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lunedì 23 agosto 2021

«La strada per l’incontro con Dio: la relazione con Cristo e i fratelli.» Papa Francesco Angelus 22/08/2021 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 22 agosto 2021


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo della Liturgia odierna (Gv 6,60-69) ci mostra la reazione della folla e dei discepoli al discorso di Gesù dopo il miracolo dei pani. Gesù ha invitato a interpretare quel segno e a credere in Lui, che è il vero pane disceso dal cielo, il pane della vita; e ha rivelato che il pane che Lui darà è la sua carne e il suo sangue. Queste parole suonano dure e incomprensibili alle orecchie della gente, tanto che, da quel momento – dice il Vangelo –, molti suoi discepoli tornano indietro, cioè smettono di seguire il Maestro (vv. 60.66). Allora Gesù interpella i Dodici: «Volete andarvene anche voi?» (v. 67), e Pietro, a nome di tutto il gruppo, conferma la decisione di stare con Lui: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo conosciuto e creduto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69). Ed è una bella confessione di fede.

Soffermiamoci brevemente sull’atteggiamento di chi si ritira e decide di non seguire più Gesù. Da cosa nasce questa incredulità? Qual è il motivo di questo rifiuto?

Le parole di Gesù suscitano un grande scandalo: Egli sta dicendo che Dio ha scelto di manifestare se stesso e di attuare la salvezza nella debolezza della carne umana. È il mistero dell’incarnazione. E l’incarnazione di Dio è ciò che suscita scandalo e che rappresenta per quella gente – ma spesso anche per noi – un ostacolo. Infatti, Gesù afferma che il vero pane della salvezza, che trasmette la vita eterna, è la sua stessa carne; che per entrare in comunione con Dio, prima di osservare delle leggi o soddisfare dei precetti religiosi, occorre vivere una relazione reale e concreta con Lui. Perché la salvezza è venuta da Lui, nella sua incarnazione. Questo significa che non bisogna inseguire Dio in sogni e immagini di grandezza e di potenza, ma bisogna riconoscerlo nell’umanità di Gesù e, di conseguenza, in quella dei fratelli e delle sorelle che incontriamo sulla strada della vita. Dio si è fatto carne. E quando noi diciamo questo, nel Credo, il giorno del Natale, il giorno dell’annunciazione, ci inginocchiamo per adorare questo mistero dell’incarnazione. Dio si è fatto carne e sangue: si è abbassato fino a diventare uomo come noi, si è umiliato fino a caricarsi delle nostre sofferenze e del nostro peccato, e ci chiede di cercarlo, perciò, non fuori dalla vita e dalla storia, ma nella relazione con Cristo e con i fratelli. Cercarlo nella vita, nella storia, nella vita nostra quotidiana. E questa, fratelli e sorelle, è la strada per l’incontro con Dio: la relazione con Cristo e i fratelli.

Anche oggi la rivelazione di Dio nell’umanità di Gesù può suscitare scandalo e non è facile da accettare. È quello che San Paolo chiama la “stoltezza” del Vangelo di fronte a chi cerca i miracoli o la sapienza mondana (cfr 1 Cor 1,18-25). E questa “scandalosità” è ben rappresentata dal sacramento dell’Eucaristia: che senso può avere, agli occhi del mondo, inginocchiarsi davanti a un pezzo di pane? Perché mai nutrirsi assiduamente di questo pane? Il mondo si scandalizza.

Di fronte al gesto prodigioso di Gesù che con cinque pani e due pesci sfama migliaia di persone, tutti lo acclamano e vogliono portarlo in trionfo, farlo re. Ma quando Lui stesso spiega che quel gesto è segno del suo sacrificio, cioè del dono della sua vita, della sua carne e del suo sangue, e che chi vuole seguirlo deve assimilare Lui, la sua umanità donata per Dio e per gli altri, allora non piace, questo Gesù ci mette in crisi. Anzi, preoccupiamoci se non ci mette in crisi, perché forse abbiamo annacquato il suo messaggio! E chiediamo la grazia di lasciarci provocare e convertire dalle sue “parole di vita eterna”. E Maria Santissima, che ha portato nella carne il Figlio Gesù e si è unita al suo sacrificio, ci aiuti a testimoniare sempre la nostra fede con la vita concreta.


Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

saluto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini di diversi Paesi. Tanti Paesi sono qui, vedo nelle bandiere…

In particolare, saluto i sacerdoti e i seminaristi del Pontificio Collegio Nord Americano – sono lì –; come pure le famiglie di Abbiategrasso e i motociclisti del Polesine.

Anche questa domenica sono contento di salutare diversi gruppi di giovani: da Cornuda, Covolo di Piave e Nogaré nella diocesi di Treviso, da Rogoredo a Milano, da Dalmine, da Cagliari, da Pescantina presso Verona, e il gruppo di scout di Mantova. Cari ragazzi e ragazze, molti di voi avete fatto l’esperienza di un lungo cammino insieme: che questo vi aiuti a camminare nella vita sulla via del Vangelo. E saluto anche i ragazzi dell’Immacolata.

Auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video


domenica 22 agosto 2021

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXI Domenica T.O. - B


Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)


Preghiera dei Fedeli

  XXI Domenica T.O. - B

22 agosto 2021

Colui che presiede

Fratelli e sorelle, dopo aver ascoltato la Parola, che oggi il Signore ha voluto rivolgere a tutti noi, disponiamoci a rispondere ad essa innalzando al Signore le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/  Ravviva la nostra fede, Signore


Lettore 

  • L’azione del tuo Santo Spirito, Signore Gesù, sigilli la tua Chiesa nella comunione con Te e la renda sempre più conforme al mistero che celebra. L’Eucarestia domenicale diventi per tutto il popolo cristiano sorgente cui attingere per la vita di ogni giorno e la meta verso cui orientare tutto l’operare umano. Preghiamo.
  • Il tuo Spirito di amore, Signore Gesù, impregni tutte le relazioni tra i popoli, tra le varie confessioni religiose e tra i vari Stati nazionali. Pieghi la durezza dei cuori umani, perché siano resi possibili veri percorsi di riconciliazione in Afghanistan, in Iraq, in Etiopia, in Palestina ed in tutti gli altri Paesi dove sono operanti la guerra, la violenza e il cinismo per il dolore dell’altro. Preghiamo.
  • Ti vogliamo pregare in modo particolare, Signore Gesù, per la popolazione di Haiti, così provata dal malgoverno, dalla miseria, dai terremoti, dalle tempeste tropicali, dalle malattie, ma soprattutto dall’indifferenza dei popoli del benessere e del consumo senza misura. Preghiamo.
  • Ti affidiamo, Signore Gesù, le nostre vite, il nostro desiderio di seguirti come veri discepoli che ascoltano la tua Parola e la mettono in pratica. Perdona le nostre incoerenze, i nostri compromessi con una mentalità mondana che riduce l’altro ad un semplice oggetto di consumo, le nostre idee di libertà che sanno tanto di esaltazione del proprio egoismo. Nella tua misericordia aiutaci a superare lo scandalo del “pane di vita spezzato”, cioè dell’amore gratuito e fedele. Preghiamo.
  • Davanti a te, Signore Gesù, pane di vita, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti e delle vittime del coronavirus [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche degli immigrati morti nel mare o nelle stive dei barconi, e delle vittime dell’odio religioso e razziale. Dona a tutti la pace del tuo Regno. Preghiamo.

Colui che presiede 

Signore Gesù, accogli la nostra preghiera, affinché impariamo a vivere il Senso vero della vita e delle relazioni umane, che Tu ci ha insegnato facendoti pane spezzato per tutti. Te lo chiediamo perché sei nostro Fratello e Signore, vivente nei secoli dei secoli.

 R/  AMEN.




"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 42/2020-2021 anno B

 "Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO B

Vangelo:



«Dura è questa Parola, chi può ascoltarla?». Mangiare la carne e bere il sangue del Figlio dell'Uomo è proprio duro da intendere, davvero inaccettabile per chi, invece, attende un Messia glorioso e forte, che tutto e tutti sottomette alla sua volontà con la violenza. Per costoro, Gesù rappresenta una vera delusione, egli infatti non realizza ma capovolge i loro sogni messianici, anche quelli dei discepoli e degli apostoli. Gesù dichiara con franchezza che la salvezza del mondo passa inevitabilmente attraverso il suo sacrificio cruento (carne e sangue), che lui non è venuto a sottomettere gli uomini, ma a servirli fino a dare la sua vita per amore, che lo scandalo della croce non è una maledizione di Dio e una vergogna per gli uomini, bensì giudizio di salvezza per ogni uomo, perché svela, finalmente, il volto autentico di un Dio che, in Gesù, ama i suoi figli fino al dono totale di sé, un amore che è anche per coloro che lo uccidono. Anche oggi la Chiesa soffre lo scandalo della croce, di una vita spezzata e condivisa fino alle estreme conseguenze. Per noi mangiare e bere il Corpo e il Sangue di Gesù vuol dire assimilare la vita del Maestro, per poi incarnarla nella storia degli uomini di tutti i tempi «per fare della storia umana una storia salvifica, per mettere dentro alle nostre storie di violenza, divisioni, inimicizie, autentiche dinamiche di pace e amore, forze liberatrici e di pace» ( Arturo Paoli )


sabato 21 agosto 2021

A CASA DA TE - «Volete andarvene anche voi?» C'è un velo di tristezza in Gesù. Ma anche un forte appello alla libertà: siate li­beri e fieri, andate o restate, ma sce­gliete dove vi porta il cuore. - XXI Domenica T. O. / B - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

A CASA DA TE
 

«Volete andarvene anche voi?» C'è un velo di tristezza in Gesù. 
Ma anche un forte appello alla libertà: siate li­beri e fieri, 
andate o restate, ma sce­gliete dove vi porta il cuore.
 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire
Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre» (...) Gv 6,60-69

per i social

«Volete andarvene anche voi?» C'è un velo di tristezza in Gesù. Ma anche un forte appello alla libertà: siate li­beri e fieri, andate o restate, ma sce­gliete dove vi porta il cuore.

A CASA DA TE

La parola centrale di oggi è "vita". Parola che non indica solo l'esistenza, ma ogni cosa pensata e raccolta sotto questo nome. Ad accompagnarla é lo “spirito”, parola che indica il soffio, sottile e vivo come un respiro.

«Le mie parole sono spirito e vita». L'atto supremo di Dio è e resta questo: dare vita, ora e per sempre.

Il Vangelo riporta un insuccesso di Gesù nella sua terra, tra i suoi. Succede a Cafarnao, teatro di miracoli e insegnamenti: molti dei suoi discepoli si tirano indietro e non lo seguono più a causa, dicono, di un linguaggio duro, scandaloso. Gesù non lo nega.

Il vero scandalo è quando il vangelo per me non è più in salita, quando non mi contesta, e accade perché ho versato acqua nel suo vino inebriante, e l'ho impoverito, addomesticato, facendogli perdere la sua forza di opposizione alla mentalità corrente, e alla mia. Il sale ha perso sapore, e non brucia più sulle ferite.

Alcuni, a gara, cancellano le pagine dure del vangelo. Dure non perché indicano rinunce o privazioni o pareti vertiginose da scalare, ma perché chiamano alla trasfigurazione, a pensare in grande, a volare alto, a capovolgere l'immagine di un Dio che abbandona la potenza, che rinnega gli ingressi trionfali nella storia, e si fa lieve come un'ala, piccolo come un piccolo pezzo di pane, che entra, nutre e scompare... Un Dio capovolto.

«Volete andarvene anche voi?» C'è un velo di tristezza in Gesù. Ma anche un forte appello alla libertà di ciascuno: siate li­beri e fieri, andate o restate, ma sce­gliete dove vi porta il cuore.

E Pietro risponde, a nome nostro: «Da chi andremo?». Lui che ha conosciuto la durezza delle parole del maestro, quel Pietro che balbetterà di paura, scopre l'altro linguaggio di Gesù: «Tu solo hai parole che fanno vivere». Tu solo.

La parola è una cosa povera e splendi­da: solo una vibra­zione, un soffio leggero che spalan­ca porte e fa rotolare pietre dai sepolcri che apre strade e nuvole e incontri, che porta carezze e in­cendi. Verbo primordiale che crea.

Tu solo, Signore! Ma da chi mai potremmo andare? Pietro poteva tornare alla sua bar­ca. Betsaida è lì accanto, ma quello era appena soprav­vivere, non era vivere dav­vero e per sempre, non c’è barca che valga o trasporti l’eternità del cuore.

Tu solo! Dichiarazione di amore geloso ed esclusivo come fuoco scoppiettante: solo le parole che tu crei per me fanno viva, finalmente, la mia vita. Il cielo non è muto! Dio parla e la sua parola creatrice trova casa proprio in me.

Volete andarvene anche voi? Io no, non me ne vado, Signore. Non ti lascio, io scelgo te, perché la tua casa è qui. E io la vedo.


per Avvenire

Giovanni mette in scena il resoconto di una crisi drammatica. Dopo il lungo discorso nella sinagoga di Cafarnao sulla sua carne come cibo, Gesù vede profilarsi l'ombra del fallimento: molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. E lo motivano chiaramente: questa parola è dura. Chi può ascoltarla? (...)




ZUPPI: "Abbiamo tutti tanto bisogno di alzare gli occhi al cielo per camminare sulla terra" (Testo e video)

"Abbiamo tutti tanto bisogno
di alzare gli occhi al cielo
per camminare sulla terra"
don Matteo Zuppi, 
Cardinale e arcivescovo di Bologna

15 agosto 2021 omelia 
Solennità dell’Assunta
Bologna, Villa Revedin




Abbiamo tutti tanto bisogno di alzare gli occhi al cielo per camminare sulla terra. Per orientarsi sulla terra bisogna sempre riferirsi all’alto! In effetti gli uomini vivono bene sulla terra proprio quando trovano il cielo, si lasciano guidare perché la vita esprime e chiede sempre qualcosa di più grande, “bello”, definitivo.

Per camminare dobbiamo scrutare la vertiginosa grandezza del cielo, perché il cielo ci ricorda il limite evidente della nostra vita, limite che a volte ci schiaccia, e ci sentiamo da esso umiliati. Però il cielo contiene anche il futuro, il mondo oltre il limite del nostro mondo che è la morte, frontiera con cui ci misuriamo continuamente.

Quanto è vero che più cancelliamo la morte – con i suoi tanti e inquietanti semi e con i suoi riflessi quotidiani come il dolore o la solitudine – più questa ci rincorre, ci riempie di paure, provoca un’ansia profonda che toglie il respiro come quando avvertiamo la nostra fragilità o l’incertezza e la vanità del nostro cammino.

Non basta riempire il nostro tempo di cose da fare, i nostri occhi con le infinite immagini di una navigazione perenne, il cuore di contatti virtuali. Quello di cui abbiamo bisogno è la risposta alla domanda sul senso della vita, a quel pezzo di cielo che abbiamo dentro che è il desiderio di amore vero, pieno, senza fine.

È una dimensione spirituale e interiore, ma non per questo meno concreta, fisica, corporale, che coinvolge tutto noi stessi, anima e corpo. La risposta è solo l’amore, perché questo realizza la vita e la comunica. Perciò Dio ha scelto di condividere la nostra condizione umana proprio perché vuole che diventi piena. È la nostra fede: quell’uomo che si chiama Gesù, figlio di Maria, proprio Lui è il figlio di Dio che si è manifestato per aprire agli uomini del mondo la via del cielo.

Dio conosce e ama la nostra debolezza, ci insegna a condividere il pane perché solo così ce ne sarà per tutti sulla terra, ma allo stesso tempo ci ricorda che non di solo pane vive l’uomo. Il pane materiale non sfama l’anima. Maria, che Dio lo ha generato uomo alla vita del mondo, è la prima a nascere alla vita del cielo, uscendo – dolorosamente come è sempre la morte – dal grembo di questo mondo, per entrare nella pienezza della vita, portata in cielo con il suo corpo.

È la prima con il suo corpo. Gesù lo aveva detto che andava a preparare un posto nella casa del Padre per poi tornare e prenderci con Lui, perché la via della vita non finisca nel nulla o non si chiuda su se stessa, come un cerchio che si completa ma anche finisce in sé.

Dante per spiegare questo scrive che la nostra vita si «inciela», che la nostra mente si «imparadisa», cioè diviene capace di vedere le cose celesti, di cercare il cielo e raggiungerlo. Siamo fatti così tanto per il cielo che stiamo bene sulla terra quando viviamo come il Signore ci indica: amando come Lui ci chiede e lasciandoci amare da Lui. Per questo i piccoli, gli umili come Maria, e non i dotti e gli intelligenti, comprendono il segreto del regno! Maria resta umile perché al centro della sua vita c’è Gesù, ama solo Lui, tutta la sua vita è per Lui.

È leggera, perché non è piena di sé, dei confronti, dei giudizi, della considerazione che rende tutto pesante e complicato. Maria ci aiuta a “incielarci” perché la vita sulla terra sia piena e perché vediamo fin da adesso la speranza che non finisca nel buio del sepolcro.

Celebriamo questa festa in tempi ancora così pesanti, difficili, umilianti che ci vedono schiacciati sulla terra e sembra inutile preoccuparci del cielo. E quanto è facile, pericoloso e stolto montare di orgoglio! Ma sono anche tempi in cui tutti ci siamo riproposti la domanda del nostro futuro, del senso, della vita oltre il suo limite.

Non cerchiamo una vita da benessere pornografico come quello proposto dal mondo! Gesù non assicura una vita senza dolore, dove il male è sconfitto senza di noi e ad ognuno è assicurato il diritto alla sua felicità individuale. Gesù assicura l’amore e ci indica servire con amore il prossimo come unica via per vivere bene. Non c’è gioia senz’amore. Non c’è vita, senz’amore.

La nostra gioia è quella di Maria che impara da suo figlio. Solo l’amore fa affrontare la croce e solo l’amore la vince, tanto che anche Gesù la vince amando fino alla fine e affidandosi all’amore del Padre. Non c’è gioia senza restare sotto la croce. Nascondendo il dolore, che tanta parte ha nella nostra condizione umana, riveliamo solo un’idea di benessere che rende la sofferenza addirittura una colpa da nascondere, di cui vergognarsi e non una sfida che ci deve rendere più vicini, solidali, attenti, consapevoli.

Chi scappa dalla croce fa sentire chi è sulla croce doppiamente sconfitto. In questi mesi abbiamo sperimentato tanta sofferenza, che ci ha reso fragili, a volte rabbiosi, altre isolati. Aiutiamo questa madre a non lasciare solo nessuno nella sofferenza.

E la festa di oggi, Maria Assunta in cielo, ci ricorda che la vita eterna non è post-umana, ma la pienezza dell’umano. Il nostro corpo verrà trasformato, non sostituito o perduto. «La festa sta per cominciare» cantava un prete morto giovane di Covid, «la festa della fine del male sulla riva del mare di Dio».

Insomma, il più bello deve venire. Dio ama e salva l’uomo intero, cioè anima e corpo. Servire Dio soltanto con il corpo ci riduce a schiavi, a forza lavoro; servirlo soltanto con l’anima renderebbe vana la nostra condizione umana, così fisica. Nelle raffigurazioni bizantine, Maria che muore non è da sola, ma circondata da tutti i discepoli e apostoli. La tradizione vuole che intorno a Maria miracolosamente furono portati gli apostoli.

Hanno bisogno della madre e Lei dei suoi figli, quelli che Gesù Le ha affidato. Penso alla disumana solitudine che ha circondato e circonda la morte di tante persone. Quanta amara sofferenza! Nell’amore, anche quando non ci sono fisicamente, questi legami si sentono, rassicurano, ma anche cercheranno di fare tutto il possibile perché siano concreti, fisici, coinvolgano tutta la nostra e loro vita. Proprio come Maria, perché alla fine della sua vita con il suo corpo viene dolcemente presa in braccio da Gesù che la «inciela», la conduce nella sua casa, perché siamo fatti per il cielo, per quell’«amor che move il sole e l’altre stelle».

GUARDA IL VIDEO
ONORIAMO MARIA, NOSTRA MADRE,
AMANDOCI TRA DI NOI 
Omelia del 14.08.2021
Santuario della Beata Vergine della Rocca, (Cento, FE)


“Dialogo è andare e venire dal mondo dell’altro…” di Giovanni Salonia, psicoterapeuta

“Dialogo è andare e venire dal mondo dell’altro…”
di p. Giovanni Salonia
Direttore dell'Istituto
di Gestalt Therapy hcc Kairòs gtk


Pubblicato su "La Sicilia" il 25.07.2021

Un uomo naufraga su un’isola deserta e resta lì, da solo, per cinque anni. Tra i detriti dell’aereo c’è un pallone di beach volley con una W stampigliata sopra. Con il sangue delle proprie ferite il naufrago, che si chiama Chuck Noland, dipinge un volto sulla superficie del pallone, lo battezza con il nome di Wilson (Mr. Wilson dunque) e inizia con lui un dialogo inesausto, che lo accompagna per tutta la sua permanenza sull’isola. Sulla zattera che lo porterà via, Chuck rischierà di annegare pur di provare a salvare (inutilmente) Mr. Wilson caduto accidentalmente in acqua. È la storia di Cast Away, un celebre film di vent’anni fa. Wilson è una delle rappresentazioni significative del bisogno più antico e sempre attuale dell’essere umano: il dialogo. Il dialogo (per nulla monologo) tra Chuck e Wilson, tra pause silenziose e colme di significato, ci insegna che comunicare attraverso la parola è per l’essere umano come respirare. L’apnea la gestiamo e la sopportiamo, ma solo per brevi momenti, perché l’aria nei polmoni sappiamo quanto sia vitale. Silenzio è solitudine. E la solitudine è sopportata come l’apnea della nostra emotività, del nostro corpo bisognoso dell’altro, della nostra anima tutta.

Pronunciare parole per esprimere sentimenti, emozioni, parlare insomma, è una delle cruciali conquiste di un individuo, sin dalla nascita. Abbiamo imparato ad esprimerci a partire dai suoni confusi fino alle lallazioni, per approdare gradualmente alle frasi più semplici e via via le più complesse. Parlare è la risposta istintiva alla nostra innata fame di comunicazione, di confronto, di necessità di arrivare all’altro. E di essere raggiunti dall’altro. Di riflesso, diventa una delle perdite più dolorose e significative dell’età avanzata o della malattia, quando un corpo affaticato riesce a stento a comunicare la propria sofferenza, il proprio disagio, la propria stanchezza. L’isolamento emotivo che ne consegue sarà preludio alla morte dell’anima prima ancora di quella del corpo.

Che sia puro linguaggio verbale arricchito da toni, pause, esclamazioni, o che si tratti di comunicazione scarna, concisa e avara di accenti, certamente nasciamo desiderosi e bisognosi di comunicare. Innanzitutto per la sopravvivenza del corpo, dalla ricerca del cibo a quella del posto accogliente dove riposare. Poi per la sopravvivenza della nostra dimensione spirituale e intellettiva, perché lo scambio di opinioni, di frustrazioni, di idee, progetti e delusioni e di qualsiasi altra esperienza emotiva rappresenta il perno della nostra individualità concepita in un mondo abitato da umani. Senza troppe riflessioni, di istinto quasi, siamo pronti ad intavolare un discorso a voce alta anche da soli, rivolgendoci a noi stessi, se casomai le preoccupazioni prendono il sopravvento o se da troppo tempo non riusciamo a parlare con qualcuno. Come se ascoltare un dialogo a voce alta, anche solo con sé stessi, più che subirlo nel silenzio illusorio della mente, potesse rendere meno ingarbugliata la matassa, potesse mettere in ordine le idee, anche le più articolate.

Vivere è dialogare. Il poeta ce lo ricorda: «Sin dall’inizio siamo un colloquio». E forse anche prima. Il nostro corpo prende corpo prima di esserci, nelle parole di chi ci attende. E anche quando non ci saremo più continueremo ad avere corpo nelle parole di chi di si ricorda di noi e delle nostre parole. Nessuno nasce quando nasce né muore quando muore. Le parole generano il nostro corpo prima che venga al mondo e lo mantengono in vita quando è andato via da questo mondo. Le parole poi tessono e riempiono le nostre esistenze. Sono le parole, infatti, che danno il sapore – dolce, amaro, agrodolce – alle nostre giornate. A tal punto che possiamo sospettare che anche la qualità del nostro sonno venga decisa dalle “parole”: quelle che abbiamo ascoltato, quelle che abbiamo generato, e anche quelle non dette e persino quelle taciute a noi stessi.

A questo punto molte sono le domande che emergono nel e dal fiume delle parole. La prima, la più semplice: perché a volte le parole sembrano autostrade nelle quali possiamo esprimerci in pienezza e leggerezza e possiamo godere l’incontro con l’altro come una danza, mentre altri giorni ci sentiamo inceppati, ci sentiamo prigionieri delle parole che si attorcigliano e non si aprono, come fossimo in un labirinto da cui non riusciamo a venir fuori?

Ripensiamo alle nostre vicende relazionali. E ci accorgiamo come a volte l’essere diversi ci separa, altre volte ci unisce, e purtroppo non poche volte ci crea illusioni. Doloroso è scoprire dopo tempo che quella che pensavamo fosse intesa in realtà era solo un gioco di fraintendimenti e di attese, di bisogni e di paure. Forse, allora, il primo compito della parola è creare luoghi in cui i mondi diversi si riconoscano come diversi, senza ridimensionare o negare le differenze. Quando due diversi mondi interiori sono condivisi, si genera un’esperienza nuova (terza), si apre il mondo della traità, l’unico luogo in cui ci si può incontrare senza orgoglio e senza paura.

L’incomunicabilità è prodotta dal chiudersi nel proprio mondo considerandolo l’unico possibile. Condividerlo come il ‘mio’ mondo, fatto dei miei vissuti, dei miei significati, senza pretese di oggettività o di superiorità ma con l’umile e realistico riconoscimento della mia soggettività, apre strade inedite e creative. Non è facile. Siamo troppo abituati, ad esempio, ad esprimerci in questi termini: «Film stupendo!», «Poesia magnifica!», «Sei antipatico!». Crediamo di essere sinceri parlando così ma in verità non siamo autentici, siamo lontani dal nostro mondo interiore. Non può esserci dialogo sul registro delle valutazioni assolute, delle generalizzazioni. Un dialogo vero inizia dalla condivisione soggettiva: «Mi è piaciuto quel film, quella scena, quella battuta mi è risuonata dentro»; «quando ho letto ‘sii fiore’ nella tua poesia mi sono commosso»; «Mi irrito quando dici queste cose, mi sento non visto». Da questo clima di condivisione e di ascolto si formano incontri profondi, generativi di relazioni significative. L’ascolto richiede la stessa dinamica. Prima di rispondere «anche io!», di fare inchieste, di contestare, di obiettare, bisogna accertarsi di aver compreso il mondo dell’altro nella sua unicità. Solo così si creerà il clima di incontro tra umani, compagni di viaggio. Dialogo è andare e venire dal mondo dell’altro al mondo mio. Dopo, molto dopo, sarà il tempo di precisare, di confrontarsi e ciò risulterà arricchente, sarà una crescita nella conoscenza di me e dell’altro. Le obiezioni che emergono dopo la condivisone diventano occasione di crescita. Ci accorgeremo che a volte le obiezioni dell’altro mettono parole alle obiezioni che dentro di noi erano già pronte ad essere consapevolizzate. L’altro è il nostro ‘oltre’. L’”in-contro” accade proprio quando si coniugano l’”in” dell’andare verso (delle affinità) con il “contro” (delle differenze).

E proprio nell’importanza del dialogo intravediamo l’implicita pericolosità del silenzio, scelto o subìto che sia. Le peggiori incomprensioni sono troppo spesso figlie della scarsa o inesistente comunicazione tra due persone, e le tensioni inevitabilmente tendono ad acuirsi se continuano ad essere nutrite da inutile orgoglio silenzioso. Educare al dialogo, educare a costruire relazioni intelligenti (Martello), dovrebbe essere prossimo e continuo obiettivo per le nostre anime impaurite. Denominatore comune dell’origine degli squilibri è senza dubbio l’assenza del dialogo. Il potere delle parole e del calore trasmissibile attraverso di esse è il grande dono che troppo spesso tratteniamo in noi.

Forse è proprio il poeta a donarci il filo d’Arianna capace di entrare nel labirinto e di attraversare le parole, alla ricerca delle anime:


Quando ti parlo, mi duole che tu risponda
a quel che dico, e non al mio amore.
[…] tu pronunci parole che hanno senso
e ti dimentichi di me; anche se parli
solo di me, non ti rammenti che io ti amo.
Ah, non chiedermi nulla; piuttosto parlami
in modo che pure se fossi sorda,
ti sentirei soltanto col cuore (Pessoa).

(Fonte: sito ufficiale)

Vedi:
- il sito ufficiale dell'’Istituto di Gestalt Therapy hcc Kairòs gtk

venerdì 20 agosto 2021

Kabul: quanto può essere grande l'amore e il dolore di un genitore che rinuncia al proprio figlio nella speranza di dargli un futuro?

Kabul: quanto può essere grande l'amore e il dolore di un genitore che rinuncia al proprio figlio nella speranza di dargli un futuro?



Le immagini drammatiche dall’Afghanistan


«È stato orribile, le donne hanno lanciato i loro bambini oltre il filo spinato» all’aeroporto «chiedendo ai soldati di prenderli». È il drammatico racconto a Skynews di un alto ufficiale afgano, che ha aggiunto che alcuni bimbi «sono rimasti impigliati nel filo spinato». Nelle immagini che girano su Twitter le immagini dei bambini afghani passati di mano all’aeroporto di Kabul.
Nessun bambino non accompagnato sarà portato fuori dall’Afghanistan: lo ha messo in chiaro, citato da Sky News, il segretario alla Difesa britannico, Ben Wallace, dopo che la stessa emittente ha riportato la notizia di madri afghane disperate che non riuscendo a entrare nell’aeroporto di Kabul lanciavano i loro bambini oltre il filo spinato nella speranza di metterli in salvo affidandoli ai militari britannici. Il ministro ha spiegato all’emittente che il governo semplicemente «non può prendersi in carico un minore solo», aggiungendo che i bambini saranno assistiti insieme alle loro famiglie.
(fonte: CorriereTv)

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Il dolore del distacco 
in cambio di un possibile futuro lontano dalla violenza

Spesso mi viene detto “tu non hai figli, non puoi capire!”. Ho sempre trovato questa frase presuntuosa e fuori luogo, eppure oggi sono felice di non poter capire.

Perché separarsi dal proprio figlio, correndo il reale rischio di non rivederlo mai più, non credo possa essere paragonato a nessun altro dolore.


LE MAMME AFGANE E IL FUTURO OLTRE IL FILO SPINATO

Da quando i militari americani hanno lasciato Kabul, da quando i Talebani sono rientrati in città, ogni desiderio di libertà si è dissolto portando via con sé quella parvenza di diritti che in questo ventennio l’occidente si è vantato di aver esportato.

Va da sé che il futuro non esiste, soprattutto per le donne afgane. E se il futuro non esiste, l’impotenza prende il sopravvento fino a trasformarsi in ultimi atti di coraggio e disperazione.

Ed ecco che le mamme afgane hanno baciato i loro bimbi, forse per l’ultima volta, prima di consegnarli oltre il muro di filo spinato, consegnandoli tra le braccia dei soldati americani, consegnandoli ad una possibilità. Ad un forse. Ad un domani che l’Afghanistan, al momento, non ha.
(fonte: CorriereCe, articolo di Roberta Magliocca 20/08/2021)

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Quei piccoli afghani, i valori e le scelte. 
Per guardare ancora i figli
di Marina Corradi

La bambina vestita di rosa sta in cima a una scala a pioli appoggiata sul muro. Di qui è Afghanistan, di là ci sono i soldati dell’Esercito britannico, all’aeroporto di Kabul. Dietro alla bambina una folla accalcata, in un tremendo vociare di grida, di nomi urlati, di invocazioni. Di qui è Afghanistan, e per molti, coinvolti con gli occidentali, la certezza che i talebani li verranno a cercare. Di là, appena oltre il muro sottile, la salvezza. La bambina in rosa chissà come è riuscita ad arrivare a pochi centimetri dal confine fra i due mondi, spinta da una madre o un padre ostinati nella disperazione: che la figlia, almeno, si salvi. Tende la mano a un soldato, proprio di fronte a lei. Quello la guarda, esita.

L’obiettivo del video adesso muove verso un’altra angolazione. C’è un’altra bambina esile esile, con una gonna bianca larga, sembra una farfalla. Lei il muro lo passa subito, afferrata dalle grosse mani di un soldato. C’è un bebè con una tutina verde chiaro che pare galleggiare sulla folla, tenuto in alto sopra le teste, come su un fiume: come un piccolo Mosè che la madre tenta di strappare alla ferocia del nemico. Sono immagini di poche ore fa e insieme antiche di millenni, quelle dell’aeroporto di Kabul, di padri e madri che a ogni costo cercano la vita per un figlio, per una figlia.


​Accadeva negli assedi di secoli bui, di cui non abbiamo più memoria. Accade oggi al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, è accaduto sulla rotta balcanica delle migrazioni, accadde in anni recenti lungo il Muro di Berlino e altrove. Bambini afferrati e spinti oltre, o addirittura, come ha testimoniato un ufficiale britannico a Sky News, lanciati oltre la cortina di filo spinato e rimasti per qualche minuto impigliati, come passeri nelle reti dell’uccellagione. Quando delle mani, di là, li prendono, dalle madri un urlo di sollievo: è in salvo – credono. Ma, appena dopo, quale buco si deve aprire nel loro petto, nel percepire le proprie braccia vuote. Come se oltre al muro avessero lanciato il cuore.

...

Comunque, l’Europa non mostra in queste ore il più nobile dei volti. Paura del terrorismo, crisi da pandemia, nazionalismi e calcoli elettorali: a chi interessano davvero i profughi afghani, le donne minacciate, e i bambini?

Certo, ci fa male assistere a quel tracimare di disperazione, alla folla che preme, le mani tese a protendere carte: inutili documenti, o implorazioni? Poi, distratti, o rassegnati all’impotenza, clicchiamo su altro. Nell’ultimo frame di quel video la bambina vestita di rosa viene sollevata da un soldato inglese: è passata. Scompare oltre il muro. Che ne sarà? Sua madre, non la vediamo. Avrà gridato di gioia, vedendola andare. E appena dopo, quale vertigine le si è aperta nel cuore? (Pare impossibile, che il piccolo cuore umano possa contenere abissi tanto grandi). È in questo che noi della Fortezza Europa dovremmo saperci immedesimare, almeno – per potere ancora guardare i nostri figli, questa sera.


E ora che ne sarà delle donne in Afganistan? La testimonianza di Malala, Maryam Sadaat e Shamsia Hassani

 E ora che ne sarà delle donne in Afganistan?

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L’appello di Malala: 
“Ora salvate le mie sorelle afghane”
di Malala Yousafzai

Negli ultimi vent’anni milioni di donne e bambine afghane hanno ricevuto un’istruzione. Ora il futuro che è stato promesso loro è pericolosamente vicino a svanire. I talebani, che prima di essere estromessi dal potere vent’anni fa vietavano a quasi tutte le bambine e le donne di frequentare la scuola e impartivano severe punizioni a quelle che li sfidavano, sono tornati al potere. Come molte donne, temo per le mie sorelle afghane.

© Fornito da La Repubblica Malala Yousafzai

Non posso fare a meno di pensare alla mia infanzia. Nel 2007, quando i talebani presero il controllo della mia città natale nella valle di Swat, in Pakistan, e poco dopo vietarono a tutte le bambine di andare a scuola, io nascondevo i libri sotto il mio scialle lungo e voluminoso e andavo a scuola a piedi, piena di paura. Cinque anni dopo, quando avevo 15 anni, i talebani cercarono di uccidermi per aver difeso pubblicamente il mio diritto di andare a scuola.

Non posso non sentirmi grata per la vita che ho oggi. Dopo essermi laureata al college lo scorso anno e aver cominciato a costruirmi un percorso lavorativo, non riesco a immaginare di perdere tutto, di tornare a una vita definita da uomini armati. Le bambine e le ragazze afghane si trovano di nuovo nella situazione in cui mi sono trovata io, in preda alla disperazione all’idea di vedersi negare la possibilità di entrare di nuovo in un’aula scolastica o tenere in mano un libro.

Alcuni esponenti dei talebani dicono che non impediranno alle donne e alle bambine di studiare o di lavorare. Ma vista la storia di soppressione violenta dei diritti delle donne da parte degli studenti coranici, le donne afghane hanno ragione ad aver paura. Arrivano già notizie di studentesse cacciate dall’università e lavoratrici mandate via dagli uffici.

Tutto questo non è certo una novità per il popolo afghano, intrappolato da generazioni in guerre per procura di potenze mondiali e regionali. I bambini nascono in mezzo alle battaglie, le famiglie vivono per anni dentro a campi profughi e altre migliaia di persone sono fuggite dalle loro case negli ultimi giorni.

Ma non è troppo tardi per aiutare la popolazione, e in particolare le donne e i bambini. Nelle ultime due settimane ho parlato con numerose persone che si battono per l’istruzione in Afghanistan a proposito della situazione attuale e delle loro speranze per il futuro. Non le citerò per nome per ragioni di sicurezza. Una donna che gestisce scuole per bambini nelle campagne mi ha detto di aver perso i contatti con i suoi insegnanti e alunni. «Normalmente lavoriamo sull’istruzione, ma in questo momento ci stiamo concentrando sulle tende», dice. «Migliaia di persone stanno scappando e abbiamo bisogno di aiuti umanitari immediati per evitare che le famiglie muoiano di fame o per la mancanza di acqua pulita».

Il suo appello ne riecheggia altri simili. Le potenze regionali devono contribuire attivamente alla protezione di donne e bambini. I Paesi confinanti (la Cina, l’Iran, il Pakistan, il Tagikistan e il Turkmenistan) devono aprire le loro porte ai civili in fuga, per salvare vite umane e stabilizzare la regione. Inoltre, devono consentire ai bambini profughi di iscriversi nelle scuole locali e le organizzazioni umanitarie devono allestire scuole temporanee in campi e insediamenti.

Guardando al futuro dell’Afghanistan, un’altra attivista vuole che i talebani dicano nello specifico che cosa consentiranno: «Non è abbastanza dire in modo vago che le bambine potranno andare a scuola. Serve che dicano specificamente che le ragazze potranno completare la loro istruzione, potranno studiare le materie scientifiche e matematiche, potranno andare all’università, entrare nella forza lavoro e svolgere la professione di loro gradimento». Gli attivisti con cui ho parlato temevano un ritorno a un’istruzione solo religiosa, che lascerebbe i bambini senza le competenze necessarie per realizzare i loro sogni e il loro Paese, in futuro, senza medici, ingegneri e scienziati.

Avremo tempo per discutere di quello che non ha funzionato nella guerra in Afghanistan, ma in questo momento critico dobbiamo ascoltare le voci delle donne e delle bambine afghane. Chiedono protezione, istruzione, chiedono la libertà e il futuro che erano stati promessi loro. Non possiamo continuare a deluderle. Non abbiamo tempo da perdere.

(Traduzione di Fabio Galimberti)
Copyright 2021 The New York Times
(fonte:msn)

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Afghanistan, l’attivista barricata: 
“I talebani mentono, ci annienteranno”
di Barbara Schiavulli

Parla Maryam Sadaat, che si occupa di diritti delle donne: in politica, con l’ex leader Ghani, e sui social media. Da cinque giorni è chiusa in casa per paura di ritorsioni


"Amica mia, temo che mi uccideranno. Questa potrebbe essere l'ultima volta che ci sentiamo. Ho detto alle mie amiche di non contattarmi più perché non vorrei metterle in pericolo. Mi sento molto depressa e sola".
Ogni parola di Maryam Sadaat pesa come un macigno. Sembra che dica addio mentre continua a parlare. Gli occhi allungati che solo un mese fa sorridevano nel giardino di casa davanti a una tazza tè verde, ora sono colmi di lacrime. Da cinque giorni è barricata in casa. Una casa super protetta con guardie armate perché è un'alta dirigente del governo precedente. Ha vissuto tutta la sua carriera sotto scorta, perché le donne politiche sono sempre state nel mirino dei talebani e dell'Isis, ma ora è tutto diverso. I talebani sono al potere e per le donne in Afghanistan cambia tutto. Non si tratta più di sopravvivere, "ma di essere cancellate. Barbara Jan (appellativo di rispetto), dì alla tua gente che non si devono fidare di loro, ti prego, qui sappiamo che non ci faranno più lavorare, studiare o vivere la vita che scegliamo. In questi giorni le donne sono cambiate, si sono ritirate, si sono chiuse in casa, stanno cancellando foto, Facebook, si stanno isolando per paura di essere trovate. Stiamo scomparendo sotto gli occhi di tutti. La maggior parte delle famiglie è in modalità protezione, i nostri mariti, padri, fratelli ci stanno proteggendo, non possiamo uscire, non abbiamo da mangiare, i bambini non capiscono ma sentono che qualcosa è successo. Il prezzo della benzina è andato alle stelle, e la gente non può prendere i soldi perché le banche hanno chiuso. Le strade sono deserte perché tutti hanno paura dei talebani, non perché la città è tranquilla".

Maryam è stata sempre una persona molto attiva sui social dove è seguita da migliaia di persone, donne e uomini, è stata parlamentare e rappresenta quella generazione di donne che hanno studiato, hanno fatto carriera e si sono trovate a rappresentare un Paese che stava cambiando nonostante la guerra e il pericolo di essere donna. Senza peli sulla lingua, ha sempre detto quello che pensava sui talebani, ma ora tutto le si ritorce contro. "Sto pensando di togliermi dai social, quelli controllano tutto. Già così ci stanno cancellando, vogliono zittirci e per paura lo stiamo facendo da sole. Ieri una ragazza è stata uccisa a Nangarhar, la sua colpa? Quella di lavorare con l'amministrazione, o essere giornaliste o attiviste". Maryam ha trascorso tutta la sua giovane vita tentando di migliorare dall'interno la condizione delle donne nel suo Paese e ora si sente prigioniera nella sua terra.

"Ogni giorno dormo in un posto diverso nel tentativo di ingannare i talebani che mi cercano. Sono agitata, stanca, non mi sento bene. Non parlo a nessuno per paura di rappresentare un pericolo, ascolto le notizie sperando ce ne sia una che mi faccia tirare il fiato, ma sento quello che i talebani dicono ai media internazionali, dicono che le donne saranno felici sotto il loro regime, e io impazzisco. Non dovete credergli, vi prego. Appena vi volterete un attimo, quelli faranno di noi quello che vogliono. E va bene, io mi sono scelta questa vita, posso anche accettare di morire, ma sono preoccupata per tutte le donne di questa terra. Quale sarà il loro futuro? Che ne sarà dei nostri figli? Le femmine diventeranno spose bambine, i maschi li riempiranno di bugie per trasformali in combattenti. Le donne potranno lavorare? Studiare, andare al ristorante con le amiche o saremo imprigionate a casa per il resto della nostra vita? In nome di Dio, se non potete fare nulla per liberarci dai talebani, almeno non credetegli, non riconosceteli. Non parlate con loro".

Maryam è un fiume in piena di dolore, pensa al marito che ha finanziato centinaia di progetti di microcredito per donne che ora hanno perso tutto nel giro di quattro giorni. "Negli ultimi dieci anni, ho lavorato nella leadership del governo e ho lottato con le unghie per i diritti delle donne e ora devo cancellare il mio account Twitter e tutte le foto che ho nel cellulare. Il nostro futuro è incerto, tutti gli studi e il lavoro duro che abbiamo fatto è andato sprecato. Dimmi, amica mia, che cosa avremmo fatto mai di così male per essere trattate peggio di un animale?".

Gli Stati Uniti e l'Europa che hanno detto alle donne che avevano dei diritti, ora tacciono. Un silenzio assordante come le strade deserte della capitale Kabul, dove solo qualche giorno fa il traffico era così anarchico e intenso che la gente impazziva per fare pochi chilometri. "Barbara Jan, in questo momento abbiamo solo bisogno di restare vive, ma non abbiamo alcuna speranza nel futuro".
(fonte: Repubblica 18/08/2021)

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Shamsia Hassani
Con i suoi graffiti denuncia l’oppressione delle donne afgane

Tiene stretta una pianola con dietro una serie di uomini armati e minacciosi, non ha la bocca, a significare un annientamento di verbo e pensiero. È la donna afghana raffigurata da una giovane artista – Shamsia Hassani – graffiti writer e professoressa di scultura all’Università di Kabul. La sua missione? Denunciare la situazione della figura femminile in Afghanistan.


Con lei, nata in Iran da genitori fuggiti dalla guerra civile e prima afghana a dedicarsi alla street art, oramai da anni è infatti raffigurata tutta la condizione dell’universo femminile in Afghanistan. La capitale ne è piena e non solo di graffiti.
Avvolte nel chador tradizionale e in pose leggiadre, con strumenti musicali o anche solo immerse nei loro pensieri, Shamsia ha un obiettivo: insegnare alla donna a guardare se stessa e i suoi desideri. E fare in modo che qualcosa cambi.

Una delle sue opere sulle pareti del centro culturale della capitale è una donna che indossa un burka seduta sotto una scala. L’iscrizione sottostante recita “L’acqua può ritornare in un fiume arido, ma cosa succede al pesce morto?”. Conclude il suo lavoro rapidamente, in pochi minuti, per evitare molestie, e dichiara che il suo lavoro non è islamico. Sostiene che con i suoi graffiti vuole opporsi all’oppressione delle donne afgane nella loro società.


Nella sua ultima opera, pubblicata poche ore fa su Instagram, il vaso con la “speranza” cade. Ma non è rotto. C’è ancora la possibilità di raccoglierlo. E noi speriamo fortemente che sia davvero così, per Shamsia e tutte le altre.

Il silenzio assordante delle donne afgane, piombate nell’oscurità.




giovedì 19 agosto 2021

Omelia p. Alberto Neglia - ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA - 15/08/2021


Omelia p. Alberto Neglia



- ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA - 

15/08/2021

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

... Maria è una creatura come tutti noi, impastata di carne e di ossa, concepita senza peccato questo sì, ma è una creatura come noi, che viveva in una cittadina chiamata Nazareth, una cittadina sperduta, sconosciuta... e lì si è fatto presente il Signore... e Maria si meraviglia... e difronte al Signore, Lei che si sente una creatura fragilissima, niente... dice "io sono la schiava del Signore ... avvenga di me secondo la tua parola" ... e si mette in viaggio ... verso la montagna; un'anticipazione del suo cammino ... che sta ad indicare il viaggio di tutta la sua vita ... 
Maria si è fidata della bontà di Dio ... dovrà crescere ogni giorno nella fede fino al compimento finale quando vedrà suo figlio morire in croce e Lei sarà ai piedi della croce ... 
Maria è nostra madre, sorella e, ci dice il Concilio, madre della Chiesa e anche immagine della Chiesa ... e anche ciò che dobbiamo diventare ...

Guarda il video



Allargare la cittadinanza fa bene a tutti di Giuseppe Savagnone


Allargare la cittadinanza fa bene a tutti 
di Giuseppe Savagnone


Un nuovo “medio evo”

Si ha a volte l’impressione che le polemiche sulla possibilità di assumere come criterio decisivo di cittadinanza non più lo ius sanguinis, ma lo ius soli, risentano di una ristrettezza di orizzonti che probabilmente è il “peccato originale” di tutto il dibattito sul fenomeno migratorio.

Questa scarsa lungimiranza è evidente già nel conflitto, sempre risorgente (vedi l’attacco di Salvini alla Lamorgese) tra i fautori dell’accoglienza e quelli dei “respingimenti”, accomunati loro malgrado dalla tendenza a ragionare nella logica del breve periodo, i primi per invocare un “pronto soccorso” ai migranti, i secondi immaginando di poter arginare con misure poliziesche quella che interpretano come un’invasione. La prospettiva prevalente, in entrambi i casi, è stata e spesso rimane quella umanitaria, dagli uni ritenuta doverosa, dagli altri derisa come “buonismo”.

È mancata spesso la percezione che la posta in gioco è piuttosto una profonda ridefinizione del rapporto tra persona e cittadino, in un dato contesto storico che la esige. Si continua a parlare delle ondate migratorie come di “invasioni” e della lotta contro di esse come di una “difesa dei confini”, paragonandole a quelle dei barbari nei confronti dell’Impero romano. E in questo paragone qualcosa di vero c’è, anche se, paradossalmente, porta a conclusioni opposte a quelle dei suoi sostenitori.

Ciò che essi sembrano dimenticare è che il medioevo – frutto di questa crisi epocale delle frontiere – fu il crogiolo in cui si plasmò una nuova civiltà: la nostra. E che la nuova cittadinanza scaturita da quel crogiolo permise al vecchio Impero romano di rigenerarsi profondamente in quel Sacro Romano Impero di cui “barbari” come Carlo Magno non furono solo cittadini, ma guide illuminate, preoccupandosi peraltro di garantire, per quanto possibile, la continuità con la civiltà latina che era tramontata.

Oggi, anche se in un contesto storico ovviamente del tutto diverso, si assiste, come allora, a un duplice fenomeno: da una parte è evidente la porosità dei confini, sempre più incapaci di contenere la spinta di popolazioni minacciate alla guerra, dalla fame o semplicemente dal desiderio di una vita migliore; dall’altra, sui territori che un tempo questi confini delimitavano, si ritrovano a convivere persone provenienti da culture diverse, che non sono di passaggio, ma che si radicano stabilmente nel nuovo ambiente investendo in esso le speranze del loro futuro.

Ripensare il rapporto tra persona e cittadinanza

Da qui l’urgenza di ripensare il rapporto tra persona e cittadinanza, tenendo conto da un lato dell’avvento di un orizzonte planetario originato dalla caduta dei muri e dalla globalizzazione, dall’altro del determinarsi, all’interno delle comunità politiche, di differenze che per certi versi rischiano di frammentarle in una molteplicità di espressioni culturali, religiose ed etiche, per altri, però, possono – se integrate in una comune cittadinanza – costituire una ricchezza.

Nell’antichità era la cittadinanza a definire i diritti della persona. Nel mondo greco-romano si era qualcuno se si era cittadino. Lo straniero, trovandosi in uno spazio in cui non aveva cittadinanza, non aveva diritti. A Polifemo che gli chiede il suo nome, il profugo Ulisse risponde, con verità: «Il mio nome è “Nessuno”».

Nell’età moderna, sotto l’influsso del cristianesimo, ci si renderà sempre più chiaramente conto che esistono diritti che spettano agli individui in quanto esseri umani; e vi sono diritti che spettano loro in quanto cittadini di una comunità politica.

Le due sfere, certamente distinte, non sono però separabili. Anzi è inevitabile che la priorità dell’una all’altra comporti delle conseguenze profonde su entrambe. Nell’età moderna, è stata forte la tendenza a dare la precedenza alla qualità di cittadino su quella di persona. La cittadinanza politica ha assorbito e strumentalizzato senza scrupoli la dimensione umana. Si è concepito lo Stato come “sovrano” (“che sta sopra”) rispetto alla società civile, e non come sua espressione e come strumento per il suo sviluppo umano. La “ragion di Stato” ha giustificato scelte politiche disumane e guerre sanguinose.

L’epoca in cui oggi viviamo – e che molti definiscono “postmoderna” – si è avviata (anche dopo il trauma di due spaventose guerre mondiali e l’esperienza dei totalitarismi) verso un capovolgimento di questa prospettiva. Oggi prevale sempre di più l’idea che il senso della cittadinanza sia di proteggere l’umana fragilità delle persone e di accompagnarle verso il loro pieno sviluppo, che, cioè, i diritti di cittadinanza siano in funzione dei diritti della persona.

Nella nostra Costituzione, all’art. 2, si riconoscono i diritti dell’uomo in tutta la loro estensione; poi, dall’art. 3 in avanti si parla di quelli del cittadino. Non è una discontinuità: l’intento è quello di travasare tutti i diritti umani nel concetto costituzionale di cittadinanza, trasformandone il significato da criterio utilizzato per discriminare, fra gli esseri umani, quelli meritevoli di tutela da quelli che non lo sono, in attributo che deriva immediatamente dalla dignità della persona, che non sarebbe pienamente rispettata senza il riconoscimento della sua partecipazione alla vita pubblica.

Si può parlare, in questo senso di una vera e propria «costituzionalizzazione della persona» Non è l’appartenenza ad una comunità a conferire i diritti di cittadinanza, ma al contrario è l’essere persona a conferire il diritto di questa appartenenza o almeno un’aspettativa legittima ad essa.

I criteri della cittadinanza

Tutto ciò ha un’evidente ricaduta sul problema della maggiore o minore estensione della cittadinanza italiana a coloro che vivono sul nostro territorio. Lo ius sanguinis, attualmente vigente, la restringe a coloro che hanno almeno un genitore italiano, o sono adottati da cittadini italiani, oppure i discendenti di italiani che riescano a dimostrare la catena parentale fino al capostipite cittadino italiano.

La cittadinanza può essere richiesta anche dagli stranieri che risiedono in Italia da almeno dieci anni e sono in possesso di determinati requisiti (redditi sufficienti al sostentamento, assenza di precedenti penali e di motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica). Si può diventare cittadini italiani anche per matrimonio.

Una debole apertura allo ius soli è costituta dalla norma per cui i figli di cittadini stranieri che nascono in Italia e vi risiedono ininterrottamente fino al compimento della maggiore età possono, entro un anno dal compimento dei 18 anni, dichiarare di voler acquisire la cittadinanza e presentare la relativa domanda.

Lo ius soli è adottato nella sua forma più pura negli Stati Uniti, in Brasile e altri Stati non europei. In Europa lo è, con delle condizioni. Per la legislazione tedesca, per esempio, acquistano la cittadinanza per ius soli i figli degli stranieri nati in Germania, purché almeno uno dei genitori vi risieda abitualmente e legalmente da almeno otto anni e abbia il permesso di soggiorno a tempo indeterminato.

Una terza soluzione potrebbe essere lo ius culturae, secondo cui i minori stranieri possono acquisire la cittadinanza del Paese in cui sono nati o in cui vivono da un certo numero di anni, a condizione che in quel Paese abbiano frequentato le scuole (in genere un ciclo di studi) o abbiano compiuto percorsi formativi per un determinato numero di anni.

Oltre l’“umanitarismo”

Alla luce delle considerazioni di fondo svolte più sopra, è chiaro che arroccarsi sullo ius sanguinis non è un onesto atto di realismo, come pretendono i suoi sostenitori, ma un modo sbagliato di concepire il rapporto tra l’essere umano e la cittadinanza, nonché una forma di cecità sulle dinamiche del nostro momento storico. Si può ancora continuare a “difendere le frontiere” e a negare la parità giuridica a chi nasce nel nostro Paese, ma non si può pretendere di farlo in nome deli interessi degli italiani, perché questi interessi possono essere tutelati solo in base a una visione che da un lato rispetti la dignità delle persone, dall’altro tenga conto delle dinamiche della storia.

A chi si ostina a considerare il problema in termini “umanitari” – la scelta tra il vantaggio anche solo materiale degli italiani e il sacrificio doveroso di questo vantaggio in nome di un eroico quanto astratto altruismo – sarà utile leggere un documento del Fondo Monetario Internazionale, pubblicato nel 2019 e intitolato “Does an inclusive citizenship law promote economic development?”, in cui ci si chiede se una legge che garantisca una cittadinanza inclusiva promuova lo sviluppo economico di una nazione.

La risposta è decisamente positiva. Si legge nel documento del FMI: «I Paesi dove vige un regime di ius soli tendono a essere più sviluppati di quelli che hanno altre regole». E si spiega: «L’inclusione facilitata da opportune leggi di cittadinanza è un motore di crescita economica e un fattore per spiegare perché alcuni Paesi sono più ricchi di altri». Infatti, a maggiore inclusione corrispondono «meno diseguaglianze di reddito, più parità di genere, miglior velocità di adattamento, in una parola più crescita».

Si comprende che la crescita di cui si parla non riguarda solo la sfera strettamente economica, ma coinvolge quella dei diritti: «Distinguendo in modo netto i cittadini di un Paese da tutti gli altri», – osserva il rapporto dell’FMI –, «la legge crea degli ‘in’ e degli ‘out’ con forti tensioni sociali. Viceversa le norme dovrebbero facilitare l’integrazione predisponendo un semplice e trasparente percorso per la cittadinanza che crei un terreno di uguali opportunità per i nuovi arrivati».

L’occhio è comunque puntato principalmente sugli effetti che questo sviluppo civile ha sull’economia: «Se la legge esclude certi cittadini può in casi estremi portare a seri conflitti e danneggiare lo sviluppo economico. Norme inclusive sono un prezioso strumento di crescita, con profonde conseguenze per il mercato del lavoro, i programmi di welfare e le istituzioni stesse».

È accertata, per esempio, la ricaduta sul reddito: «Fra il 1970 e il 2014 i redditi pro capite dei Paesi con lo ius soli sono stati dell’80% più alti che in tutti gli altri».

Insomma, il migliore modo di essere “egoisti” in questo caso (come in molti altri) e di tenere conto dei bisogni e dei diritti degli altri. Se ci si ricordasse di questa semplice verità, si eviterebbero molti guai, nella vita privata come in quella pubblica.
(fonte: Tuttavia 13/08/2021)