La “casa della pace” e le voci di denuncia
di Don Luigi Ciotti
La pace è oggi “terra di conquista”: terreno di scontro fra i potenti anziché di incontro fra i popoli. Un paradosso estremo. Chi governa i Paesi con maggiore peso geopolitico persegue la pace come successo personale, la rivendica in quanto frutto della propria capacità di piegare gli altri capi di Stato con intimidazioni e ricatti. In altri casi si fanno proclami di pace quando la guerra ha esaurito il suo combustibile, non avendo più nulla da distruggere. Riecheggia così la famosa frase di Tacito: «Dove fanno il deserto la chiamano pace».
Il primo passo, allora, è imparare a rinominarla questa pace, non come accordo lucroso fra potenti, né come sospensione temporanea delle ostilità, ma come terreno faticosamente dissodato, dove seminare relazioni di amicizia durature. Nei contesti vicini e lontani. Dobbiamo partire dalla consapevolezza che la pace non è una “vittoria” per chi la costruisce. In qualsiasi conflitto non si può “vincere” in due, ma soltanto “perdere” insieme. La pace è il frutto di questa “sconfitta”, di questo cedimento parziale alle ragioni dell’altro. Educare alla pace significa accettare di entrare in una logica di sconfitta, di arretramento rispetto ai propri interessi o desideri, per arrendersi alla logica dell’amore che concede spazio ai diritti e ai desideri dell’altro.
Dobbiamo lasciare sguarniti i nostri confini interiori ed esteriori; lasciarci invadere dall’altro che ci viene incontro, che significa lasciarci vincere dall’amore sconfinato di Dio per entrambi.
Non parlo del contesto geopolitico, i cui equilibri sono determinati da fattori economici, culturali e sociali in gran parte fuori dal nostro controllo. Parlo della dimensione umana, quotidiana, dell’aspirazione alla pace come qualcosa che deve permeare i nostri rapporti a livello familiare e sociale. Parlo di quella “casa della pace” invocata da Leone XIV nel discorso ai vescovi della Cei: «Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa».
È in questa dimensione che possiamo incidere! Educare alla pace significa concimare il terreno delle relazioni fra i singoli, affinché la pace possa affondarvi le radici per nutrire le relazioni fra i popoli. Significa, con le parole del Papa, far sentire «una voce che denuncia» perché «le strutture di ingiustizia vanno distrutte con la forza del bene». La pace vera e duratura non è il prodotto dei rapporti fra potenti, che come cani da dietro i recinti fanno a chi abbaia più forte, e infine tacciono sfiniti dal proprio stesso abbaiare. La pace è figlia della volontà di mediazione e comprensione reciproca fra le persone comuni, quando con fatica mettono da parte ideologie, egoismi e paure per accogliere i bisogni di chi vive al di là di un confine che prima di essere politico è spesso spirituale.
Ecco perché la pace va costruita, prima di tutto, nel pensiero. Dobbiamo pensarla possibile, dunque pensarci capaci di dialogare in un’ottica pacifica con chi è diverso da noi. A partire dalle famiglie, dove spesso tensioni e conflitti nascono dalla mancanza di ascolto. E poi nei quartieri, superando le diffidenze verso chi viene da lontano e porta altri riferimenti religiosi o culturali. Infine nei rapporti politici e sociali, dove ormai la tentazione è trasformare qualsiasi differenza in uno scontro polarizzato e violento. Scegliere parole “disarmate e disarmanti” Dobbiamo costruire la pace nel linguaggio. Scegliere parole “disarmate e disarmanti”. Difendere le nostre posizioni con la forza della gentilezza, tenendo sempre aperta la strada del dubbio e del confronto. E, semmai, convertire il lessico della violenza in una lingua di pace.
Combattere per la pace in tutte le sedi; assediare le istituzioni, nazionali e internazionali, chiamate a renderla possibile; riarmare la diplomazia, cioè restituirle spazi, dignità, strumenti; vendicare il diritto internazionale, sempre calpestato dalla prepotenza politica e militare; disertare le discussioni che vedono nella guerra un “male necessario”, qualcosa che non si può estirpare dalla storia umana; onorare gli eroi di pace, che significa contrastare la retorica degli “eroi di guerra”. Non esistono eroi di guerra, soltanto vittime della guerra.
Gli unici eroi sono quelli che la guerra decidono di non farla, pagandone spesso a caro prezzo le conseguenze («Ci salverà il soldato che non la farà», cantava De André). Dobbiamo, infine, costruire la pace con le mani. Anzi, prendere la pace per mano. Cioè praticare quella solidarietà che è la forma politica dell’amore, l’azione concreta che la fa camminare nelle periferie geografiche e in quelle esistenziali, dove persone fragili, povere, vulnerabili non soffrono solo di bisogni trascurati, ma di diritti negati. Gli eroi di pace, o costruttori di pace, sono tutti coloro che si sporcano le mani nelle pieghe e nelle piaghe del presente, curando senza clamore le ferite dei vinti della storia.
Il Signore vede quest’opera silenziosa di pace, fatta dai suoi figli e figlie più cari (cfMt 5,9).
La vede e la sostiene in forme per noi non sempre facili da cogliere. Di fronte alle vittime innocenti di ogni guerra proviamo un senso di smarrimento e impotenza. Ma la ragione, insieme alla fede, ci viene in soccorso. Scriveva il grande filosofo Norberto Bobbio in un testo sulle “vie della pace”: «Qualche volta è accaduto che un granello di sabbia sollevato dal vento abbia fermato una macchina».
Dobbiamo, allora, sconfiggere qualsiasi forma di pigrizia, scoraggiamento e inerzia. Uscire dalla “sonnolenza spirituale” che contraddistingue questo nostro tempo. E diventare granelli di polvere che si affidano al vento. Quel vento è la Provvidenza divina. Non sappiamo per quali vie e con quali tempi, ma forse lo Spirito si servirà di noi, invisibili granelli di polvere, per bloccare la macchina infernale. E costruire la pace, un granello per volta.
(Fonte: “Vita Pastorale” - aprile 2026)
