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giovedì 11 giugno 2026

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV IN SPAGNA 6-12 GIUGNO 2026 - Con il coraggio dei bambini

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV
IN SPAGNA

6-12 GIUGNO 2026

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Mercoledì, 10 giugno 2026

BARCELLONA - MONTSERRAT - BARCELLONA

16:30 INCONTRO CON LE REALTÀ DI CARITÀ E ASSISTENZA DIOCESANE nella Chiesa di San Agustí
19:30 SANTA MESSA nella Basilica della Sagrada Família
Inaugurazione della torre di Gesù Cristo


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Con il coraggio dei bambini


«E un fanciullo li guiderà». Il versetto di Isaia 11, 6 è il commento perfetto alla giornata del Papa di ieri, 10 giugno, a Barcellona. Nel mondo rovesciato, paradossale dell’Antico Testamento, in attesa delle Beatitudini, dove «il lupo dimorerà insieme con l’agnello», i piccoli non sono guidati ma sono le guide.

Ieri Papa Leone si è incontrato con due bambini, Renzo e Valentina: il primo l’ha “interrogato”, la seconda lo ha “istruito” e il Pontefice, seguendo la profezia di Isaia, si è lasciato guidare.

Renzo è il bambino che ha prima scritto e poi letto, nella chiesa di Sant’Agostino gremita di gente, una lettera zeppa di domande “impossibili” come quelle dei bambini, le uniche degne di essere fatte. E il Papa si è compiaciuto e divertito a rispondergli, abbracciandolo al termine di un dialogo pieno di sofferenze e tenerezza.

Valentina è la bambina che ha accolto il Papa davanti alla Sagrada Família e ha spiegato, mostrando un piccolo plastico, come è fatta la Torre di Gesù che, al termine della messa, Leone XIV ha inaugurato con la sua benedizione. Valentina è una fanciulla non vedente ma, aiutandosi con il tatto su questo plastico fatto ad hoc per i ciechi, ha illustrato per filo e per segno la grandiosa opera architettonica. Non contenta, alla fine ha regalato al Papa un suo disegno con queste paradossali parole: «Santità, questo è un disegno della Torre. L’ho disegnata il primo giorno che l’ho vista, è così che io la capisco, attraverso il tatto». Valentino ha “visto” la Torre. E soprattutto è riuscita a farla vedere. La scena è stata intensa, emozionante. Il Papa, accompagnato dai Reali di Spagna, ascoltava la “lezione” in silenzio, con ammirazione.

Renzo e Valentina, proprio come nel finale del bellissimo racconto Cattedrale di Carver: un cieco chiede al protagonista di spiegargli cos’è una cattedrale, una domanda quasi impossibile. E alla fine pensa bene di mettere la propria mano su quella del suo interlocutore (lo scrittore, il vero cieco), e guidarla nell’impresa di un disegno; insieme disegnano una cattedrale e alla fine, nell’ultimo tratto, gli chiede di continuare a disegnare chiudendo gli occhi. A volte è necessario fare un salto nel buio per incontrare la luce e finalmente vedere.

Martedì sera, 9 giugno, alla Veglia allo stadio di Barcellona, il Papa aveva espresso proprio questo concetto invitando le migliaia di giovani ad attraversare le oscurità della vita per scoprire che in quelle ombre si nasconde una grande luce. Bisogna avere il coraggio di fare questo salto, il coraggio di un bambino.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Andrea Monda 11/06/2026)

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INCONTRO CON LE REALTÀ DI CARITÀ E ASSISTENZA DIOCESANE

Chiesa di Sant’Agostino (Barcellona)
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Alle ore 15.30, il Santo Padre si è trasferito in auto alla Chiesa di San Agustí nel quartiere del Raval di Barcellona.

Al suo arrivo, il Pontefice è stato accolto dall’Arcivescovo Metropolita di Barcellona, l’Em.mo Cardinale Juan José Omella Omella, e dal Parroco, P. Faustin John Mlelva, che gli ha porto la croce e l’acqua benedetta per l’aspersione.

Dopo le parole di benvenuto del Cardinale Arcivescovo, la testimonianza di un rappresentante della Caritas diocesana, una testimonianza sul tema delle dipendenze e una sul tema della tratta delle donne, è stato eseguito un canto.

Quindi, il Santo Padre, subito dopo una video testimonianza e la lettura di alcune domande a Lui rivolte, ha pronunciato il Suo discorso.

Al termine dell’incontro, dopo la Benedizione e un canto finale, il Santo Padre ha salutato alcuni membri delle associazioni caritative.

 







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DISCORSO DEL SANTO PADRE


Cari fratelli e sorelle, buon pomeriggio!

Ringrazio il Cardinale Arcivescovo per il cordiale benvenuto e per le parole che mi ha rivolto, così come anche il delegato della pastorale sociale e coloro che hanno condiviso con noi le loro testimonianze sulle realtà caritative e di assistenza diocesane. Vorrei ringraziare Renzo per la sua lettera e per le domande che mi fa: cercherò di rispondere ad alcune.

Quella a cui ho già risposto è che non volevo essere Papa, né come giovane né come vecchio, ma, quando il Signore chiama, bisogna rispondere “sì”.

Prima di rispondere alle domande vorrei solo dirvi: grazie mille per l’accoglienza! Qui mi sento davvero a casa. E grazie per tutto ciò che rappresentate. Il motivo, penserete, è ovvio, evidente: è Sant’Agostino; ma vi racconto che la prima volta che sono venuto in questa chiesa – non c’era questo Arcivescovo che è qui al mio fianco – era il 1984. Stavo viaggiando via terra da Roma a León e sono arrivato e ho detto: “Sapete? A Barcellona c’è una chiesa di Sant’Agostino, andiamo a visitarla”. Era chiusa. Oggi è aperta, e com’è bello trovare una chiesa con una comunità di Agostiniani e con tante persone che vivono, che lodano Dio, che trovano comunità, accoglienza, integrazione in questa chiesa e in questa pastorale sociale. Grazie mille a tutti, davvero.

Riguardo alla domanda sul calcio, tutti sanno che adesso gioco a tennis. Giocavo a calcio, ma football americano, un po’ più violento! Ma anche con i seminaristi, quando ero a Trujillo, giocavo a calcio, in difesa, se può interessare, non ero un gran goleador. Ma quando sono stato la prima volta a Roma, lì ho vissuto la prima esperienza del “Mundial”, nel 1982, che era qui in Spagna. Poi, in Perù, con i seminaristi, seguivo molto le squadre locali; ma giocavo anche con i seminaristi; un po’ di sport fa bene a tutti, bisogna cercare di mantenere, per così dire, una buona salute: corpo, mente e anima. Quindi, questo ha fatto davvero parte della mia vita. Inoltre, il calcio ci aiuta anche a ricordare una cosa molto importante: che la vita non è una gara da vivere da soli, è qualcosa che si gioca in squadra, e bisogna imparare a correre insieme. Quindi, in questo senso, chi è in grado di diventare una stella ma non passa mai la palla, non permette agli altri di entrare in partita e probabilmente finirà per perdere. E quindi, pensando anche a noi e a come integrarci in una squadra, vorrei anche riconoscere e congratularmi per tutto quello che state facendo qui.

Seconda domanda, già ho risposto, ma seguo un po’ il testo, se no ci perdiamo e finiamo alle otto e mezza!

Mi chiedi se da piccolo volessi diventare Papa. Beh, Renzo, credo di no. Credo di non averci mai pensato. Ma posso dirti questo: da piccolo sentivo il desiderio di dedicare la mia vita a Dio. Non sapevo ancora del tutto come, né dove mi avrebbe portato il Signore. Col tempo ho scoperto che Gesù mi chiamava a seguirlo come sacerdote, e che quel cammino passava per l’ordine di sant’Agostino. Ma questo non vale solo per me. Ogni bambino è un sogno di Dio. Anche tu, Renzo, lo sei. Dio desidera la felicità di tutti e vuole che, fin da piccoli e per tutta la vita, conserviamo un cuore come quello dei fanciulli (cf. Mt 18,3): capace di fidarsi, pieno di bontà. Il Signore vuole che siamo suoi amici e che non ci allontaniamo da Lui. Per questo motivo, più importante che chiedersi se uno sarà sacerdote, medico, maestro, padre di famiglia o altro, è essenziale chiedersi se vogliamo essere amici di Gesù. Perché l’amicizia con Gesù ci dà gioia, ci rende liberi e ci aiuta a vedere, passo dopo passo, la vocazione e il cammino che Dio ha pensato per ciascuno.

Non è facile, Renzo, trovare la risposta alla tua domanda sul perché ci siano persone alle quali succedono cose cattive e, invece, ad altre no. Pensare alla vita di Gesù ci può aiutare. La Parola di Dio ci dice che nostro Signore «passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo» (At 10,38) e, tuttavia, sappiamo che fu crocifisso. La sua storia però non finisce lì, perché il terzo giorno è risuscitato, ha vinto il male, ha vinto la morte. Attraverso la vita di Gesù Cristo, Dio ci mostra che, anche se c’è sofferenza, Egli non abbandona mai alcuno dei suoi figli, perché ci ha preparato una gioia eterna dove non ci saranno più sofferenze né dolore. Abbiamo fiducia, dunque: Gesù è con noi, ci aiuta e ci accompagna, e ci dà forza per affrontare i momenti difficili che possiamo incontrare nella vita.

Riguardo ai nonni, sì, i nonni sono molto importanti nella vita delle famiglie. Non dovrebbero mai restare soli. Spesso sono loro a prendersi cura dei nipoti mentre i genitori vanno a lavorare e così, con affetto e dedizione, aiutano i bambini a conoscere l’amore di Dio e del prossimo, affinché metta radici nei loro cuori e un giorno diventino uomini e donne buoni. E come dobbiamo ricambiare l’amore? Con amore. È quello che Gesù desidera che facciamo. Prendersi cura e accompagnare i nostri nonni nella loro vecchiaia, così come loro, un tempo, si presero cura di noi. Non permettiamo che la solitudine e l’abbandono diventino normali nella vita degli anziani. Ciò è qualcosa di molto triste. Teniamo il nostro cuore aperto a tutti loro. E anche se non sono i nostri nonni, non permettiamo che si sentano soli né indifesi. Perché, se non vogliamo la solitudine per noi stessi, non dobbiamo permetterla nemmeno per gli altri.

Alla domanda se dobbiamo perdonare sempre, Gesù ci risponde di sì. Un giorno Pietro gli chiese: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli disse: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,21-22). Con questo Gesù voleva dire: perdona sempre. Occorre però capire bene che cosa significa perdonare. Perdonare non significa dire che il male è stato giusto, né permettere a qualcuno di continuare a fare del male. Non significa dimenticare per forza, come se nulla fosse accaduto. Perdonare significa non lasciare che l’odio diventi padrone del nostro cuore. Gesù ci chiede di perdonare perché è l’unico modo per sperimentare la pace di Dio e guarire le ferite spirituali. Quando perdoniamo, imitiamo l’esempio di Gesù, che perdonò coloro che lo crocifiggevano. La nostra disponibilità a perdonare è condizione per il perdono che riceviamo da Dio.

Fratelli e sorelle,

essere qui, in questa chiesa di Sant’Agostino, apre il nostro cuore a una verità che il santo vescovo di Ippona ci indica: essere cristiani è, innanzitutto, un dono, una grazia. Fondati in Cristo, che è la pietra viva, percepiamo l’azione dello Spirito Santo, con la convinzione che ogni sforzo compiuto sinceramente per cooperare con Lui in favore del nostro prossimo sarà benedetto dal Padre celeste, nel quale poniamo la nostra speranza. Come membra del corpo mistico di Cristo, siamo realmente legati al destino di coloro che Dio ama e invita a condividere la sua vita.

Chiamati ad amare Dio e, per amore di Lui, i nostri fratelli, siamo anche inviati a incontrare tutti. Il cristiano, oltre a essere gentile e amabile, deve essere compassionevole, amare senza interesse e cercare il bene degli altri, sapendo che in ogni fratello e sorella che soffre è lo stesso Signore a chiedere e ricevere, a essere accolto o rifiutato, amato o disprezzato.

La carità evangelica, fondata in Gesù Cristo e alimentata dal suo amore, dà forma e identità alla vita personale e comunitaria di ogni cristiano. Da ciò deriva che ogni comunità ecclesiale diocesana, mossa dalla carità e istruita dallo Spirito Santo, è chiamata ad avvicinarsi, secondo le proprie possibilità e capacità, con discrezione, delicatezza e perseveranza alle ferite e ai bisogni dei più piccoli e vulnerabili per alleviare le loro sofferenze e porre rimedio alla loro povertà. Voi tutti lo fate imitando la generosità del nostro Signore Gesù Cristo che, per amore nostro, essendo ricco, si fece povero per arricchirci con la sua grazia e la sua salvezza, chiamandoci a riconoscerlo e soccorrerlo nei più bisognosi (cf. Mt 25,40).

Per questo, è una gioia incontrare questa sera tutti voi che, in modi diversi, siete concretamente legati all’assistenza, all’accompagnamento e alla promozione di coloro che ne hanno più bisogno, soprattutto nei tempi che stiamo vivendo, nei quali sembra essersi perso il senso della sacra dignità della persona umana.

Vorrei sottolineare che come cristiani siamo chiamati al compito di rendere presente l’amore di Dio per ogni uomo e ogni donna, nel tessuto della storia. Il libro della Genesi ci narra che «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò» (Gn 1,27).

In ciò risiede la dignità inalienabile di ogni essere umano, che non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze che accumula o dal ruolo che svolge, ma dal dono che lo precede e lo eccede, dato da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno (cf. Magnifica humanitas, 50).

Il Signore, dunque, ci invita ad accogliere ogni donna come sorella e ogni uomo come fratello. Figli dello stesso Padre, ogni persona è costitutivamente fatta per la relazione; è stata pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con la creazione (cfr. ibid.). Un’espressione singolare di questo desiderio divino si realizza nelle realtà caritative e di assistenza diocesane di cui voi fate parte e che portate avanti con impegno e dedizione, con la consapevolezza che la persona umana sta al centro dell’azione della Chiesa (cf. Gaudium et spes, 24) e che la carità è «il più grande comandamento sociale» (CCC, 1889).

Vi incoraggio affinché, uniti ai vostri pastori, continuiate ad animare questi apostolati, dando testimonianza del Vangelo e mostrando al mondo la bellezza della vita cristiana, che anticipa qui e ora la giustizia e la pace che saranno perfette nel Regno di Dio. Siate, quindi, testimoni credibili della speranza cristiana nel servizio sollecito ai fratelli e alle sorelle che, in una condizione di vita precaria, segnata dalla privazione, dalla fragilità o dalla marginalizzazione, oltre all’aiuto materiale e al sostegno morale, necessitano di Dio, della sua amicizia, della sua benedizione, della sua Parola, dei suoi Sacramenti e della proposta di un percorso di crescita e di maturazione nella fede (cf. Evangelii gaudium, 200).

Depongo ai piedi di Nostra Signora del Buon Consiglio il vostro lavoro e la vostra dedizione, affinché la sua intercessione vi accompagni e il Signore faccia abbondantemente fruttificare tutto il bene che cercate. Che Dio vi benedica. Molte grazie.

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SANTA MESSA

Basilica della Sagrada Família (Barcellona)
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Alle ore 18.30, il Santo Padre Leone XIV si è trasferito in auto e successivamente in papamobile alla Basilica della Sagrada Família per presiedere la Santa Messa e la benedizione per l’inaugurazione della Torre di Gesù Cristo.

Al suo arrivo, alle ore 19.00, il Papa è stato accolto dal Re di Spagna, Felipe VI e dalla Regina Letizia. Prima di recarsi in sagrestia, Leone XIV ha visitato la cripta e la tomba di Antoni Gaudì accompagnato dall’Arcivescovo Metropolita di Barcellona, Em.mo Cardinale Juan José Omella Omella.

Alle ore 19.30 il Papa ha presieduto la Celebrazione Eucaristica.

Dopo i riti di introduzione e la Liturgia della Parola in catalano e spagnolo, Papa Leone XIV ha pronunciato l’omelia.

Al termine della Santa Messa, dopo le parole di ringraziamento dell’Arcivescovo Metropolita di Barcellona, il Pontefice ha raggiunto l’esterno della Basilica per l’inaugurazione della Torre di Gesù Cristo e per la benedizione dei fedeli.

Quindi il Papa ha assistito a uno spettacolo di luci e fuochi d’artificio e, prima di congedarsi dal Re di Spagna, ha svelato una targa commemorativa.




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OMELIA DEL SANTO PADRE


«O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra» (Sal 8,2.10).

Con la lode di questo Salmo, così pieno di gioia e stupore, saluto tutti voi, carissimi fratelli e sorelle. Esprimo riconoscenza alle Loro Maestà e ringrazio il Signor Cardinale Juan José Omella, Arcivescovo di Barcellona, così come gli altri fratelli nell’Episcopato e quanti si uniscono alla nostra preghiera: i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose e i seminaristi. In questa sera, festa per tutta la città di Barcellona, estendo il mio grato saluto alle Autorità nazionali, regionali e locali, nonché ai membri di altre comunità cristiane e di altre religioni che partecipano alla nostra azione di grazie.

Oggi, infatti, la Basilica della Sacra Famiglia ci accoglie, aprendo le sue porte come braccia spalancate per invitare ciascuno a questo altare, all’ascolto della parola di Dio, che ci costituisce famiglia amata dal Signore, nutrita dalla sua stessa vita nell’Eucaristia. È così che Barcellona, la ciutat comtal, e tutta la Catalogna si radunano in questo tempio, segno di unità e di concordia, e alzano lo sguardo per incontrare il volto di Dio Padre, raggiante nel suo Figlio fatto uomo, Gesù Cristo.

Mentre rendiamo grazie al Signore per la sua carità verso di noi, lo lodiamo per quel che opera nella nostra vita. Lo ringraziamo in particolare per questa straordinaria Basilica, che Papa Benedetto XVI ha dedicato nel 2010, ricordando che è segno visibile del Dio invisibile, per la cui gloria svettano le sue torri (cfr Omelia per la dedicazione, 7 novembre 2010). In continuità con la preghiera del mio Predecessore, tra poco benedirò la torre più alta, quella di Gesù Cristo.

Questa chiesa è un unico edificio, composto di molte pietre. Una casa che cresce con costanza negli anni, secondo un identico progetto. Noi tutti siamo le pietre vive di quest’opera, che ha Cristo per fondamento e culmine, inizio e fine. Molto più di un monumento, la Basilica della Sacra Famiglia è ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento.

Non abitiamo dunque un’opera incompiuta, ma un tempio ancora in costruzione. La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa, che vogliamo onorare con coerenza. La nostra gratitudine diventa allora impegno, mentre cooperiamo al progetto di Dio, cioè alla costruzione cui Egli stesso ci chiama. Poiché siamo tempio dello Spirito Santo (cfr 1Cor 6,16.19), quest’opera coincide con la nostra vita, che Dio pensa come un capolavoro da realizzare insieme.

In proposito, custodiamo nel cuore la parola rivolta dal Signore al re Davide: «Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?» (2Sam 7,5). Al contrario, «il Signore ti annuncia che farà a te una casa» (v. 11). Con quest’annuncio, la Scrittura ci insegna che non siamo noi a dare un posto a Dio, come se fosse l’elemento di una serie o la parte di un tutto più grande di Lui. È invece Dio che dà posto a noi, e il posto che ci dona è il suo cuore: il posto del Figlio, per noi che eravamo estranei; il posto dell’Amato, per noi che siamo peccatori.

Questa sua volontà si compie mediante Gesù: possiamo allora cogliere il senso di quel che abbiamo ascoltato nel Vangelo, quando il Signore dice ai farisei: «Se non crederete che Io Sono, morirete nei vostri peccati» (Gv 8,24). Parole forti, che non sono affatto minacce, né un ricatto. Sono un invito di salvezza, cioè un appello alla libertà da parte di Cristo, che vuole per noi il bene definitivo, eterno. Davanti alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi. “Io Sono”: questo è il Nome santissimo che Dio consegnò a Mosè dal roveto ardente, rivelando la propria indistruttibile fedeltà. Fatto uomo, Egli diventa per noi l’Emmanuele, sorgente di grazia e di perdono, di salvezza e di vita nuova. Carissimi, non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria.

Questa sera ricordiamo dunque che la Croce di Cristo, posta in cima a questa Basilica, è la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno. Tutte e tre le facciate della Sacra Famiglia lo attestano: il Primo si fa ultimo per noi nella Natività; col suo Sacrificio ci redime mediante la Passione; la sua morte ci dona vita eterna facendoci partecipi della gloria divina. Ammirando la torre di Gesù Cristo, alziamo a Lui lo sguardo, a Lui che solo ci svela la verità di Dio e la verità di noi stessi. Guardando a Cristo possiamo vedere il mondo con occhi rinnovati: la torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza. Nella Croce di Gesù la nostra fede raggiunge il vertice, come professa l’iscrizione che è posta alla base della guglia: “Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, tu solus Altissimus”. Questa Croce brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo.

Sì, la luce di Cristo brilla nelle tenebre, anche se le tenebre non l’hanno accolta (cfr Gv 1,5.11). Questo rifiuto non fa però venir meno l’amore di Dio: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo», dice il Signore, «allora conoscerete che Io Sono e che nulla faccio da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato» (Gv 8,28). Occorre passare attraverso la passione del Crocifisso, per essere illuminati dalla gloria del Risorto: da sempre, infatti, il Padre insegna a dare la vita e il Figlio, che la riceve da Lui, a tutti la dona con potenza di Spirito Santo. Ecco perché proprio la Croce è il segno luminoso del suo amore.

La fede dà forma alle pietre e senso all’edificio che stiamo abitando insieme. Nella nostra preghiera scopriamo perciò l’originario legame delle cose con Dio, creatore del cielo e della terra: Egli è l’artista che ha impresso il suo splendore nel cosmo. Creato a sua immagine, l’uomo corrisponde all’opera di Dio col proprio ingegno: è così che l’artista fa del talento una lode e della creatività la testimonianza del Creatore stesso. Come architetto ardente di fede, il venerabile Antoni Gaudì pensò questi spazi volendo raccontare i misteri della vita del Signore: in tal modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che porta all’incontro con Cristo nato, morto e risorto per noi. Insieme a Gaudì, commemorando il centenario della sua morte, ricordiamo e ringraziamo questa sera tutti i promotori e i benefattori, gli artisti e le maestranze che cooperano a edificare un capolavoro architettonico che è anche un eloquente catechesi fatta di pietre, di colori e di luce. Nella sua saggezza, la Chiesa rinnova così la Biblia pauperum delle antiche cattedrali, che sono in sé stesse ricchissimi messaggi di evangelizzazione. In questo tempio d’immagini appare ancor più evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione.

Cari fratelli e sorelle, la bellezza di questo tempio ci sproni ad imparare sempre più dal nostro Maestro e Signore l’arte di vivere secondo il suo Vangelo. Mentre alziamo lo sguardo a Lui, il Crocifisso Risorto, impegniamoci a sollevare il viso di chi è nella polvere (cfr 1Sam 2,8). E dimostriamo così che la Sacra Famiglia è la chiesa più alta del mondo non per primeggiare in classifiche mondane, ma per guidare i passi del popolo di Dio pellegrino in questa terra di Catalogna, con la croce che illumina il cammino, come lampada accesa nell’attesa del ritorno dello Sposo.

Dio sia benedetto per sempre!

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Papa Leone XIV benedice la nuova Torre di Gesù della Sagrada Família






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