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mercoledì 29 dicembre 2021

La Chiesa del futuro - Dialogo intergenerazionale tra mons. Luigi Bettazzi e i giovani.

La Chiesa del futuro

Dialogo intergenerazionale tra mons. Luigi Bettazzi e i giovani.
La Chiesa dal Concilio Vaticano II ai tempi nostri.


L’anno prossimo ricorrerà il sessantesimo anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II, un momento molto importante che lei ha vissuto in prima persona.
Quanto di quel Concilio è ancora attuale oggi? Quali conseguenze concrete ha effettivamente avuto e che cosa invece non si è realizzato?

Il Concilio Vaticano II è stata una grande grazia, anche per il fervore e l’entusiasmo dei vescovi. Alcuni dei risultati raggiunti sono molto importanti. La cosa più evidente è la riforma liturgica, cioè il fatto che si dica la messa nella lingua della gente, anche se non c’è uno sforzo sufficiente perché sia davvero partecipata. Un altro risultato è stato consegnare la Bibbia nelle mani delle persone. Una volta era proibito leggerla: si poteva studiare il catechismo, ma non la Bibbia.

Questo era lo spirito del Concilio, anche se alcuni vescovi hanno espresso perplessità circa la messa in pratica delle novità. Alcuni in Vaticano ritenevano che bisognasse preservare la tradizione. Non tenevano presente che il verbo latino tradere (da cui tradizione) significa “tramandare”, cioè aiutare a vivere le verità di sempre in modo adatto alla mentalità della gente che cambia.

Una cosa che il Concilio non ha realizzato è stato ascoltare le richieste del movimento della “Chiesa dei poveri”. Con la Guerra fredda in corso, Paolo VI temeva che insistere troppo sui poveri potesse sembrare un voler prendere parte al conflitto. Per cui ha deciso di scrivere un’Enciclica – la Populorum Progressio (1967) – che insiste più sulla pace che sulla povertà. I Papi successivi hanno portato ciascuno qualcosa di importante. Giovanni Paolo I ha fatto capire che il Papa è un uomo come gli altri; Giovanni Paolo II ha portato la Chiesa nel mondo; Benedetto XVI ha precisato alcuni elementi dottrinali e a distanza di cinquant’anni dal Concilio Vaticano II è stato papa Francesco – il primo che non ha partecipato in alcun modo al Concilio – a riprendere e a portare avanti due importanti intuizioni: la sinodalità, cioè l’idea che la Chiesa è del popolo di Dio, e l’attenzione per i poveri, che non sono solo i destinatari dei nostri aiuti, ma coloro che ci fanno capire che cosa sia veramente l’essere umano, cioè un essere bisognoso di Dio e degli altri. Papa Francesco fa rivivere il Concilio Vaticano II con queste due particolari attenzioni.

Di recente due fatti che hanno dimostrato una certa chiusura della Chiesa: la dura presa di posizione da parte del Papa contro l’aborto e lo scontro sui temi proposti dal DDL Zan (omofobia, misoginia e abilismo). Crede che siano i segnali di una Chiesa che non sa (o che non vuole) dialogare con il presente?

Penso che la Chiesa voglia dialogare, ma che debba trovare la terminologia adatta. Con la sua affermazione, il Papa ha voluto porre l’attenzione alla vita umana, cosa che non si tiene mai in considerazione. Si considera sempre la libertà della donna, non parlando tra l’altro mai della responsabilità dell’uomo. La frase gli è uscita così in aereo, perché in seguito ha precisato che anche se non è sempre omicidio è sempre una responsabilità e una colpa. Cioè, ci può essere un motivo di egoismo, di superficialità.

Per quanto riguarda il DDL Zan, il fatto è che il decreto proposto andava al di là della sola difesa della dignità delle persone omosessuali, perché ne avevano “approfittato” per obbligare le scuole a discutere di queste cose, cosa che forse in ambito cattolico creava qualche problema circa i modi e i tempi secondo cui la discussione doveva essere articolata. Probabilmente, si poteva trovare un modo più adatto per dialogare: quella che è apparsa come una ostilità di principio o un’opposizione di fondo era soltanto una richiesta di precisazioni più puntuali circa le modalità.

Lei crede che la direzione indicata da Francesco per la Chiesa possa mantenersi anche dopo il suo pontificato?

Qualcuno potrebbe dire: “Vediamo chi nominano dopo di lui”. Tuttavia, poiché Francesco ha ricordato dei principi evangelici – come l’attenzione alla persona umana al di là di qualsiasi calcolo, soprattutto economico – credo che questo non possa essere abbandonato una volta che il Papa non lo richiami più direttamente. L’insistenza del Papa per il Vangelo e per i poveri ormai non può essere più eliminata. Potrà avere delle accentuazioni diverse, ma all’interno della Chiesa questo messaggio rimarrà.

Pare che il dialogo tra le giovani generazioni e la Chiesa si stia esaurendo. È una sensazione che condivide anche lei?

Sì, è vero. Credo che il grande problema sia stato che la Chiesa era una gerarchia che teneva sotto di essa i laici. Il Concilio Vaticano II ha rovesciato la prospettiva, innalzando il popolo di Dio e mettendo la gerarchia ecclesiastica al suo servizio. Abbiamo abituato troppo i laici ad ascoltare: ora invece tocca a noi, alla gerarchia, imparare a farlo. Ascoltare soprattutto i giovani, perché se si accorgono che vogliamo sentire davvero quello che hanno da dire, allora possiamo coinvolgerli e renderli responsabili all’interno della Chiesa. Lo spirito della sinodalità sta nell’ascolto e nella consapevolezza che lo Spirito Santo non opera solo attraverso i cardinali. La gerarchia deve coordinare, ma deve anche imparare ad ascoltare e a credere che lo Spirito Santo lavori in tutta la Chiesa. Sarà un lavoro lungo e difficile, ma una sinodalità vissuta realmente, con fiducia, può risolvere anche questi problemi.

Che cosa cambierebbe nella Chiesa di oggi e su che cosa invece questa dovrebbe insistere? Magari ha già dato qualche suggerimento nel suo ultimo libro, “Sognare eresie”…

Io non ho dei suggerimenti particolari. Nel mio libro ho provato a dire “eresie”. Ad esempio, presentando l’Antico Testamento abbiamo sempre definito Adamo come “un uomo”. Oggi ci chiederemmo se si tratta di un uomo di Neanderthal o di un uomo Sapiens o Sapiens Sapiens. La genealogia dei Vangeli va indietro di 7000 anni, mentre sappiamo che i Sapiens sono molto più antichi. Allora si capisce che Adamo è un simbolo dell’umanità intera, e che quindi Adamo sono anch’io. Ecco, questa può sembrare un’eresia, ma non lo è. Significa leggere la parola di Dio con la mentalità e la cultura di oggi. Bisognerebbe incoraggiare a vedere le verità eterne nel modo più adatto al presente. E la sinodalità è la strada migliore per farlo. Credo che una sinodalità compresa e vissuta veramente sia il mezzo attraverso cui la Chiesa possa annunciare a noi e agli esseri umani di domani la Verità con la stessa fiducia e con la stessa gioia con cui l’ha presentata agli esseri umani di ieri.
(fonte: Mosaico di pace, articolo di Gacomo Ferri e Lucia Mora Dicembre 2021)

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martedì 28 dicembre 2021

Diana Papa Non basta commuoverci davanti al Bambino Gesù. Egli ci invita a testimoniare una vita altra, intrisa di carità

Non basta commuoverci davanti al Bambino Gesù.
Egli ci invita a testimoniare una vita altra, intrisa di carità

di Diana Papa

foto SIR/Marco Calvarese

Siamo giunti ormai a Natale e, dopo un lungo tempo di preparazione con le sue difficoltà e le fatiche, ci siamo impegnati a percorrere il tratto di strada guidati dalla Parola di Dio. Il cammino non è stato semplice anche a causa del risveglio della pandemia. Le paure, le ansie, il bisogno quasi di voler esorcizzare con forza il virus, il contatto con il limite, l’esperienza del senso di impotenza, la ricerca affannosa di segni rassicuranti spesso non ci hanno permesso di alzare il capo, per scorgere la presenza del Signore, anche durante il cammino incerto.

Non è stato facile ricordare che Dio non viene mai meno alle sue promesse. 
L’insicurezza ci ha portato, a volte, a lasciare cadere per terra la sua Parola, 
a sperimentare che la fede in alcuni momenti è venuta meno.

Mentre ci siamo sentiti soli in questo vagare sospeso, il Signore ci è venuto incontro con la Parola del profeta Isaia: “Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti raccoglierò con immenso amore. In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto; ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore” (Is 54,7-8).

Perché dubitare dell’amore eterno di Dio, quando tutto sembra venire meno, quando non si trovano punti di riferimento, quando ci si sente completamente spogliati di tutto, quando si interrompono le amicizie, quando si fa fatica a rimanere in relazione, quando non si ha un senso per vivere, quando ci si sente soli e abbandonati?

Eppure Dio manda il Figlio nella nostra storia che talvolta appare così indecifrabile, e affida all’umanità un Bimbo che non trova casa, che è in fasce, che si presenta fragile, che non si incarna con i segni regali:

è un Dio impotente per amore, il Padre di Gesù Cristo e Padre nostro!

Andiamo anche noi verso la mangiatoia degli animali, non come spettatori ma come persone che sostano davanti ad un evento così semplice, umano, tenero, quello della nascita di un bimbo. Lasciamoci raggiungere dal silenzio che avvolge Gesù Bambino, il Figlio di Dio incarnato per noi. Rimaniamo nel silenzio adorante davanti a lui, per sentire nella nostra carne la presenza e la nostalgia di Dio.

Osserviamo la povertà, la fragilità, l’essenzialità di Gesù Bambino, portatore solo di tanto amore, 
e impariamo da lui a spogliarci di tutto, a fidarci dell’umanità che nel tempo si è dimostrata ostile anche con lui fino ad inchiodarlo sulla croce.

Guardiamo l’azione del Padre che, nonostante le infedeltà dell’essere umano, con il dono del Figlio ha evidenziato ciò che c’è di buono in ogni vivente. Non si è lasciato bloccare dai limiti umani e con la nascita del Figlio ha voluto liberare in ciascuno la bellezza dell’umanità avvolta dal suo amore.

Il Padre ha voluto che il Figlio nascesse non nei grandi centri di comunicazione dove tutti si muovono, dove nessuno ascolta, né nei luoghi di potere, dove tutti cercano di essere importanti, di essere al centro, di apparire, ma lontano dai riflettori, in un luogo abitato dall’umiltà che ci fa cogliere ciò che conta veramente nella vita.

Il Natale ci chiede di invertire la marcia che porta al solipsismo, per camminare con ogni altro senza distinzione di persone, collaborando in questo modo con il Signore nella costruzione del Regno.

Com’è faticoso vivere con gli altri lungo la circonferenza della vita, senza cercare il centro o rimanendo fuori, proprio come ci insegna la scelta di Dio che ha assunto la nostra carne per farsi uno di noi senza privilegi, senza casse di risonanza!

Eppure ci sono tante persone che, come i pastori, ancora oggi accolgono l’invito dell’angelo a lasciare i propri sogni fatui e ad andare a Betlemme per trovare un Bimbo, l’Emmanuele, che ci indica la strada della gratuità, che porta a vivere l’amore.

Non basta commuoverci davanti al Bambino Gesù.
 Egli ci invita a testimoniare una vita altra intrisa di carità che tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (cfr.1Cor 13,7),

che non si consuma solo nel fare programmi, progetti, opere che, a volte, annullano la persona e le relazioni, mentre spengono l’esistenza. Ci insegna ad affidarci all’azione dello Spirito, a lasciarci guidare da lui nonostante le difficoltà che possiamo incontrare, a permettere a chi ci è vicino di aiutarci ad essere sempre più fedeli al Vangelo, perché appaia la grazia di Dio anche attraverso la nostra vita.

Ancora oggi l’angelo indirizza uomini e donne verso il Bambino Gesù,

per imparare da lui a servire l’umanità, condividendo la sorte degli ultimi che spesso vivono ai margini della società, sotto un cielo stellato, al freddo della notte.

Fermiamoci davanti a Lui e impariamo a non chiudere il nostro cuore, per accogliere il dono della sua pace da condividere con i vicini e con i lontani e per portare la gioia del Natale.
(fonte: SIR 20/12/2021)

Santi Innocenti. Don Patriciello: “Il Bambinello nudo ci apre lo sguardo a 360 gradi sul mondo”


Santi Innocenti. Don Patriciello:
“Il Bambinello nudo ci apre lo sguardo a 360 gradi sul mondo”

Gesù “porta nel cuore di ognuno di noi i bambini che si stanno ammassando alle frontiere, i bambini che muoiono in mare sotto i nostri occhi, quelli che magari sono discriminati perché hanno un genitore in carcere, ancora i ragazzi che hanno compiuto scelte sbagliate nella vita ma che a un certo punto si pentono e vorrebbero cambiare vita, ma la società non è pronta a lanciare loro un salvagente”, afferma il parroco di Caivano, nella festa dei Santi Innocenti

foto SIR/Marco Calvarese

È passato un altro Natale, ma non mancano motivi di preoccupazione nel mondo: l’emergenza sanitaria da Covid-19 che in molti Paesi europei torna ad aggravarsi, la povertà che avanza, l’ambiente sempre più minacciato dall’inquinamento, la camorra che in una terra come quella campana fa sentire il suo giogo pesante. Un Natale che in Europa si voleva cancellare almeno a livello comunicativo, anche se poi il documento è stato ritirato. “Proprio di fronte a tante difficoltà la Chiesa ha pregato e continua a pregare: ‘Vieni, Signore Gesù’”, afferma don Maurizio Patriciello, parroco a Caivano.

Don Maurizio Patriciello(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Pensiamo al Natale che hanno vissuto i nostri avi nella prima o nella seconda guerra mondiale, oppure a quello durante l’epidemia della Spagnola, pensiamo al Natale che si vive sempre, non solo ora nell’emergenza, negli ospedali, ai bambini malati di cancro o leucemia, al Natale delle persone povere, dei nostri stessi nonni quando dovevano strappare la vita alla terra, pregando il Signore perché non ci fosse la grandine per non perdere il raccolto. Non vivremo mai un Natale senza problemi, finché ci sarà l’uomo sulla terra ci saranno i problemi”, osserva il sacerdote, che aggiunge: “Nel tempo tutto cambia e cambiano i problemi, la loro percezione e il modo di affrontarli. Quello che non cambia mai è il cuore dell’uomo sempre bisognoso di amare e di essere amato, che batte nel petto di tutti, credenti, non credenti e diversamente credenti.

Oggi viviamo questo momento difficilissimo, ma Natale significa sempre che Dio si è fatto uomo e ha assunto tutta la nostra condizione umana, compresi problemi, angosce, ansie, desiderio di giustizia”.

Don Maurizio evidenzia: “Gesù è la luce, la verità, la vita, l’amore, la gioia, la forza per combattere questi problemi. Quando il giovane va a chiedere a Gesù qual è il comandamento più importante, Gesù gli dice: ama. Sant’Agostino dirà: ‘Ama e fa quello che vuoi’, perché se ami non fai male, non sparli delle persone, non sei invidioso, non sei geloso, vuoi il bene della persona amata”. Innanzitutto, “ama Dio, questo aspetto viene ogni tanto bistrattato o semplicemente passa in secondo ordine. Ama Dio e poi ama il tuo prossimo. Sull’amore a Dio qualche volta possiamo anche ingannarci perché Dio non si vede e gli altri non possono sapere quello che portiamo nel cuore.

L’amore ai fratelli, invece, è la prova del nove.

Potremmo dire così: fammi vedere come ami il fratello e io ti dirò se veramente credi in Dio. Qui si sprigiona tutta la nostra fantasia, la nostra fede, perché ritorniamo al Vangelo e ci accorgiamo che la messe è molta ma gli operai sono stati, sono e saranno sempre pochi, perché i bisogni sono veramente tanti. A me piace vedere così il Natale”.

Il parroco ricorda: “L’8 dicembre abbiamo celebrato al Parco Verde la messa per le vittime innocenti della camorra, c’erano i familiari, una decina di sindaci, il commissario, i rappresentanti della prefettura e della questura, il vescovo Angelo Spinillo. A tutti ho voluto regalare un Bambinello. È Dio che viene in mezzo a noi”. Dopo Natale si celebra la festa dei Santi Innocenti e don Maurizio invita a fare “un passo avanti”: “Questo Bambino, che chiede protezione, affetto, un vestito, porta nel cuore di ognuno di noi i bambini che si stanno ammassando alle frontiere; i bambini che muoiono in mare sotto i nostri occhi, quelli che magari sono discriminati perché hanno un genitore in carcere, ancora i ragazzi che hanno compiuto scelte sbagliate nella vita ma che a un certo punto si pentono e vorrebbero cambiare vita, ma la società non è pronta a lanciare loro un salvagente.

Il Bambinello nudo ci apre lo sguardo a 360 gradi sulla nostra parrocchia, sulla nostra Regione, sull’Italia, sul mondo intero”.

Il Natale, secondo don Patriciello, “ancora una volta si presta a diverse letture. Pensiamo al sasso gettato in uno stagno che forma dei cerchi concentrici, da quello più stretto per allargarsi fino ad arrivare alla periferia dove non si vedono più. Così possiamo leggere il Natale. Innanzitutto,

per coloro che hanno accolto Gesù, per i credenti, per me prete, per la Chiesa, per chi in quel bambino di nome Gesù vede il volto di Dio, Natale genera meraviglia, stupore, preghiera, desiderio di condivisione e di conversione.

C’è poi il Natale per coloro che hanno ricevuto il battesimo, sono tanti milioni in Europa, ma lungo la strada hanno smarrito questo dono grande, non lo hanno coltivato. E, quindi, c’è il Natale dell’arte, delle luci, della bellezza di ritrovarsi in famiglia, del desiderio di portare un poco di gioia dove non c’è, la solidarietà verso gli ultimi, i barboni. Poi ci sono coloro che non credono, a cui il Natale non dice niente e Giuseppe, Maria e il Bambino sono solo una famiglia molto povera”.

“Per quel che mi riguarda – aggiunge il parroco – il Natale illumina la mia vita, le mie azioni di tutti i giorni, la mia parola, la mia predicazione, il mio essere, il mio quartiere, porta un po’ di gioia e di speranza”. Poi l’invito:

“Dobbiamo essere capaci di prendere il comandamento dell’amore di Gesù e, partendo dal Natale, essere capaci di tradurlo nel modo migliore per stare accanto agli altri.

In questi giorni tanti vengono in chiesa a chiedere da mangiare, tante persone vengono a chiedere i sacramenti o a pregare e io devo aiutarli a contemplare questo mistero”. Don Maurizio avverte: “Natale bene o male coinvolge anche i lontani. C’è chi viene in chiesa per chiedere e chi per dare. Talvolta questo gesto viene criticato perché inteso come una volontà di lavarsi la coscienza, ma io non ho paura di niente, il Signore si serve di tutto. In questi giorni una persona mi ha chiesto se poteva portare un piumone nuovo, ho detto di sì già pensando ai senza dimora che ne avrebbero beneficiato alla Stazione di Napoli, ma anche alla gioia di lui che lo donava e faceva una cosa bella. E le cose belle sono come le ciliegie, una tira l’altra. Perché allora impedire questo clima che si crea intorno al Natale? C’è poi l’atmosfera spirituale: Dio parla ai nostri cuori, un Dio che non ha paura di nascere in una stalla, di morire su una croce, di stare con i condannati a morte”. Don Patriciello conclude:

“Il giorno in cui capiremo fino in fondo quanto questo Dio è innamorato dell’uomo inizieremo a convertirci per davvero”.
(fonte: SIR, articolo di Gigliola Alfaro 28/12/2021)

"E venne un bimbo ebreo, lo chiamarono Gesù" di Gianfranco Ravasi


E venne un bimbo ebreo, lo chiamarono Gesù

di Gianfranco Ravasi

In questo articolo il Cardinal Ravasi ripercorre i giorni successivi alla nascita del figlio di Maria, durante i quali fu protagonista dei riti prescritti dalla tradizione ebraica: l’imposizione del nome, la circoncisione e l’offerta di animali nel Tempio di Gerusalemme.


Da Il Sole 24 Ore 19/12/2021

Nel testo greco dell’evangelista Luca sono in tutto 14 parole, compresi gli articoli e gli avverbi: «Quando furono compiuti gli otto giorni per circonciderlo, fu chiamato col suo nome Gesù» (2,21). Matteo è ancora più sbrigativo: dopo la nascita del piccolo, Giuseppe, padre legale, «chiamò il suo nome Gesù» (1,25). È questo il primo atto civico pubblico del figlio di Maria, donna ebrea, e quindi lui pure ebreo: la circoncisione e l’imposizione del nome. Abbiamo, così, pensato nel nostro Natale di presentare questo bambino ebreo piuttosto speciale nella storia dell’intera umanità, a cui era stato imposto un nome non raro, che si basava sulla radice ebraica jasha‘, «salvare», la quale genera anche i nomi Giosuè, Osea e persino Isaia.

Egli fa il suo ingresso ufficiale nella comunità d’origine attraverso il rito fondamentale d’aggregazione dell’essere circonciso (in ebraico mûl, in greco peritémein) al prepuzio e, quindi, alla sorgente della vita. Già col padre ideale degli Ebrei, Abramo, si era esplicitato il valore simbolico di questo atto, per altro praticato da altre culture e religioni come lo stesso islam, sia pure in diversa età, e persino in ambito «laico» per ragioni igieniche o mediche. Nella Genesi, invece, non si ha esitazione nell’affermare che quel gesto è segno dell’alleanza tra Israele e Dio e che dev’essere praticato all’ottavo giorno dalla nascita (17,10-12).

Come ribadirà l’apostolo Paolo, Gesù «è nato dal seme di Davide secondo la carne… e dagli Israeliti proviene Cristo secondo la carne» (Romani 1,3; 9,5). Per questo – e sarà il Concilio Vaticano II a ripeterlo – Gesù Cristo è e rimane ebreo per sempre. Le avventure piuttosto drammatiche di questo neonato, costretto subito a diventare un profugo come i suoi genitori, dopo la nascita in un ambiente misero, sono narrate nei cosiddetti «Vangeli dell’infanzia», quattro capitoli (i primi due di Matteo e di Luca) per un totale di 180 versetti, che hanno generato però una bibliografia sterminata non solo esegetica e un’incidenza strepitosa nella storia dell’arte dei secoli, scanditi cronologicamente proprio da quella modesta nascita.

Noi scegliamo ora di seguire solo la trama strettamente ebraica dei primi giorni di questo neonato. È Luca a narrarci un altro evento rituale (2,22-40). Il piccolo ha soltanto 40 giorni e i suoi genitori da Betlemme si spostano nella vicina Gerusalemme «per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo». Lo stesso evangelista rimanda esplicitamente a due testi biblici: il primo riguardante il riscatto del primogenito che era per legge consacrato e assegnato a Dio (Esodo 13,2); il secondo che determina il sacrificio animale per la riammissione piena della madre nella comunità, dopo il periodo di «impurità» sacrale connesso al parto (Levitico 12,8).

Immaginiamo, dunque, questa famigliola che entra negli spazi fastosi del tempio eretto da Erode a partire dal 19 a.C. Maria si avvia nell’atrio riservato alle donne, davanti alla cosiddetta «Porta di Nicanore», dal nome del benefattore, un giudeo della Diaspora di Alessandria d’Egitto, che l’aveva fatta edificare e ornare. Come materia sacrificale erano prescritti un agnello e una colomba; per i poveri si sospendeva l’offerta dell’agnello troppo costoso, sostituendolo con una coppia di tortore o colombe. Ed è ciò che può offrire la coppia modesta di Maria e Giuseppe. Fin qui l’atto rituale. Ma la narrazione ha una svolta con l’entrata in scena di due figure ebree piuttosto inattese, nelle quali Luca incarna simbolicamente l’attesa messianica dell’Israele fedele.

Il primo personaggio è «un uomo giusto e timorato di Dio» di nome Simeone che intona un dolce mini-salmo, divenuto famoso per il suo incipit nella versione latina di san Girolamo, Nunc dimittis, usato nella liturgia cattolica come l’inno della Compieta, la preghiera serale: «Ora puoi lasciare che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (2,29-32).

Il romanziere vittoriano Anthony Trollope pone sulle labbra del protagonista di The Warden (Il custode), l’ecclesiastico e violoncellista mister Harding, giunto alla fine della vita, proprio le parole di Simeone, mentre si abbandona «alla follia delle sue vecchie dita» traendo dalle corde del suo strumento «un lagno bassissimo, di breve durata, a intervalli». Il Nunc dimittis è in realtà un inno festoso di speranza compiuta, intonato mentre Simeone stringe tra le braccia il neonato Gesù.

Subito dopo, però, la voce di questo ideale profeta ebreo, cristiano ante litteram agli occhi dell’evangelista, cambia registro e si fa cupa emettendo un oracolo severo rivolto a Maria: «Ecco, egli [Gesù] è qui per la caduta e la risurrezioni di molti in Israele e come segno di contraddizione – a anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (2,34-35). Luca in queste parole vede anticipato il destino di Cristo, «segno di contraddizione», come da adulto lo stesso Gesù dichiarerà: «Pensate che sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione!» (12,51).

A partire dal XVI secolo, il simbolo della spada che trapassa l’anima della madre diverrà la base per la statuaria mariana della Mater dolorosa con le sette spade sul petto, segno di pienezza nella sofferenza. Ma, dopo la tenebrosa profezia di Simeone, appare l’altra figura a cui accennavamo: è una tenera e serena vecchietta di 84 anni, Anna, di cui si offre anche la carta d’identità (figlia di Fanuele e della tribù settentrionale di Asher). La sua presenza costante e orante nel tempio, come accade ancor oggi a molte fedeli anziane, è simile a un sorriso, mentre «lodava Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme» (2,38).

Cala il sipario sul piccolo ebreo Gesù e Luca annota che «il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza e la grazia di Dio era su di lui» (2,40). L’evangelista seguirà questa infanzia, in attesa del bar-mitzvah, in pratica la «cresima» giudaica, segno della maggior età (12 anni allora, 13 oggi), un atto segnato da un colpo di scena inatteso, che lasciamo scoprire ai nostri lettori nei versetti 41-52 del c. 2 del Vangelo di Luca.

(fonte: Il Cortile dei Gentili)

lunedì 27 dicembre 2021

Il ricordo di Desmund Tutu della Comunità di Sant'Egidio e del card. Matteo Zuppi


Sant'Egidio ricorda con affetto l'arcivescovo Desmond Tutu,
uomo di pace, che si è spento a Capetown all'età di 90 anni


La Comunità di Sant'Egidio ricorda con affetto Desmond Tutu, arcivescovo anglicano sudafricano, premio Nobel per la Pace, che si è spento questa mattina a Capetown, all'età di 90 anni.

Noto in tutto il mondo per il suo impegno non violento contro l'apartheid e la sua testimonianza di incessante impegno per la pace, la riconciliazione e la giustizia in Africa, è stato per lunghi anni amico della Comunità, con cui ha condiviso in tante occasioni momenti di preghiera e battaglie per la pace e il futuro dell'Africa.

Il 26 maggio del 1988 aveva inaugurato la "Tenda di Abramo", la prima casa della Comunità dedicata ai profughi. Tappa di un lungo legame di amicizia, fatto di impegno comune per la pace, la salute, i diritti umani, la lotta contro la pena di morte.

"Quando a Natale vi vede con i poveri a pranzo, nella basilica di Santa Maria in Trastevere, Dio sorride" disse l'arcivescovo Tutu nel corso di una sua visita a Roma. Ci è dolce ricordare queste sue parole, proprio mentre la Comunità accoglie tanti poveri in ogni parte del mondo, consapevoli della forza dell'eredità di pace che egli ci lascia.
(fonte: Comunità di Sant'Egidio 26/12/2021)


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Il ricordo del cardinale Zuppi:
“Desmond Tutu ha insegnato a tenere insieme giustizia e perdono”

L'arcivescovo di Bologna conobbe il Nobel per la pace morto a 90 anni nella Comunità di Sant’Egidio: "Combatteva contro tutte le apartheid, anche quelle più invisibili, che diventano pregiudizi, abitudine, che crescono nell'omologazione"

Il cardinale Matteo Zuppi nel 1985 insieme a Desmond Tutu dopo una veglia di preghiera per la pace 
organizzata dalla Comunità di Sant'Egidio in Santa Maria in Trastevere

"Ci ha insegnato a lottare contro tutte le apartheid e, nel farlo, a tenere insieme l'impegno per la giustizia con il perdono". Matteo Zuppi, cardinale e arcivescovo di Bologna, ha conosciuto Desmond Tutu poco dopo che era diventato Nobel per la pace nella Comunità di Sant'Egidio: a una veglia di preghiera per la pace in Santa Maria in Trastevere e, nel 1988, all'inaugurazione della Tenda di Abramo, la prima casa di accoglienza per stranieri della Comunità.

Che cosa più ricorda di lui, di questo gigante che ha contribuito a forgiare il Sudafrica di Mandela?

"I suoi occhi sorridenti, la sua forza: piccolino di statura, era travolgente, di enorme simpatia umana e di incredibile energia, ma anche di grande spiritualità. Era molto diretto, viveva il Vangelo non come spiritualità astratta, ma incarnato nelle vicende del suo popolo: uomo di preghiera e al tempo stesso molto attento alla storia, alle ingiustizie che contrastava. Lo ricordo combattente per la libertà di tutti, un uomo di Dio che difendeva la dignità della persona perché in tutti vedeva l'immagine di Dio. E, poi, fu arcivescovo del dialogo ecumenico".

Vi siete incontrati di nuovo?

"Non più, non negli ultimi anni. I contatti sono rimasti via email. Era grato per l'impegno speso per la pace in Mozambico e ci diceva: quando a Natale vi vedo coi poveri a pranzo nella basilica, Dio sorride. Fece molta amicizia con la Comunità, due cose lo colpirono tantissimo a Roma".

Quali?

"Si commosse alla vista del mosaico al monastero di San Tommaso sul Celio in cui Gesù libera un bianco e un nero. Ecco, era quello che lui voleva: tutti subiscono la schiavitù e hanno bisogno di essere liberati. La liberazione è interdipendente: è una delle lezioni che ci è rimasta, così come la grande indicazione che diede, e che fu esperienza importante per il Sudafrica, di non far mancare perdono e giustizia, di non permettere che la violenza continuasse con altre violenze. Una via d'uscita importantissima e intelligente che testimoniò nella Commissione Verità e Riconciliazione".

Che cosa rimane della sua amata nazione arcobaleno?

"Desmond Tutu ha saputo far propria l'attesa del popolo sudafricano dentro alla stagione di Mandela, che ha fondato valori di riferimento, esempio per tante situazioni di oppressione e di ingiustizie. Rimangono le contraddizioni, i problemi, anche alcune delusioni. Ma anche un Paese in cui si impara a vivere insieme, a combattere tutte le apartheid, anche quelli più invisibili che diventano pregiudizi, abitudine, che crescono nell'omologazione".
(fonte: Repubblica, articolo di Ilaria Venturi 26/12/2021)


Papa Francesco scrive agli sposi: "Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. I vostri figli hanno bisogno dei vostri sguardi che li incoraggino." (testo integrale)

Papa Francesco scrive agli sposi: 
Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. 
Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. 
I vostri figli hanno bisogno dei vostri sguardi che li incoraggino. 


Era il 27 dicembre 2020, giorno della Festa della Santa Famiglia, quando Francesco all'Angelus annunciò l’Anno della Famiglia Amoris laetitia e propose un cammino pensato per le famiglie che si concluderà il prossimo 26 giugno con il X Incontro mondiale delle famiglie a Roma. Nella ricorrenza della stessa festa, a un anno di distanza, il Pontefice ha voluto scrivere una lettera agli sposi per esprimere alle coppie tutto il suo affetto e la sua vicinanza in questo tempo segnato dalla pandemia. Di seguito ne riproponiamo il testo integrale.

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AGLI SPOSI
IN OCCASIONE DELL’ANNO “FAMIGLIA AMORIS LAETITIA”

Cari sposi e spose di tutto il mondo!

In occasione dell’Anno “Famiglia Amoris laetitia”, mi rivolgo a voi per esprimervi tutto il mio affetto e la mia vicinanza in questo tempo così speciale che stiamo vivendo. Sempre ho tenuto presenti le famiglie nelle mie preghiere, ma ancora di più durante la pandemia, che ha messo tutti a dura prova, specialmente i più vulnerabili. Il momento che stiamo attraversando mi porta ad accostarmi con umiltà, affetto e accoglienza ad ogni persona, ad ogni coppia di sposi e ad ogni famiglia nelle situazioni che ciascuno sta sperimentando.

Il contesto particolare ci invita a vivere le parole con cui il Signore chiama Abramo a uscire dalla sua terra e dalla casa di suo padre verso una terra sconosciuta che Lui stesso gli mostrerà (cfr Gen 12,1). Anche noi abbiamo vissuto più che mai l’incertezza, la solitudine, la perdita di persone care e siamo stati spinti a uscire dalle nostre sicurezze, dai nostri spazi di “controllo”, dai nostri modi di fare le cose, dalle nostre ambizioni, per interessarci non solo al bene della nostra famiglia, ma anche a quello della società, che pure dipende dai nostri comportamenti personali.

La relazione con Dio ci plasma, ci accompagna e ci mette in movimento come persone e, in ultima istanza, ci aiuta a “uscire dalla nostra terra”, in molti casi con un certo timore e persino con la paura dell’ignoto, ma grazie alla nostra fede cristiana sappiamo che non siamo soli perché Dio è in noi, con noi e in mezzo a noi: nella famiglia, nel quartiere, nel luogo di lavoro o di studio, nella città dove abitiamo.

Come Abramo, ciascuno degli sposi esce dalla propria terra fin dal momento in cui, sentendo la chiamata all’amore coniugale, decide di donarsi all’altro senza riserve. Così, già il fidanzamento implica l’uscire dalla propria terra, poiché richiede di percorrere insieme la strada che conduce al matrimonio. Le diverse situazioni della vita – il passare dei giorni, l’arrivo dei figli, il lavoro, le malattie – sono circostanze nelle quali l’impegno assunto vicendevolmente suppone che ciascuno abbandoni le proprie inerzie, le proprie certezze, gli spazi di tranquillità e vada verso la terra che Dio promette: essere due in Cristo, due in uno. Un’unica vita, un “noi” nella comunione d’amore con Gesù, vivo e presente in ogni momento della vostra esistenza. Dio vi accompagna, vi ama incondizionatamente. Non siete soli!

Cari sposi, sappiate che i vostri figli – e specialmente i più giovani – vi osservano con attenzione e cercano in voi la testimonianza di un amore forte e affidabile. «Quanto è importante, per i giovani, vedere con i propri occhi l’amore di Cristo vivo e presente nell’amore degli sposi, che testimoniano con la loro vita concreta che l’amore per sempre è possibile!». [1] I figli sono un dono, sempre, cambiano la storia di ogni famiglia. Sono assetati di amore, di riconoscenza, di stima e di fiducia. La paternità e la maternità vi chiamano a essere generativi per dare ai vostri figli la gioia di scoprirsi figli di Dio, figli di un Padre che fin dal primo istante li ha amati teneramente e li prende per mano ogni giorno. Questa scoperta può dare ai vostri figli la fede e la capacità di confidare in Dio.

Certo, educare i figli non è per niente facile. Ma non dimentichiamo che anche loro ci educano. Il primo ambiente educativo rimane sempre la famiglia, nei piccoli gesti che sono più eloquenti delle parole. Educare è anzitutto accompagnare i processi di crescita, essere presenti in tanti modi, così che i figli possano contare sui genitori in ogni momento. L’educatore è una persona che “genera” in senso spirituale e, soprattutto, che “si mette in gioco” ponendosi in relazione. Come padri e madri è importante relazionarsi con i figli a partire da un’autorità ottenuta giorno per giorno. Essi hanno bisogno di una sicurezza che li aiuti a sperimentare la fiducia in voi, nella bellezza della loro vita, nella certezza di non essere mai soli, accada quel che accada.

D’altra parte, come ho già avuto modo di osservare, la coscienza dell’identità e della missione dei laici nella Chiesa e nella società è cresciuta. Avete la missione di trasformare la società con la vostra presenza nel mondo del lavoro e di fare in modo che si tenga conto dei bisogni delle famiglie.

Anche i coniugi devono prendere l’iniziativa ( primerear) [2] all’interno della comunità parrocchiale e diocesana con le loro proposte e la loro creatività, perseguendo la complementarità dei carismi e delle vocazioni come espressione della comunione ecclesiale; in particolare, quella degli «sposi accanto ai pastori, per camminare con altre famiglie, per aiutare chi è più debole, per annunciare che, anche nelle difficoltà, Cristo si rende presente». [3]

Pertanto, vi esorto, cari sposi, a partecipare nella Chiesa, in particolare nella pastorale familiare. Perché «la corresponsabilità nei confronti della missione chiama […] gli sposi e i ministri ordinati, specialmente i vescovi, a cooperare in maniera feconda nella cura e nella custodia delle Chiese domestiche». [4] Ricordatevi che la famiglia è la «cellula fondamentale della società» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 66). Il matrimonio è realmente un progetto di costruzione della «cultura dell’incontro» (Enc. Fratelli tutti, 216). È per questo che alle famiglie spetta la sfida di gettare ponti tra le generazioni per trasmettere i valori che costruiscono l’umanità. C’è bisogno di una nuova creatività per esprimere nelle sfide attuali i valori che ci costituiscono come popolo nelle nostre società e nella Chiesa, Popolo di Dio.

La vocazione al matrimonio è una chiamata a condurre una barca instabile – ma sicura per la realtà del sacramento – in un mare talvolta agitato. Quante volte, come gli apostoli, avreste voglia di dire, o meglio, di gridare: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (Mc 4,38). Non dimentichiamo che, mediante il Sacramento del matrimonio, Gesù è presente su questa barca. Egli si preoccupa per voi, rimane con voi in ogni momento, nel dondolio della barca agitata dalle acque. In un altro passo del Vangelo, in mezzo alle difficoltà, i discepoli vedono che Gesù si avvicina nel mezzo della tempesta e lo accolgono sulla barca; così anche voi, quando la tempesta infuria, lasciate salire Gesù sulla barca, perché quando «salì sulla barca con loro […] il vento cessò» (Mc 6,51). È importante che insieme teniate lo sguardo fisso su Gesù. Solo così avrete la pace, supererete i conflitti e troverete soluzioni a molti dei vostri problemi. Non perché questi scompariranno, ma perché potrete vederli in un’altra prospettiva.

Solo abbandonandovi nelle mani del Signore potrete affrontare ciò che sembra impossibile. La via è quella di riconoscere la fragilità e l’impotenza che sperimentate davanti a tante situazioni che vi circondano, ma nello stesso tempo di avere la certezza che in questo modo la forza di Cristo si manifesta nella vostra debolezza (cfr 2 Cor 12,9). È stato proprio in mezzo a una tempesta che gli apostoli sono giunti a riconoscere la regalità e la divinità di Gesù e hanno imparato a confidare in Lui.

Alla luce di questi riferimenti biblici, vorrei cogliere l’occasione per riflettere su alcune difficoltà e opportunità che le famiglie hanno vissuto in questo tempo di pandemia. Per esempio, è aumentato il tempo per stare insieme, e questa è stata un’opportunità unica per coltivare il dialogo in famiglia. Certamente ciò richiede uno speciale esercizio di pazienza; non è facile stare insieme tutta la giornata quando nella stessa casa bisogna lavorare, studiare, svagarsi e riposare. Non lasciatevi vincere dalla stanchezza; la forza dell’amore vi renda capaci di guardare più agli altri – al coniuge, ai figli – che alla propria fatica. Vi ricordo quello che ho scritto in Amoris laetitia (cfr nn. 90-119) riprendendo l’inno paolino alla carità (cfr 1 Cor 13,1-13). Chiedete questo dono con insistenza alla Santa Famiglia; rileggete l’elogio della carità perché sia essa a ispirare le vostre decisioni e le vostre azioni (cfr Rm 8,15; Gal 4,6).

In questo modo, stare insieme non sarà una penitenza bensì un rifugio in mezzo alle tempeste. Che la famiglia sia un luogo di accoglienza e di comprensione. Custodite nel cuore il consiglio che ho dato agli sposi con le tre parole: «permesso, grazie, scusa». [5] E quando sorge un conflitto, «mai finire la giornata senza fare la pace». [6] Non vergognatevi di inginocchiarvi insieme davanti a Gesù nell’Eucaristia per trovare momenti di pace e uno sguardo reciproco fatto di tenerezza e di bontà. O di prendere la mano dell’altro, quando è un po’ arrabbiato, per strappargli un sorriso complice. Magari recitare insieme una breve preghiera, ad alta voce, la sera prima di addormentarsi, con Gesù presente tra voi.

È pur vero che, per alcune coppie, la convivenza a cui si sono visti costretti durante la quarantena è stata particolarmente difficile. I problemi che già esistevano si sono aggravati, generando conflitti che in molti casi sono diventati quasi insopportabili. Tanti hanno persino vissuto la rottura di una relazione in cui si trascinava una crisi che non si è saputo o non si è potuto superare. Anche a queste persone desidero esprimere la mia vicinanza e il mio affetto.

La rottura di una relazione coniugale genera molta sofferenza per il venir meno di tante aspettative; la mancanza di comprensione provoca discussioni e ferite non facili da superare. Nemmeno ai figli è risparmiato il dolore di vedere che i loro genitori non stanno più insieme. Anche in questi casi, non smettete di cercare aiuto affinché i conflitti possano essere in qualche modo superati e non provochino ulteriori sofferenze tra voi e ai vostri figli. Il Signore Gesù, nella sua misericordia infinita, vi ispirerà il modo di andare avanti in mezzo a tante difficoltà e dispiaceri. Non tralasciate di invocarlo e di cercare in Lui un rifugio, una luce per il cammino, e nella comunità una «casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 47).

Non dimenticate che il perdono risana ogni ferita. Perdonarsi a vicenda è il risultato di una decisione interiore che matura nella preghiera, nella relazione con Dio, è un dono che sgorga dalla grazia con cui Cristo riempie la coppia quando lo si lascia agire, quando ci si rivolge a Lui. Cristo “abita” nel vostro matrimonio e aspetta che gli apriate i vostri cuori per potervi sostenere con la potenza del suo amore, come i discepoli nella barca. Il nostro amore umano è debole, ha bisogno della forza dell’amore fedele di Gesù. Con Lui potete davvero costruire la «casa sulla roccia» (Mt 7,24).

A tale proposito, permettetemi di rivolgere una parola ai giovani che si preparano al matrimonio. Se prima della pandemia per i fidanzati era difficile progettare un futuro essendo arduo trovare un lavoro stabile, adesso l’incertezza lavorativa è ancora più grande. Perciò invito i fidanzati a non scoraggiarsi, ad avere il “coraggio creativo” che ebbe san Giuseppe, la cui memoria ho voluto onorare in questo Anno a lui dedicato. Così anche voi, quando si tratta di affrontare il cammino del matrimonio, pur avendo pochi mezzi, confidate sempre nella Provvidenza, perché «sono a volte proprio le difficoltà che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere» (Lett. ap. Patris corde, 5). Non esitate ad appoggiarvi alle vostre famiglie e alle vostre amicizie, alla comunità ecclesiale, alla parrocchia, per vivere la futura vita coniugale e familiare imparando da coloro che sono già passati per la strada che voi state iniziando a percorrere.

Prima di concludere, desidero inviare un saluto speciale ai nonni e alle nonne che nel periodo di isolamento si sono trovati nell’impossibilità di vedere i nipoti e di stare con loro; alle persone anziane che hanno sofferto in maniera ancora più forte la solitudine. La famiglia non può fare a meno dei nonni, essi sono la memoria vivente dell’umanità, «questa memoria può aiutare a costruire un mondo più umano, più accogliente». [7]

San Giuseppe ispiri in tutte le famiglie il coraggio creativo, tanto necessario in questo cambiamento di epoca che stiamo vivendo, e la Madonna accompagni nella vostra vita coniugale la gestazione della cultura dell’incontro, così urgente per superare le avversità e i contrasti che oscurano il nostro tempo. Le tante sfide non possono rubare la gioia di quanti sanno che stanno camminando con il Signore. Vivete intensamente la vostra vocazione. Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. I vostri figli hanno bisogno dei vostri sguardi che li incoraggino. I pastori e le altre famiglie hanno bisogno della vostra presenza e della vostra gioia: la gioia che viene dal Signore!

Vi saluto con affetto esortandovi ad andare avanti nel vivere la missione che Gesù ci ha affidato, perseverando nella preghiera e «nello spezzare il pane» (At 2,42).

E per favore, non dimenticatevi di pregare per me; io lo faccio tutti i giorni per voi.

Fraternamente,

Francesco

Roma, San Giovanni in Laterano, 26 dicembre 2021, Festa della Santa Famiglia.

[2] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 24.
[4] Ibid.



domenica 26 dicembre 2021

«Ad essere famiglia si impara ogni giorno» Papa Francesco Angelus 26/12/2021 (testo e video)

FESTA DELLA SANTA FAMIGLIA DI NAZARET

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 26 dicembre 2021



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi festeggiamo la Santa Famiglia di Nazaret. Dio ha scelto una famiglia umile e semplice per venire in mezzo a noi. Contempliamo la bellezza di questo mistero, sottolineando anche due aspetti concreti per le nostre famiglie.

Il primo: la famiglia è la storia da cui proveniamo. Ognuno di noi ha la propria storia, nessuno è nato magicamente, con la bacchetta magica, ognuno di noi ha una storia e la famiglia è la storia da dove noi proveniamo. Il Vangelo della Liturgia odierna ci ricorda che anche Gesù è figlio di una storia familiare. Lo vediamo viaggiare a Gerusalemme con Maria e Giuseppe per la Pasqua; poi fa preoccupare la mamma e il papà, che non lo trovano; ritrovato, torna a casa con loro (cfr Lc 2,41-52). È bello vedere Gesù inserito nella trama degli affetti familiari, che nasce e cresce nell’abbraccio e nelle preoccupazioni dei suoi. Questo è importante anche per noi: proveniamo da una storia intessuta di legami d’amore e la persona che siamo oggi non nasce tanto dai beni materiali di cui abbiamo usufruito, ma dall’amore che abbiamo ricevuto dall’amore nel seno della famiglia. Forse non siamo nati in una famiglia eccezionale e senza problemi, ma è la nostra storia - ognuno deve pensare: è la mia storia - , sono le nostre radici: se le tagliamo, la vita inaridisce! Dio non ci ha creati per essere condottieri solitari, ma per camminare insieme. Ringraziamolo e preghiamolo per le nostre famiglie. Dio ci pensa e ci vuole insieme: grati, uniti, capaci di custodire le radici. E dobbiamo pensare a questo, alla propria storia.

Il secondo aspetto: a essere famiglia si impara ogni giorno. Nel Vangelo vediamo che anche nella Santa Famiglia non va tutto bene: ci sono problemi inattesi, angosce, sofferenze. Non esiste la Santa Famiglia delle immaginette. Maria e Giuseppe perdono Gesù e angosciati lo cercano, per poi trovarlo dopo tre giorni. E quando, seduto tra i maestri del Tempio, risponde che deve occuparsi delle cose del Padre suo, non comprendono. Hanno bisogno di tempo per imparare a conoscere il loro figlio. Così anche per noi: ogni giorno, in famiglia, bisogna imparare ad ascoltarsi e capirsi, a camminare insieme, ad affrontare conflitti e difficoltà. È la sfida quotidiana, e si vince con il giusto atteggiamento, con le piccole attenzioni, con gesti semplici, curando i dettagli delle nostre relazioni. E anche questo, ci aiuta tanto parlare in famiglia, parlare a tavola, il dialogo tra i genitori e i figli, il dialogo tra i fratelli, ci aiuta a vivere questa radice familiare che viene dai nonni. Il dialogo con i nonni!

E come si fa questo? Guardiamo a Maria, che nel Vangelo di oggi dice a Gesù: «Tuo padre e io ti cercavamo» (v. 48). Tuo padre e io, non dice io e tuo padre: prima dell’io c’è il tu! Impariamo questo: prima dell’io c’è il tu. Nella mia lingua c’è un aggettivo per la gente che prima dice l’io poi il tu: “Io, me e con me e per me e al mio profitto”. Gente che è così, prima l’io poi il tu. No, nella Sacra Famiglia, prima il tu e dopo l’io. Per custodire l’armonia in famiglia bisogna combattere la dittatura dell’io, quando l’io si gonfia. È pericoloso quando, invece di ascoltarci, ci rinfacciamo gli sbagli; quando, anziché avere gesti di cura per gli altri, ci fissiamo nei nostri bisogni; quando, invece di dialogare, ci isoliamo con il telefonino – è triste vedere a pranzo una famiglia, ognuno con il proprio telefonino senza parlarsi, ognuno parla con il telefonino; quando ci si accusa a vicenda, ripetendo sempre le solite frasi, inscenando una commedia già vista dove ognuno vuole aver ragione e alla fine cala un freddo silenzio. Quel silenzio tagliente, freddo, dopo una discussione familiare, è brutto quello, bruttissimo! Ripeto un consiglio: alla sera, dopo tutto, fare la pace, sempre. Mai andare a dormire senza aver fatto la pace, altrimenti il giorno dopo ci sarà la “guerra fredda”! E questa è pericolosa perché incomincerà una storia di rimproveri, una storia di risentimenti. Quante volte, purtroppo, tra le mura domestiche da silenzi troppo lunghi e da egoismi non curati nascono e crescono conflitti! A volte si arriva persino a violenze fisiche e morali. Questo lacera l’armonia e uccide la famiglia. Convertiamoci dall’io al tu. Quello che deve essere più importante nella famiglia è il tu. E ogni giorno, per favore, pregare un po’ insieme, se potete fare lo sforzo, per chiedere a Dio il dono della pace in famiglia. E impegniamoci tutti – genitori, figli, Chiesa, società civile – a sostenere, difendere e custodire la famiglia che è il nostro tesoro!

La Vergine Maria, sposa di Giuseppe e mamma di Gesù, protegga le nostre famiglie.

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Dopo l'Angelus

Mi rivolgo ora agli sposi di tutto il mondo.

Oggi, nella festa della Santa Famiglia, viene pubblicata una Lettera che ho scritto pensando a voi. Vuole essere il mio regalo di Natale per voi sposi: un incoraggiamento, un segno di vicinanza e anche un’occasione di meditazione. È importante riflettere e fare esperienza della bontà e della tenerezza di Dio che con mano paterna guida i passi degli sposi sulla via del bene. Il Signore dia a tutti gli sposi la forza e la gioia di continuare il cammino intrapreso. Voglio anche ricordarvi che ci stiamo avvicinando all’Incontro Mondiale delle Famiglie: vi invito a prepararvi a questo evento, specialmente con la preghiera, e a viverlo nelle vostre diocesi, insieme alle altre famiglie.

E parlando della famiglia, mi viene una preoccupazione, una preoccupazione vera, almeno qui in Italia: l’inverno demografico. Sembra che tanti hanno perso l’aspirazione di andare avanti con figli e tante coppie preferiscono rimanere senza o con un figlio soltanto. Pensate a questo, è una tragedia. Alcuni minuti fa ho visto nel programma “A Sua immagine” come si parlava di questo problema grave, l’inverno demografico. Facciamo tutti il possibile per riprendere una coscienza, per vincere questo inverno demografico che va contro le nostre famiglie contro la nostra patria, anche contro il nostro futuro.

Saluto ora tutti voi, pellegrini venuti dall’Italia e da diversi Paesi: - vedo qui polacchi, brasiliani, e vedo lì anche i colombiani - le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni. Rinnovo l’augurio che la contemplazione del Bambino Gesù, cuore e centro delle festività natalizie, possa suscitare atteggiamenti di fraternità e di condivisione nelle famiglie e nelle comunità. E per festeggiare un po’ il Natale, farà bene fare una visita al presepe qui in piazza e ai 100 presepi che sono sotto il colonnato, anche questo ci aiuterà.

In questi giorni ho ricevuto tanti messaggi augurali da Roma e da altre parti del mondo. Purtroppo, non mi è possibile rispondere a tutti, ma prego per ognuno e ringrazio specialmente per le preghiere che tanti di voi hanno promesso di fare. Pregate per me, non dimenticatevi. Grazie tante e buona festa della Santa Famiglia. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video


BEATA LA CASA DOVE SI IMPARA A SCONFINARE - "Perché ci hai fatto questo?" "Non sapevate che devo occuparmi d'altro da voi?" Perché una spiegazione c'è sempre, e forse più bella e semplice di quanto temevi. - IV Avvento / C - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

BEATA LA CASA DOVE SI IMPARA A SCONFINARE
 

"Perché ci hai fatto questo?" 
"Non sapevate che devo occuparmi d'altro da voi?"
 Perché una spiegazione c'è sempre,
e forse più bella e semplice di quanto temevi.
 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. (...) Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri (...) Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? (...) Luca 2, 41-52

per i social

BEATA LA CASA DOVE SI IMPARA A SCONFINARE

"Perché ci hai fatto questo?"  "Non sapevate che devo occuparmi d'altro da voi?" 
Perché una spiegazione c'è sempre, e forse più bella e semplice di quanto temevi.


Maria e Giuseppe cercano per tre giorni il loro ragazzo, avanti e indietro per la città. Quel padre e quella madre angosciati ci sono vicini in questa fragilità che conosciamo bene.

Maria più che rimproverare il figlio, vuole capire: perché ci hai fatto questo? Perché una spiegazione c'è sempre, e forse più bella e semplice di quanto temevi. Un dialogo senza accuse: di fronte ai genitori, che ci sono e ci vogliono bene - le due cose che importano ai figli - c'è un ragazzo che ascolta e risponde.

Grande cosa il dialogo, anche faticoso! Se le cose sono difficili a dirsi, a non dirle si scavano buie gallerie. Non sapevate che devo occuparmi d'altro da voi? I figli non sono nostri, appartengono a Dio, al mondo, alla loro vocazione, ai loro sogni. Un figlio non deve impostare la propria vita in funzione dei genitori, si fermerebbe così la ruota della creazione.

Non lo sapevate? Ma come, me lo avete insegnato voi il primato di Dio! Madre, tu mi hai insegnato ad ascoltare angeli! Padre, tu mi hai raccontato che talvolta la vita dipende dai sogni!

Ma essi non compresero. Famiglia santa per definizione, eppure in cammino. Santi e profeti che non capiscono neppure la loro stessa casa. Ma ecco il tesoro nascosto: «sua madre conservava con cura tutte queste cose», serbava attenta le parole di Dio e i fatti della vita, li teneva nel cuore perché si dipanasse un giorno, dal loro confronto, il filo d'oro che li avrebbe spiegati e illuminati, legandoli assieme.

Gesù lascia i maestri della Legge e torna a casa con i genitori, suoi maestri di vita. Per anni impara l'arte di essere uomo guardandoli vivere: lei teneramente forte, mai passiva; lui padre non autoritario, che sa anche tirarsi indietro. Come poteva altrimenti trattare le donne con quel suo modo sovranamente libero? E inaugurare relazioni nuove tra uomo e donna, paritarie e senza paure?

Le beatitudini Gesù le ha viste tutte in quella casa, le ha imparate da loro: erano poveri, giusti, puri nel cuore, miti, costruttori di pace, con viscere di misericordia per tutti. E il loro parlare era: sì, sì; no, no. Stava così bene con loro, che con Dio adotta il linguaggio di casa, e lo chiama: abbà, papà. Un amore vivo e potente, incarnato e quotidiano, che vive nella carezza, nel cibo preparato, nel nomignolo affettuoso, nella parola scherzosa che scioglie le tensioni, nella pazienza di ascoltare, nel desiderio di abbracciarsi.

A questo vangelo non chiederò consigli spiccioli per vivere, chiederò invece le cose di Dio: non vantare diritti di possesso sui figli, conservando nel cuore ciò che oggi non si capisce, perché un giorno la risposta verrà, e sarà luce.

Beata la famiglia dove si impara a sconfinare, verso gli uomini e verso Dio. Beata la casa dove i figli imparano l'arte più importante, quella di amare, l’arte che li farà felici.


per Avvenire

È in casa che si impara l'arte d'amare, di essere felici (...)



La festa della Santa Famiglia: l'amore a portata di mano


La festa della Santa Famiglia:
l'amore a portata di mano


L'augurio di poter accogliere un raggio della luce della Famiglia di Maria, Gesù e Giuseppe

Il 26 dicembre, festa di Santo Stefano, quest’anno assume dei tratti particolari per il fatto che la festa di Santo Stefano cade nella prima domenica dopo Natale, che è tradizionalmente dedicata alla Santa Famiglia di Maria, Gesù e Giuseppe. A questo punto abbiamo allora due temi che si incrociano e forse anche questa è provvidenza per tutti noi.

Santo Stefano è il primo martire della Chiesa e il fatto che si festeggi nel giorno successivo a Natale è di una forte valenza simbolica: sta a indicare che poiché il Figlio di Dio si è fatto uno di noi, egli ha immesso nell’umanità una forza, anzi un vaccino vero e proprio, che ci permette di guarire dal male più grande e insidioso, che è l’incapacità di donarsi agli altri con amore. In Santo Stefano, infatti, vediamo il primo testimone del fatto che ormai per gli uomini è possibile vivere “come” Dio, cioè nel dono di sé e nella fiducia totale al Padre, nelle cui mani affidiamo la nostra vita.

Ora forse in questo nostro contesto sociale così fragile, in cui proprio tutto sembra insicuro e instabile, la Famiglia di Nazareth può essere un vero segno di speranza, a patto che la guardiamo dall’angolatura opportuna. Spesso infatti la dipingiamo come una famiglia ideale, che ha un sapore quasi stucchevole tanto è perfetta, così dolce come la frutta martorana… che non puoi esagerare! E in effetti appare così distante dalla nostra realtà e da quella delle nostre vere famiglie, che sembra non dirci proprio nulla, tanto è irraggiungibile. Ma forse questo è un modo di guardare alla Famiglia di Nazareth un po’ sbagliato, perché ne fa un modello morale e non una realtà di fede. Come nel caso di santo Stefano, infatti, non si tratta di fare come lui, perché ognuno di noi ha la sua strada, il suo cammino e non si tratta di imitare nessuno, neanche i martiri. Guardiamo Stefano per rallegrarci del fatto che, in virtù dell’incarnazione del Signore, nel mondo abita stabilmente l’amore ed è alla portata di tutti noi, purché abbiamo il desiderio e l’umiltà di accoglierlo.

Da questo punto di vista allora anche la Sacra Famiglia più che un modello da imitare è una promessa che ogni famiglia può diventare - secondo il temperamento di ciascuno - una casa dove si genera e si custodisce la vita con amore, con rispetto, donandosi scambievolmente se stessi per il bene di tutti ma soprattutto di chi è più debole e bisognoso.

Nasce spontaneo allora anche l’augurio, affinché possiamo accogliere un raggio della luce della Famiglia di Maria, Gesù e Giuseppe, in modo che ognuna delle nostre famiglie possa fare un passo in avanti nell’unità e nel rispetto reciproci, perché l’amore di Dio è una possibilità concreta alla portata di tutti. E questa sì che è vera testimonianza!

Fra Giulio Cesareo
(fonte: San Francesco Patrono d'Italia 25/12/2021)


"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 6 - 2021/2022 anno C

 "Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE ANNO C

Vangelo:




L'evangelista, nel brano che è un anticipo del viaggio pasquale del Maestro, traccia con forza, utilizzando la tecnica dell'inclusione, un completo disegno circa il futuro di Gesù, rivelando la follia della sua sapienza che lo condurrà al dono totale di sé. E così come la mangiatoia e le fasce sono speculari alla sindone e al sepolcro, in egual modo la Salita a Gerusalemme della Santa Famiglia fa riferimento alla Salita di Pasqua, l'ultimo pellegrinaggio che Gesù compirà nella Città Santa dove consegnerà la sua vita. I tre giorni in cui si smarrisce e viene ritrovato, sono il preludio dei tre giorni trascorsi nel sepolcro e della sua resurrezione, e il suo ritrovamento nel tempio, mentre interroga e ascolta i sapienti, è «l'icona del Crocifisso Risorto che interroga e ammaestra i discepoli di Emmaus e apre loro l'intelligenza delle Scritture» (cit.). Dopo questo evento Gesù tornerà a Nazareth, il luogo della quotidianità, della vita di tutti i giorni, rimanendovi per trenta anni nel più assoluto silenzio e nel nascondimento. E' il mistero di una vita vissuta nella normalità, il grande progetto del Padre di assumere totalmente la nostra povera e fragile esistenza in ogni situazione concreta. Proprio a motivo di ciò - e a ragione - l'apostolo Paolo potrà scrivere che Gesù: «non ritenne una rapina essere come Dio ma svuotò se stesso assumendo la condizione di schiavo e divenendo simile agli uomini» (Fil 2,6-7)