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domenica 26 giugno 2022

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XIII Domenica T.O. - Anno C


Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli

  XIII Domenica T.O. - Anno C
26 Giugno 2022 


Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Dio Padre ci ha fatto dono del Figlio, perché in Cristo Gesù noi tutti potessimo ritrovare la via del ritorno alla casa del Padre ed allo stesso tempo imparare a costruire tra noi vere relazioni di fraternità. Uniti a Cristo Gesù innalziamo con fiducia al Padre le nostre preghiere ed insieme diciamo:

          R/  Salvaci, Signore.

 Lettore

- Rendi la tua Chiesa, o Padre, sempre più libera dai propri condizionamenti culturali, da ogni ricerca di potere, di privilegi o di appoggi di vario genere. Donale l’intelligenza e la forza di poter seguire il tuo Figlio Gesù sulla via della spogliazione, per costruire con l’umanità di oggi rapporti di convinta fraternità e sororità. Preghiamo.

- Scenda, o Padre, la tua luce sui popoli europei, perché abbiano la forza e la lungimiranza di uscire dalla perversa logica della guerra e dalla ricerca della vittoria militare. Dona parole nuove ai capi di governo, in modo da rendere praticabile la via della pace, facendo uscire tutto il mondo dall’incubo della terza guerra mondiale. Preghiamo.

- Ricordati, o Padre, del popolo afghano, così provato prima dalle guerre infinite ed ora da un terremoto devastante. Suscita una maggiore pietà nei suoi governanti ed una minore rigidità nei Paesi occidentali, che hanno deciso delle gravi sanzioni economiche nei confronti di questo governo talebano. Preghiamo.

- Sostieni e rafforza, o Padre, tutti quei movimenti e quei partiti che hanno a cuore la salvaguardia della Terra e pongono con decisione l’avvio di pratiche, capaci di rallentare il disastro climatico, che condizionerà profondamente la vita della giovani generazioni. Preghiamo.

- Sii presente, o Padre, in ogni nostra casa. Aiutaci a crescere nell’accoglienza reciproca, nella capacità di dialogare e mantenere aperta la porta del nostro cuore verso chi è diverso o si trova in gravi difficoltà. Preghiamo.

- Ricordati, o Padre fonte della vita, dei nostri parenti e amici defunti e delle vittime del corona-virus [pausa di silenzio]; ricordati anche dei bambini a cui è stata negata la nascita alla vita, delle vittime della violenza nelle famiglie, bambini compresi. Concedi loro di contemplare il tuo Volto di Padre amorevole e misericordioso. Preghiamo.

Per chi presiede


O Dio nostro Padre, sostieni il cammino della nostra vita e fa’ che impariamo a seguire il tuo Figlio Gesù nella libertà e nell’amore: perché egli è il tuo Figlio fedele e misericordioso, il Signore della storia vivente nei secoli dei secoli. AMEN.




X INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE Festival delle famiglie (22/26 giugno 2022): «Questo non dimenticarlo mai: la famiglia è il primo luogo dove si impara ad amare.» Omelia di Papa Francesco (testo e video)

X INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE

SANTA MESSA  

Piazza San Pietro
Sabato, 25 giugno 2022



Alla presenza di Papa Francesco, il Cardinale Farrell – Prefetto del Dicastero per i Laici, Famiglia e Vita – ha presieduto la Messa in Piazza San Pietro per il X Incontro Mondiale delle Famiglie sul tema: “L’amore familiare: vocazione e via di santità” e che si conclude domenica 26/06/2022.

Papa Francesco ha pronunciato l’omelia.
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OMELIA DI PAPA FRANCESCO

Nell’ambito del X Incontro Mondiale delle Famiglie, questo è il momento del rendimento di grazie. Con gratitudine oggi portiamo davanti a Dio – come in un grande offertorio – tutto ciò che lo Spirito Santo ha seminato in voi, care famiglie. Alcune di voi avete partecipato ai momenti di riflessione e condivisione qui in Vaticano; altre li avete animati e vissuti nelle rispettive diocesi, in una sorta di immensa costellazione. Immagino la ricchezza di esperienze, di propositi, di sogni, e non mancano anche le preoccupazioni e le incertezze. Ora presentiamo tutto al Signore, e chiediamo a Lui che vi sostenga con la sua forza e con il suo amore. Siete papà, mamme, figli, nonni, zii; siete adulti, bambini, giovani, anziani; ciascuno con un’esperienza diversa di famiglia, ma tutti con la stessa speranza fatta preghiera: che Dio benedica e custodisca le vostre famiglie e tutte le famiglie del mondo.

San Paolo, nella seconda Lettura, ci ha parlato di libertà. La libertà è uno dei beni più apprezzati e ricercati dall’uomo moderno e contemporaneo. Tutti desiderano essere liberi, non avere condizionamenti, non essere limitati, e perciò aspirano ad affrancarsi da ogni tipo di “prigione”: culturale, sociale, economica. Eppure, quante persone mancano della libertà più grande: quella interiore! La più grande libertà è la libertà interiore. L’Apostolo ricorda a noi cristiani che questa è anzitutto un dono, quando esclama: «Cristo ci ha liberati per la libertà!» (Gal 5,1). La libertà ci è stata donata. Tutti noi nasciamo con tanti condizionamenti, interiori ed esteriori, e soprattutto con la tendenza all’egoismo, cioè a mettere al centro noi stessi e a fare i nostri propri interessi. Ma da questa schiavitù Cristo ci ha liberati. A scanso di equivoci, San Paolo ci avverte che la libertà donataci da Dio non è la falsa e vuota libertà del mondo, che in realtà è «un pretesto per la carne» (Gal 5,13). No, la libertà che Cristo ci ha acquistato a prezzo del suo sangue è tutta orientata all’amore, affinché – come diceva e dice oggi a noi l’Apostolo – «mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri» (ibid.).

Tutti voi coniugi, formando la vostra famiglia, con la grazia di Cristo avete fatto questa scelta coraggiosa: non usare la libertà per voi stessi, ma per amare le persone che Dio vi ha messo accanto. Invece di vivere come “isole”, vi siete messi “a servizio gli uni degli altri”. Così si vive la libertà in famiglia! Non ci sono “pianeti” o “satelliti” che viaggiano ognuno per la sua propria orbita. La famiglia è il luogo dell’incontro, della condivisione, dell’uscire da se stessi per accogliere l’altro e stargli vicino. È il primo luogo dove si impara ad amare. Questo non dimenticarlo mai: la famiglia è il primo luogo dove si impara ad amare.

Fratelli e sorelle, mentre con grande convinzione ribadiamo questo, sappiamo bene che nei fatti non è sempre così, per tanti motivi e tante diverse situazioni. E allora, proprio mentre affermiamo la bellezza della famiglia, sentiamo più che mai che dobbiamo difenderla. Non lasciamo che venga inquinata dai veleni dell’egoismo, dell’individualismo, dalla cultura dell’indifferenza e dalla cultura dello scarto, e perda così il suo “dna” che è l’accoglienza e lo spirito di servizio. La traccia propria della famiglia: l’accoglienza, lo spirito di servizio dentro la famiglia.

La relazione tra i profeti Elia ed Eliseo, presentata nella prima Lettura, ci fa pensare al rapporto tra le generazioni, al “passaggio del testimone” tra genitori e figli. Questo rapporto nel mondo di oggi non è semplice ed è spesso motivo di preoccupazioni. I genitori temono che i figli non siano in grado di orientarsi nella complessità e nella confusione delle nostre società, dove tutto sembra caotico, precario, e che alla fine smarriscano la loro strada. Questa paura rende alcuni genitori ansiosi, altri iperprotettivi, e a volte finisce persino per bloccare il desiderio di mettere al mondo nuove vite.

Ci fa bene riflettere sul rapporto tra Elia ed Eliseo. Elia, in un momento di crisi e di paura per il futuro, riceve da Dio il comando di ungere Eliseo come suo successore. Dio fa capire ad Elia che il mondo non finisce con lui e gli comanda di trasmettere ad un altro la sua missione. Questo è il senso del gesto descritto nel testo: Elia getta sulle spalle di Eliseo il proprio mantello, e da quel momento il discepolo prenderà il posto del maestro per continuarne il ministero profetico in Israele. Dio mostra così di avere fiducia nel giovane Eliseo. Il vecchio Elia passa la funzione, la vocazione profetica a Eliseo. Si fida di un giovane, si fida del futuro. In quel gesto c’è tutta una speranza, e con speranza passa il testimone.

Quanto è importante per i genitori contemplare il modo di agire di Dio! Dio ama i giovani, ma non per questo li preserva da ogni rischio, da ogni sfida e da ogni sofferenza. Dio non è ansioso e iperprotettivo. Pensatelo bene, questo: Dio non è ansioso e iperprotettivo; al contrario, ha fiducia in loro e chiama ciascuno alla misura della vita e della missione. Pensiamo al bambino Samuele, all’adolescente Davide, al giovane Geremia; pensiamo soprattutto a quella ragazza, sedicenne, diciassettenne che concepì Gesù, la Vergine Maria. Si fida di una ragazza. Cari genitori, la Parola di Dio ci mostra la strada: non preservare i figli da ogni minimo disagio e sofferenza, ma cercare di trasmettere loro la passione per la vita, di accendere in essi il desiderio di trovare la loro vocazione e di abbracciare la missione grande che Dio ha pensato per loro. È proprio questa scoperta che rende Eliseo coraggioso, determinato e lo fa diventare adulto. Il distacco dai genitori e l’uccisione dei buoi sono proprio il segno che Eliseo ha compreso che adesso “tocca a lui”, che è ora di accogliere la chiamata di Dio e portare avanti quanto aveva visto fare al suo maestro. E lo farà con coraggio fino al termine della sua vita. Cari genitori, se aiutate i figli a scoprire e ad accogliere la loro vocazione, vedrete che essi saranno “afferrati” da questa missione e avranno la forza di affrontare e superare le difficoltà della vita.

Vorrei aggiungere anche che, per un educatore, il modo migliore di aiutare un altro a seguire la sua vocazione è di abbracciare con amore fedele la propria. È ciò che i discepoli hanno visto fare a Gesù, e il Vangelo di oggi ci mostra un momento emblematico, quando Gesù prende «la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme» (Lc 9,51), sapendo bene che là sarà condannato e ucciso. E sulla via per Gerusalemme, Gesù subisce il rifiuto da parte degli abitanti di Samaria, un rifiuto che suscita la reazione sdegnata di Giacomo e Giovanni, ma che Egli accetta perché fa parte della sua vocazione: all’inizio era stato rifiutato a Nazaret – pensiamo a quel giorno nella sinagoga di Nazaret (cfr Mt 13,53-58) –, adesso in Samaria, e alla fine sarà rifiutato a Gerusalemme. Gesù accetta tutto questo perché è venuto per prendere su di sé i nostri peccati. Allo stesso modo, non c’è cosa più incoraggiante per i figli che vedere i propri genitori vivere il matrimonio e la famiglia come una missione, con fedeltà e pazienza, nonostante le difficoltà, i momenti tristi e le prove. E ciò che avvenne a Gesù in Samaria avviene in ogni vocazione cristiana, anche quella familiare. Lo sappiamo tutti: vengono i momenti in cui bisogna prendere su di sé le resistenze, le chiusure, le incomprensioni che provengono dal cuore umano e, con la grazia di Cristo, trasformarli in accoglienza dell’altro, in amore gratuito.

E nel cammino verso Gerusalemme, subito dopo questo episodio, che ci descrive in un certo senso la “vocazione di Gesù”, il Vangelo ci presenta altre tre chiamate, tre vocazioni di altrettanti aspiranti discepoli di Gesù. Il primo viene invitato a non cercare una dimora stabile, una sistemazione sicura seguendo il Maestro. Lui infatti «non ha dove posare il capo» (Lc 9,58). Seguire Gesù significa mettersi in movimento e rimanere sempre in movimento, sempre “in viaggio” con Lui attraverso le vicende della vita. Quanto è vero questo per voi sposati! Anche voi, accogliendo la chiamata al matrimonio e alla famiglia, avete lasciato il vostro “nido” e avete iniziato un viaggio, di cui non potevate conoscere in anticipo tutte le tappe, e che vi mantiene in costante movimento, con situazioni sempre nuove, eventi inaspettati, sorprese, alcune dolorose. Così è il cammino con il Signore. È dinamico, è imprevedibile, ed è sempre una scoperta meravigliosa. Ricordiamoci che il riposo di ogni discepolo di Gesù è proprio nel fare ogni giorno la volontà di Dio, qualunque essa sia.

Il secondo discepolo è invitato a non “tornare a seppellire i suoi morti” (vv. 59-60). Non si tratta di venir meno al quarto comandamento, che rimane sempre valido ed è un comandamento che ci santifica tanto; è invece un invito a obbedire anzitutto al primo comandamento: amare Dio sopra ogni cosa. Così avviene anche per il terzo discepolo, chiamato a seguire Cristo risolutamente e con tutto il cuore, senza “voltarsi indietro”, nemmeno per congedarsi dai suoi familiari (cfr vv. 61-62).

Care famiglie, anche voi siete invitate a non avere altre priorità, a “non volgervi indietro”, cioè a non rimpiangere la vita di prima, la libertà di prima, con le sue ingannevoli illusioni: la vita si fossilizza quando non accoglie la novità della chiamata di Dio, rimpiangendo il passato. E questa strada di rimpiangere il passato e non accogliere le novità che Dio ci manda, ci fossilizza, sempre; ci fa duri, non ci fa umani. Quando Gesù chiama, anche al matrimonio e alla famiglia, chiede di guardare avanti e sempre ci precede nel cammino, sempre ci precede nell’amore e nel servizio. Chi lo segue non rimane deluso!

Cari fratelli e sorelle, le Letture della liturgia di oggi, tutte, provvidenzialmente parlano di vocazione, che è proprio il tema di questo decimo Incontro Mondiale delle Famiglie: “L’amore familiare: vocazione e via di santità”. Con la forza di questa Parola di vita, vi incoraggio a riprendere con decisione il cammino dell’amore familiare, condividendo con tutti i membri della famiglia la gioia di questa chiamata. E non è una strada facile, non è un cammino facile: ci saranno momenti bui, momenti di difficoltà dove penseremo che tutto è finito. L’amore che vivete tra voi sia sempre aperto, estroverso, capace di “toccare” i più deboli e i feriti che incontrate lungo la strada: fragili nel corpo e fragili nell’anima. L’amore, infatti, anche quello familiare, si purifica e si rafforza quando viene donato.

La scommessa sull’amore familiare è coraggiosa: ci vuole coraggio per sposarsi. Vediamo tanti giovani che non hanno il coraggio di sposarsi, e tante volte qualche mamma mi dice: “Faccia qualcosa, parli a mio figlio, che non si sposa, ha 37 anni!” – “Ma, signora, non gli stiri le camicie, incominci lei a mandarlo un po’ via, che esca dal nido”. Perché l’amore familiare spinge i figli a volare, insegna loro a volare e li spinge a volare. Non è possessivo: è di libertà, sempre. E poi, nei momenti difficili, nelle crisi – tutte le famiglie ne hanno, di crisi – per favore non prendere la strada facile: “torno da mamma”. No. Andate avanti, con questa scommessa coraggiosa. Ci saranno momenti difficili, ci saranno momenti duri, ma avanti, sempre. Tuo marito, tua moglie ha quella scintilla di amore che avete sentito all’inizio: lasciatela uscire da dentro, riscoprite l’amore. E questo aiuterà tanto nei momenti di crisi.

La Chiesa è con voi, anzi, la Chiesa è in voi! La Chiesa, infatti, è nata da una Famiglia, quella di Nazaret, ed è fatta principalmente di famiglie. Che il Signore vi aiuti ogni giorno a rimanere nell’unità, nella pace, nella gioia e anche nella perseveranza nei momenti difficili, quella perseveranza fedele che ci fa vivere meglio e mostra a tutti che Dio è amore e comunione di vita.

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Vedi anche il post precedente


"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 34/2021-2022 anno C

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

 XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Vangelo:


«Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione (lett. indurì il suo volto) di mettersi in cammino verso Gerusalemme» (9,51). Questo versetto ha una grande importanza nell'economia del Vangelo di Luca perché rappresenta lo spartiacque che conclude la prima parte, segnandone la svolta definitiva e inaugurando la seconda che condurrà il lettore fino al cap.18. E' l'inizio di quello che viene definito "il grande viaggio verso Gerusalemme", dove per Gesù terminerà la sua missione terrena. Da adesso in avanti il Vangelo non è solo Parola da ascoltare, ma soprattutto via da seguire. Una volta ancora Gesù deve fare i conti con le errate attese messianiche dei suoi discepoli, con le loro diaboliche aspirazioni di potere. E come il Battista, che di fronte alla Parola e al vissuto di Gesù fu invitato a modificare le sue attese messianiche (Mt 11,3), così i discepoli dovranno modificare le loro. La richiesta di Giacomo e Giovanni scatena la ferma reazione di Gesù che, ancora una volta, rimprovera aspramente i suoi interlocutori anzi, li esorcizza (epetìmesen autòis). Davanti al volto indurito di Gesù decisamente rivolto verso l'estrema testimonianza al Padre, anche noi siamo invitati a discernere "di che spirito siamo". «Siamo saldi, come Gesù, nell'amore o chiusi nella durezza del cuore? Siamo realmente battezzati, immersi nel suo Spirito o in quello del divisore? Il vero discepolo è colui che riconosce questo volto indurito rivolto ai poveri, agli umili, agli umiliati perché è povero, umile e umiliato e opera secondo il suo Spirito di Misericordia» (cit.)


sabato 25 giugno 2022

L’UOMO, SENZA AGGETTIVI - Perché l'uomo viene prima della sua fede, e prima delle sue idee. - XIII Domenica Tempo Ordinario Anno C - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

L’UOMO, SENZA AGGETTIVI
 


Perché l'uomo viene prima della sua fede,
e prima delle sue idee.

 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé.
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio». Lc 9,51-62

per i social

L’UOMO, SENZA AGGETTIVI 

E indurì il suo volto. Svolta decisiva nel Vangelo di Luca. Il volto trasfigurato e bello di Gesù diventa il volto forte, deciso, risoluto.
Per dieci capitoli Luca racconterà il grande viaggio di Gesù verso la Croce.
Il primo tratto del volto in cammino è delineato da un villaggio di Samaria, che si rifiuta di accoglierlo.
Vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?
Gesù si volta, li rimprovera e si avvia verso un altro villaggio.
Ecco dove si staglia la sua grandezza! Egli difende perfino la libertà di chi lo rifiuta, con grande forza interiore, con l’accettare la sconfitta, il negare ogni violenza, il rispetto per tutti e una speranza indomabile: andiamo avanti, c'è sempre un'altra porta, un altro viso, un altro cuore cui annunciare il Regno.
Luca qui introduce tre personaggi a indicare lo stile del discepolo.
Il primo è un generoso: ti seguirò, ovunque! Gesù avrà gioito per lo slancio, per il fresco entusiasmo di quest'uomo. Eppure risponde: pensaci. Le volpi hanno tane, gli uccelli nidi, ma io non ho niente. Eppure non era così.
Gesù era pieno di amici che spezzavano con lui pane e sogni, ma questa metafora indica la sua vita minacciata dalle istituzioni religiose, indica che non può essergli discepolo chi vuole restarsene tranquillo nel proprio nido. Neanche un nido, neanche una tana avrai per te, solo strada, ancora strada. Quotidianamente dipendente dal cielo.
Il secondo dice «sì», ma aggiunge: ora devo seppellire mio padre. Richiesta legittima, dovere di figlio, compito di umanità. Gesù replica con parole dure: che i morti seppelliscano i morti! Parole come scosse: vedi, è possibile essere morti dentro, vivere una religiosità spenta, morire lentamente. Ma tu seguimi, io ti insegnerò il segreto della vita autentica.
E il terzo: ti seguirò, ma prima andrò a salutare quelli di casa. Ancora un «ma», il più naturale. E’ così duro il cammino senza affetti.
Da Gesù giunge un altro no: chi guarda oltre e poi si volta, non è adatto al Regno.
Ma Signore, chi non si è mai voltato indietro? Chi è adatto?
Hai posto mano all'aratro, non voltarti sulle tue sconfitte. Non guardare a ciò che ti manca, ma a ciò che ti viene incontro! Devi calibrarti sul futuro non sul passato, non su nostalgie, ma sui campi di Dio, dove i solchi dell'aratro sono ferite riempite di vita.
Icona della libertà, Gesù, difende perfino un paese intero che non lo vuole. Perché l'uomo viene prima della sua fede, e prima delle sue idee.
È l'uomo, e guai se ci fosse un aggettivo: samaritano o cananeo, giusto o ingiusto.
Il suo sogno è l'uomo, è ognuno di noi. E Gesù difende quel villaggio per difenderci tutti.


per Avvenire

Per Cristo l 'uomo viene prima delle sue idee (...)

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Liliana Segre: 'Combattiamo l'odio con le parole, insieme'

Liliana Segre:
'Combattiamo l'odio con le parole, insieme'

Liliana Segre

Intervista di Paolo Colonnello  per La Stampa del 24 giugno 2022

L'anima sbarazzina della ragazza sopravvissuta in lei come al solito le fa rompere gli schemi anche nel corso di un momento ufficiale come la presentazione dei risultati della Commissione da lei fortissimamente voluta sulla diffusone dei discorsi d'odio. «Avevo un testo scritto ma poi ho preferito parlare a braccio». Ride divertita Liliana Segre che, con i suoi 91 anni, si scopre ancora una volta molto più vicina ai giovani di quanto non avrebbe mai immaginato. Tra i temi della maturità dedicati al libro scritto con Gherardo Colombo e i risultati della Commissione parlamentare, esiste un collegamento preciso: la memoria e la condivisione. «È così. Sono stata molto meravigliata di ritrovarmi tra i temi della maturità e anche molto contenta. In fondo sono più di trent'anni che giro per le scuole e il fatto che alla fine il 18 per cento dei maturandi abbia scelto il nostro libro, "La sola colpa di essere nati", è un segnale importante. Non tutto è perduto. L'ho trovato consolante, il coronamento di una lunga fatica e una combinazione importante con i risultati della Commissione, raggiunti all'unanimità. Cosa niente affatto scontata. È un po' come se fossero maturati tutti quanti: studenti e parlamentari».

Perché? «Beh perché nel corso delle audizioni e dei temi da affrontare non è che fossero sempre tutti d'accordo. Ma alla fine una parola di pace si è trovata ed è stato molto bello arrivare all'unanimità. Devo dire che per il 99 per cento è stato merito del senatore Verducci, vicepresidente e relatore».

Su che cosa tutti si sono trovati d'accordo? «Sul fatto che il problema dell'odio diffuso è un problema reale e che sono i social e il web i principali diffusori dei discorsi razzisti o discriminatori. E che spesso gli scambi di opinione su questi mezzi fomentano l'odio, non lo placano. Cose risapute forse, ma un conto è immaginarsele, un conto è averle analizzate approfonditamente».

Lei stessa ha voluto parlare di un odio che sente tatuato sulla pelle. .. «E come si sa, non è solo una metafora. Da piccola mi dicevano "muori", mi ritrovai espulsa dalla scuola a 8 anni, nonostante tutto il mio amore per la maestra e la scuola diventando una bambina invisibile. Perché i crimini di odio nascono proprio con le parole. Mi è stato chiesto perché ho voluto la Commissione: questa è la risposta, perché io l'odio l'ho vissuto e tutt'ora ne sono bersaglio, tanto che alla mia età mi tocca girare ancora con la mia adorabile scorta».

Lei è anche un monumento di speranza vivente. «Io come tipo, come carattere, come donna, sono sempre stata molto realista e con i piedi per terra. Se devo vedere il bicchiere di solito lo vedo mezzo vuoto e non mezzo pieno. Ma cerco di correggermi continuamente e lo farò fino alla fine».

Le piacerebbe leggere uno dei temi della maturità? «Tantissimo, ma credo sia impossibile. Penso che scegliendomi i giovani abbiano scelto anche una connessione con la mia storia e ne sono orgogliosa».

Un viatico per loro? «La forza di credere in se stessi. Ed è inutile paragonare la marcia della morte a quella della vita. Sono due cose distinte e se parli con me devi accettare che nella marcia della vita non ci si può appoggiare a nessuno ma bisogna essere forti da soli. Guardare avanti senza paura. Questo dico ai ragazzi».
(fonte: Informazione Corretta, 24 giugno 2022)

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Guarda la scheda del libro



Enzo Bianchi - Non chiudiamo gli occhi

Enzo Bianchi
Non chiudiamo gli occhi 

C'è la voglia di dimenticare. Ma abbiamo davanti a noi un popolo abbandonato da chi gli ha assicurato protezione, milioni di persone gettate sulla strada dell'esilio a piangere i morti, città in macerie  

La Repubblica - 20 giugno 2022


Questa mattina al supermercato ascoltavo gente che si sfogava ad alta voce: “Basta con questa guerra! Non ne voglio più sentir parlare…”, e poco dopo: “La facciano loro la guerra se la vogliono fare, ma ci lascino in pace e non pretendano da noi aiuti”.

Spesso ormai mi capita di sentire frasi simili che manifestano la volontà di non vedere, non sapere, non essere raggiunti da informazioni sulla guerra russa in Ucraina. C’è voglia di dimenticare e l’unica preoccupazione riguarda il danno che subiremo con l’aumento dei prezzi e la crisi delle fonti di energia…

A quattro mesi dall’inizio dell’aggressione omicida intrapresa da Putin abbiamo davanti a noi un popolo abbandonato da quanti gli hanno assicurato protezione, milioni di persone gettate sulla strada dell’esilio a piangere ogni giorno i morti che aumentano e le vittime di questa barbarie, città in macerie diventate inabitabili. Abbiamo anche la certezza di torture, di stragi e di tutto ciò che nella guerra è apocalisse di orrore.

Di fronte a questa innegabile realtà l’errore più grande rimane comunque la lettura del conflitto come guerra tra il bene assoluto e il male assoluto, una lettura che distingue i buoni dai cattivi, e non vede la realtà di una terra insanguinata con persone uccise perché mandate al macello, obbligate, senza poter scegliere liberamente e senza una conoscenza del perché di questa guerra. Giovani russi e ucraini, mercenari ceceni, siriani, muoiono in numero di cinquecento circa ogni giorno, e per loro non ci sarà più né vita, né relazioni, né affetti, c’è solo il nulla e lo strazio disperante di quelli che hanno lasciato.

Noi occidentali e cristiani proviamo orrore e ci risulta incomprensibile l’appoggio che il Patriarca di Mosca Kirill ha dato a questa guerra consacrandola come un’azione benedetta da Dio, e additando nell’occidente il nemico demoniaco, un’incarnazione odierna dell’Anticristo. Ma non si può dire che l’intera Chiesa ortodossa russa segua Kirill. Non la Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca, che nel concilio del 27 maggio ha ribadito la sua condanna della guerra rivendicando la propria indipendenza. Non il metropolita Mark di Germania, del Patriarcato di Mosca, che ha definito la guerra “un crimine” e l’idea di denazificare l’Ucraina “un’assurdità”. Non l’ex-numero due del patriarcato, il metropolita Ilarione – vescovo non solo intellettualmente raffinato ma grande teologo e vero cristiano, per me vero amico da decenni – rimosso per essersi mostrato in disaccordo, ma anche altri vescovi e preti e monaci che hanno organizzato veglie di preghiera per la pace o si sono pronunciati in modo critico o profetico contro questa guerra. E ne hanno pagato il prezzo con la destituzione dai loro incarichi, perdendo ogni possibilità di esercitare il proprio ministero in Russia.

Papa Francesco lo sa, e per questo i suoi interventi, che non sono dettati da prudenza diplomatica ma sono profetici, vogliono essere un servizio alla verità anche a costo di irritare quanti non riescono a comprendere che il Papa segue solo il messaggio scandaloso del Vangelo, che non conosce né strategie, né doppiezza nelle parole. È con parole di questo tipo che Francesco ha parlato a Kirill, è con parole di questo tipo che Francesco chiede che si ponga subito fine alla guerra per salvare il popolo ucraino!

Questo significa certamente l’elaborazione di un compromesso che preveda che le parti in guerra non solo cessino le ostilità, ma giungano anche a rinunciare alle pretese che han dato origine al conflitto. Solo se non si rappresenta l’altro come il male assoluto si può sperare in un margine negoziale che non condanni milioni di innocenti alla fame. Deve imporsi la razionalità: o fermare la terribile strage, o continuare la guerra sapendo che non ci saranno vincitori. Non può essere altrimenti, se non si vuole l’allargamento del conflitto a dimensione planetaria.
(fonte: blog dell'autore)


venerdì 24 giugno 2022

SACRO CUORE DI GESÙ L’amore infinito di Dio, che si è fatto carne in Cristo per ogni vivente

SACRO CUORE DI GESÙ
 
L’amore infinito di Dio,
che si è fatto carne in Cristo per ogni vivente

 di Diana Papa

foto SIR/Marco Calvarese

La festa del S. Cuore di Gesù è ancora oggi significativa per noi cristiani? Che cosa può comunicare all’individuo del nostro tempo che dimostra a volte di avere un cuore incapace di provare sentimenti profondi e che spesso si lascia guidare da emozioni fuggenti? In che modo può guardare la vita da una nuova prospettiva chi cerca solo il proprio benessere, chi dilata lo spazio del proprio esistere, anche a scapito del bene comune?

Tutti, a vari livelli, abbiamo bisogno di riscoprire il nostro cuore di carne, per ravvivare l’esistenza.

L’indifferenza o la rigidità non serve a nessuno. Un cuore che pulsa dà vita non solo a chi lo possiede, ma anche all’universo…Tutto è connesso!

Ma come dare vita al nostro cuore di carne?

È il Signore stesso che nella Scrittura ci indica la modalità da seguire: “Il Signore, tuo Dio, ti ha portato, come un uomo porta il proprio figlio, per tutto il cammino che hai fatto” (cfr. Dt 1, 31).

Nella relazione con Dio attraverso Gesù scopriamo la bellezza della paternità del Padre. Purtroppo abbiamo perso in questi anni alcuni riferimenti stabili. Anche la relazione con il Signore sembra affievolita. I genitori faticano a vivere concretamente la paternità e la maternità: spesso rinunciano al loro ruolo e lasciano posto al cameratismo. Quasi inconsapevolmente abbandonano i propri impegni genitoriali e non riescono a camminare con amore accanto ai propri figli per formarli, esortandoli, incoraggiandoli, senza confusione di ruoli e nel rispetto delle regole.

Lo sfilacciamento dei confini genitoriali spesso si riflette nei figli, nella società, nelle istituzioni!

Abbiamo bisogno di imparare il rispetto delle regole, che non è controllo o oppressione, ma scelta quotidiana di libertà attraverso cui ognuno decide di dare tutto se stesso per la realizzazione di un progetto esistenziale non individuale ma personale e comunitario. La persona è sempre in relazione, l’individuo invece cura il solipsismo.

Riscoprire la paternità e la maternità di Dio nella relazione con lui significa imparare ad essere padre o madre, figlio o figlia: “Che dovrò fare per te, Èfraim, che dovrò fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce” (Os 6,4).

L’amore eterno di Dio non è a tempo, è senza fine. Seguendo con amore il nostro cammino, ci sorregge e non ci lascia per terra se cadiamo, non ci abbandona neanche quando pensiamo di fare a meno di lui.

Mentre risuonano le parole di Osea nel nostro cuore, percepiamo tutta la vicinanza affettiva del Signore?

Come sperimentare che amare non è lasciarsi guidare solo dai ritmi delle nostre emozioni?

Se il nostro cuore è spento, non proviamo più nulla per l’altro, tronchiamo la relazione, soprattutto quando identifichiamo l’amore solo con l’emotività. Sperimentando la fedeltà di Dio, impariamo a rimanere in relazione con l’altro, amandolo nella sua totalità anche nei tempi difficili.

“A Èfraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Os 11, 3-4). “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione” (Os 11, 8).

Si coglie in questi versetti la tenerezza di Dio che fa vibrare le fibre dell’anima.

Egli rende comprensibile il suo amore concreto per ogni sua creatura: continua ad amare anche quando la persona dimentica di essere amata da Lui.

Si commuove e freme perché desidera che ogni vivente sia felice. Dona il proprio Figlio all’umanità, per rendere visibile il suo amore fedele di Padre che ama l’umanità.

Che cosa rappresenta per noi cristiani la solennità del Cuore di Gesù?

La memoria di quest’amore infinito di Dio che si è fatto carne in Cristo per ogni vivente.

Prima di dare la sua vita per noi, Gesù ha lasciato l’esempio per seguire le sue orme, incarnando l’amore tra la gente, beneficando e guarendo gli ammalati, rendendo visibile la prossimità del Padre presso gli emarginati e i peccatori del suo tempo, donando la speranza a chi non credeva più nella bellezza dell’esistenza. Ha chiamato, inoltre, a sé alcuni perché lo seguissero, per continuare ad annunciare con le opere e con la parola che Dio ama ogni creatura.

Ancora oggi Gesù Cristo conta sui battezzati, perché vivano il Vangelo ogni giorno con passione e con responsabilità, portando ovunque la giustizia, la pace, la gioia. 

Forse è giunto il tempo di lasciare la finestra che consente di guardare dall’alto le vicende del mondo e scendere sulle strade battute dalla gente

che, a volte, sembra aver perso il senso della propria vita, ma che in realtà possiede tanti valori che attendono di essere liberati per il bene di tutti!

Chissà se noi cristiani oggi decidiamo finalmente di buttarci nella mischia, per cogliere con e per gli altri tutto il bene esistente e portarlo alla luce… Proprio come fa continuamente con ciascuno di noi il Cuore di Gesù!
(fonte: Sir 18 Giugno 2022)


Indice della pace, Italia al 32° posto. Ma preoccupa la corsa agli armamenti

Indice della pace, Italia al 32° posto.
Ma preoccupa la corsa agli armamenti

Archivio Disarmo ha presentato la graduatoria dei Paesi più pacifici o meno pacifici. La Russia è al 160° posto, gli Stati Uniti al 129°. Serge Stroobants, direttore per l’Europa dell'Institute for Economics and Peace di Sidney: “Continuo deteriorarsi dell'Indice della pace, che nel 2021 è peggiorato dello 0,3% rispetto all'anno precedente. Nonostante il peggioramento sembri piccolo, in realtà il 2022 è l'undicesimo di una sequenza di anni negativi”


Nel pieno dei venti di guerra scatenati dall'invasione russa dell'Ucraina, quali sono i paesi più pacifici e quali quelli meno pacifici? Una graduatoria del genere esiste e la redige ogni anno, da 16 anni, l'Institute for Economics and Peace di Sidney - IEP (Australia). A Roma l’Indice è stato presentato, per la prima volta in Italia, da Archivio Disarmo, l'istituto di ricerche specializzato sui temi della pace e del controllo degli armamenti.

Indice della pace, livello più basso degli ultimi 15 anni

In seguito ai due grandi shock della pandemia da Covid e del conflitto in Ucraina, l’Indice della pace è sceso al livello più basso degli ultimi 15 anni. Serge Stroobants, direttore per l’Europa dello IEP osserva: “L'elemento più rilevante che emerge dal Rapporto di quest’anno è il continuo deteriorarsi dell'Indice della pace, che nel 2021 è peggiorato dello 0,3% rispetto all'anno precedente. Nonostante il peggioramento sembri piccolo, in realtà il 2022 è l'undicesimo di una sequenza di anni negativi. Il dato risente del conflitto in Ucraina, i cui danni però si sentiranno nei prossimi mesi, come la crescita dell'insicurezza alimentare e l'aumento dell'inflazione. A fronte del miglioramento di un certo numero di Paesi, la maggioranza registra un netto peggioramento, il che evidenzia che è molto più facile che la pace nei vari paesi si deteriori più velocemente di quanto migliori”.

L’impatto economico della violenza

Facendo un bilancio tra i pochi aspetti positivi (come gli attacchi terroristici che diminuiscono) e i molti negativi (come le relazioni tra paesi vicini che sono difficili, il numero di rifugiati che aumenta, l’instabilità politica che non ha tregua), non meraviglia che nel 2021 l’impatto economico della violenza sia stato di 16 trilioni e mezzo (16.000 miliardi e 500 mila) di dollari, con un costo pro capite di 2,117 dollari per ogni abitante della terra.

Sottolinea Fabrizio Battistelli, presidente di Archivio Disarmo: “L’Indice della pace globale elaborato da IEP, in Italia non è ancora conosciuto quanto merita. Individuare le aree più critiche nel mondo è un dato che, per esempio, sarebbe stato cruciale per affrontare con consapevolezza la guerra civile nel Donbass. È strumentalizzando quella situazione conflittuale che Putin ha invaso l’Ucraina”.

Le responsabilità degli Stati

In conclusione, maggiore è la potenza di uno Stato, maggiore è la sua responsabilità nell'attuazione di una politica di pace. In questo le superpotenze in carica (come gli USA) o demansionate (come la Russia) o in pista per il primato (come la Cina) non danno il buon esempio. Nella graduatoria dell'Institute for Economics and Peace, su 163 paesi gli Stati Uniti si classificano al 129° posto, mentre la Russia è terz'ultima al 160°. Un po' meglio fa la Cina che si piazza all'89° posto.

E gli europei? Mediana la posizione della Francia (sessantacinquesima), buona quella dell'Italia (trentaquattresima), più che buona quella della Germania (sedicesima). Tuttavia l'interrogativo è: fino a quando? “In seguito all'invasione dell'Ucraina, i paesi che come la Germania e l'Italia dedicavano meno del 2% del PIL si sono impegnati a conseguire questo traguardo. Qualcosa che, se attuato, porterà il nostro e altri Stati europei ad allinearsi alla corsa agli armamenti che sta per riaccendersi, apparentemente incontrollabile, a livello continentale e globale”, si è affermato.
(fonte: Redattore Sociale 21/06/2022)


X INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE Festival delle famiglie (22/26 giugno 2022): «I cinque “passi in più” da fare insieme» proposti da Papa Francesco alle famiglie del mondo (testo e video)

X INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Aula Paolo VI
Mercoledì, 22 giugno 2022




Care famiglie!

è per me una gioia essere qui con voi, dopo eventi sconvolgenti che, negli ultimi tempi, hanno segnato le nostre vite: prima la pandemia e, adesso, la guerra in Europa, che si aggiunge ad altre guerre che affliggono la famiglia umana.

Ringrazio il Cardinale Farrell, il Cardinale De Donatis e tutti i collaboratori del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e della Diocesi di Roma, che con la loro dedizione hanno reso possibile questo Incontro.

Desidero poi ringraziare le famiglie presenti, venute da tante parti del mondo; e in particolare quelle che ci hanno regalato la loro testimonianza: grazie di cuore! Non è facile parlare davanti a un pubblico così vasto della propria vita, delle difficoltà o dei doni meravigliosi, ma intimi e personali, che avete ricevuto dal Signore. Le vostre testimonianze hanno fatto da “amplificatori”: avete dato voce all’esperienza di tante famiglie nel mondo, che, come voi, vivono le medesime gioie, inquietudini, le medesime sofferenze e speranze.

Per questo ora mi rivolgo sia a voi qui presenti sia agli sposi e alle famiglie che ci ascoltano nel mondo. Vorrei farvi sentire la mia vicinanza proprio lì dove vi trovate, nella vostra concreta condizione di vita. Il mio incoraggiamento è anzitutto proprio questo: partire dalla vostra situazione reale e da lì provare a camminare insieme: insieme come sposi, insieme nella vostra famiglia, insieme alle altre famiglie, insieme con la Chiesa. Penso alla parabola del buon samaritano, che incontra per strada un uomo ferito, gli si fa vicino, si fa carico di lui e lo aiuta a riprendere il cammino. Vorrei che proprio questo fosse per voi la Chiesa! Un buon samaritano che si fa vicino, vicino a voi e vi aiuta a proseguire il vostro cammino e a fare “un passo in più”, anche se piccolo. E non dimenticare che la vicinanza è lo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza. Questo è lo stile di Dio. Provo a indicare questi “passi in più” da fare insieme, riprendendo le testimonianze che abbiamo ascoltato.

1. “Un passo in più” verso il matrimonio. Ringrazio voi, Luigi e Serena, per aver raccontato con grande onestà la vostra esperienza, con le sue difficoltà e le sue aspirazioni. Penso che per tutti è doloroso ciò che avete raccontato: “Non abbiamo trovato una comunità che ci sostenesse a braccia aperte per quel che siamo”. È duro, questo! Questo deve farci riflettere. Dobbiamo convertirci e camminare come Chiesa accogliente, perché le nostre diocesi e parrocchie diventino sempre più “comunità che sostengono tutti a braccia aperte”. Ce n’è tanto bisogno, in questa cultura dell’indifferenza! E voi, provvidenzialmente, avete trovato sostegno in altre famiglie, che infatti sono piccole chiese.

Mi ha molto consolato quando avete spiegato il motivo che vi ha spinto a far battezzare i vostri figli. Avete detto una frase molto bella: “Nonostante gli sforzi umani più nobili, noi non ci bastiamo”. È vero, possiamo avere i sogni più belli, gli ideali più alti, ma alla fine scopriamo anche i nostri limiti – è saggezza conoscere i propri limiti –, questi limiti che non superiamo da soli ma aprendoci al Padre, al suo amore, alla sua grazia. Questo è il significato dei sacramenti del Battesimo e del Matrimonio: sono l’aiuto concreto che Dio ci dona per non lasciarci soli, perché “noi non ci bastiamo”. Quella frase, ha fatto tanto bene sentirla: “Noi non ci bastiamo”.

Possiamo dire che quando un uomo e una donna s’innamorano, Dio offre loro un regalo: il matrimonio. Un dono meraviglioso, che ha in sé la potenza dell’amore divino: forte, duraturo, fedele, capace di riprendersi dopo ogni fallimento o fragilità. Il matrimonio non è una formalità da adempiere. Non ci si sposa per essere cattolici “con l’etichetta”, per obbedire a una regola, o perché lo dice la Chiesa o per fare una festa; no, ci si sposa perché si vuole fondare il matrimonio sull’amore di Cristo, che è saldo come una roccia. Nel matrimonio Cristo si dona a voi, così che voi abbiate la forza di donarvi a vicenda. Coraggio, dunque, la vita familiare non è una missione impossibile! Con la grazia del sacramento, Dio la rende un viaggio meraviglioso da fare insieme a Lui, mai da soli. La famiglia non è un bell’ideale, irraggiungibile nella realtà. Dio garantisce la sua presenza nel matrimonio e nella famiglia, non solo nel giorno delle nozze ma per tutta la vita. E Lui vi sostiene ogni giorno nel vostro cammino.

2. “Un passo in più” per abbracciare la croce. Ringrazio voi, Roberto e Maria Anselma, perché ci avete raccontato la storia commovente della vostra famiglia e in particolare di Chiara. Ci avete parlato della croce, che fa parte della vita di ogni persona e di ogni famiglia. E avete testimoniato che la dura croce della malattia e della morte di Chiara non ha distrutto la famiglia e non ha eliminato la serenità e la pace dai vostri cuori. Lo si vede anche nei vostri sguardi. Non siete persone abbattute, disperate e arrabbiate con la vita. Anzi! Si percepiscono in voi una grande serenità e una grande fede. Avete detto: “La serenità di Chiara ci ha aperto una finestra sull’eternità”. Vedere come lei ha vissuto la prova della malattia vi ha aiutato ad alzare lo sguardo e a non rimanere prigionieri del dolore, ma ad aprirvi a qualcosa di più grande: i disegni misteriosi di Dio, l’eternità, il Cielo. Vi ringrazio per questa testimonianza di fede! Avete citato anche quella frase che Chiara diceva: «Dio mette la verità in ciascuno di noi e non è possibile fraintenderla». Nel cuore di Chiara Dio ha posto la verità di una vita santa, e perciò lei ha voluto preservare la vita di suo figlio a costo della sua stessa vita. E come sposa, accanto a suo marito, ha percorso la via del Vangelo della famiglia in modo semplice, spontaneo. Nel cuore di Chiara è entrata anche la verità della croce come dono di sé: una vita donata alla sua famiglia, alla Chiesa, al mondo intero. Sempre abbiamo bisogno di esempi grandi a cui guardare: che Chiara sia d’ispirazione nel nostro cammino di santità, e che il Signore sostenga e renda feconda ogni croce che le famiglie si trovano a portare.

3. “Un passo in più” verso il perdono. Paul e Germaine, voi avete avuto il coraggio di raccontarci la crisi che avete vissuto nel vostro matrimonio. Vi ringraziamo di questo, perché in ogni matrimonio ci sono le crisi: dobbiamo dircelo, dobbiamo svelarlo e andare sulla strada per risolverla. Non avete voluto addolcire la realtà con un po’ di zucchero! Avete chiamato per nome tutte le cause della crisi: la mancanza di sincerità, l’infedeltà, l’uso sbagliato dei soldi, gli idoli del potere e della carriera, il rancore crescente e l’indurimento del cuore. Mentre voi parlavate, penso che tutti noi abbiamo rivissuto l’esperienza di dolore provata di fronte a situazioni simili di famiglie divise. Vedere una famiglia che si disgrega è un dramma che non può lasciarci indifferenti. Il sorriso dei coniugi scompare, i figli sono smarriti, la serenità di tutti svanisce. E il più delle volte non si sa cosa fare.

Per questo la vostra storia trasmette speranza. Paul ha detto che, proprio nel momento più buio della crisi, il Signore ha risposto al desiderio più profondo del suo cuore e ha salvato il suo matrimonio. È proprio così. Il desiderio che c’è nel fondo del cuore di ognuno è che l’amore non finisca, che la storia costruita insieme con la persona amata non s’interrompa, che i frutti che essa ha generato non vadano dispersi. Tutti hanno questo desiderio. Nessuno desidera un amore a “breve scadenza” o a “tempo determinato”. E per questo si soffre molto quando le mancanze, le negligenze e i peccati umani fanno naufragare un matrimonio. Ma anche in mezzo alla tempesta, Dio vede quello che c’è nel cuore. E provvidenzialmente voi avete incontrato un gruppo di laici che si dedica proprio alle famiglie. Lì è iniziato un cammino di riavvicinamento e di risanamento della vostra relazione. Avete ripreso a parlarvi, ad aprirvi con sincerità, a riconoscere le colpe, a pregare insieme ad altre coppie, e tutto ciò ha portato alla riconciliazione e al perdono.

Il perdono, fratelli e sorelle, il perdono risana ogni ferita; il perdono è un dono che sgorga dalla grazia con cui Cristo riempie la coppia e la famiglia intera quando lo si lascia agire, quando ci si rivolge a Lui. È molto bello che abbiate celebrato la vostra “festa del perdono”, con i vostri figli, rinnovando le promesse matrimoniali nella celebrazione eucaristica. Mi ha fatto pensare alla festa che il padre organizza per il figlio prodigo nella parabola di Gesù (cfr Lc 15,20-24). Solo che questa volta quelli che si erano smarriti erano i genitori, non il figlio! I “genitori prodighi”. Ma anche questo è bello e può essere una grande testimonianza per i figli. I figli, infatti, uscendo dall’infanzia, si rendono conto che i genitori non sono dei “super eroi”, non sono onnipotenti, e soprattutto non sono perfetti. E i vostri figli hanno visto in voi qualcosa di molto più importante: hanno visto l’umiltà per chiedersi perdono e la forza che avete ricevuto dal Signore per risollevarvi dalla caduta. Di questo loro hanno veramente bisogno! Anch’essi, infatti, nella vita sbaglieranno e scopriranno di non essere perfetti, ma si ricorderanno che il Signore ci rialza, che tutti siamo peccatori perdonati, che dobbiamo chiedere perdono agli altri e dobbiamo anche perdonare noi stessi. Questa lezione che hanno ricevuto da voi rimarrà nel loro cuore per sempre. E anche a noi ha fatto bene ascoltarvi: grazie di questa testimonianza di perdono! Grazie tante.

4. “Un passo in più” verso l’accoglienza. Ringrazio voi, Iryna e Sofia, per la vostra testimonianza. Avete dato voce a tante persone la cui vita è stata sconvolta dalla guerra in Ucraina. Vediamo in voi i volti e le storie di tanti uomini e donne che hanno dovuto fuggire dalla loro terra. Vi ringraziamo perché non avete perso fiducia nella Provvidenza, e avete visto come Dio opera in vostro favore anche attraverso persone concrete che vi ha fatto incontrare: famiglie ospitali, medici che vi hanno aiutato e tanti uomini dal cuore buono. La guerra vi ha messe di fronte al cinismo e alla brutalità umana, ma avete incontrato anche persone di grande umanità. Il peggio e il meglio dell’uomo! È importante per tutti non rimanere fissati sul peggio, ma valorizzare il meglio, il tanto bene di cui è capace ogni essere umano, e da lì ripartire.

Ringrazio anche voi, Pietro ed Erika, per aver raccontato la vostra storia e per la generosità con cui avete accolto Iryna e Sofia nella vostra già numerosa famiglia. Ci avete confidato che l’avete fatto per gratitudine a Dio e con uno spirito di fede, come una chiamata del Signore. Erika ha detto che l’accoglienza è stata una “benedizione del cielo”. In effetti, l’accoglienza è proprio un “carisma” delle famiglie, e soprattutto di quelle numerose! Si pensa che in una casa dove si è già in tanti sia più difficile accogliere altri; invece nella realtà non è così, perché le famiglie con molti figli sono allenate a fare spazio agli altri. Sempre trovano uno spazio per gli altri.

E questa, in fondo, è la dinamica propria della famiglia. In famiglia si vive una dinamica di accoglienza, perché anzitutto i coniugi si sono accolti l’un l’altro, come si sono detti a vicenda il giorno delle nozze: “Io accolgo te”. E poi, mettendo al mondo i figli, hanno accolto la vita di nuove creature. E mentre nei contesti anonimi chi è più debole viene spesso rigettato, nelle famiglie, invece, è naturale accoglierlo: un figlio con disabilità, una persona anziana bisognosa di cure, un parente in difficoltà che non ha nessuno... E questo dà speranza. Le famiglie sono luoghi di accoglienza, e guai se venissero a mancare! Guai. Una società diventerebbe fredda e invivibile senza famiglie accoglienti. Sono un po’ il calore della società, queste famiglie accoglienti e generose.

5. “Un passo in più” verso la fratellanza. Ringrazio te, Zakia, per averci raccontato la tua storia. È bello e consolante che quello che avete costruito insieme, tu e Luca, rimane vivo. La vostra storia è nata e si è basata sulla condivisione di ideali molto alti, che tu hai descritto così: «Abbiamo basato la nostra famiglia sull’amore autentico, con rispetto, solidarietà e dialogo tra le nostre culture». E niente di tutto questo è andato perso, nemmeno dopo la tragica morte di Luca. Non solo, infatti, l’esempio e l’eredità spirituale di Luca rimangono vivi e parlano alle coscienze di molti, ma anche l’organizzazione che Zakia ha fondato, in un certo senso, porta avanti la sua missione. Anzi, possiamo dire che la missione diplomatica di Luca è diventata ora una “missione di pace” di tutta la famiglia. Nella vostra storia si vede bene come ciò che è umano e ciò che è religioso possono intrecciarsi e dare bellissimi frutti. In Zakia e Luca troviamo la bellezza dell’amore umano, la passione per la vita, l’altruismo e anche la fedeltà al proprio credo e alla propria tradizione religiosa, fonte d’ispirazione e di forza interiore.

Nella vostra famiglia si esprime l’ideale della fratellanza. Oltre che essere marito e moglie, voi avete vissuto da fratelli nell’umanità, da fratelli nelle diverse esperienze religiose, da fratelli nell’impegno sociale. Anche questa è una scuola che s’impara in famiglia. Vivendo assieme a chi è diverso da me, in famiglia s’impara ad essere fratelli e sorelle. S’impara a superare divisioni, pregiudizi, chiusure e a costruire insieme qualcosa di grande e di bello, partendo da ciò che ci accomuna. Esempi vissuti di fratellanza, come quello di Luca e Zakia, ci danno speranza e ci fanno guardare con più fiducia al nostro mondo lacerato da divisioni e inimicizie. Grazie per questo esempio di fratellanza! E non vorrei finire questo ricordo di Luca e te senza menzionare tua mamma. Tua mamma che è qui e ti ha accompagnato sempre nel tuo percorso: questo è il bene che le suocere fanno in una famiglia, le brave suocere, le brave mamme! Ringrazio lei di essere venuta con te, oggi.

Cari amici, ogni vostra famiglia ha una missione da compiere nel mondo, una testimonianza da dare. Noi battezzati, in particolare, siamo chiamati ad essere «un messaggio che lo Spirito Santo trae dalla ricchezza di Gesù Cristo e dona al suo popolo» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 21). Per questo vi propongo di farvi questa domanda: qual è la parola che il Signore vuole dire con la nostra vita alle persone che incontriamo? Quale “passo in più” chiede oggi alla nostra famiglia? Alla mia famiglia: ognuno deve dire questo. Mettetevi in ascolto. Lasciatevi trasformare da Lui, perché anche voi possiate trasformare il mondo e renderlo “casa” per chi ha bisogno di essere accolto, per chi ha bisogno d’incontrare Cristo e di sentirsi amato. Dobbiamo vivere con gli occhi puntati verso il Cielo: come dicevano i Beati Maria e Luigi Beltrame Quattrocchi ai loro figli, affrontando le fatiche e le gioie della vita “guardando sempre dal tetto in su”.

Vi ringrazio di essere venuti qui. Vi ringrazio dell’impegno nel portare avanti le vostre famiglie. Avanti, con coraggio, con gioia. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Guarda il video del discorso



giovedì 23 giugno 2022

TONIO DELL'OLIO Italia assente ingiustificata - NUCLEARE: L’ITALIA NON PRENDE PARTE ALLA RIUNIONE PER IL TPAN

TONIO DELL'OLIO
Italia assente ingiustificata

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI IL 22 GIUGNO 2022


Ma che brutta figura! Il governo italiano è l'unico dell'Unione Europea a far parte del nuclear sharing, il gruppo di Paesi che pur non producendo proprie armi nucleari ospitano testate di altri Stati alleati, ad aver deciso di non prendere parte alla Conferenza degli Stati parti del Trattato per la proibizione delle armi nucleari che ha preso avvio ieri a Vienna.

Germania, Belgio e Olanda, che sono nella nostra stessa condizione ospitando armi nucleari statunitensi, ci sono, l'Italia no. L'altro membro nuclear sharing che non ha accettato l'invito è la Turchia. Davvero una brutta figura per un'assenza ingiustificata che ci rende ancora più succubi delle politiche Usa. I Paesi partecipanti sono cento. Sono tutti consapevoli che il possesso di armi nucleari non serva affatto a garantire la pace ed è piuttosto una seria minaccia verso l'umanità intera. Una scelta, quella italiana, ancora più incomprensibile e grave in questo momento storico segnato dalla guerra in Ucraina in cui la minaccia nucleare si fa seria. Peraltro la presenza delle testate Usa ad Aviano (Pordenone) e a Ghedi (Brescia) lungi dal garantirci, proteggerci e rassicurarci, ci rende solo più vulnerabili. Come dice la campagna avviata da Senzatomica e dalla Rete italiana pace e disarmo: Italia ripensaci!

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NUCLEARE: L’ITALIA NON PRENDE PARTE ALLA RIUNIONE PER IL TPAN


Dopo un lungo e travagliato iter, dovuto anche all’ostruzionismo di alcuni paesi, il 22 gennaio 2021 è entrato in vigore il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPAN) delle Nazioni Unite. Un passo avanti notevole: non si parla più della “non proliferazione”, del divieto di produrre nuove armi nucleari (peraltro già violato da molti paesi), ma della decisione di eliminare completamente tutte quelle esistenti. Un numero spaventoso: secondo i dati del SIPRI sarebbero 12.705 le armi nucleari nel mondo, e del quale molti tra i paesi più importanti del pianeta preferiscono non parlare.

...

Essere presenti a Vienna anche solo come osservatori, come hanno fatto altri paesi che non hanno mai ratificato il TPAN, avrebbe avuto un grande significato politico e geopolitico. Avrebbe potuto segnare una svolta e forse aprire la strada al dialogo, oltre che rispettare quanto previsto dalla Costituzione e dalle leggi sulla non proliferazione delle armi nucleari. Decidere di non esserci, al contrario, dice che l’Italia non vuole eliminare queste armi. Anzi.
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”, dice l’articolo 11 della Costituzione. Ma gli italiani sembrano averlo dimenticato. E dopo aver regalato all’Ucraina armi e armamenti per la “difesa”, ma anche per l’“offesa”, il governo ha deciso di non partecipare al primo incontro mondiale per l’eliminazione delle armi nucleari, nemmeno come osservatore. Quale sarà il prossimo passo.