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giovedì 19 febbraio 2026

Mercoledì delle Ceneri – Statio, processione penitenziale e Santa Messa - Leone XIV: Il nostro peccato e il peso di un mondo che brucia - Non fermiamoci tra le ceneri del mondo, ma convertiamoci e ricostruiamo

Mercoledì delle Ceneri
18 febbraio 2026

STATIO E PROCESSIONE PENITENZIALE
ore 16.30 Chiesa di Sant’Anselmo

SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI
ore 17.00 Basilica di Santa Sabina

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Andrea Tornielli
Il nostro peccato e il peso di un mondo che brucia

L’omelia di Leone XIV alla Messa del Mercoledì delle Ceneri e la nostra responsabilità


“Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!” Le parole pronunciate da Papa Leone nell’omelia della Messa delle Ceneri fotografano una realtà del nostro tempo: viviamo circondati da persone, imprese e istituzioni di ogni livello che difficilmente ammettono di aver sbagliato. Noi facciamo un’enorme fatica ad ammettere di aver sbagliato e a chiedere perdono riconoscendo il nostro errore, i nostri errori. L’inizio della Quaresima è una grande occasione per i cristiani di riconoscersi peccatori, bisognosi di aiuto e di perdono, e colpisce come il Successore di Pietro abbia voluto sottolinearne la dimensione comunitaria: “La Chiesa esiste anche come profezia di comunità che riconoscono i propri peccati”. Invece di cercare sempre il nemico esterno, invece di guardare al mondo considerandoci sempre nel giusto e dalla parte giusta, siamo chiamati a un atteggiamento controcorrente e ad una “coraggiosa assunzione di responsabilità”, personale ma anche collettiva.

Perché è vero che il peccato “è personale”, come ha sottolineato il Papa. Ma è altrettanto vero – ha aggiunto riecheggiando l’enciclica Sollicitudo rei socialis di san Giovanni Paolo II – che esso “prende forma negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo, negli atteggiamenti con cui reciprocamente ci condizioniamo, non di rado all’interno di vere e proprie ‘strutture di peccato’ di ordine economico, culturale, politico e persino religioso”.

Tra queste si potrebbero ad esempio iscrivere alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario che produce enormi squilibri e ingiustizie, definiti da Papa Francesco nella sua prima esortazione apostolica “un’economia che uccide”. O gli enormi interessi economici che muovono il grande mercato del riarmo, bisognoso di essere alimentato da conflitti permanenti.
Le ceneri sul capo di ciascuno e della comunità nel suo insieme ci invitano a sentire, ha detto ancora Leone XIV, “il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura”.

Nell’intraprendere il cammino quaresimale è dunque importante questa con-partecipazione, nella coscienza che il peccato personale si amplifica e si cristallizza in “strutture di peccato”. È per questo che ricevendo la cenere sul capo siamo chiamati a un esame di coscienza sui nostri errori ma anche su quelli che si riverberano su larga scala. E dunque nel sentire il peso di un mondo che brucia possiamo chiederci, come comunità, come Paese, come Europa, come organizzazioni internazionali: abbiamo fatto tutto il possibile per porre fine alla tragica guerra in Ucraina, che ha avuto inizio con l’aggressione russa nel 2022? È stato fatto tutto il possibile per cercare soluzioni negoziate o l’unico vero obiettivo perseguito è oggi soltanto quello della folle corsa al riarmo? Come è stato possibile assistere, dopo l’attacco disumano perpetrato da Hamas contro gli israeliani, alla totale distruzione di Gaza con i suoi oltre settantamila morti? Perché non si è fatto nulla concretamente per porre fine alla strage? Com’è possibile accettare che vi siano Paesi dove la libera espressione della protesta popolare viene soffocata nel sangue con migliaia di vittime? E ancora, come è possibile accettare per quieto vivere o per appartenenze politiche, il perpetuarsi dell’ecatombe che avviene nel Mar Mediterraneo, con i migranti che vi affogano?
“Riconoscere i nostri peccati per convertirci – ha concluso il Papa - è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire”.
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 18/02/2026)


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Il Papa: non fermiamoci tra le ceneri del mondo,
ma convertiamoci e ricostruiamo

Leone XIV alla Messa nella Basilica di Santa Sabina per l'avvio del cammino della Quaresima: la Chiesa “è profezia di comunità che riconoscono i propri peccati”. Attraverso questo tempo di penitenza, nel Triduo pasquale celebreremo il passaggio dall’impotenza, anche davanti alle “ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli”, alle possibilità di Dio


Riconoscere i nostri peccati per convertirci è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire. Allora il Triduo pasquale, che celebreremo al culmine del cammino quaresimale, sprigionerà tutta la sua bellezza e il suo significato.

Per Papa Leone XIV, questo ci chiede la storia e la coscienza di cristiani: chiamare per nome la morte, portarne i segni come la cenere, “ma testimoniare la resurrezione”. Leone lo sottolinea nell’omelia della sua prima Messa con il rito delle Ceneri da Pontefice, questo pomeriggio, 18 febbraio, nella Basilica di Santa Sabina all’Aventino.

Il Papa apre la statio quaresimale nella chiesa di Sant'Anselmo all'Aventino (@Vatican Media)

La profezia di San Paolo VI e le ceneri

Così Papa Leone apre il cammino quaresimale della Chiesa. E ricorda la forte profezia di San Paolo VI, in un rito delle Ceneri celebrato durante un’udienza generale in Basilica, il 23 febbraio 1966, sull’autosuggestione dell’uomo moderno e la sua “apologia della cenere”, in una cultura dominata dalla “metafisica dell’assurdo e del nulla”.

Noi oggi possiamo riconoscere la profezia che queste parole contenevano, e sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura.

L’avvio a Sant’Anselmo e la processione

La Liturgia stazionale si era aperta nella chiesa di Sant’Anselmo all’Aventino, con l’orazione di Leone XIV: “Accompagna con la tua benevolenza Padre misericordioso, i primi passi del nostro cammino penitenziale perché all’osservanza esteriore corrisponda un profondo rinnovamento dello spirito. Di seguito la processione penitenziale verso la basilica di Santa Sabina, scandita dalle litanie dei santi. A varcare la soglia i monaci benedettini di Sant’Anselmo, i padri domenicani di Santa Sabina, vescovi e cardinali insieme ai fedeli.

Il Papa in processione dalla chiesa di Sant'Anselmo alla Basilica di Santa Sabina (@Vatican Media)

Il popolo di Dio riconosce i propri peccati

Nell’omelia, guardando alla Prima Lettura e alla chiamata del profeta Gioele: “Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne”, il Papa ricorda che anche oggi al quaresima “è un tempo forte di comunità”.

Sappiamo come sia sempre più difficile radunare le persone e sentirsi popolo, non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto. Addirittura, qui prende forma un popolo che riconosce i propri peccati, cioè che il male non viene da presunti nemici, ma ha toccato i cuori, è dentro la propria vita e va affrontato in una coraggiosa assunzione di responsabilità.

Dopo il peccato, ammettere lo sbaglio e cambiare

Leone XIV sottolinea quindi che “il peccato è personale”, ma prende forma “negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo”, non di rado “all’interno di vere e proprie ‘strutture di peccato’ di ordine economico, culturale, politico e persino religioso”.

Opporre all’idolatria il Dio vivente – ci insegna la Scrittura – significa osare la libertà e ritrovarla attraverso un esodo, un cammino. Non più paralizzati, rigidi, sicuri nelle proprie posizioni, ma radunati per muoversi e cambiare. Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!

I giovani, la Quaresima, e un modo più giusto di vivere

Più che in passato, prosegue il Pontefice, i giovani avvertono il richiamo del Mercoledì delle Ceneri, anche in contesti secolarizzati.

Sono loro, infatti, i giovani, a cogliere distintamente che un modo di vivere più giusto è possibile e che esistono delle responsabilità per ciò che nella Chiesa e nel mondo non va. Occorre, dunque, cominciare da dove si può e con chi ci sta.

La portata missionaria della Quaresima

L’invito di Papa Leone XIV è allora quello di sentire “la portata missionaria della Quaresima”, per aprire il lavoro su noi stessi “a tante persone inquiete e di buona volontà, che cercano le vie per un autentico rinnovamento di vita, nell’orizzonte del Regno di Dio e della sua giustizia”. Il profeta Gioele ci pungola così: “Perché si dovrebbe dire fra i popoli: ‘Dov’è il loro Dio?’”, e questo tempo quaresimale, per il Papa, ci sollecita a quelle conversioni, “inversioni di marcia”, che “rendono più credibile il nostro annuncio”. Attraverso questa penitenza, spiega, nel Triduo pasquale saremo poi coinvolti “nel passaggio dalla morte alla vita, dall’impotenza alle possibilità di Dio”.

Il Papa durante l'omelia nella Basilica di Santa Sabina (@Vatican Media)

Le “statio” quaresimali e la testimonianza dei martiri

I pionieri di questo nostro cammino verso la Pasqua, conclude Leone XIV, sono i martiri antichi e contemporanei. L’antica tradizione romana delle stationes quaresimali, e quella di Santa Sabina è la prima, “è educativa: rinvia tanto al muoversi, come pellegrini, quanto alla sosta – statio – presso le ‘memorie’ dei Martiri, su cui sorgono le basiliche di Roma”. Sono una miriade di semi “che hanno preparato la messe abbondante che tocca a noi raccogliere”. La Quaresima, come ci ha suggerito il Vangelo di Matteo, “liberandoci dal voler essere visti a tutti i costi”, ci insegna a vedere piuttosto “ciò che nasce, ciò che cresce, e ci sospinge a servirlo”. Così chi digiuna, prega e ama nel segreto, per il Pontefice, si pone in sintonia col Dio della vita: “A Lui riorientiamo, con sobrietà e con gioia, tutto il nostro essere, tutto il nostro cuore”.

Dopo l'omelia, la benedizione e l'imposizione delle ceneri. È il cardinale Angelo De Donatis, penitenziere maggiore a metterle sul capo di Papa Leone che poi le impone sui fedeli.

Il cardinale De Donatis, penitenziere maggiore, impone le ceneri sul capo di Leone XIV (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Alessandro Di Bussolo 18/02/2026)


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OMELIA DI LEONE XIV


Cari fratelli e sorelle,

all’inizio di ogni Tempo liturgico, riscopriamo con gioia sempre nuova la grazia di essere Chiesa, comunità convocata per ascoltare la Parola di Dio. Il profeta Gioele ci ha raggiunti con la sua voce che porta ciascuno fuori dal proprio isolamento e fa della conversione un’urgenza inseparabilmente personale e pubblica: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti» (Gl 2,16). Menziona le persone di cui non sarebbe difficile giustificare l’assenza: le più fragili e meno adatte ai grandi assembramenti. Poi il profeta nomina lo sposo e la sposa: sembra chiamarli fuori dalla loro intimità, perché si sentano parte di una comunità più grande. Quindi tocca ai sacerdoti, che già si trovano – quasi per dovere – «tra il vestibolo e l’altare» (v. 17); sono invitati a piangere e a trovare le parole giuste per tutti: «Perdona, Signore, al tuo popolo!» (v. 17).

La Quaresima, anche oggi, è un tempo forte di comunità: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne» (Gl 2,16). Sappiamo come sia sempre più difficile radunare le persone e sentirsi popolo, non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto. Addirittura, qui prende forma un popolo che riconosce i propri peccati, cioè che il male non viene da presunti nemici, ma ha toccato i cuori, è dentro la propria vita e va affrontato in una coraggiosa assunzione di responsabilità. Dobbiamo ammettere che si tratta di un atteggiamento controcorrente, ma che, quando è così naturale dichiararsi impotenti davanti a un mondo che brucia, costituisce una vera e propria alternativa, onesta e attraente. Sì, la Chiesa esiste anche come profezia di comunità che riconoscono i propri peccati.

Certo, il peccato è personale, ma prende forma negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo, negli atteggiamenti con cui reciprocamente ci condizioniamo, non di rado all’interno di vere e proprie “strutture di peccato” di ordine economico, culturale, politico e persino religioso. Opporre all’idolatria il Dio vivente – ci insegna la Scrittura – significa osare la libertà e ritrovarla attraverso un esodo, un cammino. Non più paralizzati, rigidi, sicuri nelle proprie posizioni, ma radunati per muoversi e cambiare. Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!

Oggi, fra noi, si tratta proprio di questa possibilità. E non è un caso che numerosi giovani, anche in contesti secolarizzati, avvertano più che in passato il richiamo di questo giorno, il Mercoledì delle Ceneri. Sono loro, infatti, i giovani, a cogliere distintamente che un modo di vivere più giusto è possibile e che esistono delle responsabilità per ciò che nella Chiesa e nel mondo non va. Occorre, dunque, cominciare da dove si può e con chi ci sta. «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,2). Sentiamo, quindi, la portata missionaria della Quaresima, non certo per distrarci dal lavoro su noi stessi, quanto per aprirlo a tante persone inquiete e di buona volontà, che cercano le vie per un autentico rinnovamento di vita, nell’orizzonte del Regno di Dio e della sua giustizia.

«Perché si dovrebbe dire fra i popoli: “Dov’è il loro Dio?”» (Gl 2,17). La domanda del profeta è come un pungolo. Ricorda anche a noi quei pensieri che ci riguardano e sorgono fra chi osserva come da fuori il popolo di Dio. La Quaresima ci sollecita infatti a quelle inversioni di marcia – conversioni – che rendono più credibile il nostro annuncio.

Sessant’anni fa, poche settimane dopo la conclusione del Concilio Vaticano II, San Paolo VI volle celebrare pubblicamente il Rito delle ceneri, rendendo visibile a tutti, nel corso di un’Udienza generale nella Basilica di San Pietro, il gesto che anche oggi stiamo per compiere. Ne parlò come di una «severa e impressionante cerimonia penitenziale» (Paolo VI, Udienza generale, 23 febbraio 1966), che urta il senso comune e allo stesso tempo intercetta le domande della cultura. Diceva: «Ci si può chiedere, noi moderni, se questa pedagogia sia ancora comprensibile. Rispondiamo affermativamente. Perché è pedagogia realista. È un severo richiamo alla verità. Ci riporta alla visione giusta della nostra esistenza e del nostro destino».

Questa “pedagogia penitenziale” – diceva Paolo VI – «sorprende l’uomo moderno sotto due aspetti»: il primo è «quello della sua immensa capacità di illusione, di auto-suggestione, di inganno sistematico di sé stesso sopra la realtà della vita e dei suoi valori». Il secondo aspetto è «il fondamentale pessimismo» che Papa Montini riscontrava ovunque: «La maggior parte della documentazione umana offertaci oggi dalla filosofia, dalla letteratura, dallo spettacolo – diceva – conclude per proclamare l’ineluttabile vanità di ogni cosa, l’immensa tristezza della vita, la metafisica dell’assurdo e del nulla. Questa documentazione è un’apologia della cenere».

Noi oggi possiamo riconoscere la profezia che queste parole contenevano, e sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura.

«Dov’è il loro Dio?», si chiedono i popoli. Sì, carissimi, ce lo chiede la storia, e prima ancora la coscienza: chiamare per nome la morte, portarne su di noi i segni, ma testimoniare la risurrezione. Riconoscere i nostri peccati per convertirci è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire. Allora il Triduo pasquale, che celebreremo al culmine del cammino quaresimale, sprigionerà tutta la sua bellezza e il suo significato. Lo farà avendoci coinvolto, attraverso la penitenza, nel passaggio dalla morte alla vita, dall’impotenza alle possibilità di Dio.

I martiri antichi e contemporanei brillano, per questo, come pionieri del nostro cammino verso la Pasqua. L’antica tradizione romana delle stationes quaresimali – di cui questa di oggi è la prima – è educativa: rinvia tanto al muoversi, come pellegrini, quanto alla sosta – statio – presso le “memorie” dei Martiri, su cui sorgono le basiliche di Roma. Non è forse una sollecitazione a metterci sulle tracce delle testimonianze mirabili di cui ormai il mondo intero è disseminato? Riconoscere luoghi, storie e nomi di chi ha scelto la via delle Beatitudini e ne ha portato fino in fondo le conseguenze. Una miriade di semi che, anche quando sembravano andare dispersi, sepolti nella terra hanno preparato la messe abbondante che tocca a noi raccogliere. La Quaresima, come ci ha suggerito il Vangelo, liberandoci dal voler essere visti a tutti i costi (cfr Mt 6, 2.5.16), ci insegna a vedere piuttosto ciò che nasce, ciò che cresce, e ci sospinge a servirlo. È la sintonia profonda che nel segreto di chi digiuna, prega e ama si stabilisce col Dio della vita, il Padre nostro e di tutti. A Lui riorientiamo, con sobrietà e con gioia, tutto il nostro essere, tutto il nostro cuore.

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