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mercoledì 24 ottobre 2012

226 migranti salvati questa notte dalla guardia costiera in acque libiche grazie alla richiesta di aiuto raccolta e rilanciata da Don Mosè Zerai

"Venite a prenderci, stiamo affondando" 
La guardia costiera salva 226 migranti

Le motovedette sono intervenute in acque libiche dopo un messaggio lanciato da un barcone con un telefono satellitare e raccolto da Don Mosè Zerai, il sacerdote eritreo responsabile dell'agenzia Habeshia

Duecentoventisei migranti di origine subsahariana (tra loro anche un bambino e 37 donne, di cui due in stato di gravidanza), a bordo di due diversi gommoni, sono stati soccorsi e salvati dalla Guardia costiera italiana in acque libiche. A raccogliere le richieste di aiuto, giunte via satellitare, nella serata di ieri erano stati Don Mosè Zerai, il sacerdote eritreo responsabile dell'agenzia Habeshia, e suor Grazia di Bari.
L'sos era arrivato con una chiamata da un telefono satellitare. Da un barcone in difficoltà carico di profughi al largo delle coste libiche. "Veniteci a prendere, stiamo per affondare...". Don Mosè Zerai, il sacerdote eritreo responsabile dell'agenzia Habeshia che si occupa di migranti e richiedenti asilo, ha girato l'allarme alle autorità: "Mi hanno detto che sono in mare da venerdì scorso e che le condizioni del mare stanno peggiorando. Non possiamo assistere inermi a una nuova tragedia del mare".
Il primo sos, quello raccolto da padre Mose, è arrivato intorno alle 21: "Venite a prenderci, stiamo per affondare"; arrivava da un'imbarcazione con 111 persone a bordo, che avrebbe preso il mare venerdì scorso e che è stata individuata a circa 30 miglia da Tripoli. Un'ora più tardi, la seconda richiesta di aiuto, da un'imbarcazione con altri 115 migranti, a circa 60 miglia da Tripoli. Le capitanerie di porto hanno immediatamente dirottato in area il rimorchiatore "Asso 30". Concluse tutte le operazioni di trasbordo di tutti i passeggeri le motovedette della Guardia costiera hanno ripreso la rotta verso Lampedusa. (fonte: Repubblica)

Devo dire veramente grazie alla Guardia Costiera Italiana, che ha fatto lo sforzo fino alle acque libiche 35 miglia, per salvare le vite umane, l'operazione di salvataggio è stata fatta congiuntamente con quella libica, queste informazioni che mi e stato fornito dalla Capitaneria di porto. La presenza di un altro barcone con altri centinaia di persone a circa 60 miglia anche loro soccorsi dall'Italia. Doveroso dire grazie a quelli uomini della guardia costiera che hanno lavorato tutta la notte per salvare tutte queste vite umane. Che Dio gli renda il merito. (fonte: pagina Fb di Abba Mussie Zerai)


"Quei cristiani dietro le sbarre" di don Virgilio Balducchi


Quei cristiani 
dietro le sbarre
di
don Virgilio Balducchi
(Ispettore generale dei cappellani delle carceri)

Da sempre, la società civile s’interroga sulla questione criminale e su quale sia la risposta giusta alla violazione delle leggi penali compiuta dai suoi membri. Nel pensiero cristiano e nella cultura teologica, nel corso della storia, si sono determinati complessi rapporti tra asserzioni teologiche e giustificazioni delle modalità punitive statuali, specie con riferimento all’idea di pena come “retribuzione” della colpa. 
Credo che la modalità ordinaria di concepire il rapporto colpa/pena, cioè la modalità retributiva, sia radicalmente agli antipodi del messaggio cristiano, perché l’idea che possa nascere un bene ritorcendo il male mi pare esattamente il contrario del concetto di giustizia che emerge dalla Bibbia nel suo insieme.
Amare, non punire 
Pensiamo al racconto drammatico di Abele e Caino: entrambi fanno l’esperienza del male e, a prescindere da qualsiasi pena, sperimentano che il male non costruisce. Spesso si veicola il messaggio che il male non si deve fare perché c’è Dio che punisce o perché un giudice ti mette in galera, ma in realtà il male non si deve fare perché di per sé non ti realizza come uomo. 
Che cosa fa Dio di fronte all’omicidio, a quest’uomo che si è posto in una condizione d’estraniazione da se stesso? Lo va a cercare, fa il primo passo verso di lui, gli fa prendere coscienza del male commesso, ma poi difende l’omicida dalla vendetta degli uomini. Per i credenti diventa giusto e produce giustizia chi, come Dio, ripete questo passo gratuito. 
Qui cogliamo l’aspetto più profondo del cristianesimo, quello che leggiamo sulla croce, nell’abisso del male: fare fino in fondo la volontà del Padre, cioè amare anche il proprio persecutore. Questo è fonte di giustizia e di salvezza: Dio libera dal male con il bene, amando non punendo. 
Ebbene, se il cuore del cristianesimo sta proprio in questo “sappi che è blasfemo pensare di produrre il bene con il male, sappi che l’unica fecondità sta nel bene”, allora, quando pensiamo alle forme giuridiche per intervenire sul male commesso, noi cristiani dobbiamo per primi chiederci non quale sia la pena che ritorce adeguatamente il male, ma quale sia la strada per trovare, di fronte al grave problema della criminalità, strumenti non vendicativi. 
Non possiamo rinunciare a domandarci come siano proponibili, anche alla cultura giuridica, le esigenze evangeliche dell’amore e del perdono.

Leggi tutto: Quei cristiani dietro le sbarre di Virgilio Balducchi


martedì 23 ottobre 2012

Ricordando Gianni Rodari


Gianni Rodari nasceva il 23 ottobre 1920...

noi lo ricordiamo così


“La fantasia fa parte di noi
come la ragione:
guardare dentro la fantasia
è un modo come un altro
per guardare dentro noi stessi”.

Fantasia, immaginazione, fiaba … tutte parole che, oltre a risuonare in ogni sua pagina, in ogni sua filastrocca, acquisiscono con Rodari un significato così importante da provocare quella piccola rivoluzione che ci permette oggi di considerare questo scrittore un testimone di pace … 
Gianni Rodari è, nel nostro panorama letterario, il più importante tra gli scrittori per bambini.
La sua importanza però non è data dalla quantità dei suoi scritti, dal numero delle sua filastrocche, ma dalla qualità del contenuto che trasmette a questi piccoli uomini...
Se, comunque, si pensa a Rodari come ad un autore rivolto esclusivamente ad una specifica fascia d’età il suo messaggio rischia di perdersi: noi adulti dovremmo provare a fantasticare, ad immaginare, dovremmo tornare bambini, a quel periodo della nostra vita in cui pensavamo di poter cambiare tutto, di poter trovare una soluzione “fantastica” alle cose che non ci piacevano … Chissà, potremmo davvero cambiare il mondo...
Leggi tutto: Testimone di Pace Gianni Rodari (pdf) 

Alcuni suoi versi

Promemoria 

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra


Il cielo è di tutti

Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi
di ogni occhio è il cielo intero.
È mio, quando lo guardo.
È del vecchio, del bambino,
del re, dell'ortolano,
del poeta, dello spazzino.
Non c'è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.
Il cielo è di tutti gli occhi,
ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.
Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.
Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.

GIROTONDO DI TUTTO IL MONDO

Filastrocca per tutti i bambini,
per gli italiani e per gli abissini,
per i russi e per gli inglesi,
gli americani ed i francesi,
per quelli neri come il carbone,
per quelli rossi come il mattone,
per quelli gialli che stanno in Cina
dove è sera se qui è mattina,
per quelli che stanno in mezzo ai ghiacci
e dormono dentro un sacco di stracci,
per quelli che stanno nella foresta
dove le scimmie fan sempre festa,
per quelli che stanno di qua o di là,
in campagna od in città,
per i bambini di tutto il mondo
che fanno un grande girotondo,
con le mani nelle mani,
sui paralleli e sui meridiani.


Per ricordare Pasquale Romano che ... "non era nel posto sbagliato nel momento sbagliato"... e per gridare: "Noi siamo più forti della camorra!!!"

Mi chiedo che Paese siamo diventati. Che Paese è quello in cui un ragazzo va a salutare la propria fidanzata prima di una partita a calcetto, scende di casa e viene massacrato da una sventagliata di mitra. Che Paese è quello in cui i media considerano questa, tutto sommato, una notizia che può esser data in coda alle altre, e non la notizia principale, da dare per prima. Una delle tante. Quel ragazzo si chiamava Pasquale Romano: lo chiamavano Lino, ma nessuno ricorda già più il suo nome. 
Come è stato possibile assuefarsi a tutto questo? Forse si pensa che se accade lì, in terre di clan, è "normale"? È così? La democrazia nel mezzogiorno italiano è morta il 15 ottobre 2012, insieme a Lino Romano, e insieme a lui è stata seppellita ieri, dopo i funerali. Ed è morta non solo perché Lino è caduto innocente, ma perché per urlare che si trattava dell'ennesimo ragazzo innocente ucciso a sangue freddo e senza motivo, si è aspettato di capire a che famiglia appartenesse, chi fossero i suoi parenti. Ma perché - mi domando - se avesse avuto un lontano parente affiliato o coinvolto in fatti di camorra, sarebbe stato forse meno innocente? 
Ma è così che vincono le mafie: facendo credere che nessuno è innocente. Il messaggio che i clan vogliono far passare è che tutto appartiene a loro in maniera diretta o indiretta. Tutti fanno parte della loro logica, nessuno può dirsi immacolato. Tutti hanno un parente, un concittadino, un vicino di casa, tutti hanno fatto un lavoro per loro o hanno un amico che fa parte del Sistema. E allora magari nascere a Cardito, crescere a Secondigliano, andare a casa della propria fidanzata a Marianella, tutto sommato, diventa, nella coscienza nazionale, una sorta di colpa. Il retropensiero è: "Beh, però è normale che se vivi lì queste cose possano accadere". 
E invece non è così, non è naturale ed è un'aberrazione ragionare in questo modo. Lino Romano era una persona per bene.
"... Non era nel posto sbagliato nel momento sbagliato..."

Una domenica sera diversa, oltre 2000 le fiaccole che hanno attraversato il quartiere, oltre 2000 le voci che hanno gridato alla camorra “Noi non abbiamo paura. Giustizia per Lino”. Così i parroci di Piscinola, Scampia, Marianella e Chiaiano in prima fila al fianco di Rosanna Ferrigno, promessa sposa di Pasquale, hanno voluto rispondere ai colpi di pistola, che lunedì scorso hanno spezzato la vita del giovane Romano. Una risposta pacifica, fatta di parole, di denunce, di voglia di riscatto. Prima gli applausi poi le parole, forti, di chi vuole cambiare. Ci ha pensato il decano Don Francesco Minervino che ha voluto ribadire con forza che” noi non abbiamo paura di chi semina il terrore” e ha proseguito lanciando un duro monito alla politica che da molti anni nonostante le denunce “qui non cambia nulla, qui la campagna elettorale è sempre accesa, ogni politico locale cerca palcoscenici”. Ma non solo, Don Minervino ha tirato in ballo anche “l’altra Napoli” quella parte di popolazione insensibile ai temi di questa periferia sventrata ma che utilizza “per compare la droga. Questa zona è ferita. Lo diciamo anche a quei professionisti che in qualche modo vengono qui a sostenere la camorra: liberateci da questa piaga. Noi, anche quando le fiaccole si saranno spente, saremo ancora qui”. 

"Noi siamo più forti della camorra!"

Pasquale Romano, lo abbiamo ucciso noi tutti.
Noi indifferenti; noi che paghiamo il pizzo ai camorristi; noi che ci comportiamo da sudditi e pensiamo che il Diritto sia un favore; noi che lecchiamo il sedere ai politici collusi con la camorra in cambio di 50 euro o che elemosiniamo l'aiutino di questi ultimi per costruire abusivamente; noi omertosi; noi che ci candidiamo in liste costruite ad hoc, per portare voti ai camorristi (lasciando che s'impossessino delle nostre città); noi che facciamo finta che la camorra non esista e ci giriamo dall'altra parte.
NOI CHE CONSENTIAMO ALLA CAMORRA DI ESISTERE. Noi che ci teniamo "in casa" i latitanti che comandano sulla vita e sulla morte di tutti, che non è mai una "guerra tra altri".
Nella fiaccolata che si è tenuta il 18 ottobre in piazza Marianella si è gridato ancora una volta e sempre più forte: 
"FUORI, LA CAMORRA!!! 
QUESTA TERRA NON VI APPARTIENE!!!



"Le formiche e i giganti" di Giovanni Mazzillo


Le formiche e i giganti
di
Giovanni Mazzillo (Teologo)

Impegno intelligente per la pace significa operare per la giustizia.

I come impegno, come intelligenza. 
Impegno naturalmente per la giustizia e, pertanto, per la pace. Appunto, un impegno intelligente, che non solo intuisca gli ambiti dove è urgente intervenire, ma legga anche più in profondità le cose e gli avvenimenti. Ne ripercorra le nervature intime e strutturali che li sorreggono. Insomma, uno sforzo continuo di intelligenza, conformemente all’etimologia della parola che è intus-legere, cioè leggere dentro, cogliere i nessi, andando più in profondità. Alla stessa capacità non solo di penetrare il senso profondo, ma di stabilire rapporti tra le cose si arriva anche da chi, per altri versi, fa derivare l’etimo da inter-legere, cioè porre in relazione.

Leggi tutto: Le formiche e i giganti di Giovanni Mazzillo


lunedì 22 ottobre 2012

Omelia di P. Alberto Neglia

Omelia di P. Alberto Neglia
della Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME)
 XXIX domenica T.O. anno B 21.10.2012

Ogni qualvolta leggiamo il Vangelo il Signore Gesù ci sorprende sempre e in modo particolare con questo brano evangelico se si tiene conto del contesto in cui Gesù dice queste cose, non solo il contesto in cui Gesù parla, ma anche il contesto in cui i figli di Zebedeo, cioè Giacomo e Giovanni che sono due apostoli, fanno una richiesta a Gesù che fa venire i brividi perché sembra una cosa strana; poco prima Gesù per la terza volta, mentre stanno salendo verso Gerusalemme, dice ai suoi, a quelli che Lui ha chiamato e che da tre anni stanno assieme a Lui, dice: "sto per salire a Gerusalemme e lì mi faranno la qualunque, mi faranno di tutto, mi metteranno a morte"... ed è come se gli apostoli facessero orecchio da mercante, è come se non comprendessero...

Per ascoltare l'omelia clicca qui


CRISI E SACRIFICI PER LE FAMIGLIE, MA I CACCIABOMBARDIERI F35 COSTERANNO IL DOPPIO

I cacciabombardieri d’attacco F-35 di produzione internazionale costeranno più del previsto, ma soprattutto molto di più (almeno il doppio, valutando le stime) di quello che era stato dichiarato dal Ministero della Difesa in un’audizione ufficiale alla Camera dei Deputati nello scorso febbraio. Il dato non stupisce la Rete Italiana per il Disarmo (promotrice della campagna “Taglia le ali alle armi” dedicata al caccia JSF ed al tema delle spese militari) che da sempre sostiene una forte e sospetta sottostima dei costi dichiarati dal nostro Governo per l’acquisto di questi aerei.
Quello che stupisce è che oggi l’ammissione viene direttamente dal Generale De Bertolis (Segretario Generale della Difesa cioè responsabile delle acquisizioni di armamenti per il nostro paese) che lo ha dichiarato in una lunga intervista al magazine Analisi Difesa. Per la sola configurazione standard (quindi con tutta una serie di elementi ancora da aggiungere) si parla di un costo tra i 100 e i 107 milioni di euro, cioè oltre il 25% in più di quanto dichiarato a Febbraio 2012 dagli stessi esponenti della Difesa.
“L’ammissione avviene quindi per bocca dello stesso Generale che pochi mesi fa, insieme ad altri esponenti dell’Aeronautica, aveva cercato di gettare acqua sul fuoco delle polemiche e delle richieste di chiarimento provenienti in particolare dalla nostra Campagna – afferma Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo– questo ci spinge ancora una volta a richiedere un confronto diretto con il Governo e una riflessione forte sul tema delle spese militari. In questo periodo di crisi e sacrifici siamo sicuri che siano il miglior modo per spendere i soldi pubblici?”

La Difesa ammette un consistente aumento di costi. Ogni aereo viene oltre 40 milioni di dollari in più rispetto a quanto dichiarato tra febbraio e marzo al Parlamento e ai giornali.
L'aumento è notevole: da 80 a 127,3 milioni di dollari per aereo. Se va bene. Perché in una variante più sofisticata si arriva a 137,1 milioni per velivolo. Mica poco in tempo di spending review. Gli F-35 sono aerei prodotti dal colosso statunitense Lockheed Martin. Chi li costruisce e chi li compra li definisce pudicamente mezzi multiruolo. In realtà sono aerei versatili che possono sia difendere (comportandosi dunque da caccia) che attaccare (alla stregua di veri e propri bombardieri; magari portando anche ordigni nucleari). Soprattutto sono pozzi senza fondo. Costano un occhio della testa.

Cacciabombardieri, corazzate, bombe, munizioni. Tutte le armi distruttive vengono spostate nella contabilità del Pil, da un capitolo all’altro: e nel passaggio, acquistano valore. Così sale il Pil dei paesi più armati. Parola di Eurostat
Metti un turbo nel Pil. Le nuove direttive statistiche internazionali, con l’aggiornamento dei manuali a cui si attengono i sistemi nazionali di statistica in tutto il mondo, porteranno dal 2014 una sorpresa, cambiando i metodi di contabilizzazione delle spese militari. A essere “premiati”, con un salto in avanti del prodotto interno lordo, saranno soprattutto i paesi con maggior produzione di armamenti di tipo puramente offensivo; cioè quelle armi che si distruggono nel loro uso bellico, non appena raggiungono l’obiettivo per cui sono state costruite: ammazzare e distruggere.


domenica 21 ottobre 2012

Giornata Missionaria Mondiale 2012. "Ho creduto perciò ho parlato"

L’Ottobre missionario rappresenta il momento privilegiato per fare memoria dell’impegno ad gentes e la Giornata missionaria mondiale (Gmm) costituisce l’apice di un cammino di fede che trova nell’Eucarestia la sua sorgente inesauribile di Salvezza. La posta in gioco è alta se si considera che a duemila anni dalla venuta del Redentore «la messe è molta – parafrasando le parole di Gesù nel Vangelo di Luca - ma gli operai sono pochi!» (10,2). La fede, d’altronde, quella edificante e verace dei santi, non è tanto una questione aritmetica ma di qualità della vita. Basterebbe che un manipolo di credenti, davvero convinti come i dodici apostoli, s’impegnassero ad annunciare e testimoniare il Verbo, in quanto Parola forte di Dio, che inevitabilmente s’innescherebbero quei cambiamenti di cui la società postmoderna ha davvero urgente bisogno. 
E per quanto sia evidente il deficit di testimonianza nei comportamenti più quotidiani, in parte per l’immobilismo di alcune tradizionali agenzie educative – dalla scuola alla famiglia, passando per le nostre stesse comunità cristiane – vi è davvero un bisogno impellente di promuovere un sussulto di missionarietà, nella consapevolezza che essa rappresenta l’antidoto nei confronti dei processi devastanti della mondializzazione, nelle sue molteplici articolazioni, che penalizzano fortemente l’uomo e dunque lo stesso dettato evangelico. Ecco perché occorre riflettere sull’evangelizzazione nel segno del Concilio Vaticano II, vivendo intensamente l’Anno della fede che è iniziato l’11 ottobre scorso, a 50 anni dall’apertura dell’assise conciliare. 

Un’importante occasione di preghiera e riflessione sui temi della vocazione missionaria di ogni cristiano. E’ questa la profonda essenza dell’ottobre missionario che culmina proprio nell’odierna Giornata Missionaria Mondiale. Sull’importanza della dimensione missionaria della vita cristiana e sul mese di ottobre dedicato proprio alla missione, Federico Piana ha intervistato don Gianni Cesena, direttore dell’Ufficio Cei per la cooperazione fra le chiese
Ascolta l'intervista (audio)

Leggi il testo integrale del MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 2012

Video per la Giornata Missionaria Mondiale 2012. "Ho creduto perciò ho parlato"( 2 Cor 4, 13-14) è l'icona biblica che accompagnerà le nostre parrocchie nell'ottobre missionario e lungo l'Anno della Fede. Padre Giulio Albanese, direttore delle riviste di Missio, organismo pastorale della Cei,ci conduce nel brano dell'annunciazione, la scelta di maria, prima missionaria del Nuovo Testamento nello scenario della basilica di Loreto. I temi del brano evangelico di Luca sono scanditi da altrettante testimonianze di missionari italiani: "la chiamata" con p. Dino De Zan, medico camilliano, da 42 anni a Bogotà; "il turbamento" con p. Riccardo Maria Ricciardi, che lavora a Morogoro in Tanzania; i "segni " con p. Giacomo Palagi, comboniano nel nord del Mozambico.



Don Patriciello scrive al Prefetto di Napoli: "Ha voluto mortificare il prete o il volontario impegnato sul dramma dei roghi tossici? Ha voluto mettermi a tacere?..."

Don Patriciello scrive al Prefetto di Napoli:

"Ha voluto mortificare il prete o il volontario
 impegnato sul dramma dei roghi tossici? ...
Ha voluto mettermi a tacere?..."

Durante un incontro in prefettura per denunciare l'allarme dei rifiuti tossici in Campania il parroco di Caivano Don Maurizio Patriciello viene duramente ammonito dal prefetto di Napoli Andrea De Martino per essersi rivolto al prefetto di Caserta, Carmela Pagano, chiamandola semplicemente "signora" e non "signora prefetto". "Bisogna avere rispetto per le istituzioni. Così ci offende", ha commentato De Martino 

IL VIDEO

«In mezzo a tanti problemi, mentre nei nostri paesi tanta gente scoraggiata non crede più a niente e a nessuno, mentre la camorra ancora ci fa sentire il suo fiato puzzolente sul collo, mentre i roghi tossici continuano a bruciare come se niente fosse, il signor Prefetto di Napoli mette alla berlina un prete perché anziché dire "signora prefetto" ha detto semplicemente "signora"»; è la conclusione della lettera che don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano, ha inviato al prefetto di Napoli Andrea De Martino poche ore dopo l'audizione di mercoledì scorso in prefettura a Napoli aveva rimproverato aspramente il sacerdote. 

Leggi tutto: 
Lettera di don Maurizio Patriciello al Prefetto di Napoli


Don Maurizio Patriciello a RaiNews 


E sulla vicenda è intervenuto Roberto Saviano: "Il prefetto di Napoli Andrea De Martino si scusi con don Maurizio Patriciello o bisognerà chiedere le sue dimissioni immediate". "Da anni don Maurizio è presidio di legalità e umanità in terre difficilissime. Don Maurizio - conclude Saviano - è lo Stato in quel territorio".

Chiediamo al Sig.PREFETTO ANDREA DE MARTINO di scusarsi pubblicamente.
Per iscriversi cliccare quì sopra



XXIX Domenica - Tempo Ordinario - Anno B - Commenti al Vangelo "L’indignazione e la testimonianza" di don Tonino Lasconi e "Verso il basso per andare in alto" di don Giovanni Berti

XXIX Domenica - Tempo Ordinario - Anno B

LETTURE: Is 53,10-11; Sal 32; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

Questo brano di vangelo è di quelli che abbiamo ascoltato e riascoltato chissà quante volte. Perciò è a rischio del micidiale: “Questa la so”. Cerchiamo di accoglierlo in modo non usuale, entrando dentro ai sentimenti che il racconto non descrive ma lascia immaginare.
“Si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo”.
Quel “si avvicinarono” ci fa intuire un comportamento che conosciamo bene: un insieme complesso di movimenti astuti e circospetti per cogliere il momento opportuno, l’occasione furba per arrivare prima degli altri a chi può fare un favore, senza che gli altri se ne accorgano. È il percorso della raccomandazione (nell’evangelista Matteo, questo è anche più chiaro, perché i due mandano avanti la madre, Mt 20,20). Gesù aveva annunciato ciò che gli sarebbe capitato a Gerusalemme. I Dodici non avevano capito e non volevano capire. I figli di Zebedeo, però, avevano intuito che, comunque, stava per succedere qualcosa di grosso, di definitivo, e che la loro vicenda stava per arrivare alla conclusione. Adesso era il momento di intervenire. Si avvicinano e Gesù e cosa chiedono? “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”.
L’esperienza quotidiana ci mette continuamente davanti agli occhi, sia nei media, sia nel nostro vissuto quotidiano, persone che sgomitano, che sgambettano, che cercano vie tortuose per scavalcare la fila. Tutti i giorni i giornali e i telegiornali ci informano di gente disposta a tutto pur di arrivare a conquistare una poltrona “alla destra o alla sinistra” di qualcuno che conta. Comprendiamo perciò al volo cosa si agita nel cuore dei figli di Zebedeo: è la ricerca del potere, l’ansia di arrivare prima degli altri, più in alto degli altri, in modo da poterli guardare dall’alto in basso.
Leggi tutto:
L’indignazione e la testimonianza di don Tonino Lasconi

Qualche giorno fa ho incontrato un ragazzo che mi ha raccontato di una esperienza molto forte che lo ha segnato: il cammino di Santiago.
Lui si definisce credente ma non praticante, e dicendolo quasi si scusava con me, come se avesse vergogna di dirlo ad un prete. Mi ha colpito il racconto che lui ha fatto di questo pellegrinaggio a piedi durato circa un mese e mezzo e che lo ha portato da Verona a Santiago di Compostela, luogo che fin dal medioevo è meta di milioni di pellegrini, che intraprendono un viaggio che è fisico e spirituale insieme.
Questo giovane di 27 anni mi ha descritto la fatica del lungo viaggio fatto in solitaria, reso ancora più difficoltoso dalle condizioni meteorologiche non amiche e anche da problemi fisici che appesantivano ancora di più il cammino. Eppure, nonostante tutto questo, conserva il ricordo di una esperienza spirituale profondissima, avendo toccato fino in fondo la propria fragilità umana e insieme la pace interiore che, secondo lui, solo da Dio poteva venirgli.
Posso dire che questa sua esperienza ha toccato anche me, e mi ha fatto capire ancora di più la pagina del Vangelo di questa domenica.
Qui i discepoli Giovanni e Giacomo, manifestano tutta la loro incapacità di capire veramente cosa significa stare con Gesù. Per loro, stare dalla parte di Gesù Messia significa gloria e potere. Gesù invece li riporta alla realtà della sua esperienza. Stare con lui è scendere da ogni possibile piedistallo e sicurezza che noi o altri ci possono mettere, e iniziare un cammino di abbassamento che porta al servizio, al dare la vita e persino a perdere la vita (il calice da bere è la sofferenza e il battesimo di cui parla Gesù è il suo martirio sulla croce).
Stare con Gesù non è salire in alto, ma scendere in basso. Ma proprio in questo scendere fino dove siamo più fragili e fin dove l’umanità è fragile e debole, proprio li incontriamo Dio.
Leggi tutto:
Verso Il Basso Per Andare In Alto di don Giovanni Berti


sabato 20 ottobre 2012

"LA FEDE DI DANTE - IL CANTO XXIV DEL PARADISO" - Gianfranco Ravasi

"LA FEDE DI DANTE
 -  IL CANTO XXIV DEL PARADISO - "

Venerdì 12 Ottobre 2012, nella Rettoria del SS. Nome di Gesù all’Argentina, Piazza del Gesù – Roma, si è tenuta la serata a tema La Fede di Dante – Il Canto XXIV del Paradiso, promossa dal Pontificio Consiglio della Cultura.

L’evento è stato organizzato in occasione dell’inizio dell’Anno della Fede e del Sinodo dei Vescovi. Il tema scelto, infatti, ha fatto sì che la serata dantesca si inserisca pienamente nella programmazione dell’Anno della Fede, mettendo in luce proprio il legame vitale che lega la figura di Dante Alighieri, e la sua opera, con la Fede cristiana.

Il programma della serata ha previsto la lettura del Canto XXIV del Paradiso, nel quale Dante professa il suo Credo, a cura di Gabriele Lavia, Attore e Direttore del Teatro di Roma.
Hanno commentato il Canto S. Em. il Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Casa di Dante in Roma e il Prof. Luca Azzetta, della Università Cattolica di Milano.


"Joseph Ratzinger nell’Introduzione al Cristianesimo, la sua opera più nota prima di diventare Benedetto XVI, evoca un particolare ritratto di Dante, quello che è delineato nella «commovente conclusione della Divina Commedia, allorché egli, contemplando il mistero di Dio, scorge con estatico rapimento la propria immagine, un volto umano, al centro dell’abbagliante cerchio di fiamme formate da “l’Amor che move il sole e l’altre stelle”».

In realtà il passo a cui si fa cenno («dentro da sé, del suo colore stesso / mi parve pinta de la nostra effige; / per che ’l mio viso in lei tutto era messo», Paradiso XXXIII, 130-132) rimanda all’Incarnazione di Cristo e quella «nostra effige» è il volto umano di Gesù, che è contemplata dal nostro «viso», cioè dalla nostra visione, dal nostro sguardo. Sta di fatto, però, che in questi versi, citati da Ratzinger, si ha anche il profilo ideale autentico del poeta e della sua fede. ..."
Leggi tutto:

"L’esperienza misteriosa della fede nella vita di un uomo non è mai circoscrivibile a un solo episodio o a un solo momento biografico. Così è per ogni uomo, così è anche per Dante. C’è tuttavia un luogo in cui Dante ha tracciato alcune linee di sintesi rispetto alla propria fede cristiana: si tratta del canto XXIV del Paradiso. Giunto nell’VIII cielo, quello delle Stelle Fisse, il poeta è chiamato a rispondere alle domande dell’apostolo Pietro così da dare testimonianza di come nella vita egli abbia vissuto la prima delle virtù teologali. Nei due canti seguenti Dante risponderà alle domande degli apostoli Giacomo (sulla speranza) e Giovanni (sulla carità). Non è un caso che proprio questi siano i nomi che Dante diede ai suoi tre figli maschi. ..."
Leggi tutto:
LA FEDE DI DANTE IN 'PARADISO XXIV del Prof. Luca Azzetta- Università Cattolica di Milano

"FARE LA DIFFERENZA Un cristianesimo per la vita buona" di Ugo Sartorio - Recensioni di Enzo Bianchi "Il Concilio che fa la differenza" e di Francesco Jori "Fare la differenza, contro l’esodo dalla cristianità"

Il concilio Vaticano II, come evento intenzionalmente pastorale, non ha aggiunto verità da credere, ma ha riflettuto sulla globalità della vicenda cristiana nel mondo contemporaneo. Per attivare un cristianesimo vivibile, comunicativo, credibile». Così Ugo Sartorio chiude l'introduzione a Fare la differenza. Un cristianesimo per la vita buona, con un rimando esplicito al concilio di cui il prossimo ottobre ricorre il cinquantesimo dell'apertura. Un rimando che è anche la chiave di lettura di queste pagine, volte a ripensare la presenza cristiana nella realtà postmoderna. L'autore, francescano conventuale, ha una rara capacità divulgativa: già docente di teologia fondamentale, dirige sia la rivista Credere oggi che il mensile cattolico, Il Messaggero di Sant'Antonio...
Leggi tutto: Il Concilio che fa la differenza di Enzo Bianchi

... L’interrogativo che fa da sottofondo al presente saggio, se cioè il cristianesimo è ancora in grado di indicare la bellezza e la bontà dell’esistenza, trova una sua possibile risposta nella capacità di fare la differenza. Compito entusiasmante e non più procrastinabile, se si intende aiutare la contemporaneità a non programmarsi secondo parametri chiusi alla novità del vangelo. Non è facile, però, sintonizzarsi su tale istanza. È richiesta l’assunzione di nuovi stili di vita, di uno sguardo profetico e di un linguaggio creativo, perché il cristianesimo porta con sé il paradosso di un progetto audace nella promozione della vita. Come afferma Sartorio: «Anche oggi, ogni volta che i cristiani hanno il coraggio di fare un passo avanti, di impastare la propria identità con i grandi e piccoli eventi della vita, si accende la scintilla del kairos evangelico». (Carmelo Dotolo)
Leggi la prefazione IL VANGELO, PROFEZIA DI SIGNIFICATO e l'indice  del libro "FARE LA DIFFERENZA Un cristianesimo per la vita buona" (pdf)

... Una vita buona, è lo scenario prospettato nel libro di Sartorio. Come contribuire da cristiani a realizzarla? Facendo la differenza, è la sua risposta: che non significa essere differenti, i primi sul banco del tempio, ma ripensare il Vangelo alla luce delle urgenze del presente. Con un linguaggio che sappia parlare a tutti gli uomini, con un annuncio capace di cambiare la vita. E che non può prescindere da quanto suggeriva padre Turoldo, partendo dalla parabola del buon samaritano: «L’uomo, chiunque esso sia, quando è braccato e rapinato, e spogliato, e lasciato pieno di ferite, mezzo morto ai margini di una strada, ecco, è sempre lo stesso uomo che agonizza sulla strada di Gerico. E’ uno da salvare, comunque e dovunque». 


venerdì 19 ottobre 2012

La crisi economica e la famiglia

Questo non sarà un autunno sereno per le famiglie italiane, che trascorreranno questi pochi mesi prima del Natale con ansie, preoccupazioni e, talvolta, negli stenti. Lo conferma una indagine su 'I comportamenti degli italiani nel tempo della crisi', realizzata da Coldiretti-Swg e presentata nel corso del Forum Internazionale dell'Agricoltura e dell'Alimentazione, a Cernobbio. 

La crisi ha anche qualche effetto positivo sulla spesa degli italiani. Se purtroppo una famiglia su quattro in autunno potrebbe trovarsi in difficoltà economiche con l'arrivo dell'autunno, le famiglie sono diventati dei "detective" tra i banchi dei supermercati o dei mercatini rionali, a caccia dei prodotti che costano meno (si spera senza rinunciare alla qualità). Ma soprattutto 2 italiani su 3 tagliano gli sprechi a tavola. E il 59 per cento delle famiglie torna a cucinare i "piatti degli avanzi". E' un male? Direi di no.
Leggi tutto: Detective della spesa

«L’attuale sistema di welfare è incapace di farsi carico delle nuove forme di povertà, delle nuove emergenze sociali che derivano dalla crisi economica e finanziaria». 
Questa affermazione, contenuta nel rapporto sulla povertà in Italia che la Caritas ha presentato ieri, dovrebbe essere posta alla base di ogni riflessione in materia di politica economica e sociale, riforme del welfare, misure per il risanamento, interventi per la crescita, leggi di stabilità, provvedimenti per adeguarsi alle richieste europee e quant’altro un esecutivo può avere in serbo per fronteggiare e tentare di governare la crisi in corso... 
In una crisi di dimensioni epocali, dove l’esigenza del risanamento costringe a scelte difficilissime e impegnative, con ricadute sociali evidenti e anche assai dolorose, di tutto c’è bisogno fuorché di misure – per dirla con le parole che il presidente delle Acli Andrea Olivero ha usato in una recente intervista all’Unità – che non da tecnici sono state messe a punto, ma da "burocrati" e "funzionari" capaci di superare la volontà dei ministri, a loro volta miopi nella volontà di leggere la complessità e i bisogni della società italiana. Tutto può essere modificato, risanato, tagliato o incrementato, l’Iva come l’Imu o l’Irpef, ma è la politica che deve essere abile nell’individuare le priorità da salvaguardare o esentare nei modi possibili. 
E tuttavia non può essere incolpata la politica se la stessa società non è in grado, in una fase così complessa, di sfrondare il dibattito dal superfluo, dalle diatribe non necessarie, per intendersi su che cosa dovrebbe essere considerato veramente indispensabile, fondamentale. E se non sono essenziali i bambini, le famiglie, l’economia civile, che cosa lo è?
Leggi tutto: Povertà e priorità

E' disponibile in versione integrale, insieme a un dépliant di sintesi, il nuovo Rapporto Caritas 2012 su povertà ed esclusione sociale in Italia, dal titolo "I ripartenti. Povertà croniche e inedite. Percorsi di risalita nella stagione della crisi". Anche quest'anno la presentazione del Rapporto si collega alla "Giornata internazionale di lotta alla povertà" (17 ottobre), e al suo interno sono riportati i dati del fenomeno provenienti dalle 220 Caritas diocesane, le principali tendenze di mutamento, i percorsi di presa in carico delle persone, i progetti anti-crisi economica delle diocesi, la mappa dei servizi socio-assistenziali delle chiese locali e i dati sul “Prestito della Speranza”.

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... Se è vero che la crisi che stiamo vivendo è una crisi sociale oltre che economica, è necessario oggi guardare alla componente fondamentale della società civile, cioè la famiglia fondata sul matrimonio, per considerarne meglio e più l’importanza nella ricostruzione della comunità nazionale ed europea. In particolare, i problemi del lavoro stanno incidendo sempre più drammaticamente nei già fragili equilibri della famiglia, la cui tenuta è però l’unica garanzia di salvaguardia di quei valori capaci di tenere unita una società in preda, come negli ultimi anni, dell’incertezza e della crisi.
E’ su questi temi che si focalizzerà il convegno internazionale “La Famiglia e il lavoro. Compatibilità e problemi di fondo”

Crisi, la famiglia paga per tutti
Un convegno promosso da Famiglia Cristiana e Centromarca ha affrontato, con il ministro Riccardi, il difficile equilibrio tra rigore, sviluppo ed equità.
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Riccardi: "Troppo individualismo"


Gherardo Colombo dialoga sul tema delle regole

Cosa vuoi fare da grande? Il magistrato! Perché? Per combattere la mafia, la corruzione, l’evasione. Sei sicuro sia la strada giusta? Certo. Cosa altrimenti?
Non sembra essere della stessa opinione Gherardo Colombo dopo trentatré anni in magistratura. Giudice, poi pubblico ministero ed ancora giudice. S’è dimesso perché indagine dopo indagine, processo dopo processo, sentenza dopo sentenza, s’è convinto che gli sarebbe stato impossibile contribuire a rendere l’amministrazione della giustizia meno peggio di quel che è. Sue parole: “accertare i reati non basta”. Non è proprio una resa ma da tempo preferisce concentrarsi su ciò che ha da sempre fatto nel “tempo libero”: narrare, incontrare, scambiare, formare, forgiare, credere nei giovani. Et voilà. Un giudice vagabondo tra scuole, università, parrocchie, circoli ed in qualunque altro posto lo invitino a dialogare sul tema delle regole. Ha avuto una media di 400 incontri all’anno che, per fortuna, è calata da quando è diventato consigliere RAI.
Basta prenotarsi e lui viene “subito”. Tempo due anni. Ma il suo team dispone di ottimi formatori che sono in grado di sostituirlo al meglio.
Secondo Colombo la giustizia non può funzionare se i cittadini (badate bene non i politici o, meglio, non solo) non comprendono il perché delle regole. Se non lo comprendono tendono ad eluderle, quando le vedono faticose, ed a violarle, quando non rispondono alla loro volontà. Perché la giustizia funzioni è necessario che cambi questo rapporto. Dal basso.

Leggi tutto: Sulle regole