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domenica 17 maggio 2026

Bakari andava al lavoro

Bakari andava al lavoro


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๐ถ’๐‘’̀ ๐‘ข๐‘›’๐‘œ๐‘Ÿ๐‘Ž ๐‘ ๐‘ก๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘›๐‘Ž, ๐‘ž๐‘ข๐‘’๐‘™๐‘™๐‘Ž ๐‘โ„Ž๐‘’ ๐‘ ๐‘ก๐‘Ž ๐‘ก๐‘Ÿ๐‘Ž ๐‘™๐‘Ž ๐‘›๐‘œ๐‘ก๐‘ก๐‘’ ๐‘’ ๐‘–๐‘™ ๐‘š๐‘Ž๐‘ก๐‘ก๐‘–๐‘›๐‘œ.
Un’ora in cui due mondi si sfiorano senza mai incontrarsi davvero: quelli che stanno tornando da qualcosa e quelli che stanno andando verso qualcosa. Due direzioni opposte, due vite che non si parlano, due solitudini che occupano lo stesso marciapiede.
In quell’ora, Bakari Sako attraversava una piazza. Andava al lavoro. Aveva le mani di un bracciante, la schiena abituata alla fatica, il cuore gonfio di un segreto bellissimo: stava per diventare padre per la prima volta.

๐‘ท๐’๐’“๐’•๐’‚๐’—๐’‚ ๐’…๐’†๐’๐’•๐’“๐’ ๐’…๐’Š ๐’”๐’†́ ๐’–๐’๐’‚ ๐’—๐’Š๐’•๐’‚ ๐’„๐’‰๐’† ๐’๐’‚๐’”๐’„๐’†๐’—๐’‚. ๐‘ฌ̀ ๐’–๐’”๐’„๐’Š๐’•๐’ ๐’…๐’‚ ๐’’๐’–๐’†๐’๐’๐’‚ ๐’‘๐’Š๐’‚๐’›๐’›๐’‚ ๐’”๐’†๐’๐’›๐’‚ ๐’—๐’Š๐’•๐’‚.

LA SOCIETร€ CHE ABBIAMO COSTRUITO

Parliamo tanto di valori. Li scriviamo nelle costituzioni, nelle campagne elettorali, nei post da diecimila like. Li mettiamo nelle biografie dei profili social, tra un filtro e l’altro, tra una storia che svanisce dopo ventiquattr’ore e la prossima.
E poi c’รจ una piazza, all’alba, e c’รจ Bakari che ci passa dentro e non riesce ad uscirne, e ci sono persone che non erano ancora andate a dormire e che non lo conoscevano, e lui non conosceva loro, e bastava cosรฌ, bastava non conoscersi, per morire.

COSA SI รˆ ROTTO, ESATTAMENTE?

Viviamo dentro una societร  che il sociologo Zygmunt Bauman ha chiamato liquida e aveva ragione, ma forse non immaginava quanto liquida sarebbe diventata. Cosรฌ fluida da non riuscire piรน a tenere nessuna forma. Nessun legame che non sia revocabile con uno swipe. Nessun impegno che non abbia una via d’uscita. Nessun altro essere umano che non sia, prima di tutto, un contenuto da consumare o da ignorare.

IL VIRTUALE HA VINTO SUL REALE?

I ragazzi crescono dentro schermi che mostrano vite perfette, corpi perfetti, successi perfetti e si svegliano ogni mattina in una realtร  imperfetta, lenta, faticosa, che non mette like, che non manda notifiche di approvazione, che non filtra niente. E quella realtร  – ๐’’๐’–๐’†๐’๐’๐’‚ ๐’—๐’†๐’“๐’‚ – diventa insopportabile. Grigia. Sbagliata.
๐ฟ’๐‘Ž๐‘๐‘๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘–๐‘Ÿ๐‘’ ๐‘’̀ ๐‘‘๐‘–๐‘ฃ๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘Ž๐‘ก๐‘œ ๐‘๐‘–๐‘ข̀ ๐‘–๐‘š๐‘๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ก๐‘Ž๐‘›๐‘ก๐‘’ ๐‘‘๐‘’๐‘™๐‘™’๐‘’๐‘ ๐‘ ๐‘’๐‘Ÿ๐‘’. Non per colpa loro. Per colpa di un sistema che guadagna sulla loro insicurezza, che vende loro specchi invece di finestre, che trasforma ogni fragilitร  in un’opportunitร  di mercato, che li vuole omologati e non pensieri liberi.

L’ANESTESIA TOTALE

Ci hanno anestetizzato. Lentamente, metodicamente, con grande competenza. Ci hanno tolto il disagio non risolvendo i problemi, ma abbassando la soglia del dolore. Ci hanno dato uno schermo per ogni noia, una distrazione per ogni pensiero scomodo, un contenuto per ogni silenzio che avrebbe potuto diventare consapevolezza.
Il risultato รจ una generazione – anzi, piรน generazioni – che non sa piรน stare nel vuoto e cercare un sentiero. Che non sa aspettare. Che non sa incontrare l’altro nella sua differenza, nella sua lentezza, nella sua concretezza di corpo e storia e bisogno.

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L’empatia si impara nell’attrito reale con gli altri. Si impara guardandosi negli occhi, non nei profili. Si impara sbagliando insieme, non curando il proprio personal brand.
E quando l’empatia non si impara, al suo posto cresce qualcos’altro. Qualcosa di freddo. Qualcosa che puรฒ attraversare una piazza all’alba e non vedere un uomo. Vedere solo un ostacolo. O peggio — non vedere niente.

BAKARI

Era nato in Mali. ๐€๐ฏ๐ž๐ฏ๐š ๐š๐ญ๐ญ๐ซ๐š๐ฏ๐ž๐ซ๐ฌ๐š๐ญ๐จ ๐ข๐ฅ ๐ฆ๐จ๐ง๐๐จ ๐ฉ๐ž๐ซ ๐š๐ซ๐ซ๐ข๐ฏ๐š๐ซ๐ž ๐ช๐ฎ๐ข, ๐ข๐ง ๐ช๐ฎ๐ž๐ฌ๐ญ๐š ๐ญ๐ž๐ซ๐ซ๐š ๐œ๐ก๐ž ๐œ๐ก๐ข๐ž๐๐ž ๐›๐ซ๐š๐œ๐œ๐ข๐š ๐ž ๐ง๐ž๐ ๐š ๐ง๐จ๐ฆ๐ข, ๐œ๐ก๐ž ๐ฏ๐ฎ๐จ๐ฅ๐ž ๐ข๐ฅ ๐ฅ๐š๐ฏ๐จ๐ซ๐จ ๐ž ๐ซ๐ž๐ฌ๐ฉ๐ข๐ง๐ ๐ž ๐ข๐ฅ ๐ฅ๐š๐ฏ๐จ๐ซ๐š๐ญ๐จ๐ซ๐ž, ๐œ๐ก๐ž ๐ซ๐š๐œ๐œ๐จ๐ ๐ฅ๐ข๐ž ๐ข ๐Ÿ๐ซ๐ฎ๐ญ๐ญ๐ข ๐ž ๐๐ข๐ฆ๐ž๐ง๐ญ๐ข๐œ๐š ๐œ๐ก๐ข ๐ฅ๐ข ๐ก๐š ๐ฉ๐ข๐š๐ง๐ญ๐š๐ญ๐ข.
Bracciante agricolo. Una di quelle parole che diciamo in fretta, come se non ci fosse una vita intera compressa dentro.
Invece c’era. C’era la storia di un uomo che aveva scelto di costruire qualcosa, non di distruggere. Che alzava la schiena all’alba mentre altri non si erano ancora coricati. Che aspettava un figlio, ๐ช๐ฎ๐ž๐ฅ ๐Ÿ๐ข๐ ๐ฅ๐ข๐จ ๐œ๐ก๐ž ๐š๐๐ž๐ฌ๐ฌ๐จ ๐ง๐š๐ฌ๐œ๐ž๐ซ๐š̀ ๐ฌ๐ž๐ง๐ณ๐š ๐ฉ๐š๐๐ซ๐ž, ๐œ๐ก๐ž ๐œ๐ซ๐ž๐ฌ๐œ๐ž๐ซ๐š̀ ๐œ๐จ๐ง ๐ฎ๐ง๐š ๐ฌ๐ญ๐จ๐ซ๐ข๐š ๐ญ๐ซ๐จ๐ฉ๐ฉ๐จ ๐ฉ๐ž๐ฌ๐š๐ง๐ญ๐ž ๐ฉ๐ž๐ซ ๐ฅ๐ž ๐ฌ๐ฉ๐š๐ฅ๐ฅ๐ž ๐๐ข ๐ฎ๐ง ๐›๐š๐ฆ๐›๐ข๐ง๐จ.
๐ต๐‘Ž๐‘˜๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘– ๐‘›๐‘œ๐‘› ๐‘’๐‘Ÿ๐‘Ž ๐‘ข๐‘› ๐‘ ๐‘–๐‘š๐‘๐‘œ๐‘™๐‘œ. ๐ธ๐‘Ÿ๐‘Ž ๐‘ข๐‘›๐‘Ž ๐‘๐‘’๐‘Ÿ๐‘ ๐‘œ๐‘›๐‘Ž. ๐ธ ๐‘ž๐‘ข๐‘’๐‘ ๐‘ก๐‘œ, ๐‘ ๐‘œ๐‘™๐‘œ ๐‘ž๐‘ข๐‘’๐‘ ๐‘ก๐‘œ, ๐‘Ž๐‘ฃ๐‘Ÿ๐‘’๐‘๐‘๐‘’ ๐‘‘๐‘œ๐‘ฃ๐‘ข๐‘ก๐‘œ ๐‘๐‘Ž๐‘ ๐‘ก๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘’ ๐‘Ž ๐‘ก๐‘’๐‘›๐‘’๐‘Ÿ๐‘™๐‘œ ๐‘–๐‘› ๐‘ฃ๐‘–๐‘ก๐‘Ž.

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“๐บ๐‘™๐‘– ๐‘–๐‘ก๐‘Ž๐‘™๐‘–๐‘Ž๐‘›๐‘– โ„Ž๐‘Ž๐‘›๐‘›๐‘œ ๐‘ข๐‘›’๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘ก๐‘’ ๐‘Ž๐‘›๐‘ก๐‘–๐‘๐‘Ž: ๐‘ ๐‘Ž๐‘๐‘’๐‘Ÿ ๐‘’๐‘ ๐‘ ๐‘’๐‘Ÿ๐‘’ ๐‘ ๐‘ข๐‘๐‘™๐‘–๐‘š๐‘– ๐‘’ ๐‘š๐‘’๐‘ ๐‘โ„Ž๐‘–๐‘›๐‘– ๐‘›๐‘’๐‘™๐‘™๐‘œ ๐‘ ๐‘ก๐‘’๐‘ ๐‘ ๐‘œ ๐‘Ÿ๐‘’๐‘ ๐‘๐‘–๐‘Ÿ๐‘œ” (Giuseppe Prezzolini).

Non accettiamo la narrazione della fatalitร . Non accettiamo: ” ๐‘’̀ ๐‘ ๐‘ก๐‘Ž๐‘ก๐‘Ž ๐‘ข๐‘›๐‘Ž ๐‘ก๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘”๐‘–๐‘๐‘Ž ๐‘๐‘œ๐‘–๐‘›๐‘๐‘–๐‘‘๐‘’๐‘›๐‘ง๐‘Ž”, “๐‘๐‘œ๐‘ก๐‘’๐‘ฃ๐‘Ž ๐‘๐‘Ž๐‘๐‘–๐‘ก๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘’ ๐‘Ž ๐‘โ„Ž๐‘–๐‘ข๐‘›๐‘ž๐‘ข๐‘’ “, la nebbia comoda che si stende sulle responsabilitร  collettive per trasformare ogni orrore in incidente o in fatalitร .
๐๐š๐ค๐š๐ซ๐ข ๐ž̀ ๐ฆ๐จ๐ซ๐ญ๐จ ๐ข๐ง ๐ฎ๐ง๐š ๐ฉ๐ข๐š๐ณ๐ณ๐š ๐๐ž๐ฅ ๐ง๐จ๐ฌ๐ญ๐ซ๐จ ๐ฉ๐š๐ž๐ฌ๐ž, ๐š๐ฅ๐ฅ’๐š๐ฅ๐›๐š, ๐ฉ๐ž๐ซ ๐ฆ๐š๐ง๐จ ๐๐ข ๐ฌ๐œ๐จ๐ง๐จ๐ฌ๐œ๐ข๐ฎ๐ญ๐ข. รˆ morto perchรฉ qualcuno, piรน di qualcuno, non ha imparato che la vita degli altri ha lo stesso peso della propria. รˆ morto in una societร  che ha mercificato tutto tranne l’etica. รˆ morto in un’epoca che ha digitalizzato tutto tranne la coscienza. รˆ morto mentre andava al lavoro e questo dettaglio semplice, brutale, dovrebbe bruciarci dentro come un ferro rovente ogni volta che lo ripetiamo.
Andava al lavoro. Non serve altro. Non serve sapere altro. Quella frase da sola รจ giร  un’accusa, una sentenza, uno specchio che nessuno vuole guardare.

QUELLO CHE DOBBIAMO SCEGLIERE

Non รจ una questione di sicurezza nelle piazze. รˆ una questione di cosa stiamo diventando.
Di quali esseri umani stiamo allevando in un sistema che premia l’immagine e punisce la profonditร , che celebra il successo individuale e deride la cura collettiva, che ha trasformato la solitudine in un’estetica e l’indifferenza in un’attitudine cool.
“๐ฟ’๐‘–๐‘›๐‘๐‘œ๐‘›๐‘ก๐‘Ÿ๐‘œ ๐‘๐‘œ๐‘› ๐‘™’๐‘Ž๐‘™๐‘ก๐‘Ÿ๐‘œ ๐‘’̀ ๐‘ ๐‘’๐‘š๐‘๐‘Ÿ๐‘’ ๐‘ข๐‘› ๐‘–๐‘›๐‘๐‘œ๐‘›๐‘ก๐‘Ÿ๐‘œ ๐‘๐‘œ๐‘› ๐‘›๐‘œ๐‘– ๐‘ ๐‘ก๐‘’๐‘ ๐‘ ๐‘–. ๐ถ๐‘–๐‘œ̀ ๐‘โ„Ž๐‘’ ๐‘›๐‘œ๐‘› ๐‘ ๐‘œ๐‘๐‘๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ก๐‘–๐‘Ž๐‘š๐‘œ ๐‘›๐‘’๐‘™๐‘™’๐‘Ž๐‘™๐‘ก๐‘Ÿ๐‘œ ๐‘’̀ ๐‘๐‘–๐‘œ̀ ๐‘โ„Ž๐‘’ ๐‘›๐‘œ๐‘› ๐‘Ž๐‘๐‘๐‘–๐‘Ž๐‘š๐‘œ ๐‘Ž๐‘›๐‘๐‘œ๐‘Ÿ๐‘Ž ๐‘Ž๐‘๐‘๐‘’๐‘ก๐‘ก๐‘Ž๐‘ก๐‘œ ๐‘‘๐‘– ๐‘›๐‘œ๐‘–.” (Carl Gustav Jung)

Dobbiamo scegliere. Tra una societร  che vede le persone e una che vede i profili. Tra una comunitร  che si incontra e una che si scrolla. Tra un futuro in cui Bakari avrebbe potuto stringere suo figlio tra le braccia e questo – questo presente – in cui non puรฒ farlo.
La piazza in cui รจ morto Bakari Sako era vuota di umanitร  prima ancora che lui ci entrasse.
Riempiamola. Prima che si svuoti ancora.
๐‘ฉ๐‘จ๐‘ฒ๐‘จ๐‘น๐‘ฐ ๐‘บ๐‘จ๐‘ฒ๐‘ถ, ๐’ƒ๐’“๐’‚๐’„๐’„๐’Š๐’‚๐’๐’•๐’† ๐’‚๐’ˆ๐’“๐’Š๐’„๐’๐’๐’, ๐’‘๐’‚๐’…๐’“๐’† ๐’„๐’‰๐’† ๐’๐’๐’ ๐’‰๐’‚ ๐’‘๐’๐’•๐’–๐’•๐’ ๐’†๐’”๐’”๐’†๐’“๐’๐’, ๐’–๐’๐’Ž๐’ ๐’„๐’‰๐’† ๐’Ž๐’†๐’“๐’Š๐’•๐’‚๐’—๐’‚ ๐’…๐’Š ๐’Š๐’๐’—๐’†๐’„๐’„๐’‰๐’Š๐’‚๐’“๐’†.
๐ผ๐‘™ ๐‘ ๐‘ข๐‘œ ๐‘›๐‘œ๐‘š๐‘’ ๐‘ฃ๐‘Ž ๐‘‘๐‘’๐‘ก๐‘ก๐‘œ ๐‘Ž๐‘‘ ๐‘Ž๐‘™๐‘ก๐‘Ž ๐‘ฃ๐‘œ๐‘๐‘’. ๐‘†๐‘’๐‘š๐‘๐‘Ÿ๐‘’.
(fonte: Pressenza, articolo di Aurelio Angelini 17/05/26)