“Sì o no”: oltre il referendum, la lezione degli studenti
Non spettatori né pedine: studenti in cerca di verità e di responsabilità a scuola
Al di là del risultato del referendum, c’è qualcosa di bello e forse anche un po’ sorprendente nell’aver visto la politica entrare a scuola non come imposizione ma come domanda, poiché ha superato i timori della propaganda per il “sì” per il “no” e degli interventi degli ispettori del ministero. È ciò che è accaduto in questi giorni in vista del referendum non tanto per le posizioni espresse, spesso ancora acerbe o in via di formazione, quanto per il desiderio autentico degli studenti di capire, di chiedere, di confrontarsi. In un tempo in cui si tende a liquidare generalmente i giovani come disinteressati o superficiali, colpisce invece la loro sete di senso. Vogliono sapere cosa c’è dietro una scelta, quali conseguenze porta, quali valori la sostengono, e lo fanno con gli strumenti che hanno, a volte in modo confuso, altre volte lucido; è un segnale che non va sottovalutato, bensì accompagnato.
Se è vero che la politica può e deve essere “la più alta forma di carità”, allora non va lasciata all’improvvisazione né tantomeno alla manipolazione. C’è un bisogno urgente di educazione alla politica, non alla militanza cieca, non all’adesione acritica a slogan o schieramenti; bisogna puntare sulla capacità di pensare, di discernere, di dialogare, di proporre e di partecipare. Educare alla politica significa aiutare a distinguere tra il bene comune e l’interesse di parte, tra la complessità dei problemi e la semplificazione ideologica, tra il confronto e lo scontro. In questo senso la scuola si rivela ancora una volta uno spazio prezioso, non pericoloso.
L’assemblea di istituto, spesso sottovalutata o ridotta a momento informale, può diventare invece un laboratorio di cittadinanza viva. È stato bello ascoltare gli studenti mentre provavano ad affrontare questioni più grandi di loro: temi intricati, talvolta resi ancora più confusi da noi adulti, da una comunicazione frammentata, urlata, non sempre onesta; dentro quelle parole incerte da adolescenti, dentro quelle domande magari ingenue, c’era un tentativo sincero di andare oltre la superficie. Va custodita non tanto la correttezza immediata delle risposte, quanto la qualità delle domande, perché è da lì che nasce una coscienza critica, capace un giorno di abitare la politica non come campo di battaglia, bensì come spazio di servizio.
A noi adulti spetta, allora, la responsabilità di non tirare gli studenti “di qua o di là”, di non usarli a mo’ di terreno di consenso o eco delle nostre convinzioni; al contrario offriamo strumenti, chiavi di lettura, occasioni di confronto autentico, accompagnandoli senza sostituirli, provocandoli senza indirizzarli, educandoli senza manipolarli. Se sapremo fare questo, forse scopriremo che la politica a scuola non è un problema da gestire, al contrario sarà una possibilità da far crescere. In questi ragazzi che discutono, si interrogano, a volte si contraddicono, c’è già una generazione che non si accontenta di subire il presente e che prova con fatica e con speranza a costruirlo.
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Marco Pappalardo 23/03/2026)