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mercoledì 26 febbraio 2020

«Coraggio, entriamo in questo deserto della Quaresima, seguiamo Gesù nel deserto: con Lui i nostri deserti fioriranno.» Papa Francesco Udienza Generale 26/02/2020 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 26 febbraio 2020


Il Papa ha fatto il suo ingresso dall’Arco delle Campane poco prima delle 9.15, per il tradizionale appuntamento del mercoledì in piazza San Pietro, che oggi coincide con il Mercoledì delle Ceneri, inizio della Quaresima. 12mila le presenze in piazza San Pietro. Contrariamente a quanto fa di solito, Francesco ha soltanto salutato la folla che lo acclamava festante con cenni della mano e il gesto dell'”ok”, senza nessun contatto ravvicinato con nessuno. Compresi i bambini che questa volta non sono stati “prelevati” dalla folla grazie all’aiuto dei solerti uomini della gendarmeria vaticana. Tra i 12mila presenti oggi in piazza San Pietro, anche pellegrini provenienti dal Nord Italia, come quelli della diocesi di Concordia-Pordenone, guidati dal vescovo Giuseppe Pellegrini. Soltanto al termine del suo percorso in papamobile, Francesco è sceso dalla jeep bianca e ha stretto mani ad alcuni i fedeli che si trovavano lungo la prima fila delle transenne, facendo anche un paio di volte lo “scambio dello zucchetto”.









Catechesi - Quaresima: entrare nel deserto

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo il cammino quaresimale, cammino di quaranta giorni verso la Pasqua, verso il cuore dell’anno liturgico e della fede. È un cammino che segue quello di Gesù, che agli inizi del suo ministero si ritirò per quaranta giorni a pregare e digiunare, tentato dal diavolo, nel deserto. Proprio del significato spirituale del deserto vorrei parlarvi oggi. Cosa significa spiritualmente il deserto per tutti noi, anche noi che viviamo in città, cosa significa il deserto.

Immaginiamo di stare in un deserto. La prima sensazione sarebbe quella di trovarci avvolti da un grande silenzio: niente rumori, a parte il vento e il nostro respiro. Ecco, il deserto è il luogo del distacco dal frastuono che ci circonda. È assenza di parole per fare spazio a un’altra Parola, la Parola di Dio, che come brezza leggera ci accarezza il cuore (cfr 1 Re 19,12). Il deserto è il luogo della Parola, con la maiuscola. Nella Bibbia, infatti, il Signore ama parlarci nel deserto. Nel deserto consegna a Mosè le “dieci parole”, i dieci comandamenti. E quando il popolo si allontana da Lui, diventando come una sposa infedele, Dio dice: «Ecco, io la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là mi risponderà, come nei giorni della sua giovinezza» (Os 2,16-17). Nel deserto si ascolta la Parola di Dio, che è come un suono leggero. Il Libro dei Re dice che la Parola di Dio è come un filo di silenzio sonoro. Nel deserto si ritrova l’intimità con Dio, l’amore del Signore. Gesù amava ritirarsi ogni giorno in luoghi deserti a pregare (cfr Lc 5,16). Ci ha insegnato come cercare il Padre, che ci parla nel silenzio. E non è facile fare silenzio nel cuore, perché noi cerchiamo sempre di parlare un po’, di stare con gli altri.

La Quaresima è il tempo propizio per fare spazio alla Parola di Dio. È il tempo per spegnere la televisione e aprire la Bibbia. È il tempo per staccarci dal cellulare e connetterci al Vangelo. Quando ero bambino non c’era la televisione, ma c’era l’abitudine di non ascoltare la radio. La Quaresima è deserto, è il tempo per rinunciare, per staccarci dal cellulare e connetterci al Vangelo. È il tempo per rinunciare a parole inutili, chiacchiere, dicerie, pettegolezzi, e parlare e dare del “tu” al Signore. È il tempo per dedicarsi a una sana ecologia del cuore, fare pulizia lì. Viviamo in un ambiente inquinato da troppa violenza verbale, da tante parole offensive e nocive, che la rete amplifica. Oggi si insulta come se si dicesse “Buona Giornata”. Siamo sommersi di parole vuote, di pubblicità, di messaggi subdoli. Ci siamo abituati a sentire di tutto su tutti e rischiamo di scivolare in una mondanità che ci atrofizza il cuore e non c’è bypass per guarire questo, ma soltanto il silenzio. Fatichiamo a distinguere la voce del Signore che ci parla, la voce della coscienza, la voce del bene. Gesù, chiamandoci nel deserto, ci invita a prestare ascolto a quel che conta, all’importante, all’essenziale. Al diavolo che lo tentava rispose: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4). Come il pane, più del pane ci occorre la Parola di Dio, ci serve parlare con Dio: ci serve pregare. Perché solo davanti a Dio vengono alla luce le inclinazioni del cuore e cadono le doppiezze dell’anima. Ecco il deserto, luogo di vita, non di morte, perché dialogare nel silenzio col Signore ci ridona vita.

Proviamo di nuovo a pensare a un deserto. Il deserto è il luogo dell’essenziale. Guardiamo le nostre vite: quante cose inutili ci circondano! Inseguiamo mille cose che paiono necessarie e in realtà non lo sono. Quanto ci farebbe bene liberarci di tante realtà superflue, per riscoprire quel che conta, per ritrovare i volti di chi ci sta accanto! Anche su questo Gesù ci dà l’esempio, digiunando. Digiunare è saper rinunciare alle cose vane, al superfluo, per andare all’essenziale. Digiunare non è soltanto per dimagrire, digiunare è andare proprio all’essenziale, è cercare la bellezza di una vita più semplice.

Il deserto, infine, è il luogo della solitudine. Anche oggi, vicino a noi, ci sono tanti deserti. Sono le persone sole e abbandonate. Quanti poveri e anziani ci stanno accanto e vivono nel silenzio, senza far clamore, marginalizzati e scartati! Parlare di loro non fa audience. Ma il deserto ci conduce a loro, a quanti, messi a tacere, chiedono in silenzio il nostro aiuto. Tanti sguardi silenziosi che chiedono il nostro aiuto. Il cammino nel deserto quaresimale è un cammino di carità verso chi è più debole.

Preghiera, digiuno, opere di misericordia: ecco la strada nel deserto quaresimale.

Cari fratelli e sorelle, con la voce del profeta Isaia, Dio ha fatto questa promessa: «Ecco, io faccio una cosa nuova, aprirò nel deserto una strada» (Is 43,19). Nel deserto si apre la strada che ci porta dalla morte alla vita. Entriamo nel deserto con Gesù, ne usciremo assaporando la Pasqua, la potenza dell’amore di Dio che rinnova la vita. Accadrà a noi come a quei deserti che in primavera fioriscono, facendo germogliare d’improvviso, “dal nulla”, gemme e piante. Coraggio, entriamo in questo deserto della Quaresima, seguiamo Gesù nel deserto: con Lui i nostri deserti fioriranno.

Guarda il video della catechesi

Saluti:
...

APPELLO

Desidero esprimere nuovamente la mia vicinanza ai malati del Coronavirus e agli operatori sanitari che li curano, come pure alle autorità civili e a tutti coloro che si stanno impegnando per assistere i pazienti e fermare il contagio.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. In particolare, saluto i membri del Movimento dei Focolari e della Congregazione Missionaria delle Serve dello Spirito Santo; e i gruppi parrocchiali, in particolare quello di Cisterna di Latina.

Saluto inoltre i “Cantori delle Cime”, di Lugano. Un pensiero speciale rivolgo ai dipendenti della Compagnia Air Italy, ed auspico che la loro situazione lavorativa possa trovare un’equa soluzione nel rispetto dei diritti di tutti, specialmente delle famiglie.

Saluto infine i giovani, gli anziani, gli ammalati e gli sposi novelli. Oggi, Mercoledì delle Ceneri, il Signore ci indica il cammino di fede da seguire. Lasciatevi guidare dallo Spirito Santo in questo cammino di conversione, per riscoprire la gioia della speranza cristiana.


Guarda il video integrale


Come vivere la Quaresima nel tempo del Coronavirus - Le indicazioni della CEI - I messaggi dei Vescovi di Padova e di Cuneo-Fossano - La vignetta di GIOBA

Coronavirus: comunicato della Presidenza CEI


Davanti al diffondersi del Coronavirus, alla notizia dei primi decessi, alla necessità di tutelare la salute pubblica, arginando il più possibile il pericolo del contagio, in questi giorni – e in queste ore – si susseguono richieste relative a linee comuni anche per le nostre comunità ecclesiali.

Come Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana avvertiamo il dovere di una piena collaborazione con le competenti Autorità dello Stato e delle Regioni per contenere il rischio epidemico: la disponibilità, al riguardo, intende essere massima, nella ricezione delle disposizioni emanate.

Nel contempo, come Chiesa che vive in Italia, rinnoviamo quotidianamente la preghiera elevata ieri a Bari, nella celebrazione eucaristica presieduta dal Santo Padre a conclusione dell’incontro del Mediterraneo: preghiera di vicinanza a quanti sono colpiti dal virus e ai loro familiari; preghiera per medici e infermieri delle strutture sanitarie, chiamati ad affrontare in frontiera questa fase emergenziale; preghiera per chi ha la responsabilità di adottare misure precauzionali e restrittive.

Ci impegniamo a fare la nostra parte per ridurre smarrimenti e paure, che spingerebbero a una sterile chiusura: questo è il tempo in cui ritrovare motivi di realismo, di fiducia e di speranza, che consentano di affrontare insieme questa difficile situazione.

La Presidenza della CEI
Roma, 24 febbraio 2020

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Coronavirus. 
Messe sul web e preghiera personale: 
è la Chiesa che non s'arrende
Celebrazioni «a porte chiuse», inviti alla riflessione, vicinanza ai malati e alle persone impegnate per contrastare il contagio. Da Nord a Sud gli interventi dei vescovi

Le Messe sospese per evitare il contagio da coronavirus, la liturgia del Mercoledì delle ceneri rinviata nella maggior parte delle diocesi del Nord, le attività pastorali e catechistiche congelate fino a nuova disposizione aprono la strada a percorsi di fede meno consueti ma che possono aiutare a riscoprire buone prassi di spiritualità come la preghiera personale e in famiglia, il senso di prossimità e di comunione, il ringraziamento e la lode.

La Chiesa al tempo del coronavirus non chiude le porte per la paura – anche perché tutte le chiese rimangono aperte – ma coglie l’occasione provvidenziale per riattingere dal suo millenario patrimonio tesori di devozione e di pratiche oranti forse un po’ trascurati. Sono gli obiettivi dei vescovi delle diocesi più colpite dal contagio, ma non solo, che in questi giorni invitano i fedeli a momenti di riflessione e di preghiera, anche in assenza di liturgie partecipate.

Leggi tutto dal sito di Avvenire

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Tra i tanti messaggi dei Vescovi alle rispettive diocesi 
ne proponiamo la lettura di due:

  • mons. Claudio Cipolla diocesi di Padova
Messaggio del vescovo Claudio per l’inizio di questa Quaresima “particolare”

Una Quaresima che inizia senza la solenne convocazione della comunità è per lo meno strana. Pone domande, sollecita considerazioni, indebolisce le nostre consolidate tradizioni: è un inizio provocatorio. La sospensione della celebrazione ci induce a ripensare al senso stesso del Mercoledì delle Ceneri e alla sua rilevanza nella vita spirituale. Per molti era una consuetudine che non poneva più interrogativi, per altri era stata trascurata semplicemente per distrazione: ora ritorna all’attenzione!

Questo vuoto, che nella musica si chiama pausa, arricchisce la melodia; nella pittura una piccola macchia di colore in un campo uniforme diventa richiamo, ad esempio un punto bianco su sfondo nero. Queste pause e questi punti attirano l’attenzione. Si tratta di tramutarli in ricami: è un’arte!

Anche questo Mercoledì delle Ceneri e questa prima domenica di Quaresima, vissuti in modo tanto strano, possono essere un’occasione di grazia perché «tutto concorre al bene di coloro che il Signore ama».

L’assenza della comunità convocata. Educati ad una visione troppo individualistica della nostra fede, adesso che viene a mancare l’assemblea convocata percepiamo che senza una comunità si perde qualcosa di importante. È una comunità che celebra l’inizio del tempo che prepara alla Pasqua e Pentecoste; è una comunità che si dà, da secoli, tempi e riti per ritrovarsi e continuare il proprio cammino, rinnovando l’appello a tutti di seguire Gesù e il suo Vangelo; è una comunità che ogni anno desidera far memoria della sua lunga storia di relazione con Dio Padre, della sua identità dovuta all’opera che Gesù ha compiuto proprio per lei, della sua preziosità in un mondo sedotto dalla autoreferenzialità che è sempre chiamato, invece, ad attendere da Dio la sua salvezza; è una comunità che celebrando i sacramenti e facendo memoria del Battesimo, si riconsegna al Signore per essere segno, luce e sale, della sua misericordia e del suo amore.

Non abbiamo voluto noi disposizioni così restrittive, ma vivendole impariamo a sentirci solidali con il nostro territorio e la sua organizzazione civile e sociale di cui vogliamo essere interlocutori responsabili e affidabili, avendo la certezza che il Signore onnipotente arriva ovunque e comunque con la sua grazia. Con questa fiduciosa certezza possiamo straordinariamente privarci con dolore anche delle cose più preziose che possediamo, come i sacramenti e la domenica.

Quella che viviamo è un’occasione per riscoprirci personalmente responsabili del nostro cammino di fede, o meglio della risposta che ciascuno di noi è chiamato a dare al Signore. Egli sempre ci chiama, continuamente ci aspetta anche quando, come il figlio prodigo, siamo lontani dalla sua casa. Ci aspetta rispettando la nostra libertà. La convocazione sarà quest’anno per un incontro con Lui nel nostro cuore. E, se siamo in grado, nella nostra casa, parlandone rispettosamente e autorevolmente con il nostro coniuge , i nostri figli e i nostri cari.

L’inizio della Quaresima può essere solenne ugualmente anche se non secondo le consuetudini, ma secondo lo Spirito, nell’interiorità di ciascuno. Il Signore ci chiama a convergere su di Lui e a rinnovare la nostra fraternità con la sua comunità non a partire da una grande assemblea, ma nel nostro segreto. «E il padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà».

Non perdiamo dunque questa occasione per sentirci provocati personalmente ad accogliere la grazia della Quaresima.

Il punto di colore diventa disegno, la pausa musica.

Perché non tentare di mutare questa mancanza di convocazione comunitaria in ricamo ecclesiale impreziosendo e rifinendo con arte spirituale una situazione imprevista?

+ Claudio Cipolla, vescovo

  • mons. Piero Delbosco diocesi di Cuneo - Fossano
“Contrastare il virus della tristezza”, il messaggio del vescovo per la Quaresima

Insieme al messaggio mons. Delbosco offre sette consigli per contrastare il virus della tristezza e indica sette passi lungo il cammino che porta a Pasqua


L’inizio della Quaresima in questo anno 2020 coincide con una settimana particolare, in cui le nostre comunità sono cariche di apprensione per la diffusione di un virus pericoloso per la salute. Tra le precauzioni adottate ci sono anche quelle che riguardano le celebrazioni pubbliche, con assembramento di persone, che potrebbero favorire la diffusione del contagio. Sono previste, perciò, misure precauzionali che limitano le celebrazioni. Questa circostanza dolorosa può trasformarsi in occasione di conversione. Mette in risalto la nostra estrema vulnerabilità, come afferma il rito delle ceneri: “Ricordati che sei polvere …”.
La Quaresima inizia ugualmente, anche con la difficoltà a celebrarne i riti. Inizia nell’impegno personale di ogni fedele nella vita ordinaria e con la propria famiglia. Ciascuno potrà trovare i modi adatti per dedicare qualche momento apposito alla preghiera in casa, alla lettura della Parola del Vangelo (a partire da Mt 6,1-6.16-18), a momenti di silenzio e riflessione nel segreto dalla propria stanza.
La Quaresima è una quarantena essenziale per la salute dello spirito. Ci aiuta a contrastare i virus spirituali, di cui il più pericoloso è la tristezza. Insieme ad essa vengono tutti gli altri virus che contaminano lo spirito, tolgono forza al cuore, rendono arida la vita quotidiana e ci rendono insensibili a quanti oggi attraversano la passione delle sofferenze e delle ingiustizie.
Buona quarantena a tutti, per ritrovarci un po’ più sani almeno per la Pasqua!

+ Piero Delbosco, vescovo

Insieme al messaggio per la Quaresima il vescovo offre sette consigli per contrastare il virus della tristezza e indica sette passi lungo il cammino che porta a Pasqua.

Sette consigli per contrastare il virus della tristezza

1) Umiltà e desiderio sincero di lasciarsi cambiare interiormente.
2) Preghiera quotidiana per chiedere l’aiuto di Dio per compiere fino alla fine il cammino intrapreso.
3) Moderarsi nel mangiare, nel bere, nel divertimento, nelle continue attività, nelle parole, nei pettegolezzi, nelle lamentele…
4) Staccare ogni tanto telefono, televisore, pensieri per stare in silenzio, ringraziare Dio, riflettere.
5) Confessarsi, dicendo con sincerità i propri peccati, le proprie paure, la propria miseria.
6) Compiere piccole opere di misericordia nella propria casa e nel proprio ambiente di vita.
7) Staccarsi un po’ dai propri soldi e dai propri beni donando con generosità e senza farsi vedere.

Sette passi nel cammino dalla Quaresima alla Pasqua

Mercoledì 26 febbraio (le ceneri) - Primo passo: «Convertitevi, e credete al Vangelo!». Siamo invitati ad avere fiducia nell’amore misericordioso di Dio, senza avvilirci per il male che c’è dentro di noi e nel nostro mondo.
Domenica 1 marzo - Secondo passo: «Non cedete alle seduzioni di avere tante cose, di far bella figura, di dominare!». Siamo invitati a smascherare gli inganni del diavolo nella vita quotidiana per non lasciarci ingannare da falsità che poi lasciano tristezza.
Domenica 8 marzo - Terzo passo: «Guardate avanti al di là di ogni croce!». Siamo invitati a intravedere già la luce della risurrezione anche nei momenti di buio e di sofferenza!
Domenica 15 marzo - Quarto passo: «Attingete al pozzo della fede!». Siamo invitati a riconoscere e valorizzare i doni che abbiamo per il fatto di essere cristiani, di ascoltare il Vangelo, di partecipare ai Sacramenti, di avere una comunità cristiana.
Domenica 22 marzo - Quinto passo: «Aprite gli occhi!». Siamo invitati a non ostinarci e restare ciechi, chiusi nella tristezza, nella delusione, nella malizia interiore.
Domenica 29 marzo - Sesto passo: «Preparatevi alla risurrezione!». Siamo invitati a superare l’angoscia di fronte alla morte, di fronte alle esperienze che finiscono, di fronte ai fallimenti. Dio ha il potere di risollevarci ogni volta dalla morte del corpo e da quella dello spirito.
Domenica 5 aprile (le Palme) - Settimo passo: «Seguite Cristo nella sua passione per condividere con lui la Risurrezione!». Siamo invitati a seguire il Signore passo dopo passo nella sua sofferenza, lasciandoci condurre fino alla gioia della Risurrezione.
Domenica 12 aprile - «È Pasqua!». In chiesa si canterà: «Alleluia!». E nel nostro cuore diremo anche: «Grazie, Signore, di avermi creato, fatto cristiano, conservato fino ad oggi in questo mondo!».

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E per concludere... l'immancabile vignetta di GIOBA:



Vedi anche i nostri post precedenti:

Papa Francesco Messaggio quaresima 2020 «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20)

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
PER LA QUARESIMA 2020

«Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20)


Cari fratelli e sorelle!

Anche quest’anno il Signore ci concede un tempo propizio per prepararci a celebrare con cuore rinnovato il grande Mistero della morte e risurrezione di Gesù, cardine della vita cristiana personale e comunitaria. A questo Mistero dobbiamo ritornare continuamente, con la mente e con il cuore. Infatti, esso non cessa di crescere in noi nella misura in cui ci lasciamo coinvolgere dal suo dinamismo spirituale e aderiamo ad esso con risposta libera e generosa.

1. Il Mistero pasquale, fondamento della conversione

La gioia del cristiano scaturisce dall’ascolto e dall’accoglienza della Buona Notizia della morte e risurrezione di Gesù: il kerygma. Esso riassume il Mistero di un amore «così reale, così vero, così concreto, che ci offre una relazione piena di dialogo sincero e fecondo» (Esort. ap. Christus vivit, 117). Chi crede in questo annuncio respinge la menzogna secondo cui la nostra vita sarebbe originata da noi stessi, mentre in realtà essa nasce dall’amore di Dio Padre, dalla sua volontà di dare la vita in abbondanza (cfr Gv 10,10). Se invece si presta ascolto alla voce suadente del “padre della menzogna” (cfr Gv 8,45) si rischia di sprofondare nel baratro del nonsenso, sperimentando l’inferno già qui sulla terra, come testimoniano purtroppo molti eventi drammatici dell’esperienza umana personale e collettiva.

In questa Quaresima 2020 vorrei perciò estendere ad ogni cristiano quanto già ho scritto ai giovani nell’Esortazione apostolica Christus vivit: «Guarda le braccia aperte di Cristo crocifisso, lasciati salvare sempre nuovamente. E quando ti avvicini per confessare i tuoi peccati, credi fermamente nella sua misericordia che ti libera dalla colpa. Contempla il suo sangue versato con tanto affetto e lasciati purificare da esso. Così potrai rinascere sempre di nuovo» (n. 123). La Pasqua di Gesù non è un avvenimento del passato: per la potenza dello Spirito Santo è sempre attuale e ci permette di guardare e toccare con fede la carne di Cristo in tanti sofferenti.

2. Urgenza della conversione

È salutare contemplare più a fondo il Mistero pasquale, grazie al quale ci è stata donata la misericordia di Dio. L’esperienza della misericordia, infatti, è possibile solo in un “faccia a faccia” col Signore crocifisso e risorto «che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). Un dialogo cuore a cuore, da amico ad amico. Ecco perché la preghiera è tanto importante nel tempo quaresimale. Prima che essere un dovere, essa esprime l’esigenza di corrispondere all’amore di Dio, che sempre ci precede e ci sostiene. Il cristiano, infatti, prega nella consapevolezza di essere indegnamente amato. La preghiera potrà assumere forme diverse, ma ciò che veramente conta agli occhi di Dio è che essa scavi dentro di noi, arrivando a scalfire la durezza del nostro cuore, per convertirlo sempre più a Lui e alla sua volontà.

In questo tempo favorevole, lasciamoci perciò condurre come Israele nel deserto (cfr Os 2,16), così da poter finalmente ascoltare la voce del nostro Sposo, lasciandola risuonare in noi con maggiore profondità e disponibilità. Quanto più ci lasceremo coinvolgere dalla sua Parola, tanto più riusciremo a sperimentare la sua misericordia gratuita per noi. Non lasciamo perciò passare invano questo tempo di grazia, nella presuntuosa illusione di essere noi i padroni dei tempi e dei modi della nostra conversione a Lui.

3. L’appassionata volontà di Dio di dialogare con i suoi figli

Il fatto che il Signore ci offra ancora una volta un tempo favorevole alla nostra conversione non dobbiamo mai darlo per scontato. Questa nuova opportunità dovrebbe suscitare in noi un senso di riconoscenza e scuoterci dal nostro torpore. Malgrado la presenza, talvolta anche drammatica, del male nella nostra vita, come in quella della Chiesa e del mondo, questo spazio offerto al cambiamento di rotta esprime la tenace volontà di Dio di non interrompere il dialogo di salvezza con noi. In Gesù crocifisso, che «Dio fece peccato in nostro favore» (2Cor 5,21), questa volontà è arrivata al punto di far ricadere sul suo Figlio tutti i nostri peccati, fino a “mettere Dio contro Dio”, come disse Papa Benedetto XVI (cfr Enc. Deus caritas est, 12). Dio infatti ama anche i suoi nemici (cfr Mt 5,43-48).

Il dialogo che Dio vuole stabilire con ogni uomo, mediante il Mistero pasquale del suo Figlio, non è come quello attribuito agli abitanti di Atene, i quali «non avevano passatempo più gradito che parlare o ascoltare le ultime novità» (At 17,21). Questo tipo di chiacchiericcio, dettato da vuota e superficiale curiosità, caratterizza la mondanità di tutti i tempi, e ai nostri giorni può insinuarsi anche in un uso fuorviante dei mezzi di comunicazione.

4. Una ricchezza da condividere, non da accumulare solo per sé

Mettere il Mistero pasquale al centro della vita significa sentire compassione per le piaghe di Cristo crocifisso presenti nelle tante vittime innocenti delle guerre, dei soprusi contro la vita, dal nascituro fino all’anziano, delle molteplici forme di violenza, dei disastri ambientali, dell’iniqua distribuzione dei beni della terra, del traffico di esseri umani in tutte le sue forme e della sete sfrenata di guadagno, che è una forma di idolatria.

Anche oggi è importante richiamare gli uomini e le donne di buona volontà alla condivisione dei propri beni con i più bisognosi attraverso l’elemosina, come forma di partecipazione personale all’edificazione di un mondo più equo. La condivisione nella carità rende l’uomo più umano; l’accumulare rischia di abbrutirlo, chiudendolo nel proprio egoismo. Possiamo e dobbiamo spingerci anche oltre, considerando le dimensioni strutturali dell’economia. Per questo motivo, nella Quaresima del 2020, dal 26 al 28 marzo, ho convocato ad Assisi giovani economisti, imprenditori e change-makers, con l’obiettivo di contribuire a delineare un’economia più giusta e inclusiva di quella attuale. Come ha più volte ripetuto il magistero della Chiesa, la politica è una forma eminente di carità (cfr Pio XI, Discorso alla FUCI, 18 dicembre 1927). Altrettanto lo sarà l’occuparsi dell’economia con questo stesso spirito evangelico, che è lo spirito delle Beatitudini.

Invoco l’intercessione di Maria Santissima sulla prossima Quaresima, affinché accogliamo l’appello a lasciarci riconciliare con Dio, fissiamo lo sguardo del cuore sul Mistero pasquale e ci convertiamo a un dialogo aperto e sincero con Dio. In questo modo potremo diventare ciò che Cristo dice dei suoi discepoli: sale della terra e luce del mondo (cfr Mt 5,13-14).

Francesco

Roma, presso San Giovanni in Laterano, 7 ottobre 2019,
Memoria della Beata Maria Vergine del Rosario


"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 16/2019-2020 (A) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo
di Santino Coppolino





Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

Mercoledì delle Ceneri (anno A) 

Vangelo:

Mt 6,1-6.16-18

Dopo averci comandato di essere perfetti come il Padre (5,48), Gesù ci fa entrare nel segreto del cuore del Padre, sorgente d'amore del suo essere e del suo agire. 
La preghiera, l'elemosina e il digiuno sono i tre pilastri della religione, definiscono il nostro rapporto con Dio, con il prossimo e con il creato. Esse, come ogni pratica religiosa, vanno fatte nel segreto, davanti a Dio e non in pubblico, per ricevere la gloria degli uomini. In queste tre relazioni compiamo o meno la giustizia del Padre.
Solo chi sa di essere figlio di Dio è libero dalla vanagloria perché possiede la vera Gloria. In caso contrario saremo affetti da "ophtalmodoulìa", come dice San Paolo (Ef 6,6), la schiavitù degli occhi, cioè il continuo bisogno di essere riconosciuti. Se lo cerchiamo negli altri, resteremo schiavi del giudizio altrui e del nostro tentativo di dare di noi una buona immagine. Se lo cerchiamo nell'Altro, ritroviamo la nostra realtà in Colui che ci ama di amore infinito e ai cui occhi siamo preziosi. La nostra sola Gloria, il vero peso (la Cavòd) della nostra persona, è questo riconoscimento del Padre, che ci rende capaci di amare così come siamo da Lui amati.

martedì 25 febbraio 2020

«Non ci sono compromessi nel Vangelo. ... La strada contro lo spirito del mondo è una sola: l’umiltà.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
25 febbraio 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
“Il più grande è chi serve non chi ha più titoli”

Non si può vivere il Vangelo facendo compromessi, altrimenti si finisce con lo spirito del mondo, che punta al dominio degli altri ed è «nemico di Dio»; ma bisogna scegliere la strada del servizio. La riflessione del Papa, nell’omelia di martedì 25 febbraio, alla messa a Casa Santa Marta, è partita dal brano del Vangelo (Mc 9, 30-37) nel quale Gesù dice ai Dodici che se uno vuole essere il primo è chiamato a farsi ultimo e servitore di tutti.

Gesù sapeva che lungo la strada i discepoli avevano discusso tra loro su chi fosse il più grande «per ambizione». Questo litigare dicendo «io devo andare avanti, io devo salire», ha spiegato il Pontefice, è lo spirito del mondo. Ma anche la prima lettura della liturgia del giorno (Gc 4, 1-10) ricalca questo aspetto, quando l’apostolo Giacomo ricorda che l’amore per il mondo è nemico di Dio. «Quest’ansia di mondanità — ha osservato il Papa — quest’ansia di essere più importante degli altri e dire: “No! Io merito questo, non lo merita quell’altro”. Questo è mondanità, questo — ha proseguito — è lo spirito del mondo e chi respira questo spirito, respira l’inimicizia di Dio». «Gesù, in un altro passo, dice ai discepoli: “O siete con me o siete contro di me”. Non ci sono compromessi nel Vangelo. E quando uno vuole vivere il Vangelo facendo dei compromessi — ha commentato — alla fine si trova con lo spirito mondano, che sempre cerca di fare compromessi per arrampicarsi di più, per dominare, per essere più grande».

Tante guerre e tante liti vengono proprio dai desideri mondani, dalle passioni, ha evidenziato il Papa facendo ancora riferimento alle parole di san Giacomo. È vero «oggi tutto il mondo è seminato da guerre. Ma le guerre che sono fra di noi? Come quella che c’era fra gli apostoli: chi è il più importante?», si è chiesto Francesco. «“Guardate la carriera che ho fatto: adesso non posso andare indietro!”. Questo è lo spirito del mondo e questo non è cristiano. “No! Tocca a me! Io devo guadagnare di più per avere più soldi e più potere”. Questo è lo spirito del mondo», ha sottolineato il Pontefice. «E poi, la malvagità delle chiacchiere: il pettegolezzo. Da dove viene? Dall’invidia. Il grande invidioso — ha ribadito Francesco — è il diavolo, lo sappiamo, lo dice la Bibbia. Dall’invidia. Per l’invidia del diavolo entra il male nel mondo. L’invidia è un tarlo che ti spinge a distruggere, a sparlare, a annientare l’altro».

Nel dialogo dei discepoli c’erano tutte queste passioni e per questo, ha sostenuto Francesco, Gesù li rimprovera e li esorta a farsi servitori di tutti e a prendere l’ultimo posto: «Chi è il più importante nella Chiesa? — si è domandato — Il Papa, i vescovi, i monsignori, i cardinali, i parroci delle parrocchie più belle, i presidenti delle associazioni laicali? No! Il più grande nella Chiesa è quello che si fa servitore di tutti, quello che serve tutti, non che ha più titoli. E per far capire questo prese un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo con tenerezza — perché Gesù parlava con tenerezza, ne aveva tanta — disse loro: “Chi accoglie un bambino, accoglie me”, cioè chi accoglie il più umile, il più servitore. Questa è la strada», ha affermato Francesco sottolineando ancora che «la strada contro lo spirito del mondo è una sola: l’umiltà. Servire gli altri, scegliere l’ultimo posto, non arrampicarsi».

Non bisogna, quindi, «negoziare con lo spirito del mondo», non bisogna dire: «Ho diritto a questo posto, perché guardate la carriera che ho fatto». La mondanità, infatti, ha concluso il Papa, «è nemica di Dio». Bisogna invece ascoltare questa parola «tanto saggia» e incoraggiante che Gesù dice nel Vangelo: «Se uno vuole essere il primo sia l’ultimo di tutti, sia il servitore di tutti».

(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Debora Donnini)

Guarda il video


“MEDITERRANEO FRONTIERA DI PACE” - 23/02/2020 VISITA DI PAPA FRANCESCO A BARI - SANTA MESSA e ANGELUS (cronaca, foto e video)


VISITA DEL SANTO PADRE FRANCESCO A BARI
IN OCCASIONE DELL’INCONTRO DI RIFLESSIONE E SPIRITUALITÀ
“MEDITERRANEO FRONTIERA DI PACE”
SANTA MESSA
Corso Vittorio Emanuele II (Bari)
VII Domenica del Tempo Ordinario, 23 febbraio 2020


Lungo il Corso Vittorio Emanuele II, chiuso dal palco papale sul cui sfondo giganteggia la riproduzione di un rosone romanico con il colore azzurro del Mare Mediterraneo, la folla di quarantamila fedeli ha assistito con grande raccoglimento alla Messa, riservando al Pontefice, all'arrivo e alla partenza, particolare calore. Oltre alle autorità locali, come autorità istituzionali sono presenti oggi il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, e la Ministra per l’agricoltura, Teresa Bellanova, entrambi pugliesi. Mentre il premier Giuseppe Conte, con una telefonata al cardinale presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, ha annunciato di dover rinunciare alla trasferta barese per continuare a gestire da Roma l'emergenza Coronavirus.

Con il Papa hanno concelebrato, oltre ai 58 membri dell'Incontro, 18 cardinali, tutti i vescovi pugliesi, un centinaio di altri vescovi italiani, 4 patriarchi orientali, 500 sacerdoti, 100 diaconi e 600 religiosi. Molto belli e ben eseguiti i canti di don Antonio Parisi, alla guida del coro diocesano (80 persone), e dell'orchestra del Conservatorio di Bari, formata da 25 elementi.

Quasi mille i volontari hanno supportato le forze dell'ordine per garantire l'ordinato svolgimento dell'evento. Circa 500 provenivano dalle parrocchie della diocesi, altri 300 dalla Protezione civile regionale, un centinaio dal sistema sanitario e sono presenti anche circa 60 addetti alla sicurezza della Polizia locale. Treni speciali dalla provincia e servizi navetta da e per i parcheggi allestiti nella periferia barese hanno agevolato il flusso e il deflusso dei pellegrini, che nella zona della celebrazione hanno potuto seguire la liturgia, anche grazie a una decina di maxischermi






OMELIA


Gesù cita l’antica legge: «Occhio per occhio e dente per dente» (Mt 5,38; Es 21,24). Sappiamo che cosa voleva dire: a chi ti toglie qualcosa, tu toglierai la stessa cosa. Era in realtà un grande progresso, perché impediva ritorsioni peggiori: se uno ti ha fatto del male, lo ripagherai con la stessa misura, non potrai fargli di peggio. Chiudere le contese in pareggio era un passo avanti. Eppure Gesù va oltre, molto oltre: «Ma io vi dico di non opporvi al malvagio» (Mt 5,39). Ma come, Signore? Se qualcuno pensa male di me, se qualcuno mi fa del male, non posso ripagarlo con la stessa moneta? “No”, dice Gesù: non-violenza, nessuna violenza.

Possiamo pensare che l’insegnamento di Gesù persegua una strategia: alla fine il malvagio desisterà. Ma non è questo il motivo per cui Gesù chiede di amare anche chi ci fa del male. Qual è la ragione? Che il Padre, nostro Padre, ama sempre tutti, anche se non è ricambiato. Egli «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (v. 45). E oggi, nella prima Lettura, ci dice: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo!» (Lv 19,2). Ossia: “Vivete come me, cercate quello che io cerco”. Gesù ha fatto così. Non ha puntato il dito contro quelli che l’hanno condannato ingiustamente e ucciso crudelmente, ma ha aperto loro le braccia sulla croce. E ha perdonato chi gli ha messo i chiodi nei polsi (cfr Lc 23,33-34).

Allora, se vogliamo essere discepoli di Cristo, se vogliamo dirci cristiani, questa è la via, non ce n’è un’altra. Amati da Dio, siamo chiamati ad amare; perdonati, a perdonare; toccati dall’amore, a dare amore senza aspettare che comincino gli altri; salvati gratuitamente, a non ricercare alcun utile nel bene che facciamo. E tu puoi dire: “Ma Gesù esagera! Dice persino: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,44); parla così per destare l’attenzione, ma forse non intende veramente quello”. Invece sì, intende veramente quello. Gesù qui non parla per paradossi, non usa giri di parole. È diretto e chiaro. Cita la legge antica e solennemente dice: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici”. Sono parole volute, parole precise.

Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano. È la novità cristiana. È la differenza cristiana. Pregare e amare: ecco quello che dobbiamo fare; e non solo verso chi ci vuol bene, non solo verso gli amici, non solo verso il nostro popolo. Perché l’amore di Gesù non conosce confini e barriere. Il Signore ci chiede il coraggio di un amore senza calcoli. Perché la misura di Gesù è l’amore senza misura. Quante volte abbiamo trascurato le sue richieste, comportandoci come tutti! Eppure il comando dell’amore non è una semplice provocazione, sta al cuore del Vangelo. Sull’amore verso tutti non accettiamo scuse, non predichiamo comode prudenze. Il Signore non è stato prudente, non è sceso a compromessi, ci ha chiesto l’estremismo della carità. È l’unico estremismo cristiano lecito: l’estremismo dell’amore.

Amate i vostri nemici. Oggi ci farà bene, durante la Messa e dopo, ripetere a noi stessi queste parole e applicarle alle persone che ci trattano male, che ci danno fastidio, che fatichiamo ad accogliere, che ci tolgono serenità. Amate i vostri nemici. Ci farà bene porci anche delle domande: “Io, di che cosa mi preoccupo nella vita: dei nemici, di chi mi vuole male? O di amare?”. Non preoccuparti della cattiveria altrui, di chi pensa male di te. Inizia invece a disarmare il tuo cuore per amore di Gesù. Perché chi ama Dio non ha nemici nel cuore. Il culto a Dio è il contrario della cultura dell’odio. E la cultura dell’odio si combatte contrastando il culto del lamento. Quante volte ci lamentiamo per quello che non riceviamo, per quello che non va! Gesù sa che tante cose non vanno, che ci sarà sempre qualcuno che ci vorrà male, anche qualcuno che ci perseguiterà. Ma ci chiede solo di pregare e amare. Ecco la rivoluzione di Gesù, la più grande della storia: dal nemico da odiare al nemico da amare, dal culto del lamento alla cultura del dono. Se siamo di Gesù, questo è il cammino! Non ce n’è un altro.

È vero, ma tu puoi obiettare: “Comprendo la grandezza dell’ideale, ma la vita è un’altra cosa! Se amo e perdono, non sopravvivo in questo mondo, dove prevale la logica della forza e sembra che ognuno pensi a sé”. Ma allora la logica di Gesù è perdente? È perdente agli occhi del mondo, ma vincente agli occhi di Dio. San Paolo ci ha detto nella seconda Lettura: «Nessuno si illuda, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio» (1 Cor 3,18-19). Dio vede oltre. Sa come si vince. Sa che il male si vince solo col bene. Ci ha salvati così: non con la spada, ma con la croce. Amare e perdonare è vivere da vincitori. Perderemo se difenderemo la fede con la forza. Il Signore ripeterebbe anche a noi le parole che disse a Pietro nel Getsemani: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11). Nei Getsemani di oggi, nel nostro mondo indifferente e ingiusto, dove sembra di assistere all’agonia della speranza, il cristiano non può fare come quei discepoli, che prima impugnarono la spada e poi fuggirono. No, la soluzione non è sfoderare la spada contro qualcuno e nemmeno fuggire dai tempi che viviamo. La soluzione è la via di Gesù: l’amore attivo, l’amore umile, l’amore «fino alla fine» (Gv 13,1).

Cari fratelli e sorelle, oggi Gesù, col suo amore senza limiti, alza l’asticella della nostra umanità. Alla fine possiamo chiederci: “E noi, ce la faremo?”. Se la meta fosse impossibile, il Signore non ci avrebbe chiesto di raggiungerla. Ma da soli è difficile; è una grazia che va chiesta. Chiedere a Dio la forza di amare, dirgli: “Signore, aiutami ad amare, insegnami a perdonare. Da solo non ci riesco, ho bisogno di Te”. E va chiesta anche la grazia di vedere gli altri non come ostacoli e complicazioni, ma come fratelli e sorelle da amare. Molto spesso chiediamo aiuti e grazie per noi, ma quanto poco chiediamo di saper amare! Non chiediamo abbastanza di saper vivere il cuore del Vangelo, di essere davvero cristiani. Ma «alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore» (S. Giovanni della Croce, Parole di luce e di amore, 57). Scegliamo oggi l’amore, anche se costa, anche se va controcorrente. Non lasciamoci condizionare dal pensiero comune, non accontentiamoci di mezze misure. Accogliamo la sfida di Gesù, la sfida della carità. Saremo veri cristiani e il mondo sarà più umano.


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ANGELUS

Cari fratelli e sorelle,

mentre siamo riuniti qui a pregare e a riflettere sulla pace e sulle sorti dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo, sull’altra sponda di questo mare, in particolare nel nord-ovest della Siria, si consuma un’immane tragedia. Dai nostri cuori di pastori si eleva un forte appello agli attori coinvolti e alla comunità internazionale, perché taccia il frastuono delle armi e si ascolti il pianto dei piccoli e degli indifesi; perché si mettano da parte i calcoli e gli interessi per salvaguardare le vite dei civili e dei tanti bambini innocenti che ne pagano le conseguenze.

Preghiamo il Signore affinché muova i cuori e tutti possano superare la logica dello scontro, dell’odio e della vendetta per riscoprirsi fratelli, figli di un solo Padre, che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi (cfr Mt 5,45). Invochiamo lo Spirito Santo perché ognuno di noi, a partire dai gesti di amore quotidiani, contribuisca a costruire relazioni nuove, ispirate alla comprensione, all’accoglienza, alla pazienza, ponendo così le condizioni per sperimentare la gioia del Vangelo e diffonderla in ogni ambiente di vita. La Vergine Maria, la “Stella del mare” [Santa Madre di Dio] alla quale guardiamo come esempio più alto di fedeltà a Gesù e alla sua parola, ci aiuti a camminare su questa strada.

Prima di recitare insieme l’Angelus, ringrazio di cuore tutti i Vescovi e quanti hanno partecipato a questo incontro sul Mediterraneo come frontiera di pace; come pure coloro – e sono tanti! – che in diversi modi hanno lavorato per la sua buona riuscita. Grazie a tutti! Avete contribuito a far crescere la cultura dell’incontro e del dialogo in questa regione così importante per la pace nel mondo.


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“È benvenuto, ancora una volta, Santo Padre, qui a Bari, città dell’incontro, dell’accoglienza, come lei stesso l’ha definita il 7 luglio 2018, pellegrino di pace per il Medio Oriente”. Sono le parole di ringraziamento di mons. Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto, al Papa, al termine della messa in Corso Vittorio Emanuele II, a cui hanno partecipato – in tutta l’area – 40mila persone. “Felice è davvero la città di Bari”, ha detto Cacucci citando un canto di antica tradizione e dando il benvenuto al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “Felici noi tutti, a nostra volta pellegrini di pace, coperti dal manto tenero e misericordioso della nostra patrona, la Vergine Maria Odegitria, Colei che mostra la via. La sua icona, traslata dall’Oriente a Bari, raffigura la colomba della pace, che il Bambino Gesù regge, appoggiato al braccio della Madre, e che oggi consegna a tutti noi, perché, come due anni fa sul sagrato della Basilica di San Nicola, allargando lo sguardo sul Mediterraneo, la facciamo idealmente librare in cielo col nostro ardente desiderio di pace”.

 




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GENITORI E GIORNALISTI, STATE CALMI, PERCHÉ UN ADULTO IMPAURITO SPAVENTA I BAMBINI di Alberto Pellai


GENITORI E GIORNALISTI, STATE CALMI,
PERCHÉ UN ADULTO IMPAURITO SPAVENTA I BAMBINI
di Alberto Pellai

Scuole chiuse, bambini a casa per una settimana. Sembra una vacanza. Ma intorno c’è un clima di terrore. Coltiviamo fiducia e speranza e non l’ansia. E diciamolo anche a chi oggi fa informazione


Scuole chiuse, bambini a casa per una settimana. Per loro è una vacanza. Ma intorno a loro c’è un clima di terrore. Ansia evidente sul volto dei genitori, supermercati svuotati. Adulti costantemente attaccati ai media per sapere l’ultima novità sul rischio da coronavirus. E poi l’aggiornamento costante sul numero dei morti e dei feriti. E’ come un bollettino di guerra: solo che questa volta la guerra sembra arrivata nel cortile della propria abitazione. Il nemico sembra pronto a invadere il territorio di casa e a oltrepassare l’uscio che separa il dentro dal fuori. “Dentro” e “fuori” sono due parole nonché immagini da tenere in considerazione di fronte all’ansia generalizzata che si è creata nel mondo.

Il virus infatti è la “fuori” e può entrare “dentro” il nostro corpo. Questo è l’evento avverso, che va prevenuto. Questo è il motivo per cui gli esperti e il governo, di conseguenza, stanno facendo di tutto, perché la minaccia che è fuori di noi non penetri nel corpo di nessuno. In un mondo globale, - e senza confini, dove tutto è accessibile, improvvisamente si devono introdurre parole e processi che si chiamano “isolamento” e “Quarantena”. La libertà di alcuni, che vivono in zona rossa, viene contingentata e limitata. Sembrano scene di un altro mondo, ectopico, tra l’altro già descritto in molti film e romanzi. Per noi, invece, oggi è principio di realtà al quale dobbiamo attenerci.

Al tempo stesso, i bambini vivono il dentro e il fuori in modo molto differente. Per loro, il “dentro” è il nido, il nucleo famigliare, la casa, lo spazio che produce un senso di protezione e sicurezza che è il risultato del senso di fiducia e affidamento che nutrono nei confronti dei loro genitori e in generale degli adulti che si prendono cura della loro crescita.

Ma quegli adulti, ora, sembrano poco affidabili. Sono spaventatissimi, in ansia, in preda a comportamenti irrazionali. Si muovono come se davvero si stesse avvicinando a grande velocità la fine del mondo. Fanno provviste, misurano la febbre, cambiano i progetti, chiamano i parenti vicini e lontani per sapere come stanno. Insomma si mostrano in un evidente stato confusionale e ipereccitato, appaiono spaventati. E quando un bambino ha vicino a sé un adulto che dovrebbe proteggerlo - e che invece si trova in uno stato emotivo confuso, caotico e spaventato - si spaventa a sua volta. Perché un adulto spaventato, per i bambini, diventa automaticamente un adulto spaventante. E automaticamente, produce paure anche nei bambini.

I bambini in questo momento hanno paura del virus, perché ha messo dentro di loro, vivida e pressante, l’immagine della morte. Là fuori, appena oltre la porta di casa, c’è una minaccia invisibile che uccide le persone. E che potrebbe entrare anche a casa nostra. Sapere questa cosa, genera angoscia. E i bambini, sono giustamente angosciati, come il resto del mondo.

Serve rassicurarli. Perché si è vero che là fuori c’è una minaccia. Ma la minaccia è molto relativa. Abbiano enormi possibilità di non ammalarcene. Chi se ne ammala ha moltissime probabilità di guarire. La proporzione tra chi ne sarà colpito e chi no è infinitamente a favore di questa seconda opportunità. Tra l’altro, i bambini sembrano fisiologicamente immuni al contagio. Non si contano ammalati nelle fasce di età più giovani.

Ecco, partite da qui. Dite ai bambini di parlare delle loro paure, ma rendetele relative. Ad oggi, abbiamo tutti più probabilità di farci male in un incidente automobilistico piuttosto che a causa del coronovirus. E ciò nonostante, tutti continuiamo ad andare in auto.

Ciò che ci spaventa ora, sono le misure drastiche che lo stato ha preso per ridurre il rischio di contagio. Lo stato fa il suo dovere: lo fa per proteggerci e non per spaventarci. Tutto qui. Dovremmo far notare ai nostri figli che milioni di persone stanno lavorando per mettere la parola FINE a questa minaccia. Prima o poi quella parola verrà scritta. Fino a quel momento, stiamo calmi e obbedienti verso le indicazioni che ci vengono fornite. E coltiviamo la fiducia e la speranza, molto più che l’ansia e il terrore. Bisognerebbe dire questo anche a chi oggi fa informazione. Perché, in effetti “il cosa” e “il come” dell’informazione che riceviamo hanno spesso un taglio catastrofico. Sia per le parole che vengono scelte, sia per il tono con cui vengono dette. I nostri figli sono i più sensibili a questo modo di comunicare. Ma anche molti adulti, non sono da meno.

Vale proprio la pena di dirlo: Keep calm, gente, Keep calm. Ce la faremo.