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mercoledì 27 dicembre 2023

Enzo Bianchi Il Natale del Dio al contrario

Enzo Bianchi
Il Natale del Dio al contrario

Il cristianesimo è contemplazione di un Eterno fatto mortale, di un Onnipotente fatto infante  E’ un messia che non si rivela con potenza né con splendore: questa è l’eccezionalità  

La Stampa - 23 Dicembre 2023


Significativamente nel martirologio del 25 dicembre si legge: “Memoria della Natività del Signore nostro Gesù Cristo”. Natale è una memoria, anzi la memoria per eccellenza, perché ricorda la nascita di Gesù da Maria a Betlemme, una nascita che significa molto più della nascita di un bambino che viene nel mondo. Perché in verità noi possiamo proclamare che con quel parto Dio si è fatto uomo come noi, che la Parola di Dio si è fatta carne (cf. Gv 1,14), che Dio è diventato l’Immanu-El, il Dio-con-noi (cf. Mt 1,23; Is 7,14), solidale in tutto con noi, assumendo la nostra precarietà dal concepimento fino alla morte. Questa è per noi la buona notizia, il Vangelo che l’angelo annuncia come “grande gioia davvero per tutti”. Questo è il cuore della fede cristiana, una fede che non può entrare in concorrenza con le religioni e i loro dèi, perché ciò che proclama è esattamente il contrario di ogni religione: un Dio-uomo, un Dio nella carne mortale, un Dio che non si è limitato ad avere cura di noi ma ci ha amato fino a voler essere uno di noi, nella condivisione radicale di ciò che noi siamo, poveri uomini e povere donne gettati su questa terra.

Ma sostando su questo evento siamo soprattutto meravigliati dalla forma di questa venuta, da quello che possiamo chiamare lo stile dell’incarnazione. Dio non è venuto tra di noi con la sua potenza, con il suo splendore, con la sua gloria, in un’epifania, in una dimostrazione che si sarebbe imposta al mondo; non è neppure venuto in quelle teofanie che nell’Antico Testamento destavano timore e tremore. Il Dio cristiano si è manifestato nell’umiltà, nella semplicità di una vicenda i cui soggetti sono uomini e donne poveri, che non emergono, che non hanno neanche grandi ruoli, uomini e donne che non hanno mai cercato il riconoscimento ma che hanno voluto solo obbedire al loro Signore. Così Dio è venuto tra di noi “svuotandosi”, dimenticando le sue prerogative divine, e possiamo dire che si è abbassato fino a prendere un posto tra di noi, un posto ultimo che nessuno di noi gli potrà mai rubare (cf. Fil 2,5-8).

La forma e lo stile di questa venuta di Dio tra di noi erano inattesi, e anche per questo molti credenti hanno finito per inciampare, perché hanno trovato occasione di scandalo nella nascita di Gesù, nella sua vita, nel suo stile. Non la logica mondana, ma neppure la logica dei profeti dell’Antico Testamento si intravedeva nella venuta messianica del Figlio di Dio. Potremmo dire che Natale manifesta un “Dio al contrario” – ho pensato bene a questa espressione! –, perché non si rivela né con potenza né con splendore ma in un “Messia al contrario”; il Messia è invocato come qualcuno che sarà vincitore sui nemici, qualcuno che instaurerà un potere, seppur di pace, mentre questo Messia nasce come un povero in una stalla, deposto in una mangiatoia, e quelle fasce che lo avvolgono come bambino preannunciano le fasce con cui sarà avvolto nel sepolcro la sera della sua morte in croce. Il cristianesimo è tutto qui, in questa contemplazione di un Dio fatto povertà, di un Eterno fatto mortale, di un Onnipotente fatto infante, di un tre volte Santo diventato terra come noi, mortale.

Nel racconto che l’evangelista Luca fa della nascita di Gesù è significativa la menzione di chi regnava davvero, del dominatore, l’imperatore di Roma, Cesare Augusto: lui sì che comandava, lui sì che aveva potere su tutta la terra, e con quel potere ordinava un censimento nella lontana Palestina. Ed è proprio questo censimento che consente a Giuseppe e a Maria di spostarsi da Nazaret di Galilea a Betlemme, e dunque consente la nascita del Messia nella sua città, la città di David: in verità – ci dice il vangelo – chi regge e disegna la storia non è Cesare Augusto, non sono i governanti di questo mondo, in realtà resta Dio, anche se tutto questo avviene in un Dio nascosto…

Da quella notte di Natale non si può più dire Dio senza mettergli accanto la parola uomo, perché Gesù è il Dio-uomo, perché la nostra mortalità, la nostra morte è entrata in Dio e la vita di Dio è entrata in noi. Natale è la nascita di Gesù ma è anche il “congiungimento”, le nozze tra Dio e l’umanità. Questo è il Vangelo, la buona notizia, e non affatica, assolutamente, dirla e proclamarla ogni anno a Natale. Per questo non dobbiamo aggiungere nulla al Vangelo, perché il Vangelo è buona notizia e basta. Certo, questa buona notizia per molti umanamente può essere difficile da accogliere, perché per loro il Natale è faticoso, magari è un Natale di sofferenza, per molte ragioni: dalle guerra in Ucraina e Palestina, dalla situazione economica che per molti è povertà e per alcuni è miseria; a situazioni di malattia, di sofferenza e di separazione che affliggono nel loro cammino tante persone per le quali la vita diventa grama; per altri situazioni di chi soffre a causa della menzogna che incontra, a causa dell’omertà, a causa delle chiacchiere e della fuga dalla responsabilità. Ma in chi ha la fede, la buona notizia sconfigge queste contraddizioni e dà uno sguardo puro e saldo, che sa leggere in profondità e sa vedere in questa nascita una grande speranza e trovarvi una grande gioia.
(fonte: blog dell'autore)


«Credo che il seme del bene porterà frutto anche se non vedo risultati immediati?» Papa Francesco Angelus 26/12/2023 (testo e video)

FESTA DI SANTO STEFANO PROTOMARTIRE

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
Martedì, 26 dicembre 2023



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, subito dopo Natale, celebriamo Santo Stefano, primo martire. Troviamo il racconto del suo martirio negli Atti degli Apostoli (cfr capp. 6-7), che lo descrivono come un uomo di buona reputazione, che serviva alle mense e amministrava la carità (cfr 6,3). E proprio per questa generosa integrità egli non può fare a meno di testimoniare ciò che ha di più prezioso: testimoniare la fede in Gesù, e questo scatena l’ira dei suoi avversari, che lo uccidono lapidandolo senza pietà. E tutto accade davanti a un giovane, Saulo, zelante persecutore dei cristiani, che fa da “garante” dell’esecuzione (cfr 7,58).

Pensiamo un momento a questa scena: Saulo e Stefano, il persecutore e il perseguitato. Tra loro sembra esserci un muro impenetrabile, duro come l’integralismo del giovane fariseo e come le pietre lanciate contro il condannato a morte. Eppure, al di là delle apparenze, c’è qualcosa di più forte che li unisce: attraverso la testimonianza di Stefano, infatti, già il Signore sta preparando nel cuore di Saulo, a sua insaputa, la conversione che lo porterà ad essere un grande Apostolo. Stefano, il suo servizio, la sua preghiera e la fede che annuncia, il suo coraggio e soprattutto il suo perdono in punto di morte, non sono vani. Si diceva, nei tempi delle persecuzioni – e anche oggi questo è giusto dirlo – “il sangue dei martiri seme di cristiani”. Sembrano concludersi nel nulla, ma in realtà il suo sacrificio lancia un seme che, correndo in direzione opposta ai sassi, si pianta, in modo nascosto, nel petto del suo peggiore rivale.

Oggi, duemila anni dopo, purtroppo vediamo che la persecuzione continua: c’è persecuzione dei cristiani… Ancora ci sono – e sono tanti – quelli che soffrono e muoiono per testimoniare Gesù, come c’è chi è penalizzato a vari livelli per il fatto di comportarsi in modo coerente con il Vangelo, e chi fa fatica ogni giorno a rimanere fedele, senza clamore, ai propri buoni doveri, mentre il mondo se ne ride e predica altro. Anche questi fratelli e sorelle possono sembrare dei falliti, ma oggi vediamo che non è così. Adesso come allora, infatti, il seme dei loro sacrifici, che sembra morire, germoglia, porta frutto, perché Dio attraverso di loro continua a operare prodigi (cfr At 18,9-10), a cambiare i cuori e a salvare gli uomini.

Chiediamoci, allora: mi interesso e prego per chi, in varie parti del mondo, ancora oggi soffre e muore per la fede? Tanti che sono assassinati per la fede. E a mia volta, cerco di testimoniare il Vangelo con coerenza, con mitezza e con fiducia? Credo che il seme del bene porterà frutto anche se non vedo risultati immediati?

Maria, Regina dei martiri, ci aiuti a testimoniare Gesù.

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Dopo l’Angelus

Cari fratelli e sorelle,

rinnovo a tutti voi l’augurio di pace e di bene che scaturisce dal Natale del Signore. E colgo questa occasione per ringraziare quanti mi hanno indirizzato messaggi augurali da Roma e da tante parti del mondo. Grazie, soprattutto per le vostre preghiere! E continuate a pregare per il Papa! C’è bisogno.

Nel segno della testimonianza di Santo Stefano, sono vicino alle comunità cristiane che soffrono discriminazioni e le esorto a perseverare nella carità verso tutti, lottando pacificamente per la giustizia e la libertà religiosa.

All’intercessione del primo Martire affido anche l’invocazione di pace dei popoli straziati dalla guerra. I media ci mostrano che cosa la guerra produce: abbiamo visto la Siria, vediamo Gaza. Pensiamo alla martoriata Ucraina. Un deserto di morte. È questo che si vuole? I popoli vogliono la pace. Preghiamo per la pace. Lottiamo per la pace.

Rivolgo il mio saluto a voi, romani e pellegrini, famiglie, gruppi parrocchiali, comunità religiose, associazioni. Vi invito a sostare davanti al grande Presepe di Piazza San Pietro, ispirato a quello che San Francesco fece a Greccio ottocento anni fa. Osservando le statue, vedrete sui volti e negli atteggiamenti un tratto comune: lo stupore. Vedrete uno stupore che si fa adorazione. Lasciamoci colpire dallo stupore davanti alla nascita del Signore. Vi auguro di custodire questo in voi: lo stupore che si fa adorazione.

E grazie a tutti voi, ai ragazzi dell’Immacolata, e a tanti che sono qui davanti!

Buona festa a tutti! E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.

Guarda il video 



martedì 26 dicembre 2023

A Natale iniziative contro la guerra

A Natale iniziative contro la guerra

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Il 24 dicembre per ricordare la strage degli innocenti a Gaza
A Napoli un'iniziativa contro la guerra ha attraversato la città

Gli organizzatori: "A poche ore dal momento in cui porrete la statuetta del Gesù Bambino nei presepi, vogliamo ricordare i bambini che non sono più nelle proprie culle in tutta la Palestina: una strage degli innocenti barbaramente uccisi". Il corteo è stato guidato dal missionario Alex Zanotelli


In una giornata natalizia, mentre molte famiglie si preparavano a porre la statuetta del Gesù Bambino nei loro presepi, un evento unico ha coinvolto la città di Napoli. Un'iniziativa per la pace, guidata dal missionario Alex Zanotelli, ha attraversato le strade del Vomero, portando con sé un messaggio di condanna delle guerre in corso.

Gli organizzatori dell'evento hanno condiviso le loro motivazioni, affermando: "A poche ore dal momento in cui porrete la statuetta del Gesù Bambino nei presepi delle vostre case, il Bambino Gesù itinerante che attraversa il Vomero vuole scuotere le coscienze e ricordare tutti quei bambini che non sono più nelle proprie culle a Betlemme e in tutta la Palestina: una strage degli innocenti barbaramente uccisi compiendo un genocidio".

Il messaggio del Gesù Bambino itinerante, un simbolo di amore e pace, è un richiamo a non perdere la nostra umanità di fronte alle atrocità del mondo. Invita la comunità a trovare la forza e il coraggio di non voltarsi dall'altra parte, ma di ribellarsi con tutte le forze contro le carneficine e le guerre che insanguinano il nostro pianeta.

Questo evento speciale ha visto la partecipazione attiva di Padre Alex Zanotelli, una figura di spicco impegnata nella promozione della pace e dei diritti umani. Ha parlato ai presenti, condividendo una riflessione sulla pace e sul disarmo, condannando le brutalità che si stanno consumendo a Gaza e in Ucraina. Padre Alex Zanotelli ha camminato insieme al "Gesù Bambino itinerante" e al Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio - Campania. Quest'ultimo è attivo dal 2006 e si impegna a promuovere la pace attraverso metodi e strumenti nonviolenti.

L'iniziativa ha coinvolto diverse realtà associative che hanno collaborato per rendere possibile questo evento straordinario. Le foto dell'iniziativa documentano il cammino intrapreso, partendo da Piazza Vanvitelli e giungendo a piazza degli Artisti.

In un periodo in cui il mondo è spesso segnato da conflitti e divisioni, l'iniziativa per la pace a Napoli ha rappresentato un momento di riflessione e solidarietà. Padre Alex Zanotelli e coloro che si sono uniti a lui hanno dimostrato che è possibile promuovere un messaggio di pace e speranza anche nei momenti più bui.

Il "Gesù Bambino itinerante" non è solo un simbolo religioso, ma anche un richiamo universale a costruire un mondo più giusto e pacifico per tutti. In unione con il Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio - Campania e le altre associazioni coinvolte, Napoli ha emesso un potente grido per la pace, un invito a riflettere sul significato profondo del Natale e sulla necessità di lavorare insieme per un futuro migliore.
(fonte: PeaceLink 24/12/2023)

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Natale a Gaza, sotto le bombe degli aerei di Erode


Oggi, 25 dicembre 2023, alcuni attivisti del “Comitato varesino per la Palestina” e di “Abbasso la Guerra OdV” hanno voluto ricordare cosa significa celebrare il Natale nella palestinese Striscia di Gaza, dove dal 7 ottobre terribili bombardamenti aerei hanno massacrato oltre 24.000 civili, prevalentemente bambini (10.000!) e donne.

Un’azione dimostrativa è stata svolta sotto il velivolo militare MB326, prodotto anni fa da Aermacchi ed esposto alla rotonda di Tradate lungo la strada provinciale Varesina SP233. Sotto il velivolo è stata adagiata la sagoma di un neonato palestinese coperto di sangue.

 

L’MB326 è un piccolo cacciabombardiere che viene venduto sia nella versione di addestratore che di attacco armato ed è stato esportato, in oltre 800 esemplari, anche a paesi come il Sudafrica dell’apartheid e alle dittature militari del Brasile e dell’Argentina. Il luogo è stato scelto per denunciare le responsabilità italiane nelle stragi di oggi.

Fra le terribili macchine di morte che stanno devastando Gaza e i suoi abitanti ci sono anche quelle costruite a casa nostra da Leonardo spa (ex AleniaAermacchi), come i 30 aerei militari M-346 prodotti a Venegono Superiore, nell’ambito dell’accordo di cooperazione militare (coperto dal segreto, tanto che neanche il Parlamento ne conosce i dettagli) sottoscritto da Berlusconi nel 2003, e ratificato con la legge n° 95 del 2005. La cooperazione è stata confermata da tutti i governi italiani successivi, in accordo con tutti i governi israeliani, non solo con quello di Netanyahu.

I piloti israeliani che stanno bombardando Gaza con gli F-35, gli F15 e gli F16 si sono formati e addestrati a bordo dei 30 velivoli M346 venduti nel 2012 a Israele, facilmente armabili per trasformarli in jet d’attacco.

I primi due caccia furono consegnati nel 2014, pochi giorni prima dell’aggressione militare sulla Striscia di Gaza denominata “Margine protettivo”, un massacro che ha sterminato oltre 2.200 persone, di cui 531 bambini. Anche i piloti degli elicotteri d’attacco, che bombardano persino ospedali, si sono formati sugli elicotteri Agusta concepiti da Leonardo a Samarate, sempre in provincia di Varese e prodotti negli USA.

Partecipati cortei di attivisti pacifisti e antimilitaristi furono tenuti in quegli anni per manifestare contro l’accordo di esportazione di questi velivoli a Israele e fu depositata anche una denuncia contro di esso. Inutilmente, e oggi ne vediamo purtroppo i risultati.

Anche il nostro territorio è coinvolto, è tutta l’Italia a essere complice attiva del genocidio in corso con le sue navi nel Mar Rosso, i suoi aerei nei cieli di Gaza e le sue vergognose astensioni sul cessate il fuoco all’ONU.

Diciamo basta!
Comitato Varesino per la Palestina


Abbasso la Guerra OdV

Abbasso la Guerra OdV, nata nel 2018, è un centro di documentazione e intende conservare la memoria delle esperienze dei movimenti per la Pace e per il disarmo varesini e educare giovani e studenti al volontariato. La sua biblioteca specializzata contiene circa 2.000 testi sulle tematiche guerra e pace, militarismo e antimilitarismo, riarmo e disarmo, violenza e nonviolenza, economia bellica e riconversione...

«Quello di Betlemme è l’annuncio di "una grande gioia"... una gioia “grande” perché ci fa “grandi”... Gesù nostro fratello è venuto a fare del Padre suo il Padre nostro... Ecco la gioia che consola il cuore, rinnova la speranza e dona la pace: è la gioia di essere figli amati.» Papa Francesco Messaggio Urbi et Orbi Natale 2023 (testo e video)

MESSAGGIO URBI ET ORBI
DEL SANTO PADRE FRANCESCO

NATALE 2023

Loggia Centrale della Basilica di San Pietro
Lunedì, 25 dicembre 2023


Cari fratelli e sorelle, buon Natale!

Lo sguardo e il cuore dei cristiani di tutto il mondo sono rivolti a Betlemme; lì, dove in questi giorni regnano dolore e silenzio, è risuonato l’annuncio atteso da secoli: «È nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,11). Sono le parole dell’angelo nel cielo di Betlemme e sono rivolte anche a noi. Ci riempie di fiducia e di speranza sapere che il Signore è nato per noi; che la Parola eterna del Padre, il Dio infinito, ha fissato la sua dimora tra noi. Si è fatto carne, è venuto «ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14): ecco la notizia che cambia il corso della storia!

Quello di Betlemme è l’annuncio di «una grande gioia» (Lc 2,10). Quale gioia? Non la felicità passeggera del mondo, non l’allegria del divertimento, ma una gioia “grande” perché ci fa “grandi”. Oggi, infatti, noi esseri umani, con i nostri limiti, abbracciamo la certezza di una speranza inaudita, quella di essere nati per il Cielo. Sì, Gesù nostro fratello è venuto a fare del Padre, suo il Padre nostro: fragile Bimbo, ci rivela la tenerezza di Dio; e molto di più: Lui, l’Unigenito del Padre, ci dà il «potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Ecco la gioia che consola il cuore, rinnova la speranza e dona la pace: è la gioia dello Spirito Santo, la gioia di essere figli amati.

Fratelli e sorelle, oggi a Betlemme tra le tenebre della terra si è accesa questa fiamma inestinguibile, oggi sulle oscurità del mondo prevale la luce di Dio, «che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). Fratelli e sorelle, rallegriamoci di questa grazia! Gioisci tu, che hai smarrito fiducia e certezze, perché non sei solo, non sei sola: Cristo è nato per te! Gioisci tu, che hai deposto la speranza, perché Dio ti tende la mano: non ti punta il dito contro, ma ti offre la sua manina di Bimbo per liberarti dalle paure, sollevarti dalle fatiche e mostrarti che ai suoi occhi vali come nient’altro. Gioisci tu, che nel cuore non trovi la pace, perché per te si è compiuta l’antica profezia di Isaia: «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio […] e il suo nome sarà: […] Principe della pace» (9,5)». La Scrittura rivela che la sua pace, il suo regno «non avrà fine» (9,6).

Nella Scrittura, al Principe della pace si oppone «il principe di questo mondo» (Gv 12,31) che, seminando morte, agisce contro il Signore, «amante della vita» (Sap 11,26). Lo vediamo in azione a Betlemme quando, dopo la nascita del Salvatore, avviene la strage degli innocenti. Quante stragi di innocenti nel mondo: nel grembo materno, nelle rotte dei disperati in cerca di speranza, nelle vite di tanti bambini la cui infanzia è devastata dalla guerra. Sono i piccoli Gesù di oggi, questi bambini la cui infanzia è devastata dalla guerra, dalle guerre.

Allora dire “sì” al Principe della pace significa dire “no” alla guerra, e questo con coraggio: dire “no” alla guerra, a ogni guerra, alla logica stessa della guerra, viaggio senza meta, sconfitta senza vincitori, follia senza scuse. Questo è la guerra: viaggio senza meta, sconfitta senza vincitori, follia senza scuse. Ma per dire “no” alla guerra bisogna dire “no” alle armi. Perché, se l’uomo, il cui cuore è instabile e ferito, si trova strumenti di morte tra le mani, prima o poi li userà. E come si può parlare di pace se aumentano la produzione, la vendita e il commercio delle armi? Oggi, come al tempo di Erode, le trame del male, che si oppongono alla luce divina, si muovono nell’ombra dell’ipocrisia e del nascondimento: quante stragi armate avvengono in un silenzio assordante, all’insaputa di tanti! La gente, che non vuole armi ma pane, che fatica ad andare avanti e chiede pace, ignora quanti soldi pubblici sono destinati agli armamenti. Eppure dovrebbe saperlo! Se ne parli, se ne scriva, perché si sappiano gli interessi e i guadagni che muovono i fili delle guerre.

Isaia, che profetizzava il Principe della pace, ha scritto di un giorno in cui «una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione»; di un giorno in cui gli uomini «non impareranno più l’arte della guerra», ma «spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci» (2,4). Con l’aiuto di Dio, diamoci da fare perché quel giorno si avvicini!

Si avvicini in Israele e Palestina, dove la guerra scuote la vita di quelle popolazioni. Le abbraccio tutte, in particolare le comunità cristiane di Gaza, la parrocchia di Gaza, e dell’intera Terra Santa. Porto nel cuore il dolore per le vittime dell’esecrabile attacco del 7 ottobre scorso e rinnovo un pressante appello per la liberazione di quanti sono ancora tenuti in ostaggio. Supplico che cessino le operazioni militari, con il loro spaventoso seguito di vittime civili innocenti, e che si ponga rimedio alla disperata situazione umanitaria aprendo all’arrivo degli aiuti. Non si continui ad alimentare violenza e odio, ma si avvii a soluzione la questione palestinese, attraverso un dialogo sincero e perseverante tra le Parti, sostenuto da una forte volontà politica e dall’appoggio della comunità internazionale. Fratelli e sorelle, preghiamo per la pace in Palestina e in Israele.

Il mio pensiero va poi alla popolazione della martoriata Siria, come pure a quella dello Yemen ancora in sofferenza. Penso al caro popolo libanese e prego perché possa ritrovare presto stabilità politica e sociale.

Con gli occhi fissi sul Bambino Gesù imploro la pace per l’Ucraina. Rinnoviamo la nostra vicinanza spirituale e umana al suo martoriato popolo, perché attraverso il sostegno di ciascuno di noi senta la concretezza dell’amore di Dio.

Si avvicini il giorno della pace definitiva tra Armenia e Azerbaigian. La favoriscano la prosecuzione delle iniziative umanitarie, il ritorno degli sfollati nelle loro case in legalità e sicurezza, e il mutuo rispetto delle tradizioni religiose e dei luoghi di culto di ogni comunità.

Non dimentichiamo le tensioni e i conflitti che sconvolgono la regione del Sahel, il Corno d’Africa, il Sudan, come anche il Camerun, la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan.

Si avvicini il giorno in cui si rinsalderanno i vincoli fraterni nella penisola coreana, aprendo percorsi di dialogo e riconciliazione che possano creare le condizioni per una pace duratura.

Il Figlio di Dio, fattosi umile Bambino, ispiri le autorità politiche e tutte le persone di buona volontà del continente americano, affinché si trovino soluzioni idonee a superare i dissidi sociali e politici, per lottare contro le forme di povertà che offendono la dignità delle persone, per appianare le disuguaglianze e per affrontare il doloroso fenomeno delle migrazioni.

Dal presepe, il Bambino ci chiede di essere voce di chi non ha voce: voce degli innocenti, morti per mancanza di acqua e di pane; voce di quanti non riescono a trovare un lavoro o l’hanno perso; voce di quanti sono obbligati a fuggire dalla propria patria in cerca di un avvenire migliore, rischiando la vita in viaggi estenuanti e in balia di trafficanti senza scrupoli.

Fratelli e sorelle, si avvicina il tempo di grazia e di speranza del Giubileo, che inizierà tra un anno. Questo periodo di preparazione sia occasione per convertire il cuore; per dire “no” alla guerra e “sì” alla pace; per rispondere con gioia all’invito del Signore che ci chiama, come ancora profetizzò Isaia, «a portare il lieto annuncio ai miseri, / a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, / a proclamare la libertà degli schiavi, / la scarcerazione dei prigionieri» (Is 61,1).

Queste parole si sono compiute in Gesù (cfr Lc 4,18), nato oggi a Betlemme. Accogliamolo, apriamo il cuore a Lui, il Salvatore! Apriamo il cuore a Lui, il Salvatore, che è il Principe della pace!

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lunedì 25 dicembre 2023

Viene il Natale a dirci che tutti i nostri pensieri sono capovolti - L’Alfabeto dell’Amore

don Aldo Antonelli
Viene il Natale 
a dirci che tutti i nostri pensieri sono capovolti


Viene il Natale a dirci che tutti i nostri pensieri sono capovolti.

Viene il Natale a ricordarci che Dio è in basso, la ricchezza nella povertà, la luce nella notte, l'aiuto nell'abbandono (D. Bonhoeffer).

Viene il Natale per insegnarci che “Gesù non è la risposta alle nostre attese, Gesù è la sovversione delle nostre domande” (Lilia Sebastiani).

I ricchi che si sentono sicuri e non sentono il bisogno di nulla, non sanno che farsene di questo Dio-con-noi, e questo Dio non ha nulla da dare a chi ha già le mani piene di cose cui ha affidato un'illusoria sicurezza e un'effimera felicità.

Da poi che Egli ha messo le tende tra di noi non dobbiamo cercarne altre. Forse dovremmo reimparare a parlare il linguaggio dell’Amore, secondo il suo alfabeto.


L’Alfabeto dell’Amore

A come AMORE
"Conoscerò il rumore dei tuoi passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo mi farà uscire dalla tana, come una musica". (Il Piccolo Principe)
B come BENEVOLENZA
"Si dovrebbe pensare di più a far bene che a star bene; così si finirebbe anche a stare meglio" . (A. Manzoni)
C come CONDIVISIONE
“Fate questo in memoria di me”; è il testamento che ci ha lasciato Gesù, quello di condividere ciò che siamo e ciò che abbiamo.
D come DONO
"Simbolo della gratuità che spezza la regola economica dello scambio: dare senza contropartita". (Umberto Galimberti)
E come ETICA
"La moralità non è propriamente la dottrina del come renderci felici, ma di come dovremmo diventare degni di possedere la felicità”. (Kant)
F come FIDUCIA
"La fiducia nella bontà altrui è una notevole testimonianza della propria bontà”. (Michel de Montaigne)
G come GIOIA
"La Gioia è l'opposto del divertimento. Il divertimento distrae e stanca: diverge dal proprio fine; la gioia invece è segno di una 'presenza' ". (D.M. Turoldo)
H come HABITAT
"La nazione che distrugge il proprio suolo distrugge se stessa". (F. Roosevelt)
I come IDEALE 
"La conseguenza più grave della nuova organizzazione del mondo è dentro di noi Il declino degli ideali indotto da questo sistema è la tragedia del nostro tempo. Senza un ideale la vita psichica manca di qualsiasi nutrimento simbolico per umanizzarsi e socializzarsi". (Sabino Acquaviva)
L come LAVORO
"Nell’era della globalizzazione il lavoro torna ad essere ricondotto ad una condizione servile, quasi di stampo feudale, parcellizzato e precarizzato". (Roberto Musacchio)
M come MERAVIGLIA
"Una falsa abbondanza commerciale ha distrutto la nostra capacità di meravigliarci! “Le persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei mari, dei fiumi, delle stelle; e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi”. (S. Agostino)
N come NATURA
"La natura ci ha dato la vita come un luogo nel quale dimorare, non come qualcosa da possedere". (Cicerone)
O come Oltre 
"Dove dovremo andare dopo l’ultimo confine?
P come PACE 
“La pace non è mai frutto della vittoria; schiacciare il nemico non serve mai; esso ritorna sempre, in una forma o in un'altra”. (Panikkar)
Q come QUALITA' 
“Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo. E’ la qualità più bella di un rivoluzionario". (Che Guevara in una lettera ai figli)
R come RELAZIONE 
“Il contrario della paura non è il coraggio, ma la relazione, l'incontro con l'altro. Altro di cui hai estremamente bisogno, perché sono gli altri che ci danno la vita”. (A. Vermigli)
S come SPERANZA
“La Speranza è il moto di fondo dell'uomo. L'uomo colloca continuamente nel futuro la propria verità, la propria pienezza, perché è l'unico essere che non coincide con sé, non può ripiegarsi su di sé in una equazione tranquilla”.
T come TERRA
“La terra è spazio ospitale aperto a tutti. Negata come spazio ospitale e trasformata in oggetto di possesso essa si perverte in luogo di conflitti, di sofferenze e di violenze”. (Carmine Di Sante)
U come UTOPIA
"L'utopia, a diversità del sogno, è la traduzione di un impulso morale che ha bisogno di abbandonare i termini della ragione, così seri, ligi e compromessi dall'uso, per adottare quelli dell'immaginazione" (Ernesto Balducci)
V come VOLO
Dove dovrebbero volare gli uccelli dopo l’ultimo cielo?
Z come ZELO
Contro la negligenza e la sciatteria, la volgarità e la grossolanità, lo zelo riassume in sé tutti i termini dell’alfabeto dell’Amore.

Buon Natale!


«Il nostro cuore stasera è a Betlemme, dove ancora il Principe della pace viene rifiutato dalla logica perdente della guerra, con il ruggire delle armi che anche oggi gli impedisce di trovare alloggio nel mondo» Papa Francesco Omelia Notte di Natale 2023 (testo e video)

SANTA MESSA DELLA NOTTE

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE

Basilica Vaticana
Domenica, 24 dicembre 2023



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OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO


«Il censimento di tutta la terra» (Lc 2,1). È questo il contesto nel quale Gesù nasce e su cui il Vangelo si sofferma. Poteva accennarne rapidamente, invece ne parla con accuratezza. E con ciò fa emergere un grande contrasto: mentre l’imperatore conta gli abitanti del mondo, Dio vi entra quasi di nascosto; mentre chi comanda cerca di assurgere tra i grandi della storia, il Re della storia sceglie la via della piccolezza. Nessuno dei potenti si accorge di Lui, solo alcuni pastori, relegati ai margini della vita sociale.

Ma il censimento dice di più. Nella Bibbia non lasciava un bel ricordo. Il re Davide, cedendo alla tentazione dei grandi numeri e ad una malsana pretesa di autosufficienza, aveva commesso un grave peccato proprio facendo il censimento del popolo. Voleva saperne la forza e dopo circa nove mesi ebbe il numero di quanti potevano maneggiare la spada (cfr 2 Sam 24,1-9). Il Signore si sdegnò e una disgrazia colpì il popolo. In questa notte, invece, il “Figlio di Davide”, Gesù, dopo nove mesi nel grembo di Maria, nasce a Betlemme, la città di Davide, e non punisce il censimento, ma si lascia umilmente conteggiare. Uno fra i tanti. Non vediamo un dio adirato che castiga, ma il Dio misericordioso che si incarna, che entra debole nel mondo, preceduto dall’annuncio: «sulla terra pace agli uomini» (Lc 2,14). E il nostro cuore stasera è a Betlemme, dove ancora il Principe della pace viene rifiutato dalla logica perdente della guerra, con il ruggire delle armi che anche oggi gli impedisce di trovare alloggio nel mondo (cfr Lc 2,7).

Il censimento di tutta la terra, insomma, manifesta da una parte la trama troppo umana che attraversa la storia: quella di un mondo che cerca il potere e la potenza, la fama e la gloria, dove tutto si misura coi successi e i risultati, con le cifre e con i numeri. È l’ossessione della prestazione. Ma al contempo nel censimento risalta la via di Gesù, che viene a cercarci attraverso l’incarnazione. Non è il dio della prestazione, ma il Dio dell’incarnazione. Non sovverte le ingiustizie dall’alto con forza, ma dal basso con amore; non irrompe con un potere senza limiti, ma si cala nei nostri limiti; non evita le nostre fragilità, ma le assume.

Fratelli e sorelle, stanotte possiamo chiederci: noi in che Dio crediamo? Nel Dio dell’incarnazione o in quello della prestazione? Sì, perché c’è il rischio di vivere il Natale avendo in testa un’idea pagana di Dio, come se fosse un padrone potente che sta in cielo; un dio che si sposa con il potere, con il successo mondano e con l’idolatria del consumismo. Sempre torna l’immagine falsa di un dio distaccato e permaloso, che si comporta bene coi buoni e si adira coi cattivi; di un dio fatto a nostra immagine, utile solo a risolverci i problemi e a toglierci i mali. Lui, invece, non usa la bacchetta magica, non è il dio commerciale del “tutto e subito”; non ci salva premendo un bottone, ma Lui si fa vicino per cambiare la realtà dal di dentro. Eppure, quanto è radicata in noi l’idea mondana di un dio distante e controllore, rigido e potente, che aiuta i suoi a prevalere contro gli altri! Tante volte è radicata in noi questa immagine. Ma non è così: Lui è nato per tutti, durante il censimento di tutta la terra.

Guardiamo dunque al «Dio vivo e vero» (1 Ts 1,9): a Lui, che sta al di là di ogni calcolo umano eppure si lascia censire dai nostri conteggi; a Lui, che rivoluziona la storia abitandola; a Lui, che ci rispetta al punto da permetterci di rifiutarlo; a Lui, che cancella il peccato facendosene carico, che non toglie il dolore ma lo trasforma, che non ci leva i problemi dalla vita, ma dà alle nostre vite una speranza più grande dei problemi. Desidera così tanto abbracciare le nostre esistenze che, infinito, per noi si fa finito; grande, si fa piccolo; giusto, abita le nostre ingiustizie. Fratelli e sorelle, ecco lo stupore del Natale: non un miscuglio di affetti sdolcinati e di conforti mondani, ma l’inaudita tenerezza di Dio che salva il mondo incarnandosi. Guardiamo il Bambino, guardiamo la sua mangiatoia, guardiamo il presepe, che gli angeli chiamano «il segno» (Lc 2,12): è infatti il segnale rivelatore del volto di Dio, che è compassione e misericordia, onnipotente sempre e solo nell’amore. Si fa vicino, si fa vicino, tenero e compassionevole, questo è il modo di essere di Dio: vicinanza, compassione, tenerezza.

Sorelle, fratelli, stupiamoci perché “si è fatto carne” (cfr Gv 1,14). Carne: parola che richiama la nostra fragilità e che il Vangelo utilizza per dirci che Dio è entrato fino in fondo nella nostra condizione umana. Perché si è spinto a tanto? – ci domandiamo –. Perché gli interessa tutto di noi, perché ci ama al punto da ritenerci più preziosi di ogni altra cosa. Fratello, sorella, per Dio che ha cambiato la storia durante il censimento tu non sei un numero, ma sei un volto; il tuo nome è scritto nel suo cuore. Ma tu, guardando al tuo cuore, alle prestazioni non all’altezza, al mondo che giudica e non perdona, forse vivi male questo Natale, pensando di non andare bene, covando un senso di inadeguatezza e di insoddisfazione per le tue fragilità, per le tue cadute e i tuoi problemi e per i tuoi peccati. Ma oggi, per favore, lascia l’iniziativa a Gesù, che ti dice: “Per te mi sono fatto carne, per te mi sono fatto come te”. Perché rimani nella prigione delle tue tristezze? Come i pastori, che hanno lasciato le loro greggi, lascia il recinto delle tue malinconie e abbraccia la tenerezza di Dio bambino. E fallo senza maschere, senza corazze, getta in Lui i tuoi affanni ed Egli si prenderà cura di te (cfr Sal 55,23): Lui, che si è fatto carne, non attende le tue prestazioni di successo, ma il tuo cuore aperto e confidente. E tu in Lui riscoprirai chi sei: un figlio amato di Dio, una figlia amata da Dio. Ora puoi crederlo, perché stanotte il Signore è venuto alla luce per illuminare la tua vita e i suoi occhi brillano d’amore per te. Noi abbiamo difficoltà a credere in questo, che gli occhi di Dio brillano di amore per noi.

Sì, Cristo non guarda i numeri, ma i volti. Chi, però, guarda a Lui, tra le tante cose e le folli corse di un mondo sempre indaffarato e indifferente? Chi lo guarda? A Betlemme, mentre molta gente, presa dall’ebbrezza del censimento, andava e veniva, riempiva gli alloggi e le locande parlando del più e del meno, alcuni sono stati vicini a Gesù: sono Maria e Giuseppe, i pastori, poi i magi. Impariamo da loro. Stanno con lo sguardo fisso su Gesù, con il cuore rivolto a Lui. Non parlano, ma adorano. Questa notte, fratelli e sorelle, è il tempo dell’adorazione: adorare.

L’adorazione è la via per accogliere l’incarnazione. Perché è nel silenzio che Gesù, Parola del Padre, si fa carne nelle nostre vite. Facciamo anche noi come a Betlemme, che significa “casa del pane”: stiamo davanti a Lui, Pane di vita. Riscopriamo l’adorazione, perché adorare non è perdere tempo, ma permettere a Dio di abitare il nostro tempo. È far fiorire in noi il seme dell’incarnazione, è collaborare all’opera del Signore, che come lievito cambia il mondo. Adorare è intercedere, riparare, consentire a Dio di raddrizzare la storia. Un grande narratore di imprese epiche scrisse a suo figlio: «Ti offro l’unica cosa grande da amare sulla terra: il Santissimo Sacramento. Lì troverai fascino, gloria, onore, fedeltà e la vera via di tutti i tuoi amori sulla terra» (J.R.R. Tolkien, Lettera 43, marzo 1941).

Fratelli e sorelle, stanotte l’amore cambia la storia. Fa’ che crediamo, o Signore, nel potere del tuo amore, così diverso dal potere del mondo. Signore, fa’ che come Maria, Giuseppe, i pastori e i magi, ci stringiamo attorno a Te per adorarti. Resi da Te più simili a Te, potremo testimoniare al mondo la bellezza del tuo volto.

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«Permettetemi una raccomandazione: non confondiamo la festa con il consumismo!» Papa Francesco Angelus 24/12/2023 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 24 dicembre 2023


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi, nella quarta domenica di Avvento, il Vangelo ci presenta la scena dell’Annunciazione (cfr Lc 1,26-38). L’angelo, per spiegare a Maria come concepirà Gesù, le dice: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra» (v. 35). Fermiamoci un po’ su questa immagine, l’ombra.

In una terra come quella di Maria, perennemente assolata, una nuvola di passaggio, un albero che resiste alla siccità e offre riparo, una tenda ospitale portano sollievo e protezione. L’ombra è un dono che ristora, e l’angelo descrive proprio così il modo in cui lo Spirito Santo discende su Maria, il modo di fare di Dio: Dio sempre agisce come amore gentile che abbraccia, che feconda, che e custodisce, senza fare violenza, senza ferire la libertà. Così è il modo di agire di Dio.

Quella dell’ombra che protegge è un’immagine ricorrente nella Bibbia. Pensiamo all’ombra che accompagna il popolo di Dio nel deserto (cfr Es 13,21-22). L’ombra parla, insomma, della gentilezza di Dio. È come se Lui dicesse, a Maria ma anche a tutti noi oggi: “Sono qui per te e mi offro come tuo rifugio e tuo riparo: vieni sotto la mia ombra, stai con me”. Fratelli e sorelle, così si comporta l’amore fecondo di Dio. Ed è qualcosa che, in un certo modo, possiamo sperimentare anche tra di noi, ad esempio quando tra amici, fidanzati, sposi, genitori e figli, si è delicati, si è rispettosi, prendendosi cura degli altri con gentilezza. Pensiamo alla gentilezza di Dio!

Dio ama così e chiama anche noi a fare lo stesso: accogliendo, proteggendo, rispettando gli altri. Pensare a tutti, pensare a chi è emarginato, a chi in questi giorni è lontano dalla gioia del Natale. Pensiamo a tutti con la gentilezza di Dio. Ricordare questa parola: la gentilezza di Dio. E chiediamoci allora, alla vigilia del Natale: io, desidero lasciarmi avvolgere dall’ombra dello Spirito Santo, dalla dolcezza e dalla mitezza di Dio, dalla gentilezza di Dio, facendogli posto nel cuore, accostandomi al suo perdono, all’Eucaristia? E poi: per quali persone sole e bisognose potrei essere ombra che ristora, amicizia che consola?

Maria ci aiuti ad essere aperti, accoglienti verso la presenza di Dio, che con mitezza viene a salvarci.

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Dopo l’Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Saluto tutti voi, romani e pellegrini dall’Italia e da varie parti del mondo. In particolare, saluto la delegazione dei cittadini italiani che vivono in territori ufficialmente riconosciuti molto contaminati e che da tempo ne attendono la bonifica. Esprimo solidarietà a queste popolazioni ed auspico che la loro voce sia ascoltata.

A tutti voi auguro buona domenica e una vigilia di Natale nella preghiera, nel calore degli affetti e nella sobrietà. Permettetemi una raccomandazione: non confondiamo la festa con il consumismo! Si può – e come cristiani si deve – festeggiare in semplicità, senza sprechi, e condividendo con chi manca del necessario o manca di compagnia. Siamo vicini ai nostri fratelli e sorelle che soffrono per la guerra: pensiamo alla Palestina, a Israele, all’Ucraina. Pensiamo anche a coloro che soffrono per la miseria, la fame, le schiavitù. Il Dio che ha preso per sé un cuore umano infonda umanità nei cuori degli uomini!

E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e buon Natale a tutti! Arrivederci!

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domenica 24 dicembre 2023

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 5 - 2023/2024 anno B

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


NATALE DEL SIGNORE - MESSA DELLA NOTTE 

Vangelo:


L'infinito amore del Padre per ogni suo figlio si è finalmente manifestato nella fragile carne del Figlio. L'infinitamente grande si è reso visibile nella piccolezza di un infante indifeso, perché noi potessimo accoglierlo senza timore. Crediamo, erroneamente, che le caratteristiche di Dio siano l'onnipotenza, la magnificenza e lo splendore, ma, in verità, queste sono le caratteristiche dell'idolo, della sua immagine satanica. Se il Figlio di Dio si fosse reso presente con potenza e gloria, tutti necessariamente avremmo dovuto accoglierlo, ma non sarebbe stato Dio, bensì un idolo. Norma essenziale per la nostra fede è la piccolezza, la porta stretta che ci permette di entrare nel Regno, una piccolezza in grado di abbattere ogni presunta grandezza, come il sassolino, in apparenza insignificante, del Libro del profeta Daniele che, nonostante la sua piccolezza, riesce ad abbattere l'enorme statua dell'idolo (Dn 2,34ss). Scandalo per l'uomo di ogni tempo è accogliere l'estrema fragilità di un Dio che è divenuto solidale con la nostra debolezza, perché un Dio che ci viene incontro in questo modo si espone inevitabilmente al rifiuto. E' il tallone di Achille di Dio, la vulnerabilità del suo infinito amore per noi che non può non rispettare la nostra libertà, anche a costo di lasciarsi rifiutare. «A coloro, però, che lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).

AUGURI DI UN SANTO NATALE A TUTTI

L’attesa del Principe della pace

Gesù nasce in un mondo soffocato dall’angoscia della guerra

L’attesa del Principe della pace


«Sembra che tutto il mondo stia vivendo un momento di grande difficoltà, dove violenza, odio, divisione e il sentimento di vendetta prevalgono». Le parole che il cardinale patriarca di Gerusalemme dei Latini, Pierbattista Pizzaballa, affida ai media vaticani in un videomessaggio, descrivono drammaticamente la situazione alla vigilia di questo Natale. Un Natale che per molti popoli sarà di guerra. Lo sarà ancora una volta per gli ucraini; lo sarà quest’anno per quanti vivono in Terra Santa, «dove — sottolinea il Porporato — dal 7 ottobre siamo precipitati in un mare profondo di odio, di rancore, di vendetta, di violenza, di morte che ha colpito la società israeliana e colpisce ora la società palestinese».

Una spirale terribile e angosciosa di odio e di dolore in cui si avvita inesorabilmente ogni guerra. Un labirinto apparentemente senza uscita, si potrebbe dire, le cui pareti sono mura alte e spesse; fortificazioni innalzate da odio e risentimento che si autoalimentano e accrescono ad ogni azione violenta. Mura opprimenti dalle quali si può uscire — come suggerito giovedì da Papa Francesco nel discorso alla Curia utilizzando proprio l’immagine del labirinto — solo “da sopra”. E guardando in alto. Come fecero i Magi, per seguire «la Luce che vuole sempre condurci oltre e che talvolta ci fa cercare sentieri inesplorati e ci fa percorrere strade nuove».

Quelle strade nuove che vengono chieste anche a quanti hanno la responsabilità di decidere di fermare o far continuare una guerra, per riaccendere una speranza di pace. Strade nuove che richiedono il coraggio della pace. Sì, coraggio. Perché viene richiesto di andare controcorrente, di osare pensieri e azioni che scardinino consuetudini radicate nell’odio, nella voglia di vendetta. Osare la pace vuol dire vedere l’uomo oltre il nemico. Il coraggio della pace non chiede di dimenticare, semmai di perdonare — un’azione rivoluzionaria, disarmante — e di comprendere l’altro e le sue ragioni. Trovando un punto d’incontro, un compromesso, anche a costo di dolorose rinunce.

Per chi crede, seguire la stella in questi giorni significa andare con la mente e con il cuore a Betlemme, come ci ha sollecitati a fare Papa Francesco all’udienza generale di mercoledì, quando ha rinnovato i suoi appelli per la Terra Santa, per l’Ucraina e per tutti «i popoli che soffrono il male della guerra»: andare al presepe per chiedere «a Gesù la pace. Lui è il principe della pace».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Gaetano Vallini 23/12/2023)


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - IV DOMENICA DI AVVENTO ANNO B

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


IV DOMENICA DI AVVENTO ANNO B

24 Dicembre 2023 

Per chi presiede

Preghiamo Dio Padre, che ci dona la salvezza nel suo Figlio Gesù, che prende corpo dal grembo della Vergine Maria, ed insieme invochiamo nel canto:
R/  Marana-tha. Vieni Signore Gesù

  

Lettore

- O Padre, rendi la Chiesa come un grembo pronto a lasciarsi fecondare dal seme della tua Parola. Donale la grazia di partorire uomini e donne nuovi ad immagine del tuo Figlio. Invochiamo.

- Dona, o Padre, la luce della tua Parola a tutti i popoli, riversa con abbondanza il fuoco del tuo Spirito nel cuore dei governanti. Invochiamo.

- Suscita, o Padre, sognatori e poeti in mezzo a noi. Rendici persone di speranza, pronte ad andare incontro al tuo Figlio che viene a portare la Pace. Invochiamo.

- A te, o Padre, affidiamo tutti i migranti, che vedono infranti i loro sogni di fronte alla durezza di cristiani paurosi ed egoisti. Invochiamo.

- Ricordati, o Padre, di tutte le persone a noi care, di tutti gli amici e di tutte le persone che sono provate dalla malattia e dalla solitudine. Invochiamo.

- Ti affidiamo, o Padre, tutte le persone che sono in viaggio, tutti coloro che sono lontani dalla famiglia, tutti coloro che hanno perso il lavoro ed anche la casa. Invochiamo.

- Ti affidiamo, o Padre, i nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ti affidiamo anche tutte le donne vittime della violenza e della sottomissione, i bambini annegati nel Mediterraneo, i bambini uccisi per il commercio degli organi, gli uomini vittime della tortura. Dona a tutti di poter partecipare alla festa del tuo Regno. Invochiamo.


Per chi presiede

Sostienici, o Padre, nel cammino della vita e rendici capaci di accogliere la tua volontà come la Vergine Maria e di acconsentire ai tuoi disegni come il suo sposo Giuseppe. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. AMEN.

Card. Raniero Cantalamessa Seconda predica di Avvento 2023: "BEATA COLEI CHE HA CREDUTO" - Un presepio diverso: quello del cuore (testo integrale e video)

Cardinale Raniero Cantalamessa 
Seconda predica di Avvento 2023:
 
"BEATA COLEI CHE HA CREDUTO"
Un presepio diverso: quello del cuore

In Aula Paolo VI la seconda predica d’Avvento tenuta dal cardinale predicatore pontificio: in Occidente, nel nome della convivenza interreligiosa, si inventano fiabe e personaggi per eliminare dalle feste natalizie i riferimenti al Vangelo, ma è “il pretesto di un certo mondo laicista che non vuole questi simboli”


Dopo il Precursore Giovanni Battista, oggi ci facciamo prendere per mano dalla Madre di Gesù per “entrare” nel mistero del Natale. Nel Vangelo della scorsa Domenica, la Quarta di Avvento, abbiamo ascoltato il racconto dell’Annunciazione. Esso ci ricorda come Maria concepì e diede alla luce il Cristo e come possiamo concepirlo e darlo alla luce noi, e cioè mediante la fede! Riferendosi a questo momento, Elisabetta, di lì a poco esclamerà: “Beata colei che ha creduto” (Lc 1, 45).
Si è ripetuto, purtroppo, circa la fede di Maria, quello che era avvenuto con la persona di Gesù. Siccome gli eretici ariani cercavano ogni pretesto per mettere in dubbio la piena divinità di Cristo, per togliere loro ogni appiglio, i Padri diedero a volte una spiegazione “pedagogica” di tutti quei testi del Vangelo che sembravano ammettere un progresso di Gesù nella conoscenza della volontà del Padre e nell’obbedienza ad essa. Uno di questi testi era quello della Lettera agli Ebrei, secondo cui Gesù “imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5,8), un altro la preghiera di Gesù nel Getsemani. In Gesù, tutto doveva essere dato e perfetto in partenza. Da buoni Greci, pensavano che il divenire non può incidere sull’essere delle cose.
Qualcosa di simile, dicevo, si è ripetuto, tacitamente, per la fede di Maria. Si dava per scontato che lei avesse compiuto il suo atto di fede al momento dell’Annunciazione e in esso fosse rimasta stabile per tutta la vita, come chi, con la sua voce, ha raggiunto di slancio la nota più acuta e la mantiene poi interrottamente per tutto il resto del canto. Si dava una spiegazione rassicurante di tutte le parole che sembravano dire il contrario.
Il dono che lo Spirito Santo ha fatto alla Chiesa, con il rinnovamento della Mariologia, è stato la scoperta di una dimensione nuova della fede di Maria. La Madre di Dio – ha affermato il Concilio Vaticano II – ”avanzò nella peregrinazione della fede” (LG, 58). Non ha creduto una volta per tutte, ma ha camminato nella fede e progredito in essa. L’affermazione è stata ripresa e resa più esplicita da san Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris Mater:
Le parole di Elisabetta: “E beata colei che ha creduto” non si applicano solo a quel particolare momento dell’annunciazione. Certamente questa rappresenta il momento culminante della fede di Maria in attesa di Cristo, ma è anche il punto di partenza, da cui inizia tutto il suo itinerario verso Dio, tutto il suo cammino di fede. (RM, 14).
In questo cammino Maria è giunta, scriveva il papa, fino alla “notte della fede” (RM, 18). Sono note e spesso ripetute le parole di sant’Agostino sulla fede di Maria:
“La Vergine Maria partorì credendo, quel che aveva concepito credendo (“quem credendo peperit, credendo concepit”)…. Dopo che l’angelo ebbe parlato, ella, piena di fede, concependo Cristo prima nel cuore che nel grembo, rispose: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola”.
Dobbiamo completare la lista con quello che accadde dopo l’Annunciazione e il Natale: per fede Maria presentò il Bambino al tempio, per fede lo seguì, tenendosi in disparte, nella sua vita pubblica, per fede stette sotto la croce, per fede attese la sua risurrezione.
Riflettiamo su alcuni momenti del cammino di fede della Madre di Dio. Ci sono fatti apparentemente contrastanti che Maria confronta dentro di sé, senza comprendere. È “il Figlio di Dio” e giace in una mangiatoia! Lei conserva tutto nel suo cuore e lascia che fermenti nell’attesa. Sentirà la profezia di Simeone e presto si accorgerà di quanto fosse vera! Tutti gli alti e bassi della vita del figlio, tutte le incomprensioni, le progressive diserzioni intorno a lui, hanno avuto una profonda ripercussione nel suo cuore di Madre. Incomincia a farne esperienza dolorosa nello smarrimento di Gesù al tempio: “Disse loro: ‘Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?’ Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro” (Lc 2,49-50).
Infine c’è la croce. È là, impotente davanti al martirio del figlio, ma acconsente all’amore. È una replica del dramma di Abramo, ma quanto immensamente più esigente! Con Abramo Dio si ferma all’ultimo momento, con lei no. Accetta che il figlio sia immolato, lo consegna al Padre, col cuore affranto, ma in piedi, forte della sua fede incrollabile. È qui che la voce di Maria tocca la nota più alta. Di Maria si deve dire con ben maggiore ragione ciò che l’Apostolo dice di Abramo: Maria credette, sperando contro ogni speranza, e così divenne madre di molti popoli (Rm 4,18).
C’è stato un tempo in cui la grandezza di Maria era vista soprattutto nei privilegi che si faceva a gara nel moltiplicare, con il risultato di distanziarla, anziché “associarla”, a Cristo, il quale si era fatto “in tutto simile a noi”, nulla escluso, neppure la tentazione, ma solo il peccato. Il Concilio ci ha orientato a vedere la sua grandezza soprattutto nella sua fede, speranza e carità. Dice la Lumen gentium:
Concependo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in croce, ella cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell’ordine della grazia (LG, 61).

“Crediamo anche noi!”

Il rinnovamento della Mariologia operato dal Vaticano II deve molto (forse l’essenziale) a sant’Agostino. Fu la sua autorità che spinse alcuni teologi e poi l’assemblea conciliare a inserire il discorso su Maria all’interno della costituzione sulla Chiesa, la Lumen gentium, anziché fare su di lei un discorso a parte. Partendo dal principio che “il tutto è superiore a una parte”, Agostino aveva scritto:
Santa è Maria, beata è Maria, ma più importante è la Chiesa che non la Vergine Maria. Perché? Perché Maria è una parte della Chiesa, un membro santo, eccellente, superiore a tutti gli altri, ma tuttavia un membro di tutto il corpo. Se è un membro di tutto il corpo, senza dubbio più importante d’un membro è il corpo .
Adesso è lo stesso sant’Agostino a suggerirci, la risoluzione da prendere dopo aver ripercorso a brevi tratti il cammino di fede della Madre di Dio. Alla fine del suo discorso sulla fede di Maria, egli rivolge ai suoi ascoltatori una vibrante esortazione che vale anche per noi: “Maria credette, e in lei quel che credette si avverò. Crediamo anche noi, perché quel che si avverò in lei possa giovare anche a noi!” .

Il Quarto centenario della nascita di Blaise Pascal – che il Santo Padre ha voluto ricordare alla Chiesa con la sua Lettera Apostolica del 19 Giugno scorso – ci aiuta a dare un contenuto attuale all’esortazione: “Crediamo anche a noi”. Tra i “Pensieri” più famosi di Pascal c’è il seguente:
Le coeur a ses raisons que la raison ne connaît point. Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce […]C’est le coeur qui sent Dieu et non la raison. Il cuore, e non la ragione, sente Dio. Ecco cos’è la fede: Dio sentito dal cuore e non dalla ragione
Questa affermazione è ardita, ma ha il più autorevole fondamento possibile, quello della Sacra Scrittura! L’apostolo Paolo conosce e usa spesso la parola nous, che corrisponde al moderno concetto di mente, intelligenza o ragione; ma, parlando della fede, non dice “mente creditur”, con la mente si crede; dice corde creditur (kardia gar pisteùetai), con il cuore si crede (Rom 10, 19).
Dio “è sentito dal cuore e non dalla ragione”, come dice Pascal, per il semplice motivo che “Dio è amore” e l’amore non si percepisce con l’intelletto, ma con il cuore. È vero che Dio è anche verità (“Dio è luce”, scrive Giovanni nella stessa sua Prima Lettera) e la verità si percepisce con l’intelletto; ma mentre l’amore suppone la conoscenza, la conoscenza non suppone necessariamente l’amore. Non si può amare senza conoscere, ma si può conoscere senza amare! Lo sa bene una civiltà come la nostra, orgogliosa di aver inventato l’intelligenza artificiale, ma così povera di amore e di compassione.
Non sono, purtroppo, “le ragioni del cuore” di Pascal che hanno plasmato il pensare laico e teologico degli ultimi tre secoli, ma piuttosto il “penso, perciò esisto” (cogito ergo sum) del suo compatriota Cartesio, anche se contro l’intenzione di quest’ultimo che era e rimase sempre un pio cristiano e un credente. (Ricordo di aver letto il suo nome nella lista dei pellegrini famosi al santuario della Madonna di Loreto).
La conseguenza è stata che il razionalismo ha dominato e dettato legge, prima di approdare all’attuale nichilismo. Tutti i discorsi e i dibattiti che si fanno, anche oggi, vertono su “Fede e Ragione”, mai, che io sappia, su “Fede e cuore”, o “Fede e volontà”. Lo stesso Pascal, tuttavia, in un altro suo pensiero, dice che la fede è abbastanza chiara per chi vuole credere, e abbastanza oscura per chi non vuole credere . Essa, in altre parole, è una questione di volontà, più che di ragione e intelletto.
Vorrei, a questo punto, accennare a una seconda lezione lasciataci da Pascal e che il Santo Padre mette fortemente in luce nella sua Lettera Apostolica: la centralità di Cristo per la fede cristiana: “Conosciamo Dio – scrive il filosofo – solo per mezzo di Gesù Cristo. Senza questo mediatore è esclusa ogni comunicazione con Dio” . E nel cosiddetto Memoriale, eco di una memorabile notte di luce, egli esclama: “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, non dei filosofi e dei dotti… Lo si trova soltanto per le vie insegnate dal Vangelo”
Pascal è spesso citato a proposito del “rischio calcolato”, o della scommessa vantaggiosa. Nell’incertezza, scrive, scommetti sull’esistenza di Dio, perché “se vinci hai vinto tutto, se perdi, non hai perso nulla”: “Si vous gagnez, vous gagnez tout ; si vous perdez, vous ne perdez rien” . Ma il vero rischio della fede – anche lui lo sa – è un altro: è quello di mettere tra parentesi Gesù Cristo. Un rischio di lunga data! Ripensiamo a quello che avvenne ad Atene, in occasione del memorabile discorso tenuto dall’apostolo Paolo all’Areopago (Atti 17,16-33).

L’Apostolo comincia parlando del Dio unico che ha creato l’universo e di cui “noi stessi siamo progenie”. I presenti colgono l’allusione al verso di un loro poeta e lo seguono con attenzione. Ma ecco che Paolo arriva al punto. Parla di un uomo che Dio ha designato come giudice universale, dandone prova con il risuscitarlo dai morti. Finito l’incantesimo! “Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: ’Su questo ti sentiremo un’altra volta’ ” (At 17, 32).
Che cosa li ha tanto disturbati? Certo, l’idea della risurrezione dai morti, così contraria a quello che, nello stesso luogo, aveva insegnato Platone: il corpo è “la tomba dell’anima”, non vale, perciò, la pena di portarselo dietro anche dopo la morte. Ma forse ancora di più li ha sconcertati il fatto di far dipendere il destino dell’umanità da un singolo evento storico e da un uomo concreto. Un secolo dopo, il filosofo platonico Celso getterà in faccia ai cristiani i motivi dello scandalo dei greci: “Figlio di Dio un uomo vissuto pochi anni fa? Uno di ieri o avantieri? Un uomo nato in un borgo della Giudea da una povera filatrice?” .
Il vero rischio della fede è quello di scandalizzarsi dell’umanità e umiltà di Cristo. Fu lo scoglio maggiore che Agostino dovette superare per aderire alla fede: “Non essendo umile, non riuscivo ad accettare come mio Dio l’umile Gesù”, scrive nelle Confessioni. Gesù aveva parlato della possibilità di “scandalizzarsi” di lui, a motivo della sua distanza dall’idea che gli uomini si erano fatti del Messia, e aveva concluso dicendo: “Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo” (Mt 11,2-6).
Lo scandalo è oggi meno ostentato di quello degli areopagiti, ma non meno presente tra gli intellettuali. L’effetto – più dannoso del rifiuto – è il silenzio su di lui. Ho seguito, in Internet, molti dibattiti ad alto livello sull’esistenza o meno di Dio: quasi mai in essi veniva pronunciato il nome di Gesù Cristo. Come se egli non rientrasse nel discorso su Dio!
Deve essere questo il nostro impegno principale nello sforzo per l’evangelizzazione. Il mondo e i suoi media – dicevo in altra occasione in questo stesso luogo – fanno del tutto (e purtroppo ci riescono!) per tenere separato, o taciuto, il nome di Cristo in ogni loro discorso sulla Chiesa. Noi dobbiamo fare del tutto per tenerlo ostinatamente presente. Non per ripararci dietro di esso e tacere dei nostri fallimenti, ma perché è lui “la luce delle genti”, il “nome che è al disopra di ogni altro nome”, “la pietra angolare” del mondo e della storia.

Tornare al cuore!

Torniamo, per finire, alla parola di Pascal su Dio che “si sente con il cuore”. Non più per farne oggetto di considerazioni storiche e teologiche, ma personali e pratiche. Pascal fu un fervente discepolo di sant’Agostino, fino, purtroppo, a condividerne anche qualche eccesso ed errore, come quello, rilanciato dagli Giansenisti, della duplice predestinazione divina, alla gloria o alla dannazione! Anche l’appello di Pascal al cuore risente (positivamente, questa volta) dell’influenza del dottore d’Ippona. Commentando il versetto di Isaia: “Tornate, o prevaricatori, al cuore (redite, praevaricatores ad cor)” (Is 46, 8, Volgata), in un discorso al popolo sant’Agostino diceva:
Rientrate nel vostro cuore!… Rientrate dal vostro vagabondaggio che vi ha portato fuori strada; ritornate al Signore. Egli è pronto. Prima rientra nel tuo cuore, tu che sei diventato estraneo a te stesso, a forza di vagabondare fuori: non conosci te stesso, e cerchi colui che ti ha creato! Torna, torna al cuore, distaccati dal corpo… Rientra nel cuore: lì esamina quel che forse percepisci di Dio, perché lì si trova l’immagine di Dio; nell’interiorità dell’uomo abita Cristo .
L’uomo invia le sue sonde fino alla periferia del sistema solare ed oltre, ma ignora quello che avviene poche migliaia di metri sotto la crosta terrestre, da cui la difficoltà di prevenire i terremoti. È una immagine di quello che avviene anche nell’ambito dello spirito, nella nostra stessa vita. Viviamo tutti proiettati all’esterno, a quello che avviene intorno a noi, disattenti a ciò che avviene dentro di noi. Il silenzio fa paura.

Greccio 1223

Nel Natale di quest’anno ricorre l’ottavo centenario della prima realizzazione del presepio a Greccio. È il primo dei tre centenari francescani, Ad esso seguirà, nel 2024, quello delle Stimmate del santo e, nel 2026, quello della sua morte. Anche questa circostanza ci può aiutare a ritornare al cuore. Il suo primo biografo, Tommaso da Celano, riporta le parole con cui il Poverello spiegava la sua iniziativa: “Vorrei, diceva, rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva tra il bue e l’asinello” .

Purtroppo, con il passare del tempo, il presepio si è allontanato da quello che esso rappresentava per Francesco. È diventato spesso una forma d’arte o di spettacolo di cui si ammira l’allestimento esterno, più che il significato mistico. Anche così, tuttavia, esso assolve la sua funzione di segno e sarebbe stolto rinunciarvi. Nel nostro Occidente si moltiplicano le iniziative per eliminare dalle solennità natalizie ogni riferimento evangelico e religioso, riducendolo a una pura e semplice festa umana e familiare, con tante fiabe e personaggi inventati al posto dei personaggi veri del Natale. Qualcuno vorrebbe cambiare perfino il nome della festa.

Uno dei pretesti è di favorire, in questo modo, la convivenza pacifica con credenti di altre religioni, in pratica con gli islamici. In realtà questo è il pretesto di un certo mondo laicista che non vuole questi simboli, non dei musulmani. Nel Corano c’è una Sura dedicata alla nascita di Gesù che vale la pena conoscere. Dice:

Gli angeli dissero: “O Maria, Iddio ti dà la lieta novella di un Verbo da Lui. Il suo nome sarà Gesù [‘Isà] figlio di Maria. Sarà illustre in questo mondo e nell’altro… Parlerà agli uomini dalla culla e da uomo maturo, e sarà dei Santi”. Disse Maria: “Signore mio, come potrò avere un figlio, quando nessun uomo mi ha toccata?”. Rispose: “Proprio così: Iddio crea ciò che Egli vuole, e quando ha deciso una cosa, le dice soltanto ‘sii’, ed essa è.

Una volta, al tempo in cui, il sabato sera, spiegavo il Vangelo domenicale nella rubrica RAI “A Sua Immagine” , feci leggere questa Sura da un islamico che si disse felice di contribuire in tal modo a dissipare un equivoco che li danneggia, con il pretesto di favorirli. La venerazione con cui il Corano ricorda la nascita di Gesù e il posto che occupa in essa la vergine Maria ha avuto qualche anno fa un riconoscimento inatteso e clamoroso. L’emiro di Abu Dhabi ha deciso di dedicare a Mariam, Umm Eisa, ”Maria Madre di Gesù”, una bellissima moschea dell’emirato che prima portava il nome del suo fondatore, lo sceicco Mohammad Bin Zayed.
Il presepio è dunque una tradizione utile e bella, ma non possiamo accontentarci dei presepi esterni tradizionali. Dobbiamo allestire a Gesù un presepio diverso, un presepio del cuore. Corde creditur: con il cuore si crede. Christum habitare per fidem in cordibus vestris: che Cristo venga ad abitare mediante la fede nei vostri cuori (Ef 3,17), ci esorta l’Apostolo. Maria e il suo Sposo continuano, misticamente, a bussare alle porte, come fecero quella notte a Betlemme. Nell’Apocalisse è il Risorto in persona che dice: “Io sto alla porta e busso” (Ap 3,20). Apriamogli la porta del nostro cuore. Facciamo, di esso, una culla per Gesù Bambino. Che senta, nel gelo del mondo, il calore del nostro amore e della nostra infinita gratitudine di redenti!
Questa non è una bella e poetica finzione mentale; è l’impresa più ardua della vita. Nel nostro cuore c’è posto infatti per molti ospiti, ma per un solo padrone. Far nascere Gesù significa far morire il proprio “io”, o almeno rinnovare la decisione di non vivere più per noi stessi, ma per Colui che è nato, morto e risorto per noi” (cf. Rom 14, 7-9). “Dove nasce Dio, muore l’uomo”, ha affermato l’esistenzialismo ateo. È vero! Muore, però, l’uomo vecchio, corrotto e destinato, in ogni caso, a finire con la morte, e nasce l’uomo nuovo “creato nella giustizia e nella vera santità” (Ef 4,24), destinato alla vita eterna. È una impresa che non finirà con il Natale, ma può cominciare con esso.
Che la Madre di Dio che “concepì Cristo nel suo cuore prima che nel suo corpo” – ci aiuti a realizzare questo proposito.
Buon compleanno a Gesù! E a tutti voi – Santo e amato Padre papa Francesco, venerati Padri, fratelli e sorelle - Buon Natale!

1.Agostino, Discorsi, 215, 4.
2.Agostino, Discorso 72,7 (Miscellanea Agostiniana, I, Roma 1930, p.163).
3.Agostino, Discorsi, 215,4.
4.Pensieri, 277-278, ed. Brunschvicg.
5.Cf. Pensieri, 430, ed. Br.
6.Pensieri, n. 221, Br.
7.Pensieri, 233, Br.
8.In Origene, Contro Celso, I, 26.28; VI, 10.
9.Agostino, Confessioni, VII, 18,24.
10.Agostino, Trattati sul Vangelo di Giovanni, 18,10.
11.Tommaso da Celano, Vita Prima, 84-86.
12.Corano, Sura III, 46-47.

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