Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



giovedì 27 ottobre 2016

«Tutti insieme siamo una grande forza di sostegno per quanti hanno perso patria, famiglia, lavoro e dignità.» Papa Francesco Udienza 26/10/2016 (foto, testo e video)

 26 ottobre 2016 

Il Papa è arrivato puntuale alle 9.30 e ha iniziato subito con lo scambio dello zucchetto, poi il saluto e l’abbraccio consueto ai bambini.
Ci sono anche 70 fedeli cinesi tra i 25mila fedeli presenti oggi in piazza san Pietro, nonostante la pioggia che a tratti bagna stamane la capitale. Due le diocesi di provenienza: Shenyang e Wenzhou. 
Papa Francesco ha svolto la sua riflessione sulle opere di misericordia corporale, e in particolare il dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati. A braccio ha raccontato una storia che fa riflettere sul problema scottante dell'arrivo (e dell'accoglienza) gli stranieri. Schierandosi una volta di più contro ogni barriera e dichiarando che la solidarietà verso i migranti «ci profuma l’anima e ci fa cambiare».






Guarda il video del saluto ai fedeli

Accogliere lo straniero e Vestire chi è nudo

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Proseguiamo nella riflessione sulle opere di misericordia corporale, che il Signore Gesù ci ha consegnato per mantenere sempre viva e dinamica la nostra fede. Queste opere, infatti, rendono evidente che i cristiani non sono stanchi e pigri nell’attesa dell’incontro finale con il Signore, ma ogni giorno gli vanno incontro, riconoscendo il suo volto in quello di tante persone che chiedono aiuto. Oggi ci soffermiamo su questa parola di Gesù: «Ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito» (Mt25,35-36). Nei nostri tempi è quanto mai attuale l’opera che riguarda i forestieri. La crisi economica, i conflitti armati e i cambiamenti climatici spingono tante persone a emigrare. Tuttavia, le migrazioni non sono un fenomeno nuovo, ma appartengono alla storia dell’umanità. È mancanza di memoria storica pensare che esse siano proprie solo dei nostri anni.

La Bibbia ci offre tanti esempi concreti di migrazione. Basti pensare ad Abramo. La chiamata di Dio lo spinge a lasciare il suo Paese per andare in un altro: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). E così è stato anche per il popolo di Israele, che dall’Egitto, dove era schiavo, andò marciando per quarant’anni nel deserto fino a quando giunse alla terra promessa da Dio. La stessa Santa Famiglia – Maria, Giuseppe e il piccolo Gesù – fu costretta ad emigrare per sfuggire alla minaccia di Erode: «Giuseppe si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode» (Mt 2,14-15). La storia dell’umanità è storia di migrazioni: ad ogni latitudine, non c’è popolo che non abbia conosciuto il fenomeno migratorio.

Nel corso dei secoli abbiamo assistito in proposito a grandi espressioni di solidarietà, anche se non sono mancate tensioni sociali. Oggi, il contesto di crisi economica favorisce purtroppo l’emergere di atteggiamenti di chiusura e di non accoglienza. In alcune parti del mondo sorgono muri e barriere. Sembra a volte che l’opera silenziosa di molti uomini e donne che, in diversi modi, si prodigano per aiutare e assistere i profughi e i migranti sia oscurata dal rumore di altri che danno voce a un istintivo egoismo. Ma la chiusura non è una soluzione, anzi, finisce per favorire i traffici criminali. L’unica via di soluzione è quella della solidarietà. Solidarietà con il migrante, solidarietà con il forestiero …

L’impegno dei cristiani in questo campo è urgente oggi come in passato. Per guardare solo al secolo scorso, ricordiamo la stupenda figura di santa Francesca Cabrini, che dedicò la sua vita insieme alle sue compagne ai migranti verso gli Stati Uniti d’America. Anche oggi abbiamo bisogno di queste testimonianze perché la misericordia possa raggiungere tanti che sono nel bisogno. È un impegno che coinvolge tutti, nessuno escluso. Le diocesi, le parrocchie, gli istituti di vita consacrata, le associazioni e i movimenti, come i singoli cristiani, tutti siamo chiamati ad accogliere i fratelli e le sorelle che fuggono dalla guerra, dalla fame, dalla violenza e da condizioni di vita disumane. Tutti insieme siamo una grande forza di sostegno per quanti hanno perso patria, famiglia, lavoro e dignità. Alcuni giorni fa, è successa una storia piccolina, di città. C’era un rifugiato che cercava una strada e una signora gli si avvicinò e gli disse: “Ma, lei cerca qualcosa?”. Era senza scarpe, quel rifugiato. E lui ha detto: “Io vorrei andare a San Pietro per entrare nella Porta Santa”. E la signora pensò: “Ma, non ha le scarpe, come farà a camminare?”. E chiama un taxi. Ma quel migrante, quel rifugiato puzzava e l’autista del taxi quasi non voleva che salisse, ma alla fine l’ha lasciato salire sul taxi. E la signora, accanto a lui, gli domandò un po’ della sua storia di rifugiato e di migrante, nel percorso del viaggio: dieci minuti per arrivare fino a qui. Quest’uomo raccontò la sua storia di dolore, di guerra, di fame e perché era fuggito dalla sua Patria per migrare qui. Quando sono arrivati, la signora apre la borsa per pagare il tassista e il tassista, che all’inizio non voleva che questo migrante salisse perché puzzava, ha detto alla signora: “No, signora, sono io che devo pagare lei perché lei mi ha fatto sentire una storia che mi ha cambiato il cuore”. Questa signora sapeva cosa era il dolore di un migrante, perché aveva il sangue armeno e conosceva la sofferenza del suo popolo. Quando noi facciamo una cosa del genere, all’inizio ci rifiutiamo perché ci dà un po’ di incomodità, “ma … puzza …”. Ma alla fine, la storia ci profuma l’anima e ci fa cambiare. Pensate a questa storia e pensiamo che cosa possiamo fare per i rifugiati.

E l’altra cosa è vestire chi è nudo: che cosa vuol dire se non restituire dignità a chi l’ha perduta? Certamente dando dei vestiti a chi ne è privo; ma pensiamo anche alle donne vittime della tratta gettate sulle strade, o agli altri, troppi modi di usare il corpo umano come merce, persino dei minori. E così pure non avere un lavoro, una casa, un salario giusto è una forma di nudità, o essere discriminati per la razza, o per la fede, sono tutte forme di “nudità”, di fronte alle quali come cristiani siamo chiamati ad essere attenti, vigilanti e pronti ad agire.

Cari fratelli e sorelle, non cadiamo nella trappola di rinchiuderci in noi stessi, indifferenti alle necessità dei fratelli e preoccupati solo dei nostri interessi. È proprio nella misura in cui ci apriamo agli altri che la vita diventa feconda, le società riacquistano la pace e le persone recuperano la loro piena dignità. E non dimenticatevi di quella signora, non dimenticate quel migrante che puzzava e non dimenticate l’autista al quale il migrante aveva cambiato l’anima.
Guarda il video della catechesi

Saluti:

...
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana!
...
Porgo infine il mio saluto ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli. Alla fine del mese di ottobre desidero raccomandare la preghiera del Rosario. Questa semplice preghiera mariana indichi a voi, cari giovani, la strada per interpretare la volontà di Dio nella vostra vita; amate questa preghiera, cari ammalati, perché essa porta con sé la consolazione per la mente ed il cuore. Diventi per voi, cari sposi novelli, un momento privilegiato di intimità spirituale nella vostra nuova famiglia.

Guarda il video integrale

mercoledì 26 ottobre 2016

«Il regno di Dio “si fa” tutti i giorni» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
25 ottobre 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
“La farina e il lievito”

È «docilità» la parola chiave della riflessione di Papa Francesco durante la messa celebrata martedì 25 ottobre a casa Santa Marta. Deve essere questa infatti la caratteristica principale non solo del «cammino» di ogni singolo cristiano, ma anche del cammino più ampio che contraddistingue il regno di Dio.

Il Pontefice, per dare continuità alla sua meditazione, ha innanzitutto fatto un breve richiamo alla liturgia del giorno precedente: «Ieri abbiamo ripetuto, e anche pregato: “Beati coloro che camminano nella legge del Signore”». Occorre, ha detto, «camminare nella legge» e «non, guardarla; non solo studiarla». La legge, infatti, «è per la vita, è per aiutare a fare il regno, a fare la vita».

Da qui è partito l’approfondimento che ha caratterizzato l’omelia di martedì. Lo spunto è stato il passo del Vangelo di Luca (13, 18-21) nel quale, attraverso le similitudini del granello di senape e del lievito, «il Signore ci dice che anche il regno è in cammino».

Ma «cosa è il regno di Dio»? Qualcuno, ha ipotizzato il Papa, potrebbe pensare che sia «una struttura tutta ben fatta», con «tutto in ordine» e «organigrammi ben fatti», e che ciò che non entra in questa organizzazione non appartenga al regno di Dio. Ma pensare in tale maniera significherebbe incorrere nello stesso errore nel quale si può cadere riguardo alla legge: «il “fissismo”, la rigidità».

Invece, ha spiegato Francesco utilizzando un insolito quanto efficace verbo transitivo, «la legge è per camminarla». E anche «il regno di Dio è in cammino». E non solo il regno «non è fermo», ma, di più, «il regno di Dio “si fa” tutti i giorni».

Per chiarire questo concetto, ha detto il Pontefice, «Gesù parla di due cose della vita quotidiana: il lievito non rimane lievito, perché alla fine si rovina; si mescola con la farina, è in cammino e fa il pane»; e allo stesso modo «il seme non rimane seme: muore e dà vita all’albero». Quindi: «lievito e seme sono in cammino per “fare” qualcosa». E anche «il regno è così». Il Papa ha voluto ribadire il concetto: «Lievito e seme muoiono. Il lievito non è più lievito: si mescola con la farina e diventa pane per tutti, pasto per tutti. Il seme non sarà più seme: sarà albero e diventa abitazione per tutti, per gli uccelli...».

Non si tratta, ha spiegato Francesco, di «un problema di piccolezza», per cui si può pensare: «è piccolo, è poca cosa, o cosa grande». È, piuttosto, «un problema di cammino», e proprio nel cammino «succede la trasformazione».

Facendo di nuovo riferimento all’omelia del giorno precedente — nella quale era stato evidenziato «l’atteggiamento di quello che vedeva la legge che non cammina, che era fissa», e si capiva che «quel fissismo, era un atteggiamento di rigidità» — il Pontefice è quindi passato al livello del coinvolgimento e dell’impegno personale di ogni cristiano: «Qual è l’atteggiamento che il Signore chiede da noi, perché il regno di Dio cresca e sia pane per tutti e abitazione, anche, per tutti?». La risposta è chiara: «la docilità». Infatti, ha aggiunto, «il regno di Dio, cresce con la docilità alla forza dello Spirito Santo».

Francesco ha ripreso in questo senso la simbologia proposta dal brano evangelico: «la farina lascia di essere farina e diventa pane, perché è docile alla forza del lievito»; e ancora: «il lievito si lascia impastare con la farina». E anche se «la farina non ha sentimenti», si può pensare che in quel «lasciarsi impastare» ci sia «qualche sofferenza», così come, poi, nel «lasciarsi cucinare».

La stessa dinamica, ha detto il Papa, si ritrova riguardo al regno di Dio che «cresce così, e poi alla fine è pasto per tutti». Come «la farina è docile al lievito» e «cresce», così accade per il regno di Dio: «L’uomo e la donna docili allo Spirito Santo crescono e sono dono per tutti. Anche il seme è docile per essere fecondo, e perde la sua entità di seme e diventa un’altra cosa, molto più grande: si trasforma».

Per questo motivo il regno di Dio «è come la legge: in cammino». Esso «è in cammino verso la speranza, è in cammino verso la pienezza» e, soprattutto, «si fa tutti i giorni, con la docilità allo Spirito Santo, che è quello che unisce il nostro piccolo lievito o il piccolo seme alla forza, e li trasforma per far crescere».

A questo punto il Pontefice ha delineato un altro legame con la riflessione del giorno precedente, quando aveva parlato del rapporto con la legge: «non camminare la legge — ha detto — ci fa rigidi e la rigidità ci fa orfani, senza Padre». Perché chi è rigido «soltanto ha padroni, non un padre». Così il regno di Dio, che si realizza camminando, «è come una madre che cresce feconda», e «dona se stessa perché i figli abbiano nutrimento e dimora, secondo l’esempio del Signore».

Perciò, ha concluso Francesco, dobbiamo «chiedere la grazia della docilità allo Spirito Santo». Infatti molto spesso «noi siamo docili ai nostri capricci, ai nostri giudizi» e pensiamo: «Io faccio quello che voglio». Ma «così non cresce il regno» e «non cresciamo noi». Sarà invece «la docilità allo Spirito Santo che ci farà crescere e trasformare come il lievito e il seme».

(fonte: L'Osservatore Romano)

Guarda il video



martedì 25 ottobre 2016

IL GIUSTO GOVERNANTE COSTRUTTORE DI PACE - Giuliana Martirani, attualizzazione dal Salmo 72


IL GIUSTO GOVERNANTE
COSTRUTTORE DI PACE

Giuliana Martirani
attualizzazione dal Salmo 72



O Dio, nostro Dio, entra tu nella testa e nei cuori
di coloro che detengono il potere e che ci governano
sia a livello internazionale, come gli Usa e i G8,
così come a livello nazionale 
e che così litigiosamente siedono nel nostro Parlamento,
come a livello locale come i governatori e gli assessori
che dovrebbero garantirci il nostro piccolo bene comune cittadino,
troppo spesso invece sommerso da ingiustizie, violenze e rifiuti.

Signore, fa comprendere a tutti costoro le tue leggi
in modo che, quando parlano, 
siano davvero espressione della tua giustizia
e quando operano mettano davvero al primo posto 
i poveri e i loro diritti
difendendoli dalla violenza dei potenti.

Perché solo se c’è davvero la Giustizia 
si può veder danzare la Pace sul loro territorio
e solo se c’è la Pace, davvero può realizzarsi uno sviluppo Giusto.
E dinanzi a giusti governanti costruttori di pace
saranno costretti a piegarsi anche i predatori violenti delle quotidiane ingiustizie,
da quelli criminali che agiscono dentro le città, 
d’accordo con amministratori e politici corrotti
a quelli internazionali, legati alle mafie del mondo,
che così finalmente mangeranno la polvere.

Perché il giusto governante, costruttore di pace,
è solo quello che salva i poveri che gridano aiuto:
che salva i popoli impoveriti e oppressi dal megamercato mondiale
così come gli homeless dentro le nostre città, 
che languono senza lavoro, né casa, né affetti
o i bambini che vagabondano 
per le strade senza più sogni e prospettive…

Perché il giusto governante costruttore di pace 
avrà pietà dei poveri e dei deboli,
si ingegnerà per salvare ad ogni costo la loro vita
strappandoli alla violenza e ai soprusi del potere economico
e all’arroganza di quello politico.

(da G.Martirani, Spiritus, Mesasaggero, Padova, 2011)


«La legge non è stata fatta per farci schiavi, ma per farci liberi, per farci figli» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
24 ottobre 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
“Mai schiavi della legge”

La rigidità dell’ipocrita non ha nulla a che vedere con la legge del Signore, ma ha a che fare con «qualcosa di nascosto, una doppia vita» che rende schiavi e fa dimenticare che stare dalla parte di Dio significa vivere «la libertà, la mitezza, la bontà, il perdono». Sono proprio questi gli atteggiamenti del cristiano — che non deve far finta di essere buono per mascherare «la malattia» della rigidità — indicati da Papa Francesco nella messa celebrata lunedì mattina, 24 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta.

«Abbiamo pregato nel salmo responsoriale e ripetuto la preghiera “beato chi cammina nella legge del Signore”» ha subito evidenziato il Pontefice. E «dicendo questo — ha proseguito — abbiamo chiesto la grazia di camminare nella legge del Signore, perché non è facile, non è facile camminare nella legge del Signore».

Proprio «il passo del Vangelo di oggi — ha spiegato il Papa in riferimento al brano di Luca (13, 10-17) — ci insegna questa difficoltà di camminare nella legge del Signore e ci segnala che è una grazia che dobbiamo chiedere: camminare nella legge del Signore». Francesco ha indicato «in questo passo del Vangelo due parole forti sulla donna: “liberata” e “prigioniera”». Luca scrive infatti che «il diavolo l’aveva imprigionata con la malattia per ben diciotto anni e Gesù la libera». Ma lo lo fa «il sabato e la legge dice chiaramente che il sabato non si lavora». Quella era «la legge antica», ha affermato il Papa, mentre «la legge nuova ci dice di non lavorare la domenica».

La guarigione operata da Gesù suscita lo sdegno del capo della Sinagoga che, ha proseguito Francesco, «sente il dovere di rimproverare la donna e dice: “venite a far guarire gli altri giorni ma non il sabato che non si può lavorare!”». A queste parole però «Gesù risponde con forza: “Tu sei un ipocrita! Ad esempio, cosa fai con il tuo bue, con il tuo asino? Lo sleghi per dargli da bere, da mangiare? E a questa no?”».

«La parola “ipocrita” — ha fatto presente il Pontefice — Gesù la ripete tante volte ai rigidi, a quelli che hanno un atteggiamento di rigidità nel compiere la legge, che non hanno la libertà del figlio: sentono che la legge si deve fare così e sono schiavi della legge». Ma «la legge non è stata fatta per farci schiavi, ma per farci liberi, per farci figli» ha spiegato Francesco. E san Paolo «ha predicato tanto su questo; e Gesù, con poche prediche, ma tanti fatti, ci ha fatto capire questa realtà».

«Ipocriti», ha ricordato il Papa, è una parola che «tante volte Gesù ripete alla gente rigida, perché dietro la rigidità c’è un’altra cosa, sempre». Per questa ragione «Gesù dice “ipocriti!”: dietro la rigidità c’è qualcosa di nascosto nella vita di una persona». Infatti «la rigidità non è un dono di Dio; la mitezza sì; la bontà sì; la benevolenza sì; il perdono sì; ma la rigidità no!».

Dunque, ha detto Francesco, «dietro la rigidità c’è sempre qualcosa di nascosto, in tanti casi una doppia vita». Ma «c’è anche qualcosa di malattia: quanto soffrono i rigidi e quando sono sinceri, e si accorgono di questo, soffrono perché non riescono ad avere la libertà dei figli di Dio; non sanno come si cammina nella legge del Signore e non sono beati. E soffrono tanto». Così se anche «sembrano buoni, perché seguono la legge, dietro c’è qualcosa che non li fa buoni: o sono cattivi, ipocriti o sono malati». Comunque «soffrono».

Per rendere ancora più chiaro il suo ragionamento, il Papa ha riproposto la storia dei «due figli della parabola del figlio prodigo» raccontata sempre da Luca nel suo Vangelo (15, 11-32). «Il figlio maggiore era buono», tanto che «tutti i vicini, tutti gli amici del padre» dicevano: «Che buono questo figlio, fa sempre quello che il padre dice!». Ma poi nei loro commenti aggiungevano: «Povero padre con il secondo figlio che è stata una calamità, se ne è andato con i soldi e porta una vita sporca, una vita da peccatore!».

Alla fine, però, la storia «si rovescia e quel peccatore, che se ne è andato, si accorge di aver fatto male e torna e chiede perdono e il padre fa festa». Il figlio «buono», invece, «è lì e fa vedere cosa c’è dietro alla propria bontà». Ossia, «la superbia di credersi giusto: “A questo tu gli fai festa, che è un tale e quale, e a me, che sono tanto buono, che ti ho servito sempre, non mi fai festa?”».

Ecco, ha spiegato Francesco, l’atteggiamento dell’«ipocrita: dietro il fare il bene, c’è superbia». Il figlio prodigo, da parte sua, «sapeva che aveva un padre e nel momento più buio della sua vita è andato dal padre». Il figlio maggiore, invece, «del padre capiva soltanto che era il padrone, ma mai lo aveva sentito come padre: era un rigido, camminava nella legge con rigidità». Ancora: il figlio prodigo «ha lasciato la legge da parte, se ne è andato senza la legge, contro la legge, ma a un certo punto ha pensato al padre ed è tornato e ha avuto il perdono».

«Non è facile camminare nella legge del Signore senza cadere nella rigidità — ha detto il Pontefice — ma i rigidi, come ho detto, soffrono tanto». A tal punto che anche il capo della Sinagoga, di cui parla Luca nel Vangelo, «alla fine si è vergognato perché Gesù lo ha fatto ragionare» dicendogli: «Ma questo non lo fai tu con il tuo asino?». Invece la folla intera, si legge ancora nel brano evangelico, esultava per tutte le meraviglie compiute da Gesù.

In conclusione, il Pontefice ha invitato a pregare «per i nostri fratelli e le nostre sorelle che credono che camminare nella legge del Signore è diventare rigidi: il Signore faccia sentire loro che lui è padre e che a lui piace la misericordia, la tenerezza, la bontà, la mitezza, l’umiltà». E «a tutti ci insegni a camminare nella legge del Signore con questi atteggiamenti».
(fonte: L'Osservatore Romano)

Guarda il video

lunedì 24 ottobre 2016

«Dialogare aiuta le persone a umanizzare i rapporti e a superare le incomprensioni» Papa Francesco Udienza Giubilare 22/10/2016 (foto, testo e video)

 UDIENZA GIUBILARE 
 22 ottobre 2016 




 Circa 100mila persone hanno partecipato stamane all’udienza giubilare in Piazza San Pietro. Il Papa ha svolto la catechesi sul tema “Misericordia e dialogo” commentando il brano del Vangelo secondo Giovanni che racconta l’incontro di Gesù con la samaritana. 
Di seguito pubblichiamo il testo della catechesi


Misericordia e Dialogo

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il brano del Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato (cfr 4,6-15) narra l’incontro di Gesù con una donna samaritana. Ciò che colpisce di questo incontro è il dialogo molto serrato tra la donna e Gesù. Questo oggi ci permette di sottolineare un aspetto molto importante della misericordia, che è proprio il dialogo.

Il dialogo permette alle persone di conoscersi e di comprendere le esigenze gli uni degli altri. Anzitutto, esso è un segno di grande rispetto, perché pone le persone in atteggiamento di ascolto e nella condizione di recepire gli aspetti migliori dell’interlocutore. In secondo luogo, il dialogo è espressione di carità, perché, pur non ignorando le differenze, può aiutare a ricercare e condividere il bene comune. Inoltre, il dialogo ci invita a porci dinanzi all’altro vedendolo come un dono di Dio, che ci interpella e ci chiede di essere riconosciuto.

Molte volte noi non incontriamo i fratelli, pur vivendo loro accanto, soprattutto quando facciamo prevalere la nostra posizione su quella dell’altro. Non dialoghiamo quando non ascoltiamo abbastanza oppure tendiamo a interrompere l’altro per dimostrare di avere ragione. Ma quante volte, quante volte stiamo ascoltando una persona, la fermiamo e diciamo: “No! No! Non è così!“ e non lasciamo che la persona finisca di spiegare quello che vuole dire. E questo impedisce il dialogo: questa è aggressione. Il vero dialogo, invece, necessita di momenti di silenzio, in cui cogliere il dono straordinario della presenza di Dio nel fratello.

Cari fratelli e sorelle, dialogare aiuta le persone a umanizzare i rapporti e a superare le incomprensioni. C’è tanto bisogno di dialogo nelle nostre famiglie, e come si risolverebbero più facilmente le questioni se si imparasse ad ascoltarsi vicendevolmente! È così nel rapporto tra marito e moglie, e tra genitori e figli. Quanto aiuto può venire anche dal dialogo tra gli insegnanti e i loro alunni; oppure tra dirigenti e operai, per scoprire le esigenze migliori del lavoro.

Di dialogo vive anche la Chiesa con gli uomini e le donne di ogni tempo, per comprendere le necessità che sono nel cuore di ogni persona e per contribuire alla realizzazione del bene comune. Pensiamo al grande dono del creato e alla responsabilità che tutti abbiamo di salvaguardare la nostra casa comune: il dialogo su un tema così centrale è un’esigenza ineludibile. Pensiamo al dialogo tra le religioni, per scoprire la verità profonda della loro missione in mezzo agli uomini, e per contribuire alla costruzione della pace e di una rete di rispetto e di fraternità (cfr Enc. Laudato si’, 201).

Per concludere, tutte le forme di dialogo sono espressione della grande esigenza di amore di Dio, che a tutti va incontro e in ognuno pone un seme della sua bontà, perché possa collaborare alla sua opera creatrice. Il dialogo abbatte i muri delle divisioni e delle incomprensioni; crea ponti di comunicazione e non consente che alcuno si isoli, rinchiudendosi nel proprio piccolo mondo. Non dimenticatevi: dialogare è ascoltare quello che mi dice l’altro e dire con mitezza quello che penso io. Se le cose vanno così, la famiglia, il quartiere, il posto di lavoro saranno migliori. Ma se io non lascio che l’altro dica tutto quello che ha nel cuore e incomincio ad urlare – oggi si urla tanto – non andrà a buon fine questo rapporto tra noi; non andrà a buon fine il rapporto fra marito e moglie, tra genitori e figli. Ascoltare, spiegare, con mitezza, non abbaiare all’altro, non urlare, ma avere un cuore aperto.

Gesù ben conosceva quello che c’era nel cuore della samaritana, una grande peccatrice; ciononostante non le ha negato di potersi esprimere, l’ha lasciata parlare fino alla fine, ed è entrato poco alla volta nel mistero della sua vita. Questo insegnamento vale anche per noi. Attraverso il dialogo, possiamo far crescere i segni della misericordia di Dio e renderli strumento di accoglienza e rispetto.

Guarda il video della catechesi

Saluti:

...
[Un cordiale saluto rivolgo ai polacchi che, insieme ai Vescovi della Chiesa in Polonia, visitano le tombe degli Apostoli.

Cari sorelle e fratelli, siete venuti qui in pellegrinaggio nazionale per ringraziare Dio del Battesimo che il vostro popolo ha ricevuto 1050 anni fa, nonché per ogni bene che è nato nei cuori dei giovani di tutto il mondo durante l’indimenticabile incontro a Cracovia. Mi unisco a voi in questo ringraziamento. Sono immensamente grato a Dio che mi ha permesso di conoscere la vostra nazione, la Patria di San Giovanni Paolo II, dove ho potuto fare visita al Santuario di Jasna Gora, al Santuario della Divina Misericordia a Cracovia e al Centro Giovanni Paolo II “Non abbiate paura”. A Colui che si identifica soprattutto in ogni uomo umiliato e sofferente, rendo grazie anche per il silenzio concessomi nel luogo del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. In questo silenzio il messaggio della misericordia assume un’inaudita importanza!

Ancora una volta voglio esprimere la riconoscenza a voi – a tutti i fedeli laici, ai sacerdoti e vescovi, alle autorità civili – per la calorosa accoglienza nel vostro Paese, per la stupenda preparazione artistica e spirituale degli eventi e delle celebrazioni, che abbiamo vissuto con l’entusiasmo di fede.

Cari sorelle e fratelli,

esattamente trentotto anni fa, quasi a quest’ora, in questa Piazza risuonavano le parole rivolte agli uomini di tutto il mondo: Non abbiate paura! (…) Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo. Queste parole le ha pronunciate all’inizio del suo pontificato, Giovanni Paolo II, Papa di profonda spiritualità, plasmata dalla millenaria eredità della storia e della cultura polacca trasmessa nello spirito di fede, di generazione in generazione. Quest’eredità era per Lui fonte di speranza, di potenza e di coraggio, con cui esortava il mondo ad aprire largamente le porte a Cristo. Quest’invito si è trasformato in un’incessante proclamazione del Vangelo della misericordia per il mondo e per l’uomo, la cui continuazione è quest’Anno Giubilare.

Oggi desidero augurarvi, che il Signore vi dia la grazia della perseveranza in questa fede, questa speranza e quest’amore che avete ricevuto dai vostri avi e che conservate con cura. Nelle vostre menti e nei vostri cuori risuoni sempre l’appello del vostro grande Connazionale a risvegliare in voi la fantasia della misericordia, affinché possiate portare la testimonianza dell’amore di Dio a tutti coloro che ne hanno bisogno.

Vi chiedo di ricordarvi di me nelle vostre preghiere. Vi benedico di cuore! Sia lodato Gesù Cristo!]

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. Sono lieto di accogliere i fedeli di numerose Diocesi italiane, con i rispettivi Pastori, specialmente quelli dell’Umbria.

Cari fratelli e sorelle, il vostro pellegrinaggio giubilare sia vissuto nella fede come esperienza del perdono e della misericordia di Dio, e vi accompagni al ritorno nelle comunità di appartenenza per testimoniare il suo amore verso i fratelli, particolarmente agli esclusi e ai lontani.

Saluto l’Associazione Medici Cattolici, con il Cardinale Edoardo Menichelli; l’Associazione sottufficiali d’Italia; i partecipanti al Giubileo delle Corali e degli animatori liturgici; i numerosi sbandieratori e il folto gruppo dei camperisti, che ringrazio per il dono di un camper a una famiglia romana con disabili. Alla vigilia della Giornata Missionaria Mondiale, tutti esorto ad accompagnare con la preghiera e con l’aiuto concreto l’azione evangelizzatrice della Chiesa nei territori di missione.

Un pensiero speciale porgo ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Oggi ricorre la memoria liturgica di San Giovanni Paolo II. La sua coerente testimonianza di fede sia un insegnamento per voi, cari giovani, ad affrontare le sfide della vita; alla luce del suo insegnamento, cari ammalati, abbracciate con speranza la croce della malattia; invocate la sua celeste intercessione, cari sposi novelli, perché nella vostra nuova famiglia non manchi mai l’amore.

Leggi il testo integrale

Guarda il video integrale



Domanda eterna della vita terrena - «Dov'è Dio? dov'è l'uomo?» di Enzo Bianchi

Domanda eterna della vita terrena
«Dov'è Dio? dov'è l'uomo?»
di Enzo Bianchi

Di fronte ai totalitarismi e agli eventi tragici vissuti nel secolo scorso, ma anche a eventi disumani che si rinnovano nei nostri giorni, sembra sorgere quasi spontanea la domanda: «Dov’è Dio? Perché non interviene?». Forse anche nelle nostre vite conosciamo ore di prova in cui ci poniamo interrogativi analoghi.

A volte queste domande appaiono anche nelle biografie di uomini e donne che accusano di attraversare una notte oscura, una notte in cui manca la luce, nella quale Dio pare assente e soprattutto taciturno, muto, come se avesse posto tra sé e il credente una spessa nuvola che impedisce ogni tipo di relazione, anche quella della parola. Dio tace, non si fa sentire, oscura il suo volto…, e il credente geme, soffre questa assenza di Dio, fino alla tentazione della disperazione, del cedere alla nientità che fa dire nel cuore: «Dio non esiste, non c’è nulla, nulla vale la pena».
...

Non voglio difendere Dio, voglio solo che non lo si accusi per difendere se stessi. Alla persona ordinaria, semplice, che a volte afferma di soffrire il silenzio di Dio, di non sentire Dio presente, che accusa Dio di restare lontano e muto, con molto rispetto per il suo dolore e senza nessun giudizio mi viene da chiedere: «Ma non sarà forse lei a essere sorda, a non ascoltare?». Non riesco a pensare che Dio sia capace di interrompere il suo amore, di voler essere muto o nascosto per far soffrire il credente che lo invoca e che è nella prova. Certo, nella «cantica del mare» l’espressione: «Chi è come te tra gli dèi, Signore?» (Mi kamokah ba-’elim jhwh: Esodo 15, 11) è stata anche letta da alcuni rabbini: «Chi è come te tra i muti, Signore?» (Mi kamokah ba-illelim jhwh); ma questo vuole solo significare che Dio, anche quando vede la sofferenza, la prova del suo popolo o del singolo credente, non fa nulla e tace non perché sia indifferente o irato, ma perché rispetta il mondo, la storia, rispetta la grandezza e la fragilità degli umani.
...

Mi piace concludere queste mie riflessioni citando un famoso testo anonimo: «Ho sognato che camminavo in riva al mare con il mio Signore e rivedevo sullo schermo del cielo tutti i giorni della mia vita passata. E per ogni giorno trascorso apparivano sulla sabbia quattro orme, le mie e quelle del Signore. Ma in alcuni tratti ho visto due sole orme, proprio nei giorni più difficili della mia vita. Allora ho detto: “Signore, io ho scelto di vivere con te e tu mi avevi promesso che saresti stato sempre con me. Perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti più difficili?”. E lui mi ha risposto: “Figlio, tu lo sai che io ti amo e non ti ho mai abbandonato: i giorni nei quali vedi soltanto due orme sulla sabbia, sono proprio quelli in cui ti ho portato in braccio”». Sì, sempre il Signore apre per noi il cammino e proprio nelle ore più oscure è lui che ci prende in braccio!



domenica 23 ottobre 2016

GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE - Parola di giustizia di Giulio Albanese - Chiesa missionaria, testimone di misericordia ... "Oggi è tempo di coraggio!!" di Papa Francesco

23 OTTOBRE 2016 - GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE



Parola di giustizia 

di Giulio Albanese






"... il modo più efficace per dare continuità all’Anno giubilare, stando sempre al messaggio di Francesco, è quello di «uscire, come discepoli missionari, ciascuno mettendo a servizio i propri talenti, la propria creatività, la propria saggezza ed esperienza nel portare il messaggio della tenerezza e della compassione di Dio all’intera famiglia umana». Una Missione, dunque, «Nel nome della Misericordia», come recita lo slogan scelto per la Giornata dalla Fondazione Missio che rappresenta in Italia le Pontificie opere missionarie.

D’altronde, è sufficiente riflettere su quanto sta avvenendo sul palcoscenico della storia dove, quotidianamente, un numero indicibile di uomini e di donne sono ostaggio di logiche perverse in quelle che il Santo Padre, pertinentemente, definisce «periferie geografiche ed esistenziali» del nostro tempo. Si tratta di vittime sacrificali nel contesto della «globalizzazione dell’indifferenza», rispetto alle quali la comunità ecclesiale, nel suo complesso, semplicemente non può essere indifferente.

È sufficiente, ad esempio, riflettere su quanto sta avvenendo in Siria o in Iraq, per non parlare della martoriata regione congolese del Kivu settentrionale o in altre regioni dell’Africa subsahariana, per rendersi conto dell’egoismo che attanaglia l’animo umano. E cosa dire della finanza speculativa che ha acuito a dismisura la divaricazione tra ricchi e poveri, penalizzando l’economia reale e dunque sconvolgendo il cosiddetto "mercato del lavoro"?

Per non parlare del fenomeno migratorio che interpella le società europee e in particolare le Chiese di antica tradizione. Da questo punto di vista è urgente l’impegno di tutti i credenti, non fosse altro per il fatto che nel mondo "villaggio globale" le responsabilità sono condivise. Ecco perché è fondamentale cogliere, in chiave missionaria, il rapporto tra giustizia e misericordia. Non sono due aspetti in contrasto tra di loro, spiega il Papa nella Bolla di indizione del Giubileo, «ma due dimensioni di un’unica realtà che si sviluppa progressivamente fino a raggiungere il suo apice nella pienezza dell’amore». E poi chiarisce che «per superare la prospettiva legalista, bisognerebbe ricordare che nella Sacra Scrittura la giustizia è concepita essenzialmente come un abbandonarsi fiducioso alla volontà di Dio».

Una sfida che richiama, anche se non esplicitamente, l’antica tradizione della remissione dei debiti nei confronti soprattutto dei poveri, di coloro che vivono nei bassifondi della storia. La tradizionale colletta che verrà destinata alle Pontificie opere missionarie, in questo contesto, è il segno di una condivisione, all’insegna della solidarietà, di cui i nostri missionari e le nostre missionarie (membri di istituti o congregazioni, sacerdoti fidei donum e laici) sono i primi interpreti. Numericamente parlando, essi sono passati da oltre 24mila unità del 1990, a circa ottomila di oggi. Il calo è sotto gli occhi di tutti e dice come occorra recuperare lo slancio e l’entusiasmo missionario, nella consapevolezza, come dice papa Francesco, che la Chiesa per seguire il suo Signore deve essere davvero «in uscita».

Il messaggio di Papa Francesco
Chiesa missionaria, 
testimone di misericordia

Cari fratelli e sorelle,
il Giubileo Straordinario della Misericordia, che la Chiesa sta vivendo, offre una luce particolare anche alla Giornata Missionaria Mondiale del 2016: ci invita a guardare alla missione ad gentes come una grande, immensa opera di misericordia sia spirituale che materiale. In effetti, in questa Giornata Missionaria Mondiale, siamo tutti invitati ad “uscire”, come discepoli missionari, ciascuno mettendo a servizio i propri talenti, la propria creatività, la propria saggezza ed esperienza nel portare il messaggio della tenerezza e della compassione di Dio all’intera famiglia umana. In forza del mandato missionario, la Chiesa si prende cura di quanti non conoscono il Vangelo, perché desidera che tutti siano salvi e giungano a fare esperienza dell’amore del Signore. Essa «ha la missione di annunciare la misericordia di Dio, cuore pulsante del Vangelo» (Bolla Misericordiae Vultus, 12) e di proclamarla in ogni angolo della terra, fino a raggiungere ogni donna, uomo, anziano, giovane e bambino.
La misericordia procura intima gioia al cuore del Padre quando incontra ogni creatura umana; fin dal principio, Egli si rivolge amorevolmente anche a quelle più fragili, perché la sua grandezza e la sua potenza si rivelano proprio nella capacità di immedesimarsi con i piccoli, gli scartati, gli oppressi (cfr Dt 4,31; Sal 86,15; 103,8; 111,4). Egli è il Dio benigno, attento, fedele; si fa prossimo a chi è nel bisogno per essere vicino a tutti, soprattutto ai poveri; si coinvolge con tenerezza nella realtà umana proprio come farebbero un padre e una madre nella vita dei loro figli (cfr Ger 31,20). Al grembo materno rimanda il termine usato nella Bibbia per dire la misericordia: quindi all’amore di una madre verso i figli, quei figli che lei amerà sempre, in qualsiasi circostanza e qualunque cosa accada, perché sono frutto del suo grembo. È questo un aspetto essenziale anche dell’amore che Dio nutre verso tutti i suoi figli, in modo particolare verso i membri del popolo che ha generato e che vuole allevare ed educare: di fronte alle loro fragilità e infedeltà, il suo intimo si commuove e freme di compassione (cfr Os 11,8). E tuttavia Egli è misericordioso verso tutti, il suo amore è per tutti i popoli e la sua tenerezza si espande su tutte le creature (cfr Sal 145,8-9).
La misericordia trova la sua manifestazione più alta e compiuta nel Verbo incarnato. Egli rivela il volto del Padre ricco di misericordia, «parla di essa e la spiega con l’uso di similitudini e di parabole, ma soprattutto egli stesso la incarna e la personifica» (Giovanni Paolo II, Enc. Dives in misericordia, 2). Accogliendo e seguendo Gesù mediante il Vangelo e i Sacramenti, con l’azione dello Spirito Santo noi possiamo diventare misericordiosi come il nostro Padre celeste, imparando ad amare come Lui ci ama e facendo della nostra vita un dono gratuito, una segno della sua bontà (cfr Bolla Misericordiae Vultus, 3). La Chiesa per prima, in mezzo all’umanità, è la comunità che vive della misericordia di Cristo: sempre si sente guardata e scelta da Lui con amore misericordioso, e da questo amore essa trae lo stile del suo mandato, vive di esso e lo fa conoscere alle genti in un dialogo rispettoso con ogni cultura e convinzione religiosa.
A testimoniare questo amore di misericordia, come nei primi tempi dell’esperienza ecclesiale, sono tanti uomini e donne di ogni età e condizione. Segno eloquente dell’amore materno di Dio è una considerevole e crescente presenza femminile nel mondo missionario, accanto a quella maschile. Le donne, laiche o consacrate, e oggi anche non poche famiglie, realizzano la loro vocazione missionaria in svariate forme: dall’annuncio diretto del Vangelo al servizio caritativo....
Leggi tutto:
Chiesa missionaria, testimone di misericordia

"Oggi è tempo di coraggio!!" 
(Papa Francesco, Angelus del 23 ottobre 2016) 

Oggi è tempo di missione ed è tempo di coraggio! Coraggio di rafforzare i passi vacillanti, di riprendere il gusto dello spendersi per il Vangelo, di riacquistare fiducia nella forza che la missione porta con sé. È tempo di coraggio, anche se avere coraggio non significa avere garanzia di successo. Ci è richiesto il coraggio per lottare, non necessariamente per vincere; per annunciare, non necessariamente per convertire. Ci è richiesto il coraggio per essere alternativi al mondo, senza però mai diventare polemici o aggressivi. Ci è richiesto il coraggio per aprirci a tutti, senza mai sminuire l’assolutezza e l’unicità di Cristo, unico salvatore di tutti. Ci è richiesto coraggio per resistere all’incredulità, senza diventare arroganti. Ci è richiesto anche il coraggio del pubblicano del Vangelo di oggi, che con umiltà non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Oggi è tempo di coraggio! Oggi ci vuole coraggio!

La Vergine Maria, modello della Chiesa “in uscita” e docile allo Spirito Santo, ci aiuti ad essere tutti, in forza del nostro Battesimo, discepoli missionari per portare il messaggio della salvezza all’intera famiglia umana.

GUARDA IL VIDEO




Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXX Domenica T.O. - / C





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 47/2015-2016 (C) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
"Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: Lc 18, 9-14 



"La Fede è l'architrave della porta di ingresso nel Regno, gli stipiti che la sostengono sono la preghiera e l'umiltà. Senza la prima muore di asfissia, senza la seconda cresce in presunzione "(cit.). Chi ritiene di essere giusto inevitabilmente giunge a disprezzare gli altri e si gonfia di orgoglio. Lo spirito di protagonismo, che è il lievito dei farisei (12,1ss), conduce a credere di essere superiori agli altri, arrogandosi il diritto di disprezzare quanti il sentire comune ritiene essere persone impure, paria intoccabili come lo erano i pubblicani, le prostitute e i pastori, categorie di peccatori ritenute dai religiosi del tempo causa diretta del ritardato avvento del Regno di Dio, ma con le quali invece Gesù si accompagna. Il fariseo infatti prega non per rendere grazie dei doni ricevuti, bensì per lodare se stesso e per alzare un muro di separazione dagli altri. "Davanti a Colui che ha detto: "Io-sono", gode del suo: "io-non-sono come gli altri". E' una preghiera satanica, del nulla"(cit). 
Sciorina davanti a Dio tutto il suo armamentario di buone azioni, ma la sua adorazione non è rivolta a Dio e la sua preghiera è centrata solo su se stesso: egli non sta davanti al Signore ma al suo ego (pros eautòn = davanti a sé stesso). Ritiene di meritare, e giustamente, il ringraziamento per la sua bravura, per la sua santità, e Dio, presto o tardi, dovrà ricompensarlo. Ma dove lo trova Dio uno più perfetto di lui? Chi pensa di essere superiore agli altri mentre prega è lontano mille miglia da Colui che si è fatto il più piccolo di tutti. Infatti senza l'umiltà non esiste preghiera. E' l'umiltà che ci rende consapevoli del nostro peccato, anche del peccato di colui che si ammanta di giustizia. La preghiera del 'giusto' viene riprovata perché egli crede di essere tale separandosi dal fratello; il peccatore invece, che ha l'umiltà di riconoscere il proprio peccato, viene giustificato. E' lo scandalo del Vangelo, la sorprendente e, per noi, in-concepibile 'Buona Notizia' che Dio ci ama senza condizioni, non per i nostri meriti (chi può vantarne?), ma per il suo infinito amore di Padre.


sabato 22 ottobre 2016

"L'«ego» del fariseo e il «cuore» del pubblicano" di p. Ermes Ronchi - XXX Domenica Tempo Ordinario - anno C

L'«ego» del fariseo e il «cuore» del pubblicano

Commento
XXX Domenica Tempo Ordinario (Anno C)

Letture: Siracide 35,15-17.20-22; Salmo 33; 2 Timoteo 4,6-8.16-18; Luca 18,9-14

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Due uomini vanno al tempio a pregare. Uno, ritto in piedi, prega ma come rivolto a se stesso: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, impuri...».
Inizia con le parole giuste, l'avvio è biblico: metà dei Salmi sono di lode e ringraziamento. Ma mentre a parole si rivolge a Dio, il fariseo in realtà è centrato su se stesso, stregato da una parola di due sole lettere, che non si stanca di ripetere, io: io ringrazio, io non sono, io digiuno, io pago. Ha dimenticato la parola più importante del mondo: tu. Pregare è dare del tu a Dio. Vivere e pregare percorrono la stessa strada profonda: la ricerca mai arresa di un tu, un amore, un sogno o un Dio, in cui riconoscersi, amati e amabili, capaci di incontro vero.
«Io non sono come gli altri»: e il mondo gli appare come un covo di ladri, dediti alla rapina, al sesso, all'imbroglio. Una slogatura dell'anima: non si può pregare e disprezzare; non si può cantare il gregoriano in chiesa e fuori essere spietati. Non si può lodare Dio e demonizzare i suoi figli. Questa è la paralisi dell'anima.
In questa parabola di battaglia, Gesù ha l'audacia di denunciare che la preghiera può separarci da Dio, può renderci “atei”, mettendoci in relazione con un Dio che non esiste, che è solo una proiezione di noi stessi. Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare, perché poi ci si sbaglia su tutto, sull'uomo, su noi stessi, sulla storia, sul mondo (Turoldo).
Il pubblicano, grumo di umanità curva in fondo al tempio, ci insegna a non sbagliarci su Dio e su noi: fermatosi a distanza, si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». 
C'è una piccola parola che cambia tutto nella preghiera del pubblicano e la fa vera: «tu». Parola cardine del mondo: «Signore, tu abbi pietà». E mentre il fariseo costruisce la sua religione attorno a quello che egli fa per Dio (io prego, pago, digiuno...), il pubblicano la costruisce attorno a quello che Dio fa per lui (tu hai pietà di me peccatore) e si crea il contatto: un io e un tu entrano in relazione, qualcosa va e viene tra il fondo del cuore e il fondo del cielo. Come un gemito che dice: «Sono un ladro, è vero, ma così non sto bene, così non sono contento. Vorrei tanto essere diverso, non ce la faccio, ma tu perdona e aiuta».
«Tornò a casa sua giustificato». Il pubblicano è perdonato non perché migliore o più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l'umiltà), ma perché si apre – come una porta che si socchiude al sole, come una vela che si inarca al vento – si apre alla misericordia, a questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua unica onnipotenza, la sola forza che ripartorisce in noi la vita.


"La vocazione inizia da uno sguardo di misericordia che si è posato su di me ... Non ridurre la fede a un libro di ricette o a un insieme di norme da osservare" - Papa Francesco, discorso ai partecipanti al Convegno internazionale di pastorale vocazionale

"La vocazione inizia da uno sguardo di misericordia
che si è posato su di me ...
Non ridurre la fede a un libro di ricette 
o a un insieme di norme da osservare"
Papa Francesco



Discorso ai partecipanti 
al Convegno internazionale 
di pastorale vocazionale 

Sala Clementina
Venerdì, 21 ottobre 2016



Signori Cardinali,
Cari fratelli Vescovi e Sacerdoti,
fratelli e sorelle,

vi accolgo con gioia al termine del vostro Convegno, organizzato dalla Congregazione per il Clero, e ringrazio il Cardinale Beniamino Stella per le cortesi parole rivoltemi a nome di tutti.

Vi confesso che ho sempre un po’ di timore nell’usare alcune espressioni comuni del nostro linguaggio ecclesiale: “pastorale vocazionale” potrebbe far pensare a uno dei tanti settori dell’azione ecclesiale, a un ufficio di curia o, magari, all’elaborazione di un progetto. Non dico che questo non sia importante, ma c’è molto di più: pastorale vocazionale è un incontro con il Signore! Quando accogliamo Cristo viviamo un incontro decisivo, che fa luce sulla nostra esistenza, ci tira fuori dall’angustia del nostro piccolo mondo e ci fa diventare discepoli innamorati del Maestro.

Non a caso avete scelto come titolo del vostro Convegno “Miserando atque eligendo”, la parola di Beda il Venerabile (cfr Om. 21:CCL 122,149; Liturgia Horarum, 21 sept., Officium lectionis, lectio II). Voi sapete – l’ho detto altre volte – che ho scelto questo motto facendo memoria degli anni giovanili in cui sentii forte la chiamata del Signore: non avvenne a seguito di una conferenza o per una bella teoria, ma per aver sperimentato lo sguardo misericordioso di Gesù su di me. E’ stato così, vi dico la verità. Dunque, è bello che siate venuti qui, da molte parti del mondo, a riflettere su questo tema, ma, per favore, che non finisca tutto con un bel convegno! La pastorale vocazionale è imparare lo stile di Gesù, che passa nei luoghi della vita quotidiana, si ferma senza fretta e, guardando i fratelli con misericordia, li conduce all’incontro con Dio Padre.

Gli evangelisti evidenziano spesso un particolare della missione di Gesù: Egli esce per le strade e si mette in cammino (cfr Lc 9,51), “percorre città e villaggi” (cfr Lc 9,35) e va incontro alle sofferenze e alle speranze del popolo. È il “Dio con noi”, che vive in mezzo alle case dei suoi figli e non teme di mescolarsi alla folla delle nostre città, diventando fermento di novità laddove la gente lotta per una vita diversa. Anche nel caso della vocazione di Matteo troviamo lo stesso dettaglio: prima Gesù esce di nuovo a predicare, poivede Levi seduto al banco delle imposte e, infine, lo chiama (cfr Lc 5,27). Possiamo soffermarci su questi tre verbi, che indicano il dinamismo di ogni pastorale vocazionale: uscire, vedere, chiamare.

Anzitutto: uscire. La pastorale vocazionale ha bisogno di una Chiesa in movimento, capace di allargare i propri confini, misurandoli non sulla ristrettezza dei calcoli umani o sulla paura di sbagliare, ma sulla misura larga del cuore misericordioso di Dio. Non può esserci una semina fruttuosa di vocazioni se restiamo semplicemente chiusi nel «comodo criterio pastorale del “si è sempre fatto così”», senza «essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 33). Dobbiamo imparare a uscire dalle nostre rigidità che ci rendono incapaci di comunicare la gioia del Vangelo, dalle formule standardizzate che spesso risultano anacronistiche, dalle analisi preconcette che incasellano la vita delle persone in freddi schemi. Uscire da tutto questo.

Lo chiedo soprattutto ai pastori della Chiesa, ai Vescovi e ai Sacerdoti: voi siete i principali responsabili delle vocazioni cristiane e sacerdotali, e questo compito non si può relegare a un ufficio burocratico. Anche voi avete vissuto un incontro che ha cambiato la vostra vita, quando un altro prete – il parroco, il confessore, il direttore spirituale – vi ha fatto sperimentare la bellezza dell’amore di Dio. E così anche voi: uscendo, ascoltando i giovani - ci vuole pazienza! -, potete aiutarli a discernere i movimenti del loro cuore e a orientare i loro passi. E’ triste quando un prete vive solo per sé stesso, chiudendosi nella fortezza sicura della canonica, della sacrestia o del gruppo ristretto dei “fedelissimi”. Al contrario, siamo chiamati a essere pastori in mezzo al popolo, capaci di animare una pastorale dell’incontro e di spendere tempo per accogliere e ascoltare tutti, specialmente i giovani.

Secondo: vedere. Uscire, vedere. Quando passa per le strade, Gesù si ferma e incrocia lo sguardo dell’altro, senza fretta. E’ questo che rende attraente e affascinante la sua chiamata. Oggi, purtroppo, la fretta e la velocità degli stimoli a cui siamo sottoposti non sempre lasciano spazio a quel silenzio interiore in cui risuona la chiamata del Signore. Talvolta, è possibile correre questo rischio anche nelle nostre comunità: pastori e operatori pastorali presi dalla fretta, eccessivamente preoccupati delle cose da fare, che rischiano di cadere in un vuoto attivismo organizzativo, senza riuscire a fermarsi per incontrare le persone. Il Vangelo, invece, ci fa vedere che la vocazione inizia da uno sguardo di misericordia che si è posato su di me. E’ quel termine: “miserando”, che esprime al tempo stesso l’abbraccio degli occhi e del cuore. E’ così che Gesù ha guardato Matteo. Finalmente, questo “pubblicano” non ha percepito su di sé uno sguardo di disprezzo o di giudizio, ma si è sentito guardato dentro con amore. Gesù ha sfidato i pregiudizi e le etichette della gente; ha creato uno spazio aperto, nel quale Matteo ha potuto rivedere la propria vita e iniziare un nuovo cammino.

Così mi piace pensare lo stile della pastorale vocazionale. E, permettetemi, allo stesso modo immagino lo sguardo di ogni pastore: attento, non frettoloso, capace di fermarsi e leggere in profondità, di entrare nella vita dell’altro senza farlo sentire mai né minacciato né giudicato. E’ uno sguardo, quello del pastore, capace di suscitare stupore per il Vangelo, di svegliare dal torpore in cui la cultura del consumismo e della superficialità ci immerge e di suscitare domande autentiche di felicità, soprattutto nei giovani. E’ uno sguardo di discernimento, che accompagna le persone, senza né impossessarsi della loro coscienza, né pretendere di controllare la grazia di Dio. Infine, è uno sguardo attento e vigile e, per questo, chiamato continuamente a purificarsi. E quando si tratta delle vocazioni sacerdotali e dell’ingresso in Seminario, vi prego di fare discernimento nella verità, di avere uno sguardo accorto e cauto, senza leggerezze o superficialità. Lo dico in particolare ai fratelli Vescovi: vigilanza e prudenza. La Chiesa e il mondo hanno bisogno di sacerdoti maturi ed equilibrati, di pastori intrepidi e generosi, capaci di vicinanza, ascolto e misericordia.

Uscire, vedere e, terza azione, chiamare. E’ il verbo tipico della vocazione cristiana. Gesù non fa lunghi discorsi, non consegna un programma a cui aderire, non fa proselitismo, né offre risposte preconfezionate. Rivolgendosi a Matteo, si limita a dire: “Seguimi!”. In questo modo, suscita in lui il fascino di scoprire una nuova mèta, aprendo la sua vita verso un “luogo” che va oltre il piccolo banco dove sta seduto. Il desiderio di Gesù è mettere le persone in cammino, smuoverle da una sedentarietà letale, rompere l’illusione che si possa vivere felicemente restando comodamente seduti tra le proprie sicurezze.

Questo desiderio di ricerca, che spesso abita i più giovani, è il tesoro che il Signore mette nelle nostre mani e che dobbiamo curare, coltivare e far germogliare. Guardiamo a Gesù, che passa lungo le rive dell’esistenza, raccogliendo il desiderio di chi cerca, la delusione di una notte di pesca andata male, la sete ardente di una donna che va al pozzo a prendere acqua, o il forte bisogno di cambiare vita. Così, anche noi, invece di ridurre la fede a un libro di ricette o a un insieme di norme da osservare, possiamo aiutare i giovani a porsi le giuste domande, a mettersi in cammino e a scoprire la gioia del Vangelo.

So bene che il vostro non è un compito facile e che, talvolta, nonostante un impegno generoso, i risultati possono essere scarsi e rischiamo la frustrazione e lo scoraggiamento. Ma se non ci chiudiamo nella lamentela e continuiamo a “uscire” per annunciare il Vangelo, il Signore ci resta accanto e ci dona il coraggio di gettare le reti anche quando siamo stanchi e delusi per non aver pescato nulla.

Ai Vescovi e ai Sacerdoti, soprattutto, vorrei dire: perseverate nel farvi prossimi, nella prossimità - quella synkatabasis del Padre e del Figlio con noi -; perseverate nell’uscire, nel seminare la Parola, con sguardi di misericordia. Alla vostra azione pastorale, al vostro discernimento e alla vostra preghiera è affidata la pastorale vocazionale. Abbiate cura di promuoverla adottando i metodi possibili, esercitando l’arte del discernimento e dando impulso, attraverso l’evangelizzazione, al tema delle vocazioni sacerdotali e alla vita consacrata. Non abbiate paura di annunciare il Vangelo, di incontrare, di orientare la vita dei giovani. E non siate timidi nel proporre loro la via della vita sacerdotale, mostrando, anzitutto con la vostra gioiosa testimonianza, che è bello seguire il Signore e donare a Lui la vita per sempre. E, come fondamento di questa opera, ricordatevi sempre di affidarvi al Signore, implorando da Lui nuovi operai per la Sua messe e sostenendo le iniziative di preghiera a sostegno delle vocazioni.

Confido che questi giorni – nei quali è circolata tanta ricchezza, anche grazie ai relatori che vi hanno partecipato – possano contribuire a ricordare che la pastorale vocazionale è un compito fondamentale nella Chiesa e chiama in causa il ministero dei pastori e dei laici. E’ una missione urgente che il Signore ci chiede di compiere con generosità. Vi assicuro la mia preghiera; e voi, per favore, non dimenticate di pregare per me. Grazie.

GUARDA IL VIDEO
Servizio TG2000