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sabato 20 giugno 2026

Giornata Mondiale del Rifugiato: oltre i numeri, il dovere di non voltarsi dall’altra parte

Giornata Mondiale del Rifugiato:
oltre i numeri, il dovere di non voltarsi dall’altra parte

Secondo il rapporto Global Trends 2025 dell’UNHCR, alla fine del 2025 erano 117,8 milioni le persone costrette alla fuga nel mondo: circa una persona ogni 70 abitanti del pianeta. Il messaggio di Leone XIV: i migranti non sono problemi ma persone portatrici di dignità e speranza

Migranti in attesa di papa Leone XIV a Tenerife, il 12 giugno. ANSA

Oggi la Giornata Mondiale del Rifugiato ci invita a fermarci per guardare una delle grandi questioni del nostro tempo: milioni di persone costrette a lasciare la propria casa per sfuggire a guerre, persecuzioni, violenze e violazioni dei diritti umani.

È una ricorrenza che rischia di trasformarsi in un rito formale, scandito da statistiche e dichiarazioni di circostanza. Eppure, dietro ogni cifra si nasconde una storia: una famiglia separata, un bambino che interrompe gli studi, una madre che attraversa confini sconosciuti, un padre che perde il lavoro, la casa e spesso la speranza.

Secondo il più recente rapporto Global Trends 2025 dell’UNHCR, alla fine del 2025 erano 117,8 milioni le persone costrette alla fuga nel mondo: circa una persona ogni settanta abitanti del pianeta. Una cifra enorme, spaventosa, anche se in lieve calo rispetto all’anno precedente, la prima dopo oltre un decennio di crescita quasi continua. (UNHCR)

I rifugiati nel mondo sono oggi 41,6 milioni, mentre altri 68,7 milioni vivono sfollati all'interno dei propri Paesi e circa 9 milioni attendono ancora una decisione sulla propria domanda d'asilo. (UNHCR)

Come interpretare questo calo complessivo? I dati raccontano una realtà complessa. Nel 2025 quasi 14,7 milioni di persone sono rientrate nelle proprie aree di origine, tra cui 4,4 milioni di rifugiati. Molti di questi ritorni hanno riguardato Afghanistan, Siria e Sudan. Tuttavia, come sottolinea l’UNHCR, numerosi rientri sono avvenuti in condizioni estremamente fragili, in territori ancora segnati da instabilità, povertà e insicurezza. Tornare a casa non significa necessariamente aver ritrovato una vita dignitosa.

Esiste poi un dato particolarmente significativo: sette rifugiati su dieci vivono in situazioni di esilio prolungato. Per milioni di persone la fuga non è più una parentesi temporanea, ma una condizione permanente. Anni trascorsi in campi profughi, in periferie urbane o in Paesi che li accolgono senza poter offrire reali prospettive di integrazione.

Questa constatazione obbliga a una riflessione più profonda. Troppo spesso il dibattito pubblico riduce il tema dei rifugiati a una questione di numeri, quote, confini e controlli. Sono aspetti che hanno un riflesso sulla vita delle società, certamente, ma non possono essere gli unici criteri di valutazione. Il vero interrogativo riguarda il futuro delle persone che hanno perso tutto. Come costruire opportunità di studio, lavoro e autonomia? Come evitare che intere generazioni crescano dipendendo esclusivamente dagli aiuti umanitari?

L'UNHCR ha scelto di concentrare l'attenzione proprio su questo punto, lanciando una strategia che punta a ridurre drasticamente entro il 2035 il numero di rifugiati intrappolati in condizioni di dipendenza prolungata dall'assistenza. L'obiettivo non è soltanto garantire protezione, ma creare le condizioni affinché chi è stato costretto a fuggire possa tornare a essere protagonista della propria vita.

Anche alcuni luoghi comuni meritano di essere superati. La maggior parte dei rifugiati non raggiunge infatti i Paesi più ricchi del mondo. Circa il 65% trova protezione in Stati confinanti con il proprio Paese d'origine, spesso nazioni a basso o medio reddito che sopportano il peso maggiore dell'accoglienza. Sono comunità che, pur disponendo di risorse limitate, continuano a offrire rifugio a milioni di persone.

La Giornata Mondiale del Rifugiato arriva inoltre in un momento delicato per il sistema umanitario internazionale. Le esigenze crescono, mentre i finanziamenti diminuiscono. Lo stesso UNHCR ha segnalato nel 2025 una significativa riduzione delle risorse disponibili, con inevitabili conseguenze sui servizi essenziali destinati alle popolazioni più vulnerabili.

Per questo il 20 giugno non dovrebbe essere soltanto un'occasione per esprimere solidarietà. Dovrebbe diventare un momento di responsabilità collettiva. In un'epoca segnata da conflitti persistenti, tensioni geopolitiche e crisi climatiche sempre più frequenti, il destino dei rifugiati non riguarda soltanto chi fugge. Riguarda il modello di società che intendiamo costruire.

Difendere il diritto d'asilo, promuovere l'inclusione e contrastare l’indifferenza non sono gesti di generosità sono scelte che definiscono la qualità morale e democratica delle nostre comunità.

Perché, in fondo, la storia dei rifugiati ci ricorda una verità semplice e universale: nessuno sceglie di diventare rifugiato. Ma tutti possiamo scegliere come guardare chi è stato costretto a fuggire.

Un gesto di tenerezza di Leone XIX con alcuni migranti a Tenerife, lo scorso 12 giugno. (ANSA)

Papa Leone XIV ha scelto come tema della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato la frase «Anche uno solo di questi bambini», richiamando il Vangelo di Matteo («Chi accoglie uno solo di questi bambini accoglie me»). Con questa scelta ha voluto attirare l’attenzione sui minori migranti e rifugiati, considerati tra le persone più vulnerabili nei percorsi di fuga e di migrazione.

Nel suo recente viaggio nelle Isole Canarie, uno dei principali punti di approdo delle rotte migratorie verso l'Europa, Leone XIV ha affermato che «tutti noi siamo migranti», invitando a guardare ai rifugiati non come a un problema ma come a persone portatrici di dignità, storia e speranza. Ha chiesto maggiore solidarietà, integrazione e percorsi legali e sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e povertà. Inoltre ha denunciato la «normalizzazione» delle morti lungo le rotte migratorie, affermando che la storia giudicherà severamente chi resta indifferente davanti a queste tragedie.
(fonte: famiglia Cristiana, articolo di Paolo Perazzolo 20/06/2026)