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sabato 26 aprile 2014

Papa Francesco e Giovanni Paolo II - Bergoglio e Wojtyla a confronto




Intervista a George Weigel, biografo di Wojtyla, sulla canonizzazione del Papa polacco e su quanto il suo ministero influenzi oggi la Chiesa e il pontificato di Francesco

Quale secondo lei l’influenza spirituale di Giovanni Paolo II nel pontificato di Papa Francesco?
Weigel: Beh, il fatto che questa canonizzazione si svolge nella Domenica della Divina Misericordia, che era un’iniziativa di Giovanni Paolo II e che la misericordia di Dio è il tema centrale del pontificato di Papa Francesco, dimostra che vi è un legame chiaro e profondo tra questi due uomini. Ed è anche il senso che il mondo sta cercando oggi. Il mondo è spesso confuso su ciò che desidera, ci sono ferite profonde nel tessuto dell'umanità e la Divina Misericordia è la risposta più appropriata ed efficace che la Chiesa sta fornendo.

Due cardinali parlano dei papi Bergoglio e Wojtyla e li mettono a confronto, concludendo che si somigliano per «molti aspetti» e che Bergoglio forse farà le riforme che l'altro non osò o non potè fare. Uno è il cardinale Stanislaw Dziwisz che fu segretario di Giovanni Paolo II e ne parla con Gianfranco Svidercoschi nel volume Ho vissuto con un santo ... l'altro è il cardinale Camillo Ruini che fu vicario di Giovanni Paolo II per la città di Roma... Per Ruini i due Papi sono «entrambi grandi evangelizzatori, dotati della capacità di entrare in comunicazione immediata con la gente ed entrambi sono mossi da una fede profonda che fa loro superare gli ostacoli». In particolare Ruini si dice colpito dalla somiglianza dei due «nel sentirsi anzitutto vescovi di Roma»...

Il 2 aprile di 8 anni fa tornava alla Casa del Padre il Beato Giovanni Paolo II. Papa Wojtyla è sempre stato legato a Jorge Mario Bergoglio che nel 1992 aveva nominato vescovo e nel 2001 creato cardinale. Riproponiamo alcuni passaggi di due omelie pronunciate dall’allora arcivescovo di Buenos Aires su Giovanni Paolo II. 

Vedi anche il nostro precedente post:


Papa Francesco e Giovanni XXIII - Quelle sintonie tra Roncalli e Bergoglio


Quelle sintonie tra Roncalli e Bergoglio
di ANDREA TORNIELLI


La misericordia e la bontà, la tenerezza, la costruzione di ponti verso i lontani: alcuni degli aspetti che accomunano Francesco al nuovo santo Giovanni XXIII


Karol Wojtyla era un «grande uomo, un grande Papa», e «sono felice di essere chiamato a proclamare la sua santità», ha detto Francesco in un videomessaggio inviato in Polonia alla vigilia della cerimonia di domani, durante la quale saranno canonizzati Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Ma non c'è dubbio che il processo per l'aureola all'«atleta di Dio» polacco fosse già in fase avanzata quando si è tenuto l'ultimo conclave. La vera novità è dunque rappresentata dall'associazione con Roncalli, che Francesco ha voluto e deciso già nelle prime settimane dopo l'elezione.

Per Papa Bergoglio, Roncalli è un punto di riferimento. «Entrambi hanno destato un forte consenso popolare grazie alla loro naturale capacità di comunicare in modo concreto e immediato il senso dell’umanità e della bontà di Dio», osserva Stefania Falasca nel libro «Giovanni XXIII, in una carezza la rivoluzione» (Rizzoli). Fin dai primi passi del suo pontificato, Francesco ha detto e soprattutto mostrato con i gesti, che «non bisogna aver paura della tenerezza».

Giovanni XXIII è ricordato per il famoso «discorso alla luna», la sera dell'11 ottobre 1962, conclusosi con l'invito a portare la carezza del Papa ai bambini rimasti a casa; Francesco ha fatto dell'abbraccio con i più piccoli, con i malati e con gli anziani uno dei punti salienti delle sue udienze, senza mai guardare l'orologio.

Anche le frequenti visite alle parrocchie romane, che Francesco ritiene prioritarie nel suo ministero di vescovo di Roma, costituiscono un legame stretto con Giovanni XXIII, che queste visite riprese a fare dopo che si erano interrotte per due secoli. L'ex segretario di Roncalli, Loris Capovilla, oggi cardinale, ha sottolineato che quei gesti non volevano affatto essere «rivoluzionari», perché non facevano altro che mettere in pratica il dovere del pastore.

C'è poi l'insistenza sulla misericordia, un altro tratto comune. Di «medicina della misericordia» - con oltre mezzo secolo d'anticipo rispetto alla «misericordina» di Francesco - aveva parlato proprio Giovanni XXIII. Un pastore che durante tutta la sua vita ha cercato di costruire ponti, tendere la mano, raggiungere anche i «lontani», gli appartenenti ad altre confessioni cristiane e ad altre religioni come pure i non credenti. Lo stesso atteggiamento che oggi caratterizza il pontificato di Papa Bergoglio.

All'origine della decisione di proclamare santo il Pontefice bergamasco che inaugurò il Concilio Ecumenico Vaticano II ci sono due ragioni fondamentali: il culto liturgico diffuso in tutto il mondo della sua memoria, accompagnato da una «fama di santità» diffusa e anche da molte grazie ricevute, alcune delle quali presentano caratteristiche di guarigioni inspiegabili. E il fatto che furono già alcuni padri conciliari a chiedere che Papa Giovanni, da poco scomparso, venisse proclamato direttamente santo per acclamazione. Bergoglio ritiene dunque molto attuale la figura di Roncalli, per la Chiesa e per il mondo. Per questo ha deciso di canonizzarlo, dispensando dal riconoscimento ufficiale del secondo miracolo attribuito alla sua intercessione. (fonte: Vatican Insider)

Per approfondire leggi anche:

Radiomessaggio di Giovanni XXII per l’intesa e la concordia tra i popoli



Radiomessaggio di Giovanni XXII
per l’intesa e la concordia tra i popoli



Il Radiomessaggio per l’intesa e la concordia tra i popoli fu pronunciato in lingua francese da Papa Giovanni XXIII alle ore 12.00 di giovedì 25 ottobre 1962 dai microfoni della Radio vaticana, rivolgendosi ai governanti della terra e "a tutti gli uomini di buona volontà". Il messaggio era stato già consegnato - poche ore prima - agli ambasciatori degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica, presso la Santa Sede. 

Pochi giorni prima dell'intervento radiofonico, il mondo sembrava essere precipitato nel baratro di un conflitto nucleare. Il 22 ottobre precedente, infatti, il Presidente degli Stati Uniti d'America, John F. Kennedy, aveva annunciato alla nazione la presenza di installazioni missilistiche a Cuba e l'avvicinamento all'isola di alcune navi sovietiche con a bordo le testate nucleari per l'armamento dei missili. Il presidente americano aveva immediatamente imposto il blocco navale militare a 800 miglia dall'isola, ordinando agli equipaggi di essere pronti ad ogni eventualità, ma le navi sovietiche sembravano intenzionate a forzare il blocco.

Di fronte alla drammaticità della situazione, Giovanni XXIII sentì la necessità di agire per la pace, rivolgendo un discorso alle parti interessate e all'umanità, per scongiurare l'imminente pericolo di guerra.

Il Santo Padre dirige ai popoli del mondo intero ed ai loro Governanti un fervido appello per instaurare e consolidare il supremo bene della pace. Il messaggio di Sua Santità è immediatamente diffuso in ogni Continente dalla stazione Radio Vaticana; quindi ritrasmesso da numerosi centri radio-fonici e televisivi. Esso suscita generali, vivi consensi: e da impulso decisivo a risolvere la gravissima situazione prodottasi per il conflitto fra Stati Uniti e Cuba.

“Signore, ascolta la supplica del tuo servo, la supplica dei tuoi servi, che temono il tuo nome” (Ne 1,11) Questa antica preghiera biblica sale oggi alle nostre labbra tremanti dal profondo del nostro cuore ammutolito e afflitto.
Mentre si apre il Concilio Vaticano II, nella gioia e nella speranza di tutti gli uomini di buona volontà, ecco che nubi minacciose oscurano nuovamente l’orizzonte internazionale e seminano la paura in milioni di famiglie.
La Chiesa – e Noi lo affermavamo accogliendo le ottantasei Missioni straordinarie presenti all’apertura del Concilio – la Chiesa non ha nel cuore che la pace e la fraternità tra gli uomini, e lavora, affinché questi obbiettivi si realizzino.
Noi ricordiamo a questo proposito i gravi doveri di coloro che hanno la responsabilità del potere.
E aggiungiamo: “Con la mano sulla coscienza, che ascoltino il grido angoscioso che, da tutti i punti della terra, dai bambini innocenti agli anziani, dalle persone alle comunità, sale verso il cielo: Pace! Pace!”.
Noi rinnoviamo oggi questa solenne implorazione. Noi supplichiamo tutti i Governanti a non restare sordi a questo grido dell’umanità. Che facciano tutto quello che è in loro potere per salvare la pace. Eviteranno così al mondo gli orrori di una guerra, di cui non si può prevedere quali saranno le terribili conseguenze.
Che continuino a trattare, perché questa attitudine leale e aperta è una grande testimonianza per la coscienza di ognuno e davanti alla storia.
Promuovere, favorire, accettare i dialoghi, a tutti i livelli e in ogni tempo, è una regola di saggezza e di prudenza che attira la benedizione del cielo e della terra.
Che tutti i Nostri figli, che tutti coloro che sono segnati dal sigillo del battesimo e nutriti dalla speranza cristiana, infine che tutti coloro che sono uniti a Noi per la fede in Dio, uniscano le loro preghiere alla Nostra per ottenere dal cielo il dono della pace: di una pace che non sarà vera e duratura se non si baserà sulla giustizia e l’uguaglianza.
Che a tutti gli artigiani di questa pace, a tutti coloro che con cuore sincero lavorano per il vero bene degli uomini, vada la grande benedizione che Noi accordiamo loro con amore al nome di Colui che ha voluto essere chiamato “Principe della Pace” (Is 9,6).



La gioia di Papa Francesco per le canonizzazioni di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II nei messaggi ai polacchi ed ai bergamaschi


Per Papa Francesco «è una gioia speciale che la canonizzazione di papa Giovanni XXIII avvenga insieme a quella del beato Giovanni Paolo II», perché il primo «ha aperto la strada» del «rinnovamento voluto dal Concilio» e il secondo lo ha «portato avanti nel suo lungo pontificato». A due giorni dal rito solenne in cui canonizzerà i due predecessori, papa Bergoglio ha voluto sottolineare il legame tra il Concilio Ecumenico Vaticano II e i due papi futuri santi.
Venerdì 25 aprile il Vaticano ha pubblicato due messaggi papali sui futuri santi. Il primo è un videomessaggio ai polacchi trasmesso ieri dalla tv e dalla radio in Polonia, il secondo un messaggio ai bergamaschi inviato da Bergoglio anche a L'Eco di Bergamo, di cui Roncalli da giovane fu apprezzato collaboratore.

«Cari amici bergamaschi,
avvicinandosi il giorno della canonizzazione del beato Giovanni XXIII, ho sentito il desiderio di inviare questo saluto al vostro Vescovo Francesco, ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai fedeli laici della Diocesi di Bergamo, ma anche a coloro che non appartengono alla Chiesa e all’intera comunità civile bergamasca».
Inizia così la lettera che Papa Francesco ha scritto a tutti i bergamaschi a due giorni dalla cerimonia di canonizzazione di Giovanni XXIII: «Affido - prosegue il pontefice - questo mio messaggio a L’Eco di Bergamo, di cui il giovane sacerdote Don Angelo Roncalli fu apprezzato collaboratore».
«Vi invito a ringraziare il Signore - scrive Papa Bergoglio - per il grande dono che la sua santità è stata per la Chiesa universale, e vi incoraggio a custodire la memoria del terreno nel quale essa è germinata: un terreno fatto di profonda fede vissuta nel quotidiano, di famiglie povere ma unite dall’amore del Signore, di comunità capaci di condivisione nella semplicità»...

... E questa lettera di Papa Francesco al nostro quotidiano non può non sorprendere. Arriva alla vigilia del grande evento della canonizzazione, destinatari il vescovo. Francesco Beschi e «L’Eco». Arriva come viatico beneaugurante per coloro che si sono messi in cammino diretti a Roma per assistere alla canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II.
Le parole del pontefice sono pregne di sapere e conoscenza della vita di Papa Roncalli. Niente fronzoli, vanno dritte al cuore, penetrano nell’animo della gente. Francesco si rivolge al clero, ma il suo saluto va «anche a coloro che non appartengono alla Chiesa»: nessuna distinzione di credo, di fede. Il pontefice si mostra radioso nell’affermare che Bergamo e Sotto il Monte sono diventati «familiari in tutto il mondo». Usa la parola «familiari», non «famosi» e associa questa semplice notorietà al volto sorridente del Papa della bontà...

Cari connazionali del Beato Giovanni Paolo II!
E’ ormai vicina la canonizzazione di quel grande uomo e grande papa che è passato alla storia con il nome di Giovanni Paolo II. Sono felice di essere stato chiamato a proclamare la sua santità, nella prossima Domenica della Divina Misericordia, a conclusione dell’Ottava di Pasqua. Sono grato a Giovanni Paolo II, come tutti i membri del Popolo di Dio, per il suo instancabile servizio, la sua guida spirituale, per aver introdotto la Chiesa nel terzo millennio della fede e per la sua straordinaria testimonianza di santità.
Papa Benedetto XVI ha notato giustamente, tre anni fa, nel giorno della beatificazione del suo Predecessore, che quello che Giovanni Paolo II chiedeva a tutti, cioè di non avere paura e di spalancare le porte a Cristo, egli stesso lo ha fatto per primo: «Ha aperto a Cristo la società, la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante – forza che gli veniva da Dio – una tendenza che poteva sembrare irreversibile. Con la sua testimonianza di fede, di amore e di coraggio apostolico, accompagnata da una grande carica umana, questo esemplare figlio della Nazione polacca ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo. In una parola: ci ha aiutato a non avere paura della verità, perché la verità è garanzia della libertà» (Omelia, 1 maggio 2011). Mi identifico pienamente con queste parole del Papa Benedetto XVI...

venerdì 25 aprile 2014

UN VESCOVO E DUE PAPI - Mons. Luigi Bettazzi ricorda Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II


UN VESCOVO E DUE PAPI

Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, rievoca il primo incontro con Roncalli a Parigi nel 1951. La richiesta dal Concilio di proclamarlo Santo per acclamazione e la prudenza di Paolo VI. La spinta della "Pacem in terris". L'incontro con Giovanni Paolo II, nei giorni della lettera all'onorevole Berlinguer. La visita del Papa polacco, in diocesi, il 19 marzo 1990 per incontrare il mondo del lavoro.


Noi salutiamo il Papa come “Vicario” di Cristo. E se è vero che ogni cristiano per il battesimo è inserito in Cristo (e quindi è “vicario” di Cristo), e il sacerdote, per la sua ordinazione e il suo compito, è - come si diceva un tempo - un “altro Cristo”, il Papa è in misura particolare “Vicario di Cristo” in quanto ne rappresenta e ne continua il compito di grande Profeta, grande Sacerdote, grande Pastore. Assurto a un compito immenso, il Papa resta uomo, con tutte le caratteristiche e i limiti di un’umanità che, pur al servizio dell’umanità perfetta di un Dio che si è fatto uomo, rimane un’umanità imperfetta. Il grande insegnamento che ci ha dato Papa Benedetto con le sue dimissioni è stata la coscienza dei propri limiti, derivata dall’età e dalla situazione concreta, che gli ha fatto trasmettere il “servizio” (ministero) a cui arrivava a sentirsi inadeguato, al nuovo “servitore” che lo Spirito avrebbe designato servendosi dei cardinali.
Ed è così che a suo tempo i cardinali, trovatisi a designare il successore di Papa Pio XII, avevano nominato il cardinale Roncalli come “Papa di transizione” che preparasse il papato all’arcivescovo di Milano, il non ancora cardinale monsignor Montini. Non ebbi modo di incontrare Giovanni perché, accordatosi col mio arcivescovo, il cardinale Lercaro, sulla sostituzione del vescovo ausiliare di Bologna, aveva già firmato la nomina di mons. Baroni a vescovo di Albenga - il che permise ai cardinali di renderla pubblica - ma non aveva firmato la mia, e dovetti attendere la conferma di Paolo VI.
Avevo incontrato il nunzio Roncalli nel 1951 a Parigi...



Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II: analogie e differenze viste dal teologo Vito Mancuso alla luce del Concilio Vaticano II (VIDEO)

"Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II 
sono stati i Papi più amati del secolo scorso
 Cosa li ha accomunati? Quali le principali differenze?"
  secondo il teologo Vito Mancuso  (VIDEO)

Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II sono stati i Papi più amati del secolo scorso. 
Cosa li ha accomunati? Quali le principali differenze? 
Il teologo Vito Mancuso risponde scegliendo il Concilio Vaticano II come chiave per analizzare i due pontificati. Senza tralasciare alcune contraddizioni. 


Intervista di Tiziana Testa. 

GUARDA IL VIDEO
(Riprese Francesco Gastoldi – Agendanet.it.Montaggio Luca Mariani) 

Papa Francesco UDIENZA GENERALE 23 aprile 2014 - testo e video


Piazza San Pietro
Mercoledì, 23 aprile 2014


«Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?»

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Tale certezza abita nel cuore dei credenti da quel mattino di Pasqua, quando le donne andarono al sepolcro di Gesù e gli angeli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?» (Lc 24,5). “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” Queste parole sono come una pietra miliare nella storia; ma anche una “pietra d’inciampo”, se non ci apriamo alla Buona Notizia, se pensiamo che dia meno fastidio un Gesù morto che un Gesù vivo! Invece quante volte, nel nostro cammino quotidiano, abbiamo bisogno di sentirci dire: “Perché stai cercando tra i morti colui che è vivo?”. Quante volte noi cerchiamo la vita fra le cose morte, fra le cose che non possono dare vita, fra le cose che oggi sono e domani non saranno più, le cose che passano… “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”
...
Ripetiamo questa frase dell’angelo per averla nel cuore e nella memoria e poi ognuno risponda in silenzio: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” Ripetiamola! [ripete con la folla] Guardate fratelli e sorelle, Lui è vivo, è con noi! Non andiamo da tanti sepolcri che oggi ti promettono qualcosa, bellezza, e poi non ti danno niente! Lui è vivo! Non cerchiamo fra i morti colui che è vivo! Grazie.

Guarda il video della catechesi

Saluti
...

Ieri ho ricevuto un video-appello da parte degli operai della Lucchini di Piombino, inviatomi prima della chiusura dell’altoforno, che mi ha davvero commosso. Sono rimasto triste. Cari operai, cari fratelli, sui vostri volti erano dipinte una profonda tristezza e le preoccupazioni di padri di famiglie che chiedono solo il loro diritto di lavorare per vivere dignitosamente e per poter custodire, nutrire ed educare i propri figli. Siate sicuri della mia vicinanza e della mia preghiera; non scoraggiatevi, il Papa è accanto a voi e prega per voi, affinché quando si spengono le speranze umane, rimanga sempre accesa la speranza divina che non delude mai. Cari operai, cari fratelli, vi abbraccio fraternamente; e a tutti i responsabili chiedo di compiere ogni sforzo di creatività e di generosità per riaccendere la speranza nei cuori di questi nostri fratelli e nel cuore di tutte le persone disoccupate a causa dello spreco e della crisi economica. Per favore, aprite gli occhi e non rimanete con le braccia incrociate!...

Guarda il video

Nelle scorse settimane mi sono arrivati da ogni parte del mondo tanti messaggi di auguri per la Santa Pasqua. Ricambio questi auguri a tutti. Desidero ringraziare di cuore i bambini, i giovani, gli anziani, le famiglie, le comunità parrocchiali e religiose, le associazioni, i movimenti e i diversi gruppi che hanno voluto manifestarmi affetto e vicinanza. Chiedo a tutti di continuare a pregare per me e per il mio servizio alla Chiesa.
...


Papa Francesco saluta i malati e fedeli 
Guarda il video

Durante l’udienza generale, nel giorno in cui la Chiesa ricorda San Giorgio in tanti, presenti in Piazza San Pietro, hanno fatto gli auguri al Pontefice. 

Guarda il video integrale


giovedì 24 aprile 2014

La paura della gioia - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
24 aprile 2014
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
“non avere paura della gioia”

Ci sono cristiani che hanno paura della gioia della Risurrezione che Gesù ci vuole donare e la loro vita sembra un funerale, ma il Signore risorto è sempre con noi: è quanto ha affermato il Papa durante la Messa presieduta a Santa Marta.

Il Vangelo proposto dalla liturgia del giorno racconta l’apparizione di Cristo risorto ai discepoli. Al saluto di pace del Signore i discepoli, invece di gioire – afferma il Papa nell’omelia - restano “sconvolti e pieni di paura”, pensando “di vedere un fantasma”. Gesù cerca di far capire loro che è realtà quello che vedono, li invita a toccare il suo corpo, si fa dare da mangiare. Li vuole condurre alla “gioia della Risurrezione, la gioia della sua presenza fra di loro”. Ma i discepoli – osserva il Papa – “per la gioia non credevano, non potevano credere, perché avevano paura della gioia”:
“E’ una malattia dei cristiani questa. Abbiamo paura della gioia. E’ meglio pensare: ‘Sì, sì, Dio esiste, ma è là; Gesù è risorto, è là’. Un po’ di distanza. Abbiamo paura della vicinanza di Gesù, perché questo ci dà gioia. E così si spiegano tanti cristiani di funerale, no? Che la loro vita sembra un funerale continuo. Preferiscono la tristezza e non la gioia. Si muovono meglio non nella luce della gioia, ma nelle ombre, come quegli animali che soltanto riescono ad uscire nella notte, ma alla luce del giorno no, non vedono niente. Come i pipistrelli. E con un po’ di senso dell’umorismo possiamo dire che ci sono cristiani pipistrelli che preferiscono le ombre alla luce della presenza del Signore”.
Ma “Gesù, con la sua Risurrezione – ha proseguito il Papa - ci dà la gioia: la gioia di essere cristiani; la gioia di seguirlo da vicino; la gioia di andare sulla strada delle Beatitudini, la gioia di essere con Lui”
...
Chiediamo al Signore che faccia con tutti noi quello che ha fatto con i discepoli, che avevano paura della gioia: che apra la nostra mente: ‘Allora, aprì loro la mente per comprendere le Scritture’; che apra la nostra mente e che ci faccia capire che Lui è una realtà vivente, che Lui ha corpo, che Lui è con noi e che Lui ci accompagna e che Lui ha vinto. Chiediamo al Signore la grazia di non avere paura della gioia”.


Guarda il video


"L'eredità dei santi". Incontro per giovani in preparazione della Canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II (VIDEO)

"L'eredità dei santi"
Incontro per giovani in preparazione della Canonizzazione 
di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II 

La Chiesa di Roma ha promosso un incontro per i giovani: "L’Eredità dei santi", che ha avuto luogo martedì 22 aprile alle ore 20.30 nella Basilica di San Giovanni in Laterano, con gli interventi dei due postulatori monsignor Slavomir Oder e padre Giovangiuseppe Califano e una catechesi di don Fabio Rosini, direttore del Servizio diocesano per le vocazioni.

Padre Giovangiuseppe Califano, dell’ordine dei Frati Minori, postulatore della causa di Giovanni XXIII, ha spiegato il legame di Roncalli con l’ordine francescano, di cui era terziario. Un’appartenenza di cuore, manifestata in tutta la vita: «Giovanni XXIII aveva un cuore francescano – ha detto -, un animo semplice, umile, lieto e fraterno. Proveniente da una famiglia povera, voleva morire povero, nella certezza che ogni bene della vita fosse legato solo alla misericordia di Dio, e nell’umile concezione di sé, che lo portava a ripetere “Dio è tutto, io sono nulla”».

La definizione di “Papa Buono” racconta quei «gesti di bontà che hanno commosso tutti», come le visite ai piccoli malati dell’ospedale Bambino Gesù, ai carcerati di Regina Coeli, alle parrocchie di Roma: espressioni di servizio e vicinanza e realizzazione delle opere di misericordia del Vangelo, in cui, ha spiegato padre Califano, «il Papa buono ripercorreva le orme di Gesù Buon Pastore, nella carità».

E poi il coraggio di Giovanni XXIII espresso nel Concilio «suggerimento dello Spirito», momento speciale in cui «la Chiesa iniziava a parlare il linguaggio del suo tempo per comunicare a tutti la parola di Dio». Roncalli è così Papa del rinnovamento, con un segreto di giovinezza racchiuso nel «desiderio di appartenere a Dio, di compiere il Suo disegno di santità», per essere «santo ad ogni costo», secondo il desiderio che ha guidato tutta la sua vita. «La santità di questi pontefici è imitabile – ha concluso padre Califano -, le loro vite ci invitano a percorrere la nostra personale strada di santità».

Emozione e soddisfazione nelle parole del postulatore della causa di Giovanni Paolo II, monsignor Slawomir Oder, che ha ripercorso i nove anni di cammino verso la canonizzazione. «Un’esperienza straordinaria», in cui ha spiegato di aver conosciuto il senso dell’umorismo di Giovanni Paolo II e, attraverso le risposte alle domande sulla sua santità, raccolte nei viaggi e nei contatti con persone di tutto il mondo, ha trovato il modo di raccontare papa Wojtyla: «Un santo è un modello, è “luogo” visitato e toccato da Dio, che ti mostra la strada da seguire – ha detto -, la santità si sviluppa nel tempo, accogliendo la grazia e l’opera di Dio. Giovanni Paolo II è stato intagliato dalla mano del Signore nella santità, attraverso la sofferenza».

Il Papa polacco, che viveva di preghiera e di incontri, «abitava lo spazio di Dio e dell’Eucaristia, riempiva il suo cuore della presenza del Padre e, stringendo le persone negli abbracci e nei gesti di paternità, trasmetteva il suo amore». Vivere la sua eredità, ha sottolineato il sacerdote, vuol dire così «custodire la memoria e vivere quella santità che dà gusto e senso alla vita».

Le due canonizzazioni come momento di grazia per tutti, nella catechesi di don Fabio Rosini che ha chiuso l’incontro: «La santità non nasce da doti personali – ha affermato -, è Dio che chiama: per essere santi bisogna conoscere Cristo, sapere com’è il Padre, e come lavora lo Spirito Santo». I due Papi hanno cambiato la storia, con il rinnovamento possente del Concilio, e con la forza di abbattere i muri e spalancare le porte a Cristo; due uomini coraggiosi, Angelo Roncalli e Karol Wojtyla, cresciuti nella povertà, forgiati dalla sofferenza, «ma che hanno sperimentato la provvidenza di Dio».

Di qui la riflessione di don Rosini sulla tentazione alla tristezza e alla paura che viviamo oggi: «Vale la pena essere uomini: Dio che ci ha creato, ama ciascuno di noi nella sua unicità, tanto da dare la vita per noi. Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno creduto nel cuore dell’uomo, in cui non si spegne mai la luce del bene». Ricercare la santità, ha detto ancora don Rosini, è quindi «credere a quello che Dio vuole operare in ognuno di noi, e non buttare via nulla della nostra vita, perché Dio può trasformare in opera d’arte anche la storia più disperata». (Maria Elena Rosati - Romasette)



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"Cristiani non si nasce. Si diventa" di Silvano Fausti


"Cristiani non si nasce. 
Si diventa"

di Silvano Fausti


Gesuita, biblista e scrittore




«Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani» (leggi Atti 11,19-30) 

All’inizio gli apostoli si rivolgevano a giudei e proseliti di Gerusalemme. Più tardi alcuni ellenisti (ebrei emigrati), diventati cristiani, portano il Vangelo in Giudea e in Samaria. Ben presto la persecuzione li «dissemina» in Fenicia, Cipro e Antiochia. Ma annunciano sempre e solo a correligionari o simpatizzanti. Finalmente da Cipro e Cirene giungono ad Antiochia alcuni ellenisti cristiani che si rivolgono direttamente ai pagani. Qui, per la prima volta, i credenti in Gesù ricevono il nome di «cristiani». È una svolta storica, che segna la nascita anagrafica del cristianesimo. I discepoli di Gesù diventano e sono chiamati «cristiani», perché sono uguali a lui, che aprì a tutti la porta del Regno. Grazie a loro il giudeo Gesù diventa davvero il Cristo di tutti, «luce dei pagani» (Lc 2,32) e «salvatore del mondo» (Gv 4,42). 

Siamo verso l’anno 37. Se fu veloce il diffondersi del cristianesimo, fu lenta l’evoluzione che lo portò a proporsi a tutti nel rispetto della diversità di ciascuno. Ciò avverrà, con molte resistenze, verso l’anno 48 nel «Concilio» di Gerusalemme. In realtà si tratta di un cammino continuo. Quando si arresta, la Chiesa diventa una setta che tradisce il suo fondatore. Chi esclude un solo uomo, esclude il Figlio dell’uomo. Disprezza Dio che già «è tutto in tutti» e aspetta solo chi lo riconosca. Cristiano diventa chi lo vede e ama in ogni persona.

Il progetto del Padre è che ogni popolo possa dire di Sion: «Sono in te tutte le mie sorgenti!» (Sal 87,7). Tutti siamo «uno» in Cristo: «Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né maschio e femmina, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal3,28). Il cristianesimo non è una religione con cultura, leggi o riti propri. È un «conoscere e credere all’amore che Dio ha per noi» (1Gv 4,16), perché possiamo amare come siamo amati. Infatti «pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13, 8-10). 

Nel nostro mondo globalizzato torna di attualità il De pace fidei di Nicola Cusano. Tutte le religioni devono andare d’accordo, rispettando le loro diversità. Per nessun motivo si può ammazzare in nome di dio. Questo dio è un idolo diabolico. Ciò che si fa all’uomo, lo si fa a Dio. C’è infatti «un solo Dio, Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,6) ...
Leggi tutto:
"Cristiani non si nasce. Si diventa" di Silvano Fausti

mercoledì 23 aprile 2014

DALLA PARTE DEI POVERI, I VICARI DI CRISTO - HOREB n. 67 - 1/2014


DALLA PARTE DEI POVERI, I VICARI DI CRISTO

HOREB n. 67 - 1/2014 


TRACCE DI SPIRITUALITÀ
A CURA DEI CARMELITANI


«Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito… » (Mt 25,35-36), così Gesù si rivolge ai giusti, costituendo i piccoli e i poveri come i suoi “vicari” sulla terra. 
Il Dio che incontriamo, nell’ascolto della Parola e nelle vicende della vita, in Gesù è un Dio “nudo”, Crocifisso Risorto, più nudo di tutti i defraudati della nostra storia, e non nasconde questa nudità d’amore. Egli nella sua nudità sposa l’umanità nuda. 
Se vogliamo restare fedeli a questo Dio, che, nel Figlio Gesù, accoglie e condivide, che è paziente, che vive la paradossale solitudine della croce, dobbiamo, assieme a Lui, restare fedeli alla terra, ad un popolo che Lui ama e dobbiamo restarci nella solitudine e nel silenzio. 
La vita cristiana è fedeltà a queste nozze di Dio con l'umanità, e cresce nell'inquieta pace di chi lascia che la sua fede si incarni, che il Verbo si riveli carne della sua carne e sangue del suo sangue e di quello di tutti coloro che camminano in questa terra, in particolare degli impoveriti e degli oppressi. 
La vita cristiana è coinvolgimento a condividere la passione d’amore che Dio ha per l'umanità e la creazione. E questa passione comporta il condividere lo stile povero di Gesù. 
In quest’ottica, il regno di Dio non tiene i cristiani lontano dalla realtà storica e dalla terra che li accoglie e li ospita. La logica del regno non consente di coltivare stili di vita separati, anzi attiva una nostalgia profonda di recuperare la storia e immergersi in essa. Il regno è invito ad entrare dentro a questa realtà assecondandone l’opera dello Spirito in una creazione che geme e soffre (Rm 8,19ss). 
Il regno di Dio, quindi, si costruisce a partire da un’umanità sfigurata, che ha nomi e lineamenti ben precisi. Oggi, questa umanità sfigurata, con una parola la potremmo chiamare Sud, se per i Sud del mondo non indichiamo solamente una posizione geografica – oggi i Sud sono nelle nostre città, nella porta accanto alla nostra –, quanto piuttosto una logica, una coordinata storica, è il basso, la profondità, la periferia, contrariamente a quello che noi reputiamo più importante: l’alto e il centro. 
È questa la prospettiva che orienta le riflessioni della monografia. 
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Alex Zanotelli - Arena 2014 “In piedi, costruttori di pace!”


Arena 2014
Alex Zanotelli

“In piedi, costruttori di pace!”, aveva gridato nell’Arena del 1989, il vescovo di Molfetta, Tonino Bello. È stato questo il leitmotiv delle Arene di Pace, promosse negli anni Ottanta e Novanta dai Beati i Costruttori di Pace. Le Arene sono state il luogo dove si è ritrovato il Popolo della Pace, in un mondo sul precipizio della guerra nucleare, nello scontro tra Est e Ovest, per gridare la propria voglia di pace. Oggi, rilanciamo, nell’Arena 2014, un grido di protesta contro la guerra, ritenuta normale come lo era nel XX secolo, apertosi con la terribile Prima Guerra Mondiale (1914-18), di cui ricorre, quest’anno, il primo centenario. “Inutile strage”, la definì Benedetto XV.
Le guerre di questi ultimi cento anni sono state paurose, combattute con armi sempre più sofisticate. E coperte da bilanci militari con cifre da capogiro. Basta scorrere i dati delle spese militari rilasciati ogni anno dall’Istituto Internazionale di Ricerca per la pace (SIPRI) di Stoccolma: nel 2011 sono stati spesi in armi, a livello mondiale, 1740 miliardi di dollari, cioè 3,3 milioni di dollari al minuto, con una locomotiva siglata USA, con i suoi 711 miliardi di dollari, pari al 41% del totale mondiale. Nel 2012, sono stati spesi in armi, sempre a livello mondiale, 1752 miliardi di dollari. E l’Italia? Nel 2012, ha speso 26 miliardi di euro (darti Sipri). A cui vanno aggiunti 15 miliardi di euro per i 90 cacciabombardieri Joint Strike Fighter F-35 (il costo totale del progetto è di oltre 50 miliardi di euro). E senza considerare che l’Italia è una delle maggiori produttrici: al secondo posto, dopo gli USA, per la produzione di armi leggere, al decimo posto per le armi pesanti. 
È una sfida epocale. Non impossibile, per chi ha fede. “La fede cristiana ebbe inizio quando un povero ebreo, Gesù, che viveva sotto il tallone di un Impero, credette nel potere trasformante del Regno di Dio”, scrive Jim Douglas (in Nonviolent Coming of God). “L’arrivo nonviolento di Dio è una forza crescente nell’Umanità e nessuno potrà impedire il suo sbocciare e fiorire nel mondo”. Oggi è fondamentale, per tutti, la scelta della nonviolenza attiva, in ogni dimensione, personale e strutturale, politica ed economica, militare e sociale. È questa la vera rivoluzione che attende l’umanità.
...
Invitiamo i cittadini italiani che si riconoscono nella Costituzione che ripudia la guerra (art.11) e i cristiani che accettano, come Magna Charta, il Discorso della Montagna, a unirsi insieme per debellare il cancro della militarizzazione che divora le nostre risorse. Non vogliamo che i nostri soldi siano investiti in morte, ma in vita! 
All’Arena, questa volta, non ci sarà don Tonino Bello, ma la sua voce profetica riecheggerà come allora: “In piedi, costruttori di pace!”.


Servizio del TG Regione Veneto del 22-4-14 su Arena di pace e disarmo, con intervista a padre Alex Zanotelli
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martedì 22 aprile 2014

22 aprile 2014: 44ma Giornata della Terra



Oggi 22 aprile 2014 si festeggia la 44ma Giornata mondiale della Terra e il tema scelto per l’Earth Day 2014 è: Green Cities.



Si celebra oggi la Giornata della Terra: l’appuntamento di quest’anno è dedicato alle “green cities”, le città verdi, con l’obiettivo di promuovere politiche ambientali più efficaci per le metropoli che accolgono ormai oltre la metà della popolazione mondiale. 
Intervista a Andrea Masullo, presidente del Comitato Scientifico di Greenaccord, sull’attuale stato di salute della Terra

Nata il 22 aprile del 1970, la Giornata della Terra vuole sottolineare la necessità e l’esigenza di conservare le risorse che la terra offre e coinvolge ben 192 Paesi. Vediamo quali sono i programmi di questa edizione.

Il decalogo di Green Cross ed Earth Day Italia per la Giornata mondiale della Terra (e per tutto l’anno)
Salvare il Pianeta partendo dai rifiuti. È l’appello lanciato dalla nostra organizzazione e da Earth Day Italia in occasione della Giornata Mondiale della Terra che si festeggia il 22 aprile. Dieci i consigli per limitare la produzione di rifiuti, che secondo il rapporto dell’Ispra nel nostro Paese ammontano annualmente a 31,4 milioni di tonnellate.
L’obiettivo del decalogo, reso noto nel giorno del compleanno della Terra, è contribuire a creare una nuova consapevolezza sull’importanza delle singole azioni per la riduzione dell’impatto ambientale...

E anche Google ha voluto celebrare la Terra con un Doodle a tema. Cliccando oggi sul logo del motore di ricerca ci augura“Una felice Giornata della Terra!” per bocca di un colibrì rosso, uno scarabeo, una medusa quadrifoglio, un camaleonte velato, un pesce palla e un macaco giapponese, altro non è che un modo simpatico e evocativo per rendere omaggio all’iniziativa nata nel 1970 per sensibilizzare il mondo al problema della fame, dell’inquinamento e dello sviluppo sostenibile.


Basta poco per trasmettere ai propri figli l’amore per l’ambiente in cui vivono e per farli diventare degli adulti eco-consapevoli. Scoprite come insegnare loro a rispettare il mondo in cui viviamo in maniera divertente e creativa.




VOLTO DI CRISTO, VOLTO DELL'UOMO - MEDITAZIONI di Giancarlo Maria BREGANTINI per la VIA CRUCIS AL COLOSSEO - VENERDI' SANTO 2014

LA VIA CRUCIS AL COLOSSEO di Papa Francesco
Venerdì Santo - 18 aprile 2014

VOLTO DI CRISTO,
VOLTO DELL'UOMO
MEDITAZIONI di 
S.E. Mons. Giancarlo Maria BREGANTINI,
Arcivescovo di Campobasso-Boiano



Tutte le meditazioni sono state  un invito a farsi carico delle sofferenze dell'uomo.
Dio «è irrevocabilmente e senza mezzi termini dalla parte delle vittime». 
"Fin dalla prima stazione la melassa devozionale e le considerazioni pie sono spazzate via dai drammi della vita d’ogni giorno. “Gesù è condannato a morte”, ed ecco apparire le facili accuse, i preconcetti che si fanno cultura razzista, le calunnie, gli accusati sbattuti in prima pagina e gli scagionati in ultima, con una preghiera per “chi deve, per missione, giudicare in tribunale, perché emetta sempre sentenze giuste e vere. Amen”. 
A mano a mano che si procede nella via della croce l’analisi della nostra società si fa acuta e penetrante: precarietà, disoccupazione, licenziamenti, speculazione finanziaria, suicidi di imprenditori, aziende che lasciano il Paese. Cosa c’entra tutto questo con la “pia pratica” della Via Crucis? Si ode poi il lamento straziato delle madri per i figli che muoiono a causa dei tumori prodotti dagli incendi dei rifiuti tossici, il lamento dai carceri sovraffollati che infliggono doppia pena, quello delle donne schiavizzare dalla paura e dallo sfruttamento." 



PRIMA STAZIONE: «Il dito puntato che accusa», che a partire dalla «condanna sbrigativa di Gesù» mette in guardia da «facili accuse, giudizi superficiali tra la gente, insinuazioni e preconcetti che chiudono il cuore e si fanno cultura razzista, di esclusione e di "scarto".

SECONDA STAZIONE: «Il pesante legno della crisi», l'invito è a riflettere sul peso della Croce di Gesù: «È anche il peso di tutte le ingiustizie che hanno prodotto la crisi economica, con le sue gravi conseguenze sociali: precarietà, disoccupazione, licenziamenti, un denaro che governa invece di servire, la speculazione finanziaria, i suicidi degli imprenditori, la corruzione e l'usura, con le aziende che lasciano il proprio Paese. Questa è la croce pesante del mondo del lavoro, l'ingiustizia posta sulle spalle dei lavoratori. Gesù la prende sulle sue e ci insegna a non vivere più nell'ingiustizia». 

TERZA STAZIONE: «La fragilità che ci apre all'accoglienza» è il tema della terza stazione, nella quale emerge la figura di Gesù che «ci aiuta ad accogliere la fragilità degli altri», invitandoci ad accogliere «tra noi la fragilità degli immigrati». 

QUARTA STAZIONE: «Le lacrime solidali», a partire dalla figura di Maria pone al centro tutte le madri che soffrono, «per i figli lontani, per i giovani condannati a morte, trucidati o partiti per la guerra, specie i bambini-soldato». Oppure «per i loro figli, morenti a causa dei tumori prodotti dagli incendi dei rifiuti tossici», come nella terra dei fuochi, o ancora «per i giovani travolti dalla precarietà o inghiottiti dalla droga e dall'alcol». 

QUINTA STAZIONE:  «La mano amica che solleva», vede nel volontariato una strumento per generare «una fraternità mistica, che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo».

SESTA STAZIONE: «La tenerezza femminile» che porta un forte appello alla «gratuità amorevole» verso «ogni prossimo da consolare», soprattutto coloro che «muoiono di solitudine».

SETTIMA STAZIONE: «L'angoscia del carcere e della tortura». In Cristo, «si riconosce l'amara esperienza dei detenuti di ogni carcere, con tutte le sue disumane contraddizioni. Circondati e accerchiati, "spinti con forza per cadere". Il carcere, oggi, è ancora troppo tenuto lontano, dimenticato, ripudiato dalla società civile. Ci sono le assurdità della burocrazia, le lentezze della giustizia.  Ma «più grave è la pratica della tortura, purtroppo ancora diffusa in varie parti della terra, in molteplici modi. Come è stato per Gesù: anche Lui percosso, umiliato». Di fronte a tutto questo è proprio Cristo «il nostro aiuto per non essere consegnati alla paura». 

OTTAVA STAZIONE: «Condivisione e non commiserazione». Il ministero della consolazione. Appello contro la violenza sulle donne. 

NONA STAZIONE: «Vincere la cattiva nostalgia», contenente una meditazione che invita a superare l'immobilismo provocato dalla paura del domani e a guardare all'«oltre», che si scorge attraverso l'afflizione. Un invito rivolto soprattutto ai «perseguitati, ai morenti, ai malati terminali, agli oppressi». 

DECIMA STAZIONE: «L'unità e la dignità».  «In Gesù, innocente, denudato e torturato, riconosciamo la dignità violata di tutti gli innocenti, specialmente dei piccoli» Dio «è irrevocabilmente e senza mezzi termini dalla parte delle vittime». 

UNDICESIMA STAZIONE: «Al letto degli ammalati», offre lo spunto per riflettere sui «molti nostri fratelli e sorelle inchiodati a un letto di dolore». 

DODICESIMA STAZIONE: «Il gemito delle sette parole», è una riflessione in forma di preghiera sulle frasi pronunciate da Gesù sulla croce, autentico «capolavoro di speranza». 

TREDICESIMA STAZIONE: «L'amore è più forte della morte»,  a partire dall'immagine di Maria che raccoglie il corpo di Gesù, ricorda come «pietà significa farsi prossimi dei fratelli che sono nel lutto e non si danno pace».

QUATTORDICESIMA STAZIONE: «Il giardino nuovo» . «Finalmente vediamo il volto del nostro Signore.  E conosciamo in pienezza il suo nome: misericordia e fedeltà, per non restare mai confusi, nemmeno davanti alla morte».

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Mons. Bregantini racconta le meditazioni
composte per la Via Crucis