Intervista con l’arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč, Sviatoslav Shevchuk
Ucraina: l’urgenza di costruire la pace
dopo quattro anni di dolore e resistenza
È un anniversario «tragico» e una «vergogna per l’umanità» quello dei quattro anni dall’inizio dell’invasione militare russa dell’Ucraina: «Nessuno avrebbe mai immaginato» una guerra in Europa di tale durata. È quanto afferma l’arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč, Sviatoslav Shevchuk, in un’intervista ai media vaticani in vista dell’anniversario dei quattro anni dall’inizio della guerra il 24 febbraio 2022. L’arcivescovo greco-cattolico ricorda che la guerra è in realtà iniziata già nel 2014 con l’occupazione della Crimea e di parte del Donbass orientale. «Il numero dei civili morti e feriti continua ad aumentare — dichiara Shevchuk —. Posso dire che nemmeno all’inizio dell’invasione, nel 2022, la situazione era così drammatica come oggi, soprattutto durante questo inverno, in particolare nella capitale ucraina».
A Kyiv si sta vivendo una vera tragedia, che alcuni chiamano oggi “Kholodomor”, dal termine ucraino kholod, che significa “freddo”. Un richiamo alla grave carestia dell’Holodomor, il “genocidio della fame” che causò la morte di milioni di ucraini durante l’epoca di Stalin nell’Ucraina sovietica dal 1932 al 1933.
«I russi — riprende il presule — stanno distruggendo metodicamente le infrastrutture vitali delle città ucraine, in particolare della capitale». In molti quartieri non c’è il gas; si cucina con l’elettricità, che è necessaria anche per pompare l’acqua potabile nei palazzi di nove o venti piani. «Questo inverno molte centrali, costruite in epoca sovietica e di cui i russi, quindi, conoscevano i progetti, sono state distrutte — prosegue —. Quando la temperatura è scesa sotto i venti gradi, non è stato più possibile fornire elettricità e acqua calda; i tubi si sono congelati e spaccati, e anche i sistemi igienico-sanitari sono stati gravemente danneggiati».
Davanti ai grandi palazzi sono stati così allestiti i cosiddetti “Centri di resilienza”: tende riscaldate con generatori, dove le persone possono ricaricare i dispositivi, bere un tè caldo, stare insieme e riscaldarsi. «Presso la nostra cattedrale abbiamo aperto un Centro di resilienza nel rifugio semiinterrato», racconta Shevchuk, spiegando che «molte persone dormono lì e, di fatto, ci vivono: dobbiamo provvedere a tutto, perché non possono rientrare nelle loro case». «Il sindaco di Kyiv ha invitato chi può a lasciare temporaneamente la città; si stima che quasi mezzo milione di persone sia partito — afferma l’arcivescovo —. Tuttavia, molti restano perché lavorano o non hanno alternative. Scuole, università, supermercati, ospedali e farmacie sono aperti, ma il grande problema resta il funzionamento delle infrastrutture vitali».
Secondo l’arcivescovo maggiore di Kyiv, «di fronte a questa tragedia siamo tutti uguali, cerchiamo di stare uniti, aiutarci e anche di trovare un senso cristiano». Shevchuk osserva poi che «uno degli obiettivi dei bombardamenti è proprio scoraggiare la popolazione, costringerla ad abbandonare le proprie case. Alcuni analisti sostengono che si voglia creare una zona cuscinetto senza civili, per facilitare manovre militari. Ma la gente resta, non parte, e noi cerchiamo di far arrivare gli aiuti dove ci sono anche bambini e anziani. Forse il nemico si aspettava che gli ucraini fuggissero, ma non è così».
Da una parte una grande forza e una prova di resistenza del popolo ucraino, dall’altra il dolore che cresce con così tanti morti e feriti. «Secondo la Missione Onu per i diritti umani in Ucraina — evidenzia il presule —, il 2025 è stato l’anno più letale per i civili dall’inizio dell’invasione. Il numero di civili uccisi e feriti è aumentato del 31% rispetto al 2024 e del 70% rispetto al 2023. Più si parla di accordi di pace, più il sangue scorre in terra ucraina. Mentre i potenti del mondo si incontrano per discutere su chi esercitare più pressione, il popolo soffre».
«Non c’è nessuna famiglia in Ucraina che non abbia vissuto il dolore o il lutto per la perdita di un fratello, una sorella, un genitore o un figlio, uccisi o feriti», dichiara Shevchuk, facendo riferimento ad un questionario sottoposto durante un programma di accompagnamento per i sacerdoti e le persone consacrate dal quale è emerso che «la stragrande maggioranza dice di non volersi prendere vacanze o riposare», un dato che secondo gli psicoterapeuti «è un segno di trauma». «Perciò accompagniamo i nostri sacerdoti attraverso un programma di “guarigione delle ferite”: chi ha vissuto e superato la propria sofferenza diventa un “medico ferito”, in grado di comprendere chi soffre e di guidarlo verso la guarigione, anche psicologica e mentale. La salute mentale e spirituale è al centro del nostro impegno».
Ma la martoriata Ucraina ha ricevuto tanta solidarietà dalla Chiesa universale. «Siamo veramente grati al Santo Padre e a tutti i fratelli e le sorelle in Cristo, a tutte le persone di buona volontà che hanno espresso vicinanza», dichiara l’arcivescovo di Kyiv. La solidarietà internazionale, d’altra parte, ha avuto alti e bassi. «Ricordo i primi giorni della guerra, quando gli aiuti umanitari arrivavano in grande quantità da diversi Paesi d’Europa e del mondo — afferma —. L’anno scorso, invece, nel 2025, gli aiuti erano quasi scomparsi. Ottenere approvazioni per i progetti destinati a chi non aveva mezzi per sopravvivere era sempre più difficile. All’inizio del 2025 si stimava che circa cinque milioni di persone in Ucraina fossero in insicurezza alimentare, ma solo 2,5 milioni potevano ricevere assistenza. Questo inverno, tragico per il freddo e le difficoltà, le immagini di persone che soffrono però cercano di resistere, hanno riacceso la solidarietà internazionale, ricordando febbraio-marzo 2022». Menziona in particolare l’impegno del cardinale Grzegorz Ryś, arcivescovo di Cracovia, che ha prontamente risposto ad una richiesta d’aiuto stanziando sul conto della Caritas un milione di zloty: «Quattro giorni dopo i primi camion con generatori erano già in viaggio verso Kyiv». «Oggi viviamo un’ondata di solidarietà che va oltre il sostegno economico», osserva il presule ucraino. Shevchuk insiste infine su un aspetto che ritiene «vergognoso», ovvero che in quattro anni «la comunità internazionale non sia riuscita a fermare la mano micidiale dell’aggressore». Alcuni storici, sottolinea il presule, «hanno osservato che, nelle nostre terre, la Seconda guerra mondiale durò meno dell’attuale aggressione russa contro l’Ucraina. È qualcosa che non avrebbe mai dovuto iniziare e che ora deve finire. Perciò, in questo triste anniversario, chiedo a tutti di fare una promessa a Dio e a se stessi: costruire la pace».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Svitlana Dukhovych 23/02/2026)