DOMENICA DI PASQUA
«RISURREZIONE DEL SIGNORE»
VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA
Basilica di San Pietro
Sabato Santo, 4 aprile 2026
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Leone XIV: Gesù è risorto,
diamo vita a un mondo nuovo, di pace e unità
Nella Basilica di San Pietro, il Papa presiede la Messa nella notte santa e invita a non avere paura di rimuovere le pietre che ci chiudono nei nostri sepolcri e che sembrano inamovibili: sfiducia, paura, egoismo, rancore, guerra, ingiustizia, chiusura tra popoli e nazioni. "Non lasciamocene paralizzare!", è l'esortazione del Pontefice che impartisce il Battesimo e la Cresima a dieci catecumeni di varie nazionalità
È la “madre di tutte le veglie”, piena di luce, la più antica della tradizione cristiana. È la notte che fa memoria di quella pietra rotolata dal sepolcro da cui Gesù risorge. È la notte che libera, la notte che salva, che "dissipa l'odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace", come recita il preconio. La luce si irradia progressivamente dal buio, in una Basilica gremita di 6000 persone (4000 seguono dagli schermi in piazza San Pietro), la luce "che ci unisce nella Chiesa come lampade per il mondo", dice il Papa nell'omelia.
La processione in Basilica di San Pietro (@Vatican Media)
Nel portico della Basilica il fuoco arde nel braciere; il Papa lo benedice perché si accenda nel cuore dei fedeli il desiderio di unirsi a Cristo, vincitore del peccato e della morte. Una consuetudine, già presente in culture pre-cristiane, che diventa occasione per lodare Dio e alimentare la fraternità e la gioia. Secondo quanto prevede il rito del "lucernario", Leone XIV incide sul cero una croce, la prima e l'ultima lettera dell'alfabeto greco, l'Alfa e l'Omega, le cifre dell'anno corrente. Infigge poi nel cero in forma di croce cinque grani di incenso. La luce del Cristo che risorge glorioso disperda le tenebre del cuore e dello spirito: è l'invocazione che si intreccia, nell'intimo dei fedeli, con gli echi dei conflitti e delle violenze che bruciano il mondo. Con il Pontefice, uno stuolo di cardinali, vescovi, sacerdoti procedono in silenzio verso l'altare della Confessione, ciascuno con una candela in mano; il tempio cristiano si illumina a giorno alla terza acclamazione, da parte del diacono, di Lumen Christi. Sgorga in latino il lungo preconio pasquale, l'Exultet, l'inno di gloria che saluta il trionfo del Cristo risorto. "O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem!": anche in questo sabato santo risuona quel mirabile paradosso, quel corto circuito provvidenziale della storia che non ha dato alla morte l'ultima parola.
Il Signore non abbandona
C’è una carità più grande? Una gratuità più totale? Il Risorto è lo stesso Creatore dell’universo che, come ai primordi della storia dal nulla ci ha dato l’esistenza, così sulla croce, per mostrarci il suo amore senza limiti, ci ha donato la vita.
Nel canto del Gloria è la festa del popolo di Dio. Si accendono le lampade ai piedi dell'altare adornato di centinaia di fiori di ogni varietà e dai colori pastello di primavera. È l'onore, la solennità, il segno esteriore di una rinascita che la Chiesa celebra e implora per il mondo intero. Nell'omelia il Papa ricapitola i passaggi della storia della salvezza evidenziati nell'articolata Liturgia della Parola. È la peculiarità della lunga notte di Pasqua quando si ricorda l'opera di creazione divina: dal caos nasce il cosmo, dal disordine l’armonia. All'umanità viene affidato il compito di esserne custodi. "E anche quando, con il peccato, l’uomo non ha corrisposto a tale progetto, il Signore non l’ha abbandonato, ma gli ha rivelato in modo ancora più sorprendente, nel perdono, il suo volto misericordioso".
La celebrazione della veglia pasquale seguita da piazza San Pietro (@Vatican Media)
Dio non vuole la nostra morte
Ripercorrere i testi sacri stanotte (sette letture dall'Antico Testamento con altrettanti salmi, la Lettera di San Paolo ai Romani, il Vangelo di Matteo al capitolo 28) vuol dire ricordarsi che Dio "non vuole la nostra morte", ma che siamo "membra vive di una discendenza di salvati". Un messaggio che emerge chiaro fin dal primo Libro delle Scritture, in cui c'è tutto il compiacimento di Dio per la sua creazione; nella narrazione della liberazione degli Israeliti dalla schiavitù dell’Egitto, quando il mare, "luogo di morte e ostacolo insormontabile", divenne "la porta d’ingresso per l’inizio di una vita nuova e libera", rammenta il Papa. Isaia, Baruc, Ezechiele parlano del Signore come sposo che chiama e raccoglie, fonte che disseta, acqua che feconda, luce che mostra la via della pace, Spirito che trasforma e rinnova il cuore. Tra i Salmi, risuona il contrappunto su Dio che "ama la giustizia e il diritto", che non abbandona i suoi figli negli Inferi.
Il “santo mistero di questa notte”, allora, affonda le sue radici anche là dove si è consumato il primo fallimento dell’umanità, e si stende lungo i secoli come cammino di riconciliazione e di grazia.
Nessun sepolcro può imprigionare il Dio dell'amore
Leone si sofferma sulla consistenza del peccato: "una barriera pesantissima che ci chiude e ci separa da Dio, cercando di far morire in noi le sue Parole di speranza". Ma è dalle donne che si recano al sepolcro, Maria di Magdala e l’altra Maria, che giunge il coraggio di superare ogni paura, quel coraggio delle prime testimoni della Resurrezione a cui tornare oggi a guardare. Proprio loro, dice il Papa, non si sono lasciate intimidire da ciò che pensavano di trovare, solo una pietra sigillante. "Dio, alla durezza del peccato che divide e uccide, risponde con la potenza dell’amore che unisce e ridona vita", sottolinea il Successore di Pietro, e insiste:
L’uomo può uccidere il corpo, ma la vita del Dio dell’amore è vita eterna, che va oltre la morte e che nessun sepolcro può imprigionare.
Fedeli alla Veglia di Pasqua nella Basilica vaticana (@Vatican Media)
Non lasciamoci paralizzare!
Ed ecco l'invito alla missione, a portare l'annuncio della "buona notizia che Gesù è risorto e che con la sua forza, risorti con Lui, anche noi possiamo dar vita a un mondo nuovo, di pace e di unità". Poi, il riferimento all'oggi:
Non mancano anche ai nostri giorni sepolcri da aprire, e spesso le pietre che li chiudono sono così pesanti e ben vigilate da sembrare inamovibili. Alcune opprimono l’uomo nel cuore, come la sfiducia, la paura, l’egoismo, il rancore; altre, conseguenza di quelle interiori, spezzano i legami tra noi, come la guerra, l’ingiustizia, la chiusura tra popoli e nazioni. Non lasciamocene paralizzare!
Battesimo e Cresima per dieci catecumeni
Alla luce del cero pasquale madrine e padrini attingono per illuminare le candele da dare ai dieci catecumeni che hanno ricevuto il Battesimo in questa notte santa, uomini e donne, provenienti in cinque dalla diocesi di Roma, ce n'è uno dalla Corea, poi due dalla Gran Bretagna e due dal Portogallo. L'acqua versata sul capo di ciascuno di loro, poi la veste bianca indossata prima di ricevere il segno dell'olio santo, sigillo dello Spirito Santo. "Camminate sempre come figli della luce", le parole del Vescovo di Roma su questi neofiti della Chiesa che celebrano da adulti anche il sacramento della Confermazione. Sono loro a partecipare all'Offertorio per l'Eucaristia a cui accedono per la prima volta.
Nella preghiera universale, particolarmente sentita l'intenzione per i governanti sui quali si chiede al Padre di effondere "il desiderio di una pace disarmata e giusta". Poi, l'invocazione perche si alimenti nell'umanità l'amore per i poveri e gli emarginati. La pietra scartata dai costruttori è diventata pietra d'angolo, recita il Salmo 117. Il popolo è in festa.
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 04/04/2026)
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«Il santo mistero di questa notte […] dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace» (Preconio pasquale).
Così, cari fratelli e sorelle, il diacono, all’inizio di questa celebrazione, ha inneggiato alla luce di Cristo Risorto, simboleggiata nel Cero pasquale. Da quest’unico Cero tutti abbiamo acceso i nostri lumi e, ciascuno portando una fiammella attinta allo stesso fuoco, abbiamo illuminato questa grande basilica. È il segno della luce pasquale, che ci unisce nella Chiesa come lampade per il mondo. All’annuncio del diacono abbiamo risposto “amen”, affermando il nostro impegno ad abbracciare questa missione, e tra poco ripeteremo il nostro “sì” rinnovando le Promesse battesimali.
Questa, carissimi, è una Veglia piena di luce, la più antica della tradizione cristiana, detta “madre di tutte le veglie”. In essa riviviamo il memoriale della vittoria del Signore della vita sulla morte e sugli inferi. Lo facciamo dopo aver percorso, nei giorni scorsi, come in un’unica grande celebrazione, i misteri della Passione del Dio fatto per noi «uomo dei dolori» (Is 53,3), «disprezzato e reietto dagli uomini» (ibid.), torturato e crocifisso.
C’è una carità più grande? Una gratuità più totale? Il Risorto è lo stesso Creatore dell’universo che, come ai primordi della storia dal nulla ci ha dato l’esistenza, così sulla croce, per mostrarci il suo amore senza limiti, ci ha donato la vita.
Ce lo ha ricordato la prima Lettura, con il racconto delle origini. In principio Dio ha creato il cielo e la terra (cfr Gen 1,1), traendo dal caos il cosmo, dal disordine l’armonia, e affidando a noi, fatti a sua immagine e somiglianza, il compito di esserne custodi. E anche quando, con il peccato, l’uomo non ha corrisposto a tale progetto, il Signore non l’ha abbandonato, ma gli ha rivelato in modo ancora più sorprendente, nel perdono, il suo volto misericordioso.
Il “santo mistero di questa notte”, allora, affonda le sue radici anche là dove si è consumato il primo fallimento dell’umanità, e si stende lungo i secoli come cammino di riconciliazione e di grazia.
Di tale cammino la liturgia ci ha proposto alcune tappe attraverso i testi sacri che abbiamo ascoltato. Ci ha ricordato come Dio ha fermato la mano di Abramo, pronto a sacrificare il figlio Isacco, a indicarci che non vuole la nostra morte, ma piuttosto che ci consacriamo ad essere, nelle sue mani, membra vive di una discendenza di salvati (cfr Gen 22,11-12.15-18). Così pure ci ha invitato a riflettere su come il Signore ha liberato gli Israeliti dalla schiavitù dell’Egitto, facendo del mare, luogo di morte e ostacolo insormontabile, la porta d’ingresso per l’inizio di una vita nuova e libera. E lo stesso messaggio è tornato come un’eco nelle parole dei Profeti, in cui abbiamo sentito le lodi del Signore come sposo che chiama e raccoglie (cfr Is 54,5-7), fonte che disseta, acqua che feconda (cfr Is 55,1.10), luce che mostra la via della pace (cfr Bar 3,14), Spirito che trasforma e rinnova il cuore (Ez 36,26).
In tutti questi momenti della storia della salvezza abbiamo visto come Dio, alla durezza del peccato che divide e uccide, risponde con la potenza dell’amore che unisce e ridona vita. Li abbiamo rievocati insieme, intercalandone il racconto con salmi e preghiere, per ricordarci che, per la Pasqua di Cristo, «sepolti insieme a lui nella morte […] anche noi possiamo camminare in una vita nuova […] morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù» (Rm 6,4-11), consacrati nel Battesimo all’amore del Padre, uniti nella comunione dei santi, fatti per grazia pietre vive per la costruzione del suo Regno (cfr 1Pt 2,4-5).
In questa luce leggiamo il racconto della Risurrezione, che abbiamo ascoltato nel Vangelo secondo Matteo. Il mattino di Pasqua, le donne, vincendo il dolore e la paura, si sono messe in cammino. Volevano andare alla tomba di Gesù. Si aspettavano di trovarla sigillata, con una grande pietra all’imboccatura e soldati che facevano la guardia. Questo è il peccato: una barriera pesantissima che ci chiude e ci separa da Dio, cercando di far morire in noi le sue Parole di speranza. Maria di Magdala e l’altra Maria, però, non se ne sono lasciate intimidire. Sono andate al sepolcro e, grazie alla loro fede e al loro amore, sono state le prime testimoni della Risurrezione. Nel terremoto e nell’angelo, seduto sul masso ribaltato, hanno visto la potenza dell’amore di Dio, più forte di qualsiasi forza del male, capace di “dissipare l’odio” e di “piegare la durezza dei potenti”. L’uomo può uccidere il corpo, ma la vita del Dio dell’amore è vita eterna, che va oltre la morte e che nessun sepolcro può imprigionare. Così il Crocifisso ha regnato dalla croce, l’angelo si è seduto sulla pietra e Gesù si è presentato a loro vivo dicendo: «Salute a voi!» (Mt 28,9).
È questo, oggi, carissimi, anche il nostro messaggio al mondo, l’incontro che vogliamo testimoniare, con le parole della fede e con le opere della carità, cantando con la vita l’“Alleluia” che proclamiamo con le labbra (cfr S. Agostino, Sermo 256, 1). Come le donne, corse a dare l’annuncio ai fratelli, noi pure vogliamo partire, stanotte, da questa Basilica, per portare a tutti la buona notizia che Gesù è risorto e che con la sua forza, risorti con Lui, anche noi possiamo dar vita a un mondo nuovo, di pace, di unità, come «moltitudine di uomini e insieme […] un uomo solo, poiché, pur essendo molti i cristiani, uno solo è il Cristo» (S. Agostino, Enarrationes in Psalmos, 127,3).
A questa missione si consacrano i fratelli e le sorelle che, qui presenti, provenienti da varie parti del mondo, tra poco riceveranno il Battesimo. Dopo il lungo cammino del catecumenato, oggi rinascono in Cristo per essere creature nuove (cfr 2Cor 5,17), testimoni del Vangelo. Per loro, e per tutti noi, ripetiamo ciò che Sant’Agostino diceva ai cristiani del suo tempo: «Annuncia il Cristo, semina […], spargi dappertutto ciò che hai concepito nel tuo cuore. (Sermo 116, 23-24).
Sorelle, fratelli, non mancano anche ai nostri giorni sepolcri da aprire, e spesso le pietre che li chiudono sono così pesanti e ben vigilate da sembrare inamovibili. Alcune opprimono l’uomo nel cuore, come la sfiducia, la paura, l’egoismo, il rancore; altre, conseguenza di quelle interiori, spezzano i legami tra noi, come la guerra, l’ingiustizia, la chiusura tra popoli e nazioni. Non lasciamocene paralizzare! Tanti uomini e donne, nel corso dei secoli, con l’aiuto di Dio, le hanno rotolate via, magari con molta fatica, a volte a costo della vita, ma con frutti di bene di cui ancora oggi beneficiamo. Non sono personaggi irraggiungibili, ma persone come noi che, forti della grazia del Risorto, nella carità e nella verità, hanno avuto il coraggio di parlare, come dice l’Apostolo Pietro, «con parole di Dio» (1Pt 4,11) e di agire «con l'energia ricevuta da Dio, perché in tutto sia glorificato Dio» (ibid.).
Lasciamoci muovere dal loro esempio e in questa Notte santa facciamo nostro il loro impegno, perché ovunque e sempre, nel mondo, crescano e fioriscano i doni pasquali della concordia e della pace.
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DOMENICA DI PASQUA «RISURREZIONE DEL SIGNORE»
SANTA MESSA DEL GIORNO
Piazza San Pietro
Domenica di Pasqua, 5 aprile 2026
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Leone XIV: la guerra uccide e distrugge
ma Cristo vince la morte per sempre
Nella domenica di Pasqua, il Papa presiede per la prima volta la Messa del giorno in Piazza San Pietro. Il mondo è ferito da conflitti, ingiustizie, idolatria del profitto, ma il Risorto apre i cuori alla speranza e illumina l’oscurità, afferma il Pontefice nell'omelia, elevando al cielo una preghiera per la pace e per i poveri
Papa Leone XIV durante la Messa di Pasqua in Piazza San Pietro
Davanti alla “violenza della guerra che uccide e distrugge" la Pasqua "ci invita ad alzare lo sguardo e ad allargare il cuore”. Celebrando la Messa del giorno nella domenica della Risurrezione del Signore, Leone XIV esorta i 50 mila fedeli presenti in piazza San Pietro e quanti seguono il rito attraverso i media a mettersi “in movimento come Maria di Magdala e come gli Apostoli”, per poter “scoprire che il sepolcro di Gesù è vuoto, e perciò in ogni morte che sperimentiamo c’è anche spazio per una nuova vita che sorge”.
I fedeli in Piazza San Pietro per la celebrazione (@Vatican Media)
La gioia di risorgere a nuova vita
Nell’assolata mattina del 5 aprile, dal sagrato della Basilica vaticana, Papa Leone presiede per la prima volta la solenne Eucaristia che manifesta la gloria del Cristo risorto. Concelebranti principali sono i cardinali Re e Sandri, rispettivamente decano e vicedecano del Collegio cardinalizio. “La creazione intera risplende oggi di nuova luce – spiega il Pontefice all’omelia -, dalla terra si leva un canto di lode, esulta di gioia il nostro cuore: Cristo è risorto dalla morte e, con Lui, anche noi risorgiamo a vita nuova!”
Lo simboleggiano all’altare il cero pasquale acceso durate la veglia della Notte del Sabato Santo, l’icona del Santissimo Salvatore, la proclamazione del Vangelo in latino e in greco. Anche agli addobbi floreali, offerti per il quarantesimo anno dai vivaisti olandesi, sono un tripudio di colori: tulipani, narcisi, giacinti, viole, rose, rami di salice e di eucalipto sono la rappresentazione di una nuova esistenza.
La speranza non viene meno davanti agli abissi della morte
L’annuncio pasquale, prosegue il Papa, “abbraccia il mistero della nostra vita e il destino della storia e ci raggiunge fin dentro gli abissi della morte, da cui ci sentiamo minacciati e a volte sopraffatti”.
Esso ci apre alla speranza che non viene meno, alla luce che non tramonta, a quella pienezza di gioia che niente può cancellare: la morte è stata vinta per sempre, la morte non ha più potere su di noi!
La zavorra dei peccati e il peso delle delusioni
Messaggio forte, commenta Leone XIV, “non sempre facile da accogliere… perché il potere della morte ci minaccia sempre, dentro e fuori”. Riguardo alle minacce interne il Vescovo di Roma cita “la zavorra dei peccati” che “impedisce di spiccare il volo”; “le delusioni o le solitudini” che “prosciugano le speranze”; “le preoccupazioni o i risentimenti” che “soffocano la gioia di vivere”; ma anche la tristezza, la stanchezza, il sentirsi “traditi o rifiutati” o il dover “fare i conti con la nostra debolezza, con la sofferenza, con la fatica di ogni giorno” o con la sensazione “di essere finiti in un tunnel di cui non vediamo l’uscita”.
Il mondo schiacciato dalla violenza e dall’idolatria del profitto
Ma sono soprattutto le minacce esterne della morte, dice ancora il Papa, a essere “sempre in agguato”:
La vediamo presente nelle ingiustizie, negli egoismi di parte, nell’oppressione dei poveri, nella scarsa attenzione verso i più fragili. La vediamo nella violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si leva da ogni parte per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria del profitto che saccheggia le risorse della terra, per la violenza della guerra che uccide e distrugge.
Papa Leone XIV durante la Messa del giorno nella domenica di Pasqua (@Vatican Media)
La Risurrezione si fa spazio nell’oscurità dei tempi
Da qui la centralità della Pasqua nella vita del cristiano:
Il Signore è vivo e rimane con noi. Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, Egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita.
Un nuovo inizio
Leone XIV cita in proposito Papa Francesco, rileggendo il n. 276 della sua prima esortazione apostolica, Evangelii gaudium, per assicurare come la Pasqua sia “la nuova creazione operata dal Signore Risorto”, quel “nuovo inizio”, che rende “la vita finalmente eterna” grazie alla “vittoria di Dio sull’antico Avversario”. Perché, “di questo canto di speranza oggi abbiamo bisogno. E siamo noi, risorti con Cristo, che dobbiamo portarlo per le strade del mondo”.
La preghiera per la pace e per i poveri
Ecco allora l’invito conclusivo a correre “come Maria di Magdala”, portando ovunque “la gioia della risurrezione, perché dovunque aleggia ancora lo spettro della morte possa splendere la luce della vita”. Suggestioni che riecheggiano anche nella preghiera dei fedeli, dove vengono elevate intenzioni in diverse lingue. In particolare, in arabo si prega per la Chiesa, affinché “la comunità cristiana sperimenti nella gioia l’incontro con Cristo risorto e mostri a tutti i frutti della sua Pasqua”; in cinese per i popoli dilaniati dalla guerra, affinché “le Nazioni vedano cessati i conflitti che accrescono l’odio e promossa la pace su tutta la terra”; e in portoghese per quanti soffrono a causa della povertà, perché “siano garantiti da un’equa distribuzione di tutte le risorse e assicurati del necessario per una vita dignitosa”.
(fonte: Vatican News, articolo di Gianluca Biccini 05/04/2026)
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OMELIA DI LEONE XIV
(testo integrale)
Cari fratelli e sorelle,
la creazione intera risplende oggi di nuova luce, dalla terra si leva un canto di lode, esulta di gioia il nostro cuore: Cristo è risorto dalla morte e, con Lui, anche noi risorgiamo a vita nuova!
Questo annuncio pasquale abbraccia il mistero della nostra vita e il destino della storia e ci raggiunge fin dentro gli abissi della morte, da cui ci sentiamo minacciati e a volte sopraffatti. Esso ci apre alla speranza che non viene meno, alla luce che non tramonta, a quella pienezza di gioia che niente può cancellare: la morte è stata vinta per sempre, la morte non ha più potere su di noi!
È questo un messaggio non sempre facile da accogliere, una promessa che facciamo fatica ad accogliere, perché il potere della morte ci minaccia sempre, dentro e fuori.
Dentro di noi, quando la zavorra dei nostri peccati ci impedisce di spiccare il volo; quando le delusioni o le solitudini che sperimentiamo prosciugano le nostre speranze; quando le preoccupazioni o i risentimenti soffocano la gioia di vivere; quando proviamo tristezza o stanchezza, quando ci sentiamo traditi o rifiutati, quando dobbiamo fare i conti con la nostra debolezza, con la sofferenza, con la fatica di ogni giorno, allora ci sembra di essere finiti in un tunnel di cui non vediamo l’uscita.
Ma anche fuori di noi, la morte è sempre in agguato. La vediamo presente nelle ingiustizie, negli egoismi di parte, nell’oppressione dei poveri, nella scarsa attenzione verso i più fragili. La vediamo nella violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si leva da ogni parte per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria del profitto che saccheggia le risorse della terra, per la violenza della guerra che uccide e distrugge.
In questa realtà, la Pasqua del Signore ci invita ad alzare lo sguardo e ad allargare il cuore. Essa continua ad alimentare nel nostro spirito e nel cammino della storia il seme della vittoria promessa. Ci mette in movimento come Maria di Magdala e come gli Apostoli, per farci scoprire che il sepolcro di Gesù è vuoto, e perciò in ogni morte che sperimentiamo c’è anche spazio per una nuova vita che sorge. Il Signore è vivo e rimane con noi. Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, Egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita. Siamo orientati una volta per sempre verso la pienezza, perché in Cristo risorto anche noi siamo risorti.
Ce lo ricordava con parole accorate Papa Francesco, nella sua prima Esortazione apostolica, Evangelii gaudium, affermando che la risurrezione di Cristo «non è una cosa del passato; contiene una forza di vita che ha penetrato il mondo. Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i germogli della risurrezione. È una forza senza uguali. È vero che molte volte sembra che Dio non esista: vediamo ingiustizie, cattiverie, indifferenze e crudeltà che non diminuiscono. Però è altrettanto certo che nel mezzo dell’oscurità comincia sempre a sbocciare qualcosa di nuovo, che presto o tardi produce un frutto» (n. 276).
Fratelli e sorelle, la Pasqua del Signore ci dona questa speranza, ricordandoci che nel Cristo risorto una nuova creazione è possibile ogni giorno. Ce lo dice il Vangelo oggi proclamato, che colloca l’evento della risurrezione in modo preciso: «Il primo giorno della settimana» (Gv 20,1). Il giorno della risurrezione di Cristo ci rimanda così alla creazione, a quel primo giorno in cui Dio creò il mondo, e ci annuncia, nello stesso tempo, che una vita nuova, più forte della morte, adesso sta spuntando per l’umanità.
La Pasqua è la nuova creazione operata dal Signore Risorto, è un nuovo inizio, è la vita finalmente resa eterna dalla vittoria di Dio sull’antico Avversario.
Di questo canto di speranza oggi abbiamo bisogno. E siamo noi, risorti con Cristo, che dobbiamo portarlo per le strade del mondo. Corriamo allora come Maria di Magdala, annunciamolo a tutti, portiamo con la nostra vita la gioia della risurrezione, perché dovunque aleggia ancora lo spettro della morte possa splendere la luce della vita.
Cristo, nostra Pasqua, ci benedica e doni la sua pace al mondo intero!
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