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venerdì 22 maggio 2015

"Lo sguardo di Gesù può cambiarci il cuore" - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - 22.05.2015

"Lo sguardo di Gesù può cambiarci il cuore"
Papa Francesco 



S. Messa 

Cappella della Casa Santa Marta 

22.05.2015





Gesù e Pietro. Sono tanti gli episodi che si dipanano nei Vangeli raccontando il rapporto tra il Figlio di Dio e il discepolo sul quale Cristo ha voluto edificare la sua Chiesa. Nella messa celebrata nella cappella della Casa Santa Marta, Papa Francesco si è soffermato, in particolare, sugli sguardi che Gesù rivolge a Pietro. Tre in tutto: lo sguardo dell’elezione, quello del pentimento e, infine, lo sguardo della missione.

“Anche noi possiamo pensare: qual è oggi lo sguardo di Gesù su me? Come mi guarda, Gesù? Con una chiamata? Con un perdono? Con una missione? Ma, sulla strada che Lui ha fatto tutti noi siamo sotto lo sguardo di Gesù. Lui ci guarda sempre con amore. ...

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"Lo sguardo di Gesù può cambiarci il cuore"




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EXPO 2015 - CIBO,FAME, MULTINAZIONALI E FAO. Interventi di Leonardo Becchetti, Giorgio Bernardelli e Curzio Maltese

EXPO 2015 - 
CIBO,FAME, MULTINAZIONALI E FAO. 




Expo: visitando il Padiglione Zero

Fame e povertà.

Il tempo della cura

di Leonardo Becchetti

Il 30% della produzione di cibo viene sprecata ed è pari a quattro volte quanto è necessario per sfamare gli 800 milioni di persone che soffrono nel mondo di fame cronica. Allo stesso tempo 42 milioni di bambini sotto i 5 anni sono sovrappeso e 500 milioni di adulti sono affetti da obesità.
Il paradosso dello spreco è l’approdo finale del Padiglione Zero, il primo nel quale i visitatori di Expo s’imbattono appena arrivati dall’entrata principale, quella da cui si accede da ferrovia e metropolitana.
...
Parlare del paradosso dello spreco è efficace, scuote le coscienze ma il problema della fame non è solo un problema logistico, che si risolve annullando gli sprechi e redistribuendo a chi ha fame. È un po’ come se organizzassimo un servizio che pulisce la tovaglia del ricco Epulone per portare le sue briciole a Lazzaro e pensassimo, in questo modo, di aver risolto il problema. 
Dobbiamo invece interrogarci sul perché Lazzaro si trova in quella condizione e in che modo è possibile che si riappropri della sua dignità. 
...
Il tema dell’Expo 2015 – "Nutrire il pianeta, energia per la vita" – è senz’altro indovinato e di successo. Mettere al centro il cibo, e non qualcosa di più astratto, consente di stuzzicare la curiosità e i palati dei visitatori che si aggirano tra i padiglioni attirando, allo stesso tempo, la loro attenzione verso problemi chiave per il nostro futuro come quelli della sostenibilità ambientale e della lotta alla fame e alla miseria. Sarebbe però bello se da questa iniziativa, che mette il nostro Paese al centro dell’attenzione, partissero delle iniziative più concrete e meno dichiarazioni di principio per rendere il sistema economico più ambientalmente e socialmente sostenibile.
Non c’è, infatti, nulla di nuovo da scoprire, perché la fame è una malattia di cui conosciamo benissimo ragioni e cura. Il problema è creare le condizioni perché la cura sia somministrata. Rendendoci conto che il mercato non è qualcosa che passa sopra le nostre teste. Il mercato siamo noi. La responsabilità sociale e ambientale d’impresa è cosa bella, buona e giusta, fa fiorire la vita di chi la pratica ed è probabilmente l’unica via di salvezza del pianeta da nuove catastrofi economiche, politiche e finanziarie. La nostra missione è renderla praticabile dalla maggioranza dei cittadini ed economicamente sostenibile per le imprese. Una missione affascinante su cui si gioca il bello della nostra vita che fiorisce e si realizza se e quando ognuno di noi capisce di essere parte della soluzione e non del problema.
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Granai pieni, produciamo meno
di Giorgio Bernardelli

Come produrre di più per sfamare 9 miliardi di persone. È il ritornello che sentiamo a Expo2015. Ma intanto la Fao ci dice che il mondo oggi ha i granai talmente pieni che nel 2015 diminuirà la produzione di cereali. Mentre 800 milioni di persone continuano a patire la fame. Provo a guardare dentro a questa grande contraddizione passata sotto silenzio in questo articolo
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VIVERE IN UN MONDO NON DI CITTADINI

MA DI CONSUMATORI
di Curzio Maltese 




L’EXPO 2015 di Milano è la prima esposizione universale in cui le multinazionali sono trattate
alla stessa stregua dei grandi Stati. Coca-Cola e McDonald’s, per esempio, hanno enormi spazi espositivi, proprio come Cina, Usa o Russa.

Una scelta gravida di potenziali, enormi conseguenze.  ...

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VIVERE IN UN MONDO NON DI CITTADINI 




giovedì 21 maggio 2015

No a guerre e gelosie nella Chiesa, i cristiani lottino per l’unità ma l'unità non si fa con la colla - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - 21.05.2015

No a guerre e gelosie nella Chiesa, 
i cristiani lottino per l’unità,
ma l'unità non si fa con la colla
Papa Francesco



 S. Messa


Cappella della Casa Santa Marta -

21.05.2015



«La Chiesa ha tanto bisogno, tanto, di questa preghiera di unità, non solo quella di Gesù; anche noi dobbiamo unirci a questa preghiera». Del resto, sin dagli inizi la Chiesa ha manifestato questa necessità: «Se cominciamo a leggere il libro degli Atti degli Apostoli dall’inizio — ha detto Francesco — vedremo che lì incominciano le liti, anche le truffe. Uno vuole truffare l’altro, pensate Anania e Saffira...». Già nel corso di quei primi anni si incontrano le divisioni, gli interessi personali, gli egoismi. Fare l’unità è stato ed è una vera e propria «lotta».

Bisogna tuttavia rendersi conto che «da soli non possiamo» raggiungere l’unità: questa infatti «è una grazia». Perciò, ha ribadito il Pontefice, «Gesù prega, ha pregato quel tempo, prega per la Chiesa, ha pregato per me, per la Chiesa, perché io vada su questa strada».

L’unità è talmente importante che, ha fatto notare il Papa, «nel brano che abbiamo letto» questa parola è ripetuta «quattro volte in sei versetti». Un’unità che «non si fa con la colla». Non esiste infatti «la Chiesa fatta con la colla»: la Chiesa è resa una dallo Spirito. Ecco allora che «dobbiamo fare spazio allo Spirito, perché ci trasformi come il Padre è nel Figlio, in una sola cosa».

Per raggiungere tale obiettivo, ha aggiunto Francesco, c’è un consiglio dato dallo stesso Gesù: «Rimanete in me». Anche questa è una grazia. Nella sua preghiera Gesù chiede: «Padre, voglio che quelli che mi hai dato, anch’essi siano con me dove sono io» perché «contemplino la mia gloria».

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L’unità non si fa con la colla - giovedì, 21 maggio 2015



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UOMINI DI DIO - 21 maggio 1996 - 7 monaci trappisti dell'Atlas, martiri (testi e video)

UOMINI DI DIO 




21 maggio 1996 - 
7 monaci trappisti dell'Atlas, 
martiri
(testi e video)




“Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. Venuto il momento, vorrei avere quell'attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito. 

Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista... Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità. Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell'islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.

E anche a te, amico dell'ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Insh'Allah “ 
                                         (fr. Christian de Chergé, dal “Testamento spirituale”)

Il 21 maggio del 1996, un comunicato del Gruppo Islamico Armato, organizzazione estremista algerina, annuncia l'avvenuta esecuzione dei sette monaci trappisti rapiti due mesi prima al monastero di Notre-Dame de l'Atlas. E' la conclusione di un itinerario di testimonianza evangelica spintosi fino a rendere presente l'Emmanuele, il Dio-con-noi, in mezzo all'inimicizia che dilaga tra gli uomini.
Il cammino dei monaci dell'Atlas era cominciato nel lontano 1938, con l'insediamento di alcuni di loro nella regione di Tibhirine per testimoniare nel silenzio, nella preghiera e nell'amicizia discreta la fratellanza universale dei cristiani.
La comunità era stata molto prossima alla chiusura negli anni '60, ma aveva conosciuto un forte rilancio spirituale per l'intervento diretto di diverse abbazie francesi e anche grazie alla guida del nuovo priore, frère Christian de Chergé. Proprio quest'ultimo ha lasciato ai posteri alcuni scritti di grande valore evangelico, nei quali trapela la makrothymía, la larghezza d'animo di chi, a somiglianza del Maestro, sa ormai vedere l'altro, il nemico stesso, con gli occhi di Dio. Accanto a lui saranno i suoi fratelli Bruno, Célestin, Christophe, Luc, Michel e Paul a condividere sino alla morte ogni gioia e ogni dolore, ogni angoscia e ogni speranza, e a donare interamente la vita a Dio e ai fratelli algerini. Con il precipitare degli eventi essi avevano deciso insieme di rimanere in Algeria, e avevano intessuto profondi legami di dialogo e di approfondimento spirituale con i musulmani residenti nella regione.
La morte cruenta di questi monaci, che ha riportato all'attenzione dei cristiani d'occidente la possibilità del martirio presente in ogni vita veramente cristiana, ha trasmesso a ogni uomo capace di ascolto la convinzione che solo chi ha una ragione per cui è disposto a morire ha veramente una ragione per cui vale la pena di vivere (Monastero di Bose).





Papa Francesco UDIENZA GENERALE 20 maggio 2015 - Foto, testo e video

Papa Francesco 
UDIENZA GENERALE 20 maggio 2015
- Foto, testo e video


La Famiglia - 15. Educazione




Il Papa all'udienza invita i genitori a riappropriarsi del ruolo di educatori, parla dei padri e delle madri che faticano a svolgere il loro compito perché «sequestrati» dal lavoro, chiede ai separati di non usare il figlio come «ostaggio»


Oggi, cari fratelli e sorelle, voglio darvi il benvenuto perché ho visto fra di voi tante famiglie, buongiorno a tutte le famiglie! Continuiamo a riflettere sulla famiglia. Oggi ci soffermeremo a riflettere su una caratteristica essenziale della famiglia, ossia la sua naturale vocazione a educare i figli perché crescano nella responsabilità di sé e degli altri. Quello che abbiamo sentito dall’apostolo Paolo, all’inizio, è tanto bello: «Voi figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino” (Col 3, 20-21) . Questa è una regola sapiente: il figlio che è educato ad ascoltare i genitori e a obbedire ai genitori i quali non devono comandare in una maniera brutta, per non scoraggiare i figli. I figli, infatti, devono crescere senza scoraggiarsi, passo a passo. Se voi genitori dite ai figli: “Saliamo su quella scaletta” e prendete loro la mano e passo dopo passo li fate salire, le cose andranno bene. Ma se voi dite: “Vai su!” – “Ma non posso” – “Vai!”, questo si chiama esasperare i figli, chiedere ai figli le cose che non sono capaci di fare. Per questo, il rapporto tra genitori e figli deve essere di una saggezza, di un equilibrio tanto grande. Figli, obbedite ai genitori, ciò piace a Dio. E voi genitori, non esasperate i figli, chiedendogli cose che non possono fare. E questo bisogna fare perché i figli crescano nella responsabilità di sé e degli altri. ...

Oggi, cari fratelli e sorelle, voglio darvi il benvenuto perché ho visto fra di voi tante famiglie, buongiorno a tutte le famiglie! Continuiamo a riflettere sulla famiglia. Oggi ci soffermeremo a riflettere su una caratteristica essenziale della famiglia, ossia la sua naturale vocazione a educare i figli perché crescano nella responsabilità di sé e degli altri. Quello che abbiamo sentito dall’apostolo Paolo, all’inizio, è tanto bello: «Voi figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino” (Col 3, 20-21) . Questa è una regola sapiente: il figlio che è educato ad ascoltare i genitori e a obbedire ai genitori i quali non devono comandare in una maniera brutta, per non scoraggiare i figli. I figli, infatti, devono crescere senza scoraggiarsi, passo a passo. Se voi genitori dite ai figli: “Saliamo su quella scaletta” e prendete loro la mano e passo dopo passo li fate salire, le cose andranno bene. Ma se voi dite: “Vai su!” – “Ma non posso” – “Vai!”, questo si chiama esasperare i figli, chiedere ai figli le cose che non sono capaci di fare. Per questo, il rapporto tra genitori e figli deve essere di una saggezza, di un equilibrio tanto grande. Figli, obbedite ai genitori, ciò piace a Dio. E voi genitori, non esasperate i figli, chiedendogli cose che non possono fare. E questo bisogna fare perché i figli crescano nella responsabilità di sé e degli altri.
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mercoledì 20 maggio 2015

"Ci fa bene pensare al momento del nostro congedo da questo mondo" - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - 19.05.2015

"Ci fa bene pensare al momento del nostro congedo da questo mondo" 
Papa Francesco



S. Messa 

Cappella della Casa Santa Marta, 

19 maggio 2015


Nel momento del congedo da questo mondo, affidiamoci al Padre e facciamo un esame di coscienza. Così, nell’omelia della messa del 19 maggio celebrata a Casa Santa Marta, Papa Francesco ha commentato il discorso di Gesù prima della Passione, con il suo congedo agli apostoli, e il congedo di San Paolo a Mileto prima di andare a Gerusalemme. Così ha riflettuto su cosa significhi “dire addio” per un cristiano.
Nella nostra vita, ha osservato, “ci sono tanti congedi”, piccoli e grandi e c’è “anche tanta sofferenza, tante lacrime in alcuni di loro”. Pensiamo a quanti sono costretti a fuggire dalle persecuzioni.

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"Ci fa bene pensare al momento del nostro congedo da questo mondo" -Papa Francesco

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Come immagino il paradiso di Enzo Bianchi

Come immagino il paradiso

di Enzo Bianchi








Ogni cristiano che recita il “Credo”, la professione di fede, dice: “Credo la resurrezione della carne, la vita eterna. Amen”, e questo credere non è periferico, ma fondamentale nella fede cristiana. Il cristiano, dunque, crede che ci sia un dopo la morte, una vita piena per sempre, nella quale non vi saranno più pianto, né dolore, né malattia, né morte, ma la gioia eterna della comunione, attraverso Gesù Cristo, con Dio e con gli uomini e le donne da lui salvati. Anch’io, in quanto cristiano e monaco, aderisco a questa speranza, ma confesso che il mio immaginario è molto personale ed è mutato nelle diverse stagioni della mia vita. La domanda che mi viene posta: “Come immagini il paradiso?”, mi spinge dunque a dare diverse risposte. 
...
Innanzitutto, il paradiso è un’immagine che ci viene trasmessa quando siamo piccoli, e così è stato anche per me. Quando morì mia mamma avevo solo otto anni. Chiedevo dov’era andata, perché non riuscivo ancora a comprendere la morte, e mi veniva risposto: è in paradiso, in un bel giardino, e là passeggia tra gli asfodeli, fiori molto profumati. Così immaginavo dunque il paradiso e speravo di andarci presto, per ritrovare mia mamma e vedere questi fiori profumati che nessuno sapeva descrivermi, perché nel Monferrato nessuno li aveva mai visti. Con la giovinezza e gli studi biblici, elaborai altre immagini, sovente in contrapposizione al possibile esito opposto: gli inferi, luogo di perdizione, lontano da Dio e da tutti gli altri
...
Ora che sono vecchio, il paradiso o l’esito contrario dell’inferno sono sempre più prossimi: non nascondo una certa paura che mi abita al pensiero della morte, perché credo nel giudizio di Dio sulle mie responsabilità, sul mio operare che è stato buono o cattivo. Spero soprattutto che nessuno vada all’inferno; ma se qualcuno ci va, allora – mi dico – rischio di andarci anch’io, che non mi sento tanto diverso dagli altri nell’acconsentire all’egoismo che mi abita. E le immagini del paradiso, da vecchio? Sono svanite. Oggi non so dire, non so immaginare, non oso neppure pensare di dire qualcosa che lo descriva. Nella mia fede è solo una cosa: una grande comunione in Gesù Cristo, in cui regnerà l’amore. Sono convinto che chi ho amato qui sulla terra, lo ritroverò anche di là, e così continueranno il nostro amore e la nostra amicizia. ... (Enzo Bianchi)

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martedì 19 maggio 2015

Papa Francesco ai vescovi:non essere timidi nello sconfessare una diffusa mentalità di corruzione, pubblica e privata -uscire verso il popolo per difenderlo dalle colonizzazioni ideologiche-valorizzare il ruolo dei laici e a crescere nella collegialità e comunione tra vescovi e sacerdoti

Papa Francesco ai vescovi: 
Non essere timidi nello sconfessare una diffusa mentalità di corruzione, pubblica e privata
 Uscire verso il popolo per difenderlo dalle colonizzazioni ideologiche.
 Valorizzare il ruolo dei laici e crescere nella “collegialità e comunione tra vescovi e sacerdoti



Papa Francesco ha aperto, lunedì 18 maggio 2015,
 la 68ª’Assemblea Generale della CEI, 
condividendo con i Vescovi
 alcune domande sulla “sensibilità ecclesiale”.



"... Vorrei innanzitutto esprimervi il mio ringraziamento per questo incontro, e per il tema che avete scelto: l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium. La gioia del Vangelo, in questo momento storico ove spesso siamo accerchiati da notizie sconfortanti, da situazioni locali e internazionali che ci fanno sperimentare afflizione e tribolazione - in questo quadro realisticamente poco confortante - la nostra vocazione cristiana ed episcopale è quella di andare contro corrente: ossia di essere testimoni gioiosi del Cristo Risorto per trasmettere gioia e speranza agli altri. La nostra vocazione è ascoltare ciò che il Signore ci chiede: “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio” (Is 40,1). Infatti, a noi viene chiesto di consolare, di aiutare, di incoraggiare, senza alcuna distinzione, tutti i nostri fratelli oppressi sotto il peso delle loro croci, accompagnandoli, senza mai stancarci di operare per risollevarli con la forza che viene solo da Dio. Anche Gesù ci dice: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà rendere salato? A null'altro serve che a essere gettato via e calpestato dagli uomini” (Mt 5,13). È assai brutto incontrare un consacrato abbattuto, demotivato o spento: egli è come un pozzo secco dove la gente non trova acqua per dissetarsi. Oggi perciò, sapendo che avete scelto, quale argomento di questo incontro, l’Esortazione Evangelii Gaudium, vorrei ascoltare le vostre idee, le vostre domande, e condividere con voi alcune mie domande e riflessioni. I miei interrogativi e le mie preoccupazioni nascono da una visione globale - non solo dell’Italia, globale - e soprattutto dagli innumerevoli incontri che ho avuto in questi due anni con le Conferenze Episcopali, ove ho notato l’importanza di quello che si può definire la sensibilità ecclesiale: ossia appropriarsi degli stessi sentimenti di Cristo, di umiltà, di compassione, di misericordia, di concretezza – la carità di Cristo è concreta - e di saggezza. La sensibilità ecclesiale che comporta anche di non essere timidi o irrilevanti nello sconfessare e nello sconfiggere una diffusa mentalità di corruzione pubblica e privata che è riuscita a impoverire, senza alcuna vergogna, famiglie, pensionati, onesti lavoratori, comunità cristiane, scartando i giovani, sistematicamente privati di ogni speranza sul loro futuro, e soprattutto emarginando i deboli e i bisognosi. Sensibilità ecclesiale che, come buoni pastori, ci fa uscire verso il popolo di Dio per difenderlo dalle colonizzazioni ideologiche che gli tolgono l’identità e la dignità umana. .." (Papa Francesco)



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- il discorso integrale  (PDF)





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La danza di Miriam di Luigino Bruni

Le levatrici d’Egitto/9 -
Dopo la frusta il tamburello,
dopo l'amara sete dolci acque


"La danza di Miriam"

 di Luigino Bruni




"Il libro dell’Esodo è pieno di kolòt, voci. … Kalòt è parola che indica i suoni prodotti da un corno di ariete, dai sonagli di un vestito sacerdotale, dai tuoni. … Ma nella povertà di una parola sola c’è qualcosa da custodire: la lingua sacra riconosce che il creato parla incessantemente, dallo schianto d’una folgore al tintinnio di un sonaglio. Usa una parola sola secondo un’umiltà e una nostalgia: ammette di non saper intendere quelle voci e si riannoda al tempo in cui Adam intendeva alla lettera il creato" (Erri de Luca, Esodo/Nomi).


La liberazione del popolo oppresso in Egitto era iniziata con la frusta dei sovraintendenti sui lavoratori, e ora termina oltre il mare con il tamburello di Miriam danzante. Dove non c’è spazio per il ritmo della danza, prima o poi compare quello della frusta. È la bellezza umile e mite del tamburello che celebra la libertà e ci salva. 
... 
Il segno di Mara è un umile legno: “Mosè gridò al Signore, il quale gli indicò un legno. Lo gettò nell'acqua e l'acqua divenne dolce” (15,24-25). Nell’episodio delle acque amare-dolci, YWHW, il Dio della voce, non parla. Il popolo mormora contro Mosè, il profeta grida (quante grida ci sono nel libro dell’Esodo, e negli esodi di oggi), ma YWHW gli indica semplicemente un legno. Quel legno forse era già sotto gli occhi di tutto il popolo, ma solo gli occhi del profeta ora lo ‘vedono’. Ogni profeta ha un grande rapporto con la parola, è quasi soltanto parola. Parla, dice parole diverse e più grandi proprio perché quelle parole non sono sua proprietà privata o un suo manufatto, ma dono ricevuto e ridonato al popolo. È la gratuità della parola che fa la differenza tra Mosè e i tanti falsi profeti di ogni tempo, che usano le tecniche della parola a proprio vantaggio. Questa prima prova a Mara ci rivela qualcosa sull’importanza degli occhi del profeta. Il profeta vede diversamente e di più. Parla anche guardando le cose in un altro modo. Tante persone, più di quanti possiamo immaginare, continuano a salvare il loro mondo semplicemente guardandolo diversamente, a trasformare con lo sguardo legni scartati in strumenti di salvezza. Li salvano perché sono capaci di ‘vederli’, di riconoscerli nella loro vocazione e bellezza, e così farli diventare beni di tutti – vedremmo tanta bellezza nelle persone attorno a noi se solo fossimo capaci di guardarle. Ci sono tanti legni di salvezza abbandonati lungo le rive delle nostre città e dentro le nostre scuole, perché nessuno li ha mai visti, guardati, trasformati, amati con gli occhi. Non essere guardati da nessuno, non avere qualcuno, almeno uno, che ci vede, conosce e riconoscere, è la povertà più grande. Salveremo le nostre imprese se impareremo a guardarle diversamente, e se ricominceremo a vedere e a guardare diversamente i lavoratori. Ma nei nostri luoghi di lavoro ci servirebbero più profeti, più artisti, poeti e scrittori (e meno esperti in ‘risorse umane’). Saremmo così più capaci di trasformare le acque amare delle nostre crisi in acque dolci che salvano il lavoro e ne creano di nuovo. Potremmo intravvedere un’oasi in fondo al deserto, e credere che nessun deserto è infinito: “Poi arrivarono a Elìm, dove sono dodici sorgenti di acqua e settanta palme. Qui si accamparono presso l'acqua” (15,27).
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La danza di Miriam di Luigino Bruni


Guarda i post già pubblicati:
- Le levatrici d’Egitto/8
- Le levatrici d’Egitto/7
- Le levatrici d’Egitto/6
- Le levatrici d’Egitto/5
- Le levatrici d’Egitto/4
- Le levatrici d’Egitto/3
- Le levatrici d’Egitto/2
- Le levatrici d’Egitto/1

lunedì 18 maggio 2015

Amore che risplende nella testimonianza, restando fedeli al Vangelo. Papa Francesco - Canonizzazione di 4 beate - 17.05.2015

17.05.2015 - CANONIZZAZIONE DELLE BEATE:
- GIOVANNA EMILIA DE VILLENEUVE
- MARIA CRISTINA DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE BRANDO
- MARIA ALFONSINA DANIL GHATTAS
- MARIA DI GESÙ CROCIFISSO BAOUARDY




Oltre duemila fedeli dal Medio Oriente per la canonizzazione di una suora italiana, una francese e due della Palestina. Si tratta di Giovanna Emilia De Villeneuve, religiosa, fondatrice della Congregrazione delle suore dell'Immacolata concezione di Castres; Maria Cristina Brando, (1856-1906), italiana, fondatrice delle Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato, un istituto molto radicato sul territorio della Campania ma presente anche in altre regioni e in diversi paesi; Maria Alfonsina Danil Ghattas, religiosa, fondatrice della Congregazione delle suore del Rosario di Gerusalemme; Maria di Gesù crocifisso, monaca professa dell'Ordine dei Carmelitani scalzi.

Amore che risplende nella testimonianza, 
restando fedeli al Vangelo. 
Papa Francesco

"Bisogna rimanere in Cristo risorto e nel suo amore, come ci ha ricordato la Prima Lettera di Giovanni: «Chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1 Gv 4,16). Gesù lo aveva ripetuto con insistenza ai suoi discepoli: «Rimanete in me … Rimanete nel mio amore» (Gv 15,4.9). Questo è il segreto dei santi: dimorare in Cristo, uniti a Lui come i tralci alla vite, per portare molto frutto (cfr Gv 15,1-8). E questo frutto non è altro che l’amore. Questo amore risplende nella testimonianza di suor Giovanna Emilia de Villeneuve, che ha consacrato la sua vita a Dio e ai poveri, ai malati, ai carcerati, agli sfruttati, diventando per essi e per tutti segno concreto dell’amore misericordioso del Signore.

La relazione con Gesù Risorto è – per così dire - l’“atmosfera” in cui vive il cristiano e nella quale trova la forza di restare fedele al Vangelo, anche in mezzo agli ostacoli e alle incomprensioni. “Rimanere nell’amore”: questo ha fatto anche suor Maria Cristina Brando. Ella fu completamente conquistata dall’amore ardente per il Signore; e dalla preghiera, dall’incontro cuore a cuore con Gesù risorto, presente nell’Eucaristia, riceveva la forza per sopportare le sofferenze e donarsi come pane spezzato a tante persone lontane da Dio e affamate di amore autentico. ...
(Papa Francesco)
Leggi:
- Omelia integrale 

- Regina Coeli


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Leggi anche:
- La festa dei fedeli palestinesi

Omelia di P. Alberto Neglia - Ascensione del Signore - 2015 (VIDEO)


ASCENSIONE DEL SIGNORE
Omelia di P. Alberto Neglia
17.05.2015


Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


"Dobbiamo essere testimoni della Sua bontà, della bellezza del volto di Gesù, con quello che sappiamo fare, con il mestiere che facciamo.. ognuno di noi é chiamato ad essere portatore della salvezza di Gesù! Qualsiasi lavoro si può fare per stare in alto, per dominare l'altro, per soffocare l'altro, o può essere fatto per dare respiro all'altro, per aiutare l'altro, per servire l'altro. Qualsiasi lavoro. ...per preparare la città nuova che Gesù desidera. .. 


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Sul significato dello «stare con» le persone più deboli - Nel cuore dei poveri di Jean Vanier

Sul significato dello «stare con» le persone più deboli 
Nel cuore dei poveri


di Jean Vanier


Nel suo libro A Nazareth Manifesto (New Jersey, Wiley Blackwell, 2015) Samuel Wells rivela che Gesù è venuto per insegnarci non soltanto a fare qualcosa per le persone senza una casa, ma anche a stare con loro. È questo il vero segreto della Chiesa, come anche delle nostre comunità, e si spera che un giorno possa essere il segreto dell’intera umanità: stare con.
Stare con significa vivere fianco a fianco, significa entrare in relazioni reciproche di amicizia e di sollecitudine. Significa ridere e piangere insieme, significa trasformarsi reciprocamente. Ogni persona diventa un dono per l’altra, rivelando all’altro che facciamo tutti parte di un’immensa e meravigliosa famiglia, la famiglia di Dio. Siamo tutti profondamente uguali come esseri umani, ma anche profondamente diversi; tutti abbiamo i nostri doni speciali e la nostra missione unica nella vita. Questa straordinaria famiglia, sin dalle sue lontane origini, e da allora con tutti coloro che generazione dopo generazione sono stati sparpagliati su questo pianeta, è composta da persone di cultura e capacità diverse, ognuna con le sue forze e debolezze, e tutte preziose.

L’evoluzione di questa famiglia, dagli inizi a oggi, certamente ha comportato guerre, violenza e la ricerca infinita di dominazione e di maggiori possedimenti. È anche un’evoluzione nella quale profeti di pace hanno continuato a chiedere “pace, pace”, chiamando le persone a incontrarsi e a vedersi belle e preziose. Molti di noi, nel mondo attuale, continuano ad anelare la pace e l’unità. Tuttavia, in tanti restiamo impigliati nella nostra cultura, dove ci ritroviamo coinvolti nella lotta per vincere e avere di più. Come possiamo liberarci dalla cultura che incita le persone non alla responsabilità verso la famiglia umana e il bene comune, ma al successo individuale e al predominio sugli altri? Come possiamo svincolarci dai tentacoli e dalle catene di questa cultura, così da essere liberi per noi stessi, liberi dal nostro ego sovradimensionato e dalle nostre compulsioni, liberi di amare gli altri così come sono, diversi e tuttavia uguali?
...
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Sul significato dello «stare con» le persone più deboli - Nel cuore dei poveri 


domenica 17 maggio 2015

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) - ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO B)


Fraternità Carmelitana 


di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)










17.05.2015

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 22/2014-2015 (B) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)




Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo:  
Mc 16,15-20






Questi ultimi versetti del Vangelo di Marco non appartengono all'evangelista, sia per stile che per vocabolario. Marco conclude il suo lavoro al vs. 8 con l'annuncio della Resurrezione di Gesù e omettendo le successive apparizioni ai discepoli che gli altri sinottici e il Vangelo di Giovanni riportano. I versetti che vanno dal 9 al 20 sono stati aggiunti dalle prime comunità cristiane (quasi sicuramente nei primi anni del II°sec.) e accolti come canonici dalla Chiesa Cattolica solo nel XVI° secolo da un decreto del Concilio di Trento. Appare certamente strano che Marco abbia terminato il suo Vangelo con l'immagine delle donne impaurite che non annunciano ad alcuno ciò che hanno visto e udito (16,1-8).
 "E' molto probabile allora che egli le abbia taciute per un preciso intento teologico e pastorale. Egli non ha voluto mostrare che il Crocifisso è Risorto, bensì che il Risorto è il Crocifisso, e con questo condurre i cristiani non a una fede entusiastica, che riduce il cristianesimo a un mito di resurrezione, bensì alla contemplazione del Figlio dell'uomo, Gesù di Nazareth, il Crocifisso"(T. Beck). 
Così l'evangelista tenta di scongiurare il pericolo di svuotare la fede in Gesù facendone una ideologia, dovendo il credente seguire il suo Signore nel suo cammino concreto, che va dalla Galilea(1,14) al Calvario(15,22), luogo  teologico dove solo si rivela la Gloria di Dio. Per quanto riguarda il contenuto della pericope in questione, lo scrittore sacro intende comunicare ai credenti che la loro non è una missione statica ma dinamica, che sono chiamati ad uscire da Israele e da se' stessi per andare in tutto il mondo a proclamare la 'Buona Notizia'. 
E qual è questa 'Buona Notizia' ? La 'Buona Notizia' è che Dio non è buono, egli è ESCLUSIVAMENTE buono:  "Dio è Amore - O Theòs Agàpe estìn"(1Gv 4,8), e da questo amore nessuna creatura può sentirsi esclusa, qualunque sia il suo stato, la sua condotta, il suo peccato. Dio ama tutti in modo incondizionato e la gioia di questa 'Buona Notizia' deve essere proclamata a tutti i suoi figli. Quanti aderiscono a questa novità di vita e si lasciano avvolgere da questo amore, condividendo la loro esistenza con i fratelli, questi sono già nella pienezza 
della vita. Quanti invece non credono, rifiutando di cambiare la loro vita, rimanendo centrati solo su se' stessi, immersi nell'egoismo escludendosi dall'amore, costoro hanno già scelto la loro condanna, preferendo servire la morte piuttosto che la vita, "perché non hanno creduto nel Nome dell'Unigenito Figlio di Dio"(Gv 3,18).