Maturità 2026, tra la fatica e i confini:
cosa ci aspettiamo dai nostri figli?
Di fronte alle tracce della prima prova di italiano della Maturità 2026, una domanda sorge spontanea: che idea di società stiamo trasmettendo alle nuove generazioni? E soprattutto, cosa ci aspettiamo da questi ragazzi che oggi affrontano il loro primo vero esame da cittadini?
Le tracce scelte dal Ministero non sono mai neutre. Non lo sono perché ogni tema proposto racconta un pezzo di Paese, una gerarchia di valori, una visione del presente e del futuro. Quest’anno, più che in altre occasioni, colpisce la scelta di affiancare riflessioni sulla fatica e sul merito a un testo del sociologo Frank Furedi dedicato al tema dei confini e del passaggio all’età adulta.
La presenza di un testo di Furedi, intellettuale noto per le sue posizioni conservatrici e per la sua vicinanza culturale alle politiche del governo ungherese di Viktor Orbán, ha immediatamente suscitato discussioni. Non tanto perché uno studente debba condividere le idee dell’autore proposto – la scuola deve insegnare il pensiero critico, non l’adesione ideologica – quanto perché la scelta appare significativa nel quadro culturale e politico del nostro tempo.
Accanto a questa traccia emerge poi quella ispirata alle riflessioni del giornalista Mario Calabresi sul valore della fatica. Un tema che intercetta una delle grandi questioni del nostro tempo: una società che promette successo immediato ma che continua a chiedere sacrifici crescenti ai giovani.
La fatica è certamente un valore. Nessuna generazione può crescere senza imparare la disciplina, la perseveranza, la capacità di affrontare le difficoltà. Tuttavia, la domanda che molti ragazzi potrebbero porsi è un’altra: la fatica viene davvero premiata nella società contemporanea?
Molti maturandi appartengono a una generazione che ha conosciuto soltanto crisi. Sono nati negli anni della grande recessione, hanno vissuto da adolescenti la pandemia, hanno assistito alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, osservano un mercato del lavoro sempre più precario e vedono il costo della casa diventare proibitivo. Sentono continuamente parlare di sacrificio, ma molto meno di diritti, di giustizia sociale, di redistribuzione delle opportunità.
È inevitabile che, leggendo una traccia sulla fatica, qualcuno abbia pensato ai propri genitori che lavorano sempre di più per mantenere lo stesso tenore di vita di dieci anni fa. O ai laureati costretti ad accettare stage sottopagati. O ai giovani che emigrano all’estero non per spirito di avventura ma per necessità.
La fatica, allora, non può essere celebrata come un valore astratto. Deve essere collegata alla dignità del lavoro, alla possibilità concreta di costruire un futuro, alla speranza che l’impegno trovi un riconoscimento.
L’altra parola che attraversa simbolicamente questa maturità è “confine”. Furedi la utilizza in un’accezione esistenziale, come passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Tuttavia, nel clima culturale europeo degli ultimi anni, la parola confine evoca inevitabilmente anche altro: frontiere, identità nazionali, sovranità, migrazioni.
È difficile non vedere in questa scelta una fotografia dell’Europa contemporanea, attraversata da paure, da spinte identitarie e da un crescente ripiegamento nazionale. Un continente che sembra aver smarrito la fiducia nel futuro e che spesso cerca sicurezza nella costruzione di nuovi muri, fisici o culturali.
Per questo la vera sfida dei maturandi non è semplicemente svolgere bene un tema. È dimostrare di saper andare oltre il testo. Di saper interrogare criticamente le parole “fatica”, “confine”, “identità”, “merito”. Di chiedersi chi resta escluso quando si parla soltanto di successo individuale. Di riflettere su cosa significhi essere cittadini in un mondo sempre più interdipendente.
Che cosa ci aspettiamo dunque da questi ragazzi?
Non che ripetano formule confezionate dagli adulti. Non che aderiscano a una visione politica o culturale prestabilita. Ci aspettiamo piuttosto che sappiano pensare con la propria testa.
Che comprendano il valore dell’impegno senza trasformarlo in una religione del sacrificio. Che riconoscano l’importanza delle identità senza cadere nell’ossessione dei confini. Che imparino a competere senza dimenticare la solidarietà. Che sappiano utilizzare la libertà come responsabilità verso gli altri.
La vera maturità non si misura nel numero di pagine scritte oggi sui banchi di scuola. Si misurerà domani, quando questi giovani saranno chiamati a costruire un Paese più giusto di quello che abbiamo consegnato loro.
(fonte: Faro di Roma, articolo di S. I. 18/06/2026)
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Il sogno di una nuova maturità
