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lunedì 24 agosto 2015

Padri e figli, analisi impietosa di don Sciortino


Padri e figli, 
analisi impietosa di don Sciortino

di Aldo Pintor


La crisi che ha drammaticamente colpito la Grecia ci riguarda tutti, perché la cultura greca è alle fondamenta del sogno di una comune casa Europea e senza la Grecia si può dire che l’Europa nasca orfana. Eppure abbiamo assistito attoniti all’umiliazione del popolo greco da parte dei detentori del potere finanziario e questo fa si che anche la meravigliosa civiltà, nata in Grecia, che sta alla base di tutta la cultura europea ne esca traumatizzata. Come non pensare agli straordinari personaggi della Mitologia Greca? ... 

E’ la figura di Telemaco, il figlio di Odisseo che non avendo mai conosciuto il padre parte alla sua ricerca. Di generazione Telemaco (anche se la definizione è dello psicanalista Massimo Recalcati) parla nel suo ultimo libro di Don Antonio Sciortino “Padri e Figli” (Edizioni Il Saggiatore, pp. 136, € 16). L’autore, Direttore di Famiglia Cristiana da quindici anni, nell’analizzare i cambiamenti del rapporto padri – figli si concentra sulla situazione italiana pur non trascurando il sottofondo europeo di questa situazione. La lettura purtroppo è sconsolante, in quanto Don Antonio Sciortino prende atto del venire meno nei giorni attuali di qualunque pulsione di socialità e solidarietà tra popoli e generazioni. E questa mancanza la pagano ovviamente i più deboli. Questo libro descrive tutti quei mutamenti che riguardano il nucleo familiare...

Se la figura del padre padrone è venuta meno (per fortuna) ora prevale una figura di padre assente o amico che però è fortemente deficitaria nel trasmettere ai figli l’arte della vita intesa come apertura all’altro, assunzione di responsabilità e impegno per tutti. I fenomeni che il direttore di Famiglia Cristiana prende in esame sono molto preoccupanti. E sia la fuga dall’Italia di molti giovani che il calo delle nascite rendono in Italia il numero dei giovani esiguo rispetto agli anziani. Questo fatto sta portando il nostro paese a una situazione pericolosamente vicina a un punto di non ritorno. Credo che l’unico modo per scongiurare questo baratro sia riscoprire la gratuità e la fraternità come fenomeni umani prima ancora che cristiani. Prenderci cura del nostro prossimo è la via per dare senso alla nostra vita perché solo nel donarci siamo liberi veramente. Certo che è difficile vivere questo senso di fraternità in un paese dove i pochi nati sono figli unici e come compagni hanno solo i genitori o dei fratelli virtuali. E’ triste tutto ciò, infatti non nascondo che la lettura di questo libro mi ha lasciato un profondo senso di angoscia. Pertanto cerchiamo di ascoltare i profeti di umanità che ancora abbiamo come Enzo Bianchi, il Priore della Comunità di Bose, o i recentemente scomparsi Arturo Paoli e il cardinale Carlo Maria Martini. Ma impariamo anche ad ascoltare i giovani per ridare loro la speranza di un futuro migliore per tutti. Solo chi ha parole di profonda umanità ci consentirà di non cadere nel baratro.



Papa Francesco, Angelus 23 agosto 2015


 23 agosto 2015 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Si conclude oggi la lettura del capitolo sesto del Vangelo di Giovanni, con il discorso sul “Pane della vita”, pronunciato da Gesù all’indomani del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Alla fine di quel discorso, il grande entusiasmo del giorno prima si spense, perché Gesù aveva detto di essere il Pane disceso dal cielo, e che avrebbe dato la sua carne come cibo e il suo sangue come bevanda, alludendo così chiaramente al sacrificio della sua stessa vita. Quelle parole suscitarono delusione nella gente, che le giudicò indegne del Messia, non “vincenti”. Così alcuni guardavano Gesù: come un Messia che doveva parlare e agire in modo che la sua missione avesse successo, subito. Ma proprio su questo si sbagliavano: sul modo di intendere la missione del Messia! Perfino i discepoli non riescono ad accettare quel linguaggio inquietante del Maestro. E il brano di oggi riferisce il loro disagio: «Questa parola è dura! – dicevano – Chi può ascoltarla?» (Gv 6,60).

In realtà, essi hanno capito bene il discorso di Gesù. Talmente bene che non vogliono ascoltarlo, perché è un discorso che mette in crisi la loro mentalità. 


Sempre le parole di Gesù ci mettono in crisi, per esempio davanti allo spirito del mondo, alla mondanità. Ma Gesù offre la chiave per superare la difficoltà; una chiave fatta di tre elementi. Primo, la sua origine divina: Egli è disceso dal cielo e salirà «là dov’era prima» (v. 62). Secondo: le sue parole si possono comprendere solo attraverso l’azione dello Spirito Santo, Colui «che dà la vita» (v. 63) è proprio lo Spirito Santo che ci fa capire bene Gesù. Terzo: la vera causa dell’incomprensione delle sue parole è la mancanza di fede: «Tra voi ci sono alcuni che non credono» (v. 64), dice Gesù. Infatti da allora, dice il Vangelo, «molti dei suoi discepoli tornarono indietro» (v. 66). Di fronte a queste defezioni, Gesù non fa sconti e non attenua le sue parole, anzi costringe a fare una scelta precisa: o stare con Lui o separarsi da Lui, e dice ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?» (v. 67).

A questo punto Pietro fa la sua confessione di fede a nome degli altri Apostoli: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (v. 68). Non dice “dove andremo?”, ma “da chi andremo?”. Il problema di fondo non è andare e abbandonare l’opera intrapresa, ma è da chi andare. Da quell’interrogativo di Pietro, noi comprendiamo che la fedeltà a Dio è questione di fedeltà a una persona, con la quale ci si lega per camminare insieme sulla stessa strada. E questa persona è Gesù. Tutto quello che abbiamo nel mondo non sazia la nostra fame d’infinito. Abbiamo bisogno di Gesù, di stare con Lui, di nutrirci alla sua mensa, alle sue parole di vita eterna! Credere in Gesù significa fare di Lui il centro, il senso della nostra vita. Cristo non è un elemento accessorio: è il “pane vivo”, il nutrimento indispensabile. Legarsi a Lui, in un vero rapporto di fede e di amore, non significa essere incatenati, ma profondamente liberi, sempre in cammino. Ognuno di noi può chiedersi: chi è Gesù per me? È un nome, un’idea, soltanto un personaggio storico? O è veramente quella persona che mi ama che ha dato la sua vita per me e cammina con me? Per te chi è Gesù? Stai con Gesù? Cerchi di conoscerlo nella sua parola? Leggi il Vangelo, tutti i giorni un passo di Vangelo per conoscere Gesù? Porti il piccolo Vangelo in tasca, nella borsa, per leggerlo, ovunque? Perché più stiamo con Lui più cresce il desiderio di rimanere con Lui. Adesso vi chiederò cortesemente, facciamo un attimo di silenzio e ognuno di noi in silenzio, nel suo cuore, si faccia la domanda: «Chi è Gesù per me?». In silenzio, ognuno risponda nel suo cuore.


La Vergine Maria ci aiuti ad “andare” sempre a Gesù per sperimentare la libertà che Egli ci offre, e che ci consente di ripulire le nostre scelte dalle incrostazioni mondane e dalle paure.

APPELLO

Con preoccupazione, seguo il conflitto in Ucraina orientale, nuovamente inaspritosi in queste ultime settimane. Rinnovo il mio appello affinché siano rispettati gli impegni presi per giungere alla pacificazione e con l’aiuto delle organizzazioni e delle persone di buona volontà, si risponda all’emergenza umanitaria nel Paese. Il Signore conceda la pace all’Ucraina, che si accinge a celebrare domani la festa nazionale. Interceda per noi la Vergine Maria!

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

...

E non dimenticatevi, questa settimana, di fermarvi ogni giorno un attimino e farvi la domanda: «Chi è Gesù per me?». E ognuno risponda nel suo cuore.

A tutti auguro una buona domenica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me! Buon pranzo e arrivederci!

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domenica 23 agosto 2015

I 'pastori con l'odore delle pecore', sacerdoti impegnati nelle periferie umane ed esistenziali del nostro paese - "Sulla via di Damasco" (VIDEO)

I 'pastori con l'odore delle pecore', 
sacerdoti impegnati nelle periferie
umane ed esistenziali del nostro paese



"Sulla Via di Damasco", il programma 
di Mons. Giovanni D'Ercole e Vito Sidoti - puntata di sabato 22 agosto 2015,
trasmessa su RAI 2





Mons. D'Ercole presenta due preti infaticabili nelle loro comunità.



 A Messina don Francesco Pati è responsabile dell'associazione Santa Maria della Strada, che apre le porte delle sue case di accoglienza ad un'umanità variegata e bisognosa. 
Ad Agromonte, in Basilicata, don Maurizio Giannella lavora al progetto "Una voce per la vita" per prevenire la dispersione giovanile, coopera per l'integrazione dei rifugiati e si impegna nella vita dell'oratorio




GUARDA IL VIDEO DELLA PUNTATA INTEGRALE








"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 36/2014-2015 (B) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: 
Gv 6,60-69



" Dura è questa Parola, chi può ascoltarla ? "
Mangiare la carne e bere il sangue del Figlio dell'uomo è troppo duro, inaccettabile per chi attende un Messia glorioso e potente che sottomette alla sua volontà con la violenza tutto e tutti. Gesù invece delude le varie aspettative, non realizza ma capovolge i sogni messianici, quelli dei giudei come quelli dei discepoli e dei dodici. Dichiara apertamente che la salvezza dell'uomo passa inevitabilmente attraverso il suo sacrificio cruento (carne e sangue), che non è venuto a dominare bensì a servire il mondo, fino a dare la sua vita per amore. Lo scandalo della croce perciò non è maledizione e vergogna, ma giudizio di salvezza per il mondo intero e rivela il volto di un Dio che ama i suoi figli "fino alla fine"(13,1), fino a donare la propria vita, anche per coloro che lo uccidono. La Chiesa, di ieri e di oggi, soffre ancora lo scandalo di una vita spezzata e donata fino alle estreme conseguenze. Celebrando e mangiando l'Eucaristia, essa è chiamata a incarnare nella storia degli uomini di tutti i tempi l'offerta d'amore del suo Maestro e Signore. "Per fare della storia umana una storia salvifica, per mettere dentro alla nostra storia di violenza, di inimicizie, di divisioni, dinamiche di amore e pace, forze di libertà e di pace" (A. Paoli)


sabato 22 agosto 2015

LAUDATO SI' - Un raggio di sole nella nebbia postmoderna di Franco Cardini

LAUDATO SI' 

Un raggio di sole 
nella nebbia postmoderna
di Franco Cardini








"...voglio dedicare all’enciclica Laudatosi’solo poche semplici parole, come si addice a queste pagine. Parole di gratitudine per questo raggio di sole nella nebbia postmoderna, per questa rosa sbocciata nel deserto dell’egoismo e dell’ipocrisia nel quale ci sembra ormai di esserci definitivamente sperduti quando leggiamo dei buoni cristiani che desertificano e inquinano il mondo per fame e sete di profitto, dei rispettabili banchieri (cristiani anch’essi) che preferirebbero strangolare un popolo intero piuttosto che concedergli ancora qualche mese di dilazione per consentirgli di pagare i suoi debiti, degli indefessi difensori della Civiltà Cristiana che auspicano naufragi di massa di migranti nel Canale di Sicilia. E’ su questo mondo devastato dall’egoismo e dall’ingiustizia che sono cadute come una pioggia benefica le parole di papa Francesco ispirate al Povero di Assisi.
“Laudatosi’, mi’ Signore, cantava san Francesco d’Assisi. In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza. Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. Ogni aspirazione a cambiare e migliorare il mondo richiede di cambiare profondamente gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società. L’autentico sviluppo umano possiede un carattere morale e presuppone il pieno rispetto della persona umana, ma deve prestare attenzione anche al mondo naturale”. 

Molti (oggi viviamo stranamente in una società atea, ch’è però piena di Padreterni) hanno trovato queste parole deludenti in quanto ovvie, banali, piene di cose risapute eccetera, in tutto degne del mediocre livello delle prediche che papa Bergoglio pronunzia ogni mattina dal pulpito di Santa Marta. Dio benedica quest’ovvietà, questa banalità. Dio voglia che essa si trasformi in progetto sociale e in programma politico. Dio voglia che, dopo aver goduto della fortuna di essere governati per decenni da imprenditori, banchieri, tecnocrati, managers, e dai governi che sono diventati ormai loro comitati d’affari, riusciamo alla fine a guardar oltre la loro avida miopìa e a riacquistare la coscienza della nostra autentica identità – oggi che di “identità” tanto si parla -, quelli di custodi d’un bene che non ci appartiene ma del quale siamo responsabili, di un pianeta nel quale tutti possiamo e dobbiamo vivere con quel minimo di dignità per tutti che nasce da una ragionevole condivisione, d’un mondo nel quale sia possibile svilupparsi anche senza ricorrere a strumenti di costrizione e di corruzione come la tirannia, la guerra e la droga.

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LAUDATO SI' - Un raggio di sole nella nebbia postmoderna di Franco Cardini 


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- LETTERA ENCICLICA LAUDATO SI’ DEL SANTO PADRE FRANCESCO
SULLA CURA DELLA CASA COMUNE (TESTO E VIDEO)


- LAUDATO SI' - Intervento della teologa Cristina Simonelli


- LAUDATO SI' - L'undicesimo comandamento di Enzo Bianchi


- LAUDATO SI' - Un'enciclica sul potere (che è la vera questione ambientale) di Giorgio Bernardelli e Gli otto schiaffi dell'enciclica di Angelo Perfetti


- NON A SPESE DEI POVERI E DELLA TERRA di Raniero La Valle


- Ha unito il grido della terra a quello dei poveri di Alex Zanotelli


venerdì 21 agosto 2015

DON CIOTTI SU FUNERALE CASAMONICA - E' COMPITO DELLA CHIESA DENUNCIARE I MAFIOSI E I LORO COMPLICI E RIBADIRE CHE NON PUO' ESSERCI COMPATIBILITA' FRA LA VIOLENZA MAFIOSA E IL VANGELO

DON CIOTTI SU FUNERALE CASAMONICA 
E' COMPITO DELLA CHIESA 
DENUNCIARE I MAFIOSI E I LORO COMPLICI
E RIBADIRE CHE NON PUÒ' ESSERCI COMPATIBILITÀ' 
FRA LA VIOLENZA MAFIOSA E IL VANGELO





«Le scene viste fuori dalla chiesa dove - con uno sfarzo e un dispiegamento di mezzi, banda musicale, elicottero che lanciava petali di rose, che immaginiamo autorizzato - si sono svolti i funerali di Vittorio Casamonica, non possono lasciarci indifferenti.

Non è qui ovviamente in discussione il diritto di una famiglia di celebrare i funerali di un suo membro e la partecipazione di amici e conoscenti.

Grave è l'evidente strumentalizzazione di un rito religioso per rafforzare prestigio e posizioni di potere. Sappiamo che le mafie non hanno mai mancato di ostentare una religiosità di facciata, "foglia di fico" delle loro imprese criminali.

Una volta di più, e a maggior ragione dopo la scomunica di Papa Francesco dei mafiosi e dei loro complici, è compito della Chiesa denunciarla e ribadire che non può esserci compatibilità fra la violenza mafiosa e il Vangelo».

don Luigi Ciotti, presidente nazionale Libera


Le esequie del boss diventano uno show

Nessuno se l’aspettava. Una sfida a Roma, alla legalità, alla Chiesa stessa. Roboante. Arrogante. Lanciata attraverso una sorta di show, realizzato in pochi minuti e senza averne detto niente a nessuno, ben al di fuori di una parrocchia fra le più grandi e popolari della capitale. La musica delPadrino come colonna sonora del funerale e suonata da una banda, traffico un elicottero a spargere petali di rose, traffico deviato, gente in piedi sulle macchine, schierate a fare da ali ad un’antica carrozza funebre trainata da sei cavalli col pennacchio che ha portato la bara in chiesa, manifesti con la scritta «Hai conquistato Roma, ora conquista il paradiso» e «Vittorio Casamonica re di Roma», gigantografie con foto che lo ritraevano a mezzo busto con una corona in testa, Colosseo e Cupolone sullo sfondo. Show andato in scena ieri mattina all’esterno della chiesa di San Giovanni Bosco per il funerale appunto di Vittorio Casamonica, 65enne appartenente all’omonimo clan, composto da nomadi che dagli anni Settanta si stabilirono a Roma e, grazie anche alla Banda della Magliana, 'occuparono' le zone sud-est della capitale, per poi estendere a Castelli Romani e litorale i loro traffici di droga, le estorsioni, l’usura e il racket. ...
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Don Ciotti: "Atto di arroganza, 
mafia e Vangelo incompatibili""
La Chiesa deve riflettere perché questi personaggi la stanno usando". Don Ciotti, presidente dell'associazione Libera, commenta lo sfarzo dei funerali di Vittorio Casamonica, capo del clan romano, ricordando le parole di papa Francesco sull'incompatibilità tra chi compie atti violenti e il Vangelo. E ricorda i funerali di Piergiorgio Welby

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Leggi anche i post già pubblicati:


- "Il senso della scomunica dei mafiosi" di Enzo Bianchi



Non siamo ciclopi. Ecco perché l'ospitalità fonda la nostra civiltà di Luigino Bruni

Non siamo ciclopi.  
Ecco perché l'ospitalità
 fonda la nostra civiltà
 di Luigino Bruni


Il dovere di ospitalità è il muro maestro della civiltà occidentale, e l’abc dell’umanità buona. Nel mondo greco il forestiero era portatore di una presenza divina. Sono molti i miti dove gli dèi assumono le sembianze di stranieri di passaggio. L’Odissea è anche un grande insegnamento sul valore dell’ospitalità (Nausicaa, Circe...) e sulla gravità della sua profanazione (Polifemo, Antinoo). L’ospitalità era regolata nell’antichità da veri e propri riti sacri, espressione della reciprocità di doni. L’ospite ospitante era tenuto al primo gesto di accoglienza e, nel congedarlo, consegnava un "regalo d’addio" all’ospite ospitato, il quale dal canto suo doveva essere discreto e soprattutto riconoscente.
..
L’Europa è nata dall’incontro tra umanesimo giudaico-cristiano e quello greco e romano fondati sull’ospitalità. Ma in Occidente è sempre rimasta viva anche l’anima beniaminita e polifemica, dominante per lunghi periodi, sempre bui. È l’anima che vede gli ospiti solo come minacce o prede. Oggi questo spirito buio, incivile e non-intelligente sta riaffiorando, ed è urgente esercitare il prezioso esercizio del discernimento degli spiriti. Evitando, ad esempio, di credere a chi ci racconta che Polifemo ha divorato i compagni di Ulisse perché sarebbero stati in troppi a bordo e la nave poteva affondare nel ritorno verso Itaca, o che i beniaminiti volevano incontrare gli ospiti di Lot solo per controllarne i documenti. Il riconoscimento del valore e del diritto dell’ospitalità viene prima di tutte le politiche e le tecniche per gestirla e renderla sostenibile.

L’ospitalità è uno spirito, uno spirito buono. Quando non c’è si vede, si sente. Gli spiriti vanno conosciuti, riconosciuti e chiamati per nome, e quelli cattivi vanno semplicemente cacciati via. Nella casa degli umani se non c’è posto per l’altro non c’è posto neanche per me. Sta scritto: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo» (Lettera agli Ebrei).
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Non siamo ciclopi. Ecco perché l'ospitalità fonda la nostra civiltà di Luigino Bruni



giovedì 20 agosto 2015

"Lavoro e festa fanno parte del disegno creatore di Dio... Il lavoro è sacro, dà dignità" Papa Francesco UDIENZA GENERALE 19 agosto 2015 - Foto, testo e video


 19 agosto 2015 

Lavoro e festa “fanno parte del disegno creatore di Dio”. Così Papa Francesco, dopo avere salutato i partecipanti all’udienza generale in Aula Paolo VI, abbracciato e baciato i bambini, e ricevuto diversi doni, ha esordito nella catechesi dedicata al lavoro, dopo quella di mercoledì scorso sul valore della festa in famiglia.
Guarda il video del saluto ai fedeli









La Famiglia - 23. Lavoro

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Dopo aver riflettuto sul valore della festa nella vita della famiglia, oggi ci soffermiamo sull’elemento complementare, che è quello del lavoro. Entrambi fanno parte del disegno creatore di Dio, la festa e il lavoro.

Il lavoro, si dice comunemente, è necessario per mantenere la famiglia, per crescere i figli, per assicurare ai propri cari una vita dignitosa. Di una persona seria, onesta, la cosa più bella che si possa dire è: “E’ un lavoratore”, è proprio uno che lavora, è uno che nella comunità non vive alle spalle degli altri. Ci sono tanti argentini oggi, ho visto, e dirò come diciamo noi: «No vive de arriba».

E in effetti il lavoro, nelle sue mille forme, a partire da quello casalingo, ha cura anche del bene comune. E dove si impara questo stile di vita laborioso? Prima di tutto si impara in famiglia. La famiglia educa al lavoro con l’esempio dei genitori: il papà e la mamma che lavorano per il bene della famiglia e della società.

Nel Vangelo, la Santa Famiglia di Nazaret appare come una famiglia di lavoratori, e Gesù stesso viene chiamato «figlio del falegname» (Mt 13,55) o addirittura «il falegname» (Mc 6,3). E san Paolo non mancherà di ammonire i cristiani: «Chi non vuole lavorare, neppure mangi» (2 Ts 3,10). - È una bella ricetta per dimagrire questa, non lavori, non mangi! - L’Apostolo si riferisce esplicitamente al falso spiritualismo di alcuni che, di fatto, vivono alle spalle dei loro fratelli e sorelle «senza far nulla» (2 Ts 3,11). L’impegno del lavoro e la vita dello spirito, nella concezione cristiana, non sono affatto in contrasto tra loro. E’ importante capire bene questo! Preghiera e lavoro possono e devono stare insieme in armonia, come insegna san Benedetto. La mancanza di lavoro danneggia anche lo spirito, come la mancanza di preghiera danneggia anche l’attività pratica.

Lavorare – ripeto, in mille forme – è proprio della persona umana. Esprime la sua dignità di essere creata a immagine di Dio. Perciò si dice che il lavoro è sacro. E perciò la gestione dell’occupazione è una grande responsabilità umana e sociale, che non può essere lasciata nelle mani di pochi o scaricata su un “mercato” divinizzato. Causare una perdita di posti di lavoro significa causare un grave danno sociale. Io mi rattristo quando vedo che c’è gente senza lavoro, che non trova lavoro e non ha la dignità di portare il pane a casa. E mi rallegro tanto quando vedo che i governanti fanno tanti sforzi per trovare posti di lavoro e per cercare che tutti abbiano un lavoro. Il lavoro è sacro, il lavoro dà dignità a una famiglia. Dobbiamo pregare perché non manchi il lavoro in una famiglia.

Dunque, anche il lavoro, come la festa, fa parte del disegno di Dio Creatore. Nel libro della Genesi, il tema della terra come casa-giardino, affidata alla cura e al lavoro dell’uomo (2,8.15), è anticipato con un passaggio molto toccante: «Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata – perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare» (2,4b-6a). Non è romanticismo, è rivelazione di Dio; e noi abbiamo la responsabilità di comprenderla e assimilarla fino in fondo. L’Enciclica Laudato si’, che propone un’ecologia integrale, contiene anche questo messaggio: la bellezza della terra e la dignità del lavoro sono fatte per essere congiunte. Vanno insieme tutte e due: la terra diviene bella quando è lavorata dall’uomo. Quando il lavoro si distacca dall’alleanza di Dio con l’uomo e la donna, quando si separa dalle loro qualità spirituali, quando è in ostaggio della logica del solo profitto e disprezza gli affetti della vita, l’avvilimento dell’anima contamina tutto: anche l’aria, l’acqua, l’erba, il cibo... La vita civile si corrompe e l’habitat si guasta. E le conseguenze colpiscono soprattutto i più poveri e le famiglie più povere. La moderna organizzazione del lavoro mostra talvolta una pericolosa tendenza a considerare la famiglia un ingombro, un peso, una passività, per la produttività del lavoro. Ma domandiamoci: quale produttività? E per chi? La cosiddetta “città intelligente” è indubbiamente ricca di servizi e di organizzazione; però, ad esempio, è spesso ostile ai bambini e agli anziani.

A volte chi progetta è interessato alla gestione di forza-lavoro individuale, da assemblare e utilizzare o scartare secondo la convenienza economica. La famiglia è un grande banco di prova. Quando l’organizzazione del lavoro la tiene in ostaggio, o addirittura ne ostacola il cammino, allora siamo sicuri che la società umana ha incominciato a lavorare contro se stessa!

Le famiglie cristiane ricevono da questa congiuntura una grande sfida e una grande missione. Esse portano in campo i fondamentali della creazione di Dio: l’identità e il legame dell’uomo e della donna, la generazione dei figli, il lavoro che rende domestica la terra e abitabile il mondo. La perdita di questi fondamentali è una faccenda molto seria, e nella casa comune ci sono già fin troppe crepe! Il compito non è facile. A volte può sembrare alle associazioni delle famiglie di essere come Davide di fronte a Golia… ma sappiamo come è andata a finire quella sfida! Ci vogliono fede e scaltrezza. Dio ci conceda di accogliere con gioia e speranza la sua chiamata, in questo momento difficile della nostra storia, la chiamata al lavoro per dare dignità a se stessi e alla propria famiglia.


Saluti:

...

Domani la comunità di Taizé compie 75 anni. Desidero rivolgere il mio saluto, accompagnato dalla preghiera, ai fratelli monaci nel ricordo dell’amato fondatore frère Roger Schutz, di cui proprio tre giorni fa abbiamo ricordato il 10.mo anniversario della morte. Buon cammino alla comunità di Taizé!

* * *

Cari pellegrini di lingua italiana: benvenuti!

Saluto le Suore di Sant’Anna, le Associazioni e i gruppi parrocchiali. La visita alle tombe degli Apostoli accresca in tutti il senso di appartenenza alla nostra famiglia che è la Chiesa.

Rivolgo un pensiero speciale ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Oggi celebriamo la memoria liturgica di San Giovanni Eudes. La sua devozione ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria insegni a voi, cari giovani, la necessità della loro intercessione nel cammino spirituale; incoraggi voi, cari ammalati, ad affrontare con fede i momenti di sofferenza e stimoli voi, cari sposi novelli, a educare con amore i figli che il Signore vorrà donarvi.


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CONVENTO DI VALMONTONE - Nella “beauty farm” dove si rinasce al futuro di Laura Galimberti


CONVENTO DI VALMONTONE 
Nella “beauty farm” 
dove si rinasce al futuro

di Laura Galimberti




Migranti, ex detenuti, disoccupati senza casa, minori arrivati al 18° anno e usciti dalle case famiglia e ancora beneficiari dell’istituto della “messa alla prova”. “Una fraternità ampia” quella del Convento Sant’Angelo di Valmontone spiega Fra Domenico Domenici, 66 anni, di cui 16 in Congo Brazzaville, tra i coordinatori del progetto RIPA, promosso 4 anni fa dai frati minori del Lazio.

“Volevamo recuperare lo spirito francescano delle origini e vivere il Vangelo in comunione fraterna. Ci siamo lasciati interpellare dalle povertà. Così è nato il progetto “Rinascere Insieme per Amore”, un percorso personalizzato per accompagnare ogni fratello al recupero della propria integrità, da quella interiore alla possibilità concreta di vivere in modo autonomo economicamente”. Come? “Vivendo relazioni d’amore, libere e rispettose, che permettono a ciascuno di valorizzare talenti e lavorare sui propri limiti attraverso l’impegno personale e la collaborazione con i fratelli, perché le fragilità umane non sono un ostacolo ma un inizio da cui ripartire verso il sole che ognuno custodisce nell’animo, che dà significato alla propria esistenza e la trasforma in capolavoro”
Tre gli step del progetto: prima accoglienza, permanenza in fraternità, reinserimento nella società. Non esiste un tempo di permanenza standard per tutti, ma unico per ciascuno.
....
Il progetto nel suo complesso, ad oggi operativo su 4 comunità dei frati minori del Lazio (Valmontone, Villa Adriana, Artena e Roma-San Francesco a Ripa), ha permesso dal 2012 al 2014 l’accoglienza di 178 persone in difficoltà e il reinserimento di 82. “Di migranti ne ospitiamo al momento una trentina: provengono dalla Siria, dal Mali, dal Bangladesh, Pakistan, ancora da Romania e Albania”. I servizi offerti vanno dalle pratiche per i documenti, al lavoro sulla propria interiorità, alla possibilità di un lavoro, al recupero di contatti con parenti o familiari.


Costi? “E’ totalmente gratuito. A sostenerci sono benefattori, associazioni, gente semplice. Così sperimentiamo quella precarietà bella che ci fa confidare nella Provvidenza e favorisce il graduale coinvolgimento della comunità locale: alcuni fanno la spesa e passano a lasciarci qualche pacco di pasta, c’è chi prepara per la propria famiglia le fettuccine e ne fa un po’ anche per noi e così via. Le persone piano piano si avvicinano, si conoscono, si prendono per mano ed iniziano a camminare insieme”.

Una ricchezza che è possibile condividere, con giornate di fraternità ed incontro al convento, per pacchetti benessere decisamente “a misura”.

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A Valmontone, nella “beauty farm” dove si rinasce al futuro




“Aprite i monasteri” alla solidarietà. 

Mappa, in aggiornamento, delle risposte

“Aspetto da voi gesti concreti di accoglienza dei rifugiati, di vicinanza ai poveri, di creatività nella catechesi». Lo ha scritto il Papa nella Lettera apostolica per l’Anno dedicato alla vita consacrata. Un invito preso sul serio già da tanti: e così oltre alla rete del Centro Astalli, promossa dai gesuiti per i rifugiati, che da oltre 30 anni, opera con attività e servizi a Palermo, Catania, Vicenza, Trento, Napoli, Padova, Milano e Roma, hanno aperto i “monasteri” i guanelliani a Como, Lecco, Nuova Olonio e – dando disponibilità temporanea di una struttura – a Sormano, i francescani ad Enna, Roma e Piglio, i Comboniani a Brescia, i Pavoniani a Maggio diValsassina, gli Scalabriniani a Roma e Foggia, le suore Mercedarie a Valverde di Scicli, le Figlie di Santa Maria della Provvidenza a Lora (Como) ed Ardenno (Sondrio), le Orsoline a Caserta, le suore della Provvidenza a Gorizia.

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mercoledì 19 agosto 2015

La politica di oggi é un puzzle di ambizioni personali all'interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi.Il popolo è il soggetto più nobile della democrazia e va servito con intelligenza e impegno -

La politica di oggi é un puzzle di ambizioni personali 
all'interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi.
 Il popolo è il soggetto più nobile della democrazia
 e va servito con intelligenza e impegno

        mons. Nunzio Galantino,
          segretario generale Cei




(Pieve Tesino, 18 agosto 2015)



La politica di Alcide De Gasperi "non e' quella che siamo stati abituati a vedere oggi, vale a dire un puzzle di ambizioni personali all'interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi".
Lo dice il segretario generale Cei, mons. Nunzio Galantino, nella sua Lectio degasperiana, che ha consegnato, non partecipando all'incontro in Trentino, "per evitare di innescare ulteriori polemiche" dopo lo scontro con la lega sull'immigrazione.
"I veri politici - sottolinea il segretario della Cei - segnano la storia ed è con la storia che vanno giudicati, perché solo da quella prospettiva che non è mai comoda, si possono percepire grandezze e miserie dell'umanità". "Pensiamo spesso che il buon cattolico sia un uomo a metà, una via di mezzo tra gli ambiziosi e i disperati e non è vero. Pensiamo che un cattolico sia un uomo con il freno a mano, che non possa godere del successo della scienza o dei frutti della ricchezza, ma sono bestemmie perché non c'è nessun motivo che ci spinga a rinunciare ad offrire al Signore il meglio dell'intelligenza e dello sviluppo economico e tecnologico". 
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"Su questo principio della laicità e della religiosità della politica De Gasperi ha molto da insegnarci. La sua santità sta nella fecondità di ciò che ha fatto in una lunga e operosa vita politica. E a noi oggi appare più chiaro ciò che voleva dirci. Lo Stato vaticano dovrebbe essere come un’oasi, di pace e di accoglienza, dove tutti coloro che hanno problemi possano venire per farsi ascoltare e confortare. La Chiesa cattolica non ha bisogno di mura respingenti, di eserciti agguerriti o di burocrazie mortificanti. La Chiesa ha bisogno di donne e uomini agili e curiosi, rapidi nel comprendere e nel dimenticare le offese, forti nell’amare, ambiziosi nell’intelletto, coraggiosi nello sperare.
Pensiamo spesso che il buon cattolico sia un uomo a metà, una via di mezzo tra gli ambiziosi e i disperati e non è vero. Pensiamo che un cattolico sia un uomo con il freno a mano, che non possa godere del successo della scienza o dei frutti della ricchezza, ma sono bestemmie perché non c’è nessun motivo che ci spinga a rinunciare ad offrire al Signore il meglio dell’intelligenza e dello sviluppo economico e tecnologico. Il cristiano è solamente colui che, anche in questi campi, mette tutto se stesso al servizio degli altri e nelle mani del Signore. E De Gasperi ha avuto il dono di comprendere che nella società contemporanea non c‘era e non c’è nulla di altrettanto potente e forte di una politica ispirata da valori universali, da cui dipendiamo tutti e a cui tutti dobbiamo rispetto.
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"La Chiesa cattolica non ha bisogno di mura respingenti, di eserciti agguerriti o di burocrazie mortificanti. La Chiesa ha bisogno di donne e uomini agili e curiosi, rapidi nel comprendere e nel dimenticare le offese, forti nell’amare, ambiziosi nell’intelletto, coraggiosi nello sperare.
La Chiesa inoltre non ha bisogno di grandi organizzazioni materiali perché ha a disposizione la parola di Dio e l’intera fraternità umana; non ha bisogno di diplomazie esclusive, ma di uno spirito evangelico, come papa Francesco non si stanca di ricordarci."...
"Un popolo non è soltanto un gregge, da guidare e da tosare" - continua il segretario generale della Conferenza episcopale italiana -  "Il popolo è il soggetto più nobile della democrazia e va servito con intelligenza e impegno, perché ha bisogno di riconoscersi in una guida - sottolinea il vescovo - solo sbanda e i populismi sono un crimine di lesa maestà di pochi capi spregiudicati nei confronti di un popolo che freme e che chiede di essere portato a comprendere meglio la complessità dei passaggi della storia. Il significato della guida in politica non è tramontato dietro la cortina fumogena di leadership mediatiche o dietro le oligarchie segrete dei soliti poteri. La politica ha bisogno di capi, così come la Chiesa ha bisogno di vescovi che, come ha detto Papa Giovanni siano «una fontana pubblica, a cui tutti possono dissetarsi». ". 




Se questo è un uomo, denunciava Primo Levi. Se questa è Europa, denunciamo noi. Non c'è più tempo...


SE QUESTA E' EUROPA.
GENOCIDIO TEMPO NIENTE.
di Leoluca Orlando*

"A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente...
Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo.”
(Se questo è un uomo - Primo Levi)


Sento, sentiamo in tanti, la vergogna di assistere ad un genocidio, ad un genocidio che 70 anni fa che Primo Levi ha con forza denunciato e che oggi non ha il volto del nazifascismo, ma ha il volto di una Unione Europea vittima di una "infezione latente", nascosta dietro egoismi sempre più criminogeni e criminali.
Se questo è un uomo, denunciava Primo Levi.
Se questa è Europa, denunciamo noi.
Non c'è più tempo di trarre conforto dal comportamento generoso di quanti in mare – dalla Guardia Costiera ai semplici pescatori, passando per Medici senza Frontiere e per tanti uomini di mare di diversa nazionalità - soccorrono migliaia di migranti; non è più tempo di ricordare la solidarietà e l’accoglienza esemplari delle comunità siciliane e la straordinaria collaborazione tra istituzioni e volontariato che si registra nei porti di Palermo, della Sicilia e di tante altre comunità e città del Meridione; non è più tempo di sottolineare che a fronte di quasi 300.000 migranti che sono passati attraverso la Sicilia negli ultimi 20 mesi non si è manifestato un solo significativo atto di razzismo e intolleranza, come purtroppo a volte è successo in altre comunità italiane cui è stato richiesto di accogliere 5, 10 o 20 migranti.
Non è più tempo di trarre conforto da testimonianze positive di generosità e di civile accoglienza.
Oggi non c’è più tempo per continuare a negare che la mobilità internazionale è un diritto umano inviolabile e che nessuno può essere costretto a morire nel luogo dove è nato.
Non c'è più tempo per continuare ad applicare i criminali e criminogeni accordi europei, che condannano alla schiavitù e alla pena di morte centinaia di migliaia di persone ad opera di criminali scafisti e anche troppo spesso di turpi speculatori della cosiddetta accoglienza.
Non c'è più tempo per ritardare ancora la abolizione del permesso di soggiorno, quale strumento di schiavitù e morte. Una proposta che è già stata codificata nella “Carta di Palermo” approvata a Palermo a marzo di quest’anno.
Non c'è più tempo per continuare in atteggiamenti che peseranno sulla stessa futura convivenza all'interno dell'Unione Europea.
Non c'è più tempo per l’immobilismo o per voltare lo sguardo da un’altra parte, come 70 anni fa compresero che non c’era più tempo coloro che anche a rischio della loro stessa vita tentarono di mettere in salvo le vittime designate della bestialità nazifascista.
Non c'è più tempo per l’indifferenza, come 70 anni fa compresero che non c'era più tempo per l’indifferenza i tanti partigiani che in Italia e in Europa ma anche in Germania con i giovani della Rosa Bianca fecero una scelta di parte.
Non c'è più tempo oggi per l'Unione Europea; si liberi subito dalla vergogna di ciò che peserà come un macigno sulla sua stessa ragione di esistere, da una vergogna che la Storia attribuirà alla responsabilità di quanti hanno avuto la possibilità di costruire una straordinaria esperienza di rispetto degli esseri e dei diritti umani ed hanno invece scelto la cieca e criminale obbedienza al Dio denaro.
Non c'è più tempo, come ci ricordano le migliaia di vittime; le migliaia di esseri umani di ogni età, religione, etnia, i cui resti sfigurati vengono recuperati nel mare e spesso senza il conforto di un nome e ancor più i cui resti restano inghiottiti senza il conforto di una sepoltura.

Non c'è più tempo, come ci ricordano le mamme, le figlie, i fratelli posti a migliaia dentro orrende zattere della morte e spesso posti nella disumana condizione di sopravvivere a discapito di altri figli, genitori, sorelle.
Non c'è più tempo, come ci ricordano quanti abbiamo incontrato e sentito raccontare terribili esperienze di violenza e brutalità, quanti abbiamo visto in lacrime silenziose tentare o non riuscire a riconoscere il corpo sfigurato di propri cari, madri incinte e bambini di appena un anno.
Non c’è più tempo per scegliere se essere complici di incivili criminali e della "civilissima" Europa che quelle migliaia di morti portano sulla coscienza.
Non c'è più tempo se non vogliamo essere rassegnati ad assumere in massa e definitivamente - pagandone in futuro le inevitabili conseguenze di odio e violenza - atteggiamenti criminali nei confronti di esseri umani colpevoli di essere a noi "stranieri nemici", soltanto perché non abbiamo scelto di rifiutare che l’uomo, qualsiasi essere umano possa essere “una cosa” agli occhi dell’uomo.
* Sindaco di Palermo

(Pubblicato da L'Unità il 17/08/2015)



martedì 18 agosto 2015

BIBBIA APERTA - Parresia - Giuseppe Trotta, SJ


BIBBIA APERTA 
Parresia 

Giuseppe Trotta, SJ




La parresia è una virtù di chi desidera incidere sulla realtà, trasformarla nei suoi aspetti lontani dalla verità e dalla giustizia, ... Papa Francesco ne ha fatto un elemento qualificante del suo papato e ha sollecitato anche i vescovi a praticarla, per procedere verso quella maggiore collegialità nel governo della Chiesa voluta dal Concilio (cfr Evangelii gaudium, n. 32). La parresia, infatti, unisce in sé l’atteggiamento religioso e quello politico della ricerca e della comunicazione della verità e perciò può essere risolutiva in tutti i processi di riforma, dentro e fuori la Chiesa.




" ... Nel descrivere i due atteggiamenti necessari alla sinodalità – dire apertamente ciò che si pensa e ascoltare umilmente quello che gli altri hanno da dire – il Papa ha fatto riferimento alla parresia, il modo diretto e franco con cui i primi cristiani annunciavano il Vangelo. Il Nuovo Testamento impiega spesso questo termine per connotare la predicazione degli apostoli e ne fa una delle chiavi del suo successo, nonostante le resistenze degli oppositori. Il termine, però, non nasce nell’ambito della religione, ma in quello della politica: era uno dei pilastri della democrazia ateniese ed era impiegato dai filosofi per descrivere la ricerca e la comunicazione della verità per mezzo del dialogo privato e del dibattito pubblico. Pertanto, il richiamo del Papa, riletto alla luce dell’origine del concetto e della pratica a cui rimanda, può essere di ispirazione anche fuori dalla Chiesa, ovunque si tratti di costruire il bene comune nello spazio pubblico. 
Parresia e libertà 
La parresia, infatti, è una qualità del discorso che manifesta il rapporto personale di chi parla con la verità. Esprimersi con parresia significa dire apertamente ciò che si pensa e si ritiene vero, anche se questo è rischioso per la propria incolumità fisica o la propria reputazione, compromettendosi in prima persona, senza preoccuparsi delle conseguenze. 
La si può illustrare bene a partire da un episodio degli Atti degli apostoli. Pietro e Giovanni proclamano nel tempio a Gerusalemme di aver guarito un paralitico per la fede nella resurrezione di Gesù; vengono arrestati e interrogati dai sacerdoti, dagli scribi e dai capi del popolo e anche a loro fanno lo stesso discorso apertamente (cfr Atti 3,1-4,12). Il sinedrio resta sconcertato non tanto dalla risposta degli apostoli, quanto dalla loro parresia (termine tradotto con franchezza nella versione italiana della CEI)..
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La spontaneità della parresia, invece, è frutto di esercizio, è una virtù acquisita assoggettandosi alla disciplina della verità, si fa carico del rischio dell’impopolarità e rende credibile ciò che viene detto perché credibile è diventato chi lo dice. In questo senso, quindi, la parresia non coincide con la verità, ma è una via etica verso il suo riconoscimento e la sua comunicazione, giocata su due livelli: quello interiore (la sincerità verso se stessi, l’onestà intellettuale e la rettitudine morale) e quello esteriore (la parola aperta e franca). 
Parresia e dibattito 
In più occasioni papa Francesco ci ha sorpreso con il suo linguaggio semplice e diretto, che ad alcuni è apparso provocatorio e inappropriato. Ma la provocazione – ammesso che di questo si tratti – non è certo nell’intenzione comunicativa del Papa, quanto piuttosto in un modo di esprimersi con franchezza che chiama direttamente in causa chi ascolta e al quale non ci si può sottrarre ricorrendo al politically correct. 
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lunedì 17 agosto 2015

Omelia p. Alberto Neglia (VIDEO) - XX Domenica del Tempo Ordinario - 16.08.2015


Omelia p. Alberto Neglia (VIDEO) 


XX Domenica del Tempo Ordinario 
16.08.2015


Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


... Il cristiano, se davvero vive Gesù, si lascia prendere da Gesù, accoglie Gesù nella sua vita, è chiamato ad essere profezia, è chiamato ad essere davvero un cammino nuovo nella storia, in questo nostro mondo in cui dà un segno della provvidenza di Dio, manifesta questa provvidenza di Dio ed esprime con la sua esistenza, con il suo vissuto la bontà di Dio...

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Papa Francesco Angelus 16 agosto 2015


 16 agosto 2015 


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In queste domeniche la Liturgia ci sta proponendo, dal Vangelo di Giovanni, il discorso di Gesù sul Pane della vita, che è Lui stesso e che è anche il sacramento dell’Eucaristia. Il brano di oggi (Gv 6,51-58) presenta l’ultima parte di tale discorso, e riferisce di alcuni tra la gente che si scandalizzano perché Gesù ha detto: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,54). Lo stupore degli ascoltatori è comprensibile; Gesù infatti usa lo stile tipico dei profeti per provocare nella gente – e anche in noi – delle domande e, alla fine, provocare una decisione. Anzitutto delle domande: che significa “mangiare la carne e bere il sangue” di Gesù?, è solo un’immagine, un modo di dire, un simbolo, o indica qualcosa di reale? Per rispondere, bisogna intuire che cosa accade nel cuore di Gesù mentre spezza i pani per la folla affamata. Sapendo che dovrà morire in croce per noi, Gesù si identifica con quel pane spezzato e condiviso, ed esso diventa per Lui il “segno” del Sacrificio che lo attende. Questo processo ha il suo culmine nell’Ultima Cena, dove il pane e il vino diventano realmente il suo Corpo e il suo Sangue. E’ l’Eucaristia, che Gesù ci lascia con uno scopo preciso: che noi possiamo diventare una cosa sola con Lui. Infatti dice: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (v. 56). Quel “rimanere”: Gesù in noi e noi in Gesù. La comunione è assimilazione: mangiando Lui, diventiamo come Lui. Ma questo richiede il nostro “sì”, la nostra adesione di fede.

A volte si sente, riguardo alla santa Messa, questa obiezione: “Ma a cosa serve la Messa? Io vado in chiesa quando me la sento, o prego meglio in solitudine”. Ma l’Eucaristia non è una preghiera privata o una bella esperienza spirituale, non è una semplice commemorazione di ciò che Gesù ha fatto nell’Ultima Cena. Noi diciamo, per capire bene, che l’Eucaristia è “memoriale”, ossia un gesto che attualizza e rende presente l’evento della morte e risurrezione di Gesù: il pane è realmente il suo Corpo donato per noi, il vino è realmente il suo Sangue versato per noi.

L’Eucaristia è Gesù stesso che si dona interamente a noi. Nutrirci di Lui e dimorare in Lui mediante la Comunione eucaristica, se lo facciamo con fede, trasforma la nostra vita, la trasforma in un dono a Dio e ai fratelli. Nutrirci di quel “Pane di vita” significa entrare in sintonia con il cuore di Cristo, assimilare le sue scelte, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. Significa entrare in un dinamismo di amore e diventare persone di pace, persone di perdono, di riconciliazione, di condivisione solidale. Le stesse cose che Gesù ha fatto.

Gesù conclude il suo discorso con queste parole: «Chi mangia questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,58). Sì, vivere in comunione reale con Gesù su questa terra ci fa già passare dalla morte alla vita. Il Cielo incomincia proprio in questa comunione con Gesù.

E in Cielo ci aspetta già Maria nostra Madre – abbiamo celebrato ieri questo mistero. Lei ci ottenga la grazia di nutrirci sempre con fede di Gesù, Pane della vita.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

vi saluto tutti con affetto, romani e pellegrini: le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni, i giovani.

Saluto il gruppo folcloristico “Organización de arte y cultura mexicana”, i giovani di Verona che stanno vivendo un’esperienza a Roma, e i fedeli di Beverare.

Un saluto speciale rivolgo ai numerosi giovani del Movimento Giovanile Salesiano, radunati a Torino nei luoghi di San Giovanni Bosco per celebrare il bicentenario della sua nascita; li incoraggio a vivere nel quotidiano la gioia del Vangelo, per generare speranza nel mondo.

A tutti auguro una buona domenica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me! Buon pranzo e arrivederci!

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