulla di buono e di nuovo; invece, proprio lì Gesù, che era cresciuto a Nazaret di Galilea, incomincia la sua predicazione.

Egli proclama il nucleo centrale del suo insegnamento sintetizzato nell’appello: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (v. 17). Questo annuncio è come un potente fascio di luce che attraversa le tenebre e fende la nebbia, ed evoca la profezia di Isaia che si legge nella notte di Natale: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che camminavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (9,1). Con la venuta di Gesù, luce del mondo, Dio Padre ha mostrato all’umanità la sua vicinanza e amicizia. Esse ci sono donate gratuitamente al di là dei nostri meriti. La vicinanza di Dio e l’amicizia di Dio non sono un merito nostro: sono un dono gratuito di Dio. Noi dobbiamo custodire questo dono.

L’appello alla conversione, che Gesù rivolge a tutti gli uomini di buona volontà, si comprende in pienezza proprio alla luce dell’evento della manifestazione del Figlio di Dio, su cui abbiamo meditato nelle scorse domeniche. Tante volte risulta impossibile cambiare vita, abbandonare la strada dell’egoismo, del male, abbandonare la strada del peccato perché si incentra l’impegno di conversione solo su sé stessi e sulle proprie forze, e non su Cristo e il suo Spirito. Ma la nostra adesione al Signore non può ridursi ad uno sforzo personale, no. Credere questo anche sarebbe un peccato di superbia. La nostra adesione al Signore non può ridursi ad uno sforzo personale, deve invece esprimersi in un’apertura fiduciosa del cuore e della mente per accogliere la Buona Notizia di Gesù. È questa – la Parola di Gesù, la Buona Notizia di Gesù, il Vangelo – che cambia il mondo e i cuori! Siamo chiamati, pertanto, a fidarci della parola di Cristo, ad aprirci alla misericordia del Padre e lasciarci trasformare dalla grazia dello Spirto Santo.

È da qui che comincia il vero percorso di conversione. Proprio come è capitato ai primi discepoli: l’incontro con il Maestro divino, col suo sguardo, con la sua parola ha dato loro la spinta a seguirlo, a cambiare vita mettendosi concretamente al servizio del Regno di Dio.

L’incontro sorprendente e decisivo con Gesù ha dato inizio al cammino dei discepoli, trasformandoli in annunciatori e testimoni dell’amore di Dio verso il suo popolo. Ad imitazione di questi primi araldi e messaggeri della Parola di Dio, ciascuno di noi possa muovere i passi sulle orme del Salvatore, per offrire speranza a quanti ne sono assetati.

La Vergine Maria, alla quale ci rivolgiamo in questa preghiera dell’Angelus, sostenga questi propositi e li avvalori con la sua materna intercessione.



DOPO ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Oggi per la prima volta celebriamo la Domenica della Parola di Dio, istituita per celebrare e accogliere sempre meglio il dono che Dio ha fatto e quotidianamente fa della sua Parola al suo Popolo. Ringrazio le Diocesi, ringrazio le comunità che hanno proposto iniziative per richiamare la centralità della Sacra Scrittura nella vita della Chiesa.

Domani ricorre il 75° anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Davanti a questa immane tragedia, a questa atrocità, non è ammissibile l’indifferenza ed è doverosa la memoria. Domani siamo tutti invitati a fare un momento di preghiera e di raccoglimento, dicendo ciascuno nel proprio cuore: mai più, mai più!

Si celebra oggi la Giornata mondiale dei malati di morbo di Hansen. Siamo vicini a tutte le persone che ne sono affette e a quanti in diversi modi si prendono cura di loro.

Desidero anche essere vicino e pregare per le persone malate a causa del virus che si è diffuso in Cina. Il Signore accolga i defunti nella sua pace, conforti le famiglie e sostenga il grande impegno della comunità cinese, già messo in atto per combattere l’epidemia.

Saluto tutti voi, venuti dall’Italia e da diversi Paesi, in particolare i pellegrini di Valencia, Salamanca, Burgos, Santander e Valladolid; gli studenti e gli educatori di Murcia, Cuenca, Badajoz, e quelli di Panamá.

Saluto i fedeli di Tursi e il gruppo UNITALSI del Lazio, che facilita la partecipazione delle persone disabili alle Udienze generali e all’Angelus, e che oggi distribuisce il Messalino con la Parola di Dio di ogni giorno.

Adesso sono arrivati i compagni [due ragazzi dell’ACR accanto al Papa]. Saluto con affetto i ragazzi e le ragazze dell’Azione Cattolica, delle parrocchie e delle scuole cattoliche della Diocesi di Roma! Anche quest’anno, accompagnati dal Vescovo Ausiliare Mons. Selvadagi, dai vostri genitori ed educatori e dai sacerdoti assistenti, siete venuti numerosi al termine della “Carovana della Pace”. Vi ringrazio per questa iniziativa. Ed ora ascoltiamo insieme il messaggio che i vostri amici, qui accanto a me, ci leggeranno.

[Lettura del messaggio e al termine lancio di palloncini]

Auguro a tutti una buona domenica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

GUARDA IL VIDEO
Angelus del 26.01.2020




domenica 26 gennaio 2020

La forza della Parola porta dall'oscurità alla luce - Papa Francesco Omelia - Domenica della Parola di Dio (Testo e video)

La forza della Parola porta dall'oscurità alla luce
Papa Francesco
Omelia 
Domenica della Parola di Dio, 

III Domenica del Tempo Ordinario 
Basilica di San Pietro 
26 gennaio 2020






«Gesù cominciò a predicare» (Mt 4,17). Così l’evangelista Matteo ha introdotto il ministero di Gesù. Egli, che è la Parola di Dio, è venuto per parlarci, con le sue parole e con la sua vita. In questa prima Domenica della Parola di Dio andiamo alle origini della sua predicazione, alle sorgenti della Parola di vita. Ci aiuta il Vangelo odierno (Mt 4,12-23), che ci dice come, dove e a chi Gesù incominciò a predicare.

1. Come iniziò? Con una frase molto semplice: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (v. 17). Questa è la base di tutti i suoi discorsi: dirci che il regno dei cieli è vicino. Che cosa significa? Per regno dei cieli si intende il regno di Dio, ovvero il suo modo di regnare, di porsi nei nostri confronti. Ora, Gesù ci dice che il regno dei cieli è vicino, che Dio è vicino. Ecco la novità, il primo messaggio: Dio non è lontano, Colui che abita i cieli è sceso in terra, si è fatto uomo. Ha tolto le barriere, ha azzerato le distanze. Non ce lo siamo meritato noi: Egli è disceso, ci è venuto incontro. E questa vicinanza di Dio al suo popolo è un’abitudine sua, dall’inizio, anche dall’Antico Testamento. Diceva Lui al popolo: “Pensa: quale popolo ha i suoi dei così vicini, come io sono vicino a te?” (cfr Dt 4,7). E questa vicinanza si è fatta carne in Gesù.

È un messaggio di gioia: Dio è venuto a visitarci di persona, facendosi uomo. Non ha preso la nostra condizione umana per senso di responsabilità, no, ma per amore. Per amore ha preso la nostra umanità, perché si prende quello che si ama. E Dio ha preso la nostra umanità perché ci ama e gratuitamente ci vuole dare quella salvezza che da soli non possiamo darci. Egli desidera stare con noi, donarci la bellezza di vivere, la pace del cuore, la gioia di essere perdonati e di sentirci amati.

Allora capiamo l’invito diretto di Gesù: “Convertitevi”, ovvero “cambiate vita”. Cambiate vita perché è iniziato un modo nuovo di vivere: è finito il tempo di vivere per sé stessi, è cominciato il tempo di vivere con Dio e per Dio, con gli altri e per gli altri, con amore e per amore. Gesù ripete oggi anche a te: “Coraggio, ti sono vicino, fammi posto e la tua vita cambierà!”. Gesù bussa alla porta. Per questo il Signore ti dona la sua Parola, perché tu l’accolga come la lettera d’amore che ha scritto per te, per farti sentire che Egli ti è accanto. La sua Parola ci consola e incoraggia. Allo stesso tempo provoca la conversione, ci scuote, ci libera dalla paralisi dell’egoismo. Perché la sua Parola ha questo potere: di cambiare la vita, di far passare dall’oscurità alla luce. Questa è la forza della sua Parola.

2. Se vediamo dove Gesù cominciò a predicare, scopriamo che iniziò proprio dalle regioni allora ritenute “oscure”. La prima Lettura e il Vangelo ci parlano infatti di coloro che stavano «in regione e ombra di morte»: sono gli abitanti della «terra di Zabulon e di Neftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti» (Mt 4,15-16; cfr Is 8,23-9,1). Galilea delle genti: la regione dove Gesù iniziò a predicare veniva chiamata così perché era abitata da genti diverse e risultava un vero e proprio miscuglio di popoli, lingue e culture. Vi era infatti la Via del mare, che rappresentava un crocevia. Lì vivevano pescatori, commercianti e stranieri: non era certo il luogo dove si trovava la purezza religiosa del popolo eletto. Eppure Gesù cominciò da lì: non dall’atrio del tempio di Gerusalemme, ma dalla parte opposta del Paese, dalla Galilea delle genti, da un luogo di confine. Cominciò da una periferia.

Possiamo cogliervi un messaggio: la Parola che salva non va in cerca di luoghi preservati, sterilizzati, sicuri. Viene nelle nostre complessità, nelle nostre oscurità. Oggi come allora Dio desidera visitare quei luoghi dove pensiamo che Egli non arrivi. Quante volte siamo invece noi a chiudere la porta, preferendo tener nascoste le nostre confusioni, le nostre opacità e doppiezze. Le sigilliamo dentro di noi, mentre andiamo dal Signore con qualche preghiera formale, stando attenti che la sua verità non ci scuota dentro. E questa è un’ipocrisia nascosta. Ma Gesù, dice oggi il Vangelo, «percorreva tutta la Galilea […] annunciando il vangelo e guarendo ogni sorta di infermità» (v. 23): attraversava tutta quella regione multiforme e complessa. Allo stesso modo non ha paura di esplorare i nostri cuori, i nostri luoghi più aspri e difficili. Egli sa che solo il suo perdono ci guarisce, solo la sua presenza ci trasforma, solo la sua Parola ci rinnova. A Lui che ha percorso la Via del mare, apriamo le nostre vie più tortuose – quelle che noi abbiamo dentro e che non vogliamo vedere o nascondiamo –, lasciamo entrare in noi la sua Parola, che è «viva, efficace, […] e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12).

3. Infine, a chi cominciò a parlare Gesù? Il Vangelo dice che «mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli […] che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”» (Mt 4,18-19). I primi destinatari della chiamata furono dei pescatori: non persone accuratamente selezionate in base alle capacità o uomini pii che stavano nel tempio a pregare, ma gente comune che lavorava.

Notiamo quello che Gesù disse loro: vi farò pescatori di uomini. Parla a dei pescatori e usa un linguaggio loro comprensibile. Li attira a partire dalla loro vita: li chiama lì dove sono e come sono, per coinvolgerli nella sua stessa missione. «Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono» (v. 20). Perché subito? Semplicemente perché si sentirono attratti. Non furono veloci e pronti perché avevano ricevuto un ordine, ma perché erano stati attirati dall’amore. Per seguire Gesù non bastano i buoni impegni, occorre ascoltare ogni giorno la sua chiamata. Solo Lui, che ci conosce e ci ama fino in fondo, ci fa prendere il largo nel mare della vita. Come fece con quei discepoli che lo ascoltarono.

Perciò abbiamo bisogno della sua Parola: di ascoltare, in mezzo alle migliaia di parole di ogni giorno, quella sola Parola che non ci parla di cose, ma ci parla di vita.

Cari fratelli e sorelle, facciamo spazio dentro di noi alla Parola di Dio! Leggiamo quotidianamente qualche versetto della Bibbia. Cominciamo dal Vangelo: teniamolo aperto sul comodino di casa, portiamolo in tasca con noi o nella borsa, visualizziamolo sul cellulare, lasciamo che ogni giorno ci ispiri. Scopriremo che Dio ci è vicino, che illumina le nostre tenebre e che con amore conduce al largo la nostra vita.

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DOMENICA DELLA PAROLA 2020 - "Per fondare e nutrire l’identità cristiana" di Romano Penna

DOMENICA DELLA PAROLA 2020 
"Per fondare e nutrire l’identità cristiana" 
di Romano Penna


 
Davvero opportuna è stata l’iniziativa di Papa Francesco, che con la lettera apostolica Aperuit illis ha stabilito di dedicare ogni anno la III Domenica del tempo ordinario alla celebrazione e divulgazione della Parola di Dio. La frase latina proviene dal racconto lucano dei discepoli di Emmaus, ai quali si accompagnò il Gesù risorto che «spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27). Così viene riportata al centro dell’attenzione la Sacra Scrittura, che, pur segnata da una ibridazione di sensi e di impieghi (come scrive Ilvo Diamanti sul rapporto degli italiani con la Bibbia), mantiene comunque una insostituibile funzione nel fondare e nutrire l’identità cristiana.

Già il concilio Vaticano II aveva addirittura equiparato le divine Scritture al Corpo stesso di Cristo, poiché «nella Parola di Dio è insita tanta efficacia e potenza da essere sostegno e vigore della comunità credente, e per i figli della chiesa saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale» (Dei Verbum § 21): come a dire che non se ne può fare a meno! Di qui il pressante invito a tutti i fedeli affinché abbiano largo accesso alle Scritture anche in base a traduzioni accurate del testo biblico (§ 22), perché la stessa teologia sul fondamento della Parola «sempre ringiovanisce» (§ 24: semper iuvenescit). Quel capitolo si concludeva con l’auspicio che il tesoro della Rivelazione, affidato alla chiesa, «riempia sempre più il cuore degli uomini» (§ 26). E Dio sa di quanto ce ne sia bisogno, visto che, come scriveva Paul Claudel alla fine degli anni ’40, quindi prima del concilio, i cattolici rispettano tanto la Bibbia che se ne tengono a rispettosa distanza! Ma il problema, se ci può confortare, riguarda anche i nostri fratelli protestanti, dato che già una ventina d’anni fa il luterano Gerd Theissen dell’università di Heidelberg scriveva che «lo scarso valore che ha la Bibbia... è segno di un’indebolita vitalità del protestantesimo» e riconosceva invece che una didattica aperta della Bibbia può significare che «col Vaticano II nella Chiesa cattolica la Bibbia è diventata il simbolo di una teologia progressista».

Se poi ci concentriamo specificamente sul concetto di «evangelo», imperniato sul «Dio per noi» manifestato in Gesù Cristo (cf. Rom 8,31-39), risulta all’evidenza la feconda dimensione della parola. Infatti, l’euangelion è per natura sua un annuncio, cioè un evento di comunicazione, già da parte di Gesù (cfr. Mc 1,14) e poi degli apostoli (cfr. At 5,42); perciò è connotato essenzialmente dalla parola pronunciata, la quale trapassa nella parola scritta diventando un inevitabile punto di riferimento reperibile, secondo il linguaggio di Dante Alighieri, «in su le vecchie e in su le nuove cuoia» (Paradiso 24,93), cioè nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Ovviamente non si intende la parola come singolo lemma lessicale, ma come un intero discorso a diffusa destinazione sociale, pur sapendo che anche le singole parole hanno il loro peso, e il rispetto nei loro confronti potrebbe essere espresso pure con la battuta ironica di Umberto Eco, secondo cui «i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli»!

Certo, anche il silenzio ha la sua importanza, ma solo in relazione alla parola che da esso appunto emerge come se uscisse da un involucro, tanto che sant’Ignazio di Antiochia definisce Gesù Cristo come «la parola uscita dal silenzio» (Ai Magnesii 8,2). Da un punto di vista religioso, si può ben dire che è possibile pervenire al Divino partendo dal silenzio eloquente del creato e delle sue bellezze, tanto che in un inno a Dio, attribuito a san Gregorio di Nazianzo, si legge: «Tutto quello che esiste fa salire a te un inno di silenzio» (pg 37,507). Anche l’apostolo Paolo riconosce la possibilità di pervenire alla conoscenza di Dio impiegando lo strumento della ragione come fanno i filosofi (cfr. Rom 1,19-20). Ma il Dio del Vangelo giunge inevitabilmente a noi solo con la parola di un annuncio, per di più spiazzante com’è appunto l’euangelion (cfr. 1Cor 1,18-25), la cui originalità, come dice Blaise Pascal, è causa di stupore per i filosofi più di quanto essi con la loro filosofia riescano a stupire le persone comuni.

Nel Nuovo Testamento è Paolo a testimoniare il ricorso più ampio al termine evangelo, che proprio grazie a lui si è imposto nel linguaggio cristiano. Ed egli spiega che il contenuto dell’annuncio è di carattere essenzialmente cristologico, volendo dire che l’evangelo ha Dio come soggetto insieme al Signore Gesù Cristo, diventando così il «vangelo del Figlio suo» (Rom 1,9). Il vocabolo ha una evidente sinonimia con logos/«parola», della quale i primi testimoni sono diventati «servitori»/diákonoi (Lc 1,2), e della quale gli Atti dicono che «cresceva» (At 6,7; 12,24; 19,20), sicché ricevere l’evangelo significa accogliere la «parola di Dio» (Rom 9,6; 1Cor 14,36; Fil 1,14; 1Tes 2,13). Ed è questa parola che va confessata: «Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore e col tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Rom 10,9). Paolo gioca sui termini bocca-cuore, riprendendoli da Dt 30,14 («Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica»); essi gli permettono di distinguere e insieme congiungere le due dimensioni della fede, cioè l’appropriazione interna e la proclamazione esterna. Nello stesso tempo, i due termini danno modo all’apostolo di precisare che non è più la legge a trovarsi nella bocca e nel cuore del cristiano, poiché ora essa è sostituita da una confessione/homología cristologica. Tanto nel cuore quanto sulla bocca non c’è più la legge, ma c’è Gesù Cristo, a cui ormai tutte le Scritture fanno riferimento, contrapponendosi tanto alla negazione quanto all’indifferentismo.

La Parola perciò resta centrale e non può essere surrogata da presunti suppletivi moralistici. In effetti, non basta dare il buon esempio di una vita onesta e magari vissuta con l’amore verso gli altri, poiché anche un pagano come Marco Aurelio sostiene che «siamo nati per la cooperazione/synergía» e che perciò «è proprio dell’anima razionale amare il prossimo» e anzi «amare anche quelli che peccano» (Pensieri ii,1; xi,1; VII,22). Bisogna dunque specificare qual è la motivazione del comportamento adottato, e questo è possibile mediante la parola che appunto svela il senso dell’azione, tanto che questa chiarificazione diventa una testimonianza tale da essere essa stessa una forma di evangelizzazione.

In definitiva, un rigoroso e nutriente accostamento al testo sacro può e deve tramutarsi in una forma di servizio, corrispondente a quel «ministero della Parola» di cui parla Luca in At 6,4. Ed è una diakonía dalla doppia dimensione, a seconda che la si intenda come un servizio da rendere alla Parola stessa, la quale sta sempre sopra di noi, oppure nel senso di un genitivo oggettivo in quanto la Parola stessa va servita alla chiesa come si serve un cibo sostanzioso, invece di inefficaci brodaglie. I due significati sono mutuamente e felicemente complementari, come lo stesso Luca dice di quanti sono diventati «fin da principio servitori della Parola». Servendo la Parola, si serve anche la comunità credente nel senso che le si offre un sostentamento davvero tonificante.

Non va comunque dimenticata la mediazione ecclesiale nella comprensione delle Scritture, non solo per la formazione dello stesso canone biblico, ma anche per la ricchezza della variegata interpretazione scritturistica attestata nella tradizione. Sicché, da una parte è vero ciò che dice san Girolamo, secondo cui «ignorare le Scritture significa ignorare Cristo» (pl 24,17). Ma vale altrettanto l’affermazione di sant’Agostino: «Io in verità non crederei all’evangelo, se non mi provocasse l’autorevolezza della chiesa cattolica» (pl 42,176).

È di questi concetti forti che, a ben vedere, ha bisogno la nostra società «liquida» (come la chiama Zigmunt Bauman), la quale rischia di smarrirsi in labirintici super-mercati, in cui c’è solo l’utilitaristico imbarazzo della scelta, o di arenarsi sui banchi di sabbia di litorali aridi. Queste due immagini erano già combinate insieme dal filosofo danese Soeren Kierkegaard, padre dell’esistenzialismo moderno, quando con un po’ di pessimismo scriveva nel suo Diario: «La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani»!

Ebbene, proprio l’appropriazione della Parola conferisce invece al cristiano i valori superiori di una rotta sicura e resistente a ogni vento disfattista. 

(Fonte: L'Osservatore Romano -25 gennaio 2020) 

Leggi anche i post già pubblicati:
- DOMENICA DELLA PAROLA 2020 - "Il racconto e la Parola: acqua di vita per la sete dell’uomo smarrito" di Andrea Monda

- Papa Francesco con la Lettera apostolica in forma di Motu proprio “Aperuit illis” istituisce la Domenica della Parola di Dio

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - III Domenica T.O. – Anno A





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)








Preghiera dei Fedeli

  III Domenica Tempo Ordinario – Anno A

26 gennaio 2020  


Colui che presiede

Fratelli e sorelle, Cristo Gesù è la Parola del Padre, rivolta a tutta l’umanità, perché essa possa ritrovare la via della vita, la via che ci conduce ad una vera umanizzazione. È Lui la luce, che ci fa uscire dalle tenebre dell’odio e dell’autoreferenzialità. Con animo grato e fiducioso, rivolgiamo al Padre le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/ Ascoltaci, Signore

Lettore

- Fa’, o Padre, che la tua Chiesa scelga di perseverare nell’ascolto della tua Parola e che il suo agire quotidiano sia informato alla luce del tuo Vangelo per costruire con tutti gli uomini e le donne di buona volontà il tuo Regno di libertà e di fraternità. Preghiamo.

- Accogli, o Padre, il nostro desiderio di vedere tutte le Chiese camminare verso quell’unità in Cristo, che non annulla, ma sa valorizzare tutte le diversità. Dona alla Chiesa cattolica, alle Chiese ortodosse, a tutte le Chiese legate alla Riforma protestante, la volontà di superare le inattuali divisioni del passato per ritrovare ciò che veramente unisce e non quello che divide. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Padre, il cammino del popolo ebraico, che Tu hai voluto coinvolgere in un rapporto di Alleanza, per testimoniare a tutti i popoli il tuo progetto di pace e di accoglienza reciproca. Aiuta tutti i cristiani a saper ritrovare il vero legame con questo popolo e a non ricadere nei sentimenti antisemiti del passato. Preghiamo.

- Ti preghiamo per noi, o Padre, che partecipiamo a questa eucarestia. Donaci di crescere nella conoscenza amorosa di Te e di saperti seguire come tuoi veri discepoli con la stessa prontezza, che ebbero Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, affinché anche noi diventiamo “pescatori di uomini”, offrendo gesti di speranza, di fraternità e di vita. Preghiamo.

- Davanti a te, o Padre, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti; ci ricordiamo di tutte le vittime dei campi di concentramento del regime nazista e dei gulag dei regimi comunisti, come pure tutte le vittime dei regimi dittatoriali dell’America Latina, della Libia e degli altri Paesi dell’odierno Medioriente. Fa’ che il ricordo di queste vittime allontani da noi ogni nostalgia di antisemitismo e di razzismo, e di poteri dittatoriali e violenti. Preghiamo.

Colui che presiede

Ci hai donato, o Padre, in Cristo Gesù, Parola fatta umanità, una luce intensa che rischiara il cammino della nostra vita verso di te. Dona anche a noi la capacità di abitare questo nostro mondo, così complesso e globalizzato, come “pescatori di uomini” con stile fraterno e sapiente. Te lo chiediamo per lo stesso Cristo nostro Signore. AMEN.


DOMENICA DELLA PAROLA 2020 - "Il racconto e la Parola: acqua di vita per la sete dell’uomo smarrito" di Andrea Monda

DOMENICA DELLA PAROLA 2020 
Il racconto e la Parola:
acqua di vita per la sete dell’uomo smarrito 
di Andrea Monda

Il nesso tra il Messaggio per la Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali
 e la Domenica della Parola ·



Esiste un evidente nesso tra il Messaggio pubblicato il 24 gennaio da Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali e la Domenica della Parola, l’iniziativa voluta dal Santo Padre che comincia proprio oggi. Il collegamento lo si può rintracciare nel titolo e nell’incipit del Messaggio che quest’anno il Papa ha voluto dedicare «al tema della narrazione, perché credo che per non smarrirci abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone». La Domenica della Parola ha al suo centro la Bibbia, una narrazione ricca della verità delle storie buone, un testo, un “tessuto” di storie che hanno il potere di farci respirare, cioè di farci vivere, respingendo quello smarrimento che accompagna la vita di ogni uomo.

Non è un libro di teorie astratte la Bibbia ma una raccolta di narrazioni, una biblioteca (dal greco Tà Biblìa, I Libri) di 73 libri pieni di racconti, di storie che insieme compongono “la storia della salvezza”. Ogni storia umana è una storia di salvezza, è questo il senso ultimo della letteratura: l’uomo conosce lo smarrimento che la vita porta con sé («la dritta via era smarrita» canta Dante nel suo celebre incipit) e affronta l’abisso senza nome della morte. La letteratura è il racconto di questa esperienza: l’uomo che torna vivo dalla morte può raccontare, perché il male, come afferma Paul Ricoeur, non si può spiegare, è anzi l’assenza della spiegazione, ma si può raccontare. I primi uomini tornavano dalla caccia (portando morti e feriti con loro) e attorno al fuoco raccontavano l’avventura e spesso qualcuno ne faceva arte, dipingendo quelle storie sulle pareti della caverna, perché «la vita si fa storia» come recita il titolo del Messaggio papale. I poemi degli antichi non a caso sono dei “nostoi”, dei ritorni dall’orrore della guerra, come quello di Ulisse, ma anche nella modernità, come nel romanzo di Melville: Ismaele, l’unico sopravvissuto della Pequod, abbarbicato alla bara galleggiante, torna dalla morte e racconta. Così avviene nel Vangelo, che è una narrazione scaturita dal big-bang delle apparizioni di Cristo risorto ai suoi discepoli.

Anche oggi, nel mondo contemporaneo, iper-connesso e “iper-comunicativo”, raccontare storie è, ricorda il Papa, questione di vita o di morte. Si deve dare spazio alle parole, alla Parola, altrimenti si muore soffocati dalle chiacchiere perché è la chiacchiera il vero nemico, l’opposto della parola, non il silenzio. Parola e silenzio vivono uno grazie all’altra, uno dell’altra perché il silenzio è il grembo della parola e così come silenzio e parola generano e rigenerano la vita, la chiacchiera invece produce morte, uccide.

La Domenica della Parola ricorda la centralità nella vita del cristiano della parola di Dio raccolta nella Bibbia, un tema su cui Papa Francesco è spesso tornato nella sua predicazione. Nella Bibbia il cristiano può contemplare come «la vita si fa storia»: il Dio trinitario, creatore della vita, nella seconda persona del Verbo, cioè della Parola, «si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi», ha percorso le strade polverose degli uomini. È il mistero della kenosis di Cristo, del suo “abbassamento”, fino alla morte in croce che ha generato molto frutto, la vita e la salvezza per tutti gli uomini sue creature. Cristo è il Verbo, la Parola di Dio che, come dice il profeta Isaia, opera come la pioggia e la neve che «scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata», proprio così Gesù, cioè la vita di Dio fatta storia, compie la sua missione d’amore «fino alla fine».

Sono storie “buone” quelle della Bibbia? Certo, ma in che senso? La notizia che esse portano è il Vangelo, La Buona Notizia, la redenzione degli uomini operata da Cristo, ma sono buone innanzitutto perché sono storie “vere”. Da questo punto di vista il testo biblico possiede un realismo straordinario, che non fa nessuno sconto alla crudezza della vita e a tutte le sue zone d’ombra. Se Platone in Grecia raccomandava agli artisti di non raccontare le oscenità e le turpitudini della vita, non così accade per gli autori ispirati del testo biblico. Uccisioni, tradimenti, fallimenti, niente di tutto questo è risparmiato al lettore della Bibbia che invano cercherà un “happy end” assente nella maggior parte delle vicende in essa raccontate. I personaggi di quelle vicende entrano in scena con tutta la loro verità fatta di nobiltà intrecciata alla meschinità e anche i più “grandi” sono visti nella loro costitutiva fragilità (si pensi ad esempio al grande Re David) cioè umanità. Il punto è che le storie che la Bibbia racconta sono buone, cioè portano la buona notizia, ma non sono “dolci”, c’è più sale che miele nella parola di Dio che è come dice la Lettera agli Ebrei: «Viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore». Di questa parola tagliente ha bisogno l’uomo di ogni epoca e oggi anche gli stessi cristiani perché il rischio è quello di cadere nella tentazione di toglierle il pungiglione, così come ha intuito il critico letterario Northrop Frye (sua la definizione della Bibbia “Grande Codice” della letteratura): «La normale reazione degli uomini di fronte ad una grande costruzione culturale come la Bibbia è fare quello che i Filistei fecero a Sansone: ridurla all’impotenza e quindi rinchiuderla in un mulino a macinare i nostri risentimenti e pregiudizi...». Contro questa tentazione “accomodante” si batte Papa Francesco e anche l’iniziativa della Domenica della Parola deve essere letta all’interno di questa lotta, un combattimento che il Pontefice conduce con grande fiducia nella forza di quella Parola, perché, come conclude lo stesso Frye: «...ma i suoi capelli come quelli di Sansone, potrebbero forse anche lì cominciare a ricrescere»
(Fonte: L'Osservatore Romano - 25 gennaio 2020)

Per approfondire leggi: 

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 11/2019-2020 (A) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino





Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica
a cura di Santino Coppolino

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Vangelo:
La fede non è una dottrina fatta di leggi alle quali obbedire o di pratiche religiose da compiere. Avere fede significa rispondere con la vita alla chiamata di Gesù che dice: «Venite dietro di me!» Seguire Gesù vuol dire mutare il modo di pensare la vita, di intessere i rapporti umani (la metànoia), abbandonare le logiche diaboliche che regolano il mondo per scegliere quelle del Regno che in Gesù è già presente. Il totale cambiamento di vita è condizione necessaria per fare parte del Regno, al di là di ogni appartenenza o pratica religiosa. «Si segue Gesù per diventare come Lui, figli e fratelli che vivono per il Regno del Padre» (cit.). Gesù solo è la Luce della Vita che illumina non più il solo Israele ma tutti i popoli, anche quelli pagani (cf. 2,1-12). «Non c'è più, infatti, distinzione perché tutti hanno peccato e sono privi della Gloria di Dio» (Rm 3,22-23). A motivo di questo, la tanto disprezzata "Galilea delle genti" diventa il naturale ponte fra Israele e i pagani, il luogo privilegiato per la proclamazione dell'avvento del Regno. La contemplazione della Parola di Gesù, allora, ci aiuti in questo cambiamento di mentalità, affinché possiamo allargare i nostri orizzonti "fino agli estremi confini della terra" per abbandonare definitivamente le logiche di un mondo sempre più diretto verso il baratro della morte. Con l'aiuto dello Spirito operiamo anche noi la scelta di non seguire altri maestri se non Gesù solo. «Volgiamo lo sguardo, e tutta la nostra esistenza, a Colui che da sempre è rivolto a noi»