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sabato 28 marzo 2026

13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese - Due lettere a confronto (1ª parte: la lettera del tredicenne)

13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese
Due lettere a confronto
(1ª parte: la lettera del tredicenne)


Prima di compiere il terribile gesto, il ragazzo 13enne di Trescore in provincia di Bergamo, aveva annunciato le sue intenzioni su un canale Telegram con una lunga lettera, di cui il quotidiano La Repubblica ha riportato il testo, che pubblichiamo qui di seguito. 

La professoressa ha scritto anche lei una lettera, dettando le parole al suo avvocato. 

* Il testo della lettera del ragazzo, dal titolo «La soluzione finale» *

«Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre. Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese. La scelta non è casuale, è mirata. Le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute di cattivo gusto e giustificare la violenza contro di me anche quando sono chiaramente la vittima. Quando un ragazzino gracile mi ha dato un pugno, non ho reagito. Gli insegnanti non se ne sono nemmeno accorti. Sono dovuto andare da loro e spiegare l’accaduto, e questo dimostra quanto la scuola stia fallendo. Quando la mia insegnante di francese ha avuto l’audacia di dire che me lo meritavo, il preside non ha fatto nulla. È rimasta impunita per una cosa così grave».

«Visto che a quanto pare i ‘ragazzi’ non capiscono cosa sia giusto e cosa no, userò questo a mio vantaggio: non posso essere incarcerato, dato che in Italia l’età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare: uccidere lei e chiunque cercherà di impedirmelo. Non è solo un atto di vendetta, è un modo per rompere la noiosa routine nel modo più estremo possibile. Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose. Le regole non sono qualcosa che devo seguire, sono qualcosa che devo infrangere, e non c’è niente di meglio per farlo che la vendetta, punire chi mi ha fatto un torto. Ho sempre amato infrangere le regole, che fossero etiche, morali o legali, tutte queste cose mi limitano. E se qualcosa mette in discussione la mia libertà, lo sento come un attacco personale alla mia autonomia. Se qualcuno mi dice di non fare qualcosa, il più delle volte mi sento ancora più spinto a farlo».

«Eppure quando mi hanno fatto fare un test sul mio comportamento, la mia insegnante mi ha dato un punteggio basso per la distrazione e non ha esitato a sottolinearlo in classe e questo mi fa infuriare. Mi sembra un sabotaggio. Mi sta incatenando a questa vita di sofferenza solo perché non le piaccio. Avendo solo 13 anni, sono completamente impotente in questa situazione e non posso fare molto per cambiare il percorso che è stato scelto per me. La mia vita è dettata da adulti a cui non importa nulla di me, la mia insegnante di francese non vuole altro che riempirmi la vita di dolore e sofferenza abusando del suo potere. È così impotente nella sua vita che ha deciso che sfogare la sua rabbia su un gruppo di ragazzini delle medie è un ottimo modo per rilassarsi».

«L’uniforme militare non è una scelta casuale. L’ho scelta perché mi vedo come un soldato che combatte per i propri diritti, diritti che sono stati calpestati. Mi sento anche superiore a tutti i miei coetanei. Sì, a volte sono divertenti, ma mi sento molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto a tutti questi comuni mortali. Non sono più uno di loro, sono qualcuno di migliore, qualcuno che ha avuto la forza di fare ciò che molti non hanno fatto, qualcuno che ha l’intelligenza di capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni. Sono unico e non sono una copia di nessun attacco scolastico precedente. Voglio essere riconosciuto per essere andato controcorrente: voglio portare qualcosa di nuovo. Vendetta non è una parola scelta a caso. Rappresenta ciò che provo: mi sto prendendo la dolce vendetta che merito uccidendo le persone che mi hanno fatto del male. Per quanto riguarda la mia ideologia politica, non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita, perché l’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia. La vita non ha senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo».

«Non ho molti amici perché la maggior parte delle persone mi considera strano o insopportabile. Mi piace socializzare, ma allo stesso tempo detesto uscire. Vedere la gente che ride in gruppo mi fa infuriare: sono tutti un branco di stupidi e banali, tutti uguali, come se fossero stati copiati e incollati da un progetto noioso. Devi dare un senso alla tua vita, e il senso della mia vita è assecondare tutte le mie fantasie, ignorando gli altri e provando il brivido di infrangere le regole, che è il piacere più grande della mia vita».

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* Il commento del Ministro Valditara *


"Quanto accaduto presso l'Istituto comprensivo di Trescore Balneario, è un fatto di una gravità sconvolgente" ha detto il Ministro Valditara, secondo quanto riporta ANSA.

"Esprimo innanzitutto la mia forte vicinanza alla docente, ai suoi famigliari, alla scuola. Questo fatto dimostra che è necessario approvare rapidamente le nuove, severe norme predisposte dal governo per contrastare la criminalità giovanile e in particolare la diffusione di armi improprie fra i giovani. Misure necessarie da accompagnare a quelle che abbiano già avviato nelle scuole sulla condotta e l'educazione al rispetto e che a breve saranno avviate come quella sulla assistenza psicologica" ha concluso Valditara.

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* La riflessione di Ivano Zoppi *


«È un fallimento educativo che viene da lontano»

L’aggressione nel Bergamasco, dove un tredicenne ha accoltellato la sua docente filmando la scena, rivela una preoccupante deriva. Ivano Zoppi di Fondazione Carolina analizza il caso sottolineando come la logica della performance social e la ricerca della vendetta non possano essere contrastate solo con misure punitive

iStock

Non solo un’aggressione, ma una performance studiata a tavolino: la maglietta con la scritta "vendetta" e il telefono al collo per filmare tutto. Il caso del tredicenne che ha ferito con un coltello la sua docente nel bergamasco solleva interrogativi che vanno ben oltre l’ordine pubblico, toccando il cuore della responsabilità degli adulti e della deriva digitale dei giovanissimi.

Quando si tratta di educazione e digitale, Fondazione Carolina è sempre in prima fila per cercare soluzioni che possano aiutare ragazzi in difficoltà. Ivano Zoppi, di Fondazione Carolina, ci mette in guardia dal confondere la velocità della punizione con l’efficacia della rieducazione.

«Condivido l'urgenza espressa dal Ministro Valditara: servono risposte rapide e concrete. Ma attenzione a non confondere la velocità della risposta con la sua efficacia. Norme più severe sulla diffusione di armi tra i minori sono opportune, ma non possono essere l'unica — né la principale — risposta a ciò che è accaduto oggi. Un ragazzino di tredici anni che si presenta a scuola con un coltello, una maglietta con la scritta "vendetta" e il telefono al collo per filmare la propria aggressione non è un problema di ordine pubblico. È il segnale di un fallimento educativo che viene da lontano — un fallimento che riguarda tutti noi».

E prosegue: «Il Ministro ha giustamente richiamato il tema dell'assistenza psicologica nelle scuole. Bene, ma con quale modello? Con quali risorse? E soprattutto: con quale continuità? Non possiamo continuare a invocare lo psicologo scolastico il giorno dopo la tragedia e dimenticarcene la settimana successiva. Servono presidi educativi stabili, adulti formati e presenti nel quotidiano dei ragazzi — non interventi emergenziali a fatto compiuto».

C'è poi un elemento «che merita una riflessione profonda: questo ragazzo non ha solo pianificato un'aggressione, l'ha messa in scena. La maglietta, i pantaloni militari, il telefono per riprendere tutto. È la grammatica dei social, la logica della performance violenta come spettacolo. Non è un caso isolato: è il sintomo di una cultura digitale che normalizza la violenza come contenuto. Su questo versante, come Fondazione Carolina lo ripetiamo da anni: senza una strategia strutturale di educazione digitale e senza un coinvolgimento serio delle piattaforme, continueremo a intervenire solo dopo, solo troppo tardi».

Infine, una nota necessaria: «questo ragazzo ha tredici anni e non è imputabile. Non lo sarà neanche con nuove norme, se queste non saranno accompagnate da percorsi reali di presa in carico, di giustizia riparativa, di intervento precoce. La punizione senza educazione non protegge nessuno — né le vittime, né i ragazzi che compiono questi gesti».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Filippo Rizzardi e Chiara Pelizzoni 26/03/2026)

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* La riflessione di Marco Rovelli *

«Quella lontananza mortale dagli adulti»

Nella lettera del 13enne che in provincia di Bergamo ha attentato a scuola alla vita della sua insegnante, una ripetuta rivendicazione di libertà dal controllo e dal giudizio

L’istituto comprensivo di via Damiano Chiesa di Trescore Balneari dove sono avvenuti i fatti – foto Ansa

«La soluzione finale» è il titolo scelto per il messaggio scritto su Telegram dal tredicenne che ha accoltellato la sua insegnante di francese. Si prende in prestito dalla storia un’espressione che condensa tutto il suo orrore, per portarla nel proprio quotidiano

Si tratta di farla finita con la vita, in un gesto nichilistico di annientamento del mondo e di se stessi, di distruzione e di autodistruzione.

«Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese». Un gesto di cui viene dichiarato subito la sua natura di surrogato: «Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre». Lo dice al mondo intero, quel ragazzo, di avere un problema radicale di relazione, e non sapendolo elaborare decide di passare all’atto nel contesto quotidiano in cui sconta la propria incapacità di gestire le relazioni.

La scelta di colpire l’insegnante è una scelta «mirata», scrive. «Le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute di cattivo gusto e giustificare la violenza contro di me anche quando sono chiaramente la vittima». La sua condizione autopercepita come vittimaria porta con sé il proprio sentirsi diverso da tutti e superiore ai «comuni mortali» da cui si sente circondato: «L’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta», il culto del proprio Io – un Io ancora tutto in formazione, fluido, esposto drammaticamente a un mondo che non è in grado di gestire – è la sua difesa estrema dalla sofferenza che ogni relazione per lui porta con sé.

Quel culto trova espressione estetica nella scelta di come vestirsi, ritualmente, con un’uniforme militare per compiere quel gesto estremo, omicidario e suicidario insieme: «L’ho scelta perché mi vedo come un soldato che combatte per i propri diritti, diritti che sono stati calpestati». Ingiustizia, rispetto, diritti, sono parole chiave dell’universo simbolico di quell’adolescente, come di tanti adolescenti: a cui però manca totalmente una dimensione collettiva, incapace com’è di gestire le relazioni sia con i coetanei che con gli adulti.

È palese la distanza abissale dal mondo degli adulti, e la rivendicazione di libertà a autonomia. E l’idea di una scuola inadeguata («La scuola sta fallendo»). Distanza dal mondo degli adulti e rivendicazione di autonomia a fronte dell’eccessivo controllo e giudizio di cui si è oggetti sono senso comune, tra gli adolescenti. Ma qui precipitano, come in un manga, o in una serie coreana, nella necessità della vendetta: «Mi sto prendendo la dolce vendetta che merito uccidendo le persone che mi hanno fatto del male».

Là dove sei giudicato e ti senti svilito nella tua dignità, là dove sei considerato un loser senza redenzione possibile, non resta che la vendetta, come gesto estremo di affermazione della propria identità.

E si tratta anche di fuggire la «banalità» che vede attorno a sé, e così riscattare la propria identità per differenza. «Voglio essere riconosciuto per essere andato controcorrente», scrive: non ha certamente letto Hegel, ma ha ben chiara la questione del riconoscimento da parte dell’altro. Questa differenza risalterà in quel gesto estremo, dove saranno evidenti a chiunque «la forza» necessaria per «fare ciò che molti non hanno fatto», e «l’intelligenza» per «capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni». Solo in questo passaggio della lettera si enuncia un «noi», parlando di «nostri bisogni» – come se percepisse con chiarezza che quella condizione radicale di solitudine e di distanza abissale da ogni adulto non fosse solo sua, ma una condizione comune.

Perciò agisce, ribellandosi a un destino che percepisce essere già stato deciso, e di cui trova nella sua insegnante di francese il massimo responsabile e il nemico perfetto da abbattere, perché tra le umiliazioni che sente di aver ricevuto c’è anche quello di essere stato marchiato e deriso per un disturbo dell’attenzione.

Quest’Io sofferente allo spasimo, che si sente incatenato, con un destino immodificabile, decide di riscattarsi infliggendo la sofferenza estrema: dispensare morte, che è il culmine della trasgressione di ogni regola, l’affermazione radicale della propria libertà, e l’unica possibilità di dare un senso alla propria vita.

Colpisce la scrittura nitida e precisa di questa lettera, inusuale in un ragazzo di tredici anni. E colpisce anche la consapevolezza del fatto che non potrà essere processato, «visto che a quanto pare i “ragazzi” non capiscono cosa sia giusto e cosa no». E anche questo suona come un segno di quanto sia abissale la distanza dal mondo degli adulti, e dell’insostenibilità dell’esserne giudicati.
(fonte: Il Manifesto, articolo di Marco Rovelli 27/03/2026)


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* La riflessione di Alberto Pellai *

«Come arriva un tredicenne a voler accoltellare la sua prof?»

I ragazzi oggi nutrono il loro cervello di violenza e bruttezza. Il male arriva alle menti di chi cresce molto più del bene. È in questo modo che si agisce quello che si sente, senza pensarci su. Di cosa c’è bisogno? Di genitori che stiano ogni giorno a fianco dei propri figli. Crescere implica fatica, impegno e responsabilità

Nel riquadro la professoressa Chiara Mocchi accoltellata dallo studente tredicenne a Trescore Balneario (Bergamo) - Ansa

Un tredicenne entra a scuola, quando ancora non sono iniziate le lezioni. In mano ha un coltello; appeso al collo ha uno smartphone da cui ha fatto partire una diretta che riprende in tempo reale ciò che sta per fare. Il ragazzo assale la propria professoressa di francese. La accoltella al collo e al petto e solo la prontezza dell’intervento medico - tramite elisoccorso - le salva la vita. 

Il ragazzo viene fermato e poi condotto in questura. Racconta che il suo gesto è dovuto al fatto che la professoressa gli ha dato un voto più basso di quello che secondo lui, si sarebbe meritato. Inoltre, in un litigio con un compagno, ha preso le difese dell’altro. 

Tutto questo, nella sua visione delle cose, giustifica un tentato omicidio. La sua azione criminale non è il risultato dell’impulso rabbioso. È invece un progetto studiato in ogni particolare. 
Il ragazzo si reca a scuola con una felpa che riporta la scritta “vendetta”. Con sé ha anche una pistola scacciacani. A casa si è procurato, probabilmente tramite acquisti online, materiale esplosivo per produrre un ordigno che, per fortuna, non ha mai portato a termine. Sembra di assistere al copione di un video youtube di una challenge estrema, ovvero quei video in cui ci sono giovanissimi che si riprendono mentre fanno cose molto pericolose con cui dimostrano al mondo il loro “presunto” coraggio.

Tutta questa vicenda mette in scena le peggiori ansie genitoriali ed educative del terzo millennio. 
Che cosa sta accadendo ai giovanissimi? Per quale motivo si muovono nella realtà, immaginando di essere i protagonisti di un film, in cui agiscono copioni criminali che avranno conseguenze enormi sul loro tragitto esistenziale? 

La cronaca afferma che il tredicenne, fermato quasi subito dopo il suo folle gesto, una volta portato in presidenza, ha pianto copiosamente probabilmente essendosi reso conto dell’enormità di ciò che aveva compiuto. Ecco: questo è, secondo me, il fermo-immagine su cui concentrare le nostre riflessioni educative.

La preadolescenza è un’età in cui il funzionamento della mente spinge ad agire senza averci “pensato su”. 
Il cervello emotivo (quello che agisce in modo pulsionale e sulla spinta delle emozioni che un soggetto vive) è molto più potente del cervello cognitivo, che è quello che è in grado di mettere in gioco i freni inibitori, di far riflettere sulle implicazioni e sulle conseguenze del proprio gesto. Molti ragazzi agiscono in base a ciò che sentono e senza pensarci su. In pre-adolescenza tale meccanismo si genera sulla base di una vulnerabilità fisiologica in cui la potenza emotiva non è compensata in modo adeguato dalla competenza cognitiva. La maturità cognitiva, infatti, arriva lenta nel tempo e ha bisogno di tutta l’adolescenza per compiersi in modo pieno. Per questo motivo, la preadolescenza avrebbe bisogno di avvenire in un mondo che “transenna” l’immaginario di ragazzi e ragazze, dirigendolo verso territori in cui si impara la responsabilità, si viene aiutati a regolare le proprie emozioni, si riflette su ciò che è bene e ciò che è male. Invece, che cosa è accaduto negli ultimi venti anni? È accaduto che i nostri figli trascorrono sempre più tempo nel mondo virtuale, che gli adulti veri – quelli della vita reale – sono sempre più distanti e assenti, silenziosi e poco autorevoli. E che ogni giorno il cervello dei minori in crescita galleggia in un brodo digitale in cui si gioca per ore con videogiochi sparatutto, si ascoltano canzoni piene di riferimenti violenti e sprezzanti nei confronti di tutto e tutti, si guardano video estremi dove tutto è centrato sul valore della potenza. È così che muore la possibilità di generare competenza emotiva, cognitiva e socio-relazionale. Così un cervello che ancora non sa come si sta al mondo, si abitua a pensarsi onnipotente e progetta azioni distruttive, trasgressive, a volte criminali come in questo caso. I ragazzi oggi nutrono il loro cervello di violenza e bruttezza. Il male arriva alle menti di chi cresce molto più del bene. I modelli negativi sembrano più popolari e vincenti di quelli positivi, così che avere in mano un coltello può apparirti più vantaggioso – a livello identitario – che avere in mano un libro. 

È in questo modo che si agisce quello che si sente, senza pensarci su. Per poi magari piangere a dirotto, una volta compiuto il danno, perché ci si accorge che la vita reale non funziona come la video dentro youtube.

Di cosa c’è bisogno? Di genitori che stiano ogni giorno a fianco dei propri figli. Che parlino a tavola con loro, evitando che il tempo dei pasti sia un’ennesima occasione per scrollare sul piccolo schermo.

C’è bisogno di portare nelle scuole testimonianze di persone normali – infermieri, panettieri, medici, idraulici, ingegneri, elettricisti – che raccontino ai ragazzi e alle ragazze che la vita reale è tenuta in piedi da persone che ogni giorno gestiscono con impegno e responsabilità il loro ruolo adulto, permettendo a tutti di avere una vita degna di questo nome

C’è bisogno di aiutare chi cresce a immaginarsi persona normale e non grandiosa, capace di reggere le frustrazioni. 

C’è bisogno di studenti che di fronte ad un brutto voto non pensano a quanti errori ha fatto il docente che quel voto gli ha attribuito, ma riflettono su cosa serve per migliorarsi in occasione della prossima prova. 
Il tredicenne bergamasco ha procurato un tentato omicidio perché aveva ricevuto un voto più basso di quello che si aspettava. La sua visione del mondo era totalmente auto-centrata: io mi merito tutto e se non mi riconosci il merito che io penso di avere, allora con te mi arrabbio e ti faccio fuori. Eliminare la fonte di frustrazione, invece che considerarla un’occasione per crescere e migliorarsi: il fulcro della fragilità narcisistica sta tutto qui. E questa società di tale fragilità ne è impregnata a ogni livello. 

Bisogna ripartire dai fondamentali dell’educazione: ovvero che crescere implica fatica, impegno e responsabilità. E che solo il mondo reale sa allenare a questi tre aspetti, perché quello virtuale ha costruito la sua fortuna e il suo successo nell’esatto contrario, essendo facile, disimpegnato e irresponsabile. Ripartiamo da qui.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Alberto Pellai 26/03/2026)