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martedì 28 aprile 2020

A proposito della nota della CEI "Libertà di culto non è libertà di infettare la gente" di Giovanni Ferretti

A proposito della nota della CEI
Libertà di culto 
non è libertà di infettare la gente
di Giovanni Ferretti *



La nota CEI dal titolo "Il disaccordo dei vescovi" mi ha profondamente amareggiato, come cittadino, come cattolico e come prete. Vi si accusa il Governo di "compromettere l'esercizio della libertà di culto" con il Decreto sulla "Fase 2" e si "esige" di poter riprendere le Messe con il popolo. Sia per il tono che per il contenuto mi pare un errore politico e pastorale.
Il tono è perentorio, di chi è sicuro del suo diritto e della evidenza delle proprie ragioni. Proprio in tempi in cui veramente c'è poco di certo sul modo di affrontare la pandemia e le restrizioni riguardano non solo un aspetto della libertà di culto ( la Chiesa può continuare a diffondere per TV e nei media tutte le celebrazioni possibili...) ma la libertà di spostarsi, di riunirsi, di insegnare nelle scuole, di andare a teatro a a un concerto, di fare sport. ecc. Perché esigere eccezioni o privilegi e non accettare di dover contribuire con tutti a superare l'epidemia, condividendo la situazione comune della nostra gente?
Quanto al contenuto, mi chiedo: veramente abbiamo come Chiesa italiana un comitato tecnico-scientifico che ci dia valutazioni migliori di quello governativo? E' nostra competenza una tale valutazione? D'altro lato, siamo veramente in grado oggi di assicurare nelle Messe con il popolo, che non vi sarà pericolo di contagio per i fedeli? Sapremo sanificare bene le chiese come richiesto alle fabbriche e ai negozi, con controlli delle ASL e relative sanzioni? Metteremo alle porte delle chiese il controllo della temperatura della gente, un puntuale conteggio del numero contingentato degli ingressi, lasciando fuori gli altri? Sapremo obbligare la gente a tenere in chiesa le distanze richieste, a portare le mascherine, con un servizio d'ordine che faccia uscire chi non si adegua? E il prete celebrerà con la mascherina e lascerà cadere l'ostia dall'alto sulle mani dei fedeli? Che Messe con il popolo sarebbero mai queste?
Una libertà senza responsabilità, lo abbiamo sempre predicato, non è vera libertà. Tanto più quando in gioco c'è la vita delle persone.

(Fonte: facebook)

Giovanni Ferretti*, presbitero della diocesi di Torino, è professore emerito di filosofia teoretica dell’Università di Macerata, di cui è stato per sei anni rettore. Si è occupato prevalentemente di filosofia contemporanea, filosofia della religione e dei rapporti tra filosofia e teologia.
 Tra i suoi scritti, opere su Max Scheler, Kant, Husserl. 
Su Levinas ha pubblicato: La filosofia di Levinas. Alterità e trascendenza, Rosenberg & Sellier, Torino 1996, 2010; Il Bene al-di-là dell’essere. Temi e problemi levinassiani, Esi, Napoli 2003.


Vedi anche il nostro post già pubblicato:
- «Non ne avevamo bisogno» I miei pensieri sullo scontro CEI-Governo di don Cristiano Mauri


«Preghiamo il Signore perché dia a tutti noi la grazia della prudenza e della obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni. - Tante volte noi... abbiamo visto tanti linciaggi quotidiani che sono nati dal chiacchiericcio. Il Signore ci aiuti a essere giusti nei nostri giudizi» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
28 aprile 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Il Papa: il Signore dia prudenza al suo popolo di fronte alla pandemia

Nella Messa a Santa Marta, Francesco prega perché il popolo di Dio sia obbediente alle disposizioni per la fine della quarantena perché la pandemia non torni. Nell'omelia, invita a non cadere nel piccolo linciaggio quotidiano del chiacchiericcio che provoca falsi giudizi sulle persone


Francesco ha presieduto la Messa a Casa Santa Marta nel martedì della III settimana di Pasqua. Nell’introduzione pensa al comportamento del popolo di Dio di fronte alla fine della quarantena:

In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e della obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni.


Guarda il video



Nell’omelia, il Papa ha commentato il passo odierno degli Atti degli Apostoli (At 7,51-8,1), in cui Stefano parla con coraggio al popolo, agli anziani e agli scribi, che lo giudicano con false testimonianze, lo trascinano fuori della città e lo lapidano. Anche con Gesù hanno fatto lo stesso – afferma il Papa – cercando di convincere il popolo che era un bestemmiatore. È una bestialità partire dalle false testimonianze per “fare giustizia”: notizie false, calunnie, che riscaldano il popolo per “fare giustizia”, è un vero linciaggio. A volte capita anche oggi a qualche politico che si vuole far fuori prima delle elezioni. Così hanno fatto con Stefano, usando un popolo che è stato ingannato. Accade così coi martiri di oggi, come Asia Bibi, per tanti anni in carcere, giudicata da una calunnia. Davanti alla valanga di notizie false che creano opinione, talvolta non si può fare nulla. Penso alla Shoah, dice il Papa: è stata creata un’opinione contro un popolo per farlo fuori. C’è poi il piccolo linciaggio quotidiano che cerca di condannare la gente, di creare una cattiva fama, il piccolo linciaggio quotidiano del chiacchiericcio che crea opinioni per condannare le persone. La verità invece è chiara e trasparente, è la testimonianza del vero, di ciò in cui si crede. Pensiamo alla nostra lingua: tante volte coi nostri commenti iniziamo un linciaggio del genere. Anche nelle nostre istituzioni cristiane abbiamo visto tanti linciaggi quotidiani che sono nati dai chiacchiericci. Preghiamo il Signore - è la preghiera conclusiva del Papa - perché ci aiuti ad essere giusti nei nostri giudizi, a non cominciare e seguire questa condanna massiccia che provoca il chiacchiericcio.

Di seguito il testo dell'omelia (trascrizione di lavoro non ufficiale):

Nella prima Lettura di questi giorni abbiamo ascoltato il martirio di Stefano: una cosa semplice, come è successo. I dottori della Legge non tolleravano la chiarezza della dottrina, e come è uscita sono andati a chiedere a qualcuno che dicessero che avevano sentito che Stefano bestemmiava contro Dio, contro la Legge. E dopo questo, gli piombarono addosso e lo lapidarono: così, semplicemente. È una struttura di azione che non è la prima: anche con Gesù hanno fatto lo stesso. Il popolo che era lì, ha cercato di convincere che era un bestemmiatore e loro hanno gridato: “Crocifiggilo”. È una bestialità. Una bestialità, partire dalle false testimonianze per arrivare a “fare giustizia”. Questo è lo schema. Anche nella Bibbia ci sono casi del genere: a Susanna hanno fatto lo stesso, a Nabot hanno fatto lo stesso, poi Aman ha cercato di fare lo stesso con il popolo di Dio … Notizie false, calunnie che riscaldano il popolo e chiedono la giustizia. È un linciaggio, un vero linciaggio.

E così, lo portano al giudice, perché il giudice dia forma legale a questo: ma già viene giudicato, il giudice deve essere molto, molto coraggioso per andare contro un giudizio così popolare, fatto apposta, preparato. È il caso di Pilato: Pilato vide chiaramente che Gesù era innocente, ma vide il popolo, se ne lavò le mani. È un modo di fare giurisprudenza. Anche oggi lo vediamo, questo: anche oggi è in atto, in alcuni Paesi, quando si vuole fare un colpo di Stato o fare fuori qualche politico perché non vada alle elezioni o così, si fa questo: notizie false, calunnie, poi cade in un giudice di quelli ai quali piace creare giurisprudenza con questo positivismo “situazionalista” che è alla moda, e poi condanna. È un linciaggio sociale. E così è stato fatto a Stefano, così è stato fatto il giudizio di Stefano: portano a giudicare uno già giudicato dal popolo ingannato.

Questo succede anche con i martiri di oggi: che i giudici non hanno possibilità di fare giustizia perché vengono già giudicati. Pensiamo ad Asia Bibi, per esempio, che abbiamo visto: dieci anni in carcere perché è stata giudicata da una calunnia e un popolo che ne vuole la morte. Davanti a questa valanga di notizie false che creano opinione, tante volte non si può fare nulla: non si può fare nulla.

Io penso tanto, in questo, alla Shoah. La Shoah è un caso del genere: è stata creata l’opinione contro un popolo e poi era normale: “Sì, sì: vanno uccisi, vanno uccisi”. Un modo di procedere per fare fuori la gente che è molesta, che disturba.

Tutti sappiamo che questo non è buono, ma quello che non sappiamo è che c’è un piccolo linciaggio quotidiano che cerca di condannare la gente, di creare una cattiva fama alla gente, di scartarla, di condannarla: il piccolo linciaggio quotidiano del chiacchiericcio che crea un’opinione, e tante volte uno sente sparlare di qualcuno, dice: “Ma no, questa persona è una persona giusta!” – “No, no: si dice che …”, e con quel “si dice che” si crea un’opinione per farla finita con una persona. La verità è un’altra: la verità è la testimonianza del vero, delle cose che una persona crede; la verità è chiara, è trasparente. La verità non tollera le pressioni. Guardiamo Stefano, martire: primo martire dopo Gesù. Primo martire. Pensiamo agli apostoli: tutti hanno dato testimonianza. E pensiamo a tanti martiri che – anche quello di oggi, San Pietro Chanel – che è stato il chiacchiericcio lì, a creare che era contro il re … si crea una fama, e va ucciso. E pensiamo a noi, alla nostra lingua: tante volte noi, con i nostri commenti, iniziamo un linciaggio del genere. E nelle nostre istituzioni cristiane, abbiamo visto tanti linciaggi quotidiani che sono nati dal chiacchiericcio.

Il Signore ci aiuti a essere giusti nei nostri giudizi, a non incominciare o seguire questa condanna massiccia che provoca il chiacchiericcio.


Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale. Di seguito la preghiera recitata dal Papa:

Ai tuoi piedi, o mio Gesù, mi prostro e ti offro il pentimento del mio cuore contrito che si abissa nel suo nulla e nella tua santa presenza. Ti adoro nel sacramento del tuo amore, l’ineffabile Eucaristia. Desidero riceverti nella povera dimora che ti offre il mio cuore; in attesa della felicità della comunione sacramentale voglio possederti in spirito. Vieni a me, o mio Gesù, che io vengo da Te. Possa il tuo amore infiammare tutto il mio essere per la vita e per la morte. Credo in Te, spero in Te, ti amo.

Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antifona mariana “Regina caeli”, cantata nel tempo pasquale:

Regína caeli laetáre, allelúia.
Quia quem merúisti portáre, allelúia.
Resurréxit, sicut dixit, allelúia.
Ora pro nobis Deum, allelúia. 

(Regina dei cieli, rallegrati, alleluia.
Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia,
è risorto, come aveva promesso, alleluia.
Prega il Signore per noi, alleluia).
(fonte: Vatican News 28/04/2020)

Guarda il video dell'omelia




Guarda il video integrale



Papa o anticristo? Alberto Maggi e gli attacchi a Bergoglio nei giorni del virus

Papa o anticristo? 
di Alberto Maggi

"Per alcuni gruppi fondamentalisti cristiani e di estrema destra, non c’è alcun dubbio che questa pandemia sia un castigo inflitto da Dio per le colpe di Jorge Bergoglio, 'satanista e massone', che non è il papa, bensì l’anticristo". Su ilLibraio.it la riflessione del biblista Alberto Maggi, in difesa di Francesco. E in cui ricorda, Vangeli alla mano: "Gesù proclama beati i costruttori di pace, non i seminatori di zizzania"


Mentre prosegue alacre la ricerca degli scienziati di tutto il mondo, per cercar di scoprire le cause e il rimedio alla pandemia che sta causando centinaia di migliaia di morti, c’è già chi ne ha trovato la causa. Per alcuni gruppi fondamentalisti cristiani e di estrema destra, non c’è alcun dubbio che questa pandemia sia un castigo inflitto da Dio per le colpe di Jorge Bergoglio, satanista e massone, che non è il papa, bensì l’anticristo.

L’elenco delle colpe imputate a Francesco è lungo: dall’apertura ai divorziati agli omosessuali, dall’accoglienza degli immigrati alla denuncia del profitto economico, dalla cura del creato all’attenzione alle povertà, ecc., abbastanza per scatenare un flagello biblico non sul colpevole di tutto questo, ma addirittura sull’umanità intera (Dio, quando si scatena, lo fa alla grande).

Quanti accusano papa Francesco di essere l’anticristo, mostrano in realtà di non conoscere il significato di questo termine che intendono come un satana, avversario della fede cattolica. Ma chi è in realtà l’anticristo, e com’è riconoscibile? La preposizione anti, che precede cristo, indica sostituzione, non avversario, per cui la figura dell’anticristo è una presenza subdola, in quanto non agisce come un nemico del Cristo, ma, al contrario, si erge quale suo paladino. L’anticristo, si propone infatti come strenuo difensore delle tradizioni della Chiesa, fedele osservante e interprete della sua dottrina immutabile.

Le Lettere di Giovanni offrono alcune indicazioni per riconoscere e smascherare l’anticristo: “ogni spirito che dissolve Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo” (1 Gv 4,3). L’anticristo è colui che “dissolve Gesù” (solvit Iesum, vulg.), ovvero lo vanifica, adoperando del Cristo solo quello che è nel suo interesse, occultando e manipolando il resto. Per riuscire nel suo intento, l’anticristo svuota la figura del Cristo per colmarla con i suoi interessi, trasformando Gesù e la Chiesa in vuoti simulacri, dove lo splendore esteriore nasconde il nulla interiore, come l’albero di fichi, tutto foglie e senza frutti (Mc 11,12).

Un altro criterio per riconoscere l’anticristo, riguarda l’umanità stessa del Signore: “sono apparsi infatti nel mondo molti seduttori, che non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l’anticristo” (2 Gv 1,7). È la “carne” di Gesù lo scoglio dell’anticristo, non solo perché non gli interessa la sua umanità, ma perché la vede come un intralcio al suo comportamento (Sap 2,14). Per ottenere il suo scopo, l’anticristo, infatti, accentua la divinità del Cristo, quel che lo separa e allontana dagli uomini, a scapito della sua umanità (la “carne”), quel che lo unisce e avvicina. Ma da sempre la fede della comunità dei credenti si basa proprio sulla “carne” di Gesù (“Il Verbo si fece carne”, Gv 1,14). Il progetto divino si è manifestato, e continuamente si realizza, nella “carne” (“egli fu manifestato in carne umana”, 1 Tm 3,16), ovvero nella debolezza di un’esistenza umana (Mt 26,41; Eb 10,26), non in un semidio. È attraverso la carne che il dono di Dio si fa concreto, reale ed efficace, e non esistono doni divini che non si esprimano attraverso la carne. Pertanto, credere in Gesù il Cristo, Figlio di Dio, venuto nella “carne”, significa accettare di lasciarsi coinvolgere dalla sua stessa onda d’amore, avere l’identico atteggiamento del Dio che si è fatto carne per essere vicino a ogni creatura, per “cercare e salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10).

Che il pericolo dell’anticristo non fosse marginale, ma esteso e propagato nelle prime comunità cristiane, lo testimonia un vescovo del primo secolo, Policarpo da Smirne, il quale scrive ai credenti di Filippi, che “chi non riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è un anticristo” (Fil. 7,1). Il pericolo è dovuto al fatto che l’anticristo non è una realtà singola, che si potrebbe facilmente circoscrivere e neutralizzare, ma plurale: “Molti anticristi sono già venuti” (1 Gv 2,18). Questi anticristi sono metastasi che minano e distruggono dal suo interno, indebolendolo, il corpo di Cristo che è la Chiesa (Col 1,24). L’estrema pericolosità degli anticristi consiste nel fatto che costoro non agiscono al di fuori, o contro la comunità dei credenti, ma si annidano al suo interno, e si pongono come campioni dell’ortodossia. Ma per gli evangelisti, questi che usano Dio e la religione, con tutti i suoi simboli e apparati, unicamente per il loro interesse, in realtà, ingannano i credenti, non sono altro che lupi rapaci travestiti da pecore, “falsi cristi e falsi profeti” che “faranno grandi segni e miracoli, così da ingannare, se possibile, anche gli eletti” (Mt 24,24). I credenti devono stare ben attenti da quanti manipolano il messaggio di Gesù, ostentano simboli religiosi, sbandierano pie parole, ma lo fanno solo ed esclusivamente per il loro vantaggio. “Non chiunque mi dice “Signore, Signore…” (Mt 7,21), ammonisce Gesù, mettendo i discepoli in guardia da un annuncio del vangelo basato sull’uso strumentale del suo nome, senza un coinvolgimento della propria vita da parte di questi operatori di “iniquità”, termine con il quale nella Bibbia viene designata la forza nefa­sta che produce solo quel che è inutile, vano, (cf Nm 23,21.23). Gli anticristi sono solo dei ripetitori, semplici megafoni che non lasciano coinvolgere la propria vita dal vangelo che annunciano; la parola predicata ad altri non mette radici in essi. Gli attestati di fedele ortodossia non sono sufficienti per essere considerati discepoli del Cristo, che vengono riconosciuti come tali quando rea­lizzano la volontà del Padre: “Venite benedetti del Padre mio… perché avevo fame e mi avete dato da mangiare… ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,34-35). Il Padre riconosce come suoi figli solo quanti, profondamente umani, gli assomigliano nel suo amore incondizionato (cf Mt 5,43-45; Lc 6,35-36).

Gli anticristi sorgono soprattutto nei momenti di crisi, quando approfittando dello smarrimento della gente, la ingannano con allettanti promesse di liberazione. Mentre il Cristo è inviato da Dio per liberare gli uomini da ogni forma di schiavitù e oppressione, gli anticristi usano Dio per opprimere e sottomettere. Ma Gesù ha dato ai suoi la possibilità di poter distinguere il vero pastore, colui “che dà la vita per le pecore”, dal vile mercenario, che quando “vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge”, abbandonandole al suo destino perché “non gli importa delle pecore” (Gv 10,11-12). Non c’è alcuna conciliazione tra il Cristo che dà la vita per i suoi e l’anticristo al quale interessa solo il suo tornaconto. Gesù proclama beati i costruttori di pace, non i seminatori di zizzania, i primi saranno riconosciuti come figli di Dio, i secondi strumenti del nemico (Mt 5,9; 13,24-30).

Articolo pubblicato il 27/04/2020


lunedì 27 aprile 2020

«Non ne avevamo bisogno» I miei pensieri sullo scontro CEI-Governo di don Cristiano Mauri

«Non ne avevamo bisogno»
I miei pensieri sullo scontro CEI-Governo

di don Cristiano Mauri

Condividono e firmano questo testo con me: don Luciano Locatelli e don Stefano Cucchetti.



Quattro premesse.

Primo. Ho apprezzato la posizione di responsabilità della CEI di queste settimane: rispettare le indicazioni pur facendo presente i disagi.

Secondo. Posso avere mille considerazioni personali sulle scelte del governo, ma non ho gli elementi né le competenze per valutarle tecnicamente. Se il CTS dice che vede pericoli mi fido, come mi fiderò quando dirà di non vederne più.

Terzo. La storiella del governo dalla gestione perfetta ed esemplare dell’emergenza, però, la lasciamo alla propaganda.

Quarto. Alla fine, comunicato CEI e replica a stretto giro del governo viene il sospetto siano concordate. Ma tant’è.

Queste le mie considerazioni.

Azione pastorale.

Nel testo della CEI si parla di «riprendere l’azione pastorale». È un’espressione fuorviante e non corrispondente alla realtà.

L’azione pastorale non si è mai interrotta, anzi, per certi versi si è perfino potenziata e molti, tra l’altro, si sono trovati a inventare modalità che difficilmente avrebbero considerato.

Libertà di culto.

Parlare di compromissione della libertà di culto è oggettivamente sproporzionato e, a mio parere, ingannevole.

A nessun italiano è proibito di manifestare pubblicamente la propria fede. Le proposte religiose si sono perfino moltiplicate in questi tempi, le messe sono state comunque celebrate e la visibilità mediatica potenziata.

Inoltre, le limitazioni poste dal governo sono temporanee e per nulla assimilabili a posizioni ideologiche; affermare, anche solo velatamente, che sono tali è scorretto.

Oltretutto, denunciare una aggressione alla libertà di culto è irrispettoso verso coloro che nel mondo realmente non ne godono.

Il vero culto.

Il culto cristiano, grazie a Dio, è ben più dell’Eucaristia e questo va detto con chiarezza, pur preservando l’importanza di quest’ultima.

La Messa non è l’unica risposta ai “bisogni spirituali” dei credenti. Chi lo sostiene dimostra una visione di Chiesa e di vita cristiana estremamente limitata e riduttiva.

Perché, altrimenti, tutti i discorsi che si fanno a chi non può ricevere l’Eucaristia, dove finiscono?

È vero che manca molto il poterci radunare a pregare insieme, ma si tratta di una situazione temporanea. In queste settimane credo si sia davvero visto che il culto cristiano non è solo l’Eucaristia e negarlo o comunque spazzarlo via con un comunicato così è disperdere un patrimonio.

Farsi servi.

Il servizio ai poveri per la Chiesa è una vocazione fondamentale e un “memoriale di Cristo”. Qui, purtroppo, viene strumentalmente usato come elemento per rafforzare una posizione. Si avverte perfino un sottile tono di minaccia veramente sgradevole.

Mi rammarica e mi ferisce. Davvero moltissimo. Usare il farsi servi per pretendere di avere un peso, in coscienza, lo trovo un significativo tradimento evangelico.

Sicurezza.

Ci si pone seriamente la questione della capacità effettiva delle comunità cristiane di garantire il rispetto dei protocolli di sicurezza eventuali?

Ci sono parrocchie che faticano a fare le pulizie settimanali della chiesa, che non hanno volontari per i servizi essenziali, che hanno parroci vecchi e soli. Chi controlla, chi garantisce, chi si prende la responsabilità?

Le proposte che i giorni scorsi ho letto anche nella mia diocesi su sanificazioni, distanze, prenotazioni, servizio d’ordine, areazione, numero celebrazioni, rilevatori di temperatura… Quante comunità sarebbero in grado di garantirle davvero? Chi verifica? Il parroco? Si prende lui la responsabilità di decidere se celebrare o meno?

Chi si appella al buon senso lo sta usando anche nel valutare le concrete e reali situazioni di tante parrocchie italiane? Dire «un qualche modo si trova» è un’affermazione responsabile?

Ci potrebbero essere ragioni per aprire e ce ne sono altrettante – almeno 26000, ma pare molte, molte di più… – per non farlo, ma chi vuole aprire è così sicuro di essere in grado di garantire la sicurezza?

Io, in tutta onestà, nel dubbio e in una condizione transitoria propendo per la salute delle persone.

Snaturare i gesti.

Parecchie delle misure che ho visto proporre per potere celebrare subito comportano, a mio parere, un reale snaturamento della celebrazione per la loro artificiosità, la banalizzazione conseguente del gesto liturgico, la contraddizione del senso.

Vale veramente la pena farlo per non saper aspettare altri 20 giorni?

Non era meglio spendere questi due mesi per sviluppare autorevolmente delle indicazioni per liturgie domestiche che avrebbero aperto spazi e percorsi nuovi di vita sacramentale ed ecclesiale?

Per non dire dell’occasione buona per cominciare a porsi domande serie sul sacerdozio ministeriale…

I toni.

I toni e le espressioni usati non sono affatto pacati come ho sentito invece dire da alcuni.

Il testo è oggettivamente aggressivo e attraversato dalla volontà di recupero e/o affermazione di una posizione di forza, da un intento di riequilibrio di poteri più che da un’intenzione di difesa di diritti.

Le proposte quali erano? Chi le aveva elaborate? Perché non sono rese pubbliche?

Si tratta di uno scontro forte ed evidentemente di potere. Con le tensioni sociali che già abbiamo ritengo fosse l’ultima cosa da fare.

Ma poi: difendere o riaffermare un potere usando i sacramenti e soprattutto giocando sulla pelle della gente? Sul serio?

Se davvero è la preoccupazione per la “sorte del popolo” a muovere le proposte, nei due mesi passati non sarebbe stato enormemente profetico invece vedere tutti i pastori rinunciare a celebrare l’Eucaristia, soffrendo le stesse pene del loro gregge, anziché celebrare ostinatamente in solitaria, salvo affermare però di farlo “per la gente”?

Le comunità cristiane ora sono ancora più disorientate e spaccate. Non ne avevamo bisogno.

E un pensiero, infine, alle altre confessioni cristiane e alle altre religioni non ci stava proprio?


Per queste ragioni non posso che esprimere il mio rispettoso ma convinto dissenso per un comunicato che considero improvvido nei modi, nei contenuti, negli intenti.

Lo faccio con estrema sofferenza e con il sincero auspicio che si possa porre rimedio al più presto alla situazione.

È certo che un percorso di ritorno alla normalità vada trovato, ma farci sopra la guerra di religione (di potere?) è la scelta a mio parere peggiore.

fase due... con il rischio di andare subito "fuori fase"! 

Nota a margine 1.

In queste settimane, di occasioni per alzare vigorosamente la voce per la difesa del bene comune ce ne sono state e, volendo, ce ne sono ancora numerosissime.

Le reali condizioni di lavoro dei medici, il caso delle RSA, le discriminazioni nei tamponi, i malati abbandonati a se stessi, la scuola a distanza che crea disparità, i lavoratori costretti a operare senza presidi di sicurezza, i bisogni dei bambini, dei disabili e molto altro ancora.

Nessuna presa di posizione ufficiale se non per le Messe?


Nota a margine 2.

Chi esulta dicendo «finalmente noi cristiani usiamo la forza» si rende conto di dire una delle frasi più anti-evangeliche che ci siano, vero?


Nota a margine 3.

Da quando sono sospese le celebrazioni col popolo non ho più celebrato, eccetto durante Settimana Santa quando l’ho fatto più per un dovere di comunione con i confratelli che per convinzione (e poi fa bene un po’ relativizzare…).

Ne soffro, molto. Non faccio l’eroe, solo penso che la Messa sine populo non si giustifichi. Attendo e cerco di essere cristiano e prete come mi è dato di poter fare.

(fonte: La bottega del vasaio 27/04/2020 -  per le vignette di GIOBA la bacheca di don Giovanni Berti)



«Preghiamo oggi per gli artisti... - La grazia da chiedere al Signore... di tornare sempre alla prima chiamata, al primo incontro.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
27 aprile 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Il Papa prega per gli artisti: il Signore ci dia la grazia della creatività

Nella Messa a Santa Marta, Francesco pensa agli artisti e alla via della bellezza e della creatività che possono aiutare in questo momento difficile caratterizzato dalla pandemia. Nell’omelia, ha invitato a chiedere la grazia di tornare sempre alla prima chiamata, quando Gesù ci ha guardato con amore


Francesco ha presieduto la Messa a Casa Santa Marta nel lunedì della terza settimana di Pasqua. Nell’introduzione ha rivolto il suo pensiero agli artisti:

Preghiamo oggi per gli artisti, che hanno questa capacità di creatività molto grande e per la strada della bellezza ci indicano la strada da seguire. Che il Signore ci dia a tutti la grazia della creatività in questo momento.

Guarda il video



Nell’omelia, il Papa ha commentato il Vangelo odierno (Gv 6, 22-29) in cui Gesù rimprovera la folla di cercarlo, dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, solo perché si è saziata ed esorta a darsi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo darà. La folla chiede cosa deve fare e Gesù risponde: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». La folla che ascoltava Gesù senza stancarsi - ha detto Francesco - una volta saziata, pensava di farlo re: aveva dimenticato il primo entusiasmo per la parola di Gesù. E il Signore ricorda alla folla il primo sentimento. Corregge il cammino delle persone che avevano preso una strada più mondana che evangelica. Così accade anche a noi quando ci allontaniamo dalla strada del Vangelo e perdiamo la memoria del primo entusiasmo per la parola del Signore. Gesù ci fa tornare al primo incontro; questa è una grazia, davanti alle tentazioni di allontanarci. La grazia di tornare sempre alla prima chiamata, quando Gesù ci ha guardato con amore. Ognuno di noi ha l’esperienza del primo incontro in cui Gesù ci ha detto: “Seguimi”. Poi, lungo il cammino, ci allontaniamo e perdiamo la freschezza della prima chiamata. Il Papa invita a pregare perché il Signore ci dia la grazia di tornare al momento in cui abbiamo fatto l'esperienza di incontrare Gesù. 

Di seguito il testo dell'omelia (trascrizione di lavoro non ufficiale):

La gente che aveva ascoltato Gesù durante tutta la giornata, e poi ha avuto questa grazia della moltiplicazione dei pani e ha visto il potere di Gesù, voleva farlo re. Prima andavano da Gesù per ascoltare la parola e anche per chiedere la guarigione degli ammalati. Sono rimasti tutta la giornata ascoltando Gesù senza annoiarsi, senza stancarsi o (essere) stanchi, ma erano lì, felici. Ma poi quando hanno visto che Gesù gli dava da mangiare, cosa che loro non aspettavano, hanno pensato: “Ma questo sarebbe un buon governante per noi e sicuramente sarà capace di liberarci dal potere dei Romani e portare il Paese avanti”. E si sono entusiasmati per farlo re. La loro intenzione è cambiata, perché hanno visto e hanno pensato: “Bene … perché una persona che fa questo miracolo, che dà da mangiare al popolo, può essere un buon governante”. Ma avevano dimenticato in quel momento l’entusiasmo che la parola di Gesù faceva nascere nei loro cuori.

Gesù si allontanò e andò a pregare. Si vede quella gente, è rimasta lì, e il giorno dopo cercavano Gesù, “perché deve essere qui” dicevano, perché avevano visto che non era salito sulla barca con gli altri. E c’era una barca lì, è rimasta lì … Ma non sapevano che Gesù aveva raggiunto gli altri camminando sulle acque. Così si sono decisi ad andare dall’altra parte del mare di Tiberiade a cercare Gesù e quando lo hanno visto, la prima parola che gli dicono (è): “Rabbì, quando sei venuto qua?”, come dicendo: “Non capiamo, questo sembra una cosa strana”.

E Gesù li fa tornare al primo sentimento, a quello che avevano loro prima della moltiplicazione dei pani, quando ascoltavano la parola di Dio: “In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni - come all’inizio, i segni della parola, che li entusiasmavano, i segni della guarigione - non perché avete visto dei segni ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Gesù svela la loro intenzione e dice: “Ma è così, avete cambiato atteggiamento”. E loro, invece di giustificarsi: “No, Signore, no…”, sono stati umili. Gesù continua: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”. E loro, buoni, dissero: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”. “Che crediate nel Figlio di Dio”. Questo è un caso nel quale Gesù corregge l’atteggiamento delle persone, della folla, perché a metà cammino si era un po’ allontanato dal primo momento, dalla prima consolazione spirituale e aveva preso una strada che non era giusta, una strada più mondana che evangelica.

Questo ci fa pensare tante volte che noi nella vita incominciamo una strada alla sequela di Gesù, dietro Gesù, con i valori del Vangelo, e a metà strada ci viene un’altra idea, vediamo qualche segnale e ci allontaniamo e ci conformiamo con una cosa più temporale, più materiale, più mondana, può darsi, e perdiamo la memoria di quel primo entusiasmo che abbiamo avuto quando sentivamo parlare Gesù. Il Signore fa tornare sempre al primo incontro, al primo momento nel quale Lui ci ha guardato, ci ha parlato e ha fatto nascere dentro di noi la voglia di seguirlo. Questa è una grazia da chiedere al Signore, perché noi nella vita sempre avremo questa tentazione di allontanarci perché vediamo un’altra cosa: “Ma quello andrà bene, ma quell’idea è buona...”. Ci allontaniamo. La grazia di tornare sempre alla prima chiamata, al primo momento: non dimenticare, non dimenticare la mia storia, quando Gesù mi ha guardato con amore e mi ha detto: “Questa è la tua strada”; quando Gesù tramite tanta gente mi ha fatto capire qual era la strada del Vangelo e non altre strade un po’ mondane, con altri valori. Tornare al primo incontro.

A me sempre ha colpito che tra le cose che dice Gesù nella mattina della Risurrezione: “Andate dai miei discepoli e ditegli che vadano in Galilea, lì mi troveranno”, Galilea era il posto del primo incontro. Lì avevano incontrato Gesù. Ognuno di noi ha la propria “Galilea” dentro, il proprio momento nel quale Gesù si è avvicinato e ci ha detto: “Seguimi”. Nella vita succede questo che è successo a questa gente - buona, perché poi gli dice: “Ma cosa dobbiamo fare?”, subito hanno obbedito - succede che ci allontaniamo e cerchiamo altri valori, altre ermeneutiche, altre cose, e perdiamo la freschezza della prima chiamata. L’autore della lettera agli Ebrei ci rimanda anche a questo: “Ricordatevi i primi giorni”. La memoria, la memoria del primo incontro, la memoria della “mia Galilea”, quando il Signore mi guardò con amore e mi ha detto: “Seguimi”.


Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale. Di seguito la preghiera recitata dal Papa:

Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che mi abbia mai a separare da Te.


Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antifona mariana “Regina caeli”, cantata nel tempo pasquale:

Regína caeli laetáre, allelúia.
Quia quem merúisti portáre, allelúia.
Resurréxit, sicut dixit, allelúia.
Ora pro nobis Deum, allelúia. 

(Regina dei cieli, rallegrati, alleluia.
Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia,
è risorto, come aveva promesso, alleluia.
Prega il Signore per noi, alleluia).
(fonte: Vatican News 27/04/2020)

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UNA NUOVA “CRISTIANITÀ”? di Raniero La Valle


UNA NUOVA “CRISTIANITÀ”?
di Raniero La Valle


La premessa è che noi non facciamo teologia, però osserviamo i movimenti della storia. Questa volta vi scriviamo dall’ospedale dove chi scrive si trova non per il virus ma per una banale diverticolite, il che gli permette però di condividere più intensamente una condizione divenuta oggi molto comune, quella degli “spogliati”. Tanto comune che ci si mette anche il papa.
Abbiamo letto l’intervista di papa Francesco “al mondo di lingua inglese” duramente colpito dalla pandemia, raccontata in italiano da padre Spadaro sulla Civiltà Cattolica. È reperibile ovunque. Il pensiero o ipotesi che ne abbiamo tratto è che uscendo, come ne siamo usciti a fatica, dalla “cristianità”, si stia profilando e abbozzando (e sempre che l’abbozzo riesca) una nuova cristianità, che forse il secolo non chiamerà così ma rappresenterà un altro modo, soave e ricchissimo, di deposito dell’annuncio cristiano nel mondo.
La cristianità è quella che ha avuto corso legale nel mondo dalla riforma gregoriana dell’XI secolo al Concilio ecumenico Vaticano II, dopo il precedente fondativo di Teodosio, il primo Imperatore cristiano. Per fortuna la cristianità non ha esaurito in se stessa tutto il cristianesimo e la Chiesa, che sono stati in questo millennio fecondissimi, però ha preteso racchiudere in se stessa tutto il mondo via via conosciuto. Da essa ha preso congedo dottrinalmente l’ultimo Concilio, ed esplicitamente papa Francesco in uno dei punti più alti del suo magistero, parlando ai Capi d’Europa, compreso il Re di Spagna, venuti da lui a conferirgli il premio Carlo Magno (!). Ora la nuova “cristianità” che si intravvede non è in lizza per annettersi la totalità, non quella planetaria, sapendo ormai che “il tempo è superiore allo spazio”. Non è proselitistica. Gesù ce l’aveva con chi batteva mare e terra per fare un proselite e lo rendeva poi peggiore di prima. E, anche al meglio che si possa pensare, intendere gli altri come proseliti significa viverli come una mancanza, un’estraneità, un’assenza che ci priva di una ricchezza, di un compimento, e così, prima di farli propri, significa farne degli scarti. Invece per Dio non è scartato nessuno, quella totalità che la cristianità presumeva di realizzare in realtà già c’era, l’aveva rivelata Gesù, l’ebreo, stendendo le braccia sulla croce. È vero che poi ha detto di andare fino agli estremi confini della terra, ma per dare la notizia, perché tutti sapessero una cosa che comunque già c’era, l’abbraccio di Dio per l’umanità intera; perché a saperlo certo si è più felici e anche si può e forse si sa essere più giusti e la storia va meglio. E dunque così potrebbe essere la cristianità che domani riappaia, avendo molti nomi, e non c’è paura che ne manchino, tanti essendo i nomi di Dio. Sarà un farsi abbracciare da lui, facendosi un po’ lui, anche senza saperlo, quando molta più gente sarà stata raggiunta dalla notizia che Dio è amore senza gelosia, e se Dio fosse giustizia ma non misericordia, “non sarebbe neanche un Dio”, come attesta papa Francesco. Ma non si deve pensare che il prezzo di questa nuova cristianità immedesimata nel pleroma dell’umanità amata da Dio sia la deistituzionalizzazione della Chiesa. Non c’è vita senza istituzione; ma come ha spiegato Francesco nell’intervista dal suo confinamemto per il virus, la Chiesa è istituzionalizzata dallo Spirito Santo il quale con i carismi crea il disordine, ma poi da lì crea l’armonia. C’è il momento di scuotere le istituzioni (ce l’ha insegnato Ivan Illich) e c’è quello di inverare le istituzioni, come dal manicomio alla riforma psichiatrica, da Creonte ad Antigone. Lo Spirito Santo fa questo. E sono operazioni di “cristianità”.

Per approfondire leggi anche:


domenica 26 aprile 2020

"Dal se al sì, dalla lamentela alla gioia e alla pace" Papa Francesco - REGINA CAELI (testo e video)

"Dal se al sì, 
dalla lamentela alla gioia e alla pace
passare dai pensieri sul mio io 
alla realtà del mio Dio"
Papa Francesco
REGINA CAELI

Biblioteca del Palazzo Apostolico
Domenica, 26 aprile 2020

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di oggi, ambientato nel giorno di Pasqua, racconta l’episodio dei due discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35). È una storia che inizia e finisce in cammino. C’è infatti il viaggio di andata dei discepoli che, tristi per l’epilogo della vicenda di Gesù, lasciano Gerusalemme e tornano a casa, a Emmaus, camminando per circa undici chilometri. È un viaggio che avviene di giorno, con buona parte del tragitto in discesa. E c’è il viaggio di ritorno: altri undici chilometri, ma fatti al calare della notte, con parte del cammino in salita dopo la fatica del percorso di andata e tutta la giornata. Due viaggi: uno agevole di giorno e l’altro faticoso di notte. Eppure il primo avviene nella tristezza, il secondo nella gioia. Nel primo c’è il Signore che cammina al loro fianco, ma non lo riconoscono; nel secondo non lo vedono più, ma lo sentono vicino. Nel primo sono sconfortati e senza speranza; nel secondo corrono a portare agli altri la bella notizia dell’incontro con Gesù Risorto.

I due cammini diversi di quei primi discepoli dicono a noi, discepoli di Gesù oggi, che nella vita abbiamo davanti due direzioni opposte: c’è la via di chi, come quei due all’andata, si lascia paralizzare dalle delusioni della vita e va avanti triste; e c’è la via di chi non mette al primo posto sé stesso e i suoi problemi, ma Gesù che ci visita, e i fratelli che attendono la sua visita, cioè i fratelli che attendono che noi ci prendiamo cura di loro. Ecco la svolta: smettere di orbitare attorno al proprio io, alle delusioni del passato, agli ideali non realizzati, a tante cose brutte che sono accadute nella propria vita. Tante volte noi siamo portati a orbitare, orbitare… Lasciare quello e andare avanti guardando alla realtà più grande e vera della vita: Gesù è vivo, Gesù mi ama. Questa è la realtà più grande. E io posso fare qualcosa per gli altri. È una bella realtà, positiva, solare, bella! L’inversione di marcia è questa: passare dai pensieri sul mio io alla realtà del mio Dio; passare – con un altro gioco di parole – dai “se” al “sì”. Dai “se” al “sì”. Cosa significa? “Se fosse stato Lui a liberarci, se Dio mi avesse ascoltato, se la vita fosse andata come volevo, se avessi questo e quell’altro…”, in tono di lamentela. Questo “se” non aiuta, non è fecondo, non aiuta noi né gli altri. Ecco i nostri se, simili a quelli dei due discepoli. I quali passano però al sì: “sì, il Signore è vivo, cammina con noi. Sì, ora, non domani, ci rimettiamo in cammino per annunciarlo”. “Sì, io posso fare questo perché la gente sia più felice, perché la gente migliori, per aiutare tanta gente. Sì, sì, posso”. Dal se al sì, dalla lamentela alla gioia e alla pace, perché quando noi ci lamentiamo, non siamo nella gioia; siamo in un grigio, in un grigio, quell’aria grigia della tristezza. E questo non aiuta neppure ci fa crescere bene. Dal se al sì, dalla lamentela alla gioia del servizio.

Questo cambio di passo, dall’io a Dio, dai se al sì, com’è accaduto nei discepoli? Incontrando Gesù: i due di Emmaus prima gli aprono il loro cuore; poi lo ascoltano spiegare le Scritture; quindi lo invitano a casa. Sono tre passaggi che possiamo compiere anche noi nelle nostre case: primo, aprire il cuore a Gesù, affidargli i pesi, le fatiche, le delusioni della vita, affidargli i “se”; e poi, secondo passo, ascoltare Gesù, prendere in mano il Vangelo, leggere oggi stesso questo brano, al capitolo ventiquattro del Vangelo di Luca; terzo, pregare Gesù, con le stesse parole di quei discepoli: “Signore, «resta con noi» (v. 29). Signore, resta con me. Signore, resta con tutti noi, perché abbiamo bisogno di Te per trovare la via. E senza di Te c’è la notte”.

Cari fratelli e sorelle, nella vita siamo sempre in cammino. E diventiamo ciò verso cui andiamo. Scegliamo la via di Dio, non quella dell’io; la via del sì, non quella del se. Scopriremo che non c’è imprevisto, non c’è salita, non c’è notte che non si possano affrontare con Gesù. La Madonna, Madre del cammino, che accogliendo la Parola ha fatto di tutta la sua vita un “sì” a Dio, ci indichi la via.

Dopo il Regina Caeli

Cari fratelli e sorelle,

ieri ricorreva la Giornata Mondiale delle Nazioni Unite contro la malaria. Mentre stiamo combattendo la pandemia di coronavirus, dobbiamo portare avanti anche l’impegno per prevenire e curare la malaria, che minaccia miliardi di persone in molti Paesi. Sono vicino a tutti i malati, a quanti li curano, e a coloro che lavorano perché ogni persona abbia accesso a buoni servizi sanitari di base.

Rivolgo anche un saluto a tutti coloro che oggi, in Polonia, partecipano alla “Lettura Nazionale della Sacra Scrittura”. Vi ho detto molte volte e vorrei dirlo ancora di nuovo, quanto è importante prendere l’abitudine di leggere il Vangelo, alcuni minuti, tutti i giorni. Portiamolo in tasca, nella borsa. Che sia sempre vicino a noi, anche fisicamente, e leggerne un po’ ogni giorno.

Tra pochi giorni inizierà il mese di maggio, dedicato in modo particolare alla Vergine Maria. Con una breve Lettera – pubblicata ieri – ho invitato tutti i fedeli a pregare in questo mese il santo Rosario, insieme, in famiglia o da soli, e pregare una delle due preghiere che ho messo a disposizione di tutti. La nostra Madre ci aiuterà ad affrontare con più fede e speranza il tempo di prova che stiamo attraversando.

Auguro a tutti un buon mese di maggio e una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.


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Non dimentichiamo più chi è avanti negli anni di Andrea Riccardi

Non dimentichiamo più 
chi è avanti negli anni 
di Andrea Riccardi

La società ha dimostrato di ignorare gli anziani. 
Dobbiamo cambiare mentalità e politiche. 

Editoriale pubblicato su "Famiglia Cristiana" 
n. 17 - 26 aprile 2020


Queste settimane segnate dal coronavirus sono un’esperienza particolare per la nostra generazione. Impareremo qualcosa per il domani? C’è il rischio di continuare come in passato. Così le nostre società andranno incontro a pericoli seri, perché si sono rivelate fragili per tanti aspetti, non preveggenti, basate sulla priorità dell’interesse economico. Bisogna ricostruire una società a dimensione umana. Non si può tornare alla vita di prima passivamente. C’è bisogno di cambiamenti. Vorrei sollevare una questione. Sono rimasto colpito dalla strage degli anziani negli istituti durante la pandemia.

Il nostro giornale, la settimana scorsa, ne ha parlato come di “grande strage silenziosa”. 
È avvenuto un groviglio di errori e di irresponsabilità. La magistratura sta indagando e la sua attenzione si allargherà a istituti per anziani, talvolta irregolari, dove sono avvenute vicende drammatiche. La realtà è che gli anziani in istituto muoiono di più di quelli a casa. Secondo un gruppo di ricerca della London School of Economics, è un fenomeno europeo. In Italia, i deceduti ricoverati nelle case di riposo per coronavirus sono il 53% deimorti totali; in Spagna il 57%. Nella crisi della pandemia, gli anziani negli istituti hanno pagato un tributo davvero grave. Questo rivela, con grande evidenza, l’inadeguatezza dell’istituto in sé: è una questione sanitaria, ma anche umana.

Vogliamo continuare a negare questa evidenza? Queste dolorose vicende insegnano come l’istituzionalizzazione non possa essere la normalità per le persone non più autosufficienti, ma solo un’eccezione. Ce l’insegna anche la triste vita degli anziani istituzionalizzati, allontanati dal contesto umano in cui sono vissuti per la vita. Anche laddove gli standard delle Rsa sono buoni, non è questo il giusto approdo finale per la vita di un uomo o di una donna.

Bisogna aiutare l’anziano a restare a casa, creando attorno a lui una rete di solidarietà. C’è qui il problema delle difficoltà di tante famiglie, che si ritrovano sole e senza aiuto nel gestire i propri cari a casa.

La nostra società non è “amichevole” verso gli anziani a casa o le famiglie con uno o più anziani: non li ha presenti, non li sostiene o li accompagna. In Italia va rafforzata l’assistenza domiciliare, molto meno costosa dei ricoveri, tra l’altro, e poi esiste la figura della “badante”, in genere una donna che aiuta l’anziano o la persona in difficoltà a gestire la vita quotidiana. È in questo spirito – aiutare gli anziani a casa e la famiglia – che ho proposto la regolarizzazione delle badanti, colf e baby-sitter che vivono irregolarmente in Italia. Bisogna aiutare l’anziano a vivere nel suo ambiente. Di fronte alle prime difficoltà, viene subito suggerita la via dell’istituto o della casa di riposo.

E questo talvolta non sa difendere la sua permanenza a casa, non vuole essere di peso, non si sente sostenuto. Dalla crisi del coronavirus esco ancor più rafforzato in quella convinzione che don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, esprimeva con fulminante chiarezza: «Dio ha creato la famiglia, gli uomini gli istituti»

(Fonte: sito)

Leggi anche il nostro post già pubblicato:
- Lettera d’addio di un anziano, morto per coronavirus all’interno di una Rsa: «ADDIO, IN QUESTA PRIGIONE DORATA NON È MI MANCATO NULLA SE NON LE VOSTRE CAREZZE»

«Preghiamo oggi, in questa Messa, per tutte le persone che soffrono la tristezza - Il nostro cuore è inquieto, il nostro cuore ha sete dell’incontro con Dio. Dio ha inviato Gesù per incontrarci... rispettoso dei nostri tempi. È il Signore della pazienza... Noi incontriamo Gesù nel buio dei nostri dubbi... il nocciolo del cristianesimo è l’incontro con Gesù. » - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
26 aprile 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Il Papa prega per chi è triste a causa di questa crisi, 
ma Gesù è sempre accanto a noi


Nella Messa a Santa Marta, Francesco prega per quanti sono pieni di tristezza perché sono soli o senza lavoro e non sanno come mantenere la famiglia a causa delle conseguenze della pandemia. Nell'omelia, ricorda che Gesù cammina sempre accanto a noi, anche nei momenti bui


Francesco ha presieduto la Messa a Casa Santa Marta nella III Domenica di Pasqua. Nell’introduzione rivolge il suo pensiero a quanti sono afflitti dalla tristezza nel tempo della pandemia:

Preghiamo oggi, in questa Messa, per tutte le persone che soffrono la tristezza, perché sono sole o perché non sanno quale futuro li aspetta o perché non possono portare avanti la famiglia perché non hanno soldi, perché non hanno lavoro. Tanta gente che soffre la tristezza. Per loro preghiamo oggi.

Guarda il video


Nell’omelia, il Papa ha commentato il Vangelo odierno (Lc 24, 13-35) che racconta l’incontro di Gesù risorto con i discepoli di Emmaus e di come questi abbiano riconosciuto il Signore nello spezzare il pane. Il cristianesimo - ha detto il Papa - è un incontro con Gesù, il cristiano è uno che si lascia incontrare dal Signore. Noi siamo nati con un seme di inquietudine, anche senza saperlo: il nostro cuore ha sete dell’incontro con Dio, lo cerca, tante volte per strade sbagliate. E Dio ha sete di incontrarci, a tal punto che ha inviato Gesù per incontrarci, per venire incontro a questa inquietudine. Nel Vangelo vediamo che Gesù rispetta il nostro cammino, segue i nostri tempi, è il Signore della pazienza, cammina accanto a noi, ascolta le nostre inquietudini, le conosce. A Gesù piace sentire come noi parliamo. Non accelera il passo: è la sua pazienza. Gesù va al passo della persona più lenta. Gesù ascolta, poi risponde, spiega, fino al punto necessario. Noi incontriamo Gesù lungo tutto il nostro cammino anche nei nostri momenti bui: ci accompagna perché ha voglia di incontrarci. Per questo diciamo che il nocciolo del cristianesimo è l’incontro con Gesù. Alcuni incontrano Gesù senza accorgersene. La vita della grazia inizia quando incontriamo Gesù. Il Signore - è la preghiera conclusiva del Papa - ci dia la grazia di incontrarlo e sapere che cammina con noi in tutti i momenti: è il nostro compagno di pellegrinaggio.

Di seguito il testo dell'omelia (trascrizione di lavoro non ufficiale):

Tante volte abbiamo sentito che il cristianesimo non è solo una dottrina, non è un modo di comportarsi, non è una cultura. Sì, è tutto questo, ma più importante e per primo, è un incontro. Una persona è cristiana perché ha incontrato Gesù Cristo, si è lasciata incontrare da Lui.

Questo passo del Vangelo di Luca, ci racconta un incontro, il modo di capire bene come agisce il Signore, come è il modo nostro di agire. Noi siamo nati con un seme di inquietudine. Dio ha voluto così: inquietudine di trovare pienezza, inquietudine di trovare Dio, tante volte anche senza sapere che noi abbiamo questa inquietudine. Il nostro cuore è inquieto, il nostro cuore ha sete: sete dell’incontro con Dio. Lo cerca, tante volte per strade sbagliate: si perde, poi torna, lo cerca … Dall’altra parte, Dio ha sete dell’incontro, a tal punto che ha inviato Gesù per incontrarci, per venire incontro a questa inquietudine.

Come agisce Gesù? In questo passo del Vangelo vediamo bene che Lui rispetta, rispetta la nostra propria situazione, non va avanti. Soltanto, qualche volta, con i testardi, pensiamo a Paolo, no? quando lo butta giù dal cavallo. Ma di solito va lentamente, rispettoso dei nostri tempi. È il Signore della pazienza. Quanta pazienza ha il Signore con ognuno di noi! Il Signore cammina accanto a noi.

Come abbiamo visto qui con questi due discepoli, ascolta le nostre inquietudini – le conosce! – e a un certo punto dice qualcosa. Al Signore piace sentire come noi parliamo, per capirci bene e per dare la risposta giusta a quella inquietudine. Il Signore non accelera il passo, va sempre al nostro passo, tante volte lento, ma la sua pazienza è così.

C’è un’antica regola dei pellegrini che dice che il vero pellegrino deve andare al passo della persona più lenta. E Gesù è capace di questo, lo fa, non accelera, aspetta che noi diamo il primo passo. E quando c’è il momento, ci fa la domanda. In questo caso è chiaro: “Ma di cosa parlate voi?”, si fa ignorante per farci parlare. A Lui piace che noi parliamo. Gli piace sentire questo, gli piace che noi parliamo così. È una cosa che per ascoltarci e rispondere ci fa parlare, come se facesse l’ignorante, ma con tanto rispetto. E poi risponde, spiega, fino al punto necessario. Qui ci dice che: “’Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?’. E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui”. Spiega, fa chiarire.

Io confesso che ho la curiosità di sapere come Gesù ha spiegato per fare lo stesso. È stata una catechesi bellissima. E poi lo stesso Gesù che ci ha accompagnato, che ci ha avvicinato, fa finta di andare oltre per vedere la misura della nostra inquietudine: “No, vieni, vieni, rimani un po’ con noi”. Così si dà l’incontro. Ma l’incontro non è soltanto il momento dello spezzare il pane qui, ma è tutto il cammino. Noi incontriamo Gesù nel buio dei nostri dubbi. Anche nel dubbio brutto dei nostri peccati, Lui è lì per aiutarci, nelle nostre inquietudini … È sempre con noi.

Il Signore ci accompagna perché ha voglia di incontrarci. Per questo diciamo che il nocciolo del cristianesimo è un incontro: è l’incontro con Gesù. Perché tu sei cristiano? Perché tu sei cristiana? E tanta gente non sa dirlo. Alcuni, per tradizione ma, altri non sanno dirlo, perché hanno incontrato Gesù, ma non si sono accorti che era un incontro con Gesù. Gesù sempre ci cerca. Sempre. E noi abbiamo la nostra inquietudine. Nel momento che la nostra inquietudine incontra Gesù, lì incomincia la vita della grazia, la vita della pienezza, la vita del cammino cristiano.

Che il Signore a tutti noi dia questa grazia di incontrare Gesù tutti i giorni, di sapere, di conoscere proprio che Lui cammina con noi in tutti i nostri momenti. È il nostro compagno di pellegrinaggio.


Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale. Di seguito la preghiera recitata dal Papa:

Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che mi abbia mai a separare da Te.


Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antifona mariana “Regina caeli”, cantata nel tempo pasquale:

Regína caeli laetáre, allelúia.
Quia quem merúisti portáre, allelúia.
Resurréxit, sicut dixit, allelúia.
Ora pro nobis Deum, allelúia. 

(Regina dei cieli, rallegrati, alleluia.
Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia,
è risorto, come aveva promesso, alleluia.
Prega il Signore per noi, alleluia).
(fonte: Vatican News 26/04/2020)

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Il fuoco nel pane - Commento al Vangelo - III Domenica di Pasqua (A) a cura di P. Ermes Ronchi

Il fuoco nel pane
 Quando sulla mia fede scende la sera, egli è per le strade a cercarmi, e rallenta i suoi passi nella polvere. 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social 
  • il secondo pubblicato su Avvenire 
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. […] Luca 24,13-35

per i social



Quando sulla mia fede scende la sera, egli è per le strade a cercarmi, e rallenta i suoi passi nella polvere. 

Fuoco nel pane

Questo vangelo si snoda, come una grande liturgia, in tre momenti: la liturgia della strada, della parola e del pane.

La liturgia della strada.
Emmaus dista undici chilometri da Gerusalemme, tre ore di cammino trascorse a parlare del sogno in cui avevano sperato, poi naufragato nel sangue. Emmaus è casa mia quando torno nel mio piccolo angolo, scappo dagli altri, chiuso, ferito; finito il sogno in cui tanto avevo sperato.
Ma la liturgia della strada apre a quella della speranza: quanto speravamo che fosse lui! E dicono di una storia capita male, di un amore sfociato nell’illusione.
I due amici camminano, turbati, ma benedetti dal salmo 84: beato l’uomo che ha sentieri nel cuore.
Non è più qui hanno detto gli angeli.

Quando sulla mia fede scende la sera, egli è per le strade a cercarmi, e rallenta i suoi passi nella polvere. 
Ed ecco, Gesù si avvicinò e camminava con loro. Un Dio sparpagliato per tutta l’umanità che non comanda nessun passo, prende il mio. Nulla di obbligato. Ogni camminare gli va bene purché uno cammini. Gli basta il passo del momento, quello quotidiano.

La liturgia della parola.
Spiegava loro le scritture. Diceva che il Messia doveva soffrire, leggeva la vita con la Parola di Dio.
Gesù spiega loro che la Croce non è un incidente, ma la pienezza dell’amore che cambia la comprensione di Dio e della vita.

Ora l’anima dei due camminanti comincia a rasserenarsi, perché la mano di Dio si posa là proprio dove sembrava assurdo e impossibile: sulla croce. E i due camminatori scoprono l’immensa verità: vedono Dio, così nascosto da sembrare assente, tessere il filo d’oro nella tela del mondo, tesserlo dal punto più basso che è la croce.
Ce ne dimentichiamo sempre: più la mano di Dio sembra nascosta, più è potente. Più è silenziosa, più si rivela efficace.

La liturgia del pane.
Resta con noi perché si fa sera. Ed egli rimase con loro. Da allora Cristo rimane sempre, ma solo se lo desidero. Entra e mi trasforma, cambiandomi il cuore, gli occhi, il cammino.
Lo riconobbero nel pane spezzato e donato. Lui che non ha mai spezzato nessuno, spezza se stesso. Lui che non chiede nulla, offre tutto di sé.
E proprio in quel momento scompare. Il Vangelo dice letteralmente: divenne invisibile. Non se n’è andato altrove. E’ invisibile, ma lì con loro.
Scomparso alla vista, ma presente nel gesto.
La parola e il pane cambiano il senso di ogni cosa: partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme. Partire verso i fratelli, partire come se la notte non dovesse venire più, partire con il sole dentro. Un miracolo.
Ma il primo miracolo è stato un altro: non ci bruciava forse il cuore mentre per via ci spiegava il senso delle Scritture e della vita?
Efrem il Siro presta a Gesù queste parole: chi mangia me, mangia il fuoco! Abbiamo mangiato il fuoco nel pane. (Inni sulla fede – IV sec.)


per Avvenire

Gesù si avvicinò e camminava con loro. Dio si avvicina sempre, viandante dei secoli e dei giorni, e muove tutta la storia (…)