La vocazione della Chiesa in Terra Santa
in una lettera del patriarca Pizzaballa alla diocesi di Gerusalemme
In tempo di conflitto
guarire le ferite
con il coraggio del perdono
Come vivere da cristiani nella situazione di conflitto che sta affrontando la Terra Santa? È la domanda a cui tenta di rispondere la lettera indirizzata alla diocesi a firma del patriarca di Gerusalemme dei latini, cardinale Pierbattista Pizzaballa, che è stata diffusa lunedì 27 aprile, con il titolo Tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa.
«La vocazione di Gerusalemme — osserva il porporato nel testo — è guarire il mondo dalle sue ferite. Guarire le lacerazioni con mitezza e col coraggio del perdono: è questa la missione sublime di Gerusalemme, dove i cristiani sono sale, luce e lievito all’interno delle società a cui appartengono a pieno titolo». Le parole di Pizzaballa sono contenute nel lungo documento che rappresenta «un’iniziale proposta di riflessione», da maturare «attraverso il confronto», «purché si sia comunque mossi dal sincero desiderio di cercare di comprendere la volontà di Dio su ciascuno di noi». Il testo arriverà anche in libreria da lunedì 11 maggio in un volume, edito da Libreria Editrice Vaticana, in italiano ed è allo studio la possibilità di pubblicazioni in altre lingue.
La Lettera è strutturata in tre parti: nella prima si parte con «la valutazione dell’attuale stato di disordine», per «ancorarsi saldamente alla realtà così com’è, riconoscendo però in essa la presenza operante di Dio»; nella seconda il patriarca condivide «una visione per la comunità, ispirata e ancorata alla Scrittura, con una precisa connessione a Gerusalemme»; nella terza vengono analizzate le implicazioni pastorali di tale riflessioni, da applicare a parrocchie, famiglie, scuole e istituzioni. Pizzaballa sottolinea che la lettera non contiene considerazioni e analisi di carattere prettamente politico: «è “politica” solo in senso più ampio, in quanto concerne il nostro rimanere, come cristiani, nella polis, ovvero nel nostro mondo reale e nella nostra città di Gerusalemme, benché sempre orientati alla vera e definitiva Polis, la Gerusalemme celeste». L’icona biblica intorno alla quale ruota la riflessione del patriarca è, infatti, la città di Gerusalemme, che «sta ad indicare la convivenza, la relazione, civile e religiosa». «Noi — afferma Pizzaballa — siamo la Chiesa di Gerusalemme, e la Città Santa è il cuore non solo geografico, ma anche spirituale della nostra comunità ecclesiale». Una Chiesa dal volto multiforme, «per sua essenza, plurale, dato che Gerusalemme è madre di tutti i popoli», ma che «da molti secoli è immersa prevalentemente in un contesto arabo». Da questo preciso quadro parte lo sguardo sul presente, uno sguardo che «aspira ad abbracciare e includere tutti i suoi abitanti».
Non si può non partire dunque dal 7 ottobre e dalla guerra a Gaza, «eventi spartiacque che, nel peggior modo possibile, hanno chiuso un’epoca e ne hanno aperta un’altra». «Quello che stiamo vivendo — osserva il patriarca — non rappresenta solo un conflitto locale, ma è il sintomo di un cambiamento di paradigma a livello globale». Per decenni la comunità internazionale ha creduto in un ordine internazionale basato su regole, trattati e multilateralismo, mentre oggi tutti «sembrano avere aperto gli occhi sulla loro debolezza». «Assistiamo al ritorno della forza come strumento decisivo per risolvere ogni contesa — aggiunge il porporato —. La guerra è diventata oggetto di un culto idolatra». I civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo, mentre alcune potenze mondiali scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici. «È una guerra che si conduce anche con parole e immagini — rileva il patriarca —. È sempre più difficile distinguere la cronaca dalla propaganda, mentre ci si interroga su quante persone in queste ultime guerre sono morte per «decisione di un algoritmo». La vita quotidiana della diocesi ha subito «le conseguenze di questo caos», come la dissoluzione delle relazioni avvelenate da odio e sfiducia, la frammentazione in enclave e bolle identitarie, amplificate dagli algoritmi dei social, la perdita di senso e il logoramento delle parole «convivenza», «dialogo», «giustizia», «bene comune». Tra i negativi effetti anche la crisi del dialogo interreligioso, «investito da memorie contrapposte e strumentalizzazioni identitarie». «I Luoghi Santi, che dovrebbero essere spazi di preghiera — afferma Pizzaballa —, diventano campi di battaglia identitari e i testi sacri vengono utilizzati per giustificare violenze, occupazione e terrorismo. Questo abuso del nome di Dio è il peccato più grave del nostro tempo».
In questo scenario, la Chiesa locale è chiamata a risposte diverse in realtà eterogenee, a partire da Gaza, dove i cristiani «sono immersi in una condizione di estrema tribolazione, ma la Parrocchia della Santa Famiglia e la Caritas rimangono il Volto di Cristo in mezzo all’orrore». In Palestina si sta decidendo in modo silenzioso e strutturale il futuro del conflitto israelo-palestinese. «Se non si interrompe la deriva delle aggressioni causate dall’occupazione e dall’assenza dello Stato di diritto, si rischia la cristallizzazione di una situazione di occupazione permanente che erode ogni possibilità di una soluzione giusta e condivisa», avverte il patriarca. In Israele «aumentano discriminazione sociale, disuguaglianze economiche e crescente insicurezza, dovuta alla criminalità che rafforza la tentazione di emigrare. La comunità cattolica di espressione ebraica — continua il porporato — in una contesa così polarizzante non si è sempre sentita ascoltata». Dentro questa desolazione, le comunità cristiane «restano un segno tangibile di speranza e di coraggiose esperienze di vitalità e fraternità, grazie anche alla costante vicinanza spirituale e fattiva della Chiesa universale – da Papa Francesco e da Papa Leone XIV fino più piccole e povere diocesi».
La Chiesa di Gerusalemme «ha fatto sentire la sua voce provando a pronunciare una parola di verità anche all’interno di questo disordine, spesso a costo di incomprensioni, ma — si chiede Pizzaballa — è stato sufficiente? Oppure, in questo periodo così duro, abbiamo a tratti privilegiato la prudenza e ricercato la sopravvivenza istituzionale, sacrificando la nostra testimonianza profetica? È una domanda che mi accompagna ogni giorno, a cui non è mai facile rispondere». Viene da interrogarsi inoltre su qual sia la volontà di Dio su Gerusalemme e, per rispondere, «occorre scrutare l’immagine della Città Santa» che Dio offre nelle Scritture. Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici, la sua identità principale è essere il luogo della Rivelazione di Dio, casa di preghiera per tutti i popoli. «Ignorarne questa sua dimensione verticale, il primato di Dio, espresso nella sensibilità delle diverse comunità di fede, ha portato e porterà al fallimento di ogni accordo di convivenza», avverte il patriarca.
È questo un monito cruciale per le istituzioni religiose di Gerusalemme: «Senza lasciarsi illuminare costantemente dalla relazione con Dio, si atrofizzando, diventando fortezze inespugnabili chiuse al mondo». Pizzaballa afferma inoltre che «l’ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà è diventata uno dei criteri principale di relazione tra le comunità religiose di Gerusalemme, generando divisione e violenza», ma invece «occorre il coraggio di costruire nuovi modelli di relazioni dove la comune fede in Dio diventi occasione di incontro e non di esclusione». Serve, in definitiva, «un nuovo modo di vedere alla luce dell’Agnello pasquale», che si concretizzi in «uno stile di vita della “città con le porte aperte” e una memoria purificata», «ripensando le categorie di storia e quindi di colpa, giustizia e perdono». Bisogna poi lavorare per far sì che Gerusalemme sia accessibile a tutti, perché «non appartiene a nessuno in modo esclusivo, ma è patrimonio dell’umanità».
Al livello pastorale, va tenuto a mente innanzitutto il primato della liturgia e della preghiera. Fondamentale è anche il ruolo delle famiglie come laboratori di educazione alla convivenza e al rispetto, dove il passato può essere narrato ai figli con dolore e verità, ma senza trasmettere sentimenti di odio e vendetta. Le scuole cristiane, inoltre, vanno intese come «officine di una umanità nuova, in cui si trasmette la coscienza cristiana e si educa a rileggere la storia con occhi liberi dal rancore». Gli ospedali e le opere sociali — luoghi in cui accoglienza e dialogo sono già realtà vissute — vanno sostenuti. Un ruolo importante spetta anche agli anziani, che sono la memoria viva, ai giovani — la profezia — e a sacerdoti e religiosi, punto di riferimento fedele per la comunità e modelli di convivenza possibile. In riferimento alle relazioni con gli altri cristiani, aggiunge Pizzaballa, «è importante favorire occasioni concrete di conoscenza reciproca e parlare con una voce sola, perché la prima testimonianza è l’unità tra le comunità». Anche il dialogo interreligioso rimane «una necessità vitale». Infine è fondamentale che non si tolleri mai «nessuna complicità con la cultura della violenza», mentre va dato spazio alla fiducia.
«Come è possibile fare tutto questo?». La risposta del patriarca è semplice: «Da soli non possiamo. Ma non siamo soli. Gesù ci aspetta nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità di fede, nei nostri gruppi e movimenti ecclesiali». «Portiamo nel cuore il sogno di Dio per la sua città — conclude Pizzaballa — e lasciamo che quel sogno diventi, passo dopo passo, giorno dopo giorno, la nostra stessa vita».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Beatrice Guarrera 27/04/2026)
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