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domenica 22 febbraio 2015

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - I Domenica di Quaresima - B

Fraternità Carmelitana 

di Pozzo di Gotto (ME)







Preghiera dei Fedeli
I Domenica di Quaresima - B

22 febbraio 2015


Colui che presiede
Dio pone l’arcobaleno come segno di alleanza tra il cielo e la terra. Nel Figlio Gesù Egli lega indissolubilmente a sé la nostra terrosa umanità per innalzarci alla sua vita divina. Confidenti nel suo amore di Padre, innalziamo a lui le nostre preghiere e le nostre suppliche ed insieme diciamo:

R/ Salvaci, Signore nostro Dio


Lettore

- Abbi pietà della tua Chiesa, o Dio, dei tuoi ministri e di tutto il tuo popolo: falle il dono di una vera conversione, perché libera da ogni schiavitù e idolatria possa amare solo Te, sommo ed unico Bene e restare sempre in ascolto obbediente della tua Parola. Preghiamo.

- Sii benevolo con noi, o Dio, che abbiamo intrapreso questo cammino quaresimale. Donaci il tuo Santo Spirito, perché ravvivi il ricordo del nostro battesimo, ci faccia comprendere le parole del tuo Figlio Gesù e ci dia la forza e la determinazione di camminare dietro di Lui come suoi veri discepoli. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Dio, il mondo intero e la storia dei nostri giorni. Soffiano venti gelidi di odio e di rancore e la guerra diventa per tanti una scelta obbligata. Illumina con la tua sapienza i governanti e i popoli a ritrovare la via della ragione e del dialogo. Preghiamo.

- Converti, o Dio della pace, il cuore di chi produce ed esporta armi. Converti il cuore dei nostri politici e governanti, che a parole dicono di essere per la pace, ma nei fatti favoriscono e coprono il commercio delle armi. Preghiamo.

- Ti vogliamo pregare, o Dio, in modo particolare per tutti coloro che persistono nel male. Fa’ che la loro durezza di cuore possa essere incrinata dalla testimonianza di persone che credono nel Vangelo. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Dio, nel silenzio di questa preghiera i nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio, e poi riprendere a leggere ]; ti affidiamo anche le vittime della guerra, della criminalità mafiosa, della violenza urbana e delle mura domestiche. Dona a tutti la tua consolazione e la tua pace. Preghiamo.


Colui che presiede
Ascolta, o Dio, la nostra preghiera ed esaudiscila secondo la tua volontà, perché nel nostro cuore non venga mai meno il coraggio per affrontare le prove che incontriamo nella vita. Per Cristo nostro Signore. AMEN.

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 11/2014-2015 (B) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'

Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: 
Mc 1,12-15











Breve ma intensa pericope quella del Vangelo di questa Domenica, la prima di Quaresima. Subito dopo il battesimo, immersione totale nel progetto d'amore del Padre fino alle estreme conseguenze, Gesù viene sospinto dallo Spirito Santo nel deserto, luogo inospitale e di morte, luogo della prova e della fedeltà a Dio, dove Israele soggiornò per 40 anni dopo la liberazione dall'Egitto, fu tentato e cadde, vittima del peccato dell'idolatria del potere e della mormorazione contro Dio. Deserto dove Israele osò perfino tentare il suo Signore: "Mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere"(Sal 94,9), ma da dove venne fuori come un vero popolo, forgiato dall'asprezza della vita e dalla mano di YHWH. Come Israele, come ogni uomo, anche Gesù vive la tentazione per 40 giorni, cifra simbolica che indica tutta la vita, perché per tutta la vita Gesù verrà tentato sul potere, sulla modalità di essere Messia, Figlio di Dio. L'evangelista Marco, a differenza di Matteo e Luca, non specifica il numero e il tipo delle tentazioni. Emergeranno nel seguito del suo Vangelo, durante tutto l'arco dell'esistenza di Gesù, che sarà tutta una tentazione. Marco infatti attraverso il suo "segreto messianico", mette in guardia il proprio lettore dalla tentazione di narrare ad alcuno l'esperienza della Gloria dell Tabor, senza che prima abbia attraversato l'umiliazione e la morte del Golgota. Il "Vattene Satana" che l'evangelista Matteo pone in questo punto, Marco lo colloca al cap.8,33 dove sarà Simon Pietro ad essere chiamato Satana da Gesù, e da lui contestato aspramente proprio per il suo modo di intendere il Messia.


sabato 21 febbraio 2015

"Abramo, uomo di fede" di Gregorio Battaglia,ocarm (VIDEO INTEGRALE)

"Abramo, uomo di fede" 
di Gregorio Battaglia, ocarm 
(VIDEO INTEGRALE)




I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2015
della  Fraternità Carmelitana 
di Barcellona P.G. (ME)

AFFIDATI AD UNA PROMESSA
Il cammino umano e di fede dei Patriarchi




28 gennaio 2015

I. DIO ED ABRAMO: INSIEME UN’ALTRA STORIA È POSSIBILE

I primi undici capitoli del libro della Genesi sono dedicati a quegli inizi, da cui tutto prende le mosse. Nella prima parte il racconto si sofferma sull’evento della creazione da parte della Parola di Dio, mentre nella seconda viene offerto uno sguardo sintetico sui primi passi della storia umana, che sin dalle prime battute sembra avvitarsi in una logica autoreferenziale, incapace di costruire relazioni veramente umane, che profumino di vita. L’intento teologico di questa seconda parte è quello di presentare la deriva a cui va incontro l’umanità, nel momento in cui si lascia guidare unicamente dal suo desiderio, che la porta ad impostare ogni cosa su quella volontà di potenza, che la dovrebbe portare ad “essere come Dio”, ma che di fatto la rende schiava dei propri istinti e degli idoli, a cui con passione dedica la propria vita.
In Gen 6,5-6 ci viene data la possibilità di cogliere questa deriva della storia umana, incapace di costruire percorsi di vita ed, allo stesso tempo, di sentire la reazione addolorata di Dio: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. Ed il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo”.

1. Il Signore non si stanca di amare e di riprendere l’iniziativa
Le pagine iniziali della Bibbia si preoccupano di metterci al corrente del “dolore” di Dio nel vedere che la sua creatura usa in modo maldestro la libertà ricevuta in dono, ma non mancano di farci conoscere la puntigliosità con cui il Signore interviene per dare un corso nuovo alla storia degli uomini. Il racconto del diluvio mette in primo piano l’opera di Dio, finalizzata a salvare un resto di tutta la creazione.
La costruzione dell’arca, in cui tutta la creazione trova dimora, costituisce la prima risposta di Dio al dilagare della “malvagità” umana. Con Noè ed i suoi figli, usciti dall’arca, sembra che si possa dare avvio ad un nuovo “inizio”: “Dio benedisse Noé ed i suoi figli e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra”(Gen 9,1). Nonostante l’esperienza del diluvio, l’umanità non smette di obbedire alle proprie logiche, che la portano ad imbarcarsi nel progetto della torre di Babele, caratterizzato soprattutto per il venir meno della parola. In questo progetto ciò che è fondamentale non è la parola, in quanto capacità di relazione e di incontro, ma il segno del potere, come controllo assoluto di tutto e di tutti.
Dio non smette di prendere posizione nei confronti della sua creatura. La prima risposta al progetto dell’umanità è la confusione delle lingue, che la costringe ad uscire dalla logica dell’omologazione, ma, allo stesso tempo, lo sguardo del Signore si concentra sulla famiglia di Terach ed in modo particolare sul figlio, Abram.

2. Dio chiama Abramo per educarlo alla vita e alla vera libertà
La storia raccontata dai primi undici capitoli si presenta come storia di fallimento, caratterizzata da una incapacità strutturale a saper impostare relazioni pienamente umane. Dio non si limita a prendere atto di questa fondamentale debolezza della creatura uscita dalle sue mani, ma intende intervenire per costruire con l’umanità una storia che profumi di vita e che si traduca in costruzioni di comunità rispettose e solidali.
La chiamata di Abramo si inserisce pienamente ....

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venerdì 20 febbraio 2015

«Il digiuno che viene dal cuore» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano


20 febbraio 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.


Papa Francesco:
Il cammino della Quaresima è doppio: a Dio e al prossimo

I cristiani, specie in Quaresima, sono chiamati a vivere coerentemente l’amore a Dio e l’amore al prossimo. E’ uno dei passaggi chiave dell’omelia che Francesco ha pronunciato nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Francesco ha messo dunque in guardia da chi invia un assegno alla Chiesa e poi si comporta ingiustamente con i suoi dipendenti.

Il popolo si lamenta davanti al Signore perché non ascolta i suoi digiuni. Papa Francesco ha mosso la sua meditazione partendo dal brano di Isaia nella prima Lettura. E subito ha sottolineato che bisogna distinguere tra “il formale e il reale”. Per il Signore, ha osservato, “non è digiuno, non mangiare la carne” ma poi “litigare e sfruttare gli operai”. Ecco perché Gesù ha condannato i farisei perché facevano “tante osservanze esteriori, ma senza la verità del cuore”.

L’amore a Dio e all’uomo sono uniti, fare penitenza reale
Il digiuno che vuole Gesù invece è quello che scioglie le catene inique, rimanda liberi gli oppressi, veste i nudi, fa giustizia. “Questo – ha ribadito il Papa – è il digiuno vero, il digiuno che non è soltanto esterno, un’osservanza esterna, ma è un digiuno che viene dal cuore”:

“E nelle tavole della legge c’è la legge verso Dio e la legge verso il prossimo e tutte e due vanno insieme. Io non posso dire: 'Ma, no, io compio i tre comandamenti primi… e gli altri più o meno'. No, se tu non fai questi, quello non puoi farlo e se tu fai questo, devi fare questo. Sono uniti: l’amore a Dio e l’amore al prossimo sono una unità e se tu vuoi fare penitenza, reale non formale, devi farla davanti a Dio e anche con il tuo fratello, con il prossimo”.

Peccato gravissimo usare Dio per coprire l’ingiustizia
Si può avere tanta fede, ha proseguito, ma – come dice l’Apostolo Giacomo – se “non fai opere è morta, a che serve”. Così, se uno va a Messa tutte le domeniche e fa la comunione, gli si può chiedere: “E com’ è il tuo rapporto con i tuoi dipendenti? Li paghi in nero? Paghi loro il salario giusto? Anche versi i contributi per la pensione? Per assicurare la salute?”:

“Quanti, quanti uomini e donne di fede, hanno fede ma dividono le tavole della legge: ‘Sì, sì io faccio questo’ – ‘Ma tu fai elemosina?’ – ‘Sì, sì, sempre io invio un assegno alla Chiesa’ – ‘Ah, beh, va bene. Ma alla tua Chiesa, a casa tua, con quelli che dipendono da te - siano i figli, siano i nonni, siano i dipendenti - sei generoso, sei giusto?’. Tu non puoi fare offerte alla Chiesa sulle spalle della ingiustizia che fai con i tuoi dipendenti. Questo è un peccato gravissimo: è usare Dio per coprire l’ingiustizia”.

...
Accompagna, Signore, il nostro cammino quaresimale perché l’osservanza esteriore corrisponda a un profondo rinnovamento dello Spirito. Così abbiamo pregato. Che il Signore ci dia questa grazia”.


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Omelia di P. Gregorio Battaglia (video)


Omelia di P. Gregorio Battaglia
Mercoledì delle Ceneri
18.02.2015

Fraternità Carmelitana
di Pozzo di Pozzo di Gotto



La Prima Lettura è presa dal profeta Gioele e abbiamo sentito quest'invito accorato da parte di Dio: «Ritornate a me con tutto il cuore... Laceratevi il cuore e non le vesti» e l'altro invito... ritrovare la via che ci riporta a Lui. E Paolo (nella Seconda Lettura) diceva qualcosa di più: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.» e poi aggiungeva: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!»
"Lasciatevi riconciliare con Dio", non "riconciliatevi con Dio" quindi qualcosa che facciamo noi, è Dio che si dà da fare in qualsiasi modo, cerca di trovare il punto di contatto con noi, noi che siamo distratti, noi che abbiamo altre vite, altri modi di pensare, altri modi di impostare la nostra vita, i nostri interessi, le nostre preoccupazioni, le nostre ansie, che ci portano lontano, che ci portano a fermarci su alcune cose che a noi sembrano importantissime, e il Signore che bussa, che continua a dire: "ma non ti lasci riconciliare con me, io desidero entrare in rapporto con te, sei disposto ad aprire questo tuo cuore e così possiamo finalmente incontrarci?"


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"Gesù, amico degli uomini, ci insegna ad essere umani" di Egidio Palumbo,ocarm (VIDEO)


"Gesù, amico degli uomini, 
ci insegna ad essere umani"

di Egidio Palumbo, ocarm 
(VIDEO)



I. La pedagogia salvifica della grazia
Nel tempo di Natale la liturgia ci fa ascoltare due pagine della lettera a Tito dell’Apostolo Paolo per aiutarci a comprendere in maniera più profonda il mistero dell’Incarnazione: la “Parola di Dio si fa carne” (Gv 1,14), si fa uomo fragile e mortale (= carne) in Gesù di Nazareth. Nella sua debolezza creaturale, come quella di ogni essere umano – uomo e donna –, eccetto il peccato, Gesù ci ha mostrato, narrato e spiegato al meglio e in modo completo il volto di Dio, che nessuno ha mai visto né potrà mai vedere in questa vita (Gv 1,18). In Gesù, vero uomo e vero Dio, noi possiamo contemplare il volto umano di Dio ed imparare ad essere umani come Dio. Questa è la buona notizia che è venuta ad annunciare Gesù. 
Ma prima di procedere, mi preme di fare una premessa.

1. Una premessa
Se i nostri itinerari di fede – qualunque essi siano, anche i più teologicamente aggiornati o anche i più strettamente legati alle antiche tradizioni, e i più metodologicamente “sofisticati” – non ci fanno crescere in umanità e non umanizzano le nostre relazioni (restando “tranquillamente” eccentrici, narcisi, intolleranti, arroganti, violenti, scontrosi, indisponibili al dialogo, al confronto, alla collaborazione responsabile, ecc.), allora significa che questi itinerari di fede sono poco credibili e bugiardi, e forse anche nocivi, perché proprio il mistero dell’Incarnazione del Dio-fatto-uomo ci dice che diventare umani è una esigenza tutta interna alla fede.
E infatti, dal nostro modo di essere umani 
‑ si comprende in quale Dio crediamo. «Se uno dice: "Io amo Dio" e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello» (1Gv 4,20-21). La qualità umana è la prima attestazione concreta della qualità della fede: «Mostrami la tua umanità e io ti dirò chi è il tuo Dio», scriveva già nel II secolo Teofilo vescovo di Antiochia (Libro ad Autolico; vedi: Ufficio delle Letture, III Settimana di Quaresima, Mercoledì).
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Papa Francesco UDIENZA GENERALE 18 febbraio 2015 - foto, testo e video


 18 febbraio 2015 

Cielo terso e azzurro su Roma, oggi, ma anche molto vento. Così, lo “zucchetto” bianco del Papa vola subito, e lui se lo rimette prontamente, appena fatto il suo ingresso in piazza san Pietro alle 9,30 circa. Poi vola di nuovo, a più riprese, e allora il Papa ne approfitta per fare il gioco dello “scambio dello zucchetto” con i fedeli, che gliene offrono un altro al suo passaggio, sporgendosi dalle transenne. Tra i doni ricevuti mentre baciava i bambini offerti dalla solerte gendarmeria vaticana, anche una rosa bianca a gambo lungo. 
Tra i tanti bambini salutati anche oggi, ce n’era uno che sopra il maglione indossava una maglietta bianca con la scritta “I love Papa”, dove il “love” era sostituito da un grande cuore rosso fiammeggiante. C’è chi ha lanciato altre magliette al Papa, che l’ha restituite sorridendo lanciandole a sua volta, come si fa quando qualcuno ti passa la palla. 

Nella parte finale del consueto giro in piazza, un ragazzo e una ragazza si sono “sbracciati” dalle transenne. Papa Francesco, allora, ha fatto fermare la macchina, i due ragazzi hanno scavalcato e sono andati a prender posto sulla “papamobile”, toccando il Papa con la mano sulla sua schiena e salutando felici la folla.



Guarda il video del saluto ai fedeli


La Famiglia - 5. I Fratelli

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Nel nostro cammino di catechesi sulla famiglia, dopo aver considerato il ruolo della madre, del padre, dei figli, oggi è la volta dei fratelli. “Fratello” e “sorella” sono parole che il cristianesimo ama molto. E, grazie all’esperienza familiare, sono parole che tutte le culture e tutte le epoche comprendono.

Il legame fraterno ha un posto speciale nella storia del popolo di Dio, che riceve la sua rivelazione nel vivo dell’esperienza umana. Il salmista canta la bellezza del legame fraterno: «Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!» (Sal 132,1). E questo è vero, la fratellanza è bella! Gesù Cristo ha portato alla sua pienezza anche questa esperienza umana dell’essere fratelli e sorelle, assumendola nell’amore trinitario e potenziandola così che vada ben oltre i legami di parentela e possa superare ogni muro di estraneità.

...

Oggi più che mai è necessario riportare la fraternità al centro della nostra società tecnocratica e burocratica: allora anche la libertà e l’uguaglianza prenderanno la loro giusta intonazione. Perciò, non priviamo a cuor leggero le nostre famiglie, per soggezione o per paura, della bellezza di un’ampia esperienza fraterna di figli e figlie. E non perdiamo la nostra fiducia nell’ampiezza di orizzonte che la fede è capace di trarre da questa esperienza, illuminata dalla benedizione di Dio.

Guarda il video della catechesi

Saluti:
...

APPELLO

Vorrei invitare ancora a pregare per i nostri fratelli egiziani che tre giorni fa sono stati uccisi in Libia per il solo fatto di essere cristiani. Il Signore li accolga nella sua casa e dia conforto alle loro famiglie e alle loro comunità.

Preghiamo anche per la pace in Medio Oriente e nel Nord Africa, ricordando tutti i defunti, i feriti e i profughi. Possa la Comunità internazionale trovare soluzioni pacifiche alla difficile situazione in Libia.

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Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. 
... Il mio pensiero va ai giovani del Rinnovamento Carismatico Cattolico Internazionale, che oggi, in diverse parti del mondo, si raccolgono in preghiera per l’ora di adorazione eucaristica. Mi unisco spiritualmente a loro nell’esprimere apprezzamento per questa iniziativa ed auspico che le nuove generazioni possano andare sempre più incontro a Cristo.

Saluto i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. La Quaresima è un tempo favorevole per intensificare la vostra vita spirituale: la pratica del digiuno vi sia di aiuto, cari giovani, per acquisire padronanza su voi stessi; la preghiera sia per voi, cari ammalati, il mezzo per affidare a Dio le vostre sofferenze e sentirne la sua presenza amorevole; le opere di misericordia, infine, aiutino voi, cari sposi novelli, a vivere la vostra esistenza coniugale aprendola alle necessità dei fratelli.

Buona Quaresima a tutti!

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giovedì 19 febbraio 2015

«Chi è Dio per me?» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano

19 febbraio 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.



Papa Francesco:
Quaresima, tempo delle scelte

Nella fretta della vita bisogna avere il coraggio di fermarsi e di scegliere. E il tempo quaresimale serve proprio a questo. Nella messa celebrata stamattina, 19 febbraio, a Santa Marta, Papa Francesco ha posto l’accento sulla necessità di porsi quelle domande che sono importanti per la vita dei cristiani e di saper fare le scelte giuste.

Commentando le letture del giovedì dopo le Ceneri (Deuteronomio 30, 15-20; Salmo 1, Luca 9, 22-25), il Pontefice ha spiegato che «all’inizio del cammino quaresimale, la Chiesa ci fa riflettere sulle parole di Mosè e di Gesù: “Tu devi scegliere”». Si tratta quindi di riflettere sulla necessità che tutti noi abbiamo di fare delle scelte nella vita. «E Mosè — ha sottolineato Francesco — è chiaro: “Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male: scegli”». Infatti «il Signore ci ha dato la libertà, una libertà per amare, per camminare sulle sue strade». E così noi siamo liberi e possiamo scegliere. 

Purtroppo però, ha avvertito il Papa, «non è facile scegliere». È più comodo «vivere lasciandosi portare dall’inerzia della vita, delle situazioni, delle abitudini». Per questo «oggi la Chiesa ci dice: “Tu sei responsabile; tu devi scegliere”». Ecco allora gli interrogativi sollevati dal Pontefice: «Tu hai scelto? Come vivi? Il tuo modo di vita, il tuo stile di vita, com’è? È dalla parte della vita o dalla parte della morte?».

Naturalmente la risposta dovrebbe essere quella di «scegliere il cammino del Signore. “Io ti comando di amare il Signore”. E così Mosè ci fa vedere la strada del Signore: “Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dei e a servirli, perirete”. Scegliere fra Dio e gli altri dei, quelli che non hanno il potere di darci niente, soltanto piccole cosine che passano».

Ritornando sulla difficoltà di scegliere, Francesco si è detto consapevole che «noi abbiamo sempre questa abitudine di andare un po’ dove va la gente, un po’ come tutti». Ma, ha proseguito, «oggi la Chiesa ci dice: “Fermati e scegli”. È un buon consiglio. E oggi — ha suggerito il Papa — ci farà bene fermarci e durante la giornata pensare: com’è il mio stile di vita? Per quali strade cammino?».

Dal resto, nella quotidianità noi tendiamo all’atteggiamento opposto. «Tante volte — ha ricordato — viviamo di corsa, viviamo in fretta, senza accorgerci di come sia la strada; e ci lasciamo portare avanti dai bisogni, dalle necessità del giorno, ma senza pensare». Da qui l’invito a fermarsi: «Incomincia la Quaresima così con piccole domande che aiuteranno a pensare: “Come è la mia vita?”». Il primo interrogativo da porsi — ha spiegato il Papa — è: «chi è Dio per me? Io scelgo il Signore? com’è il rapporto con Gesù?». E il secondo: «Com’è il rapporto con i tuoi; con i tuoi genitori; con i tuoi fratelli; con la tua sposa; con tuo marito; con i tuoi figli?». Infatti, bastano «queste due domande, e sicuramente troveremo cose che dobbiamo correggere».
...

Riproponendo le parole del Salmo «Beato l’uomo che confida nel Signore» il Papa ha quindi esortato a essere consapevoli che Dio non ci abbandona. «Oggi, nel momento in cui noi ci fermiamo per pensare a queste cose e prendere decisioni, scegliere qualcosa, sappiamo che il Signore è con noi, è accanto a noi, per aiutarci. Mai ci lascia andare da soli. È sempre con noi. Anche nel momento della scelta». Da qui la duplice consegna conclusiva: «abbiamo fiducia in questo Signore, che è con noi, e quando ci dice “scegli fra il bene e il male” ci aiuta a scegliere il bene». E soprattutto «chiediamogli la grazia di essere coraggiosi», perché «ci vuole un po’ di coraggio» per «fermarsi e chiedersi come sto davanti a Dio, come sono i rapporti con la mia famiglia, cosa devo cambiare, cosa devo scegliere. E Lui — ha assicurato Francesco — è con noi».

Leggi tutto: Messa a Santa Marta - Fermarsi e scegliere

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"Gli ipocriti non sanno piangere... chiediamo il dono delle lacrime" Papa Francesco nell'omelia delle Ceneri (foto, testo e video)


È cominciata con la processione dalla basilica di Sant’Anselmo, la celebrazione nella forma delle “stazioni” romane presieduta dal Papa. Arrivato alle 16.30 circa, con la Focus blu, davanti alla chiesa dell’Aventino, il Santo Padre, nei tradizionali paramenti viola della Quaresima, ha chiuso la fila della liturgia a cui prendono parte i cardinali, gli arcivescovi, i vescovi, i monaci benedettini di Sant’Anselmo, i padri domenicani di Santa Sabina e alcuni fedeli che lo hanno atteso all’ingresso. Una decina di minuti dopo, salutato dalla folla stipata lungo le transenne, è partita la tradizionale processione penitenziale diretta alla basilica di Santa Sabina, passando davanti alla basilica di Sant’Alessio.





Come da tradizione, in occasione del mercoledì delle Ceneri che dà inizio alla Quaresima, papa Francesco ha presieduto nella basilica di Santa Sabina all'Aventino la Messa solenne durante la quale ha benedetto e imposto le ceneri ai fedeli


 

Riportiamo il testo integrale della bellissima omelia di Papa Francesco.

Come popolo di Dio incominciamo il cammino della Quaresima, tempo in cui cerchiamo di unirci più strettamente al Signore, per condividere il mistero della sua passione e della sua risurrezione.

La liturgia di oggi ci propone anzitutto il passo del profeta Gioele, inviato da Dio a chiamare il popolo alla penitenza e alla conversione, a causa di una calamità (un’invasione di cavallette) che devasta la Giudea. Solo il Signore può salvare dal flagello e bisogna quindi supplicarlo con preghiere e digiuni, confessando il proprio peccato.

Il profeta insiste sulla conversione interiore: «Ritornate a me con tutto il cuore» (2,12).

Ritornare al Signore “con tutto il cuore” significa intraprendere il cammino di una conversione non superficiale e transitoria, bensì un itinerario spirituale che riguarda il luogo più intimo della nostra persona. Il cuore, infatti, è la sede dei nostri sentimenti, il centro in cui maturano le nostre scelte, i nostri atteggiamenti. Quel “ritornate a me con tutto il cuore” non coinvolge solamente i singoli, ma si estende all’intera comunità, è una convocazione rivolta a tutti: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo» (v. 16).

Il profeta si sofferma in particolare sulla preghiera dei sacerdoti, facendo osservare che va accompagnata dalle lacrime. Ci farà bene, a tutti, ma specialmente a noi sacerdoti, all’inizio di questa Quaresima, chiedere il dono delle lacrime, così da rendere la nostra preghiera e il nostro cammino di conversione sempre più autentici e senza ipocrisia. Ci farà bene farci la domanda: “Io piango? Il Papa piange? I cardinali piangono? I vescovi piangono? I consacrati piangono? I sacerdoti piangono? Il pianto è nelle nostre preghiere?”. E proprio questo è il messaggio del Vangelo odierno. Nel brano di Matteo, Gesù rilegge le tre opere di pietà previste nella legge mosaica: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. E distingue, il fatto esterno dal fatto interno, da quel piangere dal cuore. Nel corso del tempo, queste prescrizioni erano state intaccate dalla ruggine del formalismo esteriore, o addirittura si erano mutate in un segno di superiorità sociale. Gesù mette in evidenza una tentazione comune in queste tre opere, che si può riassumere proprio nell’ipocrisia (la nomina per ben tre volte): «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro…Quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti…Quando pregate, non siate simili agli ipocriti, che…amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. … E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti» (Mt 6,1.2.5.16). Sapete, fratelli, che gli ipocriti non sanno piangere, hanno dimenticato come si piange, non chiedono il dono delle lacrime.

Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce in noi il desiderio di essere stimati e ammirati per questa buona azione, per ricavarne una soddisfazione. Gesù ci invita a compiere queste opere senza alcuna ostentazione, e a confidare unicamente nella ricompensa del Padre «che vede nel segreto» (Mt 6,4.6.18).

Cari fratelli e sorelle, il Signore non si stanca mai di avere misericordia di noi, e vuole offrirci ancora una volta il suo perdono - tutti ne abbiamo bisogno - , invitandoci a tornare a Lui con un cuore nuovo, purificato dal male, purificato dalle lacrime, per prendere parte alla sua gioia. Come accogliere questo invito? Ce lo suggerisce san Paolo: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor5,20). Questo sforzo di conversione non è soltanto un’opera umana, è lasciarsi riconciliare. La riconciliazione tra noi e Dio è possibile grazie alla misericordia del Padre che, per amore verso di noi, non ha esitato a sacrificare il suo Figlio unigenito. Infatti il Cristo, che era giusto e senza peccato, per noi fu fatto peccato (v. 21) quando sulla croce fu caricato dei nostri peccati, e così ci ha riscattati e giustificati davanti a Dio. «In Lui» noi possiamo diventare giusti, in Lui possiamo cambiare, se accogliamo la grazia di Dio e non lasciamo passare invano questo «momento favorevole» (6,2). Per favore, fermiamoci, fermiamoci un po’ e lasciamoci riconciliare con Dio.

Con questa consapevolezza, iniziamo fiduciosi e gioiosi l’itinerario quaresimale. Maria Madre Immacolata, senza peccato, sostenga il nostro combattimento spirituale contro il peccato, ci accompagni in questo momento favorevole, perché possiamo giungere a cantare insieme l’esultanza della vittoria nel giorno della Pasqua. E come segno della volontà di lasciarci riconciliare con Dio, oltre alle lacrime che saranno “nel segreto”, in pubblico compiremo il gesto dell’imposizione delle ceneri sul capo. Il celebrante pronuncia queste parole: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» (cfr Gen 3,19), oppure ripete l’esortazione di Gesù: «Convertitevi e credete al Vangelo» (cfr Mc 1,15). Entrambe le formule costituiscono un richiamo alla verità dell’esistenza umana: siamo creature limitate, peccatori sempre bisognosi di penitenza e di conversione. Quanto è importante ascoltare ed accogliere tale richiamo in questo nostro tempo! L’invito alla conversione è allora una spinta a tornare, come fece il figlio della parabola, tra le braccia di Dio, Padre tenero e misericordioso, a piangere in quell’abbraccio, a fidarsi di Lui e ad affidarsi a Lui.

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Don Tonino Bello e Papa Francesco

Probabilmente non si sono conosciuti, ma tra i due si scorgono assonanze: capacità comunicativa, la «Chiesa del grembiule» che si fa servizio. L'intervista al vicepostulatore

A un giornalista che insisteva sul fatto che avrebbe potuto essere un grande politico, don Tonino Bello rispose che nella sua vita aveva avuto un solo pensiero: essere un sacerdote. Era un uomo di pace in ogni campo nel quale si cimentava, in quello civile e soprattutto in quello ecclesiale. Non si può, però, leggere la storia di don Tonino in maniera superficiale senza andare alla fonte della sua azione: il suo amore per la Chiesa. Ne è fermamente convinto anche monsignor Domenico Amato, vicepostulatore della causa di canonizzazione, che ha realizzato per Città Nuova Editrice, il volume «Tonino Bello. Una biografia dell’anima».

Conclusa la fase diocesana del processo di canonizzazione, un anno fa il materiale è stato inviato a Roma, dove verrà indicato il relatore della causa che, insieme con il postulatore, stenderà la positio. La figura di don Tonino Bello è circondata da una fama di santità popolare. Chi ha conosciuto il Vescovo di Molfetta, ma anche chi lo incontra attraverso i suoi scritti, non può non coglierne una grande spiritualità, non può non scoprire una voce profetica e una testimonianza cristiana estremamente significativa. «Don Tonino era un profeta della pace e come presidente di Pax Christi era molto conosciuto, ma non era solo questo. Si forma – spiega Amato – a Bologna negli anni del Concilio e ha un riferimento significativo nell’esperienza episcopale del cardinale Lercaro. È importante e fondamentale cogliere la sua spiritualità trinitaria, cristologica e mariana».

Aveva una grande capacità comunicativa. «Dietro alle sue espressioni (si pensi, per esempio, alla parola “contemplattivi”, cioè coniugare insieme contemplazione e azione), c’è una riflessione molto profonda». E, infine, l’importanza dell’aspetto pastorale. «Don Tonino nei 10 anni da Vescovo è stato profondamente inserito nella vita della diocesi. Ha tradotto il Concilio a misura della Chiesa locale. Dal suo ministero episcopale emerge una vera teologia della Chiesa locale. Diversi sacerdoti quando vengono eletti vescovi si recano sulla tomba di don Tonino o si rifanno ad alcuni suoi insegnamenti».

Una delle sue espressioni più note è la «Chiesa del grembiule». «La Chiesa del grembiule è la Chiesa del Vangelo. L’immagine nasce dall’icona evangelica di Gesù che si fa servo; vivere la Chiesa del grembiule significa vivere la Chiesa del servizio». Ci sono molte assonanze con la «Chiesa col grembiule» di papa Francesco. «La matrice della frase del Papa è sicuramente di don Tonino. C’è un’assonanza molto forte tra i due che viene da lontano, dal Concilio. Verso la fine del Vaticano II, un gruppo di vescovi (principalmente latinoamericani ma c’era anche Lercaro) si radunò per siglare il patto delle catacombe. Cosa siglarono? Una Chiesa dei poveri, una Chiesa povera in cui i vescovi erano con il popolo e oggi Bergoglio vive questo stile. Don Tonino aveva assimilato questa idea del Concilio: un episcopio aperto, uno stile sobrio, uno stare con la gente…».
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Monsignor Bello e Papa Francesco due testimoni del Vangelo. Un Vangelo incarnato nella quotidianità della vita. Niente e nessuno hanno cambiato il loro stile, anche quando sono stati chiamati a servire la Chiesa nel grado dell’episcopato e, oltre a questo per Papa Bergoglio anche nel ministero petrino. Due uomini venuti “dalle fine del mondo”. Papa Bergoglio dall’Argentina, mons. Bello da “finibus terrae”, da Alessano a pochi Km dal capo di Leuca, ultima spiaggia del tacco d’Italia. Due uomini accomunati quindi, non solo dalla vocazione sacerdotale e dalla forte passione per il Vangelo, ma anche dalla provenienza. Due uomini che hanno origine dalle “periferie” del mondo. Per quanto riguarda l’Argentina, paese del Sudamerica, sappiamo bene la situazione, una situazione segnata dalla povertà materiale, ma molto forte nella spiritualità religiosa popolare; per il capo di Leuca si può affermare la stessa cosa, un pezzo d’Italia, il profondo sud della penisola, che in passato ha dovuto fare i conti con la povertà materiale, ma molto radicata nella fede cristiana, una fede che, ancora oggi si manifesta anche nella pietà popolare che alimenta il cuore del popolo del Sud, e in modo particolare del Salento. 
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Da questa origine “finibus terrae” scaturisce l’amore dei due per la povertà, per la sobrietà, per i poveri. E da qui scaturisce ogni loro azione pastorale. Anche la scelta di indossare la croce in legno per don Tonino, o continuare ad indossare la croce pettorale usata da vescovo per Papa Bergoglio. 
Questo induce ad una revisione di vita. A volte basta un semplice titolo accademico o professionale per modificare un certo stile di vita. Mons. Bello e Papa Francesco ci fanno comprendere che non è affatto così. Soprattutto per chi ha fatto una scelta come quella della consacrazione religiosa e/o sacerdotale. Chi ama Gesù Cristo, continua ad amarlo anche quando magari si procede per altre vie nella vita, vie che umanamente onorano. Ci vuole soltanto convinzione nella fede, audacia nella speranza, forza nell’amore. 
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Ci accompagnino la testimonianza e la preghiera del Servo di Dio don Tonino Bello e l’esempio di Papa Francesco.


... Non è azzardato, oggi, definire il vescovo salentino anticipatore dello stile di papa Francesco. Soprattutto nel linguaggio con il quale ha ridato nuova linfa all’insegnamento del Vangelo e al dialogo con i lontani. Lo stile di comunicazione di Bergoglio attinge a un linguaggio simbolico che entra immediatamente nell’immaginario collettivo. Tutti ricordano espressioni come “Chiesa ospedale da campo”, “periferie esistenziali”, “l’odore delle pecore”, “il sudario non ha tasche”, “Dio spray”, “globalizzazione dell’indifferenza” o la Chiesa “che non deve essere una baby sitter”.
Don Tonino, con la libertà profonda e la genialità dei profeti, usava espressioni analoghe per comunicare con i fedeli. Coniò la celebre espressione sulla "Chiesa del grembiule" per indicare che il potere nella Chiesa è servizio...


Il 14 Novembre 2013 la mattina... a pochi giorni dalla chiusura della fase diocesana del processo di canonizzazione di don Tonino (fissata per il 30 novembre 2013) il Papa ha voluto incontrare Marcello e Trifone Bello. E con loro in Vaticano è stato ricevuto anche Giancarlo Piccinni, presidente della Fondazione don Tonino Bello.
Un incontro speciale e commovente. Alle ore 7 Papa Francesco ha celebrato la messa in Santa Marta, davanti ai tre ospiti arrivati dal Salento. Quindi li ha ricevuti nella foresteria di Casa Santa Marta e in quell'occasione Marcello e Trifone Bello hanno donato al pontefice la croce di don Tonino e il santo padre ha assicurato: «La indosserò»



"La gratuità che sa parlare" di Luigino Bruni

Le levatrici d’Egitto/8 -
Il Dio biblico chiama a camminare i deserti senza paura



"La gratuità che sa parlare"

di Luigino Bruni





"Guardarsi dall’idolatria significa non eludere la domanda dei figli e delle figlie, che chiedono: ‘perché questo rito, perché questo comandamento etico, perché amare il Dio unico? E significa non sottrarsi alle risposte” (Jean-Pierre Sonnet, Generare è narrare).

Fu sufficiente il tempo di una sola notte perché il faraone dimenticasse il grande dolore delle piaghe, e le uniche preoccupazioni dell’impero tornassero ad essere i mattoni e il ‘servizio’ degli israeliti: “Quando fu riferito al re d'Egitto che il popolo era fuggito, il cuore del faraone e dei suoi ministri si rivolse contro il popolo. Dissero: «Che cosa abbiamo fatto, lasciando che Israele si sottraesse al nostro servizio?». Attaccò allora il cocchio e prese con sé i suoi soldati” (14,5-6). L’alba del nuovo giorno ci svela che in quella liberazione non c’era alcuna gratuità.

La prima nota di fondo di tutti i regimi idolatrici è proprio l’assenza di gratuità, che è invece la prima dimensione della fede biblica. La creazione è dono, l’alleanza è dono, la promessa è dono, la lotta all’idolatria è dono. Gratuità è l’altro nome di YHWH. La cultura dell’idolo odia il dono. È il suo primo nemico sulla terra, perché l’idolo ‘sa’ che il contatto con lo spirito di gratuità lo farebbe morire, gli estrarrebbe il suo potere incantatore. Quando si creano regni idolatri, la prima operazione dei faraoni è allora cercare di eliminare ogni traccia di vero dono dal loro spazio ‘sacro’, e riempirlo tutto e solo di oggetti e merci. Nel nostro tempo questa cancellazione è tentata banalizzando, deridendo la gratuità, considerandola una nostalgia infantile di adulti mal cresciuti. Poi viene trasformata nei gadget del faraone, nei suoi sconti, fidelity cards e regali innocui consentiti soltanto durante le sue ‘feste’. Ma il tentativo più subdolo di espulsione della gratuità, è confinarla nel ‘non-profit’, affidarne il monopolio alle istituzioni filantropiche o agli sponsor che, come il capro espiatorio, hanno lo scopo di addossarsi tutto il dono-gratuità del villaggio, portarlo fuori e farlo morire nel deserto.
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mercoledì 18 febbraio 2015

Mercoledì delle Ceneri - "L’armonia ritrovata" di Antonio Savone

Mercoledì delle Ceneri
L’armonia ritrovata
di Antonio Savone


È vero: forse ci sfugge il senso autentico di questo tempo che la misericordia di Dio dischiude per noi. Forse siamo ancora convinti che esso consista esclusivamente nell’osservanza di una serie di pratiche, vissute le quali, poter giungere purificati a celebrare la Pasqua. Forse, però, ci sfugge che lo scopo di questi quaranta giorni non consiste anzitutto nell’imporci qualcosa da evitare ma nell’intenerire il cuore così da aprirsi all’azione dello Spirito Santo in noi.

Questo è il tempo a noi offerto per essere guariti da una terribile malattia che poco o tanto contagia ciascuno di noi: la doppiezza del cuore. Che cos’è un cuore doppio? È un cuore che pur non allontanandosi manifestamente da Dio, in realtà lo serve con atteggiamenti ambigui. L’uomo dal cuore doppio è colui che vive continuamente in un esterno da sé: corretto esteriormente, ma il suo cuore cova violenza; praticante davanti agli uomini, ma il cuore è lontano da ciò che Dio chiede; generoso davanti agli uomini, ma solo per essere ammirato. Cosa c’è dietro un cuore doppio? Un “ego” che non riesce a non essere il centro di ogni cosa e perciò finisce per sacrificare ogni cosa nell’adorazione di sé. Un “ego” preoccupato del culto dell’immagine, un “ego” che indossa abitualmente una maschera. La vita diventa una finzione perché è concepita come un dare spettacolo.

La Quaresima, però, ci ricorda che questo non è più tempo di maschere ma è, invece, il tempo dei volti. Le ceneri che tra poco riceveremo sul capo sono lì a chiederci un esercizio di verità: senza Dio noi non siamo che polvere e cenere. Essere o apparire? Questa è la sfida quotidiana per ciascuno di noi.

Attraverso questo segno austero vorrei che ci chiedessimo tutti: a chi sto cercando di piacere? Chi vorrei compiacere? Da chi attendo di essere riconosciuto e ricompensato? Piacere agli uomini o piacere al Signore?

In questo tempo di grazia, la Chiesa raccomanda a tutti noi di praticare il digiuno, l’elemosina e la preghiera. Perché mai? Di cosa si tratta?
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Omelia di P. Aurelio Antista (VIDEO)



VI Domenica del Tempo Ordinario / Anno B
15/02/2015


Omelia di P. Aurelio Antista 
Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto




In queste ultime domeniche l'Evangelista Marco ci sta introducendo nel ministero di Gesù, ci sta facendo entrare nella comprensione del Suo stile di vita, del Suo annuncio, della Sua persona che è buona notizia per tutti noi. In modo particolare l'Evangelista ci ha descritto una giornata del ministero di Gesù, un giorno tipo, quasi a dirci qual era l'attività di Gesù e in modo particolare ci ha presentato l'attività di Gesù a Cafarnao in giorno di sabato...

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QUARESIMA/Mercoledì delle ceneri -"Alla ricerca della verità del proprio essere" di Enzo Bianchi



QUARESIMA/Mercoledì delle ceneri 

"Alla ricerca della verità 
del proprio essere"

 di Enzo Bianchi





"Ogni anno ritorna la quaresima, un tempo pieno di quaranta giorni da vivere da parte dei cristiani tutti insieme come tempo di conversione, di ritorno a Dio. Sempre i cristiani devono vivere lottando contro gli idoli seducenti, sempre è il tempo favorevole ad accogliere la grazia e la misericordia del Signore, tuttavia la Chiesa – che nella sua intelligenza conosce l’incapacità della nostra umanità a vivere con forte tensione il cammino quotidiano verso il Regno – chiede che ci sia un tempo preciso che si stacchi dal quotidiano, un tempo “altro”, un tempo forte in cui far convergere nello sforzo di conversione la maggior parte delle energie che ciascuno possiede. E la Chiesa chiede che questo sia vissuto simultaneamente da parte di tutti i cristiani, sia cioè uno sforzo compiuto tutti insieme, in comunione e solidarietà. Sono dunque quaranta giorni per il ritorno a Dio, per il ripudio degli idoli seducenti ma alienanti, per una maggior conoscenza della misericordia infinita del Signore.
La conversione, infatti, non è un evento avvenuto una volta per tutte, ma è un dinamismo che deve essere rinnovato nei diversi momenti dell’esistenza, nelle diverse età, soprattutto quando il passare del tempo può indurre nel cristiano un adattamento alla mondanità, una stanchezza, uno smarrimento del senso e del fine della propria vocazione che lo portano a vivere nella schizofrenia la propria fede.
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Il mercoledì delle Ceneri segna l’inizio di questo tempo propizio della quaresima ed è caratterizzato, come dice il nome, dall’imposizione delle ceneri sul capo di ogni cristiano. Un gesto che forse oggi non sempre è capito ma che, se spiegato e recepito, può risultare più efficace delle parole nel trasmettere una verità. La cenere, infatti, è il frutto del fuoco che arde, racchiude il simbolo della purificazione, costituisce un rimando alla condizione del nostro corpo che, dopo la morte, si decompone e diventa polvere: sì, come un albero rigoglioso, una volta abbattuto e bruciato, diventa cenere, così accade al nostro corpo tornato alla terra, ma quella cenere è destinata alla resurrezione.
Simbolica ricca, quella della cenere, già conosciuta nell’Antico Testamento e nella preghiera degli ebrei: cospargersi il capo di cenere è segno di penitenza, di volontà di cambiamento attraverso la prova, il crogiolo, il fuoco purificatore. Certo è solo un segno, che chiede di significare un evento spirituale autentico vissuto nel quotidiano del cristiano: la conversione e il pentimento del cuore contrito. Ma proprio questa sua qualità di segno, di gesto può, se vissuto con convinzione e nell’invocazione dello Spirito, imprimersi nel corpo, nel cuore e nello spirito del cristiano, favorendo così l’evento della conversione. ... " (Enzo Bianchi)