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venerdì 28 settembre 2018

Il Decreto sicurezza spiegato in 10 punti - Le posizioni di Scalabriniani, Centro Astalli, Caritas, Comboniani e Cei

Il Decreto sicurezza spiegato in 10 punti

Confermate la cancellazione della protezione umanitaria in caso di condanna di primo grado e la revoca della cittadinanza per terrorismo. Cambia il modello di accoglienza


1. Via la protezione umanitaria
Il decreto prevede l’abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Si elimina «l’attuale esercizio discrezionale nella concessione, con l’introduzione di una tipizzazione dei casi di tutela complementare, con precisi requisiti per i soggetti interessati».

2. Sei "permessi speciali"
La protezione umanitaria viene sostituita da "sei permessi speciali": vittime di grave sfruttamento, motivi di salute, violenza domestica, calamità nel Paese d’origine, cure mediche e atti di particolare valore civile

3. Revocato l’asilo con condanna di primo grado
Il decreto amplia la possibilità di negare o revocare la protezione internazionale ad una condanna in primo grado per i reati di violenza sessuale, lesioni gravi e rapina, violenza a pubblico ufficiale, mutilazioni sessuali, furto aggravato, traffico di droga. È prevista inoltre la sospensione della domanda d’asilo in caso di pericolosità sociale.

4. Stop alla cittadinanza
È prevista la revoca della cittadinanza acquisita dagli stranieri condannati in via definitiva per reati di terrorismo

5. Meno Sprar e più Cas
Il decreto riserva esclusivamente ai titolari di protezione internazionale e ai minori non accompagnati i progetti di integrazione ed inclusione sociale previsti dal sistema Sprar. I richiedenti asilo troveranno accoglienza solo nei centro ad essi dedicati: i Cas (Centri di accoglienza secondaria) e i Cara (Centri di accoglienza per richiedenti asilo)

6. Più tempo nei Cpr
La durata massima di permanenza nei Centri per il rimpatrio passa da 3 a 6 mesi per facilitare l’espulsione degli irregolari. Il decreto prevede anche «completamento, adeguamento e ristrutturazione» dei centri già presenti sul territorio e la "costruzione" di altri.

7. Espulsioni più facili
Il decreto prevede misure a garantire l’effettività dell’esecuzione dei provvedimenti di espulsione. Il decreto stanzia 500mila euro per il 2018 e 1,5 milioni per il 2019 e 2020.

8. Daspo per terrorismo
Il Daspo per le manifestazioni sportive potrà essere applicato anche agli indiziati per reati di terrorismo. Possibilità di applicare il Daspo urbano anche nei presidi sanitari e in aree destinate allo svolgimento di fiere, mercati e pubblici spettacoli.

9. Taser ai vigili
Il decreto prevede la sperimentazione dei taser da parte di operatori della polizia municipale di Comuni con più di 100mila abitanti.

10. Occupazioni abusive
Vengono inasprite le sanzioni (con reclusione fino a quattro anni e multa) nei confronti di coloro che promuovono o organizzano l’invasione di terreni o edifici.

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 Nota alla stampa
#Decreto(in)sicurezza

I Missionari Scalabriniani operanti in Europa e Africa sono preoccupati per quanto varato ieri con il Decreto Sicurezza dal Consiglio dei Ministri, soprattutto per la congiunzione immotivata con il tema dell’immigrazione, in esso contenuto: unire i problemi della sicurezza interna dell’Italia, più ampi di quanto realmente generato dal fenomeno migratorio - si pensi solo alla criminalità organizzata o alla violenza imperante in molte periferie cittadine - appare la sintesi di una visione distorta.

La riforma dello SPRAR (ossia del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), riducendone l’efficacia riconosciuta in Italia e in contesto internazionale, assieme all’abolizione della protezione umanitaria, rischia di far sparire le buone pratiche nell’accoglienza e nell’accompagnamento dei richiedenti asilo finora rese tangibili. Questa azione, infatti, non farà altro che ingrossare i centri più grandi per richiedenti asilo, sovraffollandoli nuovamente e aggravando il disagio e la vulnerabilità dei territori dove generalmente essi sono situati.
 
Per padre Gianni Borin, superiore dei missionari scalabriniani in Europa e Africa, la scelta di oggi rappresenta «un grave affronto verso quanti nel mondo ecclesiale e civile sono da anni impegnati ad assicurare un cammino di integrazione ed inclusivo degno di questo nome, servendosi di tutti gli strumenti messi a punto finora dallo Stato e dalle Istituzioni in genere. «La gestione malata di pochi approfittatori nel recente passato non può e non deve ancora condizionare il bel lavoro di cooperazione svolto dai più. «Sottolineare ossessivamente, anche con questo ultimo atto di governo, il binomio migrazione e criminalità, oltre ad offendere la verità, lede i diritti fondamentali della persona umana, dei milioni di migranti che in Italia, in Europa e in tutto il mondo collaborano attivamente allo sviluppo delle società di accoglienza e le arricchiscono con le loro culture».

Roma, 25 settembre 2018
Missionari di San Carlo – Scalabriniani

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Tavolo Nazionale Asilo su 
Decreto Sicurezza e Immigrazione

Il Tavolo Asilo, riunitosi per analizzare il Decreto Legge “Salvini” approvato dal Consiglio dei Ministri, esprime la propria preoccupazione per i contenuti del provvedimento.

Tra le tante problematicità che questo testo solleva, ci preme sottolinearne alcune.

L’abrogazione del titolo di soggiorno per motivi umanitari rischia di produrre effetti molto negativi sul territorio e sul Paese, riducendo in modo significativo l’accesso al diritto d’asilo e generando nuova irregolarità.

È incomprensibile la scelta di ridurre sostanzialmente il sistema d’accoglienza pubblico SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), che è l’unico a garantire i percorsi di inclusione sociale con il protagonismo degli enti locali e una piena trasparenza nella gestione dei fondi.

Sono riproposte misure che hanno già dimostrato di essere inefficaci oltre che ingiuste, come l’allungamento della detenzione amministrativa in attesa dell’espulsione, a cui si aggiunge l’introduzione del trattenimento nella fase di primo arrivo.

Riteniamo siano molti i profili di violazione della Costituzione, della normativa internazionale e di quella dell’Unione Europea, violazioni che necessitano di un intervento correttivo nelle sedi opportune.

Il Tavolo Asilo chiede di poter intervenire, attraverso le audizioni parlamentari, al processo legislativo per dare un contributo come enti che ogni giorno sul territorio si occupano di tutela del diritto d’asilo e di accoglienza.

A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, Amnesty International Italia, ARCI, ASGI, Caritas Italiana, FOCUS Casa dei Diritti Sociali, Centro Astalli, CIR, Comunità di S.Egidio, CNCA, Emergency, Medici Senza Frontiere, Médecins du Monde Missione Italia, FCEI, Medici per i diritti umani, Oxfam Italia, Senza Confine, del Tavolo Asilo Nazionale.

26 settembre 2018
(fonte: Centro Astalli)

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Decreto sicurezza. Gualzetti (Caritas):
colpo all’integrazione

No all’abolizione della protezione umanitaria: «Con queste norme l’Italia torna indietro. Colpisce l’accoglienza diffusa».


«Il decreto è esattamente all’opposto della filosofia della Caritas. Perché va nella direzione della chiusura e si concentra sull’espulsione e riesce a rendere difficile l’integrazione, sulla quale si dovrebbe investire». È preoccupato Luciano Gualzetti, direttore della Caritas Ambrosiana, perché l’attacco all’accoglienza diffusa contenuto nel decreto sull’immigrazione colpisce il metodo sperimentato con successo in questi anni dalla Chiesa italiana per integrare rifugiati e richiedenti asilo sui territori: piccoli gruppi per facilitare la conoscenza, stimolare la reciprocità e vincere i pregiudizi. Con 2.300 persone accolte tra rifugiati, richiedenti asilo e minori non accompagnati in appartamenti e piccole comunità, l’organismo pastorale della Diocesi di Milano una delle più grandi della Chiesa cattolica - vanta un’esperienza con pochi eguali sul fronte migratorio.

Gualzetti attende l’esame del Colle sul testo, che a giudizio di molti esperti potrebbe presentare profili di incostituzionalità, ma intanto ritiene preoccupanti le norme approvate dal Consiglio dei ministri. «Le norme non affrontano i problemi veri, la questione dell’accoglienza e la qualità dell’accompagnamento. Invece si fa di tutto per espellere e limitare al massimo le possibilità di riconoscimento, togliendo le condizioni minime per un percorso serio. Quello che ci spiazza di più è la volontà di ostacolare l’accoglienza diffusa sui territori, modello che prevede la presenza di poche persone con il coinvolgimento delle comunità sul quale avevamo puntato molto. Per noi è quello il sistema più adatto per lavorare seriamente, evitando concentrazioni di immigrati in grandi centri. Il decreto ha scelto la linea opposta».

Come?
Depotenziando il sistema Sprar, che accoglieva nei Comuni rifugiati e richiedenti asilo, modello che funzionava. Invece si restringe lo Sprar a rifugiati e minori non accompagnati e gli altri finiranno nei centri di accoglienza straordinaria, quindi in grandi strutture, in attesa che le commissioni si pronuncino sulle domande di asilo. Qui non verranno date loro opportunità di integrazione. Ma così si mina alla radice il sistema di accoglienza diffusa che la Caritas aveva cercato di realizzare in collaborazione con le istituzioni. Questo rispecchia una mentalità che non ci appartiene. Noi non siamo per far entrare tutti, ma per trattare chi è entrato sul territorio nazionale con dignità.

Quali risultati ha prodotto l’accoglienza diffusa dello Sprar?
Molti percorsi di integrazione delle persone, molte delle quali hanno potuto imparare l’italiano, capire la nostra cultura, trovare lavoretti per corrispondere all’aiuto ricevuto in un’ottica di reciprocità. I piccoli inserimenti hanno fatto bene anche alle comunità che, incontrando piccoli gruppi, hanno vinto paure e pregiudizi alimentati anche da una propaganda che vuole solo spaventare. Stiamo parlando di una goccia nel mare dell’accoglienza, che certo non era organizzata bene perché puntava sulla logica emergenziale andando a cercare posti ovunque e affidandosi anche a cooperative improbabili. Ma l’alternativa per noi era potenziare gli Sprar accelerando nel contempo le risposte alle domande di asilo.

Cosa comporta l’abolizione della protezione umanitaria?
La protezione umanitaria è prevista in molti Stati europei, così si torna indietro. Se c’erano abusi nella discrezionalità con cui si è riconosciuta protezione a chi non aveva diritto, andavano colpiti. Ma togliere allo Stato la possibilità di concedere un permesso a chi non ha le condizioni per chiedere asilo rimandandolo in Paesi dove rischia la persecuzione, mi risulta poco comprensibile. O meglio, essendo tantissimi i Paesi con conflitti non dichiarati dove si perseguita la gente, l’obiettivo è diminuire la possibilità di concedere ospitalità a chi fugge da situazioni difficili.

Il governo sostiene che espulsioni e rimpatri saranno più facili. Condivide?
Credo che aumenteranno le incertezze e i giorni di detenzione e fermo, i rimpatri sono molto difficili. Meglio affrontare il problema con percorsi di inserimento e integrazione. È ineludibile la questione delle vie di ingresso legali. Non è possibile che oggi l’unico sistema sia chiedere asilo. Andrebbero ampliati i corridoi umanitari e riformata la legge sull’immigrazione perché l’Italia ha bisogno di immigrati regolari. Chiudersi è impossibile.

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Il “decreto Salvini” è da riscrivere

Peggiora il quadro legislativo sull’immigrazione, mette in ulteriore difficoltà i richiedenti asilo, presuppone che i pericoli maggiori per la sicurezza derivino dai migranti. È inoltre in contrasto con la Dottrina sociale della Chiesa e con gli insegnamenti di papa Francesco.

Intendiamo manifestare il nostro totale disaccordo nei confronti del decreto legge Sicurezza e immigrazione, varato dal Consiglio dei ministri, perché considera l’immigrazione principalmente come un problema di ordine pubblico.

Il cosiddetto “decreto Salvini” cancella di fatto i diritti fondamentali degli stranieri e rischia di incrementare ancora di più la percezione che i rifugiati sono una minaccia per la sicurezza dei cittadini italiani, e non persone da proteggere. L’aspetto securitario del decreto legge, indiscutibilmente necessario, non deve e non può mettere in secondo piano l’aspetto più importante, e cioè che l’immigrazione non è una maledizione ma una risorsa per la società.

In sintonia con tante associazioni cattoliche e laiche impegnate nel settore dell’immigrazione, deploriamo il fatto che i cambiamenti presentati nella legge vanno a peggiorare invece che migliorare le leggi vigenti in materia di immigrazione. In particolare, contestiamo la sostanziale riduzione della concessione del diritto di asilo per motivi umanitari riservato a poche eccezioni, negando la protezione a chi, ad esempio, proviene da paesi dove c’è seria instabilità politica e la vita delle persone è in pericolo. Inoltre, riteniamo un errore il ridimensionamento del Sistema di protezione per richiedenti asilo (Sprar) – uno tra i pochi esempi di successo di accoglienza integrata realizzata dai comuni in collaborazione con associazioni volontarie – che andrà ad accrescere il numero di clandestini destinati a languire nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas). Irragionevole ci pare poi la scelta di raddoppiare i tempi di permanenza nei Centri per il rimpatrio (Cpr) fino a 180 giorni, misura che porterà a prolungare inutilmente la detenzione amministrativa di persone che non hanno commesso alcun crimine.

Come cristiani e missionari riteniamo che l’impianto generale della legge Sicurezza e immigrazione sia in netto contrasto con la dottrina sociale della Chiesa e gli insegnamenti di papa Francesco e dei suoi predecessori che costantemente invitano all’accoglienza di profughi e immigrati, incoraggiandone l’integrazione nella società.

Infine ci rivolgiamo al presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, affinché si rifiuti di apporre la propria firma al decreto Immigrati e sicurezza ed esiga che venga riscritto nel rispetto dei principi di fondo della Costituzione italiana e delle convenzioni internazionali in materia di immigrazione.
Missionari comboniani in Italia

La denuncia-appello è sottoscritta anche dall'Associazione Missionaria Internazionale (AMI).

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La Cei chiede al governo di ripensare al decreto sicurezza

Fatti e non parole. I vescovi «interpellano i responsabili della cosa pubblica, perché non si accontentino di mettere in fila promesse o dichiarazioni falsamente rassicuranti». Il Consiglio Permanente della Cei dopo tre giorni di dibattito ha sintetizzato i lavori con un comunicato in cui si evidenziano alcune criticità del Paese, soprattutto sul fronte dell'occupazione. La Cei, si legge nella nota, guarda alla «sofferenza acuta di tanti giovani privi di lavoro o alle prese con occupazioni occasionali, prive di alcuna sicurezza. Il lavoro che manca - come il lavoro indegno - rimane una piaga che angoscia, spoglia il Paese del suo futuro, peggiora le condizioni delle famiglie e aumenta le disuguaglianze sociali».

I vescovi sono tornati anche ad affrontare la questione migratoria. «Mi preoccupa l'abrogazione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari e anche la riduzione di questi permessi perchè in questo modo si rischia di esporre tante persone a un futuro incerto come pure l'espulsione legata anche al primo grado di condanna che non sarebbe proprio in pieno con la Costituzione» ha detto il presidente il cardinale Gualtiero Bassetti, che ha espresso perplessità sulla forma decreto rispetto al carattere di emergenza ed ha auspicato ripensamenti nei successivi passaggi dell'approvazione

La Cei, nella nota ufficiale, si è invece limitata a sottolineare la generosità delle diocesi ad accogliere i profughi della nave Diciotti (che poi sono fuggiti dalle strutture cattoliche per emigrare probabilmente nel Nord Europa).

«La vicenda della Nave Diciotti - si legge nel comunicato - rafforza la convinzione di come la solidarietà - fatta di accoglienza e integrazione - rimanga la via principale per affrontare la complessità del fenomeno»,. Rispetto al pericolo che inquietudini e paure alimentino un clima di diffidenza, esasperazione e rifiuto - aggiungono i vescovi -, il Consiglio Permanente ha rilanciato l'impegno della Chiesa anche nel contribuire a un'Europa maggiormente consapevole delle sue radici e con questo più giusta e fraterna, capace di custodire la vita, a partire da quella più esposta».




giovedì 27 settembre 2018

San Vincenzo de' Paoli parla ancora oggi a ciascuno di noi

Amore inventivo
San Vincenzo de' Paoli

di Antonio Savone

Sento questa memoria liturgica come una celebrazione della speranza, quella di poter intraprendere anche noi un cammino nuovo alla sequela del Signore Gesù e del suo Vangelo. Una scuola alquanto singolare quella di Vincenzo de’ Paoli.

Ciò che apprendiamo anzitutto alla sua scuola è che santi non si nasce. Santi si diventa attraverso un più o meno lungo percorso di conversione e di purificazione. Il percorso verso la santità si innesta sempre su quella dimensione di vulnerabilità che più ci caratterizza come persone, ciascuno la sua.

Vincenzo de’ Paoli aveva scelto di diventare sacerdote perché vedeva in ciò “come l’occasione per raggiungere un certo prestigio sociale e una dignitosa sistemazione economica”. Così scriverà egli stesso a sua madre. Aveva molti difetti. Era ambizioso: non a caso sarà l’umiltà, a lui per niente connaturale, la virtù-guida del suo percorso.

Aveva ribrezzo per le sue origini, difficilmente ne parlava: veniva da una famiglia di poveri e più o meno fino a 15 anni la sua vita era trascorsa nel fare il guardiano di porci. Quando era studente in collegio aveva rifiutato la visita di suo padre perché si vergognava del fatto che fosse zoppo, povero e malvestito. Aveva addirittura affermato di non conoscere quell’uomo. Scoprirà solo più tardi la sua vocazione, quando aprirà gli occhi sulla condizione in cui versavano gli ammalati ospiti di un ospedale che portava il nome di “Hotel Dieu”, “Casa di Dio”. Quell’esperienza lo toccherà profondamente nell’animo da segnare una vera e propria svolta.

Nell’epoca in cui vive Vincenzo de’ Paoli tanti erano quelli che si chiedevano il perché delle cose. Egli ribalta questo modo di affrontare le situazioni chiedendosi invece: “Perché no?” perché non si può cambiare? Era la domanda che in lui nasceva dalla spinta di amore che sentiva urgere dentro di sé. Non a caso parlerà dell’amore di Dio come di un amore inventivo, un amore cioè che non si rassegna al normale stato delle cose ma tutto escogita perché queste possano mutare. Chi ha fatto esperienza di questo amore inventivo sarà in grado di esprimere la fantasia profetica della carità.

Alla sua scuola, infatti, si apprende a superare la tentazione di uno spiritualismo disincarnato che privilegiando la dimensione cultuale si dimentica della storia e delle situazioni concrete. Desiderava che i suoi discepoli fossero “certosini in casa e apostoli in campagna” proprio a voler esprimere l’unità tra il culto e la vita.

Alla sua scuola si apprende cosa voglia dire rendere effettivo il Vangelo: farsi prossimo ad ogni uomo, accorgersi dei suoi bisogni, impegnarsi subito per soccorrerlo, farsi scomodare dalle sofferenze altrui, fare tutto il possibile per risolvere le sue difficoltà, sentirsene responsabile, coinvolgere altre persone ad intervenire insieme…

Alla scuola di Vincenzo de’ Paoli si apprende, inoltre, che i poveri non sono un oggetto di studio ma un mistero al quale avvicinarsi per lasciarsi trasformare da esso.

Da lui si apprende pure quella delicatezza che non umilia mentre tende la mano a chi è nel bisogno. Non basta fare la carità ma essere carità: quante opere di carità fatte senza la carità, magari rinfacciando e umiliando.

Da Vincenzo de’ Paoli si apprende ancora la capacità di stare a contatto con la realtà senza recriminare ma lasciandosene interpellare. Scrivendo al papa Innocenzo X, Vincenzo de’ Paoli ha ben presente lo stato miserevole in cui versa il suo paese: “la casa reale divisa da dissensi; il popolo scisso in opposti partiti; le città e le province rovinate dalle guerre civili… i contadini messi nell’impossibilità di raccogliere quello che hanno seminato e di seminare negli anni futuri…”. Dinanzi a questa situazione Vincenzo non si perde d’animo ma si rimbocca le maniche nella consapevolezza di essere stato inviato “ad infiammare il cuore degli uomini a fare quello che fece il Signore Gesù… non mi basta amare Dio se anche il mio prossimo non lo ama”.

Metteva spesso in guardia dall’essere “cristiani dipinti”. Si diventa cristiani dipinti quando ci si dimentica di piegare le ginocchia davanti al Padre e non ci si rimbocca le maniche con il sudore della fronte.

Stimava cosa più importante di tutte le missioni, le prediche, gli esercizi spirituali e le altre benedizioni date da Dio, il fatto che i suoi discepoli fossero talmente uniti da non parlare mai male degli assenti. Questo, a suo dire, era il segno che l’immagine della SS. Trinità è meglio impressa in noi.

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Nella ricorrenza del quarto centenario (27/09/2017) Papa Francesco ha inviato un messaggio alla famiglia vincenziana: 

... San Vincenzo ha tradotto tutto questo con la vita e perciò parla ancora oggi a ciascuno di noi e a noi come Chiesa. La sua testimonianza ci invita a essere sempre in cammino, pronti a lasciarci sorprendere dallo sguardo del Signore e dalla sua Parola. Ci domanda piccolezza di cuore, disponibilità piena e umiltà docile. Ci sospinge alla comunione fraterna tra noi e alla missione coraggiosa nel mondo. Ci chiede di liberarci dai linguaggi complessi, dalle retoriche autoreferenziali e dagli attaccamenti alle sicurezze materiali, che possono tranquillizzare nell’immediato ma non infondono la pace di Dio e spesso persino ostacolano la missione. Ci esorta a investire nella creatività dell’amore, con la genuinità di un «cuore che vede». La carità, infatti, non si accontenta delle buone abitudini del passato, ma sa trasformare il presente. Questo è tanto più necessario oggi, nella mutevole complessità della società globalizzata, dove certe forme di elemosina e di aiuto, pur motivate da generose intenzioni, rischiano di alimentare forme di sfruttamento e di illegalità e di non portare benefici reali e duraturi. Per questo pensare la carità, organizzare la prossimità e investire sulla formazione sono insegnamenti attuali che da San Vincenzo giungono a noi. Ma il suo esempio ci stimola, al tempo stesso, a dare spazio e tempo ai poveri, ai nuovi poveri di oggi, ai troppi poveri di oggi, a fare nostri i loro pensieri e i loro disagi, perché un cristianesimo senza contatto con chi soffre diventa un cristianesimo disincarnato, incapace di toccare la carne di Cristo. Incontrare i poveri, prediligere i poveri, dar voce ai poveri, perché la loro presenza non sia zittita dalla cultura dell’effimero. ...


La storia del gigante della carità nel servizio di Francesco Durante per Tg2000



«Viaggio nei Paesi Baltici: la mia missione era annunciare la gioia del Vangelo e la rivoluzione della tenerezza» Papa Francesco Udienza 26/09/2018 (foto, testo e video)


UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 26 settembre 2018

Tra i doni che i fedeli “lanciano” al Papa durante il tragitto tra i vari settori della piazza, oggi c’era anche una rosa a gambo lungo, che Francesco ha raccolto di buon grado. Per la sua prima udienza dopo il viaggio nei Paesi Baltici, dal quale è rientrato ieri sera, Francesco ha trovato ad accoglierlo 18mila persone, in una giornata romana baciata dal sole, da temperature più miti rispetto ai giorni scorsi ma accompagnata anche dal vento, che ha costretto il Papa più volte a tenersi ben saldo in testa lo “zucchetto” bianco. Protagonisti, come di consueto, sono stati i bambini, che Francesco ha accarezzato e baciato lungo il percorso delimitato dal colonnato del Bernini, aiutato dagli uomini della sicurezza vaticana.












Catechesi sul Viaggio nei Paesi Baltici

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nei giorni scorsi ho compiuto un viaggio apostolico in Lituania, Lettonia ed Estonia, in occasione del centenario dell’indipendenza di questi Paesi detti Baltici. Cento anni che essi hanno vissuto per metà sotto il giogo delle occupazioni, quella nazista, prima, e quella sovietica, poi. Sono popoli che hanno molto sofferto, e per questo il Signore li ha guardati con predilezione. Sono sicuro di questo. Ringrazio i Presidenti delle tre Repubbliche e le Autorità civili per la squisita accoglienza che ho ricevuto. Ringrazio i Vescovi e tutti coloro che hanno collaborato a preparare e realizzare questo evento ecclesiale.

La mia visita è avvenuta in un contesto assai mutato rispetto a quello che incontrò S. Giovanni Paolo II; perciò la mia missione era annunciare nuovamente a quei popoli la gioia del Vangelo e la rivoluzione della tenerezza, della misericordia, perché la libertà non basta a dare senso e pienezza alla vita senza l’amore, amore che sempre viene da Dio. Il Vangelo, che nel tempo della prova dà forza e anima la lotta per la liberazione, nel tempo della libertà è luce per il quotidiano cammino delle persone, delle famiglie, delle società ed è sale che dà sapore alla vita ordinaria e la preserva dalla corruzione della mediocrità e degli egoismi.

In Lituania i cattolici sono la maggioranza, mentre in Lettonia e in Estonia prevalgono i luterani e gli ortodossi, ma molti si sono allontanati dalla vita religiosa. Dunque la sfida è quella di rafforzare la comunione tra tutti i cristiani, già sviluppatasi durante il duro periodo della persecuzione. In effetti, la dimensione ecumenica era intrinseca a questo viaggio, e ha trovato espressione nel momento di preghiera nella Cattedrale di Riga e nell’incontro con i giovani a Tallinn.

Nel rivolgermi alle rispettive Autorità dei tre Paesi, ho messo l’accento sul contributo che essi danno alla comunità delle Nazioni e specialmente all’Europa: contributo di valori umani e sociali passati attraverso il crogiolo della prova. Ho incoraggiato il dialogo tra la generazione degli anziani e quella dei giovani, perché il contatto con le “radici” possa continuare a fecondare il presente e il futuro. Ho esortato a coniugare sempre la libertà con la solidarietà e l’accoglienza, secondo la tradizione di quelle terre.

Ai giovani e agli anziani erano dedicati due incontri specifici: con i giovani a Vilnius, con gli anziani a Riga. Nella piazza di Vilnius, piena di ragazzi e ragazze, era palpabile il motto della visita in Lituania: «Gesù Cristo nostra speranza». Le testimonianze hanno manifestato la bellezza della preghiera e del canto, dove l’anima si apre a Dio; la gioia di servire gli altri, uscendo dai recinti dell’“io” per essere in cammino, capaci di rialzarsi dopo le cadute. Con gli anziani, in Lettonia, ho sottolineato lo stretto legame tra pazienza e speranza. Coloro che sono passati attraverso dure prove sono radici di un popolo, da custodire con la grazia di Dio, perché i nuovi germogli possano attingervi e fiorire e portare frutto. La sfida per chi invecchia è non indurirsi dentro, ma rimanere aperto e tenero di mente e di cuore; e questo è possibile con la “linfa” dello Spirito Santo, nella preghiera e nell’ascolto della Parola.

Anche con i sacerdoti, i consacrati e i seminaristi, incontrati in Lituania, è apparsa essenziale, per la speranza, la dimensione della costanza: essere centrati in Dio, fermamente radicati nel suo amore. Che grande testimonianza in questo hanno dato e danno ancora tanti preti, religiosi e religiose anziani! Hanno sofferto calunnie, prigioni, deportazioni…, ma sono rimasti saldi nella fede. Ho esortato a non dimenticare, a custodire la memoria dei martiri, per seguire i loro esempi.

E a proposito di memoria, a Vilnius ho reso omaggio alle vittime del genocidio ebraico in Lituania, esattamente a 75 anni dalla chiusura del grande Ghetto, che fu anticamera della morte per decine di migliaia di ebrei. Nello stesso tempo ho visitato il Museo delle Occupazioni e delle Lotte per la Libertà: ho sostato in preghiera proprio nelle stanze dove venivano detenuti, torturati e uccisi gli oppositori del regime. Ne uccidevano più o meno quaranta per notte. È commovente vedere fino a che punto può arrivare la crudeltà umana. Pensiamo a questo.

Passano gli anni, passano i regimi, ma sopra la Porta dell’Aurora di Vilnius, Maria, Madre della Misericordia, continua a vegliare sul suo popolo, come segno di sicura speranza e di consolazione (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 68).

Segno vivo del Vangelo è sempre la carità concreta. Anche dove più forte è la secolarizzazione, Dio parla col linguaggio dell’amore, della cura, del servizio gratuito a chi è nel bisogno. E allora i cuori si aprono, e succedono miracoli: nei deserti germoglia vita nuova.

Nelle tre celebrazioni Eucaristiche – a Kaunas, Lituania, ad Aglona, Lettonia, e a Tallinn, Estonia – il santo Popolo fedele di Dio in cammino in quelle terre ha rinnovato il suo “sì” a Cristo nostra speranza; lo ha rinnovato con Maria, che sempre si mostra Madre dei suoi figli, specialmente dei più sofferenti; lo ha rinnovato come popolo scelto, sacerdotale e santo, nel cui cuore Dio risveglia la grazia del Battesimo.

Preghiamo per i nostri fratelli e sorelle della Lituania, della Lettonia, e dell’Estonia. Grazie!

Saluti:

...

APPELLO
Cari fratelli e sorelle,

sabato scorso, 22 settembre, è stato firmato a Pechino un Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei Vescovi in Cina. L’Accordo è frutto di un lungo e ponderato cammino di dialogo, inteso a favorire una più positiva collaborazione tra la Santa Sede e le Autorità cinesi per il bene della Comunità cattolica in Cina e per l’armonia dell’intera società.

In questo spirito, ho deciso di rivolgere ai Cattolici cinesi e a tutta la Chiesa universale un Messaggio di fraterno incoraggiamento, che sarà pubblicato quest’oggi. Con ciò, auspico che in Cina si possa aprire una nuova fase, che aiuti a sanare le ferite del passato, a ristabilire e a mantenere la piena comunione di tutti i Cattolici cinesi e ad assumere con rinnovato impegno l’annuncio del Vangelo.

Cari fratelli e sorelle, abbiamo un compito importante! Siamo chiamati ad accompagnare con fervente preghiera e con fraterna amicizia i nostri fratelli e sorelle in Cina. Essi sanno che non sono soli. Tutta la Chiesa prega con loro e per loro. Chiediamo alla Madonna, madre della Speranza e Aiuto dei Cristiani, di benedire e custodire tutti i Cattolici in Cina, mentre per l’intero Popolo cinese invochiamo da Dio il dono della prosperità e della pace.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

...
Un pensiero particolare rivolgo ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli.

Oggi ricorre la memoria liturgica dei santi medici e martiri Cosma e Damiano. Impariamo da questi due fratelli, la testimonianza cristiana della propria fede nella cura instancabile e gratuita, offerta a quanti erano afflitti da infermità. Per la loro intercessione, il Signore dia conforto e salute a tutti coloro che sono nella sofferenza e nella malattia ed ispiri generosità e spirito di servizio a quanti sono preposti alle cure sanitarie.

Guarda il video integrale


"Fiorire d’inverno" di Nadia Toffa - Un libro che fa discutere: La malattia si può considerare un dono?

Nadia Toffa
Fiorire d’inverno

Ho sempre creduto che la vita fosse disporre sul tavolo, nel miglior modo possibile, le carte che ti sei trovato in mano. Invece all’improvviso ne arriva una che spariglia tutte le altre, e la vita è proprio come ti giochi quell’ultima carta.

Per ciascuno di noi l’esistenza è costellata di eventi che in prima battuta sono sembrati inaffrontabili, e invece poi hanno portato a una rinascita, a un nuovo equilibrio. Penso che ci sia un ordine più saggio che governa il mondo e di cui spesso ignoriamo il senso, la prospettiva. Per questo ho una grande fiducia, mi alzo sempre col sorriso. Certo che preferisco il sole, ma quando ci sei in mezzo scopri che anche la neve ha la sua bellezza.

La malattia, l’avere bisogno di aiuto, mi hanno costretto a riprendere contatto con la mia parte più tenera e indifesa, quella più umana. Era come se mi fossi dimenticata che la fragilità non è una debolezza, ma è la condizione dell’essere umano ed è proprio lei che ci protegge, perché ci fa ascoltare quello che proviamo, quello che siamo, nel corpo e nel cuore.

Nadia


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Nadia Toffa e il male come dono 
di Michela Marzano 
(“la Repubblica” del 25 settembre 2018)

“Aspetto di sapere cosa ne pensate della mia vita raccontata in questo libro in cui c’è tutta la mia intimità, in cui vi apro il mio cuore", ha scritto su Instagram Nadia Toffa postando la copertina di Fiorire d’inverno — il memoir in cui parla del suo tumore, delle sue battaglie e di come pian piano sia riuscita a trasformare "quello che tutti considerano una sfiga, il cancro, in un dono, un’occasione, un’opportunità" — e suscitando in breve tempo moltissime reazioni. 
Sono stati talmente tanto numerosi i commenti che # NadiaToffa è diventato in Italia una tendenza, secondo solo a # DecretoSalvini. 
E quindi? Niente di nuovo, si potrebbe commentare, visto che ormai ogni parola e ogni immagine resa pubblica suscita polemiche, e ognuno si sente sempre in dovere di dire la sua, soprattutto quando l’autore di un post è un personaggio celebre. Solo che questa volta la polemica sembra più assurda del solito, e se c’è chi saluta con estremo entusiasmo il coraggio di Nadia Toffa, c’è anche chi non esita a lanciare invettive parlando di "spettacolarizzazione del tumore". In un caso come nell’altro, però, il rischio è quello di cancellare le molteplici sfumature di tutta questa vicenda. Da un lato, si rischia di banalizzare la sofferenza e di ferire chi, come Nadia, il cancro lo ha vissuto e lo sta ancora combattendo; dall’altro, c’è il pericolo di colpire e addolorare chi questa battaglia la sta perdendo o l’ha già persa, e forse non accetta che il proprio dramma possa essere qualificato come "dono". La sofferenza, d’altronde, non è mai un dono. Ma può essere un’occasione di rinascita, può essere attraversata e raccontata, può diventare persino un motivo di speranza. E in questi casi, il dono, sta proprio nel raccontarlo. 
Dietro il libro di Nadia Toffa c’è senz’altro l’urgenza di dire la gioia che si prova quando si riesce a essere più forti della propria malattia, quando si è capaci di sormontare le difficoltà, quando ci si rende conto che si ha la forza di battersi. Oltre al coraggio, perché di coraggio ce ne vuole davvero tanto per aprire il proprio cuore e donare agli altri pezzi di sé. Ma forse c’è anche l’illusione che chiunque possa essere capace di vincere il cancro e riuscire a parlarne, perché purtroppo non è così, purtroppo c’è anche chi non ce la fa, purtroppo la vita è talvolta così inclemente che, nonostante si cerchi di sorridere ogni giorno, coma Nadia, le tenebre non passano mai. 
È sempre delicato parlare di sé ed esporsi, anche semplicemente perché non si può mai "dire tutto" — a meno di non diventare trasparenti e sbriciolarsi sotto il peso dello sguardo altrui — e l’equilibrio tra il racconto e la sovraesposizione non è mai facile. Ma partire dal presupposto che una persona come Nadia Toffa abbia scritto Fiorire d’inverno per motivi meramente commerciali, come suggerisce Filippo Facci sulle pagine di Libero, è offensivo e inaccettabile. Nadia ha fatto bene a rispondergli a tono: inutile rendersi protagonisti solo per motivi di visibilità. Anche se purtroppo, e lo dico con enorme rispetto per la sofferenza di Nadia e con ammirazione profonda per il suo coraggio, non basta "volere per potere", e quando si è confrontati alla malattia e alla sofferenza la volontà non basta, anzi, crederlo significa colpevolizzarsi, e forse anche lasciar passare il messaggio che chi non ce la fa, in fondo, non ce l’ha messa tutta.


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Nadia e gli altri
di Massimo Gramellini
(“CORRIERE DELLA SERA” del 25 settembre 2018)

Nadia Toffa ha trasformato la sua malattia in un’esperienza pubblica, con il nobile scopo di convincere gli altri che le cose brutte della vita non sono baratri, ma trampolini. Alla conduttrice delle Iene risulta perciò incomprensibile la reazione stizzita, talvolta rabbiosa, di molti potenziali beneficiari delle sue parole di speranza, ora racchiuse in un libro. L’ottimismo senza eccezioni di Nadia si inserisce nel flusso di quel pensiero positivo secondo cui tutto è nelle mani dell’uomo. Ciascuno di noi, se lo vuole davvero, può debellare il male, trovare l’anima gemella, crearsi una fortuna, fare tunnel a Ronaldo, diventare bello e felice. Purtroppo la volontà non basta. C’entrano anche il destino, il carattere, il Dna. La vita, come la malattia, è un’esperienza individuale condizionata da una miriade di variabili quasi mai riconducibili a una ricetta collettiva.


Tante persone hanno cercato con accanimento l’amore o il lavoro dei propri sogni e poi hanno dovuto accontentarsi di compromessi mediocri, subordinando la volontà alla sopravvivenza. Affermare che «volere è potere» finisce per assegnare loro, senza volerlo, un marchio immeritato di falliti. E tanti pazienti affrontano da anni il dolore con immenso coraggio. Andrebbero considerati degli imbelli solo perché il male continua a sovrastarli? Il contagioso entusiasmo di Nadia Toffa può esaltare chi si accinge a un’impresa per la prima volta, ma anche deprimere chi ha già sperimentato i limiti della condizione umana.

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MA IL CANCRO PUÒ ESSERE UN DONO?
di Pino Lorizio

(Famiglia Cristiana del 26/09/2018)

Fa discutere l'espressione di Nadia Toffa, che sta per uscire col suo libro "Fiorire d'inverno", dove racconta il triste calvario vissuto dopo la scoperta della sua malattia. Il teologo Pino Lorizio dà una risposta alla luce dei valori cristiani.


Fa molto discutere e speriamo anche molto riflettere l’espressione che ritroviamo nel libro in uscita in cui una nota conduttrice televisiva racconta la sua dolorosa esperienza. Sembrerebbe a prima vista un’espressione perfettamente in linea con l’etica cristiana e con la fede, che però ci impone di pensare la nostra vita, comprese le esperienze dolorose, nel confronto con Gesù di Nazareth, di cui il cristiano è chiamato ad “avere gli stessi sentimenti” (Fil 2,5).

Se interpretiamo la parola “dono” nel senso di qualcosa che ci è dato e che ci sopraggiunge non perché lo abbiamo scelto, allora è innegabile la profonda verità di questa espressione. Ma di fronte al dato-dono di qualcosa che non si desidererebbe, abbiamo due possibilità: la ribellione e/o l’accoglienza, l’urlo e/o la sottomissione. Ebbene in Gesù di Nazareth rinveniamo entrambi queste posizioni, peraltro in sequenza: dal rifiuto all’accoglienza, dall’urlo alla sottomissione. Ed egli vive questo drammatico “passaggio” sia nel Getsemani che sul calvario. Nell’orto degli ulivi tenta di convincere il Padre ad allontanare da sé il calice amaro della croce, per poi decidere di fare la Sua volontà e non la propria, sul calvario urla all’abbandono di Dio per poi rimettere nelle Sue mani il proprio spirito, ovvero la propria esistenza. E Gesù ci salva con la sua scelta libera di compiere la volontà del Padre prima ancora che con la sofferenza fisica subita e sofferta per la crudeltà degli uomini.

Il dono non desiderato non diventa per questo desiderabile, ma può consentirci di riflettere sulla fragilità della nostra esistenza, sul fatto che non tutto dipende da noi nella nostra storia personale e in quella della società e del mondo, ed anche della chiesa. Ciò che ci è dato e ci fa soffrire e persino morire, è solo un’occasione, ovvero una possibilità, di esercitare la nostra libertà di fronte al mistero dell’esistenza, che è il mistero della vita, della morte e dell’amore. Ed è quest’ultimo che offre un senso alla sofferenza e alla morte, che altrimenti sarebbero semplicemente assurde e crudeli.

Il cristiano non deve augurarsi la propria sofferenza, né augurarla ad alcuno, piuttosto pregare perché sia allontanato il calice amaro della malattia, della solitudine, della povertà, della violenza… E solo qualora la sua preghiera non venga esaudita, attingere alle proprie risorse spirituali e umane per cercare di trasformare-trasfigurare la propria croce, abbracciandola, insieme a quella del Signore Gesù.


mercoledì 26 settembre 2018

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO AI CATTOLICI CINESI E ALLA CHIESA UNIVERSALE (testo integrale) - "Nel cuore di un lungo cammino" di Giovanni Maria Vian

Nel cuore di un lungo cammino
Giovanni Maria Vian

La pubblicazione del messaggio di Francesco ai cattolici cinesi e alla Chiesa universale conferma l’incidenza storica dell’accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi tra Cina e Santa Sede, frutto di un dialogo in corso da almeno un trentennio. Il testo papale, semplice e solenne al tempo stesso, chiarisce al di là di ogni dubbio l’intento dell’accordo firmato a Pechino, che è quello di «sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo» e al tempo stesso di «raggiungere e conservare la piena e visibile unità della Comunità cattolica in Cina». A conferma che la Chiesa esiste per testimoniare e annunciare la salvezza portata da Cristo e che questa missione è tanto più credibile quanto più viene vissuta nella piena comunione.

Due citazioni, dal libro dei Salmi e dalla lettera ai cattolici cinesi di Benedetto XVI (che a sua volta cita due detti di Gesù trasmessi nei vangeli), aprono il messaggio e ne mostrano ancor più chiaramente il significato spirituale: la luce del piccolo gregge costituito dalla misericordia divina nel grande paese asiatico deve risplendere «davanti agli uomini», perché vedano le sue opere buone e rendano gloria a Dio. È dunque questo il compito di testimonianza a cui è chiamata la Chiesa, anche in Cina.

Consapevole della confusione ingenerata da un «turbinio di opinioni e di considerazioni», il Papa assicura di pregare ogni giorno per i cattolici cinesi, di cui ammira la «fedeltà» e la «costanza nella prova», e conferma la sua stima per l’intero popolo della Cina, che «fin dai tempi antichi è entrato in contatto con il messaggio cristiano». Su queste basi Francesco ribadisce che il dialogo «significa conoscersi, rispettarsi e “camminare insieme” per costruire un futuro comune di più alta armonia», al di là delle differenze.

In questo dialogo, certo non facile, si inserisce finalmente l’accordo provvisorio firmato a Pechino per sciogliere «la questione delle nomine episcopali», in continuità con il cammino degli ultimi decenni ma segnando nello stesso tempo il punto di partenza necessario per un «percorso inedito». L’accordo è «perfettibile» ma «per la prima volta introduce elementi stabili di collaborazione» tra le autorità cinesi e la Santa Sede. Lo scopo è quello di avviare un processo che coinvolga «Vescovi, sacerdoti, persone consacrate e fedeli laici» per «cercare insieme buoni candidati» all’episcopato, e non «funzionari per la gestione delle questioni religiose». Un processo dunque dell’intera comunità cattolica per arrivare alla scelta non di burocrati, ma di missionari.

E sull’accordo tra Cina e Santa Sede il Papa si è soffermato rispondendo ai giornalisti alla fine della conferenza stampa durante il volo di ritorno dai paesi baltici. Di questi e della loro storia tragica ed eroica Bergoglio ha parlato a lungo e con commozione. E ha concluso appunto con un elogio esplicito del metodo di questo lungo dialogo con Pechino e dei suoi principali tessitori vaticani, ma soprattutto con un’esaltazione senza riserve della fede e della testimonianza dei cattolici cinesi.
(fonte: L'OSSERVATORE ROMANO 26/09/2018)


MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO
AI CATTOLICI CINESI E ALLA CHIESA UNIVERSALE

«Il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione»
(Salmo 100,5)

Carissimi fratelli nell’episcopato, sacerdoti, persone consacrate e fedeli tutti della Chiesa cattolica in Cina, ringraziamo il Signoreperché eterna è la sua misericordia e riconosciamo che «Egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo» (Sal100,3)!

In questo momento riecheggiano nel mio animo le parole con cui il mio venerato Predecessore, nella Lettera del 27 maggio 2007, vi esortava: «Chiesa cattolica in Cina, piccolo gregge presente e operante nella vastità di un immenso popolo che cammina nella storia, come risuonano incoraggianti e provocanti per te le parole di Gesù: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno” (Lc 12,32) […]: perciò “risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,16)» (Benedetto XVI, Lettera ai Cattolici cinesi, 27 maggio 2007, 5).

1. Negli ultimi tempi, sono circolate tante voci contrastanti sul presente e, soprattutto, sull’avvenire delle comunità cattoliche in Cina. Sono consapevole che un tale turbinio di opinioni e di considerazioni possa aver creato non poca confusione, suscitando in molti cuori sentimenti opposti. Per alcuni, sorgono dubbi e perplessità; altri hanno la sensazione di essere stati come abbandonati dalla Santa Sede e, nel contempo, si pongono la struggente domanda sul valore delle sofferenze affrontate per vivere nella fedeltà al Successore di Pietro. In molti altri, invece, prevalgono positive attese e riflessioni animate dalla speranza di un avvenire più sereno per una feconda testimonianza della fede in terra cinese.

Tale situazione si è venuta accentuando soprattutto in riferimento all’Accordo Provvisorio fra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese che, come sapete, è stato firmato nei giorni scorsi a Pechino. In un frangente tanto significativo per la vita della Chiesa, tramite questo breve Messaggio, desidero, innanzitutto, assicurarvi che siete quotidianamente presenti nella mia preghiera e condividere con voi i sentimenti che abitano il mio cuore.

Sono sentimenti di ringraziamento al Signore e di sincera ammirazione – che è l’ammirazione dell’intera Chiesa cattolica – per il dono della vostra fedeltà, della costanza nella prova, della radicata fiducia nella Provvidenza di Dio, anche quando certi avvenimenti si sono dimostrati particolarmente avversi e difficili.

Tali esperienze dolorose appartengono al tesoro spirituale della Chiesa in Cina e di tutto il Popolo di Dio pellegrinante sulla terra. Vi assicuro che il Signore, proprio attraverso il crogiuolo delle prove, non manca mai di colmarci delle sue consolazioni e di prepararci a una gioia più grande. Con il Salmo 126 siamo più che certi che «chi semina nelle lacrime, mieterà nella gioia» (v. 5)!

Continuiamo, quindi, a fissare lo sguardo sull’esempio di tanti fedeli e Pastori che non hanno esitato ad offrire la loro “bella testimonianza” (cfr 1 Tm 6,13) al Vangelo, fino al dono della propria vita. Sono da considerarsi veri amici di Dio!

2. Da parte mia, ho sempre guardato alla Cina come a una terra ricca di grandi opportunità e al Popolo cinese come artefice e custode di un inestimabile patrimonio di cultura e di saggezza, che si è raffinato resistendo alle avversità e integrando le diversità, e che, non a caso, fin dai tempi antichi è entrato in contatto con il messaggio cristiano. Come diceva con grande acume il P. Matteo Ricci, S.I., sfidandoci alla virtù della fiducia, «prima di contrarre amicizia, bisogna osservare; dopo averla contratta, bisogna fidarsi» (De Amicitia, 7).

È anche mia convinzione che l’incontro possa essere autentico e fecondo solo se avviene attraverso la pratica del dialogo, che significa conoscersi, rispettarsi e “camminare insieme” per costruire un futuro comune di più alta armonia.

In questo solco si colloca l’Accordo Provvisorio, che è frutto del lungo e complesso dialogo istituzionale della Santa Sede con le Autorità governative cinesi, inaugurato già da San Giovanni Paolo II e proseguito da Papa Benedetto XVI. Attraverso tale percorso, la Santa Sede altro non aveva – e non ha – in animo se non di realizzare le finalità spirituali e pastorali proprie della Chiesa, e cioè sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo, e raggiungere e conservare la piena e visibile unità della Comunità cattolica in Cina.

Sul valore di tale Accordo e sulle sue finalità vorrei proporvi alcune riflessioni, offrendovi altresì qualche spunto di spiritualità pastorale per il cammino che, in questa nuova fase, siamo chiamati a percorrere.

Si tratta di un cammino che, come il tratto precedente, «richiede tempo e presuppone la buona volontà delle Parti» (Benedetto XVI, Lettera ai Cattolici cinesi, 27 maggio 2007, 4), ma per la Chiesa, dentro e fuori della Cina, non si tratta solo di aderire a valori umani, bensì di rispondere a una vocazione spirituale: uscire da se stessa per abbracciare «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 1) e le sfide del presente che Dio le affida. È, pertanto, una chiamata ecclesiale a farsi pellegrini sui sentieri della storia, fidandosi innanzitutto di Dio e delle sue promesse, come fecero Abramo e i nostri Padri nella fede.

Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per una terra sconosciuta che doveva ricevere in eredità, senza conoscere il cammino che gli si apriva dinnanzi. Se Abramo avesse preteso condizioni, sociali e politiche, ideali prima di uscire dalla sua terra, forse non sarebbe mai partito. Egli, invece, si è fidato di Dio, e sulla sua Parola ha lasciato la propria casa e le proprie sicurezze. Non furono dunque i cambiamenti storici a permettergli di confidare in Dio, ma fu la sua fede pura a provocare un cambiamento nella storia. La fede, infatti, è «fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio» (Eb 11,1-2).

3. Come Successore di Pietro, desidero confermarvi in questa fede (cfr Lc 22,32) – nella fede di Abramo, nella fede della Vergine Maria, nella fede che avete ricevuto – invitandovi a porre con sempre maggiore convinzione la vostra fiducia nel Signore della storia e nel discernimento della sua volontà compiuto dalla Chiesa. Invochiamo il dono dello Spirito, affinché illumini le menti e riscaldi i cuori e ci aiuti a capire dove ci vuole condurre, a superare gli inevitabili momenti di smarrimento e ad avere la forza di proseguire con decisione sulla strada che si apre davanti a noi.

Proprio al fine di sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo in Cina e di ricostituire la piena e visibile unità nella Chiesa, era fondamentale affrontare, in primo luogo, la questione delle nomine episcopali. È a tutti noto che, purtroppo, la storia recente della Chiesa cattolica in Cina è stata dolorosamente segnata da profonde tensioni, ferite e divisioni, che si sono polarizzate soprattutto intorno alla figura del Vescovo quale custode dell’autenticità della fede e garante della comunione ecclesiale.

Allorquando, nel passato, si è preteso di determinare anche la vita interna delle comunità cattoliche, imponendo il controllo diretto al di là delle legittime competenze dello Stato, nella Chiesa in Cina è comparso il fenomeno della clandestinità. Una tale esperienza – va sottolineato – non rientra nella normalità della vita della Chiesa e «la storia mostra che Pastori e fedeli vi fanno ricorso soltanto nel sofferto desiderio di mantenere integra la propria fede» (Benedetto XVI, Lettera ai Cattolici cinesi, 27 maggio 2007, 8).

Vorrei farvi sapere che, da quando mi è stato affidato il ministero petrino, ho provato grande consolazione nel constatare il sincero desiderio dei Cattolici cinesi di vivere la propria fede in piena comunione con la Chiesa universale e con il Successore di Pietro, il quale è «il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi che della moltitudine dei fedeli» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 23). Di tale desiderio mi sono giunti nel corso di questi anni numerosi segni e testimonianze concreti, anche da parte di coloro, compresi Vescovi, che hanno ferito la comunione nella Chiesa, a causa di debolezza e di errori, ma anche, non poche volte, per forte e indebita pressione esterna.

Perciò, dopo aver attentamente esaminato ogni singola situazione personale e ascoltato diversi pareri, ho riflettuto e pregato molto cercando il vero bene della Chiesa in Cina. Infine, davanti al Signore e con serenità di giudizio, in continuità con l’orientamento dei miei immediati Predecessori, ho deciso di concedere la riconciliazione ai rimanenti sette Vescovi “ufficiali” ordinati senza Mandato Pontificio e, avendo rimosso ogni relativa sanzione canonica, di riammetterli nella piena comunione ecclesiale. In pari tempo, chiedo loro di esprimere, mediante gesti concreti e visibili, la ritrovata unità con la Sede Apostolica e con le Chiese sparse nel mondo, e di mantenervisi fedeli nonostante le difficoltà.

4. Nel sesto anno del mio Pontificato, che ho messo fin dai primi passi sotto il segno dell’Amore misericordioso di Dio, invito pertanto tutti i Cattolici cinesi a farsi artefici di riconciliazione, ricordando con sempre rinnovata passione apostolica le parole di Paolo: «Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (2 Cor 5,18).

Infatti, come ho avuto modo di scrivere al termine del Giubileo Straordinario della Misericordia, «non c’è legge né precetto che possa impedire a Dio di riabbracciare il figlio che torna da Lui riconoscendo di avere sbagliato, ma deciso a ricominciare da capo. Fermarsi soltanto alla legge equivale a vanificare la fede e la misericordia divina. […]. Anche nei casi più complessi, dove si è tentati di far prevalere una giustizia che deriva solo dalle norme, si deve credere nella forza che scaturisce dalla grazia divina» (Lett. ap.Misericordia et misera, 20 novembre 2016, 11).

In questo spirito e con le decisioni prese, possiamo dare inizio a un percorso inedito, che speriamo aiuterà a sanare le ferite del passato, a ristabilire la piena comunione di tutti i Cattolici cinesi e ad aprire una fase di più fraterna collaborazione, per assumere con rinnovato impegno la missione dell’annuncio del Vangelo. Infatti, la Chiesa esiste per testimoniare Gesù Cristo e l’Amore perdonante e salvifico del Padre.

5. L’Accordo Provvisorio siglato con le Autorità cinesi, pur limitandosi ad alcuni aspetti della vita della Chiesa ed essendo necessariamente perfettibile, può contribuire – per la sua parte – a scrivere questa pagina nuova della Chiesa cattolica in Cina. Esso, per la prima volta, introduce elementi stabili di collaborazione tra le Autorità dello Stato e la Sede Apostolica, con la speranza di assicurare alla Comunità cattolica buoni Pastori.

In questo contesto, la Santa Sede intende fare sino in fondo la parte che le compete, ma anche a voi, Vescovi, sacerdoti, persone consacrate e fedeli laici, spetta un ruolo importante: cercare insieme buoni candidati che siano in grado di assumere nella Chiesa il delicato e importante servizio episcopale. Non si tratta, infatti, di nominare funzionari per la gestione delle questioni religiose, ma di avere autentici Pastori secondo il cuore di Gesù, impegnati a operare generosamente al servizio del Popolo di Dio, specialmente dei più poveri e dei più deboli, facendo tesoro delle parole del Signore: «Chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti» (Mc 10,43-44).

Al riguardo, appare evidente che un Accordo non è altro che uno strumento e non potrà da solo risolvere tutti i problemi esistenti. Anzi, esso risulterebbe inefficace e sterile, qualora non fosse accompagnato da un profondo impegno di rinnovamento degli atteggiamenti personali e dei comportamenti ecclesiali.

6. Sul piano pastorale, la Comunità cattolica in Cina è chiamata ad essere unita, per superare le divisioni del passato che tante sofferenze hanno causato e causano al cuore di molti Pastori e fedeli. Tutti i cristiani, senza distinzione, pongano ora gesti di riconciliazione e di comunione. Al riguardo, facciamo tesoro dell’ammonimento di San Giovanni della Croce: «Al tramonto della vita, saremo giudicati sull’amore» (Parole di luce e di amore, 1, 57).

Sul piano civile e politico, i Cattolici cinesi siano buoni cittadini, amino pienamente la loro Patria e servano il proprio Paese con impegno e onestà, secondo le proprie capacità. Sul piano etico, siano consapevoli che molti concittadini si attendono da loro una misura più alta nel servizio al bene comune e allo sviluppo armonioso dell’intera società. In particolare, i Cattolici sappiano offrire quel contributo profetico e costruttivo che essi traggono dalla propria fede nel regno di Dio. Ciò può richiedere a loro anche la fatica di dire una parola critica, non per sterile contrapposizione ma allo scopo di edificare una società più giusta, più umana e più rispettosa della dignità di ogni persona.

7. Mi rivolgo a tutti voi, amati confratelli Vescovi, sacerdoti e persone consacrate, che «servite il Signore nella gioia» (Sal 100,2). Riconosciamoci discepoli di Cristo nel servizio al Popolo di Dio. Viviamo la carità pastorale come bussola del nostro ministero. Superiamo le contrapposizioni del passato, la ricerca dell’affermazione di interessi personali, e prendiamoci cura dei fedeli facendo nostre le loro gioie e le loro sofferenze. Impegniamoci umilmente per la riconciliazione e l’unità. Riprendiamo con energia ed entusiasmo il cammino dell’evangelizzazione, così come indicato dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

A voi tutti ripeto con affetto: «Ci metta in moto l’esempio di tanti sacerdoti, religiose, religiosi e laici che si dedicano ad annunciare e servire con grande fedeltà, molte volte rischiando la vita e certamente a prezzo della loro comodità. La loro testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 19 marzo 2018, 138).

Con convinzione vi invito a chiedere la grazia di non esitare quando lo Spirito esige da noi che facciamo un passo avanti: «Chiediamo il coraggio apostolico di comunicare il Vangelo agli altri e di rinunciare a fare della nostra vita un museo di ricordi. In ogni situazione, lasciamo che lo Spirito Santo ci faccia contemplare la storia nella prospettiva di Gesù risorto. In tal modo la Chiesa, invece di stancarsi, potrà andare avanti accogliendo le sorprese del Signore» (ibid., 139).

8. In quest’anno, in cui tutta la Chiesa celebra il Sinodo dei Giovani, desidero rivolgermi specialmente a voi, giovani cattolici cinesi, che varcate le porte della Casa del Signore «con inni di grazie, con canti di lode» (Sal 100,4). Vi chiedo di collaborare alla costruzione del futuro del vostro Paese con le capacità personali che avete ricevuto in dono e con la giovinezza della vostra fede. Vi esorto a portare a tutti, con il vostro entusiasmo, la gioia del Vangelo.

Siate pronti ad accogliere la guida sicura dello Spirito Santo, che indica al mondo di oggi il cammino verso la riconciliazione e la pace. Lasciatevi sorprendere dalla forza rinnovatrice della grazia, anche quando può sembrarvi che il Signore chieda un impegno superiore alle vostre forze. Non abbiate paura di ascoltare la sua voce che vi chiede fraternità, incontro, capacità di dialogo e di perdono, e spirito di servizio, nonostante tante esperienze dolorose del recente passato e le ferite ancora aperte.

Spalancate il cuore e la mente per discernere il disegno misericordioso di Dio, che chiede di superare i pregiudizi personali e le contrapposizioni tra i gruppi e le comunità, per aprire un coraggioso e fraterno cammino alla luce di un’autentica cultura dell’incontro.

Tante sono, oggi, le tentazioni: l’orgoglio del successo mondano, la chiusura nelle proprie certezze, il primato dato alle cose materiali come se Dio non ci fosse. Andate controcorrente e rimanete saldi nel Signore: «Egli solo è buono», solo «il suo amore è per sempre», solo la «sua fedeltà» dura «di generazione in generazione» (Sal 100,5).

9. Cari fratelli e sorelle della Chiesa universale, tutti siamo chiamati a riconoscere tra i segni dei nostri tempi quanto sta accadendo oggi nella vita della Chiesa in Cina. Abbiamo un compito importante: accompagnare con una fervente preghiera e con fraterna amicizia i nostri fratelli e sorelle in Cina. Infatti, essi devono sentire che nel cammino, che in questo momento si apre di fronte a loro, non sono soli. È necessario che vengano accolti e sostenuti come parte viva della Chiesa: «Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!» (Sal 133,1).

Ogni comunità cattolica locale, in tutto il mondo, si impegni a valorizzare e ad accogliere il tesoro spirituale e culturale proprio dei Cattolici cinesi. È giunto il tempo di gustare insieme i frutti genuini del Vangelo seminato nel grembo dell’antico “Regno di Mezzo” e di innalzare al Signore Gesù Cristo il canto della fede e del ringraziamento, arricchito di note autenticamente cinesi.

10. Mi rivolgo con rispetto a Coloro che guidano la Repubblica Popolare Cinese e rinnovo l’invito a proseguire, con fiducia, coraggio e lungimiranza, il dialogo da tempo intrapreso. Desidero assicurare che la Santa Sede continuerà ad operare sinceramente per crescere nell’autentica amicizia con il Popolo cinese.

Gli attuali contatti tra la Santa Sede e il Governo cinese si stanno dimostrando utili per superare le contrapposizioni del passato, anche recente, e per scrivere una pagina di più serena e concreta collaborazione nel comune convincimento che «l’incomprensione non giova né alle Autorità cinesi né alla Chiesa cattolica in Cina» (Benedetto XVI, Lettera ai Cattolici cinesi, 27 maggio 2007, 4).

In tal modo, la Cina e la Sede Apostolica, chiamate dalla storia ad un compito arduo ma affascinante, potranno agire più positivamente per la crescita ordinata ed armonica della Comunità cattolica in terra cinese, si adopereranno per promuovere lo sviluppo integrale della società assicurando maggior rispetto per la persona umana anche nell’ambito religioso, lavoreranno concretamente per custodire l’ambiente in cui viviamo e per edificare un futuro di pace e di fraternità tra i popoli.

In Cina è di fondamentale importanza che, anche a livello locale, siano sempre più proficui i rapporti tra i Responsabili delle comunità ecclesiali e le Autorità civili, mediante un dialogo franco e un ascolto senza pregiudizi che permetta di superare reciproci atteggiamenti di ostilità. C’è da imparare un nuovo stile di collaborazione semplice e quotidiana tra le Autorità locali e quelle ecclesiastiche – Vescovi, sacerdoti, anziani delle comunità –, in maniera tale da garantire l’ordinato svolgimento delle attività pastorali, in armonia tra le legittime attese dei fedeli e le decisioni che competono alle Autorità.

Ciò aiuterà a comprendere che la Chiesa in Cina non è estranea alla storia cinese, né chiede alcun privilegio: la sua finalità nel dialogo con le Autorità civili è quella di «giungere a una relazione intessuta di reciproco rispetto e di approfondita conoscenza» (ibid.).

11. A nome di tutta la Chiesa imploro dal Signore il dono della pace, mentre invito tutti a invocare con me la materna protezione della Vergine Maria:

Madre del Cielo, ascolta la voce dei tuoi figli, che umilmente invocano il tuo nome.

Vergine della speranza, a te affidiamo il cammino dei credenti nella nobile terra di Cina. Ti preghiamo di presentare al Signore della storia le tribolazioni e le fatiche, le suppliche e le attese dei fedeli che ti pregano, o Regina del Cielo!

Madre della Chiesa, a te consacriamo il presente e l’avvenire delle famiglie e delle nostre comunità. Custodiscile e sostienile nella riconciliazione tra fratelli e nel servizio per i poveri che benedicono il Tuo nome, o Regina del Cielo!

Consolatrice degli afflitti, a te ci rivolgiamo perché sei rifugio di quanti piangono nella prova. Veglia sui tuoi figli che lodano il tuo nome, fa’ che portino uniti l’annuncio del Vangelo. Accompagna i loro passi per un mondo più fraterno, fa’ che a tutti portino la gioia del perdono, o Regina del Cielo!

Maria, Aiuto dei Cristiani, per la Cina ti chiediamo giorni di benedizione e di pace. Amen!

Dal Vaticano, 26 settembre 2018

FRANCESCO