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domenica 24 agosto 2014

L'uomo si salva facendo le cose di Dio di Ermes Ronchi


L'uomo si salva facendo le cose di Dio
di Ermes Ronchi

XXI Domenica del Tempo Ordinario -
Anno A
24/8/2014

Vangelo: Mt 16,13-20


Cosa dice la gente? E voi che cosa dite? Ge­sù usa il metodo delle domande per far crescere i suoi amici. Le domande di Gesù nel Vangelo hanno davvero una funzio­ne importantissima, non sono interrogazioni di catechismo, ma scintille che accendono qual­cosa, mettono in moto trasformazioni e cre­scite. «Nella vita, più che le risposte, contano le domande, perché le risposte ci appagano e ci fanno stare fermi, le domande invece, ci obbli­gano a guardare avanti e ci fanno camminare» (Pier Luigi Ricci). Ma voi che cosa dite? Non c'è una risposta già scritta da qualche parte, con un contenuto da apprendere e da ripetere. Le sue domande assomigliano semmai di più alle do­mande che si fanno gli innamorati: chi sono io per te? E l'altro risponde: Sei la mia donna, il mio uomo, il mio amore, la mia vita. Voi, miei ami­ci, che io ho scelto uno per uno, chi sono per voi? Ciò che Gesù vuole sapere dai discepoli di sempre è se sono innamorati, se gli hanno a­perto il cuore. Cristo è vivo solo se è vivo dentro di noi. Il nostro cuore può essere culla o tomba di Dio. Pietro risponde: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.

- Il Cristo... non un nome proprio, ma un attri­buto che indica l'origine e il compito di Gesù e rimanda subito oltre lui: sei la ma­no di Dio nella storia.

- Il Figlio di Dio... tu sei entrato in Dio piena­mente e Dio è entrato in te totalmente. E ora tu fai le cose che solo Dio fa', nelle tue dita è lui che accarezza il mondo.

- Del Dio vivente... Colui che fa viva la vita, il miracolo che la fa fiorire. Il Vivente è grembo gravido di vita, fontana da cui la vita sgorga i­nesauribile e illimitata.

Beato te, Simone... tu sei roccia, a te darò le chia­vi del regno; ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli.... Non solo Pietro, ma chiunque professi la sua fede ottiene questo potere. Il po­tere di perdonare i peccati non è il potere giu­ridico dell'assoluzione (non è nello stile di Ge­sù sostituire vecchi codici con nuovi regola­menti). È invece il potere di diventare una pre­senza trasfigurante anche nelle esperienze più squallide e impure e alterate dell'uomo. Com­piendo il cammino dalla nostra povertà origi­naria verso una divina pienezza, per essere im­magine e somiglianza di Dio, «figli di Dio». In­teriorizzare Dio e fare le cose di Dio: questa è la salvezza.

Gesù dice a ogni discepolo: terra e cielo si ab­bracciano in te, nessuna tua azione resta sen­za eco nel cielo, il tuo istante si apre sull'eter­no, l'eterno si insinua nell'istante.

Tutti possiamo essere roccia che trasmette so­lidità, forza e coraggio a chi ha paura. Tutti siamo chiave che apre le porte belle di Dio, che può socchiudere le porte della vita in pienezza.


sabato 23 agosto 2014

Islam e fondamentalismo: dove sta la realtà? di Christian Albini


Islam e fondamentalismo: dove sta la realtà?
di Christian Albini



Di fronte a quello che sta accadendo in Medio Oriente per opera dell'Isis, ma non dimentichiamo tante altre situazioni di guerra e sofferenza, come può porsi un cittadino delle nostre democrazie occidentali e soprattutto un cristiano?

In primo luogo, contro l'indifferenza, si tratta di tenere desta l'attenzione verso le vittime della violenza. I cristiani, ma anche tutti gli altri: agli occhi di Dio sono uguali, come ha detto anche papa Francesco.

C'è poi tutto il dibattito su che cosa sia più giusto fare per fermare l'orrore, perché è un dovere umano far sì che certe cose non continuino. E' una questione complessa, che qui non affronto, dove non tutto è immediatamente chiaro, tenendo anche conto che andrebbero rilette criticamente certe scelte passate delle nazioni occidentali le quali hanno favorito il diffondersi del fondamentalismo.

Infine, si tratta di opporsi al fondamentalismo che è presente tra noi, sotto forma di cellule estremiste, ma anche in quella ideologia che è contro la convivenza e demonizza l'islam nel suo insieme. E vengo a un editoriale di Ernesto Galli Della Loggia, pubblicato oggi dal Corriere della Sera, che pone due questioni:
...

Leggendo per intero l'articolo, trovo che Galli Della Loggia sia ambiguo e tendenzioso, perché allude senza dire. Denuncia una fuga dalla realtà, ma poi non espone le conclusioni dei propri ragionamenti. Che cosa vuole arrivare a dire con le sue domande? A me sembra che il non detto, facilmente leggibile, sia che è effettivamente in corso una guerra di religione contro l'islam, che noi occidentali la dobbiamo combattere attivamente e che tutti i musulmani, compresi quelli che vivono tra di noi, sono potenziali nemici. Peraltro, il cattolicesimo più ideologizzato sostiene le stesse cose.

Ma se questo è ciò che pensa Galli Della Loggia, e chiedo di essere corretto in caso di errore, è effettivamente la realtà, oppure sono le sue idee presentate come se fossero la realtà? Sono ormai diverse le prese di posizione di autorevoli esponenti del mondo islamico che smentiscono questa lettura. Cito solo l'imam Sergio Pallavicini del Coreis, intervistato ieri proprio dal Corriere e che oggi ha scritto al quotidiano cattolico Avvenire condannando la violenza fondamentalista

...

Chiudo con alcune parole di Paolo Dall'Oglio, innamorato dell'islam e credente in Gesù:

La dimensione dell'umano, come valore che tutti partecipano a riconoscere e a costruire, resta ciò che vi è di più immediatamente disponibile alla buona volontà di ognuno. La qualità dei gesti quotidiani è la base da cui partire per costruire la commensalità e la convivialitù, portate dai riti relazionali del buon vicinato.

Questa è la buona battaglia da combattere qui da noi, invece che invocare nuove crociate.




Thando Hopa un esempio di come pregiudizi e ignoranza si combattono anche dalle copertine delle riviste patinate...

Si chiama Thando Hopa, 25 anni, sudafricana, è un avvocato affetta da albinismo, ma è anche una modella di successo in tutto il mondo. Quest’anno ha anche vinto il South African Style Award come modella più elegante dimostrando così, proprio innanzi alla sua gente, che l’essere una persona affetta da albinismo non limita le possibilità di avere successo nella vita. Thando è un esempio che potrebbe cambiare, anche se faticosamente, credenze inculcate nella storia e nel pregiudizio dell’Africa rendendo finalmente esplicito che l’albino non è altro che un’altra tonalità del normale.

Pregiudizi e ignoranza si combattono anche dalle copertine delle riviste patinate...
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Hanno la pelle bianca, mentre tutti, attorno a loro, sono neri. Gli africani albini sono vittime di torbide credenze popolari: nei mercati clandestini le parti del loro corpo sono vendute come amuleti, e le donne albine vengono violentate perché si pensa che un rapporto con loro possa guarire dall’Aids. 
Thando Hopa è una di loro. Ha 25 anni e, anche se è africana, ha pelle e occhi trasparenti. Ma non la si chiami albina: «L’albinismo è solo una condizione – spiega -, ed è scortese riferirsi ad una persona definendola «albina». Preferiamo essere chiamati persone con albinismo». 
Faceva l’avvocato, fino a quando il fashion designer sudafricano Gert-Johan Coetzee non l’ha avvicinata in un centro commerciale di Johannesburg, per proporle una collaborazione. «Avevo già avuto occasione di lavorare nellamoda, e avevo sempre rifiutato», continua Thando. «Ma Gert-Johan voleva darmi l’opportunità di cambiare la percezione negativa dell’albinismo. Che altro non è che un’altra «tonalità del normale»...


Vedi anche il nostro post precedente:


venerdì 22 agosto 2014

Papa Francesco Viaggio apostolico in Corea 13-18 agosto / 9 (testi, foto e video)


 18 agosto 2014 

Si chiama Mary sol, ha sette anni. Da ore è ferma nella piazza che si apre davanti alla nunziatura di Seoul. Ha in mano un mazzolino di fiori. Esce il Papa. Mary sol accenna a un passo. Ma poi, timida, si ritrae. La notano gli uomini della Gendarmeria vaticana che seguono il Pontefice in questo viaggio. La prendono per mano e l’accompagnano sino alla macchina che il Papa fa immediatamente fermare. Mary sol gli porge il suo mazzolino. Francesco prende i fiori e le assicura che li porterà sino a Roma e li donerà alla Madonna. Li lascerà ai piedi della Salus populi Romani, a Santa Maria Maggiore, appena rientrato.

Sono da poco passate le 9 di martedì 18 agosto. Il Pontefice si è appena congedato dal personale della nunziatura. È stato il primo segnale di una visita che giunge al termine. Oggi è infatti il giorno del rientro in Vaticano. Prima però bisogna pregare ancora per la pace e per la riconciliazione di un popolo diviso da incomprensioni ataviche.

L’appuntamento è nella suggestiva cattedrale di Myeong-dong, dedicata a Nostra Signora dell’Immacolata Concezione, a Seoul. Prima di giungere in sacrestia il Papa si ferma in una saletta del palazzo dove c’erano una volta i vecchi uffici della curia. Lo attendono i leaders religiosi coreani. Nessuna formalità né discorsi, solo un breve saluto. Guida il gruppo monsignor Hyginus Kim Hee-Jong, presidente del comitato per la promozione dell’unità dei cristiani e per il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale coreana. Ci sono rappresentanti delle religioni tradizionali coreane e rappresentanti delle diverse Chiese e comunità cristiane presenti nel Paese. Un incontro breve ma molto caloroso. 














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Come breve ma estremamente significativo è quello con alcune donne che hanno subito violenze durante l’occupazione giapponese. 
Sono le rappresentanti delle 54 superstiti riunite oggi nell’associazione Confort Women, un gruppo di coreane deportate contro la loro volontà dai giapponesi durante la guerra e costrette a fare da schiave e da prostitute. Al Papa hanno donato un distintivo che è il loro simbolo. Lui lo ha appuntato sulla veste accanto a quello di donatogli dai parenti delle vittime del naufragio del traghetto Se Wol.

In cattedrale il Pontefice entra da una porta laterale. Tra i banchi almeno mille persone. I vescovi della Corea aprono il corteo verso l’altare. La messa è celebrata in latino: inizia con la preghiera colletta durante la quale Francesco invoca Dio perché posi il suo benevolo sguardo su questi due popoli separati e conceda loro pace e riconciliazione affinché possano tornare a essere una sola famiglia.
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Nell’omelia il Papa non fa mai distinzione tra Corea del Sud e Corea del Nord. Parla sempre di un popolo diviso da oltre sessant’anni e chiede prima di tutto alla sua Chiesa di impegnarsi per far sì che attraverso il perdono reciproco si possano superare odio e incomprensione per cominciare un nuovo cammino comune per il bene di tutti.
Il sogno è di vedere alla messa la presenza di una delegazione cattolica nord-coreana. La Corea del Sud nel mese di maggio scorso, durante un incontro a Shenyang, in Cina, con alcuni rappresentanti dei cattolici della Corea del Nord li aveva invitati ufficialmente.
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E forse anche per questo le invocazioni della preghiera dei fedeli acquistano un significato ancor più pressante. Si prega il Dio di pace di seminare nei cuori in contesa il seme del perdono e della riconciliazione; di aiutare la Chiesa a illuminare il cammino che porta alla pace e alla riconciliazione; di suscitare nei cuori sentimenti di amore, pace, pazienza e sobrietà per spegnere le guerre, gli odi, le ostilità, le invidie, gli egoismi, le cupidige; di guidare con bontà i popoli divisi per motivi storici, politici, ideologici economici e religiosi affinché imparino a camminare insieme superando ogni ostacolo che deriva dalla divisione.
In questo contesto risuona particolarmente eloquente soprattutto la preghiera «per il cardinale Fernando Filoni, che doveva essere fra noi, ma che non è potuto venire perché è stato inviato dal Papa al popolo sofferente dell’Iraq, per aiutare i fratelli perseguitati e spogliati, e tutte le minoranze religiose che soffrono in quella terra. Che il Signore gli sia vicino nella sua missione».
Gli occhi della gente tradiscono l’emozione. Aspettavano il Papa. Erano certi che sarebbe venuto a parlare di pace a chi vive una guerra fredda da sessant’anni. Gli mostrano la fotografia di un popolo monco a causa di un’ideologia. Guardano a lui come all’unica persona capace di compiere un gesto che possa servire a convincere i responsabili delle parti in causa ad aprire una nuova stagione di dialogo
E così le parole pace e riconciliazione diventano ora preghiera. Una preghiera di cui il Paese ha urgente bisogno per risanare una ferita lunga 243 chilometri e larga quattro. Sanguina dal 1950 e taglia in due la penisola. Al 38° parallelo. I vescovi sono qui a rinnovare il loro decennale impegno sul fronte della pace. Hanno costituito persino un comitato ad hoc. In questa stessa cattedrale celebrano ogni martedì una messa per la riconciliazione. Sono convinti che solo un miracolo possa riuscire a riunire tutte le membra del corpo coreano. Per questo continuano a pregare. Oggi con maggiore intensità, con il Papa che è qui per sostenerli ancor più da vicino. Lo assicura a ciascuno di loro mentre li saluta ad uno ad uno.
La messa si è conclusa ma il Papa prega ancora. È nella cripta situata dietro l’abside, dove sono conservate le reliquie di nove martiri uccisi tra il 1839 e il 1866 da chi temeva il Vangelo. Implora il coraggio della testimonianza per i sacerdoti e i vescovi della Corea. Ma il suo pensiero è certamente rivolto a tutti i missionari chiamati a dare testimonianza in quei tanti Paesi asiatici nei quali la fede cristiana è ancora oggi guardata con sospetto e contrastata.
 
Gli ultimi venti chilometri per le strade di Seoul corrono via tra due ali di folla festosa, nonostante una fastidiosa pioggerella . Il percorso è punteggiato da striscioni che qui hanno la classica forma della stele orientale, si sviluppano cioè in verticale più che in orizzontale. La foto di Papa Francesco sorridente campeggia ovunque. Le scritte sono in inglese e, naturalmente in coreano.
La cerimonia di congedo è semplice. Non ci sono discorsi ufficiali. Solo strette di mano. Il b777 della Korean Airlines scalda i motori ma non copre il fragore del lungo applauso che accompagna l’imbarco del Pontefice. Il decollo alle 13, in perfetto orario, chiude la pagina del terzo viaggio di Papa Francesco oltre i confini italiani, il primo in Asia. Sri Lanka e Filippine già si preparano. A gennaio il nuovo appuntamento con i popoli del grande continente. (fonte del testo: L'Osservatore Romano)

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"In vacanza: star bene e far del bene" di Marco Pappalardo

D'estate le opportunità di vivere il proprio tempo in modo significativo o superficiale sono davvero tante, soprattutto per i giovani. Qualcuno di loro già si guarda indietro e dice su un social network: «Le vacanze sono iniziate e io ancora non me ne sono accorto»; altri fanno il conto dei mesi che restano prima di ritornare al solito ritmo di studio o lavoro; c'è anche chi fa il countdown verso il meritato riposo.

Pensieri sparsi, persino nostalgici, riflessioni che aiutano a capire l'importanza di un tempo come questo da vivere in pienezza e con la coscienza di un periodo che attraverso le persone, i luoghi, gli incontri, le parole di certo segnerà il ritorno alla cosiddetta routine, come leggiamo in un altro profilo: «Ogni estate rimane marchiata a fuoco nella nostra memoria come l'estate in cui vivemmo un'avventura ben specifica: la casa sull'albero dell'estate 2004, la cotta del 2006, la prima vacanza da soli senza i genitori nel 2010. Sono cose che normalmente succedono d'estate. Si aspetta l'estate per uscire, scoprire, crescere. Poi a settembre si torna alle solite cose, un po' più grandi».

Chi è in vacanza, chi si può riposare, chi si gode le ferie riesce a farlo senza frenesia, senza rischiare dopo la malinconia e affrontando bene il momento? Molti giovani, più di quanti si possa pensare, dedicano parte del proprio tempo estivo al volontariato, organizzando tutto per mettersi a disposizione degli altri, e in tal senso si va dall'oratorio al quartiere a rischio della propria città, dai campi-scuola alle esperienze nei Paesi in via di sviluppo per i più grandi.

Vale la pena sottolineare che non si parla di "martiri" o di "folli", ma di giovani che vogliono "ricrearsi" attraverso queste attività...



giovedì 21 agosto 2014

Papa Francesco Viaggio apostolico in Corea 13-18 agosto / 8 (testi, foto e video)


 17 agosto 2014 


Da oggi si chiama Francesco. Ha cinquantasei anni, gli occhi a mandorla neri, pochi capelli in testa. Il volto appare provato dal dolore nonostante abbia appena ricevuto la grazia del battesimo. Papa Francesco mantiene la promessa fatta a Daejeon a questo padre che ha perso un figlio non ancora sedicenne nella tragedia del traghetto Se Wol e domenica lo battezza nella cappella della nunziatura.
Lee Ho Jin è venuto senza padrino. Si presta un dipendente della nunziatura. Il rito si svolge in coreano. A tutto pensa padre John Chong Che-chon S.I. che ha assistito il Papa nel viaggio come interprete per la lingua coreana.
Il Pontefice interviene al momento di versare l’acqua benedetta sul capo dell’uomo e di ungerlo con il crisma. Ho Jin sceglie di chiamarsi d’ora in poi Francesco.
Il sig. Lee Ho Jin era accompagnato da un figlio e una figlia e dal sacerdote che lo aveva presentato al Papa a Daejeon. 
Il Papa è stato felice di poter partecipare così – in modo precedentemente non previsto – al grande ministero di amministrazione del battesimo di adulti della Chiesa in Corea.

L’uscita è un po’ più comoda rispetto alle altre giornate: si parte alle 10 per raggiungere Haemi, altra località legata al ricordo dei martiri coreani del XIX secolo. Il viaggio del Papa, ormai alla sua quarta giornata, assume da domenica 17 agosto una dimensione più ampia, continentale.
Quarantacinque minuti di volo e gli elicotteri atterrano nel parcheggio di una scuola a quattro chilometri dal castello di Haemi, dove i vescovi dell’Asia attendono Francesco. Accanto a ciò che rimane del castello è stato eretto un santuario dove si venerano i martiri coreani dell’Ottocento, molti dei quali decapitati proprio nelle segrete dell’antico edificio.
Il rettore fa gli onori di casa ma lascia la parola al cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbay, presidente della Federazione delle conferenze episcopali dell’Asia.
Ora si prega. Vengono proclamate le letture, si recita l’ora media. Il Papa scende dalla cattedra e sceglie di parlare viso a viso con i vescovi.
Circa 400 persone hanno ascoltato il Papa nel Santuario di Haemi, conosciuto anche come “Santuario del martire ignoto”, perché l’identità della maggior parte dei 132 martiri torturati e uccisi nel luogo non è nota.
 



Pranzano insieme, il Papa e i vescovi dell’Asia, nella residenza annessa al santuario. Poi si dirigono verso il castello nel cui piazzale interno migliaia e migliaia di giovani, sin dalle prime ore del mattino, cantano e pregano nonostante la pioggia caduta senza sosta.

«Alzatevi, giovani dell’Asia. La gloria dei martiri risplende su di voi». Il Pontefice fa suo il motto della sesta giornata della gioventù asiatica e lo traduce nell’esperienza quotidiana. Ha davanti a sé giovani in rappresentanza di 23 Paesi. Ci sono assenze che pesano. O forse sono solo presenze nascoste. C’è sicuramente anche chi rischia. E lo sa. Ma c’è quella gloria dei martiri alla quale dar conto.

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I colori sono meravigliosi. Ogni gruppo annuncia la sua presenza con una sorta di divisa particolare, riconoscibile dalla maglietta o dal capello. Ognuno vorrebbe raccontare la propria storia. Ma il Papa li conosce bene. Sa che tra di loro c’è chi vive nel benessere e corre il rischio di perdersi inseguendo modelli che non appartengono alla sua cultura. Non a caso l’Asia è il continente con il maggior numero di internauti al mondo e la velocità dello scambio di informazioni a volte finisce per frastornare giovani abituati ad altri ritmi.
Ma c’è anche chi, nonostante il rapido mutamento della condizione economica abbia portato il continente al primo posto nella scala mondiale, rappresenta quanti vivono nell’assoluta indigenza. Le statistiche spaventano: si parla di centinaia di milioni di poveri.
E la povertà tocca per la gran parte proprio i giovani asiatici. Nel continente del resto vive il cinquanta per cento dei giovani al di sotto dei venticinque anni. Ma oggi qui ad Haemi non c’è spazio per la disperazione. Si pensa solo a fare il pieno di speranza per ripartire. E il Papa dall’altare usa le parole giuste. Appropriata la cornice.
L’altare viene montato pochi istanti prima dell’arrivo del Pontefice. È realizzato con le croci, incastrate l’una nell’altra, che ognuno dei gruppi presenti ha portato con sé e sulle quali ha raffigurato la propria sofferenza: chi per la mancanza di libertà, chi per la mancanza di lavoro, chi per la mancanza della pace. Uno speaker chiama i gruppi uno dopo l’altro e spiega ciò che depongono su quell’altare. Anche tre giovani cinesi portano la loro croce.


Guarda il video dell'omelia

Guarda il video integrale della Santa Messa conclusiva della 6a Giornata della Gioventù Asiatica 



mercoledì 20 agosto 2014

"Non disperare - S. Bernardo abate" di Antonio Savone

Non disperare
S. Bernardo abate
di Antonio Savone

Chissà cosa avranno pensato i monaci di Citeaux il giorno in cui alla porta del loro monastero bussò un giovane sulla ventina, insieme ad altri trenta giovani tra parenti ed amici? Era un monastero fondato da poco e già decadente: stava per essere chiuso quando Bernardo vi giunge. Che cosa spingerà mai suo padre e altri tra fratelli e zii a seguirne le orme pochi anni dopo? Indubbiamente Bernardo doveva essere quello che noi oggi definiremmo un leader, un trascinatore se a Citeaux non ci sarà posto per tutti quelli che vorranno seguirlo e perciò sarà necessario fondare altri monasteri: oltre 350! Aveva solo 25 anni quando si troverà a fondare e guidare il monastero di Chiaravalle.

Bernardo non era un amministratore, era, invece, un innamorato di Dio. Era questo ciò che in lui risplendeva più di ogni altra cosa. Sapeva cosa volesse significare aver fatto esperienza del Signore Gesù: “expertus potest credere quid sit Iesum diligere” (solo chi ne ha fatto esperienza può comprendere cosa sia amare Gesù). Aveva come toccato con mano (uno dei primi, forse, ad usare la parola esperienza) cosa voglia dire gustare la misericordia di Dio: contemplate l’abisso della sua tenerezza senza fine e confidate.

Si era sentito guardare da lui e questo aveva impresso nel suo cuore una memoria indelebile, se è vero che più tardi arriverà a comporre uno degli inni più belli che siano stati mai composti: Jesu dulcis memoria. Amava ripetere che “noi amiamo Dio perché abbiamo provato e sappiamo quanto sia dolce il Signore”. L’amicizia con il Signore Gesù era ciò che guidava ogni suo gesto. La vita è degna di essere vissuta nella misura in cui possiamo godere della presenza del Signore Gesù. Era questo ciò che dava colore e tono alla sua giornata: per questo desidererà per sé e per i suoi monaci una vita sobria, essenziale, senza orpelli. “Arido è ogni cibo dell’anima”, confessa, “se non è irrorato con questo olio; insipido, se non è condito con questo sale. Quello che scrivi non ha sapore per me, se non vi avrò letto Gesù”. E conclude: “Quando discuti o parli, nulla ha sapore per me, se non vi avrò sentito risuonare il nome di Gesù”.

Questo tratto della sua amicizia con Cristo avrà un risvolto notevole nei rapporti con i suoi fratelli. A lui non sta tanto a cuore l’organizzazione della vita quanto le persone che gli sono affidate. Quella nei confronti dei suoi monaci è un’amicizia tenera e premurosa. Ai genitori di un giovane che chiede di entrare in monastero Bernardo si rivolge così: “Non piangete! Il vostro Goffredo corre verso la gioia, non verso le lacrime, e io sarò per lui un padre, una madre, un fratello e una sorella”. Voleva che le sue comunità fossero un’anticamera del Paradiso per la grazia dell’amicizia che in essa si doveva sperimentare.

Il desiderio che lo animava era che ciascuno dei monaci potesse diventare migliore, potesse giungere ad una esperienza di maturità e pienezza. Per fare questo Bernardo chiederà loro insistemente di conoscere se stessi. Era convinto che in monastero potessero essere ammessi tutti nella misura in cui fossero consapevoli che “ogni uomo è mentitore, vacillante, misero, impotente, fragile, mutevole”. Ma questa non è l’ultima parola sulla condizione umana: questa è soltanto il punto di partenza. Da questo lago della miseria, infatti, il Signore Gesù ci porta ad abbeverarci ad altre sorgenti. “Non disperate, peccatori. Dio è buono”. Per Bernardo la condizione dell’uomo è quella di chi può sempre recuperare ciò che per la propria vulnerabilità può aver perso nel suo rapporto con Dio come nel suo rapporto con i fratelli. Il mistero dell’Incarnazione narra proprio di un Dio che non si rassegna nel vedere l’uomo in una condizione di smarrimento.

La consapevolezza di essere tutti impastati di fragilità, è per Bernardo ciò che deve spingerci ad avere nei confronti di se stessi un atteggiamento di umiltà e nei riguardi degli altri uno sguardo non di giudizio ma di misericordia.

C’è, infine, un tratto da cui Bernardo mette in guardia: la smania di apparire, il desiderio di mettersi in mostra. Esperto com’era di umanità, egli sostiene che “risplende bene chi è acceso dal proprio fuoco interiore”. Per questo, la vita spirituale è un continuo imparare a scegliere tra il bagliore dell’apparire e dell’ipocrisia e la luce umile del cuore accesa dallo stesso amore di Dio.

(fonte: A casa di Cornelio)



Papa Francesco UDIENZA GENERALE 20 agosto 2014 - foto, testo e video


 20 agosto 2014 

L’Udienza Generale di Papa Francesco di oggi, 20 agosto 2014, si è tenuta nell’Aula Paolo VI  e la catechesi è stata dedicata al viaggio apostolico in Corea terminato da pochi giorni.
Il Santo Padre ne ha riassunto il significato in tre parole: memoria, speranza e testimonianza.


Guarda il video del saluto ai fedeli

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nei giorni scorsi ho compiuto un viaggio apostolico in Corea e oggi, insieme con voi, ringrazio il Signore per questo grande dono. Ho potuto visitare una Chiesa giovane e dinamica, fondata sulla testimonianza dei martiri e animata da spirito missionario, in un Paese dove si incontrano antiche culture asiatiche e la perenne novità del Vangelo: si incontrano entrambe.
Desidero nuovamente esprimere la mia gratitudine ai cari fratelli Vescovi della Corea, alla Signora Presidente della Repubblica, alle altre Autorità e a tutti coloro che hanno collaborato per questa mia visita.
Il significato di questo viaggio apostolico si può condensare in tre parole: memoria, speranza, testimonianza.
...
Vi ringrazio anche per le preghiere e per le condoglianze per quello che è accaduto nella mia famiglia. Anche il Papa ha una famiglia. Noi eravamo cinque fratelli; ho sedici nipoti e uno questi nipoti ha avuto un incidente stradale: è morta la moglie, i due figli piccoli di due anni uno e di pochi mesi l’altro, e lui in questo momento è in stato critico. Vi ringrazio tanto, tanto delle condoglianze e della preghiera.
Guarda il video
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Oggi celebriamo la memoria liturgica di San Bernardo, abate e dottore della Chiesa. Il suo amore alla Madonna, definita Stella maris, ispiri la vita cristiana di ciascuno: impariamo a guardare e ad invocare Maria per non essere mai vinti dal peccato e poter vivere dei frutti della grazia donataci dal suo Figlio Gesù.
Guarda il video della catechesi


Guarda il video integrale


"L'ultimo confine di Francesco" di Enzo Bianchi

Volendo riassumere con un’immagine il viaggio di papa Francesco in Corea, il pensiero va a un cuore pulsante che irrora di energie vitali il corpo fino alle sue estremità. Abbiamo avuto ancora una volta una chiara testimonianza di come il papa quando parla di “periferie” non usi una semplice metafora che tanti suoi pseudo-imitatori ora applicano a qualsiasi circostanza, ma riaffermi un aspetto centrale del suo ministero pastorale e delle modalità con cui intende esercitarlo.

Innanzitutto il riproporre a distanza di molti anni la scelta dell’estremo oriente come meta di un viaggio pastorale del vescovo di Roma lo ha condotto in prossimità di due “confini” apparentemente invalicabili, almeno nell’immediato: la Corea del Nord e la Cina. A questi due paesi così diversi per dimensioni, per storia anche recente, per posizione occupata nel consesso delle nazioni, il papa venuto “quasi dalla fine del mondo” si è rivolto in modo indiretto ma pregnante, da un lato ricordando l’unità della famiglia coreana e invocando riconciliazione e perdono, d’altro canto mettendo in bocca all’interlocutore le frasi che il suo atteggiamento vorrebbe suscitare: “questi cristiani non vengono come conquistatori, non vengono a toglierci la nostra identità: ci portano la loro, ma vogliono camminare con noi”.

Ma l’aspetto centrale del viaggio e dei numerosi discorsi pronunciati è una catechesi alla chiesa nel suo insieme: non solo alla chiesa coreana o ai vescovi asiatici, ma all’intero corpo ecclesiale, locale e universale, composto di laici e pastori, di giovani e di religiosi e religiose, una chiesa fondata e formata anche dai martiri di ogni stagione che hanno saputo e sanno donare la loro vita perché il seme del Vangelo germinasse nella compagnia degli uomini e delle donne del loro tempo. Anche per questo – e non per una brama di rincorrere l’attualità – non sono mancati i costanti riferimenti e le preghiere per la situazione dei cristiani in Iraq, in Siria e in Medioriente; per questo la canonizzazione dei martiri coreani ha proposto al culto e alla venerazione di tutta la chiesa – questo significa la proclamazione di un santo – dei testimoni di una vita evangelica radicalmente vissuta.

...

Nessun essere umano è “effetto collaterale” di sciagure più grandi: ciascuno ha un valore inestimabile non solo agli occhi di Dio, ma anche per il cuore misericordioso di ogni discepolo di Cristo. Sì, papa Francesco ha mostrato di essere al cuore della chiesa non tanto perché è a capo del centro nevralgico e di potere del mondo cattolico, ma perché il suo cuore di uomo, di cristiano e di vescovo pulsa per diffondere la vita ricca di senso e di speranza che sgorga del Vangelo di Gesù Cristo.



martedì 19 agosto 2014

Papa Francesco Viaggio apostolico in Corea 13-18 agosto / 7 (testi, foto e video)


 16 agosto 2014 

Nel pomeriggio il Pontefice ha visitato Kkottongnae, a 90 chilometri circa da Seul. Si tratta di un centro, il cui nome significa "collina dei fiori", che include alloggi, ospedali, una università e centri di recupero per poveri e malati abbandonati di ogni età. Accoglie ogni anno migliaia di persone e ha 8 centri "fratelli" in tutta la Corea. Il Papa ha visitato la sezione dedicata alle persone disabili.
Il Papa si è tolto le scarpe prima di entrare nell'edificio del centro di recupero di Kkottongnae dove vengono assistiti disabili gravi e molto gravi. Nella cultura locale il togliersi le scarpe è segno di rispetto.
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 Il Papa ha fatto ingresso nella struttura verso le 16.30, ora locale, fermandosi brevemente in preghiera nella cappellina per poi intrattenersi per mezz’ora in una grande sala dove, assieme ai malati, erano presenti anche i 70 operatori sanitari e insegnanti – religiosi, religiose e laici – che prestano opera di assistenza nel Centro. La casa ospita anche una cinquantina di bambini disabili abbandonati dalle famiglie, come ha ricordato il vescovo di Cheongju, mons. Gabriel Chang Bong-hun nel suo saluto a papa Bergoglio.


Con grande affetto, dopo alcuni canti e aver ricevuto bigliettini e molti piccoli doni dai malati – tra cui una corona di fiori indossata sul collo e un suo ritratto eseguito da una donna gravemente disabile – Papa Francesco ha salutato uno a uno i degenti, accarezzandoli, baciandoli e benedicendoli. Grande simpatia ha suscitato da parte del Papa quando, congedandosi verso le 17.15, ha ripetuto con le braccia poste sul capo il gesto simbolo che sono soliti fare le persone che vivono nella “House of Hope”
Papa Francesco abbraccia e benedice i disabili del Centro di Kkottongnae

 


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Una sosta breve ma capace di catalizzare rapidamente l’attenzione mondiale. È quella, di appena qualche minuto, che Papa Francesco ha compiuto al “Giardino dei bambini abortiti”, poco dopo essersi congedato dai disabili e dai loro assistenti incontrati nella vicina “House oh Hope” a Kkottongnae.
Il Papa è sceso dall’auto che lo portava all’incontro con i religiosi e si è avvicinato al simbolico cimitero formato da dozzine di croci bianche piantate nell’erba, rimanendo per qualche istante in silenzio e in preghiera. Prima di ripartire, Papa Francesco ha salutato una rappresentanza degli attivisti “Pro-life” coreani e il missionario senza gambe e braccia, Br. Lee Gu-won.


Subito dopo, presso la School of Love di Kkottongnae, papa Bergoglio ha incontrato le comunità religiose in Corea e celebrato i vespri, in latino e coreano. 


 



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La tappa successiva è stata al Centro di spiritualità di Kkottongnae per incontrare i leader dell'apostolato laico, Consiglio cattolico istituito nel 1968 che ha 27 sedi in tutta la Corea. Nella cappella, di fronte a circa 150 persone, papa Francesco ha pronunciato un discorso.

 

 

Leggi il testo integrale del discorso ai leader dell'Apostolato laico

Le immagini più belle, i momenti più importanti e le parole di Papa Francesco nel terzo giorno del suo viaggio apostolico nella Repubblica di Corea.; la sintesi di TV2000
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