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domenica 26 ottobre 2014

Angelus del 26 ottobre 2014 - Testo e video


 26 ottobre 2014 


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di oggi ci ricorda che tutta la Legge divina si riassume nell’amore per Dio e per il prossimo. L’Evangelista Matteo racconta che alcuni farisei si accordarono per mettere alla prova Gesù (cfr 22,34-35). Uno di questi, un dottore della legge, gli rivolge questa domanda: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?» (v. 36). Gesù, citando il Libro del Deuteronomio, risponde: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento» (vv. 37-38). E avrebbe potuto fermarsi qui. Invece Gesù aggiunge qualcosa che non era stato richiesto dal dottore della legge. Dice infatti: «Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (v. 39). Anche questo secondo comandamento Gesù non lo inventa, ma lo riprende dal Libro del Levitico. La sua novità consiste proprio nel mettere insieme questi due comandamenti – l’amore per Dio e l’amore per il prossimo – rivelando che essi sono inseparabili e complementari, sono le due facce di una stessa medaglia. Non si può amare Dio senza amare il prossimo e non si può amare il prossimo senza amare Dio. Papa Benedetto ci ha lasciato un bellissimo commento a questo proposito nella sua prima Enciclica Deus caritas est, (nn. 16-18).

In effetti, il segno visibile che il cristiano può mostrare per testimoniare al mondo e agli altri, alla sua famiglia l’amore di Dio è l’amore dei fratelli. Il comandamento dell’amore a Dio e al prossimo è il primo non perché sta in cima all’elenco dei comandamenti. Gesù non lo mette al vertice, ma al centro, perché è il cuore da cui tutto deve partire e a cui tutto deve ritornare e fare riferimento.
...

In mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni – ai legalismi di ieri e di oggi – Gesù opera uno squarcio che permette di scorgere due volti: il volto del Padre e quello del fratello. Non ci consegna due formule o due precetti: non sono precetti e formule; ci consegna due volti, anzi un solo volto, quello di Dio che si riflette in tanti volti, perché nel volto di ogni fratello, specialmente il più piccolo, fragile, indifeso e bisognoso, è presente l’immagine stessa di Dio. E dovremmo domandarci, quando incontriamo uno di questi fratelli, se siamo in grado di riconoscere in lui il volto di Dio: siamo capaci di questo?

In questo modo Gesù offre ad ogni uomo il criterio fondamentale su cui impostare la propria vita. Ma soprattutto Egli ci ha donato lo Spirito Santo, che ci permette di amare Dio e il prossimo come Lui, con cuore libero e generoso. Per intercessione di Maria, nostra Madre, apriamoci ad accogliere questo dono dell’amore, per camminare sempre in questa legge dei due volti, che sono un volto solo: la legge dell’amore.

Angelus...

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

ieri, a San Paolo del Brasile, è stata proclamata Beata madre Assunta Marchetti, nata in Italia, cofondatrice della Suore Missionarie di S. Carlo Borromeo – Scalabriniane. Era una suora esemplare nel servizio agli orfani degli emigranti italiani; lei vedeva Gesù presente nei poveri, negli orfani, negli ammalati, nei migranti. Rendiamo grazie al Signore per questa donna, modello di instancabile missionarietà e di coraggiosa dedizione nel servizio della carità. E questo è un richiamo e soprattutto una conferma di ciò che abbiamo detto prima, riguardo al cercare il volto di Dio nel fratello e nella sorella bisognosi.
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Tutti ringrazio e saluto con affetto.

Per favore, pregate per me, non dimenticatevi. Vi auguro buona domenica e buon pranzo. Arrivederci!


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Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXX domenica T. O. - anno A




Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME)






Preghiera dei Fedeli

26 ottobre 2014

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 47/2013-2014 (A) di Santino Coppolino


'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino




Vangelo: Mt 22,34-40 





Nonostante le parole di Gesù suscitino nei suoi ascoltatori 'meraviglia e stupore' (Mt 22,22.33), i suoi nemici, ancora una volta, si radunano insieme per tentarlo, palesando così chi è realmente il loro padre: il diavolo,''tentatore e omicida fin dal principio, menzognero e padre della menzogna'' (cfr.Gv 8,44). La domanda che essi pongono a Gesù verte unicamente sul problema del 'Kelal Gadol'- il Comandamento più grande, tema molto discusso in seno all'ebraismo farisaico di quel tempo, con una casistica che distingueva fra precetti più importanti e precetti meno importanti. Gesù risponde prontamente rimandando i suoi interlocutori al comando dello Shemà: l'amore nei confronti di Dio (Dt 6,5), e quello nei confronti del prossimo (Lv 19,18). Egli ribadisce che l'amore a Dio "con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente" (Luca e Marco, rifacendosi alla LXX, hanno anche "con tutte le forze", cioè con i propri beni) è il primo e più grande dei comandamenti: Dio è al di sopra di tutto. Ma sottolinea anche che il secondo è simile al primo, che "vi è una specie di specularità fra i due precetti"(A. Mello), che l'uno ha bisogno dell'altro, e che l'uno senza l'altro non può reggersi in piedi, come una porta che sta sospesa a due cardini perché non può girare su un cardine solo. In buona sostanza i due precetti vivono in una sorta di divina simbiosi, essendo in realtà un unico comandamento, poiché l'amore per Dio passa inevitabilmente per l'amore ai fratelli. L'Amore è la sola realtà che identifica Dio e l'Uomo, l'unica moneta che possiamo introdurre nel Tempio (22,19-21) e con la quale ci è consentito il Divinum Commercium. "L'Amore è il compimento della legge" (Rm 13,10) perché ci fa simili a Dio, figli amanti come il Padre. Sarà l'autore della 1°lettera di Giovanni che con maggior consapevolezza potrà affermare: "Chi non ama non ha conosciuto Dio, poiché Dio è amore...Se uno dice: << Io amo Dio >> e poi odia il proprio fratello, è un bugiardo: chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E noi abbiamo da Lui questo comandamento: chi ama Dio ami anche il proprio fratello"(1Gv 4,8.20-21).


sabato 25 ottobre 2014

È l’amore che conta – Prepararsi alla domenica (XXX del T.O.) di Antonio Savone




È l’amore che conta
Prepararsi alla domenica
(XXX del T.O.)


di Antonio Savone


Che cos’è che conta davvero? Che cosa è davvero più importante? È questa la domanda che viene portata a Gesù il quale riassume tutto in una parola: amerai…, ovvero imparerai a fare spazio, imparerai ad accogliere, imparerai ad ospitare. Cos’è, infatti, l’amore se non l’esercizio continuato del fare spazio all’altro contraendosi? Lo Spirito accade nella nostra vita ogni volta che qualcosa di altro e di diverso affiora in noi e nella relazione con altro da noi. Per questo l’invito ad amare, a fare spazio: ne va dell’esperienza dello Spirito. Lì c’è Dio: il divino accade nell’umano. Sempre così. E lui non lo ritiene indegno di sé.

Amerai… Amerai…

Sta per andarsene Gesù. E a Gerusalemme, consapevole dell’incalzare degli eventi e dell’ostilità dei suoi interlocutori, non esita a fare appello a gesti e parole in grado di rivelare che cosa possa voler dire vivere secondo Dio: amerai… Lui, il Signore, di lì a poco farà spazio persino all’esperienza del rinnegamento e del tradimento pur di non venir meno all’invito ad amare.

Gesti e parole testamento, anche a prezzo della sua stessa esistenza: amerai… Ecco ciò che conta: amerai… Così ripete Gesù all’esperto di teologia che, dopo estenuanti riunioni, si fa avanti per mettere alla prova Dio stesso. Gesti e parole dispersi nel vento se è vero che l’uomo religioso non sarà disposto ad accogliere che Dio “si” dica (dica di sé) non anzitutto con il linguaggio delle definizioni e dei dogmi ma con gesti che nascono da un cuore che vibra.
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Da fissare sul calendario della storia quel giorno in cui alla domanda di un dottore della Legge Gesù arrivò a mettere sullo stesso piano l’amore per Dio e l’amore per l’uomo. “Mai… in tutte le Scritture, i ‘due amori’ sono posti così innegabilmente sullo stesso piano a rispecchiarsi l’uno nell’altro. Il secondo è simile al primo: cioè non identico, e neppure più o meno importante. Ma fatti della stessa pasta, l’uno a specchio dell’altro, l’uno a inveramento dell’altro” (G. Caramore).

Non la professione della fede il criterio su cui saremo giudicati ma il bene che siamo stati capaci di generare. Non la dottrina, anzitutto, ma la tenerezza. Discepoli di questo Dio non sono gli esperti ma tutti coloro che sono capaci di amore.

Leggi tutto: È l’amore che conta


Asia Bibi scrive a Papa Francesco: prega per me...

“Papa Francesco, sono tua figlia, Asia Bibi. Ti scongiuro: prega per me, per la mia salvezza e per la mia libertà. In questo momento posso solo affidarmi a Dio, che è l’Onnipotente, colui che può tutto per me”. Sono le accorate parole che Asia Bibi, donna e madre cristiana condannata a morte per blasfemia in Pakistan, rivolge a Papa Francesco dopo che l’Alta Corte di Lahore ha confermato in appello il verdetto di condanna.
La donna, in prigione da oltre cinque anni, si trova nel carcere femminile di Multan e nei giorni scorsi è stata informata. Il marito, gli avvocati e le persone della “Renaissance Education Foundation”, che oggi si occupano della sua famiglia, per ora le hanno comunicato – in una versione edulcorata dei fatti – che “i tempi del processo si sono ulteriormente allungati”, temendo per la ricaduta psicologica che una improvvisa cattiva notizia potrebbe avere sulla donna, tuttora molto fragile. Stesso dicasi per i cinque figli, con i quali finora si è preferito sorvolare.
Asia ha comunque voluto dettare una missiva a Papa Francesco – ricevuta da Vatican Insider – in un momento che potrebbe essere decisivo per la sua vita. “Sono ancora aggrappata con forza alla mia fede cristiana e nutro fiducia in Dio, mio Padre, che mi difenderà e mi restituirà la libertà. Confido anche in te, Santo Padre Francesco, e nelle tue preghiere". “Papa Francesco – prosegue il testo – so che stai pregando per me con tutto il cuore. So che, grazie alla tua preghiera, la mia libertà potrebbe essere possibile. Nel nome di Dio Onnipotente e della sua gloria, ti esprimo tutto il mio ringraziamento per la tua vicinanza, in questo momento di sofferenza e delusione”. 
Asia esprime il suo desiderio più profondo: “La mia unica speranza è poter vedere un giorno la mia famiglia riunita e felice. Io credo che Dio non mi abbandona e che ha un progetto di bene e di felicità per me, che si avvererà ben presto. Sono grata a tutte le persone che nelle comunità cristiane in tutto il mondo pregano per me e fanno di tutto per aiutarmi”...


Vedi anche alcuni dei nostri post precedenti:

Cacciare i mercanti dal tempio di Roberto Mancini

Cacciare i mercanti dal tempio 
di Roberto Mancini
(Filosofo e scrittore)


I mercanti sono ritornati nel tempio, lo hanno occupato interamente, sequestrando gli esseri umani perché rendessero culto ai Mercati. Se il “tempio” è incarnato dall’umanità e dal creato, dobbiamo cacciare non solo i mercanti, ma i Mercati stessi per aprire la via di un’altra economia. Il capitalismo finanziario globale non è neanche un’economia vera e propria, ne è invece un parassita che grava sulla vita di tutti. Ma le scelte politiche dei governi vanno in una direzione completamente sbagliata. Serve un esodo dal deserto dell’ignoranza e del conformismo. 
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Sono necessarie riforme, vere e autentiche... ma prima di trovare un governo pronto a fare queste riforme si dovranno trovare molti, nelle istituzioni, nella società civile e anche nella Chiesa, che siano disposti non a “metterci la faccia”, ma a metterci la testa. A metterla fuori dalla nube tossica che spegne l’intelligenza politica. Le Chiese e le comunità di altre fedi hanno il dovere di contribuire all’esodo da quella che papa Francesco ha definito, con precisione analitica e profetica, “un’economia omicida”.

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Cacciare i mercanti dal tempio di Roberto Mancini


venerdì 24 ottobre 2014

«Siamo pietre vive... chiamate alla speranza» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano


24 ottobre 2014
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.




Papa Francesco:
“l’unità della Chiesa è il compito del cristiano”

È lo Spirito Santo che fa la Chiesa e cementa la sua unità avendo per base la pietra angolare che è Gesù. Per orientarci a collaborare a questa costruzione, noi abbiamo tra le mani una «piantina» che si chiama speranza. Con un’avvertenza: per essere forti bisogna essere deboli. Sono i suggerimenti spirituali di san Paolo, rilanciati da Papa Francesco nella messa celebrata venerdì mattina, 24 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta.

È «solo», ha fatto subito notare il Papa, «la parola più ripetuta dall’apostolo Paolo in questo brano della Lettera agli Efesini» (4, 1-6) proposto dalla liturgia. Vi si legge infatti: «Un solo Signore; una sola fede; un solo battesimo; un solo Dio e Padre di tutti». Ecco, dunque, che ritorna tante volte la parola «solo». E proprio in questa prospettiva Paolo scrive espressamente: «Io, prigioniero, vi esorto a costruire l’unità nella Chiesa». L’esortazione di Paolo, ha spiegato Francesco, è mirata a costruire «la Chiesa unita, con un battesimo, una fede, un Signore, un Padre». E «fare l’unità della Chiesa è il lavoro della Chiesa e di ogni cristiano durante la storia».

In particolare, ha affermato il Pontefice, quando «l’apostolo Pietro parla della Chiesa, parla di un tempio fatto di pietre vive che siamo noi». In pratica propone «il contrario di quell’altro tempio della superbia che era la torre di Babele». Difatti «questo tempio porta l’unità», mentre quello di Babele «è il simbolo della disunione, del non capirci, della diversità delle lingue».
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Ma «chi costruisce questa unità?» si è chiesto Francesco. Certo non noi — ha puntualizzato — perché «questo è il lavoro dello Spirito Santo: l’unico capace di fare l’unità della Chiesa». Gesù infatti «lo ha inviato per fare crescere la Chiesa, per farla forte, per farla una». È «lo Spirito vivo che noi tutti abbiamo dentro: lui fa l’unità della Chiesa, nella diversità dei popoli, delle culture, delle persone». Proprio «in quella diversità lui sa come fare l’unità. Ma soltanto lui può farla, nessuno di noi può farla».

Quindi Francesco ha proposto un’altra domanda: «Come si costruisce questo tempio?». In proposito l’apostolo Pietro «diceva che noi eravamo pietre vive in questa costruzione». Ma, ha notato il Pontefice, «qui l’apostolo Paolo ci consiglia di non essere tanto pietre, ma piuttosto mattoni, deboli». Di conseguenza «i consigli che dà Paolo per aiutare lo Spirito Santo a costruire questa unità sono consigli di debolezza, secondo il pensiero umano». E infatti «umiltà, dolcezza, magnanimità sono cose deboli, perché l’umile sembra che non serva a niente; la dolcezza, la mitezza sembrano non servire; la magnanimità, l’essere aperto a tutti, avere il cuore grande...».

Per di più Paolo aggiunge: «sopportandovi a vicenda nell’amore», ma «avendo a cuore di conservare l’unità». Così «noi diventiamo più pietre forti in questo tempio quanto più deboli ci facciamo con queste virtù dell’umiltà, della magnanimità, della dolcezza, della mitezza».
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Francesco ha concluso ricordando che «siamo stati chiamati a una speranza grande»; e dunque, ha esortato, «andiamo lì». Ma facciamolo «con la forza che ci dà la preghiera di Gesù per l’unità e con la docilità allo Spirito Santo, che è capace di fare da mattoni pietre vive». E anche «con la speranza di trovare il Signore che ci ha chiamati, trovarlo quando avvenga la pienezza dei tempi».

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Papa Francesco: giustizia, misericordia e rispetto della dignità della persona umana

INCONTRO DEL SANTO PADRE FRANCESCO 
CON LA DELEGAZIONE DELL'ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE DI DIRITTO PENALE - 23 ottobre 2014

Non c’è giustizia laddove prevale la vendetta. Non c’è libertà né equa sanzione laddove regna la regola del sospetto, laddove resiste la tentazione millenaria del capro espiatorio al quale addebitare non le sue colpe, ma tutti i mali della società. Non c’è diritto, non può esserci pace, laddove uomini fanno mercato di altri uomini. Non c’è verità né speranza laddove chi dovrebbe operare per il bene comune si lascia corrompere e fa gli interessi di chi ha già tanto potere e paga per averne sempre di più.

Che grande lezione ha impartito ieri al mondo Papa Francesco, parlando a una delegazione dell’Associazione internazionale di Diritto penale. Una lezione universale, che perciò resta valida a ogni latitudine e sotto tutti i tipi di governo e ordinamento giuridico. Non tuttavia un discorso generico, bensì – a tratti – quasi "tecnico", calato interamente nelle problematiche reali che su tutto il pianeta riguardano le leggi, i delitti, le pene, le prigioni. Sopra a tutto, sempre – ci ha ricordato – c’è la «persona umana» con la sua dignità, sia essa vittima o colpevole di reato. E il metodo più valido, per qualsiasi sistema penale, è «la cautela nell’applicazione della pena». Che non vuol dire impunità, ma proporzionalità.

Il Pontefice è andato, insomma, alle radici del concetto di giustizia, dimostrando in maniera solare come questa, quando è vera, coincide con la visione cristiana del mondo. L’alternanza di citazioni dal Vangelo di Luca, dal Catechismo della Chiesa Cattolica e dall’enciclica Evangelium vitae di san Giovanni Paolo II, con altre da documenti ufficiali di organismi delle Nazioni Unite fanno risaltare questo aspetto con grande efficacia.

Non si è fermato, il Papa, a quella pur meravigliosa opera di misericordia che è la visita ai carcerati. È andato più a fondo, con sguardo lucido e competente. Per esempio sulla pena di morte, che è vendetta di Stato e quindi il contrario della giustizia, ed è ancora diffusa, così come la tortura. Entrambe possono assumere forme diverse rispetto a quelle "classiche". Subdolamente, sono in grado di mostrarsi per ciò che non sono, talvolta sono perfino spacciate per "giustizia" dal regime di turno. Si può pensare che ciò riguardi solo poche decine di Paesi. Che dire allora dell’ergastolo? Come definire quelle tre parole sulla scheda personale di un recluso ("Fine pena: mai") meglio di quanto ha fatto Francesco, ovvero «una pena di morte nascosta»?
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Le levatrici d’Egitto/4 - Dove comincia la vera libertà


Le levatrici d’Egitto/4
Riflessione sul libro dell'Esodo




Dove comincia la vera libertà
di Luigino Bruni



" Gli imperi hanno sempre cercato di usare il lavoro per far spegnere nelle anime dei lavoratori i sogni di libertà, di gratuità, di festa. Proprio per il suo essere il principale amico dell’uomo, il lavoro si presta ad essere manipolato e usato contro i lavoratori, diventa facilmente ‘fuoco amico’. Poter lavorare è stata ed è una via di liberazione per tanti, e il non poter lavorare continua ad essere una delle principali illibertà e violenze di massa del nostro tempo. Ma accanto al lavoro che libera e nobilita, c’è sempre stato, e continua ad esserci, un lavoro usato dai faraoni come mezzo di oppressione dei poveri.
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Tutte le volte che un imprenditore fa pre-firmare ad una donna il foglio di dimissioni ‘volontarie’ da presentare in caso di maternità, o quando questo capitalismo ci nega il riposo domenicale e il tempo per la festa, torniamo alla logica di quell’antico faraone e di tutti gli imperi. Quando l’impresa ci chiede di lavorare a tutte le ore e tutti i giorni per raggiungere gli obiettivi, o quando ci impone le sue feste aziendali e ci nega le feste di tutti, queste imprese diventano molto simili alla fabbrica di mattoni dell’Egitto; e noi torniamo ad assomigliare troppo a quegli antichi schiavi, anche se abbiamo firmato liberamente un contratto e siamo ben pagati.

In tutti gli imperi si muore per mancanza di lavoro, ma si muore anche per il troppo e cattivo lavoro, perché il lavoratore-persona si spegne quando diventa solo lavoratore. Il lavoro senza non-lavoro è il lavoro forzato dello schiavo, perché è la libertà di porre un limite al lavoro che genera quello scarto antropologico tra noi e il mondo delle cose, tra Marco e l’ingegner Bianchi, uno scarto essenziale per dare dignità alle cose che produciamo e salvare l’eccedenza spirituale della nostra vita e di quella degli altri. È bene non dimenticarlo proprio in questa stagione di grave crisi del lavoro. Oggi rimpareremo a lavorare e a creare lavoro se saremo capaci di chiedere agli attuali faraoni del tempo per la gratuità e per la festa, parole che essi non amano perché troppo sovversive e inutili alla produzione dei loro mattoni.

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giovedì 23 ottobre 2014

«Dio è come un mare senza spiagge, senza limiti, un mare immenso» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano


23 ottobre 2014
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.


Papa Francesco:
“il comandamento dell’amore è alla base di tutti gli altri”


“Non si può essere cristiani, senza la grazia dello Spirito” che ci dona la forza di amare: è quanto ha detto Papa Francesco nella Messa mattutina a Santa Marta. 

Al centro dell’omelia del Papa, la Lettera agli Efesini in cui San Paolo descrive la sua esperienza di Gesù, un’esperienza “che lo ha portato a lasciare tutto” perché “era innamorato di Cristo”. Il suo è un “atto di adorazione”: piega, innanzitutto, “le ginocchia davanti al Padre” che “ha il potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare”. Usa “un linguaggio senza limite”: adora questo Dio “che è come un mare senza spiagge, senza limiti, un mare immenso”. E Paolo chiede al Padre, per tutti noi, “di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore, mediante il suo Spirito”:
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Il Papa, quindi, conclude la sua omelia:
“E con questa vita interiore si può capire che Paolo abbia lasciato perdere tutto e consideri tutto spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in Cristo. Ci fa bene pensare così, ci fa bene adorare Dio, anche a noi. Ci fa bene lodare Dio, entrare in questo mondo di ampiezza, di grandiosità, di generosità e di amore. Ci fa bene, perché così possiamo andare avanti nel grande comandamento – l’unico comandamento, che è alla base di tutti gli altri –: l’amore; amare Dio e amare il prossimo”.


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Papa Francesco UDIENZA GENERALE 22 ottobre 2014 - foto, testo e video


 22 Ottobre 2014 

Prima di arrivare in piazza, Papa Francesco ha ricevuto brevemente in Auletta Paolo VI la squadra di calcio del Bayern Monaco. Come regalo, oltre alla solita maglia autografata, sarà donato al Pontefice un milione di euro derivante da una partita amichevole da giocare entro un anno: "Sarà Papa Francesco a decidere per quali scopi di carità e aiuto a poveri e bisognosi di ogni parte del mondo verrà utilizzata la somma", ha detto Rummenigge. Il Papa, durante l'incontro, si è complimentato con i tedeschi: "Ieri avete giocato una partita meravigliosa"
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Papa Francesco arrivato in piazza alle 9.40 circa, e dopo l’abituale bagno di folla con i bimbi protagonisti, nella fase finale del suo percorso, alle soglie del sagrato, ha fermato la “papamobile” e si è soffermato con un folto gruppo di persone, donne e uomini, che indossavano ognuno una maglietta rossa con la scritta bianca a caratteri maiuscoli: “Io sono un esubero. Meridiana”. 


Poco prima, sempre a piedi, prima di dirigersi sulla sua postazione al centro del palco, il Papa si era soffermato con un altro gruppo di fedeli, stringendo mani e scambiando sorrisi. Uno di loro gli ha porto un cappello di paglia di un giallo vivace, con una foggia a metà tra il sombrero e il cappello da cowboy, e lo ha messo direttamente sulla testa del Papa che, divertito e sorridente, prima se lo è assicurato un po’ sulla testa e poi lo ha restituito all’uomo di colore che glielo aveva offerto, facendoglielo indossare a sua volta. 
Il forte vento che soffiava sulla piazza ha più volte sollevato la mantellina del Papa e fatto volare via lo zucchetto.

 
C‘erano anche 150 "clochard" della Francia questa mattina a Roma in piazza San Pietro all‘udienza generale di Papa Francesco. E una ventina di loro lo hanno potuto salutare personalmente. "Papa Francesco si è fermato, è venuto a salutarci, si è avvicinato e noi lo abbiamo potuto salutare. È stato con noi 3/4 minuti", racconta al Sir Etienne Villemain, responsabile dell‘associazione Lazare, che si occupa in Francia di aiuto ai senza fissa dimora. 
L‘Associazione ha organizzato in questi giorni un pellegrinaggio a Roma a cui hanno aderito 150 persone di cui 50 accompagnatori provenienti per lo più da Parigi, ma anche da Marsiglia e Nantes. "È importante - aggiunge Villemain - che queste persone si sentano accolte dalla Chiesa che loro amano profondamente. È importante far sentire loro che Cristo ama i poveri e permettere a queste persone di vivere un‘esperienza forte di fede e di amore di Dio". Per questa ragione, i "clochard" hanno lanciato oggi a Papa Francesco una proposta: "Organizzare una Giornata mondiale dei poveri sulla scia delle Gmg. Lui ci ha sorriso e ha fatto un segno di sì con la testa". Arrivati a Roma in treno, i senza fissa dimora hanno visitato in questi giorni i giardini vaticani, hanno trascorso una serata di festa al seminario francese e sono stati ricevuti anche dal cardinale Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum.
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Chiesa, corpo di Cristo

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Quando si vuole evidenziare come gli elementi che compongono una realtà siano strettamente uniti l’uno all’altro e formino insieme una cosa sola, si usa spesso l’immagine del corpo. A partire dall’apostolo Paolo, questa espressione è stata applicata alla Chiesa ed è stata riconosciuta come il suo tratto distintivo più profondo e più bello. Oggi, allora, vogliamo chiederci: in che senso la Chiesa forma un corpo? E perché viene definita «corpo di Cristo»?
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Che bello se ci ricordassimo più spesso di quello che siamo, di che cosa ha fatto di noi il Signore Gesù: siamo il suo corpo, quel corpo che niente e nessuno può più strappare da lui e che egli ricopre di tutta la sua passione e di tutto il suo amore, proprio come uno sposo con la sua sposa.
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Cari fratelli e sorelle, come il profeta Ezechiele e come l’apostolo Paolo, invochiamo anche noi lo Spirito Santo, perché la sua grazia e l’abbondanza dei suoi doni ci aiutino a vivere davvero come corpo di Cristo, uniti, come famiglia, ma una famiglia che è il corpo di Cristo, e come segno visibile e bello dell’amore di Cristo.
Guarda il video della catechesi

Saluti:
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Saluto cordialmente i pellegrini polacchi venuti a quest’udienza. Oggi celebriamo la memoria liturgica di San Giovanni Paolo II, il quale ha invitato tutti ad aprire le porte a Cristo; nella Sua prima visita nella vostra Patria ha invocato lo Spirito Santo perché scendesse a rinnovare la terra della Polonia; a tutto il mondo ha ricordato il mistero della Divina misericordia. La Sua eredità spirituale non sia dimenticata, ma ci spinga alla riflessione e al concreto agire per il bene della Chiesa, della famiglia e della società. Sia lodato Gesù Cristo!
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Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. ...

Desidero unirmi alla Comunità diocesana di Tempio-Ampurias nell’esprimere profonda vicinanza e solidarietà ai dipendenti della Compagnia aerea “Meridiana”, che stanno vivendo ore di apprensione per il loro futuro lavorativo. Auspico vivamente che si possa trovare un’equa soluzione, che tenga conto anzitutto della dignità della persona umana e delle imprescindibili necessità di tante famiglie. Per favore, faccio un appello a tutti i responsabili: nessuna famiglia senza lavoro!

Rivolgo, infine, il mio pensiero ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Il mese di ottobre ci invita a rinnovare la nostra attiva cooperazione alla missione della Chiesa. Con le fresche energie della giovinezza, con la forza della preghiera e del sacrificio e con le potenzialità della vita coniugale, sappiate essere missionari del Vangelo, offrendo il vostro concreto sostegno a quanti faticano per portarlo a chi ancora non lo conosce.


Guarda il video integrale



mercoledì 22 ottobre 2014

SAN GIOVANNI PAOLO II


Non la data della morte (2 aprile) né quella di nascita (18 maggio). Per la festa liturgica di san Giovanni Paolo II, la Chiesa ha scelto quella del22 ottobre, giorno in cui, nel 1978, papa Wojtyla iniziava ufficialmente il suo ministero petrino dopo l'elezione in Conclave avvenuta il 16 ottobre. Il suo pontificato è durato 26 anni, 5 mesi e 17 giorni ed è stato il terzo più lungo della storia. 
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Nei testi per la Messa in onore di san Giovanni Paolo viene riportato proprio uno stralcio dell'omelia della messa d'inizio pontificato: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!».



Guarda il video dell'omelia dell'inizio del pontificato di Giovanni Paolo II
22 Ottobre 1978

Nell'occasione nella cappella del secondo piano del Policlinico universitario Gemelli, alle ore 17, avrà luogo la messa di dedicazione a San Giovanni Paolo II del luogo di culto all'interno dell'ospedale dove il Papa santo fu accolto e curato durante i dieci ricoveri nel corso del suo pontificato. 
La celebrazione di intitolazione, autorizzata dal cardinale vicario Agostino Vallini, sarà presieduta da monsignor Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico dell'Università Cattolica. Nell'occasione sarà collocata nella cappella una reliquia del sangue di San Giovanni Paolo II, custodita in una teca color argento con sfondo rosso. L'evento intende sottolineare lo speciale legame del Policlinico Gemelli con papa Wojtyla. 
"La testimonianza del Pontefice polacco nel corso dei numerosi ricoveri ha lasciato un segno indelebile nella storia e nel volto del Policlinico Gemelli - afferma monsignor Giuliodori -. Con l'intitolazione della cappella e la collocazione della reliquia si vuole rendere ancora più profondo questo legame, affinché il suo esempio nell'affrontare la malattia e il suo insegnamento sul valore della sofferenza continuino a guidare le attività della Facoltà di Medicina e chirurgia della Cattolica e del Policlinico". 


Riproponiamo alcuni dei nostri precedenti post:


La vita sotto scorta di don Ciotti, il prete che fa paura alla mafia

... Sono quasi due mesi che la vita di don Luigi Ciotti è cambiata. Ieri lo hanno scoperto in tanti alla marcia della pace Perugia-Assisi, quando lo hanno visto circondato da uomini in borghese che si guardavano intorno circospetti. Vicino e al tempo stesso distante dagli altri. Le chiacchierate del capo dei capi mafiosi durante l’ora d’aria hanno rivelato un interesse nei suoi confronti che rasenta l’ossessione. Altri boss, dopo mesi di silenzio parlano di lui. Le intercettazioni finite sui giornali sono frammenti di un discorso in divenire. C’è di peggio nelle loro parole. C’è un progetto che prevede diffamazione e calunnia. In mancanza del tritolo vogliono seppellirlo con l’infamia. All’inizio di settembre il ministero dell’Interno ha così deciso di blindare la vita a un ragazzo di quasi 70 anni che svolge il suo sacerdozio molto lontano, a Torino.
La Sicilia era scritta sul palmo della sua mano. Ci torna quasi ogni settimana, per viaggi a tappe forzate dalla logistica estrema. Quando è sull’isola la scortail di don Luigi quasi raddoppia, per comprensibili ragioni. Alla sorveglianza di grado più alto vengono aggiunte altre due vetture e altri quattro uomini provenienti dalla scorta di Antonio Ingroia...

Una giornata insieme con Don Ciotti, il prete antimafia che vive sotto scorta.
Reportage esclusivo (nel Tv7 Tg1) alla vigilia della sua manifestazione "Contromafia", gli Stati Generali della lotta alla criminalità organizzata, a Roma dal 23 al 26 ottobre.

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Contromafie, gli Stati generali dell'antimafia è un appuntamento che Libera offre al movimento antimafia italiano, europeo e non solo, in cui le associazioni e le realtà impegnate contro le diverse forme di criminalità organizzata e transnazionale e le connesse pratiche di corruzione, si ritrovano per confrontare strategie e percorsi, mettere a punto proposte di natura giuridica ed amministrativa, elaborare azioni di contrasto civile e non violento, valorizzare le buone prassi ed esperienze maturate in tema di libertà, cittadinanza, informazione, legalità, giustizia e solidarietà. Questa edizione si aprirà con GiovaniContromafie per dare la possibilità ai giovani provenienti da tutta Italia e alle delegazioni di altri paesi europei di confrontarsi e discutere insieme dei temi che animeranno gli Stati generali dell'antimafia.

Contromafie non è un convegno, non è una vetrina, ma è piuttosto uno spazio e un tempo per il confronto, lo studio, l'approfondimento: sotto i riflettori finiscono progetti, percorsi, idee, per fare il punto insieme dei risultati conseguiti dall'antimafia civile, sociale e responsabile.
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martedì 21 ottobre 2014

«Come aspetto Gesù?» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano


21 ottobre 2014
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.


Papa Francesco:
“Gesù ci ha dato un'identità”

“Il cristiano è un uomo o una donna che sa aspettare Gesù e per questo è uomo o donna di speranza”. Lo ha ribadito Papa Francesco all’omelia della Messa del mattino, celebrata in Casa S. Marta. Col suo sacrificio, ha affermato il Papa, Cristo ci ha resi "amici, vicini, in pace". 

Persone che sanno aspettare e, nell’attesa, coltivano una solida speranza. Questi sono i cristiani, un popolo – spiega Papa Francesco – unito da Gesù oltre ogni “inimicizia”, da Lui servito e dotato di un nome. Il Papa riflette fondendo gli spunti del Vangelo di Luca con la Lettera di Paolo agli Efesini. Nel primo, Cristo parla ai discepoli paragonandosi al padrone che rientra a tarda notte dalla festa di nozze e chiama “beati” i servi che lo aspettano svegli e con le lampade accese. La scena che segue vede Gesù farsi servo dei suoi servitori e portare loro il pranzo a tavola. Osserva Papa Francesco: il primo servizio che il Maestro fa ai cristiani è dare loro “l’identità”. “Noi senza Cristo – dice – non abbiamo identità”.
...
Da “gente di strada”, da persone che non erano neanche “ospiti”, a “concittadini dei Santi e familiari di Dio”, per dirla ancora come San Paolo. Questo è ciò che ha creato Gesù con la sua venuta. “Ma qual è la condizione?”, si chiede Papa Francesco. “Aspettarlo”, attenderlo come i servi col loro padrone:

“Aspettare Gesù. Chi non aspetta Gesù, chiude la porta a Gesù, non lo lascia fare quest’opera di pace, di comunità, di cittadinanza, di più: di nome. Ci dà un nome. Ci fa figli di Dio. Questo è l’atteggiamento di aspettare Gesù, che è dentro la speranza cristiana. Il cristiano è un uomo o una donna di speranza. Sa che il Signore verrà. Davvero verrà, eh? Non sappiamo l’ora, come questi. Non sappiamo l’ora, ma verrà, verrà a trovarci, ma non a trovarci isolati, nemici, no. A trovarci come Lui ci ha fatto con il suo servizio: amici vicini, in pace”.

A questo punto, conclude Papa Francesco, c’è un’altra domanda che il cristiano può porsi: come aspetto Gesù? E prima ancora: Lo “aspetto o non lo aspetto?”:

“Io ci credo in questa speranza, che Lui verrà? Io ho il cuore aperto, per sentire il rumore, quando bussa alla porta, quando apre la porta? ...

Leggi tutto: Il Papa: siamo popolo unito in Gesù, non isole che si arrangiano

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