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giovedì 28 luglio 2016

Viaggio di Papa Francesco in Polonia - XXXI Giornata Mondiale della Gioventù - Arrivo a Cracovia - Incontro con le autorità - Incontro con i vescovi (testi, foto e video)

 27 luglio 2016 

Al suo arrivo, poco dopo le 16, all’aeroporto internazionale di “Giovanni Paolo II” di Balice-Cracovia, il Santo Padre è stato accolto dalle principali autorità civili ed ecclesiastiche, a partire dal presidente della Repubblica di Polonia, Andrzej Duda e dal cardinale arcivescovo di Cracovia, Stanisław Dziwisz. Assieme a loro migliaia di fedeli comuni, in uno sbandierio di colori bianco-gialli e bianco-rossi.

Mentre sullo sfondo risuonavano senza soluzione di continuità i canti di accoglienza, alla discesa del Vescovo di Roma dalla scaletta dell’aereo, lo speaker ha proclamato in italiano: “Benvenuto a Cracovia!”.
Dopo l’esecuzione degli inni, degli onori militari e la rituale presentazione delle rispettive delegazioni, Francesco è stato accompagnato nel cortile del Wawel, per l’incontro con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico.

Cerimonia di accoglienza Guarda il video

Papa Francesco è arrivato sotto la pioggia – alle 17,15, con un quarto d’ora di ritardo rispetto alla tabella di marcia – percorrendo l’ultimo tratto in “papamobile scoperta”, al suo primo appuntamento pubblico in terra di Polonia. 

Una grande folla di ragazzi, arrivati da 178 paesi, ha salutato il passaggio di Papa Francesco nel centro di Cracovia mentre si recava al Wawel per l'incontro con le autorità dello Stato polacco. 

Il Castello di Wawel, luogo classico della storia città di Cracovia, per cinque secoli luogo del regno della Polonia, è stato il teatro dell’incontro con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico: circa 800 persone lo hanno accolto nel Cortile d’onore, per ascoltare prima il discorso del presidente della Repubblica e poi il discorso del Papa, che è stato salutato da monsignor Stanislaw Gadechi, presidente dei vescovi polacchi. Al termine, il presidente e la consorte accompagneranno il Papa all’intero del Palazzo per l’incontro privato: poi la visita di cortesia, con il Papa e il presidente nella Sala degli Uccelli, e l’incontro tra il cardinale segretario di Stato, il nunzio, il primo ministro e altre autorità governo polacco. Ha fatto seguito la presentazione della famiglia del presidente polacco al Papa e lo scambio doni: quello del Papa è una medaglia del viaggio in formato grande. 




Signor Presidente,
Distinte Autorità,
Distinti Membri del Corpo Diplomatico,
Magnifici Rettori,
Signore e Signori,

Saluto con deferenza il Signor Presidente e lo ringrazio per la generosa accoglienza e per le cortesi parole. Sono lieto di salutare i distinti membri del Governo e del Parlamento, i Rettori universitari, le Autorità regionali e cittadine, come pure i membri del Corpo Diplomatico e le altre Autorità presenti. È la prima volta che visito l’Europa centro-orientale e sono lieto di iniziare dalla Polonia, che ha avuto fra i suoi figli l’indimenticabile san Giovanni Paolo II, ideatore e promotore delle Giornate Mondiali della Gioventù. Egli amava parlare dell’Europa che respira con i suoi due polmoni: il sogno di un nuovo umanesimo europeo è animato dal respiro creativo e armonico di questi due polmoni e dalla comune civiltà che trova nel cristianesimo le sue radici più solide. ...

Nella vita quotidiana di ogni individuo, come di ogni società, vi sono però due tipi di memoria: buona e cattiva, positiva e negativa. La memoria buona è quella che la Bibbia ci mostra nel Magnificat, il cantico di Maria, che loda il Signore e la sua opera di salvezza. La memoria negativa è invece quella che tiene lo sguardo della mente e del cuore ossessivamente fissato sul male, anzitutto su quello commesso dagli altri. Guardando alla vostra storia recente, ringrazio Dio perché avete saputo far prevalere la memoria buona...

Così la nobile nazione polacca mostra come si può far crescere la memoria buona e lasciar cadere quella cattiva. Per questo si richiede una salda speranza e fiducia in Colui che guida i destini dei popoli, apre porte chiuse, trasforma le difficoltà in opportunità e crea nuovi scenari laddove sembrava impossibile. Lo testimonia proprio la vicenda storica della Polonia: dopo le tempeste e le oscurità, il vostro popolo, ristabilito nella sua dignità, ha potuto cantare, come gli ebrei al ritorno da Babilonia: «Ci sembrava di sognare. […] la nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia» (Sal 126,1-2). La consapevolezza del cammino compiuto e la gioia per i traguardi raggiunti danno forza e serenità per affrontare le sfide del momento, che richiedono il coraggio della verità e un costante impegno etico, affinché i processi decisionali e operativi come pure le relazioni umane siano sempre rispettosi della dignità della persona. Ogni attività ne è coinvolta: anche l’economia, il rapporto con l’ambiente e il modo stesso di gestire il complesso fenomeno migratorio.

Quest’ultimo richiede un supplemento di saggezza e di misericordia, per superare le paure e realizzare il maggior bene. Occorre individuare le cause dell’emigrazione dalla Polonia, facilitando quanti vogliono ritornare. Al tempo stesso, occorre la disponibilità ad accogliere quanti fuggono dalle guerre e dalla fame; la solidarietà verso coloro che sono privati dei loro fondamentali diritti, tra i quali quello di professare in libertà e sicurezza la propria fede. Nello stesso tempo vanno sollecitate collaborazioni e sinergie a livello internazionale al fine di trovare soluzioni ai conflitti e alle guerre, che costringono tante persone a lasciare le loro case e la loro patria. Si tratta così di fare il possibile per alleviare le loro sofferenze, senza stancarsi di operare con intelligenza e continuità per la giustizia e la pace, testimoniando nei fatti i valori umani e cristiani.

Alla luce della sua millenaria storia, invito la Nazione polacca a guardare con speranza al futuro e alle questioni che deve affrontare. Tale atteggiamento favorisce un clima di rispetto tra tutte le componenti della società e un confronto costruttivo tra le diverse posizioni; inoltre, crea le condizioni migliori per una crescita civile, economica e persino demografica, alimentando la fiducia di offrire una vita buona ai propri figli. Essi infatti non dovranno soltanto affrontare problemi, ma godranno le bellezze del creato, il bene che sapremo compiere e diffondere, la speranza che sapremo donare loro. Le stesse politiche sociali a favore della famiglia, primo e fondamentale nucleo della società, per sovvenire quelle più deboli e povere e sostenerle nell’accoglienza responsabile della vita, saranno in questo modo ancora più efficaci. La vita va sempre accolta e tutelata – entrambe le cose insieme: accolta e tutelata – dal concepimento alla morte naturale, e tutti siamo chiamati a rispettarla e ad averne cura. D’altra parte, allo Stato, alla Chiesa e alla società compete di accompagnare e aiutare concretamente chiunque si trovi in situazioni di grave difficoltà, affinché un figlio non venga mai sentito come un peso ma come un dono, e le persone più fragili e povere non siano abbandonate. ...


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Dopo l’incontro al Wavel, Papa si è trasferito alla cattedrale di Cracovia, una sorta di santuario della nazione, di sintesi della storia polacca, dove il Papa ha incontrato i 130 vescovi polacchi. 


Prima dell'incontro Papa Francesco ha pregato davanti all'edicola di San Stanislao, nella Cattedrale di Cracovia.



Nell'incontro con i vescovi polacchi - introdotto dal saluto del cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia, - il Papa ha avuto un dialogo informale a porte chiuse. 

“Ti do il benvenuto a Cracovia, nella cattedrale di Wawel”. È il saluto del cardinale Stanislaw Dziwicz, arcivescovo di Cracovia, storico sergetario di Giovanni Paolo II, a Papa Francesco, durante l’incontro con i vescovi polacchi, che si è tenuto questo pomeriggio in forma riservata, a porte chiuse. “Nelle mura di questo tempio – ha proseguito il porporato – da un migliaio di anni è registrata la memoria della nazione polacca; la memoria dei grandi eventi della nostra storia, delle nostre vittorie e sconfitte, delle nostre sofferenze e speranze. Qui batte il cuore della Polonia! Qui riposa il vescovo di Cracovia e martire, san Stanislao, intrepido difensore dei diritti dell’uomo, che nel secolo XI ha dato la vita in difesa del popolo ed è diventato il patrono dell’ordine morale nella nostra Patria”. “In questa cattedrale molte volte ha celebrato l’Eucaristia il metropolita di Cracovia, card. Karol Wojtyła”, ha ricordato il suo segretario particolare: “Da qui egli, nell’ottobre 1978, è partito per Roma, per diventare vescovo della Città Eterna. E’ ritornato qui varie volte, come Giovanni Paolo II”.

“Oggi – ha proseguito il porporato – il vescovo di Roma è venuto da noi, per vivere in questi giorni, con i giovani di tutto il mondo, la festa della fede, per confermare noi tutti nella fede, per mostrare al mondo il volto giovane e misericordioso della Chiesa. Come non ringraziare l’Onnipotente per tutto quello che stiamo vivendo, nel 1050° anniversario del Battesimo della Polonia e nell’Anno Santo della Misericordia?”. Rivolgendosi direttamente a Francesco, il cardinale Dziwicz ha concluso: “Padre Santo, ti diamo il benvenuto con grandissima gioia! La tua presenza tra noi rende più profonda la nostra consapevolezza di appartenere alla Chiesa universale, che supera i confini delle nazioni, delle culture e delle lingue. Presteremo orecchio alle tue parole. Terremo gli occhi fissi sul tuo amichevole viso”.

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Viaggio di Papa Francesco in Polonia - XXXI Giornata Mondiale della Gioventù - Preghiera alla Vergine e alla tomba di Giovanni Paolo II - Incontro con i bambini ammalati di cancro e con giovani rifugiati - Partenza e incontro con i giornalisti - "Il mondo è in guerra, perché ha perso la pace... Speriamo che i giovani ci dicano qualcosa che ci dia un po’ più di speranza, in questo momento." (testi, foto e video)




VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN POLONIA
IN OCCASIONE DELLA XXXI GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ



(27-31 LUGLIO 2016)

Come sua abitudine alla vigilia di un viaggio apostolico all’estero il Pontefice, dopo le ore 19, si è recato alla Basilica di Santa Maria Maggiore per sostare in preghiera davanti all’immagine della Vergine e chiedere la benedizione del Signore e della sua Madre sul prossimo viaggio in Polonia e sulla Giornata Mondiale della Gioventù.

Prima della partenza per la GMG di Cracovia in Polonia, mercoledì 27 luglio, alle ore 10, nella Basilica Vaticana e ha sostato in preghiera sulla tomba di san Giovanni Paolo II.

Ad accompagnarlo bambini e adolescenti che lottano contro il cancro dell’associazione Peter Pan, associazione di volontariato onlus che dal 2000 accoglie e sostiene gratuitamente, nelle sue tre strutture alle pendici del Gianicolo, centinaia di famiglie costrette da ogni parte dell’Italia e del mondo a trasferirsi a Roma per curare i loro figli, bambini e adolescenti malati di cancro, presso l’Ospedale Bambino Gesù, grazie alla generosa dedizione quotidiana di circa duecento volontari e alle donazioni di cittadini e aziende. Tante le foto, gli abbracci e i sorrisi delle famiglie.

A celebrare la Messa è stato Don Jarek Cielecki, che ha chiesto al Papa di pregare per i più piccoli sfortunati durante il suo viaggio alla GMG a Cracovia, patria di Giovanni Paolo II.
Due candele portate da Don Jarek sono state accese sulla tomba di Giovanni Paolo II: una con l’immagine di Gesù Misericordioso, che il sacerdote ha benedetto a Vilnius, e una con il volto di S. Giovanni Paolo II, benedetta a Wadowice.

Poi alle 13.30, alla partenza da Casa Santa Marta per recarsi in auto a Fiumicino, il Pontefice è stato salutato da un gruppo di quindici giovani rifugiati, nove ragazzi e sei ragazze, di diverse nazionalità, giunti da poco in Italia e ancora privi di documenti che permettano di recarsi all’estero. I giovani, seguiti dall’Elemosineria Apostolica, hanno augurato al Papa un buon viaggio e una felice partecipazione alla Gmg, a cui essi non possono partecipare, ma a cui si uniscono spiritualmente.

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Papa Francesco è arrivato all’aeroporto di Fiumicino/Leonardo da Vinci alle 13.50, dove è stato accolto e salutato ai piedi della scalinata del velivolo Alitalia A321 che lo porta in Polonia da un ristretto gruppo di autorità ecclesiastiche, civili e militari. Tra loro come sempre, poiché l’aerostazione fa parte della sua giurisdizione, monsignor Gino Reali, vescovo di Porto-Santa Rufina. Il Papa è salito sull’aereo alle 13.54. Il rullaggio è cominciato alle ore 14.03. L’Alitalia A321/4000 tra Roma e Cracovia coprirà 1.089 km in due ore di volo e sorvolerà gli spazi aerei dell’Italia, la Croazia, la Slovenia, l’Austria, la Slovacchia e la Polonia.

Durante il volo verso Cracovia il Papa, come di consueto, ha salutato brevemente i giornalisti del seguito. 

Il testo integrale dell'incontro con i giornalisti.

Padre Lombardi:
Allora, Santo Padre, benvenuto tra noi. Grazie di prendere anche in questo viaggio un po’ di tempo per salutarci e stare con noi. Noi siamo, come al solito, più di 70 da 15 Paesi diversi e speriamo di fare un buon servizio per diffondere le Sue parole e il Suo messaggio in queste giornate così importanti.
Siamo in giornate che ci emozionano tutti, come sappiamo, per quello che sta succedendo nel mondo, per quello che è successo ieri; e allora saremmo anche grati se, prima di salutarci personalmente, ci dicesse una parola su come Lei vive questo momento e come si appresta a incontrare i giovani del mondo in questa situazione. Grazie, Santo Padre.

Papa Francesco:
Buongiorno, e grazie per il vostro lavoro.

Una parola che – su questo che diceva padre Lombardi – si ripete tanto è “insicurezza”. Ma la vera parola è “guerra”. Da tempo diciamo: “il mondo è in guerra a pezzi”. Questa è guerra. C’era quella del ’14, con i suoi metodi; poi quella del ’39 – ’45, un’altra grande guerra nel mondo; e adesso è questa. Non è tanto organica, forse; organizzata, sì, ma organica… dico… Ma è guerra. Questo santo sacerdote, che è morto proprio nel momento in cui offriva la preghiera per tutta la Chiesa, è uno; ma quanti cristiani, quanti innocenti, quanti bambini… Pensiamo alla Nigeria, per esempio. “Ma quella è l’Africa…”. E’ guerra. Non abbiamo paura di dire questa verità: il mondo è in guerra, perché ha perso la pace.

Grazie tante del vostro lavoro in questa Giornata della Gioventù. La gioventù sempre ci dice speranza. Speriamo che i giovani ci dicano qualcosa che ci dia un po’ più di speranza, in questo momento.

Per il fatto di ieri io vorrei anche ringraziare tutti quelli che si sono fatti vivi con le condoglianze, in modo speciale il Presidente della Francia, che ha voluto collegarsi con me telefonicamente, come un fratello. Lo ringrazio.

Grazie.
Padre Lombardi:
Grazie, Santo Padre. Stia sicuro che anche noi cercheremo di lavorare con Lei per la pace, in questi giorni.

Dopo aver salutato individualmente tutti i giornalisti riprende:

Papa Francesco:
Una sola parola vorrei dire per chiarire. Quando io parlo di guerra, parlo di guerra sul serio, non di guerra di religione, no. C’è guerra di interessi, c’è guerra per i soldi, c’è guerra per le risorse della natura, c’è guerra per il dominio dei popoli: questa è la guerra. Qualcuno può pensare: “Sta parlando di guerra di religione”. No. Tutte le religioni vogliamo la pace. La guerra, la vogliono gli altri. Capito?

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La mia lettera ai fratelli musulmani: denunciamo chi sceglie il terrore di TAHAR BEN JELLOUN


La mia lettera ai fratelli musulmani: 
denunciamo chi sceglie il terrore
di TAHAR BEN JELLOUN*

L'appello di Tahar Ben Jelloun. "Dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci contro Daesh". "Non abbiamo bisogno di obbligare le nostre donne a coprirsi come fantasmi neri"

* TAHAR BEN JELLOUN è nato a Fès (Marocco) nel 1944, vive a Parigi. Scrittore, poeta, saggista, romanziere e giornalista, ha vinto il Premio Goncourt nel 1987. È noto in Italia principalmente per i suoi scritti sull'immigrazione e il razzismo.


Saint-Etienne-Du-Rouvray, fiori e preghiere 
in memoria di padre Hamel (ansa)
L'Islam ci ha riuniti in una stessa casa, una nazione. Che lo vogliamo o no, apparteniamo tutti a quello spirito superiore che celebra la pace e la fratellanza. Nel nome "Islam" è contenuta la radice della parola "pace". Ma ecco che da qualche tempo la nozione di pace è tradita, lacerata e calpestata da individui che pretendono di appartenere a questa nostra casa, ma hanno deciso di ricostruirla su basi di esclusione e fanatismo. Per questo si danno all'assassinio di innocenti. Un'aberrazione, una crudeltà che nessuna religione permette.

Oggi hanno superato una linea rossa: entrare nella chiesa di una piccola città della Normandia e aggredire un anziano, un prete, sgozzarlo come un agnello, ripetere il gesto su un'altra persona, lasciandola a terra nel suo sangue tra la vita e la morte, gridare il nome di Daesh e poi morire: è una dichiarazione di guerra di nuovo genere, una guerra di religione. Sappiamo quanto può durare, e come va a finire. Male, molto male.

Perciò dopo i massacri del 13 novembre a Parigi, la strage di Nizza e altri crimini individuali, siamo tutti chiamati a reagire: la comunità musulmana dei praticanti e di chi non lo è, voi ed io, i nostri figli, i nostri vicini. Non basta insorgere verbalmente, indignarsi ancora una volta e ripetere che "questo non è l'Islam". Non è più sufficiente, e sempre più spesso non siamo creduti quando diciamo che l'Islam è una religione di pace e di tolleranza. Non possiamo più salvare l'Islam - o piuttosto - se vogliamo ristabilirlo nella sua verità e nella sua storia, dimostrare che l'Islam non è sgozzare un sacerdote, allora dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci attorno a uno stesso messaggio: liberiamo l'Islam dalle grinfie di Daesh. Abbiamo paura perché proviamo rabbia. Ma la nostra rabbia è l'inizio di una resistenza, anzi di un cambiamento radicale di ciò che l'Islam è in Europa.

Se l'Europa ci ha accolti, è perché aveva bisogno della nostra forza lavoro. Se nel 1975 la Francia ha deciso il ricongiungimento famigliare, lo ha fatto per dare un volto umano all'immigrazione. Perciò dobbiamo adattarci al diritto e alle leggi della Repubblica. Rinunciare a tutti i segni provocatori di appartenenza alla religione di Maometto. Non abbiamo bisogno di obbligare le nostre donne a coprirsi come fantasmi neri che per strada spaventano i bambini. Non abbiamo il diritto di impedire a un medico di auscultare una donna musulmana, né di pretendere piscine per sole donne. Così come non abbiamo il diritto di lasciar fare questi criminali, se decidono che la loro vita non ha più importanza e la offrono a Daesh.

Non solo: dobbiamo denunciare chi tra noi è tentato da questa criminale avventura. Non è delazione, ma al contrario un atto di coraggio, per garantire la sicurezza a tutti. Sapete bene che in ogni massacro si contano tra le vittime musulmani innocenti. Dobbiamo essere vigilanti a 360 gradi. Perciò è necessario che le istanze religiose si muovano e facciano appello a milioni di cittadini appartenenti alla casa dell'Islam, credenti o meno, perché scendano nelle piazze per denunciare a voce alta questo nemico, per dire che chi sgozza un prete fa scorrere il sangue dell'innocente sul volto dell'Islam.

Se continuiamo a guardare passivamente ciò che si sta tramando davanti a noi, presto o tardi saremo complici di questi assassini.

Apparteniamo alla stessa nazione, ma non per questo siamo "fratelli". Oggi però, per provare che vale la pena di appartenere alla stessa casa, alla stessa nazione, dobbiamo reagire. Altrimenti non ci resterà altro che fare le valigie e tornare al Paese natale.
(traduzione di Elisabetta Horvat)
(fonte: Repubblica 27/07/2016)



mercoledì 27 luglio 2016

L'ultimo scritto di padre Hamel: «Rendiamo il mondo più fraterno»

Lo scorso 6 giugno padre Hamel, assassinato il 26 luglio in chiesa a Rouen, aveva pubblicato un editoriale sul bollettino parrocchiale. Un appello profetico ad approfittare delle vacanze estive per rendere il mondo più umano con la preghiera e la misericordia. 


L'ultimo scritto di padre Hamel:
«Rendiamo il mondo più fraterno»



​La primavera è stata piuttosto fresca. Se il nostro morale è stato un po' a terra, pazienza, alla fine l'estate arriverà. E anche il momento delle vacanze.

​Le vacanze sono un tempo per prendere le distanza dalle nostre occupazioni abituali. Ma non sono una semplice parentesi. Sono un momento di relax, ma anche di rigenerazione, di incontri, di condivisione, di convivialità.

​ Un tempo di rigenerazione. Ci sarà chi si prenderà qualche giorno per un ritiro o un pellegrinaggio. Altri rileggeranno il Vangelo, da soli o in compagnia, come una parola che fa vivere l'oggi.

Altri potranno rigenerarsi nel grande libro della creazione ammirando i paesaggi tanto diversi e magnifici che ci elevano e ci parlano di Dio.

L'augurio è che possiamo in quei momenti sentire l'invito di Dio a prenderci cura di questo mondo, a farne, là dove viviamo, un mondo più caloroso, più umano, più fraterno.

Un tempo di incontro, con familiari e amici. Un momento per prendersi il tempo di vivere qualcosa insieme. Un momento per essere attenti agli altri, chiunque essi siano.

Un tempo di condivisione. Condivisione della nostra amicizia, della nostra gioia. Condivisione del nostro aiuto ai figli, mostrando che per noi contano.

Anche un tempo di preghiera. Attenti a ciò che avverrà nel nostro mondo in quel momento. Preghiamo per coloro che ne hanno più bisogno, per la pace, per un migliore vivere insieme.

Sarà ancora l'anno della misericordia. Cerchiamo di avere un cuore attento alle cose belle, a ciascuno e a tutti coloro che rischiano di sentirsi un po' più soli.

Che le vacanze ci consentano di fare il pieno di gioia, di amicizia e di rigenerazione. Allora potremo, meglio provvisti, riprendere la strada insieme.

Buone vacanze a tutti!.

​Padre Jacques

​(traduzione di Anna Maria Brogi)
(fonte: Avvenire 27/07/2016)
Leggi anche Chi era padre Hamel

La Vie, settimanale cattolico francesce a diffusione nazionale, nella sua edizione online ha dedicato al sacerdote un ritratto titolato Jacques Hamel, curato di campagna e martire. (articolo e video in francese)


"Il tuo sangue, padre Hamel, sia seme di pace e speranza" di Maurizio Patriciello


Il tuo sangue versato, caro sacerdote di Cristo, Jacques Hamel, sia seme di pace e di speranza. Hai celebrato la Messa per più di mezzo secolo. Hai obbligato, migliaia di volte, Cristo a scendere sull’Altare. A farsi cibo da mangiare. Carne viva che dona vita. 

Per mezzo secolo, caro confratello, hai unito la tua voce alla voce della Chiesa. Il tuo pianto a quello di tutti i derelitti del mondo. Oggi hai ricevuto la corona del martirio. Non so se lo avevi messo in conto. Credo di sì. Credo che, come tutti noi, tante volte avrai pensato che un giorno potesse toccare a te. E, smarrito, hai chiesto: «Perché? Perché, Signore, gli uomini non sanno vivere in pace? Perché l’odio che distrugge, ammalia e seduce tanta gente più dell’ amore?» E, come accade a tutti noi, una risposta non te la sei mai data.
...

Caro confratello, non faccio fatica a calarmi nel tuo mondo. Per niente. Il tuo mondo è anche il mio. È il mondo di milioni di persone di buona volontà. Che prima di cambiare gli altri, sanno di dover cambiare se stesse. Il mondo di chi, anche davanti alla morte, non cede alla tentazione di imboccare una scorciatoia. Non si tira indietro. Non maledice. Non si vendica. C’è una sola strada per la quale camminare. O lo facciamo insieme o siamo destinati a soffrire e far soffrire. A morire e condannare a morte. 

La strada da imboccare senza indugio è quella della riconciliazione, del dialogo, del perdono, della condivisione, dell’amore. Non stiamo soffrendo per avere amato troppo. Stiamo morendo per avere amato poco. Non stiamo pagando il prezzo per essere stati troppo religiosi, al contrario, lo siamo stati troppo poco. Il cuore dell’ uomo non si accontenta mai. Vuole sempre di più. E quel di più, in un modo o in un altro, è costretto a sottrarlo agli altri. E nascono le guerre. Tutti vogliono essere felici. La felicità ti mette le ali ai piedi. È la spinta ad andare oltre. A tentare l’ impossibile. A lavorare e sudare. Ma nessuna parvenza di “felicità” può essere verace se viene sottratta a un altro.

Alla fine della nostra giornata dobbiamo vigilare di non aver lasciato conti in sospeso, nodi da sciogliere lacrime da asciugare. A livello personale, comunitario, nazionale, mondiale. Tu, caro confratello, chiudevi la giornata recitando la compieta. Dopo il segno della croce ti fermavi per l’esame di coscienza. Come un bambino chiedevi perdono al Signore per le tue fragilità, le tue omissioni. Un prete è una persona sempre in pace e sempre inquieta.

Anche lunedì sera avevi pregato: « Signore, nelle tue mani affido il mio spirito … Ora lascia che il tuo servo vada in pace secondo la tua Parola …». Martedì mattina, la Messa. Era la tua ultima Messa, ma tu non lo sapevi, non potevi saperlo. Per questo avevi sempre “la lampada accesa, la cintura ai fianchi e i calzari ai piedi”. L’ ultima come la prima.

La stessa Messa celebrata per anni, tanto antica e sempre nuova. Non sapevi, non potevi sapere che era l’ultima volta che baciavi quell’Altare. Ultima qui, in questa valle di gioia e di tenerezza, che il peccato, l’ingordigia e la stupidità degli uomini hanno trasformato in una valle di lacrime e di angosce. Sei stato ritenuto degno di unire il tuo sangue al sangue di Cristo. E come Cristo, lo so, hai pregato per i tuoi assassini: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». 

Che la tua morte, preziosa e tragica, possa riportare la pace e la concordia a questa nostra umanità smarrita e affranta. Che la tua offerta, come profumo di incenso, possa salire presso il trono di Dio e intercedere per noi. Che il tuo sacrificio possa convincere tutti i credenti di tutte le religioni che dirsi figli di Dio e non riconoscersi fratelli è una bestemmia delle più blasfeme. Grazie, fratello sacerdote. Per la tua fedeltà. La tua fede. La tua vita consacrata a Cristo. Per il servizio che hai reso alla Chiesa e all’umanità.



COSTITUZIONE APOSTOLICA VULTUM DEI QUAERERE SULLA VITA CONTEMPLATIVA FEMMINILE - Entusiasmo per l’apertura al futuro, gratitudine perché il Santo Padre ci riporta all’essenziale (Sr. Maria Gloria Riva) - Ci sono state donate ali per volare in alto, ali non tarpate ma sorrette e pronte per spiccare il volo (Sr. Cristiana Dobner)

COSTITUZIONE APOSTOLICA
SULLA VITA CONTEMPLATIVA FEMMINILE


Monache per Dio e per questo mondo

Il regalo di questo documento tanto atteso giunge a noi contemplative nel giorno di Santa Maria Maddalena, celebrata, tra l’altro, per la prima volta nella liturgia come festa e non come memoria. Una festa doppia dunque, per il riconoscimento a una grande donna del Vangelo (patrona della vita eremitica) e il riconoscimento a ciò che noi contemplative rappresentiamo per il Santo Padre e per la Chiesa.

La lettura di questo documento commuove perché rifonda il Monachesimo nelle sue radici storiche e culturali, senza dimenticare le sfide attuali, alle quali ogni Monastero va incontro, per la carenza di vocazioni, per il difficile compito dell’educazione, per l’integrazione tra le sollecitazioni del mondo esterno e le istanze della vita contemplativa. Le prime parole che salgono al cuore dopo la lettura di questo testo sono: entusiasmo e gratitudine. 

Entusiasmo per l’apertura al futuro, per le possibili vie di sviluppo che apre, gratitudine perché il Santo Padre ci riporta all’essenziale. 
...

L’abbiamo scritto nelle nostre costituzioni quando ancora il mondo claustrale era restio ad avventurarsi nel mondo internettiano, e ora siamo piene di stupore nel vedere come la Chiesa, Madre, ci accompagni per mano nella via già intrapresa facendosi eco delle nostre stesse esperienze.

Grazie al Papa per la responsabilità alla quale ci consegna. Grazie per averci promesso alla sfida dell’unità fra gli uomini a partire dall’unità fra noi. Grazie per averci ricordato la grande missione consegnata nel mattino di Pasqua a Maria di Magdala: abbiamo visto il Signore! Questo è l’unico annuncio capace di parlare al cuore degli uomini, anche dei nostri contemporanei.


* Sr. Maria Gloria Riva (Monza 1959) entra tra le Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento nel 1984 dove, accanto alla sua passione per l'arte, coltiva lo studio della Sacra Scrittura (con una particolare attenzione all'ebraico biblico e alla tradizione rabbinica), della Patristica e della spiritualità di Madre Maria Maddalena dell'Incarnazione, fondatrice dell'Ordine. Partecipa alla costituzione di un gruppo laicale associato all'Istituto (la Comunità Rete di luce) e propone dal 1996 lezioni su Bibbia, arte e spiritualità. Ha pubblicato con la casa editrice san Paolo: Nell'arte lo stupore di una Presenza, (2005 IIed), Frammenti di Bellezza (2006); Testimoni del Mistero. Quadri sul Vangelo di Luca (2006); con Fabio Cavallari: Volti e Stupore, uomini feriti dalla bellezza (2008 IIIed); Mendicanti di Bellezza (2009). Ha pubblicato inoltre: La Messa nell'Arte; un DVD sulla Cena di Leonardo da Vinci dal titolo Il Codice dell'amore[vincitore del I premio alla Rassegna internazionale di Niepokalanov] e un libro con DVD dal titoloL'Agnello Mistico. Con Andrea Pamparana: Una suora per amico Ed. Ancora; con Piero Re:Paolo di Tarso, Ed. Ares. Dal febbraio del 2007 si è trasferita nella Diocesi di San Marino-Montefeltro dove ha fondato una comunità Monastica che, accanto all'Adorazione Perpetua si propone di educare lo sguardo alla Bellezza.

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Tanto attesa, tanto sperata l’indicazione del percorso incarnato in cui le contemplative si giocano la vita. L’unica vita. Perché giocarla male? Perché non rispondere a quanto l’umanità e la Chiesa si attendono da chi ha sentito risuonare nella coscienza la chiamata a seguire il Signore in una forma così particolarmente strutturata?

“Le persone consacrate, che per la stessa consacrazione ‘seguono il Signore in maniera speciale, in modo profetico’, sono chiamate a scoprire i segni della presenza di Dio nella vita quotidiana, a diventare interlocutori sapienti che sanno riconoscere le domande che Dio e l’umanità ci pongono”.

La lettura della Costituzione Apostolica di Papa Francesco Vultum Dei quaerere sulla vita contemplativa femminile suscita come primo moto interiore il ringraziamento: caldo e reso certo dalla comprensione che affiora in ogni pagina.

Non ci sono state calate dall’alto disposizioni, rigori di osservanze, un letto di Procuste in cui le nostre membra vengono segmentate, tagliate finché non rientrano esattamente nello schema previsto.

Ci sono state donate ali per volare in alto, senza timore di precipitare perché il vento che le sorregge è la Ruach, lo Spirito che si libra sulle acque della creazione come l’uccello madre si libra sul nido a proteggere i suoi piccoli.
Quello Spirito che conduce alle porte del monastero e ci aiuta a varcarne la soglia, con un’unica motivazione “attratti dal Volto del Dio santo e insieme dalla ‘terra sacra che è l’altro’”.
Il “Volto di Dio” nello spazio e nel tempo di un monastero è Luce che risplende e guida. Talvolta abbaglia e si insinua la notte che, però, insegna ad aprire gli occhi al Dono ricevuto, fino a poter giungere all’esclamazione “Per me il vivere è Cristo!” (Fil 1,21) che “esprime il carattere totalizzante che costituisce il dinamismo profondo della vocazione alla vita contemplativa”.

Non si tratta di un’astrazione, di una ricerca intellettuale ma di uno studium amoris perché “la vita consacrata è una storia di amore appassionato per il Signore e per l’umanità: nella vita contemplativa questa storia si dipana, giorno dopo giorno, attraverso l’appassionata ricerca del volto di Dio, nella relazione intima con Lui”.

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Radicate nella riscoperta “della centralità della Parola di Dio” che si irradia, si diffonde come linfa vitale e alimenta “la vita, la preghiera, la contemplazione, il cammino quotidiano” solo allora può fondarsi come “principio di comunione” per le nostre comunità.

Si viene creando una spiritualità, cioè una vita nello Spirito, come afferma la Costituzione: “Basata sulla Parola di Dio, sulla forza della vita sacramentale, sull’insegnamento del magistero della Chiesa e sugli scritti dei vostri fondatori e fondatrici; una spiritualità che vi faccia diventare figlie del cielo e figlie della terra, discepole e missionarie, secondo il vostro stile di vita”.

Ali non tarpate da disposizioni leguleie, ali sorrette e pronte per spiccare il volo.


* Cristiana Dobner, nata a Trieste, dopo la maturità classica si laurea in Lettere e Filosofia con la lode e alla Scuola di Lingue Moderne per traduttori ed interpreti di Conferenze all’Università di Trieste; Master en Estudios de la Diferencia sexual, Università di Barcellona; Dottorato in Teologia Orientale; Master in Teologia Ecumenica (ISE); TEB; dopo la specializzazione all’estero, è entrata tra le Carmelitane Scalze. Traduce dal tedesco, inglese, francese, spagnolo, olandese, ebraico, russo. Ha scritto saggi e ricerche bibliche e spirituali. Collabora con numerose riviste, testate e l’agenzia SIR. Vive nel monastero di S. Maria del Monte Carmelo a Concenedo di Barzio (Lecco). Curriculum - Pubblicazioni 


martedì 26 luglio 2016

Di fronte al male la risposta dei cristiani non può che essere quella del loro Signore: Misericordia!

Di fronte al male 
di Giovanni Maria Vian

Sgomentano e colmano di dolore le notizie che si vanno moltiplicando dell’ultimo atroce attacco, rivendicato dal sedicente Stato islamico, a innocenti riuniti per pregare. Nella Francia settentrionale, nella parrocchia di un paese come tanti, un vecchio prete ottantaquattrenne, don Jacques Hamel, è stato ucciso senza pietà, come il servo sofferente descritto dall’antica profezia ebraica, e un fedele ferito in modo grave; poi i due autori di questo atto orrendo e ignobile sono stati uccisi dalle forze di sicurezza.

Ancora sangue, sangue su sangue, che si aggiunge a quello versato in molti luoghi, da troppo tempo, ma soprattutto nel Medio e nel Vicino oriente, in Africa, ora anche in Europa, spesso ostentando e dunque profanando apertamente il nome di Dio, comunque offeso e ferito ogni volta che si uccide un essere umano. «La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo» esclama Dio nel dolore stupefatto di fronte all’assassinio di Abele, in uno dei racconti fondativi delle fedi monoteiste, troppe volte a torto ritenute responsabili di violenze e guerre.

Va detto e ripetuto ancora una volta, con la stragrande maggioranza degli esponenti religiosi di ogni fede, che le religioni non sono di per sé all’origine della violenza, ma al contrario che in esse vi sono i semi della convivenza e della pace. Semi che possono e devono essere curati e coltivati da ogni essere umano che professi una credenza religiosa, insieme a ogni donna e a ogni uomo di buona volontà. Non si devono tuttavia chiudere gli occhi di fronte alle strumentalizzazioni violente della religione: l’odio seminato per fomentare lo scontro tra culture e tra religioni evocando e agitando fantasmi del passato deve essere in ogni modo respinto e prevenuto da tutti.

Un sito laico ha notato che la chiesa dove è stato ucciso don Hamel è dedicata a santo Stefano, il primo martire di Cristo, e si può aggiungere che il vecchio prete ucciso si chiamava come l’apostolo Giacomo, anch’egli testimone della fede fino al sangue. Di fronte al male inflitto la risposta dei cristiani non può che essere quella del loro Signore e dei martiri di ogni tempo. Lo ha ricordato sconvolto l’arcivescovo della diocesi così crudelmente colpita, che ha deciso di tornare tra i suoi fedeli da Cracovia, dove si apre in queste ore la giornata mondiale della gioventù. Convocata nel segno della misericordia, cuore del Vangelo, come ripete senza stancarsi il Papa che prega ed è in questo modo vicino alle vittime, a ogni vittima.
(fonte: L'Osservatore Romano)
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"Tutta la comunità francese è colpita, segnata da quanto accaduto vicino a Rouen": ilpresidente dei vescovi francesi, Georges Paul Pontier, nonostante l'emozione non si sottrae ai giornalisti che da questa mattina affollano il cortile del quartier generale a Cracovia, un complesso scolastico al numero 13 di via Pedzichow.

Inutile negare che la notizia dell'efferato assassinio dell'anziano sacerdote, colpito nella sua chiesa, è caduto come un fulmine a ciel sereno nel clima di festa della Gmg. Il gruppo di Rouen è stato diligentemente tenuto lontano dalla curiosità dei media, grazie anche al fatto che i ragazzi sono di stanza in un paese a 30 chilometri dalla città. Nel pomeriggio i loro coordinatori hanno organizzato momenti di riflessione e di preghiera, "per il sacerdote ucciso e per tutte le vittime della violenza", precisa sorella Nathalie Becquart, responsabile della pastorale giovanile di tutta la Francia.

Il vescovo di Rouen, Dominique Lebrun, è partito nei momenti successivi alla tragedia, per stare vicino alla sua comunità, e ha lasciato scritto parole piene di umanità: "Grido verso Dio, con tutti gli uomini di buona volontà. Oso invitare i non credenti a unirsi a noi. Con i giovani della Gmg noi preghiamo come abbiamo pregato attorno alla tomba di padre Popiulusko a Varsavia, assassinato sotto il regime comunista. La Chiesa cattolica non può prendere altre armi che la preghiera e la fraternità tra gli uomini. Lascio qui centinaia di giovani che sono l'avvenire dell'umanità. Io domando loro di non arrendersi alla violenza e di diventare apostoli della civiltà dell'amore".

E di amore e di perdono parla anche monsignor Pontier, arcivescovo di Marsiglia. "Rigettiamo il sentimento di vendetta, in molti cercano di mettere divisioni tra noi, ma questo non è un percorso cristiano, la fraternità è la nostra forza, e se mette in discussione questo principio si andrà verso la distruzione".
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Intervista al Vescovo di Rouen Mons. Dominique Lebrun
Il presule ha ricordato con emozione e affetto la figura del parroco, don Jacques Hamel, 84 anni, sgozzato nella chiesa in cui stava celebrando Messa. L'arcivescovo era arrivato a Cracovia per partecipare con i suoi giovani alla Gmg. Appresa la tragica notizia ha fatto subito rientro in Francia: «lascio qui centinaia di ragazzi ai quali chiedo di diventare apostoli della civltà dell'amore».
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Rouen, vescovi italiani: non arrendersi chiusura e vendetta

Il ricordo e la preghiera per padre Jacques Hamel, il sacerdote assassinato questa mattina in una chiesa nei pressi di Rouen, in Francia, ha aperto il primo incontro dei vescovi italiani, giunti in 136 a Cracovia in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù. 

Il dolore per questo attentato è reso ancora più forte proprio dalla distanza rispetto al clima e al significato dell’evento in corso in Polonia: la presenza di 90mila giovani italiani, provenienti da 179 diocesi e accompagnati da 2292 sacerdoti, è all’insegna dell’incontro, della gioia e della fraternità tra i popoli. 

La notizia proveniente dalla Normandia viene ad aggiungersi a quelle relative ai numerosi episodi di violenza che nelle ultime settimane hanno suscitato sconcerto e preoccupazione. Ancora una volta, il messaggio evangelico e l’esperienza della Chiesa diventano motivo per non arrendersi a logiche di chiusura o di vendetta, ma per costruire - con una rinnovata testimonianza di fede - una società riconciliata e aperta alla speranza.
(fonte: Avvenire)


Le parole profetiche di madre Teresa e di Giovanni Paolo II. Chi ha paura non ha futuro

Le parole profetiche di madre Teresa e di Giovanni Paolo II. 
Chi ha paura non ha futuro

Il 2 gennaio 1991, poco prima della guerra del Golfo, madre Teresa di Calcutta scrisse una lettera aperta ai presidenti degli Stati Uniti e dell’Iraq in cui li supplicava «a nome dei poveri e di coloro che diventeranno tali se scoppierà la guerra» a farsi operatori di pace e a non scatenare un conflitto sanguinoso. E li ammoniva: «Potete vincere la guerra, ma quale ne sarebbe il costo in termini di vite umane, devastate, mutilate e annientate?». Dodici anni più tardi, nel gennaio del 2003, Giovanni Paolo II tenne un importante discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede affermando che «il dialogo ecumenico fra cristiani, e i contatti rispettosi con le altre religioni in particolare con l’islam costituiscono il migliore antidoto alle derive settarie, al fanatismo o al terrorismo religioso».
Parole inascoltate che acquistano oggi un significato profetico e mostrano al mondo due grandi insegnamenti. Prima di tutto, una lezione sulla guerra. Diversi conflitti sono stati combattuti ma il «terrorismo religioso», come lo definiva Giovanni Paolo II — cioè un’azione di morte cieca e vile che riduce la religione a strumento di odio ideologico — non è stato sconfitto. Anzi, si è trasformato in un conflitto permanente: una guerra globale contro l’umanità che colpisce chiunque e ovunque. A Nizza, nel cuore dell’Europa, le 84 vittime dell’attentato del 14 luglio appartengono alle nazionalità più diverse — francesi, italiani, tunisini, malgasci, armeni, statunitensi, tedeschi, georgiani, svizzeri, algerini, polacchi, belgi, kazaki — e circa una trentina sono musulmane. Nello Stato del Borno, nel nord-est della Nigeria, ben 240.000 bambini sono colpiti da denutrizione acuta a causa del tragico conflitto provocato, come è stato scritto sull’Osservatore Romano di ieri, dalla «violenza assassina» dei terroristi di Boko Haram. 
Quelle parole pronunciate da due grandi santi del Novecento forniscono poi una lezione importante sul ruolo che possono avere le religioni nel delineare una nuova geopolitica della misericordia. Se infatti il dialogo ecumenico non è certo una questione per intellettuali o per convegni accademici, quello tra religioni è la costruzione incessante di luoghi di incontro, tra uomini e donne di fedi diverse, che possono trasformarsi in oasi di pace. Come quelli organizzati da Giorgio La Pira nei Colloqui mediterranei svoltisi a Firenze tra il 1958 e il 1964, incontri autentici tra alcuni esponenti della «triplice famiglia di Abramo» — cristiani, ebrei e musulmani — attorno a un luogo, il Mediterraneo, che La Pira non esitava a definire come una sorta di «grande lago di Tiberiade». Evocare il Mediterraneo significa, però, parlare dell’Europa e di un suo ruolo attivo nella risoluzione di questioni che la coinvolgono direttamente: il terrorismo, le guerre in Medio oriente, i rifugiati, l’integrazione dei migranti. E bisogna chiedersi cosa sia oggi il Vecchio continente? Zygmunt Bauman ha di recente affermato che l’Europa sembra essere diventata un luogo caratterizzato dall’incertezza, da una crescente ostilità nei confronti dello straniero e dalla «paura del futuro». 
Un continente che però, secondo il sociologo d’origine polacca, potrebbe uscire da questa condizione se segue la determinazione di Papa Francesco che esorta ogni persona a promuovere una «cultura del dialogo», a evitare uno «scontro di civiltà» e a realizzare una «giusta distribuzione» dei frutti del lavoro. Questa è senza dubbio la sfida del futuro: memori degli insegnamenti profetici del passato e consapevoli delle opportunità fornite dalla cultura del dialogo possiamo impegnarci per costruire un mondo che vada oltre i suoi tratti disumani. Anche se il presente assume le sembianze fosche degli attentati terroristici o dei volti sfigurati dei rifugiati che fuggono dalle loro case, occorre avere la fede e il coraggio di non aver paura del futuro. Perché chi ha paura non ha futuro.
(Fonte: L'Osservatore Romano, 23 luglio 2016 - articolo di Gualtiero Bassetti)


lunedì 25 luglio 2016

Aspettando Cracovia - Gmg 2016: Papa Francesco e i giovani in dieci frasi.

Gmg 2016: Papa Francesco e i giovani in dieci frasi. 
Aspettando Cracovia

Ad attendere il Papa a Cracovia ci saranno tra un milione e mezzo e due milioni di giovani, provenienti da 187 Paesi. Cosa dirà Francesco? Abbiamo azzardato una raccolta di "dieci frasi", tra quelle pronunciate a braccio in questi tre anni, aspettandolo in Polonia


Dal “fare chiasso”, pronunciato tre anni fa nella sua prima Gmg, allo “sporcatevi le mani” raccomandato ad alcuni studenti romani un mese fa. Sono alcune espressioni, sotto forma d’imperativo gioioso, rivolte ai giovani e pronunciate esclusivamente a braccio, come Francesco ama fare quando risponde alle loro domande o aggiunge un po’ di pepe ai suoi discorsi, lasciando da parte il testo scritto preparato per l’occasione. Abbiamo provato a stilare una raccolta di “dieci frasi”, in attesa di altre sorprese “fuori programma” che Papa Francesco potrà riservarci nei giorni della Gmg di Cracovia, durante i due incontri al Parco Jordan di Blonia (la cerimonia di accoglienza di giovedì 28 luglio e la Via Crucis di venerdì 29) e al Campus Misericordiae (la Veglia di sabato 30 e la Messa conclusiva di domenica 31). A fare il tifo per Francesco – stando alle previsioni ufficiali – si prevede una platea che oscilla tra il milione e mezzo e i due milioni di giovani, provenienti da 187 Paesi.

Spero che ci sia chiasso

“Desidero dirvi ciò che spero come conseguenza della Giornata della gioventù: spero che ci sia chiasso. Qui ci sarà chiasso, ci sarà. Qui a Rio ci sarà chiasso, ci sarà. Però io voglio che vi facciate sentire nelle diocesi, voglio che si esca fuori, voglio che la Chiesa esca per le strade, voglio che ci difendiamo da tutto ciò che è mondanità, immobilismo, da ciò che è comodità, da ciò che è clericalismo, da tutto quello che è l’essere chiusi in noi stessi”. (25 luglio 2013, Gmg di Rio de Janeiro)


Non guardate dal balcone la vita

“Non lasciate che altri siano protagonisti del cambiamento! Voi siete quelli che hanno il futuro! Voi… Attraverso di voi entra il futuro nel mondo. A voi chiedo anche di essere protagonisti di questo cambiamento. Continuate a superare l’apatia, offrendo una risposta cristiana alle inquietudini sociali e politiche, che si stanno presentando in varie parti del mondo. Vi chiedo di essere costruttori del mondo, di mettervi al lavoro per un mondo migliore. Cari giovani, per favore, non guardate dal balcone la vita”. (27 luglio 2013, Gmg di Rio de Janeiro)

Non bevete “frullato” di fede

“C’è il frullato di arancia, c’è il frullato di mela, c’è il frullato di banana, ma per favore non bevete ‘frullato’ di fede. La fede è intera, non si frulla”. (25 luglio 2013, Gmg di Rio de Janeiro)

Non giovani da museo, ma giovani santi

“Non dobbiamo avere la psicologia del computer che pretende di sapere tutto. Tutte le risposte sono nel computer, nessuna sorpresa. Non giovani da museo, ma giovani santi e per essere santi bisogna usare tre linguaggi: pensare bene, sentire bene, fare bene. E lasciarci sorprendere dall’amore e questa è la buona vita”. (18 gennaio 2015, viaggio in Sri Lanka e Filippine)


Vivere, non vivacchiare

“È brutto vedere un giovane fermo, che vive, ma vive come un vegetale. A me danno tanta tristezza al cuore i giovani che vanno in pensione a 20 anni! Sì, sono invecchiati presto… Vivere, non vivacchiare!”. (21 giugno 2015, viaggio a Torino)

Sognate grandi cose

“Sognate grandi cose. Sognate che con voi il mondo può essere diverso. Se voi date il meglio di voi stessi aiutate il mondo a essere diverso. Non dimenticare, sognate”. “Le persone hanno due occhi, uno di carne e uno di vetro. Con l’occhio di carne vediamo quello che guardiamo. Con l’occhio di vetro vediamo ciò che sogniamo”. (20 settembre 2015, viaggio a Cuba)

Impariamo a piangere

“Invito ciascuno di voi a domandarsi: io ho imparato a piangere? Quando vedo un bambino affamato, un bambino drogato per la strada, un bambino senza casa, un bambino abbandonato, un bambino abusato, un bambino usato come schiavo per la società? O il mio è il pianto capriccioso di chi piange perché vorrebbe avere qualcosa di più? Questa è la prima cosa che vorrei dirvi: impariamo a piangere”. (18 gennaio 2015, viaggio in Sri Lanka e Filippine)


Siate casti, siate casti

“In questo mondo, in questo mondo edonista, in questo mondo dove soltanto ha pubblicità il piacere, passarla bene, fare bene la vita, io vi dico: Siate casti, siate casti”. (21 giugno 2015, viaggio a Torino)

Bisogna andare controcorrente

“Non vogliamo giovani smidollati, giovani del fin qui e non di più, né sì né no. Non vogliamo giovani che si stancano subito e vivono stanchi, con la faccia annoiata. Vogliamo giovani forti. Vogliamo giovani con speranza e con fortezza. Perché? Perché conoscono Gesù, perché conoscono Dio. Perché hanno un cuore libero. Però per questo ci vuole sacrificio, bisogna andare controcorrente. Le Beatitudini che abbiamo letto poco fa sono il progetto di Gesù per noi. Ed è un progetto controcorrente. Gesù vi dice: ‘Beati i poveri in spirito’. Non dice: ‘Beati i ricchi, quelli che accumulano soldi’. No. I poveri in spirito, quelli che sono capaci di avvicinarsi e comprendere chi è un povero. Gesù non dice: ‘Beati quelli che se la passano bene’, ma dice: ‘Beati quelli che hanno la capacità di affliggersi per il dolore degli altri’”. (12 luglio 2015, viaggio in Ecuador, Bolivia e Paraguay)


Chi non rischia non cammina

“La parola l’ho detta tante volte: rischia! Rischia. Chi non rischia non cammina. ‘Ma se sbaglio?’. Benedetto il Signore! Sbaglierai di più se tu rimani fermo, ferma: quello è lo sbaglio, lo sbaglio brutto, la chiusura. Rischia. Rischia su ideali nobili, rischia sporcandoti le mani, rischia come ha rischiato quel samaritano della parabola. Quando noi nella vita siamo più o meno tranquilli, c’è sempre la tentazione della paralisi. Non rischiare: stare tranquilli, quieti… Avvicinati ai problemi, esci da te stesso e rischia, rischia. Altrimenti la tua vita lentamente diventerà una vita paralitica; felice, contenta, con la famiglia, ma lì, parcheggiata. È molto triste vedere vite parcheggiate; è molto triste vedere persone che sembrano più mummie da museo che esseri viventi”. (Incontro a Villa Nazareth, 18 giugno 2016)


(fonte: SIR articolo di M. Michela Nicolais del 23/07/2016)