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mercoledì 18 febbraio 2026

Ibrahim Faltas: Ancora senza pace

 Ibrahim Faltas

In Terra Santa la guerra non è finita, nonostante la tregua.
Il grido di dolore della popolazione martoriata che chiede salvezza

Ancora senza pace


Una bambina piange disperata, il suo volto tocca la terra bagnata anche dalle sue lacrime, sembra abbracciare il luogo di sepoltura di suo padre per ricevere il calore di chi le è stato rubato e che non può più riabbracciare. Il padre di questa bambina sperava di poter essere ancora un sostegno per la sua famiglia ed è morto, ucciso durante la tregua che poteva portare alla fine di una tragedia. È ancora questa l’immagine di Gaza, questo è quello che ancora succede a Gaza.

La speranza non ha abbandonato chi sopravvive da due anni e mezzo alla follia della violenza: tutti abbiamo creduto ad un progetto di pace vero e possibile. La guerra, perché ci ostiniamo a chiamarla guerra, non è finita in Terra Santa. Non sono finiti i bombardamenti, non è arrivato il cibo, non sono stati distribuiti farmaci vitali, non sono state allestite tende, non è stato possibile salvare vite per la mancanza di ospedali e di operatori sanitari. La tregua annunciata non ha portato ai risultati desiderati sulla strada della pace: da ottobre sono diminuiti i morti e sono aumentate le ferite dei corpi e delle anime di chi soffre a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme. L’impegno preso dalla comunità internazionale più di quattro mesi fa non ha prodotto azioni risolutive di pace.

Chi vuole la pace, chi rispetta la vita agisce per raggiungere più velocemente chi non ha più nulla e opera per dare sollievo, aiuto e salvezza a chi ha perso la speranza della pace. Mentre si organizzano consigli di amministrazione e si raccolgono adesioni a strumenti commerciali, la gente continua a morire a Gaza. Mentre si studia come smaltire l’enorme quantità di macerie che hanno seppellito corpi, storie, ricordi, vengono colpiti i familiari che scavano a mani nude quel che resta delle loro case per cercare i corpi dei loro cari.

In Cisgiordania e a Gerusalemme si cerca di sopravvivere a tante limitazioni e difficoltà, si tenta di proteggere e di tutelare i propri luoghi di origine appartenuti a generazioni da tempo immemorabile mentre proprietari nuovi e sconosciuti si appropriano di quelle case e di quei terreni grazie a documenti freschi di stampa e a leggi appena emanate che non rispettano la vita e la storia di un popolo.

Chi vuole la pace, non può accettare che un bambino, a cui è già stata negata la serenità dell’infanzia e che ha necessità di aiuto e di protezione, debba seppellire chi gli ha donato la vita. La verità della pace non può essere sepolta con quel padre amato e con i tanti morti innocenti di Gaza. La speranza della pace non può essere sepolta da chi provoca ingiustizie e discriminazioni in Terra Santa. La complicità dell’indifferenza e del silenzio non devono seppellire la verità e la giustizia.

«Domandate pace per Gerusalemme» non è solo un invito del salmo a pregare per la pace in Terra Santa, è la richiesta di pace per una terra martoriata che continua a soffrire e non ha più voce per chiedere pace.

Chiedere pace per la Terra Santa è rispetto per la dignità della vita e riguarda ogni essere umano in ogni angolo del mondo. Sarà pace nel mondo quando le lacrime di un bambino non bagneranno la terra che nasconde il corpo di un padre, sarà pace nel mondo quando ogni bambino, come quella bambina che piange disperata, avrà il calore di una casa, di cibo, di cure e avrà un sorriso per ricordare l’amore e l’abbraccio di suo padre, morto durante la tregua che ancora non ha dato pace a Gaza.
(fonte: L'Osservatore Romano 17 febbraio 2026)