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lunedì 27 settembre 2021

«Catene di libertà - Per due anni rapito nel Sahel» Padre Gigi Maccalli «I miei piedi erano in catene, il cuore no»

«Catene di libertà - Per due anni rapito nel Sahel» 
Padre Gigi Maccalli 
«I miei piedi erano in catene, il cuore no»

Il rapimento, il deserto, l’isolamento. Padre Pier Luigi Maccalli è stato per 752 giorni (rapito nella notte tra il 17 e il 18 settembre 2018 in Niger e rilasciato l'8 ottobre 2020 in Mali)  prigioniero dei terroristi nell’estremo Nord del Mali, parla soprattutto di fede, preghiera, umanità e di relazioni perché, come ha detto ai suoi stessi sequestratori, «un giorno saremo tutti fratelli».


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Il rischio più grande, di fronte a storie eccezionali come quelle di padre Gigi Maccalli è quello di ridurre le persone in “personaggi” e i santi in “santini”.


Condensare anni di poche e frammentarie notizie, dal rapimento in Niger il 17 settembre 2018 da parte dei jihadisti del Sahel vicini ad Al Qaeda alla sua liberazione, due anni più tardi, in Mali l’8 ottobre 2020, in un ritrattino agiografico di poche righe, uguale a mille altri. Eppure, dietro la storia di padre Gigi Maccalli, classe 1961, originario della diocesi di Crema e missionario della Sma, Società Missioni Africane, c’è l’ennesima dimostrazione della forza rivoluzionaria del Vangelo, capace di elevare i deboli nel momento della loro maggiore vulnerabilità, di trasformare il dolore in grazia e di rendere persino naturale il dono della vita.

... «Ogni missionario ha la sua storia – racconta – la mia è nata quando, da giovane seminarista, ho incontrato dei missionari che hanno aperto in me la finestra su un desiderio: testimoniare il Vangelo in Africa».

“Missione: ascoltare con Dio il grido dell’umanità” è il titolo dell’assemblea missionaria della Diocesi di Padova di quest’anno: «Risuonano in me le parole del gesuita Francois Varillon: “Ciò che l’uomo umanizza Dio divinizza”. Per me la missione è ascoltare il grido dell’umanità sofferente, è umanizzazione, è compartecipazione. La missione non è fare miracoli, ma vivere davvero nel quotidiano la compassione di Gesù, facendosi prossimo di ogni persona che si incontra». Anche se le persone sono guerriglieri jihadisti con il kalashnikov in mano: «Ho chiamato le persone per nome, ho fasciato le ferite di un soldato, ho dato le medicine a chi stava male, ho persino insegnato un po’ di francese a uno che lo voleva imparare. Non siamo schiavi dello sguardo da nemico, ma ci possiamo guardare come persone».

In quei primi mesi, mentre il mondo non sapeva nemmeno se padre Gigi fosse ancora vivo, il Signore ha chiamato di nuovo. «Mi sono chiesto che missionario fossi quando mi hanno messo le catene. I miei piedi erano in catene, ma il cuore no. Il fondatore della Sma, mons. Marion de Bresillac, ci voleva “missionari dal profondo del cuore”. La patrona delle missioni, santa Teresina di Lisieux, voleva essere “nella Chiesa il cuore”. La missione nasce dal cuore, e con il cuore cammina. E allora mi sono detto: “Sarò preghiera per le periferie del mondo, per tutti i missionari per la pace”, ed è quello che ho fatto. Non avevo tabernacolo, non avevo breviario, non avevo una Bibbia, non ho potuto mangiare l’Eucarestia per 752 giorni, ma in ogni domenica, celebravo sull’altare del mio deserto la mia messa, e alla consacrazione mi fermavo sulle parole “questo è il mio corpo offerto, questo è il mio cuore spezzato, io non ho altro da offrirti Signore”. Lì capisci che non è soltanto un rito, è un’offerta della vita, è profonda comunione con il corpo di Cristo donato, offerto. Così ho offerto la mia vita, ero pronto ad andare fino in fondo. Ho detto: “Signore, questa è la mia vita che offro, vada come vada, continuo a essere tuo discepolo, tuo testimone».

Dopo il rapimento di padre Maccalli, in Niger la situazione è peggiorata: «I cristiani devono riunirsi nelle case con molta discrezione. Ma sono convinto che questo periodo di fatica e persecuzione porterà i suoi frutti, le comunità torneranno a fiorire. L’Africa sarà salvata non dalla violenza, ma nel dialogo e nell’incontro con i fratelli musulmani. Chi mi ha rapito era schiavo di video di propaganda e di una forma deviata del Corano: ho tanti amici musulmani che hanno ringraziato Dio per la mia liberazione. Questa sofferenza va trasformata in attenzione all’altro: siamo tutti cercatori di Dio e cerchiamo insieme di costruire la pace».

Il suo libro in uscita nei prossimi giorni ...


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Padre Gigi, la Chiesa la vergogna e l’orgoglio

di Beppe Severgnini

L’ammirazione per Padre Gigi Maccalli, prigioniero dei jihadisti in Africa per 752 giorni, tra il 2018 e il 2020. E che vergogna un parroco come quello di Prato, che usava i soldi delle offerte per pagarsi i festini di droga e sesso

Mi ha chiamato «compaesano», e mi ha fregato. Padre Gigi Maccalli, prigioniero dei jihadisti in Africa per 752 giorni, tra il 2018 e il 2020, è nato e cresciuto nel paese di mia mamma Carla: Madignano, sulla strada per Cremona. Mi ha scritto, in estate, e mi ha chiesto se potevo presentare il suo libro. A Crema e dintorni resto a distanza dai microfoni (un tentativo di rendermi meno insopportabile ai concittadini). Ma davanti a Pier Luigi Maccalli da Madignano non ho potuto, né voluto, dire no.

L’incontro pubblico è avvenuto ieri sera. «Catene di libertà - Per due anni rapito nel Sahel» (Emi) uscirà per il Salone del Libro di Torino: ne scriverà «La Lettura», Annachiara Sacchi intervisterà padre Gigi. L’ho letto in bozza, e mi ha colpito. Quella che state per leggere non è una recensione: solo una riflessione piena di ammirazione.

Quanto coraggio, quanta umiltà, quanta umanità nel racconto di un uomo che ha passato due anni sballottato nel deserto, sotto un albero, cambiando rifugio in continuazione, spesso incatenato, con le vipere come vicine e ragazzini armati come guardiani. Eppure, non una parola di odio verso i carcerieri. Padre Gigi è venuto a pranzo da noi, giorni fa: è uguale all’uomo del libro, e non succede spesso. È appassionato, concreto, autoironico (un tratto della bassa padana). Racconta la sofferenza «per la mancanza di relazioni, non di comodità», Racconta di Dio, «che pensiamo di conoscere troppo». Racconta dell’attesa, della preghiera, del sogno di lavarsi i capelli, dell’attività gastrointestinale («la vita interiore», la chiama). Tra gli uomini di fede, l’ho sentito fare solo al Dalai Lama e a papa Francesco.

Ascoltando padre Gigi sotto la magnolia cremasca, e leggendo il suo libro, ho pensato: che orgoglio, per i cristiani, un missionario così. E che vergogna un parroco come quello di Prato, che usava i soldi delle offerte per pagarsi i festini di droga e sesso. D’accordo: la Chiesa è fatta di essere umani. Ma chi la guida — i vescovi, per cominciare — non dovrebbe essere più attento? Anche a Crema abbiamo conosciuto sacerdoti che hanno fatto del male, purtroppo. Ma poi dall’Africa torna padre Gigi Maccalli. Il Dio del cielo, e i suoi compaesani in terra, possono essere orgogliosi di lui.

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Vedi anche la scheda del libro di Padre Maccalli:

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Per approfondire vedi anche il nostro post (all'interno i link a quelli precedenti)




«Lo Spirito Santo non vuole chiusure; vuole apertura, comunità accoglienti dove ci sia posto per tutti.» Papa Francesco Angelus 26/09/2021 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 26 settembre 2021


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo della Liturgia odierna ci racconta un breve dialogo tra Gesù e l’Apostolo Giovanni, che parla a nome di tutto il gruppo dei discepoli. Essi hanno visto un uomo che scacciava i demoni nel nome del Signore, ma glielo hanno impedito perché non faceva parte del loro gruppo. Gesù, a questo punto, li invita a non ostacolare chi si adopera nel bene, perché concorre a realizzare il progetto di Dio (cfr Mc 9,38-41). Poi ammonisce: invece di dividere le persone in buone e cattive, tutti siamo chiamati a vigilare sul nostro cuore, perché non ci succeda di soccombere al male e di dare scandalo agli altri (cfr vv. 42-45.47-48).

Le parole di Gesù svelano insomma una tentazione e offrono un’esortazione. La tentazione è quella della chiusura. I discepoli vorrebbero impedire un’opera di bene solo perché chi l’ha compiuta non apparteneva al loro gruppo. Pensano di avere “l’esclusiva su Gesù” e di essere gli unici autorizzati a lavorare per il Regno di Dio. Ma così finiscono per sentirsi prediletti e considerano gli altri come estranei, fino a diventare ostili nei loro confronti. Fratelli e sorelle, ogni chiusura, infatti, fa tenere a distanza chi non la pensa come noi e questo – lo sappiamo – è la radice di tanti mali della storia: dell’assolutismo che spesso ha generato dittature e di tante violenze nei confronti di chi è diverso.

Ma occorre anche vigilare sulla chiusura nella Chiesa. Perché il diavolo, che è il divisore – questo significa la parola “diavolo”, che fa la divisione – insinua sempre sospetti per dividere ed escludere la gente. Tenta con furbizia, e può succedere come a quei discepoli, che arrivano a escludere persino chi aveva cacciato il diavolo stesso! A volte anche noi, invece di essere comunità umili e aperte, possiamo dare l’impressione di fare “i primi della classe” e tenere gli altri a distanza; invece che cercare di camminare con tutti, possiamo esibire la nostra “patente di credenti”: “io sono credente”, “io sono cattolico”, “io sono cattolica”, “io appartengo a questa associazione, all’altra…”; e gli altri poveretti no. Questo è un peccato. Esibire la “patente di credenti” per giudicare ed escludere. Chiediamo la grazia di superare la tentazione di giudicare e di catalogare, e che Dio ci preservi dalla mentalità del “nido”, quella di custodirci gelosamente nel piccolo gruppo di chi si ritiene buono: il prete con i suoi fedelissimi, gli operatori pastorali chiusi tra di loro perché nessuno si infiltri, i movimenti e le associazioni nel proprio carisma particolare, e così via. Chiusi. Tutto ciò rischia di fare delle comunità cristiane dei luoghi di separazione e non di comunione. Lo Spirito Santo non vuole chiusure; vuole apertura, comunità accoglienti dove ci sia posto per tutti.

E poi nel Vangelo c’è l’esortazione di Gesù: invece di giudicare tutto e tutti, stiamo attenti a noi stessi! Infatti, il rischio è quello di essere inflessibili verso gli altri e indulgenti verso di noi. E Gesù ci esorta a non scendere a patti col male, con immagini che colpiscono: “Se qualcosa in te è motivo di scandalo, taglialo!” (cfr vv. 43-48). Se qualcosa ti fa male, taglialo! Non dice: “Se qualcosa è motivo di scandalo, fermati, pensaci su, migliora un po’…”. No: “Taglialo! Subito!”. Gesù è radicale in questo, esigente, ma per il nostro bene, come un bravo medico. Ogni taglio, ogni potatura, è per crescere meglio e portare frutto nell’amore. Chiediamoci allora: cosa c’è in me che contrasta col Vangelo? Che cosa, concretamente, Gesù vuole che io tagli nella mia vita?

Preghiamo la Vergine Immacolata, perché ci aiuti a essere accoglienti verso gli altri e vigilanti su noi stessi.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

oggi si celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che quest’anno ha per tema “Verso un noi sempre più grande”. È necessario camminare insieme, senza pregiudizi e senza paure, ponendosi accanto a chi è più vulnerabile: migranti, rifugiati, sfollati, vittime della tratta e abbandonati. Siamo chiamati a costruire un mondo sempre più inclusivo, che non escluda nessuno.

Mi unisco a quanti, nelle varie parti del mondo, stanno celebrando questa Giornata; saluto i fedeli riuniti a Loreto per l’iniziativa della Conferenza Episcopale Italiana in favore dei migranti e dei rifugiati. Saluto e ringrazio le diverse comunità etniche presenti qui in Piazza con le loro bandiere; saluto i rappresentanti del progetto “APRI” della Caritas Italiana; come pure l’Ufficio Migrantes della Diocesi di Roma e il Centro Astalli. Grazie a tutti per il vostro impegno generoso!

E prima di lasciare la piazza, vi invito a avvicinarvi a quel monumento là
– dove c’è il Cardinal Czerny –: la barca con i migranti, e a soffermarvi sullo sguardo di quelle persone e a cogliere in quello sguardo la speranza che oggi ha ogni migrante di ricominciare a vivere. Andate là, vedete quel monumento. Non chiudiamo le porte alla loro speranza.

Esprimo vicinanza e solidarietà a coloro che sono stati colpiti dall’eruzione del vulcano nell’Isola La Palma, nelle Canarie. Penso specialmente a quanti sono stati costretti a lasciare le loro case. Per queste persone così provate e per i soccorritori preghiamo la Madonna, venerata in quell’Isola come Nuestra Señora de las Nieves.

Oggi, a Bologna, verrà beatificato don Giovanni Fornasini, sacerdote e martire. Parroco zelante nella carità, non abbandonò il gregge nel tragico periodo della seconda guerra mondiale, ma lo difese fino all’effusione del sangue. La sua testimonianza eroica ci aiuti ad affrontare con fortezza le prove della vita. Un applauso al nuovo Beato!

E saluto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi. In particolare, saluto il Movimento laicale dell’Opera Don Orione e la rappresentanza di genitori e ragazzi associati nella lotta contro i tumori.

Auguro a tutti voi una buona domenica. E per favore, per favore non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video


domenica 26 settembre 2021

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXVI Domenica T.O. - B

 

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli

  XXVI Domenica T.O. - B
26 settembre 2021

Colui che presiede

Fratelli e sorelle, Dio, l’Onnipotente, si è voluto rivelare in Cristo Gesù come il Dio, che si fa servo, che fa sua la condizione del bambino, del più piccolo. Dio non ci chiede di salire in alto, ma di piegare la nostra schiena per incontrarlo nel volto del fragile o dello scartato. Uniamo umilmente la nostra voce a quella del Figlio ed esprimiamo le nostre preghiere dicendo:

R/ Dio, Padre di misericordia, ascoltaci

Lettore  

  • - Abbi pietà, o Padre, della tua Chiesa, che in tanti suoi membri ed in tante comunità fa molta fatica a far proprio lo stile di vita del tuo Figlio Gesù. A volte la presunzione di sentirsi una porzione eletta e privilegiata la porta a giudicare e ad escludere. Falle dono del tuo Santo Spirito, perché operi in essa una vera dilatazione del cuore e delle viscere di misericordia. Preghiamo.
  • - Scenda la tua pace, o Padre, sull’Afghanistan e soprattutto sulle sue donne, costrette a ridiventare semplici oggetti nelle mani dei maschi. Scenda su Myanmar, su tutto il Medio-Oriente e su Haiti, un paese tra i più poveri e tra i più ignorati nel mondo. Preghiamo.
  • - Conserva e rinforza, o Padre, la volontà di cambiamento e la grande decisione di mettersi in gioco da parte di tanti ragazzi e ragazze, preoccupati di ricevere in eredità una terra sempre più inquinata, violentata e resa incapace di generare e di proteggere la vita. Fa’ che le manifestazioni di questi giovani spingano i governanti a ripensare a livello globale sia l’economia, sia i rapporti tra le nazioni. Preghiamo.
  • - Ti affidiamo, o Padre, la nostra città e quanti in essa vi risiedono. Donaci di imparare ad amarla, custodendo le sue cose belle, ma contribuendo anche a darle un volto più accogliente, più interessato per quanti sono ai margini o sono dimenticati. Donaci il gusto di interessarci della politica, non per fare il tifo per i nuovi padroni, ma per costruire una convivenza umana che sia degna di questo nome. Preghiamo.
  • - Ti ricordiamo, o Padre, i nostri parenti e amici defunti e le vittime del coronavirus [pausa di silenzio]; ti ricordiamo anche le vittime innocenti della guerra: donne, uomini e bambini; ti ricordiamo coloro che muoiono nella solitudine, nella disperazione e nell’abbandono. Dona a tutti di partecipare alla gioia del tuo Regno. Preghiamo.

Colui che presiede 

Dio nostro Padre, accogli le suppliche della tua Chiesa in preghiera e rendi il nostro cuore umile e accogliente come il cuore del tuo Figlio Gesù, che vive e regna nei secoli dei secoli.

 R/  AMEN.


"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 47/2020-2021 anno B

 "Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

Vangelo:

Mc 9,38-43.45.47-48

Parola chiave della pericope è: il 'Nome', che nella cultura ebraica rappresenta la realtà profonda e singolare della persona, l'individuo stesso, la sua essenza e la sua presenza. Il termine (in ebr. ha-Shem) viene utilizzato per indicare Dio onde evitare di pronunciarne il nome. La prima parte brano è un avviso che Gesù dà ai suoi, perché si guardino bene dall'esercitare forme autoritarie di monopolio sapendo cogliere e apprezzare la presenza dello Spirito di Dio anche al di fuori della loro comunità. Agire nel Nome di Gesù significa assumere il suo stesso stile di vita, fare le sue medesime scelte, seguire il suo cammino. Unico segno di autenticità e di appartenenza del cristiano al Regno di Dio è il Sigillo del "Nome di Gesù", e l'unico potere concesso sta nel servire i fratelli, così come ha fatto il Maestro. Il contrario del servizio, cioè agire nel Nome di Gesù, è lo scandalo, la pietra di inciampo attraverso cui impediamo ai fratelli di seguire il Maestro. Dietro le immagini del piede, della mano e dell'occhio, ai quali è necessario rinunciare, si celano le barriere che impediscono la sequela come servizio. La mano: che invece di operare il bene è usata per afferrare e possedere; il piede: che invece di andare dietro al Maestro ci conduce su vie di perdizione; l'occhio simbolo del desiderio: che sedotto dalle illusioni del mondo ci fa desiderare ciò che non dovremmo. Se queste tre realtà, buone in se stesse, risultano di impedimento alla sequela, esse vanno necessariamente 'amputate'. Diversamente è impossibile entrare nel Regno e la nostra sarà una vita degna della Geenna, la discarica fumante di Gerusalemme, luogo della non realizzazione e del fallimento totale dell'uomo.


sabato 25 settembre 2021

CICATRICI LUMINOSE - Dio ci invita a temere di più una vita fallita che non le ferite dolorose della vita stessa. La soluzione non è una mano tagliata, ma una mano convertita, felice nel dono di sé. - XXVI Domenica T. O. / B - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

CICATRICI LUMINOSE
 

Dio ci invita a temere di più una vita fallita 
che non le ferite dolorose della vita stessa. 
La soluzione non è una mano tagliata, ma una mano convertita, felice nel dono di sé.
 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire
In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. (...)». Marco 9, 38-43.45.47-48


per i social

CICATRICI LUMINOSE

Dio ci invita a temere di più una vita fallita che non le ferite dolorose della vita stessa. La soluzione non è una mano tagliata, ma una mano convertita, felice nel dono di sé.

«Maestro, quell’uomo non è dei nostri... Non importa se è bravo, fa miracoli e dalle sue mani germogliano vita e luce. Ci oscura! Ci toglie pubblico. Viene da un’altra storia, e noi dobbiamo difendere la nostra».

L’istituzione prima di tutto, l’appartenenza prima del miracolo, l’ideologia prima della verità.

Non era, non sono dei nostri. Tutti lo ripetono: gli apostoli di allora, le chiese, le nazioni, i partiti davanti ai flussi migratori. Separano. Invece noi vogliamo seguire quest'uomo senza barriere, quel Gesù che ha un’altra intuizione capace di cambiare il corso della storia: non glielo impedite, perché chi non è contro di noi è per noi.

La persona viene sempre prima della legge, prima anche della verità.

Chiunque aiuta il mondo a fiorire è mio discepolo.

Si possono incarnare sogni di Vangelo anche senza essere cristiani, il Regno è molto più vasto e profondo di tutte le istituzioni messe insieme. Si può essere uomini di Dio anche senza essere uomini della Chiesa, e il Regno è infinitamente più grande di tutte le chiese.

Chiunque fa del bene, chiunque dà un sorso d'acqua, un sorso di miracolo, è dei nostri. L’uomo tutto è dei nostri, e “l’uomo” siamo tutti. Quanti sono di Cristo e neppure lo sanno! Lottano contro i demoni di ingiustizia, violenza, soprusi; sono capaci dei miracoli dell'amore, sanno dare vita e libertà e futuro a uno solo o a tanti fratelli. Fuori dall'accampamento, eppure profeti di luce.

«Fossero tutti profeti», esclama Mosé. Allora impariamo a godere e a ringraziare del bene, da chiunque sia fatto.

Tante volte di fronte al male ci sentiamo frustrati e impotenti. Gesù dice: tu porta il tuo bicchiere d'acqua, fidati, il peggio non prevarrà. Così ti porta a gettarti dentro lo Spirito dei profeti e a vivere molte vite, a vivere storie d’altri come fossero le tue. Se tutti i miliardi di persone portassero il loro bicchiere d'acqua, quale oceano d'amore si stenderebbe a coprire il mondo.

E termina con parole dure: «Se la tua mano, il tuo piede, il tuo occhio ti scandalizzano, tagliali, gettali via». Vangelo delle cicatrici luminose, perché le parole di Gesù non sono l’invito a un’inutile automutilazione, ma un linguaggio figurato, in­cisivo, che trasmette la serietà con cui si deve pensare alle cose essenziali. Anche perdere ciò che ti è prezioso, come la mano e l’occhio, non è paragonabile al danno che deriva dall’aver sbagliato la vita.

Non dare sempre la colpa agli altri, alla società, all'infanzia, alle circostanze. Se il male si è annidato dentro di te, nel tuo occhio, nella tua mano, nel tuo cuore, tu scava, cerca il tuo mistero d'ombra, e convertilo. Dio ci invita a temere di più una vita fallita che non le ferite dolorose della vita stessa.

La soluzione non è una mano tagliata, ma una mano convertita, mano felice nel dono di sè.

per Avvenire

È di Dio chi regala un sorso di vita (...)



Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) - CANTI PER IL TEMPO ORDINARIO / 3

Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) 

CANTI PER IL TEMPO ORDINARIO / 3


Nel rispetto delle regole anti-covid, tutti i partecipanti alla S. Messa presso il Santuario del Carmine sono invitati a stamparsi il proprio foglio dei canti:

- CANTI PER IL TEMPO ORDINARIO / 3 (PDF)

N.B.: Il foglio non dovrà essere lasciato in chiesa.

SINODO - Papa Francesco: " Non abbiate paura di entrare in dialogo e lasciatevi sconvolgere dal dialogo: è il dialogo della salvezza" Discorso ai fedeli della Diocesi di Roma

SINODO CHIESA ITALIANA
Papa Francesco:  
"Non abbiate paura di entrare in dialogo 
e lasciatevi sconvolgere dal dialogo: 
è il dialogo della salvezza"

Discorso ai fedeli della diocesi di Roma,
Aula Paolo VI - Sabato, 18 settembre 2021


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!


Come sapete – non è una novità! –, sta per iniziare un processo sinodale, un cammino in cui tutta la Chiesa si trova impegnata intorno al tema: «Per un Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione»: tre pilastri. Sono previste tre fasi, che si svolgeranno tra ottobre 2021 e ottobre 2023. Questo itinerario è stato pensato come dinamismo di ascolto reciproco, voglio sottolineare questo: un dinamismo di ascolto reciproco, condotto a tutti i livelli di Chiesa, coinvolgendo tutto il popolo di Dio. Il Cardinale vicario e i Vescovi ausiliari devono ascoltarsi, i preti devono ascoltarsi, i religiosi devono ascoltarsi, i laici devono ascoltarsi. E poi, inter-ascoltarsi tutti. Ascoltarsi; parlarsi e ascoltarsi. Non si tratta di raccogliere opinioni, no. Non è un’inchiesta, questa; ma si tratta di ascoltare lo Spirito Santo, come troviamo nel libro dell’Apocalisse: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (2,7). Avere orecchi, ascoltare, è il primo impegno. Si tratta di sentire la voce di Dio, cogliere la sua presenza, intercettare il suo passaggio e soffio di vita. Capitò al profeta Elia di scoprire che Dio è sempre un Dio delle sorprese, anche nel modo in cui passa e si fa sentire:

«Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce […], ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello» (1Re 19, 11-13).

Ecco come ci parla Dio. Ed è per questa “brezza leggera” – che gli esegeti traducono anche “voce sottile di silenzio” e qualcun altro “un filo di silenzio sonoro” – che dobbiamo rendere pronte le nostre orecchie, per sentire questa brezza di Dio.

La prima tappa del processo (ottobre 2021 - aprile 2022) è quella che riguarda le singole Chiese diocesane. Ed è per questo che sono qui, come vostro Vescovo, a condividere, perché è molto importante che la Diocesi di Roma si impegni con convinzione in questo cammino. Sarebbe una figuraccia che la Diocesi del Papa non si impegnasse in questo, no? Una figuraccia per il Papa e anche per voi.

Il tema della sinodalità non è il capitolo di un trattato di ecclesiologia, e tanto meno una moda, uno slogan o il nuovo termine da usare o strumentalizzare nei nostri incontri. No!

La sinodalità esprime la natura della Chiesa, la sua forma, il suo stile, la sua missione. E quindi parliamo di Chiesa sinodale, evitando, però, di considerare che sia un titolo tra altri, un modo di pensarla che preveda alternative. Non lo dico sulla base di un’opinione teologica, neanche come un pensiero personale, ma seguendo quello che possiamo considerare il primo e il più importante “manuale” di ecclesiologia, che è il libro degli Atti degli Apostoli.

La parola “sinodo” contiene tutto quello che ci serve per capire: “camminare insieme”. Il libro degli Atti è la storia di un cammino che parte da Gerusalemme e, attraversando la Samaria e la Giudea, proseguendo nelle regioni della Siria e dell’Asia Minore e quindi nella Grecia, si conclude a Roma. Questa strada racconta la storia in cui camminano insieme la Parola di Dio e le persone che a quella Parola rivolgono l’attenzione e fede. La Parola di Dio cammina con noi. Tutti sono protagonisti, nessuno può essere considerato semplice comparsa. Questo bisogna capirlo bene: tutti sono protagonisti. Non è più protagonista il Papa, il Cardinale vicario, i Vescovi ausiliari; no: tutti siamo protagonisti, e nessuno può essere considerato una semplice comparsa. I ministeri, allora, erano ancora considerati autentici servizi. E l’autorità nasceva dall’ascolto della voce di Dio e della gente – mai separarli – che tratteneva “in basso” coloro che la ricevevano. Il “basso” della vita, a cui bisognava rendere il servizio della carità e della fede. Ma quella storia non è in movimento soltanto per i luoghi geografici che attraversa. Esprime una continua inquietudine interiore: questa è una parola chiave, la inquietudine interiore. Se un cristiano non sente questa inquietudine interiore, se non la vive, qualcosa gli manca; e questa inquietudine interiore nasce dalla propria fede e ci invita a valutare cosa sia meglio fare, cosa si deve mantenere o cambiare. Quella storia ci insegna che stare fermi non può essere una buona condizione per la Chiesa (cfr Evangelii gaudium, 23). E il movimento è conseguenza della docilità allo Spirito Santo, che è il regista di questa storia in cui tutti sono protagonisti inquieti, mai fermi.

Pietro e Paolo, non sono solo due persone con i loro caratteri, sono visioni inserite in orizzonti più grandi di loro, capaci di ripensarsi in relazione a quanto accade, testimoni di un impulso che li mette in crisi – un’altra espressione da ricordare sempre: mettere in crisi –, che li spinge a osare, domandare, ricredersi, sbagliare e imparare dagli errori, soprattutto di sperare nonostante le difficoltà. Sono discepoli dello Spirito Santo, che fa scoprire loro la geografia della salvezza divina, aprendo porte e finestre, abbattendo muri, spezzando catene, liberando confini. Allora può essere necessario partire, cambiare strada, superare convinzioni che trattengono e ci impediscono di muoverci e camminare insieme.

Possiamo vederelo Spirito che spinge Pietro ad andare nella casa di Cornelio, il centurione pagano, nonostante le sue esitazioni. Ricordate: Pietro aveva avuto una visione che l’aveva turbato, nella quale gli veniva chiesto di mangiare cose considerate impure, e, nonostante la rassicurazione che quanto Dio purifica non va più ritenuto immondo, restava perplesso. Stava cercando di capire, ed ecco arrivare gli uomini mandati da Cornelio. Anche lui aveva ricevuto una visione e un messaggio. Era un ufficiale romano, pio, simpatizzante per il giudaismo, ma non era ancora abbastanza per essere pienamente giudeo o cristiano: nessuna “dogana” religiosa lo avrebbe fatto passare. Era un pagano, eppure, gli viene rivelato che le sue preghiere sono giunte a Dio, e che deve mandare qualcuno a dire a Pietro di recarsi a casa sua. In questa sospensione, da una parte Pietro con i suoi dubbi, e dall’altra Cornelio che aspetta in quella zona d’ombra, è lo Spirito a sciogliere le resistenze di Pietro e aprire una nuova pagina della missione. Così si muove lo Spirito: così. L’incontro tra i due sigilla una delle frasi più belle del cristianesimo. Cornelio gli era andato incontro, si era gettato ai suoi piedi, ma Pietro rialzandolo gli dice: «Alzati: anch’io sono un uomo!» (At 10,26), e questo lo diciamo tutti: “Io sono un uomo, io sono una donna, siamo umani”, e dovremmo dirlo tutti, anche i Vescovi, tutti noi: “alzati: anche io sono un uomo”. E il testo sottolinea che conversò con lui in maniera familiare (cfr v. 27). Il cristianesimo dev’essere sempre umano, umanizzante, riconciliare differenze e distanze trasformandole in familiarità, in prossimità. Uno dei mali della Chiesa, anzi una perversione, è questo clericalismo che stacca il prete, il Vescovo dalla gente. Il Vescovo e il prete staccato dalla gente è un funzionario, non è un pastore. San Paolo VI amava citare la massima di Terenzio: «Sono uomo, niente di ciò ch’è umano lo stimo a me estraneo». L’incontro tra Pietro e Cornelio risolse un problema, favorì la decisione di sentirsi liberi di predicare direttamente ai pagani, nella convinzione – sono le parole di Pietro – «che Dio non fa preferenza di persone» (At 10,34). In nome di Dio non si può discriminare. E la discriminazione è un peccato anche fra noi: “noi siamo i puri, noi siamo gli eletti, noi siamo di questo movimento che sa tutto, noi siamo…”. No. Noi siamo Chiesa, tutti insieme.

E vedete, non possiamo capire la “cattolicità” senza riferirci a questo campo largo, ospitale, che non segna mai i confini. Essere Chiesa è un cammino per entrare in questa ampiezza di Dio. Poi, tornando agli Atti degli Apostoli, ci sono i problemi che nascono riguardo all’organizzazione del crescente numero dei cristiani, e soprattutto per provvedere ai bisogni dei poveri. Alcuni segnalano il fatto che le vedove vengono trascurate. Il modo con cui si troverà la soluzione sarà radunare l’assemblea dei discepoli, prendendo insieme la decisione di designare quei sette uomini che si sarebbero impegnati a tempo pieno nella diakonia, nel servizio alle mense (At 6,1-7). E così, con il discernimento, con le necessità, con la realtà della vita e la forza dello Spirito, la Chiesa va avanti, cammina insieme, è sinodale. Ma sempre c’è lo Spirito come grande protagonista della Chiesa.

Inoltre, c’è anche il confronto tra visioni e attese differenti. Non dobbiamo temere che questo accada ancora oggi. Magari si potesse discutere così! Sono segni della docilità e apertura allo Spirito. Possono anche determinarsi scontri che raggiungono punte drammatiche, come capitò di fronte al problema della circoncisione dei pagani, fino alla deliberazione di quello che chiamiamo il Concilio di Gerusalemme, il primo Concilio. Come accade anche oggi, c’è un modo rigido di considerare le circostanze, che mortifica la makrothymía di Dio, cioè quella pazienza dello sguardo che si nutre di visioni profonde, visioni larghe, visioni lunghe: Dio vede lontano, Dio non ha fretta. La rigidità è un’altra perversione che è un peccato contro la pazienza di Dio, è un peccato contro questa sovranità di Dio. Anche oggi succede questo.

Era capitato allora: alcuni, convertiti dal giudaismo, ritenevano nella loro autoreferenzialità che non ci potesse essere salvezza senza sottomettersi alla Legge di Mosè. In questo modo si contestava Paolo, il quale proclamava la salvezza direttamente nel nome di Gesù. Contrastare la sua azione avrebbe compromesso l’accoglienza dei pagani, che nel frattempo si stavano convertendo. Paolo e Barnaba furono mandati a Gerusalemme dagli Apostoli e dagli anziani. Non fu facile: davanti a questo problema le posizioni sembravano inconciliabili, si discusse a lungo. Si trattava di riconoscere la libertà dell’azione di Dio, e che non c’erano ostacoli che potessero impedirgli di raggiungere il cuore delle persone, qualsiasi fosse la condizione di provenienza, morale o religiosa. A sbloccare la situazione fu l’adesione all’evidenza che «Dio, che conosce i cuori», il cardiognosta, conosce i cuori, Lui stesso sosteneva la causa in favore della possibilità che i pagani potessero essere ammessi alla salvezza, «concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi» (At 15,8), concedendo così anche ai pagani lo Spirito Santo, come a noi. In tal modo prevalse il rispetto di tutte le sensibilità, temperando gli eccessi; si fece tesoro dell’esperienza avuta da Pietro con Cornelio: così, nel documento finale, troviamo la testimonianza del protagonismo dello Spirito in questo cammino di decisioni, e della sapienza che è sempre capace di ispirare: «È parso bene, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo» eccetto quello necessario (At 15,28). “Noi”: In questo Sinodo andiamo sulla strada di poter dire “è parso allo Spirito Santo e a noi”, perché sarete in dialogo continuo tra voi sotto l’azione dello Spirito Santo, anche in dialogo con lo Spirito Santo. Non dimenticatevi di questa formula: “È parso bene allo Spirito Santo e a noi di non imporvi altro obbligo”: è parso bene allo Spirito Santo e a noi. Così dovrete cercare di esprimervi, in questa strada sinodale, in questo cammino sinodale. Se non ci sarà lo Spirito, sarà un parlamento diocesano, ma non un Sinodo. Noi non stiamo facendo un parlamento diocesano, non stiamo facendo uno studio su questo o l’altro, no: stiamo facendo un cammino di ascoltarsi e ascoltare lo Spirito Santo, di discutere e anche discutere con lo Spirito Santo, che è un modo di pregare.

“Lo Spirito santo e noi”. C’è sempre, invece, la tentazione di fare da soli, esprimendo una ecclesiologia sostitutiva – ce ne sono tante, di ecclesiologie sostitutive – come se, asceso al Cielo, il Signore avesse lasciato un vuoto da riempire, e lo riempiamo noi. No, il Signore ci ha lasciato lo Spirito! Ma le parole di Gesù sono chiare: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. […] Non vi lascerò orfani» (Gv 14,16.18). Per l’attuazione di questa promessa la Chiesa è sacramento, come affermato in Lumen gentium 1: «La Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». In questa frase, che raccoglie la testimonianza del Concilio di Gerusalemme, c’è la smentita di chi si ostina a prendere il posto di Dio, pretendendo di modellare la Chiesa sulle proprie convinzioni culturali, storiche, costringendola a frontiere armate, a dogane colpevolizzanti, a spiritualità che bestemmiano la gratuità dell’azione coinvolgente di Dio. Quando la Chiesa è testimone, in parole e fatti, dell’amore incondizionato di Dio, della sua larghezza ospitale, esprime veramente la propria cattolicità. Ed è spinta, interiormente ed esteriormente, ad attraversare gli spazi e i tempi. L’impulso e la capacità vengono dallo Spirito:«Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8). Ricevere la forza dello Spirito Santo per essere testimoni: questa è la strada di noi Chiesa, e noi saremo Chiesa se andremo su questa strada.

Chiesa sinodale significa Chiesa sacramento di questa promessa - cioè che lo Spirito sarà con noi - che si manifesta coltivando l’intimità con lo Spirito e con il mondo che verrà. Ci saranno sempre discussioni, grazie a Dio, ma le soluzioni vanno ricercate dando la parola a Dio e alle sue voci in mezzo a noi; pregando e aprendo gli occhi a tutto ciò che ci circonda; praticando una vita fedele al Vangelo; interrogando la Rivelazione secondo un’ermeneutica pellegrina che sa custodire il cammino cominciato negli Atti degli Apostoli. E questo è importante: il modo di capire, di interpretare. Un’ermeneutica pellegrina, cioè che è in cammino. Il cammino che è incominciato dopo il Concilio? No. È incominciato con i primi Apostoli, e continua. Quando la Chiesa si ferma, non è più Chiesa, ma una bella associazione pia perché ingabbia lo Spirito Santo. Ermeneutica pellegrina che sa custodire il cammino incominciato negli Atti degli Apostoli. Diversamente si umilierebbe lo Spirito Santo. Gustav Mahler – questo l’ho detto altre volte – sosteneva che la fedeltà alla tradizione non consiste nell’adorare le ceneri ma nel custodire il fuoco. Io domando a voi: “Prima di incominciare questo cammino sinodale, a che cosa siete più inclini: a custodire le ceneri della Chiesa, cioè della vostra associazione, del vostro gruppo, o a custodire il fuoco? Siete più inclini ad adorare le vostre cose, che vi chiudono – io sono di Pietro, io sono di Paolo, io sono di questa associazione, voi dell’altra, io sono prete, io sono Vescovo – o vi sentite chiamati a custodire il fuoco dello Spirito? È stato un grande compositore, questo Gustav Mahler, ma è anche maestro di saggezza con questa riflessione. Dei Verbum (n. 8), citando la Lettera agli Ebrei, afferma: «“Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri” (Eb 1,1), non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio». C’è una felice formula di San Vincenzo di Lérins che, mettendo a confronto l’essere umano in crescita e la Tradizione che si trasmette da una generazione all’altra, afferma che non si può conservare il “deposito della fede” senza farlo progredire: «consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età» (Commonitorium primum, 23,9) – “ut annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate”. Questo è lo stile del nostro cammino: le realtà, se non camminano, sono come le acque. Le realtà teologiche sono come l’acqua: se l’acqua non scorre ed è stantia è la prima a entrare in putrefazione. Una Chiesa stantia incomincia a essere putrefatta.

Vedete come la nostra Tradizione è una pasta lievitata, una realtà in fermento dove possiamo riconoscere la crescita, e nell’impasto una comunione che si attua in movimento: camminare insieme realizza la vera comunione. È ancora il libro degli Atti degli Apostoli ad aiutarci, mostrandoci che la comunione non sopprime le differenze. È la sorpresa della Pentecoste, quando le lingue diverse non sono ostacoli: nonostante fossero stranieri gli uni per gli altri, grazie all’azione dello Spirito «ciascuno sente parlare nella propria lingua nativa» (At 2,8). Sentirsi a casa, differenti ma solidali nel cammino. Scusatemi la lunghezza, ma il Sinodo è una cosa seria, e per questo io mi sono permesso di parlare…

Tornando al processo sinodale, la fase diocesana è molto importante, perché realizza l’ascolto della totalità dei battezzati, soggetto del sensus fidei infallibile in credendo. Ci sono molte resistenze a superare l’immagine di una Chiesa rigidamente distinta tra capi e subalterni, tra chi insegna e chi deve imparare, dimenticando che a Dio piace ribaltare le posizioni: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,52), ha detto Maria. Camminare insieme scopre come sua linea piuttosto l’orizzontalità che la verticalità. La Chiesa sinodale ripristina l’orizzonte da cui sorge il sole Cristo: innalzare monumenti gerarchici vuol dire coprirlo. I pastori camminano con il popolo: noi pastori camminiamo con il popolo, a volte davanti, a volte in mezzo, a volte dietro. Il buon pastore deve muoversi così: davanti per guidare, in mezzo per incoraggiare e non dimenticare l’odore del gregge, dietro perché il popolo ha anche “fiuto”. Ha fiuto nel trovare nuove vie per il cammino, o per ritrovare la strada smarrita. Questo voglio sottolinearlo, e anche ai Vescovi e ai preti della diocesi. Nel loro cammino sinodale si domandino: “Ma io sono capace di camminare, di muovermi, davanti, in mezzo e dietro, o sono soltanto nella cattedra, mitra e baculo?”. Pastori immischiati, ma pastori, non gregge: il gregge sa che siamo pastori, il gregge sa la differenza. Davanti per indicare la strada, in mezzo per sentire cosa sente il popolo e dietro per aiutare coloro che rimangono un po’ indietro e per lasciare un po’ che il popolo veda con il suo fiuto dove sono le erbe più buone.

Il sensus fidei qualifica tutti nella dignità della funzione profetica di Gesù Cristo (cfr Lumen gentium, 34-35), così da poter discernere quali sono le vie del Vangelo nel presente. È il “fiuto” delle pecore, ma stiamo attenti che, nella storia della salvezza, tutti siamo pecore rispetto al Pastore che è il Signore. L’immagine ci aiuta a capire le due dimensioni che contribuiscono a questo “fiuto”. Una personale e l’altra comunitaria: siamo pecore e siamo parte del gregge, che in questo caso rappresenta la Chiesa. Stiamo leggendo nel Breviario, Ufficio delle Letture, il “De pastoribus” di Agostino, e lì ci dice: “Con voi sono pecora, per voi sono pastore”. Questi due aspetti, personale ed ecclesiale, sono inseparabili: non può esserci sensus fidei senza partecipazione alla vita della Chiesa, che non è solo l’attivismo cattolico, ci dev’essere soprattutto quel “sentire” che si nutre dei «sentimenti di Cristo» (Fil 2,5).

L’esercizio del sensus fidei non può essere ridotto alla comunicazione e al confronto tra opinioni che possiamo avere riguardo a questo o quel tema, a quel singolo aspetto della dottrina, o a quella regola della disciplina. No, quelli sono strumenti, sono verbalizzazioni, sono espressioni dogmatiche o disciplinari. Ma non deve prevalere l’idea di distinguere maggioranze e minoranze: questo lo fa un parlamento. Quante volte gli “scarti” sono diventati “pietra angolare” (cfr Sal 118,22; Mt 21,42), i «lontani» sono diventati «vicini» (Ef 2,13). Gli emarginati, i poveri, i senza speranza sono stati eletti a sacramento di Cristo (cfr Mt 25,31-46). La Chiesa è così. E quando alcuni gruppi volevano distinguersi di più, questi gruppi sono finiti sempre male, anche nella negazione della Salvezza, nelle eresie. Pensiamo a queste eresie che pretendevano di portare avanti la Chiesa, come il pelagianesimo, poi il giansenismo. Ogni eresia è finita male. Lo gnosticismo e il pelagianesimo sono tentazioni continue della Chiesa. Ci preoccupiamo tanto, giustamente, che tutto possa onorare le celebrazioni liturgiche, e questo è buono – anche se spesso finiamo per confortare solo noi stessi – ma San Giovanni Crisostomo ci ammonisce: «Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: “Questo è il mio corpo”, confermando il fatto con la parola, ha detto anche “Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare” e: “Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l’avete fatto neppure a me”» (Omelie sul Vangelo di Matteo, 50, 3). “Ma, Padre, cosa sta dicendo? I poveri, i mendicanti, i giovani tossicodipendenti, tutti questi che la società scarta, sono parte del Sinodo?”. Sì, caro, sì, cara: non lo dico io, lo dice il Signore: sono parte della Chiesa. Al punto tale che se tu non li chiami, si vedrà il modo, o se non vai da loro per stare un po’ con loro, per sentire non cosa dicono ma cosa sentono, anche gli insulti che ti danno, non stai facendo bene il Sinodo. Il Sinodo è fino ai limiti, comprende tutti. Il Sinodo è anche fare spazio al dialogo sulle nostre miserie, le miserie che ho io come Vescovo vostro, le miserie che hanno i Vescovi ausiliari, le miserie che hanno i preti e i laici e quelli che appartengono alle associazioni; prendere tutta questa miseria! Ma se noi non includiamo i miserabili – tra virgolette – della società, quelli scartati, mai potremo farci carico delle nostre miserie. E questo è importante: che nel dialogo possano emergere le proprie miserie, senza giustificazioni. Non abbiate paura!

Bisogna sentirsi parte di un unico grande popolo destinatario delle divine promesse, aperte a un futuro che attende che ognuno possa partecipare al banchetto preparato da Dio per tutti i popoli (cfr Is 25,6). E qui vorrei precisare che anche sul concetto di “popolo di Dio” ci possono essere ermeneutiche rigide e antagoniste, rimanendo intrappolati nell’idea di una esclusività, di un privilegio, come accadde per l’interpretazione del concetto di “elezione” che i profeti hanno corretto, indicando come dovesse essere rettamente inteso. Non si tratta di un privilegio – essere popolo di Dio –, ma di un dono che qualcuno riceve … per sé? No: per tutti, il dono è per donarlo: questa è la vocazione. È un dono che qualcuno riceve per tutti, che noi abbiamo ricevuto per gli altri, è un dono che è anche una responsabilità. La responsabilità di testimoniare nei fatti e non solo a parole le meraviglie di Dio, che, se conosciute, aiutano le persone a scoprire la sua esistenza e ad accogliere la sua salvezza. L’elezione è un dono, e la domanda è: il mio essere cristiano, la mia confessione cristiana, come lo regalo, come lo dono? La volontà salvifica universale di Dio si offre alla storia, a tutta l’umanità attraverso l’incarnazione del Figlio, perché tutti, attraverso la mediazione della Chiesa, possano diventare figli suoi e fratelli e sorelle tra loro. È in questo modo che si realizza la riconciliazione universale tra Dio e l’umanità, quell’unità di tutto il genere umano di cui la Chiesa è segno e strumento (cfr Lumen gentium, 1). Già prima del Concilio Vaticano II era maturata la riflessione, elaborata sullo studio attento dei Padri, che il popolo di Dio è proteso verso la realizzazione del Regno, verso l’unità del genere umano creato e amato da Dio. E la Chiesa come noi la conosciamo e sperimentiamo, nella successione apostolica, questa Chiesa deve sentirsi in rapporto con questa elezione universale e per questo svolgere la sua missione. Con questo spirito ho scritto Fratelli tutti. La Chiesa, come diceva San Paolo VI, è maestra di umanità che oggi ha lo scopo di diventare scuola di fraternità.

Perché vi dico queste cose? Perché nel cammino sinodale, l’ascolto deve tener conto del sensus fidei, ma non deve trascurare tutti quei “presentimenti” incarnati dove non ce l’aspetteremmo: ci può essere un “fiuto senza cittadinanza”, ma non meno efficace. Lo Spirito Santo nella sua libertà non conosce confini, e non si lascia nemmeno limitare dalle appartenenze. Se la parrocchia è la casa di tutti nel quartiere, non un club esclusivo, mi raccomando: lasciate aperte porte e finestre, non vi limitate a prendere in considerazione solo chi frequenta o la pensa come voi – che saranno il 3, 4 o 5%, non di più. Permettete a tutti di entrare… Permettete a voi stessi di andare incontro e lasciarsi interrogare, che le loro domande siano le vostre domande, permettete di camminare insieme: lo Spirito vi condurrà, abbiate fiducia nello Spirito. Non abbiate paura di entrare in dialogo e lasciatevi sconvolgere dal dialogo: è il dialogo della salvezza.

Non siate disincantati, preparatevi alle sorprese. C’è un episodio nel libro dei Numeri (cap. 22) che racconta di un’asina che diventerà profetessa di Dio. Gli ebrei stanno concludendo il lungo viaggio che li condurrà alla terra promessa. Il loro passaggio spaventa il re Balak di Moab, che si affida ai poteri del mago Balaam per bloccare quella gente, sperando di evitare una guerra. Il mago, a suo modo credente, domanda a Dio che fare. Dio gli dice di non assecondare il re, che però insiste, e allora lui cede e sale su un’asina per adempiere il comando ricevuto. Ma l’asina cambia strada perché vede un angelo con la spada sguainata che sta lì a rappresentare la contrarietà di Dio. Balaam la tira, la percuote, senza riuscire a farla tornare sulla via. Finché l’asina si mette a parlare avviando un dialogo che aprirà gli occhi al mago, trasformando la sua missione di maledizione e morte in missione di benedizione e vita.

Questa storia ci insegna ad avere fiducia che lo Spirito farà sentire sempre la sua voce. Anche un’asina può diventare la voce di Dio, aprirci gli occhi e convertire le nostre direzioni sbagliate. Se lo può fare un’asina, quanto più un battezzato, una battezzata, un prete, un Vescovo, un Papa. Basta affidarsi allo Spirito Santo che usa tutte le creature per parlarci: soltanto ci chiede di pulire le orecchie per sentire bene.

Sono venuto qui per incoraggiarvi a prendere sul serio questo processo sinodale e a dirvi che lo Spirito Santo ha bisogno di voi. E questo è vero: lo Spirito Santo ha bisogno di noi. Ascoltatelo ascoltandovi. Non lasciate fuori o indietro nessuno. Farà bene alla Diocesi di Roma e a tutta la Chiesa, che non si rafforza solo riformando le strutture – questo è il grande inganno! –, dando istruzioni, offrendo ritiri e conferenze, o a forza di direttive e programmi - questo è buono, ma come parte di altro - ma se riscoprirà di essere popolo che vuole camminare insieme, tra di noi e con l’umanità. Un popolo, quello di Roma, che contiene la varietà di tutti i popoli e di tutte le condizioni: che straordinaria ricchezza, nella sua complessità! Ma occorre uscire dal 3-4% che rappresenta i più vicini, e andare oltre per ascoltare gli altri, i quali a volte vi insulteranno, vi cacceranno via, ma è necessario sentire cosa pensano, senza volere imporre le nostre cose: lasciare che lo Spirito ci parli.

In questo tempo di pandemia, il Signore spinge la missione di una Chiesa che sia sacramento di cura. Il mondo ha elevato il suo grido, ha manifestato la sua vulnerabilità: il mondo ha bisogno di cura.

Coraggio e avanti! Grazie!

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I suicidi e l’altra faccia della pandemia - Raddoppiati i tentativi di suicidio tra adolescenti

I suicidi e l’altra faccia della pandemia

L'età più a rischio è quella delle transizioni, dei grandi cambiamenti, come quello del passaggio da media a superiori


Lunedì 13 settembre, il primo giorno di scuola in presenza dopo un anno e mezzo di pandemia, a Milano due quindicenni si sono tolti la vita e una ragazzina di 12 anni è stata ricoverata in Rianimazione, in gravissime condizioni, per un tentativo di suicidio.

La Procura di Milano ha aperto un’indagine a carico di ignoti con l’ipotesi di istigazione al suicidio. Una delle due vittime, un ragazzino, si è gettato dal balcone di casa, al dodicesimo piano, lunedì pomeriggio. L’altra vittima, una ragazza di quindici anni, alle 7 del mattino si è buttata dal settimo piano del palazzo in cui viveva. È ricoverata gravissima all’ospedale di Niguarda un’altra ragazza, di dodici anni, che alle 8, prima di andare a scuola, si è lanciata dalla finestra della sua abitazione al quarto piano. Polizia e Procura dei Minori del tribunale di Milano stanno cercando di capire le motivazioni e di accertare le cause che possono avere provocato gesti così estremi.

Molti studi sulla pandemia e sulla fase di ritorno a una diversa normalità rispetto a quella che conoscevamo hanno rilevato che gli studenti soffrono di un elevato livello di stress e che sono conseguentemente aumentati i problemi emotivi e il numero di suicidi.

Le età più a rischio sono quelle delle transizioni, dei grandi cambiamenti, come quello del passaggio da media a superiori. La fine della dad e il ritorno a scuola comportano per i giovani grande incertezza e tante aspettative che, se deluse, possono andare a pesare su fragilità e condizioni difficili pre-esistenti. Inoltre, durante l’emergenza sanitaria e i lockdown, sono aumentati gli episodi di violenza domestica e si sono aggravate piaghe come il cyberbullismo, il revenge porn e altre condotte online lesive della personalità altrui. Non si sottovalutino queste emergenze che rappresentano l’altra faccia della pandemia.

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Pandemia di Covid e disagio mentale: 
raddoppiati i tentativi di suicidio tra adolescenti

La mancanza di relazioni non virtuali, l’assenza dalla scuola e una situazione di stress prolungato hanno inciso pesantemente su un equilibrio psicologico che, per alcuni, era precario. Nel secondo lockdown i ragazzi sono stati spesso soli, più che nel primo. Il ruolo dei genitori


La cronaca del primo giorno di scuola in Lombardia (il 13 settembre) ha restituito la tragica notizia di tre casi di suicidio tra ragazzini, con due 15enni morti e una 12enne gravissima. Solo tre giorni prima, il 10 settembre, si ricordava la «Giornata mondiale per la prevenzione al suicidio» con un dato allarmante in primo piano: con la pandemia si è registrato un raddoppio dei tentati suicidi proprio tra gli adolescenti.

Autolesionismo e tentati suicidi raddoppiati

Il suicidio costituisce la seconda causa di morte nei giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni (la prima sono gli incidenti stradali) e l’autolesionismo colpisce in Europa circa 1 adolescente su 5. L’arrivo del Covid-19 e le relative restrizioni alla libertà, circolazione e didattica in presenza per i ragazzi hanno inciso pesantemente su un equilibrio psicologico che, per alcuni, era precario. Presso l’osservatorio dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù il numero delle consulenze specialistiche per ideazione suicidaria e tentativo di suicidio è quasi raddoppiato, così come le ospedalizzazioni per tali motivi: passate dal 17% nel gennaio 2020 al 45% del totale nel gennaio 2021. Per questo, l’ospedale ha predisposto un «Servizio per la gestione dell’autolesionismo e la prevenzione del suicidio in età evolutiva» che si offre come Centro di riferimento, con lo scopo di prendere in carico rapidamente i bambini e gli adolescenti che giungono al Pronto Soccorso, avviando quanto prima un inquadramento diagnostico e un trattamento integrato farmacologico per il paziente e psicoterapeutico per l’intero nucleo familiare. Il Servizio del Bambino Gesù è integrato da una linea telefonica per le consulenze psicologiche urgenti, attiva tutti i giorni 24 ore su 24.

Ragazzi che si tagliano

«L’autolesionismo esiste da sempre tra i ragazzi — spiega Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza del Bambino Gesù —: le statistiche ci dicono che almeno un 20% degli adolescenti in Italia e oltre il 25% nei Paesi del nord Europa fanno attività di autolesionismo, cioè si provocano danni corporali (anche non a scopo suicidario) perché questo comportamento, a loro dire, sarebbe in grado di “contenere” la loro angoscia interiore. È un fenomeno molto diffuso e sottovalutato, spesso associato a un disturbo mentale di tipo depressivo».

La solitudine

La pandemia ha peggiorato il fenomeno: al Bambino Gesù, nel mese di aprile 2020 il 61% delle consulenze neuropsichiatriche ha riguardato fenomeni di ideazione suicidaria e tentativi di suicidio (rispetto al 36% dell’aprile 2019). A gennaio 2021, durante la seconda ondata pandemica, il 63% delle consulenze è stato effettuato per ideazione suicidaria e tentativo di suicidio (rispetto al 39% del gennaio 2020). I comportamenti autolesivi (soprattutto lesioni da taglio) sono stati rilevati nel 52% dei ricoveri di gennaio 2021, in aumento rispetto al 29% dell’anno precedente.

«Questo periodo della pandemia si è portato dietro in generale uno stress individuale e collettivo che è durato moltissimo. I fattori di stress prolungati possono favorire la comparsa di disturbi mentali, anche quelli che stanno alla base di comportamenti autolesivi — illustra Vicari —. Non ci sono cause specifiche direttamente legate alla pandemia, ma, osservando le differenze tra il primo e il secondo lockdown, possiamo azzardare alcune ipotesi per spiegare l’aumento delle richieste di aiuto. Durante il primo lockdown abbiamo avuto una riduzione dei ricoveri e di accessi al pronto soccorso. Nel secondo lockdown abbiamo avuto un aumento degli stessi del 30%. Sicuramente nel primo lockdown ha giocato un ruolo il timore di andare in ospedale, ma non solo. Con il primo lockdown le famiglie sono rimaste chiuse in casa insieme: i genitori non andavano al lavoro e i ragazzi non andavano a scuola. Nel secondo lockdown i genitori sono tornati al lavoro, ma le scuole (ovviamente non tutte) sono rimaste chiuse. I ragazzi sono rimasti soli ed è quello che ci raccontano al Pronto Soccorso: ci manifestano la loro solitudine. Durante il secondo lockdown è venuta a mancare una rete di relazioni che consentisse di ammortizzare lo stress percepito così fortemente dagli adolescenti; relazioni positive e valide sia in famiglia, sia a scuola, che nel gruppo dei pari», dice l’esperto.

Non bastava chiamarsi ogni giorno al cellulare con gli amici?

«Le relazioni mediate dal cellulare non sono concrete e reali: i ragazzi non sono se stessi sui social, si abbelliscono, si “nascondono” — osserva Vicari —. I ragazzi imparano chi sono nel confronto reale con gli altri. Capiscono se sono simpatici, antipatici, altruisti o egoisti stando in mezzo agli altri, grazie ai commenti del gruppo dei pari. La relazione reale è fatta di comunicazioni non verbali, di manifestazioni corporali e queste si perdono nella relazione virtuale».

E le relazioni in DAD (Didattica A Distanza) con i professori?

«A scuola l’adulto non è soltanto, come nella DAD, il dispensatore di competenze, ma anche colui che stabilisce una relazione empatica con i ragazzi. Questo è mancato. È mancato il professore che la mattina ti vede con la faccia scura e ti chiede che cos’hai. La scuola è sempre più un’agenzia di collocamento per futuri disoccupati, cioè ci si preoccupa sempre più di promuovere competenze specifiche del mondo del lavoro piuttosto che il piacere di imparare, il gusto di conoscere le cose, la formazione dell’uomo e del cittadino. L’ambiente, però, è un modulatore fondamentale dei disturbi mentali», dichiara il professore.

In che senso?

«Nell 80% dei casi c’è una depressione o un disturbo dell’umore dietro le malattie mentali — chiarisce lo specialista —. In generale c’è una forte base genetica, una familiarità, che è il primo fattore di rischio, ma ci sono anche fattori di protezione, “modulatori” ambientali, come li chiamiamo noi, che possono favorire o meno la manifestazione del rischio biologico. Ad esempio, i traumi ripetuti nell’infanzia, l’incapacità e la difficoltà a costruire delle relazioni valide, la difficoltà a gestire le nostre emozioni: questi sono tutti i fattori di rischio che possono favorire la comparsa del disturbo mentale».

Come affronta lo stress un adolescente?

«In alcuni studi si dimostra che il modo in cui i ragazzi rispondono a uno stress è legato a come genitori vivono lo stress, cioè i genitori possono essere nei confronti di un minore contenitivi dell’ansia oppure no. Se i genitori sono contenitivi delle emozioni, cioè sono un supporto emotivo per i ragazzi, i ragazzi vivono molto meglio, se i genitori non lo sono, tutto si moltiplica, si amplifica», sostiene Vicari.

Quali sono i campanelli d’allarme?

«Sicuramente i cambiamenti. Un genitore si deve preoccupare se un ragazzino era solare, andava bene a scuola, aveva un sacco di amici, faceva attività sportiva, si godeva la vita e improvvisamente diventa cupo, triste, taciturno, non vuole più uscire di casa, non vede nessuno, non dorme, non mangia più. I cambiamenti che durano per mesi», spiega l’esperto.

Cosa dovrebbero fare (o non fare) i genitori?

«Come detto, possono amplificare o contenere il disagio dei ragazzi. Un genitore può essere un elemento che rinforza le capacità dei figli, oppure no. Ci sono genitori giudicanti o non giudicanti. Bisogna esserci, accettando l’idea che loro non vogliano parlarci, perché gli adolescenti sono così, devono viverci come una controparte, imparando chi sono grazie ai litigi con noi, è normale. E bisogna essere un modello per i figli, non fare da amici e confidenti. Questo richiede un grande equilibrio: i genitori per primi sono spaventati delle reazioni dei propri figli, tant’è che li accontentano in tutto; invece devono riscoprire il loro ruolo educativo», osserva lo specialista.

Quanto questo uso smodato dei cellulari contribuisce ai fattori di stress di cui abbiamo parlato?

«Non è lo strumento in sé, però ad esempio per spiegare il grande aumento disturbi mentali che stiamo osservando possiamo ipotizzare come concausa la deprivazione del sonno: molti ragazzi dormono meno, perdere ore di sonno aumenta l’irritabilità e si porta dietro una serie di fattori di rischio per i disturbi mentali», conclude Vicari.
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