VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE
13-23 APRILE 2026
Sabato 18 aprile 2026
YAOUNDÉ – LUANDA
09:30 SANTA MESSA all’Aeroporto di Yaoundé-Ville
12:00 CERIMONIA DI CONGEDO all'Aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen
12:30 Partenza in aereo dall'Aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen per Luanda
Parole del Santo Padre ai giornalisti durante il volo diretto a Luanda
15:00 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Luanda “4 de Fevereiro”
CERIMONIA DI BENVENUTO
15:40 VISITA DI CORTESIA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA nel Palazzo Presidenziale
16:15 INCONTRO CON LE AUTORITÀ, CON LA SOCIETÀ CIVILE E CON IL CORPO DIPLOMATICO
19:00 INCONTRO PRIVATO CON I VESCOVI DELL’ANGOLA
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Leone XIV pellegrino nel Continente africano - Camerun
Gli incontri di sabato mattina
Duecentomila fedeli alla messa presso l’aeroporto di Yaoundé-Ville
«Nessuna tempesta può abbattere chi rimane saldo in Cristo»
Il volto di una neonata spunta dal pagne, il tipico marsupio di stoffa che le donne dell’Africa si annodano tra petto e spalle per portare in giro i loro figli. A pochi metri una donna trasporta su una carriola un’anziana disabile, mentre un uomo in sedia a rotelle e privo della gamba sinistra cerca di farsi spazio nel muro di teste avvolte in copricapi maculati o colorati e di braccia tese verso l’alto con la fotocamera degli smartphone attiva. Molti sono qui all’aeroporto di Yaoundé-Ville dalle 18 di ieri sera; hanno partecipato alla veglia di preghiera in preparazione alla messa presieduta questa mattina, 18 aprile, da Leone XIV e hanno trascorso nella spianata tutta la notte, accampati con tende, materassini, buste di cibo. Una preparazione fisica e spirituale e anche un modo per guadagnarsi un buon posto a questo grande avvenimento.
È l’ultimo atto della visita del Papa in Camerun, dove ha toccato tre città, ciascuna delle quali ha risposto con la partecipazione di migliaia di persone a ogni appuntamento. Prima di volare in Angola, proseguendo il lungo pellegrinaggio in Africa, il Pontefice voluto regalare un gran finale al popolo camerunese, che gli ha offerto il massimo del suo entusiasmo e della sua capacità di accoglienza: la Celebrazione eucaristica. L’evento che tutti convoca e tutti riunisce. “Santa messa votiva di Maria Vergine, Regina degli Apostoli” recita il libretto della liturgia, usato dalla gente come ventaglio vista la soffocante umidità di questa giornata. Ben duecentomila — molti sono sistemati anche fuori dallo scalo — i fedeli presenti; tra loro anche il presidente della Repubblica Paul Biya, con la consorte Chantal.
L’atmosfera è diversa, non è quella festosa e travolgente registrata nei giorni scorsi a Bamenda e Douala, con canti tribali, ritmi di percussioni incessanti, danze scatenate. L’assemblea qui a Yaoundé-Ville è più composta, molti rimangono seduti o fermi al loro posto dietro le transenne. All’arrivo della papamobile, annunciata da urla di «Voilà, le Saint-Pére», ogni settore però si scompone. Le bambine, vestite con abiti di tulle bianchi da cerimonia, si prendono per mano e iniziano a correre, ragazze si levano le ciabattine decorate per correre più velocemente a piedi nudi, i papà prendono i figli sulle spalle. Tutti vogliono vedere il Papa: «È il Signore stesso che viene qui», afferma una suora con il volto incorniciato da un fazzoletto bianco. «Ha portato già tante buone cose e le strade sono state pulite. Certo, solo le strade dove però doveva passare il Santo Padre», replica con una battuta una donna.
La speranza di un cambiamento, tuttavia, con la visita di Leone XIV, è reale nel popolo del Camerun: «Speriamo che i politici ascoltino quello che ha detto il Papa. Se non ascoltano lui, chi altro?».
Tanti degli appelli e tante delle indicazioni espresse dal Pontefice iniziano già a sedimentarsi. Con le parole, rimangono pure le immagini: una su tutte, la colomba bianca che Leone XIV ha fatto volare nel cielo di Bamenda, fuori dalla cattedrale di San Giuseppe, presente in ogni tv o giornale locale. A questa gallery si aggiungono oggi i fotogrammi della messa conclusiva, animata dal coro di un centinaio di uomini e donne che agitano pon-pon bianchi e celebrata su un palco con moquette rossa a forma di tenda, dove campeggia una statua in legno di Nostra Signora degli Apostoli. Un simbolo di tenerezza esposto ordinariamente nel santuario mariano di Mvolyé a Yaoundé. Un legame antico, quello del Camerun con la Vergine Maria: era l’8 dicembre 1890 quando nel Paese, a Marienberg, venne celebrata la prima messa dei missionari pallottini per la Regina degli Apostoli che da quel momento divenne la patrona del Paese.
Da questo stesso palco, si proclamano le letture durante la Liturgia della Parola: la prima in francese degli Atti degli apostoli (6, 1-7) e il Vangelo di Giovanni, pure in francese (6, 16-21): «Videro Gesù che camminava sul mare».
Le preghiere dei fedeli sono in varie lingue: francese, inglese, ewondo, nnanga, fulfulde. E al momento dell’offertorio si vedono tuniche e collane di diverso colore e fattura. Una sintesi delle diverse tradizioni e culture che compongono il Camerun, Paese che non a caso si è guadagnato l’appellativo di «Africa in miniatura» per il suo carattere poliedrico.
Leone XIV lo saluta, questo Paese, con un’omelia incentrata sul Vangelo ma dal sapore programmatico: quello di non abbandonare nessuno, di superare disuguaglianze ed emarginazioni, di rimanere in piedi, perché nessuna «tempesta» può abbattere chi rimane saldo in Cristo.
A conclusione della celebrazione, il Papa lascia in dono un calice; quindi si trasferisce in auto in un altro aeroporto, quello internazionale di Yaoundé-Nsimalen, distante una ventina di chilometri. Un altro bagno di folla lungo le strade.
Poi la cerimonia di congedo alla presenza, all’ingresso del padiglione riservato al cerimoniale. Inni, onore alle bandiere, Guardia d’onore, saluto delle rispettive delegazioni.
Infine le braccia aperte di Leone XIV dalla scaletta dell’aereo. Braccia aperte come quelle che lo hanno accolto in questa terra e quelle che, come già si preannuncia dai social, lo accoglieranno a breve a Luanda, in Angola.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Salvatore Cernuzio 18/04/2026)
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Africa, il viaggio del Papa:
una chiamata a cambiare il cuore
La visita di Leone XIV nelle nazioni africane mostra la forza dei popoli, schiacciati dal giogo coloniale, e ci chiede di essere parte di un presente e futuro più giusto, fraterno e solidale
Viaggio Apostolico in Angola - Cerimonia di benvenuto (@Vatican Media)
Il viaggio del Papa in Africa ci chiede di aprire gli occhi, di cambiare il battito del nostro cuore per farlo diventare più vivo, ci esorta ad agire affinché il volto dell’umanità sia più vero. In questi giorni migliaia di persone aspettano e accompagnano il Santo Padre assiepando le strade polverose di terra rossa, o le vie delle città; tante volte dietro i cordoni ci sono case con tetti di lamiera, strutture diroccate, fatiscenti, eppure gli occhi di tutti sono pieni di gioia, i sorrisi esplodono appena uno sguardo s’incrocia con un saluto. Si aspetta anche per ore il passaggio dell’auto del Papa o del corteo che lo accompagna per avere l’opportunità di un’immagine, un ricordo, si canta, si balla, si sventolano bandiere, ramoscelli, si alzano vibranti le mani al cielo.
Questa visita è un cammino dentro le ferite e le speranze di popoli spesso dimenticati, ma anche un invito rivolto a tutti a cambiare prospettiva, a non voltarsi dall’altra parte, a costruire legami, fraternità, relazioni non cedendo alla paura e alla rassegnazione. L’Africa che Leone sta incontrando mostra vitalità ed energia traboccanti, una capacità di futuro sconfinata, ma è altrettanto evidente il giogo colonialista che il mondo continua ad esercitare per schiacciare, controllare, contenere le potenzialità. Qui dove si depredano risorse, si ferisce la terra con i rifiuti tossici, si alimentano i conflitti, contrapposizioni, corruzione, ciò che viene divorato dai gruppi di potere, politici ed economici, non sono i soldi ma il presente e il futuro di intere generazioni. In un pianeta ferito da guerre e violenze, il Successore di Pietro invece costruisce ponti favorendo incontro, riconciliazione, consapevolezza, unità e pace. Come a Bamenda, che in occasione della visita è stata letteralmente riconnessa al Paese. A motivo delle violenze legate alla questione separatista, che ha provocato migliaia di sfollati e morti, non esistevano quasi più le strade e l'aeroporto era inutilizzabile da otto anni.
L’arrivo di Leone ha riattivato non solo cantieri materiali, ma del cuore riaccendendo una speranza sopita. Il Papa con il suo andare mostra anche le differenze delle nazioni che sta visitando e dissolve la narrazione confusiva e strumentale che molto spesso considera l’Africa come se fosse un singolo Paese e non un continente. Mostra con forza l’unità nelle differenze, l’unicità della famiglia umana di cui ogni uomo è parte in quanto figlio di Dio, fa vedere la polifonia della Chiesa chiamata a diffondere la bellezza del Vangelo, che incarnato avvia creatività e costruisce società più giuste, fraterne, solidali. Il Papa esorta alla responsabilità condivisa e dall’Africa parla al mondo, ad ognuno di noi, pone una domanda radicale che spinge ad andare verso l’altro per incontrarlo, perdonarlo, aiutarlo, camminare insieme, facendoci carico di costruire un nuovo orizzonte comune. In un mondo che si nutre spesso di polarizzazioni, arroganza e minaccia, il Santo Padre porta il volto di Cristo che chiede ad ognuno di cambiare, incarnando in ogni azione del vivere quotidiano il sì della conversione. Leone sta riconnettendo l’umanità intera, restituendo ai popoli il rispetto e la libertà di crescere e svilupparsi scardinando pretese di dominio e possesso.
(fonte: Vatican News, editoriale di Massimiliano Menichetti 18/04/2026)
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Leone XIV in Angola: il vostro popolo possiede tesori non vendibili, né derubabili
A Luanda, il Papa parla alle autorità ricordando innanzitutto le vittime delle recenti inondazioni a Benguela. Evidenzia poi le "cicatrici" dello sfruttamento del Paese generate da "prepotenti interessi" predatori: "Quanta sofferenza, quante morti, quante catastrofi sociali e ambientali porta con sé questa logica estrattivistica!". Nell'incoraggiare chi ha scelto il bene, la giustizia, la pace, la riconciliazione, Leone chiede ai leader locali di non aver paura del dissenso
L'Angola è un "mosaico coloratissimo" e in quanto tale va preservato da tutti i tentativi predatori che ne minano un armonico sviluppo improntato a giustizia e fratellanza. È il cuore del messaggio che il Papa, approdato oggi dal Camerun in questa regione dell'Africa australe che visiterà fino a lunedì 20 aprile, consegna parlando - dopo la visita di cortesia al Presidente della Repubblica, João Manuel Gonçalves Lourenço -, a circa 400 persone, tra autorità politiche e religiose, imprenditori, rappresentanti della società civile e della cultura riunite nel Padiglione protocollare del Palazzo presidenziale. Un incontro istituzionale 'riscaldato' prima da un corteo, sì, coloratissimo, che ha fatto da corona alla papamobile lungo il percorso, poi da un omaggio musicale dal tipico ritmo lento e coinvolgente della kizomba.
Papa Leone e il Presidente della Repubblica angolana (@Vatican Media)
È sullo sfruttamento non etico delle risorse nel Paese che si concentra Leone nel suo discorso, pronunciato in portoghese, dopo aver ascoltato le parole di benvenuto del Presidente che presenta un quadro problematico aggredito da quella che lui ha definito "una corsa sfrenata alle materie prime prese con la forza delle armi degli eserciti più potenti del mondo contro Paesi sovrani". Dal canto suo, Gonçalves Lourenço ci tiene a illustrare di fronte all'ospite d'onore l'attività del governo nel promuovere politiche sociali adeguate e nel provvedere a investimenti nell’ambito dell’approvvigionamento idrico, elettrico, nel garantire alloggi, posti di lavoro, una sanità, un’istruzione funzionanti. Consapevole che la sfida è complessa, il Presidente ribadisce l’impegno istituzionale a favore dei più poveri, guidato dalla lotta quotidiana contro disuguaglianze, indifferenza, esclusione sociale.
La preghiera per le vittime delle inondazioni a Benguela
Una sfida complessa e difficile, sì, almeno a considerare quanto accaduto domenica scorsa quando la popolazione è stata colpita da gravi inondazioni che hanno causato una trentina di morti, e che hanno travolto le infrastrutture sommergendo interi quartieri. Oltre 34.000 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. Il bilancio più drammatico a Benguela, affacciata sull'Atlantico, dove hanno perso la vita 23 persone. A queste, in particolare, si rivolge il pensiero del Papa, proprio all'inizio del suo discorso.
Prima di proseguire, vorrei assicurare la mia preghiera per le vittime delle forti piogge e delle inondazioni che hanno colpito la provincia di Benguela, come pure esprimere la mia vicinanza alle famiglie che hanno perso le loro case. So anche che voi, angolani, siete uniti in una grande catena di solidarietà a favore delle persone colpite.
Sfollati a causa delle inondazioni (ANSA)
Rompere la catena di interessi che riduce la vita a merce
Leone scandisce che il popolo angolano "possiede tesori non vendibili, né derubabili". Compiaciuto che ci sia ancora chi resiste a quello che definisce "l'inganno della ricchezza", le parole del Pontefice avvertono tuttavia sul rischio che gioia e speranza - virtù che chiama "politiche" - siano infiacchite e contaminate da vere e proprie distorsioni.
Voi sapete bene che troppe volte si è guardato e si guarda alle vostre regioni per dare o, più spesso, per prendere qualcosa. Occorre rompere questa catena di interessi che riduce la realtà e la vita stessa a merce di scambio.
Il Papa pronuncia il suo discorso alle autorità (@Vatican Media)
Un modello di sviluppo che discrimina ed esclude
Il Successore di Pietro parla di quel desiderio di infinito che è "un principio di trasformazione sociale più profondo di qualsiasi programma politico o culturale". È una sorta di bussola che deve guidare lo sviluppo del Paese animando le sue energie migliori che sanno ricoscere dove risiede la saggezza autentica, quella che "non si lascia spegnere dalle ideologie". Il Papa dichiara di volersi porre in ascolto di quello che è un "mosaico coloratissimo", in gran parte avviato verso la promozione della giustizia, della pace, della tolleranza e della riconciliazione, ma ancora suscettibile di condizionamenti forti: per chi sceglie strade opposte allo sviluppo armonico e fraterno, rimarca il Papa, si invoca la conversione.
Quanta sofferenza, quante morti, quante catastrofi sociali e ambientali porta con sé questa logica estrattivistica! Vediamo ad ogni latitudine, ormai, come essa alimenti un modello di sviluppo che discrimina ed esclude, ma che ancora pretende di imporsi come l’unico possibile.
Urgente bisogno di superare conflitti e inimicizia
Ricorre la parola 'armonia' nel discorso del Papa, come obiettivo e metodo da ricercare costantemente. Sopraggiunge la citazione di San Paolo VI e della sua Esortazione apostolica Gaudete in Domino, laddove si riscontrava un 'aspetto senile' nella civiltà quando avviata ad abbracciare in toto stili di vita appiattiti su edonismo e materialismo. Da qui, il ricordo, da parte di Leone XIV, di quelle "cicatrici" che proprio lo sfruttamento materiale e la "pretesa di imporre un'idea sulle altre" hanno impresso nel tessuto "violato" della società angolana.
L’Africa ha un urgente bisogno di superare situazioni e fenomeni di conflittualità e inimicizia, che lacerano il tessuto sociale e politico di tanti Paesi, fomentando la povertà e l’esclusione. Solo nell’incontro la vita fiorisce. In principio è il dialogo. Questo non esclude il dissenso, che può diventare conflitto.
L'Angola può crescere molto, non avere paura del dissenso
E poi tornano le considerazioni del predessore Francesco che, nella Evangelii gaudium, parlava di quella perdita di orizzonte che generano i conflitti, di fronte ai quali si può agire come Ponzio Pilato, diceva, se ne può restare imprigionati, oppure se ne può trarre un'opportunità per avviare un nuovo processo edificante, non distruttivo. Quest'ultima è la strada auspicata dal papa agostiniano che confida nelle potenzialità del Paese, a patto che i primi ad averne fiducia siano coloro che ne ricoprono ruoli di responsabilità: "L’Angola può crescere molto, se prima di tutto voi, che nel Paese avete autorità, crederete alla multiformità della sua ricchezza". Ecco l'esortazione:
Non abbiate timore del dissenso, non spegnete le visioni dei giovani e i sogni degli anziani, sappiate gestire i conflitti trasformandoli in percorsi di rinnovamento. Anteponete il bene comune a quello di parte, non confondendo mai la vostra parte col tutto. La storia allora vi darà ragione, se anche nell’immediato qualcuno vi sarà ostile.
Le conseguenze del malcontento sociale
"Despoti e tiranni del corpo e dello spirito", denuncia ancora il Papa, vogliono rendere le anime "passive" e "asservite al potere". Sono proprio queste le condizioni in cui si annida facilmente il fanatismo, la sottomissione, il miraggio dell'oro, il mito identitario. Derive che il Pontefice non teme di mettere a fuoco e chiamare per nome, approfondendone le conseguenze e ricorrendo, ancora una volta, agli insegnamenti di Francesco che, nella Fratelli tutti, acutamente metteva in guardia dal meccanismo politico di esasperare, esarcerbare e polarizzare:
Il malcontento, il senso di impotenza e di sradicamento ci separano, invece di metterci in relazione, diffondendo un clima di estraneità alla cosa pubblica, disprezzo per la sventura altrui e la negazione di ogni fraternità. Tale discordanza disgrega i rapporti costitutivi che ognuno intrattiene con sé, con gli altri e con la realtà.
In ascolto del Papa (@Vatican Media)
Senza incontro non c'è politica, senza l'altro non c'è giustizia
Si tratta di contrastare, con l'aiuto dello Spirito Santo, l'opera carsica dell'alienazione che porta a inibire ogni entusiasmo e buon proposito. Ciò che, in conclusione, Leone affida come un manifesto, in questa terza tappa del suo viaggio apostolico in Africa, è che "senza gioia non c’è rinnovamento, senza interiorità non c’è liberazione, senza incontro non c’è politica, senza l’altro non c’è giustizia". L'unità di forze e intenti resta faro dell'agire politico e sociale:
Insieme, potete fare dell’Angola un progetto di speranza. La Chiesa cattolica, di cui so quanto stimate l’opera di servizio al Paese, desidera essere lievito nella pasta e favorire la crescita di un modello giusto di convivenza, libero dalle schiavitù imposte da élite con molti denari e false gioie.
Lungo il percorso verso il Palazzo presidenziale (@Vatican Media)
Gli auspici di pace del presidente angolano
Unità e dialogo. Parole chiave usate oggi anche dal Presidente angolano. Concordia e fratellanza, soprattutto in Medio Oriente, sono gli auspici che nascono anche dalla preoccupazione per il crollo delle economie a causa delle guerre: in virtù dell'autorità morale del Pontefice, l'invocazione di Gonçalves Lourenço è proprio quella di continuare, il Papa, a svolgere un ruolo di ponte. Azione da cui non possono esimersi tutti i leader politici i quali, è la richiesta del presidente, devono con urgenza esercitare la loro influenza perché la giustizia e il dialogo prevalgano sull’uso della forza.
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 18/04/2026)
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Testi e video integrali
SANTA MESSA all’Aeroporto di Yaoundé-Ville
Dopo essersi congedato dalla Nunziatura Apostolica, alle ore 08:00 locali, il Santo Padre si è recato in auto all’Aeroporto di Yaoundé-Ville per la Santa Messa votiva di Maria Vergine, Regina degli Apostoli.
Alle ore 09:30 locali, dopo aver effettuato un giro in papamobile tra i fedeli, il Papa ha presieduto la Celebrazione Eucaristica.
Dopo i riti di introduzione e la Liturgia della Parola, il Santo Padre ha pronunciato l’omelia.
Al termine della Santa Messa, l’Arcivescovo di Yaoundé, S.E. Monsignor Jean Mbarga ha rivolto al Santo Padre alcune parole di ringraziamento.
Al termine della Celebrazione Eucaristica, Leone XIV ha pronunciato alcune parole di ringraziamento.
Il Papa è rientrato in sagrestia e, successivamente, si è trasferito in auto all’Aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen per la cerimonia di Congedo dal Camerun.
Pubblichiamo di seguito l’Omelia che Papa Leone XIV ha pronunciato nel corso della Celebrazione:
Cari fratelli e sorelle, la pace sia con voi! La pace di Cristo, la cui presenza illumina il nostro cammino e placa le tempeste della vita.
Celebriamo questa Santa Messa al termine della mia visita in Camerun, e vi sono molto grato per come mi avete accolto e per i momenti di gioia e di fede che abbiamo vissuto insieme.
Come abbiamo sentito nel Vangelo, la fede non ci risparmia tumulti e tribolazioni, e in alcuni momenti può sembrare che la paura abbia la meglio. Noi però sappiamo che anche in essi, com’è successo ai discepoli sul mare di Galilea, Gesù non ci abbandona.
Ben tre evangelisti riportano l’episodio che abbiamo ascoltato, ciascuno a modo suo, con un messaggio diverso in funzione dei lettori a cui si rivolge. San Marco (cfr 6,45-52) presenta il Signore che raggiunge i discepoli, mentre questi faticano a remare a causa del vento contrario, che però si placa non appena Egli sale con loro sulla barca. San Matteo (cfr 14,22-33) aggiunge un dettaglio: Pietro vuole andare dal Maestro camminando sui flutti. Una volta sceso dalla barca, però, si lascia sopraffare dal timore e comincia ad affondare. Cristo lo afferra per la mano, lo salva e gli rimprovera la sua incredulità.
Nella versione di San Giovanni, che oggi è stata proclamata (cfr Gv 6,16-21), il Salvatore, camminando sulle acque, si avvicina ai discepoli e dice: «Sono io, non abbiate paura» (v. 20), e l’Evangelista sottolinea che «era ormai buio» (v. 17). Per la tradizione ebraica le “acque”, con la loro profondità e il loro mistero, richiamano spesso il mondo degli inferi, il caos, il pericolo, la morte. Evocano, assieme alle tenebre, le forze del male, che l’uomo da solo non può dominare. Allo stesso tempo, però, nella memoria dei prodigi dell’esodo, esse sono percepite anche come un luogo di passaggio, un guado attraverso il quale Dio, con potenza, libera il suo popolo dalla schiavitù.
La Chiesa ha sperimentato tante volte, nel suo navigare lungo i secoli, tempeste e “venti contrari”, e anche noi possiamo identificarci con i sentimenti di paura e di dubbio provati dai discepoli durante la traversata del lago di Tiberiade. È ciò che proviamo nei momenti in cui ci sembra di affondare, sopraffatti da forze avverse, quando tutto appare oscuro e ci sentiamo soli e fragili. Ma non è così. Gesù è con noi, sempre, più forte di qualsiasi potenza del male; in ogni bufera ci raggiunge e ci ripete: “Io sono qui con te: non aver paura”. Per questo ci rialziamo da ogni caduta e non ci lasciamo fermare da nessuna tempesta, ma andiamo avanti, con coraggio e con fiducia, sempre. Ed è grazie a Lui che, come diceva Papa Francesco, tanti «uomini e donne […] onorano il nostro popolo, onorano la nostra Chiesa […]: forti nel portare avanti la loro vita, la loro famiglia, il loro lavoro, la loro fede» (Catechesi, 14 maggio 2014, 2).
Gesù si fa vicino a noi: non placa immediatamente le tempeste, ma ci raggiunge in mezzo ai pericoli, e invita anche noi, nelle gioie e nei dolori, a stare insieme, solidali, come i discepoli, sulla stessa barca; a non guardare da lontano chi soffre, ma a farci prossimi, a stringerci gli uni agli altri. Nessuno dev’essere lasciato solo ad affrontare le avversità della vita, e ogni comunità ha il compito, a tal fine, di creare e sostenere strutture di solidarietà e di aiuto reciproco in cui, di fronte alle crisi – siano esse sociali, politiche, sanitarie o economiche – tutti possano dare e ricevere aiuto, in base alle proprie capacità e secondo i propri bisogni. Le parole di Gesù, “sono io”, ci ricordano che, in una società fondata sul rispetto della dignità della persona, l’apporto di tutti è importante e ha un valore unico, indipendentemente dallo status o dalla posizione di ciascuno agli occhi del mondo.
L’esortazione «non abbiate paura», allora, assume una dimensione ampia, anche a livello sociale e politico, come incoraggiamento ad affrontare problematiche e sfide – particolarmente quelle legate alla povertà e alla giustizia – insieme, con senso civico e responsabilità civile. La fede non separa lo spirituale dal sociale, anzi dà al cristiano la forza di interagire con il mondo, per rispondere ai bisogni degli altri, specialmente dei più deboli. Alla salvezza di una comunità non bastano gli sforzi individuali e isolati dei singoli: serve una decisione comune, che integri la dimensione spirituale ed etica del Vangelo nel cuore delle istituzioni e delle strutture, facendone strumenti per il bene comune, e non luoghi di conflitto, o di interesse, o teatro di lotte sterili.
Ce ne parla la prima Lettura (cfr At 6,1-7), in cui vediamo come la Chiesa affronta la sua prima crisi di crescita. Il rapido aumento del numero dei discepoli (v. 1) comporta per la comunità nuove sfide nell’esercizio della carità, a cui gli Apostoli non riescono più a provvedere da soli. Qualcuno è trascurato nel servizio delle mense, e perciò il mormorio cresce e un senso di ingiustizia minaccia l’unità. Il servizio quotidiano ai poveri era una pratica essenziale nella Chiesa primitiva, e mirava a sostenere i più fragili, in particolare gli orfani e le vedove. Bisognava integrarlo, però, con le necessità dell’annuncio e dell’insegnamento, che pure erano impellenti, e la soluzione non era semplice. Gli Apostoli, allora, si sono riuniti, hanno condiviso le preoccupazioni, si sono confrontati alla luce degli insegnamenti di Gesù e hanno pregato insieme, giungendo a superare ostacoli e incomprensioni che a prima vista sembravano insormontabili. Hanno così dato vita a qualcosa di nuovo, scegliendo uomini di «buona reputazione, pieni di Spirito Santo e di saggezza» (v. 3), e destinandoli, mediante l’imposizione delle mani, a un servizio pratico che era anche una missione spirituale. Ascoltando la voce dello Spirito Santo e facendosi attenti al grido dei sofferenti, non solo hanno evitato una frattura interna alla comunità, ma l’hanno dotata, per ispirazione divina, di strumenti nuovi e adeguati alla sua crescita, trasformando un momento di crisi in un’occasione di arricchimento e di sviluppo per tutti.
A volte la vita di una famiglia e di una società richiede anche questo: il coraggio di cambiare abitudini e strutture, perché la dignità della persona resti sempre al centro e si superino disuguaglianze ed emarginazioni. Del resto, facendosi uomo Dio si è identificato con gli ultimi, e questo rende la cura preferenziale dei poveri un’opzione fondamentale per la nostra identità cristiana (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 198; Esort. ap. Dilexi te, 16-17).
Fratelli e sorelle, oggi noi ci salutiamo. Ciascuno ritorna alle sue occupazioni abituali e la barca della Chiesa continua la sua rotta verso la meta, per grazia di Dio e con l’impegno di ciascuno. Teniamo vivo nel cuore il ricordo dei momenti belli che abbiamo vissuto insieme; anche in mezzo alle difficoltà continuiamo a fare spazio a Gesù, lasciandoci illuminare e ricreare ogni giorno dalla sua presenza. La Chiesa camerunese è viva, giovane, ricca di doni e di entusiasmo, vivace nella sua varietà e meravigliosa nella sua armonia. Con l’aiuto della Vergine Maria, nostra Madre, fatene fiorire sempre più la presenza festosa, e anche dei venti contrari, che non mancano mai nella vita, fate occasioni di crescita nel servizio gioioso di Dio e dei fratelli, nella condivisione, nell’ascolto, nella preghiera e nel desiderio di crescere insieme.
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Ringraziamento finale al termine della Messa
Carissimi fratelli e sorelle, con questa celebrazione si conclude la mia visita in Camerun. Ringrazio di cuore l'Arcivescovo e tutti i Pastori della Chiesa in questo Paese.
Rinnovo la mia riconoscenza alle Autorità civili e a tutti coloro che hanno cooperato a preparare e organizzare ogni cosa.
Grazie a tutti, in modo speciale ai malati, agli anziani e alle monache che hanno offerto la loro preghiera.
Popolo di Dio che vivi e cammini in Camerun, non temere! Rimani saldamente unito a Cristo Signore! Con la forza del suo Spirito, sarai sale e luce di questa terra! Grazie tante!
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CERIMONIA DI CONGEDO all'Aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen
Partenza in aereo per Luanda
Poco prima la cerimonia di congedo nello scalo camerunense, Papa Leone, giunto dopo la fine della messa celebrata all'aeroporto Yaoundè -Ville, ha incontrato il presidente Paul Biya in una saletta adiacente allo scalo e insieme al primo ministro del Camerun, Joseph Dion Ngute, all'esterno ha ascoltato l'esecuzione degli inni con la Guardia d'onore schierata. Entrambi poi sono giunti ai piedi dell'aereo camminando su un lungo tappeto rosso, salutando le varie autorità istituzionali ed ecclesiastiche presenti. Papa Leone XIV è salito a bordo di un Airbus A330-900neo di ITA Airways ed è partito alle ore 12:47 locali alla volta dell’Angola.
| Il saluto al presidente del Camerun |
| La cerimonia di congedo dal Camerun |
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Parole del Santo Padre ai giornalisti durante il volo diretto a Luanda
Sul volo verso Luanda, in Angola, terza tappa del viaggio apostolico, Leone XIV saluta i giornalisti che lo hanno accompagnato in questi giorni e ringrazia il Camerun per l’accoglienza straordinaria: “Felice di aver vissuto questa esperienza”. Il Pontefice chiarisce anche il fatto che i suoi discorsi sono stati preparati settimane prima e che quindi non sono da interpretare “come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente degli Usa, cosa che non è affatto nel mio interesse”
Traccia un bilancio assolutamente positivo, Papa Leone XIV, dei tre giorni appena vissuti in Camerun, Paese che “rappresenta il cuore dell’Africa sotto molti aspetti: anglofono e francofono, con circa 250 lingue locali e una grande varietà di etnie”. In volo verso l’Angola, terza tappa del viaggio apostolico in Africa, il Papa - pochi minuti dopo il decollo - si reca dai giornalisti al seguito per ringraziarli per il lavoro svolto (“Spero abbiate trascorso un buon periodo in Camerun”) ma anche per chiarire alcune questioni relative all’interpretazione data alle sue parole di questi giorni.
Leone XIV
Buongiorno! Buongiorno a tutti. Buon pomeriggio ormai. Spero che vi siate trovati bene in Camerun. E come sapete, ovviamente, ora siamo in viaggio verso l’Angola.
La visita in Camerun, da un lato, è stata molto significativa perché, sotto molti aspetti, questo Paese rappresenta il cuore dell’Africa, sia anglofona che francofona, con circa 250 lingue locali ed etnie. Allo stesso tempo, esso possiede una grande ricchezza e grandi opportunità, ma presenta anche la difficoltà, che riscontriamo in tutta l’Africa, di una distribuzione spesso ineguale della ricchezza.
Personalmente sono stato molto contento. Come sapete, abbiamo iniziato il viaggio in Algeria con il tema di Sant’Agostino e ieri, all’Università Cattolica, ho benedetto del bel monumento che avevano preparato con la mappa dell’Africa e Sant’Agostino al centro. E così, in un certo senso, questo esprime parte del significato di questo viaggio.
Vengo in Africa principalmente come pastore, come capo della Chiesa Cattolica, per stare vicino a tutti i cattolici in tutta l’Africa, per festeggiare con loro, per incoraggiarli e accompagnarli.
Tuttavia ci sono naturalmente altre dimensioni della visita. Ho avuto un incontro molto positivo con un gruppo di Imam in Camerun per promuovere, continuare a promuovere, come abbiamo già fatto in altri luoghi e come ha fatto Papa Francesco durante il suo pontificato, il dialogo, la fraternità, attraverso la comprensione, l’accoglienza e la costruzione della pace con persone di tutte le religioni.
Allo stesso tempo, è circolata una certa versione dei fatti che non è stata accurata in tutti i suoi aspetti, ma ciò è dovuto alla situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il Presidente degli Stati Uniti ha fatto alcune osservazioni su di me. Gran parte di ciò che è stato scritto da allora è stato un susseguirsi di commenti su commenti, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto. Solo un piccolo esempio. Il discorso che ho tenuto all’Incontro di preghiera per la pace, un paio di giorni fa, era stato preparato due settimane fa, ben prima che il Presidente facesse qualsiasi commento su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo. Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di controbattere nuovamente al Presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse.
Quindi proseguiamo il nostro viaggio, continuiamo a proclamare il messaggio del Vangelo, e il testo del Vangelo che stiamo utilizzando per le liturgie offre una serie di aspetti diversi, fantastici e meravigliosi su che cosa significhi essere cristiani, su che cosa significhi seguire Cristo, su che cosa significhi promuovere la fraternità, la fratellanza, la fiducia nel Signore, ma anche cercare modi per promuovere la giustizia nel nostro mondo, promuovere la pace nel nostro mondo.
Con questa nota, sono molto felice di salutarvi tutti e vi ringrazio per il lavoro che state facendo. Spero che il Signore continui a benedirci tutti in questo viaggio. Grazie mille!
Giornalista del Camerun
Una parola in francese? Sì, grazie, mille grazie Santità. Si voleva avere da Lei solo una parola in francese, dato che il Camerun è bilingue. Io lavoro alla televisione nazionale del Camerun.
Leone XIV
Vorrei semplicemente ringraziare tutti in Camerun per la splendida accoglienza, il grande entusiasmo e la gioia della gente. È stato fantastico: l’esperienza di una comunità di fede che ha davvero scoperto nell’entusiasmo condiviso, per così dire, quanto sia meraviglioso vivere ciò che significa essere seguaci di Gesù Cristo e celebrare insieme la nostra fede. E quell’entusiasmo era davvero palpabile in Camerun. Sono molto felice di aver vissuto questa esperienza e di aver accompagnato tutto il vostro popolo in questi giorni.
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Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Luanda “4 de Fevereiro”CERIMONIA DI BENVENUTO
VISITA DI CORTESIA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA nel Palazzo Presidenziale
Al Suo arrivo, all’aeroporto internazionale di Luanda, il Santo Padre è stato accolto dal Presidente dell’Angola, S.E. il Signor João Manuel Gonçalves Lourenço. Due bambini gli hanno offerto un omaggio floreale al Pontefice.
Dopo l’esecuzione degli Inni, l’Onore alle Bandiere e il passaggio della Guardia d’Onore, ha lavuto luogo avuto la presentazione delle rispettive Delegazioni.
Al termine della cerimonia di benvenuto, alle ore 15:30 locali, il Santo Padre si è trasferito in auto al Palazzo Presidenziale per la Visita di Cortesia al Presidente della Repubblica dell’Angola.
Giunto al Palazzo Presidenziale, dopo aver attraversato la Guardia d’Onore, il Papa è stato accolto dal Presidente. Insieme sono entrati nella Hall principale per la foto ufficiale e hanno raggiunto poi il Gabinete do Presidente dove ha avuto luogo l’incontro privato.
Successivamente, il Papa e il Presidente hanno raggiunto il Salão Nobre per lo scambio di doni.
Infine, il Papa e il Presidente si sono trasferiti in auto al Padiglione Protocollare per l’incontro con le Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico.
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INCONTRO CON LE AUTORITÀ, CON LA SOCIETÀ CIVILE E CON IL CORPO DIPLOMATICO
Alle ore 16.15, presso il Padiglione Protocollare del Palazzo Presidenziale, ha avuto luogo l’incontro con le Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico.
Dopo le parole del Presidente della Repubblica S.E. il Signor João Manuel Gonçalves Lourenço, il Santo Padre ha pronunciato il Suo discorso.
Al termine dell’incontro, alle ore 16:45 locali, il Papa si è trasferito alla Nunziatura Apostolica per un incontro privato con i Vescovi dell’Angola.
Pubblichiamo di seguito il discorso che Papa Leone XIV ha rivolto ai presenti nel corso dell’incontro:
Signor Presidente,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,
Signore e Signori!
È motivo di grande gioia per me essere in mezzo a voi. Grazie, Signor Presidente, per l’invito a visitare l’Angola e per le Sue parole di benvenuto. Vengo a voi per incontrare il vostro popolo, come pellegrino che cerca i segni dei passaggi di Dio in questa terra da Lui amata.
Prima di proseguire, vorrei assicurare la mia preghiera per le vittime delle forti piogge e delle inondazioni che hanno colpito la provincia di Benguela, come pure esprimere la mia vicinanza alle famiglie che hanno perso le loro case. So anche che voi, angolani, siete uniti in una grande catena di solidarietà a favore delle persone colpite.
Desidero incontrarvi nella gratuità della pace e riconoscere che il vostro popolo possiede tesori non vendibili, né derubabili. In particolare, ha in sé una gioia che neppure le circostanze più avverse hanno saputo spegnere. Tale gioia, che conosce anche il dolore, l’indignazione, le delusioni e le sconfitte, resiste e rinasce fra chi ha mantenuto liberi cuore e mente dall’inganno della ricchezza. Voi sapete bene che troppe volte si è guardato e si guarda alle vostre regioni per dare o, più spesso, per prendere qualcosa. Occorre rompere questa catena di interessi che riduce la realtà e la vita stessa a merce di scambio.
L’Africa è per il mondo intero una riserva di gioia e di speranza, che non esiterei a definire virtù “politiche”, perché i suoi giovani e i suoi poveri sognano ancora, sperano ancora, non si accontentano di ciò che già c’è, desiderano rialzarsi, prepararsi a grandi responsabilità, giocarsi in prima persona. La saggezza di un popolo, infatti, non si lascia spegnere da nessuna ideologia e davvero il desiderio di infinito che abita il cuore umano è un principio di trasformazione sociale più profondo di qualsiasi programma politico o culturale. Sono qui, tra voi, a servizio delle energie migliori che animano le persone e le comunità di cui l’Angola è un mosaico coloratissimo. Desidero ascoltare e incoraggiare chi già ha scelto il bene, la giustizia, la pace, la tolleranza, la riconciliazione. Allo stesso tempo, insieme a milioni di uomini e donne di buona volontà che sono la prima ricchezza di questo Paese, intendo anche invocare la conversione di chi sceglie strade opposte e impedisce il suo sviluppo armonico e fraterno.
Carissimi, ho accennato alle ricchezze materiali su cui prepotenti interessi mettono le mani, anche nel vostro Paese. Quanta sofferenza, quante morti, quante catastrofi sociali e ambientali porta con sé questa logica estrattivistica! Vediamo ad ogni latitudine, ormai, come essa alimenti un modello di sviluppo che discrimina ed esclude, ma che ancora pretende di imporsi come l’unico possibile. Il santo Papa Paolo VI, interpretando acutamente le inquietudini del mondo giovanile, già sessant’anni fa denunciava «l’aspetto senile – del tutto anacronistico – di una civiltà commerciale, edonistica, materialistica, che tenta ancora di spacciarsi come portatrice d’avvenire». E osservava: «Contro questa illusione, la reazione istintiva di numerosi giovani, pur nei suoi eccessi, esprime un valore reale. Questa generazione è in attesa di qualche altra cosa» (Esort. ap. Gaudete in Domino, VI). Voi siete testimoni, grazie alle antichissime sapienze che nutrono il vostro pensare e il vostro sentire, che la creazione è armonia nella ricchezza della diversità. Il vostro popolo ha sofferto ogni volta che tale armonia è stata violata dalla prepotenza di alcuni. Porta le cicatrici sia dello sfruttamento materiale, sia della pretesa di imporre un’idea sulle altre. L’Africa ha un urgente bisogno di superare situazioni e fenomeni di conflittualità e inimicizia, che lacerano il tessuto sociale e politico di tanti Paesi, fomentando la povertà e l’esclusione. Solo nell’incontro la vita fiorisce. In principio è il dialogo. Questo non esclude il dissenso, che può diventare conflitto.
Il mio venerato predecessore, Papa Francesco, ce ne ha offerto un’indimenticabile lettura: «Di fronte al conflitto – osservava – alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l’orizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l’unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il più adeguato, di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo. “Beati gli operatori di pace” (Mt 5,9)» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 227). L’Angola può crescere molto, se prima di tutto voi, che nel Paese avete autorità, crederete alla multiformità della sua ricchezza. Non abbiate timore del dissenso, non spegnete le visioni dei giovani e i sogni degli anziani, sappiate gestire i conflitti trasformandoli in percorsi di rinnovamento. Anteponete il bene comune a quello di parte, non confondendo mai la vostra parte col tutto. La storia allora vi darà ragione, se anche nell’immediato qualcuno vi sarà ostile.
Ho parlato della gioia e della speranza che caratterizzano la vostra giovane società. In genere le si considera sentimenti personali, privati. Esse, invece, sono una forza intensiva ed espansiva, che contrasta ogni rassegnazione e tentazione di chiudersi. Despoti e tiranni del corpo e dello spirito vogliono rendere le anime passive e le passioni tristi, inclini all’inerzia, docili e asservite al potere. Nella tristezza siamo infatti in balia delle nostre paure e dei nostri fantasmi, ci rifugiamo nel fanatismo, nella sottomissione, nel frastuono mediatico, nel miraggio dell’oro, nel mito identitario. Il malcontento, il senso di impotenza e di sradicamento ci separano, invece di metterci in relazione, diffondendo un clima di estraneità alla cosa pubblica, disprezzo per la sventura altrui e la negazione di ogni fraternità. Tale discordanza disgrega i rapporti costitutivi che ognuno intrattiene con sé, con gli altri e con la realtà. Come osservava ancora Papa Francesco: «Il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori. Oggi in molti Paesi si utilizza il meccanismo politico di esasperare, esacerbare e polarizzare» (Lett. enc. Fratelli tutti, 15).
Da questa alienazione ci libera la vera gioia, che non a caso la fede riconosce come dono dello Spirito Santo. E, come scrisse San Paolo, «il frutto dello Spirito […] è amore, gioia, pace» (Gal 5,22). La gioia è infatti ciò che intensifica la vita e sospinge nel campo aperto della socialità: ciascuno gioisce mettendo a frutto le proprie capacità relazionali, accorgendosi di contribuire al bene comune e vedendosi riconosciuto come persona unica e degna, in una comunità di incontri che si moltiplicano e allargano lo spirito. La gioia sa scavare traiettorie anche nelle zone più buie di stasi e di angustia. Esaminiamo dunque il nostro cuore, carissimi, perché senza gioia non c’è rinnovamento; senza interiorità non c’è liberazione; senza incontro non c’è politica; senza l’altro non c’è giustizia.
Insieme, potete fare dell’Angola un progetto di speranza. La Chiesa cattolica, di cui so quanto stimate l’opera di servizio al Paese, desidera essere lievito nella pasta e favorire la crescita di un modello giusto di convivenza, libero dalle schiavitù imposte da élite con molti denari e false gioie. Solo insieme potremo moltiplicare i talenti di questo popolo meraviglioso, sin dentro le periferie urbane e le più remote regioni rurali in cui pulsa la sua vita e si prepara il suo futuro. Eliminiamo gli ostacoli allo sviluppo umano integrale, lottando e sperando insieme a coloro che il mondo ha scartato, ma Dio ha scelto. Così, infatti, è sorta la nostra speranza: «La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo» (Sal 118,22), Gesù Cristo, pienezza dell’uomo e della storia.
Dio benedica l’Angola!
Grazie.
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INCONTRO PRIVATO CON I VESCOVI DELL’ANGOLA
Nella serata di sabato 18 aprile, presso la nunziatura apostolica a Luanda, il Papa ha incontrato in privato e cenato con i vescovi dell’Angola.
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Vedi anche il post precedente:

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