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venerdì 26 luglio 2019

Mediterraneo: una strage infinita che non ci riguarda e non si "deve" vedere... Soluzione: eliminare i testimoni!!!

Mediterraneo:
una strage infinita
che non ci riguarda e non si "deve" vedere...

Soluzione: 
eliminare i testimoni!!!

(Occhio non vede cuore non duole)


Strage di migranti sulle coste della Libia. 
Affondano due barconi e annegano in 150

Le imbarcazioni partite da Al-Khoms. Medici senza frontiere: i 135 sopravvissuti in stato di choc e ipotermia

Il naufragio di un barcone il 25 maggio del 2016 nel quale vennero salvate 500 persone da parte della Marina italiana

Il bilancio ufficiale fornito dalla Guardia costiera libica conta 115 dispersi e 135 salvati. Fonti umanitarie si spingono a dire che i dispersi - leggi, morti annegati - sarebbero 150. Di certo c’è che ieri, davanti alle coste della Libia, si è consumata «la peggior tragedia del Mediterraneo di quest'anno», per dirla con le parole dell’Alto commissario Onu per i rifugiati Filippo Grandi.

Cosa sia accaduto 5 miglia al largo di Al-Khoms, città a 120 km a est di Tripoli, è ancora poco chiaro. Il naufragio di disperati, partiti dalla Libia per tentare di raggiungere l’Italia, l’Europa, in realtà sarebbe stato un doppio naufragio. Lo stesso portavoce della Marina libica, Ayoub Qassim, a un certo punto ha parlato di due imbarcazioni in legno con a bordo circa 300 persone, molti eritrei ma anche palestinesi e sudanesi, e tra loro tante donne e bambini. Anche qualcuno dei sopravvissuti avrebbe riferito questo particolare agli operatori umanitari che li hanno assistiti a terra. Ma non ci sono certezze; l’unica è che si è trattato di un’ecatombe, l’ennesima nel Mediterraneo centrale dove altri naufragi si sono verificati in passato, con centinaia di morti annegati e dove in questo momento la presenza di soccorritori è quasi nulla. Non ci sono navi delle Ong in quel terribile tratto di mare che Oim e Unhcr continuano a definire il più mortale. E, di fatto, nemmeno navi militari da quando è stata chiusa l’operazione Sophia-Eunavformed che ora si limita a controllare dall’alto con aerei, elicotteri e droni ma senza alcuna possibilità di un rapido intervento. Una situazione che le Ong continuano a denunciare, sottolineando come non sia la presenza della navi umanitarie a favorire le partenze dalla Libia e che molti altri naufragi senza testimoni possono essere avvenuti. D’altronde sempre ieri, un motopesca di Sciacca, l’«Accursio Giarratano», soccorreva un gruppo di 50 persone su un gommone in difficoltà, in un tratto di mare tra Lampedusa e Malta di competenza Sar della Valletta. È rimasto per ore in attesa che arrivassero soccorsi «ufficiali». Si parla anche di almeno altri 6 eventi Sar nella zona, con decine di migranti a rischio. E sempre ieri a Lampedusa ci sono stati 4 sbarchi, 56 persone; in una barca c’erano 10 adulti e 11 bambini; altre 77 persone erano giunte mercoledì.

Il mese scorso c’era stato un naufragio con un’ottantina di morti davanti alla Tunisia, ma per arrivare a oltre 150 vittime bisogna andare indietro di 2 anni: 157 morti e 4 sopravvissuti davanti a Tripoli. Era il 19 maggio 2017.

Per il naufragio di ieri, i testimoni sono gli stessi naufraghi. Medici senza frontiere, che ha assistito a Khoms 135 sopravvissuti arrivati in due gruppi di 82 e 53 persone, dice che «i pazienti sono sotto choc e hanno sintomi da pre-annegamento, come ipossia e ipotermia» . La capo missione Msf in Libia, Julien Raickman, ha detto che «ci sono oltre 100 dispersi. I naufraghi sono stati soccorsi da pescatori e riportati a Khoms. Testimoni oculari coinvolti nel soccorso parlano di almeno 70 cadaveri in acqua».


Ancora strage di migranti:
più di 150 morti al largo delle coste libiche

Due imbarcazioni, con circa 300 persone stimate a bordo, si sono capovolte nelle acque davanti a Khoms, circa 120 km a est di Tripoli. A intervenire in loro soccorso sono stati soltanto alcuni pescatori. I gesuiti del Centro Astalli chiedono alle istituzioni nazionali e sovranazionali, di ripristinare immediatamente le operazioni di ricerca e soccorso in mare e di attivare un piano di evacuazione dei migranti dalla Libia

Uno dei tanti migranti morti recuperati dalla guardia costiera libica (ANSA)

Le equipe di Medici Senza Frontiere in Libia, hanno soccorso al porto di Khoms i sopravvissuti del nuovo naufragio di ieri, che ha causato almeno 70 morti e 100 dispersi. "La terribile notizia di questo nuovo, tragico naufragio, dimostra per l'ennesima volta l'altissimo costo umano dell'attuale situazione in Libia e della mancanza di un'adeguata capacità di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale", dichiara Julien Raickman, capomissione di Medici Senza Frontiere (Msf) in Libia. "Ci sono oltre 100 dispersi, - racconta - di cui molti potrebbero essere annegati, stando alle prime testimonianze dei sopravvissuti visitati da Msf. Le équipe di Msf hanno fornito cure mediche a due gruppi di sopravvissuti, rispettivamente di 82 e 53 persone. Abbiamo dato prima assistenza e stabilizzato le condizioni più urgenti e abbiamo trasferito 7 persone in ospedale per cure mediche salvavita. I pazienti sono sotto shock e hanno sintomi da pre-annegamento, come ipossia e ipotermia.

I sopravvissuti che verranno riportati nei centri di detenzione libici, rischiano la vita

"Serve un'azione immediata per garantire un'efficace capacità di ricerca e soccorso in mare e l'evacuazione dalla Libia di tutte le persone che stanno cercando di fuggirne, solo così potremo prevenire ulteriori morti - continua Raickman - Due giorni fa, 38 persone intercettate in mare dalla Guardia costiera libica sono state riportate nel centro di detenzione di Tajoura, lo stesso che solo tre settimane prima era stato attaccato da un bombardamento aereo che ha causato 60 morti e 70 feriti. Era una tragedia del tutto evitabile.'' ''Ora siamo estremamente preoccupati per i sopravvissuti di questo naufragio. Non possono essere rinchiusi di nuovo in centri di detenzione dove le loro vite sono a rischio - prosegue - Lo hanno ribadito di recente anche l'Oim, l'Unhcr e i leader europei che si sono uniti all'appello di Msf per l'evacuazione immediata e urgente di tutti i rifugiati e migranti intrappolati nei centri di detenzione in Libia''.

Onu: la peggiore tragedia di quest'anno nel Mediterraneo

Per Filippo Grandi, alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) si tratta della peggiore tragedia nel Mediterraneo di quest’anno. Grandi ha chiesto anche di “ripristinare il salvataggio in mare, porre fine alla detenzione di rifugiati e migranti in Libia, aumentare i percorsi sicuri fuori dalla Libia deve avvenire ora, prima che sia troppo tardi per molte delle persone più disperate”.

Il Centro Astalli chiede l’evacuazione dei migranti dalla Libia

Anche il Centro Astalli chiede alle istituzioni nazionali e sovranazionali, “di ripristinare immediatamente le operazioni di ricerca e soccorso in mare; di attivare un piano di evacuazione dei migranti dalla Libia, dove la loro vita è in pericolo a causa di violenze e soprusi che sono prassi quotidiana; di prevedere percorsi di ingresso legale in Europa per i migranti oggi costretti a dover ricorrere al traffico di essere umani in assenza di vie sicure e regolamentate; di aprire canali umanitari per chi scappa da guerre, persecuzioni ed estrema povertà e ha diritto a chiedere protezione e accoglienza in Europa".

Save the Children: l’Europa non può rimanere inerme di fronte a tali tragedie

Save the Children ritiene "assolutamente inaccettabile che l'Europa rimanga inerme di fronte alla tragedia che continua a consumarsi alle sue porte. Secondo le ultime stime disponibili, nei primi 5 mesi dell'anno, 1 persona su 14 tra quelle che hanno provato ad attraversare il Mediterraneo ha perso la vita e in questi casi i minori sono i più vulnerabili. Mentre la situazione della sicurezza in Libia peggiora giorno dopo giorno, i rifugiati e i migranti hanno poche opzioni: o rimangono intrappolati nel Paese o fuggono attraverso il Mediterraneo o il deserto nigerino. Tra loro sono tantissimi i minori, adolescenti e talvolta poco più che bambini, spesso in viaggio da soli. Secondo Save The Children "salvare vite umane deve essere la preoccupazione principale degli Stati Membri dell'Ue. E’ inoltre indispensabile che la comunità internazionale, e in primo luogo l'Europa, moltiplichi gli sforzi per realizzare vie di accesso sicure dalle aree di crisi o di transito, per evitare che decine di migliaia di persone continuino a vedersi costrette ad affidarsi ai trafficanti, mettendo in serio pericolo la propria vita, per attraversare il Mar Mediterraneo, come questa ennesima tragedia ci ha purtroppo dimostrato".


MORTI (ANCHE) NOSTRI

150 morti in mare, ma non ce ne frega niente.
Benvenuti nell’epoca del sovranismo del dolore

Ci si indigna giustamente per la questione Rackete, ma ogni volta che muoiono i migranti pochi chilometri oltre le nostre acque territoriali nessuno dice nulla. Ecco come siamo diventati sovranisti del dolore


Ma che ce ne fotte dei centocinquanta che sono morti ieri su un barcone al largo delle coste libiche. Che poi, se ci pensate, centocinquanta è un numero arrotondato, più o meno all’incirca, perché quei morti lì si arrotondano come se fossero prosciutto al bancone della salumeria - “signora sono un etto e mezzo che faccio, lascio”? E che ce ne fotte di quegli altri centocinquanta che invece si sono salvati (forse, non si sa, si presume, come al solito) e sono state riportati in Libia dove se vengono ammazzati non vengono nemmeno contabilizzati, spariscono, semplicemente? Nulla, non ce ne fotte nulla.

Chissà cosa ci si è conficcato nel cuore per insegnarci così bene a preoccuparci dei morti solo quando sono prossimi a noi, una sorta di sovranismo del dolore per cui se accade a più di qualche chilometro riusciamo a viverlo con la leggerezza di un safari. Chissà perché (giustamente) ci indigniamo per gli accaldati che stavano sulla nave di Carola Rackete e invece gli annegati riusciamo a scavalcarli come se fossero un semplice starnuto.

Centocinquanta morti (se sono veramente centocinquanta) sarebbero la peggiore tragedia di quest’anno nel Mediterraneo, roba da pelle d’oca, roba che dovrebbe rizzare i capelli a tutti e invece finisce nelle colonnine dei giornali dove si discute delle inezie. I politici, pronti a salire su una nave attraccata, non riescono a vederci nessuna opportunità nel farsi fotografare mentre parlano di Libia: non tira, non funziona, non va.

E allora tutti a convergere su questo infeltrimento generale, tutti a restringersi un po’ in un nuovo sovranismo emozionale che ci impone di occuparsi solo delle cose più vicine, dei nostri figli, dei nostri parenti più prossimi, della nostra famiglia, al massimo dei nostri vicini, tutti ad accontentarsi che la nostra regione sia tranquilla, che ce ne fotte del Paese, che la nostra città sia potabile, che il nostro quartiere sia edibile, che il nostro condominio sia sereno o addirittura che il nostro pianerottolo non ci dia troppi pensieri. Tutti chiusi come isole, senza nemmeno bisogno del Mediterraneo intorno, che al massimo cozzano tra di loro per un secondo nel lavoro o nella quotidianità, si frastagliano, si usurano. Sarebbe da capire come sia successo che non riusciamo più a sentire un lutto oltre a una certa distanza: siamo noi i naufraghi, quelli che hanno bisogno di essere asciugati.

Chissà quando riusciremo ad avere occhi per leggere i numeri, quei numeri che qui vengono violentati, anche loro, dalla propaganda che serve per rassicurare i biliosi in un gioco perverso che calpesta i cadaveri per aspirare voti: dice il ministro dell’interno (minuscolo) Matteo Salvini che quest’anno sono stati recuperati solo due corpi nel Mediterraneo, l’ha detto con un sorriso sardonico da Bruno Vespa che sardonico mimava un’intervista, e invece Missing Migrants (fonte ritenuta affidabile da tutta la comunità internazionale) parla di seicentoottantasei morti nel Mediterraneo - più centocinquanta, circa, quando saranno contabilizzati - 486 dei quali (più centocinquanta) nella rotta libica, alla faccia di chi racconta che senza le Ong non parte più nessuno. Alla faccia di chi pensa che bastino le spacconate di Salvini a fermare i fenomeni migratori. Chissà come abbiamo fatto a cedere alla propaganda che lucra sui morti come si rubano i soldi agli anziani distratti sull’uscio di casa.

Ma quei morti, no, non contano perché in fondo i morti che non arrivano cadaveri sulle nostre coste, che non vengono fotografati, in fondo sono morti che non lasciano macchie sul tappeto del nostro salotto e quindi si possono anche non contare. E non è questione solo di questo governo, no: rinchiudere i morti nel sacchetto dell’umido che chiamiamo Libia (e le sue coste e le sue porzioni di mare) è una pratica che funziona da anni qui da noi, dove ci illudiamo che i cadaveri conti o solo se ne sentiamo l’odore, ne vediamo gli occhi di vetro o ce ne commuoviamo mentre ci interrompono l’aperitivo vacanziero sulla spiaggia.

Chissà se in fondo il sovranismo non sia solo un provincialismo sentimentale che ci impedisce di vedere il mondo, il resto del mondo, e ci consente di rimanere tranquilli per i morti che possiamo mettere in carico agli altri, mica nostri.

Ieri sono morte (circa, che è una parola che taglia come una lama) centocinquanta persone e noi non abbiamo detto beh, concentrati com'eravamo sui capezzoli di Carola che sono avvenuti a casa nostra e quindi ferocemente ci riguardano. E continuiamo a scrivere di un mondo giusto ma non sappiamo nemmeno guardare un po' più in là del cancellino del nostro giardino. Beati noi che abbiamo imparato a disinfettarci dal dolore. Duri come sassi.


Restiamo umani - Settimana di Spiritualità 5-10 AGOSTO promossa dai Carmelitani di Barcellona P.G.

Restiamo umani 
Settimana di Spiritualità 
5-10 AGOSTO 
promossa
dalla 
Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)

Restiamo umani. A qualunque latitudine, facciamo parte della stessa comunità. 
Ogni uomo, ogni donna, ogni piccolo di questo pianeta, ovunque nasca e viva, ha diritto alla vita e alla dignità. Gli stessi diritti che rivendichiamo per noi appartengono anche a tutti gli altri e le altre, senza eccezione alcuna. 

«Nell’occasione in cui celebriamo il dono dell’unità e della fraternità fra i cristiani, desideriamo spiegare a tutti che per noi aiutare chi ha bisogno non è un gesto buonista, di ingenuo altruismo o, peggio ancora, di convenienza: è l’essenza stessa della nostra fede. Ci addolora e ci sconcerta la superficiale e ripetitiva retorica con la quale ormai da mesi si affronta il tema delle migrazioni globali, perdendo di vista che dietro i flussi, gli sbarchi e le statistiche ci sono uomini, donne e bambini ai quali sono negati fondamentali diritti umani: nei paesi da cui scappano, così come nei Paesi in cui transitano, come in Libia, finiscono nei campi di detenzione dove si fatica a sopravvivere. Additarli come una minaccia al nostro benessere, definirli come potenziali criminali o approfittatori della nostra accoglienza tradisce la storia degli immigrati – anche italiani – che invece hanno contribuito alla crescita economica, sociale e culturale di tanti paesi. Da qui il nostro appello perché – nello scontro politico - non si perda il senso del rispetto che si deve alle persone e alle loro storie di sofferenza». 
Appello dei cattolici e protestanti italiani in occasione della preghiera per l’unità dei cristiani, 18-25 gennaio 2019

• 5 agosto: arrivi in serata (indicazione solo per i fuori sede)
• 6-9 agosto: giorni effettivi degli incontri
• 10 agosto: partenze nella mattina (indicazione solo per i fuori sede)



IL CALENDARIO DEGLI INCONTRI

Martedì 6 agosto
Mattino (h. 9.00):  “Il sabato è fatto per l’uomo”.
                                 La missione umanizzate di Gesù
                                 (Gabriella Del Signore)

Pomeriggio (h. 16.30):  "La liturgia fonte di umanizzazione della vita
                                         (Egidio Palumbo) 


Mercoledì 7 agosto
Mattino (h. 9.00):   L’umanità del B. Tito Brandsma nel lager nazista
                                  (Alberto Neglia) 

Pomeriggio (h. 16.30):  L’antropologia trinitaria criterio di discernimento 
                                        di fronte al post-umano
                                        (Maurizio Aliotta)


Giovedì 8 agosto
Mattino (h. 9.00):  Il cristiano è chiamato a crescere
                                e a far crescere in umanità
                                (Maurilio Assenza)

Pomeriggio (h. 16.30):  Don Primo Mazzolari e la violenza 
                                        (Gregorio Battaglia)

Venerdì 9 agosto
 Mattino (h. 9.00):        La coscienza come baluardo di umanità 
                                       (Vittorio Rocca) 

Pomeriggio (h. 16.30):  L’urgenza di recuperare il senso dell’umano oggi 
                                       (Felice Scalia)



Per i fuori sede: 
portare le lenzuola e la Bibbia;

prenotarsi per telefono (090.9762800) 
solo se si è sicuri di venire

SANT'ANNA E GIOACCHINO, LA COPPIA RITENUTA INDEGNA CHE GENERÒ MARIA


SANT'ANNA E GIOACCHINO, 
LA COPPIA RITENUTA INDEGNA CHE GENERÒ MARIA

Essendo sterili e anziani non avevano avuto figli e questo era considerato per gli ebrei un segno della mancanza della benedizione e del favore divini. I due si ritirarono in disparte per pregare e ottenere da Dio la grazia che arrivò con l'annuncio di un angelo: "Anna, il Signore ha ascoltato la tua preghiera e tu concepirai e partorirai e si parlerà della tua prole in tutto il mondo"


Il culto dei genitori della Vergine Maria fu tardivo in Occidente, con inizio timido intorno al 900-1000, mentre nell’Oriente cristiano già nel VI secolo si avevano manifestazioni liturgiche rilevanti, specialmente in collegamento con le feste mariane quali la Concezione e la Natività. Fu papa Gregorio XII a unificare nel 1584 la loro festa liturgica al 26 luglio. 
Il nome di Anna deriva dall’ebraico Hannah (grazia) mentre Gioacchino significa, sempre dall’ebraico, “Dio rende forti”. Nonostante di sant’Anna ci siano poche notizie e per giunta provenienti non da testi ufficiali e canonici, il suo culto è estremamente diffuso sia in Oriente che in Occidente.

IL SILENZIO DEI VANGELI CANONICI

Paradossalmente delle due figure così importanti nella storia della salvezza non vi è alcuna traccia nei Vangeli canonici. Di loro viene trattato ampiamente nel Protovangelo di S. Giacomo, un vangelo apocrifo del II secolo. Le elaborazioni posteriori di tale documento aggiunsero via via altri particolari, che soltanto la devozione andava dettando. Anna era una israelita della tribù di Giuda, figlia del sacerdote betlemita Mathan, con discendenza quindi dalla stirpe davidica. 
Joseph Paelicnk, Sacra Famiglia con i Santi Gioacchino ed Anna

Il “Protovangelo di san Giacomo” narra che Gioacchino, sposo di Anna, era un uomo pio e molto ricco e abitava vicino Gerusalemme, nei pressi della fonte Piscina Probatica; un giorno mentre stava portando le sue abbondanti offerte al Tempio come faceva ogni anno, il gran sacerdote Ruben lo fermò dicendogli: “Tu non hai il diritto di farlo per primo, perché non hai generato prole”. Gioacchino ed Anna erano sposi che si amavano veramente, ma non avevano figli e ormai data l’età non ne avrebbero più avuti; secondo la mentalità ebraica del tempo, il gran sacerdote scorgeva la maledizione divina su di loro, per il fatto di essere sterili. 

L’anziano ricco pastore, per l’amore che portava alla sua sposa, non voleva trovarsi un’altra donna per avere un figlio; pertanto addolorato dalle parole del gran sacerdote si recò nell’archivio delle dodici tribù di Israele per verificare se quel che diceva Ruben fosse vero e una volta constatato che tutti gli uomini pii ed osservanti avevano avuto figli, sconvolto non ebbe il coraggio di tornare a casa e si ritirò in una sua terra di montagna e per quaranta giorni e quaranta notti supplicò l’aiuto di Dio fra lacrime, preghiere e digiuni. Anche Anna soffriva per questa sterilità, a ciò si aggiunse la sofferenza per questa ‘fuga’ del marito; quindi si mise in intensa preghiera chiedendo a Dio di esaudire la loro implorazione di avere un figlio. Durante la preghiera le apparve un angelo che le annunciò: “Anna, Anna, il Signore ha ascoltato la tua preghiera e tu concepirai e partorirai e si parlerà della tua prole in tutto il mondo”. Così avvenne e dopo alcuni mesi Anna partorì. Il “Protovangelo di san Giacomo” conclude: «Trascorsi i giorni necessari si purificò, diede la poppa alla bimba chiamandola Maria, ossia “prediletta del Signore”».

L’INCONTRO ALLA PORTA AUREA 

L’iconografia orientale mette in risalto rendendolo celebre, l’incontro alla porta della città, di Anna e Gioacchino che ritorna dalla montagna, noto come “l’incontro alla porta aurea” di Gerusalemme; aurea perché dorata, di cui tuttavia non ci sono notizie storiche. I pii genitori, grati a Dio del dono ricevuto, crebbero con amore la piccola Maria, che a tre anni fu condotta al Tempio di Gerusalemme, per essere consacrata al servizio del tempio stesso, secondo la promessa fatta da entrambi, quando implorarono la grazia di un figlio. Dopo i tre anni Gioacchino non compare più nei testi, mentre invece Anna viene ancora menzionata in altri vangeli apocrifi successivi, che dicono visse fino all’età di ottanta anni, inoltre si dice che Anna rimasta vedova si sposò altre due volte, avendo due figli la cui progenie è considerata, soprattutto nei paesi di lingua tedesca, come la “Santa Parentela” di Gesù.
Santi Gioacchino ed Anna con la Vergine Maria, icona bizantina

IL CULTO

Il culto di Gioacchino e di Anna si diffuse prima in Oriente e poi in Occidente (anche a seguito delle numerose reliquie portate dalle Crociate); la prima manifestazione del culto in Oriente, risale al tempo di Giustiniano, che fece costruire nel 550 circa a Costantinopoli una chiesa in onore di s. Anna. L’affermazione del culto in Occidente fu graduale e più tarda nel tempo, la sua immagine si trova già tra i mosaici dell’arco trionfale di S. Maria Maggiore (sec. V) e tra gli affreschi di S. Maria Antiqua (sec. VII); ma il suo culto cominciò verso il X secolo a Napoli e poi man mano estendendosi in altre località, fino a raggiungere la massima diffusione nel XV secolo, al punto che papa Gregorio XIII (1502-1585), decise nel 1584 di inserire la celebrazione di s. Anna nel Messale Romano, estendendola a tutta la Chiesa; ma il suo culto fu più intenso nei Paesi dell’Europa Settentrionale anche grazie al libro di Giovanni Trithemius “Tractatus de laudibus sanctissimae Annae” (Magonza, 1494). 

Gioacchino fu lasciato discretamente in disparte per lunghi secoli e poi inserito nelle celebrazioni in data diversa; Anna il 25 luglio dai Greci in Oriente e il 26 luglio dai Latini in Occidente, Gioacchino dal 1584 venne ricordato prima il 20 marzo, poi nel 1788 alla domenica dell’ottava dell’Assunta, nel 1913 si stabilì il 16 agosto, fino a ricongiungersi nel nuovo calendario liturgico, alla sua consorte il 26 luglio.

PROTETTRICE DELLA PARTORIENTI 

La madre della Vergine, è titolare di svariati patronati quasi tutti legati a Maria; poiché portò nel suo grembo la speranza del mondo, il suo mantello è verde, per questo in Bretagna dove le sono devotissimi, è invocata per la raccolta del fieno; poiché custodì Maria come gioiello in uno scrigno, è patrona di orefici e bottai; protegge i minatori, falegnami, carpentieri, ebanisti e tornitori. Perché insegnò alla Vergine a pulire la casa, a cucire, tessere, è patrona dei fabbricanti di scope, dei tessitori, dei sarti, fabbricanti e commercianti di tele per la casa e biancheria. È soprattutto patrona delle madri di famiglia, delle vedove ed è invocata nei parti difficili e contro la sterilità coniugale. Le partorienti a lei si rivolgono per ottenere da Dio tre grandi favori: un parto felice, un figlio sano e latte sufficiente per poterlo allevare
(fonte: Famiglia Cristiana 26/07/2019)


PRIMA GLI ESSERI UMANI Poveri di tutto il mondo, unitevi!

PRIMA GLI ESSERI UMANI
Poveri di tutto il mondo, unitevi!


La miseria materiale si accompagna sempre più spesso a solitudine e emarginazione. Per combatterla occorre solidarietà tra chi sta in basso
DI ABOUBAKAR SOUMAHORO




Nel corso degli ultimi anni, la letteratura accademica ha trattato approfonditamente il tema della povertà materiale declinandolo in povertà assoluta o estrema, che fa riferimento alla condizione nella quale versano le persone impossibilitate a soddisfare i bisogni di base, e in povertà relativa, che esprime l’incapacità e le difficoltà economiche nella fruizione di beni e servizi in rapporto al livello economico medio di un paese.

Questi due parametri della povertà materiale si manifestano anche attraverso «carestia, malnutrizione, accesso limitato all’istruzione e ai servizi di base, discriminazione sociale, esclusione e mancanza di partecipazione al processo decisionale. Oggi, più di 780 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà internazionale. Più dell’11 per cento della popolazione mondiale vive in condizioni di estrema povertà e lotta per soddisfare i bisogni di base come la salute, l’istruzione, l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari. Oltre 160 milioni di bambini rischiano di rimanere in condizioni di estrema povertà entro il 2030» secondo le Nazioni Unite.
La povertà materiale, che sia essa relativa o assoluta, interessa anche milioni di lavoratori e di lavoratrici per la natura precaria del lavoro e dei bassi salari che li confina al contempo in una precarietà socio esistenziale. Secondo i dati recentemente diffusi dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat), in Italia la povertà assoluta interessa circa 5 milioni di persone mentre quella relativa riguarda quasi 9 milioni di individui. Secondo questo dato, la povertà materiale colpisce14 milioni di persone in Italia, ovvero circa il 23,4 per cento dell’intera popolazione.

Il dramma della povertà materiale insieme alla sua intensità divora, in modo sistematico, ogni giorno milioni di persone ai quattro angoli del mondo. Purtroppo, le società odierne tendono a stigmatizzare le persone impoverite per la loro condizione di povertà subita. Queste persone, definite “parassiti della società”, vengono ghettizzate urbanisticamente e relegate nelle periferie che diventano luoghi di solitudini parallele e che non consentono di trasformare il sentimento di disperazione in una condivisa consapevolezza politica. In questo contesto diventa più facile indirizzare la frustrazione verso chi sta peggio. Tutto ciò favorisce di fatto il sorgere di una povertà delle coscienze.

La povertà materiale dei nostri giorni è accompagnata da una povertà immateriale che continua a erodere valori e principi indispensabili alla nostra comunità. Per uscire dalla povertà immateriale serve un risveglio delle coscienze anche attraverso una indispensabile rivoluzione spirituale e politica. Questo processo, oltre ad analizzare il presente, dovrebbe avere come principale vocazione la messa in discussione dello stesso con la finalità di cambiarlo. La crisi che viviamo, caratterizzata dalla decadenza di civiltà, va affrontata nelle dimensioni materiali ed immateriali.

Oggi abbiamo più che mai bisogno di una rivoluzione spirituale capace di accendere le luci della speranza andando oltre il presentismo ed il suo cannibalismo. Se oggi non riusciamo a definire chi siamo, chi vogliamo essere e in quale tipo di contesto vogliamo vivere non possiamo proiettarci verso una società più giusta ed equa. Definire un orizzonte migliore vuol dire innanzitutto entrare in relazione con i sentimenti delle persone che vivono in povertà, in precarietà lavorativa e socio-esistenziale, in umiliazioni e in privazioni. Questo processo susciterebbe la costruzione di una solidarietà intesa come condivisione di bisogni comuni tra soggetti simili e diversi. La solidarietà è la spina dorsale dell’umanità in una prospettiva umana e per una società più sociale. Questa solidarietà umana, che va difesa e tutelata, permetterebbe un’equa ridistribuzione delle ricchezze indispensabile a fronteggiare la povertà. Rinunciare alla solidarietà equivale a soccombere alla disumanità e ad abdicare alla nostra umanità.

In questa prospettiva, si dovrebbe stigmatizzare la povertà e non i poveri con l’ambizione di una più ampia e diffusa prosperità per tutti gli esseri umani. Tuttavia sarebbe abbastanza irrealistico pensare che i sostenitori degli odierni processi di accumulazione, proprio dell’attuale paradigma economico, possano farsi promotori di soluzioni volte a contrastare la povertà. Solamente, una salda unione tra le persone immiserite e impoverite in rivolta, resistendo agli stratagemmi di divisione adoperati dalle classi dominanti per continuare a esercitare la loro egemonia, sarebbe capace di avviare un percorso per sconfiggere ogni forma di povertà, sia essa materiale che immateriale.



giovedì 25 luglio 2019

Marco Politi “La solitudine di Francesco” - Recensione di Aldo Pintor


Marco Politi
“La solitudine di Francesco”

Recensione di Aldo Pintor



Davvero con piacere recensisco quest'ultima fatica letteraria del vaticanista Marco Politi “La solitudine di Francesco” (Laterza, p. 238, € 16,00). Un libro di cui al giorno d'oggi c'è assolutamente bisogno, perchè la sua lettura dà conforto a chi ancora si sforza di credere nell'umanità e nella fratellanza umana. Purtroppo chi ha questa sensibilità oggi vive con grande disagio e non di rado viene spesso trattato come un criminale da chi vede sdoganati i suoi peggiori sentimenti.

Già dalla breve frase posta all'inizio del libro “Come se camminasse per le strade della Galilea” l'autore suggerisce un parallelismo tra Gesù e Francesco, e questa somiglianza è in realtà la chiave di lettura dell'intero volume. Infatti, il Papa venuto dalla fine del mondo, come simpaticamente viene chiamato Bergoglio, esercita il suo ministero cercando di camminare sulle tracce del suo maestro Gesù di Nazareth che circa duemila anni fa ha calpestato la polvere sulle strade della Galilea (terra emblematica dove il popolo di Israele in qualche modo si mescolava con tutti gli altri popoli ed era appunto chiamata Galilea delle genti). Quello che caratterizza questo loro peregrinare tanto di Gesù quanto di Francesco è la ricerca di tutti i loro fratelli in umanità a cominciare da coloro che sono esclusi dalle norme sociali e religiose per incontrarli soprattutto nei loro luoghi di sofferenza. Nel libro si sottolinea proprio questo aspetto del pontificato di Bergoglio. Voler incontrare tutti gli uomini soprattutto se afflitti come quel bambino triste della periferia romana che da poco aveva perso il padre che era ateo ma buono e si chiedeva preoccuppato se ora era in Paradiso. Ovviamente la risposta del Papa non poteva che essere volta a mostrare il volto misericordioso di Dio e quindi a consolarlo

Nel libro emerge chiaro come Francesco sia un papa che svolge il suo ministero in qualche modo in solitudine pur amando la compagnia degli uomini come in definitiva la amava Gesù (infatti chi è con Gesù non è mai in solitudine). Solo se si è liberi dai condizionamenti umani si può seguire con indipendenza e fedeltà il Vangelo e affrontare con un sentimento di fratellanza umana i travagli e le tempeste della vita. Altro aspetto del Pontificato di Francesco è il suo lavorare coerentemente per costruire una chiesa più sinodale.

Il libro è suddiviso in capitoli brevi che approfondiscono il tema dell'annuncio evangelico nel travagliato mondo contemporaneo. E questo annuncio non può che essere quello che riguarda Dio di Gesù di Nazareth. Il Dio fatto uomo che, oltre duemila anni, ha attraversato le strade della Palestina, ed è stato annunciato dai quattro Evangelisti.

Leggendo si passano in esame tutti i discorsi di Francesco oltre che i gesti e gli incontri che ha avuto e si esaminano le critiche che riceve, purtroppo, anche dentro la Chiesa. Questa tensione da cui è caratterizzato il suo Pontificato nasce perchè non sempre le soluzioni di Bergoglio sono accettate. Ancora troppi vorrebbero una chiesa gerarchica con i suoi privilegi.

Gli aspetti più innovativi del suo pontificato riguardano il modo che dentro la Chiesa deve ricoprire la donna, la lotta alla diseguaglianza sociale e il messaggio ecologico. Questi sono i temi urgenti su cui c'è il dovere di intervenire senza apettare.

Ovviamente una parte importante è dedicata alla Chiesa e alla società italiana dove da decenni le gerarchie ecclesiali hanno ostacolato il sorgere di voci cattoliche inpegnate (i famosi cattolici adulti temuti da parte delle gerarchie e di cui si è parlato alcuni anni fa) per creare una sorta di religione civile assolutamente antievangelica. Infatti non è un caso che in Italia esponenti del governo che hanno in spregio qualunque precetto evangelico vengano applauditi da sedicenti cristiani (chiamati cristiani del campanile) che fanno prevalere le proprie paure e i loro interessi di stirpe sul messaggio di fratellanza universale annunciatoci da Gesù di Nazareth. Ecco perchè Politi conclude il suo libro con la frase “Bisogna sorreggere Francesco”.



La fraternità: nuova frontiera del cristianesimo di Enzo Bianchi

#cuoredinapoli progetto di arte relazionale in corso nella città partenopea
La fraternità: 
nuova frontiera del cristianesimo
di Enzo Bianchi

Vita Pastorale - Rubrica “Dove va la chiesa” - Luglio 2019

Con sempre maggior frequenza si parla oggi di crisi della paternità e anche della maternità, ma ritengo che nel nostro occidente si debba cogliere, alla radice di tali fenomeni, una crisi della fraternità molto attestata. Possiamo constatarla nel nostro paese dove, secondo autorevoli e puntuali letture sociologiche, sono cresciuti il rancore e la cattiveria e, attraverso la negazione di molti legami sociali, si nega la fraternità.

La fraternità come vincolo e bene essenziale alla convivenza e alla comunità, la fraternità come impegno universale è stata un’“invenzione” del cristianesimo, anche se il sentire comune la colloca all’interno della celebre triade coniata dalla rivoluzione francese: “liberté, egalité, fraternité”. Lungo i secoli, per la libertà e l’uguaglianza si è combattuto; la fraternità, invece, non ha ricevuto l’attenzione che sarebbe stata necessaria affinché libertà e uguaglianza fossero affermate con un fondamento. Esiste un diritto alla libertà e un diritto all’uguaglianza, due concetti che possono essere specificati: libertà di espressione, di movimento, uguaglianza di genere, ecc. La fraternità, invece, non ha genitivo e non può riguardare un individuo ma solo la communitas: non c’è fraternità del singolo! Per vivere la fraternità occorre sempre che ci sia l’altro e che sia affermata la relazione, la quale resta la nostra prima vocazione.

Sull’urgenza della fraternità è tornato a più riprese anche papa Francesco. Senza moltiplicare i testi e i riferimenti ai gesti da lui compiuti – penso in particolare all’importante documento “Sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” firmato il 4 febbraio scorso ad Abu Dhabi insieme al Grande Imam di Al-Azhar –, ricordo solo quanto scriveva il 6 gennaio scorso in una lettera alla Pontificia accademia per la vita:

È tempo di rilanciare una nuova visione per un umanesimo fraterno e solidale dei singoli e dei popoli. Dobbiamo rimettere in primo piano la fraternità universale, seminata dal Vangelo del regno di Dio. Dobbiamo riconoscere che la fraternità rimane la promessa mancata della modernità. Il respiro universale della fraternità che cresce nel reciproco affidamento – all’interno della cittadinanza moderna, come fra i popoli e le nazioni – appare molto indebolito. La forza della fraternità è la nuova frontiera del cristianesimo.

Ebbene, di fronte alle patologie che ammorbano la nostra convivenza fino a minacciare la vita democratica, di fronte alle paure che sono una minaccia rinfocolata da poteri e interessi politici, di fronte al rancore che rischia di esplodere in violenza, ma anche di fronte alla globalizzazione dell’indifferenza di molti, occorre ripensare la fraternità. Fraternità come fondamento e ragione per una necessaria fiducia nella convivenza; fraternità come solidarietà tra membri di una convivenza in vista del bene comune; fraternità come incessante ricostruzione di ponti, di riconciliazioni religiose, culturali ed etniche. Ci si guardi però dal trasformare la fraternità in una parola d’ordine, nel motto del momento; si tratta invece di percepirla come la sfida, l’urgenza che determinerà anche il futuro della vita ecclesiale e del suo collocarsi nella compagnia degli uomini.
Tale cammino si fonda sulla consapevolezza che la chiesa è chiamata a essere “fraternità” non perché questa sia una sua immagine metaforica, ma perché è il suo nome proprio, la sua essenza: la chiesa, o è una fraternità oppure non è chiesa di Cristo! Non potendo approfondire la questione come meriterebbe, mi limito a ricordare alcuni dati essenziali. Innanzitutto, Gesù ha insistito con forza sulla fraternità. Nel vangelo secondo Matteo c’è un insieme di suoi detti che si rivela decisivo al riguardo: “Voi non fatevi chiamare ‘rabbi’, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate ‘padre’ nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. E non fatevi chiamare ‘guide’, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo” (Mt 23,8-10). Fondamento della fraternità è dunque Dio, il Padre di tutti, e affinché questa verità sia affermata in modo assoluto, nessuno chiami “padre” un altro sulla terra ma, invocando Dio quale Padre unico, tutti si sentano figli e figlie e, di conseguenza, fratelli e sorelle tra loro. Tale fraternità è rafforzata dall’avere come unico Maestro il Cristo, quali con-discepoli alla sua sequela.

Tra con-discepoli non vi è possibilità di un legame diverso dalla fraternità: “Voi siete tutti fratelli”! Lo siamo – ci dice Gesù – prima di volerlo diventare e prima di comprendere questa verità che possiamo smentire e sfigurare. Se Caino era fratello di Abele in una fraternità biologica (cf. Gen 4), in Cristo siamo fratelli tra di noi e figli dell’unico Padre, in una fraternità molto più radicale, generata dallo Spirito di Cristo che ci è stato dato, il quale ci permette di invocare Dio quale “Abba, Padre” e ci fa sentire la comunione delle nostre vite con la vita stessa di Cristo (cf. Rm 8,14-17). Gesù Cristo “non è arrossito nel chiamarci fratelli” (Eb 2,11), ma ha voluto essere fratello tra di noi, ha voluto essere chiamato “il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29; cf.Col 1,18).

Dobbiamo inoltre rilevare come nella Prima lettera di Pietro la chiesa sia chiamata “fraternità” (adelphótes). Proprio nel testo in cui la chiesa è letta come “edificio spirituale, gente santa, sacerdozio regale e popolo di Dio” (cf. 1Pt 2,4.9), essa è anche chiamata adelphótes, termine in precedenza assente nella lingua greca, che vuole designare una realtà, non una virtù indicata come “amore fraterno” (philadelphía). Pietro, l’apostolo sul quale Gesù ha edificato la sua chiesa (ekklesía: Mt 16,18), non definisce la chiesa stessa con questo termine, ma ricorre a “fraternità”. Egli invita ad amare la fraternità, cioè la comunità ecclesiale: “Onorate tutti, amate la fraternità, adorate Dio” (1Pt 2,17). “Fraternità” non è dunque un’immagine, una virtù, ma designa la realtà stessa della chiesa generata da Gesù Cristo, presente nel mondo come chiesa locale e chiesa cattolica (cf. 1Pt 5,9): la chiesa è una fraternità in cui si vive l’amore fraterno. Dispiace che, già a partire dal IV secolo, il termine “fraternità”, nome proprio indicante la realtà della chiesa, sia praticamente scomparso e ancora oggi non si sia sufficientemente attestato come luogo eminente di ecclesiologia.

D’altra parte, si deve salutare con gioia il riemergere di questo tema nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco, in cui sono numerose le indicazioni riguardo all’urgenza di una chiesa fraterna. Francesco parla di “Vangelo della fraternità” (EG 179), chiede che non ci si lasci rubare l’ideale dell’amore fraterno (cf. EG 101), vuole che tutti i cristiani non perdano il fascino della fraternità (cf. EG 179) e sentano come attraente la comunione fraterna (cf. EG 99). Il papa evoca addirittura l’immagine di una chiesa come “carovana solidale, in un santo pellegrinaggio” (EG 87) dove tutti insieme si cammina per le strade del mondo, condividendo le fatiche e le gioie del duro mestiere del vivere. Una chiesa come quella intravista da Francesco sarà dunque sinodale, capace di fare cammino insieme (sýn-odós): insieme, dal papa, ai vescovi, ai presbiteri, fino all’ultimo fedele. Dicevano i pagani in riferimento ai primi cristiani: “Guarda quanto si amano vicendevolmente!”, e il papa vuole che lo si dica anche oggi, vuole che lo dicano i non cristiani guardando a una chiesa fraterna.

La fraternità-sororità è un compito che sta sempre davanti a noi. Essa va costruita giorno dopo giorno perché non è spontanea, anche se è inscritta nelle generazioni umane. Quando è realmente vissuta, la fraternità chiede che regni l’uguaglianza tra coloro che si dicono fratelli e sorelle; chiede che la dignità sia discernibile in ogni uomo perché uomo, in ogni donna perché donna; chiede che sia riconosciuta quella libertà che non offende gli altri; chiede che ognuno si prenda cura dell’altro e viva con lui il legame fraterno, cioè “ami l’altro come se stesso” (cf. Lv 19,18; Mc 12,31 e par.).

Infine, l’orizzonte della fraternità è sempre aperto al futuro: ogni essere umano prima o poi se ne va, ma dopo di lui restano i figli, resta la comunità costituita dalle nuove generazioni. Ecco perché pensare e costruire relazioni di fraternità significa lavorare per la qualità della vita di chi verrà dopo di noi. E chi comprende il suo essere debitore verso quanti lo hanno preceduto, sente a sua volta di avere una responsabilità nei confronti degli altri e del futuro collettivo dell’umanità intera. Questa è una via attraverso cui è possibile scoprire e assumere l’etica, che è sempre un costruire insieme la fraternitas, in modo da vivere con gli altri nel rispetto, nella giustizia, nella collaborazione, nella solidarietà; in modo da godere insieme della pace e della vita piena, fino a poter sperare insieme.


mercoledì 24 luglio 2019

Immigrazione, card. Montenegro: la stella sia il Vangelo, non la politica



Immigrazione, card. Montenegro:
la stella sia il Vangelo, non la politica
 
Il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, esorta a leggere il fenomeno dei flussi migratori seguendo gli insegnamenti del Vangelo e non gli allarmismi della politica che cavalca la sindrome della paura


I cristiani hanno il dovere di leggere la realtà dell’immigrazione con la prospettiva del Vangelo e non con lo sguardo della politica influenzato da specifici interessi. A questa differenza di prospettiva il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, lega due diversi modi di inquadrare la questione dei flussi migratori. In una terra come la Sicilia, accogliere i forestieri “è una cosa normale” ma negli ultimi tempi, osserva, la “politica è cambiata”: “si cavalca la sindrome della paura”, si chiude la porta, “soprattutto quella del cuore”. La disinformazione, aggiunge l’arcivescovo di Agrigento, alimenta la paura. L’Unione Europea si rivela inoltre una “unione degli egoismi” che al centro non pone l’uomo ma l’economia. Il problema non è la migrazione: il vero nodo, sottolinea il cardinale Montenegro intervistato da Claudia Zaisel, è l’ingiustizia sociale.

R. – L’accoglienza da noi è una cosa normale. Lampedusa è più vicina all’Africa che alla Sicilia e i lampedusani sono stati sempre abituati a sentir bussare alle porte. Erano marinai della Tunisia e loro li accoglievano in casa. È stata interessante l’accoglienza data agli immigrati, soprattutto a Lampedusa: su cinquemila abitanti, c’erano 10 mila immigrati. Chi non poteva fare qualcosa per loro metteva a disposizione il termos con il caffè o il thè in modo che chi aveva sete poteva bere. Faceva entrare il migrante in casa per prendere qualcosa da mangiare, per lavarsi. Qualcosa è cambiato, perché ultimamente la politica è cambiata: si cavalca la sindrome della paura. E in questa situazione qualcuno - proprio perché parlano tutti di paura, di terroristi - chiude la porta. Soprattutto chiude la porta del cuore. La disinformazione sta portando all’aumento della paura: la gente non è capace di giudicare la verità di quello che viene detto, per cui resta schiacciata e impressionata da quello che si dice. Noi come cristiani abbiamo il dovere di leggere questa realtà con il Vangelo: io non posso leggerlo con i canoni della politica perché ci sono altri interessi, altri giochi.

L’Italia per molto tempo è stata anche lasciata sola. Cosa si aspetta dall’Unione europea dopo le nuove elezioni del Parlamento e della Commissione europea?

R. – Cosa mi aspetto? Cosa già ci aspettavamo e non c’è stato. Io sono stato ospite del presidente del Consiglio europeo. Sono stato a Strasburgo, a Bruxelles. Sono stato anche a Ginevra a parlare perché ero presidente di Caritas e di Migrantes. Lì mi fu detto con estrema chiarezza: se tutti i Paesi non la pensano nella stessa maniera, è impossibile trovare soluzioni. Però la cosa più pesante è il fatto che l’Europa abbia messo al centro l’economia, la finanza: non c’è l’uomo. Nell’Unione europea - io non la chiamo Unione europea, io leggo Ue come “unione degli egoismi” - ci sono tanti egoismi messi insieme che non riescono a fare comunità, anche se fingiamo che ci sia una comunità. Il problema non è la migrazione: è l’ingiustizia sociale. C’è un’Europa che è responsabile di come va l’Africa: se l’Africa non va bene la gente la scappa è perché l’Europa ha giocato con le risorse e con le persone africane. Io, quando sento parlare i politici, sento parlare soltanto di bianchi e neri: il fatto che ci siano 245 milioni di migranti nel mondo, che qualcuno definisce come il sesto continente, è un problema legato all’essere bianco o nero oppure è il sintomo di qualcosa che non funziona? quale futuro ci sarà in queste nazioni dove stanno andando via tutti i giovani?



Omelia p. Alberto Neglia (VIDEO) - XVI domenica Tempo Ordinario (C) - 21/07/2019




Omelia p. Alberto Neglia

- XVI domenica Tempo Ordinario (C) -
21/07/2019


Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


... Gesù tutti vuole coinvolgere ed a tutti vuole fare conoscere la tenerezza e la bontà di Dio ...
Gesù non ci vuole distogliere dall'impegnarci per gli altri, Gesù ci sta dicendo... che a fondamento di tutti i servizi, di tutte le attenzioni..., di tutti gli impegni... ci deve essere l'ascolto ...
Questo stare in ascolto oggi, per me, è urgente, a partire dagli ambiti più ristretti, ma più fondamentali come quello della famiglia dove non ci si ascolta più ... ognuno sta per i fatti propri ...
Gesù ci sta dicendo che a fondamento di tutto quello che dovete fare ci deve essere l'ascolto di Dio attraverso la Parola... ma non è solo quella scritta ... se ci lasciamo davvero educare, istruire, illuminare dalla Parola di Gesù e plasmare, piano piano si aprono i nostri occhi e scopriremo che il fratello che ci sta accanto, se lo ascoltiamo nei bisogni, è Gesù che ci interpella, anche lui diventa parola di Dio...

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24 LUGLIO, MISSIONARI IN PIAZZA - L'appello di Padre Alex Zanotelli


24 LUGLIO, MISSIONARI IN PIAZZA
Padre Alex Zanotelli chiede al mondo missionario di mobilitarsi davanti al parlamento contro l’approvazione del decreto sicurezza bis. Che criminalizza ulteriormente chi soccorre i migranti in mare.
di Alex Zanotelli

Nella foto: proteste dei cattolici il 18 luglio nella rotonda dell'edificio del Russell Senate a Washington, contro la politica americana di separazione delle famiglie di migranti e la detenzione di bambini immigrati al confine. Furono arrestate una settantina di persone, tra cui una suora novantenne.


Da missionario mi appello a voi missionari/e perché il dramma dei migranti ci interpella direttamente e personalmente. Ci giochiamo tutto come missionari/e su questa questione fondamentale. È in ballo lo stesso concetto di missione.

Mi appello a tutti i missionari/e, ma soprattutto a quelli che risiedono a Roma, perché il 24 luglio ci uniamo ai tanti cittadini, associazioni, realtà di base come Restiamo Umani, che si sono dati appuntamento davanti al parlamento (Piazza Montecitorio) per gridare la loro indignazione contro il decreto sicurezza bis, che quel giorno rischia di essere votato dalla Camera sotto minaccia della fiducia. Se questo decreto diventasse legge, diventerà reato soccorrere migranti in mare.

È ormai guerra dichiarata da parte del governo giallo-bruno contro le navi delle ong che salvano profughi e migranti, molti in fuga dalla guerra in Libia e dai lager libici. Siamo di fronte a un crimine di stato!

Noi missionari, che siamo stati ospiti di questi popoli in fuga, chiediamo al parlamento italiano che rigetti questo decreto criminale che condanna a morte uomini e donne inermi e innocenti.

Mi auguro che possiamo ritrovarci in tanti, missionari/e in Piazza Montecitorio dalle ore16.00 alle 20 del 24 luglio. Ci hanno dato uno straordinario esempio i preti e le suore americane che, a Washington, per protestare contro le politiche migratorie razziste di Trump, sono stati arrestati (è finita in cella anche una suora di 90 anni!).

Noi del Digiuno di Giustizia che, da un anno, ogni primo mercoledì del mese digiuniamo davanti al parlamento, saremo presenti digiunando. E chiedo poi a tutti i missionari/e d’Italia di digiunare con noi anche per sentire sulla nostra pelle l’enorme sofferenza di questi fratelli e sorelle.

Chi non potrà essere a Roma, può scrivere ai parlamentari che conosce, esprimendo il proprio dissenso tramite email che troveranno sul sito del Senato e della Camera
Diamoci da fare perché vinca la Vita!
(fonte: Nigrizia)



Papa Francesco scrive ad Asad - Chiede iniziative concrete per la popolazione

Papa Francesco scrive ad Asad -
 Chiede iniziative concrete per la popolazione

La lettera del Papa al dittatore Bashar Hafiz al-Asad e la scomparsa di Paolo Dall'Oglio
(a cura Redazione "Il sismografo")

Riceviamo e pubblichiamo volentieri
Cari amici,
il cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, ieri nella breve ma molto chiara intervista concessa al sito VaticanNews, interpellato sui "prigionieri politici" in Siria ha risposto con coraggio e onestà e soprattutto senza nascondersi dietro retoriche diplomatiche, a questo punto del tutto inutili.
Il cardinale ha detto: "Sì, a Papa Francesco sta particolarmente a cuore anche la situazione dei prigionieri politici, ai quali – egli afferma – non si possono negare condizioni di umanità. Nel marzo 2018 l’Independent International Commission of Inquiry on the Syrian Arab Republic ha pubblicato una relazione a questo proposito, parlando di decine di migliaia di persone detenute arbitrariamente. A volte in carceri non ufficiali e in luoghi sconosciuti, essi subirebbero diverse forme di tortura senza avere alcuna assistenza legale né contatto con le loro famiglie. La relazione rileva che molti di essi purtroppo muoiono in carcere, mentre altri vengono sommariamente giustiziati."
Cari amici, mi conoscete e sapete quanto io, come tanti altri, da tanti anni portiamo nel cuore la sofferenza della mancanza del nostro caro padre Paolo Dall'Oglio, scomparso in Siria oltre sei anni fa perché, si dice, rapito da estremisti islamici vicini al gruppo al-Qāʿida. Vi ho scritto in passato per ragionare insieme a voi sul perché io ed altri non abbiamo mai creduto a questa versione. 
La nostra convinzione è un'altra e ci dice dal primo momento che nella la scomparsa di Paolo Dall'Oglio c'entra - e come! - il dittatore al-Assad e la sua feroce e oscura polizia politica, responsabile di migliaia di crimini orrendi.
Ecco perché leggendo questo passaggio, sopracitato, dell'intervista rilasciata dal cardinale Parolin, io ed altri abbiamo pensato a padre Dall'Oglio. A nostro avviso Paolo potrebbe essere stato protagonista involontario di una delle tante situazioni terribili che descrive il Segretario di Stato. 
Forse un giorno seguendo questa pista si potrà arrivare alla verità.
Intanto come ogni giorno offriamo le nostre preghiere per Paolo.
Grazie per il vostro lavoro.
Parigi, 23 luglio 2019 - e-mail firmato con preghiera di non diffondere il nome
Originale in francese. Traduzione "Il sismografo"



Continuano le azioni di guerra e i bombardamenti ai danni dei civili inermi: distrutte o chiuse decine di strutture sanitarie ad Idlib: Francesco fa recapitare dal cardinale Turkson una sua lettera per il Presidente siriano

Protezione della vita dei civili, stop alla catastrofe umanitaria nella regione di Idlib, iniziative concrete per un rientro in sicurezza degli sfollati, rilascio dei detenuti e l’accesso per le famiglie alle informazioni sui loro cari, condizioni di umanità per i detenuti politici. Insieme a un rinnovato appello per la ripresa del dialogo e del negoziato con il coinvolgimento della comunità internazionale. Sono queste le preoccupazioni e le richieste concrete contenute in una lettera che Papa Francesco ha voluto indirizzare al Presidente siriano Bashar Hafez al-Assad. La missiva del Pontefice, che porta la data del 28 giugno scorso, è stata recapitata in queste ore dal cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Il porporato, latore del documento scritto in lingua inglese, era accompagnato dal Rev. P. Nicola Riccardi, O.F.M., Sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, e dal cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria. Sul contenuto e gli scopi della lettera Vatican News ha intervistato il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, primo collaboratore del Pontefice.


Guarda il servizio di Tg2000
Siria, Papa Francesco invia lettera ad Assad per tutelare i civili



Dall’inizio del Pontificato, Papa Francesco ha levato la sua voce per la Siria, facendosi interprete del dolore di un popolo sofferente, chiedendo l’intervento della comunità internazionale per far cessare le armi, offrendo aiuto concreto ai rifugiati e lodando l’impegno di alcuni Paesi in loro favore



GUARDA IL VIDEO
SCHEDA/Siria, una delle più grandi crisi umanitarie


martedì 23 luglio 2019

Bibbiano, l’inferno continua: la politica si scanna e a pagare saranno i bambini di tutta Italia di Flavia Perina

Bibbiano, l’inferno continua: 
la politica si scanna
 e a pagare saranno i bambini 
di tutta Italia 
di Flavia Perina





La politica di serie A dei capi partito ha deciso di scontrarsi in modo feroce sul tema scivoloso dei diritti dei minori. Ma quando un tema così delicato diventa una questione di schieramento, un conflitto culturale e tra partiti, non c’è mai da aspettarsi niente di buono

La chiameremo la guerra dei bambini. Esiste da qualche tempo ma è stata dichiarata formalmente con il Caso Bibbiano, che ha visto la politica – quella di Serie A, dei leader, dei capi di partito - entrare sul campo delicatissimo dei diritti dei minori per avviare un conflitto improvviso e durissimo. Per capire la guerra dei bambini bisogna partire dall’assetto particolarmente scivoloso delle nostre norme in materia di abusi famigliari, dove i tre soggetti che gestiscono altri tipi di controversie o violenze – giustizia civile, giustizia penale, giustizia minorile – sono tutti contemporaneamente in campo, però senza parlarsi, così come non si parlano i diversi mondi adulti che ruotano intorno alla vita dei minori: la scuola, la parrocchia, i parenti, i vicini, l’assistenza sociale gestita dai Comuni.


Così nascono storie come quella di Veleno, nella Bassa Modenese, 16 minori sottratti alle famiglie nel ’97 per il sospetto che fossero utilizzati in riti satanici con omicidi rituali: la giustizia penale non se ne occupò mai, morti non ce n’erano, non c’erano nemmeno prove concrete dell’esistenza di una setta, eppure i bambini furono portati via e nessuno tornò più dai suoi genitori. Bibbiano è in qualche modo “figlio” di questa storia, perché due degli assistenti sociali che gestirono il primo caso sono indagati anche per le vicende della Val D’Enza e della Onlus Hansel e Gretel che ne gestiva i servizi. L’affidamento a terzi di bambini, abbiamo scoperto grazie a questa vicenda, è un buon affare per gli psicologi e gli affidatari. Così buono che nasce l’ovvio sospetto di interessi economici talvolta prevalenti rispetto a considerazioni di merito.

Ora che la guerra dei bambini è scoppiata, ... 

Trasformare Bibbiano nello spartiacque tra un “prima” che colpevolizzava falsamente le famiglie per favorire affidatari senza scrupoli e un “dopo” nel quale la famiglia recupera un suo potere esclusivo sui bambini è un’operazione che danneggerà gli interessi e le vite di molti soggetti deboli, per i quali l’unica speranza contro le botte e la paura è appunto “l’interferenza” di un soggetto pubblico, che sappia guardare e intervenire. Dobbiamo aver paura di ogni approccio ideologico alla questione dell’educazione e della tutela dei minori,ma soprattutto dobbiamo temere una società che si gira dall’altra parte davanti ai lividi di un bambino dicendo: non sono affari nostri.

Leggi il testo integrale:
- Dal sito di Linkiesta 


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