È bene per i cristiani partecipare al Carnevale?
Dipende dal tono e dai contenuti della festa. Divertirsi è gradito a Dio, ma bisogna evitare gli eccessi

© Gaëtan Zarforoushan / Flickr / CC
Il Carnevale si celebra da millenni. Alcuni dicono che venisse festeggiato già nell’antico Egitto, 5.000 anni fa, mentre altri lo fanno risalire all’Impero Romano, derivante dalle feste di Saturno (feste invernali a Roma) e di Bacco, il dio del vino, da cui la parola “baccanale”, che era una festa senza limiti.
Tra i popoli cristiani, soprattutto nel Medioevo, quando durante la Quaresima si vivevano digiuni molto rigorosi e penitenze straordinarie, il Carnevale era la festa che si celebrava nei tre giorni precedenti il Mercoledì delle Ceneri, giorno in cui inizia la Quaresima, e consisteva nel mangiare, bere e ballare abbondantemente.
In seguito vennero introdotte le maschere, rese famose nel Carnevale di Venezia nell’XI secolo. Le maschere servivano a nascondere il volto, e quelli del Carnevale erano gli unici giorni in cui nelle strade si confondevano nobili, plebei e schiavi, perché tutti ballavano e mangiavano senza sosta.
La parola “Carnevale” deriva dal latino “carne levare”, ovvero eliminare la carne nelle case e nei negozi, perché si avvicinava la Quaresima e durante il Medioevo i popoli cristiani di Europa ed Eurasia trascorrevano i 40 giorni della Quaresima, fino alla festa della resurrezione di Cristo, senza mangiare carne.
Dovendo poi eliminare la carne, si facevano grandi mangiate e bevute, sempre accompagnate da travestimenti e balli nelle strade, perché il Carnevale si viveva e si vive in strada. Era come recuperare le feste pagane dei saturnali (feste d’inverno) e dei baccanali, inserite in un calendario cristiano. I festeggiamenti duravano nei tre giorni precedenti l’inizio della Quaresima.
Nei Paesi latini d’Europa, il Carnevale inizia già la settimana precedente, con la celebrazione del “martedí grasso” (in Francia “mardi-gras”) e del “giovedì grasso”, in cui si mangiano insaccati di maiale.
In numerosi Carnevali dell’America Latina figura il Rey Momo, un personaggio centrale, come c’è il Rey Carnestoltas, di analoga etimologia latina del Carnevale, che in alcuni Paesi del Mediterraneo è il re delle feste di Carnevale e viene rappresentato da un pupazzo brutto, mezzo diabolico, che riceve lo scherno o l’ammirazione delle comparse.
Il Carnevale è molto popolare nell’Europa di tradizione cristiana, in America Latina e anche in Africa, dove già esisteva una lunga tradizione nell’uso di maschere, travestimenti molto vistosi e balli. Sono famosi, tra gli altri, i Carnevali di Nigeria, Tanzania e Congo.
In Asia non si conosce il Carnevale, visto che manca la tradizione della Quaresima cristiana, ma tra tutti i popoli di questo continente si celebrano grandi feste con maschere, travestimenti e balli tipici in coincidenza con la metà dell’inverno (estate australe) o dell’estate (inverno australe).
Furono i conquistadores spagnoli e portoghesi a “esportare” le feste di Carnevale in America Latina, che ha finito per essere il continente dei Carnevale più famosi. Il più noto è ovviamente quello di Rio de Janeiro (Brasile), in cui si mescolano due tradizioni: quella dei conquistadores portoghesi e quella dei neri giunti dall’Africa, che hanno “importato” il samba, il ballo tipico in Brasile, Uruguay e Paraguay.
Non c’è Carnevale senza samba, anzi, il più grande teatro all’aperto del mondo è il Sambodromo di Rio, in cui le “strade” formate dalle scuole di samba brasiliane sfilano su carri pieni di persone mascherate, soprattutto di donne in abiti succinti che ballano il samba.
Ci sono sambodromi anche in altri Paesi, come il Paraguay, dove è stato costruito il terzo sambodromo più grande dell’America Latina.
Anche se il samba non è la salsa, ballo tipico dei Paesi dell’America Centrale e tropicale, sono famosi anche i Carnevali di Porto Rico, Santo Domingo, Colombia, Argentina e Cile, solo per citarne alcuni.
Ogni Paese apporta le proprie caratteristiche alle feste carnevalesche, anche se l’essenza è sempre la stessa: sfilate, cibo e bevande in abbondanza, balli, comparse, maschere, travestimenti e sfilate al suono della musica tipica del Paese, sempre allegra e movimentata. Il Carnevale non si festeggia solo nelle capitali, ma in tutte le città, come in Europa.
Accanto agli abiti succinti indossati da alcune donne, ci sono anche quelli pesantissimi che sono una vera e propria opera d’arte, come nel caso del Carnevale di Santa Cruz de Tenerife, nelle Isole Canarie (Spagna), dove si elegge la “Regina” del Carnevale.
In Colombia è famoso il Carnevale di Barranquilla, e in Messico il Carnevale è un richiamo per il turismo proveniente dagli Stati Uniti. Anche in Ecuador e Bolivia, Costa Rica e Guatemala, Cuba ed El Salvador il Carnevale è una festa popolare e coincide con i tre giorni precedenti il Mercoledì delle Ceneri.
In molti luoghi il Carnevale termina con la “sepoltura” della sardina, il pesce quaresimale tipico nel Medioevo.
Si è discusso molto sul fatto che il Carnevale sia o meno una realtà pagana. La tradizione dice di sì, e in alcuni Carnevali spagnoli le comparse usano anche vestiti e simboli che ridicolizzano la religione cristiana, come travestimenti da vescovi e papi.
Molti si chiedono se il Carnevale sia una festa cristiana, e la risposta è “No”, anche se si è approfittato di questa festa per farla coincidere con il calendario cristiano della Quaresima e della Settimana Santa.
Il Carnevale è una festa di origine pagana recuperata nel Medioevo e che la Chiesa di Roma ha tollerato, come è avvenuto in tutte le civiltà in cui c’erano dei giorni all’anno dedicati a festeggiamenti sfrenati.
Altri si chiedono se essendo una festa pagana sia un bene o un male per un cristiano partecipare al Carnevale. In via di principio non c’è niente di male a partecipare al Carnevale, anche se tutto dipende dal tono e dai contenuti della festa.
Per ogni cristiano non è bene mangiare troppo, ubriacarsi o assumere droghe, perché danneggiano la salute del corpo e quindi vanno contro il quinto comandamento, che impone il dovere di a curare il proprio corpo senza esporlo a lesioni come quelle provocate dagli eccessi di alcool o droghe o dalle grandi mangiate.
Ciò non vuol dire che si debba smettere di partecipare alle feste, ma solo che in esse il cristiano deve dimostrare la sua sobrietà e la sua temperanza. Divertirsi è sempre gradito a Dio, ma il divertimento che danneggia il proprio corpo con eccessi non è sano.
(fonte: Aleteia, testo di Salvador Aragonés Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti 24/02/17)
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La gioia e l’allegria del Carnevale spiegate da Joseph Ratzinger
In una riflessione pubblicata nel 1974, il futuro Benedetto XVI illustrava perché questa festa che precede il tempo di Quaresima ha a che fare con l’umanità profonda della fede cristiana. E sottolineava: «Noi cristiani non lottiamo contro, ma a favore dell’allegria»

Maschere a Venezia ANSA
«In merito al Carnevale non siamo forse un po’ schizofrenici? Da una parte diciamo molto volentieri che il carnevale ha diritto di cittadinanza proprio in terra cattolica, dall’altra poi evitiamo di considerarlo spiritualmente e teologicamente. Fa dunque parte di quelle cose che cristianamente non si possono accettare, ma che umanamente non si possono impedire? Allora sarebbe lecito chiedersi: in che senso il cristianesimo è veramente umano?». Comincia così la riflessione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger sul Carnevale, il periodo che precede la Quaresima e in qualche modo ha a che fare con il calendario liturgico cattolico. La riflessione è contenuta nel libro Speranza del grano di senape (Queriniana, Brescia 1974).
«L’origine del carnevale», spiegava Ratzinger, «è senza dubbio pagana: culto della fecondità ed evocazione di spiriti vanno insieme. La chiesa dovette insorgere contro questa idea e parlare di esorcismo che scaccia i demoni i quali rendono gli uomini violenti e infelici. Ma dopo l’esorcismo emerse qualcosa di nuovo, completamente inaspettato, una serenità demonizzata: il carnevale fu messo in relazione con il mercoledì delle ceneri, come tempo di allegria prima del tempo della penitenza, come tempo di una serena autoironia che dice allegramente la verità che può essere molto strettamente congiunta con quella del predicatore della penitenza. In tal modo il carnevale, una volta sdemonizzato, nella linea del predicatore veterotestamentario può insegnarci: “C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere…” (Qo 3,4)».
Per questo, continuava, «anche per il cristiano non è sempre allo stesso modo tempo di penitenza. C’è anche un tempo per ridere. L’esorcismo cristiano ha distrutto le maschere demoniache, facendo scoppiare un riso schietto e aperto. Sappiamo tutti quanto il carnevale sia oggi non raramente lontano da questo clima e in qualche misura sia diventato un affare che sfrutta la tentabilità dell’uomo. Regista è mammona e i suoi alleati. Per questo noi cristiani non lottiamo contro, ma a favore dell’allegria. La lotta contro i demoni e il rallegrarsi con chi è lieto sono strettamente uniti: il cristiano non deve essere schizofrenico, perché la fede cristiana è veramente umana».

Uno dei carri del Carnevale di Viareggio 2025 (ANSA)
In un altro intervento, contenuto nel volume Cercate le cose di lassù. Riflessioni per tutto l’anno (Paoline), Benedetto XVI si soffermava sulle origini del Carnevale indagando il legame con il cristianesimo.
Ecco la sua riflessione: «Il carnevale non è certo una festa religiosa. Tuttavia non è concepibile senza il calendario delle festività liturgiche. Perciò una riflessione sulla sua origine e sul suo significato può essere utile anche per capire la fede. Le radici del carnevale sono molteplici: ebree, pagane, cristiane. Nel calendario delle festività ebraiche ad esso corrisponde all’incirca la festa dei Purim, che ricorda la salvezza di Israele dall’incombente persecuzione degli ebrei nel regno di Persia.
La gioia scatenata con cui la festa viene celebrata vuol essere espressione del senso di liberazione che, in questo giorno, non è solo memoria, ma promessa: chi è nelle mani del Dio di Israele, è libero in partenza dalle insidie dei suoi nemici.
Al tempo stesso, dietro a questa festa scatenata e profana, che aveva e ha tuttavia il suo posto nel calendario religioso, c’e quella conoscenza del ritmo del tempo, validamente espressa nel Libro del Qoèlet. Ogni momento non è il momento giusto per ogni cosa: l’uomo ha bisogno di un ritmo, e l’anno gli dà questo ritmo, nel creato e nella storia che la fede presenta nel corso dell’anno. Siamo così giunti all’anno liturgico, che fa percorrere all’uomo l’intera storia della salvezza nel ritmo del creato, ordinando e purificando così il caos e la molteplicità del nostro essere. In questo ciclo di creazione e storia non è tralasciato nessun aspetto umano, e solo così viene salvato tutto ciò che è umano, i lati oscuri come quelli luminosi, la sensorialità come la spiritualità.
Tutto riceve il proprio posto nell’insieme che gli dà un senso e lo libera dall’isolamento. Perciò è sciocco voler prolungare il carnevale come vorrebbero affari e scadenzari: questo tempo arbitrario diventa noia, perché in esso l’uomo diviene soltanto creatore di se stesso, è lasciato solo e si trova davvero abbandonato. Il tempo non è più il molteplice dono del creato e della storia, ma il mostro che divora se stesso, l’ingranaggio vuoto dell’eternamente uguale, che ci fa girare in un cerchio insensato.
Ma torniamo alle radici del carnevale. Accanto ai precedenti ebraici ci sono quelli pagani, il cui volto truce e minaccioso ci fissa ancora dalle maschere dei paesi alpini e svevo-germanici. Qui si celebravano i riti della cacciata dell’inverno, dell’esorcismo delle potenze demoniache. A questo punto possiamo notare qualcosa di molto significativo: la maschera demoniaca si trasforma, nel mondo cristiano, in una divertente mascherata, la lotta pericolosissima con i demoni si cambia in gaudio prima della gravità della Quaresima. In questa mascherata avviene ciò che riscontriamo spesso nei salmi e nei profeti: essa diviene scherno di quegli dei, che chi conosce il vero Dio non deve più temere.
Le maschere degli dei sono divenute uno spettacolo divertente, esprimono la gioia sfrenata di coloro che possono trovare motivi di comicità in ciò che prima faceva paura. In questo senso è presente nel carnevale la liberazione cristiana, la libertà dell’unico Dio, che rende perfetta quella libertà ricordata dalla festa ebraica del Purim».
(fonte: Famiglia Cristiana 16/02/2026)

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